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sabato 27 settembre 2025

Enzo Bianchi Quando la nostra preghiera è falsa

Enzo Bianchi
Quando la nostra preghiera è falsa
Dio preferisce la contestazione del credente alla sua rassegnazione, la protesta all’inazione. Un modo diverso, sempre valido, di dialogare con lui

Famiglia Cristiana - 21 Settembre 2025
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Il cristiano che pratica una preghiera anche solo in parte ispirata dai salmi in certe situazioni sente che la mente concorda con la voce, che ciò che legge con consapevolezza si accorda a ciò che prega in uno slancio di gioia, forse anche di passione. Arriva infatti a dire a quel “tu” invisibile al quale si rivolge: “Io ti amo Signore, mia forza! ... Signore ho sete di te, sospira per te la mia carne, ti aspetto fin dall’aurora! Quando vedrò il tuo volto? Fammi vedere il tuo volto!”. Sono desideri ardenti, espressioni del linguaggio amoroso che osiamo indirizzare al Signore. È lecito, è possibile? E che contenuto reale, concreto, devono avere questo amore e questa passione che vengono indirizzati non a un soggetto umano ma al Signore invisibile, l’Indicibile di cui non è possibile vedere il volto?

Certamente per il credente occorre un serio discernimento: l’amore come desiderio, come slancio nei confronti del Signore è molto attestato ma non rischia forse di essere amore per un idolo da noi fabbricato, immaginato, un Signore che ha un volto da noi delineato? In questo caso sarebbe idolatria la nostra. La Scrittura ci mette in guardia, soprattutto l’apostolo Giovanni: amare il Signore significa realizzare i suoi comandi, le sue parole! Amare il Signore significa ogni giorno fare la sua volontà! Non bastano slanci di desiderio verso il Signore per garantire un legame e una preghiera cristiana. Quando dico: “Signore, ti amo!”, in quel momento devo realizzare la sua volontà il suo comando che è l’amore vicendevole.

Se vivo tanti slanci di amore per Gesù ma non sono accompagnati dal fare ciò che lui desidera io non mi esercito alla comunione con il Signore ma all’idolatria.
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 26 settembre 2025

Tonio Dell'Olio: Il rifiuto del silenzio come segno di pace

Tonio Dell'Olio
 
Il rifiuto del silenzio come segno di pace

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  26 SETTEMBRE 2025


Il 22 settembre di protesta e manifestazioni contro la guerra, ovvero per la pace, è stata una giornata storica nella vita del nostro Paese.

È stato un sussulto di civiltà, un risveglio delle coscienze, uno scatto di dignità. La presenza di tanti giovani che non ne hanno approfittato per evitare le lezioni ma sono scesi concretamente per strada per garantire presenza e convinzione, è uno dei segni più belli di speranza che si potessero sperare! 

E in questi giorni l’onda dell’indignazione prosegue – eccome – con decine e decine di iniziative che superano il muro del silenzio e stanno costringendo il governo a muovere la propria posizione un po’ più in là. Identificare quella partecipazione con i disordini avvenuti, con i danni causati da pochi infiltrati o esaltati che non c’entravano nulla, è un errore in malafede che rende ciechi o quantomeno strabici. 

C’è un mondo che rifiuta il silenzio perché lo avverte come segno di complicità e connivenza e che non si rassegna alla ineluttabilità della guerra. C’è un mondo intero che si ribella all’omicidio/suicidio collettivo pianificato e realizzato nell’unica forma ipocritamente consentita che è la guerra. 

Non mi pare cosa di poco conto! 
Ed è questa pace che germoglia dalla terra come segno tenue e mite di futuro che ci tiene a galla.

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Gli scioperi per Gaza - Straordinaria partecipazione eppure... «quando il saggio indica il genocidio, gli stolti guardano le vetrine».


Gli scioperi per Gaza

Eppure... «quando il saggio indica il genocidio, gli stolti guardano le vetrine».


Come ha affermato lo scrittore e giornalista Basilio Petruzza, a proposito della straordinaria partecipazione allo sciopero generale e ai cortei promossi dalle sigle sindacali di base in solidarietà con Gaza e a sostegno della Global Sumud Flotilla, «quando il saggio indica il genocidio, gli stolti guardano le vetrine».

La notizia che, nei telegiornali di lunedì sera e nei quotidiani del giorno dopo, doveva essere lo sciopero per il genocidio a Gaza con i fiumi di persone che avevano riempito pacificamente le strade di 80 città italiane, è divenuta la violenza in stazione a Milano. Così «il particolare diventa la notizia e il generale diventa un contorno sfumato, rarefatto, quasi inesistente». Quasi tutti i giornali hanno dedicato i commenti ai politici e i servizi sono andati sul singolo episodio, ignorando o relegando in spazi ridottissimi le piazze strapiene.

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A distanza di qualche giorno è importante ritornare sulla notizia, applicando il processo di «fusione dei metalli»: raggiunta la temperatura di liquefazione le scorie galleggiano in superficie, mentre il metallo liquido – ciò che interessa – si deposita sul fondo, da cui deve essere spillato e drenato. È quanto dobbiamo fare in questo specifico caso, separando gli episodi spuri dall’essenza e dal significato rappresentato da quelle centinaia di migliaia di persone che si sono messe in movimento.

Lo sdegno e l’angoscia individuali per quanto succede a Gaza (e in Cisgiordania), hanno assunto una dimensione collettiva che va ben oltre, come scritto dalla redazione di Jacobin Italia, «le sigle sindacali e le loro identità». Ben oltre: questo è ciò che davvero conta!

Il valore delle manifestazioni non è solo nell’altissimo numero di partecipanti, ma nella ricchezza, nella varietà dei linguaggi e identità dei partecipanti, attraversati da un unico obiettivo: esserci!

Esserci per gridare, contro il silenzio e contro la complicità col genocidio di gran parte degli Stati e delle istituzioni europee: «non in nostro nome, non con i nostri soldi, non con le nostre menti».

Io ho partecipato al corteo dei 20.000 di Genova e quindi ho visto le immagini di tanti altri cortei: ovunque moltissimi giovani studenti medi e universitari, tanti bambini coi loro genitori o insegnanti, qualche disabile in carrozzella, tante persone anziane con gli occhi lucidi, operatori umanitari e del terzo settore, lavoratori sindacalizzati e persone che non avevano mai scioperato prima…

Tutte le manifestazioni si sono svolte sostanzialmente senza incidenti, con cortei lunghissimi e compatti, vivaci e determinati. Queste persone sono sempre più coscienti che non sarà dai governi – o tantomeno dalla UE – che si muoverà qualcosa per fermare il massacro: quindi l’unica strada che resta è la spinta unitaria, dal basso, pacifica, orizzontale, risoluta, continua ed efficace.

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I settori dove più alta è stata l’adesione allo sciopero sono stati quelli dei trasporti e della logistica (con una centralità dei porti), ma anche della sanità e del mondo della scuola, dell’università e della ricerca: una partecipazione ben superiore al peso organizzativo della Usb e della Cub – che hanno proclamato lo sciopero – e degli altri sindacati che hanno aderito (Sgb, Usi, Cobas, Slai Cobas ecc.); partecipazione inaspettata, considerata l’assenza dei sindacati confederali Cisl, Uil e Cgil, con quest’ultima che aveva proclamato due ore di sciopero generale il venerdì precedente (sciopero esteso a 4 ore in alcuni territori e categorie – metalmeccanici, commercio, comunicazioni, chimici, edili – e all’intera giornata a Genova e nella regione Toscana).

In occasione dello sciopero dei sindacati di base il cuore e il volano della protesta sono stati ancora i porti, luoghi simbolici non solo perché attraversati dalle rotte commerciali e militari verso Israele, ma soprattutto perché tutto è nato dai portuali di Genova del Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali), quando hanno deciso di non essere più un ingranaggio della logistica della guerra.

La prima azione diretta contro il trasferimento di armamenti risale al maggio 2019, quando lo sciopero in porto dichiarato dalla Filt Cgil – a cui gli attivisti del Calp erano iscritti, prima di passare in maggioranza alla Usb – aveva impedito l’imbarco di una fornitura di generatori ed equipaggiamenti ad uso militare prodotti dalla romana Teknel e destinati all’Arabia Saudita verso la guerra in Yemen.

Il Calp da allora non si è più fermato e ai suoi appelli hanno aderito da subito realtà tra le più diverse, dal pacifismo cattolico di Pax Christi agli anarchici, contribuendo così a scrivere una pagina di successo della convergenza antimilitarista del nostro paese, contro il transito di armi anche negli altri porti italiani. A ciò ha concorso la campagna «Fari di Pace», coordinata da The Weapon Watch e Pax Christi, attraverso iniziative nei porti di Spezia, Napoli, Bari, Ravenna, Trieste e Livorno, a cui hanno aderito le rispettive Diocesi con diverse associazioni e movimenti di area cattolica presenti in tali territori.

Da quel momento, anche se con vicende alterne, le azioni dirette per contrastare il transito di armamenti in porti destinati a Paesi in guerra e/o che violano diritti umani fondamentali – dall’Arabia Saudita alla Libia, dagli Emirati Arabi Uniti a Israele, dal Qatar alla Turchia – sono state per il Calp una costante.

Si tratta di disobbedienza civile coerente, contro l’economia di guerra e gli interessi dei fabbricanti d’armi che ne sono i principali beneficiari, come lucidamente denunciato in più occasioni da papa Francesco: una lotta contagiosa che, nel tempo, si è estesa dai porti italiani a quelli europei e del Mediterraneo, coinvolgendo attraverso la Usb anche diversi scali aeroportuali; un’azione che, come The Weapon Watch, abbiamo supportato in questi anni con lo studio e la ricerca sull’industria e la logistica legata al settore militare e col monitoraggio dei flussi di transito dei materiali di armamento.

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In continuità con queste lotte, anche nella giornata di lunedì scorso, sono stati bloccati i varchi portuali di Genova, Livorno, Civitavecchia, Salerno, Palermo, Ancona, Venezia e Trieste, oltre che il porto di Ravenna, dove già nella settimana precedente i portuali di Cgil, Cisl e Uil avevano fermato due container di munizioni ed esplosivi pronti ad essere imbarcati su una nave diretta a Israele.

A Livorno, il giorno successivo allo sciopero, l’Usb ha iniziato un presidio permanente del Molo Italia in porto per impedire l’approdo della Slnc Severn, una bulk carrier battente bandiera statunitense, salpata da Port Said, in Egitto, dopo essere arrivata dall’approdo americano di Paulsboro e transitata anche dal porto israeliano di Eilat, con a bordo caterpillar militari: in tal caso col sindacato di base si sono schierate anche Filt Cgil e Uiltrasporti, dichiarando lo sciopero dell’intero sistema portuale livornese, esclusi servizi essenziali, se la nave dovesse ormeggiare per espletare le operazioni di scarico della merce.

La nave respinta a Livorno potrebbe fare rotta verso la Liguria. Ma pronta è stata la reazione della Filt Cgil ligure che ha deciso lo stato di agitazione, per respingerla nel caso in cui punti la prua verso La Spezia o Genova.

Oggi e domani – 26 e 27 settembre – a Genova si svolgerà una riunione di coordinamento internazionale dei portuali promossa dal Calp di Genova e dalla Usb nazionale alla quale parteciperanno delegazioni, oltre che da altri porti italiani, dai porti francesi, greci, marocchini, sloveni, svedesi e turchi. È realistico pensare che in questo incontro, come ha dichiarato Riccardo Rudino del Calp, sia decisa un’azione internazionale di sciopero contro il trasferimento di armamenti allo Stato di Israele.

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Era da moltissimo tempo che non si vedeva un movimento così ampio di dimensioni internazionali in solidarietà a un popolo oppresso: contro la guerra, contro il militarismo e contro le politiche di riarmo. La politica tutta dovrebbe raccogliere questa spinta emersa dal basso, rispettandone l’autonomia e valorizzandone il pluralismo e la convergenza unitaria.

Come ha scritto recentemente l’eco-teologo brasiliano Leonardo Boff, «come non indignarci per il genocidio di migliaia di bambini innocenti che non hanno nulla a che fare con la guerra di Israele contro Hamas, che prende di mira indiscriminatamente l’intera popolazione della Striscia di Gaza, mirando a sterminare specialmente bambini e giovani che in futuro potrebbero essere contro lo Stato di Israele. L’etica per essere pienamente umana deve incorporare la compassione. C’è tanta sofferenza nella storia, troppo sangue versato sul nostro cammino e l’infinita solitudine di milioni e milioni di persone, che si caricano da sole, nel loro cuore, la croce dell’ingiustizia, dell’incomprensione e dell’amarezza».
(fonte: Settimana News, articolo di Gianni Alioti 26/09/2025)

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Faggioli: "Il delirio di Trump contro l'Onu non sorprende, è parte di un progetto politico"

Faggioli: "Il delirio di Trump contro l'Onu non sorprende, è parte di un progetto politico"
 
All'Assemblea generale delle Nazioni unite a New York il presidente Usa ha attaccato e delegittimato l'organizzazione sovranazionale. Il commento di Massimo Faggioli, storico delle religioni, docente universitario ed editorialista che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti

(Foto Ansa: Donald Trump durante il suo discorso all'Assemblea generale dell'Onu
 e la moglie Melania che lo ha accompagnato)

Che le Nazioni unite siano un'istituzione in crisi di identità, indebolita, bisognosa di un ripensamento e di una radicale riforma affinché recuperi l'autorevolezza e l'incivisità - nel dirimere i conflitti, garantire la pace, difendere i diritti umani - che oggi ha in buona parte perduto è un fatto chiaro e assodato. Ma che il presidente degli Stati Uniti, nel suo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni unite a New York, attacchi in modo frontale, plateale e delegittimi completamente l'organizzazione sovranazionale nata sulle macerie della Seconda guerra mondiale, è a dir poco sconcertante. Tuttavia prevedibile, sì, se il presidente in questione è Donald Trump, che non ha mai fatto mistero della sua avversione per il multilateralismo e per gli organismi sovranazionali, visti come un intralcio ai suoi progetti sovranisti.

«Qual è lo scopo delle Nazioni Unite?», ha chiesto Trump in un passaggio del suo discorso al Palazzo di Vetro. «Tutto ciò che l'organismo fa è scrivere lettere forti e parlare con parole vuote». E ancora: l'invettiva contro il supposto finanziamento da parte dell'Onu a quello che Trump definisce «l'assalto» dei migranti illegali contro i Paesi occidentali. E la rivendicazione del ruolo - che Trump si attribuisce - di pacificatore, contro l'incapacità di azione delle Nazioni unite: «Ho posto fine a sette guerre, ho avuto a che fare con i leader di ognuno di questi Paesi e non ho mai ricevuto una telefonata dalle Nazioni Unite, che si offrissero di aiutare a finalizzare l'accordo».

A commentare l'intervento del presidente Usa al Palazzo di Vetro è il professor Massimo Faggioli, storico delle religioni, scrittore, editorialista, attualmente docente di Ecclesiologia storica e contemporanea al Loyola Institute del Trinity College di Dublino, fino a pochi mesi fa professore alla Villanova university in Pennsylvania, negli Stati Uniti, dove ha vissuto per molti anni.

Professor Faggioli, come possiamo interpretare le parole di Trump? Sono esternazioni di pancia, dettate dall'improvvisazione, o dettate da una precisa, studiata strategia politica?

«Alla base secondo me c'è un elemento di delirio verbale che fa parte del personaggio. E poi c'è un elemento progettuale che va letto così come è stato stampato nero su bianco lo scorso anno, il Project 2025, programma politico nel quale si trova una serie di istruzioni dettagliate su come governare gli Stati Uniti e come ristrutturarli anche nei suoi rapporti con il mondo. Quella è la "magna charta" del Trump 2 (il secondo mandato): il Trump 1 era ancora un misto di vecchia cultura repubblicana, establishment e trumpismo ancora abbastanza indistinto. Adesso c'è una struttura più chiara, il personaggio carismatico che agli occhi di molti ha un valore di messianismo politico, e un'alleanza intorno a lui fatta di grandi affari, tecnologia, religione (anche di un pezzo del cattolicesimo americano). E questo progetto io credo che continuerà dopo Trump: chi ha scritto il Project 2025 è gente che lavora a questo tipo di controrivoluzione o seconda rivoluzione americana da 20-30 anni. E persone come il vicepresidente JD Vance fanno parte di questo futuro. Ben altro rispetto alle escandescenze verbali di un momento».

Donald Trump è un presidente eletto democraticamente. Tuttavia quando gli americani lo hanno votato per la seconda volta la sua deriva non era ancora chiara. Il Trump 1 era comunque diverso. Chi lo ha votato adesso non si trova confuso, spiazzato?

«Che Trump fosse diverso da quello che si aspettavano è vero, ma non ci sono grandi segnali di scossa o protesta negli Usa. Se si guarda alle posizioni prese negli ultimi mesi dalle grandi aziende, le grandi università, gli studi legali, il comparto mediatico nella mani del grande business, si vede che c'è stata una scelta di accomodarsi e aggiustare le relazioni con la Casa Bianca e non di alzare la voce. Quello che è successo tra novembre 2020 e gennaio 2021, con l'assalto a Capitol Hill ha fatto capire che Trump non crede nella democrazia costituzionale. Dal 2021 era già chiaro che il partito repubblicano si era messo nelle mani di un personaggio tecnicamente eversivo. Dunque il Trump che vediamo ora è in parte una sopresa, ma già anni fa c'erano dei segnali molto chiari di ciò che sta avvenendo oggi».

Nel suo discorso Trump ha detto di aver messo fine a sette guerre in questi mesi. Per lui l'idea di vincere il Nobel della pace ormai è un chiodo fisso...

«Il problema per lui è il confronto con Barack Obama. Per Trump Obama rappresentava la discesa dell'America nell'orrore di un Paese multirazziale, multiculturale, multireligioso. E' evidente che per lui il Nobel è una questione di supremazia razziale. Ed è chiaro che Trump, nonostante si faccia beffe di tutti, soffre di un complesso di inferiorità rispetto alla grande politica. Il Nobel, nella sua visione, lo riscatterebbe. Se si guardano i video delle riunioni del suo Governo, si vede chiaramente come tutti si rivolgano a lui come una corte da basso impero, come se lui fosse una sorta di imperatore Nerone. E anche la Chiesa cattolica negli Usa in parte è salita sul carro del vincitore, in parte è zittita e cerca di capire cosa fare e dire rispetto a questa amministrazione».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Giulia Cerqueti 24/09/2025)



giovedì 25 settembre 2025

Il silenzio che pesa

Arturo Formola* 
Il silenzio che pesa


Le dichiarazioni di papa Leone XIV, rilasciate ieri (23/09/2025) davanti a Villa Barberini a Castel Gandolfo, hanno suscitato sorpresa e interrogativi. Rispondendo a una domanda sul tema del riarmo, il pontefice ha riconosciuto che si tratta di «questioni politiche anche per pressioni da fuori d’Europa» sulle quali è «meglio non commentare». Una risposta che, per la sua prudenza e sospensione di giudizio, si distingue nettamente dalle prese di posizione più esplicite del suo predecessore Francesco, che non aveva esitato a denunciare con forza la logica della guerra e l’idolatria delle armi.

Da un punto di vista sociologico, le parole di Leone evidenziano la tensione costante che attraversa il ministero petrino: da una parte il papa come capo di Stato, inserito in una rete di relazioni internazionali, sottoposto a pressioni geopolitiche e vincoli diplomatici; dall’altra il papa come successore di Pietro, pastore universale chiamato a dare voce a chi non ha voce, a difendere la pace e la dignità umana anche controcorrente.

Questa ambivalenza è fisiologica: la Chiesa, nella sua dimensione istituzionale, si muove nel terreno della realpolitik; nella sua dimensione profetica, però, non può rinunciare a proclamare la verità del Vangelo anche quando essa è scomoda. Quando la prima prevale sulla seconda, il rischio è che la comunità dei credenti e l’opinione pubblica percepiscano un deficit di coraggio.

Il messaggio evangelico, e la tradizione sociale della Chiesa, hanno sempre collocato la pace al centro della missione cristiana. Intendo ribadire che papa Francesco, nel corso del suo ministero petrino, ha ripetuto più volte che «la guerra è una follia» e che «non ci sono guerre giuste».

In questo orizzonte, il silenzio o l’ambiguità sul tema del riarmo non appaiono come una scelta neutra, bensì come un passo indietro rispetto a una linea consolidata. La Chiesa, infatti, perde di senso quando rinuncia alla sua funzione critica nei confronti delle logiche di potere e si adagia in un linguaggio accomodante.

Dal punto di vista sociologico, la percezione del pontificato di Leone dipenderà anche dalla capacità di tenere insieme diplomazia e profezia. In una società globale attraversata da conflitti, da spinte populiste e da logiche di contrapposizione, la parola del papa è attesa come orientamento etico universale. La sua autorevolezza morale non si misura sulla neutralità diplomatica, ma sul coraggio di dire ciò che gli altri non osano dire.

Il popolo di Dio, in particolare i giovani e le comunità più vulnerabili, si attendono dalla Chiesa non tanto un commento politico, quanto una parola evangelica che illumini le coscienze. Se questa parola manca, il rischio è che la Chiesa venga percepita come una istituzione tra le altre, senza più quella ragione d’essere che le deriva dall’annuncio profetico del Vangelo.
(fonte: Adista 24/09/2025)

*Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano, Capua


All’udienza generale l’annuncio di Leone XIV per sabato 11 ottobre Un Rosario per la pace - La catechesi - I saluti - La cronaca

All’udienza generale l’annuncio di Leone XIV per sabato 11 ottobre, anniversario dell’apertura del Concilio

Un Rosario per la pace

L’appuntamento di preghiera alle 18 in piazza San Pietro nel contesto del Giubileo della spiritualità mariana



Un rosario per la pace ogni giorno di ottobre, mese tradizionalmente dedicato a questa preghiera mariana: lo ha chiesto stamane Leone XIV, dando appuntamento in particolare alla «sera di sabato 11 ottobre, alle ore 18, qui in piazza San Pietro». Lo ha fatto al termine dell’udienza generale, collocando significativamente l’iniziativa «nella veglia del Giubileo della spiritualità mariana» e «ricordando anche l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II» da parte di san Giovanni XXIII nel 1962, proprio nel giorno in cui ricorrerà la memoria liturgica del Pontefice bergamasco che volle e inaugurò la storica assise.

A ispirare la decisione di Papa Prevost l’attuale scenario internazionale, segnato da crisi e conflitti, che ha definito con termini forti salutando i fedeli presenti all’incontro settimanale del mercoledì, quando li ha esortati a farsi «portatori dell’amore di Gesù che illumina e rialza l’umanità», «in questo nostro tempo, tra le macerie dell’odio che uccide».

L’udienza odierna era iniziata con un piccolo fuori programma: Leone XIV è infatti passato a dare il benvenuto alle persone malate e disabili che erano state accolte nell’Aula Paolo VI a causa del maltempo. Quindi proseguendo in piazza il ciclo di catechesi giubilari inaugurate dal predecessore Francesco sul tema «Cristo nostra speranza», il Papa si è soffermato di nuovo, come la settimana precedente, «sul mistero del Sabato Santo», approfondendo in particolare la discesa di Gesù «nel regno degli inferi per portare l’annuncio della Risurrezione a tutti coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte». Attualizzando la riflessione, il vescovo di Roma ha spiegato che ciò «non riguarda solo il passato, ma tocca la vita di ciascuno di noi. Gli inferi non sono solo la condizione di chi è morto, ma anche di chi vive la morte a causa del male e del peccato». E soprattutto «è anche l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della fatica di vivere. Cristo entra in tutte queste realtà oscure per testimoniarci l’amore del Padre. Non per giudicare, ma per liberare. Non per colpevolizzare, ma per salvare... senza clamore, in punta di piedi, come chi entra in una stanza d’ospedale per offrire conforto e aiuto».
(fonte: L'Osservatore Romano 24/09/2025)

Vedi anche:

mercoledì 24 settembre 2025

Perché è sbagliato guardare solo agli episodi di violenza

Il desiderio di pace dei giovani che hanno manifestato per Gaza
 
Perché è sbagliato guardare
solo agli episodi di violenza


Si sprecheranno analisi di ogni tipo sulle manifestazioni di ieri ma, al netto della dialettica delle interpretazioni, credo non si debba darla vinta a quei violenti che hanno inquinato il manifestare pacifico di tanti. Ridurre tutto alle isolate manifestazioni di violenza, che pur ci sono state, non renderebbe giustizia a una mobilitazione che ha attraversato l’intera penisola e farebbe il gioco, in definitiva, di chi non vede l’ora di sorvolare sulle molte iniziative che, nell’ultima settimana, hanno portato tanti a voler far sentire la propria voce.

Al netto della chiara condanna dei gruppuscoli di violenti, ciò su cui vale la pena soffermarsi è, piuttosto, la grande massa di liceali e ragazzi, che si è riversata nelle strade per chiedere che cessi la carneficina di Gaza. Non mi interessa il grado di consapevolezza che li ha animati, né mi interessa pesare in termini utilitaristici il loro protestare. A farmi riflettere è come questi giovani, riversandosi pacificamente in piazze e strade, abbiano tentato di prendere sul serio un bisogno di giustizia e di pace che sentono proprio.

Infatti, come scriveva Charles Péguy, «c’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima addirittura perversa. È avere un’anima abituata».

Allora, piuttosto che ridurre tutto questo sommovimento all’orizzonte di una dialettica politico-ideologica, piuttosto che perder tempo a sottolineare quanto già sappiamo circa la non efficacia “concreta” di queste manifestazioni di piazza, piuttosto che focalizzarci esclusivamente sui limitati casi di stupida quanto inutile violenza, mi domando se non sia forse decisivo, invece, lasciarci provocare dal fatto che questi ragazzi e ragazze, davanti alle immagini dello straziante stillicidio in Palestina che li raggiungono sui social, non siano indifferenti.

Vedendo le facce dei ragazzi scesi in piazza per ricordare ai potenti che loro desiderano la pace, mi venivano in mente i versi di Clemente Rebora: «Mentre l’ora è infelice, /Questa voce è pazzia: /ma qui c’è un cuore che vorrebbe /altri cuori trovare: /mentre l’attimo svena /questa voce è ironia: /ma qui c’è amore e vorrebbe /altro amore infiammare; […] /ma qui c’è aiuto /e vorrebbe altro aiuto invocare» (Frammenti lirici, XXXIX). Mentre «l’ora è infelice» tutto sembrerebbe decisivo e cruciale, tranne che il dare credito a «questa voce», eppure solamente chi è disposto a patire fino in fondo questo grido, questa domanda di pace e di bene in tutta la sua ampiezza, potrà intercettare cosa è veramente all’altezza della sua vita.

Accorgercene potrebbe esser d’aiuto a liberarci dai cliché meschini con cui si parla delle giovani generazioni, svelando piuttosto la vera questione: noi adulti siamo disposti a guardare veramente e a fare i conti con il desiderio di giustizia e di bene che vivono questi ragazzi? La domanda è scomoda, perché ne implica un’altra: cosa rende possibile, a ciascuno di noi, prendere sempre più seriamente in carico questi desideri e queste urgenze, che sono come la stoffa della nostra umanità? La questione è decisiva, perché l’alternativa è, in definitiva, solo una: abbandonarsi al dilagante scetticismo, confidando, incoffessatamente, che l’anima si abitui a tutto.
(fonte: L'Ossrvatore Romano, articolo di Elia Carrai 23/09/2025)

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Vedi anche i post precedenti (all'interno altri link):

“Mi sta a cuore”: la società civile in piazza per Gaza - A Roma la processione pacifica dei “Preti contro il genocidio”

“Mi sta a cuore”:
la società civile in piazza per Gaza

Torna a risuonare l’I care, “mi importa”, di don Milani, per Gaza, nei cartelli di quanti hanno scioperato con l’USB in tutto il Paese. Assemblea generale dell’Onu: oltre 150 Paesi riconoscono la Palestina, ma manca ancora l’Italia

Foto di Sara Fornaro - Partecipanti alla manifestazione per Gaza a Roma,
nel corso dello sciopero generale indetto dall’Usb per la pace in Palestina e la tutela della Global Sumud Flotilla

“Il tempo della pace è arrivato. Niente, niente giustifica la continuazione della guerra a Gaza. Al contrario, tutto richiede che sia definitivamente terminata, per salvare delle vite. La vita degli ostaggi israeliani ancora detenuti in condizioni atroci. La vita delle centinaia di migliaia di civili palestinesi travolti dalla fame, dalla sofferenza, dalla paura di morire, dal lutto per i loro cari. Una vita vale la pena. Ecco perché, fedele all’impegno storico del mio paese per il Medio Oriente, per la pace tra il popolo israeliano e il popolo palestinese, dichiaro che la Francia riconosce lo Stato di Palestina”. Intervenendo all’assemblea generale dell’Onu, il 22 settembre il presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto formalmente la Palestina.

Il presidente francese Emmanuel Macron riconosce lo Stato di Palestina all’Onu, 22 settembre. 
Ansa EPA/LUKAS COCH

Con la Francia, lo hanno fatto anche Andorra, Australia, Belgio, Canada, Lussemburgo, Malta, Monaco Portogallo, San Marino e Regno Unito. Complessivamente sono oltre 150 Paesi, compreso il Vaticano. All’incirca tanti quanti quelli che riconoscono di Israele.

Nel Consiglio generale delle Nazioni Unite lo hanno invece fatto 4 Paesi su 5: Cina e Russia hanno preceduto di anni Francia e Regno Unito. Mancano solo gli Usa, grandi alleati israeliani. Tra i principali Paesi dell’Unione europea, non l’hanno fatto Germania e Italia. Proprio Usa, Germania e Italia sono i principali Paesi che vendono ad Israele le armi usate in Palestina.

Foto di Sara Fornaro - Partecipanti alla manifestazione per Gaza a Roma,
nel corso dello sciopero generale indetto dall’Usb per la pace in Palestina e la tutela della Global Sumud Flotilla

Ed è anche per sollecitare il riconoscimento dello Stato palestinese che lunedì 22 settembre in tutta Italia hanno scioperato migliaia e migliaia di persone, quasi un milione, suddivise in più di 80 piazze, da Roma alle Eolie, da Napoli a Cagliari, da Milano a Cosenza.

Lo sciopero generale era stato proclamato lo scorso 11 settembre da Daniela Mencarelli, Cinzia Della Porta e Guido Lutrario dell’Usb, Unione sindacale di base, ed esteso a tutte le categorie, pubbliche e private.


Una mobilitazione che aveva lo scopo dichiarato di bloccare il Paese, per attirare l’attenzione sul genocidio in atto a Gaza e sulla missione di pace della Global Sumud Flotilla, che si svolge nel pieno rispetto del diritto internazionale. Alcuni membri dell’Usb sono infatti imbarcati su una delle decine di navi che, rappresentando oltre 40 Paesi del mondo, stanno tentando di rompere l’illegale blocco navale di Israele nel mare palestinese, per portare cibo e medicine alla popolazione affamata e chiedere il ripristino del diritto internazionale e la tutela di donne, anziani e bambini, cacciati via dalle proprie case, spianate dalle ruspe anche in Cisgiordania. L’attenzione sulla Flotilla serve a tutelare le persone a bordo: parlamentari, giornalisti, operai, insegnanti, rappresentanti di diverse religioni.

Foto di Sara Fornaro - Partecipanti alla manifestazione per Gaza a Roma,
nel corso dello sciopero generale indetto dall’Usb per la pace in Palestina e la tutela della Global Sumud Flotilla

Chi sostiene l’iniziativa, ma non si è imbarcato, rappresenta “l’equipaggio di terra”, che ha il compito di tenere alta l’attenzione mediatica, per evitare che nel silenzio le barche vengano prese di mira da chi vuole impedire la missione. Del resto, droni sconosciuti hanno lanciato materiale esplosivo su due navi, prima che partissero da Tunisi, e il governo israeliano ha più volte annunciato che le fermerà e tratterà da terroristi gli occupanti.

Foto di Sara Fornaro - Partecipanti alla manifestazione per Gaza a Roma,
nel corso dello sciopero generale indetto dall’Usb per la pace in Palestina e la tutela della Global Sumud Flotilla

Al momento della partenza della missione da Genova, Riccardo Rudino, dei portuali USB-CALP, aveva affermato: “Se anche solo per 20 minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, le nostre compagne e i nostri compagni, noi blocchiamo l’Europa… Bloccheremo tutto. Devono tornare indietro le nostre ragazze e i nostri ragazzi senza un graffio, e tutta la nostra merce, che è del popolo, fino all’ultimo cartone, deve arrivare” a destinazione. E il blocco del Paese è stato raggiunto: tanti negozi sono rimasti chiusi, sono state svuotate scuole e università e sono state occupate città, autostrade e tangenziali.


A Roma c’è stato il raduno in piazza dei Cinquecento. Fiumi di gente proveniente da varie parti della città si sono riversati davanti alla Stazione Termini: in mattinata gli studenti avevano manifestato davanti all’Ufficio scolastico regionale, mentre altri gruppi avevano sfilato vicino al Colosseo e altri ancora avevano bloccato la tangenziale, con il sostegno di chi era rimasto fermo nel traffico. Dopo qualche ora è partito un lunghissimo corteo, con in testa i vigili del fuoco, che in divisa, e tenendosi per le braccia, si sono incamminati tra gli applausi dei presenti.

Le manifestazioni si sono svolte generalmente in modo pacifico. Questa del resto era stata la precisa richiesta del Global Movement to Gaza, che promuove la Flotilla nel segno della nonviolenza. Solo a Milano, a fronte di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente sotto la pioggia, alcuni teppisti a fine corteo hanno devastato l’area della Stazione Centrale.

Il loro comportamento va condannato e le responsabilità accertate e punite. Va appurato se si tratta di infiltrati, sabotatori o di partecipanti intervenuti con intenzioni bellicose alla manifestazione– visto che erano equipaggiati con petardi e maschere antigas –, pur sapendo di non condividerne gli obiettivi di pace. In un Paese come l’Italia, in cui l’astensione alle scorse elezioni politiche superava il 35%, sarebbe politicamente poco saggio e davvero non lungimirante sminuire il valore della massiccia partecipazione che da Nord a Sud alle Isole ha unito il Paese in un grido di dolore corale a favore di Gaza e della Palestina.


La mobilitazione popolare del 22 settembre resterà infatti storica, anche se non ha avuto il giusto riscontro nei media, che si sono concentrati sugli scontri di Milano. In piazza è sceso un mondo variopinto e multiforme: docenti e studenti, ricercatori, persone dello spettacolo, operai, portuali, informatici, impiegati, lavoratori statali e privati, operatori dei trasporti, intere famiglie: tantissimi bambini, anche nei passeggini, anziani, disabili e finanche donne incinte.

È stata una presa di coscienza collettiva, frutto di una riflessione sul comune senso di umanità e sulla consapevolezza del valore e della dignità di ogni persona umana. Non c’erano bandiere di partito, perché non era né di destra né di sinistra: chi ha manifestato, lo ha fatto per l’impossibilità di rimanere indifferenti di fronte allo sterminio continuato e sistematico della popolazione palestinese. Non servono tessere di partito per chiederlo, basta avere un cuore attento ai bisogni degli altri.


Da segnalare, tra le iniziative per la pace a Gaza, la veglia di preghiera promossa dalla Comunità di Sant’Egidio con Acli, Agesci, Azione Cattolica italiana, Auxilium, Comunione e Liberazione, Comunità Papa Giovanni XXIII, Movimento Cristiano dei lavoratori, Movimento dei Focolari, Movimento politico per l’Unità, OFS ordine francescano secolare, Rinnovamento nello Spirito Santo. “La preghiera può muovere i cuori”, ha sottolineato in apertura il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo.

Veglia di preghiera per la pace a Gaza a Santa Maria in Trastevere.

“Non ignoriamo – ha affermato il cardinale Bassetti, che presiedeva la preghiera – le altre terribili guerre e gli altri luoghi dove il diritto internazionale e il diritto umanitario sono violati. Pregare e vigilare su Gaza non implica dimenticare tutte le vittime di atrocità, ma la coscienza che in ogni guerra, ogni atrocità, ogni violazione dei diritti umani è il frutto di decisioni puntuali, che generano sofferenza. La guerra non è mai una disgrazia che capita a caso; è decisa ed è voluta. Dobbiamo acquisire la consapevolezza, e questa giornata di mobilitazione ci incoraggia, che queste scelte possono e devono essere rovesciate. La violenza – ha sottolineato Bassetti – può e deve essere fermata”.

In un video messaggio, il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha spiegato che: “siamo affranti, profondamente feriti da quello che stiamo vivendo, dal clima di odio che ha creato questa violenza che a sua volta crea altro odio in un questo circolo vizioso che non si riesce a spezzare”. Pizzaballa ha lodato i “miti”, quanti cioè “si mettono in gioco, che fanno la giustizia pagando anche un prezzo personale, israeliani, palestinesi, ebrei, cristiani, musulmani “. Tuttavia, ha confessato, nei 35 anni che vive in Terra Santa “un momento così duro non l’ho mai visto”. Nel momento in cui “il linguaggio della forza fallirà, quando tutto questo castello di violenza crollerà, dovremo essere pronti. E dovremo, con la nostra parola e testimonianza portare la forza di questa mitezza perché tutti possano ereditare nella bellezza, nell’amore e nella mitezza, la terra che Dio ci ha donato”. In Toscana, nei giorni scorsi, si è invece svolta una camminata silenziosa per la pace e molte altre iniziative sono in programma in tutta Italia. Dopo il digiuno per Gaza, il mondo della sanità ha organizzato per il 2 ottobre un flash mob davanti agli ospedali di tutta Italia dal titolo “Luci sulla Palestina”. Dalle 21 si accenderanno luci e lumini per il popolo palestinese e per ricordare i 1700 operatori sanitari uccisi a Gaza, di cui saranno letti i nomi.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 23/09/2025)

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A Roma la processione pacifica dei “Preti contro il genocidio”

Per completezza d'informazione deve essere sottolineato anche lo svolgimento dell'iniziativa della rete “Preti contro il genocidio”

Oltre 100 sacerdoti provenienti da diversi Paesi si sono ritrovati per un momento di preghiera e di testimonianza pubblica in favore della giustizia e della pace in Palestina. L’iniziativa, organizzata dalla neonata rete internazionale “Preti contro il genocidio” (già oltre 1.600 firmatari da 50 Paesi e 5 continenti a cui hanno aderito anche vescovi e cardinali), si è svolta nello stesso giorno in cui la questione palestinese era al centro dei lavori dell’Onu e in cui in tutta Italia si è tenuto uno sciopero di solidarietà con Gaza, con moltissime manifestazioni ovunque.

Dopo una liturgia multilingue nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, i partecipanti hanno dato vita a una processione per le vie di Roma con alcune soste nei luoghi più significativi della città, dove sono state lette poesie di autori palestinesi e innalzate preghiere per le vittime di ogni violenza e per un futuro di riconciliazione.

A seguire alcuni video con la voce degli stessi partecipanti





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Vedi anche il post precedente (all'interno altri link):


Enzo Bianchi Quella protesta che sale al Signore

Enzo Bianchi
Quella protesta che sale al Signore

Dio preferisce la contestazione del credente alla sua rassegnazione, la protesta all’inazione. Un modo diverso, sempre valido, di dialogare con lui

Famiglia Cristiana - 14 Settembre 2025
Rubrica: Cristiano, chi sei?


A volte ascolto cristiani che mi confidano la loro vita intima di preghiera e mi confessano di avere momenti in cui si rivoltano contro Dio, protestano, si arrabbiano fino a bestemmiarlo. Non mi scandalizzo perché conosco preghiere dell’Antico Testamento che Dio gradisce, e alle quali risponde, che hanno questi toni. L’ebreo che prega conosce nella preghiera con Dio addirittura la rib, la contesa in cui contesta Dio dicendogli che non è stato fedele alle promesse, che non è rimasto vicino nell’ora della prova, che ha abbandonato il credente nella tentazione. Arriva a dire a Dio: “Tu sei un orso per me... Tu mi assali come un leone... Tu mi abbandoni in mano ai nemici, mi sprofondi nel buio della fossa”.

Sono bestemmie? È per mancanza di fede? Non è detto! Nella preghiera del povero, del perseguitato, del sofferente possono essere indirizzate a Dio grida che sembrano bestemmie: sono sfoghi umani che scaturiscono dal male sofferto ma si vuole portarli davanti a Dio perché veda, perché abbia pietà, perché intervenga.

C’è una rassegnazione cristiana che Dio non gradisce perché preferisce qualche volta la contesa con lui, fatta lealmente usando l’intelligenza e soprattutto nella convinzione che a Dio si può parlare come a un amico e a volte sfogarsi. In questa contesa nella preghiera con Dio comunque ci accorgiamo che non è Dio che sta lontano, che non ci parla, che ci fa del male ma siamo noi che siamo sordi, che stiamo lontani da lui e ci facciamo del male da noi stessi, da soli. Giobbe e Geremia quando maledicevano il giorno in cui Dio li aveva fatti nascere pregavano, non bestemmiavano.
(fonte: blog dell'autore)

martedì 23 settembre 2025

Lo scempio dello Stato ebraico di Raniero La Valle

Lo scempio dello Stato ebraico 
di Raniero La Valle


Gaza è perduta e ben presto, com’è ormai deciso, seguirà l’annessione della Cisgiordania. Il progetto avanzato fin dall’inizio dell’insediamento sionista, della presa di possesso dell’intera Terra di Israele, avrà così il suo compimento. Bisognava aspettare il corto circuito del connubio di Trump con Netanyahu, nell’ora più buia dell’Occidente, e il silenzio dei “volenterosi”, per giungere a questo risultato. Lo sapevano tutti, se avessero voluto salvare la giustizia e preservare uno spazio di vita per i Palestinesi (un “focolare”!) avrebbero potuto farlo, non lo hanno fatto, la vittima palestinese è stata designata fin dal principio, altro che Ucraina; il partito religioso lo ha sempre sostenuto: nell’aprile del 2002 in una intervista a Le Monde il suo leader, il generale di brigata Effi Eitan, mentre era in corso la battaglia di Jenin nella seconda Intifada, diceva che l’obiettivo di quella guerra era di “rendere ben chiaro che nessuna sovranità che non sia quella israeliana esisterà mai tra il mare e il Giordano”. E quando la fondazione dello Stato di Israele era solo un lontano miraggio, nel 1936, uno dei suoi fondatori, Ben Gurion, diceva all’Agenzia ebraica che era “assolutamente fuori questione“ che quel progetto si potesse realizzare attraverso un accordo: “Gli Arabi non potranno mai accettare uno Stato di Israele se non dopo essere arrivati alla completa disperazione, una disperazione che non verrà solo dal fallimento delle loro azioni di disturbo e tentativi di ribellione, ma anche dalla conseguenza della nostra crescita nel Paese”.

Ebbene, nell’eccidio che si sta perpetrando a Gaza noi vediamo la disperazione palestinese: credevamo che fosse l’effetto dell’invasione scatenata dopo l’attentato del 7 ottobre, e invece è il programma che Israele aveva concepito prima ancora dell’insediamento in Palestina come via per la sua attuazione.

Un’ulteriore rivelazione del “progetto nascosto” di Israele in Palestina è quella fatta negli stessi anni dal prof. Jeff Halper, antropologo presso l’università “Ben Gurion” di Beer Sheva (Negev) in un convegno tenuto alla “Sapienza” di Roma. Secondo questo progetto una presenza palestinese era ammissibile solo in quanto inglobata in una accezione della “Terra di Israele” detta “mishul”, una nozione messianica secondo la quale “la terra di Israele appartiene esclusivamente agli Ebrei e deve essere ‘redenta’ nella sua interezza”: i non Ebrei, i palestinesi, possono vivere nel Paese, ma non perché ne abbiano diritto (e tanto meno il diritto al ritorno) ma nella forma del “displacement”, cioè dello spaesamento, dello sradicamento, della estraneazione: ci sono, ma come non esistessero, non avessero bisogni, non avessero diritti. In questa logica, nella misura in cui non siano abbastanza disperati da rassegnarsi, e si ribellino, il passo successivo è quello, cui assistiamo adesso a Gaza, di scacciarli, metterli in fuga e ucciderli per bombe o per fame, spianando il terreno per i futuri piani urbanistici a beneficio dei poliziotti ricchi e dei grattacieli trumpiani. Netanyahu ha detto esplicitamente e più volte, anche reagendo alle tardive rimostranze europee, che il suo impegno di governo è sempre stato, fin dal principio, quello di impedire la nascita di uno Stato palestinese, e all’esercito ha detto che “il lavoro” cominciato a Gaza deve finire a Gaza “fino alla vittoria finale”; mentre nel primo anniversario degli attentati del 7 ottobre, il 29 ottobre 2024 centinaia di persone, aspiranti coloni, si sono riunite nei pressi del confine di Gaza per estendere i confini di Israele dall’Eufrate al Nilo, rivendicando una presenza ebraica “in ogni zolla della striscia di Gaza”, mentre la leader dei coloni, Daniella Weiss, ha detto ai giornalisti: “sarete testimoni di come gli ebrei andranno a Gaza e gli arabi spariranno da Gaza”, e il ministro Ben Gvir ha detto: “ciò che abbiamo imparato quest’anno è che tutto dipende da noi: Si, siamo i proprietari di questa terra”. E parlando dei palestinesi sterminati ha detto: “Li vedo nelle celle dei terroristi. Gli abbiamo tolto i panini con la marmellata. Gli abbiamo tolto il cioccolato, i loro schermi televisivi, i tavoli da ping pong e il tempo per l’attività fisica. Dovreste vederli piangere e strillare nelle loro celle. E questa è la dimostrazione: quando lo decidiamo ci riusciamo, abbiamo successo”. “Incoraggeremo il trasferimento volontario di tutti i cittadini di Gaza. Offriremo loro l’opportunità di spostarsi in altri

Paesi perché questa terra appartiene a noi”. La cosa singolare è che l’Occidente con tutti i suoi valori laici e secolari accetti senza fiatare un titolo di sovranità e di esclusione che deriva da una lettura di un oracolo divino.

Ma pur nel quadro della fede di Israele, quello che lo Stato sionista sta compiendo, dal furto della terra, alla fame, al genocidio è di una efferatezza senza limiti. Questo processo genetico del nuovo Stato di Israele, lo renderà fonte di angoscia per il mondo, e non sarà nemmeno uno Stato ebraico, perché dai tre beni che fanno l’identità specifica dell’ebraismo, la Torah, il popolo e la terra, ne ha tratto fuori uno, la terra, e ne ha fatto un idolo, un assoluto che non vede la sofferenza, non ascolta i gemiti, non tocca le ferite, ed esige sacrifici umani, l’olocausto di un intero popolo. E bisogna anche stare attenti nello spargere il sangue, perché per aver sparso troppo sangue dei nemici Dio, almeno secondo la Scrittura letta da Amos Luzzatto, non fece costruire a Davide il santuario, che poi fece invece costruire a Salomone. In ogni caso Israele ha pensato bene, nel 2018, di varare una legge costituzionale in cui stabilisce in modo definitivo – costituzionale – che lo Stato di Israele è uno Stato etnico, dove gli Ebrei hanno il diritto esclusivo all’autodeterminazione nazionale, e gli altri non sono nessuno.

È difficile che questo disegno giunga a buon fine, in ogni caso non è destinato a durare, troppo essendo in contrasto con il diritto internazionale, la pietà dei popoli e la stessa fede di Israele. Ci vorrà del tempo e passaggi storici che oggi non possiamo prevedere, ma un giorno verrà in cui i due popoli, convertendosi dall’odio del passato, potranno vivere insieme nella pluralità delle loro culture e delle loro fedi.

(Fonte:  “Come Loro” - 17 settembre 2025)

Dopo la morte di Paolo Mendico - Alberto Pellai: “Paolo viveva in trincea, la scuola non deve voltarsi dall’altra parte” - Mons. Luigi Vari: “I ragazzi sono soli ma insieme possiamo riaccendere la speranza”


Quattordicenne suicida a Latina. 

Alberto Pellai: 
“Paolo viveva in trincea, 
la scuola non deve voltarsi dall’altra parte”

Paolo Mendico, 14 anni, vittima di bullismo, si è tolto la vita alla vigilia del rientro in classe. Mentre la magistratura indaga, lo psicoterapeuta Alberto Pellai invita scuole e adulti a diventare comunità educanti: “Ogni ragazzo ha diritto a sentirsi protetto, ascoltato e accompagnato”

(Foto ANSA/SIR)

Un ragazzo sensibile, appassionato di musica e di pesca, benvoluto da chi lo conosceva davvero, ma da anni vittima di bullismo. Una storia di dolore e solitudine quella di Paolo Mendico, 14 anni, che in provincia di Latina l’11 settembre si è tolto la vita poche ore prima del ritorno in classe. Mentre la Procura di Cassino indaga per istigazione al suicidio, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha disposto ispezioni nelle scuole frequentate dal giovane. “Serve una comunità educante che non volti lo sguardo dall’altra parte”, avverte in questa intervista al Sir Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e autore di numerosi libri sulla genitorialità, l’adolescenza e la prevenzione del disagio giovanile. Proprio ieri l’uscita dell’ultimo, “Esci da quella stanza”, firmato insieme alla moglie e collega Barbara Tamborini (ed. Mondadori).

Dottor Pellai, la tragedia di Paolo ha scosso l’Italia. Che cosa ci dice questo episodio sulle difficoltà e fragilità dei nostri adolescenti

Alberto Pellai – foto da FB
Oggi l’adolescenza affronta le stesse sfide di 20 o 30 anni fa, ma in un contesto molto più complesso e pieno di trappole.

Paolo viveva come in trincea, nel mondo reale e in quello virtuale, con una fortissima percezione di impotenza.

Non riusciva a tutelarsi né a mantenersi integro. Il gesto estremo compiuto il giorno prima del ritorno in classe ci dice che anche la scuola era per lui un campo di battaglia, non quel luogo sicuro che dovrebbe essere.

I suoi genitori affermano di avere più volte segnalato le vessazioni alla scuola, ma di non aver ricevuto risposte…

Se le indagini e le ispezioni confermeranno che la scuola, ambiente deputato all’educazione, non ha saputo cogliere il problema, significa che il luogo educativo per eccellenza ha fallito. Cambiare scuola, come spesso suggerisce il terapeuta in casi simili, non dovrebbe essere una fuga, ma una scelta. Non vedere il dolore di un ragazzo che chiede aiuto e non essere in grado di proteggerlo è una sconfitta dell’intero sistema.

Che cosa scatta nella mente di un ragazzo bullizzato per portarlo a un gesto senza ritorno?

Il suicidio nasce da una disperazione profonda, dalla totale perdita di speranza che le cose possano cambiare. Quando un adolescente si sente invisibile, non ascoltato, impotente, la vita perde senso. Se non c’è una via d’uscita, si chiede:

“Che cosa sto a fare qui ?”.

È una condizione devastante, soprattutto se nessuno interviene.

Perché è tanto difficile per un ragazzo così giovane elaborare strategie di resilienza?

A 14-15 anni non si ha ancora la capacità di autonarrazione evoluta. Un adulto può dire: “Fra tre anni sarai tu, con la tua sensibilità e le tue competenze, a guardare dall’alto in basso chi ti ha fatto soffrire”. Ma per un adolescente, che vive nel presente assoluto, è molto difficile avere questo livello di elaborazione.

E se quel presente è insopportabile, non vede alternative.

Lei parla spesso di educazione emotiva. In che modo può aiutare a prevenire il bullismo?

L’educazione emotiva dà ai ragazzi la competenza, ossia la capacità, di sentire le proprie emozioni e quelle degli altri. Il bullo, viceversa, emotivamente incompetente, vede il dolore che provoca, ma ne è indifferente e anzi prosegue nei suoi comportamenti vessatori. All’interno di un gruppo educato all’empatia, invece, anche lo spettatore di atti di bullismo è portato ad empatizzare con la vittima diventando protettore, non complice.

Ritornando alla scuola: quale dovrebbe essere il suo ruolo?

La scuola deve essere un luogo emotivamente competente. Serve un referente interno, riconosciuto da tutti, al quale vittime e testimoni possano rivolgersi con fiducia e in totale riservatezza. Questa figura deve ascoltare, verificare, coinvolgere la vittima ed il bullo in un processo di riparazione, e monitorare il percorso. Deve, in altri termini, accendersi una “videocamera adulta” sul disagio, per impedire che si ripeta.

Il ministro Valditara ha parlato di una stretta sulla legge 70/2024. Può bastare o serve un cambiamento culturale più profondo?

La legge è importante, ma non basta. Il problema non è solo punire, ma chiedersi:

perché ragazzi così giovani producono danni così grandi? Che cosa è mancato nel loro percorso di crescita?

Quello che serve è piuttosto un ambiente educativo che alleni all’empatia, al rispetto, alla cooperazione.

Dobbiamo insegnare ad essere squadra, non branco.

Il mondo digitale ha un ruolo in tutto questo?

Sì. I ragazzi oggi “si allenano” alla vita nel mondo virtuale, che non ha cura né tutela dei principi educativi. Non è il web il nemico, ma l’assenza di una guida adulta e competente.

Il digitale contribuisce alla disumanizzazione della crescita;

nel tempo dell’età evolutiva dobbiamo invece coltivare intensamente l’umanità.

Che cosa direbbe a un adolescente che le confessasse di sentirsi solo e bullizzato?

Gli direi: “Hai fatto bene a dirmelo. Da oggi non sei più solo, ci sono io con te”. Lo accompagnerei nel percorso di cambiamento, facendogli capire che insieme possiamo trovare il modo per modificare le condizioni che lo fanno soffrire. In quanto psicoterapeuta ho specifici strumenti di lavoro;

tuttavia esserci, ascoltare e agire è compito di ogni adulto, nessuno escluso.

(fonte: Sir, intervista di Giovanna Pasqualin Traversa 18/09/2025)

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Dopo la morte di Paolo Mendico. 
Mons. Luigi Vari (Arcivescovo di Gaeta): 
“I ragazzi sono soli ma insieme possiamo riaccendere la speranza”

La morte del giovane Paolo interpella tutti: famiglie, scuola, Chiesa. L’arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, parla di solitudine, fragilità e responsabilità educativa. “I ragazzi sono irraggiungibili, ma non possiamo arrenderci”. Serve una rete di adulti capaci di ascolto, vicinanza e presenza. “Insieme possiamo asciugare lacrime e riaccendere la speranza”, l’invito del presule

(Foto archivio)

La morte di Paolo Mendico, quattordicenne di Santi Cosma e Damiano, ha sconvolto non solo la comunità locale ma l’intero Paese, sollevando interrogativi profondi sulla responsabilità educativa degli adulti. Alla fiaccolata in suo ricordo ha partecipato anche l’arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, che abbiamo raggiunto per riflettere sul senso di questa tragedia, sulla solitudine dei ragazzi e sul compito che attende la Chiesa, la scuola e le famiglie: “Da soli non ce la possiamo fare. Ma insieme possiamo asciugare lacrime e riaccendere speranza”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Eccellenza, Lei ha partecipato alla fiaccolata in memoria di Paolo. Come ha visto reagire la comunità di Santi Cosma e Damiano?

La comunità è, comprensibilmente, molto disorientata. Trovarsi al centro di una tragedia così profonda è come essere travolti da una bufera. Ho visto persone davvero provate, alcuni genitori piangevano in silenzio. C’è un senso di smarrimento, di inadeguatezza perfino nel parlarne.

Ma sono rimasto colpito dalla partecipazione così numerosa alla fiaccolata: mi è sembrato un modo per dire “noi ci siamo”.

Come possiamo, con i nostri limiti, ma ci siamo. E questo ha un valore grande.

Ha sottolineato che non si tratta solo di un problema locale. In che senso?

Non è un episodio isolato. Forme di violenza, soprattutto verbale, ma non solo, sono sempre più diffuse. E spesso, purtroppo, sono tollerate o sottovalutate. Il senso della fiaccolata era anche questo: ritrovare le parole giuste, un linguaggio più umano, più costruttivo. Ma questo messaggio riguarda più noi adulti che i ragazzi. Siamo noi che dobbiamo imparare – o reimparare – a prenderci cura.

Molti hanno raccontato Paolo come un ragazzo sensibile, intelligente, ma riservato. È sempre più difficile cogliere i silenzi degli adolescenti?

Sì. Molti ragazzi oggi sono, direi, irraggiungibili. Ma spesso siamo noi adulti ad arrenderci per primi. E allora quei gesti silenziosi, quelle richieste non dette, restano invisibili. Paolo aveva i suoi interessi, le sue passioni. Ma, da quanto ho saputo, tra tutte le sue attività mancavano gli amici. Questa solitudine, purtroppo, è sempre più diffusa. Ragazzi chiusi in camera, davanti a uno schermo. Il Covid ha aggravato tutto questo. E il nostro modello sociale, oggi, rende perfino difficile socializzare.

Da dove si può ripartire?

Serve un cambio di sguardo. Noi adulti abbiamo nostalgia di quando si giocava in strada, ma i ragazzi di oggi vivono in un’altra realtà. Non va giudicata, va capita.

Dobbiamo farci girare il cuore e la testa, non rassegnarci. È questo, credo, il primo passo. Perché ogni ragazzo, per il solo fatto di esserci, è portatore di vita, di futuro

Quando li vedo impegnati, quando li ascolto, mi riempiono di speranza. Spesso sono loro i nostri maestri: integrano con naturalezza, accolgono senza giudicare.

Eppure, ci sono anche responsabilità tra i coetanei: chi deride, chi esclude, chi esercita prepotenza. Cosa dice a questi ragazzi?

I bulli ci sono sempre stati. Ma prima c’era una rete che proteggeva. Oggi, molti giovani non sanno più a chi rivolgersi. La scuola? Non sempre. La politica? Spesso assente. La Chiesa? A volte percepita distante. E allora il più forte impone la sua legge. Ma non dobbiamo fare discorsi nostalgici. Dobbiamo custodire quella rete, rafforzarla.

E qui la comunità cristiana ha una grande responsabilità. Le parrocchie fanno molto, ma da sole non bastano.

C’è bisogno di una corresponsabilità educativa che coinvolga famiglie, scuole, associazioni, oratori. È il famoso “villaggio che educa”. E oggi quel villaggio, purtroppo, non sempre c’è.

Ha incontrato i genitori di Paolo. Che cosa si è sentito di dire loro?

È stato un momento molto toccante. Ho parlato con il fratello, poi con il padre e la madre. C’è un dolore che non si può né spiegare né cancellare. Il suicidio di un figlio lascia una ferita che resta. Ma la speranza, la fede, la solidarietà possono aiutare a non restare soli dentro quel dolore. Possiamo solo accompagnare, asciugare lacrime. E farlo insieme. Alla fiaccolata, a un certo punto, tutta la piazza ha pregato un’Ave Maria per Paolo. È stato un momento di comunione profondissima. Alla madre ho detto: “Non possiamo fare molto, ma con te possiamo pregare”. E, davvero, da soli nessuno ce la può fare. Ma insieme – come comunità, come Chiesa, come uomini – possiamo aiutare a riaccendere la speranza.

(fonte: Sir, intervista di Riccardo Benotti 22/09/2025)