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sabato 3 ottobre 2026

A ottocento anni della sua morte: Caro Francesco...

A ottocento anni della sua morte: Caro Francesco...

A ottocento anni dalla morte, il 3 ottobre del 1226, Francesco d'Assisi continua a inquietare la coscienza dei cristiani per le sue scelte radicali.
Pubblichiamo la bella lettera che mons. Vincenzo Bertolone (dal 15 settembre 2021 arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace) ha indirizzato, idealmente, a San Francesco nell’ottocentesimo anniversario della morte, offrendo una riflessione, seguendo le tracce delle parole di Dante, su quel “matrimonio” mistico con madonna povertà che sa ancora interpellare il nostro presente.

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Mons. Vincenzo Bertolone

A Francesco d’Assisi, povero

Predica agli uccelli (Anthony Falbo).

Caro Francesco,

ti scrivo per i tuoi ottocento anni. Non dalla nascita: dalla morte, la sera del 3 ottobre 1226, quando chiedesti di essere deposto nudo sulla nuda terra della Porziuncola. Per l’occasione, l’Italia ti ha restituito il 4 ottobre come festa nazionale. Il calendario, con quell’ironia che qualche volta sa essere più evangelica dei discorsi ufficiali, nel 2026 lo ha fatto cadere di domenica: niente ponte, niente giorno regalato. Una festa povera anche lei. Tu non te ne sarai doluto: eri abituato a ricevere doni che non si potevano mettere in banca.

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Da otto secoli, del resto, ti tirano per il saio. Nel 1926, per il settimo centenario, ci provò persino il regime: voleva un Francesco italiano d’ordinanza, possibilmente col saluto prescritto e senza troppe domande sul potere. Oggi ti arruolano gli ecologisti e i pubblicitari, i pacifisti e i venditori di sandali, gli uomini di governo e quelli che non vogliono sentir parlare di Dio. Ciascuno prende il lembo che gli serve e lascia il resto. Amavi il creato: dunque, diventi il patrono di ogni campagna ambientale. Andasti disarmato dal sultano: dunque, garantisci qualsiasi dichiarazione sulla pace. Chiamavi tutti fratelli: dunque, fai da sfondo a un convegno sulla fraternità. Purché, naturalmente, nessuno domandi che cosa accadrà il lunedì successivo.

Non me la prendo con chi ti invoca. Meglio invocarti male che dimenticarti del tutto. Mi chiedo però se, dopo averti invitato, ti lasceremmo parlare. Sul palco, col saio e i piedi nudi, faresti una magnifica figura. Il cerimoniere sorriderebbe; il fotografo ti chiederebbe di voltarti verso la luce.

Poi, verrebbe il momento delle domande, e lì comincerebbero i guai. Chiederesti perché chiamiamo fratello un uomo lontano e trattiamo come un intralcio quello che bussa alla porta. Vorresti sapere quanto è costato il convegno sulla povertà, chi ha preparato la sala, chi ha servito il pranzo e chi pulirà quando saremo andati via. Qualcuno guarderebbe l’orologio. Infine, il moderatore, con molta cortesia, ti toglierebbe il microfono per superamento del tempo.

Ti scrive un vescovo emerito, figlio di Giacomo Cusmano. Ho riletto il canto undicesimo del Paradiso, dove Dante racconta le tue nozze.

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La prima sorpresa è che a lodarti non sia un francescano, ma Tommaso d’Aquino, un domenicano; nel canto successivo Bonaventura ricambia parlando di Domenico. In cielo ciascuno celebra il santo dell’altra famiglia e denuncia le infedeltà della propria. Quaggiù facciamo più volentieri il contrario: portiamo in processione i nostri fondatori e conosciamo a memoria i difetti dei vicini. Per immaginare una simile concordia, Dante dovette salire fino al paradiso. A giudicare da quaggiù, aveva ragione.

Il canto, però, si apre prima di te con una diagnosi che non posso lasciare agli altri: «O insensata cura de’ mortali». Dante vede uomini affaccendati dietro il diritto, la medicina, il potere e gli affari. Nessuno di questi mestieri è un male; lo diventa quando l’occupazione ci fa «in basso batter l’ali». Da medico che si fece servo dei poveri, Cusmano mi ha insegnato che una professione può prendere entrambe le strade. Tu, Francesco, obblighi anche me a chiedermi dove portino oggi le mie ali.

Tommaso comincia da lontano: il Topino, il Chiascio, il Subasio. Sembra una lezione di geografia; poi lascia cadere il colpo: da quella costa «nacque al mondo un sole». Perciò chi parla di Assisi «non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente». Ascesi sarebbe già un bel nome: indica una salita. Ma tu, per Dante, non sei soltanto uno che è salito; sei una luce che è sorta per gli altri. Oriente, del resto, è un nome di Cristo: l’Oriens ex alto del Benedictus, il sole che sorge dall’alto per visitare chi siede nelle tenebre. Dante non ti mette al posto del Signore: la santità non inventa un’altra sorgente, apre una finestra. Quando lessi quei versi da giovane mi parvero un’iperbole. Ora che ho visto quanto buio sappiamo produrre, mi sembrano un bollettino meteorologico: c’è ancora bisogno che sorga il sole.

E quando il lettore si aspetterebbe l’elenco delle tue imprese, Dante parla di una donna. Per lei entrasti in contrasto con tuo padre; lei scegliesti davanti al vescovo, restituendo perfino i vestiti. Era madonna Povertà, una donna a cui, «come a la morte, la porta del piacer nessun diserra». Nessuno le apre volentieri. Era rimasta vedova per più di millecento anni, da quando Cristo era morto sulla croce. Non le era giovata nemmeno la fama di Amiclate, il pescatore di cui narra Lucano: così povero che, quando Cesare in armi bussò alla sua capanna, non ebbe paura, perché non aveva nulla da perdere. Neppure quell’esempio di libertà davanti ai potenti convinse il mondo a corteggiarla. Dante osa dire che, mentre Maria rimase ai piedi, lei salì col Crocifisso: «dove Maria rimase giuso, / ella con Cristo pianse in su la croce». Cristo morì nudo e l’ultima compagna fu la Povertà.

Tu, quella vedova l’hai risposata. E non fu la scenata memorabile di un giovane ribelle che getta i panni nella piazza. Di te Dante scrive: «poscia di dì in dì l’amò più forte». Giorno dopo giorno: ecco la parola che salva le nozze dalla retorica. La fedeltà non vive di una fotografia riuscita, ma del giorno dopo, e poi dell’altro.

Anche Bernardo da Quintavalle lo capì: «si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e, correndo, li parve esser tardo». Noi procediamo adagio, protetti da commissioni, cautele e rinvii, e ci sembra di correre. Bernardo correva e si giudicava in ritardo. E Bernardo non fu convinto da un piano pastorale: vide due volti lieti. Dante dice che la vostra concordia e i vostri «lieti sembianti» facevano nascere negli altri «pensier santi». Noi parliamo spesso di rinuncia con la faccia da funerale, e poi ci stupiamo che nessuno ci corra dietro.

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Devo però confidarti un dispiacere di famiglia: la tua sposa l’abbiamo lasciata vedova un’altra volta. Ci siamo accasati con signore di ottima dote. La signora Efficienza misura tutto tranne le persone. Madonna Visibilità teme di fare un bene se nessuno lo fotografa. Donna Sicurezza, prima di aprire una casa, domanda come potrà chiuderla senza perdite. C’è poi una cugina elegantissima, l’Immagine: non chiede se una cosa sia vera, ma come verrà percepita. Sono signore utili, bada bene, finché restano ospiti. Il guaio comincia quando prendono le chiavi di casa e mandano la Povertà a dormire nello sgabuzzino.

Non parlo soltanto del mondo. Parlo di noi, uomini e donne di Chiesa. Il povero entra facilmente nelle omelie, nei capitoli generali, nei piani pastorali e nelle fotografie di gruppo. Più difficile è farlo entrare nel luogo in cui si decidono i bilanci, gli orari, le destinazioni e l’uso delle case. A volte sappiamo con esattezza quanto vale un immobile e non conosciamo il nome di chi dorme sotto il suo portico. Diciamo che occorre prudenza. È vero: la prudenza è una virtù. Ma, quando serve soltanto a non rischiare nulla per nessuno, cambia nome; diventa paura con un buon ufficio stampa.

Tommaso, del resto, non concluse il tuo elogio spargendo incenso. Dopo aver lodato te, bastonò i suoi frati, divenuti ghiotti «di nova vivanda» e tornati all’ovile «di latte vòte». Vuoti di latte, ma forse pieni di vento. È una scena che conosciamo: molta alimentazione dell’io e poco nutrimento per il popolo.

Il santo domenicano non considerava la critica una mancanza d’amore. Proprio perché amava la sua famiglia, non la adulava.

Nel canto seguente Bonaventura farà lo stesso con i tuoi frati, divisi fra chi fuggiva la Regola e chi la irrigidiva: «ch’uno la fugge e altro la coarta». La memoria dei fondatori o è pungolo o è cipria. Anche questa sarebbe una bella usanza da importare dal paradiso.

Innocenzo accolse il tuo primo proposito; Onorio approvò la Regola. Poi attraversasti la crociata e arrivasti dal sultano al-Malik al-Kamil. Infine, venne il sigillo che nessun ufficio poteva rilasciare: «nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo». La Verna, le stimmate. Prima l’approvazione di un papa, poi quella di un altro, infine la firma di Cristo impressa non sulla pergamena, ma sulla carne. La tua Regola definitiva eri diventato tu.

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Qui cominci a metterci seriamente in difficoltà. Possiamo ammirare la rinuncia di un giorno, soprattutto se viene fotografata; tu chiedi che cosa avviene il giorno dopo. Che rapporto abbiamo con il denaro quando nessuno guarda? A quali comodità non sappiamo rinunciare? Quante nostre decisioni pensano prima alla sicurezza dell’opera e poi alle persone per cui l’opera è nata? Amministrare bene è un dovere, e chi spreca i beni destinati ai poveri non è evangelico: è irresponsabile. Ma si può avere un bilancio perfetto e un Vangelo in perdita. Si possono salvare tutti i muri e smarrire la porta.

So l’obiezione: la povertà è bella da cantare, meno da subire. Verissimo. Chi non riesce a pagare l’affitto, aspetta una cura o sceglie tra la spesa e una bolletta non ha bisogno di sentirsi predicare la bellezza della miseria. Tu non chiedevi al povero di accontentarsi; chiedevi a chi possedeva di convertirsi. La tua povertà era una libertà scelta per poter condividere; quella imposta agli altri è un’ingiustizia da combattere. Confondere le due cose significa rendere poetica la sofferenza altrui e lasciare intatta la nostra tavola.

Nel Testamento raccontasti da dove tutto era cominciato: «il Signore stesso mi condusse tra loro», tra i lebbrosi, e tu usasti loro misericordia. Non racconti un convegno ben riuscito sulla marginalità. Racconti un incontro che cambiò il gusto delle cose: ciò che prima era amaro divenne dolce. Il povero cessò di essere un argomento e prese un volto.

Ogni tempo ha i suoi lebbrosi: il malato psichico, il detenuto, il migrante, chi vive per strada, la donna ferita, il vecchio che non produce più. Noi, invece, possiamo discutere per ore di chi resta ai margini senza impararne il nome. Sappiamo persino difendere i poveri con eloquenza, purché non interrompano la riunione e non chiedano di vedere i conti.

Ti si cita spesso anche per la pace. Nel 1219 attraversasti le linee di una guerra e incontrasti il sultano. Andasti da cristiano, senza nascondere la fede; andasti disarmato e ascoltasti. È una combinazione che continua a sfuggirci. C’è chi chiama dialogo il tacere ciò in cui crede e chi chiama fedeltà il rifiuto di ascoltare. Tu mostrasti che si può annunciare il Vangelo senza usarlo come una clava. La pace non è neutralità davanti al male: è il coraggio di non somigliare al male che si combatte.

Oggi la parola pace è pronunciata in sale ben riscaldate, mentre fuori aumentano le armi, i morti diventano cifre e ogni parte custodisce con cura la memoria dei torti subiti, molto meno quella dei torti inflitti. Le guerre trovano sempre un cappellano abusivo disposto a benedirle; i costruttori di pace, invece, devono pagarsi il viaggio.

Forse ci chiederesti anche perché la pace debba cominciare sempre a casa degli altri. La invochiamo tra i popoli e coltiviamo piccole guerre nelle comunità, nelle famiglie, nelle parrocchie, perfino nelle sacrestie. Basta una nomina, un’eredità, una precedenza in processione, e Caino ritrova energia. Parliamo di dialogo internazionale e non salutiamo il confratello del corridoio. Tu, che chiamavi fratello persino il lupo, ci domanderesti almeno di non sbranare l’agnello.

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E c’è il creato. Ti immaginiamo volentieri mentre chiami fratello il sole e sorella l’acqua. Ma non ti basterebbe sentirci recitare il Cantico davanti a un bel paesaggio. Ci domanderesti come usiamo l’acqua, quante cose ancora buone gettiamo, chi paga il prezzo del nostro benessere e perché i poveri abitino spesso nei luoghi più inquinati. Cantasti fratello Sole quando i tuoi occhi erano ormai quasi spenti: la tua letizia non veniva dalla fortuna. Ci ricorderesti anche il verso che saltiamo più facilmente: «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale». Noi preferiamo fermarci al sole: illumina le fotografie e non rovina il ricevimento. La morte, invece, ricorda che non siamo proprietari nemmeno del nostro respiro.

Di questa tua libertà Giacomo Cusmano comprese qualcosa nella Palermo dell’Ottocento. Era medico: conosceva i corpi e sapeva riconoscere la fame. Da giovane aveva pensato di farsi frate cappuccino questuante; il suo direttore spirituale, Domenico Turano, lo volle sacerdote. Ma la questua gli restò nel sangue: per tutta la vita bussò alle porte perché il pane passasse da una mensa all’altra. Con il “Boccone del Povero” chiese alle famiglie di mettere da parte una porzione della propria mensa per chi non aveva pane.

Un boccone: parola piccola, capace di disturbare una tavola intera. Non si trattava degli avanzi: era una porzione del proprio pasto, messa da parte prima di mangiare. Il povero entrava così nella vita quotidiana di una famiglia, e chi donava rinunciava a qualcosa di suo.

Dante scrive che meritasti il cielo «nel suo farsi pusillo», nel farti piccolo: Cusmano avrebbe riconosciuto al volo quel diminutivo. Non la grande opera che permette al benefattore di ammirarsi, ma il pane quotidiano sottratto alla nostra sazietà. Chiamò i suoi figli e le sue figlie “Servi dei Poveri” e chiamò i poveri «i nostri padroni». Non assistiti, utenti o destinatari: padroni, davanti ai quali il servo rende conto. Chiese ai suoi la «posposizione in tutto al povero»: le comodità, le preferenze e perfino le strutture di chi serve devono cedere il passo al bisogno di chi è servito. E il 4 ottobre 1884, nella tua festa, i primi Fratelli della sua Opera vestirono l’abito.

Da figlio suo devo domandarmi per primo se quel nome governi ancora le mie scelte o sia diventato un’espressione che pronuncio volentieri. Cusmano avrebbe posto la domanda che nessun organizzatore di ricevimenti ama: e il povero, dove lo mettiamo? Non basta rispondere che gli porteremo un piatto. Siede con noi? Può dirci che cosa gli manca o decidiamo noi che cosa deve desiderare? La carità senza ascolto lascia intatto il posto di ciascuno: noi a servire, purché restiamo padroni; lui a ringraziare, purché non disturbi. Il “Boccone”, invece, rovescia la prospettiva: il povero non riceve gli avanzi della nostra vita; ci restituisce il Vangelo che avevamo smarrito.

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Non ti scrivo, dunque, per chiederti di approvare le commemorazioni dell’ottavo centenario. Alcune saranno sincere, altre solenni, qualcuna persino utile. Ti chiedo di attraversarle come attraversasti la piazza di Assisi: libero abbastanza da lasciare per terra ciò che impedisce di chiamare Dio “Padre” e gli altri “fratelli”.

Se una comunità religiosa conosce meglio il valore dei propri immobili che il nome dei poveri del quartiere, dalle il coraggio di fermarsi. Se un uomo parla di pace e gode nel vedere umiliato l’avversario, comincia da lui. Se chi governa invoca la fraternità e poi considera vite di serie B quelle che non producono, non votano o non hanno documenti, avvicinati senza preavviso. E se io uso parole coraggiose ma difendo le mie piccole sicurezze, non risparmiarmi.

Immagino che, a questo punto, qualcuno ti suggerirebbe moderazione. «Frate Francesco», direbbe con voce affettuosa, «bisogna essere concreti». Tu forse risponderesti che proprio per essere concreto hai baciato un lebbroso, restituito i vestiti, attraversato una guerra disarmato e fondato una fraternità senza conto corrente.

Poi chiederesti: «A casa vostra, chi siede a capotavola?». È la domanda che l’ottavo centenario lascia a me e a chi legge. Chi siede a capotavola nelle nostre chiese, nei municipi, nei bilanci, nelle agende, nelle scelte politiche, nei conventi e nelle famiglie? Il povero, oppure la nostra tranquillità?

Morendo raccomandasti ai frati, «sì com’a giuste rede», come a eredi legittimi, «la donna sua più cara». Nessun testamento di beni: lasciasti loro in eredità la tua sposa, madonna Povertà, e comandasti che l’amassero fedelmente. Il tuo corpo «non volle altra bara». Moristi nudo sulla terra nuda: non perché la morte sia bella, ma perché non avevi più nulla da difendere e nessuno da escludere.

Ottocento anni dopo, la Povertà è ancora qui. Le riserviamo un posto d’onore nelle celebrazioni e uno molto più modesto nelle case e nelle decisioni. Eppure, continua a domandarci se il Vangelo, nelle nostre mani, sia diventato vita oppure arredamento religioso. La tua sposa non è invecchiata di un giorno. Dal tuo Oriente continua a sorgere: qui si è fatto tardi, ma Dante giura che è ancora mattina.

Prega per noi, Francesco. Non perché impariamo a parlare di te: in questo siamo già bravissimi. Prega, perché le parole che pronunceremo domenica arrivino vive fino a lunedì mattina.

Il 4 ottobre ti celebreremo. Il giorno dopo riapriranno uffici, banche, municipi, curie e porte. Se il povero tornerà a bussare e gli diremo di ripassare, la festa sarà riuscita; il Vangelo, no.
(fonte: Settimana News 03/10/2026)


Condividere la prosperità per una società giusta e pacifica di Gianrico Carofiglio

Condividere la prosperità 
per una società giusta e pacifica 
di Gianrico Carofiglio


Tra giugno e agosto di quest’anno, secondo uno studio del Centro Studi Cipnes Gallura-UniOlbia, nelle acque della Gallura sono stati rilevati 3.176 superyacht, cioè imbarcazioni di almeno 24 metri, e il valore stimato di 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari, circa 16,5 miliardi di euro al cambio medio del 2026.

Tanto per fornire un dato di paragone: la Campania, con 5,6 milioni di abitanti, riceve ogni anno dal Fondo sanitario nazionale circa 11,5 miliardi (dato del riparto 2023). Certo, il confronto è tra un patrimonio e una spesa annuale, ma restituisce un ordine di grandezza che aiuta a definire la questione. E la questione riguarda il paese in cui quegli yacht navigano, dove nello stesso momento ci sono persone che aspettano mesi per una visita specialistica nel servizio pubblico, bambini che non hanno nemmeno un pasto proteico al giorno e crescono in case sovraffollate e malsane, famiglie che a fine mese scelgono tra mangiare e riscaldare la casa.

Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa.

Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo.

Oggi rientrano tra gli indispensabili, a mio giudizio, il cibo sufficiente a mantenersi in salute e l’acqua potabile; un’abitazione stabile non sovraffollata, anche se piccola e semplice; la possibilità di alleviare le sofferenze che vengono dal freddo e dal caldo estremo; le cure mediche essenziali, comprese due che il dibattito pubblico tratta come secondarie, la salute mentale e le cure dentistiche. Per la psicoterapia nel servizio pubblico le attese sono spesso molto lunghe, e le cure odontoiatriche, salvo che per i minori e per le persone più vulnerabili, restano a carico dei cittadini, sicché chi non può permettersele rinuncia. Vi rientra un’istruzione che funzioni davvero, oltre all’accesso formale che sulla carta esiste: una scuola con insegnanti stabili e laboratori attrezzati nei quartieri ricchi, e con supplenti precari e aule cadenti in quelli poveri, non offre un servizio universale ma riproduce la disuguaglianza con l’avallo dello Stato. Vi rientra una connessione a internet, perché il lavoro, i servizi pubblici e la formazione passano ormai dal digitale, e un bambino senza connessione affidabile resta escluso da una parte crescente delle opportunità. Vi rientra la mobilità: in molte aree del paese il trasporto pubblico extraurbano è insufficiente, e chi non ha un’automobile non raggiunge il posto di lavoro, non accompagna i figli a scuola, non arriva al pronto soccorso quando l’urgenza non giustifica un’ambulanza. La geografia italiana trasforma la povertà economica in isolamento fisico.

Infine, ed è la voce più spesso dimenticata, la possibilità di partecipare alla vita collettiva senza la vergogna della povertà relativa. Il sociologo Peter Townsend ha definito poveri coloro che non possono permettersi le consuetudini e le attività ordinarie della propria società; Amartya Sen, discutendo la sua tesi, ha ricordato che già Adam Smith contava tra i bisogni la possibilità di presentarsi in pubblico senza doversene vergognare. Quella vergogna è spesso la forma più corrosiva del disagio sociale.

A questa lista va aggiunta una condizione che non è un bene né un servizio: la possibilità che la famiglia e il luogo in cui si nasce non decidano il futuro di una persona. È ciò che chiamiamo ascensore sociale. Perché funzioni, non basta che tutti possano formalmente andare a scuola: occorre che abbiano concrete possibilità di migliorare la propria condizione economica.

Va detto che il primo studio (pubblicato nel 2022) condotto sulle dichiarazioni dei redditi di genitori e figli, quello di Acciari, Polo e Violante, descrive un’Italia meno immobile di quanto indicassero le stime precedenti. L’indicatore misura quanto la posizione dei figli nella distribuzione del reddito dipenda dalla posizione dei genitori: più il valore è alto, più forte è il legame e minore la mobilità sociale. L’Italia registra 0,22, contro 0,18 della Danimarca e 0,34 degli Stati Uniti. La mobilità italiana risulta dunque leggermente inferiore a quella danese ma superiore a quella statunitense. Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove.

Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza.

Michael Sandel, ne La tirannia del merito, mostra che questa ideologia ha un intollerabile costo morale: produce nei vincitori una presunzione di superiorità che non hanno titolo a nutrire e nei perdenti un’umiliazione che non hanno motivo di provare, perché il fallimento viene trattato come colpa personale e non come effetto di condizioni strutturali. Così il sistema si protegge: chi sta in basso si chiede che cosa abbia sbagliato lui o lei, non perché le cose funzionino in quel modo.

In questo contesto va letta la resistenza viscerale a ogni forma di redistribuzione. L’espressione “invidia sociale”, usata di routine per liquidare qualunque proposta di tassare i grandi patrimoni, ne è la versione più efficace: converte una questione di giustizia in una questione di psicologia e la delegittima senza doverne discutere gli argomenti.

Vale la pena guardare da vicino la parola. Redistribuire significa distribuire di nuovo, e l’obiezione conservatrice sfrutta proprio quel prefisso: lascia intendere che esista una prima distribuzione — quella del mercato — giusta in quanto spontanea, e che ogni intervento pubblico la alteri. Ma quella prima distribuzione dipende già da regole sui contratti, sulla proprietà, sulle successioni e sul fisco: regole che qualcuno ha scritto e che si possono riscrivere. In questo senso, ogni sistema fiscale è redistributivo. Può esserlo in modo equo o, più spesso, iniquo. Può aggravare le ingiustizie oppure, al contrario, mettere in moto meccanismi sani ed etici di equità, dignità e prosperità condivisa.

(Fonte:  “La Stampa” - 30 settembre 2026)

venerdì 2 ottobre 2026

UDIENZA GENERALE 3/09/2026 Leone XIV: Nell’Eucaristia la vera ricostruzione della Chiesa che solo Dio può fare

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 30 settembre 2026


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All’udienza generale Leone XIV parla del recente viaggio apostolico in Francia e all’Unesco

Nell’Eucaristia la vera ricostruzione della Chiesa che solo Dio può fare


Dal Pontefice anche l’invito a recitare nel mese di ottobre il Rosario
per la fine delle guerre e un appello di pace per la regione etiope del Tigray

È nell’Eucaristia «la vera ricostruzione, il restauro della Chiesa che solo Dio può fare, per intercessione della Vergine Maria». Con ancora impresse nella memoria le emozioni del viaggio apostolico compiuto in Francia e all’Unesco nei giorni scorsi, Leone XIV ha rivissuto stamane all’udienza generale con i fedeli presenti in piazza San Pietro e con quanti lo seguivano attraverso i media le tappe principali della visita a Parigi, a Lourdes e a Metz.

«È stato un grande dono per me e per il popolo di Dio in quel Paese, e ne rendo grazie al Signore» ha detto nella catechesi, iniziando da Notre-Dame de Paris a ripercorrere le tappe nei quattro giorni trascorsi Oltralpe dal 25 al 28 settembre. Proprio la cattedrale «può simbolicamente» offrire «una chiave di lettura» del viaggio «che riassumerei in una parola: rinascita». Essa «solo sette anni fa sembrava ferita a morte da un enorme incendio, è adesso ricostruita e più splendente che mai» ed «è immagine della Chiesa di pietre vive, del popolo santo di Dio».

Ha rievocato il Pontefice i Vespri a Notre-Dame, ma anche, sempre nella Ville Lumière, la veglia allo stadio di Saint-Denis con i giovani — «i santi di Francia», li ha definiti —; gli incontri alla Maison Bakhita e con l’assemblea sinodale provinciale; e la messa in Place de La Concorde, dove «una notevole moltitudine, si estendeva per tutta l’Avenue des Champs Élysées fino all’Arco di Trionfo e oltre». E poi ancora il pellegrinaggio alla Grotta di Massabielle per venerare Nostra Signora di Lourdes e la sosta conclusiva a Metz, «regione della Francia e dell’Europa martoriata dalla Seconda guerra mondiale» dove «ha operato Robert Schuman, uno dei principali ispiratori del processo di unificazione» del Vecchio continente, ha spiegato il Vescovo di Roma.

Infine nei saluti il Pontefice ha lanciato un appello per la pace nel Tigray, in Etiopia, e ripetuto l’invito formulato a Lourdes domenica scorsa: «Il mese di ottobre, che inizia domani, sia occasione per recitare il santo Rosario, dedicandolo in modo particolare alla fine delle guerre e al raggiungimento della pace». Lo stesso Leone XIV guiderà domani pomeriggio la preghiera mariana con un migliaio di bambini nei Giardini vaticani.
(fonte: L'Osservatore Romano 30/09/2026)

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Leone XIV

Il Viaggio apostolico in Francia e all’UNESCO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero parlarvi del Viaggio apostolico in Francia che ho compiuto nei giorni scorsi. È stato un grande dono per me e per il popolo di Dio in quel Paese, e ne rendo grazie al Signore. Esprimo nuovamente la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno accolto, Autorità civili e Pastori della Chiesa, e a quanti, numerosissimi, hanno voluto incontrare il Papa o anche solo salutarlo per le strade, come apostolo di Cristo e messaggero di pace. Grazie a tutti!

Vorrei raccogliere i pensieri e le impressioni – ancora vivissime – di questa Visita pastorale intorno a un unico grande simbolo: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Lì, nel pomeriggio della prima giornata, abbiamo celebrato i Vespri della Beata Vergine Maria, una liturgia solenne e al tempo stesso festosa, in cui la musica, il canto e la bellezza del tempio facevano vibrare i cuori uniti nella preghiera.

Proprio Notre-Dame, con il dramma che ha vissuto, può simbolicamente illuminare tutto questo Viaggio apostolico, offrendo una chiave di lettura che riassumerei in una parola: rinascita.

La Cattedrale di Parigi, che solo sette anni fa sembrava ferita a morte da un enorme incendio, è adesso ricostruita e più splendente che mai. Quel disastro ha provocato una reazione positiva a tutti i livelli, alcuni più visibili e pratici, altri più nascosti, di ordine spirituale.

Il suo restauro è stata una prova della possibile collaborazione tra Chiesa, Stato, istituzioni pubbliche e società civile. Questo atteggiamento ha permesso di valorizzare al meglio la generosità dei benefattori come le competenze dei professionisti e delle maestranze. La sinergia per il bene comune dovrebbe essere lo stile normale delle istituzioni, delle forze politiche e sociali, di quanti hanno responsabilità civili ed economiche. È il messaggio che ho voluto consegnare alle Autorità francesi, come pure ai membri dell’UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che ha sede a Parigi, indicando qual è il criterio fondamentale su cui basare tale collaborazione: la dignità della persona umana.

Ma soprattutto Notre-Dame è immagine della Chiesa di pietre vive, del popolo santo di Dio.

È interessante mettere in parallelo la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale con la Veglia dei giovani avvenuta la sera stessa nel grande Stadio di Francia a Parigi. Due luoghi completamente diversi, eppure due eventi complementari, quasi uniti spiritualmente. Che cosa li univa? La Chiesa, che non è fatta di pietre o di cemento, ma di persone che amano Gesù Cristo perché sono state amate da Lui. A Notre-Dame c’erano i preti e i diaconi, le persone consacrate, gli operatori pastorali; allo stadio c’era la nuova generazione francese: nuova – direi – non solo per età, ma più ancora per spirito, per libertà di cuore e di fede. Giovani che hanno cantato, gridato, ma che sono anche rimasti in silenzio, in ascolto. Volti attenti e commossi, che manifestavano cuori desiderosi di verità e d’amore. A loro ho detto con gioia: “Voi siete i santi di Francia!”. Quella Veglia è stata un grande segno di speranza.

Così come lo è stato – nella piccolezza che Dio predilige – anche l’incontro nella Maison Bakhita, casa di accoglienza per diverse persone in difficoltà: uno dei tanti luoghi, frutti del Vangelo, in cui ci si impegna quotidianamente a servire con amore la dignità della persona umana.

Vi è tuttavia nella Chiesa in Francia un segno di rinascita che dura da alcuni anni, cioè il notevole e crescente numero di giovani e adulti che chiedono il Battesimo. Su questa bella “sorpresa” di Dio è in corso a Parigi un’Assemblea sinodale provinciale, nella quale sono potuto intervenire, incoraggiando il cammino dei catecumeni e dei neofiti, insieme alle comunità a cui appartengono.

Evento culminante della mia visita nella Capitale è stata la Messa in Place de la Concorde. Lì il segno della rinascita è apparso in modo sorprendente: l’assemblea liturgica, che nella vasta Piazza radunava i sacerdoti, il coro e una notevole moltitudine, si estendeva per tutta l’Avenue des Champs Élysées fino all’Arco di Trionfo e oltre. Al momento della Comunione, tutti hanno potuto accostarsi all’Eucaristia, distribuita in ogni luogo. Ecco la vera ricostruzione, il restauro della Chiesa che solo Dio può fare, per intercessione della Vergine Maria.

E allora era naturale e doveroso che, dopo Parigi, io mi recassi pellegrino a Lourdes, a venerare la Madre della Chiesa, Maria, colei che nell’ora della passione e della morte tiene accesa la lampada della fede e della speranza. A Lourdes il Signore, attraverso la materna premura della Vergine Maria, comunica a tutti, pellegrini e specialmente malati nel corpo e nello spirito, un messaggio di speranza e di rinascita. Un messaggio che ho voluto apertamente rilanciare: ogni vita umana, in qualunque condizione, anche di più grave fragilità, conserva la propria inviolabile dignità e merita di essere curata, accompagnata, sollevata dalla sofferenza con umana compassione e con l’ausilio dei mezzi offerti dalla scienza. Per questo Lourdes rappresenta per tutto il mondo un santuario della civiltà dell’amore. In questo contesto ho incontrato alcune persone vittime di abusi e ho chiesto loro di aiutarmi a esprimere anche ad altre vittime la volontà mia e di tutta la Chiesa di ascoltarle e camminare con loro mentre cercano la guarigione, riconoscendo il dolore causato nelle loro vite e lavorando per la prevenzione degli abusi.

Terza e ultima tappa del Viaggio apostolico è stata la città di Metz, in una regione della Francia e dell’Europa martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale. Lì ha operato Robert Schuman, uno dei principali ispiratori del processo di unificazione europea. L’Europa contemporanea è nata proprio come progetto di pace dopo la distruzione della guerra. Possiamo dire che ciò che è accaduto a Notre-Dame di Parigi con l’incendio, era avvenuto in Europa con la Seconda Guerra Mondiale. E l’Europa è rinata, sulla base di quei principi di democrazia, solidarietà e fraternità tra i popoli che molto devono alle sue radici cristiane. Anche oggi è su tali fondamenta e con questa “linfa” vitale che il progetto-Europa può rinnovarsi, in un mondo molto più globalizzato, dove il dialogo interreligioso riveste un ruolo di primaria importanza. Per questo, a Metz, ho incontrato i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose, i quali hanno letto e sottoscritto in mia presenza l’“Appello di Metz” per il dialogo e la pace.

Carissimi, il tema della mia Visita pastorale in Francia è stato “Pour que le monde ait la vie”, “Perché il mondo abbia la vita” (cfr Gv 6,51). Sono parole di Gesù, che riassumono tutta la sua missione di salvezza e che, durante il Viaggio, esprimevano in pienezza il senso evangelico di ogni incontro. Ora esse ispirino la nostra preghiera, nel chiedere a Dio che questo evento di grazia porti frutti abbondanti e duraturi.

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Saluti

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APPELLO

Rivolgo ora un appello per la regione del Tigray, in Etiopia:

I am following with deep concern the situation in Tigray and in the neighboring regions of Afar and Amhara, where hostilities have once again broken out. I extend my heartfelt plea to all parties to choose the path of dialogue. Armed conflict never solves problems but only worsens them, leaving in its wake a trail of death, destruction, and resentment. Only honest engagement can lay the foundations for lasting peace.

It is my fervent hope that the international community will offer its generous and timely contribution, to ensuring that all humanitarian aid be provided to those in need.

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Domenica scorsa, a Bologna, sono stati beatificati tre sacerdoti martiri: Ubaldo Marchioni, diocesano, Elia Comini, salesiano e Martino Capelli dehoniano, uccisi nel 1944, in una fase drammatica della seconda guerra mondiale a motivo del disprezzo delle truppe naziste verso il loro ministero in favore dei parrocchiani. Il sacrificio supremo di questi ministri di Dio mostra ai cristiani di oggi il coraggio di farsi prossimo ai fratelli specialmente nel momento della prova.

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Missionarie Figlie della Sacra Famiglia di Nazareth, alla parrocchia Santa Maria della Valle in Scanno, come pure alle parrocchie di Ferrara di Monte Baldo e Tesero. Saluto poi il Centro formazione professionale “Artigianelli” di Fermo, gli studenti del liceo Visconti di Roma e quelli del liceo Gonzaga di Palermo.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il mese di ottobre, che inizia domani, sia occasione per recitare il santo Rosario, dedicandolo in modo particolare alla fine delle guerre e al raggiungimento della pace.

A tutti la mia Benedizione.


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Guarda il video integrale


Enzo Bianchi: L’amore passa attraverso il corpo

Enzo Bianchi
L’amore passa attraverso il corpo  
 
Famiglia Cristiana - 27 settembre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Non si incontra l’altro senza accoglierlo nella sua realtà, oltre l’attrazione e la repulsione

Occorre avere la percezione che l’altro non è un partner ideale davanti a me, né un tu qualsiasi, un altro e basta, ma è un altro in un corpo, un corpo con cui devo relazionarmi, un corpo che aspetta da me degli atteggiamenti, un linguaggio, perché per comunicare i corpi devono esprimersi. Si tratta dunque di riconoscere il corpo dell’altro realmente, non di definirlo solo in base a criteri di bellezza, avvenenza, crescita sana.

È normale che un corpo seduca, attragga, interessi, oppure respinga e faccia provare repulsione. Al riguardo, per incontrare l’altro occorrono molta attenzione, molta sapienza, molto esercizio per disciplinare le nostre emozioni e i nostri sentimenti: non possiamo amare l’altro solo se ci piace! È facile provare sentimenti di attrazione per chi è bello, giovane, piacevole, ma per amare l’altro occorre accogliere innanzitutto quel preciso corpo, perché la sua vita che voglio e devo incontrare è inscritta in quel corpo, nei suoi occhi, nelle sue labbra, nelle sue mani… L’altro non ha un corpo, che è una cosa: è un corpo! Se è un corpo, allora non posso accendere l’amore senza accogliere il suo corpo. Solo attraverso il corpo passa l’amore. Non esiste un contatto, una relazione con una persona, che non passi attraverso la relazione con il suo corpo. Chiediamoci semplicemente: perché Francesco di Assisi ha baciato un lebbroso? Non ha amato un lebbroso facendogli la carità o pregando per lui: l’ha baciato!

Nella relazione è anche il corpo che parla: parla da giovane e da anziano, da sano e da malato, da bello e da brutto. Va detto che ogni corpo è una persona, ogni corpo – dice il cristiano – è “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19). Ogni corpo è un membro del corpo di Cristo.
(fonte: Altrimenti, blog dell'autore)


giovedì 1 ottobre 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN FRANCIA E VISITA ALL'UNESCO (25-28 SETTEMBRE 2026) - Conferenza stampa in aereo: «L’estrema destra non ha niente a che fare con il cristianesimo. Umanità in pericolo per l’Intelligenza artificiale? Al momento dormo tranquillo»

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN FRANCIA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)

25-28 SETTEMBRE 2026

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Lunedì, 28 settembre 2026
(durante il volo di ritorno)

METZ - ROMA 

19:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine”
Conferenza stampa
20:50 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino

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Il Papa in aereo:
«L’estrema destra non ha niente a che fare con il cristianesimo. Umanità in pericolo per l’Intelligenza artificiale?
Al momento dormo tranquillo»

Il Papa risponde in aereo a sei domande dei giornalisti e affronta temi cruciali: dagli abusi sistematici nella Chiesa al delicato dibattito sul fine vita in rapporto alla laicità dello Stato, al pericolo del riarmo, ai rischi dell’Intelligenza artificiale e all’ascesa degli estremismi politici in Europa. «No sono un politico, ma la Chiesa ha il dovere di parlare», spiega. Ecco il testo integrale tradotto in italiano.


Matteo Bruni: «Questo è un viaggio che ha reso molto felici molti francesi con la sua presenza, con le sue parole. Con le sue parole penso abbia toccato anche delle corde profonde del popolo francese. Penso abbia reso felici anche molti cattolici, molti cristiani, che hanno sentito di essere confermati nella fede. Però forse magari può cominciare lei a dirci come lei ha sentito questo viaggio».

Papa Leone: «Parlerò in inglese. Prima di tutto grazie per il lavoro che avete fatto. penso che siate stati molto impegnati negli ultimi quattro giorni. È stato un programma molto intenso e sono stati quattro giorni letteralmente ricchi di tante benedizioni. Quasi dei miracoli, direi, specialmente il tempo trascorso a Lourdes, camminando e accompagnando tante persone malate e sofferenti e vedendo come la grazia della presenza di Dio, manifestatasi in tanti modi diversi, tocchi il cuore delle persone, trasformi le loro vite e, per usare un’espressione già menzionata, restituisca dignità ai malati, agli anziani, a coloro che in alcune parti della società vengono scartati. Personalmente mi sono sentito molto benedetto per aver avuto il privilegio di visitare la Francia per incoraggiare soprattutto i giovani che, ovviamente, sono alla ricerca di qualcosa. È stato evidente allo stadio, quella sera in cui si sono riuniti 80 mila giovani provenienti da tutta la Francia, con il loro entusiasmo, la loro gioia e il senso di speranza che hanno trasmesso, ma soprattutto, credo, che hanno ricevuto e che saranno in grado di condividere con gli altri. Non per escludere altri, ma credo che questi sono stati momenti salienti, piuttosto significativi. E sono contento di avervi avuto in questo viaggio».

Cyriac Zeller (I.Media) Ieri, durante una conferenza stampa, le vittime che lei ha incontrato ci hanno detto che lei ha riconosciuto la natura sistemica degli abusi sessuali nella Chiesa. È così? Potrebbe spiegarci la sua posizione su questo? Lei crede che gli abusi sessuali nella Chiesa siano sistemici?

Papa Leone: «Senza voler contraddire nessuno e poiché ritengo che sia molto importante, innanzitutto vorrei precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere alle altre vittime la disponibilità, mia e della Chiesa, ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso.

Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, hanno agito in modo abusante come sistema. Ma penso sia importante fare questa distinzione. L’abuso sessuale è innanzitutto un problema umano, quando si verifica all’interno della Chiesa, assume in realtà un’altra dimensione, perché la vita di fede delle persone viene profondamente ferita e talvolta persino distrutta. La Chiesa ha quindi una responsabilità particolare nell’accompagnarle e nell’aiutarle a cercare la guarigione. In questi termini ho parlato con loro di come la Chiesa sia stata vista come responsabile, ma allo stesso tempo ritengo che la Chiesa abbia una parte importante nell’aiutarle a trovare la guarigione».

Xavier Le Normand (Le Pèlerin) Il motto del suo viaggio apostolico è stato "Affinché il mondo abbia vita". Il tema del fine vita è emerso ripetutamente nei suoi discorsi; credo, anzi, che lei lo abbia menzionato in più della metà dei discorsi tenuti in Francia. Penso in particolare a quanto detto all'Eliseo e ieri a Lourdes, quando ha affermato che ciò che è legale non è necessariamente morale; un chiaro riferimento alla recente legalizzazione dell'eutanasia in Francia. In Francia vige anche il principio della "laicità", ovvero la separazione tra religione e politica. Ritiene che, nei momenti cruciali o quando la posta in gioco è alta, tale confine debba essere oltrepassato in nome del primato della coscienza? E, se sì, lei ha oltrepassato quel confine?

Papa Leone: «Grazie per la domanda. Direi che, secondo la concezione che la Chiesa ha della separazione tra Chiesa e politica - o tra Chiesa e Stato - io non ho oltrepassato quel confine. Le suggerirei di leggere o rileggere Magnifica humanitas: nella prima parte, nei primi capitoli dedicati alla Dottrina Sociale della Chiesa, spiego che quando la Chiesa parla della difesa della vita o di questioni di Dottrina Sociale, non sta facendo politica, bensì applicando il Vangelo alla vita delle persone. E queste persone possono essere politici — di sinistra o di destra, a seconda dei casi — che sostengono che la religione debba rimanere confinata alla sfera privata. E possono essere politici, se vogliamo, di sinistra o di destra, che sostengono che la religione debba rimanere esclusivamente nella sfera privata: ognuno faccia ciò che vuole per conto proprio, ma lo Stato debba restare separato. Il fatto è che, quando mi sono recato in Francia, l'ho fatto principalmente per predicare il Vangelo, per annunciare la Buona Novella, per riaffermare ciò che Gesù Cristo stesso dice: "Io sono la via, la verità e la vita". E quindi per proclamare la verità che Gesù ci offre. La difesa della vita è un principio che, come tutti sapete, la Chiesa insegna e in cui crede profondamente. Da un lato, ovviamente, sono consapevole che in Francia è stata recentemente approvata una legge in materia e che anche in altri Paesi europei, così come nel resto del mondo, è in corso un ampio dibattito sulle questioni legate al fine vita. Tuttavia, trovarsi in un luogo come Lourdes, dove le persone cercano qualcosa di molto più profondo e comprendono che la loro vita, anche in mezzo alla malattia, alla disabilità o a sofferenze di vario genere, ha un senso, è significativo. La Chiesa, nel nome di Gesù, vuole essere vicina a queste persone e riaffermare i valori che la vita stessa, a mio avviso, racchiude per tutti noi. Quindi direi che, se questo è fare politica, l'ho fatto; ma non intendevo certo immischiarmi nella politica francese. Volevo semplicemente insegnare ciò in cui la Chiesa crede realmente».

Íñigo Domínguez (El País) Lei ha parlato molte volte, incluso in questo viaggio, della cultura dello scarto che ci circonda, della emarginazione di chi non è considerato produttivo, tra cui gli anziani, i disabili. In Spagna abbiamo in questi giorni un caso che rappresenta un po’ tutto questo, che ha causato una grande indignazione nel Paese che è il caso di Maricarmen, una donna di 87 anni con disabilità alla quale hanno tolto la casa in cui viveva a Madrid perché non pagava l’affitto, glielo hanno alzato almeno cinque volte. Non so se conosce questa vicenda di Maricarmen, ma, in ogni caso, cosa pensa del problema della “vivienda” che esiste in tutta Europa, in tutto il mondo, dove la speculazione immobiliare espelle i vicini dalle città e i giovani non possono permettersi una casa. Cosa pensa di questo problema?

Papa Leone: «Credo che sia un buon esempio in cui la Chiesa, come comunità o esseri umani, anche persone che non hanno fede, debba trovare soluzioni più giuste perché non succedano questi casi. Non conosco il caso a cui si riferisce, però mi sembra che è una vicenda dove i vicini, la comunità, la parrocchia, la Diocesi e anche lo Stato debbano unirsi e dire: “Com’è possibile che un caso del genere succeda? Qual è il problema nel sistema che permette che un’anziana, peraltro con disabilità, sia cacciata di casa?". La Chiesa parla molto di scarto e di giustizia, invita, promuove a cercare di svegliare in tutti la capacità di rispondere con un senso più di essere umano, sensibile al dolore, alla sofferenza degli altri. Il problema della casa esiste in molti Paesi, è un problema a cui non può trovare solo una parrocchia, solo una Diocesi o la Chiesa stessa. Però credo che abbiamo una sfida grande, per cui dobbiamo esigere che il leader politici e le autorità cerchino soluzioni, perché sta aumentando evidentemente. Molte volte reagiamo solo nel momento di emergenza, ma dovremmo capire in realtà qual è la causa sistemica di questo problema e come aiutare».

Manuela Tulli (Ansa) Santità, lei oggi e in tutto questo viaggio ha sottolineato la necessità del dialogo e, rivolgendosi all’Europa, ha parlato dell’illusione del riarmo. Ma allo stesso tempo ha detto di avere il coraggio di fare delle rinunce, dei sacrifici per il bene superiore alcune della pace. Il conflitto in Europa è quello tra Russia e Ucraina. Cosa intendeva quando parlava di questi sacrifici? E poi, lei crede nel negoziato perché ha i suoi inviati: è andato prima monsignor Gallagher e in questi giorni c’è il cardinal Zuppi. Ma come si può parlare con uno Stato che aggredisce, bombarda e minaccia non solo l’Ucraina ma anche altri stati europei?

Papa Leone: «La prima cosa è sottolineare i principi della Dottrina sociale della Chiesa dove cerchiamo di non promuovere la violenza, l'odio, gli armamenti, i pericoli che ci sono nel mondo di oggi, anche da alcuni leader e Paesi che di nuovo iniziano a parlare di armi nucleari, di guerre che sono sempre più e più distruttive, soprattutto per la questione della vita umana. Continuare ad armare, a investire in questa tremenda industria militare che è già da molti decenni - dall'anno passato sono cinque anni - che continua a promuovere l’investimento militare. Alcuni popoli stanno crescendo moltissimo con un'industria che promuove la guerra. Quando con queste migliaia di milioni di dollari, si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la casa, le situazioni di disoccupazione, ecc. Tutti stanno cercando una voce che possa offrire un altro cammino, che non è quello di investire più sulle armi che solo promuove più e più la tensione che potrebbe risultare nell'esplosione di un'altra guerra, di un altro conflitto. E vediamo che la violenza, che queste potenze cercano sempre di imponere con il potere, invece di dialogare e promuovere negoziazioni per le differenze che naturalmente possono esistere, andiamo sempre più e più vicino a una guerra, diverse guerre, a conflitti come ne vediamo mondo di oggi. Non è per essere politico o non politico, ma ci vuole una voce che cerca di promuovere i valori della dignità umana, dell'importanza della vita, della possibilità di spendere più sulla salute e l'educazione e meno sulle armi. Credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come in Russia e in Ucraina e in altri Paesi, a venire, a sedersi, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso. In quest'ottica, la Chiesa continua ad alzare la voce. Non possiamo obbligare nessuno, a volte sembra che può sembrare inutile, ma continuiamo a parlare, continuiamo a invitare, continuiamo ad annunciare il Vangelo.

Justin McLellan (National Catholic Reporter) A Parigi, lei ha parlato dell'urgente necessità di un discernimento etico riguardo allo sviluppo dell'Intelligenza artificiale e, sulla scia di molteplici cyberattacchi perpetrati da agenti di IA, diversi leader del settore tecnologico hanno avvertito che questa tecnologia potrebbe distruggere il mondo. Quanto è preoccupato che l'IA possa rappresentare rischi catastrofici per l'umanità o addirittura spazzarla via del tutto, e cosa devono fare le nazioni, in particolare gli Stati Uniti e la Cina, per garantire che le loro tecnologie siano sicure per l'umanità? Lei ha paura?

Papa Leone: «Se qualcuno mi chiedesse: "È nel panico?". No, non lo sono, la notte dormo. Ritengo tuttavia che le preoccupazioni sollevate da molti esperti e specialisti dell'IA debbano essere prese sul serio. Non penso che si tratti di fake news, come hanno detto alcuni, diffuse nel tentativo di ottenere un qualche tipo di beneficio economico o di altro genere. È interessante notare che proprio oggi ho letto che il capo di Nvidia sostiene di aver trovato il modo di inserire nell'IA determinati paletti, per così dire, o limiti, affinché non escano dalle loro specifiche unità e non causino i danni di cui si parla. Si tratta dello stesso uomo, tuttavia, che afferma che non dovrebbero essere posti limiti e che non dovrebbe esserci alcuna regolamentazione governativa ecc. Questo è un problema su cui penso che dobbiamo sederci e discutere. Dobbiamo continuare a invitare i leader politici, i leader dell'IA, le organizzazioni sociali e le associazioni a riunirsi per analizzare ciò che sta già accadendo e ciò che potrebbe accadere in futuro. Dire semplicemente: "Oh, non succederà", e chiudere gli occhi davanti a questo, non credo sia il modo più responsabile di affrontare la questione. Il Vaticano ha organizzato una propria Commissione sull'Intelligenza artificiale che, da un lato, è nata come un modo per coordinare ciò che noi stessi stiamo facendo nella Santa Sede, come stiamo usando l'IA, quali sono i rischi e quali i benefici. Ma da quando è stata pubblicata la Magnifica Humanitas, siamo stati contattati da molte persone e quindi stiamo cercando di continuare a promuovere il dialogo, lo studio, l'indagine, per trovare modi per garantire che l'IA non arrivi al punto di poter distruggere l'umanità o di escludere l'umanità dal dibattito. Sono relativamente ottimista sul fatto che se ne possa riuscire. Penso che ci siano abbastanza persone seriamente interessate a questo e disposte a considerarlo al di fuori delle questioni di potere, di chi arriva primo, di cosa succede quando l'IA diventa quella che chiamano Intelligenza artificiale generale e via dicendo».

Ludwig Ring-Eifel (KNA) Oggi ci trovavamo a Metz, molto vicino al confine tedesco. Ma finora non è ancora andato in Germania. Quindi la mia domanda fondamentale è: quando possiamo aspettarci di vederla dall’altra parte del confine? Alla luce anche di due sviluppi che forse preoccupano lei stesso, ovvero il costante declino della Chiesa cattolica in Germania e l’incredibile ascesa dei partiti estremisti in Germania, che minacciano di mandare in frantumi l’enorme consenso a favore dell’Europa di cui lei ha parlato oggi.

Papa Leone: «Con tutta umiltà, posso dire che sono Papa solo da circa quindici mesi. Ci sono molti luoghi che non ho ancora visitato. Ho ricevuto un invito. Spero davvero di tornarci; cioè, ci sono già stato, ma non come Papa. Spero però di visitare la Germania, così come spero di visitare molti altri Paesi. Ma non ho ancora un programma, sto ancora lavorando al programma per il prossimo anno, e l’unico viaggio stabilito è per la Giornata Mondiale della Gioventù in Corea. Ma grazie per la vostra pazienza e per la domanda. Circa la frase che ha detto, cioè che la Chiesa è in declino in Germania o il calo dei fedeli, in passato si è detto lo stesso della Francia, eppure abbiamo visto cosa è successo negli ultimi quattro giorni. Credo che se ritroviamo il vero spirito missionario e il modo giusto di agire, ci siano ancora moltissime persone in Germania che vogliono vivere e celebrare la loro fede cristiana e cattolica. E quindi sono ottimista al riguardo, anche se riconosco i problemi, riconosco le diverse cause che hanno colpito duramente la Chiesa, ma che hanno colpito, se vogliamo, anche la Chiesa evangelica o protestante in modo molto duro, e hanno colpito la società più o meno allo stesso modo. Ma spero davvero di riuscire a raggiungere queste persone. Spero davvero di continuare a lavorare con i leader della Chiesa in Germania e di trovare il modo di rispondere alle loro esigenze. Sarebbe interessante studiare e analizzare se e in che modo possa esserci una correlazione, ad esempio, tra la crescita di questi gruppi di estrema destra e il fatto che anche l’estrema destra si stia frammentando. Ora, come si può vedere, quel particolare gruppo sta diventando ancora più estremista insieme ad altri cosiddetti gruppi di estrema destra. Allo stesso tempo, si assiste a una combinazione di questi punti di vista di estrema destra con un certo tipo di religione, che non solo secondo me, ma anche secondo quanto affermato dai leader della Chiesa cattolica e di quella protestante in Germania, non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo. E ancora una volta torniamo ai valori del Vangelo, che non riguardano l’odio e la divisione, ma la comprensione, la compassione e l’accompagnamento. Spero profondamente – e spero che anche la Chiesa possa farne parte – che riusciamo a trovare il modo di raggiungere la maggioranza delle persone di buona volontà, affinché comprendano quanto sia importante il loro impegno, anche in termini di partecipazione ai processi politici, per compiere scelte chiare a favore del bene comune e non a favore di idee estremiste che potrebbero causare danni ben più gravi di quanto ci rendiamo conto in questo momento. Penso quindi che saremo tutti di incoraggiamento in questo senso. Ancora una volta, la Chiesa, la Dottrina della Chiesa, parla, insegna e predica ciò che crediamo siano questi valori vivificanti e non la distruzione, la divisione».

Infine «Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare le tantissime persone che lavorano dietro le quinte e che non ricevono gli applausi che il Papa riceve quando passa, ma che hanno contribuito in modo determinante all’organizzazione di questo viaggio: sia le persone della Santa Sede, sia quelle in Francia, i vescovi francesi, sia i tantissimi laici che hanno lavorato all’organizzazione delle diverse attività. Quindi è un modo speciale per esprimere gratitudine verso tutti loro. Grazie».
(fonte: Famiglia Cristiana 28/09/2026)

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