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domenica 13 settembre 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 45 - 2025/2026 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 18,21-35

Con questa parabola, propria dell'evangelista, si conclude il "Discorso Ecclesiale", quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel Vangelo di Matteo. Il brano è una esortazione sull'importanza del perdono all'interno della comunità, di come il rapporto tra i fratelli deve necessariamente essere il riflesso del rapporto che Gesù ha con ciascuno di noi. Si tratta di mettere in pratica la Giustizia, una giustizia più grande e totalmente differente dalla nostra, propria di coloro che amano così come da Dio sono amati. E' la disparità della Giustizia del Padre, che è viscere di misericordia, dono e perdono infiniti. «Alla giustizia della Torah, che discrimina e uccide, succede quella dello Spirito di Dio, che è misericordia e dà la vita» (cit.). Il perdono è il cuore pulsante della vita della Chiesa, perdono che fa di noi dei figli amati, affinché perdoniamo e amiamo i fratelli. Infatti, un amore che non perdona non è amore. Il peccato più grave, infatti, non è il debito contratto con il Padre (diecimila talenti sono una cifra spropositata, impossibile da restituire, pari a circa sessanta milioni di giornate lavorative), ma il credito nei confronti del fratello che osiamo far valere (una cifra irrisoria, l'equivalente di cento giornate di lavoro). Come Chiesa, perciò, siamo chiamati a sempre perdonare come da Dio siamo perdonati, a usare misericordia nei confronti dei nostri fratelli come il Signore ha misericordia di noi. Il cuore della Legge di Dio è il perdono, il segno più grande dell'appartenenza alla sua famiglia. E parafrasando il Santo Curato d'Ars, possiamo anche noi affermare che «perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto».