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martedì 25 agosto 2026

APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

sabato 22 agosto 2026

Minori e digitale. - Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Minori e digitale.
 
Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Proteggere bambini e ragazzi da contenuti dannosi sui social, ma anche preservare il loro sviluppo neurocognitivo. Questo è il filo conduttore delle leggi approvate in Australia e Francia, ora da rivedere dopo che il Consiglio costituzionale francese ha censurato l'articolo 1 della legge, e di una proposta di legge presentata in Italia

Foto Calvarese/SIR

L’uso di smartphone, tablet e social da parte dei minori preoccupa sempre di più per gli effetti che può provocare su bambini e adolescenti. Una preoccupazione condivisa in tutto il mondo e sostenuta da diversi studi. Intanto, il 15 aprile 2026 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che un’app europea per la verifica dell’età è tecnicamente pronta e sarà presto disponibile per consentire agli utenti di dimostrare la propria età quando accedono alle piattaforme online. Questa soluzione risponde al dovere di

“proteggere i nostri figli nel mondo online, così come lo facciamo nel mondo offline”,

ha spiegato la presidente, in modo efficace e armonizzato a livello europeo. Sarà facile da usare, perché la si potrà configurare con il passaporto o la carta d’identità che serviranno per dimostrare la propria età quando si accede ai servizi online, “nel rispetto dei più elevati standard di privacy al mondo” e su qualsiasi dispositivo. Ed è anche completamente open source, cioè potrà essere utilizzata dai Paesi partner su scala globale. “L’Europa offre una soluzione gratuita e facile da usare che può proteggere i nostri figli da contenuti dannosi e illegali” e le piattaforme “non avranno più scuse”.

La prima nazione al mondo ad aver adottato una legge sul divieto dei social ai minori è l’Australia. La nuova norma è entrata in vigore il 9 dicembre 2025 in Australia, stabilendo che i ragazzi sotto i 16 anni non possono più accedere o aprire account su YouTube, TikTok, Facebook, Snapchat, Instagram, X, Reddit, Twitch e Threads. Previste multe milionarie per le aziende che non rispettino il divieto, mentre i ragazzi under 16 o i loro genitori non vengono sanzionati o multati se riescono ad accedere. Per evitare sanzioni le piattaforme devono individuare e disattivare gli account di under 16; impedire la creazione di nuovi account; contrastare i tentativi di aggiramento; prevedere procedure per correggere gli errori di identificazione dell’età. Neppure i genitori possono dare il consenso per derogare al divieto. L’accesso è vietato in modo assoluto sotto i 16 anni. A marzo 2026 la legge è stata perfezionata concentrandosi soprattutto sui social con caratteristiche come feed infiniti, sistemi di raccomandazione algoritmica, “like” e altre funzioni progettate per aumentare il coinvolgimento.

La Francia aveva approvato il 21 luglio 2026 una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. La misura sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° settembre 2026 per i nuovi profili, con un periodo di transizione per gli account già esistenti fino a gennaio 2027. Ma la legge ha subito una battuta d’arresto, nei giorni scorsi. Infatti, il Consiglio costituzionale francese ha censurato l’articolo 1 della legge sulla protezione dei minori dai rischi legati all’utilizzo dei social network, ritenendo che il divieto, così come formulato dal legislatore, producesse un’ingerenza, non sufficientemente giustificata, nella libertà di espressione e comunicazione. Il Consiglio costituzionale non ha stabilito che la protezione dei minori online sia illegittima. Ha contestato il modo in cui il legislatore francese ha cercato di raggiungere quell’obiettivo. La decisione è particolarmente rilevante perché è intervenuta a poche settimane dall’entrata in vigore prevista della misura e mette in discussione uno dei provvedimenti simbolo della politica francese di protezione dei minori nell’ambiente digitale. Alla luce di tutto ciò, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di preparare un nuovo testo della legge sul divieto dei social per gli under 15 “nel più breve tempo possibile”, un testo che sia “giuridicamente solido” e “tenga conto della decisione del Consiglio costituzionale e del quadro europeo”, ha riferito l’Eliseo.

Non sono solo i social fruiti da minori prima dei 15/16 anni a preoccupare. L’uso di smartphone e tablet inizia molto prima. Il neurologo Pierluigi Brustenghi, nel 2025, in un incontro promosso dal Centro per il libro e la lettura, spiegava:

“Da circa dieci anni stanno arrivando lavori che documentano quale danno dall’uso del digitale ha il cervello in età evolutiva. Il cervello matura a 25 anni, ma la maturazione è ritardata se i bambini sono precocemente dotati di smartphone e tablet, perché si producono alterazioni sinaptiche patologiche”.

Nel 2024 la Oxford University ha incoronato parola dell’anno l’espressione “brain-rot” che significa “cervello macerato”, “marciume cerebrale”.

(Foto Terre des Hommes)
Per rispondere all’allarme sociale che già i piccolissimi “scrollano” con in mano uno smartphone o un tablet, è presentata il 23 luglio al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società italiana di pediatria e a Fondazione Terre des Hommes Italia Ets la proposta di legge “Disposizioni per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a tre anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età”. Il disegno di legge prevede niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i tre anni, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi.

Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei bambini e bambine, codificandola come prassi estremamente dannosa e da evitare entro i tre anni di vita. Una legge per costruire un’alleanza con i genitori e che chiama a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino: corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri, tutti chiamati ad accompagnare il neo genitore a prendere coscienza di come, una crescita sana, non debba includere il digitale nei primi trentasei mesi di vita del bambino.

Di qui l’importanza della formazione dei professionisti sanitari, educativi e sociali sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali, nonché la costruzione di una struttura di governance atta a rendere la legge strumento dinamico e flessibile, capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno, con attenzione e rigore scientifico. La proposta nasce da un patrimonio crescente di evidenze scientifiche secondo cui l’esposizione precoce e non appropriata ai dispositivi digitali può avere ricadute sullo sviluppo dei bambini e delle bambine. La revisione della letteratura scientifica condotta dalla Commissione Dipendenze digitali della Società italiana di pediatria, che ha analizzato 78 studi sugli effetti dell’esposizione digitale, evidenzia infatti come

ogni 30 minuti di schermo in più al giorno possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio. Ed effetti negativi si riscontrano anche sulle capacità attentive ed esecutive, sulla regolazione emotiva, sul sonno e sulla relazione tra adulto e bambino.
(fonte: SIR, articolo di Gigliola Alfaro 17/08/2026)


martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)


giovedì 18 giugno 2026

Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?

Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?

La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo


Stavo parlando con Domenica di mio nipote, quel bambino che ha appena undici anni, quando è stato sorpreso dal rumore degli aerei militari israeliani sopra il cielo del Libano. La sua voce tremava mentre mi diceva: «Ho avuto tanta paura… così tanta che per poco non mi facevo la pipì addosso». Lo ha detto come solo i bambini sanno dire la paura: senza abbellirla, senza orgoglio, senza cercare di nascondere il terrore. Lo ha detto come se il suo piccolo cuore non riuscisse più a contenere tutto quel rumore, tutta quella notte, tutte quelle domande che non sa nemmeno come fare.

Raccontavo tutto questo cercando di nascondere il dolore tra le parole, quando si è avvicinata la nipotina di Domenica, la bellissima Sofia, di nove anni. Mi guardava con i suoi occhi grandi, occhi che non erano ancora stati sporcati dalle immagini della distruzione, né attraversati dai telegiornali come se fossero un destino quotidiano. Mi ha chiesto con innocenza: «E perché ha avuto paura?» Le ho risposto a bassa voce: «Per la guerra». Non ha aspettato molto. Mi ha lanciato subito la sua domanda successiva, come se avesse gettato una piccola pietra nel lago del mio cuore: «E che cos’è la guerra?»

Mi sono fermato.

Mi sono sentito smarrito.

Come si può spiegare a una bambina di nove anni che cosa sia la guerra? Come dirle che la guerra non è una parola scritta in un libro di storia, né un gioco tra due eserciti, né una storia che finisce con una vittoria e un eroe? Come dirle che la guerra è una madre che cerca suo figlio tra la polvere? Che è un bambino che dorme con le scarpe ai piedi, perché non sa quando dovrà scappare? Che è una finestra che trema, una casa che invecchia in un istante, un piccolo cuore che impara la paura prima ancora di imparare la vita?

Come dirle che la guerra è quando il rumore di un aereo diventa più forte della voce di tua madre che cerca di rassicurarti? Che la notte diventa lunga, come se non volesse finire mai? Che l’abbraccio di una casa si trasforma in un luogo che non sa più come proteggere i suoi figli?

Ho guardato Sofia e nei suoi occhi ho visto un mondo puro, che non merita di essere ferito. Ho visto una bambina che domanda perché non sa, e noi che non sappiamo rispondere perché sappiamo troppo. Avrei voluto dirle: la guerra, Sofia, è quando gli adulti dimenticano di essere stati bambini. È quando il ferro diventa più forte della misericordia, le urla più alte delle canzoni, e la paura un ospite pesante nelle case della gente.

Ma non le ho detto tutto questo.

Non volevo rovinare il suo sguardo interiore con immagini di morte, sangue e distruzione. Non volevo mettere nel suo piccolo cuore l’immagine di un bambino che si nasconde dal cielo, o di una madre che stringe i suoi figli come se le sue braccia potessero fermare i bombardamenti.

Le ho sorriso con tristezza e le ho detto: «La guerra, Sofia, è una cosa molto brutta, che accade quando le persone non sanno amarsi abbastanza». È rimasta in silenzio per un momento, come se cercasse di capire come sia possibile che le persone non sappiano amarsi. Poi mi ha guardato con quella innocenza capace quasi di spezzare il cuore.

E io sono rimasto con quella domanda dentro di me. Che cos’è la guerra?

La guerra non è soltanto aerei che bombardano, case che crollano, strade piene di macerie. La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo.

La guerra è quando alcuni bambini crescono in una sola notte, e alcuni adulti restano impotenti davanti alla domanda di un bambino.

Non ti auguro mai, Sofia, di sapere davvero che cos’è la guerra. Non ti auguro di sentire il rumore degli aerei nella notte, né di imparare a distinguere tra il tuono e il bombardamento, né di riconoscere la forma della paura sul volto di tua madre.

Ti auguro che la guerra rimanga per te una parola estranea, lontana, che non assomigli alla tua casa, al tuo letto, alla tua scuola o ai tuoi giochi.

E auguro ai bambini del Libano di tornare a essere soltanto bambini.

Di avere un po’ paura del buio, non del cielo.
Di piangere perché si è rotto un giocattolo, non perché è crollata la loro casa.
Di correre dietro a un pallone nel quartiere, non verso un rifugio.
Di addormentarsi sognando il domani, non aspettando che finisca la notte.

E quando un bambino mi chiederà di nuovo: «Che cos’è la guerra?» Io continuerò a sentirmi smarrito.

Perché alcune domande non hanno bisogno di una risposta. Hanno bisogno di un mondo che si vergogni di se stesso.

Sofia e la nonna
La foto di copertina è di Mahmoud Sulaiman/Unsplash
(fonte: Vino nuovo, articolo di Vincente Massoud Mohamed 16/06/2026)



sabato 11 aprile 2026

Gaza: 2 bambini uccisi o feriti ogni giorno, nonostante la tregua

Gaza: 2 bambini uccisi o feriti ogni giorno, nonostante la tregua

A 6 mesi dal cessate il fuoco la situazione resta drammatica. La denuncia di Save the Children: «Questa non è pace, il piano è fallito»

Mahmoud Shakshak, 36 anni, con i corpi dei suoi due figli Fady, 5 anni, e Sara, 8 anni, 
uccisi nel campo profughi di Al Shatea il 29 ottobre 2025, durante la tregua EPA

A sei mesi dall’accordo di cessate il fuoco a Gaza, la situazione per bambini e bambine nella Striscia resta drammatica: almeno due minori vengono uccisi o feriti ogni giorno. È quanto emerge dal monitoraggio condotto da Save the Children con altre quattro organizzazioni, Consiglio Danese per i Rifugiati, Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Oxfam e Refugees International.
I dati raccolti raccontano una realtà ben diversa da quella promessa. Le misure previste per garantire la protezione dei civili, l’accesso agli aiuti umanitari, la libertà di movimento, la ricostruzione e lo sviluppo economico, sono rimaste in gran parte disattese. Nel mentre la popolazione palestinese continua a vivere in condizioni di estrema difficoltà, tra insicurezza alimentare, accesso limitato ai servizi essenziali e continui attacchi. Le restrizioni alla libertà di movimento e gli ostacoli all’ingresso degli aiuti aggravano ulteriormente una crisi già devastante, colpendo in modo particolare bambini e bambine. «Questa non è pace per i bambini di Gaza. L'accordo di cessate il fuoco non si è tradotto in una reale protezione per i minori né ha creato le condizioni per la ripresa», denuncia Inger Ashing, CEO di Save the Children International.

Secondo l’organizzazione, che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, il piano promosso dall'amministrazione Trump e approvato dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è fallito: non ha infatti garantito protezione ai civili né accesso adeguato agli aiuti.
Per i bambini e le bambine di Gaza, la vita quotidiana resta segnata da privazioni e paura. La carenza di cibo, l’accesso limitato all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari e l’impatto continuo della violenza rendono impossibile una crescita sicura. A questo si aggiungono le conseguenze sulla salute mentale: traumi, stress e insicurezza stanno compromettendo profondamente il benessere psicologico di un’intera generazione. E, nonostante i bisogni crescenti, l’accesso umanitario continua a essere fortemente limitato. «Persino le sue disposizioni umanitarie – le più semplici da attuare – come l’ingresso degli aiuti, continuano a essere ostacolate. Siamo pronti ad ampliare il nostro intervento e a sostenere la popolazione di Gaza, ma dobbiamo poter svolgere il nostro lavoro», ha detto ancora Ashing.
(fonte: Famiglia Cristiana 10/04/2026)


martedì 3 marzo 2026

Ibrahim Faltas: Il rumore che spegne il suono

Ibrahim Faltas

Il rumore
che spegne il suono


A Gerusalemme la paura si sente e quasi si tocca. Le strade vuote, i luoghi di culto inaccessibili e i negozi chiusi della Città vecchia, i feriti e la distruzione di tante città della Terra Santa sono tornate ancora ad essere le immagini della sofferenza di questa terra martoriata. Sono cicatrici tangibili e ferite invisibili che rivelano il dolore e i traumi di quello che è accaduto con il nuovo e ripetuto inizio di una guerra infinita. A rompere il silenzio di una città deserta è il suono delle sirene che provoca angoscia nell’attesa di missili che porteranno ancora morte e distruzione. 
La paura è tornata con forza, o forse non era mai scomparsa, sabato mattina scorso, era sabato come quel tragico 7 ottobre 2023. 

Insieme agli insegnanti e al personale scolastico siamo riusciti a mantenere la calma necessaria per tranquillizzare i bambini in attesa dei genitori che avevano lasciato da poco i loro figli all’ingresso della scuola. Non è stato facile per le insegnanti trattenere le lacrime mentre rassicuravano i bambini che avevano appena recitato insieme la preghiera semplice di San Francesco prima di entrare in classe. Guardavo i bambini, il trauma nascosto nei loro occhi tristi, sentivo la consapevolezza e la responsabilità degli adulti, la loro sofferenza perché il ritorno alla violenza avrebbe portato ad un rinnovato allontanamento dalla serenità accogliente della scuola: questi pensieri e queste preoccupazioni mi affollano mente e cuore. 

Vicino ai Luoghi Santi viviamo una apparente normalità perché crediamo, preghiamo e speriamo ma il rumore assordante della guerra ci fa ritornare sempre alla realtà dolorosa. 
I bambini non conoscono la violenza, non conoscono le ragioni disumane della violenza e continuano ad essere le vittime innocenti dell'assurdità del male. I bambini conoscono e riconoscono solo il bene.

In questi momenti tremano ed è il male a farli tremare, è la paura di qualcosa che non conoscono a spegnere i loro sorrisi, i sorrisi di tutti i bambini che soffrono e muoiono nei paesi scenario di guerra. Muoiono e soffrono a Gaza, a Teheran, a Kyiv, a Tel Aviv. Sono spaventati, sono tristi, soffrono per la fame e per il freddo, hanno paura al riparo di tende bagnate, sono isolati nel buio di rifugi e di bunker, sono sepolti sotto le macerie di scuole e di case, non giocano, non usano penne e matite colorate. È questo il disumano risultato delle guerre. 

Dopo il 7 ottobre 2023 numerosi sono stati gli appelli e le richieste alla comunità internazionale di tornare ad essere umani. Lo hanno chiesto con forte intensità due Pontefici, autorità civili e religiose, uomini e donne semplici, personalità di rilievo. Le risposte non ci sono state e se ci sono state non hanno prodotto finora risultati e soluzioni a Gaza, in Terra Santa e in altre zone afflitte da anni di guerre e di violenza. 

Chi avrebbe dovuto rispondere alle richieste di pace? Quale umanità risponde all’umanità ferita? Sono domande che non riescono ad avere risposte se da anni continuano ad essere calpestati i diritti essenziali degli innocenti e se i doveri della comunità internazionale sono gestiti da interessi di economia bellica e da disinteresse per chi soffre. 

A Gaza bambini privati del diritto alla serenità invece di ricevere assistenza e istruzione sono costretti a cercare fra le macerie oggetti da poter rivendere in cambio di cibo e coperte. Quale umanità li sostiene e li aiuta mentre scavano fra la polvere e i ricordi di altri innocenti? Chi si ricorda ancora di loro? Quale umanità non consente di soccorrere chi stava cercando la salvezza e ha perso la vita nel mare che ora fa riemergere corpi e sogni di speranza? Quale umanità non rispetta i tempi e i modi di accordi che potrebbero dare tregua e respiro a chi aspetta la fine di violenze e di sofferenze non immaginabili? Domande a cui non abbiamo risposte, domande a cui non risponde l’umanità di chi, come afferma Papa Leone, ha la responsabilità morale di evitare che il male sia il protagonista assoluto di questi nostri tempi. 

La mia esperienza di vita in Terra Santa mi fa ancora credere e sperare nel cuore di esseri umani che amano il prossimo senza preclusioni e senza limiti, che offrono una mano amica, un ascolto attento, un abbraccio che riscalda l’anima. È questa l’umanità in cui dovrebbe riconoscersi ogni essere umano, è questa l’umanità che la comunità internazionale deve rappresentare. Diritti e doveri, responsabilità e rispetto sono elementi essenziali per restare umani, per credere, per avere fiducia e speranza nell’umanità, per eliminare il rumore della guerra e rappresentare il suono della pace.
(fonte: L'Osservatore Romano 02/03/2026)


sabato 21 febbraio 2026

Alessandro D'Avenia: Abusi - Non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. Se si toccano i bambini inizia l'abisso

Alessandro D'Avenia
Abusi

Non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole.
Se si toccano i bambini inizia l'abisso


Corriere della Sera, 9 febbraio 2026

Se il mondo oggi non ha pace è per via di bambini e minorenni. L’orrore dell’archivio Epstein è tutto qui: molti dei potenti che guidano il mondo, li usano e abusano. Non è una novità: purtroppo quella dell’infanzia è una storia millenaria di violenza, proprio perché il bambino è la categoria sociale più debole. Nel mondo antico i bambini erano oggetti, non individui. In greco per indicarli si usava il neutro, il genere delle cose inanimate: non avevano alcun diritto prima dell’età adulta, e chi non superava certi requisiti o riti di passaggio veniva abbandonato, reso schiavo o eliminato. In epoca romana il padre aveva potere di vita e morte sui bambini, l’infanticidio era normale e le bambine potevano essere date in sposa al primo mestruo. Basta rileggere Pollicino, Cappuccetto Rosso, Il pifferaio magico per vedere tra le righe una lunga storia di abbandoni, sacrifici, abusi, traffici, quel che resta dei cruenti miti antichi in cui Crono divora i figli, Agamennone sacrifica la figlia per vincere la guerra, Edipo viene abbandonato… Nella storia umana le civiltà che non proteggono i bambini prima o poi crollano per un motivo intrinseco alla socialità: non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. È lì la vera sfida del diritto nazionale e internazionale. Ho deciso di dedicare la mia vita professionale ai minorenni anche per questo.

In questo ambito, sono sempre rimasto colpito dalla inattualità di Gesù Cristo rispetto alla cultura del suo tempo. In un momento in cui i bambini erano oggetti, disse l’inaudito, come quando chiese ai discepoli: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso su chi fosse il più importante tra loro. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9). Quello che è stato ridotto a un invito sentimentale è una rivoluzione sociale, culturale e politica, proprio perché inserito in un discorso sul potere: dando al bambino una dignità divina e invitando ad accoglierlo secondo questa dignità, Cristo fonda una società nuova, a partire dal basso e non dall’alto come è sempre accaduto. Il bambino non è proprietà di nessuno perché è figlio di Dio, a chi lo educa è solo affidato: la creatura è come il creato, dato in custodia. Nel discorso di Cristo la parola per «servitore» è paidion, che significa sia «schiavo» sia «bambino», perché le due categorie, allora, coincidevano: erano proprietà di altri e in casa avevano gli stessi obblighi di servizio. Ai discepoli, che litigavano per le gerarchie di potere, viene proposto un regno la cui costituzione ha come articolo fondativo la difesa del più debole: nessuno sarà sottomesso o usato. Il bambino, la categoria sociale più indifesa, diventa criterio dei rapporti umani.

All’inizio della bella serie tv The chosen, i primi ad accorgersi dell’originalità di Cristo sono infatti proprio dei bambini (non li maltratta, li prende sul serio), perché Cristo non fonda una religione ma un modo nuovo di vivere le relazioni: «Amatevi come io vi ho amato», cioè dando la vita, anche per l’ultimo. Si può quasi dire che l’essere cristiani si manifesta nell’essere difensori dei bambini. Io l’ho imparato dal vivo da padre Pino Puglisi, insegnante di religione nel mio liceo, che fu ucciso proprio perché difendeva i bambini di un quartiere di Palermo, che la mafia usava come esercito, per spaccio e prostituzione. Un fatto che a 17 anni mi ha ispirato a diventare insegnante, e che ho raccontato in Ciò che inferno non è. Ma perché Cristo pone l’accogliere il bambino alla base del potere? Perché chi abusa di un bambino è pronto a compiere qualsiasi altro male: superata quella soglia, tutto diventa possibile. E lo dice senza mezzi termini: «Chi scandalizza (chi ferisce fisicamente o psicologicamente, diremmo noi) uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sprofondato nel fondo del mare» (Mc 9,42). La gigantesca macina non indica la punizione divina, ma descrive lo stato di oscurità in cui si trova chi usa o abusa, ferisce o uccide un bambino: ha dentro un abisso che inghiotte ogni cosa, il potere come sottomissione dell’altro.

Non è un caso che l’olocausto cominci con un progetto di eliminazione di bambini: Aktion T4 (lo racconta in modo magistrale Marco Paolini in Ausmerzen). Nell’agosto del 1939, il Reich emanò un decreto per cui, privi di conseguenze penali, medici e ostetriche dovevano eliminare i bambini (tedeschi) sotto i tre anni con disabilità mentali o fisiche. Successivamente tutti i genitori di bambini con disabilità furono spinti a far curare i figli in cliniche pediatriche specializzate, che in realtà erano reparti di soppressione. All’inizio l’operazione colpì i più piccoli ma poi coinvolse ragazzi fino ai 17 anni. Morirono più di 10.000 bambini. Accettato e fatto questo, proprio da chi doveva proteggere e curare, tutto divenne possibile: fu l’anticamera della camera a gas. Cristo non era un sentimentale, ma uno che smascherava il potere: se si toccano i bambini inizia l’abisso.

Le comunità cristiane, immerse nella civiltà greco-romana in cui abbandono o infanticidio erano normali e gli orfani diventavano schiavi, facevano tutt’altro e infatti crearono i primi brefotrofi e orfanotrofi. Le cose cambiarono anche nel diritto con Giustiniano, nel 529 d.C.: il bambino divenne persona giuridica, l’abbandono era considerato infanticidio e l’infanticidio come il parricidio. L’episodio evangelico che fondava il potere sul servizio a partire da un bambino, in cinque secoli divenne diritto, con la difesa della categoria sociale più debole. Una conquista non garantita una volta per tutte, perché ogni cultura deve decidere di nuovo su che basi costruire il potere. Non a caso le dichiarazioni dei diritti del fanciullo arrivano solo nel XX secolo, dopo gli abusi dell’era industriale: la volontà di potenza delle nazioni, che portò alle guerre mondiali, cominciò con lo sfruttamento del lavoro minorile. Oggi la questione è attuale in molti Paesi mediorientali e orientali, in Occidente riguarda più i diritti del nascituro, gli abusi in ambienti educativi, spesso proprio quelli religiosi, e ora gli effetti dei social sui minorenni.

Da qui bisogna partire per una società diversa. Qualche anno fa ho contribuito alla ricerca fondi per un ospedale che doveva acquistare incubatrici per bambini prematuri; queste macchine innovative prevedono, tra le altre cose, la simulazione attraverso vibrazioni della voce materna necessaria alla sopravvivenza di piccoli sottoposti a uno stress mortale. Questo uso della tecnologia mi ha commosso e ancor più il reparto: dove si lotta così per i più deboli la vita non può essere sottomessa e diventare proprietà di altri. Questa è la base della pace. Non possiamo stupirci dello stato bellico del mondo, se molti dei potenti che lo guidano a vari livelli – presenti nell’archivio Epstein – abusano di bambini e minorenni. Se rimarranno impuniti, insieme a coloro per cui Epstein lavorava, continueranno a portarci nel loro abisso.

(fonte: sito dell'autore)

domenica 1 febbraio 2026

“Prima i bambini!” Il Messaggio CEI per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita


“Prima i bambini!”
Il Messaggio CEI per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita


Pubblichiamo il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 1° febbraio 2026 sul tema “Prima i bambini!”.

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10)

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.
A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.
Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.

Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.

Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.

Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.

Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.

Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.

Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.

Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.

Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.

Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.

Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.
A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.
La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

Gorizia, 23 settembre 2025

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana


martedì 30 dicembre 2025

La pace «è il diritto di un bambino di non morire di freddo»




Don Bosco 2000:
la pace «è il diritto di un bambino di non morire di freddo»

Una tregua rimasta solo sulla carta, un rinnovato disinteresse globale, condizioni climatiche avverse, fame e freddo: «A Gaza non si muore più solo per le armi, ma di freddo, di fango e di abbandono», con «il meteo si accanisce su chi non ha più nulla». È la denuncia dell’Associazione “Don Bosco 2000” di Piazza Armerina (EN), in una nota odierna.

«Le immagini delle tende strappate dal vento, dei bambini che dormono per strada perché l'unico riparo è volato via», incalza l’Associazione, «ci dicono che l’umanità è arrivata al punto di rottura. Solo a dicembre, quindici persone, tra cui diversi neonati, sono morte per il gelo. È un dolore che non può lasciarci indifferenti».

La Don Bosco 2000 ha portato in strada a Piazza Armerina oltre duemila persone lo scorso 29 settembre, in una manifestazione per la pace a Gaza. Al termine di quell’iniziativa, gli organizzatori avevano inviato all’Ambasciata d’Israele una lettera «per chiedere pace e protezione per i civili». Ma quella lettera non è stata accolta ed «è tornata indietro, respinta, ma il nostro impegno non si è fermato a quel rifiuto».

«Oggi la popolazione è oltre il limite della resistenza», denuncia il presidente dell’Associazione Agostino Sella. «Le famiglie sono costrette a scappare, spostandosi da una maceria all'altra. Vedere padri e madri che cercano di fermare il vento con le mani per proteggere i figli feriti è un’immagine che deve tormentare la coscienza del mondo. La politica internazionale sta discutendo il futuro di Gaza, ma Gaza sta morendo adesso, nel fango delle strade».

La nota della Don Bosco 2000 si chiude con un appello del presidente: «Non permettiamo che il silenzio cada su questa tragedia. La pace non è un tavolo tecnico, è il diritto di un bambino di non morire di freddo sotto una tenda squarciata».
(fonte: Adista 29/12/2025)


giovedì 20 novembre 2025

20 novembre Giornata mondiale dei diritti dei bambini e degli adolescenti - I parte (Bambini)

20 novembre Giornata mondiale 
dei diritti dei bambini e degli adolescenti
I parte (Bambini)


“Vogliamo dedicare la Giornata mondiale dell’infanzia (20 novembre) al Diritto al Gioco, sancito dall'articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia, approvata 36 anni fa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Questo diritto non è garantito nel mondo: circa 1 bambino su 5 fra i 2 e i 4 anni non gioca con le persone che se ne prendono cura a casa, mentre circa 1 su 8 sotto i 5 anni non ha giochi o giocattoli a casa; circa 4 bambini su 10 fra i 2 e i 4 anni non ricevono sufficienti interazioni o stimoli a casa; 1 bambino su 10 non pratica attività con le persone che se ne prendono cura.
Per tanti bambini che vivono in contesti di emergenza e vulnerabilità il gioco rappresenta un modo per ritrovare un senso di normalità” - ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia, Nicola Graziano.

Nel corso della settimana, in tutta Italia, rappresentanti dell’UNICEF e volontari dei comitati locali saranno coinvolti in numerose iniziative dedicate all’anniversario della Convenzione sui diritti dell’infanzia, con incontri nelle scuole, marce, laboratori, convegni, mostre, letture, attività ludiche e sportive in diverse città.


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20 novembre: la giornata mondiale dei diritti dei bambini


Sono passati oltre 30 anni dall’adozione di quella convenzione che per la prima volta ha riconosciuto i bambini come aventi diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici: la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Adottata nel 1989, l’Italia l’ha ratificata il 27 maggio 1991.

Perché si celebra la Giornata Mondiale dei diritti dei bambini

Insieme all’adozione della convenzione si celebra la Giornata Mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine poiché è grazie all’adozione e ratifica di questo documento che in quasi tutti i Paesi del mondo i bambini non solo godono dei diritti fondamentali, ma sono protetti e tutelati.

Anche noi abbiamo contribuito alla nascita della CRC (Convention on the Rights of the Child), poiché già nel 1923, Eglantyne Jebb, la nostra fondatrice, scrisse la prima Carta dei diritti del Bambino (o Dichiarazione di Ginevra) adottata dalla Società delle Nazioni nel 1924, il documento che ha costituito la base per la successiva Convenzione. Scopri di più sulla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e leggi gli articoli.

Giornata dei diritti dei bambini 2025: quando si celebra

La Giornata Mondiale dei diritti dei bambini si celebra il 20 novembre di ogni anno. La data scelta coincide con il giorno cui l’Assemblea generale ONU adottò la Dichiarazione dei diritti del fanciullo, nel 1959, e la Convenzione sui diritti del fanciullo.

Questi documenti sono la base del nostro lavoro di protezione di tutti i bambini, in Italia e nel mondo. Le nostre attività vengono svolte infatti con un approccio basato sulla promozione e sulla tutela dei diritti dei bambini e delle bambine. Èfondamentale la protezione dei diritti di tutti i bambini per mirare ad un futuro dove non vi siano più discriminazioni e disuguaglianze.

10 attività sui diritti dei bambini e delle bambine

Abbiamo raccolto 10 attività utili a far conoscere i propri diritti ai bambini e alle bambine. Si tratta di giochi, filastrocche, quiz e indovinelli per comprendere insieme ai più piccoli i loro diritti in maniera ludico-educativa. Da fare a casa o a scuola: scoprile subito sulla piattaforma "Arcipelago educativo".


Conflitti, povertà e crisi climatica

Conflitti, povertà, fame e crisi climatica stanno spingendo milioni di bambine e bambini sull’orlo del baratro. Nel 2024 oltre 520 milioni di bambini e adolescenti si trovavano in aree di conflitto attivo, il numero più alto mai registrato e il 70% delle vittime infantili nelle zone di guerra nello stesso anno è stato causato da armi esplosive. Nel 2025, 118 milioni di bambini hanno sofferto la fame, quasi 63 milioni – oltre la metà – sono stati costretti a questa situazione dai conflitti, e non dalla siccità, da eventi climatici estremi né da crisi economiche, mentre si stima che oltre 12 milioni di ragazze si sposino prima dei 18 anni ogni anno (dato aggiornato al 2024).

La crisi climatica è una crisi dei diritti dell'infanzia che grava sulle generazioni di oggi e su quelle future. Quest’anno 300 milioni di bambini e adolescenti – 1 su 8 a livello globale – hanno subito i 10 maggiori eventi meteorologici estremi, che ogni anno interrompono l’apprendimento di circa 40 milioni di minori (dato aggiornato al 2024).

Ancora una volta, i dati sottolineano l’importanza di perseguire gli impegni presi e aumentare gli sforzi fatti finora per assicurare la protezione e il rispetto dei diritti dei bambini nel mondo, in un momento in cui questi sono messi particolarmente a rischio.

Il video sulla giornata dell'infanzia

I diritti dei bambini in italia E IN EUROPA: disuguaglianze e povertà in aumento

In Europa, 446mila bambini in più sono stati colpiti dalla povertà negli ultimi cinque anni, da quando nel 2019 l’UE si è impegnata a ridurre di almeno 5 milioni i minori a rischio di povertà entro il 2030.

Non è un “paese per bambini”: da anni si dice che l’Italia non sia un Paese per i più piccoli e, dopo qualche decennio di lento declino, sembra quasi diventato un luogo in cui l’infanzia è “a rischio estinzione”. L’Italia infatti si colloca al quintultimo posto nell’UE per percentuale di bambini a rischio di povertà ed esclusione sociale, pari al 27,1%, un dato rimasto invariato negli ultimi cinque anni.

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Con il tuo aiuto, sempre più bambini e bambine avranno tutto ciò che serve per crescere e diventare grandi. Sosterrai i nostri progetti in loro aiuto, in Italia e nel mondo.

La tutela dei bambini e gli SDGs

Tutelare i diritti di tutti, anche dei più piccoli, è l’unico modo per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), tra i quale peraltro, troviamo due obiettivi (il 3 e il 4) focalizzati proprio sul diritto alla salute e all’educazione per bambini, bambine, ragazze e ragazzi. Scopri anche "I diritti dei bambini nella Convenzione Onu e negli Sdgs".

È fondamentale diffondere una cultura della protezione e rendere partecipi i bambini fin da piccoli. Per questo abbiamo elaborato una guida per accompagnare i bambini nell’apprendimento dei loro diritti.

Vai all’articolo dedicato: "I diritti dei bambini spiegati ai bambini" e scarica la guida gratuita.
(fonte: Save the chirldren 20/11/2025)

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