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sabato 23 marzo 2024

Cardinale Raniero Cantalamessa: "Fedeltà alle ispirazioni dello Spirito per tracciare la rotta della Chiesa" - La quinta predica di Quaresima alla presenza del Pontefice

Cardinale Raniero Cantalamessa:
"Fedeltà alle ispirazioni dello Spirito
per tracciare la rotta della Chiesa"

La quinta e ultima predica di Quaresima alla presenza del Pontefice


Su una nave non è necessario che «tutti i passeggeri stiano incollati con l’orecchio alla radio di bordo, per ricevere segnali sulla rotta, su eventuali iceberg e sulle condizioni del tempo»; ma è «indispensabile che lo siano i responsabili di bordo». Partendo da questa eloquente immagine il cardinale Raniero Cantalamessa — nel corso della quinta e ultima predica di Quaresima tenuta stamane nell’Aula Paolo vi alla presenza di Papa Francesco — ha richiamato la necessità di «tenere l’orecchio proteso» ai “suggerimenti” dello Spirito Santo: un dovere «importante per ogni cristiano» ma «vitale per chi ha compiti di governo nella Chiesa». Solo così, infatti, si permette «allo Spirito di Cristo di guidare Lui stesso la sua Chiesa attraverso i suoi rappresentanti umani».

Nell’itinerario scelto per il tema delle meditazioni alla scoperta di chi è Gesù attraverso il Vangelo di Giovanni, il porporato ha dedicato la tappa conclusiva a riflettere su quelli che si è soliti definire come “i discorsi di addio” agli apostoli. In particolare, ha ricordato il capitolo 14 del Vangelo di Giovanni (3-6), dove sono riportate le parole che «una sola persona al mondo poteva pronunciare e ha pronunciato di fatto», cioè: «Io sono la via, la verità e la vita». In effetti, «Cristo è la via ed è la meta del viaggio». In particolare, come «Verbo eterno del Padre, è la verità e la vita; in quanto Verbo fatto carne, è la via».

Soffermandosi su questa ultima immagine — dopo aver dedicato le precedenti prediche alla riflessione su Cristo «vita» e «verità» — Cantalamessa ha osservato che «Gesù continua a dire a quelli che incontra» ciò che diceva agli apostoli e a coloro che incrociava durante la sua vita terrena: «Venite dietro a me», oppure al singolare «Seguimi!». La sequela di Cristo, ha spiegato, «è un tema sconfinato». E su di esso è stato scritto «il libro più amato e più letto nella Chiesa, dopo la Bibbia, e cioè L’imitazione di Cristo».

Del resto, seguire Gesù è quasi «un sinonimo di credere in Lui». Credere, infatti, «è un’attitudine della mente e della volontà». Ma l’immagine della “via” mette «in luce un aspetto importante del credere, che è il “camminare”, cioè il dinamismo che deve caratterizzare la vita del cristiano e la ripercussione che la fede deve avere nella condotta di vita».

Cantalamessa ha approfondito ciò che caratterizza la sequela di Cristo e la distingue da ogni altro tipo di sequela, facendo notare anzitutto che di un artista, di un filosofo, di un letterato, si dice che «si è formato alla scuola di questo o quel rinomato maestro». Ma tra questa sequela e quella di Cristo «c’è una differenza essenziale». Per tutti i cristiani, quella parola significa una «cosa più radicale»: il Vangelo «ci è stato dato dal Gesù terreno, ma la capacità di osservarlo e metterlo in pratica ci viene soltanto dal Cristo risorto, mediante il suo Spirito».

Se Gesù è “la via”, ha osservato Cantalamessa, «lo Spirito Santo è “la guida”». Tra le varie funzioni che Gesù attribuisce al Paraclito «in questa sua opera a nostro favore», il cardinale si è soffermato in particolare su quella di «suggeritore». Prendendo a prestito una figura comune nel mondo del teatro, il religioso ha ricordato che il suggeritore «sta nascosto dentro una cavità ed è invisibile al pubblico: proprio come lo Spirito Santo che illumina tutto restando Lui invisibile e, per così dire, dietro le quinte». Inoltre il suggeritore pronuncia «le parole sottovoce per non essere udito dal pubblico, e anche lo Spirito parla “sottovoce”, sommessamente». A differenza, però, dei suggeritori “umani”, Egli «non parla agli orecchi, ma al cuore; non suggerisce meccanicamente le parole del Vangelo, come da un copione, ma le spiega, le adatta, le applica alle situazioni».

Il riferimento è alle “ispirazioni dello Spirito” — le cosiddette “buone ispirazioni” — seguendo le quali si trova «la via più breve e più sicura alla santità». In effetti, ha sottolineato il predicatore, «non sappiamo in partenza qual è in concreto la santità che Dio vuole da ognuno di noi; Dio solo la conosce e ce la svela a mano a mano che il cammino prosegue». Non basta perciò avere «un programma di perfezione ben chiaro, per poi realizzarlo progressivamente»: non c’è un modello di perfezione «identico per tutti». Dio infatti non «fa i santi in serie, non ama la clonazione»: ognuno di loro è «una invenzione inedita dello Spirito», perché Egli può chiedere «a uno l’opposto di quello che chiede a un altro».

Dunque «l’uomo non può limitarsi a seguire delle regole generali che valgono per tutti»; egli «deve anche capire quello che Dio chiede a lui, e solamente a lui». E questo, ha assicurato il porporato, «lo si scopre attraverso gli avvenimenti della vita, la parola della Scrittura, la guida del direttore spirituale». Ma il mezzo principale e ordinario restano «le ispirazioni della grazia». Si tratta, ha spiegato, di «sollecitazioni interiori dello Spirito nel profondo del cuore, attraverso le quali Dio non solo fa conoscere quello che desidera da noi, ma dà la forza necessaria, e spesso anche la gioia, per compierlo, se la persona acconsente».

Quando si tratta «di decisioni di rilievo per se stessi o per altri, l’ispirazione deve essere sottoposta e confermata dall’autorità, o dal proprio padre spirituale». Infatti, ha evidenziato Cantalamessa, «ci si espone al pericolo se ci si affida unicamente alla propria ispirazione personale».

In effetti, il problema più delicato circa le ispirazioni è stato sempre quello «di discernere quelle che vengono dallo Spirito di Dio da quelle che provengono dallo spirito del mondo, dalle proprie passioni, o dallo spirito maligno». È, in sostanza, il tema del discernimento degli spiriti, che ha «subìto nei secoli una notevole evoluzione». Così come lo intende san Paolo, il senso originario del carisma «sembra essere molto preciso e limitato». Riguarda la ricezione della «profezia stessa, la sua valutazione, da parte di uno o più membri dell’assemblea, anch’essi dotati di spirito profetico». E ciò avviene non sulla base di «un’analisi razionale, quanto di un’ispirazione dello stesso Spirito». Il senso del discernere «oscilla dunque tra distinguere e interpretare». Ciò significa: «distinguere se a parlare è stato lo Spirito di Dio o uno spirito diverso, interpretare cosa lo Spirito ha voluto dire in una situazione concreta».

Il cardinale ha poi fatto riferimento all’esperienza attuale dei movimenti pentecostali e carismatici, alla luce della quale questo carisma sembra consistere nella capacità dell’assemblea, o di alcuni in essa, «di reagire attivamente a una parola profetica, a una citazione biblica, o a una preghiera». In questo modo, «la vera e la falsa profezia viene a essere giudicata “dai frutti” che produce, o non produce, come raccomandava appunto Gesù». Questo significato originario del discernimento degli spiriti, ha osservato il predicatore, «potrebbe essere di grande attualità anche oggi nei dibattiti e nelle riunioni, come quelli che si cominciano a sperimentare nel dialogo sinodale».

Nel campo morale, ha fatto notare Cantalamessa, «un criterio fondamentale» di discernimento «è dato dalla coerenza dello Spirito di Dio con se stesso». Esso non può chiedere qualcosa che «sia contrario alla volontà divina, così come viene espressa nella Scrittura, nell’insegnamento della Chiesa e nei doveri del proprio stato». Un’ispirazione divina, ha sottolineato, «non chiederà mai di compiere degli atti che la Chiesa considera immorali, per quanti speciosi argomenti contrari la carne sia capace di suggerire in questi casi»: come per esempio, che «Dio è amore e perciò tutto quello che si fa per amore è da Dio».

A volte, però, questi criteri oggettivi «non bastano perché la scelta non è tra bene e male, ma è tra un bene e un altro bene e si tratta di vedere qual è la cosa che Dio vuole, in una precisa circostanza». Fu soprattutto per rispondere a questa esigenza che sant’Ignazio di Loyola «sviluppò la sua dottrina sul discernimento».

In conclusione, rimarcando il compito «vitale» di accogliere le ispirazioni dello Spirito per chi ha un ruolo «di governo nella Chiesa», il predicatore ha fatto riferimento a Papa Roncalli e al Concilio Vaticano ii. «Proprio da un’ispirazione divina, coraggiosamente accolta da Papa san Giovanni XXIII », è scaturito, infatti, il grande evento conciliare. E allo stesso modo «sono nati, dopo di lui, altri gesti profetici, di cui — si è detto certo Cantalamessa — quelli che verranno dopo di noi si accorgeranno».

(fonte: L'Osservatore 22 marzo 2024)

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lunedì 18 marzo 2024

Cardinale Raniero Cantalamessa: "I miracoli quotidiani della speranza" - La quarta predica di Quaresima alla presenza del Pontefice

Cardinale Raniero Cantalamessa:
"I miracoli quotidiani della speranza"

La quarta predica di Quaresima alla presenza del Pontefice


«I miracoli quotidiani della speranza» sono stati al centro della quarta predica di Quaresima, tenuta dal cardinale Raniero Cantalamessa stamane, venerdì 15 marzo, nell’Aula Paolo VI , alla presenza di Papa Francesco.

Proseguendo il ciclo di riflessioni sui solenni «Io sono» di Cristo nel Vangelo di Giovanni, il predicatore della Casa pontificia si è soffermato sul capitolo 11, tutto occupato dall’episodio della risurrezione di Lazzaro. Ne è scaturito un elogio della speranza cristiana quale «grande taumaturga, operatrice di miracoli», capace di rimettere «in piedi migliaia di storpi e paralitici spirituali, migliaia di volte», ha detto riferendosi all’episodio — narrato negli Atti degli Apostoli — della guarigione dello storpio che chiedeva l’elemosina davanti alla Porta Bella del tempio di Gerusalemme.

«Ciò che è straordinario nella speranza è che la sua presenza cambia tutto, anche quando esteriormente non cambia nulla» ha commentato il porporato cappuccino, ricordando come essa sia descritta attraverso le immagini — legate al mondo della navigazione — dell’ancora o della vela. Se la prima «è ciò che dà sicurezza alla barca e la mantiene ferma tra le onde del mare», la seconda «è ciò che la fa muovere e avanzare». E «in entrambi i modi» essa «opera nei riguardi della barca che è la Chiesa» e in quelli della «barchetta della nostra vita: raccoglie il vento e senza rumore lo trasforma in una forza motrice» oppure «nelle mani di un buon marinaio, è in grado di sfruttare qualsiasi vento, da qualsiasi direzione spiri, per muovere nella direzione desiderata».

Infatti, ha proseguito il predicatore, «innanzitutto la speranza ci viene in aiuto nel nostro personale cammino di santificazione», diventando «in chi la esercita, il principio del progresso spirituale. Essa è sempre all’erta per scoprire nuove “occasioni di bene” realizzabili. Perciò non permette di adagiarsi nella tiepidezza e nell’accidia». Del resto, essa «non è una disposizione interiore bella e poetica che fa sognare e costruire mondi immaginari. Al contrario, è molto concreta e pratica. Passa il suo tempo mettendoti sempre davanti compiti da svolgere». Di più, «scopre sempre qualcosa che si può fare per migliorare la situazione: lavorare di più, essere più obbedienti, più umili, più mortificati». E quando dovesse sembrare che non ci sia «più nulla da fare, la speranza ci indica comunque un compito: resistere fino alla fine e non perdere la pazienza» ha raccomandato Cantalamessa citando il filosofo Kierkegaard.

Del resto, ha continuato il predicatore, «la speranza ha un rapporto privilegiato, nel Nuovo Testamento, con la pazienza. È il contrario dell’impazienza, della fretta, del “tutto e subito”. È l’antidoto allo scoraggiamento. Mantiene vivo il desiderio. È anche una grande pedagoga, che non indica tutto in una volta, ma ti mette davanti una possibilità alla volta. Dà solo “il pane quotidiano”. Distribuisce lo sforzo e permette così di realizzarlo». Per tale motivo, ha fatto notare il cardinale «la speranza ha bisogno della tribolazione come la fiamma ha bisogno del vento per rafforzarsi. Le ragioni terrene di speranza devono morire, una dopo l’altra, perché emerga la vera ragione incrollabile che è Dio». Un po’ come accade «nel varo di una nave. È necessario che vengano rimosse le impalcature e portati via uno dopo l’altro i vari puntelli, perché possa galleggiare e avanzare liberamente sull’acqua».

In effetti, ha concluso il religioso cappuccino, «la tribolazione ci toglie ogni “presa” e ci porta a sperare solo in Dio» conducendo «a quello stato di perfezione che consiste nel continuare a sperare confidando» in Lui, «anche quando ogni ragione umana per sperare è scomparsa». Come fu per Maria sotto la croce, che perciò è invocata nella «pietà cristiana con il titolo di Mater Spei, Madre della speranza».

A ispirare tali pensieri sulla «forza trasformatrice della speranza» era stato, come accennato, l’episodio della risurrezione di Lazzaro, la quale — ha spiegato Cantalamessa — ha come conseguenza la condanna a morte di Gesù; mentre quest’ultima a sua volta «provoca la risurrezione di chiunque crede in Lui». Ecco allora il significato autentico della risurrezione di Cristo, differente da quella di Lazzaro o del figlio della vedova di Nain, «che risuscitarono per morire un’altra volta», come insegna sant’Agostino; tantomeno è una risurrezione «spirituale» ed esistenziale, secondo posizioni teologiche come quelle di Bultmann oggi superate. Al contrario, ha osservato Cantalamessa, «Giovanni dedica due interi capitoli del suo Vangelo alla risurrezione reale e corporale di Gesù, fornendo alcune informazioni dettagliate su di essa. Per lui, dunque, non è solo “la causa di Gesù”, cioè il suo messaggio, che è risorta da morte, ma la sua persona! La risurrezione attuale non sostituisce quella finale del corpo, ma ne è la garanzia. Essa non vanifica e non rende inutile la risurrezione di Cristo dalla tomba, ma anzi si fonda proprio su di essa». Al punto che Gesù «stesso aveva indicato la sua risurrezione come il segno per eccellenza dell’autenticità della sua missione». Di conseguenza il predicatore «smonta» il «pregiudizio presente nei non credenti nei confronti della fede, che non è minore di quello che essi rimproverano ai credenti. Rimproverano infatti di non poter essere obbiettivi, dal momento che la fede impone loro, in partenza, la conclusione cui devono giungere, senza accorgersi che altrettanto avviene» tra loro. «Se si parte dal presupposto che Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste e che i miracoli non sono possibili, la conclusione è anch’essa data in partenza, perciò, alla lettera, un pre-giudizio». E «la risurrezione di Cristo costituisce il caso più esemplare di ciò», dato che «nessun evento dell’antichità è suffragato da tante testimonianze di prima mano come questo» alcune riconducibili «a personalità del calibro intellettuale di Saulo di Tarso, che aveva in precedenza combattuto tale credenza». Infatti l’Apostolo «fornisce un elenco dettagliato di testimoni, alcuni dei quali ancora in vita, che avrebbero potuto, perciò, facilmente smentirlo».

Di conseguenza «la risurrezione è la rinascita della speranza», parola che «stranamente è assente nella predicazione di Gesù. I Vangeli riportano molti suoi detti sulla fede e sulla carità, ma nessuno sulla speranza — ha chiarito il porporato —, anche se tutta la sua predicazione proclama che esiste una risurrezione dai morti e una vita eterna. Al contrario, dopo Pasqua, vediamo esplodere letteralmente l’idea e il sentimento della speranza nella predicazione degli Apostoli. Dio stesso viene definito “il Dio della speranza”. La spiegazione dell’assenza di detti sulla speranza nel Vangelo è semplice: Cristo doveva prima morire e risorgere. Risorgendo, ha aperto la fonte della speranza; ha inaugurato l’oggetto stesso della speranza che è una vita con Dio oltre la morte», ha concluso.
(fonte: L'Osservatore 15 marzo 2024)

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lunedì 4 marzo 2024

IO SONO LA LUCE DEL MONDO Seconda predica di Quaresima del cardinale Raniero Cantalamessa (testo integrale e video)

O SONO LA LUCE DEL MONDO
Seconda predica di Quaresima del cardinale Raniero Cantalamessa
1 marzo 2024


In queste prediche di Quaresima ci siamo proposti di meditare sui grandi “Io Sono” (Ego eimi) pronunciati da Gesú nel Vangelo di Giovanni. C’è però una domanda che si pone, a proposito di essi: sono stati davvero pronunciati da Gesú, o sono dovuti alla riflessione posteriore dell’Evangelista, come tante parti del Quarto Vangelo? La risposta che oggi praticamente tutti gli esegeti darebbero a questa domanda è la seconda. Io sono convinto, però, che tali affermazioni sono “di Gesú” e cerco di spiegare perché.
C’è una verità storica e una verità che possiamo chiamare reale o ontologica. Prendiamo uno di questi “Io Sono” di Gesú, per esempio quello che dice: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Se per qualche improbabile nuova scoperta si venisse a conoscere che la frase fu, di fatto e storicamente, pronunciata dal Gesù terreno, non è questo che la renderebbe “vera”. Si può sempre pensare, infatti, che chi la pronuncia sia un illuso e si inganni! (Tanti hanno creduto di essere la luce del mondo prima e dopo di lui!). Ciò che la rende “vera” è il fatto che – nella realtà e al di sopra di ogni contingenza storica – egli è la via, la verità e la vita.
In questo senso più profondo e più importante, tutte e singole le affermazioni che Gesù fa nel Vangelo di Giovanni sono “vere”, anche quella in cui dice: “Prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8,58). La definizione classica di verità è “corrispondenza tra la cosa e l’idea che si ha di essa” (adaequatio rei et intellectus); la verità rivelata è corrispondenza tra la realtà e la parola ispirata che la proclama. Le grandi parole che mediteremo sono dunque di Gesú: non del Gesù storico, ma del Gesú che –come aveva promesso ai discepoli (Gv 16,12-15) – ci parla con l’autorità del Risorto, mediante il suo Spirito.

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Dalla sinagoga di Cafarnao in Galilea, passiamo oggi al tempio di Gerusalemme, in Giudea, dove Gesú si è recato in occasione della festa delle Capanne. Qui si svolge il dibattito con “i giudei”, in cui è inserita l’auto-proclamazione di Gesú che, in questa meditazione, vogliamo raccogliere:
Io sono la luce del mondo.
chi segue me, non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).

Questa parola è così pregnante e così bella che i cristiani, da subito, la scelsero come una delle designazioni preferite di Cristo. In molte basiliche antiche – come nel duomo di Cefalù e di Monreale in Sicilia – nel mosaico dell’abside, Gesú è rappresentato come il Pantocrator, o Signore dell’universo. Tiene un libro aperto davanti a sé e mostra la pagina dove sono scritte, in greco e in latino, proprio quelle parole: “Egô eimi to phôs tou cosmou – Ego sum lux mundi”: “Io sono la luce del mondo”.
Gesú luce del mondo: per noi, oggi, questo è diventato una verità creduta e proclamata, ma ci fu un tempo in cui essa non era soltanto questo; era una esperienza vissuta, come succede talvolta a noi, quando, dopo un blackout ritorna improvvisamente la luce, o quando, al mattino, aprendo la finestra, si è inondati della luce del giorno. La Prima Lettera di Pietro ne parla come di un essere “trasferiti dalle tenebre all’ammirabile luce” (1 Pt 2, 9; Col 1, 12 ss. ). Rievocando il momento della sua conversione e del suo battesimo, Tertulliano lo descrive con l’immagine del bambino che esce dall’utero buio della madre e si spaventa al contatto con l’aria e con la luce. “Uscendo –scrive – dal comune grembo di una stessa ignoranza, noi trasalimmo alla luce della verità”: ad lucem expa¬vescentes véritatis” .

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Ci poniamo subito la domanda: cosa significa per noi, ora e qui, quella parola di Gesú: “Io sono la luce del mondo”? L’espressione “luce del mondo” ha due significati fondamentali. Il primo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto la sua è la suprema e definitiva rivelazione di Dio all’umanità. Lo afferma nel modo più netto e in tono solenne l’incipit della Lettera agli Ebrei:
Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo (Ebr 1, 1-2).
La novità consiste nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è lui stesso la rivelazione! “Io sono la luce”, non io porto la luce nel mondo. I profeti parlavano in terza persona: “Così dice il Signore!”, Gesú parla in prima persona: “Io vi dico!”. Nel 1964 Marshall McLuhan lanciò il famoso slogan : “Il mezzo è il messaggio”: The medium is the message”, volendo con ciò significare che il mezzo con cui viene diffuso un messaggio condiziona il messaggio stesso. Questo detto si applica in maniera unica e trascendente a Cristo. In lui, il mezzo di trasmissione è davvero il messaggio; il messaggero è il messaggio!
Questo, dicevo, è il primo significato dell’espressione “luce del mondo”. Il secondo significato è che Gesú è la luce del mondo in quanto fa luce sul mondo, cioè rivela il mondo a se stesso; fa vedere ogni cosa nella sua giusta luce, per quello che è davanti a Dio. Riflettiamo su ognuno dei due significati, partendo dal primo, cioè da Gesú come suprema rivelazione della verità di Dio.
Da questo punto di vista, la luce che è Cristo ha sempre avuto un agguerrito concorrente: la ragione umana. Ne parliamo non con intento polemico o apologetico, cioè per sapere cosa rispondere agli oppositori della fede, ma per confermarci nella fede. I dibattiti su fede e ragione – più esattamente, su ragione e rivelazione – sono affetti da una dissimmetria radicale. Il credente condivide la ragione con l’ateo; l’ateo non condivide la fede nella rivelazione con il credente. Il credente parla il linguaggio dell’interlocutore ateo; l’ateo non parla la lingua della controparte credente.
Per questo motivo il dibattito più giusto su fede e ragione è quello che avviene nella stessa persona, tra la propria fede e la propria ragione. Abbiamo casi famosi nella storia del pensiero umano di persone in cui non si può dubitare di un’identica passione sia per la ragione che per la fede: Agostino di Ippona, Tommaso d’Aquino, Blaise Pascal, Søren Kierkegaard, John Henry Newman, e potremmo aggiungere Giovanni Paolo II , Benedetto XVI…
La conclusione a cui ciascuno di loro è giunto è che l’atto supremo della ragione umana è riconoscere che c’è qualcosa al di sopra di essa. È anche ciò che più nobilita la ragione perché indica la sua capacità di trascendersi. La fede non si oppone alla ragione ma suppone la ragione, così come “la grazia suppone la natura”.
C’è un altro malinteso da chiarire riguardo al dialogo tra fede e ragione. La critica comune rivolta ai credenti è che essi non possono essere obiettivi, dal momento che la loro fede impone loro, fin dall’inizio, la conclusione a cui arrivare. In altre parole, agisce come una pre-comprensione e un pre-giudizio. Non si presta attenzione al fatto che lo stesso pregiudizio agisce, in senso opposto, anche nello scienziato o filosofo non credente, e in modo ancora più forte. Se si dà per scontato che Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste e che i miracoli sono impossibili, anche la conclusione è predeterminata fin dall’inizio.
Un esempio tra tanti. Conoscendo la visione che Freud aveva della realtà, poteva egli ammettere che “l’amore universale” di Francesco d’Assisi avesse una componente soprannaturale chiamata grazia? Naturalmente no, e infatti egli fa di esso una “derivazione dell’amore genitale”. San Francesco è secondo lui –cito – “colui che è andato più lontano nell’usare l’amore a beneficio del suo sentimento interiore di felicità” . In altre parole, amava Dio, gli uomini, tutta la creazione e, in modo del tutto speciale, Cristo Crocifisso perché questo gli dava piacere e lo faceva sentire bene!
L’uomo moderno, invece della verità, pone la ricerca della verità come valore supremo. Lessing ha scritto: “Se Dio tenesse stretta nella sua destra tutta la verità, e nella sua sinistra solo l’aspirazione sempre viva alla verità, fosse anche a condizione di essere eternamente in errore, e mi dicesse: ‘Scegli!’, mi inchinerei umilmente verso sinistra dicendo: ‘Questa, Padre! La pura verità appartiene solo a te’” .
La ragione di ciò è abbastanza semplice. Finché sei in fase di ricerca, sei tu a condurre il gioco, il protagonista, mentre al cospetto della Verità riconosciuta come tale, non hai più scampo e devi prestare “l’obbedienza della fede”. La fede pone l’assoluto, mentre la ragione vorrebbe continuare senza fine la discussione. Come la bella Scheherazade di Mille e una Notte, la ragione umana ha sempre una nuova storia da raccontare per ritardare la sua resa.
Ci sono solo due soluzioni possibili alla tensione tra fede e ragione: o ridurre la fede “entro i limiti della pura ragione”, oppure rompere i limiti della pura ragione e “prendere il largo”. Un po’ come quando l’Ulisse di Dante raggiunse le “Colonne d’Ercole”, un tempo considerate il confine estremo della Terra, e decise di non fermarsi, e fare, piuttosto, dei remi, “ali al folle volo” .

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Devo però essere coerente con le mie stesse premesse. Il discorso su fede e ragione, prima di diventare un dibattito tra “noi e loro”, tra credenti e non credenti, deve essere un dibattito tra gli stessi credenti. Il peggiore tipo di razionalismo, infatti, non è quello esterno, ma quello interno alla teologia. San Paolo scriveva ai Corinzi:
La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio (1Cor 2,4-5).
E ancora:
Le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo (2Cor 10,3-5).
Ciò che l’Apostolo temeva si è spesso verificato tra noi. La teologia, soprattutto in Occidente, si è sempre più allontanata dalla forza dello Spirito, per affidarsi alla sapienza umana. Il razionalismo moderno esigeva che il cristianesimo presentasse il suo messaggio in modo dialettico, cioè sottoponendolo, sotto tutti gli aspetti, alla ricerca e alla discussione, affinché potesse inserirsi nello sforzo generale, filosoficamente accettabile, di una comune e sempre provvisoria comprensione del destino umano e dell’universo. Ma così facendo, l’annuncio sulla morte e risurrezione di Cristo viene sottoposto a un’istanza diversa, ritenuta superiore. Non è più un kerygma ma solo un’ipotesi fra tante.
Il pericolo inerente a questo approccio alla teologia è che Dio viene oggettivato. Diventa un oggetto di cui parliamo, non un soggetto con cui – o alla cui presenza – parliamo. Un “lui” – o peggio, un “esso” – mai un “tu”! È il contraccolpo di aver fatto della teologia una “scienza”. Il primo dovere di chi fa scienza è quello di essere neutrale rispetto all’oggetto della propria ricerca; ma può uno essere neutrale quando ha a che fare con Dio? Questo fu il motivo principale che mi spinse, ad un certo punto della mia vita, ad abbandonare l’insegnamento accademico della teologia e a dedicarmi a tempo pieno alla predicazione. La conseguenza di quel modo di fare teologia, infatti, è che essa diventa sempre più un dialogo con l’élite accademica del momento, e sempre meno un nutrimento per la fede del popolo di Dio.
Da questa situazione si esce solo con la preghiera, parlando con Dio, prima ancora di parlare di Dio. “Se sei teologo pregherai veramente, e se preghi veramente sarai teologo”, diceva un antico Padre del deserto . Sant’Agostino fece la sua teologia più duratura – e, aggiungiamo, anche la più sicura – parlando a Dio nelle sue Confessioni. Aiuta in ciò anche la contemplazione e l’imitazione della Madre di Dio. Ella non ha mai avuto niente a che fare con idee astratte su Dio e su suo Figlio Gesú, ma solo con la loro realtà vivente.

* * *

Ho accennato, sopra, a un secondo significato dell’espressione “luce del mondo”, ed è ad esso che vorrei dedicare l’ultima parte della mia riflessione, anche perché è quella che ci riguarda più da vicino. Si tratta, dicevo, del significato, per così dire, strumentale, in cui Gesú è luce del mondo: in quanto, cioè, fa luce su tutte le cose; fa, nei confronti del mondo, quello che fa il sole nei confronti della terra. Il sole non illumina e non rivela se stesso, ma illumina tutte le cose che sono sulla terra e far vedere ogni cosa nella luce giusta.
Anche in questo secondo senso, Gesú e il suo Vangelo hanno un concorrente che è il più pericoloso di tutti, essendo un concorrente interno, un nemico in casa. L’espressione “luce del mondo” cambia completamente di significato secondo che si prende l’espressione “del mondo” come genitivo oggettivo, o come genitivo soggettivo; a seconda, cioè, che il mondo sia l’oggetto illuminato, o invece il soggetto che illumina. In questo secondo caso, non è il Vangelo, ma il mondo che fa vedere tutte le cose alla propria luce. L’Evangelista Giovanni esortava i suoi discepoli con queste parole:
Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo (1 Gv 2, 15-16).
Il pericolo di conformarsi a questo mondo –la mondanizzazione – è l’equivalente, nell’ambito religioso e spirituale, di quello che, nell’ambito sociale, chiamiamo secolarizzazione. Nessuno (io meno di tutti) può dire che questo pericolo non incombe anche su di lui o su di lei. Un detto attribuito a Gesú in uno scritto antico non canonico dice: “Se non digiunerete dal mondo, non scoprirete il regno di Dio” . Ecco il digiuno oggi più necessario di tutti: digiunare dal mondo, nesteuein tô kosmô, secondo il detto citato!
Il mondo di cui parliamo e al quale non dobbiamo conformarci non è il mondo creato e amato da Dio; non sono gli uomini del mondo ai quali, anzi, dobbiamo andare sempre incontro, specialmente i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Il “mescolarsi” con questo mondo della sofferenza e dell’emarginazione è, paradossalmente, il miglior modo di “separarsi” dal mondo, perché è andare là, da dove il mondo rifugge con tutte le sue forze. È separarsi dal principio stesso che regge il mondo, che è l’egoismo.
Prima che nelle opere, il cambiamento deve avvenire nel modo di pensare. San Paolo esortava i cristiani di Roma con le parole:
Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi
rinnovando il vostro modo di pensare,
per poter discernere la volontà di Dio,
ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12, 2).
All’origine della mondanizzaione ci sono tante cause, ma la principale è la crisi di fede. È la fede il terreno di scontro primario tra il cristiano e il mondo. È per la fede che il cristiano non è più “del” mondo. Inteso in senso morale, il “mondo” è tutto ciò che si oppone alla fede. “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo”, scrive Giovanni nella Prima Lettera, “la nostra fede” (1 Gv 5, 4). Nella Lettera agli Efesini c’è, a questo riguardo, una parola sulla quale vale la pena soffermarsi un po’ più a lungo. Dice:
Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli (Ef 2,1-2).
L’esegeta Heinrich Schlier ha fatto un’analisi penetrante di questo “spirito del mondo” considerato da Paolo il diretto antagonista dello “Spirito di Dio” (1 Cor 2, 12). Un ruolo decisivo svolge in esso l’opinione pubblica. Oggi possiamo chiamarlo – in senso anche letterale – “lo spirito che è nell’aria”, perché si diffonde soprattutto via etere, attraverso i mezzi di comunicazione virtuale.
Si determina – scrive Schlier – uno spirito di grande intensità storica, a cui il singolo difficilmente può sottrarsi. Ci si attiene allo spirito generale, lo si reputa ovvio. Agire o pensare o dire qualcosa contro di esso è considerato cosa insensata o addirittura un’ingiustizia o un delitto. Allora non si osa più porsi di fronte alle cose e alle situazione e soprattutto alla vita in modo diverso da come esso le presenta…La sua caratteristica è di interpretare il mondo e l’esistenza umana alla sua maniera .
È quello che chiamiamo “adattamento allo spirito dei tempi”. La morale del mozartiano “Così fan tutte”. Oggi possediamo una immagine nuova per descrivere l’azione corrosiva dello spirito del mondo, il virus dei computer. Per quel poco che ne so, il virus è un programma malignamente progettato che penetra nel computer per le vie più insospettate (scambio di e-mail, siti internet…), e una volta dentro confonde o blocca le normali operazioni, alterando i cosiddetti “sistemi operativi”.
Lo spirito del mondo agisce in modo analogo. Penetra in noi per mille canali, come l’aria che respiriamo, e una volta dentro, cambia i nostri modelli operativi: al modello “Cristo” sostituisce il modello “mondo”. Il mondo ha anch’esso la sua “trinità”, i suoi tre dei, o idoli, da adorare: piacere, potere, denaro. Tutti deprechiamo i disastri che essi creano nella società, ma siamo sicuri che, nel nostro piccolo, noi stessi non ne siamo immuni?
La nostra più grande consolazione, in questa lotta con il mondo che è fuori di noi e con quello che è dentro di noi, è sapere che Cristo continua, da risorto, a pregare il Padre per noi con le parole con cui si congedò dai suoi Apostoli:
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo… Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo… Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola (Gv 17, 15-20).

1.Tertulliano, Apologeticum, 39, 9.
2.Tommaso d’Aquino, S.Th. I, q.2, a.2, ad 1.
3.Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, IV.
4.Gotthold Lessing, Eine Duplik, I, in Werke 3, Zürich 1974, p.149.
5.Dante Alighieri, Inferno, XXVI, 125
6.Evagrio Pontico, De oratione, 60 (PG 79, 1180).
7.Cf. Clemente Al., Stromati, 111, 15; A. Resch, Agrapha, 48 (TU, 30, 1906, p. 68).
8.H. Schlier, Demoni e spiriti maligni nel Nuovo Testamento, in Riflessioni sul Nuovo Testamento, Paideia, Brescia 1976, pp. 194 s. (Ed. originale in “Geist und Leben 31 (1958), pp. 173-183.

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venerdì 23 febbraio 2024

IO SONO IL PANE DELLA VITA Prima predica di Quaresima del cardinale Raniero Cantalamessa (testo integrale e video)

IO SONO IL PANE DELLA VITA
Prima predica di Quaresima del cardinale Raniero Cantalamessa
23 febbraio 2024


All’inizio di queste prediche di Quaresima, ripartiamo dal dialogo tra Gesú e gli apostoli a Cesarea di Filippo:
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 13-16).
Di tutto il dialogo, ci interessa, in questo momento, solo ed esclusivamente, la seconda domanda di Gesù: “Voi chi dite che io sia?” Non la prendiamo però nel senso con cui quella domanda si intende di solito; come, cioè, se a Gesù interessasse sapere cosa pensa di lui la Chiesa, o cosa i nostri studi di teologia ci dicono di lui. No! Prendiamo quella domanda come va presa ogni parola uscita dalla bocca di Gesù, e cioè come rivolta, hic et nunc, a chi l’ascolta, singolarmente, personalmente.
Per realizzare questo esame, ci faremo aiutare dall’evangelista Giovanni. Nel suo Vangelo troviamo tutta una serie di dichiarazioni di Gesú, i famosi, Ego eimi, “Io Sono”, con i quali egli rivela cosa pensa, lui, di se stesso, chi dice, lui, di essere: “Io sono il pane della vita”, “Io sono la luce del mondo”, e così via. Passeremo in rassegna cinque di queste auto-rivelazioni e ci domanderemo ogni volta se egli è davvero per noi quello che lui dice di essere e come fare perché lo sia sempre di più.
Sarà un momento da vivere in modo particolare. Non, cioè, con lo sguardo rivolto all’esterno, ai problemi del mondo e della stessa Chiesa, come si è costretti a fare in altri contesti, ma con uno sguardo introspettivo. Un momento, allora, intimistico e distaccato e perciò, tutto sommato, egoistico? Tutt’altro! È un evangelizzarci per evangelizzare, un riempirci di Gesù per parlarne “per ridondanza d’amore”, come le primitive Costituzioni del mio Ordine Cappuccino raccomandavano ai predicatori; cioè per intima convinzione, non solo per assolvere un mandato.

* * *
Iniziamo dal primo di questi “Io Sono” di Gesù che incontriamo nel Quarto Vangelo, al capitolo sesto: “Io sono il pane della vita”. Ascoltiamo anzitutto la parte del brano che più direttamente ci interessa:
Gli dissero: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (Gv 6, 30-35).
Un parola sul contesto. Gesú ha in precedenza moltiplicato i cinque pani d’orzo e i due pesci per sfamare cinque mila uomini. Poi si è eclissato per sfuggire all’entusiasmo della gente che vuole farlo re. La folla lo cerca e lo ritrova dall’altra sponda del lago.
A questo punto comincia il lungo discorso con cui Gesú cerca di spiegare “il segno del pane”. Vuole far capire che c’è un altro pane da ricercare, di cui quello materiale è, appunto, un “segno”. È lo stesso procedimento usato con la donna Samaritana nel capitolo IV del Vangelo. Lì Gesú vuole condurre la donna a scoprire un’altra acqua, oltre quella fisica che disseta solo per un breve tempo; qui vuole condurre la folla a cercare un altro pane, diverso da quello materiale che sazia per un solo giorno. Alla Sammaritana che chiede di avere quell’acqua misteriosa e aspetta la venuta del Messia per ottenerla, Gesú risponde: “Sono io che ti parlo” (Gv 4,26). Alla folla che pone ora la stessa domanda per il pane, risponde: “Io Sono il pane della vita!”
Ci domandiamo: come e dove si mangia questo pane della vita? La risposta dei Padri della Chiesa era: in due “luoghi” o due modi: nel sacramento e nella Parola, cioè nell’Eucarestia e nella Scrittura. C’erano, è vero, accentuazioni diverse. Qualcuno, come Origene e tra i latini Ambrogio, insistono di più sulla Parola di Dio. “Questo pane che Gesù spezza — scrive sant’Ambrogio commentando la moltiplicazione dei pani — significa misticamente la parola di Dio che distribuita si accresce. Egli ci ha dato le sue parole come dei pani che si moltiplicano nella nostra bocca mentre li gustiamo” . Altri, come Cirillo Alessandrino accentuano l’interpretazione eucaristica. Nessuno di essi, però, ha inteso parlare di un modo, con esclusione dell’altro. Si parla della Parola e dell’Eucaristia, come delle “due mense” imbandite da Cristo. Nella Imitazione di Cristo si legge:
Di due cose riconosco di avere bisogno: cioè di alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu hai dato, appunto come cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi ai miei piedi “la tua parola” (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio è luce dell’anima e il tuo Sacramento è pane di vita, non potrei vivere santamente se mi mancassero queste due cose. Esse potrebbero essere intese come le “due mense” poste da una parte e dall’altra nel prezioso tempio della santa Chiesa.
L’affermazione unilaterale di uno di questi due modi di mangiare il pane della vita con esclusione dell’altro è frutto della nefasta divisione avvenuta nel cristianesimo occidentale. Da parte cattolica, aveva finito per divenire talmente preponderante l’interpretazione eucaristica da fare del capitolo sesto di Giovanni quasi l’equivalente del racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Lutero, per reazione, affermò l’opposto e cioè che il pane della vita è la parola di Dio; esso viene distribuito mediante la predicazione e mangiato mediante la fede .
Il clima ecumenico che si è instaurato tra i credenti in Cristo ci permette di ricomporre la sintesi tradizionale presente nei Padri. Non c’è dubbio che il pane della vita giunge a noi attraverso la parola di Dio e in particolare le parole di Gesú nel Vangelo. Ce lo ricorda anche la sua risposta al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Ma come non vedere nel discorso di Gesú nella sinagoga di Cafarnao anche un riferimento all’Eucaristia? Tutto il contesto evoca un banchetto: si parla di cibo e di bevanda, di mangiare e di bere, del corpo e del sangue. Le parole: “Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue…” ricordano troppo da vicino le parole dell’istituzione (“Prendete, mangiate, questo è il mio corpo” e “Prendete bevete: questo è il mio sangue”) per potere negare ogni relazione tra di esse.
Se nell’esegesi e in teologia si assiste a una polarizzazione e a volte – dicevo – a una contrapposizione tra il pane della parola e quello eucaristico, nella liturgia la loro sintesi è stata sempre vissuta pacificamente. Fin dai tempi più remoti, per esempio in san Giustino Martire, la Messa comprende due momenti: la liturgia della Parola, con letture tratte dall’Antico Testamento e dalle “memorie degli apostoli”, e la liturgia eucaristica con la consacrazione e la comunione.
Oggi possiamo ritornare, dicevo, alla sintesi originaria tra Parola e Sacramento. In questa linea dobbiamo, anzi, fare un passo avanti. Esso consiste nel non limitare il mangiare la carne e bere il sangue di Cristo alla sola Parola e al solo sacramento dell’Eucaristia, ma nel vederlo attuato in ogni momento e aspetto della nostra vita di grazia.

Quando san Paolo scrive: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21), non pensa a un momento particolare. Per lui, Cristo è davvero, in tutti i modi della sua presenza, pane della vita; lo si “mangia” con la fede, la speranza e la carità, nella preghiera e in tutto. L’essere umano è creato per la gioia e non può vivere senza gioia, o senza la speranza di essa. La gioia è il pane del cuore. E anche la vera gioia l’Apostolo la cerca –ed esorta i suoi a cercarla – nel Signore Gesú Cristo: “Gaudete in Domino semper, iterum dico, gaudete”: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4).

Gesú è pane di vita eterna non solo per quello che dà, ma anche – e prima di tutto – per quello che è. La Parola e il Sacramento sono i mezzi; vivere di lui e in lui è il fine: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6,57). Nell’inno Adoro te devote che ha alimentato per secoli la pietà e l’adorazione eucaristica dei cattolici, c’è una strofa che è una parafrasi di questa parola di Gesú. Nell’originale che molti di noi certamente ricordano, essa suona così:

O memoriále mortis Dómini,
Panis vivus vitam praestans hómini,
praesta meae menti de te vívere,
et te illi semper dulce sápere.

In Italiano essa si può tradurre così

O memoriale della morte del Signore
Pane vivo che dà vita al mondo,
fa’ che di te io viva
e gusti la dolcezza che da te deriva

* * *
Tutto il discorso di Gesù tende, dunque, a chiarire che vita è quella che egli dà: non vita della carne, ma vita dello Spirito, la vita eterna. Non è però su questa linea che vorrei proseguire la mia riflessione, nei pochi minuti che mi restano. Nei confronti del Vangelo ci sono sempre due operazioni da fare, rispettando rigorosamente il loro ordine: prima l’appropriazione, poi l’imitazione. Ci siamo finora appropriati del pane della vita mediante la fede e lo facciamo ogni volta che riceviamo la Comunione. Si tratta di vedere ora come tradurli in pratica nella nostra vita.
Per fare questo, ci poniamo una semplice domanda: Come è diventato, lui, Gesú, pane di vita per noi? La risposta ce l’ha data lui stesso e proprio nel Vangelo di Giovanni: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Sappiamo bene a che cosa alludono le immagini di cadere in terra e marcire. Tutta la storia della Passione è racchiusa in esse. Dobbiamo cercare di vedere cosa quelle immagini significano per noi. Gesú infatti con l’immagine sul chicco di grano non indica soltanto il suo destino personale, ma quello di ogni suo vero discepolo.
Non si può ascoltare la parola indirizzata dal vescovo Ignazio di Antiochia alla Chiesa di Roma senza commuoversi e senza rimanere stupiti, vedendo che cosa è capace di fare, di una creatura umana, la grazia di Cristo:
Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali io possa raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e [devo essere] macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. … Pregate il Signore per me perché con loro mezzo diventi vittima per Dio. Non vi comando come [facevano Pietro e Paolo]: essi erano apostoli, io un condannato .
Prima dei denti delle fiere, il vescovo Ignazio ha sperimentato altri denti che lo trituravano, non denti di fiere, ma di uomini: “ Dalla Siria sino a Roma –scrive – combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati che da me beneficati diventano peggiori” . Questo ha qualcosa da dire anche a noi. Ognuno di noi ha, nel suo ambiente, di questi denti di fiere che lo macinano. Sant’Agostino diceva che noi esseri umani siamo “vasi di creta, che si feriscono l’uno con l’altro”: lutea vasa quae faciunt invicem angustias. Dobbiamo imparare a fare di questa situazione un mezzo di santificazione e non di indurimento del cuore, di astio e di lamentela!
Una massima spesso ripetuta nelle nostre comunità religiose dice Vita communis mortificatio maxima: “vivere in comunità è la più grande di tutte le mortificazioni”. Non solo la più grande, ma anche la più utile e più meritoria di tante altre mortificazioni di propria scelta. Questa massima non si applica solo a chi vive in comunità religiose, ma in ogni convivenza umana. Dove essa si realizza nel modo più esigente è, a mio parere, il matrimonio, e bisogna essere pieni di ammirazione davanti a un matrimonio portato avanti con fedeltà fino alla morte. Passare la vita intera, giorno e notte, facendo i conti con la volontà, il carattere, la sensibilità e le idiosincrasie di un’altra persona, specialmente in una società come la nostra, è qualcosa di grande e, se fatto con spirito di fede, andrebbe già qualificato come “virtù eroica”.
Noi, però, ci troviamo qui nel contesto della Curia che non è una comunità religiosa o matrimoniale, ma di servizio e di lavoro ecclesiale. Le occasioni da non sciupare, se vogliamo essere anche noi macinati per diventare farina di Dio, sono tante, e ognuno deve identificare e santificare quella che gli si offre nel suo posto di servizio. Ne nomino solo una o due che ritengo valide per tutti.
Una occasione è accettare di essere contraddetti, rinunciare a giustificarsi e volere aver sempre ragione, quando ciò non è richiesto dall’importanza della cosa. Un’altra è sopportare qualcuno, il cui carattere, modo di parlare o di fare ci dà sui nervi, e farlo senza irritarci interiormente, pensando, piuttosto, che anche noi siamo forse per qualcuno una tale persona. L’Apostolo esortava i fedeli di Colossi con queste parole: “Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro (Col 3, 12-13). Ciò che è più difficile da “triturare” in noi non è la carne, ma lo spirito, cioè l’amor proprio e l’orgoglio, e questi piccoli esercizi servono magnificamente allo scopo.
Oggi esiste purtroppo nella società una specie di denti che triturano senza pietà, più crudelmente dei denti di leopardo di cui parlava il martire sant’Ignazio. Sono i denti dei media e dei cosiddetti social. Non quando essi rilevano le storture della società o della Chiesa (in ciò meritano tutto il rispetto e la stima!), ma quando si accaniscono contro qualcuno per partito preso, semplicemente perché non appartiene al proprio schieramento. Con cattiveria, con intento distruttivo, non costruttivo. Povero chi finisce oggi in questo tritacarne, sia egli un laico o un ecclesiastico!
In questo caso, è lecito e doveroso far valere le proprie ragioni nelle sedi appropriate, e se ciò non è possibile, oppure si vede che non serve a nulla, non resta a un credente che unirsi a Cristo flagellato, coronato di spine e a cui hanno sputato addosso. Nella Lettera agli Ebrei si legge questa esortazione ai primi cristiani che può aiutare in simili occasioni: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Ebr 12,3).
È una cosa difficile e dolorosa al massimo, soprattutto se ne va di mezzo la propria famiglia naturale o religiosa, ma la grazia di Dio può fare –e spesso ha fatto – di tutto ciò occasione di purificazione e di santificazione. Si tratta di avere fiducia che, alla fine, come avvenne per Gesú, la verità trionferà sulla menzogna. E trionferà meglio, forse, con il silenzio che con le più agguerrite autodifese.
* * *
Lo scopo finale del lasciarsi macinare non è però di natura ascetica, ma mistica; non serve tanto a mortificare se stessi, quanto a creare la comunione. È una verità, questa, che ha accompagnato la catechesi eucaristica fin dai primi giorni della Chiesa. È presente già nella Didaché (IX,4), uno scritto dei tempi apostolici. Sant’Agostino sviluppa questo tema in modo stupendo in un suo discorso al popolo. Egli mette in parallelo il processo che porta alla formazione del pane che è il corpo eucaristico di Cristo e il processo che porta alla formazione del suo corpo mistico che è la Chiesa. Diceva:
Ricordate un istante cosa era una volta, quand’era ancora nel campo, questa creatura che è il grano: la terra la fece germogliare, la pioggia la nutrì; poi ci fu il lavoro dell’uomo che la recò sull’aia, la trebbiò, la vagliò e la ripose nei granai; da qui la prelevò per macinarla e cuocerla e così, finalmente, diventò pane. Adesso ripensate a voi stessi: non eravate e foste creati, siete stati recati sull’aia del Signore, siete stati trebbiati…Quando avete dato i vostri nomi per il battesimo, cominciaste a essere macinati dai digiuni e dagli esorcismi; poi finalmente siete venuti all’acqua, siete stati impastati e siete diventati una cosa sola; sopravvenendo il fuoco dello Spirito Santo, siete stati cotti e siete diventati pane del Signore. Ecco quello che avete ricevuto. Come, dunque, vedete che è uno il pane preparato, così siate anche voi una cosa sola, amandovi, conservando la stessa fede, una stessa speranza e indivisa carità” .
Tra i due corpi –quello eucaristico e quello mistico della Chiesa – non c’è solo somiglianza, ma anche dipendenza. È grazie al mistero pasquale di Cristo operante nell’Eucaristia, che noi possiamo trovare la forza di lasciarci macinare, giorno per giorno, nelle piccole (e a volte nelle grandi!) circostanze della vita.
* * *
Termino con un episodio realmente accaduto, narrato in un libro intitolato “Il prezzo da pagare”, scritto in Francese e tradotto in diverse lingue. Esso serve, meglio di lunghi discorsi, a rendersi conto della potenza racchiusa nei solenni “Io Sono” di Gesú nel Vangelo e in particolare di quello che ho commentato in questa prima meditazione.
Alcuni decenni fa, in una nazione del Medio Oriente, due soldati – uno cristiano e l’altro no – si trovavano insieme a fare da sentinelle a un deposito di armi. Il cristiano tirava spesso fuori, talvolta anche di notte, un piccolo libro e lo leggeva, attirando la curiosità e l’ironia del compagno d’armi. Una notte, quest’ultimo fa un sogno. Si trova davanti a un torrente che però non riesce ad attraversare. Vede una figura avvolta di luce che gli dice: “Per attraversarlo, hai bisogno del pane della vita”. Fortemente impressionato dal sogno, al mattino, senza sapere perché, chiede, anzi costringe, il compagno a dargli quel suo libro misterioso. (Si trattava naturalmente dei Vangeli). Lo apre e cade sul vangelo di Giovanni. L’amico cristiano gli consiglia di cominciare con quello di Matteo che è più facile da capire. Ma lui, senza sapere perché, insiste. Legge tutto d’un fiato, finché giunge al capitolo sesto. Ma a questo punto è bene ascoltare direttamente il suo racconto:
Giunto al capitolo sesto mi fermo, colpito dalla forza di una frase. Per un attimo penso di essere vittima di un’allucinazione, e rimetto gli occhi sul libro, nel punto dove mi sono arrestato… Ho appena letto queste parole: “…il pane della vita”. Le stesse parole che ho udito qualche ora fa nel mio sogno. Rileggo lentamente il passaggio nel quale Gesú, rivolgendosi ai discepoli, dice: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame”. Si scatena in me, proprio in quell’istante, qualcosa di straordinario, come un’esplosione di calore e di benessere… Ho l’impressione di venire rapito, portato in alto dalla forza di un sentimento mai provato, una passione violenta, un amore smisurato per quest’uomo Gesú di cui parlano i Vangeli” .

Quello che, in seguito, questa persona ha dovuto soffrire per la sua fede conferma l’autenticità della sua esperienza. Non sempre la parola di Dio agisce in un modo così esplosivo, ma l’esempio, ripeto, ci mostra quale forza divina è racchiusa nei solenni “Io Sono” di Cristo che con la grazia di Dio ci ripromettiamo di commentare in questa Quaresima.

1.Ambrogio, In Lucam, VI, 86.
2.Imitazione di Cristo, IV,11.
3.Lutero, Sul Vangelo di Giovanni, 231.
4.Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Romani, IV,1.
5.Ib. V,1.
6.Agostino, Discorsi, 69,1 (PL 38, 440).
7.Agostino, Sermo 229 (Denis 6) (PL 38, 1103)
8.Joseph Fadelle, Le prix à payer. Les Editions de l’Œuvre, Paris 2010 (Trad. Ital. Il prezzo da pagare, San Paolo 2011; Engl. trans. The Price to Pay, Ignatius Press, 2012.
(fonte: Sito ufficiale dell'autore)

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giovedì 22 febbraio 2024

Cardinale Cantalamessa: La Quaresima tempo per rievangelizzarsi

Intervista con il cardinale Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia

La Quaresima
tempo per rievangelizzarsi


«Evangelizzarsi» e non «evangelizzare». È questa la preoccupazione principale delle prediche di Quaresima. Lo sottolinea il cardinale Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, in questa intervista a «L’Osservatore Romano», spiegando anche la scelta del tema: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16, 15). Le meditazioni, secondo il calendario reso noto dalla Prefettura della casa pontificia, si tengono per cinque venerdì consecutivi a partire da domani, 23 febbraio, fino al 22 marzo. L’appuntamento è nell’Aula Paolo VI con inizio alle ore 9 e sono invitati a parteciparvi cardinali, arcivescovi e vescovi, prelati della Famiglia pontificia, dipendenti della Curia romana, del Governatorato vaticano e del Vicariato di Roma, i superiori generali o i procuratori degli ordini religiosi facenti parte della cappella pontificia, seminaristi e studenti dei collegi dell’Urbe, gentiluomini di Sua Santità, addetti di Anticamera e tutti coloro che lo desiderano.

Perché proprio questo tema?

La scelta dell’argomento di una predica, o di un ciclo di prediche come è la Quaresima, non è come la scelta dell’argomento di un libro da scrivere o di una conferenza da dare su un determinato tema. È sempre frutto di due movimenti: della Parola che viene verso di te e della tua reazione ad essa. Ci sono, certamente, motivi contingenti (nel presente caso, un risvegliato interesse per il Vangelo di Giovanni), ma la Parola di Dio non si inventa; si accoglie! Non solo da parte dell’ascoltatore, ma, ancor prima, da parte del predicatore.

Cosa significa innalzare il figlio dell’uomo?

L’esegesi biblica ha da tempo chiarito che quello che Giovanni chiama “essere innalzato” o “essere elevato da terra” non si riferisce alla glorificazione finale di Gesù, cioè alla sua risurrezione e ascensione al cielo, ma alla sua elevazione sulla croce. Questa però è vista dall’Evangelista, non solo come il punto estremo dell’abbassamento e dell’umiliazione di Cristo, ma anche — e forse soprattutto — come l’inizio della sua esaltazione. «Non vi era ancora lo Spirito – si legge in Giovanni 7, 39 – perché Gesù non era stato ancora glorificato». La croce è per l’evangelista il momento in cui tutte le potenze del male sono vinte ed egli può «effondere lo Spirito» sull’umanità.

Quanto ci sarà nelle sue riflessioni riguardo al bisogno di evangelizzare?

Come ho precisato nel programma, la preoccupazione principale di questa predicazione quaresimale non è “evangelizzare”, ma “evangelizzarsi”. Quasi sempre, nel contesto del governo della Chiesa, ci si deve occupare di problemi ecclesiali, dottrinali o disciplinari; occorre che ci sia un momento in cui l’obbiettivo (o la spada a doppio taglio!) non sia rivolto all’esterno, ma all’interno. E questo non genericamente, intendendo per “interno” l’interno che è la Chiesa rispetto alla società, ma la vita interiore di ognuno di noi. Questa, si sa, è la condizione indispensabile per poter portare il Vangelo ad altri: averlo dentro di sé, non solo tra le mani o nella mente. Nemo dat quod non habet, dice un detto tradizionale: nessuno dà ciò che non ha.

Come possiamo rendere l’immagine che abbiamo di Gesù sempre più conforme a quella vera?

Da ormai tre secoli — rinascimento, illuminismo, modernismo — tutto lo sforzo della scienza biblica è stato concentrato su questo problema. Dapprima e per molto tempo si era convinti che per accostarsi al vero Gesù bisognasse lasciare da parte la fede e il dogma della Chiesa e far posto alla scienza storica. In tempi a noi vicini, si è assistito al movimento contrario: per incontrare il vero Gesù occorre lasciare da parte la storia e attaccarsi alla fede, intesa, questa, in senso esistenziale (Barth, Bultmann); in tempi ancor più vicini (cosiddetti post-moderni), si è pensato che per trovare il vero Gesù bisogna lasciare da parte l’una e l’altra cosa, sia la fede che la storia, e affidarsi a qualche brandello di (pseudo) nuovi documenti (il Vangelo gnostico di Tommaso!) e alla propria reazione di fronte al testo così come sta. Sano pluralismo? No semplice relativismo! A ogni fase di questa ricerca si è dovuto costatare che il Gesù raggiunto era semplicemente quello che la cultura del momento esigeva, senza accorgersi che la visione che si pretendeva sostituire a quelle passate non faceva che continuare la serie. L’immagine è irriverente, ma efficace: Gesù, un manichino pronto a indossare il vestito che la moda del momento impone.

C’è una strada più sicura per comprendere chi veramente sia Cristo?

Sì che c’è, e ce l’ha indicata lui stesso, Gesù. «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26). «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me» (Gv 15, 26). Se uno pretende scoprire chi era il “vero” Gesù, ignorando completamente questo ”tramite” — sia egli credente o non credente —, di lui si deve dire, con il nostro Dante Alighieri, sua disianza vuol volar senz’ali. Questo non significa minimamente mettere da parte la critica storica (rinnegherei il mio stesso mestiere!). Significa rassegnarsi a “convivere”: la fede senza la storia è cieca; la storia senza la fede è muta. O, ancor meglio, è vuota!
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Nicola Gori 22/02/2024)

domenica 24 dicembre 2023

Card. Raniero Cantalamessa Seconda predica di Avvento 2023: "BEATA COLEI CHE HA CREDUTO" - Un presepio diverso: quello del cuore (testo integrale e video)

Cardinale Raniero Cantalamessa 
Seconda predica di Avvento 2023:
 
"BEATA COLEI CHE HA CREDUTO"
Un presepio diverso: quello del cuore

In Aula Paolo VI la seconda predica d’Avvento tenuta dal cardinale predicatore pontificio: in Occidente, nel nome della convivenza interreligiosa, si inventano fiabe e personaggi per eliminare dalle feste natalizie i riferimenti al Vangelo, ma è “il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli”


Dopo il Precursore Giovanni Battista, oggi ci facciamo prendere per mano dalla Madre di Gesù per “entrare” nel mistero del Natale. Nel Vangelo della scorsa Domenica, la Quarta di Avvento, abbiamo ascoltato il racconto dell’Annunciazione. Esso ci ricorda come Maria concepì e diede alla luce il Cristo e come possiamo concepirlo e darlo alla luce noi, e cioè mediante la fede! Riferendosi a questo momento, Elisabetta, di lì a poco esclamerà: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1, 45).
Si è ripetuto, purtroppo, circa la fede di Maria, quello che era avvenuto con la persona di Gesù. Siccome gli eretici ariani cercavano ogni pretesto per mettere in dubbio la piena divinità di Cristo, per togliere loro ogni appiglio, i Padri diedero a volte una spiegazione “pedagogica” di tutti quei testi del Vangelo che sembravano ammettere un progresso di Gesù nella conoscenza della volontà del Padre e nell’obbedienza ad essa. Uno di questi testi era quello della Lettera agli Ebrei, secondo cui Gesù “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), un altro la preghiera di Gesù nel Getsemani. In Gesù, tutto doveva essere dato e perfetto in partenza. Da buoni Greci, pensavano che il divenire non può incidere sull’essere delle cose.
Qualcosa di simile, dicevo, si è ripetuto, tacitamente, per la fede di Maria. Si dava per scontato che lei avesse compiuto il suo atto di fede al momento dell’Annunciazione e in esso fosse rimasta stabile per tutta la vita, come chi, con la sua voce, ha raggiunto di slancio la nota più acuta e la mantiene poi interrottamente per tutto il resto del canto. Si dava una spiegazione rassicurante di tutte le parole che sembravano dire il contrario.
Il dono che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa, con il rinnovamento della Mariologia, è stato la scoperta di una dimensione nuova della fede di Maria. La Madre di Dio – ha affermato il Concilio Vaticano II – ”avanzò nella peregrinazione della fede” (LG, 58). Non ha creduto una volta per tutte, ma ha camminato nella fede e progredito in essa. L’affermazione è stata ripresa e resa più esplicita da san Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater:
Le parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” non si applicano solo a quel particolare momento dell’annunciazione. Certamente questa rappresenta il momento culminante della fede di Maria in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza, da cui inizia tutto il suo itinerario verso Dio, tutto il suo cammino di fede. (RM, 14).
In questo cammino Maria è giunta, scriveva il papa, fino alla “notte della fede” (RM, 18). Sono note e spesso ripetute le parole di sant’Agostino sulla fede di Maria:
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo (“quem credendo peperit, credendo concepit”)…. Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”.
Dobbiamo completare la lista con quello che accadde dopo l’Annunciazione e il Natale: per fede Maria presentò il Bambino al tempio, per fede lo seguì, tenendosi in disparte, nella sua vita pubblica, per fede stette sotto la croce, per fede attese la sua risurrezione.
Riflettiamo su alcuni momenti del cammino di fede della Madre di Dio. Ci sono fatti apparentemente contrastanti che Maria confronta dentro di sé, senza comprendere. È “il Figlio di Dio” e giace in una mangiatoia! Lei conserva tutto nel suo cuore e lascia che fermenti nell’attesa. Sentirà la profezia di Simeone e presto si accorgerà di quanto fosse vera! Tutti gli alti e bassi della vita del figlio, tutte le incomprensioni, le progressive diserzioni intorno a lui, hanno avuto una profonda ripercussione nel suo cuore di Madre. Incomincia a farne esperienza dolorosa nello smarrimento di Gesù al tempio: “Disse loro: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2,49-50).
Infine c’è la croce. È là, impotente davanti al martirio del figlio, ma acconsente all’amore. È una replica del dramma di Abramo, ma quanto immensamente più esigente! Con Abramo Dio si ferma all’ultimo momento, con lei no. Accetta che il figlio sia immolato, lo consegna al Padre, col cuore affranto, ma in piedi, forte della sua fede incrollabile. È qui che la voce di Maria tocca la nota più alta. Di Maria si deve dire con ben maggiore ragione ciò che l’Apostolo dice di Abramo: Maria credette, sperando contro ogni speranza, e così divenne madre di molti popoli (Rm 4,18).
C’è stato un tempo in cui la grandezza di Maria era vista soprattutto nei privilegi che si faceva a gara nel moltiplicare, con il risultato di distanziarla, anziché “associarla”, a Cristo, il quale si era fatto “in tutto simile a noi”, nulla escluso, neppure la tentazione, ma solo il peccato. Il Concilio ci ha orientato a vedere la sua grandezza soprattutto nella sua fede, speranza e carità. Dice la Lumen gentium:
Concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia (LG, 61).

“Crediamo anche noi!”

Il rinnovamento della Mariologia operato dal Vaticano II deve molto (forse l’essenziale) a sant’Agostino. Fu la sua autorità che spinse alcuni teologi e poi l’assemblea conciliare a inserire il discorso su Maria all’interno della costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, anziché fare su di lei un discorso a parte. Partendo dal principio che “il tutto è superiore a una parte”, Agostino aveva scritto:
Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d’un membro è il corpo .
Adesso è lo stesso sant’Agostino a suggerirci, la risoluzione da prendere dopo aver ripercorso a brevi tratti il cammino di fede della Madre di Dio. Alla fine del suo discorso sulla fede di Maria, egli rivolge ai suoi ascoltatori una vibrante esortazione che vale anche per noi: “Maria credette, e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi!” .

Il Quarto centenario della nascita di Blaise Pascal – che il Santo Padre ha voluto ricordare alla Chiesa con la sua Lettera Apostolica del 19 Giugno scorso – ci aiuta a dare un contenuto attuale all’esortazione: “Crediamo anche a noi”. Tra i “Pensieri” più famosi di Pascal c’è il seguente:
Le coeur a ses raisons que la raison ne connaît point. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce […]C’est le coeur qui sent Dieu et non la raison. Il cuore, e non la ragione, sente Dio. Ecco cos’è la fede: Dio sentito dal cuore e non dalla ragione
Questa affermazione è ardita, ma ha il più autorevole fondamento possibile, quello della Sacra Scrittura! L’apostolo Paolo conosce e usa spesso la parola nous, che corrisponde al moderno concetto di mente, intelligenza o ragione; ma, parlando della fede, non dice “mente creditur”, con la mente si crede; dice corde creditur (kardia gar pisteùetai), con il cuore si crede (Rom 10, 19).
Dio “è sentito dal cuore e non dalla ragione”, come dice Pascal, per il semplice motivo che “Dio è amore” e l’amore non si percepisce con l’intelletto, ma con il cuore. È vero che Dio è anche verità (“Dio è luce”, scrive Giovanni nella stessa sua Prima Lettera) e la verità si percepisce con l’intelletto; ma mentre l’amore suppone la conoscenza, la conoscenza non suppone necessariamente l’amore. Non si può amare senza conoscere, ma si può conoscere senza amare! Lo sa bene una civiltà come la nostra, orgogliosa di aver inventato l’intelligenza artificiale, ma così povera di amore e di compassione.
Non sono, purtroppo, “le ragioni del cuore” di Pascal che hanno plasmato il pensare laico e teologico degli ultimi tre secoli, ma piuttosto il “penso, perciò esisto” (cogito ergo sum) del suo compatriota Cartesio, anche se contro l’intenzione di quest’ultimo che era e rimase sempre un pio cristiano e un credente. (Ricordo di aver letto il suo nome nella lista dei pellegrini famosi al santuario della Madonna di Loreto).
La conseguenza è stata che il razionalismo ha dominato e dettato legge, prima di approdare all’attuale nichilismo. Tutti i discorsi e i dibattiti che si fanno, anche oggi, vertono su “Fede e Ragione”, mai, che io sappia, su “Fede e cuore”, o “Fede e volontà”. Lo stesso Pascal, tuttavia, in un altro suo pensiero, dice che la fede è abbastanza chiara per chi vuole credere, e abbastanza oscura per chi non vuole credere . Essa, in altre parole, è una questione di volontà, più che di ragione e intelletto.
Vorrei, a questo punto, accennare a una seconda lezione lasciataci da Pascal e che il Santo Padre mette fortemente in luce nella sua Lettera Apostolica: la centralità di Cristo per la fede cristiana: “Conosciamo Dio – scrive il filosofo – solo per mezzo di Gesù Cristo. Senza questo mediatore è esclusa ogni comunicazione con Dio” . E nel cosiddetto Memoriale, eco di una memorabile notte di luce, egli esclama: “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti… Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”
Pascal è spesso citato a proposito del “rischio calcolato”, o della scommessa vantaggiosa. Nell’incertezza, scrive, scommetti sull’esistenza di Dio, perché “se vinci hai vinto tutto, se perdi, non hai perso nulla”: “Si vous gagnez, vous gagnez tout ; si vous perdez, vous ne perdez rien” . Ma il vero rischio della fede – anche lui lo sa – è un altro: è quello di mettere tra parentesi Gesù Cristo. Un rischio di lunga data! Ripensiamo a quello che avvenne ad Atene, in occasione del memorabile discorso tenuto dall’apostolo Paolo all’Areopago (Atti 17,16-33).

L’Apostolo comincia parlando del Dio unico che ha creato l’universo e di cui “noi stessi siamo progenie”. I presenti colgono l’allusione al verso di un loro poeta e lo seguono con attenzione. Ma ecco che Paolo arriva al punto. Parla di un uomo che Dio ha designato come giudice universale, dandone prova con il risuscitarlo dai morti. Finito l’incantesimo! “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: ’Su questo ti sentiremo un’altra volta’ ” (At 17, 32).
Che cosa li ha tanto disturbati? Certo, l’idea della risurrezione dai morti, così contraria a quello che, nello stesso luogo, aveva insegnato Platone: il corpo è “la tomba dell’anima”, non vale, perciò, la pena di portarselo dietro anche dopo la morte. Ma forse ancora di più li ha sconcertati il fatto di far dipendere il destino dell’umanità da un singolo evento storico e da un uomo concreto. Un secolo dopo, il filosofo platonico Celso getterà in faccia ai cristiani i motivi dello scandalo dei greci: “Figlio di Dio un uomo vissuto pochi anni fa? Uno di ieri o avantieri? Un uomo nato in un borgo della Giudea da una povera filatrice?” .
Il vero rischio della fede è quello di scandalizzarsi dell’umanità e umiltà di Cristo. Fu lo scoglio maggiore che Agostino dovette superare per aderire alla fede: “Non essendo umile, non riuscivo ad accettare come mio Dio l’umile Gesù”, scrive nelle Confessioni. Gesù aveva parlato della possibilità di “scandalizzarsi” di lui, a motivo della sua distanza dall’idea che gli uomini si erano fatti del Messia, e aveva concluso dicendo: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Mt 11,2-6).
Lo scandalo è oggi meno ostentato di quello degli areopagiti, ma non meno presente tra gli intellettuali. L’effetto – più dannoso del rifiuto – è il silenzio su di lui. Ho seguito, in Internet, molti dibattiti ad alto livello sull’esistenza o meno di Dio: quasi mai in essi veniva pronunciato il nome di Gesù Cristo. Come se egli non rientrasse nel discorso su Dio!
Deve essere questo il nostro impegno principale nello sforzo per l’evangelizzazione. Il mondo e i suoi media – dicevo in altra occasione in questo stesso luogo – fanno del tutto (e purtroppo ci riescono!) per tenere separato, o taciuto, il nome di Cristo in ogni loro discorso sulla Chiesa. Noi dobbiamo fare del tutto per tenerlo ostinatamente presente. Non per ripararci dietro di esso e tacere dei nostri fallimenti, ma perché è lui “la luce delle genti”, il “nome che è al disopra di ogni altro nome”, “la pietra angolare” del mondo e della storia.

Tornare al cuore!

Torniamo, per finire, alla parola di Pascal su Dio che “si sente con il cuore”. Non più per farne oggetto di considerazioni storiche e teologiche, ma personali e pratiche. Pascal fu un fervente discepolo di sant’Agostino, fino, purtroppo, a condividerne anche qualche eccesso ed errore, come quello, rilanciato dagli Giansenisti, della duplice predestinazione divina, alla gloria o alla dannazione! Anche l’appello di Pascal al cuore risente (positivamente, questa volta) dell’influenza del dottore d’Ippona. Commentando il versetto di Isaia: “Tornate, o prevaricatori, al cuore (redite, praevaricatores ad cor)” (Is 46, 8, Volgata), in un discorso al popolo sant’Agostino diceva:
Rientrate nel vostro cuore!… Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo .
L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare ed oltre, ma ignora quello che avviene poche migliaia di metri sotto la crosta terrestre, da cui la difficoltà di prevenire i terremoti. È una immagine di quello che avviene anche nell’ambito dello spirito, nella nostra stessa vita. Viviamo tutti proiettati all’esterno, a quello che avviene intorno a noi, disattenti a ciò che avviene dentro di noi. Il silenzio fa paura.

Greccio 1223

Nel Natale di quest’anno ricorre l’ottavo centenario della prima realizzazione del presepio a Greccio. È il primo dei tre centenari francescani, Ad esso seguirà, nel 2024, quello delle Stimmate del santo e, nel 2026, quello della sua morte. Anche questa circostanza ci può aiutare a ritornare al cuore. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, riporta le parole con cui il Poverello spiegava la sua iniziativa: “Vorrei, diceva, rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva tra il bue e l’asinello” .

Purtroppo, con il passare del tempo, il presepio si è allontanato da quello che esso rappresentava per Francesco. È diventato spesso una forma d’arte o di spettacolo di cui si ammira l’allestimento esterno, più che il significato mistico. Anche così, tuttavia, esso assolve la sua funzione di segno e sarebbe stolto rinunciarvi. Nel nostro Occidente si moltiplicano le iniziative per eliminare dalle solennità natalizie ogni riferimento evangelico e religioso, riducendolo a una pura e semplice festa umana e familiare, con tante fiabe e personaggi inventati al posto dei personaggi veri del Natale. Qualcuno vorrebbe cambiare perfino il nome della festa.

Uno dei pretesti è di favorire, in questo modo, la convivenza pacifica con credenti di altre religioni, in pratica con gli islamici. In realtà questo è il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli, non dei musulmani. Nel Corano c’è una Sura dedicata alla nascita di Gesù che vale la pena conoscere. Dice:

Gli angeli dissero: “O Maria, Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da Lui. Il suo nome sarà Gesù [‘Isà] figlio di Maria. Sarà illustre in questo mondo e nell’altro… Parlerà agli uomini dalla culla e da uomo maturo, e sarà dei Santi”. Disse Maria: “Signore mio, come potrò avere un figlio, quando nessun uomo mi ha toccata?”. Rispose: “Proprio così: Iddio crea ciò che Egli vuole, e quando ha deciso una cosa, le dice soltanto ‘sii’, ed essa è.

Una volta, al tempo in cui, il sabato sera, spiegavo il Vangelo domenicale nella rubrica RAI “A Sua Immagine” , feci leggere questa Sura da un islamico che si disse felice di contribuire in tal modo a dissipare un equivoco che li danneggia, con il pretesto di favorirli. La venerazione con cui il Corano ricorda la nascita di Gesù e il posto che occupa in essa la vergine Maria ha avuto qualche anno fa un riconoscimento inatteso e clamoroso. L’emiro di Abu Dhabi ha deciso di dedicare a Mariam, Umm Eisa, ”Maria Madre di Gesù”, una bellissima moschea dell’emirato che prima portava il nome del suo fondatore, lo sceicco Mohammad Bin Zayed.
Il presepio è dunque una tradizione utile e bella, ma non possiamo accontentarci dei presepi esterni tradizionali. Dobbiamo allestire a Gesù un presepio diverso, un presepio del cuore. Corde creditur: con il cuore si crede. Christum habitare per fidem in cordibus vestris: che Cristo venga ad abitare mediante la fede nei vostri cuori (Ef 3,17), ci esorta l’Apostolo. Maria e il suo Sposo continuano, misticamente, a bussare alle porte, come fecero quella notte a Betlemme. Nell’Apocalisse è il Risorto in persona che dice: “Io sto alla porta e busso” (Ap 3,20). Apriamogli la porta del nostro cuore. Facciamo, di esso, una culla per Gesù Bambino. Che senta, nel gelo del mondo, il calore del nostro amore e della nostra infinita gratitudine di redenti!
Questa non è una bella e poetica finzione mentale; è l’impresa più ardua della vita. Nel nostro cuore c’è posto infatti per molti ospiti, ma per un solo padrone. Far nascere Gesù significa far morire il proprio “io”, o almeno rinnovare la decisione di non vivere più per noi stessi, ma per Colui che è nato, morto e risorto per noi” (cf. Rom 14, 7-9). “Dove nasce Dio, muore l’uomo”, ha affermato l’esistenzialismo ateo. È vero! Muore, però, l’uomo vecchio, corrotto e destinato, in ogni caso, a finire con la morte, e nasce l’uomo nuovo “creato nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,24), destinato alla vita eterna. È una impresa che non finirà con il Natale, ma può cominciare con esso.
Che la Madre di Dio che “concepì Cristo nel suo cuore prima che nel suo corpo” – ci aiuti a realizzare questo proposito.
Buon compleanno a Gesù! E a tutti voi – Santo e amato Padre papa Francesco, venerati Padri, fratelli e sorelle - Buon Natale!

1.Agostino, Discorsi, 215, 4.
2.Agostino, Discorso 72,7 (Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930, p.163).
3.Agostino, Discorsi, 215,4.
4.Pensieri, 277-278, ed. Brunschvicg.
5.Cf. Pensieri, 430, ed. Br.
6.Pensieri, n. 221, Br.
7.Pensieri, 233, Br.
8.In Origene, Contro Celso, I, 26.28; VI, 10.
9.Agostino, Confessioni, VII, 18,24.
10.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 18,10.
11.Tommaso da Celano, Vita Prima, 84-86.
12.Corano, Sura III, 46-47.

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