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sabato 11 luglio 2026

Enzo Bianchi La Chiesa davanti alla divisione

Enzo Bianchi
La Chiesa davanti alla divisione
 
Lo scisma dei lefebvriani segna una dolorosa separazione e ci richiama alla ricerca dell'unità


Famiglia Cristiana - 5 Luglio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

In questi giorni, esattamente il 1° luglio, si è consumata una dolorosa divisione nella chiesa cattolica. Una porzione di fedeli, che già si erano staccati dalla chiesa sotto l'impulso del vescovo monsignor Marcel Lefebvre nel 1977, ha ordinato quattro vescovi senza il mandato del Papa, il vescovo che presiede alla comunione universale. Così si è consumato un atto scismatico adducendo come causa il rifiuto della riforma liturgica conciliare e di alcune acquisizioni del Vaticano II.

In questi anni Papa Benedetto XVI e poi Papa Francesco hanno non solo tentato un dialogo con questi fratelli scismatici ma sono giunti a togliere la scomunica e a legittimare la celebrazione dei sacramenti da parte loro; ma poi nei diversi colloqui sempre è emerso il rifiuto ostinato nei confronti del cammino della chiesa cattolica, ritenuto in rottura con la tradizione.

Questa porzione di cattolici – presente soprattutto in Francia, Svizzera, Germania e Stati Uniti, che conta circa 150.000 fedeli, 700 presbiteri, 5 vescovi – ci lascia e mutila il corpo del Signore in un momento di divisioni sofferte da tutte le chiese in Oriente e in Occidente, nell’ortodossia e nella chiesa cattolica. Non possiamo non soffrire e quindi pregare perché venga ristabilita l’unità, la comunione e ritorni la pax liturgica. Il Concilio, la grande grazia che il Signore ha fatto alla chiesa, non è né un mostro né un museo: va interpretato e non tutto il Concilio deve essere accettato. Alcuni testi del Concilio sono diventate vecchi e non sono più proponibili, così come alcune proposizioni di concili precedenti, ma le costituzioni dogmatiche sono accrescitive della fede oggi.
(fonte: blog dell'autore)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

giovedì 15 gennaio 2026

UDIENZA GENERALE Leone XIV Con la sua Parola Dio invita all’Amicizia

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 14 gennaio 2026

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Con la sua Parola Dio invita all’Amicizia

Leone XIV prosegue il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II e riflette sulla Costituzione dogmatica «Dei Verbum»


«La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela se stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui». Lo ha detto Leone XIV durante l’udienza generale in Aula Paolo VI.

Proseguendo il ciclo di catechesi avviato con il nuovo anno e incentrato sui documenti del Concilio Vaticano II, il Pontefice ha dedicato la riflessione alla Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta, ha detto, di «uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare» poiché ricorda che Dio parla all’umanità. Dunque, la Rivelazione di Dio «ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere». Di qui, l’invito del Papa a distinguere tra la parola, che «crea una relazione con l’altro», e la chiacchiera che, invece, «si ferma alla superficie».

Al termine della catechesi, salutando i gruppi di fedeli presenti, il vescovo di Roma ha rammentato l’importanza della preghiera quotidiana, così da vivere sempre «un autentico rapporto filiale» con il Signore.
(fonte: L'Osservatore Romano 14/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 1. Dio parla agli uomini come ad amici


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Abbiamo avviato il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore.

Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio (Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 86). Infatti, un antico motto recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l’amicizia o nasce tra pari, o rende tali”. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio.

Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva (cfr Gen 3,5), ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo.

Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato – “vi ho chiamato amici” – sono riprese proprio nella Costituzione Dei Verbum, che afferma: «Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro (cfr Dei Verbum, 3); e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere.

La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. È importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui.

In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi.

Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui.

La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza.

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Saluti

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Nel salutare i pellegrini italiani presenti, rivolgo un pensiero particolare ai sacerdoti di diverse Diocesi e ai Vigili del Fuoco di Napoli.

Il mio saluto si estende, poi, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. La festa del Battesimo del Signore, che abbiamo celebrato domenica scorsa, ridesti in tutti il ricordo del nostro Battesimo. Esso costituisca per ciascuno uno stimolo a testimoniare sempre la gioia dell’adesione a Cristo, Figlio prediletto del Padre e nostro Fratello che illumina il cammino della vita.

A tutti la mia benedizione!

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venerdì 9 gennaio 2026

L’annuncio del Papa al termine dell’assemblea straordinaria con i cardinali: Nel mese di giugno un nuovo Concistoro

L’annuncio del Papa al termine dell’assemblea straordinaria con i cardinali

Nel mese di giugno
un nuovo Concistoro


Il primo è finito ieri sera, giovedì 8 gennaio, ma è già pronto il prossimo appuntamento: due giorni a giugno, a ridosso della solennità dei santi Pietro e Paolo. Un nuovo Concistoro straordinario in Vaticano attende Leone XIV e i cardinali di tutto il mondo. È stato il Pontefice ad annunciare questa seconda riunione — che si terrà in estate — durante il discorso conclusivo della terza e ultima sessione di ieri pomeriggio che ha visto riuniti, prima nell’Aula del Sinodo e poi nell’Aula Paolo VI, 170 porporati elettori e non elettori.

Sempre il Papa — spiegando che la riunione del 7 e 8 gennaio si è posta «in continuità» con quanto chiesto alle Congregazioni generali prima del Conclave — ha espresso la volontà di indire i Concistori con una cadenza annuale e per la durata di tre-quattro giorni. Inoltre, ha confermato l’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028 annunciata nel marzo scorso.

Oltre agli annunci, Leone XIV ha voluto dire grazie ai presenti per la partecipazione e il sostegno. Un ringraziamento particolare ai cardinali più anziani — «la vostra testimonianza è preziosa», ha detto — e una manifestazione di vicinanza ai porporati nel mondo che, invece, non hanno potuto essere in questi giorni a Roma: «Siamo con voi e vi siamo evicini».

Una «sinodalità non tecnica», quella che Leone XIV dice di aver sperimentato nella due-giorni; una profonda sintonia e comunione, con una metodologia scelta per favorire una migliore conoscenza reciproca, vista la diversità di background ed esperienze di ciascuno. Di qui, un richiamo al Concilio Vaticano II, base del cammino e del rinnovamento della Chiesa, e anche il chiarimento che gli altri due temi proposti e non votati il primo giorno dall’assemblea — la liturgia e la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium — sono fortemente connessi al Concilio e non andranno dimenticati.

Non è mancato, infine, da parte del Papa ma anche di tutti i membri del Collegio cardinalizio, uno sguardo alla situazione generale del mondo che rende «tanto più urgente» una risposta da parte della Chiesa. Chiesa che si fa vicina alle Chiese locali che soffrono guerre e violenze.

Su questa scia, nonostante i temi del Concistoro fossero ben altri — sinodalità e missionarietà alla luce dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, votati a maggioranza dai porporati il 7 gennaio —, non è mancato un pensiero, in particolare da quelli latinoamericani, sulla situazione del Venezuela. Se n’è fatto portavoce, nella tarda serata di ieri, il cardinale Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá, in Colombia. Il porporato, insieme ai cardinali Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg in Sud Africa, e Pablo Virgilio S. David, vescovo di Kalookan nelle Filippine, è stato tra i relatori della conferenza stampa svoltasi presso la Sala stampa della Santa Sede.

L’arcivescovo colombiano ha ricordato le parole del Papa all’Angelus del 4 gennaio, all’indomani dell’attacco degli Stati Uniti, parole con cui Leone XIV «ha espresso la sua profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in Venezuela e si è impegnato per incoraggiare il dialogo e la ricerca del consenso, invocando la pace, per costruire una pace che sia al tempo stesso disarmata e disarmante, che cerchi di unire i popoli nel rispetto dei diritti umani e della sovranità». «Quel messaggio di domenica ha dato il tono alle mie riflessioni di questi giorni», ha affermato il cardinale Rueda.

Non era il tema ufficiale del Concistoro, ma era «inevitabile» che i membri del Collegio cardinalizio fossero «preoccupati per quanto sta accadendo», si ponessero «domande» sulla direzione che si sta prendendo, su come cambia la geopolitica dell’America Latina e come la Chiesa può accompagnare la popolazione. Quello del Venezuela è un tema che «portiamo nel cuore, ci addolora tutti e desideriamo i migliori sviluppi possibili nel prossimo futuro», ha affermato ancora l’arcivescovo.

I tre cardinali relatori hanno poi dato conto della riflessione e della generale atmosfera emerse durante i lavori della giornata di ieri, svoltisi sia la mattina che il pomeriggio e scanditi anche da momenti di canto e preghiera, con una pausa per il pranzo nell’atrio dell’Aula Paolo VI (presente il Papa, il quale ha donato a ognuno la medaglia del pontificato).

In particolare, oggetto delle riflessioni dei vari gruppi linguistici sono stati la sinodalità, la necessità di viverla come «compagni di strada», l’auspicio che essa si rifletta nell’esercizio dell’autorità, nella formazione e nel lavoro dei nunzi apostolici e che si viva nella Curia con «una maggiore internazionalizzazione».

Non è mancata la rilettura della prima Esortazione di Papa Francesco Evangelii gaudium, testo che non è «scaduto» con il precedente pontificato, ma che ancora interpella le diocesi. Infine, una riflessione è stata dedicata anche alla Curia romana e al Papa stesso.

I gruppi linguistici — ha spiegato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni — sono stati venti: undici comprendenti i cardinali non elettori, nove i cardinali elettori, ordinari delle diocesi, nunzi ancora in servizio.

Da parte sua, il cardinale Brislin ha definito l’esperienza «molto arricchente», grazie alle diverse prospettive che hanno permesso di approfondire i bisogni del mondo. Quindi un’occasione per conoscere e per conoscersi. «Il fatto che a giugno ci sia un nuovo appuntamento è segno che il Santo Padre ha preso molto sul serio il fatto che possiamo aiutarlo nel suo ruolo di Successore di Pietro», ha detto.

«Otto mesi dopo il Conclave il Papa ha voluto convocarci per ascoltarci», ha fatto eco l’arcivescovo Rueda. Questo «ci rafforza nella missione della Chiesa». Mentre il cardinale David ha lodato anzitutto il format usato per i lavori — ossia la conversazione nello Spirito grazie alla quale «tutti hanno potuto parlare» — e ha apprezzato il fatto che il Papa «ha più ascoltato che parlato»: «Prendeva appunti, era molto attento, gli input che ha dato sono stati molto arricchenti per tutti noi».

Rispondendo alla domanda di un giornalista su quali siano stati i veri elementi di novità emersi in questo Concistoro — dal momento che molti dei temi elencati sono stati già ampiamente approfonditi durante la doppia sessione del Sinodo sulla sinodalità —, il cardinale Brislin ha spiegato che la novità non va cercata «solo nelle discussioni», bensì nella stessa «opportunità di conoscerci e ascoltarci». «È importante — ha detto —, perché veniamo da diverse parti del mondo, alcuni sono cardinali di nuova creazione, altri lo sono da molto tempo».

Il Papa, ha aggiunto l’arcivescovo di Johannesburg, «vuole essere collegiale, vuole ascoltare, vuole attingere all’esperienza e alla conoscenza dei porporati che vengono dalle diverse parti del mondo perché questo può aiutarlo a guidare la Chiesa». I profili sono «diversi», ma si è lavorato «in armonia che non è uniformità», ha concluso dal canto suo il cardinale Rueda.

Alcuni cronisti hanno poi domandato se la questione della partecipazione dei laici e il ruolo delle donne nella Chiesa sia in qualche modo rientrata nelle discussioni. In proposito, il cardinale David ha detto: «Come non possiamo riconoscere il ruolo delle donne e i loro ministeri nella Chiesa». «Certamente» il tema femminile è «una preoccupazione costante», ha proseguito, ricordando i risultati — di recente pubblicazione — della Commissione sullo studio del diaconato femminile.

Il porporato filippino ha fatto anche cenno al «clericalismo» e rilanciato l’idea di «sacerdozio» del popolo che attinge al Concilio Vaticano II. «Parliamo del corpo della Chiesa; abbiamo il capo della Chiesa, ma non solo il capo, c’è anche un corpo — ha concluso —. Le persone hanno il potere di partecipare alla vita e alla missione della Chiesa».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 09/01/2026)

mercoledì 7 gennaio 2026

UDIENZA GENERALE 07/01/2026 Papa Leone XIV: riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II (cronaca/sintesi/commento, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 gennaio 2026


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Papa Leone XIV: 
riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II

Aula Paolo VI, ore 10. Fuori, un grande freddo è sceso su Roma. Qui, invece, il calore dei fedeli riscalda l'aula, riscalda il cuore del pontefice che arriva accolto da uno fragoroso scrosciare di applausi. Sono circa 7000 i fedeli presenti nell'aula Nervi.

Il tema dell'udienza generale di oggi è “Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti”: un tema storico e importante che - annucia il pontefice - sarà il tema per il nuovo ciclo di catechesi che si apre oggi. Un ciclo che diverrà “un'occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l'importanza di questo evento ecclesiale”. Cita san Giovanni Paolo II che alla fine del Giubileo del 2000, affermava: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”.

E sono trascorsi 60 anni dall'assise conciliare. Quindi, ancora più importante, rileggere i suoi Documenti e riflettere sul loro contenuto: "Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata»", ricorda il pontefice.

“Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un'importante riforma liturgica portando al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutato ad aprirci al mondo a cogliere i cambiamenti e le sfide dell'epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l'umanità continuata, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna” ha detto papa Leone XIV.

E ripercorre allora i temi del Concilio come la ricerca della verità “attraverso la via dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà”. Questo spirito - secondo papa Leone XIV - “deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l'azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace”.

Fa ricordo anche di san Paolo VI, il papa che concluse i lavori del Concilio, che ai Padri conciliari al termine dei lavori, disse che “era giunta l'ora della partenza, di lasciare l'assemblea conciliare per andare incontro all'umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro”. E papa Leone XIV ricorda ai fedeli che anche “per noi è così”. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone “la profezia e l'attualità” - continua il pontefice - “accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 07/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti. Catechesi introduttiva


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dopo l’Anno giubilare, durante il quale ci siamo soffermati sui misteri della vita di Gesù, iniziamo un nuovo ciclo di catechesi che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti. Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale. San Giovanni Paolo II, alla fine del Giubileo del 2000, affermava così: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57).

Insieme all’anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025 abbiamo ricordato i sessant’anni dal Concilio Vaticano II. Anche se il tempo che ci separa da questo evento non è tantissimo, è altrettanto vero che la generazione di Vescovi, teologi e credenti del Vaticano II oggi non c’è più. Pertanto, mentre avvertiamo la chiamata di non spegnerne la profezia e di cercare ancora vie e modi per attuarne le intuizioni, sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino, e farlo non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto. Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata» (Primo messaggio dopo la Messa con i Cardinali elettori, 20 aprile 2005).

Quando il Papa San Giovanni XXIII aprì l’assise conciliare, l’11 ottobre del 1962, ne parlò come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa. Il lavoro dei numerosi Padri convocati, provenienti dalla Chiese di tutti i continenti, in effetti spianò la strada per una nuova stagione ecclesiale. Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l’umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna.

Grazie al Concilio Vaticano II, «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67), impegnandosi a cercare la verità attraverso la via dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà.

Questo spirito, questo atteggiamento interiore, deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l’azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace. Mons. Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, da Vescovo di Vittorio Veneto, all’inizio del Concilio scrisse profeticamente: «Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa. […] Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse». [1] Riscoprire il Concilio, dunque, come ha affermato Papa Francesco, ci aiuta a «ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati» ( Omelia nel 60° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 2022).

Fratelli e sorelle, quanto disse San Paolo VI ai Padri conciliari al termine dei lavori, rimane anche per noi, oggi, un criterio di orientamento; egli affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro: «Il passato: perché è qui riunita la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi Concili, i suoi Dottori, i suoi Santi. [...] Il presente: perché noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù. [...] L’avvenire, infine, è là, nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che la Chiesa di Cristo può e vuole dar loro» (S. Paolo VI, Messaggio ai Padri conciliari, 8 dicembre 1965).

Anche per noi è così. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone la profezia e l’attualità, accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace.

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[1] A. Luciani – Giovanni Paolo I, Note sul Concilio, in Opera omnia, vol. II, Vittorio Veneto 1959-1962. Discorsi, scritti, articoli, Padova 1988, 451-453.

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Saluti

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto i Seminaristi della Congregazione della Missione, il gruppo “I nostri Angeli in Paradiso” di Agrigento, la scuola Caduti per la Patria, di Pomigliano d’Arco e i dirigenti ed artisti del Circo Zoppis.

Saluto, poi, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Gesù, che contempliamo nel mistero del Natale, sia per tutti guida sicura nel nuovo anno, da poco iniziato.

A tutti la mia benedizione!

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Saluto di Papa Leone XIV ai fedeli presenti al Petriano 
al termine dell'Udienza Generale in Aula Paolo VI


Buongiorno a tutti. Buongiorno! La pace sia con voi. Tanti auguri! Grazie per essere qui. Dio benedice tutti coloro che lo cercano con il cuore aperto. La benedizione di Dio vi accompagni sempre in questa bellissima giornata, durante questo nuovo anno. Tanti, tanti auguri! E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Dio vi benedica!

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mercoledì 12 novembre 2025

Sessant’anni dopo il Concilio. Dalla primavera dello Spirito allo Spirito di fraternità

Sessant’anni dopo il Concilio.
Dalla primavera dello Spirito allo Spirito di fraternità


Dal Concilio a oggi, tra Tradizione e Vangelo, la Chiesa riscopre nella misericordia e nella fraternità la sua vera giovinezza


A dicembre ricorreranno i sessant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, l’evento che più di ogni altro ha segnato il volto della Chiesa contemporanea. Non si tratta di un semplice anniversario storico, ma di una sfida teologica e antropologica: ritrovare nella trama complessa del mondo contemporaneo la trascendenza dell’essere umano, la sua dignità, la sua libertà e la sua vocazione alla comunione.

Tra i frutti più fecondi del Vaticano II c’è senza dubbio il protagonismo dei laici nella vita della Chiesa. La Lumen gentium dedica loro un intero capitolo, la Apostolicam Actuositatem ne esplicita la missione nel mondo. Il laico cristiano non è più il semplice “collaboratore” del sacerdote, ma il soggetto pieno della missione ecclesiale. Vive nel mondo, ma non si confonde con esso. È chiamato a testimoniare il Vangelo dentro la storia concreta, nei luoghi del lavoro, della cultura, della politica, dell’economia e oggi anche della tecnologia e dell’ambiente digitale.

UN NUOVO CAMMINO

Il Concilio aveva aperto un cammino nuovo: la Chiesa non più come società perfetta, chiusa e autosufficiente, ma come comunione viva, popolo di Dio in cammino nella storia.

Eppure quella spinta di rinnovamento è stata a lungo frenata. La stagione post-conciliare, invece di fiorire in dialogo e creatività, si è spesso rinchiusa in una restaurazione dottrinale che ha posto la Tradizione al di sopra del Vangelo. Molti ambienti ecclesiali, impauriti dalle aperture conciliari, hanno scelto la via della difesa identitaria: la liturgia è tornata a essere terreno di scontro, la teologia sospettata di modernismo, il laicato ridotto a spettatore. È qui che la Chiesa tradizionalista ha mostrato il suo limite più grande: aver confuso la fedeltà alla Tradizione con la paura del futuro, dimenticando che il cuore della Tradizione è il Vangelo stesso, non la sua forma immobile.

La fedeltà al Concilio non consiste nel replicare le sue formule, ma nel lasciarsi ancora sorprendere dallo Spirito che lo ha generato.

UNA CHIESA CHE CURA

Con Francesco la tensione tra Vangelo e Tradizione ha trovato una nuova chiave di lettura. Il suo pontificato ha segnato il ritorno a una Chiesa misericordiosa, che non teme di sporcarsi le mani, una Chiesa che abbraccia le fragilità del mondo contemporaneo e si definisce “ospedale da campo” della società. Non più una Chiesa preoccupata di difendere confini o privilegi, ma una Chiesa che cura le ferite, che ascolta prima di giudicare, che accompagna invece di condannare.

Francesco ha incarnato fino in fondo lo spirito conciliare della Gaudium et Spes: essere nel mondo senza appartenere al mondo, parlare con il linguaggio della misericordia più che con quello della condanna. Con lui il Vangelo ha riacquistato la sua forza disarmante e universale, capace di toccare anche chi non crede, di aprire spazi di dialogo dove altri vedevano barriere. Il suo magistero ha mostrato che la fedeltà alla Tradizione passa attraverso il ritorno costante al Vangelo, non attraverso la sua imbalsamazione.

Leone XIV ha raccolto il testimone di Francesco e dei suoi predecessori, restituendo centralità al Vangelo più che alle strutture, all’ascolto più che al controllo, alla comunione più che al potere. In lui si compie una vera conversione ecclesiale: riportare l’istituzione alla sua sorgente evangelica, ricordando che la Tradizione non è il culto del passato ma la trasmissione viva dello Spirito nel presente.

Nel mondo di oggi, segnato da crisi ecologiche, guerre e isolamento tecnologico, questa visione può offrire ciò che il tomismo da solo non basta a garantire: calore umano, empatia, cura, prossimità. La fraternità non è una virtù privata, ma la struttura ontologica della realtà, il filo invisibile che tiene insieme persone e popoli, creature umane e non umane, fede e ragione, spirito e materia.

LA PRIMAVERA CONTINUA

Sessant’anni dopo, il Vaticano II non è un capitolo chiuso, ma un cantiere ancora aperto. Il vero anniversario non è la sua chiusura del 1965, ma la sua continua riapertura nelle coscienze dei credenti. La primavera conciliare non è finita: si rinnova ogni volta che la Chiesa sceglie la via della comunione, della sinodalità, della misericordia e della fraternità universale.

Solo nella fedeltà al Vangelo, non a una Tradizione intesa come recinto, la Chiesa potrà continuare a essere nel mondo ciò che Francesco ha sognato e vissuto — un ospedale da campo per l’umanità ferita, segno credibile del Dio che fa nuove tutte le cose.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Pietro Giordano 10/11/2025)


martedì 30 gennaio 2024

Enzo Bianchi - Il lieto messaggio del Vangelo

Enzo Bianchi
Il lieto messaggio del Vangelo 


La Repubblica - 15 Gennaio 2024

Soprattutto dal Concilio Vaticano II in poi, nella chiesa cattolica emerge e si fa sentire il tradizionalismo, fenomeno complesso, variegato e cangiante. Riguarda una porzione di chiesa che vuole restare in stretta continuità con il passato, non accetta nessun progresso nella comprensione della fede, né mutamenti delle forme nelle quali la fede si esprime. Solo “quella” forma del passato (in realtà un passato recente!), solo una certa teologia e solo una certa liturgia stanno nello spazio della verità e della tradizione. E così il passato viene idealizzato, reso un monumento, custodito come un museo mentre il presente, la contemporaneità, con la dinamica del rinnovamento, è giudicato in modo catastrofico.

In realtà, questa posizione che si vuole fedele alla tradizione, nega la tradizione autentica, la grande Tradizione, perché la tradizione – da tradere, trasmettere – è tale se è trasmissione creatrice, una corrente viva che sempre si alimenta di una dinamica e di una crescita come un giardino da coltivare. I tradizionalisti induriti negano, di fatto, la cattolicità verticale, storica, privilegiando un’epoca e non riconoscendo che lo Spirito ispira, agisce, crea la novità anche nel presente.

Certamente i tradizionalisti sono anche una reazione a un rinnovamento scomposto, un insieme di innovazioni che non solo contraddicono la grande Tradizione, ma sono insensate e senza coerenza con la fede cristiana. Soprattutto in ambito liturgico non si può negare che nel post-concilio e ancora oggi si assista a volte a celebrazioni fantasiose, che preferirei qualificare come irrispettose e offensive del mistero cristiano: canti mondani oltre che di cattivo gusto, segni e riti inventati senza discernimento, spettacolarità che sfigurano il rito e purtroppo causano in alcuni un arroccarsi sul passato che nega ogni possibilità di riforma.

Tuttavia, se il fulcro della contestazione tradizionalista è soprattutto la messa rinnovata nei suoi riti dal Vaticano II, rispetto alla quale si chiede di tornare alla messa preconciliare – quella tridentina, non quella di sempre –, la porzione tradizionalista mostra al suo interno diversità, pluralità di posizioni e di accenti. Vi sono monasteri, tra i quali eccellono quelli benedettini francesi di Barroux, di Wisques, di Triors, che sono una risorsa nella chiesa: conservano i vecchi riti con fedeltà, il grande tesoro del canto gregoriano, vivono con serietà evangelica la vita monastica dando una vera testimonianza cristiana.

La chiesa oggi non tiene sufficientemente conto di queste realtà, abbagliata dalla contestazione portata avanti soprattutto sui social da tanti gruppi tradizionalisti che negano legittimità alla riforma liturgica del concilio e che attaccano il Papa in modo irrispettoso e vergognoso, fino a dichiararlo sovente eretico o illegittimo successore di Benedetto XVI.

Difficile dunque l’ascolto e il dialogo con loro e tuttavia papa Francesco cerca di non escludere dalla chiesa queste realtà e di offrire una possibilità di riconciliazione anche a quelli che lo attaccano. Perché papa Francesco è convinto che il Vangelo è lieto messaggio, non è Vangelo della paura né della nostalgia del passato. Il Vangelo se non è buona e gioiosa notizia non è Vangelo.
(fonte: blog dell'autore)

lunedì 2 ottobre 2023

Il Papa risponde ai Dubia di cinque cardinali

Il Papa risponde ai Dubia di cinque cardinali

I cardinali Brandmüller, Burke, Sandoval Íñiguez, Sarah e Zen Ze-kiun hanno presentato al Papa 5 domande con la richiesta di un chiarimento su alcune questioni relative alla interpretazione della Divina Rivelazione, sulla benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, sulla sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa, sulla ordinazione sacerdotale delle donne e sul pentimento come condizione necessaria per l'assoluzione sacramentale

Pubblicate sul sito del Dicastero per la Dottrina della Fede le risposte di Papa Francesco alle domande dei cardinali Brandmüller, Burke, Sandoval Íñiguez, Sarah e Zen Ze-kiun (VATICAN MEDIA Divisione Foto)

Papa Francesco ha risposto a 5 Dubia che gli avevano fatto pervenire nel luglio scorso i cardinali Walter Brandmüller e Raymond Leo Burke con l’appoggio di altri tre cardinali, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun. Le domande dei porporati, in italiano, e le risposte del Papa, in spagnolo, sono state pubblicate oggi sul sito del Dicastero per la Dottrina della Fede (ndr in spagnolo). Di seguito il testo con una nostra traduzione in italiano delle risposte del Papa:


1) Dubium circa l'affermazione che si debba reinterpretare la Divina Rivelazione in base ai cambiamenti culturali e antropologici in voga.

Dopo le affermazioni di alcuni vescovi, che non sono state né corrette né ritrattate, si chiede se nella Chiesa la Divina Rivelazione debba essere reinterpretata secondo i cambiamenti culturali del nostro tempo e secondo la nuova visione antropologica che questi cambiamenti promuovono; oppure se la Divina Rivelazione sia vincolante per sempre, immutabile e quindi da non contraddire, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, che a Dio che rivela è dovuta "l'obbedienza della fede"(Dei Verbum 5); che quanto è rivelato per la salvezza di tutti deve rimanere "per sempre integro" e vivo, e venire "trasmesso a tutte le generazioni" (7) e che il progresso della comprensione non implica alcun mutamento della verità delle cose e delle parole, perché la fede è stata "trasmessa una volta per sempre" (8), e il Magistero non è superiore alla parola di Dio, ma insegna solo ciò che è stato trasmesso (10).

Risposte di Papa Francesco

Cari fratelli,
benché non sempre mi sembri prudente rispondere alle domande rivoltemi direttamente, e sarebbe impossibile rispondere a tutte, in questo caso ho ritenuto opportuno farlo data la vicinanza del Sinodo.

Risposta alla prima domanda

a) La risposta dipende dal significato che attribuite alla parola "reinterpretare". Se è intesa come "interpretare meglio", l'espressione è valida. In questo senso, il Concilio Vaticano II affermò che è necessario che, con il lavoro degli esegeti - e aggiungo, dei teologi - "maturi il giudizio della Chiesa" (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 12).

b) Pertanto, se è vero che la divina Rivelazione è immutabile e sempre vincolante, la Chiesa deve essere umile e riconoscere di non esaurire mai la sua insondabile ricchezza e di avere bisogno di crescere nella sua comprensione.

c) Di conseguenza, cresce anche nella comprensione di ciò che essa stessa ha affermato nel suo Magistero.

d) I cambiamenti culturali e le nuove sfide della storia non modificano la Rivelazione, ma possono stimolarci a esprimere meglio alcuni aspetti della sua traboccante ricchezza che offre sempre di più.

e) È inevitabile che ciò possa portare a una migliore espressione di alcune affermazioni passate del Magistero, ed è infatti successo così lungo la storia.

f) D'altra parte, è vero che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è anche vero che sia i testi delle Scritture che le testimonianze della Tradizione necessitano di un'interpretazione che permetta di distinguere la loro sostanza perenne dai condizionamenti culturali. Questo è evidente, ad esempio, nei testi biblici (come Esodo 21, 20-21) e in alcuni interventi magisteriali che tolleravano la schiavitù (Cfr. Niccolò V, Bolla Dum Diversas, 1452). Non è un argomento secondario dato il suo intimo legame con la verità perenne della dignità inalienabile della persona umana. Questi testi hanno bisogno di un'interpretazione. Lo stesso vale per alcune considerazioni del Nuovo Testamento sulle donne (1 Corinzi 11, 3-10; 1 Timoteo 2, 11-14) e per altri testi delle Scritture e testimonianze della Tradizione che oggi non possono essere ripetuti così come sono.

g) È importante sottolineare che ciò che non può cambiare è ciò che è stato rivelato "per la salvezza di tutti" (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 7). Perciò la Chiesa deve discernere costantemente ciò che è essenziale per la salvezza e ciò che è secondario o è meno direttamente connesso a questo obiettivo. Mi interessa ricordare ciò che San Tommaso d’Aquino affermava: "quanto più si scende ai particolari, tanto più aumenta l'indeterminatezza" (Summa Theologiae 1-1 1, q. 94, art. 4).

h) Infine, una sola formulazione di una verità non potrà mai essere adeguatamente compresa se viene presentata solitaria, isolata dal ricco e armonioso contesto dell'intera Rivelazione. La "gerarchia delle verità" implica anche collocare ciascuna di esse in adeguata connessione con le verità più centrali e con l'insieme dell'insegnamento della Chiesa. Ciò può infine portare a diversi modi di esporre la stessa dottrina, anche se “a quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo (Evangelii gaudium, 40). Ogni corrente teologica ha i suoi rischi, ma anche le sue opportunità.


2) Dubium circa l'affermazione che la diffusa pratica della benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, concorderebbe con la Rivelazione e il Magistero (CCC 2357).

Secondo la Divina Rivelazione, attestata nella Sacra Scrittura, che la Chiesa "per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone" (Dei Verbum 10): "In principio" Dio creò l'uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò e li benedisse, perché fossero fecondi (cfr Gen l, 27-28), per cui l'Apostolo Paolo insegna che negare la differenza sessuale è la conseguenza della negazione del Creatore (Rom l, 24-32). Si chiede: può la Chiesa derogare a questo "principio", considerandolo, in contrasto con quanto insegnato da Veritatis splendor 103, come un semplice ideale, e accettando come "bene possibile" situazioni oggettivamente peccaminose, come le unioni con persone dello stesso sesso, senza venir meno alla dottrina rivelata?

Risposta di Papa Francesco alla seconda domanda

a) La Chiesa ha una concezione molto chiara del matrimonio: un'unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli. Solo a questa unione si può chiamare "matrimonio". Altre forme di unione lo realizzano solo "in modo parziale e analogico" (Amoris laetitia 292), per cui non possono essere chiamate strettamente "matrimonio".

b) Non è solo una questione di nomi, ma la realtà che chiamiamo matrimonio ha una costituzione essenziale unica che richiede un nome esclusivo, non applicabile ad altre realtà. Senza dubbio è molto di più di un mero "ideale".

c) Per questa ragione, la Chiesa evita qualsiasi tipo di rito o sacramentale che possa contraddire questa convinzione e far intendere che si riconosca come matrimonio qualcosa che non lo è.

d) Tuttavia, nel rapporto con le persone, non si deve perdere la carità pastorale, che deve permeare tutte le nostre decisioni e atteggiamenti. La difesa della verità oggettiva non è l'unica espressione di questa carità, che è anche fatta di gentilezza, pazienza, comprensione, tenerezza e incoraggiamento. Pertanto, non possiamo essere giudici che solo negano, respingono, escludono.

e) Pertanto, la prudenza pastorale deve discernere adeguatamente se ci sono forme di benedizione, richieste da una o più persone, che non trasmettano un concetto errato del matrimonio. Perché quando si chiede una benedizione, si sta esprimendo una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per poter vivere meglio, una fiducia in un Padre che può aiutarci a vivere meglio.

f) D'altra parte, sebbene ci siano situazioni che dal punto di vista oggettivo non sono moralmente accettabili, la stessa carità pastorale ci impone di non trattare semplicemente come "peccatori" altre persone la cui colpa o responsabilità può essere attenuata da vari fattori che influenzano l'imputabilità soggettiva (Cfr. san Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).

g) Le decisioni che, in determinate circostanze, possono far parte della prudenza pastorale, non devono necessariamente diventare una norma. Cioè, non è opportuno che una Diocesi, una Conferenza Episcopale o qualsiasi altra struttura ecclesiale abiliti costantemente e ufficialmente procedure o riti per ogni tipo di questione, poiché tutto “ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma”, perché questo “darebbe luogo a una casuistica insopportabile” (Amoris laetitia 304). Il Diritto Canonico non deve né può coprire tutto, e nemmeno le Conferenze Episcopali con i loro documenti e protocolli variati dovrebbero pretenderlo, poiché la vita della Chiesa scorre attraverso molti canali oltre a quelli normativi.


3) Dubium circa l'affermazione che la sinodalità è "dimensione costitutiva della Chiesa" (Cost.Ap. Episcopalis Communio 6), sì che la Chiesa sarebbe per sua natura sinodale.

Dato che il Sinodo dei vescovi non rappresenta il collegio episcopale, ma è un mero organo consultivo del Papa, in quanto i vescovi, come testimoni della fede, non possono delegare la loro confessione della verità, si chiede se la sinodalità può essere criterio regolativo supremo del governo permanente della Chiesa senza stravolgere il suo assetto costitutivo voluto dal suo Fondatore, per cui la suprema e piena autorità della Chiesa viene esercitata, sia dal Papa in forza del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme col suo capo il Romano Pontefice (Lumen gentium 22).

Risposta di Papa Francesco alla terza domanda

a) Sebbene riconosciate che l'autorità suprema e piena della Chiesa sia esercitata sia dal Papa a motivo del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme al loro Capo, il Romano Pontefice (Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 22), con queste domande stesse manifestate il vostro bisogno di partecipare, di esprimere liberamente il vostro parere e di collaborare, chiedendo così una forma di "sinodalità" nell'esercizio del mio ministero.

b) La Chiesa è un "mistero di comunione missionaria", ma questa comunione non è solo affettiva o eterea, bensì implica necessariamente una partecipazione reale: non solo la gerarchia, ma tutto il Popolo di Dio in modi diversi e a diversi livelli può far sentire la propria voce e sentirsi parte del cammino della Chiesa. In questo senso possiamo dire che la sinodalità, come stile e dinamismo, è una dimensione essenziale della vita della Chiesa. Su questo punto ha detto cose molto belle san Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte.

c) Altra cosa è sacralizzare o imporre una determinata metodologia sinodale che piace a un gruppo, trasformarla in norma e percorso obbligatorio per tutti, perché ciò porterebbe solo a "congelare" il cammino sinodale ignorando le diverse caratteristiche delle diverse Chiese particolari e la variegata ricchezza della Chiesa universale.


4) Dubium circa il sostegno di pastori e teologi alla teoria che "la teologia della Chiesa è cambiata" e quindi che l'ordinazione sacerdotale possa essere conferita alle donne.

In seguito alle affermazioni di alcuni prelati, che non sono state né corrette né ritrattate, secondo cui col Vaticano II sarebbe cambiata la teologia della Chiesa e il significato della Messa, si chiede se è ancora valido il dettato del Concilio Vaticano II, che "il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale differiscono essenzialmente e non solo di grado" (Lumen Gentium IO) e che i presbiteri in virtù del "sacro potere dell'ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati" (Presbyterorum Ordinis 2), agiscono in nome e nella persona di Cristo mediatore, per mezzo del quale è reso perfetto il sacrificio spirituale dei fedeli? Si chiede, inoltre, se è ancora valido l'insegnamento della lettera apostolica di san Giovanni Paolo II Ordinatio Sacerdotalis, che insegna come verità da tenere in modo definitivo l'impossibilità di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, per cui questo insegnamento non è più soggetto a cambiamento né alla libera discussione dei pastori o dei teologi.

Risposta di Papa Francesco alla quarta domanda

a) "Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale differiscono essenzialmente" (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 10). Non è opportuno sostenere una differenza di grado che implichi considerare il sacerdozio comune dei fedeli come qualcosa di "seconda categoria" o di minor valore ("un grado più basso"). Entrambe le forme di sacerdozio si illuminano e si sostengono reciprocamente.

b) Quando san Giovanni Paolo II insegnò che bisogna affermare "in modo definitivo" l'impossibilità di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, in nessun modo stava denigrando le donne e conferendo un potere supremo agli uomini. San Giovanni Paolo II affermò anche altre cose. Ad esempio, che quando parliamo della potestà sacerdotale “siamo nell'ambito della funzione, non della dignità e della santità”. (san Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 51). Sono parole che non abbiamo accolto a sufficienza. Affermò anche chiaramente che sebbene solo il sacerdote presieda l'Eucaristia, i compiti "non danno luogo alla superiorità di alcuni sugli altri" (san Giovanni Paolo II, Christifideles laici, nota 190; Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI). Affermò anche che se la funzione sacerdotale è "gerarchica", non deve essere intesa come una forma di dominio, ma “è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo” (san Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 27). Se questo non viene compreso e non si traggono le conseguenze pratiche di queste distinzioni, sarà difficile accettare che il sacerdozio sia riservato solo agli uomini e non potremo riconoscere i diritti delle donne o la necessità che esse partecipino, in vari modi, alla guida della Chiesa.

c) D'altra parte, per essere rigorosi, riconosciamo che non è stata ancora sviluppata esaustivamente una dottrina chiara e autorevole sulla natura esatta di una "dichiarazione definitiva". Non è una definizione dogmatica, eppure deve essere accettata da tutti. Nessuno può contraddirla pubblicamente e tuttavia può essere oggetto di studio, come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunione anglicana.


5) Dubium circa l'affermazione "il perdono è un diritto umano" e l'insistere del Santo Padre sul dovere di assolvere tutti e sempre, per cui il pentimento non sarebbe condizione necessaria per l'assoluzione sacramentale.

Si chiede se sia ancora vigente l'insegnamento del Concilio di Trento, secondo cui, per la validità della confessione sacramentale è necessaria la contrizione del penitente, che consiste nel detestare il peccato commesso con il proposito di non peccare più (Sessione XIV, Capitolo IV: DH 1676), cosicché il sacerdote deve rimandare l’assoluzione quando sia chiaro che questa condizione non è adempiuta.

Risposta di Papa Francesco alla quinta domanda

a) Il pentimento è necessario per la validità dell'assoluzione sacramentale e implica l'intenzione di non peccare. Ma qui non c’è matematica e devo ricordare ancora una volta che il confessionale non è una dogana. Non siamo padroni, ma umili amministratori dei Sacramenti che nutrono i fedeli, perché questi doni del Signore, più che reliquie da custodire, sono aiuti dello Spirito Santo per la vita delle persone.

b) Ci sono molti modi di esprimere il pentimento. Spesso, nelle persone che hanno l'autostima molto ferita, dichiararsi colpevoli è una tortura crudele, ma il solo atto di avvicinarsi alla confessione è un'espressione simbolica di pentimento e di ricerca dell'aiuto divino.

c) Voglio anche ricordare che "a volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all'amore incondizionato di Dio" (Amoris laetitia 311), ma si deve imparare. Seguendo san Giovanni Paolo II, sostengo che non dobbiamo richiedere ai fedeli propositi di correzione troppo precisi e sicuri, che alla fine finiscono per essere astratti o addirittura narcisisti, ma anche la prevedibilità di una nuova caduta "non pregiudica l'autenticità del proposito" (san Giovanni Paolo II, Lettera al Card. William W. Baum e ai partecipanti al corso annuale della Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, 5).

d) Infine, deve essere chiaro che tutte le condizioni che di solito si pongono nella confessione generalmente non sono applicabili quando la persona si trova in una situazione di agonia o con le sue capacità mentali e psichiche molto limitate.
(fonte: Vatican News 02/10/2023)


lunedì 17 luglio 2023

Grazie, fratello vescovo Luigi - Addio a monsignor Bettazzi - Un’intervista su marce della pace e il tema della guerra al Concilio


Grazie, fratello vescovo Luigi

Mons Luigi Bettazzi è tornato alla casa del Padre dove vive in pienezza l’agognata Pace.

Partecipo questa notizia con grande tristezza (ci stavamo preparando alla festa dei suoi 100 anni) ma con un grande GRAZIE al Signore per avercelo donato compagno e guida instancabile, gioioso, infaticabile sui “sentieri di Isaia”.
Grazie, fratello vescovo Luigi, adesso che sei “diversamente vivente” continua a camminare con noi!!!
Siamo certi che sei entrato nella gioia del tuo Signore!!!

Mons. Giovanni Ricchiuti
Presidente di Pax Christi Italia
(fonte: Pax Christi 16 Luglio 2023)

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Addio a monsignor Bettazzi,
morto a 99 anni il vescovo emerito di Ivrea:
martedì lutto cittadino

Spirato alle 4,22 del mattino di domenica. Camera ardente in duomo a Ivrea da lunedì 17 luglio dalle 9 alle 19. Funerali martedì 18 luglio. Sarà sepolto in duomo.


Il vescovo emerito di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi è morto alle 4.22 del mattino di domenica. Negli ultimi momenti della sua vita ha ricevuto l’eucarestia, l’unzione degli infermi e la benedizione papale ed è stato lucido fino alla fine. Era nato a Treviso il 26 novembre 1923, aveva quindi 99 anni. I funerali saranno celebrati martedì 18 luglio alle 15,30 in duomo, rosario lunedì 17 alle 20,30, sempre in duomo. La camera ardente sarà allestita sempre in duomo da lunedì 17 luglio a partire dalle 9 e sarà aperta fino alle 19. Per martedì 18, giorno del funerale, l’amministrazione comunale di Ivrea ha proclamato il lutto cittadino, la bandiera sarà esposta a mezz’asta. “Ultimo testimone del Concilio Vaticano II, monsignor Bettazzi nei suoi lunghi anni di episcopato a Ivrea, e negli anni più recenti di presenza vigile e partecipe presso il Castello di Albiano, ha contribuito in modo significativo a costruire nella nostra comunità la cultura della pace e della giustizia, dell’apertura agli ultimi, agli esclusi, agli stranieri, incarnando una visione di Chiesa aperta al mondo e schierata con i più deboli. L’amministrazione, a nome di tutta la città, lo ringrazia per la sua testimonianza coraggiosa e coerente e si impegna a tenere vivi i suoi ideali e la sua visione”-

Il peggioramento

Le condizioni di monsignor Bettazzi si erano aggravate negli ultimi giorni. Il vescovo di Ivrea, Edoardo Cerrato, sabato aveva invitato alla preghiera con un semplice messaggio: “Accompagniamo monsignor Bettazzi che si sta avviando lucidamente al tramonto terreno. La nostra preghiera lo sostenga”. Un invito alla preghiera era arrivato anche dai sacerdoti e dalle molte persone da sempre a lui vicine.

L’ultima uscita pubblica di monsignor Bettazzi risale alla fine del giugno scorso quando, in occasione della festa di San Giovanni, è stato ospite della parrocchia di Vico, dove ha celebrato la messa, ha partecipato al pranzo ed ha assistito al concerto conclusivo della patronale. Le sue condizioni di salute hanno iniziato a peggiorare nei giorni successivi. Monsignor Bettazzi è stato costretto a letto, dove è stato assistito giorno e notte e dove ogni mattina ha ricevuto la visita di uno dei sacerdoti diocesani che concelebrano con lui la messa, che egli ha voluto continuare a celebrare dal suo letto come ha sempre fatto per oltre 73 anni, da quando in quel lontano 4 agosto 1946 fu ordinato presbitero, nella cappella del Rosario della basilica patriarcale di San Domenico a Bologna, dal cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano. In occasione della messa solenne di San Savino, in occasione della festa per il patrono di Ivrea, il vescovo Cerrato e i sacerdoti avevano invitato a ricordare monsignor Bettazzi nelle preghiere.

Vescovo di Ivrea per 33 anni

Nato a Treviso, si diceva, da adolescente Luigi Bettazzi si era trasferito con la famiglia a Bologna, città di origine della madre. Ordinato sacerdote nel 1946, il 10 agosto 1963 fu eletto vescovo titolare di Tagaste e nonimato ausiliario di Bologna. Quindi il passaggio a Ivrea. Monsignor Bettazzi è stato per 33 anni vescovo di Ivrea, dal 1966 al 1999, prima di trasferirsi nel castello vescovile di Albiano, dove risiedeva. Per la precisione fu nominato vescovo di Ivrea il 26 novembre 1966 e fece il suo ingresso ufficiale il 15 gennaio 1967. Monsignor Bettazzi era l’ultimo vescovo in vita tra i partecipanti al Concilio Ecumenico Vaticano II, molto amato ed apprezzato, non solo per la sua missione pastorale, ma anche per le sue riflessioni pubbliche fatte negli anni sui grandi temi dell’attualità, lavoro, politica e pace. Al tema della pace, ancora oggi di strettissima attualità, monsignor Bettazzi ha dedicato gran parte della missione sacerdotale fino ad essere nominato nel 1968 presidente nazionale di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace, e diventarne poi nel 1978 presidente internazionale, fino ad arrivare nel 1985 a vincere per i suoi meriti il Premio Internazionale dell'Unesco per l'Educazione alla Pace. Autore di numerose pubblicazioni, è stato un punto di riferimento.
(fonte: La Sentinella del Canavese ALBIANO D’IVREA 16 Luglio 2023)

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Bettazzi: un’intervista su marce della pace 
e il tema della guerra al Concilio
 
Monsignor Bettazzi a Torino nel 2008 (Foto di wikipedia)

Così alcuni media hanno ricordato mons. Luigi Bettazzi: Accanto agli studenti della Fuci, la vicinanza ai lavoratori dell’Olivetti, della Lancia e del cotonificio Vallesusa, lo scambio epistolare con il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer, sostenne l’obiezione di coscienza quando ancora si rischiava il carcere, partecipò alla marcia pacifista a Sarajevo, favorevole al disegno di legge sui 'diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi' comprese le coppie omosessuali, ha partecipato a tutte le Marce della pace fino agli ultimi mesi di vita.”

E’ morto il 16 luglio a 99 ani di età, è stato voce di pace e testimone del rinnovamento conciliare, e il più giovane dei Vescovi italiani, voluto nel 1963, come Ausiliare dal Cardinale Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna, e Padre conciliare fino alla conclusione.

Nominato Vescovo di Ivrea nel 1966 è stato anche presidente nazionale, e poi internazionale, di Pax Christi.
Il Concilio e la pace sono stati sempre l’impegno di tutto il suo servizio alla Chiesa e alla società. Ha conservato con Bologna, dove abitano i suoi famigliari, uno stretto rapporto di affetto e di condivisione, intensificatosi negli ultimi anni.

Bettazzi, nato a Treviso nel 1923, avrebbe compiuto 100 anni il prossimo 26 novembre. Il 4 ottobre 1946 fu ordinato sacerdote a Bologna, poi nominato ausiliare di Bologna e il 4 ottobre 1963 ordinato vescovo. Dal 1966 al 1999 fu Vescovo di Ivrea. Partecipò al Concilio Vaticano II, accanto al cardinale Giacomo Lercaro, per tre sessioni dal 29 settembre 1963. All’interno di Pax Christi fu presidente nazionale dal 1968 al 1985 e internazionale dal 1978 al 1985.

Profondo rimase il suo legame con Bologna. Nel 2016 ricevette dal Comune di Bologna la cittadinanza onoraria. Una delle sue ultime visite, il 14 dicembre dello scorso anno, fu per una serata di dialogo con il Card. Zuppi al Museo Olinto Marella su “Profezia e liberazione: l’eredità del Concilio Vaticano II”.
Mons. Bettazzi, il Padre conciliare italiano vissuto più a lungo, è stato promotore di pace e di dialogo con tutti.

Vi riproponiamo il testo e il video di una breve intervista da noi realizzata con lui sull’esperienza delle marce della pace e del dibattito in Concilio sulla guerra, in cui vi sono notizie per molti poco note.

“La Marcia di Capodanno fu voluta dai giovani di Pax Christi i quali volevano che l’anno cominciasse non soltanto con lo spumante e il panettone, ma che cominciasse in preghiera, con una marcia di riflessione antecedente.

Il Papa Paolo VI nel 1968 aveva lanciato la Giornata mondiale per la pace e l’anno successivo il 31 dicembre noi facemmo la Marcia, e quindi abbiamo un anno in meno delle Giornate mondiali. Nacque proprio per sensibilizzare, noi di Pax Christi per primi, e poi per sensibilizzare al tema della pace le città che via via abbiamo girato.

Cominciammo con l’obiezione di coscienza, che allora era una cosa di cui non si parlava, siamo andati nelle zone in cui c’era stato il terremoto, in Sicilia poi in Friuli, a Sarno dove c’era stata l’alluvione, si cercava di alternare Sud e Nord, cercando delle città che ci accogliessero, andavo a chiedere ai vescovi, qualcuno non era tanto dell’idea, ma quando nel 1981 diventai il Presidente di Giustizia e Pace, la Commissione della CEI, ci si mise d’accordo, da allora potemmo andare anche nelle grandi città, si andò a Roma, a Palermo, a Firenze, perché allora la CEI dava il valore, anche se poi toccava a Pax Christi fare la parte organizzativa.

Credo che abbiamo seminato, e in molte città hanno poi continuato a fare nel tempo iniziative locali. La Marcia della Pace si è diffusa come un tema significativo, noi come Pax Christi avevamo già le Routes in giro per il mondo.

Credo che le Marce siano state utili per seminare, abbiamo parlato di armi, di disarmo, di costruire meno armi, oppure di solidarietà in situazioni particolari, credo che sia stato efficace.

Avevamo pensato nel 1975 di venire a Bologna, per onorare il cardinal Lercaro, ma poi andammo a Torino.
Si andava a Brescia o a Varese dove facevano delle armi, il vescovo locale ci diceva di tener conto che tanti lavoravano in quelle aziende, ma si cercava di seminare le idee della pace, di diminuire la distruzione delle guerre, credo che per la grazia del Signore siano state iniziative utili non solo per Pax Christi ma anche per le città in cui le marce di sono svolte, qualche volta per il 1° dell’anno, non avendo altre notizie più importanti, la mettevano nelle televisioni e la cosa serviva a richiamare anche concretamente il cammino della pace.”

A Bologna in questi giorni si è ricordato Lercaro e Dossetti. Lei in quegli anni era vescovo ausiliare di Lercaro: quali ragionamenti facevate ai tempi del Concilio sulla pace?

Nel Concilio c’era un movimento che, partendo dal Vangelo, voleva che si dichiarasse che un cristiano non può far la guerra.

Per questo don Dossetti non condivideva tanto che nella Gaudium et Spes si fosse partiti dalla teologia, la guerra giusta, la guerra di difesa; ricordo che alcuni vescovi americani, mentre gli USA stavano facendo la guerra in Vietnam, dicevano che era una guerra di difesa della civiltà cristiana.

Però nel Concilio, nella Gaudium et Spes, si riuscì a condannare la guerra totale, quella che coinvolge le città e le popolazioni civili, dicendo che è contro Dio e contro la stessa umanità. Non se ne sarà forse tenuto molto conto, ma è un passo in avanti .

Paolo VI ha parlato della pace come sviluppo dei popoli, Giovanni Paolo II ha parlato della pace come solidarietà, Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate comincia ad auspicare la nonviolenza attiva, Papa Francesco parla di nonviolenza attiva e creativa per la giornata della pace 2017.

Anche il movimento ecumenico cristiano a Ginevra ha fatto una riunione mondiale sul cammino della nonviolenza, che non vuol dire rassegnarsi ma metter in atto tutte le possibilità diplomatiche, di embarghi e altro, prima di arrivare alla guerra.

Purtroppo la guerra invece rende molto – pensiamo alla vendita delle armi – e quindi si preferisce portare le situazioni fino all’estremo, fino allo scoppio delle guerre, mentre la guerra non risolve niente, lo stiamo vedendo in Africa, nel Medio Oriente.

Occorre arrivare ad una nonviolenza attiva e creativa; credo che sia questo il grande messaggio che ci dà Papa Francesco con questa giornata mondiale della pace.

A Bologna, che nel Medioevo è arrivata ad abolire per prima la schiavitù dei servi della gleba, che ha attuato il diritto delle soluzioni pacifiche, credo sia bello si parli della nonviolenza attiva e creativa.

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(fonte: Pressenza Redazione Bologna 17.07.23)