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martedì 2 giugno 2026

Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella: "L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa."

80° anniversario della Repubblica:
il messaggio della CEI al Presidente Mattarella



Di seguito il Messaggio che il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha inviato al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella, in occasione dell’80° anniversario della Repubblica.

Illustrissimo Signor Presidente,

nell’80° anniversario della nascita della Repubblica italiana Le invio, a nome mio personale e delle Chiese in Italia, un sentimento di gratitudine, affetto e responsabilità condivisa. Questi ottant’anni racchiudono una storia iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia.

La Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme, diversi eppure uniti da un destino comune e dal senso del bene comune. Alcuni seppero guardare oltre se stessi e consegnare alle generazioni future la Costituzione, che ci ricorda che nessuno si salva da solo e che nessuno può essere lasciato solo. L’articolo 54 richiama il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, e impone a chi esercita funzioni pubbliche di adempierle con disciplina e onore; questo richiamo orienta l’impegno comune per il bene di tutti.

La Repubblica non è solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione. L’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica. A conferma, nel suo intervento all’apertura della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia a Trieste, Ella ha riconosciuto il contributo dei cattolici alla comunità nazionale, sottolineando che la Costituzione ha dato nuovo senso all’unità del Paese e che l’adesione dei cattolici a essa ha rafforzato coesione e unità.

Le Chiese in Italia guardano a questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità.
L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro.

Signor Presidente, in questa ricorrenza Le rinnoviamo la nostra sincera gratitudine per il servizio che presta al Paese. Ricordiamo quanti hanno contribuito alla costruzione della comunità civile e riaffermiamo il nostro impegno a promuovere il bene comune e la solidarietà, a contrastare disaffezione e insoddisfazione pericolosa e a sostenere la dottrina sociale della Chiesa, le cui radici convivono con il dettato costituzionale.
Possa questo anniversario richiamare tutti a custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva europea.

Con profonda stima e riconoscenza, Le assicuriamo la nostra preghiera per Lei, per le istituzioni della Repubblica e per il Paese.
(fonte: CEI 01/06/2026)

venerdì 29 maggio 2026

82ª ASSEMBLEA GENERALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Leone XIV: Avere il coraggio dell’essenziale

82ª ASSEMBLEA GENERALE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Aula del Sinodo
Giovedì, 28 maggio 2026


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Leone XIV ai vescovi della Conferenza episcopale italiana

Avere il coraggio dell’essenziale


«Abbiamo il coraggio dell’essenziale»! È l’esortazione rivolta da Leone XIV ai vescovi italiani riuniti nell’Aula del Sinodo in occasione dell’82a assemblea generale . E “coraggio” è stata la parola che il Papa ha ripetuto più volte raccomandando in particolare quello «di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo; di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; di lasciarci evangelizzare dai poveri; di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria».

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!

Grazie, Eminenza, per le parole che mi ha rivolto. Un caro saluto a quanti sono stati eletti a svolgere un servizio nella Conferenza Episcopale, in particolare al Vicepresidente, e a ciascuno di voi. Per vostro tramite, desidero esprimere il mio affetto a tutte le Chiese che sono in Italia, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, alle famiglie, ai catechisti, agli educatori, ai giovani, agli anziani, ai poveri, ai malati, a quanti vivono la fede nella semplicità della vita quotidiana e a quanti, magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio.

È quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi.

Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge.

Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana? Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci, senza mai darle per scontate.

Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale; e «non è possibile comprendere pienamente il Battesimo se non all’interno dell’Iniziazione Cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale» (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). È una sottolineatura molto importante, questa della più recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale.

La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in se stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi.

È questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.

In questo processo, le varie strutture della CEI sono chiamate a continuare a svolgere il loro servizio di comunione, coordinamento, discernimento e sostegno alle Chiese che sono in Italia. Proprio perché ha questo ruolo, l’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche. Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica.

Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. «Quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. […] Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo”» (Discorso nell’Incontro di preghiera, Istanbul, 28 novembre 2025).

Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Lei ha accolto il dono, ha custodito la Parola, ha camminato con i discepoli, ha atteso lo Spirito nel Cenacolo. Vi aiuti a essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), a custodire l’essenziale, a generare nella fede, a camminare con il Popolo di Dio, a riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia.

Vi accompagno con la mia benedizione. Grazie!

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martedì 26 maggio 2026

Il cardinale Zuppi: “La guerra è follia, serve un clima costituente per il Paese”


Il cardinale Zuppi:
“La guerra è follia, serve un clima costituente per il Paese”


Dalla guerra alle riforme istituzionali, dalla crisi educativa alla missione della Chiesa italiana. È un discorso ampio e fortemente politico, nel senso più alto del termine, quello pronunciato dal cardinale Matteo Zuppi aprendo l’Assemblea generale della Cei in Vaticano. Un intervento attraversato dal richiamo costante alla pace e alla responsabilità collettiva, nel solco dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV, definita dal presidente della Cei “un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi”.

La guerra e il riarmo

“La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male”, ha affermato Zuppi, denunciando il progressivo indebolimento del diritto internazionale e la diffusione di una “cultura violenta della potenza”. Per il cardinale, “la violenza sembra tornata a essere il linguaggio normale della politica internazionale”, mentre il riarmo viene presentato “come un destino inevitabile”.

Il presidente della Cei ha richiamato i dati sull’aumento globale delle spese militari e ha rilanciato con forza l’appello di Papa Leone XIV: “Fermatevi. È il tempo della pace. Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”. “Ci uniamo, con tutte le nostre energie – ha scandito il cardinale di Bologna – al Papa e ai miliardi che scelgono la pace. Facciamo sentire la nostra voce, gridando che è tempo di fare la pace. La spesa militare mondiale ha raggiunto la punta più alta nel 2025 con 2.887 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 3%. È destinata a crescere di molto nel 2026. L’Europa è il Continente che ha conosciuto il maggiore investimento in armi con un incremento medio rispetto al 2024 del 14%. Tutti gli anni del Pontificato di Francesco sono stati segnati da una costante denuncia della pericolosità dell’investimento nelle armi, che diventa una premessa per la guerra”.

Citando l’enciclica Magnifica humanitas pubblicata oggi, Zuppi ha poi ribadito che “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile” e che “è errata la convinzione che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile per la sicurezza”. Da qui l’invito a “disarmare” prima di tutto i cuori e a investire in diplomazia, cooperazione e mediazione. “Il dialogo non è mai debolezza”, ha osservato. “La sicurezza si costruisce pensandosi insieme, gli uni per gli altri, non contro o senza gli altri”. “ Noi cristiani siamo il popolo della pace”, ha insistito il cardinale, invitando le comunità ecclesiali a promuovere educazione alla nonviolenza, cultura dell’incontro e accoglienza. In questo quadro ha ricordato anche il progetto della rete Caritas che ospiterà in estate centinaia di bambini ucraini in Italia.

Le riforme e il “clima costituente”

Accanto allo scenario internazionale, Zuppi ha dedicato ampio spazio alla situazione politica italiana, segnata secondo lui da “polarizzazione” e “contrapposizioni permanenti”. Il presidente della Cei ha richiamato il dibattito sulle riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale, chiedendo “uno spirito costituente” capace di coinvolgere “il più possibile le forze politiche e la società civile”.

“Il confronto democratico rappresenta un grande valore, ma troppo spesso si dissolve e lascia spazio a uno scontro che prescinde dai contenuti”, ha detto. Per questo, ha aggiunto, “esiste un bene comune da ricercare insieme” e le riforme che riguardano “l’architettura fondamentale della vita del Paese” non possono essere affrontate con logiche di parte o di breve periodo.

Zuppi ha citato l’adagio di Giovanni XXIII, “cercare ciò che unisce e mettere da parte ciò che divide”, definendolo ancora oggi attuale. “La Chiesa non si sottrae a questa responsabilità come popolo di Dio”, ha spiegato, proponendosi come “seme di speranza e di unità” nel dibattito pubblico.

Il cardinale ha affrontato anche il tema della giustizia, chiedendo un confronto “serio e non ideologico” sul sistema giudiziario e sul carcere. “Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili”, ha affermato. E ancora: “La giustizia non può rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato”.

I giovani, i migranti e la crisi educativa

Tra i passaggi più intensi dell’intervento, il ricordo di Sako Bakari, il bracciante maliano ucciso a Taranto il 9 maggio scorso, definito “vittima di una violenza gratuita che lascia attoniti”. Secondo Zuppi, dietro episodi come questo “c’è una povertà educativa profonda”.

“Quando mancano relazioni significative, punti di riferimento, senso del limite, quando non si riceve amore disinteressato e non si riesce a dare un senso alla propria vita, si cerca forza nel gruppo, nel dominio sull’altro, nell’umiliazione del più debole”, ha detto il presidente della Cei.

Il cardinale ha denunciato anche il ruolo di un linguaggio pubblico che alimenta “sospetto e disprezzo verso chi è straniero o vulnerabile”, creando così “un terreno ancora più fertile” per la violenza. “Gli stranieri non sono ospiti provvisori della nostra umanità. Sono persone, famiglie, volti, storie”, ha scandito.

Rivolgendosi ai giovani, Zuppi ha osservato che “il problema oggi non è soltanto cosa fanno, ma cosa sognano – o non riescono più a sognare”. Per questo ha invitato a evitare che “odio generi altro odio”, indicando nella comunità, nelle relazioni e nell’educazione le risposte decisive al disagio sociale.

La Chiesa italiana e la sfida della comunità

Nel suo intervento il presidente della Cei ha insistito più volte sul ruolo della Chiesa come luogo di comunità in “un Paese di solitudini”. “Costruire comunità non è un’operazione di marketing pastorale. È la forma stessa della fede”, ha affermato, parlando delle fragilità che attraversano il Paese: anziani soli, giovani senza prospettive, famiglie schiacciate dalla precarietà, poveri invisibili.

“La Chiesa non alza né pianta bandiere di conquista”, ha spiegato, mettendo in guardia dal “fondamentalismo della verità”, cioè dalla tentazione di trasformare le proprie convinzioni in strumenti di imposizione. “La verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere”.

Da qui il richiamo alla sinodalità come stile permanente della vita ecclesiale. “Siamo popolo e non la somma di singoli interessi”, ha detto Zuppi, annunciando anche un percorso di revisione dello statuto e dei processi decisionali della Cei per rafforzare collegialità e corresponsabilità.

Infine il riferimento alle grandi questioni sociali, dalla casa alla crisi climatica. Il Piano Casa del Governo è stato definito “un passo significativo”, mentre sul cambiamento climatico Zuppi ha ricordato che “colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi”. La Chiesa, ha concluso, deve continuare a essere “anima della ricostruzione morale e umana del Paese”, senza chiudersi “a difesa di un recinto” ma tornando “a parlare al cuore con parole comprensibili e vite credibili”.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 25/05/2026)

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Il testo integrale dell'Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla 82ª Assemblea Generale (Roma, 25-28 maggio 2026): 


Vedi anche il nostro post precedente: 


venerdì 1 maggio 2026

Il lavoro e l’edificazione della pace

Il lavoro e l’edificazione della pace


Pubblichiamo il Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio) dal titolo: “Il lavoro e l’edificazione della pace”.

In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra. Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona.

Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27). Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare. Nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. […] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale».

Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo. Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf. Francesco, Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024).

Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138). Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi» (139). Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili.

Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12 novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».

Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.

Roma, 25 marzo 2026
Solennità dell’Annunciazione del Signore

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace


martedì 21 aprile 2026

21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco - Papa Francesco e la Chiesa italiana Card. Matteo Zuppi: “Ci ha dato il coraggio di sognare”

21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco
  
Papa Francesco e la Chiesa italiana:
“Ci ha dato il coraggio di sognare”

Nel giorno del 1° anniversario della scomparsa di Papa Francesco, pubblichiamo la prefazione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, al volume “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Il testo raccoglie gli interventi di Papa Bergoglio alle Assemblee Generali, i messaggi, i discorsi rivolti nelle varie occasioni di incontro con i cattolici e la società italiana. Tra i vari contributi, il discorso al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume.


Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa; a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno… Di tutto, rendiamo lode al Signore!
Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta.

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura.
I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere se stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme.

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia.
A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera.
Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015).

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare.
Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci!

21 Aprile 2026
(fonte CEI)

domenica 1 febbraio 2026

“Prima i bambini!” Il Messaggio CEI per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita


“Prima i bambini!”
Il Messaggio CEI per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita


Pubblichiamo il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 1° febbraio 2026 sul tema “Prima i bambini!”.

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10)

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.
A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.
Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.

Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.

Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.

Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.

Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.

Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.

Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.

Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.

Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.

Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.

Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.
A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.
La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

Gorizia, 23 settembre 2025

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana


martedì 27 gennaio 2026

Il card. Zuppi, pastore nel tempo delle crisi sociali. Alla Cei chiarisce su migrazioni, fine vita e femminicidi

Il card. Zuppi, pastore nel tempo delle crisi sociali.
Alla Cei chiarisce su migrazioni, fine vita e femminicidi


Dal salvataggio dei migranti al diritto di voto responsabile, dalla difesa della vita alla promozione di una scuola aperta e pluralista, fino alla richiesta di una società che protegga realmente donne e giovani: la Cei rimane radicata in una visione di umanità integrale, che non separa fede cristiana e partecipazione attiva alla vita pubblica.

E il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente dei vescovi italiani si conferma una delle voci più ascoltate nel dibattito pubblico italiano su temi etici e sociali.

Migranti: «salvare tutti» e promuovere integrazione

Sulla questione delle migrazioni, Zuppi mantiene una posizione chiara e coerente: «non possiamo rassegnarci alla logica della morte» che continua a mietere vittime nel Mediterraneo. L’arcivescovo invita a salvare le persone in pericolo e a costruire un sistema di accoglienza serio, fondato sui diritti e i doveri che non si limiti a slogan ideologici ma promuova percorsi reali di integrazione e legalità. La sua visione richiama la necessità di una risposta europea coesa, perché «i migranti si devono salvare tutti», afferma, rifiutando tanto un approccio di totale apertura indiscriminata quanto soluzioni di esclusione categorica.

I ragazzi migranti di seconda generazione

L’ apertura del Consiglio Episcopale ha visto Zuppi intervenire anche sul tragico omicidio di un giovane di origine nordafricana molto ben integrato da parte di un ragazzo che ha la medesima origine ma con più difficoltà a integrarsi, a La Spezia, un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica nazionale e che il cardinale ha letto come un campanello d’allarme per tutta la società. In proposito, Zuppi ha sottolineato quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli nelle loro fragilità e affiancarli nelle difficoltà, al fine di prevenire l’escalation di violenza e di disagio che, in casi estremi, può condurre a gesti tragici. Parallelamente, ha collegato questo episodio anche al fenomeno dei femminicidi, richiamando la comunità civile e educativa a una responsabilità condivisa nel costruire ambienti positivi, sicuri e inclusivi.

Due i fenomeni, “tra loro non contraddittori”, segnalati nel mondo giovanile, durante la sua introduzione al Consiglio permanente della Cei, in corso a Roma fino al 28 gennaio. “Il primo, assai preoccupante, riguarda il fatto che i minori segnalati per porto di armi improprie sono passati da 778 del 2019 a 1946 del 2024 e nel primo semestre del 2025 sono già 1096”. Ha detto il cardinale: “D’altra parte, il tasso dei minori in contatto con il sistema giudiziario è uno dei più bassi di Europa”. Di qui il grazie ai “tanti preti, religiosi e laici che dedicano la loro vita per offrire ai giovani alternative di senso e di educazione senza le quali ci sono solo la strada, le dipendenze, la pornografia”: per tutti, Zuppi ha citato padre Pino Puglisi, “e con lui tantissimi padri e madri della porta accanto”. “Dobbiamo tutti fare di più e compiere scelte coraggiose, continuative, con i collaboratori indispensabili ma anche le necessarie coperture giuridica ed economica perché quanti se ne occupano – ad esempio gli educatori – e si assumono grandi responsabilità possano farlo nel giusto riconoscimento delle loro competenze e professionalità”.

Femminicidi e violenza: guardare alla radice del disagio sociale

Il tema dei femminicidi e della violenza contro le donne è un’altra grave ferita che Zuppi richiama con urgenza. La violenza domestica e quella di genere «non possono essere lette solo come cifre statistiche»: per il cardinale, essa riflette un profondo disprezzo del debole e relazioni familiari disfunzionali. Per questo, oltre alle azioni repressive, è necessario promuovere cultura, educazione al rispetto e strumenti di tutela per le vittime e potenziali vittime.

Scuole cattoliche: un fattore di inclusione e di sviluppo educativo

Impegnato anche nella difesa della libertà educativa, Zuppi ha ribadito più volte l’importanza delle scuole cattoliche e paritarie per il pluralismo educativo italiano. Secondo il presidente della CEI, queste scuole svolgono una funzione fondamentale di integrazione sociale e di “ascensore sociale” soprattutto nei contesti economicamente fragili, e meritano un sostegno non come privilegio ma come contributo alla comunità e all’intera società.

Referendum e impegno civico: votare è un dovere

Su temi di vita civile come il referendum sulla giustizia, Zuppi ha invitato apertamente i cittadini ad andare a votare, sottolineando l’importanza di preservare l’equilibrio tra i poteri della Costituzione e di difendere autonomia e indipendenza della magistratura come pilastri di un sistema giusto. Per il cardinale, la partecipazione al voto non è un atto neutro ma parte integrante di una cittadinanza responsabile.

Fine vita: difendere il valore intrinseco della vita umana

Sul delicato tema del fine vita, Zuppi è stato altrettanto netto. Ha detto «no» a qualsiasi legge che introduca il suicidio assistito, definendo fuorviante l’idea di delegare a norme legislative decisioni che coinvolgono la fragilità e la dignità dell’esistenza umana nella fase finale della vita. Per lui la risposta alla sofferenza deve passare attraverso le cure palliative e l’assistenza umana, non la morte anticipata.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/01/2026)

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Leggi anche il testo integrale dell’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente: 


sabato 22 novembre 2025

ASSISI 20/11/2025 - Una Chiesa missionaria, prossima e solidale - Testi integrali del discorso di Leone XIV ai Vescovi e del documento finale della 81ª Assemblea Generale della CEI - Video integrale.


ASSISI 20/11/2025

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Una Chiesa missionaria, prossima e solidale


Cristo al centro di tutto e lo slancio, realmente cristiano, ad aiutare le persone a vivere con gioia la fede, consapevoli che «una Chiesa sinodale, che cammina nei solchi della storia affrontando le emergenti sfide dell’evangelizzazione, ha bisogno di rinnovarsi costantemente». A conclusione dell’81ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, svoltasi ad Assisi, i vescovi, accolgono l’esortazione di Papa Leone XIV e tutte le sue più concrete indicazioni, manifestando a gran voce la volontà di lavorare insieme per edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti che si spendano nell’annuncio del Vangelo.

Da qui il comunicato finale e la mozione conclusiva in cui i presuli dichiarano, anzi deliberano, la ricezione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia dal titolo: “Lievito di pace e di speranza”. «Consapevoli della nostra responsabilità di pastori e partecipi della vita del nostro Paese, noi, vescovi italiani — si legge nel testo — assumiamo l’impegno, insieme con le nostre Chiese e collegialmente come Conferenza episcopale italiana, a continuare a camminare insieme ricercando modi e tempi per dare concretezza agli orientamenti e alle proposte emersi in questi anni. Affidiamo al Consiglio permanente e al gruppo di lavoro di vescovi, costituito dalla presidenza su mandato del Consiglio permanente stesso, il compito di indicare percorsi di studio e approfondimento per il discernimento degli orientamenti e delle proposte del Documento di sintesi, in particolare quelli rivolti alla Conferenza episcopale italiana. Tenendo conto anche del Documento finale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”, ci impegniamo a vivere lo spirito e lo stile sinodale promuovendo i necessari strumenti, anche a livello nazionale, per essere “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato” (Leone XIV). Guardiamo a Cristo, nostra speranza, fonte del nostro agire, tutto affidando a Maria, Madre della Chiesa, perché accompagni il cammino della Chiesa italiana».

Il testo ricorda anche quanto previsto dal “Regolamento del Cammino sinodale” che «giunge a compimento» con il conseguente «scioglimento di tutti gli Organismi sinodali finora operativi». «Ringraziamo — dicono i vescovi — tutti coloro che hanno partecipato al percorso compiuto, offrendo tempo ed energie nelle diocesi, nelle assemblee sinodali e negli organismi che, a livello nazionale, hanno accompagnato il cammino. Riteniamo che il Documento di sintesi, approvato dalla terza Assemblea sinodale, non solo rappresenti una preziosa testimonianza dello stile di condivisione e confronto vissuti in questi quattro anni, ma offra anche al discernimento dei Pastori e alle comunità ecclesiali linee di indirizzo e proposte per dare concretezza a una Chiesa missionaria, prossima e sinodale».

Il comunicato finale sintetizza invece le tre indicazioni offerte dal Papa che nella città di San Francesco, luogo simbolo di pace e riconciliazione, lo scorso giovedì ha parlato da Vescovo ai vescovi chiedendo di proseguire gli accorpamenti delle diocesi, rispettare la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli ordinari e favorire una maggiore partecipazione nelle consultazioni per le nomine episcopali. Oltre all’aspetto della sinodalità e della collegialità per costruire insieme ai laici una Chiesa più coraggiosa e missionaria, i presuli rilanciano nel testo finale un forte appello per la pace affinché «all’umanità siano risparmiati ulteriori lutti e tragedie e sia evitata la spaventosa ipotesi di una catastrofe dalle conseguenze incalcolabili». Rivolgendosi ai potenti e a quanti hanno in mano le sorti dei popoli, chiedono che «messe al bando le armi, a cominciare dalle testate atomiche, i governanti impieghino ogni loro sforzo a servizio della pace e i mezzi a loro disposizione per combattere la fame che è nel mondo». Al termine dei lavori è stato anche approvato il documento “Educare a una pace disarmata e disarmante”, articolato secondo il metodo “vedere — giudicare — agire” e utile alla catechesi da declinare in ogni ambito della vita ecclesiale e sociale.

A 40 anni dall’Intesa sull’insegnamento della religione cattolica (Irc), i vescovi hanno dato approvazione anche ad un altro documento che rilancia l’insegnamento come laboratorio di cultura e dialogo, aperto a tutti e pienamente inserito nelle finalità educative della scuola. In tema di prevenzione degli abusi è stata riconosciuta l’importanza della collaborazione strutturata con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e la creazione di una più forte rete di servizi a livello nazionale, regionale e diocesano per tutelare i più piccoli e gli adulti vulnerabili. Importante anche il passaggio su impegno sociale e carità, definita cuore della missione ecclesiale, che richiede competenze e creatività nonché un’attenzione educativa e una visione culturale e politica che sappia incidere sulla società. Il Consiglio episcopale permanente ha approvato infine “ad experimentum” una riforma degli uffici della Segreteria generale ispirata a sinodalità, missionarietà e diaconia.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Cecilia Seppia 21/11/2025)

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A seguire riportiamo i testi integrali del 
  • discorso di Leone XIV ai Vescovi  
  • documento finale della 81ª Assemblea Generale della CEI

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INCONTRO CON I VESCOVI ITALIANI ALLA CONCLUSIONE
DELLA 81ª ASSEMBLEA GENERALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
[17-20 novembre 2025]

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di Santa Maria degli Angeli di Assisi
Giovedì, 20 novembre 2025

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Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!

Ringrazio vivamente il Cardinale Presidente per le parole di saluto che mi ha rivolto e per l’invito a essere con voi oggi per concludere l’81ª Assemblea Generale. E sono contento di questa mia prima sosta, seppur brevissima, ad Assisi, luogo altamente significativo per il messaggio di fede, fraternità e pace che trasmette, di cui il mondo ha urgente bisogno.

Qui San Francesco ricevette dal Signore la rivelazione di dover «vivere secondo la forma del santo Vangelo» (2Test 14: FF 116). Il Cristo, infatti, «che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà» (2Lf 5: FF 182).

Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto. Come vi dicevo in giugno: in questo tempo abbiamo più che mai bisogno «di porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma» (Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025). E questo vale prima di tutto per noi: ripartire dall’atto di fede che ci fa riconoscere in Cristo il Salvatore e che si declina in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). E la fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace. Viviamo un tempo segnato da fratture, nei contesti nazionali e internazionali: si diffondono spesso messaggi e linguaggi intonati a ostilità e violenza; la corsa all’efficienza lascia indietro i più fragili; l’onnipotenza tecnologica comprime la libertà; la solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro. Eppure, la Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo. Quando il Risorto appare ai discepoli, le sue prime parole sono: «Pace a voi» (Gv 20,19.21). E subito li manda, come il Padre ha mandato Lui (v. 21): il dono pasquale è per loro, ma perché sia per tutti!

Carissimi, nel nostro precedente incontro ho indicato alcune coordinate per essere Chiesa che incarna il Vangelo ed è segno del Regno di Dio: l’annuncio del Messaggio di salvezza, la costruzione della pace, la promozione della dignità umana, la cultura del dialogo, la visione antropologica cristiana. Oggi vorrei sottolineare che queste istanze corrispondono alle prospettive emerse nel Cammino sinodale della Chiesa in Italia. A voi Vescovi spetta adesso tracciare le linee pastorali per i prossimi anni, perciò desidero offrirvi qualche riflessione affinché cresca e maturi uno spirito veramente sinodale nelle Chiese e tra le Chiese del nostro Paese.

Anzitutto, non dimentichiamo che la sinodalità indica il «camminare insieme dei cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione a tutta l’umanità» (Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 28). Dal Signore riceviamo la grazia della comunione che anima e dà forma alle nostre relazioni umane ed ecclesiali.

Sulla sfida di una comunione effettiva desidero che ci sia l’impegno di tutti, perché prenda forma il volto di una Chiesa collegiale, che condivide passi e scelte comuni. In questo senso, le sfide dell’evangelizzazione e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale, ci chiedono di non tornare indietro sul tema degli accorpamenti delle diocesi, soprattutto laddove le esigenze dell’annuncio cristiano ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze. Al contempo, guardando la fisionomia della Chiesa in Italia, incarnata nei diversi territori, e considerando la fatica e talvolta il disorientamento che tali scelte possono provocare, auspico che i Vescovi di ogni Regione compiano un attento discernimento e, magari, riescano a suggerire proposte realistiche su alcune delle piccole diocesi che hanno poche risorse umane, per valutare se e come potrebbero continuare a offrire il loro servizio.

Ciò che conta è che, in questo stile sinodale, impariamo a lavorare insieme e che nelle Chiese particolari ci impegniamo tutti a edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti, nelle quali le relazioni si traducono in mutua corresponsabilità a favore dell’annuncio del Vangelo.

La sinodalità, che implica un esercizio effettivo di collegialità, richiede non solamente la comunione tra di voi e con me, ma anche un ascolto attento e un serio discernimento delle istanze che provengono dal popolo di Dio. In questo senso, il coordinamento tra il Dicastero per i Vescovi e la Nunziatura Apostolica, ai fini di una comune corresponsabilità, deve poter promuovere una maggiore partecipazione di persone nella consultazione per la nomina di nuovi Vescovi, oltre all’ascolto degli Ordinari in carica presso le Chiese locali e di coloro che si apprestano a terminare il loro servizio.

Anche su quest’ultimo aspetto, permettetemi di offrirvi qualche indicazione. Una Chiesa sinodale, che cammina nei solchi della storia affrontando le emergenti sfide dell’evangelizzazione, ha bisogno di rinnovarsi costantemente. Bisogna evitare che, pur con buone intenzioni, l’inerzia rallenti i necessari cambiamenti. A questo proposito, tutti noi dobbiamo coltivare l’atteggiamento interiore che Papa Francesco ha definito “imparare a congedarsi”, un atteggiamento prezioso quando ci si deve preparare a lasciare il proprio incarico. È bene che si rispetti la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle diocesi e, solo nel caso dei Cardinali, si potrà valutare una continuazione del ministero, eventualmente per altri due anni.

Cari fratelli, ritornando all’orizzonte della missione della Chiesa in Italia, vi esorto a fare memoria della strada percorsa dopo il Concilio Vaticano II, scandita dai Convegni ecclesiali nazionali. E vi esorto a preoccuparvi che le vostre Comunità, diocesane e parrocchiali, non perdano la memoria, ma la mantengano viva, perché questo è essenziale nella Chiesa: ricordare il cammino che il Signore ci fa compiere attraverso il tempo nel deserto (cfr Dt 8).

In questa prospettiva, la Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà.

Non si dimentichi in tale contesto la sfida che ci viene posta dall’universo digitale. La pastorale non può limitarsi a “usare” i media, ma deve educare ad abitare il digitale in modo umano, senza che la verità si perda dietro la moltiplicazione delle connessioni, perché la rete possa essere davvero uno spazio di libertà, di responsabilità e di fraternità.

Camminare insieme, camminare con tutti, significa anche essere una Chiesa che vive tra la gente, ne accoglie le domande, ne lenisce le sofferenze, ne condivide le speranze. Continuate a stare vicini alle famiglie, ai giovani, agli anziani, a chi vive nella solitudine. Continuate a spendervi nella cura dei poveri: le comunità cristiane radicate in modo capillare nel territorio, i tanti operatori pastorali e volontari, le Caritas diocesane e parrocchiali fanno già un grande lavoro in questo senso e ve ne sono grato.

Su questa linea della cura, vorrei anche raccomandare l’attenzione ai più piccoli e vulnerabili, perché si sviluppi anche una cultura della prevenzione di ogni forma di abuso. L’accoglienza e l’ascolto delle vittime sono il tratto autentico di una Chiesa che, nella conversione comunitaria, sa riconoscere le ferite e si impegna per lenirle, perché «dove profondo è il dolore, ancora più forte dev’essere la speranza che nasce dalla comunione» (Veglia del Giubileo della Consolazione, 15 settembre 2025). Vi ringrazio per quanto avete già fatto e vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno nella tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.

Carissimi fratelli, in questo luogo San Francesco e i primi frati vissero appieno quello che, con linguaggio odierno, chiamiamo “stile sinodale”. Insieme, infatti, condivisero le diverse tappe del loro cammino; insieme si recarono dal Papa Innocenzo III; insieme, di anno in anno, perfezionarono e arricchirono il testo iniziale che era stato presentato al Pontefice, composto, dice Tommaso da Celano, «soprattutto di espressioni del Vangelo» (1Cel 32: FF 372), fino a trasformarlo in quella che oggi conosciamo come prima Regola. Questa scelta convinta di fraternità, che è il cuore del carisma francescano insieme alla minorità, fu ispirata da una fede intrepida e perseverante.

Possa l’esempio di San Francesco dare anche a noi la forza per compiere scelte ispirate da una fede autentica e per essere, come Chiesa, segno e testimonianza del Regno di Dio nel mondo. Grazie!

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81ª Assemblea Generale: Comunicato finale


L’incontro riservato con papa Leone XIV ha concluso l’Assemblea Generale della CEI, che si è svolta ad Assisi (Domus Pacis, Santa Maria degli Angeli) dal 17 al 20 novembre 2025 sotto la guida del Cardinale Presidente Matteo Zuppi. Hanno partecipato il Nunzio Apostolico in Italia, Mons. Petar Rajič, 206 membri, 13 Vescovi emeriti, alcuni rappresentanti di presbiteri, religiosi e religiose, degli Istituti secolari, delle Aggregazioni laicali. Un clima di viva cordialità e ascolto attento ha caratterizzato il momento vissuto il 20 novembre nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove il Papa ha sostato nella Porziuncola in preghiera silenziosa prima di rivolgersi ai Vescovi. Nel suo discorso ha innanzitutto esortato a “porre Gesù Cristo al centro e, sulla strada indicata da Evangelii gaudium, aiutare le persone a vivere una relazione personale con Lui, per scoprire la gioia del Vangelo”, ricordando che “una Chiesa sinodale, che cammina nei solchi della storia affrontando le emergenti sfide dell’evangelizzazione, ha bisogno di rinnovarsi costantemente”. Per questo, ha offerto alcune indicazioni concrete: proseguire sulla strada degli accorpamenti delle Diocesi, rispettare la norma dei 75 anni per la conclusione del servizio degli Ordinari nelle Diocesi, favorire una maggiore partecipazione di persone nella consultazione per la nomina di nuovi Vescovi. Il Papa ha quindi invitato a impegnarsi per “edificare comunità cristiane aperte, ospitali e accoglienti, nelle quali le relazioni si traducono in mutua corresponsabilità a favore dell’annuncio del Vangelo”.

Collegialità e sinodalità

I temi della collegialità e della sinodalità, richiamati dal Papa nel suo discorso, erano stati al centro della riflessione del Cardinale Presidente che, nell’Introduzione, aveva ricordato, facendo riferimento al Cammino sinodale, che “ora si apre una fase nuova che interpella in particolare noi Pastori nell’esercizio della collegialità e in quel presiedere la comunione così decisivo perché la sinodalità diventi forma, stile, prassi per una missione più efficace nel mondo”. Nell’esprimere unanime apprezzamento al Cardinale Presidente, i Vescovi si sono concentrati sulla dimensione della sinodalità, intesa come forma ordinaria della vita della Chiesa. La crisi contemporanea è stata letta non solo come frutto dell’indifferenza esterna, ma anche come rischio di “insignificanza” interna, da superare attraverso la gioia della fede, una testimonianza più libera e coraggiosa e una rinnovata capacità di annuncio. Secondo i Presuli, la cultura dominante esercita una forte spinta all’adeguamento, mentre il Vangelo richiede la franchezza della parola e la chiarezza delle posizioni. Di qui la necessità di una Chiesa coraggiosa e missionaria, che non teme i cambiamenti, che sa valorizzare il protagonismo dei laici e puntare sulla comunità come risposta alla solitudine diffusa.
Sono da leggere in questa prospettiva i riferimenti, emersi nel confronto assembleare, all’importanza di una pastorale d’ambiente che possa abitare con creatività e competenza scuola, università, sanità, lavoro, sport, cultura; della formazione di sacerdoti chiamati, come ha recentemente ricordato papa Leone XIV, ad essere “vicini al gregge”, donando “tempo ed energie per tutti, senza risparmiarsi, senza fare differenze”; del ruolo degli Organismi di partecipazione, che sono spesso indeboliti da logiche burocratiche o assemblearismi impropri, mentre dovrebbero rappresentare laboratori vivi di corresponsabilità e comunione. Non sono mancati i richiami alle nuove generazioni, alla famiglia, alla comunione tra le Chiese, all’impegno per la giustizia e la pace, alla questione delle carceri che ha bisogno di una più convinta attenzione pastorale e culturale, al fenomeno delle sette e del satanismo, in crescita soprattutto tra i più giovani.
Evocando infine le parole del Card. Zuppi sul Mediterraneo e sull’opportunità di rilanciare “un percorso, dal valore emblematico, che muove da una memoria comune e si prefigge di contribuire a relazioni virtuose, all’abbraccio fra le generazioni, al dialogo tra le fedi”, è stata evidenziata l’attualità della Dichiarazione conciliare “Nostra aetate”, in un tempo segnato da tensioni religiose, antisemitismo e migrazioni: l’incontro tra culture e fedi – è stato rilevato – è luogo teologico e via privilegiata per la costruzione della pace.

Lo stile sinodale

In linea con quanto chiesto da papa Leone, i Vescovi hanno approvato, a larga maggioranza, una mozione con cui vengono delineati i passi successivi alla terza Assemblea sinodale. Esprimendo gratitudine a quanti hanno partecipato al percorso compiuto, è stata deliberata la ricezione del Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza”, con i suoi orientamenti e le sue proposte, “considerandoli alla luce delle priorità pastorali” emerse nell’Assemblea della CEI. Giunta a compimento la fase che ha animato gli anni 2021-2025, sono stati sciolti – ai sensi dell’art. 18 del Regolamento del Cammino sinodale – tutti gli Organismi sinodali finora operativi. I Vescovi hanno dunque assunto l’impegno, “insieme con le nostre Chiese e collegialmente come Conferenza Episcopale italiana, a continuare a camminare insieme ricercando modi e tempi per dare concretezza agli orientamenti e alle proposte emersi in questi anni”. Hanno inoltre affidato al Consiglio Episcopale Permanente e al gruppo di Vescovi, costituito dalla Presidenza su mandato dello stesso Consiglio Permanente (e formato dal Card. Roberto Repole, da Mons. Gherardo Gambelli, da Mons. Guglielmo Giombanco, da Mons. Corrado Lorefice, da Mons. Andrea Migliavacca, da Mons. Michele Tomasi), “il compito di indicare percorsi di studio e approfondimento per il discernimento degli orientamenti e delle proposte del Documento di sintesi, in particolare quelli rivolti alla Conferenza Episcopale Italiana”. Con questo atto è stata anche confermata la volontà di vivere, sempre più e meglio, lo stile sinodale per essere, come ha sollecitato papa Leone XIV, “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”.
La ricchezza delle riflessioni che ha permeato le giornate di Assemblea, culminate con l’approvazione della mozione, hanno di fatto già indicato alcune prospettive di lavoro: la fede vissuta, testimoniata e celebrata; la comunità; l’impegno sociale e caritativo. Per fede – è stato precisato – è da intendersi l’esperienza esistenziale di essere innestati in Cristo: non un atto intellettuale, ma il vivere di Cristo, ovvero una fede che trasforma, trasfigura la vita, portando con sé il peso della testimonianza. In questo senso, la fede viene vissuta, celebrata e trasmessa nella comunità e si intreccia, inevitabilmente, con la dimensione socio-caritativa in quanto i cristiani abitano tutte le realtà, a partire dalla politica.
Nella consapevolezza delle grandissime solitudini e fratture che contrassegnano la vita delle persone e in forza di quanto condiviso negli anni del Cammino sinodale e delle indicazioni scaturite dal Documento, i Vescovi si sono quindi soffermati sulla corresponsabilità, in vista di un approfondimento sul binomio “ministeri e laicità”. Un focus ha riguardato la specificità del ministero dei sacerdoti che, in forza del sacramento dell’Ordine, ha un suo “proprio” e una sua essenzialità: questo determina l’imprescindibilità del ministero per l’esserci della Chiesa.

A servizio della pace e dell’educazione

A fare da sfondo ai lavori ad Assisi, luogo che papa Leone ha definito “altamente significativo per il messaggio di fede, fraternità e pace che trasmette, di cui il mondo ha urgente bisogno”, è stato il tema della riconciliazione. Un appello per la pace è risuonato nel corso della Veglia che si è svolta il 19 novembre nella chiesa inferiore della Basilica di San Francesco: “Auspichiamo che all’umanità siano risparmiati ulteriori lutti e tragedie e sia evitata la spaventosa ipotesi di una catastrofe dalle conseguenze incalcolabili”. Rivolgendosi “a quanti hanno in mano le sorti dei popoli”, i Presuli hanno chiesto che, “messe al bando le armi, a cominciare dalle testate atomiche, impieghino ogni loro sforzo a servizio della pace e i mezzi a loro disposizione per combattere la fame che è nel mondo”.
Accogliendo l’invito di papa Leone che, nell’udienza concessa ai Vescovi della CEI lo scorso 17 giugno, aveva incoraggiato ogni comunità a diventare “una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”, l’Assemblea ha approvato il Documento “Educare ad una pace disarmata e disarmante”. Il testo, che verrà diffuso nei prossimi giorni, si presenta articolato in tre parti, che risulteranno utili per la catechesi e l’approfondimento, secondo il metodo del “vedere-giudicare-agire”. Nella prima viene proposta un’analisi della situazione mondiale, europea e italiana, certamente non esaustiva, ma capace di delineare le problematiche più rilevanti. Nella seconda si aggiunge una riflessione alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e delle Magistero. Nella terza parte si indicano i sentieri dell’educazione delle coscienze, che permettono di affrontare i temi della guerra, del disarmo, della testimonianza cristiana in un mondo sempre più conflittuale, della democrazia come garanzia di pace.
Sempre sul versante dell’educazione, alla vigilia del 40° anniversario dell’Intesa fra la CEI e il Ministero della Pubblica Istruzione circa l’insegnamento della religione cattolica nella scuola (Irc), firmata il 14 dicembre 1985, in attuazione dell’Accordo di revisione del Concordato Lateranense, i Vescovi hanno approvato il Documento “L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo”. Il testo evidenzia e rilancia tale disciplina come contributo prezioso della Chiesa alla comunità scolastica e alla crescita di una sempre più ampia alleanza educativa. Vengono infatti richiamate due dimensioni fondamentali dell’insegnamento della religione cattolica: la sua piena appartenenza alle finalità della scuola e il suo essere luogo accogliente, aperto a tutti, a prescindere dalle personali scelte di fede, e dunque palestra di conoscenza e comprensione reciproca, per una convivenza fraterna e costruttiva. Oltre all’introduzione, il Documento si compone di quattro capitoli: il primo offre alcuni elementi per leggere le trasformazioni in atto e cogliere il loro impatto sull’educazione e il contributo dell’Irc; il secondo richiama le ragioni e le caratteristiche che disciplinano l’Irc nella scuola; il terzo è dedicato al profilo professionale e all’impegno educativo degli insegnanti di religione; il quarto evidenzia la responsabilità che l’intera comunità cristiana ha verso l’Irc e l’importanza di promuovere progettualità e collaborazioni educative nei luoghi ordinari.

Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, un impegno che continua

Particolare rilievo ha assunto la tematica della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Ai Vescovi hanno portato il loro saluto Mons. Thibault Verny e Mons. Luis Manuel Alì Herrera, rispettivamente Presidente e Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (PCTM), che hanno messo in luce il valore della “collaborazione strutturata” con la CEI, avviata tre anni fa. “Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti”, ha sottolineato Mons. Verny. Nell’occasione, il Presidente e il Segretario della Pontificia Commissione si sono soffermati sulla pubblicazione del secondo Rapporto annuale della PCTM che, hanno ammesso, ha suscitato “alcuni malintesi in talune realtà ecclesiali, in particolare nella vostra Conferenza Episcopale”.
Durante i lavori, infatti, è stato ribadito che la Chiesa italiana ha intrapreso un importante cammino sul versante del contrasto agli abusi e della cultura della prevenzione attraverso la creazione di una rete di servizi a livello nazionale, regionale e diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili che ha visto un continuo incremento di attività formative e di coinvolgimento. Per le vittime e i sopravvissuti agli abusi si è pregato il 18 novembre, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli: “Ogni mancanza di rispetto è, a diverso livello, una forma di violenza, è sfruttamento, bisogno incontrollato di possesso, offesa della dignità, corruzione. Quando poi a esserne vittima è un minore o una persona vulnerabile, restano ferite che non conoscono prescrizione, ma cicatrici indelebili. Davanti a tale gravità non sussiste spazio alcuno per atteggiamenti di omissione o di sottovalutazione”, ha affermato Mons. Ivan Maffeis, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Vescovo delegato per il Servizio regionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Conferenza Episcopale Umbra, che ha presieduto la celebrazione dei Vespri in occasione della V Giornata nazionale sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.

La carità, nucleo della missione

Altro argomento al centro della riflessione dei Vescovi è stato quello della carità: nucleo ardente della missione della Chiesa e segno di autenticità del Vangelo vissuto – è stato sottolineato – che, per questo, richiede competenza e creatività. Soprattutto di fronte a disuguaglianze crescenti, fragilità multidimensionali, povertà energetica, nuove solitudini che domandano ascolto e visioni capaci di futuro. Non si può infatti ridurre la carità a mera filantropia: la gratuità, la preghiera e la vita sacramentale restano la sorgente da cui scaturisce l’impegno verso i più fragili, in una dinamica che unisce la parola, l’Eucaristia e l’incontro con i poveri. In quest’ottica, l’iniziazione cristiana alla carità, la formazione degli operatori, la qualità degli ambienti di accoglienza e la cura del vissuto ecclesiale che accompagna ogni gesto di prossimità – è stato evidenziato – diventano elementi decisivi. All’azione educativa si affianca poi la dimensione culturale e sociale: l’opera caritativa ha infatti una ricaduta politica, stimolando percorsi legislativi e amministrativi in grado di rispondere alle trasformazioni sociali. Si colloca in questo orizzonte l’appello a valorizzare il servizio civile nella sua originaria vocazione alla pace e alla nonviolenza e quello a far sì che la Caritas sia custodita nella sua specificità, evitando la parcellizzazione pastorale, affinché resti ponte, luogo di comunione, strumento di collaborazione concreta e sinodale.

Adempimenti

L’Assemblea Generale ha votato e approvato i testi in lingua italiana da inserire nei libri liturgici relativi alla memoria facoltativa di Santa Teresa di Calcutta e alla Messa per la custodia della Creazione. I testi dovranno essere presentati al Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti al fine di ricevere la confirmatio.

Comunicazioni

Ai Vescovi sono state consegnate due distinte comunicazioni riguardanti la Giornata per la Carità del Papa e i mass media. Nella prima viene sottolineato come questo appuntamento, celebrato lo scorso 29 giugno, rappresenti ogni anno un’occasione per assicurare al Successore di Pietro l’impegno delle Chiese in Italia per costruire ponti di dialogo, per soccorrere l’umanità sofferente, per essere a servizio degli ultimi e dei più bisognosi. Nel 2024, le Diocesi italiane hanno offerto per l’Obolo di S. Pietro 1.775.739,00 euro; l’importo pervenuto dalle Diocesi italiane alla Santa Sede a titolo di can. 1271 del Codice di Diritto Canonico è stato di 4.514.716,00 euro. Anche nel 2025 i mezzi di comunicazione della Chiesa che è in Italia (Avvenire, Tv2000, la rete radiofonica inBlu2000, l’agenzia Sir) e delle Diocesi – a partire dai settimanali diocesani associati alla FISC (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) e dall’emittenza locale (CORALLO) – hanno sostenuto la Giornata attraverso una serie di iniziative a partire dal mese di maggio. E proprio ai media è dedicata una seconda comunicazione in cui vengono fornite alcune informazioni riguardanti Agenzia Sir, Avvenire, Tv2000 e inBlu2000, i settimanali FISC e il circuito del CORALLO, con un approfondimento sul loro costante impegno nel promuovere e diffondere racconti di qualità, dando voce ai territori e spiegando quanto accade a livello nazionale e internazionale.

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Nel corso dei lavori dell’Assemblea Generale, il 18 novembre si è riunito il Consiglio Episcopale Permanente che ha approvato ad experimentum per un anno, a partire dal gennaio 2026, la riforma degli Uffici e dei Servizi della Segreteria Generale. Parte, dunque, un processo imperniato su tre “principi ispiratori”: sinodalità, per uno stile di lavoro più partecipato; missionarietà, per un’azione più decisamente destinata all’annuncio del Vangelo; diaconia, per un più chiaro riferimento al servizio al ministero episcopale e alla vita delle Diocesi. A questi principi si associano cinque “criteri operativi”: a servizio dei Vescovi e delle Chiese particolari; natura pastorale e missionaria del servizio; sinodalità e partecipazione; una “struttura” missionaria; coordinamento, flessibilità, valorizzazione, sostenibilità, in modo che, nel rispetto delle diverse competenze, venga preservata l’unitarietà delle azioni pastorali. In questa prima fase di sperimentazione verranno, pertanto, create due Aree pastorali dedicate rispettivamente all’Annuncio e alla celebrazione della fede e alla Testimonianza della vita cristiana, dove convergeranno Uffici e Servizi tuttora esistenti tenendo conto degli specifici ambiti di competenza. Al termine del 2026 il processo di riforma proseguirà secondo quegli adattamenti che saranno emersi nella fase sperimentale.

21 Novembre 2025
(fonte: CEI 21/11/2025)

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