XIX Domenica
T.O. - A
9 agosto 2026
XIX Domenica
T.O. - A
9 agosto 2026
Carissime/mi.
Quest’anno
la Settimana Biblica con l’amico p. Pino Stancari completa la lectio divina su 1-2 Re.
Come ormai
è stile della nostra fraternità, l’ospitalità è gratuita. La
partecipazione agli incontri prevede:
- la
modalità in presenza, per gli ospiti che risiedono nel convento e per
quelli del luogo;
- la modalità in diretta online, per coloro – sia dei fuori-sede sia
del luogo – che non possono essere presenti. Gli incontri si tengono nella sala
del Convento.
Agli ospiti che risiedono nelle stanze del Convento, ricordiamo di
portare la Bibbia, le lenzuola, gli asciugamani e gli effetti personali.
Per collegarsi alla diretta, tenere presente che gli incontri delle lectio con p. Pino saranno nei giorni dal
19 al 22 luglio:
- al mattino: h. 9.00 (h. 10.00 solo per
domenica 19 luglio) - 11.30 (prevista la pausa);
- al pomeriggio: h. 16.00-18.30 (prevista la pausa).
Per
ulteriori informazioni: tel 090 9762800.
1. I mille vuoti della paura: per comprendere la crisi dell’umano
Pochi giorni fa abbiamo celebrato la giornata della
memoria e ci siamo chiesti per l’ennesima volta: come è stato possibile? Poi,
di fronte a ciò che sta succedendo e nel timore di ciò che potrà accadere ci
chiediamo: come è ancora possibile?
Le semplificazioni non aiutano di certo né a comprendere
e neppure a cambiare. Tuttavia, con alcuni pensatori che azzardano una diagnosi
più ampia del “qui e ora” tipico dei talk show, possiamo identificare che c’è
stata una promessa, quella di un progresso globale “win - win” (dove vincono
tutti: crescita parallela di benessere e democrazia, di economia e di cultura,
di velocità ed equilibrio, di ambiente e mercato) che non è stata mantenuta e
che ha determinato il riaffacciarsi massiccio della paura e, conseguentemente,
della violenza.
Guardando alle dinamiche non troppo lontane che portarono
alla Shoah riconosciamo che è proprio la paura a diventare strumento di
manipolazione da parte di chi, malato psichico o astuto calcolatore, si
appropria del potere e dilaga per conservarlo. E se in passato parevano essere
quantomeno le ideologie a fornire la base teorica alle tirannie, ora assistiamo
alla dittatura incontrastata dell’economia, del mercato, il tutto nelle mani di
pochi sempre più ricchi, potenti e influenti.
A completare il quadro è un senso di impotenza che si
traduce in assuefazione e rassegnazione, sia a livello locale che globale. Con
il paradosso che la paura della morte conduce a ricercarla, magari per porre un
termine al non senso e all’angosciosa agonia, una cultura di morte che vede
nella rabbia cieca e nelle dipendenze la propria espressione.
Il Giubileo della speranza si è scontrato con il muro di
gomma di un mondo che segue logiche ormai così profondamente innestate che,
divenute totalizzanti, hanno ormai plasmato la percezione in termini di
tecnicismo e quantificazione, con sacche di corruzione e di solitudine che
divengono oggetto di rimozione. La speranza è diventata così l’eco romantica di
un concetto vuoto o un culto di nicchia.
Ne va dell’uomo e della sua consapevole identificazione
con se stesso, con l’altro (uguale o diverso che sia) e con il mondo. «Quando
sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» (Sal 11,3). Anzitutto
non sentirsi così giusto, perché nel sistema ci siamo dentro tutti. E poi:
continuare a cercare, discernere ed ascoltare.
Alle beatitudini non corrisponde soltanto una somma di
significati di profonda sapienza. Esse, come l’intera vita del Maestro,
suscitano attrazione, movimento, motivazione, entusiasmo. La fede incarnata
diventa orizzonte di speranza, di credibilità che orienta verso il Mistero di
un Dio presente e vivo.
Un ultima considerazione. Dopo il Giubileo della speranza, non possiamo non fare riferimento ad un altro tempo di grazia che si è aperto nella ricorrenza dell’ottocentesimo anniversario della morte (transito) di San Francesco d’Assisi. Noi Carmelitani, in quanto mendicanti della Parola, non possiamo non sentire questo nuovo Giubileo come anche un poco nostro. Francesco ci insegna una “perfetta letizia” che è completamente aderente allo spirito delle beatitudini, anche e soprattutto nel suo stridere contro il senso comune: lo stesso Cantico delle Creature, altissima espressione contemplativa, fu da lui composto nel periodo di malattia e sofferenza acuta, tanto da avvalorare quell’indicazione di gioia piena che nasce dall’attraversare tutte le situazioni per amore e avendo il Cristo crocifisso e risorto più che come motivazione: come presenza viva.
«Non
chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che
fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno:
“Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non
abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti
prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti.
Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò
chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo
saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma
essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie
parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha
costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi,
soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua
rovina fu grande» (Mt 7,21-27).
Teresa nasce ad
Alençon il 2 gennaio del 1873,
da Luigi
Martin
e da Zélie
Guerin. I coniugi
Martin
ebbero
nove
figli:
Maria, Paolina,
Leonia,
Celina, Teresa;
e
altri
quattro
figli,
due
femmine
e
due
maschi che
morirono
in tenera
età.
«Tutto mi
sorrideva
sulla terra,
trovavo fiori sotto ogni passo e
anche il mio carattere
felice
contribuiva
a
rendermi
piacevole
la
vita»[1].
Anche se coccolata,
molte
volte il
suo
carattere sarà messo a dura prova dalla morte della
mamma
avvenuta
il
28 agosto
1877. Teresa,
anche se
piccola,
è
toccata da
questo distacco
affettivo. Lei stessa riconosce: «A
partire dalla morte
della Mamma il mio
carattere felice cambiò completamente;
io così vivace,
così espansiva, diventai
timida e dolce, sensibile all'eccesso»
(Ms A 45).
L'ambiente familiare era molto sereno,
cattolico
praticante,
in famiglia viene educata all’esperienza di fede. Per cui in lei matura il
desiderio di unirsi a Dio nella fede e in un rapporto d’amore, questo suo
desiderio lo esprimerà continuamente nei suoi scritti.
e) Si fa loro “compagna” e mangia il pane della prova
Teresa vive questa
“notte” come condivisione di vita con Gesù e con gli increduli. Visto che gli
increduli esistono, Teresa si fa loro “compagna”. Lei vuole mangiare alla loro
tavola. Da quando conosce l'esistenza degli increduli, Teresa li guarda, non
dall'alto, come la maggior parte delle sue consorelle che si facevano vittime
per i peccatori e diventavano così come delle madri, che li partorivano alla
vita della fede: Teresa li guarda come fratelli e si preoccupa soltanto di sedere
alla loro stessa “tavola”: «Signore, la tua figlia l’ha capita la tua luce
divina! Ti chiede perdono per i suoi fratelli. Accetta di mangiare per quanto
tempo vorrai il pane del dolore» (Ms C 277). La sua preoccupazione è di restare
con quelli che mangiano il pane dell'incredulità: «non vuole alzarsi da quella
tavola piena di amarezza» (Ms C 277); è pronta a restarvi per ultima finché
«tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola luminosa della Fede la
vedono finalmente brillare» (Ms C 277), Teresa dice: «Accetto di mangiarvi da
sola il pane della prova fino a quando ti piaccia di introdurmi nel tuo regno
luminoso. La sola grazia che ti domando è di non offenderti mai!» (Ms C 277).
E da sola – in sorprendente somiglianza con l'Amato! che si ritrova come
"fallito" in croce – Teresa, come aveva sperato, si ritrova a
misurarsi con la morte "a mani vuote", come "fallita" anche
lei nel suo desiderio che “tutti quelli che non sono rischiarati dalla fiaccola
luminosa della fede la vedano infine brillare”
La vita di Teresa,
come quella dell'amato, è vita sprecata, come lei stessa canta, il 19 maggio
1897, in una poesia:
«Nel
suo fulgor la rosa fa bella la festa
Bambino
amabile
Ma
la rosa sfogliata la si getta al
vento
semplicemente;
Una
rosa sfogliata si dona incurante
per non più
esistere
Come
questa, con gioia io a te m’abbandono,
Gesù
piccino» (P 51,3).
Teresa, rosa sfogliata, con la sua esperienza di
radicale povertà, ricorda a tutti noi, ammalati di protagonismo gratificante,
rinchiusi nello spazio dell'"io", che l'incontro con Dio, qui sulla
terra, non si esaurisce nella cultura del "sentire", ma si esprime in
un itinerario di fede che chiede un consenso maturo a tutto il vissuto
dell'Amato e alla storia dei fratelli, soprattutto dei fratelli dal volto
"sfigurato". Teresa, con il suo vissuto, è memoria che indica alla
chiesa un modo nuovo di essere presente al mondo dell'incredulità, non più con
il proselitismo e la lotta, ma con la comunità d'esistenza, con amore,
tenerezza e umiltà.
[1] S. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere Complete, Libreria Editrice Vaticana-Edizioni OCD, Città del Vaticano-Roma 1997, Ms A 41. D’ora in poi citerò, all’interno del testo, con queste abbreviazioni: Manoscritti A, B, C = Ms, segue il numero al margine della pagina; Lettere = L; Poesie = P; Preghiere = Pre.
1. Liturgia, esperienza
di fede e trasmissione delle fede
Prima di riflettere sulla collocazione del
Simbolo di Fede (il Credo) nella Liturgia della Chiesa, è opportuno, se non
addirittura necessario, evidenziare che cosa è Liturgia, chi è il soggetto
celebrante, in che senso la Liturgia è esperienza e trasmissione della fede, e che
cosa è la mistagogia.
La Liturgia della Chiesa è
l’esercizio dell’ufficio
sacerdotale di Gesù Cristo; in essa, con segni sensibili, viene significata e,
in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene
esercitato dal corpo mistico di Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il
culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo,
che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della
Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado (SC n.
7).
In questa affermazione del Concilio
Vaticano II, c’è quasi tutto: la Liturgia è opera di Cristo e della sua Chiesa
popolo di Dio, che è il suo corpo ed è costituito popolo sacerdotale. Questo significa che il soggetto celebrante è Cristo Gesù Sacerdote assieme alla sua Chiesa popolo sacerdotale. Ovviamente il
sacerdozio di Gesù è da intendersi non secondo l’AT, ma secondo il NT, ovvero
secondo la lettera agli Ebrei (5,1-10; 7,22-28; 9,11-14.24-28; 10,5-24), dove
il Sacerdozio di Gesù (egli era un ebreo laico credente) si qualifica
innanzitutto esistenziale e non
rituale: egli è Sacerdote perché consegnò
se stesso, donò la sua vita in
obbedienza a Dio e per amore dell’umanità sprofondata nel fallimento del peccato,
per amore dell’umanità lontana da Dio. Con il dono della sua vita Gesù ha aperto all’umanità la strada del ritorno a
Dio, della riconciliazione con Lui, della comunione con Lui.
Di conseguenza, il sacerdozio della Chiesa
popolo di Dio, come pure il ministero ordinato (vescovo, presbitero, diacono) si fondano e si qualificano sul
Sacerdozio esistenziale di Cristo.
E, inoltre, sul Sacerdozio esistenziale di
Cristo Gesù si fonda e si qualifica
anche la Liturgia della Chiesa con le sue azioni e sequenze rituali. Se il rito
cristiano, in tutte le sue molteplici forme e modalità, non trasmette e non ci
educa a fare della nostra vita, della nostra esistenza, un dono
e una consegna per Dio e per i fratelli e le sorelle in umanità e nella
fede, non è rito cristiano, è
un’altra cosa...
Da qui, dovrebbe apparire chiaro come il
centro della Liturgia della Chiesa è il mistero
pasquale del Signore Gesù Crocifisso Risorto, ovvero la proposta e di
un’esperienza e di un cammino di una vita
nuova, di un modo alternativo e profetico di abitare questo mondo, non
omologandosi alle varie forme, palesi e sottili, di idolatria di sé, di
idolatria del potere religioso e politico che sottomette l’altro, del potere
della forza che annienta l’altro, del potere tecnologico-economico-finanziario che crea
disuguagliane e scarti di umanità...
...
Da qui, dovrebbe apparire chiaro come il
centro della Liturgia della Chiesa è il mistero
pasquale del Signore Gesù Crocifisso Risorto, ovvero la proposta e di
un’esperienza e di un cammino di una vita
nuova, di un modo alternativo e profetico di abitare questo mondo, non
omologandosi alle varie forme, palesi e sottili, di idolatria di sé, di
idolatria del potere religioso e politico che sottomette l’altro, del potere
della forza che annienta l’altro, del potere tecnologico-economico-finanziario che crea
disuguagliane e scarti di umanità...
Tale cammino di vita nuova, alternativa e profetica, è ciò che la Liturgia ci fa sperimentare e ci trasmette, se essa è celebrata e vissuta come esercizio del Sacerdozio esistenziale di Cristo Gesù.
..
Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo (1Ts 1,2-3).