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domenica 9 agosto 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XIX Domenica T.O. - A

9 agosto 2026 


Per chi presiede
Fratelli e sorelle, dopo aver ascoltato ed accolto la Parola che oggi il Signore ci ha donato, come risposta innalziamo a Lui le nostre suppliche ed intercessioni, ed insieme diciamo:

        R/ Salvaci, Signore Gesù.

Lettore

- Tu, Signore Gesù, non vuoi che la tua Chiesa si chiuda nei suoi recinti, nelle sue sicurezze, ma continui a spingerla fuori, perché come la barca dei discepoli abbia la forza e la fede per affrontare i marosi di una storia quanto mai tormentata. Fa’ che a somiglianza di Pietro si lasci prendere per mano e così poter indicare al mondo l’unica via della salvezza, racchiusa nel tuo gesto di spezzare e condividere il pane. Preghiamo.

- Dona, Signore Gesù, sapienza e discernimento a papa Leone e a quanti nella Chiesa hanno ricevuto il ministero della presidenza e compiti di responsabilità. Fa’ che restino in perenne ascolto della tua Parola e la sappiamo comunicare, non attraverso contatti artificiali e virtuali, ma attraverso relazioni interpersonali e comunitarie reali, che liberino le persone dai loro idoli e “fantasmi” alienanti, e le aprano all’incontro interpersonale con Te, Figlio Risorto, che sei sempre presente nelle pieghe variegate e tortuose della nostra storia. Preghiamo.

- Davanti a Te, Signore Gesù, che hai voluto unirti con legami indissolubili ad ogni creatura umana, vogliamo fare memoria di tutti gli uomini e le donne, dei bambini e degli anziani, che in tantissime parti del mondo sono ridotti in profonda miseria o vengono sfruttati o si ritrovano a subire la violenza della guerra. In modo particolare ti vogliamo pregare per gli abitanti di Gaza, che sperimentano ogni giorno e ogni notte la crudeltà del governo israeliano. Preghiamo.

- Signore Gesù, ti preghiamo anche per noi, qui riuniti attorno alla mensa della tua Parola e del tuo Pane spezzato e condiviso: dona vigore alla nostra fede, perché possiamo affrontare le paure e le difficoltà quotidiane con la serena certezza che Tu ci sei vicino, ci guidi nel cammino e ci sostieni affinché non veniamo meno nelle prove della vita. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime degli sconvolgimenti climatici e degli incendi quasi sempre dolosi. Accogli tutti davanti al tuo Volto di Pace. Preghiamo.


Per chi presiede
Signore Gesù, ascolta la nostra preghiera. Come Pietro, anche noi vogliamo rinnovare la fede in Te che sei il Salvatore del mondo. Veglia su di noi, affinché non ci vengano mai a mancare la guida del tuo Spirito e i segni della tua bontà e del tuo sostegno. Te lo chiediamo perché sei nostro Signore e Fratello, vivente nei secoli dei secoli. AMEN

giovedì 25 giugno 2026

Dal 19 al 22 luglio in presenza e in diretta online - LECTIO DIVINA SECONDO LIBRO DEI RE p. Pino Stancari sj

Dal 19 al 22 luglio 2026
 in presenza e in diretta online 
 LECTIO DIVINA 
SECONDO LIBRO DEI RE  
p. Pino Stancari sj

18 (arrivi) - 23 (partenze) Luglio 2026

promossa dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)


Carissime/mi.

Quest’anno la Settimana Biblica con l’amico p. Pino Stancari completa la lectio divina su 1-2 Re.

Come ormai è stile della nostra fraternità, l’ospitalità è gratuita. La partecipazione agli incontri prevede:

- la modalità in presenza, per gli ospiti che risiedono nel convento e per quelli del luogo;

- la modalità in diretta online, per coloro – sia dei fuori-sede sia del luogo – che non possono essere presenti. Gli incontri si tengono nella sala del Convento.

Agli ospiti che risiedono nelle stanze del Convento, ricordiamo di portare la Bibbia, le lenzuola, gli asciugamani e gli effetti personali.




Per seguire la diretta online,

ecco il link della piattaforma “ZOOM” cui collegarsi:


oppure:

Per seguire la diretta su YOUTUBE cliccare su questo link:



Queste due possibilità sono date anche per poter seguire la diretta nel caso vi siano problemi di bassa connessione: se vedete che su zoom non appare nulla, passate su youtube, e viceversa.

Per collegarsi alla diretta, tenere presente che gli incontri delle lectio con p. Pino saranno nei giorni dal 19 al 22 luglio:

- al mattino: h. 9.00 (h. 10.00 solo per domenica 19 luglio) - 11.30 (prevista la pausa);

- al pomeriggio: h. 16.00-18.30 (prevista la pausa).


Per ulteriori informazioni: tel 090 9762800.


sabato 7 marzo 2026

ALBERTO NEGLIA: Stare davanti a Dio come figli e con gli uomini come fratelli: Mt 6,1-18 (VIDEO INTEGRALE)

Stare davanti a Dio come figli 
e con gli uomini come fratelli: 
Mt 6,1-18
Alberto Neglia

VIDEO INTEGRALE


25.02.2026 - Terzo  dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)




          «Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina» (Tb 12,8). Così dice l’angelo Raffaele a Tobia, evidenziando che queste esperienze sono i pilastri dell’esperienza di fede.

         Gesù le evidenzia e le propone all’interno del discorso della montagna, nel brano evangelico sul quale questa sera rifletteremo, mettendoci in guardia, però, sul modo di esprimerle con il nostro vissuto. Infatti, qualunque nostra azione può essere fatta in due modi opposti: per autocompiacerci avere lode e riconoscimento dagli uomini, oppure per piacere a colui che da sempre ci loda e riconosce come figli.

           Le opere, anche quelle per sé buone, sono buone, per me, solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umiltà; diversamente se fatte davanti agli uomini, per autoaffermazione e vanità, da ipocriti (l’ipocrita è un attore, una maschera…). La vita è una sceneggiata, dove ognuno litiga con l’altro per primeggiare. L’apparire agli occhi degli uomini è il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio.
...

5. Preghiera e responsabilità del mondo

      La preghiera sottrae la persona dalla banalità e da una logica perversa e di disordine, dalle alienazioni, la rende consapevole della sua dignità e della sua vocazione e rimette il credente in relazione, in libertà e senza paura, con Dio e con gli altri. La preghiera ci fa stare nel mondo da responsabili perché ci mette negli occhi l’orizzonte di Dio.

          Se la preghiera ci introduce nel ritmo di Dio, ci fa vedere meglio la volontà del Padre, essa ci aiuta pure a penetrare più profondamente la realtà, e ci fa assumere la responsabilità con la stessa dedizione di colui che ci abita e impedisce alla nostra carità di disincarnarsi.

     Pregando, allora, non abbandoniamo il mondo e i suoi drammi, ma impariamo a vederlo semplicemente in una mutata disposizione. È esperienza in cui viene spostato il centro del nostro pensare e del nostro agire: dall’io a Dio. Egli diventa la sorgente che coinvolge tutte le nostre potenzialità e le spinge al compimento.

        Nella preghiera veniamo coinvolti da colui che ci visita a vivere da figli, da uomini liberi, e veniamo anche rassicurati: «Non abbiate paura, sono io» (Gv 6,20), dove quel “sono io” vuol dire io vi do il mio respiro, io vi accompagno, vi apro la strada della vita. Se, nella preghiera, ci affidiamo a lui e ci lasciamo plasmare dallo Spirito di Gesù, che si è aperto al futuro, agli altri fino a donare la vita, allora, assieme a lui impariamo anche noi ad aprirci e a saper donare la vita. Quando impariamo ad accettare di “dare la vita”, allora qualsiasi paura svanirà, perché il dono di sé, consumato fino alla fine in obbedienza al Padre, è la difficile ma liberante risposta della fede alla paura.


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Incontro integrale


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sabato 28 febbraio 2026

CARMELO RUSSO: LA GIUSTIZIA “ECCEDENTE” DI AMORE. Dal “non uccidere” a “l’amare il nemico” (Mt 5,20-48) - VIDEO INTEGRALE

LA GIUSTIZIA “ECCEDENTE” DI AMORE.
Dal “non uccidere” a “l’amare il nemico” 
(Mt 5,20-48)
Carmelo Russo

VIDEO INTEGRALE

11.02.2026 - Secondo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


             " .. La prospettiva gesuana, dunque, non si accontenta dell’osservanza minimale della legge. Non aver commesso un omicidio non significa essere nel giusto se il cuore è pieno di odio e di disprezzo. Il vero obiettivo è la guarigione delle intenzioni del cuore, non solo il contenimento degli atti omicidi. Bisogna passare dalla visione dell’altro come “inferno” o “ostacolo” all’abbraccio dell’altro come fratello. 
             La ridondanza sul “non uccidere” — intesa come “non adirarti” e “non disprezzare” — si fa ancora più esplicita nei due inviti che seguono: verso il “fratello” e persino verso “l’avversario”.
             Gesù prende ad esempio una pia scena al tempio: la presentazione dell’offerta all’altare. Non basta non avere nulla contro qualcuno; conta anche accertarsi se l’altro «ha qualcosa contro di te» (v. 23). Non puoi presentarti al Padre (all’altare) se rifiuti il fratello. L’accesso a Dio è mediato dall’amore verso il prossimo. Negare la disponibilità alla riconciliazione significa, di fatto, negare la propria natura di figli di Dio. Ciò che conta non è il risultato perfetto (l’eventuale pace raggiunta), ma la disponibilità interiore. Chi sposa il messaggio di Cristo ha l’obbligo morale di fare il primo passo, di tentare il dialogo e di offrire la pace. Certo, la riconciliazione effettiva dipende da due volontà. Se l’altro rifiuta, ciò non deve impedire il mio rapporto con Dio, purché io abbia sinceramente abitato il desiderio di pace: «lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (v. 24). Il culto, quale espressione di una fede sincera, non è un esercizio solitario e rituale tra l’individuo e Dio, ma passa necessariamente attraverso il “ponte” della fraternità. Il cristiano è chiamato a tentare sempre la riconciliazione, non perché il successo sia garantito, ma perché avere un cuore aperto all’altro è l’unico modo per essere davvero in comunione con il Padre. 
           Per quanto riguarda il confronto con l’avversario, il testo completa la riflessione introducendo una prospettiva esistenziale e pragmatica, ribaltando il concetto tradizionale di “giustizia”. Il senso profondo della vita non sta nell’aver ragione, ma nella trasformazione della relazione. L’esistenza umana è descritta come un percorso: «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui» (v. 25). Da notare che il testo non entra nel merito della res litigiosa: non importa chi ha ragione o torto. In questo cammino, piuttosto, la presenza dell’avversario (colui che ci contraddice o con cui non andiamo d’accordo) non è un incidente di percorso, ma l’elemento centrale su cui saremo misurati. Finché consideriamo l’altro un nemico, ci condanniamo a presentarci davanti a un Giudice. La vita diventa rivalità e nel giorno in cui vinciamo (eventualmente) la causa, perdiamo tutto il resto; il mondo diventa una scacchiera di cenere, dove l’altro non è più il volto che mi svela, ma l’ombra che oscura il mio cammino. Se l’altro non è fratello, allora nego la paternità di Dio e anch’io smetto di essere figlio. Non resta che pagare «fino all’ultimo spicciolo!» (v. 26). La controproposta di Gesù è esigente, ma “conveniente: se infatti lavoriamo insieme per riconciliarci, l’avversario diventa fratello e compagno. In questo caso, non troveremo più un giudice ad attenderci, ma il Padre, che non commina la pena, ma accompagna nella ricerca della comunione. 
      Negli esempi fatti, Gesù contrappone la giustizia degli uomini (fatta di colpe e di pene) a una giustizia nuova, dettata dall’amore, che cerca il perdono come principio cardine. L’alternativa alla riconciliazione è l’annientamento reciproco: mentre si uccide l’altro (fisicamente o moralmente), si distrugge se stessi.
...

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Incontro integrale
                                                                 

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- ROBERTO TONI: Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (VIDEO INTEGRALE)

 

sabato 21 febbraio 2026

ROBERTO TONI: Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (VIDEO INTEGRALE)

Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, 
che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 
Roberto Toni

(VIDEO INTEGRALE)


04.02.2026 - Primo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


(Foto di repertorio) 

1. I mille vuoti della paura: per comprendere la crisi dell’umano

Pochi giorni fa abbiamo celebrato la giornata della memoria e ci siamo chiesti per l’ennesima volta: come è stato possibile? Poi, di fronte a ciò che sta succedendo e nel timore di ciò che potrà accadere ci chiediamo: come è ancora possibile?

Le semplificazioni non aiutano di certo né a comprendere e neppure a cambiare. Tuttavia, con alcuni pensatori che azzardano una diagnosi più ampia del “qui e ora” tipico dei talk show, possiamo identificare che c’è stata una promessa, quella di un progresso globale “win - win” (dove vincono tutti: crescita parallela di benessere e democrazia, di economia e di cultura, di velocità ed equilibrio, di ambiente e mercato) che non è stata mantenuta e che ha determinato il riaffacciarsi massiccio della paura e, conseguentemente, della violenza.

Guardando alle dinamiche non troppo lontane che portarono alla Shoah riconosciamo che è proprio la paura a diventare strumento di manipolazione da parte di chi, malato psichico o astuto calcolatore, si appropria del potere e dilaga per conservarlo. E se in passato parevano essere quantomeno le ideologie a fornire la base teorica alle tirannie, ora assistiamo alla dittatura incontrastata dell’economia, del mercato, il tutto nelle mani di pochi sempre più ricchi, potenti e influenti.

A completare il quadro è un senso di impotenza che si traduce in assuefazione e rassegnazione, sia a livello locale che globale. Con il paradosso che la paura della morte conduce a ricercarla, magari per porre un termine al non senso e all’angosciosa agonia, una cultura di morte che vede nella rabbia cieca e nelle dipendenze la propria espressione.

Il Giubileo della speranza si è scontrato con il muro di gomma di un mondo che segue logiche ormai così profondamente innestate che, divenute totalizzanti, hanno ormai plasmato la percezione in termini di tecnicismo e quantificazione, con sacche di corruzione e di solitudine che divengono oggetto di rimozione. La speranza è diventata così l’eco romantica di un concetto vuoto o un culto di nicchia.

Ne va dell’uomo e della sua consapevole identificazione con se stesso, con l’altro (uguale o diverso che sia) e con il mondo. «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» (Sal 11,3). Anzitutto non sentirsi così giusto, perché nel sistema ci siamo dentro tutti. E poi: continuare a cercare, discernere ed ascoltare. 

..

Alle beatitudini non corrisponde soltanto una somma di significati di profonda sapienza. Esse, come l’intera vita del Maestro, suscitano attrazione, movimento, motivazione, entusiasmo. La fede incarnata diventa orizzonte di speranza, di credibilità che orienta verso il Mistero di un Dio presente e vivo.

Un ultima considerazione. Dopo il Giubileo della speranza, non possiamo non fare riferimento ad un altro tempo di grazia che si è aperto nella ricorrenza dell’ottocentesimo anniversario della morte (transito) di San Francesco d’Assisi. Noi Carmelitani, in quanto mendicanti della Parola, non possiamo non sentire questo nuovo Giubileo come anche un poco nostro. Francesco ci insegna una “perfetta letizia” che è completamente aderente allo spirito delle beatitudini, anche e soprattutto nel suo stridere contro il senso comune: lo stesso Cantico delle Creature, altissima espressione contemplativa, fu da lui composto nel periodo di malattia e sofferenza acuta, tanto da avvalorare quell’indicazione di gioia piena che nasce dall’attraversare tutte le situazioni per amore e avendo il Cristo crocifisso e risorto più che come motivazione: come presenza viva.


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Incontro integrale


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sabato 24 gennaio 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7) La “Magna Charta” del cristiano per un progetto di umanizzazione del mondo - MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano 
per un progetto di umanizzazione del mondo

Mercoledì della Bibbia – 2026

promossi dalla
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)

Di presenza nella Sala del Convento e on line

dal 4 Febbraio al 18 Marzo
dalle h. 20.00 alle h. 21.00

Cari amici e amiche.

In questo tempo di violenza, guerra e disprezzo dei diritti umani, dove il dominio della legge del più forte, il delirio di onnipotenza e l'esaltazione dell'IO la fanno da padroni, siamo chiamati ad uscire da una fede cristiana infantile, intimistica (altra cosa è l’interiorità!) e superficiale, e a radicarci sempre di più in Gesù, nel suo Vangelo e nella sua prassi.

Per questo abbiamo scelto di leggere e meditare il “Discorso della Montagna”, che, ben a ragione, la tradizione considera la Magna Charta del cristiano.

Sono pagine impegnative, certo, ma fondamentali, poiché interpellano ogni cristiano, sia dal punto di vista personale ed ecclesiale-comunitario, sia da quello sociale e politico, politico nel senso del nostro modo di abitare la città (polis), il territorio e il mondo, e di sentirsi non estranei, ma parte viva di questa nostra umanità che gioisce, spera e «soffre le doglie del parto» (Rm 8,22), nell’attesa che per nasca una nuova umanità, un mondo migliore (cf. Rm 8,18-25).

Nello stesso tempo, il “Discorso della Montagna” ci libera da ogni forma di strumentalizzazione politico-partitica, economico-privatistica e guerra-fondaia del nome di Dio, al fine di imparare a vivere in questo mondo una sana laicità, che si prende cura e si fa custode dell’umano, e non sventola e brandisce nelle piazze parole, preghiere e simboli religiosi, né sacralizza e divinizza persone, opere e istituzioni.

Di questa sana laicità, radicalmente fondata nella Parola di Dio, oggi abbiamo bisogno!

Al riguardo, noi cristiani siamo chiamati a scolpire nel cuore e nella mente la conclusione del “Discorso della Montagna” (cf, Mt 7,21-27), accostandolo, magari, alla conclusione del “Discorso escatologico-apocalittico (rivelativo)” di Mt 25,31-46:

 

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande» (Mt 7,21-27).



Mercoledì 4 Febbraio
Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (Roberto Toni).

Mercoledì 11 Febbraio
La giustizia “eccedente” di amore: dal “non uccidere” a “l’amare il nemico”: Mt ,5,20-48
(Carmelo Russo).

Mercoledì 25 Febbraio
Stare davanti a Dio come figli e con gli uomini come fratelli: Mt 6,1-18 (Alberto Neglia).

Mercoledì 4 Marzo
«Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia», per non essere schiavi di “mammona” e dei pre-giudizi: Mt 6,19-7,27 (Maurilio Assenza).

Mercoledì 11 Marzo
«Non resistere al male con la violenza»: Lev Tolstoj rilegge il Discorso della Montagna
(Gregorio Battaglia).

Mercoledì 18 Marzo
L’“intelligenza artificiale”: una sfida per rimanere umani (Vittorio Rocca).

Per seguire la diretta on line:
https://m.youtube.com/user/QdV100/live


sabato 13 dicembre 2025

ALBERTO NEGLIA: La fede nel vissuto quotidiano di S. Teresa di Lisieux (VIDEO)

La fede nel vissuto quotidiano 
di S. Teresa di Lisieux
Alberto Neglia


26.11.2025 -  Sesto  e ultimo dei Mercoledì della Spiritualità 2025

VIVERE NELL’OGGI CON PROFEZIA
IL SIMBOLO DELLA FEDE

promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



Teresa nasce ad Alençon il 2 gennaio del 1873, da Luigi Martin e da Zélie Guerin. I coniugi Martin ebbero nove figli: Maria, Paolina, Leonia, Celina, Teresa; e altri quattro figli, due femmine e due maschi che morirono in tenera età. «Tutto mi sorrideva sulla terra, trovavo fiori sotto ogni passo e anche il mio carattere felice contribuiva a rendermi piacevole la vita»[1].

Anche se coccolata, molte volte il suo carattere sarà messo a dura prova dalla morte della mamma avvenuta il 28 agosto 1877. Teresa, anche se piccola, è toccata da questo distacco affettivo. Lei stessa riconosce: «A partire dalla morte della Mamma il mio carattere felice cambiò completamente; io così vivace, così espansiva, diventai timida e dolce, sensibile all'eccesso» (Ms A 45).

L'ambiente familiare era molto sereno, cattolico praticante, in famiglia viene educata all’esperienza di fede. Per cui in lei matura il desiderio di unirsi a Dio nella fede e in un rapporto d’amore, questo suo desiderio lo esprimerà continuamente nei suoi scritti.

 ... 

e) Si fa loro “compagna” e mangia il pane della prova

Teresa vive questa “notte” come condivisione di vita con Gesù e con gli increduli. Visto che gli increduli esistono, Teresa si fa loro “compagna”. Lei vuole mangiare alla loro tavola. Da quando conosce l'esistenza degli increduli, Teresa li guarda, non dall'alto, come la maggior parte delle sue consorelle che si facevano vittime per i peccatori e diventavano così come delle madri, che li partorivano alla vita della fede: Teresa li guarda come fratelli e si preoccupa soltanto di sedere alla loro stessa “tavola”: «Signore, la tua figlia l’ha capita la tua luce divina! Ti chiede perdono per i suoi fratelli. Accetta di mangiare per quanto tempo vorrai il pane del dolore» (Ms C 277). La sua preoccupazione è di restare con quelli che mangiano il pane dell'incredulità: «non vuole alzarsi da quella tavola piena di amarezza» (Ms C 277); è pronta a restarvi per ultima finché «tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola luminosa della Fede la vedono finalmente brillare» (Ms C 277), Teresa dice: «Accetto di mangiarvi da sola il pane della prova fino a quando ti piaccia di introdurmi nel tuo regno luminoso. La sola grazia che ti domando è di non offenderti mai!» (Ms C 277).

E da sola – in sorprendente somiglianza con l'Amato! che si ritrova come "fallito" in croce – Teresa, come aveva sperato, si ritrova a misurarsi con la morte "a mani vuote", come "fallita" anche lei nel suo desiderio che “tutti quelli che non sono rischiarati dalla fiaccola luminosa della fede la vedano infine brillare”

La vita di Teresa, come quella dell'amato, è vita sprecata, come lei stessa canta, il 19 maggio 1897, in una poesia:

 

«Nel suo fulgor la rosa fa bella la festa

Bambino amabile

Ma la rosa sfogliata la si getta al vento

semplicemente;

Una rosa sfogliata si dona incurante

per non più esistere

Come questa, con gioia io a te m’abbandono,

Gesù piccino» (P 51,3).

 

Teresa, rosa sfogliata, con la sua esperienza di radicale povertà, ricorda a tutti noi, ammalati di protagonismo gratificante, rinchiusi nello spazio dell'"io", che l'incontro con Dio, qui sulla terra, non si esaurisce nella cultura del "sentire", ma si esprime in un itinerario di fede che chiede un consenso maturo a tutto il vissuto dell'Amato e alla storia dei fratelli, soprattutto dei fratelli dal volto "sfigurato". Teresa, con il suo vissuto, è memoria che indica alla chiesa un modo nuovo di essere presente al mondo dell'incredulità, non più con il proselitismo e la lotta, ma con la comunità d'esistenza, con amore, tenerezza e umiltà.


[1] S. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere Complete, Libreria Editrice Vaticana-Edizioni OCD, Città del Vaticano-Roma 1997, Ms A 41. D’ora in poi citerò, all’interno del testo, con queste abbreviazioni: Manoscritti A, B, C = Ms, segue il numero al margine della pagina; Lettere = L; Poesie = P; Preghiere = Pre. 


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Incontro integrale



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domenica 7 dicembre 2025

EGIDIO PALUMBO: Per una lettura mistagogica del Simbolo della Fede nella Liturgia della Chiesa (VIDEO)

Per una lettura mistagogica 
del Simbolo della Fede 
nella Liturgia della Chiesa
Egidio Palumbo

19.11.2025 - Quinto dei Mercoledì della Spiritualità 2025

VIVERE NELL’OGGI CON PROFEZIA
IL SIMBOLO DELLA FEDE

promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

(Foto di repertorio)

1. Liturgia, esperienza di fede e trasmissione delle fede

Prima di riflettere sulla collocazione del Simbolo di Fede (il Credo) nella Liturgia della Chiesa, è opportuno, se non addirittura necessario, evidenziare che cosa è Liturgia, chi è il soggetto celebrante, in che senso la Liturgia è esperienza e trasmissione della fede, e che cosa è la mistagogia.

La Liturgia della Chiesa è

 

l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo; in essa, con segni sensibili, viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado (SC n. 7).

 

In questa affermazione del Concilio Vaticano II, c’è quasi tutto: la Liturgia è opera di Cristo e della sua Chiesa popolo di Dio, che è il suo corpo ed è costituito popolo sacerdotale. Questo significa che il soggetto celebrante è Cristo Gesù Sacerdote assieme alla sua Chiesa popolo sacerdotale. Ovviamente il sacerdozio di Gesù è da intendersi non secondo l’AT, ma secondo il NT, ovvero secondo la lettera agli Ebrei (5,1-10; 7,22-28; 9,11-14.24-28; 10,5-24), dove il Sacerdozio di Gesù (egli era un ebreo laico credente) si qualifica innanzitutto esistenziale e non rituale: egli è Sacerdote perché consegnò se stesso, donò la sua vita in obbedienza a Dio e per amore dell’umanità sprofondata nel fallimento del peccato, per amore dell’umanità lontana da Dio. Con il dono della sua vita Gesù ha aperto all’umanità la strada del ritorno a Dio, della riconciliazione con Lui, della comunione con Lui.

Di conseguenza, il sacerdozio della Chiesa popolo di Dio, come pure il ministero ordinato (vescovo, presbitero, diacono) si fondano e si qualificano sul Sacerdozio esistenziale di Cristo.

E, inoltre, sul Sacerdozio esistenziale di Cristo Gesù si fonda e si qualifica anche la Liturgia della Chiesa con le sue azioni e sequenze rituali. Se il rito cristiano, in tutte le sue molteplici forme e modalità, non trasmette e non ci educa a fare della nostra vita, della nostra esistenza, un dono e una consegna per Dio e per i fratelli e le sorelle in umanità e nella fede, non è rito cristiano, è un’altra cosa...

Da qui, dovrebbe apparire chiaro come il centro della Liturgia della Chiesa è il mistero pasquale del Signore Gesù Crocifisso Risorto, ovvero la proposta e di un’esperienza e di un cammino di una vita nuova, di un modo alternativo e profetico di abitare questo mondo, non omologandosi alle varie forme, palesi e sottili, di idolatria di sé, di idolatria del potere religioso e politico che sottomette l’altro, del potere della forza che annienta l’altro, del potere tecnologico-economico-finanziario che crea disuguagliane e scarti di umanità... 

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Da qui, dovrebbe apparire chiaro come il centro della Liturgia della Chiesa è il mistero pasquale del Signore Gesù Crocifisso Risorto, ovvero la proposta e di un’esperienza e di un cammino di una vita nuova, di un modo alternativo e profetico di abitare questo mondo, non omologandosi alle varie forme, palesi e sottili, di idolatria di sé, di idolatria del potere religioso e politico che sottomette l’altro, del potere della forza che annienta l’altro, del potere tecnologico-economico-finanziario che crea disuguagliane e scarti di umanità...

Tale cammino di vita nuova, alternativa e profetica, è ciò che la Liturgia ci fa sperimentare e ci trasmette, se essa è celebrata e vissuta come esercizio del Sacerdozio esistenziale di Cristo Gesù.

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domenica 23 novembre 2025

FELICE SCALIA: Noi crediamo nello Spirito Santo, che “spinge” la storia e parla per mezzo dei profeti (VIDEO)

Noi crediamo nello Spirito Santo,
che “spinge” la storia
e parla per mezzo dei profeti
Felice Scalia

12.11.2025 - Quarto dei Mercoledì della Spiritualità 2025

VIVERE NELL’OGGI CON PROFEZIA
IL SIMBOLO DELLA FEDE

promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

(Foto di repertorio)

     Ogni domenica qualche miliardo di cristiani recitano, durante la Santa Cena, quel “Credo” che ha la sua prima bozza al Concilio di Nicea del 325, e la sua definizione attuale al Concilio di Costantinopoli del 381.

    Prescindendo da considerazioni storiche, noi ci fermeremo questa sera sullo Spirito Santo. Nel simbolo se ne parla due volte. La prima a proposito del Verbo fatto Uomo («… per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria»); la seconda, descrivendo in qualche modo la sua identità attraverso il suo volto eterno ed il suo operare nella storia («Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio, e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato, ed ha parlato per mezzo dei profeti»).

       Insomma, si afferma che lo Spirito Santo è nel mondo. Per noi questo conta molto. Lo Spirito Santo è il volto divino che si riflette come datore di vita in tutte le creature; è il volto divino che nella carne di Gesù di Nazareth si fa prossimo salvifico di ogni uomo; è il volto divino che prende in carico una chiesa di fragili creature umane investite del compito di dare un volto “salvato” al mondo. Con una espressione stupenda, ortodossi ed orientali, parlano di Maria come “Terra del Cielo”.

     Premetto che i nostri incontri in genere, ed il nostro di questa sera in particolare, non sono affatto un tentativo di spiegare con la sola ragione il Mistero inaccessibile, insondabile, della Santa Origine di tutto e di tutti, quanto piuttosto quello di “notare la presenza creativa e dinamica dello Spirito nella storia umana di ciascuno di noi, e nella vita della chiesa, ieri ed oggi”.
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3. Tra quotidianità e mistero

       Limitandomi al solo aspetto contenutistico dell’atto di fede (la fides quae creditur) mi pare che in quella affermazione “Io credo” ci sia una incredibile ricchezza. Eccone alcuni esempi:

- Dio non è solo nell’alto dei cieli o nel chiuso dei Tabernacoli.

- Per il suo Spirito, l’uomo, qualsiasi uomo, vive.

- Lo Spirito di Dio è nel mondo, spinge l’umanità verso una pienezza, un “oltre”, ci sconvolge, non ci lascia in pace, fino a quando non diventiamo ciò che siamo: figli nel Figlio, carne umana che in ogni gesto rivela Dio ed il suo amore, fratelli tra noi, a prescindere da sesso, cultura e religione.

- Chiunque si fa plasmare da questo anelito, lo sappia o no, nella sua vita riproduce il volto ed il cuore dello stesso Cristo, figlio di Dio e “Figlio dell’uomo”.

- Non esiste altra vita se non una vita umano-divina che fa diventare “carne” tangibile e visibile la stessa Parola di Dio.

- Non esiste altro Dio se non colui che ama il mondo e veglia sulla storia dei suoi figli.

- La vita umana dunque non è antagonista di Dio, nemica della spiritualità, ma l’ambito dove ogni spiritualità ed ogni fede si dimostra realmente divina.

- Una religione la cui pratica disumanizza l’uomo è costruzione umana, non culto del vero Dio.

- Dio ama il mondo concreto degli uomini. Dio parla all’uomo, ad ogni uomo, perché ogni uomo è figlio suo. Dio è “grazia”, non Legge.

- Dio è Parola che risponde alle urla ed alle attese dei suoi figli oppressi.

- Dio ha una Parola per i problemi più cocenti dell’uomo concreto: pace, riarmo, fame, lavoro, economia …

- Dio si rivela nella coscienza dell’uomo e niente e nessuno può costringere a violare quella coscienza.

- La strada indicata da Gesù per camminare verso la pienezza della nostra umanità “salvata”, non esclude che si possa giungere a se stessi ed a Dio per altre strade.

- La chiesa non è il Regno di Dio ma solo famiglia dei figli di Dio che annunzia il Regno e lo testimonia.

- La chiesa non è il papa e neppure il clero, è il popolo di Dio che cammina verso il Regno. Nell’ambito della chiesa ci sono anche papa, vescovi e preti. La chiesa non è “padrona” della Parola, ma umile sua discepola ed ha sempre bisogno di rinnovare la sua fedeltà al Cristo ed al Vangelo.
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- ALBERTO NEGLIA: Noi crediamo in Gesù Figlio di Dio origine e compimento della fede (VIDEO)

sabato 15 novembre 2025

ALBERTO NEGLIA: Noi crediamo in Gesù Figlio di Dio origine e compimento della fede (VIDEO)

Noi crediamo in Gesù Figlio di Dio 
origine e compimento della fede
Alberto Neglia 

05.11.2025 - Terzo dei Mercoledì della Spiritualità 2025

VIVERE NELL’OGGI CON PROFEZIA
IL SIMBOLO DELLA FEDE

promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


Premessa

   La vita spirituale non principia da noi e neppure a noi è finalizzata. Alla sua fonte e al suo supremo termine sta Dio-Amore. Questo Dio-Agàpe è Padre-Figlio e Spirito Santo.

  È Dio Trinità, che è innamorato di noi, quindi che prende l’iniziativa. Egli è luce che illumina e riscalda, ci visita, ci abbraccia, ci risveglia alla vita, ci mette in cammino e ci coinvolge a diventare nella storia, racconto del suo mistero di amore, attivando in noi tre atteggiamenti, che la tradizione cristiana ha chiamato virtù teologali: fede speranza e carità.


    L’apostolo Paolo ringrazia il Signore perché questo vissuto anima la piccola comunità di Tessalonica:


Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo (1Ts 1,2-3).

 

In questa riflessione prendiamo in considerazione la fede.
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      «I cristiani non sono separati da tutti gli altri uomini…», ci viene detto, però l’anonimo autore sente il bisogno di evidenziare: «Nondimeno, essi hanno un modo di essere cittadini che stupisce ed è generalmente riconosciuto come paradossale».

     Cosa stupisce della vita del credente del secondo secolo e dovrebbe stupire ancora oggi? Ci viene detto subito dopo: «La terra è la loro dimora, ma la abitano da cittadini del cielo»[1]. È, come se dicesse: nelle vicende umane, belle o drammatiche, essi sono manifestazione del “patire” di Dio, dell’amore appassionato di Dio per i suoi figli, così come si è manifestato in Cristo Gesù.

      E in effetti dovrebbe essere proprio così! Sequestrato da Gesù e reso vivo dal suo Spirito, il credente, non ha semplicemente il permesso, ha l'obbligo di stare in questa storia. Ma proprio perché ci sta, portandosi nel cuore il “patire” di Dio, egli educato dalla Parola, ascoltata, meditata, pregata, ci sta da contemplativo, ammirando in essa la bellezza del creato e “i germi del regno”. Ci sta con occhi aperti, con gli occhi di Gesù che sulla croce si è fatto Dio nudo, più nudo di tutti i defraudati della storia, e da questa prospettiva legge le fratture i conflitti le dinamiche di morte che purtroppo sono presenti in questo nostro mondo.

   Egli apre gli occhi sul cinismo e sulle situazioni infernali provocate dagli uomini e prende posizione perché ogni uomo viva. Questo decidersi per la causa di Dio e degli ultimi, spesso è a “caro prezzo”, nel senso che chi prende posizione, facilmente, è visto come il guastafeste, come colui che getta fuoco nelle situazioni umane e ne sperimenta la sofferenza. Questa sofferenza bisogna metterla in conto. Gesù ce l’ha detto con chiarezza: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23).

   Chi si assume la responsabilità del quotidiano si consegna alla logica imprevedibile della croce. Sembra un paradosso ma è così. È stato così per Gesù: Egli, desideroso di portare a compimento il progetto del Padre, impegnato a dare un respiro all'uomo, si è trovato davanti un cammino segnato dalla croce, ma non si è tirato indietro non ha fatto silenzio. Ha vissuto l'evento croce non come fatalità storica, ma come libertà che mette a rischio la vita stessa per testimoniare la fedeltà nell'amore all'uomo e per offrire spiragli nuovi ai volti disperati.

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sabato 8 novembre 2025

GREGORIO BATTAGLIA: Noi crediamo in un solo Dio Padre e Madre (VIDEO)

Noi crediamo in un solo Dio 
Padre e Madre 
Gregorio Battaglia


29.10.2025 - Secondo dei Mercoledì della Spiritualità 2025


VIVERE NELL’OGGI CON PROFEZIA
IL SIMBOLO DELLA FEDE


promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



1. Un Dio che entra in relazione

     Il simbolo della fede, che proclamiamo nelle nostre assemblee domenicali, si apre con il confessare apertamente che il Dio in cui crediamo è uno ed uno solo. Si tratta di una professione di fede che afferma con fermezza il monoteismo e tutto questo ci accomuna ai nostri fratelli ebrei e musulmani. Sullo sfondo si sente chiaramente la risonanza dello “Shēmāʻ Ysrā’ēl”: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore» (Dt 6,4). Queste parole noi le ritroviamo sulla bocca di Gesù, quando viene interrogato da uno degli scribi su quale sia il primo comandamento: «Il primo è: Ascolta Israele. Il Signore nostro Dio è l’unico Signore». È interessante la reazione dello scriba, che assentendo dice: «Hai detto bene Maestro e secondo verità che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di Lui» (Mc 12,28-32).
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   L’essere innestati in Cristo Gesù, il Figlio in cui il Padre «ha posto il suo compiacimento» (Mc 1,11), fa di noi delle membra di quell’unico corpo glorioso, che è il suo, per cui a dire “Padre” è Lui in noi e con noi. Si può ben dire che il Padre ci riconosce come figli, perché Gesù, il Figlio, nel suo dono di amore ci ha legati a sé con vincoli di fraternità, che non saranno mai più spezzati. Così Paolo aprirà sempre le sue lettere sempre con la stessa formula: «grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo». 
   In Cristo Gesù, nostro fratello e Signore, noi tutti possiamo dire: “Padre nostro”. Ma, scanso di equivoci, nella lettera agli Efesini l’apostolo Paolo afferma che Dio è «Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,5-6). Restringere il possessivo “nostro” al semplice gruppo dei credenti, significa non aver compreso “il mistero di Cristo” e cioè il disegno salvifico che il Padre ha tenuto nascosto per secoli e che interessa tutta l’umanità (cf. Ef 1,9-10).

      Trovo quanto mai interessante richiamare quanto afferma B. Forte: «Non può confessare Dio come Padre chi non rispetta la libertà dei figli di Dio e non opera con tutto il suo impegno per la liberazione degli oppressi»[1]. Chi è cresciuto dentro una società cosiddetta cristiana fa enorme fatica a rendersi conto della grande contraddizione in cui cade, quando si rivolge a Dio chiamandolo “Padre nostro” ed allo stesso tempo condivide in modo attivo tutte le politiche volte a contrastare in ogni modo la presenza di persone migranti nel nostro territorio. Nella logica del “Padre nostro” quella persona migrante, a qualsiasi religione appartenga, è da considerarsi come un proprio fratello o sorella, di cui, possibilmente, prendersi cura.
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