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venerdì 7 agosto 2026

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Stefano Cobello*

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Foto di Centro Pace Forlì

La storia dell’umanità, letta attraverso i manuali scolastici, sembra una sequenza di guerre inevitabili scoppiate per motivi nobili. Ma dietro le quinte si muove una realtà diversa. Dietro ogni scontro armato si nasconde un ingranaggio di interessi economici, calcoli geopolitici e dinamiche di controllo sociale. La verità più scomoda è che la pace spaventa chi detiene il potere, poiché essa rappresenta il peggior incubo di un sistema globale costruito sulla scarsità e sulla gerarchia.

L’allegoria di Rubens: saggezza contro distruzione

Nel XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni, Peter Paul Rubens dipinse Minerva protegge la Pace da Marte. Nell’opera, la dea della saggezza respinge il dio della guerra per proteggere la Pace (Cerere), che nutre l’umanità. Rubens creò un manifesto politico: la guerra distrugge l’arte, la cultura e la stabilità delle persone comuni, arricchendo solo chi specula sul caos. Oggi, i moderni “Marte” siedono nei consigli d’amministrazione delle multinazionali della difesa e nei palazzi di governo, temendo ancora che la saggezza di Minerva tolga loro il controllo della scena.

Il marketing della guerra

Nessun leader ammetterebbe di invadere un paese per profitto o per stabilizzare il prezzo del petrolio. La guerra richiede un marketing impeccabile basato su tre pilastri:
  1. La minaccia esistenziale imminente: l’amplificazione di un nemico barbaro con cui è “impossibile negoziare”.
  2. La missione umanitaria: il conflitto dipinto come l’unico modo per esportare democrazia e diritti.
  3. La difesa preventiva: colpire per primi per non venire annientati.
Questa narrazione polarizzante (“noi contro loro”) annulla il pensiero critico. Chi propone vie diplomatiche viene additato come traditore. Oggi si aggiunge anche la distrazione di massa da crisi interne, violenze e corruzione che colpiscono i leader mondiali.

Il motore economico: il Complesso Militare-Industriale

Nel 1961, il Presidente USA Eisenhower mise in guardia l’umanità contro l’influenza ingiustificata del Complesso Militare-Industriale (MIC). La pace, infatti, è un pessimo affare per chi produce armi e per i politici corrotti che si nascondono dietro i conflitti.
Settore Economico Obiettivo in Pace Impatto della Pace Impatto della Guerra
Difesa Vendita armamenti Contrazione budget statali Profitti record e contratti d’urgenza
Finanza Speculativa Stabilità dei mercati Rendimenti moderati Alta volatilità e speculazione
Ricostruzione Manutenzione ordinaria Margini ridotti Contratti d’emergenza multimiliardari
Questo genera il ciclo della “distruzione creatrice” bellica: i governi finanziano le industrie private per produrre armi con soldi pubblici; queste armi distruggono un paese; infine, gli stessi governi finanziano multinazionali private per ricostruire ciò che è stato raso al suolo, indebitando le popolazioni colpite.

Geopolitica e controllo sociale

Le guerre moderne si combattono per le risorse sotterranee e le rotte commerciali: terre rare e metalli di transizione (litio, cobalto) per la tecnologia, acqua dolce e punti di snodo marittimi (chokepoints) per tenere sotto scacco l’economia globale.
Inoltre, come evidenziato da Naomi Klein in The Shock Doctrine, i governi usano lo stato d’emergenza per far accettare riforme drastiche e tagli allo stato sociale, silenziando il dissenso. In una società pacifica le persone smettono di temere le bombe e iniziano a chiedere conto ai governi di disuguaglianze e corruzione.

Verso un’ecologia della pace

Per scardinare questo sistema serve un’ecologia della pace basata su:
  • Riconversione industriale: investire i fondi militari in sanità, istruzione e prevenzione ambientale.
  • Indipendenza energetica e alimentare: promuovere fonti rinnovabili decentralizzate per sottrarre il controllo ai cartelli globali.
  • De-escalation culturale ed educazione: usare la diplomazia e creare attività didattiche sul rispetto dei popoli.
Come ricordava Vandana Shiva, dobbiamo anche fare pace con l’ambiente che ci dà la vita. Solo quando la pace diventerà più conveniente della guerra per i cittadini, i potenti perderanno la capacità di trascinarci nel baratro.

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*Stefano Cobello
Sociologo, insegnante, parla correttamente 4 lingue fra cui il russo. Insegnante e docente universitario alla MPGU di Mosca.
(fonte: Pressenza 04.08.26)

giovedì 4 giugno 2026

DAL MILITARE AL SOCIALE Invece di armarci potremmo…

DAL MILITARE AL SOCIALE
Invece di armarci potremmo…


Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare da qui: DAL MILITARE AL SOCIALE

Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”.

L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”.

La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune.

Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.”

Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
(fonte: Pressenza, articolo di Rocco Artifoni 01/06/2026)


mercoledì 29 aprile 2026

Tonio Dell'Olio - Rapporto SIPRI i numeri del baratro


Tonio Dell'Olio
 
Rapporto SIPRI i numeri del baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 aprile 202

C’è qualcosa di profondamente scandaloso nei dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI). Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.

Una montagna di risorse che cresce mentre aumentano guerre, paure e instabilità. Non è una risposta alla crisi: è parte della crisi stessa.

A colpire non è solo l’entità, ma la direzione: oltre metà della spesa concentrata tra Stati Uniti, Cina e Russia; un’Europa che accelera con un +14%, segnando la crescita più rapida dalla Guerra fredda; l’Italia pienamente dentro questa spirale. E mentre l’Ucraina destina il 40% del proprio Pil alla guerra, si consolida un modello globale che investe nella forza invece che nella pace.

Il paradosso è evidente: più armi, meno sicurezza. Lo dicono i fatti, prima ancora delle analisi. 
I conflitti aumentano, si espandono, si cronicizzano. Eppure si continua a finanziare ciò che li alimenta, in un circolo vizioso che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro le disuguaglianze e la crisi climatica.

Questo non è realismo politico: è una resa culturale. È l’abbandono dell’idea che la pace si costruisca con la giustizia, il dialogo e la cooperazione. 

Davanti a questi numeri, lo sconcerto non basta. Serve una presa di coscienza collettiva: continuare così non ci proteggerà. Ci porterà solo più vicino al baratro.

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Per approfondire vedi: https://www.sipri.org/


martedì 3 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: La gente in Iran

Tonio Dell'Olio
 
La gente in Iran

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  3 Marzo 2026


“Lo so bene – mi scrive un’amica da Teheran - la pena di morte è un abisso che va cancellato. Eppure mentre diciamo questo, il mondo assiste inerme a un’altra vertigine.

“Bibi” ha dichiarato di aver atteso quarant’anni per distruggere l’Iran”. Quarant’anni di rancore covato come destino. 

Ma se il criterio fosse davvero la giustizia, perché non “radere al suolo” anche il Pakistan, che ha l’atomica e la pena capitale? O la Cina? “La verità è più nuda e più crudele – mi fanno notare sempre da Teheran -: l’Iran è il secondo Paese al mondo per riserve di gas, il terzo per petrolio, ricchissimo di minerali rari. Questa è la sua condanna”. 
Michele Serra ha scritto bene: “Gli americani sono molto fortunati, perché dovunque vanno per esportare la libertà trovano il petrolio”. È una battuta che brucia. 

Milleottocento bombe in tre giorni, un’operazione che gli stessi Stati Uniti paragonano al Vietnam. E tutto sembra normale. Le immagini scorrono, le cancellerie parlano, gli analisti spiegano. Intanto la gente in Iran muore. Ma non sotto i nostri occhi. E ciò che non vediamo ferisce meno la nostra coscienza. 

La gente di Iran soffre troppo. Soffre nel silenzio globale, in quella distanza che anestetizza l’empatia e smorza l’indignazione. La guerra diventa cifra geopolitica, non più carne e sangue. E così l’ingiustizia passa, quasi invisibile. Finché non bussa anche alla nostra porta.


lunedì 9 febbraio 2026

Tonio Dell'Olio: Quell’alleanza economico-militare

Tonio Dell'Olio
 
Quell’alleanza economico-militare
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  9 Febbraio 2026


Leone XIV ieri ha concluso l’Angelus con un’affermazione tanto perentoria quanto provocatoria e rischiosa: “Continuiamo a pregare per la pace – ha detto. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. 

Una vera e propria denuncia netta e senza scampo di quell’alleanza tanto distruttiva da compromettere lo stesso destino della storia. Il papa ha avuto il coraggio di contestare pubblicamente quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e senza che si alzino obiezioni di sostanza. 

Oggi non sono le guerre a richiedere armi ma le armi a provocare le guerre. Siamo governati dalla logica del profitto che bisogna raggiungere a tutti i costi (e al massimo) sulla pelle della gente. 

Da un’altra angolatura l’aveva detto con chiarezza persino un presidente Usa, Dwight D. Eisenhower: “Nei consigli di governo dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza indebita, voluta o meno, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per una disastrosa crescita di potere mal riposto esiste e persisterà.” E poi aggiunse: “Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”. 
Era il 17 gennaio 1961 e la situazione era incomparabilmente meno minacciosa rispetto allo strapotere di quell’alleanza oggi.


venerdì 9 gennaio 2026

Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”

Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”

(Foto di COOP)

Molta disillusione e poco entusiasmo accompagnano gli italiani in questo inizio d’anno, a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il cambiamento climatico sono moneta corrente e influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle aziende della difesa e l’oro). La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). Sono alcuni dei dati delle anticipazioni del Rapporto Coop 2025, la cui versione definitiva sarà disponibile entro la fine di gennaio. Le previsioni 2026 sono frutto di due indagini on-line (metodologia Cawi) condotte nel mese di dicembre 2025 dall’Ufficio studi Coop e i suoi partner. La prima, “Wish List 2026”, è stata realizzata in partnership con Nomisma su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana di 18-65 anni ed ha visto la collaborazione con A21 Consulting di Mirko Veratti. La seconda, “Unwrapping 2026”, rivolta alla community del Rapporto Coop, ha visto la partecipazione di 714 opinion leader italiani (titolari e manager di aziende, rappresentanti di istituzioni pubbliche, analisti di primarie società di consulenza)

Le preoccupazioni degli italiani attengono soprattutto: al mercato del lavoro del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa positività), al fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo), all’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%), allo stato dell’economia italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20% positiva). Dalle anticipazioni del Rapporto Coop 2026 emerge come la casa continui ad essere il luogo del cibo. Stabile la crescita dell’home cooking (7 italiani su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento) e perfino il delivery torna a crescere, trascinato dalla voglia di rimanere in casa. Innovazione e più tempo tra i fornelli sono le parole chiave della tavola 2026 degli italiani, fatta di alimenti salutari, semplici, autentici. Chi prevede di acquistare più cibi senza conservanti e additivi, infatti, nel 2026 supera di 21 punti percentuali chi pensa di diminuirli (+14 nel 2024); la stessa differenza è di 18 punti percentuali per i cibi senza / a ridotto contenuto di zuccheri (+13 nel 2024) e di 15 per i cibi senza / a ridotto contenuto di grassi (+12 nel 2024).

Nelle intenzioni degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28). Esce radicalizzato il mantra degli italiani degli ultimi anni che puntano al benessere a tavola associato al principio della prevenzione come comportamento oramai acquisito. Nel carrello la qualità trova il suo posto a fianco della convenienza e in questo senso si può leggere sia l’ulteriore espansione dei prodotti venduti sotto il marchio di un supermercato e non di un produttore esterno (MDD), che oramai hanno conquistato gli italiani (l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca del Distributore) sia il rallentamento della crescita dei discount.

Nel Largo Consumo pensando all’anno che verrà l’umore è, invece, più grigio che nero: il 12% dei manager food & beverage intervistati intravede un miglioramento, il 66% prevede stabilità, il 22% un peggioramento. Anche se le intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive se crescita sarà, sarà comunque di piccolo cabotaggio (+0,9% a valore nel 2026 rispetto al 2025) e più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%). Le speranze di migliori performance del segmento Largo Consumo Confezionato sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (vendita al dettaglio): il saldo tra chi prevede un miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati nell’industria alimentare. La sostenibilità ambientale resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro (-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager del retail) ed i margini / redditività (-30). Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%.

Qui per approfondire le previsioni Coop 2026
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 07.01.26) 

mercoledì 10 dicembre 2025

Ceto medio in affanno: cosa racconta il nuovo Rapporto Censis


Ceto medio in affanno:
cosa racconta il nuovo Rapporto Censis

L’Italia è segnata da un ceto medio sempre più fragile e da una ricchezza concentrata nelle mani di pochi. Tra inflazione, crisi della sanità e crescita del debito, il Paese appare diviso e vulnerabile, con ricadute pesanti sul welfare e sulla fiducia sociale

Foto di Andres Siimon da Unsplash.

Come ogni anno arriva il Rapporto Censis. Me ne occupo da tempo e, ormai da pensionato, leggo i numeri col bisogno di sufficienti diottrie, nel senso che alla fine della fiera è complicato dire dove abita e che fa il “signor“ ceto medio, posto al centro della scena delle statistiche. Potrei sembrare irrispettoso dei sociologi dell’esimio centro di ricerca sociale, tra i più noti e apprezzati d’Italia, ma voleva essere una battuta per evidenziare che occorre un certo esercizio di immedesimazione nelle categorie prese in esame dal Rapporto per poi sentirsi in qualche modo presi in giusta considerazione.

Allora, la prima notizia, che è un grande pugno nella pancia sociale, è sapere che il signor ceto medio, in Italia, vive in uno stato febbrile: nella stagnazione, in una condizione di grave affanno o, peggio ancora, rischia di perdere lo status socio-economico faticosamente conquistato nel tempo. E lì ci starebbe bene una bella esclamazione educata come “capperi“!

E poi aggiungo che, rovistando sempre nei numeri statistici, sembra che la sanità sia in crisi per le troppe liste d’attesa, che causano anche un certo calo di cure che invece dovrebbero essere prese in carico. Quindi, se questo è vero, il signor ceto medio, se ha uno stato febbrile, si curerà. Ci auguriamo di sì.

Ma, uscendo dal tono scherzoso e facendoci molto seri, si scopre che all’inizio del 2025 il 60% della ricchezza nazionale è posseduta da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano a 1,3 milioni di famiglie, che costituiscono il 5% delle famiglie più abbienti. La forbice della ricchezza taglia nettamente il Paese in due, se non in tre, dove pochi hanno molto, molti hanno poco e 5,7 milioni di italiani non hanno quasi niente. E si sa: le forbici sono pericolose da usare.

Negli ultimi anni l’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie italiane, e credo che tanti, tornando dal supermercato, se ne siano resi conto. Anche nell’ambito dell’abbigliamento la forbice tra spesa e acquisto mantiene un’ampia differenza, nonostante l’Italia sia il Paese della moda.

Ed ora parliamo difficile. Il grande debito inaugura il nuovo secolo delle società post-welfare. La crescita vertiginosa dell’indebitamento delle economie avanzate le rende fatalmente più fragili e vulnerabili. Tra il 2001 e il 2024, nei Paesi del G7, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico è lievitato dal 75,1% al 124,0% del Pil. In Italia dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Ci sarebbe da stare contenti perché non siamo più l’unico malato d’Europa. Ma evitiamo di contagiarci di nuovo.

Comunque, qualunque posto occupiamo in classifica, l’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare.

Colpisce che sono diminuite le spese per la cultura, che è una nota molto stonata del concerto Italia. Insomma, le notizie sono un po’ deboli e il Censis, caparbiamente, lo dice da anni. A noi la possibilità di smentirlo.
 (Fonte: Città Nuova, articolo di Paolo De Maina 06/12/2025)



venerdì 20 giugno 2025

Un mondo in fuga: il grido ignorato della Giornata Mondiale del Rifugiato

Un mondo in fuga:
il grido ignorato della Giornata Mondiale del Rifugiato

(Foto di Unsplash di Salah Darwish)

Nel 2024 si è toccato un nuovo record: più di 123 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa. Conflitti vecchi e nuovi, dal Sudan a Gaza, alimentano una crisi umanitaria che i Paesi poveri sopportano quasi da soli.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, ma come ogni anno non c’è nulla da festeggiare. Al contrario: mai come in questi mesi i numeri parlano una lingua drammatica e inascoltata. Secondo l’ultimo rapporto dell’UNHCR, sono oltre 123 milioni le persone costrette a fuggire dalle proprie case nel mondo, spinte da guerre, persecuzioni, crisi climatiche e instabilità economica. Di queste, almeno 42,7 milioni sono rifugiati nel senso più stretto del termine: persone che hanno attraversato un confine nazionale per cercare protezione altrove.

La cifra è in aumento costante: rispetto al 2023, si contano circa 7 milioni di nuovi sfollati forzati. Un incremento che non accenna a rallentare, anzi. Le guerre si moltiplicano, si intensificano, si cronicizzano. Secondo il Peace Research Institute di Oslo, nel 2024 si sono registrati 61 conflitti attivi nel mondo, un record assoluto. Undici di questi hanno superato la soglia delle mille vittime annue, il limite che ne sancisce formalmente lo status di “guerra”.

Dall’Ucraina a Gaza, la geografia del dolore

Tre sono le aree che più hanno contribuito all’impennata di rifugiati nel corso dell’ultimo anno: Ucraina, Striscia di Gaza e l’intera fascia che va dall’Iran al Libano, oggi al centro di una tensione crescente tra Israele, Hezbollah e altri attori regionali.

In Ucraina, dopo oltre tre anni di guerra, si contano più di 8 milioni di sfollati interni e almeno 5 milioni di rifugiati in Europa, ospitati soprattutto da Polonia, Germania e Repubblica Ceca. La guerra in corso, lungi dal concludersi, continua a generare nuovi esodi.

In Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza, i numeri sono ancora più drammatici. Le operazioni militari israeliane hanno provocato decine di migliaia di morti e un vero e proprio esodo interno, mentre le popolazioni rifugiate nei campi del Libano vivono in condizioni al limite della sopravvivenza. Il 94% delle vittime in questi teatri è rappresentato da civili.

E poi c’è l’Iran, dove il conflitto con Israele sta generando un clima di instabilità e nuove fughe, anche se per il momento i dati restano parziali e difficili da verificare.

Foto Unsplash di Julie Ricard

Il Sudan, tragedia silenziosa dell’Africa

Ma la crisi più grave si consuma nel silenzio quasi totale dei riflettori internazionali. In Sudan, una guerra civile devastante tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces, scoppiata nell’aprile 2023, ha già costretto 12,3 milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Di queste, quasi 9 milioni sono sfollati interni, mentre oltre 3,5 milioni sono fuggiti nei Paesi vicini: Ciad, Egitto, Etiopia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana. Si tratta del più grande esodo africano degli ultimi vent’anni.

Molti di questi rifugiati trovano accoglienza in Uganda, un Paese che da anni si distingue per la generosità del suo sistema di asilo, pur tra enormi difficoltà economiche. Oggi, più di 1,8 milioni di persone trovano riparo nel Paese, ma i fondi scarseggiano: le razioni alimentari sono state ridotte per almeno un milione di loro. Il Programma Alimentare Mondiale, colpito da tagli di bilancio e scarsa cooperazione internazionale, fatica a garantire anche i servizi essenziali.

Chi accoglie davvero

Uno degli aspetti più inquietanti di questa crisi globale è la distribuzione profondamente diseguale dell’accoglienza. Oltre il 73% dei rifugiati si trova in Paesi a basso o medio reddito, per lo più confinanti con le aree di conflitto. Le nazioni che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia (circa 3,6 milioni), l’Iran (3,4 milioni), la Colombia (2,5 milioni), la Germania (2,1 milioni) e il Pakistan (1,7 milioni).

Nonostante le dichiarazioni di solidarietà, l’Occidente continua ad accogliere una percentuale minima del totale. I meccanismi di reinsediamento internazionale sono deboli e lenti: nel 2024, solo 188.800 rifugiati sono stati effettivamente reinsediati in un nuovo Paese terzo. Numeri irrisori se confrontati con l’ampiezza del fenomeno.

Un appello all’umanità

La Giornata Mondiale del Rifugiato dovrebbe essere, prima di tutto, un giorno di responsabilità. Il diritto d’asilo non è un favore né un’opzione politica: è un diritto umano fondamentale. Ma in un’epoca in cui la parola “rifugiato” viene spesso strumentalizzata, deformata, politicizzata, è necessario tornare al significato più semplice e universale: quello di una persona che fugge per salvare la propria vita.

Dietro ogni numero, ogni statistica, c’è un volto, una storia, un’infanzia spezzata. Un mondo che fugge non è un mondo sicuro per nessuno. Serve una risposta globale, condivisa e solidale. Non basta più celebrare una giornata: bisogna ascoltarla.

Foto da Unsplash di Salah Darwish
 (fonte: Pressenza, articolo di Ernesto Kieffer Heraldo 20.06.25)


lunedì 19 maggio 2025

Giuseppe Savagnone: Leone XIV e gli sviluppi estremi del capitalismo

Giuseppe Savagnone
Leone XIV e gli sviluppi estremi del capitalismo

Foto di Max Böhme su Unsplash

Un nome che richiama una storia

Troppo pochi, fino ad ora, sono gli elementi per fare una valutazione di ciò che sarà questo pontificato, e l’esperienza dell’assordante battage mediatico di ipotesi infondate, di false previsioni, di fake news che ha preceduto l’elezione del nuovo papa dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa di indovinare che cosa farà e dirà Leone XIV.

Per limitarci a parlare di ciò che effettivamente ha fatto e detto, possiamo cominciare dal nome che si è scelto e dalla spiegazione che ne ha dato. Parlando ai cardinali, Prevost lo ha collegato al fatto che l’ultimo papa a portarlo – Leone XIII – si era trovato a fronteggiare una svolta epocale com’era la rivoluzione industriale, col conseguente avvento del capitalismo.

Oggi, ha osservato, la Chiesa è chiamata a «rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».

Vale la pena di ricordare brevemente la pagina di storia a cui il papa si riferiva. Alla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento l’irrompere delle macchine aveva capovolto il rapporto tra i lavoratori e i loro strumenti, riducendo i primi a meri inservienti dei secondi.

Ne era conseguita la riduzione degli operai ad ingranaggi del sistema industriale e il loro sistematico sfruttamento da parte del capitalista, interessato ad avere il massimo profitto mantenendo bassi i salari. Da qui condizioni di vita miserevoli delle masse, a fronte dell’arricchimento sfrenato di una minoranza.

Inevitabile lo svilupparsi di una protesta che aveva trovato la propria più efficace espressione teorica e pratica nel socialismo di Karl Marx e Friedrich Engels. In tutto questo il ruolo della Chiesa – salvo qualche isolata eccezione – era stato piuttosto quello di pilastro portante del sistema borghese che non di voce profetica alternativa ad esso.

E in effetti il marxismo – col suo dichiarato ateismo e il suo attacco alla religione, col suo implicito o esplicito materialismo, con la sua proposta di una radicale abolizione della proprietà dei mezzi di produzione e la conseguente mortificazione degli spazi di autonomia e di creatività dei singoli – non favoriva certo l’adesione dei credenti.

Si deve a papa Leone XIII lo sforzo di valorizzare le esigenze di giustizia e di umanità che stavano dietro queste teorie estreme e di riscoprire nella tradizione cristiana gli elementi per proporre una visione alternativa al marxismo e al tempo stesso fortemente critica nei confronti del capitalismo liberale.

Nacque così, nel 1891, la prima enciclica sociale della Chiesa, la «Rerum Novarum», che, contro il collettivismo socialista, rivendicava il valore della proprietà come garanzia dell’autonomia della persona rispetto alla collettività, ma – sulla scia di quanto insegnavano già i padri della Chiesa – ne vedeva il significato non nell’interesse privato, ma nella sua funzione sociale.

Centrale in questa prospettiva è l’idea che la terra e i beni di questo mondo sono dati da Dio a tutti e che chi ne ha il possesso non solo deve utilizzarli al servizio del bene comune, ma è rigorosamente tenuto a condividerli con chi si trova in una estrema necessità.

Sulle orme di Leone XIII

E su questa linea si sono pronunziati unanimemente, dopo Leone XIII, tutti i papi, senza tacere le conseguenze potenzialmente rivoluzionarie di questa concezione, che molti esponenti del giornalismo e della politica di destra oggi denunzierebbero indignati come un cedimento inaccettabile al “comunismo”.

Emblematici due passaggi di un’enciclica del Paolo VI, la Populorum progressio, del 1967, dove, citando un autorevole padre della Chiesa, il papa scriveva: «“Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n.23)

Applicando questi princìpi al nuovo orizzonte planetario, nel testo si dice anche: «Una cosa va ribadita di nuovo: il superfluo dei paesi ricchi deve servire ai paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo» (n.49).

In un’enciclica pubblicata in occasione del centenario dalla Rerum Novarum, il 1 maggio 1991, e intitolata perciò Centesimus annus, Giovanni Paolo II, ne rivendicava la piena attualità: «Si può ancora oggi, come al tempo della Rerum Novarum parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i grandi mutamenti avvenuti nelle società più avanzate, le carenze umane del capitalismo, col conseguente dominio delle cose sugli uomini, sono tutt’altro che scomparse» (n.33).

E precisava: «È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica» (n.35).

Trump e la fase estrema del capitalismo

Questa l’eredità che il nome scelto da papa Leone XIV inevitabilmente evoca. Per non cadere nel gioco perverso delle previsioni, diciamo subito che non possiamo sapere se e in che modo egli la valorizzerà.

Quel che è certo, è che mai come in questo momento storico appare appropriato e urgente il richiamo a questa visione alternativa. Perché davvero, come ha colto bene il nuovo pontefice, oggi gli ultimi sviluppi del capitalismo «comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». E nessuno meglio di lui, che ha trascorso venti anni in uno dei paesi più poveri del Sudamerica, è in grado di cogliere la dimensione planetaria di queste sfide.

L’emblema degli sviluppi estremi di cui parliamo è la linea del nuovo presidente degli Stati Uniti. Una delle prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca, dopo il suo insediamento, è stata quella di sospendere tutti i programmi di assistenza all’estero.

E in effetti, poco dopo, il governo americano ha tagliato il 92% dei fondi destinati all’UsAid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) – 58 miliardi di dollari – in massima parte destinati programmi alimentari salvavita, una misura che il Programma alimentale mondiale (PAM) ha definito «una condanna a morte» per milioni di persone affamate. Non meno gravi gli effetti sul piano sanitario, visto che quel denaro serviva a curare molte persone malate.

È una svolta. Da un capitalismo “misericordioso”, che si sforzava di compensare le forme esplicite o implicite di sfruttamento dei più deboli con forme di assistenza, si sta passando ora, con il nuovo inquilino della Casa Bianca, a quello che, in nome dello slogan «America first», “Prima l’America”, considera gli interessi – innanzi tutto economici – degli Stati Uniti il principale criterio delle scelte anche politiche.

In questa logica è stato possibile che il presidente dello Stato a cui si sono rivolte, come a un punto di riferimento, tutte le democrazie occidentali, abbia potuto annunciare tranquillamente il suo piano di deportare dalla loro terra due milioni e mezzo di palestinesi, per costruire sulle macerie un resort turistico: «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo». «Sarà la rivière del Medio Oriente».

Nella stessa logica, mentre a Gaza quotidianamente decine di donne e bambini vengono uccisi dall’esercito israeliano col pretesto di colpire i terroristi di Hamas, ma col motivo reale – e ormai dichiarato ufficialmente da Netanyahu – di costringerli ad andarsene («liberamente», si precisa), Trump ha fatto in questi giorni un viaggio in Medio Oriente, insieme alla sua corte di magnati miliardari, con l’esplicito intento di concludere affari vantaggiosi, per cifre astronomiche, con sultani ed emiri arabi.

Facendo coincidere, secondo tutti gli osservatori, due dimensioni che strutturalmente erano e avrebbero dovuto rimanere distinte, quella della politica e quella dell’economia, dove la prima appare ormai totalmente asservita alla seconda.

Il capitalismo era già prima di Trump agli antipodi della concezione sociale proposta nella Rerum Novarum, ma ora precipita in un parossismo che ne estremizza la disumanità, rinunziando anche al pudore che prima velava le sue logiche. Si dirà che in questo modo è più sincero.

Ma chi si vergogna di quello che fa rivela di avere una coscienza per cui continua ad accettare che ci siano criteri etici, anche se li viola. Quello che colpisce nel tycoon americano è l’apparente scomparsa, appunto, della coscienza.

Sulle orme di Trump

Peraltro la sua linea, che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata insopportabilmente cinica, viene oggi salutata come “realistica” da molti. Emblematico il caso del nostro governo, che non perde occasione per confermare la sua stima e la sua fiducia nei confronti di Trump, e la cui premier si è detta recentemente «orgogliosa» di aver un «rapporto privilegiato» con lui.

Del resto, pur se in modalità diverse, la logica del capitalismo progredisce sempre più anche nel nostro paese. Un esempio significativo – centrale nell’insegnamento sociale della Chiesa – è quello della retribuzione del lavoro.

Nella Rerum Novarum si insiste sulla necessità che al lavoratore venga garantito un salario adeguato. «Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta» (n.34). E si sottolinea che «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai (…) osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva» (n. 27).

Nel suo discorso del 1 maggio, il presidente della Repubblica, Mattarella (espressione del mondo cattolico precedente la Seconda Repubblica), citando rapporti ufficiali dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo e dell’Istat, ha denunciato con forza e chiarezza: «I salari reali troppo bassi sono una grande questione, le famiglie sono in difficoltà: a marzo 2025 sono dell’8% inferiori rispetto a quelli di gennaio 2021».

L’Italia non è un paese povero. Secondo le statistiche più aggiornate, i miliardari italiani sono 74, cifra che colloca il nostro Paese al settimo posto al mondo. Ma ci sono anche 457 mila milionari, e la ricchezza finanziaria italiana è in crescita costante.

Il nostro sistema produttivo funziona discretamente. Sono i salari a diminuire. Non quelli nominali, che anzi crescono, ma quelli reali, calcolati in rapporto all’inflazione. E, se si guarda a un lasso di tempo più lungo di quello di cui parlava Mattarella, le statistiche dicono che il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale.

È evidente che si verifica uno scarto tra il mantenimento o l’aumento dei profitti dei datori di lavoro e i loro dipendenti. Col conseguente impoverimento di questi ultimi.

«Di questo», secondo Leone XIII, «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura». Quanto siamo lontani da questa preoccupazione lo dice il fatto che, il fenomeno non viene neppure riconosciuto. Ventiquattrore dopo la denunzia del presidente della Repubblica, la nostra premier in un video – il mezzo di comunicazione da lei preferito – ha detto l’esatto contrario: «I salari reali crescono in controtendenza rispetto al passato».

Anche in Italia, dunque, il processo per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri sembra non trovare freni da parte delle autorità politiche.

Il capitalismo si avvia a forme estreme, che forse rendono necessario un nuovo deciso intervento della Chiesa, come ai tempi di Leone XIII. Non sappiamo se il nuovo papa lo farà. Ma il nome che si è scelto e la sua esperienza passata, a cavallo tra in Nord ricco e il Sud povero dell’America, ci permette di sperarlo.
(fonte: Tuttavia 15/05/2025)



giovedì 1 maggio 2025

Lavoro ed economia secondo Papa Francesco

Lavoro ed economia secondo Papa Francesco


Nessun pontefice ha posto i temi del lavoro e dell’economia al centro del suo pontificato come ha fatto Papa Francesco. Una sensibilità e un’attenzione che hanno spinto la Chiesa a organizzare, per la prima volta nella sua storia, un palcoscenico virtuale al quale hanno partecipato oltre duemila economisti e imprenditori under 35 provenienti da tutto il mondo. Era il novembre del 2020, e Assisi, paese di nascita del santo poverello, il luogo scelto per ospitare l’incontro dal titolo The Economy of Francesco.

Alla fine i partecipanti stilarono un elenco di 12 punti, qui sintetizzati: 1) le grandi potenze e le istituzioni economiche-finanziarie rallentino la loro corsa sfrenata in modo da lasciar respirare la Terra; 2) venga attivata una comunione mondiale delle tecnologie più avanzate; 3) la custodia dei beni comuni (specialmente quelli globali quali l’atmosfera, le foreste, gli oceani, le risorse naturali, gli ecosistemi, la biodiversità, le sementi) sia posta al centro delle agende dei governi e degli insegnamenti nelle scuole e nelle università; 4) mai più si usino le ideologie economiche per offendere e scartare i poveri, gli ammalati, le minoranze e gli svantaggiati di ogni tipo; 5) il diritto al lavoro dignitoso per tutti sia riconosciuto con una Carta a livello mondiale; 6) vengano aboliti immediatamente i paradisi fiscali e un nuovo patto sulle tasse sia la prima risposta da fornire nel dopo Covid; 7) si dia vita a nuove istituzioni finanziarie e si riformino in senso democratico e inclusivo quelle già esistenti come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale; 8) le imprese e le banche introducano nella loro governance un comitato etico indipendente con potere di veto in materia di ambiente, giustizia e impatto sui più poveri; 9) le istituzioni nazionali e internazionali prevedano premi a sostegno degli imprenditori innovatori nell’ambito della sostenibilità ambientale, sociale, spirituale e, non ultima, manageriale; 10) garantire un’ istruzione di qualità per ogni bambina e bambino del mondo; 11) le organizzazioni economiche e le istituzioni civili non si diano pace finché le lavoratrici non abbiano le stesse opportunità dei lavoratori; 12) non tolleriamo più che si sottraggano risorse alla scuola, alla sanità, al nostro presente e futuro per costruire armi e per alimentare le guerre necessarie a venderle.

A distanza di quasi un anno, il Papa partecipò in collegamento alla 109esima Conferenza Internazionale del Lavoro ospitata dall’Ilo (International Labour Office). Nel suo video messaggio il pontefice parlò del ruolo di sindacalisti e imprenditori. I primi, diceva, “sono un’espressione del profilo profetico della società. I sindacati nascono e rinascono ogni volta che, come i profeti biblici, danno voce a quanti non l`hanno, denunciano quelli che ‘venderebbero (…) il povero per un paio di sandali’, come dice il profeta, mettono a nudo i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più vulnerabili, difendono la causa degli stranieri, degli ultimi e dei rifiutati”.

E ancora “i profeti sono sentinelle che vigilano dal loro posto di osservazione. Anche i sindacati devono sorvegliare le mura della città del lavoro, come una guardia che sorveglia e protegge quanti sono dentro la città del lavoro, ma che sorveglia e protegge anche quelli che stanno fuori dalle mura. I sindacati non svolgono la loro funzione fondamentale d`innovazione sociale se tutelano solo i pensionati. Questo va fatto, ma è la metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche di proteggere quanti ancora non hanno diritti, quanti sono esclusi dal lavoro e che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia”.

Sulla vocazione degli imprenditori, in quell’occasione Francesco ricordò che è “produrre ricchezza al servizio di tutti. L’attività imprenditoriale è essenzialmente una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso”.
(fonte: Il diario del lavoro 21/04/2025)

venerdì 3 gennaio 2025

Giorgio Bernardelli: Debito dei Paesi poveri, questione di giustizia

Giorgio Bernardelli
Debito dei Paesi poveri, questione di giustizia


Venticinque anni dopo la campagna del Duemila, Papa Francesco rilancia l’appello del Giubileo a condonare i prestiti a chi non può restituirli. La denuncia dell’Onu: «Il Sud del mondo ha pagato il conto più salato delle crisi» «Un invito accorato desidero rivolgerlo alle nazioni più benestanti, perché riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia». Nell’appello alla speranza che Papa Francesco lancia al mondo con l’Anno Santo del 2025 appena iniziato, queste parole della bolla di indizione Spes non confundit tornano a porre con forza il tema del debito pubblico dei Paesi più poveri. E lo riprende anche il messaggio di quest’anno del pontefice per la Giornata mondiale della pace, intitolato “Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace”. Si tratta di un tema non nuovo per un Giubileo: già nel Duemila, Giovanni Paolo II aveva chiesto di fare propria quest’idea dalla radice biblica nel momento del passaggio da un millennio all’altro. Così 25 anni fa la remissione del debito diventò un tema importante anche per la società civile. Nel nostro Paese prese il volto di una campagna (sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana) che portò alla cancellazione del debito bilaterale che due Paesi africani, la Zambia e la Guinea Conakry, avevano contratto con l’Italia e non erano più in grado di ripagare. Altri gesti – anche finanziariamente molto significativi – avvennero contemporaneamente in diversi Paesi. Perché ora Francesco sente il bisogno di rilanciare questo tema? Perché – soprattutto negli ultimi anni, per effetto della crisi globale innescata dalla pandemia e aggravata dalle ripercussioni del conflitto in Ucraina – in tanti Paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia la questione del debito pubblico è riesplosa in maniera molto dura. «Ci troviamo di fronte a una crisi che genera miseria e angoscia, privando milioni di persone della possibilità di un futuro dignitoso – dice Papa Francesco, dando loro voce -. Nessun governo può esigere moralmente che il suo popolo soffra di privazioni incompatibili con la dignità umana». Qualcuno potrebbe domandarsi: ma se sono Pae­si poveri perché si indebitano? Ogni economia per finanziare i propri investimenti si fonda sul credito. Non a caso il Paese con la quota più alta di debito pubblico sono gli Stati Uniti, cioè la prima economia al mondo, seguiti (ma a molta distanza) dalla Cina. Tanto per dare le proporzioni: secondo alcuni dati rielaborati dall’Unctad – l’agenzia dell’Onu per il commercio e lo sviluppo – a fine 2023 il debito pubblico ha raggiunto a livello globale la cifra (record) di circa 97 mila miliardi di dollari. Di questi, però, oltre 33 mila miliardi di dollari sono debito Usa. L’intero debito pubblico italiano supera i 3 mila miliardi di dollari. Quello di tutti i Paesi dell’Africa considerati nel loro insieme supera di poco i 2 mila miliardi di dollari. Ma se in termini assoluti è relativamente piccolo, allora, perché il debito nei Paesi più poveri crea tanti problemi? Perché le condizioni per contrarlo non sono uguali per tutti. Proprio come accade a chi chiede un prestito in banca, anche i Paesi non sono trattati allo stesso modo dagli altri Stati, dagli organismi multilaterali (come il Fondo monetario internazionale, Fmi) o dai privati, i tre grandi soggetti che erogano crediti. Più un’economia è fragile e più i tassi di interesse da ripagare si alzano. A uno Stato africano la stessa cifra chiesta in prestito costa oggi 10 o 12 volte di più rispetto a quanto pagano la Germania o gli Stati Uniti. E proprio su questo divario la situazione negli ultimi anni si sta facendo sempre più insostenibile: i Paesi africani, per gli interessi sul loro debito, pagano attualmente 163 miliardi di dollari l’anno, contro i 61 che pagavano nel 2010. Si tratta di una zavorra sulle possibilità di sviluppo. Lo spiega bene proprio l’Unctad in un interessante rapporto intitolato “Un mondo di debito”, pubblicato alcuni mesi fa. Analizzando le vicende degli ultimi anni, emerge con chiarezza che il conto delle ripetute crisi che dalla pandemia in poi tutti abbiamo vissuto è stato pagato in maniera molto più salata dai Paesi poveri. «Quella del debito è una crisi nascosta – spiega Giovanni Valensisi, economista italiano dell’Unctad che è tra i curatori del rapporto -. Nel quadro complessivo le cifre che coinvolgono i Paesi in via di sviluppo sembrerebbero piccole. Ma se si guarda a che cosa provocano nelle loro società, l’impatto è enorme». Oltre 3,3 miliardi di persone in Africa, America Latina e in Asia, per esempio, oggi vivono in Paesi che sono costretti a spendere più soldi per ripagare gli interessi sui debiti da loro contratti che per finanziare la sanità o l’istruzione. Nella metà dei Paesi in via di sviluppo, oltre il 6,3% di tutte le entrate generate dalle esportazioni sono destinate a ripagare i creditori. Una “tassa” iniqua sui Paesi poveri: l’Unctad ricorda che quando nel 1953 fu stipulato l’Accordo di Londra sul debito di guerra della Germania si stabilì che gli interessi pagati dai tedeschi non dovessero eccedere il 5% delle entrate generate dalle esportazioni, per non minarne la ripresa. Oggi però, per decine di Paesi del Sud del mondo, questo principio elementare di un’economia attenta al futuro non viene fatto valere. Ma durante la pandemia non erano stati previsti aiuti sul debito per i Paesi poveri? «Nel 2020 – risponde Valensisi – i Pae­si del G20 avevano congelato per due anni alle nazioni in via di sviluppo il pagamento degli interessi sul loro debito. Quella pausa, però, è finita proprio quando con la guerra in Ucraina la situazione si era fatta addirittura peggiore, perché le politiche monetarie adottate dagli stessi Paesi economicamente più forti per contenere l’inflazione avevano fatto schizzare alle stelle tutti i tassi di interesse». A quel punto non sono arrivati nuovi interventi. E in un contesto in cui il 61% del debito dei Paesi in via di sviluppo, ormai, non è più prestato da Stati o creditori multilaterali, ma da privati (banche o investitori che acquistano particolari strumenti finanziari), c’è stato addirittura un effetto contrario: «Il problema è la volatilità di queste fonti di finanziamento – commenta l’economista dell’Unctad -. Appena nei Paesi più sviluppati i rendimenti dei titoli pubblici sono saliti, le scelte dei risparmiatori sono cambiate, abbandonando gli altri mercati. Così nel 2022 – proprio nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno di risorse- i Paesi economicamente più fragili si sono ritrovati a dover versare in interessi a banche e investitori privati più soldi di quelli che ricevevano in nuovi prestiti». C’è l’osservazione di questi meccanismi perversi, dunque, dietro l’appello di Papa Francesco a riportare sotto i riflettori il tema del debito in occasione di questo Giubileo. Con la consapevolezza, però, che oggi condonarne quote importanti è un’operazione più complessa rispetto a 25 anni fa. Perché il più ampio coinvolgimento di investitori privati moltiplica gli interlocutori con i quali occorrerà negoziare questo atto di giustizia. È il motivo per cui il Pontefice ha esortato anche a compiere un passo in più: immaginare «una nuova architettura finanziaria internazionale, che sia audace e creativa». Per far sì che il peso delle crisi di domani non finisca di nuovo per scaricarsi sulle spalle dei poveri. Sul tavolo alcune idee esistono: «Un primo passo – spiega Valensisi – sarebbe affrontare il tema della rappresentatività: coinvolgere davvero e in maniera significativa i Paesi in via di sviluppo ai tavoli in cui vengono prese le decisioni. Ma si ragiona anche su meccanismi per affrontare il problema dei costi eccessivi del debito: un’ipotesi è potenziare le Banche multilaterali e regionali di sviluppo, sia in termini di capitalizzazione e di conseguente capacità di prestito, sia facendo in modo che siano loro ad ammortizzare parte dei rischi, emettendo una quota dei prestiti in valute locali. Soprattutto, però, occorre far crescere una sensibilità finanziaria nell’erogare crediti che privilegino nei Paesi poveri progetti che creano sviluppo a lungo termine». Esempi di un percorso possibile. Perché – come nell’idea biblica del Giubileo – si possa ripartire davvero tutti insieme.
(fonte: Mondo e Missione 02/01/2025)

giovedì 28 novembre 2024

Antonio Mazzeo: Affari Bellici

Antonio Mazzeo*

Affari Bellici


Quanto spendono Usa e Paesi occidentali per armare Israele?

Armi e munizioni per 17.9 miliardi di dollari. È quanto speso dagli Stati Uniti d'America nell'ultimo anno per consentire a Israele di scatenare l'inferno a Gaza, West Bank e Libano e avviare una pericolosa escalation bellica in Siria, Yemen e contro l'Iran. Il dato emerge da uno studio della Brown University di Providence, Rhode Island.

Dal 7 ottobre 2023 il Pentagono avrebbe sperperato altri 4,9 miliardi di dollari per le operazioni delle forze armate USA nello scacchiere mediorientale. "La maggior parte delle armi che gli Stati Uniti hanno consegnato a Israele sono sistemi anti-missile, munizioni, proiettili d'artiglieria da 2.000 libbre, bombe anti-bunker e di precisione teleguidate", riporta lo studio del centro accademico.

Israele è il maggiore destinatario di sistemi bellici statunitensi: dal 1959 a oggi ha ricevuto da Washington armi e munizioni per 251,2 miliardi di dollari. Secondo il SIPRI, l'autorevole istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, il 69% di tutte le forniture belliche a Israele nel periodo compreso tra il 2019 e il 2023 sono di provenienza USA. Al secondo posto della assai poco onorevole classifica degli esportatori di armi alle forze armate di Tel Aviv compare la Germania (il 30% delle forniture). Al terzo posto, per il SIPRI, c'è poi il complesso militare-industriale-finanziario italiano, con una percentuale poco al disotto dell'1%.

Armi italiane

Sommando i dati inclusi nelle relazioni del Governo sulle autorizzazioni concesse al trasferimento all'estero di armi prodotte in Italia, nel quinquennio precedente all'avvio delle operazioni belliche contro la popolazione palestinese (2018-2022), il valore complessivo dell'export a Israele è stato di 80 milioni di euro. "Tra i sistemi inviati spiccano soprattutto quei 17,5 milioni di euro di autorizzazioni rilasciate nel 2019 nella categoria militare ML2 che comprende bocche da fuoco, obici, cannoni, mortai, armi anticarro, lancia proiettili e lanciafiamme militari", denuncia l'Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia. L'ultima relazione dell'Unità per le autorizzazioni di materiale di armamento (Uama) del Ministero degli Esteri riporta che nel 2023 il valore delle armi trasferite a Tel Aviv è stato di 9,9 milioni di euro (munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori; aeromobili, apparecchiature elettroniche, software, ecc.), mentre si è registrata l'importazione record in Italia di armi israeliane per 31,5 milioni.

Gravissimi, purtroppo, sono il coinvolgimento e le responsabilità delle aziende e delle banche italiane con il genocidio in atto in Palestina e Libano. Dall'Arms Transfers Database del SIPRI di Stoccolma si evince che nella lista delle maggiori industrie belliche esportatrici di cacciabombardieri, missili, obici e apparecchiature elettroniche a Israele (periodo 2019-2023), dopo i colossi nordamericani Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin e RTX, compare la holding italiana Leonardo SpA, controllata per il 30,2% del pacchetto azionario dal Ministero dell'Economia e delle Finanze. La posizione di rilievo attribuita alla società appare ingiustificata se si prendono a riferimento i dati ufficiali sull'export del made in Italy; essi fotografano però solo i trasferimenti diretti ma le più importanti commesse a favore di Israele sono state realizzate da Leonardo grazie alla copertura finanziaria delle autorità governative di Washington e via Stati Uniti d'America.

Leonardo SpA

Così è accaduto con i sistemi d'arma utilizzati dalle unità della Marina militare israeliana per bombardare ininterrottamente dal 7 ottobre 2023 Gaza e il suo porto. Nell'aprile 2017 il Dipartimento di Stato ha approvato la vendita a Israele di 13 cannoni navali da 76mm più relativo supporto tecnico. Gli strumenti di morte sono stati ordinati a Leonardo: si tratta dei Super Rapido MF, in grado di sparare fino a 120 colpi al minuto, prodotti negli stabilimenti della controllata OTO Melara di La Spezia. L'ordine ha fruttato al gruppo italiano 440 milioni di dollari (400 per i cannoni e altri 40 per i servizi di supporto, test e manutenzione). Il contratto firmato dal governo USA specificava che i 13 sistemi di guerra sarebbero stati montati a bordo delle corvette appena acquistate da Tel Aviv in Germania.

La "triangolazione" Leonardo-Washington-Israele si è ripetuta il 12 settembre 2024 quando il Dipartimento di Stato ha approvato il finanziamento di una commessa a favore delle forze armate israeliane di un imprecisato numero di semirimorchi M1000 per il trasporto di attrezzature pesanti (HDTT - Heavy Duty Tank Trailers) e relativo equipaggiamento accessorio per un costo stimato di 164,6 milioni di dollari. In questo caso il contraente principale sarà Leonardo DRS, la controllata statunitense della holding italiana che ha quartier generale ad Arlington, Virginia. Si stima che le consegne dei semirimorchi avranno inizio nel 2027. Va ricordato pure che a fine maggio 2024, presso lo stabilimento di Leonardo Helicopters a Filadelfia (Pennsylvania), è stato effettuato il volo inaugurale del primo elicottero AgustaWestland AW-119 "Koala", destinato all'aeronautica israeliana per la formazione e addestramento dei propri piloti. Nell'ambito del Foreign Military Sale (il programma di assistenza alla sicurezza per facilitare l'acquisto di armi e l'addestramento militare a favore dei governi stranieri alleati), nel dicembre 2019 il governo USA ha sottoscritto con Leonardo un contratto da 67 milioni di dollari per la fornitura a Israele di 12 elicotteri "Koala". I velivoli entreranno in servizio presso la Flight Training School della base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev.

Nostro export

Ordini, consegne e uso dei sistemi d'armi di produzione italiana hanno dunque caratterizzato quest'ultimo sanguinosissimo anno. Il governo Meloni ha più volte assicurato che dopo l'esplosione del conflitto a Gaza e West Bank è cessata la fornitura bellica a Israele, anche se ha dovuto ammettere che ciò non ha riguardato gli ordini firmati prima del 7 ottobre.

Dopo la consultazione dei dati dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, la rivista Altreconomia ha avuto modo di accertare che tra il dicembre 2023 e il gennaio 2024 l'Italia ha esportato allo Stato belligerante armi leggere, munizioni e proiettili da guerra per oltre 2 milioni di euro (730.869,5 euro a dicembre e 1.352.675 euro a gennaio). Secondo l'ISTAT nell'ultimo trimestre del 2023 sono stati trasferiti verso Israele prodotti e componentistica aerospaziali – in buona parte utilizzabile per scopi militari – per il valore complessivo di 14,6 milioni di euro. Le esportazioni sono proseguite anche nel corso del primo semestre 2024: il loro ammontare è stato di 5,5 milioni in armi e munizioni e 16,7 milioni in prodotti e componenti aerospaziali.

Anche Leonardo SpA ha dovuto ammettere pubblicamente di aver proseguito in tempi di guerra la propria opera a favore delle forze armate israeliane. A fine settembre ha risposto ad Altreconomia di stare fornendo a Tel Aviv "ricambi e assistenza tecnica da remoto, senza presenza di personale nel Paese, per la riparazione di materiali" per i 30 caccia addestratori M-346 venduti nel 2012 alla Israeli Air Force per la formazione dei piloti poi impiegati alla guida dei cacciabombardieri d'attacco. "Per l'anno 2024 è previsto un valore complessivo di circa 7 milioni di euro per le attività di supporto logistico per la flotta di velivoli da addestramento M-346", ha concluso Leonardo.

Le banche

Capitolo a parte il ruolo del sistema bancario nel finanziamento della produzione di armi e nella copertura delle esportazioni. Il rapporto pubblicato nel giugno 2024 da 19 organizzazioni non governative internazionali (The companies arming Israel and their financiers) inserisce tra i maggiori investitori in aziende che hanno fornito armi a Israele nel triennio 2021-2023 i gruppi bancari italiani Unicredit (1,236 miliardi in prestiti e 365 milioni in sottoscrizioni) e Intesa Sanpaolo (622 milioni e 35 milioni). Al primo posto della classifica delle banche armate pro-Tel Aviv svetta il gruppo francese BNP Paribas con 5,720 miliardi di attività finanziarie. Dal 2006 BNP controlla l'italiana BNL – Banca Nazionale del Lavoro.
*Antonio Mazzeo giornalista, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
(fonte: Mosaico di pace Novembre 2024)

mercoledì 13 novembre 2024

Cop29 sul cambiamento climatico avvio in salita


Cop29 sul cambiamento climatico avvio in salita

L’annuale conferenza mondiale sul clima inizia però con non poche difficoltà, soprattutto per l’assenza di molti ministri o capi di Stato. Il rapporto dell’organizzazione meteorologica mondiale diffuso a inizio lavori afferma che il 2024 sarà l’anno più caldo mai registrato, con i suoi +1.54 gradi sui livelli pre industriali. Ma il neo presidente Usa ha annunciato di voler uscire dall'accordo di Parigi

COP29 in Azerbaijan United Nations Climate Change Conference (COP29) EPA/ANATOLY MALTSEV

Dodici giorni di lavori alla Conferenza Onu sul Clima, la Cop29 a Baku, capitale dell’Azerbaigian. Da lunedì 11 novembre fino a venerdì 22 lo stadio, trasformato in un centro congressi, accoglierà i partecipanti dei vari Paesi che dovranno trovare soluzioni per scongiurare la catastrofe ambientale globale.

L’annuale conferenza mondiale sul clima inizia però con non poche difficoltà, soprattutto per l’assenza di molti ministri o capi di Stato. C’è molto da discutere, ma il tema di fondo è sempre quello di ridurre le emissioni di gas serra. Il rapporto dell’organizzazione meteorologica mondiale diffuso a inizio lavori afferma che il 2024 sarà l’anno più caldo mai registrato, con i suoi +1.54 gradi sui livelli pre industriali.

Finanza per l’ambiente

«La crisi climatica è arrivata – ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres -. Non possiamo rimandare la protezione. Dobbiamo adattarci, ora». Sebbene i finanziamenti per l’adattamento siano di gran lunga inferiori a quanto richiesto, «i fornitori di tutta questa distruzione raccolgono enormi profitti e sussidi».

Già, perché il Nord del mondo ha un enorme debito climatico verso il Sud. L’Onu valuta che «i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di 1 miliardo di dollari al giorno per pagare gli impatti climatici».

La finanza quindi è in cima all’agenda della Cop29, ma non sarà facile trovare una soluzione su chi pagherà cosa, e come pagherà.

«Chiediamo ora l’acconto di un debito molto grande, un acconto di 5 trilioni di dollari (all’anno)», ha detto Tasneem Essop, direttore esecutivo di Climate Action Network, alleanza globale di oltre 1900 organizzazioni della società civile in oltre 130 Paesi. «I governi là fuori sono assolutamente in grado di trovare il denaro che serve. Hanno trovato i soldi per le spese militari. Hanno trovato i soldi per il genocidio di Gaza. Trovano i soldi per sovvenzionare e sostenere l’industria dei combustibili fossili. Venire qui e dire che non hanno soldi è assolutamente falso e inaccettabile».

«L’onere non può ricadere interamente sulle casse del governo – dichiara Mukhtar Babayev, ministro dell’Ambiente dell’Azerbaigian e presidente della Cop29 -. Liberare i finanziamenti privati per la transizione dei Paesi in via di sviluppo è stata a lungo un’ambizione dei colloqui sul clima. Senza il settore privato, non c’è soluzione per il clima».

Riduzione combustibili fossili

Un altro nodo da sciogliere riguarda la necessaria graduale eliminazione dei combustibili fossili, principale motore della crisi climatica. Se ci sarà qualche segno che la “transizione” dai combustibili fossili sia in atto, potrebbe arrivare con la pubblicazione del Global Carbon Budget 2024, attesa per mercoledì. Non sarà facile anche in questo caso.

Il neo eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha mai appoggiato una politica in favore dell’ambiente, contro il fossile. Ed è preoccupante la notizia, apparsa sul Wall Street Journal secondo la quale fra i primi provvedimenti che saranno firmati dal nuovo presidente Usa, c’è l’uscita dagli Accordi di Parigi sul clima. Secondo Trump si può stare nella soglia di +2 gradi rispetto ai dati pre-industrializzazione. Nessuno vuole rinunciare alla crescita del Pil con la produzione (inquinante) industriale. Ma il benessere occidentale oltre ad inquinare causa crisi climatiche.

Lo sappiamo bene in Italia dove in questo 2024 (che ancora deve finire) secondo il Centro di Ricerca Enea sono stati registrati 1.900 fenomeni atmosferici fuori norma fra tornado, nubifragi, grosse grandinate. Come lo sanno bene i cugini spagnoli con la drammatica situazione a Valencia. Bisogna intervenire subito, altrimenti la crisi climatica non arretrerà.
(fonte: Città Nuova, articolo di Lorenzo Russo 12/11/2024)