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sabato 15 agosto 2026

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Leone XIV: come per Maria, è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

SANTA MESSA
NELLA SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Parrocchia San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo
Sabato, 15 agosto 2026


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Leone XIV: come per Maria,
è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

Nella Messa celebrata nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, per la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Leone XIV sottolinea che possiamo incontrare la bellezza dell’Assunta anche negli occhi dei genitori che rientrano a casa dai figli, dai nonni che si curano dei nipoti, nell’impegno controcorrente dei giovani e nell’opera di uomini e donne che portano “un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”


La vera bellezza, quella che molti artisti hanno raffigurato in Maria “assunta alla gloria celeste in anima e corpo”, come “una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste”, possiamo incontrarla “là dove c’è vera carità”: negli “occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro” felici di stare con i figli, o nei volti dei nonni, che nonostante gli acciacchi “si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini”, oppure ancora nell’impegno dei giovani che “si sforzano di crescere puliti e onesti”.


[ Photo Embed: Il Papa all'inizio della Messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso di Villanova] (@Vatican Media)

Il volto bellissimo dell'Assunta

Così Papa Leone XIV parla del “volto bellissimo dell’Assunta” nell’omelia della Messa presieduta nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, dove dalla serata di mercoledì sta trascorrendo un secondo periodo di riposo. Duemila i fedeli presenti, in gran parte raccolti in piazza della Libertà, davanti alla chiesa, sin dalle prime ore del mattino per attendere l'arrivo del Pontefice e ascoltare le sue parole grazie a un maxischermo e all'amplificazione predisposta nell'area antistante la piccola chiesa, e gli altri, circa 250, tra i banchi della seicentesca collegiata riempita già dal mattino.

L'amore è l'ornamento più bello dell'uomo

Dobbiamo imparare a leggere “la bellezza divina di cui siamo avvolti”, spiega il Papa “nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro.” Riconoscendo in ciascuna di queste realtà “dei piccoli squarci di cielo”.

“È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita”

"Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi"

Leone XIV spiega che gli artisti, nel raffigurare l’Assunta, si sono ispirati a quanto descritto dal brano dell’Apocalisse, ascoltato nella prima Lettura: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”. Questo significa che “nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità”. E una giovane bellissima, ma questo contrasta, sottolinea, “con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni”. Con l’età, infatti, la pelle “mostra i segni della vecchiaia” e i capelli “diventano grigi e poi bianchi”. Cosa abbiamo in comune, si domanda allora il Pontefice, “con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?”

La vera bellezza è la purezza dell'anima

Papa Leone invita a guardare a due segni: “il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato”. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria, come in noi, “per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo”.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine.

Rivedere i canoni estetici, legati al consumismo

Questo, prosegue il Papa, ci invita “a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico”, imposti dal mondo, che rischiano “di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre”.

Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo.

Ancora un momento dell'omelia (@Vatican Media)

Nella "piccola dimensione" di Maria anche noi incontriamo Dio

Ed è facile, commenta il Vescovo di Roma, capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione. Quindi spiega che il miracolo che Maria “ha vissuto nel suo cuore innocente” e che l’ha portata alla gloria del Cielo, “è un toccarsi di estremi”, come testimoniano le parole ispirate del Magnificat, ascoltate nel Vangelo di Luca. Con le quali ci mostra infine, “nella sua condizione di ‘umile serva’, la ‘piccola dimensione’, come diceva san Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore”. Un servizio come l’opera “di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”.

Il volto dell'Assunta in chi condivide la fede con noi

Papa Leone XIV sottolinea quindi che “il volto bellissimo dell’Assunta è unico, eppure ci è ben noto… .

E’ quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita.

All'offertorio, il Papa benedice una famiglia (@Vatican Media)

Guardando a Maria, seguiamo la luce del Risorto

E’ per questo, spiega, che “nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa”. Infine il Papa ricorda che sant’Agostino, “parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza”, esortandoli a cambiare rotta e a seguire la luce, levandosi “dallo stesso posto da cui è risorto lui”.

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

Hanno concelebrato con Leone XIV il vescovo di Albano Vincenzo Viva, l'arcivescovo Petar Rajic, prefetto della Casa Pontificia, il parroco don Tadeusz Rozmus, insieme al rettor maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, al procuratore generale dei Salesiani don Pierfausto Frisoli e ad alcuni ospiti invitati.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 15/08/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

con grande gioia anche quest’anno celebro con voi la Solennità dell’Assunzione.

Il Magistero della Chiesa ci insegna che «Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Pio XII, Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950) e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata (cfr ibid.).

Per questo, molte opere d’arte la raffigurano, al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste. Esse si ispirano alla scena descritta nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi» (cfr Ap 12,1), a significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità.

Questa immagine, in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni. Con l’età, infatti, il nostro corpo non si fa più agile, ma più pesante; la pelle non diventa più fresca, ma mostra i segni della vecchiaia; i capelli non prendono colore e lucentezza, ma diventano grigi e poi bianchi. Allora, cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?

Per comprenderlo dobbiamo tenere uniti i due segni a cui abbiamo accennato: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine (cfr 1Cor 13,8).

Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre. Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo. Ed è facile capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione.

Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro. Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendovi dei piccoli squarci di cielo.

È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita.

San Paolo VI, meditando sul mistero dell’Assunzione della Vergine, diceva che per comprenderne il significato «bisogna rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno […], per figurarci in piccola dimensione l’eterno» (Omelia, 15 agosto 1969). E a proposito di questo incontro, nella Madre di Dio, di infinito e finito, Papa Francesco scriveva: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).

Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazareth, ha vissuto nel suo cuore innocente, e che l’ha portata alla gloria del Cielo, è un toccarsi di estremi, come Lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr Lc 1,46-55). In questo cantico, attraverso le espressioni umili della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di misteri grandiosi: di Dio che in Lei si fa uomo per salvare gli uomini, dell’Eterno che in Lei si manifesta nel tempo per riaprire anche a noi la via dell’eternità, mostrandoci al tempo stesso, nella sua condizione di “umile serva”, la “piccola dimensione” in cui, come diceva San Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore.

La sublimità del Mistero che celebriamo, allora, non dobbiamo cercarla lontano. Possiamo incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti”; infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo.

Carissimi, il volto bellissimo dell’Assunta è unico, supera ogni possibile rappresentazione, eppure, al tempo stesso, ci è noto: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita. Per questo, nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa, […] segno di sicura speranza e di consolazione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria.

Sant’Agostino, parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più […]. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui» (Enarratio in Psalmos 126, 7).

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

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lunedì 8 giugno 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA - «Nessuno può inginocchiarsi a Dio e disprezzare il fratello»

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026



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Domenica, 7 giugno 2026

MADRID
10:00 SANTA MESSA in “Plaza de Cibeles”
Processione del Corpus Domini

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«Nessuno può inginocchiarsi a Dio e disprezzare il fratello»

In Plaza de Cibeles a Madrid Leone XIV nel giorno in cui la Chiesa ricorda il Corpus Domini, chiede di riscoprire la centralità dell’eucarestia, le tradizioni legate alle celebrazione, ma non come forma esteriore


«Nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello». Papa Leone parla alla Spagna, parla all’Europa, parla al mondo. Nel giorno in cui la Chiesa ricorda il Corpus Domini, chiede di riscoprire la centralità dell’eucarestia, le tradizioni legate alle celebrazione, ma non come forma esteriore. La processione del Corpus Domini ricorda che il Signore Risorto «è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri».

Madrid si è abbellita di tappeti floreali, di petali di fiori, di altari per le strade. Oltre un milione e duecentomila persone partecipano alla messa. Il Pontefice ricorda che queste tradizioni «hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza».

Leone ribadisce che «nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati».

E con l’ostensorio, l’invito è a portare fuori anche noi stessi. «Fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo».

È per questo che le processioni del Corpus Domini, lungi dall’essere un retaggio del passato, diventano un invito per l’oggi «per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto», ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia».

La consegna per la Spagna è allora quella che essa continui a diffondere la sua religiosità, a far sì che essa «non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo». Una scuola, ancora che «ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune».

Infine ricorda San Manuel González, il vescovo spagnolo noto come «il vescovo dei tabernacoli abbandonati», perché si dedicò a diffonder l’amore per l’eucarestia e per il prossimo partendo dalla cura per un tabernacolo abbandonato a Palomares del Rio. «La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno». E con lui ricorda anche san Giovanni della Croce incarcerato a Toledo, in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578. «Egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare». Occorre allora aprirsi al Signore perché «disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 07/06/2026)

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SANTA MESSA, PROCESSIONE E BENEDIZIONE EUCARISTICA
NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

OMELIA DEL SANTO PADRE

“Plaza de Cibeles” (Madrid)
Domenica, 7 giugno 2026
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Eminenze Reverendissime, Eccellenze,
carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà
fratelli e sorelle,

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri.

Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità.

Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.

Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto» , ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia.

Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.

Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce: «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte» (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede). Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.

Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.

Che il Signore Gesù presente nell’Eucaristia vi renda pane spezzato, donato e offerto perché una vita piena possa sgorgare per voi, per le vostre famiglie e per il vostro Paese.

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Vedi anche il post: (all'interno i link a quelli precedenti)



lunedì 25 maggio 2026

La solennità di Pentecoste 2026 di Leone XIV: “Lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra” - “Lo Spirito apre le porte di Dio, della Chiesa e dei nostri cuori”

La solennità di Pentecoste 2026 di Leone XIV 

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Leone XIV: Pentecoste, 
“Lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra”

(Foto Vatican Media/SIR)

“Lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore”. Lo ha detto Papa Leone XIV nell’omelia della santa messa nella solennità di Pentecoste, presieduta domenica mattina nella Basilica di San Pietro. Soffermandosi su tre aspetti dello Spirito del Risorto, il Papa ha anzitutto sottolineato che “lo Spirito del Risorto è lo Spirito della pace”: una pace “che viene dal perdono e ci porta al perdono”, che inizia con il perdono donato da Gesù stesso, “che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso”. Leone XIV ha ricordato le parole del Risorto agli Apostoli — “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23) — come affidamento di “un’opera divina”. Il secondo aspetto indicato dal Pontefice è la missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21). Lo Spirito Santo è “la vivente carità di Cristo che ci pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione”. Leone XIV ha ricordato che la prima opera dello Spirito in noi è la fede con la quale professiamo “Gesù è Signore!”, e che tutta la Chiesa è protagonista del Vangelo: “non solo custode”. Il Papa ha quindi concluso con un appello accorato: “Preghiamo che lo Spirito del Risorto liberi l’umanità dalla miseria” e “ci guarisca dalla piaga del peccato, per la redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù”.
(fonte: Sir 24/05/2026)

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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

CAPPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
Domenica, 24 maggio 2026

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
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Cari fratelli e sorelle,

il Tempo di Pasqua raggiunge oggi, solennità di Pentecoste, il suo compimento. Per evidenziare l’unità di quest’evento di salvezza, il Vangelo ci porta nuovamente al “primo giorno della settimana” (cfr Gv 20,19), cioè a quel giorno nuovo nel quale Gesù risorto appare ai discepoli mostrando loro «le mani e il fianco» (v. 20). Il Signore rivela il suo corpo glorioso, precisamente le sue piaghe, le ferite della crocifissione. Questi segni della passione, più eloquenti di qualsiasi discorso, sono trasfigurati: Colui che era morto vive per sempre.

Al vedere il Signore, anche i discepoli tornano a vivere: si erano sepolti nel cenacolo pieni di paura, ma Gesù vi entra nonostante le porte chiuse e li riempie di gioia. Egli passa attraverso la nostra morte, apre il sepolcro e lo spalanca dove per noi non c’era più via d’uscita. Al suo gesto, Cristo unisce la parola: «Pace a voi» (v. 19); e subito dopo alita sui discepoli lo Spirito Santo. Il Risorto è pieno di vita: dopo aver mostrato quella del corpo, come vero uomo, dona quella di Dio, come Figlio amato dal Padre, fatto per noi fratello e Redentore. Nello stesso cenacolo dove ha istituito l’alleanza nuova ed eterna, Gesù effonde lo Spirito: il luogo della cena e del tradimento si trasforma e, da sepolcro degli Apostoli, diventa per tutta la Chiesa grembo di risurrezione. Perciò la Pentecoste è festa pasquale e festa del corpo di Cristo, che per grazia siamo noi.

Celebrando questo mistero, vorrei soffermarmi su tre aspetti.

Anzitutto, lo Spirito del Risorto è lo Spirito della pace. Infatti, nella sua Pasqua Cristo fa pace tra Dio e l’umanità, e lo Spirito Santo la infonde nei cuori e la diffonde nel mondo. Questa pace viene dal perdono e ci porta al perdono: inizia col perdono donato da Gesù stesso, che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso. Sorprendendoci con il suo amore, proprio Lui, il risorto, dice: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Con queste parole Gesù ci affida un’opera divina, perché solo Dio può perdonare i peccati (cfr Mc 2,7). Tale autorità viene donata nel segno di una riconciliazione universale: il Signore effonde lo Spirito della pace da un capo all’altro della storia, perché non esclude nessuno Colui che ha redento tutti dalla morte. Lo Spirito Santo, infatti, è Signore e dà la vita sin dall’inizio della creazione, quando aleggiava sulle acque (cfr Gen 1,2), e ora, al suo riscatto, cambia la storia del mondo: davvero la Pentecoste si compie come festa del Patto nuovo, cioè dell’alleanza tra Dio e tutti i popoli della terra. Mentre il fragore dal cielo, il vento e le lingue di fuoco nel cenacolo ricordano gli antichi segni del Sinai (cfr At 2,2-3; Es 19,16-19), la santa legge di Dio viene scritta nei cuori, incisa dallo Spirito con caratteri d’amore nella carne di Cristo e nel suo corpo, che è la Chiesa.

Questa legge è il codice della pace: è il duplice comandamento dell’amore, che lo Spirito ci ricorda a ogni battito del cuore. Col nostro cuore possiamo perciò invocare: “Veni Sancte Spiritus”, perché Egli ci è già stato donato. Possiamo desiderarlo, perché ci è già stato promesso. Possiamo accoglierlo, perché Lui stesso è ospite dolce dell’anima.

Un secondo aspetto: lo Spirito del Risorto è lo Spirito della missione: «Come il Padre ha mandato me», dice il Signore, «anche io mando voi» (Gv 20,21). Veniamo così coinvolti nella missione di Gesù: quella di Colui che esce da Dio e a Dio ritorna con la potenza dello Spirito, che procede dal Padre e dal Figlio, con loro è adorato e glorificato, unico Dio. Lo Spirito Santo è la vivente carità di Cristo che ci pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione (cfr 2Cor 5,14). Mentre dà agli Apostoli il potere di esprimersi nella varietà delle lingue (cfr At 2,4), lo stesso Spirito insegna all’umanità la parola della salvezza. Ora che gli Apostoli hanno ricevuto il Soffio del Risorto dentro di sé, quest’annuncio viene dalla loro bocca, ha la voce di Pietro e di quanti sono con lui. Proprio nel giorno di Pentecoste gli Apostoli iniziano ad annunciare Gesù, crocifisso e risorto: le «grandi opere di Dio» (At 2,11) si riassumono tutte nella redenzione, che inizia con la fede. Infatti, la prima opera dello Spirito Santo in noi è la fede con la quale professiamo: «Gesù è Signore!» (1Cor 12,3). Questa fede vive e si esprime in ogni buona azione, in ogni atto di misericordia e di virtù. L’opera di Dio, dunque, siamo noi, che veniamo qui oggi da tutte le parti del mondo, invitati alla mensa del Signore, radunati nell’ascolto della sua parola e inviati a testimoniarla ovunque.

Carissimi, davvero noi siamo partecipi del Vangelo: tutta la Chiesa ne è protagonista, non solo custode. Con la forza dello Spirito, il nostro annuncio diventa colmo di gioia e di speranza, perché noi, proprio noi siamo la novità del mondo, la luce e il sale della terra (cfr Mt 5,13-14). Non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo. Da una parte – lo vediamo bene –, ci sono cambiamenti che non rinnovano il mondo, ma lo invecchiano tra errori e violenze. Dall’altra parte, invece, lo Spirito Santo illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita. È così che trasfigura la storia aprendola alla salvezza, cioè al dono che l’unico Signore condivide con tutti. La missione della Chiesa attesta tale condivisione, trasformando la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi.

Questa missione inizia dicendo la verità di Dio e dell’uomo, perché lo Spirito del Risorto è lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). Il Signore stesso ce l’ha promesso, chiedendo unità per la sua Chiesa, un’unità fondata sull’amore di Dio, sorgente del nostro amore. Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, promuove sempre l’unità nella verità, perché suscita in noi comprensione, concordia e coerenza di vita. Come insegna Sant’Agostino, «lo Spirito Santo volle che questo fosse il segno della sua presenza» (Discorso 269,1): il dono di lingue che si capiscono nell’unica fede. Il Paraclito ci difende allora da tutto ciò che ostacola questa intesa: dalle faziosità, dalle ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo. La verità che Dio ci dona resta così parola liberante per tutti i popoli, messaggio che trasforma dall’interno ogni cultura.

Lo Spirito del Risorto, infatti, non viene effuso una volta e poi basta, ma costantemente. Come l’Eucaristia è la presenza viva di Cristo, che sempre ci nutre, così lo Spirito Santo imprime in noi il suo carattere nel Battesimo, che ci fa cristiani; nella Cresima, che ci rende testimoni; nell’Ordine, che costituisce ministri e pastori per il popolo di Dio. In ogni Sacramento Egli è dator munerum, sorgente di santità che moltiplica doni e carismi nella preghiera, nelle opere di misericordia, nello studio della parola di Dio. Come insegna l’Apostolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,7). Proprio perciò siamo Chiesa, unico corpo che vive di Dio e serve il mondo. Grazie allo Spirito possiamo portare a tutti la pace vera, la verità che salva, cioè lo stesso Cristo Signore.

Carissimi, con cuore ardente, preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore. Preghiamo affinché liberi l’umanità dalla miseria, che viene riscattata non da una ricchezza incalcolabile, ma da un dono inesauribile. Preghiamolo di guarirci dalla piaga del peccato, per la redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù. È questa la grazia che infonde coraggio agli Apostoli: lo infonda anche a noi, oggi e sempre, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa.

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Leone XIV: Regina Caeli,
“Lo Spirito apre le porte di Dio, della Chiesa e dei nostri cuori”

(Foto Vatican Media/SIR)

“Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere”. Lo ha sottolineato Papa Leone XIV recitando il Regina Caeli in piazza San Pietro, nella solennità di Pentecoste. Il Papa ha invitato i fedeli a soffermarsi su “un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia”: lo Spirito che apre le porte. Leone XIV ha indicato tre porte che lo Spirito spalanca. La prima è “quella di Dio stesso”: lo Spirito ci dona “la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture” e “ci permette di partecipare alla sua stessa vita”. La seconda è quella del cenacolo, cioè della Chiesa: senza il fuoco dello Spirito, ha avvertito il Pontefice, la Chiesa “rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano”. La terza è quella dei cuori: lo Spirito “ci aiuta a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi”, rendendoci “capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi”. Leone XIV ha concluso con un appello: “Dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse” e faccia “crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli”.
(fonte: Sir 24/05/2026)

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REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Domenica, 24 maggio 2026

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

In questa Solennità della Pentecoste siamo chiamati a contemplare il dono dello Spirito Santo, effuso in abbondanza sulla Chiesa nascente e, oggi, nuovamente donato ai suoi membri, come luce e forza che li accompagna in ogni situazione della vita.

Possiamo soffermarci su un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia di oggi: lo Spirito apre le porte. Il Vangelo infatti ci dice che «erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei» (Gv 20,19) e, al tempo stesso, il Libro degli Atti degli Apostoli ci racconta che lo Spirito arrivò come un vento impetuoso (cfr At 2,2), che aprì quelle porte, spinse i discepoli ad uscire e ad annunciare la Buona Notizia di Cristo risorto.

Possiamo chiederci anche oggi: quali porte apre lo Spirito Santo?

La prima porta è quella di Dio stesso, nel senso che ci apre l’accesso al mistero di Dio, così come si è rivelato in Gesù Cristo. Con il dono del suo Spirito, Dio ci dona la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture, si fa conoscere come vicino e ci permette di partecipare alla sua stessa vita. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare un’esperienza personale di Dio, a incontrarlo in Gesù e non solo nell’osservanza di una legge, a riconoscerlo in noi e a scoprire i segni della sua presenza nella vita quotidiana.

La seconda porta è quella del cenacolo, cioè della Chiesa. Senza il fuoco dello Spirito, la Chiesa rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano. Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere. Come ricordava Papa Francesco, siamo chiamati ad essere «una Chiesa che benedice e incoraggia […] una Chiesa dalle porte aperte a tutti» (Omelia nella Messa di apertura dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 4 ottobre 2023).

Infine, lo Spirito Santo apre le porte dei nostri cuori, aiutandoci a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi, e rendendoci capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi. Dove c’è lo Spirito del Signore nasce la fraternità tra le persone, i gruppi, i popoli della Terra, e tutti parlano l’unica lingua dell’amore, che unisce e armonizza le diversità.

Fratelli e sorelle, anche ai nostri giorni, specialmente in questo giorno di Pentecoste, dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse. Abbiamo bisogno di riscoprire Dio come Padre che ci ama, di edificare una Chiesa dove tutti si sentano a casa e di far crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli.

Come i primi discepoli, confidiamo nell’intercessione della Vergine Maria, Dimora dello Spirito Santo e Madre della Chiesa.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ricorre oggi la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con grandissima devozione nel santuario di Sheshan, a Shanghai. Uniamo la nostra preghiera a quella dei Cattolici cinesi, come segno del nostro affetto per loro e della loro comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro. L’intercessione della Regina del Cielo ottenga alla comunità credente in Cina la grazia dell’unità e doni a tutti la forza di testimoniare il Vangelo nelle fatiche quotidiane, per essere seme di speranza e di pace. In particolare, invoco la pace eterna per le vittime dell’incidente avvenuto nei giorni scorsi in una miniera nel nord della Cina.

A Maria Santissima, Aiuto dei Cristiani, affidiamo anche le comunità cristiane della Terra Santa, del Libano e di tutto il Medio Oriente, che soffrono a causa della guerra.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi!

In particolare, saluto il gruppo di persone con disabilità provenienti dalla Polonia; come pure i pellegrini venuti in bicicletta da Kelmis, in Belgio, complimenti!

A tutti auguro una buona domenica di Pentecoste.

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lunedì 27 aprile 2026

Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”

SANTA MESSA CON ORDINAZIONI PRESBITERALI

Basilica di San Pietro
IV Domenica di Pasqua, 26 aprile 2026


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Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza
rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”


Una Chiesa con le porte aperte, sacerdoti capaci di stare accanto alla gente e una fede che non si rifugia nella paura ma affronta la realtà con coraggio. È il messaggio dell’omelia pronunciata da Papa Leone nella Basilica di San Pietro durante la Messa per l’ordinazione di dieci nuovi sacerdoti, celebrata nella Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Davanti a oltre cinquemila fedeli tra familiari, amici e comunità di provenienza degli ordinandi, il Pontefice ha consegnato ai nuovi presbiteri una riflessione intensa sul ministero sacerdotale, mettendoli in guardia da una delle tentazioni più diffuse del nostro tempo: la paura che si trasforma in chiusura e aggressività.

“Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori”, ha affermato il Papa con parole nette. “C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi”.

Un monito che non riguarda soltanto la società civile, ma anche la vita ecclesiale. Per questo Leone XIV ha invitato i nuovi sacerdoti a non cercare la propria stabilità nel ruolo o nel prestigio, ma nella fede e nella relazione viva con Cristo.

“La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo”, ha sottolineato. Una sicurezza che nasce dalla consapevolezza di appartenere a un cammino più grande, già presente “in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi”.

Il Papa ha insistito sul fatto che il sacerdote non è chiamato a separarsi dal mondo, ma ad attraversarlo. “La porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo”.

Da qui l’invito diretto ai nuovi preti: “Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato”.

Leone XIV ha descritto il prete come un uomo di comunione, chiamato a essere ponte e non barriera, presenza e non filtro. “Voi siete di tutti e siete per tutti”, ha detto. “Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole”.

Un altro passaggio centrale dell’omelia ha riguardato il celibato sacerdotale, definito come una forma esigente e profonda di amore, da custodire e rinnovare ogni giorno.

“Come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo”, ha spiegato.

Ai nuovi sacerdoti il Papa ha parlato di “uno specifico, delicato, a volte difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà”. Una scelta che, se vissuta con autenticità, può trasformarsi anche in una testimonianza civile.

“Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale”.

Non meno forte il richiamo a non lasciarsi paralizzare dalle difficoltà del presente. Riprendendo il Vangelo di Giovanni, in cui Gesù si presenta come la porta delle pecore, Leone XIV ha ricordato che Cristo conosce bene la durezza del mondo e non fugge davanti al male.

“Conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga”.

Da qui quello che il Pontefice ha definito “un secondo segreto per la vita del prete”: non avere paura della realtà.

“La realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro”.

Infine, l’esortazione più concreta: tenere sempre aperta la porta della Chiesa, soprattutto in un tempo in cui molti si sentono lontani o smarriti.

“Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire”.

E ancora, con una formula che riassume l’intera visione pastorale del suo pontificato: “Voi siete un canale, non un filtro”.

Parole che disegnano il volto di un sacerdozio meno autoreferenziale e più vicino alle ferite del mondo. Non uomini di potere, ma testimoni di una speranza concreta; non custodi di privilegi, ma servitori capaci di costruire pace.

In un tempo segnato da paure collettive, divisioni e ricerca continua di colpevoli, Papa Leone chiede ai nuovi sacerdoti di essere l’opposto: uomini liberi, affidabili, capaci di aprire strade e non di alzare muri.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/04/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV

(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle!

Con questo saluto mi rivolgo in particolare a coloro che sono stati presentati adesso, che riceveranno l’ordinazione presbiterale, ai vostri familiari, ai preti di Roma, molti dei quali ricordano la loro Ordinazione in questa quarta domenica di Pasqua, a tutti voi presenti!

Questa è una domenica piena di vita! Anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Nella disponibilità dei giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri riscontriamo tanta generosità ed entusiasmo. Nel radunarci, così numerosi e diversi, attorno all’unico Maestro avvertiamo una forza che ci rigenera. È lo Spirito Santo, che lega persone e vocazioni nella libertà, così che nessuno viva più per se stesso. La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode.

Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Ecco un primo segreto nella vita del prete. Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie. Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo. Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale.

A questo proposito, colpisce, nel Vangelo appena proclamato (Gv 10,1-10), il riferimento di Gesù a figure e a gesti di aggressione: fra lui e coloro che ama, infatti, irrompono estranei, ladri e briganti che scavalcano i limiti, non vengono, dice Gesù, «se non per rubare, uccidere e distruggere» (v. 10) e soprattutto hanno una voce diversa dalla sua, irriconoscibile (cfr v. 5). C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro.

Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo. È una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili.

Le comunità cui sarete inviati sono luoghi in cui il Risorto è già presente, dove molti lo hanno già seguito in modo esemplare. Riconoscerete le sue piaghe, distinguerete la sua voce, troverete chi ve lo indicherà. Sono comunità che aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica. Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione. Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa.

Significativa, nel Vangelo, è un’immagine con cui, a un certo punto, Gesù inizia a parlare di sé. Stava descrivendosi come il “pastore”, ma chi lo ascolta sembra non capire. Allora cambia metafora: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà. Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo.

«Io sono la porta», dice Gesù. Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici «giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5,3). Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare. «Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,52): è il rimprovero amaro di Gesù a coloro che hanno nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti.

Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge. Il Signore sa e attende. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole.

D’altra parte, Gesù insiste e precisa: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Egli non soffoca la nostra libertà. Ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”. Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova pascolo”.

Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome» (Sal 23,2-3). Il suo nome è Gesù: “Dio salva”! Di questo siete testimoni. «Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (Sal 23,6). Fratelli, sorelle, cari giovani: così sia!