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giovedì 27 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 26/08/2026 Leone XIV: La liturgia è veicolo fondamentale di evangelizzazione

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 26 agosto 2026


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All’udienza generale il Papa prosegue le catechesi sui documenti del Vaticano II e offre un’ultima riflessione sulla «Sacrosanctum Concilium»

La liturgia è veicolo
fondamentale
di evangelizzazione

La liturgia è «un fondamentale veicolo di evangelizzazione». Lo detto Leone XIV stamane, all’udienza generale del mercoledì, svoltasi nella basilica Vaticana.

Proseguendo il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha offerto un’ultima riflessione sulla costituzione Sacrosanctum Concilium ed ha approfondito il tema della riforma liturgica, esortando i fedeli a partecipare ai riti in modo non passivo, né come estranei o «muti spettatori». Le azioni liturgiche, infatti, sono «celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”».

Sottolineando che la riforma liturgica promossa dal Vaticano II si pone «nel solco della tradizione vivente della Chiesa», il Pontefice ha rimarcato che «la sua retta comprensione» permette di rigettare gli abusi che portano ad assolutizzarne i principi basilari.

Nei saluti ai gruppi di pellegrini presenti, il Vescovo di Roma ha poi menzionato i «Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca», redatti 70 anni fa dal cardinale Stefan Wyszyński, e ne ha evidenziato l’impegno «per la giustizia e la fraternità». Infine ha ricordato i santi Monica e Agostino, la cui memoria liturgica ricorre rispettivamente il 27 e il 28 agosto.

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Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 8. Le motivazioni della riforma liturgica


Cari fratelli e sorelle,

in questa ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro Papa San Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». [2]

È evidente la consonanza di queste dichiarazioni con quelle che appariranno al n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro». Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva.

La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio» [3]. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti.

La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.

L’obiettivo che i Padri avevano a cuore è esplicitato nel n. 21 della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. Questa, infatti, consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti dev’essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Risale all’Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII la distinzione, nella liturgia, tra elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece «possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Acta Apostolicae Sedis 39, 1947, 541-542).

Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni «come estranei o muti spettatori» era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica Divini Cultus di Papa Pio XI. Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio Rubricarum instructum, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia.

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa.

A questo proposito, vale la pena di ricordare come la Costituzione conciliare affermi che «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano» (Sacrosanctum Concilium n. 26).

È pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità (cfr n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr n. 48).
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[1] G. B. Montini, «Terza lettera dal Concilio», Rivista Diocesana Milanese 51 (1962) 921-923: 922.
[2] Ibid.
[3] Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio, Allocuzione del Santo Padre Paolo VI (4 dicembre 1963).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Direttori diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i partecipanti all’incontro estivo per Seminaristi, gli Ospiti della Residenza “Regina coelorum” di Santa Marinella e i diversi gruppi parrocchiali.

Saluto, altresì, i cresimati della Diocesi di Chiavari, accompagnati dal loro Vescovo. Cari ragazzi, con la cresima avete ricevuto il dono più bello, lo Spirito Santo: non è un tesoro da tenere nascosto, ma una luce che dovete far risplendere ogni giorno.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani e dopo domani la liturgia fa memoria di due grandi Santi, santa Monica e sant’Agostino, uniti in terra da vincoli familiari e in cielo dallo stesso destino di gloria. Il loro esempio susciti in ciascuno una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica, per testimoniarla con gioia nella vita di ogni giorno.

A tutti la mia benedizione!



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mercoledì 26 agosto 2026

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato

Il 26 agosto ricorre la memoria liturgica del beato Papa Albino Luciani
nell’anniversario della sua elezione al Soglio di Pietro nel 1978

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato



di Stefania Falasca*

Un dispaccio riservato del Dipartimento di Stato americano aveva subito rilevato la nota caratterizzante di quella elezione: la rapidità. E, in quella rapidità, l’addetto dell’Ambasciata statunitense a Roma non vi leggeva che «la convergente volontà del Collegio dei cardinali di dimostrare unità», un’unità che veniva ribadita anche dallo stesso neoeletto nell’inedita scelta di unire i nomi dei due predecessori: Giovanni Paolo. Unità che certamente intendeva coniugare, nella volontà di slancio, il «balzo innanzi» di un’eredità comune: quella del Concilio Vaticano II.

Con un consenso «che aveva il sapore dell’acclamazione» — secondo l’espressione attribuita al cardinale belga Léon-Joseph Suenens — dopo un Conclave rapidissimo, durato soltanto ventisei ore — il 26 agosto 1978 Albino Luciani - Giovanni Paolo I saliva al Soglio di Pietro, siglando in calce l’essere ministri nella Chiesa con le parole del santo vescovo del VI secolo Avito di Vienne: «Servi, non padroni della Verità». Aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. «Fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine» (splende non di propria luce, ma di quella di Cristo) che, al pari di Paolo VI, aveva ripreso da sant’Ambrogio. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire ad essa conveniente che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio Vaticano II e che era divenuta decisiva e feconda nell’agire pastorale di Albino Luciani, già molto tempo prima di essere elevato al Soglio di Pietro.

Nei giorni successivi l’elezione di quel 26 agosto, anche i cardinali elettori — salva sempre la rigorosa disciplina del segreto — diedero così rilievo alla convergenza raggiunta e alla prospettiva «eminentemente ecclesiale e non politica» che aveva animato la loro azione fino a guidarli a un consenso rapido e, come qualcuno disse, «quasi moralmente plebiscitario». Il Conclave radunato per eleggere il successore di Paolo VI era stato il primo dopo la conclusione del Concilio. Non fu dunque senza significato quella convergenza massiccia dei centoundici elettori, per la maggior parte dei quali si trattava della prima esperienza di Conclave. La scelta era stata espressione di una comune mentalità ecclesiale e l’elezione del patriarca di Venezia Albino Luciani veniva a significare la volontà di progredire nell’attuazione degli orientamenti conciliari. È noto come la prima decisione presa appena eletto sia stata quella di non aprire immediatamente il Conclave invitando i cardinali anziani rimasti fuori ad ascoltare con il resto del collegio il primo messaggio.

Riguardo agli interventi pronunciati, ampia considerazione — trattandosi del testo programmatico del pontificato — merita dunque il primo, il Radiomessaggio Urbi et Orbi, pronunciato domenica 27 agosto 1978 nella Cappella Sistina, l’indomani dell’elezione. La rotta del pontificato si delineava con chiarezza e coerenza nei sei programmatici «vogliamo» del Radiomessaggio pronunciato in latino e nei suoi primi interventi, nei quali a più riprese dichiarava di continuare l’attuazione del Concilio Vaticano II, preservandone l’eredità e impedendo derive interpretative. I sei volumus si aprono pertanto con l’affermazione 1) di «perseguire senza intermissione l’eredità del Concilio Vaticano II», sulla scia tracciata dagli immediati predecessori; 2) conservare intatta nella vita dei sacerdoti e dei fedeli la grande disciplina della Chiesa; 3) la priorità dell’evangelizzazione nella missione ecclesiale; 4) continuare e mantenere sempre vivo l’impegno ecumenico; 5) continuare il dialogo con il mondo contemporaneo avviato da Paolo VI; 6) incoraggiare le iniziative per la pace «affinché possano arginare, all’interno delle Nazioni, la violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti».

L’intero spettro delle fonti archivistiche e della loro elaborazione oggi acquisite e disponibili — grazie alla ricerca omnino plena sostenuta per oltre un decennio dalla Causa di canonizzazione di Albino Luciani - Giovanni Paolo I, e della quale si è fatta erede la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I dal 2020 — hanno aperto una nuova pagina nella storiografia, mostrando come l’analisi storico-archivistica può illuminare la genesi di un progetto di governo pontificio e consenta una riconsegna puntale degli insegnamenti e della memoria di Giovanni Paolo I. Attraverso le Giornate di Studio promosse dalla Fondazione in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana dedicate alle fonti del Magistero di Giovanni Paolo I — la prima il 13 maggio 2022 sulle carte del suo Archivio Privato (APAL), oggi patrimonio della Fondazione, la seconda il 24 novembre 2023 sulla Biblioteca personale e la terza il 12 novembre 2024 sul primo dei «Vogliamo» riguardante la prosecuzione del Concilio Vaticano II, dei quali sono pubblicati gli Atti — la Fondazione ha proseguito l’attività scientifica di studi concentrandosi proprio sui sei volumus del programma di pontificato di Papa Luciani, a ognuno dei quali intende dedicare, negli anni, un convegno di studi.

L’ultimo dei sei volumus: «Vogliamo infine favorire tutte le buone e lodevoli iniziative che possano tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato» sarà il tema che suona attualissimo, considerate le presenti contingenze storiche, del prossimo Convegno internazionale che si svolgerà martedì 13 ottobre 2026 in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, presso l’Aula magna della Pontificia Università Gregoriana.

Il 1° settembre 1978 il presidente sovietico Leonid Brežnev, augurava al nuovo Papa un buon esito dei suoi sforzi per «consolidare la pace e la distensione internazionale e rafforzare l’amicizia e la cooperazione fra i popoli». Giovanni Paolo I svolse un ruolo di forte impatto simbolico e diplomatico proprio in quelle settimane di settembre che videro in fieri l’esito positivo degli Accordi di pace di Camp David, mediati dal presidente statunitense Jimmy Carter.

Pur ribadendo che il Papa e la Santa Sede non possiedono «soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali» — ma possono «tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale... perché la Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della Terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere» — il sostegno alla costruzione di una pace possibile, imprescindibile dalla propria missione, è stato il filo conduttore dei trentaquattro giorni del pontificato di Luciani. Come documentato a cura della Fondazione nell’edizione critica dei Testi e documenti del Pontificato, Giovanni Paolo I ebbe uno scambio epistolare riservato e diretto con il presidente Carter e un costante contatto con le cancellerie internazionali per favorire il superamento del conflitto arabo-israeliano. Papa Luciani dedicò reiterati messaggi pubblici e l’Angelus del 10 settembre 1978 nel quale, sul terreno della fede, con intento ecumenico e interreligioso, intervenne strategicamente per sbloccare i negoziati chiedendo di pregare insieme per la pace rivolgendosi al presidente Usa Jimmy Carter, al presidente egiziano Anwar Sadat e al primo ministro israeliano Menachem Begin, leader storico del sionismo revisionista della destra nazionalista del partito Herut, poi confluito nel Likud, da cui proviene l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

I sei «vogliamo» dell’Urbi et Orbi non costituiscono dunque una semplice dichiarazione d’intenti, ma la sintesi di un percorso maturo e maturato nelle dinamiche ecclesiali non solo degli anni Sessanta-Settanta. Ogni passaggio merita una rilettura in contesto e uno studio approfondito alla luce del pensiero di Giovanni Paolo I, attraverso le fonti oggi disponibili e le carte di un Archivio Privato (APAL) che restituisce — a volte anche nel dettaglio — il quadro completo della vita e del ministero del Pontefice. Pagine ricche di prospettive per la conoscenza tanto di Giovanni Paolo I che di una stagione complessa della Chiesa e del mondo, non ancora approfondita a dovere.

Qui — nella ricorrenza della sua elezione al Soglio di Pietro nel giorno deputato, in quanto beato, alla sua memoria liturgica — basta averli rammentati, non tanto per vagheggiare come sarebbe stata la Chiesa di Giovanni Paolo I, ma per verificare quanto quelle prerogative di interesse storico siano anche tuttora estremamente attuali. La forza che emana dai sei volumus chiama la Chiesa di oggi a riscoprire l’eredità di quel breve pontificato, poiché questa brevità non può essere considerata come un’interruzione della storia, ma un momento, semmai, in cui la storia diventa più visibile. Per quanto infatti i trentaquattro giorni di pontificato siano stati stretti tra due grandi pontificati, è la distanza tra Paolo VI e Giovanni Paolo II che obbliga a tornare su quel pontificato e proprio la sua brevità rappresenta un momento rivelatore, consentendo di osservare in forma concentrata le tensioni del cattolicesimo postconciliare. Esistono tornanti della storia che vedono una concentrazione di eventi in grado di incidere profondamente sul suo corso. Il 1978 — l’anno dei tre Papi e perciò di due Conclavi — è uno di quei tornanti: sondare il pontificato di Papa Luciani come un passaggio decisivo per l’esercizio del ministero petrino, con riflessi enormi sulla vita della Chiesa, aiuta non solo a ricostruire pienamente il profilo di Giovanni Paolo I, ma a comprendere le istanze con le quali la Chiesa era ed è chiamata a misurarsi.

*Postulatrice della causa di canonizzazione di Papa Giovanni Paolo I
(fonte: L'Osservatore Romano 25/08/2026)


martedì 25 agosto 2026

“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”, ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi


“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”,
ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi

Citare frasi dell’apostolo (Chi non lavora neppure mangi) fuori dal loro contesto per sostenere la propria tesi politica è inappropriato e fuorviante. La Bibbia racconta invece di un seguace di Cristo impegnato a favore di chi è in difficoltà. Il generale scherzi con i fanti, ma lasci stare i santi...

L'eurodeputato Roberto Vannacci durante la conferenza stampa di Futuro Nazionale "Immigrazione e Crisi Energetica". ANSA

Ora anche san Paolo si trova arruolato nell’“armamentario” concettuale del generale Vannacci. E addirittura con il titolo di «camerata». Ossia “commilitone”, l’appellativo – per chi conosce un po’ la storia – con cui si designavano gli iscritti al partito fascista tra di loro. E con una citazione – «Chi non lavora neppure mangi» – tratta da una lettera dell’Apostolo (Seconda ai Tessalonicesi 3,10), trasportata di peso da un contesto di 2.000 anni fa, che nulla ha a che fare con la questione (la proposte di modifica ai sussidi per i migranti previsti oggi in Italia) affrontata dal generale nella conferenza stampa di presentazione delle proposte di Futuro Nazionale su energia e immigrazione lo scorso 6 agosto.

In questione non è qui la manifestazione delle idee (sempre passibili di discussione e contraddittorio) ma il “tirare per la giacchetta” un santo – e non proprio uno qualsiasi – a proposito di questioni molto distanti tra di loro. San Paolo è un teologo, un grande pensatore cristiano, non certo un politico (e men che meno l’adepto di un partito, qualsiasi esso sia!). Citare una sua frase, in un evidente anacronismo e fuori contesto, per puntellare un’idea politica è per lo meno problematico, oltre che non rendere giustizia a san Paolo. Una lettura della Bibbia decontestualizzata dalla storia, senza alcuna mediazione culturale, la piega a contesti e messaggi che non le appartengono.

Nel passo richiamato san Paolo invita sì a lavorare per mantenersi, a «guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità», ma la motivazione dell’esortazione viene da una situazione totalmente diversa: «L’attesa della venuta imminente del Signore crea un clima di emergenza e disimpegno da parte di alcuni, che abbandonano il lavoro e si fanno mantenere dalla comunità (cristiana, ndr)». È un’indicazione, quella dell’Apostolo, che non riguarda la politica ma la vita della comunità cristiana e che si spiega con l’attesa “entusiastica” di alcuni convinti che il ritorno di Cristo fosse vicino e che, per questo, rimanevano “oziosi” senza far nulla.

Se proprio vogliamo cercare una traccia di “pensiero sociale” di san Paolo, dovremmo guardare piuttosto al suo impegno per raccogliere fondi (la famosa “colletta”) per i poveri della comunità di Gerusalemme, accettando la richiesta degli apostoli: «(Pietro, Giacomo e Giovanni) ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Galati 2,10). A tale impresa – e per esortare i suoi fedeli di Corinto a essere generosi nelle offerte – dedica ben due capitoli della Seconda lettera ai Corinzi (8 e 9). L’attenzione ai poveri, agli svantaggiati e agli “esclusi” è ben presente all’Apostolo come alle altre autorità cristiane.

La statua di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura. (Getty Images)

Trasportare questo pensiero nella discussione sui sussidi ai migranti nei primi anni di permanenza è evidentemente una forzatura. La Bibbia non può – e non deve – essere letta in questo modo. Per dirla in sintesi con le parole di 11 sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che hanno protestato contro il generale, esprimendo «profondo dissenso e sconcerto, «san Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». Quanto all’Apostolo, scrivono ancora, «associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». Quanto alla citazione («Chi non vuol lavorare, neppure mangi»), continuano, «è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale.

Diceva la saggezza del detto popolare: «Scherza coi fanti e lascia stare i santi». Per arruolare fanti nel proprio schieramento, (ex-)generali o no, meglio rivolgersi altrove.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Vincenzo Vitale 20/08/2026)


lunedì 24 agosto 2026

Enzo Bianchi: Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»

Enzo Bianchi
 Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»  
 
Lo strappo è avvenuto nonostante gli appelli di papa Leone XIV 
a «non lacerare la tunica di Cristo»


Pubblicato in Vita Pastorale - agosto/settembre 2026

Ormai lo scisma è avvenuto. Com’era stato annunciato – e noi su queste colonne avevamo sottolineato che sarebbe stata una grave ferita al corpo di Cristo – il 2 luglio scorso la Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha ordinato senza mandato pontificio quattro nuovi vescovi incorrendo così nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Papa Leone, alla vigilia di questo atto scismatico ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo”, di non spezzare la rete ecclesiale riconoscendo i meriti di questa porzione di chiesa nella fedeltà alla tradizione. Questo avveniva in continuità con gli atteggiamenti molto benevoli di Benedetto XVI e quelli misericordiosi di Papa Francesco, ma tale sforzo è risultato inutile con grande dolore non solo del Papa ma della chiesa tutta. Io come monaco ho imparato dal monachesimo antico che se qualcuno se ne va dalla comunione tutta la comunità ne soffre e da quell’ora la comunità deve farsi domande sulle ragioni di tale uscita.

Analogamente credo che la chiesa debba fare innanzitutto un esame di coscienza sincero e penitenziale su quei “vissuti” che sono contestati da coloro che rifiutano la realizzazione avvenuta nel post-concilio. Quando osservo la sciatteria con cui spesso sono celebrate molte messe, la trasformazione in happening delle cosiddette messe per i giovani e, mi si permetta, le liturgie (ma liturgie non sono e non sono neanche degne di essere chiamate devozioni) nelle feste popolari, numerosissime in Italia, allora anch’io provo disagio grande, non riesco a rimanere a tutta la liturgia e me ne esco di chiesa intristito e amareggiato.

Quando ormai alcuni “addetti al dialogo interreligioso” che si definiscono teologi improvvisano preghiere con credenti di altre religioni o affermano che tutte le religioni portano a Dio, allora anch’io mi irrigidisco e giudico queste posizioni non più cattoliche! E che dire dei canti che si fanno nelle nostre chiese? Talvolta più mondani che cristiani, allora decisamente meglio il gregoriano!

Sì, molti sono gli interrogativi che la chiesa deve farsi. Ma ce ne sono altri: perché non biasimare anche le ordinazioni fatte da cardinali che si presentano con uno strascico lungo sette metri? Queste sì che sono messe in scena, non liturgie evangeliche ma teatri faraonici con profili assiri in chiese trasformate in passerelle. E perché poi si permette ad alcuni istituti presbiterali o religiosi non solo di praticare il Vetus Ordo ma di praticarlo in un modo che certamente i benedettini di Barroux e di Solesmes mai approverebbero. E infine occorrerà interrogarci anche sulle molte ambiguità che in passato ci sono state nelle trattative tra lefebvriani e Santa Sede, dicendo la verità e confessando che si è giunti talora “al doppio gioco”, non favorendo la sincerità, la parresia, la libertà.

Ma fatto l’esame di coscienza, e quello che abbiamo indicato non è certo esaustivo, “bisogna andare avanti”, come ha detto Papa Leone, ma con intelligenza, discernimento e sapienza. Questi fratelli che se ne sono andati sono e restano nostri fratelli; “fratelli separati” ma fratelli nei confronti dei quali deve esserci sempre attenzione, dialogo, confronto e mai disprezzo o condanna definitiva. Il Signore che ci ha fatto comprendere di più il Vangelo e ci ha indotto con il Concilio Vaticano II a contraddire i concili lateranensi, che condannavano per l’eternità i cristiani fuori dalla chiesa, ci spinge al dialogo, all’ospitalità reciproca, alla fraternità assoluta per una chiesa che sia una comunione plurale secondo la preghiera di Gesù nel suo esodo pasquale. Dunque dobbiamo sentirci debitori di dialogo e ospitalità verso tutti, tutti ma mai rinunciando alla differenza cristiana.

E infine che dire dei nostri fratelli che continuano a praticare il Vetus Ordo? La situazione oggi è chiara ma non esente da problemi: è chiara perché Papa Francesco nel 2021 ha emanato Traditionis custodes, una lettera apostolica che stabilisce che nella chiesa ci sia un unico rito, quello scaturito dalla riforma conciliare e promulgato da Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’unica lex orandi stabilisce l’unica lex credendi, e solo al vescovo spetta autorizzare messe secondo il Vetus Ordo all’interno di qualche chiesa.

E tuttavia Papa Francesco, nei giorni immediatamente successivi dava la facoltà di celebrare nel Vetus Ordo (prima del 1962) ai monaci di Fontgombault, e di conseguenza a quelli della Congregazione di Solesmes, che praticano questo venerabile rito (Barroux, Randol, Triors, etc). Conosco sufficientemente bene questi monasteri per attestarne la qualità evangelica, la radicalità della vita: non sono preoccupati di avere “la griffe monastic” ma di fare un’umile sequela Christi lavorando la vigna, facendo pane, aiutando i poveri della regione e accogliendo gli scarti della società. Tunc veri monachi sunt, dice la regola di Benedetto. Chi va a visitarli si ritrova in un’abbaziale di Cluny, con la liturgia delle ore cantata in gregoriano ed eseguita creando un clima che invita alla preghiera quanto la liturgia della chiesa ortodossa. E resto convinto che conservino un tipo prezioso di eucologia e di canto della chiesa latina che non deve andare perduto. All’abate di Solesmes che chiedeva a Papa Francesco: “Cosa devo fare? Posso continuare con il Vetus Ordo?”, il Papa rispondeva: “Discerni tu! E decidi tu che sai cosa è necessario!”.

E accanto a queste abbazie c’è la galassia di gruppi e comunità “amanti il vecchio rito”, “osservanti la liturgia nel Vetus Ordo”. Ce ne sono anche in Italia, poche, ma sono invece molte all’estero, specie in Nord America. Questi fedeli si calcola siano circa 500.000 e i presbiteri che assicurano loro i sacramenti sono più di 500.

Per ora sono realtà in comunione con Roma ma questa comunione è fragile e su di essa occorre vegliare perché è facile scivolare da queste realtà alle posizioni dei lefebvriani e di fatto vivono la condizione scismatica anche se non dichiarata e visibile. A questi occorre chiedere con molta forza il riconoscimento della legittimità e della validità della liturgia di Paolo VI, il riconoscimento delle tre costituzioni dogmatiche del Vaticano II, e del ministero di Pietro esercitato nella sinodalità. Non si deve chiedere di accogliere altro del Concilio Vaticano II, perché di questo Concilio non va fatto un idolo. Noi non accogliamo e non osserviamo le ingiunzioni dei concili lateranensi e quindi questo limite può essere riconosciuto anche al Vaticano II.

La costituzione Gaudium et spes soprattutto, un testo frutto dell’ottimismo del tempo, non dei segni dei tempi, sociologico più che ispirato dalla parola di Dio, non può essere normativo. Già fin da quando fu emanato ricevette le critiche di Giuseppe Dossetti, Giuseppe Alberigo, Divo Barsotti e le mie, memori delle parole di Giovanni tralasciate nella costituzione: “Questo mondo è tutto sotto il maligno” (1Gv 5,19).

Sì, non è un cammino facile quello della comunione nella verità e vorremmo che fosse un cammino sul quale esercitano la loro responsabilità tutti i battezzati, non solo il Papa. È vero che compete a Pietro e ai suoi successori essere servo della comunione, è vero che spetta a lui per dovere cercare l’unità nella chiesa e con le altre chiese, ma il Papa non è il sacramento della chiesa, non è tutta la chiesa, né la sua sintesi: si trova al fondo della piramide rovesciata, come ha insegnato Papa Francesco, per aprire la chiesa alla sinodalità. Purtroppo, anche in questa rottura scismatica l’accento ripetuto solo sull’obbedienza al sommo pontefice come condizione di comunione non è coerente con un’ecclesiologia che può aiutare il cammino verso l’unità. Il Papa è amato dai cattolici perché credono al ministero di Pietro, ma un ministero voluto da Cristo in mezzo a quello dei Dodici, non senza i Dodici e non contro i Dodici! È il servo dei servi di Dio ed è chiamato ad esserlo non solo simbolicamente.
(fonte: blog dell'autore)


domenica 23 agosto 2026

VISITA PASTORALE DI LEONE XIV NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO, AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI E ALLA CITTÀ DI RIMINI 22/08/2026 - Leone XIV: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme” (commento, testi e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO,
AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI
E ALLA CITTÀ DI RIMINI

22 AGOSTO 2026
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Leone XIV a San Marino e al Meeting di Rimini:
“Libertà e comunione stanno o cadono insieme”

Dal Monte Titano al porto di Rimini, Leone XIV ha riletto in una sola giornata il motto Libertas: libertà di coscienza, rifiuto di ogni arruolamento, autorità come servizio. Nel mezzo il Meeting con 60mila persone, la misericordia opposta al "falso realismo" che riarma, i malati e i poveri in cattedrale

(Foto Vatican Media/SIR)

La libertà non è un’autonomia da difendere, ma un legame da costruire. Sul Monte Titano, dove Libertas è insieme motto e atto di nascita, Leone XIV ha aperto quella parola come si apre una chiave: “Una parola sola, ma di quale densità!”. Nella sala del Consiglio grande e generale, si è aperta così oggi una giornata che ha portato il Papa dalla Repubblica di San Marino al Meeting per l’amicizia fra i popoli e alla città di Rimini. “Non c’è vera libertà civile senza libertà personale”, ha spiegato ai capitani reggenti Alice Mina e Vladimiro Selva e alle autorità, “cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana”. Poi la frase che avrebbe retto l’intera giornata: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme”.


Coscienza, potere e cura: le prove della libertà

Promuovere la libertà, ha proseguito il Papa, comporta “difendere gli spazi della coscienza”. Il pensiero è andato ai “martiri della libertà”, con San Tommaso Moro, e a quanti oggi “pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza”. Poi la dimensione pubblica: i progetti politici ed economici “che si presentano in nome della libertà” sono spesso “schiavi degli idoli e del potere”. Alla più antica Repubblica del mondo, che si prepara a rendere operativo l’Accordo di associazione con l’Unione europea, Leone XIV ha riconosciuto la possibilità di essere un “laboratorio” di buona politica: uno Stato piccolo, “a misura d’uomo”, dove la prossimità tra istituzioni e cittadini rende “una democrazia più effettiva”. Nel centenario delle relazioni diplomatiche, formalizzate nell’aprile 1926, ha espresso apprezzamento per la scelta sammarinese del multilateralismo, vocazione che chiede di “favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più ‘scomodi’”. Con un criterio ripreso dall’enciclica Magnifica humanitas: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire”. I padroni di casa lo avevano detto: la libertà “non innalza muri, ma costruisce ponti”, hanno affermato i capitani reggenti, ricordando i profughi ucraini accolti e le famiglie palestinesi che la Repubblica si è impegnata ad ospitare. Nella basilica che custodisce le reliquie del santo diacono Marino, mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro, ha definito la libertà “il dono che ci definisce come uomini e donne responsabili davanti a Dio e alla storia”. Ai giovani riuniti in piazza il Papa ha lasciato una consegna: “L’autentica libertà la troviamo solo in Gesù Cristo”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Dal Meeting al porto: misericordia, giovani e servizio

A Rimini, dove l’elicottero è atterrato dopo il pranzo nel monastero delle agostiniane di Pennabilli, attendevano circa 60mila persone. Al Meeting la stessa parola ha cambiato veste. “Il male non si combatte col male”, ha ricordato Leone XIV: “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia”, per il quale “non possono esistere nemici”. L’invito è a liberare “il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte” e a disarmare “lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”. Il metodo, ha aggiunto, resta “il rischio educativo” indicato da don Luigi Giussani: promuovere il bene nel mondo, non fuggirne. Ai giovani ha detto che sono “segno che il futuro è una promessa, non una minaccia”. Al movimento di Comunione e Liberazione ha consegnato una misura esigente: “Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé”. In cattedrale, davanti a malati, persone con disabilità e poveri assistiti dalla Caritas, il registro è cambiato: “Qui voi siete a casa”, perché Gesù metteva al centro le persone ferite. La giornata si è chiusa al porto, con la messa e il Vangelo delle chiavi a Pietro: “Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio”, ha ribadito il Papa, rileggendo la destituzione di Sebna, il funzionario che abusò dell’autorità. Legare e sciogliere, ha concluso, è compito di ogni battezzato: “Abbracciare, riunire, accogliere, liberare, perdonare, emancipare chiunque sia prigioniero del peccato e delle sue conseguenze”.
(fonte: Sir, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)

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Per saperne di più:


Visita Pastorale nella Repubblica di San Marino:
Incontro con le Autorità e la Società civile





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INCONTRO DEL SANTO PADRE
CON I PARTECIPANTI AL
47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”





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RIMINI

INCONTRO CON AMMALATI, DISABILI E POVERI
ASSISTITI DALLA CARITAS
Cattedrale di Rimini

Carissimi fratelli e sorelle,

ringrazio il Vescovo e la Caritas di Rimini per aver organizzato questo incontro con voi, e ringrazio ciascuno di voi per aver risposto all’invito.

Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli.

Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte.

E allora, cari fratelli e sorelle, io vi ringrazio e vi incoraggio a seguire sempre il Signore partecipando attivamente alla vita della Chiesa, nella parrocchia, nelle associazioni, nei luoghi di accoglienza e di servizio, dove si impara e si sperimenta che il nostro Padre è grande nell’amore e noi siamo figli suoi e fratelli tra noi. A Lui ci rivolgiamo ora con la preghiera, quella preghiera che Gesù ci ha insegnato e diciamo insieme:

[Padre nostro…]

[Benedizione]



SANTA MESSA CON I FEDELI DELLA DIOCESI
Porto di Rimini

venerdì 21 agosto 2026

La Repubblica di San Marino e Rimini attendono Leone XIV

Domani la visita pastorale nel piccolo Stato, al Meeting per l’amicizia fra i popoli e nella città romagnola

La Repubblica di San Marino
e Rimini
attendono Leone XIV


Una giornata intensa scandita da tre tappe diverse, ma unite dalla fede. È quella che vivrà domani, sabato 22 agosto, Leone XIV, recandosi in visita pastorale nella Repubblica di San Marino, al Meeting per l’amicizia dei popoli — 44 anni dopo san Giovanni Paolo II — e nella città di Rimini.

Numerosi gli appuntamenti che attendono il Papa dall’arrivo al mattino nella più antica Repubblica del mondo tuttora esistente e che proprio cento anni fa allacciava le relazioni diplomatiche con la Santa Sede; per proseguire poi nel pomeriggio alla 47ª edizione del Meeting sul tema dantesco «L’amor che move il sole e l’altre stelle» e nella città romagnola.

Entrambe le Chiese locali si sono preparate con cura all’avvenimento, come spiegano sul nostro giornale i due pastori interessati dalla visita. L’arrivo del Successore di Pietro, sottolinea il vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi, «è un segno di unità con tutta la Chiesa universale e di speranza per affrontare il futuro nello spirito della missione e dell’evangelizzazione».

«La Chiesa che Leone XIV incontrerà — gli fa eco l’ordinario di Rimini, monsignor Nicolò Anselmi — è una Chiesa viva, fatta di volti, generazioni, carismi e storie differenti; una Chiesa che sa pregare e fare festa, stare accanto alle persone fragili e dare fiducia ai giovani».

Leggi anche:

Nel cuore della Chiesa di Domenico Beneventi

Una semina feconda di Nicolò Anselmi


Tempo buono e traboccante di Francesco Marruncheddu

(fonte: L'Osservatore Romano 21/08/2026)

sabato 15 agosto 2026

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Leone XIV: come per Maria, è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

SANTA MESSA
NELLA SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Parrocchia San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo
Sabato, 15 agosto 2026


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Leone XIV: come per Maria,
è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

Nella Messa celebrata nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, per la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Leone XIV sottolinea che possiamo incontrare la bellezza dell’Assunta anche negli occhi dei genitori che rientrano a casa dai figli, dai nonni che si curano dei nipoti, nell’impegno controcorrente dei giovani e nell’opera di uomini e donne che portano “un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”


La vera bellezza, quella che molti artisti hanno raffigurato in Maria “assunta alla gloria celeste in anima e corpo”, come “una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste”, possiamo incontrarla “là dove c’è vera carità”: negli “occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro” felici di stare con i figli, o nei volti dei nonni, che nonostante gli acciacchi “si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini”, oppure ancora nell’impegno dei giovani che “si sforzano di crescere puliti e onesti”.


[ Photo Embed: Il Papa all'inizio della Messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso di Villanova] (@Vatican Media)

Il volto bellissimo dell'Assunta

Così Papa Leone XIV parla del “volto bellissimo dell’Assunta” nell’omelia della Messa presieduta nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, dove dalla serata di mercoledì sta trascorrendo un secondo periodo di riposo. Duemila i fedeli presenti, in gran parte raccolti in piazza della Libertà, davanti alla chiesa, sin dalle prime ore del mattino per attendere l'arrivo del Pontefice e ascoltare le sue parole grazie a un maxischermo e all'amplificazione predisposta nell'area antistante la piccola chiesa, e gli altri, circa 250, tra i banchi della seicentesca collegiata riempita già dal mattino.

L'amore è l'ornamento più bello dell'uomo

Dobbiamo imparare a leggere “la bellezza divina di cui siamo avvolti”, spiega il Papa “nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro.” Riconoscendo in ciascuna di queste realtà “dei piccoli squarci di cielo”.

“È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita”

"Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi"

Leone XIV spiega che gli artisti, nel raffigurare l’Assunta, si sono ispirati a quanto descritto dal brano dell’Apocalisse, ascoltato nella prima Lettura: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”. Questo significa che “nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità”. E una giovane bellissima, ma questo contrasta, sottolinea, “con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni”. Con l’età, infatti, la pelle “mostra i segni della vecchiaia” e i capelli “diventano grigi e poi bianchi”. Cosa abbiamo in comune, si domanda allora il Pontefice, “con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?”

La vera bellezza è la purezza dell'anima

Papa Leone invita a guardare a due segni: “il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato”. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria, come in noi, “per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo”.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine.

Rivedere i canoni estetici, legati al consumismo

Questo, prosegue il Papa, ci invita “a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico”, imposti dal mondo, che rischiano “di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre”.

Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo.

Ancora un momento dell'omelia (@Vatican Media)

Nella "piccola dimensione" di Maria anche noi incontriamo Dio

Ed è facile, commenta il Vescovo di Roma, capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione. Quindi spiega che il miracolo che Maria “ha vissuto nel suo cuore innocente” e che l’ha portata alla gloria del Cielo, “è un toccarsi di estremi”, come testimoniano le parole ispirate del Magnificat, ascoltate nel Vangelo di Luca. Con le quali ci mostra infine, “nella sua condizione di ‘umile serva’, la ‘piccola dimensione’, come diceva san Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore”. Un servizio come l’opera “di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”.

Il volto dell'Assunta in chi condivide la fede con noi

Papa Leone XIV sottolinea quindi che “il volto bellissimo dell’Assunta è unico, eppure ci è ben noto… .

E’ quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita.

All'offertorio, il Papa benedice una famiglia (@Vatican Media)

Guardando a Maria, seguiamo la luce del Risorto

E’ per questo, spiega, che “nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa”. Infine il Papa ricorda che sant’Agostino, “parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza”, esortandoli a cambiare rotta e a seguire la luce, levandosi “dallo stesso posto da cui è risorto lui”.

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

Hanno concelebrato con Leone XIV il vescovo di Albano Vincenzo Viva, l'arcivescovo Petar Rajic, prefetto della Casa Pontificia, il parroco don Tadeusz Rozmus, insieme al rettor maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, al procuratore generale dei Salesiani don Pierfausto Frisoli e ad alcuni ospiti invitati.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 15/08/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

con grande gioia anche quest’anno celebro con voi la Solennità dell’Assunzione.

Il Magistero della Chiesa ci insegna che «Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Pio XII, Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950) e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata (cfr ibid.).

Per questo, molte opere d’arte la raffigurano, al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste. Esse si ispirano alla scena descritta nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi» (cfr Ap 12,1), a significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità.

Questa immagine, in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni. Con l’età, infatti, il nostro corpo non si fa più agile, ma più pesante; la pelle non diventa più fresca, ma mostra i segni della vecchiaia; i capelli non prendono colore e lucentezza, ma diventano grigi e poi bianchi. Allora, cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?

Per comprenderlo dobbiamo tenere uniti i due segni a cui abbiamo accennato: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine (cfr 1Cor 13,8).

Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre. Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo. Ed è facile capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione.

Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro. Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendovi dei piccoli squarci di cielo.

È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita.

San Paolo VI, meditando sul mistero dell’Assunzione della Vergine, diceva che per comprenderne il significato «bisogna rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno […], per figurarci in piccola dimensione l’eterno» (Omelia, 15 agosto 1969). E a proposito di questo incontro, nella Madre di Dio, di infinito e finito, Papa Francesco scriveva: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).

Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazareth, ha vissuto nel suo cuore innocente, e che l’ha portata alla gloria del Cielo, è un toccarsi di estremi, come Lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr Lc 1,46-55). In questo cantico, attraverso le espressioni umili della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di misteri grandiosi: di Dio che in Lei si fa uomo per salvare gli uomini, dell’Eterno che in Lei si manifesta nel tempo per riaprire anche a noi la via dell’eternità, mostrandoci al tempo stesso, nella sua condizione di “umile serva”, la “piccola dimensione” in cui, come diceva San Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore.

La sublimità del Mistero che celebriamo, allora, non dobbiamo cercarla lontano. Possiamo incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti”; infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo.

Carissimi, il volto bellissimo dell’Assunta è unico, supera ogni possibile rappresentazione, eppure, al tempo stesso, ci è noto: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita. Per questo, nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa, […] segno di sicura speranza e di consolazione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria.

Sant’Agostino, parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più […]. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui» (Enarratio in Psalmos 126, 7).

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

Guarda il video integrale


Enzo Bianchi - La Vergine Maria Terra del cielo

Enzo Bianchi
La Vergine Maria Terra del cielo


Ferragosto, giro di boa dell’estate, di un tempo di vacanza in bilico costante tra riposo e sovraesposizione del corpo, distensione e stordimento dello spirito, apertura e confusione della mente. E al cuore di questo “tempo per l’uomo” nella sua interezza, la festa forse più popolare tra quelle in onore della Vergine Maria: l’Assunzione. Paradosso incomprensibile? Contraddizione di una società ormai da molti bollata come secolarizzata? Mondi paralleli che si incrociano in una festività che è comune per il giorno ma non per i motivi? Penso piuttosto a una feconda provocazione.

Fin dai primissimi secoli del cristianesimo, infatti, la Chiesa ha percepito che in Maria – colei che aveva generato il Risorto e, a nome della creazione intera, aveva accolto il Dio fattosi uomo – era prefigurato non solo il cammino ma anche la meta che attende ogni vivente: l’assunzione dell’umano, di tutto l’umano, nel divino. Sì, Maria è icona e personalità corporativa del popolo dei credenti perché è la Figlia di Sion, l’Israele santo da cui è nato il Messia, ed è anche la Chiesa, la comunità cristiana che genera figli al Signore sotto la croce. Per questo il Veggente dell’Apocalisse l’ha contemplata come donna vestita di sole, coronata dalle dodici stelle delle tribù di Israele, partoriente il Messia (cf. Ap 12,1-2), ma anche come madre della discendenza di Gesù, la Chiesa (cf. Ap 12,17). Così, la prima creatura a entrare “anima e corpo” – cioè con tutta se stessa – nello spazio e nel tempo del Creatore non poteva essere che colei che aveva acconsentito a che il divino irrompesse nell’umano: spazio vitale donato dalla terra al cielo, la Vergine-Madre diviene germe e primizia di una creazione trasfigurata. Maria è creduta dalla Chiesa essere ormai al di là della morte e del giudizio, in quella dimensione altra dell’esistenza che non riusciamo a chiamare se non “cielo”.

E in questo termine non c’è contrapposizione ma, piuttosto, abbraccio con la terra: chi può infatti dire, guardando dentro e attorno a sé oppure scrutando l’orizzonte lontano, dove ha fine la terra e dove inizia il cielo? E’ terra solo la zolla dissodata e la roccia impervia o non lo è anche la crosta che indurisce il nostro cuore? Ed è cielo solo la volta stellata e non il soffio vitale che ci abita? Così Maria, assunta in Dio, resta infinitamente umana, Madre per sempre, rivolta verso la terra, attenta alle sofferenze degli uomini e delle donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, presente al loro pellegrinare sovente incerto. Sì, per l’Oriente come per l’Occidente cristiano – al di là di formulazioni differenti – la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle “realtà ultime”, di ciò che deve accadere in un futuro non tanto cronologico quanto di “senso”, un segno della pienezza cui i nostri limiti anelano: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero alla fine dei tempi, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 12,28) e in tutto. E’ la porzione di umanità già redenta, figura di quella “terra promessa” cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. Un inno della Chiesa ortodossa serba canta Maria come “terra del cielo”, terra, adamah da cui noi come lei siamo tratti (cf. Gen 2,7), ma terra redenta, cristica, trasfigurata grazie alle energie dello Spirito santo, terra ormai in Dio per sempre, anticipazione del nostro comune destino.

Questa “speranza per tutti” è quella che la liturgia ha sempre cercato di cantare in questa festa, facendo uso del linguaggio e delle immagini di cui disponeva: forse oggi alcune espressioni liturgiche e alcune rappresentazioni iconografiche ci paiono inadeguate, ma l’anelito che volevano esprimere rimane lo stesso anche ai nostri giorni e anche nel frastuono del Ferragosto. Noi amiamo questa nostra terra, eppure essa ci sta stretta; ci preoccupiamo del nostro corpo, eppure sentiamo di essere più grandi della nostra fisicità; lottiamo nel tempo e contro il tempo, eppure percepiamo che la nostra verità supera il tempo; godiamo dell’amicizia e dell’amore, eppure ne avvertiamo i limiti e ne temiamo la caducità. Forse è proprio di questa possibilità di “pensare in grande” – che è dilatazione di orizzonti e non di brame, grandezza d’animo e non di pretese – che è pegno per noi un’umile donna di Nazaret, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore, terra del cielo. Allora questo corpo trasportato verso la Luce fonte e meta di ogni luce non riguarda più la devozione di alcuni fedeli, ma la sorte ultima del creato intero assunto dall’Increato: è la carne stessa della terra che, trasfigurata, diviene eucaristia, ringraziamento, abbraccio con il cielo.

Sì, nella memoria di Maria assunta in cielo i cristiani, in questo tempo di vacanze, sono invitati a trasformare in ringraziamento, in eucaristia, in rendimento di grazie al Creatore e al Salvatore la creazione che contemplano e che dovrebbero custodire con amore e cura.
(fonte: blog dell'autore)