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venerdì 21 agosto 2026

#vecchiaia -Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Vecchiaia
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


O vecchiaia, quale speranza di piacere hai in te!
Ognuno vuole arrivare a te, ma quando ti ha provato si pente. 

Si celebra oggi a livello ecclesiale la giornata dei nonni, a causa della memoria liturgica di Anna e Gioacchino, genitori di Maria, la madre di Gesù. È imponente la letteratura su quella che con un eufemismo ora è chiamata “terza età”. Abbiamo scelto un frammento di Euripide, il celebre autore greco di tragedie vissuto nel V sec. a.C. Siamo stati tentati di ricorrere anche al più noto Cicerone, attingendo a una delle sue opere, emblematica già nel titolo De senectute, ove si ritrova lo stesso concetto: «Tutti desiderano raggiungere la vecchiaia, ma una volta raggiunta, l’accusano». Effettivamente, da un lato, si fa di tutto per allungare la vita, quasi in una laica rincorsa all’immortalità. Anzi, l’inverno demografico – come si è soliti dire – lascia spazio a una folla di canizie: è ciò che lamentano le istituzioni pensionistiche e, per quanto mi riguarda, lo conferma la distesa di teste canute o calve che si intravedono dagli amboni delle chiese. D’altro lato, bisogna riconoscere che, raggiunta quella meta, come osservano Euripide e Cicerone, inizia la querimonia degli acciacchi, della solitudine, del vuoto quotidiano, per non parlare poi della dipendenza da badanti o lo spalancarsi delle porte di una Rsa. 
Un antico sapiente biblico, il Qohelet/Ecclesiaste, non esitava a invitare il giovane a godere la sua età: «Prima che vengano i giorni tristi e gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto!» (12,1). Eppure, ha ugualmente ragione il citato Cicerone quando affermava: «Nessuno è tanto vecchio da non pensare di poter vivere ancora un anno». C’è, comunque, una verità nella convinzione che la lunga esperienza di vita possa diventare una fonte di saggezza, purtroppo spesso inascoltata dai giovani, fermo restando, però, che la stupidità non ha età.

(Fonte: Il Sole 24 ore - Domenica del 26.07.2026)

martedì 4 agosto 2026

#Il cielo nello stagno - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#Il cielo nello stagno  
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Nell’acqua di uno stagno si specchia il cielo. Ma se vi getti un sasso, l’immagine si romperà in cerchi concentrici e il cielo sparirà.

Han Fei, morto nel 233 a.C., era un filosofo del diritto che, però, costellava i suoi scritti con aneddoti, aforismi, apologhi, tanto da renderli un gioiello dell’antica letteratura cinese. A questo autore appartiene la suggestiva considerazione simbolica sopra citata, la cui trasparenza metaforica è semplice e quindi universale. Forse può essere accostata a una battuta di Eugenio Montale: «L’uomo di oggi guarda, ma non contempla. Vede ma non pensa». Ma ritorniamo all’immagine di Han Fei. Se ci si mette davanti a uno stagno durante una gita in campagna, è forte la tentazione di gettarvi un sasso per infrangere quell’immobilità. E così quello specchio mirabile, che ci rendeva disponibile il cielo col suo splendore, i suoi colori, i giochi delle nubi e il senso dell’infinito, cade in frantumi e noi ci fermiamo a guardare il movimento delle onde e il fuggire dei girini e l’agitarsi delle foglie galleggianti.

Ebbene, nella vita, siamo molto attenti a tutto ciò che fa rumore e scompiglia, alle realtà più immediate e provocatorie. Non sappiamo né contemplare, né pensare, né approfondire, né entrare nel segreto delle cose semplici o cogliere la bellezza degli eventi minimi. Come lo stagno riflette e rimanda al cielo, così molte realtà possono spingerci verso l’Alto, l’Altro, l’Oltre, ossia verso il mistero e il trascendente, verso il divino. 
Spesso purtroppo noi siamo tentati di scagliare un sasso per fare fracasso o per sconvolgere quella quiete. Scopriamo, invece, il linguaggio segreto del mondo, forse proprio in questi giorni di sosta e di vacanza.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 2 agosto 2026)

mercoledì 22 luglio 2026

#PARLARE DI SE' - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#PARLARE DI SE'
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Rimproveriamo spesso alla gente di parlare di sé; ma è l’argomento che sa trattare meglio!

È stato uno degli scrittori francesi amati dal pubblico, ma anche capace di assumere posizioni decise sulla ribalta sociopolitica (fu innocentista durante il celebre processo Dreyfus): da un saggio La vie littéraire, di Anatole France (1844-1924, Nobel 1921), abbiamo tratto questa gustosa battuta, destinata inizialmente agli intellettuali, ma valida per un vasto strato di persone. Quante volte ci capita di annoiarci a morte sentendo infiniti racconti che un altro fa delle sue vicende. Eppure, quante volte abbiamo ammorbato anche noi gli altri con le nostre storie, i nostri giudizi, le nostre considerazioni. Solo che noi non ci accorgevamo della noia altrui, presi come eravamo dal piacere sollecitato dal nostro pavoneggiarci o almeno dal nostro presentarci come uomo o donna ricchi di esperienze.

A bollare questo vizio era già un altro autore francese, un famoso pensatore moralista del Seicento, François de la Rochefoucauld, che nelle sue Massime consigliava: «L’estremo piacere che proviamo a parlare di noi stessi deve farci temere di non darne affatto a chi ci ascolta». Sobrietà e autocontrollo nel parlare ci eviterebbero anche giudizi maliziosi. A questo proposito, sono tentato di attingere ancora alla letteratura francese che confesso di amare anche a livello linguistico. Questa volta coinvolgo il poeta Paul Valéry con uno dei suoi Cattivi pensieri (1943): «Tutto quello che dici parla di te, soprattutto quando sparli di un altro». È un monito da non ignorare perché inconsapevolmente, quando si criticano con gusto i difetti altrui, forse si stanno esorcizzando quei vizi personali che non si vogliono vedere né tantomeno confessare.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore  - Domenica” del 19 luglio 2026)

mercoledì 15 luglio 2026

GIANFRANCO RAVASI: Fondamentalismo religioso. Viaggio fra fedi e apocalissi degli Stati Uniti


Fondamentalismo religioso.
Viaggio fra fedi e apocalissi
degli Stati Uniti
di Gianfranco Ravasi


Paolo Naso, Dio benedica l’America, Claudiana, pagg. 256, € 21

«Gli errori della filosofia sono sempre ridicoli; gli errori della religione sono sempre pericolosi». Così il filosofo scozzese settecentesco David Hume. Nella stessa linea due secoli dopo, nei suoi Labirinti Jorge Luis Borges asseverava che «è più facile morire per una religione che viverla autenticamente». La conferma è davanti agli occhi di tutti ancora oggi col fenomeno del fondamentalismo religioso che non merita subito e solo l’aggettivo “islamico”, come si è soliti dire, perché ora assume anche la più recente denominazione evangelical. È un ombrello ampiamente disteso negli Stati Uniti per abbracciare – secondo un sondaggio del Pew Center – sia pure in modo fluido, un terzo di quella popolazione, prevalentemente bianco e di adesione politica repubblicana.

Molti ricordano la scena sconcertante di un’accolta di capi e pastori religiosi che imponevano le mani su un Trump assiso in cattedra e appena eletto alla presidenza, invocando su di lui l’irradiazione della grazia divina. Questa immagine è nella copertina di un testo veramente esemplare di Paolo Naso, che ha alle spalle una docenza in Scienza politica alla Sapienza di Roma e in varie università americane. A livello metodologico generale egli riesce a raggiungere un esito piuttosto raro (e, confesso, invidiabile): il rigore e la ricchezza della documentazione addotta non sono incrinati ma valorizzati da una scrittura quasi narrativa che avvince e convince il lettore.

A margine ricordiamo che, all’insegna della “teologia della prosperità” – a cui accenneremo tra poco – o di pulsioni apocalittiche o del motto «Dio, vita, famiglia, libero mercato» una serie sempre più fitta di politici latino-americani si accodano al trumpismo e al suo “Faith Office” diretto dalla (si fa per dire) teologa Maga Paula White-Cain. Tanto per esemplificare, lasciando a parte lo stravagante convertito ebreo Milei, la sua vicepresidente Victoria Villaruel è legata ai lefebvriani; il presidente cileno è membro conservatore dell’istituto secolare cattolico tedesco di Schönstatt; la presidente della Costa Rica Laura Fernández Delgado si dichiara «cattolica integrale e devota delle tradizioni»; il candidato alle presidenziali brasiliane del 2027 Flavio Bolsonaro è sostenuto dalla fondamentalista “lobby della Bibbia”.

Ritorniamo, però, al libro di Naso che comprende ma travalica l’attualità. La trama che propone è, infatti, diacronica e risale fino alla genesi del fondamentalismo protestante, reazione alla teologia liberale e all’esegesi critica incarnata dalla figura emblematica dello studioso tedesco Adolph von Harnack (1851-1930). Discriminante anche per il successo mediatico fu il processo cosiddetto “delle scimmie” nel tribunale di Dayton (Tennessee), rigettando un docente che aveva appoggiato la teoria evoluzionista contro il creazionismo che ancora oggi gode di seguaci, pronti a confondere teologia e scienza.

Il percorso prosegue con la Grande Depressione culminata nel 1929. Essa generò una sorta di Grande Pressione dello Spirito, alimentata dalla galassia fondamentalista e pentecostale. Si giunge, così, all’ondata evangelistica degli anni della Guerra Fredda che vide anche fremiti razzisti mai sopiti. Fin da giovane anch’io ricordo la figura potente e carismatica, anche a livello politico, del pastore battista Billy Graham. Naso registra un delta molto ramificato di esperienze “evangelicali” che ebbero nella citata “teologia della prosperità” il loro archetipo teorico. Detto in modo semplificato, essa è una riedizione della scritturistica “teoria della retribuzione” sostenuta, ad esempio, dagli amici del biblico Giobbe e da lui rigettata. Essa è retta da due binomi antitetici: giustizia-premio / delitto-castigo.

Riscrivendoli, la ricchezza e il benessere sono segno inequivocabile della fede e giustizia del soggetto che è così benedetto da Dio. Viceversa la maledizione divina si addensa sul povero e l’emarginato, considerati peccatori. Si saldò, così, una santa alleanza tra il fondamentalismo evangelico e la politica conservatrice seguita anche da un populismo reazionario. A questo punto il percorso ci introduce alla Casa Bianca, ben prima che vi si insediasse Trump: anche un pacato Jimmy Carter era figlio della “Bible Belt”, l’area agricola e tradizionalista della profonda provincia americana, ove era incastonata la sua Georgia, anche se poi deluse i suoi seguaci evangelical con un’intervista-confessione a «Playboy». Più amato fu Ronald Reagan sotto il cui mandato si registrò l’irruzione del televangelismo e progressivamente la scalata del Grand Old Party.

Una tappa lacerante come l’11 settembre 2001 non poteva non sfociare in un’ulteriore rinascita religiosa contro l’«asse del male» espressione di impronta spirituale suggerita al presidente Bush dal suo ghostwriter che era un evangelicale, una formula allargata in toni di oratoria sacra nella successiva campagna bellica di “Iraqi freedom”. Iniziarono a occhieggiare profili apocalittici con fiammeggianti visioni millenariste e con l’epifania dell’Anticristo, dello scontro dell’Armageddon, della simbologia biblica, elementi destinati a sfociare poi in una confluenza verso la “terra promessa”, Israele, persino a fianco dei coloni ebrei e del sionismo cristiano.

Questo incompleto e scheletrico tracciato non rende ragione dell’impressionante ricerca condotta da Naso su un’enorme massa di documenti, attestazioni, eventi, movimenti spesso fluidi, con un intricato intreccio tra religione, politica e società (si scorrano i quasi 150 soggetti presenti nel «Indice della associazioni, enti, chiese» che affiorano nel saggio). In particolare suggeriamo – giunti al termine del viaggio in quel mondo – di raccogliere le sue significative «domande per concludere» che suggellano un terreno nel quale siamo ancora oggi fortemente impantanati.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 12 luglio 2026)

martedì 14 luglio 2026

#Il cavallo e il toro - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Il cavallo e il toro
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Un cavallo e un toro videro il loro padrone prepararsi per andare in guerra. Il cavallo si allarmò, mentre il toro era certo di non avere nulla da perdere. Il padrone sellò il cavallo e partì, ma poco dopo giunse la notizia di un accordo tra le parti nemiche. Il padrone decise di festeggiare l’evento con gli amici. E, così, sgozzò il toro.

La parabola appartiene allo sterminato patrimonio di racconti morali elaborati nei secoli dal mondo arabo, le cui lezioni rivelano però un valore universale. Qui è bollata la stupidità dell’egoismo. Il toro è ben soddisfatto della sua sicurezza, irride la disgrazia altrui e non prevede che la sua sorte fortunata può improvvisamente ribaltarsi. Spesso la cura ottusa del proprio interesse non fa intuire i rischi che ci circondano e, così, ci si ritrova costretti a un amaro risveglio.

Liberamente potremmo intuire anche che questo apologo ci ripropone una maggiore sensibilità nei confronti degli altri, alzando almeno per un momento la testa dal proprio “particulare”. Il poeta secentesco inglese John Donne invitava a chiederci per chi suoni la campana della morte perché essa non segna solo il trapasso di un altro, ma è un po’ come il nostro rintocco perché anche noi siamo mortali, nonostante il presente benessere.
Partecipare delle sofferenze altrui è un atto di umanità. 
L’immigrato affamato non è una questione estranea al tuo quieto vivere, è un appello al tuo egoismo perché si apra alla solidarietà. Ricorda, inoltre, che anche per te può esserci il giorno del bisogno e della miseria.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 12 luglio 2026)

mercoledì 1 luglio 2026

#Obbedienza e libertà - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#Obbedienza e libertà 
Il breviario di Gianfranco Ravasi




L’obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza obbedienza è arbitrio.

Chi non ricorda il celebre «Obbedisco» che Garibaldi comunicò al generale Lamarmora che gli ordinava di ritirarsi dal Tirolo nel 1866? In realtà, l’obbedienza per essere una virtù deve accompagnarsi con la minor enfasi e recriminazione possibile. Il teologo Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti nel 1945 a soli 44 anni, ci offre nel motto che abbiamo proposto una regola aurea che merita meditazione e soprattutto esercizio, non solo nella vita religiosa ma anche in quella sociale. L’obbedienza autentica deve sbocciare da una scelta libera, che può essere anche sofferta. Altrimenti è schiavitù. L’obbedienza ignaziana perinde ac cadaver, pur con una formulazione così forte e passibile di equivoco, va proprio nella stessa linea: una volta che tu hai scelto liberamente di aderire a un percorso, devi avere il coraggio della totalità e della radicalità, naturalmente sempre in ordine a quella scelta iniziale della coscienza.

Appare, allora, evidente anche il risvolto del detto di Bonhoeffer: una conclamata libertà che non ammette confini, che non conosce il rispetto dell’altro e dei valori è semplicemente arbitrio e anarchia. Spesso si bercia contro alcuni divieti e norme non per tutelare i sacrosanti diritti della libertà, ma solo per poter fare i propri comodi senza nessun ritegno o vincolo. Uno studioso dei comportamenti storici come Michel Foucault (1926-1984) nel suo saggio Follia, l’assenza di opera non esitava a scrivere che «non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto».

Certo, l’equilibrio tra le due parti dell’asserto di Bonhoeffer è delicato: schiavitù e arbitrio sono sempre in agguato. Ma la persona matura ne è sempre consapevole e sa che obbedienza e libertà devono coesistere per una vera armonia sociale.
(Fonte: “Il Sole 24 Ore” .- 28 giugno 2026)

mercoledì 24 giugno 2026

#il parvenu, l’arrivista - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#il parvenu, l’arrivista 
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Gli arrivisti sono come le scimmie delle quali hanno l’agilità: durante la scalata si ammira la loro destrezza, ma una volta che sono arrivati in cima, non se ne vedono che le parti vergognose.

È certamente un po’ forte, ma colpisce nel segno questa considerazione dello scrittore francese Honoré de Balzac (1799-1850) nel suo romanzo Il giglio nella valle. Se stiamo all’originale, egli parla del parvenu, un termine che ho tradotto con «arrivista» ma che ha un sapore tutto particolare tant’è vero che lo usiamo anche noi in italiano per indicare gli arricchiti volgari, superficiali e ridicoli. Eppure, sono capaci di scalare i vari gradini della società con un’abilità sorprendente, seminando tutti i concorrenti, superando ogni ostacolo, sprezzando ogni rischio.

Ebbene, ciò che manca a loro è il pudore; non provano mai vergogna; ignorano cosa sia la decenza. E per questo che, giunti anche in posizioni di prestigio, si rivelano per quello che sono, parvenu, appunto. Basta che aprano bocca: nonostante la venerazione dei servi che li circondano, subito mostrano «le parti vergognose». Anche nella Bibbia ci sono ritratti sferzanti dell’arroganza dei prepotenti che non sono solo i governanti, come il re di Babilonia (Isaia 14) o il principe di Tiro (Ezechiele 28). Anche altri “arrivisti” comuni sono messi in scena: «Dell’orgoglio si fanno collana e indossano come abito la violenza, aprono la bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra». 
È il Salmo 73 a dipingerli in una rappresentazione vivace e sarcastica. Uno dei danni che essi generano è l’imitazione. Continua il Salmista: «Il popolo li segue e beve la loro acqua in abbondanza», giustificandoli, anzi persino esaltando la loro spregiudicatezza.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore”  - 21 giugno 2026)

giovedì 11 giugno 2026

#Il modo di donare - Breviario di Gianfranco Ravasi

#Il modo di donare 
Breviario di Gianfranco Ravasi 


C’è chi regala a piene mani e nessuno gli è grato.
Infatti, il modo di donare val più di ciò che si dona.

Il bugiardo è una delle commedie più note del grande drammaturgo francese del Seicento Pierre Corneille, commedia che influenzerà Molière e sarà imitata da Goldoni. Da essa abbiamo raccolto questa battuta, destinata a illustrare un tema apparentemente marginale, in verità significativo. Nell’aiutare un’altra persona (ma potremmo allargare il discorso a tutte le azioni) non è decisivo solo l’atto, il dono, il gesto, l’intervento. Rilevante è anche la façon, come dice in francese lo scrittore, ossia la maniera, lo stile, la forma. È, questo, un aspetto a cui poco si bada, soprattutto ai nostri giorni così sciatti e trasandati.

Se, infatti, si dà un aiuto e lo si fa pesare, è inevitabile che esso perda una buona parte del suo merito. Se si fa capire che si attende in futuro un ricambio, la gratuità si dissolve. Se si offre un sostegno ma lo si destina all’altro in modo sbrigativo, come un fastidio o un dovere da liquidare nel più breve tempo possibile, si umilia il destinatario facendogli capire di essere un impaccio sgradito. Ritorna, quindi, una dimensione che è insita a ogni persona fino a definirla: è, appunto, lo stile, il comportamento, l’atteggiamento nei confronti degli altri. Certo, ci può essere anche ipocrisia; tuttavia l’educazione, anche nel suo aspetto esteriore, è un valore che rende l’agire più efficace. Purtroppo, però, è una verità spesso ignorata a partire dalla scuola.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 7 giugno 2026)

venerdì 22 maggio 2026

#IDEE MORTE - Breviario di Gianfranco Ravasi

#IDEE MORTE 
Breviario di Gianfranco Ravasi


Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; 
anzi soltanto quella morta ne produce.
Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte.

Uscì nel 1979 col titolo Nero su nero, e il suo autore, Leonardo Sciascia (1921-1989) l’aveva definito il suo «diario pubblico», fatto di considerazioni spesso incisive, affidate sempre a un dettato limpido ed essenziale. È il caso di questa affermazione che riceve ancora oggi conferma, come lo è stato nei secoli. Ci sono pensieri inconsistenti, vani o, peggio, fatiscenti e “marci” che purtroppo ispirano emozioni, passioni, esaltazioni folli.
Fiorisce spesso in molti un’attrazione diabolica per la perversione, un gusto macabro per ciò che è sporco, corrotto, infame. Il fanatismo religioso, ideologico o politico si abbevera a teorie simili a morte gore, rincorre progetti devastanti. Il fondamentalismo, la stupida acquiescenza agli slogan, l’isteria  nazionalistica e tante altre malattie del pensiero producono solo morte.

Lo stesso Sciascia, in un’altra notissima opera, Candido (1967), applicava questa interpretazione anche alla ricchezza che è bella, ma morta, soprattutto morta anche se bella.
Molti sono protesi verso carogne ideologiche, nutrendosi di falsità; sono rigidi nel difendere i loro interessi, arroccati nella tutela del loro orizzonte. Quanto abbiamo scritto finora a commento del testo di Sciascia potrà sembrare a molti lettori una tirata savonaroliana. È vero, ma in qualche momento a sé stessi, prima che agli altri, è necessario proporre una sorta di vaccino spirituale, certamente forte ma terapeutico contro ogni degenerazione del pensiero.

(Fonte: Pubblicato su "Il Sole 24Ore - Domenica" - 10.05.2026)

martedì 19 maggio 2026

#FIUME E AFFLUENTI - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FIUME E AFFLUENTI 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Pochi fiumi nascono da grandi sorgenti; moltissimi si ingrossano raccogliendo acque. (“Flumina pauca vides de magnis fontibus orta, plurima collectis multiplicantur aquis”), Amores (II, 1, 11-12)

Tutti ricordano la sua parabola biografica: da acclamato e brillante protagonista dell’alta società augustea al triste e decennale esilio nella sperduta città di Tomi, sul Mar Nero per decreto imperiale. Rimane, comunque, la grandezza della poesia di Ovidio, ed è da una sua opera che abbiamo desunto questa citazione: si tratta di una delle varie raccolte poetiche galanti dedicate all’amore e all’eros, i Remedia amori, 407 distici pubblicati tra l’1 e il 2 d.C. (il poeta era nato a Sulmona nel 43 a.C. e morirà al confino attorno al 18 d.C.). L’immagine del fiume che si ingrossa ricevendo le acque degli affluenti era cara a Ovidio che l’aveva ripresa variandola anche in altri suoi testi ed è trasparente nel suo significato simbolico.

Il tema è sostanzialmente quello dell’esperienza. È vero che si nasce con una dotazione personale, con gradi diversi di intelligenza, con temperamenti e capacità mutevoli da un individuo ad altro. Ma è indiscutibile che sarà il corso del fiume della vita ad arricchire nel bene e a pervertire nel male quell’iniziale eredità. Se è vero che i piccoli ruscelli fanno grandi i fiumi, arricchendoli con gli affluenti, è altrettanto certo che – fuor di metafora – l’educazione, gli ambienti sociali, le amicizie, le derive morali, gli incontri e gli scontri creano la fisionomia completa di ogni persona. E a contribuire a questa crescita non sono solo le grandi vicende ma anche la semplice e modesta quotidianità. S. Agostino ricordava, infatti, in un suo commento biblico che «molte gocce riempiono un fiume». È per questo che dobbiamo gratitudine ai tanti che ci hanno resi più dotati attraverso il loro insegnamento e il loro esempio.

(Fonte:  "Il Sole 24 Ore - Domenica" - 17 maggio 2026)

mercoledì 22 aprile 2026

#Per anni immobile - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

Il Breviario di Gianfranco Ravasi
#Per anni immobile

Ricordo la donna per anni immobile / su una sedia a rotelle, il suo sguardo / fisso alla finestra sugli aceri, ora spogli / ora in rigoglio allo sbocco del viale… / Salda al pari di quelle finestre, / la fronte nitida come i tratti cromati / delle sedie, mai ebbe a lagnarsi, mai / indulse al peso di un’emozione.

L’immagine è nitida nel suo profilo. Una donna «immobile su una sedia a rotelle» fissa lo sguardo oltre la finestra. Essa permane anche se le stagioni passano e segnano il loro fluire attraverso le foglie ora in rigoglio ora caduche di un albero. Permane immobile senza tradire l’onda delle emozioni, delle sofferenze, della solitudine. A dipingere questo ritratto è un poeta, l’irlandese Seamus Heaney (1939-2013), Nobel della letteratura nel 1995: della sua poesia Field of vision («Campo visivo») abbiamo ritagliato due strofe di grande umanità e intensità.

Abbiamo voluto evocare questi versi così autentici perché siamo tutti consapevoli che – mentre lietamente ci muoviamo per la città, ci rechiamo al lavoro, facciamo un salto dal pasticcere o dal giornalaio o passeggiamo in un parco – dietro le pareti dei palazzi, all’interno di stanze silenziose ci sono migliaia di persone simili a quella donna. Sono gli infermi, gli anziani, i solitari, i dimenticati, i poveri, gli stranieri. Essi hanno forse davanti a sé il telefono e aspettano uno squillo; ma ormai nessuno più si ricorda di loro. Nessuno preme il campanello della porta per annunciarsi, nessuno più farà loro una carezza. È di costoro che vorremmo che si parlasse, è a loro che dovremmo pensare, magari a quel vecchio parente o amico dimenticato per chiamarlo o visitarlo…

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 12 aprile 2026)

giovedì 19 marzo 2026

#UOMINI E ANIMALI - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#UOMINI E ANIMALI 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


È solo per un eccesso di vanità che gli uomini si attribuiscono un’anima diversa da quella degli animali.

È alla penna non di rado avvelenata e alla lingua mordace di Voltaire che dobbiamo questa asserzione così paradossale. Lasciamo a parte la riflessione filosofica o teologica sull’antropologia e, quindi, sull’anima, un tema sul quale l’umanità da sempre si è accanita, interrogando, ipotizzando, affermando o negando. Noi puntiamo, piuttosto, sul comportamento degli umani che spesso esplode in manifestazioni definite “bestiali”. Certo, nella natura animale troviamo atti impressionanti per brutalità, talora per soddisfare bisogni animali come l’alimentazione o istinti come la sessualità generativa. Tuttavia nell’orizzonte umano, che si vorrebbe dotato di razionalità, c’è talora un aspetto sorprendente ma anche sconcertante che può sia giustificare il sospetto di Voltaire, sia smentirlo.

In positivo, infatti, c’è la gratuità dell’agire umano che può manifestarsi in modo nobile e concretizzarsi in atti d’amore che raggiungono livelli alti e assoluti di donazione. Come non ricordare il detto di Cristo, pronunciato alle soglie della sua condanna a morte, nell’ultima sera della sua vita terrena: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona amata» (Giovanni 15,13)? È un valicare il mero istinto animale della conservazione. C’è, però, un’antitetica gratuità umana, ed è quella che si rivela nella crudeltà, nella violenza fine a sé stessa, nel sadismo della tortura, nell’assurdità delle guerre e così via. Si rimane basiti davanti a simili comportamenti che non sono “bestiali”, ma frutto di un’umanità perversa e “creativa” in modo degenere e infame. Per rendere, però, in altro senso positivo il motto di Voltaire, a suggello poniamo la voce del Salmista biblico: «Uomini e bestie tu salvi, Signore» (36,7).

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 15 marzo 2026)

martedì 10 marzo 2026

#FRESCHEZZA ED ENERGIA - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FRESCHEZZA ED ENERGIA 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Mentre l’uomo ha sulle spalle millenni di storia faticosa e ingrata, la donna esce appena oggi dalla soggezione, fresca e riposata, carica di energia e di voglia di rifarsi contro l’oppressore maschio.

Sorprendono queste parole, venate persino da un filo di enfasi e di retorica, perché sono incastonate in un romanzo acre fin dal titolo, La vita agra, pubblicato nel 1961 da uno scrittore amaro e talora satirico come Luciano Bianciardi, nato a Grosseto nel 1922 e morto a Milano nel 1972. Rimangono, però, scolpite alcune verità. Da un lato, ci sono i millenni in cui il maschio è stato protagonista anche attraverso difficoltà e crisi. Il suo ergersi patriarcale ha certamente generato oppressione nei confronti del mondo femminile. D’altro lato, è ugualmente indiscutibile che la donna, in questi ultimi tempi, ha intrapreso una faticosa emancipazione, purtroppo talora uniformandosi allo stile pesante e aggressivo della sua controparte. Suggestivo è forse l’implicito appello che Bianciardi rivolge alle donne perché conservino la carica di freschezza ed energia che esse, a lungo tarpate nelle loro attese, stanno rivelando. Sono, infatti, necessarie a questa società proprio la loro acutezza, creatività, finezza, fantasia e, perché no?, la tenerezza, la delicatezza e appunto la freschezza, doti cariche di energia (si noti che tutti i sostantivi da noi citati sono femminili…). 
                Proponiamo due battute finali in anticlimax o contrasto. Dallo scrittore polacco-inglese Joseph Conrad: «È difficile essere donna perché bisogna avere a che fare sempre con uomini». Da una scrittrice vittoriana che però scelse uno pseudonimo mascolino, George Eliot: «Certo che le donne sono stupide. Dio Onnipotente le ha create per essere uguali agli uomini».

(Fonte: "Il Sole 24ore - Domenica" del 08.03.2026)

sabato 7 marzo 2026

#FANGO - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FANGO
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Incuriosita de sape’ che c’era, / una colomba scese in un pantano, / s’inzaccherò le penne e bonasera./ Un rospo disse: «Commarella mia, / vedo che, pure te, caschi ner fango». / «Però nun ce rimango», / rispose la colomba e volò via.

C’è persino una canzone di Jovanotti intitolata Fango nel suo album Safari (2008). Il pantano che abbiamo evocato – come si intuisce dal dialetto romanesco – è cantato invece da Trilussa, il delizioso cultore della quotidianità della capitale in cui era nato nel 1871 ove morirà nel 1950. La sua bonaria arguzia, attraverso metafore e parabole, registrava le vicende, i costumi, i vizi e le virtù dei popolani capitolini, facendoli però assurgere a simboli universali. È il caso del contrasto tra il rospo e la colomba. Da un lato, c’è chi sguazza nella palude fangosa della corruzione, dell’indifferenza morale, persino della criminalità; d’altro lato, c’è chi riesce a custodire un’onestà che gli permette di volare più alto, in un orizzonte limpido.

Tuttavia – ed è questa la lezione dei versi di Trilussa – può accadere che un giorno questa persona dalla fedina etica immacolata ceda a una tentazione, oppure si trovi in un contesto che lo ingarbuglia o, ancora, sia sedotto da un’amicizia che approfitta della fragilità umana di ogni creatura. Nell’immagine sono le ali della colomba che si inzaccherano di fango: essa, però, conserva ancora la forza di scuotersi, liberarsi da quel peso e ritrovare la purezza dell’aria. C’è un noto aforisma di Oscar Wilde che fa confessare a tutti la comune debolezza ma anche fa sperare nella redenzione: «Siamo nati nel fango ma solo alcuni di noi guardano le stelle».

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica”  1 marzo 2026)

giovedì 5 marzo 2026

#medio o mediocre - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Medio o mediocre
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Stanco dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente medio.

Sempre graffiante nella sua ironia, Ennio Flaiano (1910-1972), scrittore e giornalista tra i più ascoltati e letti durante la sua vita trascorsa a Roma (era originario di Pescara), ha affidato al suo Diario notturno questa feroce notazione sulla “medietà” che ovviamente non è solo una questione scientifica. Essa, infatti, è soprattutto un modello sociale vincente, con buona pace dell’esaltazione ufficiale del merito e dell’eccellenza. È molto più facile omologarsi lungo una linea di mezzo, che spesso non è segno di equilibrio ma di mediocrità. Quest’ultima è di solito accompagnata dall’aggettivo latino aurea, perché così la definiva Orazio nei suoi Carmina (II, 10,5). In realtà il poeta si riferiva a una sorta di qualità morale, capace di non lasciarsi attrarre dall’opulenza sfrenata, ma anche attenta a evitare la povertà indecorosa. Da qui è nato l’altro motto latino di ascendenza aristotelica, In medio stat virtus, nella convinzione che il giusto stia nel mezzo, evitando le scelte estreme.

Diversa è la mediocrità a cui ci riferiamo: è orgogliosa di sé stessa, disprezza ogni impegno serio che costi sacrificio, si lascia guidare dal vantaggio immediato, detesta ogni scelta che esiga donazione di tempo e di energia. È una sorta di grembo rassicurante in cui stare quieti senza rischiare le sfide della società; è il minimo che sempre più viene chiesto a scuola, ma anche nel lavoro, pur di avere tempo libero e sforzo ridotto. Nelle sue Affinità elettive Goethe annotava: «La mediocrità ha come sua consolazione più grande il pensiero che anche il genio non è immortale».

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 22 febbraio 2026)

lunedì 16 febbraio 2026

#Sarò breve - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Sarò breve
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Si potrebbero classificare le attività umane secondo il numero di parole di cui hanno bisogno: più gliene occorrono e più c’è da pensar male del loro carattere.

Nitido e tagliente è questo giudizio presente in quel capolavoro incompiuto che è L’uomo senza qualità dello scrittore austriaco Robert Musil (1880-1942). Spesso ci imbattiamo in persone aureolate da un alone di parole e proprio attraverso questo fumo dorato riescono a nascondere il vuoto che sta nel loro pensiero e nel loro agire. A questo punto vorrei lasciare il commento a un sacerdote e scrittore spirituale molto popolare che ebbi anche come amico, Alessandro Pronzato (1932-2018), desumendolo dalla sua opera Piccoli passi verso l’uomo. Tra parentesi, molti anni fa quando papa Francesco fu in visita a Cuba e all’ormai vecchio e malato Fidel Castro, gli consegnò proprio un libro “sapienziale” di don Alessandro, tradotto in spagnolo.

Ecco la scenetta esemplare da lui proposta e che è accaduta un po’ a tutti. «Ci sono tipi che esordiscono: Sarò breve… Tu guardi smarrito la trentina di fogli che tengono in mano. Non te ne risparmiano neppure uno. Non una virgola. Non una parola. Bisognerebbe, a un certo punto, alzarsi tutti in piedi e dire a uno di questi chiacchieroni incontinenti: Quando hai finito, ricordati di spegnere la luce». Lo sproloquio è il vizio della comunicazione del nostro tempo che, da un lato, ha adottato un linguaggio semplificato e fatto di slogan e, dall’altro, ha imboccato la via del talk show, e non dimentichiamo che talk in inglese è “chiacchierare”. Ritroviamo, allora, sobrietà e sostanza nel nostro parlare. Il monito di Cristo è lapidario: «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno… Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 5,37; 7,21).

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica”  8 febbraio  2026)


mercoledì 28 gennaio 2026

BREVIARIO - #LE CONVENZIONI di Gianfranco Ravasi

BREVIARIO
#LE CONVENZIONI 
di Gianfranco Ravasi


Quando i tuoi amici cominciano a complimentarsi con te per la tua aria giovanile,
puoi star certo che pensano che stai invecchiando.

Che ormai sia vecchio, lo capisco anche dal fatto che, quando ci si incontra tra amici, la prima battuta è sempre la stessa che ci scambiamo: «Come ti trovo bene!». Qualcuno arriva al punto di dire all’altro: «Ma tu ringiovanisci, invece di invecchiare». Ho formalizzato questa prassi scontata con le parole di uno scrittore che può essere considerato il padre della letteratura umoristica americana, Washington Irving, nato a New York nel 1783 e morto nel 1859 (la citazione è desunta dalla sua opera Bracebridge Hall). La sua osservazione induce, però, a parlare non tanto della vecchiaia quanto delle convenzioni. Ci sono, infatti, espressioni, modi di dire e di fare che sono parte della nostra  comunicazione normale e che vengono adottati per tradizione e spesso per educazione e stile comportamentale.

Si sa che non rappresentano la realtà, ma sono destinati a fungere quasi da tappeto per far correre i rapporti umani. In qualche caso, però, si può essere tentati di aggrapparsi a essi e di ritenerli fondati: così, da un lato, in chi li usa si ha ipocrisia e, d’altro lato, in chi li accoglie si genera illusione. Pensiamo
al rituale dei complimenti, delle congratulazioni, delle lodi. Tuttavia, vogliamo spezzare una lancia a favore delle convenzioni: dopo tutto, ci assicurano relazioni interpersonali un po’ fini ed eleganti, prive di quella volgarità e sbracataggine a cui oggi si ama indulgere. Certo è però che, con realismo, non ci si deve affidare a esse come a un unico sostegno per avere fiducia in sé e nel prossimo.

(Fonte: Il Sole 24 ore  - Domenica - 18.01.2026) 



mercoledì 7 gennaio 2026

#speranza - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Speranza 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi 


A un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire ma il morire è l’ultima speranza.

Compito dell’arte è spesso quello di inquietare le coscienze o, almeno, metterci davanti agli occhi realtà dalle quali noi distogliamo lo sguardo per quieto vivere o per egoismo È ciò che non di rado ha fatto lo scrittore Leonardo Sciascia: lo conferma questa sua osservazione tratta dall’ultima sua opera, Una storia semplice (1989). Tutti conoscono il proverbio popolare da lui citato, secondo il quale la persona umana sino alla fine si aggrappa alla speranza. Una variante è quella derivata da Cicerone, «finché c’è vita, c’è speranza» (in latino, dum anima est, spes est). È ciò che sperimentiamo davanti a certi malati che si attaccano fino all’ultimo a una promessa di guarigione. Noi stessi istintivamente teniamo viva la scintilla della fiducia nei momenti più cupi di una crisi o di una bufera che stiamo attraversando.

Sciascia, però, getta aspramente sul tappeto un’esperienza antitetica di cui siamo stati tutti testimoni, nella quale è il morire a essere l’ultima speranza. È un tema lacerante a livello etico, rubricato ad esempio sotto una locuzione dura oggetto di discussione come il «suicidio assistito». Ma anche in tanti soggetti sani, di fronte a prove insopportabili, si introduce la mano gelida della disperazione. Il poeta francese Charles Péguy nel poemetto dedicato alla speranza, Il portico del mistero della seconda virtù (1911), dichiarava che «è sperare la cosa difficile, a voce bassa e vergognosamente. E la cosa facile è disperare, ed è la grande tentazione». Spesso questa discesa precipita nella voragine della desolazione che conduce al nulla e potrebbe essere fermata se ci fosse una mano amica che afferra il disperato, cercando di “consolarlo”. Significativo è l’etimo di questo verbo: al “desolato” che è appunto la persona “sola” si avvicina colui che vuole essere “con chi è solo”. Un esercizio, certo, anche “terapeutico”, ma soprattutto un atto di amore sincero.

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica ” - 28 dicembre 2025) 


martedì 23 dicembre 2025

#profughi - IL BREVIARIO di Gianfranco Ravasi

#profughi
IL BREVIARIO 
di Gianfranco Ravasi


In pochi alle vostre spiagge arriveranno a nuoto. Che razza di uomini è mai questa con un comportamento così barbaro? Ci negano l’asilo della sabbia, ci fanno guerra, ci vietano di soggiornare sulla riva. Se non avete il rispetto degli uomini, sappiate che gli dèi ricordano ciò che è sacro e ciò che è sacrilego.

Solo per quella menzione finale degli dèi riusciamo a capire che queste righe non sono state scritte ai nostri giorni, ad esempio, dopo una strage di profughi verso qualche spiaggia italiana. È, infatti, Virgilio che nell’Eneide (I, 538-543) sta descrivendo l’approdo drammatico degli esuli di Troia sulle coste di Cartagine, e il poeta sta vergando questi versi nel I sec. a.C. Non è solo la testimonianza dell’attualità dei classici, ma è anche l’atto d’accusa che viene incessantemente rivolto all’indifferenza, all’egoismo, alla crudeltà che pervadono la cosiddetta modernità civilizzata. Tra l’altro, non dimentichiamo che lo stesso cristianesimo ha nella biografia iniziale del suo fondatore proprio un’esperienza analoga, quella di essere profugo attraverso il mare del deserto verso una terra di riparo, l’Egitto.

L’avvicinarsi del Natale di questo Bambino diventa, così, una provocazione non tanto a strappare i festoni e le luminarie, ma a rivolgere lo sguardo e il cuore ai tanti disperati della terra. La retorica dell’identità cristiana che si affida solo a segni esteriori e a proclami spesso strumentali dovrebbe essere spazzata via dalle mani delle vittime di guerre e migrazioni che attendono di essere afferrate da chi ha una disponibilità, un impulso di generosità, un palpito d’amore operoso. Forse il presepio più autentico è quello che un ateo come Bertolt Brecht aveva descritto nella sua poesia Alla vigilia di Natale: «Noi, gente misera, oggi siamo seduti in una gelida stanzetta. Il vento corre fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo: perché Tu ci sei davvero necessario».

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 21 dicembre 2025)

mercoledì 17 dicembre 2025

#gli affari. Con quale visione etica? - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#gli affari. 
Con quale visione etica?
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Ecco la regola degli affari: fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi.

Incastonata in un quotidiano economico finanziario, la nostra rubrica di taglio spirituale e morale è legittimata a intervenire anche su questo orizzonte che il grande economista Amartya Sen non esitava a porre sotto il cielo della filosofia sociale etica, superando il mero perimetro della finanza e dei mercati. Proponiamo, così, un’osservazione critica molto amara sull’esercizio degli affari: a formularla è uno dei maggiori scrittori inglesi dell’Ottocento, Charles Dickens nel suo romanzo Martin Chuzzlewit, nato dalla delusione dell’autore dopo il suo primo viaggio negli Stati Uniti ove si era scontrato con una società ben diversa da quella da lui immaginata. La regola che lì imperava era appunto l’esatto contrario del motto evangelico del «fare agli altri quello che vorreste fatto a voi» (Matteo 7,12). Negli affari, invece, varrebbe il principio che, dall’inglese di Dickens, potrebbe essere tradotto anche così: «Fatela agli altri, perché loro la farebbero a voi».

Certo, già un altro scrittore, il francese Alexandre Dumas padre nel suo celebre Conte di Montecristo, ammoniva impietosamente che «negli affari non ci sono amici, ma al massimo soci». Se il discorso vale per le potenti corporazioni economiche e finanziarie, il duro contenuto della nostra riflessione purtroppo si declina anche nei piani più bassi della società. La caduta del senso morale infetta la stessa quotidianità, e la regola dell’inganno ha spesso un’applicazione sistematica nel piccolo imbroglio, nell’evasione fiscale, nell’interesse privato sopra ogni norma, nella corruzione. Proviamo, però, a ribaltare questa deriva con una nota finale. Ci si piega alla regola denunciata da Dickens perché si è smarrito il senso non solo dell’etica, ma anche della generosità, della gratuità, della solidarietà, del donare e perdonare.

(Fonte. “Il Sole 24 Ore Domenica” - 14 dicembre 2025)