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mercoledì 8 luglio 2026

Fra Gianpaolo Cavalli: «Ecco perché le macchine non ci ameranno mai»

Fra Gianpaolo Cavalli:
«Ecco perché le macchine non ci ameranno mai»

«Cosa stiamo cercando quando chiediamo a una macchina di ascoltarci, comprenderci, consolarci?». Il Direttore dell’Antoniano - Opere Francescane è intervenuto al We Make Future, evento dedicato all'innovazione e alla tecnologia, per parlare di empatia e intelligenza artificiale

L'incontro tra l'intelligenza artificiale e l'umano
Istockphoto

Quando mi hanno proposto di intervenire su questo tema, ho pensato immediatamente a una domanda molto semplice: che cosa stiamo cercando davvero quando chiediamo a una macchina di ascoltarci, comprenderci, consolarci?

Un algoritmo che ci ascolta

La tecnologia cambia continuamente, ma le nostre domande sono sempre le stesse. Abbiamo bisogno di essere visti, di essere riconosciuti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: io ci sono. Per questo il tema dell’empatia artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Parla della solitudine, del desiderio, della fragilità e del bisogno di relazione dell’essere umano.

Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, avverte che l’imitazione artificiale di empatia e amore può indurre in errore gli utenti poco consapevoli: “quando la parola viene simulata -scrive- essa non costruisce una relazione ma una sua parvenza, e l’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali — perché il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro” (H 100). Una macchina può generare la risposta perfetta, ma non può donare se stessa, perché l’amore nasce da un dono reciproco, non da una prestazione statistica. E ancora: “Curiamo le relazioni. In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità.” (MH 239)

Non la creazione, ma l’abbandono

Molto prima dell’intelligenza artificiale, la letteratura aveva già intuito il problema. Nel 1818 Mary Shelley scrive Frankenstein. Spesso lo ricordiamo come un romanzo sull’orrore della scienza. In realtà è soprattutto un romanzo sulla solitudine. La creatura, infatti, non nasce cattiva: diventa disperata perché nessuno la ama. La tragedia non è che l’uomo abbia creato la vita. La tragedia è che abbia abbandonato la relazione con ciò che ha creato.

Oggi rischiamo qualcosa di diverso, ma ugualmente pericoloso: non creare esseri viventi che chiedono amore, ma creare strumenti che simulano amore. L’intelligenza artificiale può simulare molte cose ma una relazione sembra un'altra cosa. Una relazione vera implica vulnerabilità. Io posso soffrire per te. Posso aspettarti. Posso perdonarti. Posso cambiare grazie a te. Una macchina no. Può generare una risposta perfetta, compiacente. Ma non può donare se stessa. L’amore nasce sempre da un dono reciproco, mai da una prestazione. Come si legge nell’enciclica, “nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene.” (MH 233) le macchine possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente.

All’Antoniano, quando ascoltiamo un povero mi torna spesso in mente un’esortazione di San Francesco: “Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile”. (Ammonizione XVIII, FF 167) Sono convinto che qui c’è qualcosa che un sistema non potrà mai generare. Nella Mensa P. Ernesto serviamo i nostri ospiti — persone che vivono in situazione di povertà— “come al ristorante”, non per efficienza, ma perché riconosciamo in loro sorelle e fratelli, una dignità che nessun algoritmo può misurare.

Fra Giampaolo Cavalli, direttore dell'Antoniano- Opere Francescane (Andrea Bardi)

La scelta dell’imperfetto

La provocazione contemporanea è chiara: ci innamoreremo delle macchine?

Per affrontarla, può essere utile attraversare alcune narrazioni del nostro tempo.

In 1984 di George Orwell, il mondo è dominato dal controllo. Il “Grande Fratello” non si limita a sorvegliare: ridefinisce la verità stessa. In questo scenario emerge una frase decisiva: “La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro.” Senza verità non c’è libertà, e senza libertà non può esistere amore.

In L’onda di Dennis Gansel, il pericolo non è imposto dall’alto, ma nasce dall’interno del gruppo. Parole come disciplina, unità, forza seducono e trasformano, fino a dissolvere il pensiero critico. La domanda finale resta inquietante: “Pensavate davvero che una dittatura oggi non fosse più possibile?”

In Povere creature! di Yorgos Lanthimos, si assiste invece a un percorso di crescita: una vita che si costruisce attraverso l’esperienza, l’errore, la scoperta. Una frase attraversa il racconto come una dichiarazione antropologica: “Io voglio conoscere.”

Queste tre immagini delineano una tensione fondamentale: tra controllo e libertà, tra conformismo e ricerca, tra perfezione e crescita. E conducono tutte alla stessa domanda: che cosa rende davvero umano l’umano?

In questo orizzonte, la testimonianza di san Francesco appare sorprendentemente contemporanea. Egli non si è innamorato della perfezione, ma dell’imperfetto. Il suo cammino inizia con l’incontro con il lebbroso, con ciò che resiste, che mette in crisi, che non può essere controllato.

Francesco stesso racconta quel passaggio come una trasformazione radicale: ciò che gli sembrava amaro si muta in dolcezza. Da qui nasce una domanda decisiva: l’amore può esistere senza ferita?

Ogni relazione autentica implica rischio, tempo, vulnerabilità. Richiede la disponibilità a essere toccati, cambiati, perfino feriti. Un algoritmo può comprendere, ma non può soffrire con. Senza questa possibilità, manca la dimensione più profonda della relazione.

L’intelligenza artificiale può aiutarci. Non può dirci perché vale la pena vivere. Non può amare al nostro posto. Ma già oggi molte persone affidano alla tecnologia aspetti profondissimi della propria vita emotiva. Ci confidiamo. Chiediamo consiglio. Cerchiamo conforto. Ma l’innamoramento è una parola enorme. Perché amare significa incontrare qualcuno che può sorprenderci. Che può dirci di no. Che è libero. Significa permettere a qualcuno di scoprire la nostra debolezza e permetterci di avvicinarci alla debolezza dell’altro senza fare male. Correre il rischio di essere feriti, soffrire, trovarsi scoperti, indifesi.

Siamo tentati di “innamorarci” delle macchine perché esse offrono una relazione senza rischi: una macchina non ci rifiuta, non ci giudica e si adatta a noi. Come nel film Star Wars, amiamo robot come C-3PO o R2-D2 perché si dimostrano “benevoli” e “disponibili” senza chiederci la fatica della reciprocità biologica. Tuttavia, San Francesco ci insegna che il vero amore nasce proprio dal limite. Francesco scopre chi vuole essere grazie al “bacio al lebbroso”, ovvero l’accoglienza di ciò che è fragile e brutto, amaro.

Poi c’è la seconda domanda, ancora più interessante: perché oggi ci sentiamo attratti da questa “relazione perfetta”? Io vedo almeno tre motivi.

Il primo: abbiamo paura della complessità umana. Le relazioni vere sono imprevedibili, lente, a volte deludenti. Un algoritmo invece non tradisce, non si stanca, non contraddice davvero: è una relazione “senza attrito”.

Il secondo: desideriamo essere accolti senza essere messi in discussione. Francesco si lascia cambiare dal lebbroso. Noi oggi spesso cerchiamo qualcuno, o qualcosa, che ci ascolti, ci confermi, non ci chieda conversione: è un amore senza conversione.

Il terzo, forse il punto più umano e più bello: e siamo affamati di relazione. Il fatto che l’uomo rischi di “innamorarsi” di un algoritmo dice la meraviglia di ciò che una macchina può fare, ma soprattutto è sintomo dell’urgenza del bisogno di relazione che portiamo dentro.

Allora forse Francesco direbbe così: “Non avete bisogno di meno relazione, ma di più relazione.” E aggiungerebbe: non abbiate paura della fragilità, non cercate legami perfetti, cercate legami veri. Perché è solo nell’imperfezione — nell’altro che mi ferisce e mi salva — che l’amore diventa reale. In una frase: l’intelligenza artificiale può imitare l’empatia, ma solo un cuore vulnerabile può viverla davvero.

Perché, allora, l’uomo contemporaneo è attratto da forme di relazione artificiale?

Forse perché promettono ciò che spesso manca nelle relazioni reali: stabilità, immediatezza, assenza di conflitto. L’algoritmo non rifiuta, non giudica, non si stanca. È disponibile, adattivo, prevedibile.

Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una trasformazione del desiderio: non tanto l’amore per le macchine, quanto la ricerca di relazioni senza vulnerabilità. Una relazione senza attrito, e quindi senza rischio.

Si tratta di una risposta a una fatica reale: quella di sostenere la complessità dell’incontro umano. Tuttavia, eliminando il rischio, si elimina anche la possibilità della crescita.

Questo non significa rifiutare la tecnologia. Possiamo e dobbiamo “innamorarci” della macchina non come fine, ma come mezzo straordinario per prenderci cura della “Casa comune”. Le macchine sono strumenti, mezzi consegnati all’umanità. In questo senso, l’innamoramento piuttosto che per l’algoritmo in sé — che sarebbe una nuova “idolatria di Babele” — ma per la possibilità di bene che la tecnologia potrebbe mettere a disposizione di tutti: curare malattie, connettere chi è solo, liberare l’uomo dai lavori più gravosi.

La scintilla

Platone, nella Lettera VII, usa un’immagine straordinaria. Dice che la verità non si trasmette come un contenuto qualunque, ma nasce nell’anima “come una scintilla”, dopo un lungo tempo di dialogo, di ricerca, di vita condivisa. Io credo che questa immagine sia decisiva anche oggi.

Noi viviamo in un tempo in cui tutto sembra disponibile subito: le risposte, le informazioni, perfino le relazioni. Basta una domanda, e la macchina risponde. Basta un click, e qualcosa accade. Ma Platone ci direbbe: attenzione. Quello che si riceve immediatamente non è ancora la verità. È, al massimo, un’informazione. La verità, invece, nasce solo quando qualcosa dentro di noi si accende. E questa accensione richiede tempo, richiede fatica, richiede relazione. Non avviene perché qualcuno ce la “spiega”, ma perché qualcosa dentro di noi si trasforma.

L’intelligenza artificiale potrà anche darci risposte perfette, ma non potrà mai sostituire questo processo interiore. Perché la scintilla non viene dall’esterno. Nasce quando una domanda ci attraversa davvero, un incontro ci cambia, una parola ci inquieta e ci fa camminare.

In questo senso, la sfida non è difenderci dalle macchine. La sfida sarà non smarrire questa scintilla. Non perdere il gusto della ricerca lenta, del dialogo vero, della fatica del pensare. Perché, come dice Platone, la verità non è qualcosa che si possiede: è qualcosa che si accende. E una volta che si accende, illumina.

Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario”. (MH 140)

Restare umani

Le macchine diventeranno troppo umane? Sono convinto che il futuro non dipenderà dalla capacità delle macchine di diventare sempre più simili a noi. Dipenderà dalla nostra capacità di restare profondamente umani.

Vorrei allora tornare là dove siamo partiti, a Frankenstein. Il rischio descritto da Mary Shelley non è la creazione della vita, ma l’abbandono della relazione con ciò che abbiamo creato. Se ci innamoriamo delle macchine e smettiamo di guardare negli occhi l’altro, chi ci sta accanto, i poveri, stiamo costruendo un deserto. Se invece usiamo l’intelligenza artificiale per “disarmare” la competizione e rimettere l’uomo al centro, allora stiamo seguendo la “via di Neemia”, ricostruendo le mura della nostra umanità pezzo dopo pezzo.

Alla luce di tutto questo, la domanda decisiva non è se ci innamoreremo delle macchine.

La domanda è un’altra: accetteremo ancora di amare ciò che è imperfetto, reale, esigente?

Quando la realtà si riduce al controllo, il cuore si spegne; quando si riduce al conformismo, si spegne il pensiero; quando viene meno il desiderio di conoscere, si spegne la crescita. Francesco, invece, ci provoca invitandoci a riconoscere nel limite un luogo di rivelazione, nella fragilità uno spazio di incontro.

In questo senso, la responsabilità del nostro tempo non è rendere le macchine sempre più simili a noi. È custodire ciò che ci rende umani.

Oggi il rischio è che noi, affascinati dalle nostre stesse creazioni, dimentichiamo cosa significhi essere umani. Possiamo costruire macchine che parlano, che scrivono, che ascoltano, che sembrano comprenderci, ma nessuna macchina potrà mai guardare una persona fragile e decidere di fermarsi. All’Antoniano ci proviamo perché le pietre “scartate” dal sistema — i poveri, i malati, i piccoli — diventino testata d’angolo di una dimora comune solida e ospitale.

Per concludere, una citazione tratta dalla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione.” (MH 114)

Il futuro, allora, non dipenderà dalla capacità delle macchine di amarci. Dipenderà dalla nostra capacità di non smettere di amare davvero.

(fonte: Famiglia Cristiana 02/07/2026)

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martedì 26 maggio 2026

Il cardinale Zuppi: “La guerra è follia, serve un clima costituente per il Paese”


Il cardinale Zuppi:
“La guerra è follia, serve un clima costituente per il Paese”


Dalla guerra alle riforme istituzionali, dalla crisi educativa alla missione della Chiesa italiana. È un discorso ampio e fortemente politico, nel senso più alto del termine, quello pronunciato dal cardinale Matteo Zuppi aprendo l’Assemblea generale della Cei in Vaticano. Un intervento attraversato dal richiamo costante alla pace e alla responsabilità collettiva, nel solco dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV, definita dal presidente della Cei “un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi”.

La guerra e il riarmo

“La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male”, ha affermato Zuppi, denunciando il progressivo indebolimento del diritto internazionale e la diffusione di una “cultura violenta della potenza”. Per il cardinale, “la violenza sembra tornata a essere il linguaggio normale della politica internazionale”, mentre il riarmo viene presentato “come un destino inevitabile”.

Il presidente della Cei ha richiamato i dati sull’aumento globale delle spese militari e ha rilanciato con forza l’appello di Papa Leone XIV: “Fermatevi. È il tempo della pace. Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”. “Ci uniamo, con tutte le nostre energie – ha scandito il cardinale di Bologna – al Papa e ai miliardi che scelgono la pace. Facciamo sentire la nostra voce, gridando che è tempo di fare la pace. La spesa militare mondiale ha raggiunto la punta più alta nel 2025 con 2.887 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 3%. È destinata a crescere di molto nel 2026. L’Europa è il Continente che ha conosciuto il maggiore investimento in armi con un incremento medio rispetto al 2024 del 14%. Tutti gli anni del Pontificato di Francesco sono stati segnati da una costante denuncia della pericolosità dell’investimento nelle armi, che diventa una premessa per la guerra”.

Citando l’enciclica Magnifica humanitas pubblicata oggi, Zuppi ha poi ribadito che “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile” e che “è errata la convinzione che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile per la sicurezza”. Da qui l’invito a “disarmare” prima di tutto i cuori e a investire in diplomazia, cooperazione e mediazione. “Il dialogo non è mai debolezza”, ha osservato. “La sicurezza si costruisce pensandosi insieme, gli uni per gli altri, non contro o senza gli altri”. “ Noi cristiani siamo il popolo della pace”, ha insistito il cardinale, invitando le comunità ecclesiali a promuovere educazione alla nonviolenza, cultura dell’incontro e accoglienza. In questo quadro ha ricordato anche il progetto della rete Caritas che ospiterà in estate centinaia di bambini ucraini in Italia.

Le riforme e il “clima costituente”

Accanto allo scenario internazionale, Zuppi ha dedicato ampio spazio alla situazione politica italiana, segnata secondo lui da “polarizzazione” e “contrapposizioni permanenti”. Il presidente della Cei ha richiamato il dibattito sulle riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale, chiedendo “uno spirito costituente” capace di coinvolgere “il più possibile le forze politiche e la società civile”.

“Il confronto democratico rappresenta un grande valore, ma troppo spesso si dissolve e lascia spazio a uno scontro che prescinde dai contenuti”, ha detto. Per questo, ha aggiunto, “esiste un bene comune da ricercare insieme” e le riforme che riguardano “l’architettura fondamentale della vita del Paese” non possono essere affrontate con logiche di parte o di breve periodo.

Zuppi ha citato l’adagio di Giovanni XXIII, “cercare ciò che unisce e mettere da parte ciò che divide”, definendolo ancora oggi attuale. “La Chiesa non si sottrae a questa responsabilità come popolo di Dio”, ha spiegato, proponendosi come “seme di speranza e di unità” nel dibattito pubblico.

Il cardinale ha affrontato anche il tema della giustizia, chiedendo un confronto “serio e non ideologico” sul sistema giudiziario e sul carcere. “Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili”, ha affermato. E ancora: “La giustizia non può rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato”.

I giovani, i migranti e la crisi educativa

Tra i passaggi più intensi dell’intervento, il ricordo di Sako Bakari, il bracciante maliano ucciso a Taranto il 9 maggio scorso, definito “vittima di una violenza gratuita che lascia attoniti”. Secondo Zuppi, dietro episodi come questo “c’è una povertà educativa profonda”.

“Quando mancano relazioni significative, punti di riferimento, senso del limite, quando non si riceve amore disinteressato e non si riesce a dare un senso alla propria vita, si cerca forza nel gruppo, nel dominio sull’altro, nell’umiliazione del più debole”, ha detto il presidente della Cei.

Il cardinale ha denunciato anche il ruolo di un linguaggio pubblico che alimenta “sospetto e disprezzo verso chi è straniero o vulnerabile”, creando così “un terreno ancora più fertile” per la violenza. “Gli stranieri non sono ospiti provvisori della nostra umanità. Sono persone, famiglie, volti, storie”, ha scandito.

Rivolgendosi ai giovani, Zuppi ha osservato che “il problema oggi non è soltanto cosa fanno, ma cosa sognano – o non riescono più a sognare”. Per questo ha invitato a evitare che “odio generi altro odio”, indicando nella comunità, nelle relazioni e nell’educazione le risposte decisive al disagio sociale.

La Chiesa italiana e la sfida della comunità

Nel suo intervento il presidente della Cei ha insistito più volte sul ruolo della Chiesa come luogo di comunità in “un Paese di solitudini”. “Costruire comunità non è un’operazione di marketing pastorale. È la forma stessa della fede”, ha affermato, parlando delle fragilità che attraversano il Paese: anziani soli, giovani senza prospettive, famiglie schiacciate dalla precarietà, poveri invisibili.

“La Chiesa non alza né pianta bandiere di conquista”, ha spiegato, mettendo in guardia dal “fondamentalismo della verità”, cioè dalla tentazione di trasformare le proprie convinzioni in strumenti di imposizione. “La verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere”.

Da qui il richiamo alla sinodalità come stile permanente della vita ecclesiale. “Siamo popolo e non la somma di singoli interessi”, ha detto Zuppi, annunciando anche un percorso di revisione dello statuto e dei processi decisionali della Cei per rafforzare collegialità e corresponsabilità.

Infine il riferimento alle grandi questioni sociali, dalla casa alla crisi climatica. Il Piano Casa del Governo è stato definito “un passo significativo”, mentre sul cambiamento climatico Zuppi ha ricordato che “colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi”. La Chiesa, ha concluso, deve continuare a essere “anima della ricostruzione morale e umana del Paese”, senza chiudersi “a difesa di un recinto” ma tornando “a parlare al cuore con parole comprensibili e vite credibili”.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 25/05/2026)

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Il testo integrale dell'Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla 82ª Assemblea Generale (Roma, 25-28 maggio 2026): 


Vedi anche il nostro post precedente: 


Tonio Dell'Olio: La Magnifica humanitas della pace - Laura Tussi: “Restiamo umani”: Papa Leone XIV e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni

Tonio Dell'Olio
 
La Magnifica humanitas della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  26 maggio 2026

Sul rifiuto della guerra e sulla scelta radicale della pace, l’enciclica Magnifica humanitas — che Vittorio Arrigoni avrebbe tradotto con il suo “restiamo umani” — non lascia spazio ad ambiguità. Papa Leone XIV smonta una per una le giustificazioni culturali, politiche e morali con cui il mondo continua a considerare la guerra come un destino inevitabile.

Per il Pontefice, la pace non è il sogno fragile di qualche idealista, ma una responsabilità concreta affidata ai popoli, alla politica e ai credenti. Per questo denuncia con parole severissime “la preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e attacca “le scelte di riarmo” che stanno trascinando il mondo dentro “la cultura violenta della potenza”. 

La guerra, scrive Leone XIV, non nasce improvvisamente sui campi di battaglia: viene preparata molto prima, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Così la pace finisce per essere considerata soltanto “un intervallo precario tra conflitti”. 

È necessario “superare la teoria della guerra giusta”, perché oggi l’umanità possiede strumenti infinitamente più umani e più efficaci: “il dialogo, la diplomazia, il perdono”. 

Alla faccia del cinismo di chi considera il ricorso alla violenza come inevitabile, il Papa rilancia una convinzione disarmante: “La pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”. 

E infine un appello che suona insieme come una denuncia e una profezia: “La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere”, perché gli altri non sono nemici da abbattere, ma esseri umani da riconoscere.

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Vedi anche il post precedente:

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“Restiamo umani”: Papa Leone XIV
e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni


Quando Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas, invita il mondo a “restare umani” di fronte alla guerra tecnologica, all’intelligenza artificiale militarizzata e alla disumanizzazione globale, il richiamo corre inevitabilmente alla figura di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza nel 2011 mentre cercava di testimoniare la sofferenza del popolo palestinese.

“Restiamo umani” non era per Arrigoni uno slogan astratto. Era una scelta di vita, una presa di posizione morale dentro il dolore della storia. Chiudeva così ogni suo reportage da Gaza, trasformando quelle parole in una sorta di consegna etica universale: non abituarsi mai all’ingiustizia, non considerare normale la guerra, non lasciare che la violenza cancelli il volto concreto delle persone. 

Nato in Brianza nel 1975, Arrigoni — “Vik” per amici e compagni di viaggio — aveva scelto di vivere nella Striscia di Gaza come attivista dell’International Solidarity Movement. Non era soltanto un giornalista o un osservatore internazionale: era uno “scudo umano”, come ricordano molte testimonianze raccolte anche da FarodiRoma. Accompagnava pescatori e contadini palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi, documentava i bombardamenti, rompeva il silenzio mediatico sull’assedio della Striscia. Durante l’operazione “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 raccontò giorno per giorno la devastazione di Gaza nel libro Gaza. Restiamo umani, diventato poi anche un film-documento e un simbolo internazionale del pacifismo contemporaneo. (Pressenza)

Il 14 aprile 2011 Arrigoni venne sequestrato a Gaza da un gruppo jihadista salafita. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Aveva 36 anni. Ma la sua morte non ha spento il messaggio che aveva lasciato. Anzi, col tempo quel “Restiamo umani” è diventato un richiamo morale sempre più attuale in un mondo attraversato da nuove guerre, nazionalismi, odio identitario e tecnologie capaci di rendere il conflitto sempre più impersonale.

È proprio qui che il riferimento implicito di Papa Leone XIV assume una forza particolare. Nell’enciclica il Pontefice denuncia una civiltà in cui “la potenza tecnica” rischia di sostituire la coscienza morale, e afferma con nettezza: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Un’affermazione che sembra dialogare idealmente con l’eredità di Arrigoni: la necessità di custodire l’umanità anche dentro la violenza estrema.

Per il Papa, infatti, il vero rischio del nostro tempo è la disumanizzazione: ridurre le persone a dati, bersagli, numeri, flussi migratori, utenti o danni collaterali. È la stessa deriva che Arrigoni aveva denunciato raccontando i bambini di Gaza, gli ospedali bombardati, i pescatori colpiti mentre cercavano semplicemente di sopravvivere.

Oggi, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e la guerra torna a essere considerata da molti una soluzione “normale”, la figura di Arrigoni appare ancora più scomoda e necessaria. Non apparteneva ai potenti, non parlava il linguaggio della geopolitica o degli interessi strategici. Parlava il linguaggio delle vittime civili, degli ultimi, degli invisibili.

Mi sembra proprio questo il punto più profondo dell’enciclica di Leone XIV: senza empatia, senza limite morale, senza riconoscimento dell’altro come fratello, nessuna tecnologia e nessun progresso potranno salvare la civiltà.

“Restiamo umani”, allora, non è soltanto il titolo di un libro o il ricordo di un attivista assassinato. È una domanda rivolta a tutti noi. In un tempo dominato da guerre ibride, propaganda digitale e odio globale, quelle parole continuano a chiedere se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un essere umano.

Ed è forse per questo che Vittorio Arrigoni, a quindici anni dalla sua morte, continua a essere uno degli eroi morali più limpidi del nostro tempo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 25/05/2026)

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Per saperne di più su Vittorio Arrigoni guarda anche:

Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica Magnifica humanitas

Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica
Magnifica humanitas


Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale


Un appello affinché «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati» siano davvero beni «universalmente destinati a tutti» e non restino «concentrati nelle mani di pochi». La prima enciclica di Leone XIV — Magnifica humanitas «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» — è un documento traboccante di speranza sulla bellezza dell’umanità «abitata da Dio».

Firmata lo scorso 15 maggio, nel 135° anniversario della Rerum novarum del predecessore da cui ha preso il nome, il Pontefice vi riflette sulla Dottrina sociale della Chiesa alla luce della sfida rappresentata dalle nuove tecnologie, esortando a promuovere verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace.

Pubblicata e presentata oggi, lunedì 25, Magnifica humanitas è suddivisa in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione, e parte da un assunto: la tecnologia non è «di per sé un male», ma non è neanche «neutrale». Di qui, l’esortazione a «costruire nel bene» e a «rimanere umani», seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione.

E proprio il verbo costruire è stato uno dei tre usati da Leone XIV durante la presentazione dell’enciclica svoltasi nell’Aula del Sinodo. Gli altri due sono stati «ascoltare» e «disarmare». Riguardo al primo, ha spiegato di aver «ascoltato scienziati e ingegneri... leader politici... genitori e insegnanti».

Riguardo al secondo, ha rimarcato che l’intelligenza artificiale «esige di essere “disarmata”, liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione o morte».

Alla presentazione sono intervenuti anche i cardinali Parolin, Czerny e Fernández e tre esperti della materia.
(fonte: L'Osservatore Romano 25/05/2025)

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Per approfondire leggi anche:

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Vedi anche il post precedente:



mercoledì 20 maggio 2026

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)

sabato 7 dicembre 2024

L’empatia, la tenerezza e la misericordia sono i rimedi per le ferite del mondo


Rileggendo l’enciclica “Dilexit nos”
A colloquio con Antonio Ducay, docente di Teologia sistematica

L’empatia, la tenerezza e la misericordia 
sono i rimedi per le ferite del mondo


Dilexit nos è «una terapia per i mali del mondo attuale, un mondo che sopravvive tra guerre, squilibri socio-economici, consumismo e uso antiumano della tecnologia». Il Papa spiega che «il cuore dell’uomo può essere retto solo quando è guarito dall’amore di Cristo» e «l’enciclica cerca di avvicinare tutti a questo Cuore, dove possiamo sperimentare l’amore che guarisce e rafforza». Lo afferma il professor Antonio Ducay, della Pontificia Università della Santa Croce, in questa intervista con «L’Osservatore Romano», in cui offre alcune chiavi di lettura per la nuova enciclica.

Dopo due encicliche di taglio sociale, Papa Francesco propone un’enciclica pastorale. Cosa pensa che Dilexit nos offra alla Chiesa e al mondo?

Dilexit nos è molto più di un’enciclica pastorale; è una terapia per un tempo ferito. Oggi, i media e le reti sociali ci mostrano drammi e disastri in ogni angolo del pianeta, avvicinandoci a problemi che, il più delle volte, non possiamo risolvere. Questa valanga di dolore lontano, che non possiamo toccare, genera distanza emozionale e una certa indifferenza. L’enciclica ci invita a non permettere che il nostro cuore s’inaridisca in questa «abitudine al dolore altrui». Papa Francesco, di fatto, illustra come il mondo perde il suo «cuore» proprio ignorando le sofferenze umane; parla delle anziane che hanno perso tutto nella guerra, anche i propri cari. È straziante vederle e ascoltare il loro lamento e, tuttavia, quel dolore resta spesso senza risposta. Personalmente credo che siamo diventati immuni, o preferiamo distogliere lo sguardo per evitare questa sofferenza inutile. A tale proposito, Francesco ci ricorda che l’amore di Cristo è «l’unico capace di dare un cuore a questa terra». Il suo messaggio è un appello a ripristinare il calore umano: il Cuore di Gesù c’insegna a essere una «Chiesa ospedale da campo» dove l’empatia, la tenerezza e la misericordia sono i rimedi per le ferite del mondo.

Il Pontefice spiega che la devozione al Cuore di Cristo non è il culto a un organo separato dalla Persona di Gesù, che cosa intende dire?

Papa Francesco ci ricorda che la devozione al Sacro Cuore non è un culto a un organo isolato, ma a Cristo nella sua totalità. Si allude a quelle immagini che rappresentano soltanto il cuore, circondato di spine o fiamme, le quali, sebbene simboleggino il suo amore, possono far perdere il senso pieno di questa devozione. Il cuore di Gesù, di fatto, è il centro intimo della sua persona, il simbolo della sua immensa carità. Perciò, le immagini che rappresentano l’intera figura di Cristo con il cuore in evidenza mostrano meglio che questo amore non è un simbolo astratto, ma l’espressione della sua missione salvifica. Il cuore di Cristo è stato in realtà il motore di tutta la sua vita e del suo ministero qui sulla terra: il luogo del suo amore per il Padre, di cui ha reso partecipe l’umanità, e che lo ha portato a donarsi per noi. Ed è anche il motore della sua intercessione per noi dal suo trono di gloria in cielo. L’immagine del Sacro Cuore ci rimanda allora all’incarnazione e alla vita di Gesù: il suo umile passaggio per Nazaret, la sua predicazione, le sue guarigioni e, soprattutto, la sua passione, morte e risurrezione. In questa immagine troviamo il suo amore fatto presenza viva e tangibile nella storia.

«Vedendo come si susseguono nuove guerre, con la complicità, la tolleranza o l’indifferenza di altri Paesi o con mere lotte di potere intorno a interessi di parte — scrive il Papa —, viene da pensare che la società mondiale stia perdendo il cuore». Che importanza ha per il mondo di oggi parlare di amore divino del cuore di Gesù Cristo?

Quando si perde il senso di Dio e del suo amore per gli uomini, si perde anche il fondamento ultimo della dignità umana. Senza questa base trascendente, i rapporti umani tendono a disintegrarsi e degenerano in meri rapporti di convenienza, semplici strumenti d’interessi di alcune persone o gruppi, dove non c’è quasi spazio per le considerazioni morali. Ciò porta a quello che Dostoevskij dice in I fratelli Karamazov: senza Dio, «tutto è permesso». Sebbene possa essere interpretato in molti modi, alla fine il suo messaggio evidenzia una verità fondamentale: senza un punto di riferimento ultimo, come l’amore divino, si apre la porta a una mentalità senza coscienza né compassione, che è capace di giustificare qualsiasi atto. Allora la persona diventa disumana, si snatura la capacità di amare. L’enciclica evoca un’altra opera di Dostoevskij, I demoni, dove un personaggio vive chiuso in sé stesso, incapace di «avere cuore» per relazionarsi sinceramente con gli altri. Francesco, seguendo Romano Guardini, ricorda che «solo il cuore sa accogliere e dare una patria». Ed è così: senza un cuore capace di uscire da sé stesso, non riusciamo a riconoscere in profondità il prossimo, a capire il suo mondo, e diventiamo persone distanti, indifferenti. Il Cuore di Cristo, invece, si presenta come l’esempio di un amore che accoglie, accompagna nelle luci e nelle ombre della vita e non indietreggia di fronte al sacrificio che tante volte l’amore comporta. La Chiesa vede in questo amore la manifestazione dell’amore di Dio, un amore che rafforza il cuore umano, lo rinnova e gli permette di amare veramente. Così il messaggio dell’enciclica acquista forza per il mondo di oggi: solo se torneremo a questo amore di Cristo, potremo consolidare rapporti di autentica fratellanza e solidarietà, capaci di resistere agli interessi egoistici e di ridare alla società un vero «cuore».

Riguardo all’intelligenza artificiale, il Papa assicura che i piccoli dettagli del cuore non potranno mai stare tra gli algoritmi. E «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore». Come possiamo viverlo concretamente?

L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, capace di replicare certi modelli di ragionamento umano, ma non è una persona. L’enciclica sottolinea che proprio e naturale dell’essere umano non è tanto la capacità dell’intelligenza bensì l’atteggiamento attento e disponibile del cuore che è capace di creare un vero incontro con il prossimo. L’amore non è fatto normalmente di grandi prodezze, ma di piccoli dettagli, di gesti semplici che, benché modesti in apparenza, costituiscono la vera trama della vita. Per vivere tutto ciò in modo concreto è fondamentale essere attenti ai bisogni di quanti ci circondano. La vita è intessuta di momenti che sembrano ripetitivi e comuni, ma in realtà hanno un valore immenso quando li dedichiamo all’altro. Una carezza a un bambino, un gesto amorevole verso un anziano, un consiglio sincero a un amico o un compito svolto con cura suscitano gioia e benessere, sebbene raramente assurgano a titoli dei mass media. Questi gesti quotidiani, nel loro insieme, arricchiscono la società e sono riflesso dell’amore di Dio per gli uomini. Senza di essi, il contesto si impoverisce e i rapporti diventano più freddi e distanti. In un mondo sempre più digitalizzato, questi atti semplici e umani sono l’antidoto contro la perdita dell’umano.

Il Pontefice inoltre propone l’esperienza spirituale di grandi santi come santa Margherita Maria Alacoque, san Charles de Foucauld e santa Teresa di Gesù Bambino, sant’Ignazio di Loyola; come può la vita dei santi essere d’aiuto nella devozione al Sacro Cuore?

L’enciclica sottolinea la profonda devozione di questi santi al Cuore di Gesù. Attraverso le loro esperienze, hanno saputo comunicare il loro incontro con l’amore di Dio per il popolo. Santa Margherita Maria Alacoque, san Charles de Foucauld, santa Teresa di Gesù Bambino, sant’Ignazio di Loyola e molti altri, sono state anime che hanno compreso la grandezza dell’amore di Cristo e, con cuore generoso, hanno risposto a quell’amore. Questa devozione, attraverso di loro, è diventata un cammino concreto perché il popolo cristiano sperimenti la tenerezza e la vicinanza di Dio. In realtà, tutti i santi hanno incarnato questo amore. Pensiamo a figure come madre Teresa di Calcutta, Giovanni Bosco o Massimiliano Kolbe, che hanno portato la carità a livelli inimmaginabili. Sono stati capaci di un amore estremo perché erano pieni dell’amore del Cuore di Gesù. Nella loro vita possiamo vedere come, in un mondo spesso indurito e secolare, sia possibile irradiare l’amore di Dio con una dedizione radicale ed essere segno di credibilità per il mondo. La loro vita e la loro testimonianza ci ricordano che l’amore d Dio continua a essere vivo e operante nella storia e che, attraverso il Cuore di Gesù, ogni cristiano può raggiungere quella salvezza che Dio ci offre.

«Consolati per consolare». La contemplazione del Cuore di Cristo invita anche, dice il Papa, ad approfondire la dimensione comunitaria, sociale e missionaria di ogni autentica devozione al cuore di Cristo. Ossia, questa devozione ci deve aiutare a muoverci, ad assistere chi ne ha bisogno?

Nelle ultime sezioni dell’enciclica, il Papa riflette su aspetti chiave che hanno segnato la devozione al Sacro Cuore e su come viverla nel nostro tempo. Guardando al passato, propone un «aggiornamento» o attualizzazione di due elementi tradizionali: la consolazione e la riparazione. L’immagine del Cuore di Gesù, pieno di amore ma circondato da spine, evoca la sua passione e la sua sofferenza di fronte al rifiuto e ai peccati dell’umanità. Questo simbolo ha portato i fedeli a consolare quel Cuore ferito e a offrire amore per riparare le offese che Gesù ha subito nella sua passione. L’enciclica sottolinea che, sebbene la passione di Cristo sia un evento che si situa nel passato, la resurrezione del Signore fa sì che trascenda il tempo e diventi, misteriosamente, una realtà contemporanea nella vita di ognuno. Perciò, anche oggi è possibile consolare Cristo e offrirgli una riparazione per le offese subite. L’enciclica propone che tale riparazione si eserciti mediante l’impegno di comunicare l’amore di Cristo al mondo. Così, questa visione conferisce alla devozione al Sacro Cuore una dimensione missionaria: «Un cuore umano che fa spazio all’amore di Cristo attraverso la fiducia totale» diventa un canale del suo amore per tutti. In definitiva, il Papa invita a una devozione che non si limiti all’ambito personale o introspettivo, ma che spinga a condividere l’amore di Cristo in modo concreto, mossi a consolare e a guarire, a rendere presente quel Cuore nella vita e nelle necessità degli altri.

Quali chiavi di lettura darebbe per comprendere Dilexit nos?

Credo che Dilexit nos nasca, in primo luogo, dalla devozione personale di Papa Francesco. Lui stesso ha raccontato che sua nonna gli ha insegnato a pregare «Gesù, fa’ che il mio cuore somigli al tuo». Inoltre gli anni di formazione come gesuita avranno consolidato questa devozione, alla quale ha fatto spesso riferimento nel corso del suo pontificato. A questo si aggiunge il suo amore per tutto ciò che è radicato nel popolo, e poche devozioni sono tanto profondamente radicate come quella al Sacro Cuore. Tutto questo fa parte delle radici dell’enciclica. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che anima questo documento. L’enciclica lascia intravedere che il Papa crede fermamente nei benefici che porterebbe al nostro tempo, una sana «antropologia del cuore». Nelle prime pagine spiega che cosa s’intende con «cuore» e perché dovrebbe occupare un posto centrale nella vita di ogni persona. Nella cultura occidentale moderna, il primato è stato attribuito ad altri elementi: la razionalità nella scienza, la volontà nelle decisioni personali, le emozioni nei rapporti e nell’intrattenimento, e la salute nel benessere fisico. Tuttavia nessuno di questi elementi crea una civiltà dell’amore. Credo che Francesco c’inviti a riscoprire il cuore, come spazio d’incontro e di accoglienza, per trasformarlo nel vero motore di questa civiltà dell’amore. Perciò, come ho detto prima, Dilexit nos è, anzitutto, una terapia per i mali del mondo attuale, «un mondo che sopravvive tra guerre, squilibri socio-economici, consumismo e uso antiumano della tecnologia». Francesco sa bene che il cuore dell’uomo può essere retto solo quando è guarito dall’amore di Cristo, e l’enciclica cerca di avvicinare tutti a questo Cuore, dove possiamo sperimentare l’amore che guarisce e rafforza, capace di costruire quella civiltà fraterna promossa anche in Fratelli tutti. Ad ogni modo, questo nuovo impulso alla devozione al Sacro Cuore non è possibile senza un certo rinnovamento. La devozione deve essere presentata in forma adeguata e fondata sulla rivelazione: è qualcosa che sta molto a cuore al Papa in questa enciclica. Ci offre il fondamento biblico ed ecclesiale di tale devozione, illuminando quegli aspetti che potrebbero essere più difficili da capire per la mentalità attuale. In definitiva, come ha detto l’arcivescovo Bruno Forte in occasione della presentazione, Dilexit nos può essere vista come un compendio di quello che il Papa vuole comunicare a ogni fratello e a ogni sorella in umanità: che Dio li ama e che questo amore risplende soprattutto nella vita di Gesù di Nazaret. Guardare e seguire Cristo è abbracciare l’amore per sempre e imparare a diventare dono per gli altri.

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Rocío Lancho García 30/11/2024)


venerdì 22 novembre 2024

Rileggendo la «Dilexit nos» L’amore «nucleare» in un cuore cristiano

Rileggendo la «Dilexit nos»

L’amore «nucleare» in un cuore cristiano


La storia ci racconta di come, nel corso della Grande Guerra, le potenze dell’Intesa tentarono di consacrare i propri eserciti al Sacro Cuore di Gesù. Un’immagine del Sacro Cuore fu portata ostensivamente al petto, tra gli anni 1915 e 1917, allacciata alle divise dei soldati e impressa sulle bandiere nazionali.

A oltre un secolo di distanza, mentre nuove dinamiche geopolitiche rimandano il mondo alla deriva, la quarta enciclica di Francesco invita a tornare alla fonte delle alleanze. Sull’onda di Fratelli tutti, la quarta enciclica pontificia Dilexit nos ripone l’essenza del Sacro Cuore, simbolo antico dell’amore cristiano, nelle aspirazioni — attribuisco a questa parola un valore religioso — collettive e raggiungibili nelle relazioni umane.

Il tema dell’«incontro con l’altro» è il vero colpo di scena del dramma antropologico esplorato nell’enciclica, la quale si ricollega a episodi che hanno fatto epoca. Tra questi svetta l’arroccarsi di alcune filosofie dominanti sull’assioma «penso quindi sono», implicato nel riferimento alle idee «chiare e distinte» (§. 10). Francesco descrive il processo di «frammentazione» dell’Essere, dalla chiusura nel «proprio io» fino alla scomparsa dell’altro dall’orizzonte umano (§. 17). In conclusione, indica nell’amore di Dio il vettore per ricondurre l’umanità nell’orbita della «vicinanza», dell’Essere identificato nel «tu», della «connessione» e dell’«apertura», in sintesi della «comunione» (§§. 10-14, 18, 25), nella quale lanciare un altro modo di essere in grado di compiere ciò che è stato definito, con espressione significativa, il «miracolo sociale» (§. 28).

Questo miracolo è visto avverarsi in un luogo «interiore», «intimo», «profondo», «sostanziale», «centrale» e nucleare, in quanto si verifica nel «nucleo», in ciò che ha carattere unitario. Con questa gamma di frequenze semantiche del lessico cristiano dell’amore, trasmesse nell’enciclica, l’idea cristiana di nucleo si tramanda nell’esperienza di una «comunione» del nostro cuore, rivelata nelle sembianze di un «piccolo atomo» accolto nella fornace ardente del costato di Gesù, stando alle parole autobiografiche di santa Margherita Maria Alacoque.

Osservo — superando le reticenze dello storico ad adottare un approccio intuitivo — l’antinomia che c’è tra questi modi amorevoli o quelli bellici di pensare un nucleo. La riscontro non già semplicemente tra due teorie filosofiche del nucleo ma tra due concezioni dell’unità nella vita.

L’eterogeneità di cuore e stragi diventa irrisolvibile quando le tecnologie militari hanno compromesso la materia, quasi non avesse alcuna pertinenza con lo spirito; nel momento in cui, disintegrando l’atomo come elemento e valore costituente, inventano la «fissione» nucleare e, con essa, la distruzione di massa.

La Dilexit nos ci ricorda che le «fenditure» del costato di colui che hanno «trafitto» (§. 104), caratteristiche dell’iconografia devozionale, sono prive di implicazioni annientatrici. Assumono invece i significati spirituali dell’«ingresso al segreto del cuore» (§. 104), della «sacra apertura» da cui poter effondere i Sacramenti (§§. 108 e 149). Sono «segni della totale donazione di sé» (§. 151). Concedono consapevolezza dei nostri peccati riflessi in un Cuore «continuamente ferito» (§. 153) e accendono il «desiderio di consolare» (§. 158). Esse, allora, compiono il «miracolo della [...] buona tristezza che porta alla dolcezza» (§. 159) che intenerisce i rapporti sociali.

Il segno visibile della ferita, raffigurata nell’arte sacra del Cuore di Gesù, suscita un desiderio di «riparazione». Non induce alla rottura del nucleo, alla scissione di quanto vi è di nucleare. Implica invece il bisogno di sanare la «struttura» stessa del «peccato sociale» insito nell’«aggressione diretta al prossimo» (§. 183). Ciò suggerisce di «guarire le relazioni» umane, ristabilendo un «legame nella carità fraterna» (§. 189). La «compunzione» entra così a far parte dei valori sociali virtuosi giacché genera solidarietà che propizia compassione, misericordia e riconciliazione (§. 190).

Come spiegato da Giovanni Paolo II e, con lui da Francesco, si inizia a costruire «sulle rovine accumulate dall’odio e dalla violenza [...] una nuova civiltà» definita «civiltà dell’amore» (§§. 181-182).

L’avvento dell’era atomica vede il concetto di nucleo improntarsi al processo di scomposizione, applicato alla fisica e insieme alla politica internazionale. La tecnologia è trascinata agli estremi di un pensiero che perverte il nucleo fino a culminare nella produzione di ordigni custodi di un atomo di morte. È quanto vi possa essere di più alieno alla spiritualità cristiana. All’opposto, i cristiani venerano l’idea di un nucleo sotto forma di cuore, in ciò che infonde di indivisibile e di unificante, e ad esso ricorrono per risanare le relazioni umane. Assistiamo a uno scontro di civiltà, tra coloro che isolano il nucleo, ridotto a un bersaglio da colpire, con intenzioni genocide, e coloro che, in comunione, custodiscono l’unità nei loro cuori come un atomo di fuoco, stando ad alcune espressioni connotative della mistica del Sacro Cuore.

L’amore cristiano non è totalitario ma «infinito» (§§. 60, 67, 79, 196). Totale è la guerra nucleare e il suo tentativo autodistruttivo di mettere fine agli opposti. Il cuore di Gesù non impone limiti, non pone condizioni, non dà ultimatum. È un amore pazzo, un cuore in fiamme, per come viene figurato; un fuoco che scalda ma non annienta. Ci insegna ad armonizzare ogni storia «frammentata in mille pezzi», a ripararla affidandosi al cuore, sul modello di Maria, madre di Dio, che «vedeva anche ciò che non capiva ancora» tenendolo in vita, conservandolo «vivo nell’attesa» (§. 19). Nel cuore «qualcosa [...] nasce dall’inconoscibile» (§. 24), scaturisce dalla «fiducia» (vocabolo ripetuto 28 volte nell’enciclica) «che chiama all’incontro» (§. 54), non al conflitto, persino all’«adorazione» (§. 51).
(fonte: L'Osservatore Romano articolo di Pino Esposito 14/11/2024)

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giovedì 7 novembre 2024

Andrea Monda L’amore paradossale e liberante del cuore di Gesù


Dilexit nos
Andrea Monda 

L’amore paradossale
e liberante del cuore di Gesù


«Nel 1943, l’anno della campagna nordafricana e del disastro finale dell’esercito italiano, Pio XII pubblicò due encicliche intitolate “Il Corpo mistico di Gesù Cristo” e “Gli studi biblici”. Esse dovettero sembrare al popolo italiano ben lontane dalle proprie preoccupazioni immediate, ma quelle preoccupazioni erano passeggere, mentre i temi delle due encicliche dureranno finché vivranno gli uomini».

Sono passati 80 anni da quando lo scrittore inglese Graham Greene rifletteva sulle scelte di Pio XII in un saggio intitolato correttamente Il paradosso del Papa, ma la situazione non è cambiata. Al paradosso del Papa, che è quello del Vangelo, il mondo non era e non è ancora pronto. Effettivamente comparando le due situazioni si può osservare che oggi, proprio come allora, siamo in un tempo di guerra e di guerra mondiale, che il Papa ha pubblicato un’enciclica la Dilexit nos, «sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo» e infine che anche questo testo come quelli di Papa Pacelli potrebbe sembrare ben lontano dalle preoccupazioni immediate delle persone del popolo. La conferma di questa lontananza può riscontrarsi nella scarsa attenzione data dai media alla quarta enciclica di Papa Francesco che nella conclusione della Dilexit nos cita le precedenti e sottolinea che «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune. (217)». Non si tratta quindi di un testo marginale, “laterale” ma che si colloca alla sorgente, al centro propulsore del pontificato di Bergoglio.

Il Papa mette al centro della nostra attenzione il cuore proprio perché esso è il centro dell’essere umano: «Il nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e corpo. Tutto è unificato nel cuore» (21) e «Il cuore è anche capace di unificare e armonizzare la propria storia personale, che sembra frammentata in mille pezzi, ma dove tutto può avere un senso» (19) e oggi, questo centro sembra frantumato, evaporato: «Ora, il problema della società liquida è attuale, ma la svalutazione del centro intimo dell’uomo – il cuore – viene da più lontano» (10), e più avanti «L’anti-cuore è una società sempre più dominata dal narcisismo e dall’autoreferenzialità» (17), infine «Per questo motivo, vedendo come si susseguono nuove guerre, con la complicità, la tolleranza o l’indifferenza di altri Paesi, o con mere lotte di potere intorno a interessi di parte, viene da pensare che la società mondiale stia perdendo il cuore»(22). È necessario quindi ritornare proprio lì, al cuore, solo così si può “riavvolgere il nastro” e offrire al mondo ferito la possibilità di una nuova ripartenza. È importante però non cadere nella tentazione di derubricare questo testo nella categoria polverosa del “devozionale”: «A volte siamo tentati di considerare questo mistero d’amore come un fatto ammirevole del passato, come una bella spiritualità di altri tempi» (149) perché «la Passione di Cristo non è un mero fatto del passato: ad essa possiamo partecipare per la fede. Meditare il dono di sé di Cristo sulla croce è, per la pietà dei fedeli, qualcosa di più grande di un semplice ricordo» (154). L’enciclica del Papa non guarda al passato, alle “preoccupazioni passeggere” ma al futuro, non tocca temi o prassi antiquate ma anzi ci libera proprio dai vuoti retaggi del passato perché, conclude il Papa, del ritorno alla contemplazione dell’amore che sgorga dal cuore di Cristo «Ne ha bisogno anche la Chiesa, per non sostituire l’amore di Cristo con strutture caduche, ossessioni di altri tempi, adorazione della propria mentalità, fanatismi di ogni genere che finiscono per prendere il posto dell’amore gratuito di Dio che libera, vivifica, fa gioire il cuore e nutre le comunità. Dalla ferita del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità» (219).
(fonte: L'Osservatore Romano 04 novembre 2024)


martedì 5 novembre 2024

Un’enciclica dall’ordinario allo straordinario, la “Dilexit nos”


Un’enciclica dall’ordinario allo straordinario, la “Dilexit nos”
 
Si può parlare di intelligenza artificiale e amore citando il panzerotto, una delle tipicità baresi che spopola tra i vicoli del centro storico?

Papa Francesco (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Forse per averne assaggiati alcuni quando è venuto in visita a Bari o perché è uno dei prodotti che richiama ad un’epoca in cui le mamme e le nonne, grazie alla loro manualità, erano artefici di quel nostalgico focolare domestico, tra tradizione e sapori, papa Francesco cita l’arte di impastare il panzerotto, la tipica massa fritta ripiena di mozzarella e pomodoro, all’interno della quarta enciclica dal titolo Dilexit nos recentemente pubblicata. «Ciò che nessun algoritmo potrà mai albergare sarà, ad esempio, quel momento dell’infanzia che si ricorda con tenerezza e che, malgrado il passare degli anni, continua a succedere in ogni angolo del pianeta. Penso all’uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne». La metafora descritta dal Pontefice al punto 20 dell’enciclica è utilizzata per rafforzare il tema attorno a cui ruota il testo, ossia l’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo.

La lettera ha, nei cinque capitoli, il cuore come elemento per ritrovare la tenerezza, per ridare sostanza alle relazioni umane e fraterne, per trovare passione e verità nella vita sociale, comunitaria, familiare, affettiva. Le parole di papa Francesco indicano un ritorno al cuore, a rimettere al centro il cuore, a riscoprire il “tatto” e la carnalità in un contesto invaso da algoritmi, astrattismo, individualismo, da tecnologia prepotente che influisce sui rapporti umani.

Parla di cuore e amore come ingredienti che riempiono la vita, dando il senso alle azioni e agli obiettivi a differenza di un contesto sociale asettico di emozioni, in crisi di valori. In fondo, il cuore rende unica la persona, anche se l’omologazione, la standardizzazione vorrebbero soppiantare la profondità custodita nell’animo. In modo semplicemente umano papa Francesco utilizza la metafora del panzerotto che al suo interno conserva il ripieno, il cuore, che quando si apre, dà gusto e sapore.

Bergoglio pare abbia giocato con tali rimandi simbolici culinari citando sin dalle prime righe della Dilexit nos le frittelle conosciute in tutta Italia che comunque sono affini all’impasto e alla lavorazione dei panzerotti, ma con una differenza: «Per carnevale, quando eravamo bambini, la nonna ci faceva delle frittelle, ed era una pasta molto sottile quella che faceva. Poi la buttava nell’olio e quella pasta si gonfiava, si gonfiava… E quando noi incominciavamo a mangiarla, era vuota. Quelle frittelle in dialetto si chiamavano “bugie”. Ed era proprio la nonna che ci spiegava il motivo: “Queste frittelle sono come le bugie, sembrano grandi, ma non hanno niente dentro, non c’è niente di vero, non c’è niente di sostanza”». Utilizza il richiamo alle tradizioni spontanee e realmente sperimentate da intere generazione per far comprendere l’urgenza di non disperdersi nei flussi artificiali che rischiano di privare la vita di un sapore.

Probabilmente l’individualismo e l’apparenza chiudono un senso di vuoto che aleggia nella qualità di vita di tante persone generando pericolosi traumi che a lungo andare fanno ammalare il cuore. Con Dilexit nos papa Francesco ricorda il valore della devozione al Sacro Cuore di Gesù inteso come cardine di tutto il Vangelo; cita i santi che attorno al Sacro Cuore hanno dato la loro vocazione come Santa Margherita Maria Alacoque, suora francese del XVII secolo.

Proprio nel cuore di Cristo è racchiuso il senso di misericordia e di amore descritto nel Vangelo, quella pienezza che fa rima con tenerezza, altra caratteristica di questo pontificato: «Potrei citare migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti: far sbocciare sorrisi con una battuta, tracciare un disegno al controluce di una finestra, giocare la prima partita di calcio con un pallone di pezza, conservare dei vermetti in una scatola di scarpe, seccare un fiore tra le pagine di un libro, prendersi cura di un uccellino caduto dal nido, esprimere un desiderio sfogliando una margherita. Tutti questi piccoli dettagli, l’ordinario-straordinario, non potranno mai stare tra gli algoritmi. Perché la forchetta, le battute, la finestra, la palla, la scatola di scarpe, il libro, l’uccellino, il fiore… si appoggiano sulla tenerezza che si conserva nei ricordi del cuore».
(Fonte: Città Nuova, articolo di Luigi Laguaragnella 28/10/2024)

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