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martedì 30 settembre 2025

Parte dall’ascolto la cura dei fratelli

Parte dall’ascolto la cura dei fratelli

MONDO E MISSIONE: L’EDITORIALE DI GIANNI CRIVELLER

I missionari migliori sono coloro che ascoltano e si prendono cura delle persone che incontrano. Missione, ascolto e cura sono dunque un tema evangelicamente importante: ad esso ci ispiriamo nelle iniziative dell’Ottobre missionario al Centro Pime di Milano


Gli ideogrammi cinesi sono un caleidoscopio di sapienza: quello di “ascoltare” (ting) è piuttosto complesso e include i caratteri che significano orecchi, occhi e cuore. Il messaggio è trasparente: l’esercizio dell’ascolto implica l’attivazione non solo dell’orecchio, ma anche degli occhi e del cuore, ovvero dello sguardo e dell’empatia.

Ascoltare è la prima cosa che viene chiesta al credente e al missionario. “Shemà Israel” – “ascolta Israele” – è stata la preghiera di Maria, di Gesù e dei suoi discepoli. Se la sacra scrittura, letta comunitariamente, è per noi parola di Dio, essa è anche, in un senso molto importante, parola umana. Tommaso d’Aquino osserva che Dio ci parla, nelle scritture, con un linguaggio umano, e lo fa introducendo il verbo accomodare. Dio si accomoda a noi, parla la nostra lingua per rendersi ascoltabile e dunque comprensibile. E così diventiamo quello che siamo, ovvero “uditori della parola” (Karl Rahner).

Nell’evangelizzazione succede qualcosa di simile. I migliori missionari, come Matteo Ricci, fanno dell’accomodamento – oggi diremmo inculturazione o interculturalità – il caposaldo del loro programma missionario. Credo di averlo sperimentato anch’io. Si entra nella vita di un popolo attraverso l’ascolto, poi si inizia a dialogare, poi a leggere e infine a scrivere. Entrare nella vita di un popolo, lontano da casa, è un’esperienza faticosa. C’è l’incomprensione culturale, la nostalgia e la tentazione di tornare sui propri passi. Lo sa chiunque attraversi i confini: i migranti e le badanti, i marinai e i mercanti, e anche noi missionari. Ma perdendosi in una lingua altra si perviene a una conoscenza di sé prima insospettata. Ascoltare e essere ascoltati è la via di guarigione dalla malinconia, l’infermità emotiva ben conosciuta da chi fa la fatica della partenza e del passaggio dall’estraneità all’ospitalità.

Tutti abbiamo provato cosa significhi non essere ascoltati, lo sconforto e il senso di solitudine che ne deriva. Che cosa ci fa sentire non ascoltati? Forse l’interlocutore guarda il telefono, non ci guarda in viso, si distrae per un nonnulla, non annuisce, non reagisce. Non interviene o parla al nostro posto: manca l’attenzione degli occhi e l’empatia del cuore. La postura dell’ascolto, l’attenzione dello sguardo, attivano una relazione empatica, che si prende cura dell’altro. I medici migliori sono quelli che ascoltano. E se non sempre si può guarire, sempre ci si può prendere cura dell’altro.

Similmente i missionari migliori sono coloro che ascoltano e si prendono cura delle persone che incontrano. Missione, ascolto e cura sono dunque un tema evangelicamente importante: ad esso ci ispiriamo nelle iniziative dell’Ottobre missionario e di questo anno sociale del Centro Pime di Milano.
(fonte: Mondo e Missione 30/09/2025)

mercoledì 30 luglio 2025

Giubileo missionari digitali e influencer cattolici - Leone XIV: «Non rincorrete numeri, ma custodite nomi» (sintesi/commento, testo integrale)

Il Papa ai missionari digitali:
«Non rincorrete numeri, ma custodite nomi»

 Il web è una realtà da abitare, da custodire, da redimere, da riparare, spiega Leone XIV agli influencer cattolici arrivati a Roma per celebrare il Giubileo. Una realtà dalla quale la Chiesa non può rimanere fuori 
(foto @vaticanmedia)

Ha voluto incontrarli anche se all'inizio non era in programma. Papa Leone, al termine della messa per il Giubileo dei missionari digitali dice, agli influencer cattolici: «Cercate la carne sofferente di Cristo». E consegna loro una bussola nuova, e insieme antica, per una Chiesa che ha deciso di non lasciarsi spiazzare dal digitale, ma di abitarlo. 

Il discorso del Pontefice pronunciato dopo la messa a San Pietro, davanti a centinaia di missionari digitali e influencer cattolici, ha evitato la via facile dell’entusiasmo mediatico per andare diritto al cuore della questione: se la rete è un ambiente da evangelizzare, allora non può essere solo un canale da usare; deve diventare un luogo da redimere. C'è una forza disarmante nel secondo passaggio del suo discorso, dove invita a «nutrire una cultura di umanesimo cristiano» nel mondo digitale. Il Papa non si limita a chiedere buoni contenuti: chiede incontri veri, non invoca una strategia, ma uno stile: esorta a cercare le persone, non le performance. E lo fa con un linguaggio che sa essere pastorale e radicale al tempo stesso: non si tratta di “generare contenuti”, ma di “incontrare cuori”: questa è la sfida che ribalta ogni logica algoritmica, è il contrario del culto dell’engagement, è l’ingaggio dell’umanità ferita.

Papa Leone sa che nei feed si consuma molta solitudine e che, dietro ogni nickname, può nascondersi un’agonia silenziosa. Per questo richiama i missionari digitali a scendere nella profondità di quelle ferite, a riconoscere le crepe nel vetro dello schermo come luoghi teologici, a riscoprire nella rete un prolungamento della via di Emmaus, dove il Cristo risorto continua a camminare accanto a chi non lo riconosce. E chiede loro coerenza, autenticità, coraggio: perché solo un cuore toccato può toccare altri cuori, e solo chi si lascia guarire può guarire.

Il terzo spunto del discorso non è meno denso, anzi, nel suo appello a “riparare le reti”, Papa Leone offre l’immagine più evocativa del suo intervento. È una metafora che scardina il senso comune: il web infatti, non è un trofeo della scienza e della tecnologia da esibire, ma una trama fragile da curare. È proprio qui che si gioca la vera sfida ecclesiale della presenza online: non nella viralità di un post, ma nella fedeltà a un incontro. «Reti dove si possa guarire dalla solitudine, non contando i follower ma sperimentando la grandezza infinita dell’Amore»: è il monito di Prevost contro ogni forma di narcisismo spirituale che potrebbe mimetizzarsi dietro i pixel della missione. La rete, per il Papa, è chiamata a diventare rete di Dio, un intreccio di relazioni che non si autocelebra, ma ospita l’altro, dove non si gareggia per emergere, ma si scommette sulla profondità, dove non si costruiscono bolle, ma si moltiplicano ponti. E l’unico modo per non rendere sterile il messaggio è questo: farsi agenti di comunione, non di consenso.

Quello che è avvenuto in questi giorni con il primo Giubileo degli influencer cattolici e dei missionari digitali non è un raduno per addetti ai lavori, ma un atto ecclesiale di portata profetica. La consacrazione della missione digitale a Maria, prevista oggi pomeriggio nei Giardini Vaticani, sarà una dichiarazione d’intenti. Questa nuova forma di annuncio è una vocazione condivisa, e come ogni vera vocazione, chiede di camminare insieme, di lasciarsi accompagnare, di farsi Chiesa. Il digitale non è più un’estensione, diventa così una realtà da abitare…e se è vero che ogni clic può essere un incontro, ogni scroll un passaggio verso l’altro, allora la sfida non è aggiornare i linguaggi, ma trasfigurare le relazioni. Papa Leone ha dato il mandato: non solo costruire contenuti, ma ricucire legami, non rincorrere numeri, ma custodire nomi. Perché in fondo – ce lo ha ricordato con forza – ogni follower è una storia che merita di essere ascoltata, curata, guarita.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Don Davide Imeneo 29/07/2025)


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SALUTO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AGLI INFLUENCER E MISSIONARI DIGITALI

Basilica di San Pietro
Martedì, 29 luglio 2025


Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
la pace sia con voi!

Cari fratelli e sorelle, abbiamo cominciato con questo saluto: la pace sia con voi!

E quanto abbiamo bisogno di pace in questo nostro tempo dilaniato dall’inimicizia e dalle guerre. E quanto ci chiama alla testimonianza, oggi, il saluto del Risorto: «Pace a voi!» (Gv 20,19). La pace sia con tutti noi. Nei nostri cuori e nel nostro agire.

Questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo la pace! La pace che viene dal Signore, che ha vinto la morte, che ci porta il perdono di Dio, che ci dona la vita del Padre, che ci indica la via dell’Amore!

1. È la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l'impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell'esistenza e il gusto dell'interiorità, il gusto della vita spirituale. E oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra (cfr At 1,3-8); che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c'è speranza.

2. There is a second challenge in this mission: always look for the “suffering flesh of Christ” in every brother and sister you encounter online. Today we find ourselves in a new culture, deeply characterized and formed by technology. It is up to us – it is up to each one of you – to ensure that this culture remains human.

Science and technology influence the way we live in the world, even affecting how we understand ourselves and how we relate to God, how we relate to one another. But nothing that comes from man and his creativity should be used to undermine the dignity of others. Our mission – your mission – is to nurture a culture of Christian humanism, and to do so together. This is the beauty of the “network” for all of us.

Faced with cultural changes throughout history, the Church has never remained passive; she has always sought to illuminate every age with the light and hope of Christ by discerning good from evil and what was good from what needed to be changed, transformed, and purified.

Today we are in a culture where the technological dimension is present in almost everything, especially as the widespread adoption of artificial intelligence will mark a new era in the lives of individuals and society as a whole. This is a challenge that we must face: reflecting on the authenticity of our witness, on our ability to listen and speak, and on our capacity to understand and to be understood. We have a duty to work together to develop a way of thinking, to develop a language, of our time, that gives voice to Love.

It is not simply a matter of generating content, but of creating an encounter of hearts. This will entail seeking out those who suffer, those who need to know the Lord, so that they may heal their wounds, get back on their feet and find meaning in their lives. Above all, this process begins with accepting our own poverty, letting go of all pretense and recognizing our own inherent need for the Gospel. And this process is a communal endeavor.

[2. In questa missione c'è una seconda sfida: negli spazi digitali, cercate sempre la “carne sofferente di Cristo” in ogni fratello e sorella. Oggi ci troviamo in una cultura nuova, profondamente segnata e costruita con e dalla tecnologia. Sta a noi – sta a voi – far sì che questa cultura rimanga umana.

La scienza e la tecnica influenzano il nostro modo di essere e di stare nel mondo, fino a coinvolgere persino la comprensione di noi stessi, il nostro rapporto con gli altri e il nostro rapporto con Dio. Ma niente che viene dall’uomo e dal suo ingegno deve essere piegato sino a mortificare la dignità dell'altro. La nostra, la vostra missione, è nutrire una cultura di umanesimo cristiano, e di farlo insieme. Questa è per tutti noi la bellezza della "rete".

Di fronte ai cambiamenti culturali, nel corso della storia, la Chiesa non è mai rimasta passiva; ha sempre cercato di illuminare ogni tempo con la luce e la speranza di Cristo, di discernere il bene dal male, quanto di buono nasceva da quanto aveva bisogno di essere cambiato, trasformato, purificato.

Oggi, in una cultura dove la dimensione digitale è presente quasi in ogni cosa, in un tempo in cui la nascita dell'intelligenza artificiale segna una nuova geografia nel vissuto delle persone e per l'intera società, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere, riflettendo sulla coerenza della nostra testimonianza, sulla capacità di ascoltare e di parlare; di capire e di essere capiti. Abbiamo il dovere di elaborare insieme un pensiero, di elaborare un linguaggio che, nell’essere figli del nostro tempo, diano voce all’Amore.

Non si tratta semplicemente di generare contenuti, ma di incontrare cuori, di cercare chi soffre e ha bisogno di conoscere il Signore per guarire le proprie ferite, per rialzarsi e trovare un senso, partendo prima di tutto da noi stessi e dalle nostre povertà, lasciando cadere ogni maschera e riconoscendoci per primi bisognosi di Vangelo. E si tratta di farlo insieme.]

3. Y esto nos lleva a un tercer llamado y por eso les hago un llamado a todos ustedes : “que vayan a reparar las redes”. Jesús llamó a sus primeros apóstoles mientras reparaban sus redes de pescadores (cf. Mt 4,21-22). También lo pide a nosotros, es más, nos pide hoy construir otras redes: redes de relaciones, redes de amor, redes de intercambio gratuito, en las que la amistad sea auténtica y sea profunda. Redes donde se pueda reparar lo que ha sido roto, donde se pueda poner remedio a la soledad, sin importar el número de los seguidores [los follower], sino experimentando en cada encuentro la grandeza infinita del Amor. Redes que abran espacio al otro, más que a sí mismos, donde ninguna “burbuja de filtros” pueda apagar la voz de los más débiles. Redes que liberen, redes que salven. Redes que nos hagan redescubrir la belleza de mirarnos a los ojos. Redes de verdad. De este modo, cada historia de bien compartido será el nudo de una única e inmensa red: la red de redes, la red de Dios.

Sean entonces ustedes agentes de comunión, capaces de romper la lógica de la división y de la polarización; del individualismo y del egocentrismo. Céntrense en Cristo, para vencer la lógica del mundo, de las fake news y de la frivolidad, con la belleza y la luz de la verdad (cf. Jn 8,31-32).

[3. E questo ci porta ad un terzo appello, in virtù del quale rivolgo una chiamata a tutti voi: "andate a riparare le reti”. Gesù ha chiamato i suoi primi apostoli mentre erano intenti a riparare le loro reti da pescatori (cfr Mt 4,21-22). Lo chiede anche a noi, anzi ci chiede, oggi, di costruire altre reti: reti di relazioni, reti d'amore, reti di condivisione gratuita, dove l'amicizia sia autentica e profonda. Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore. Reti che danno spazio all’altro più che a sé stessi, dove nessuna "bolla" possa coprire le voci dei più deboli. Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità. Così, ogni storia di bene condiviso sarà il nodo di un'unica, immensa rete: la rete delle reti, la rete di Dio.

Siate allora agenti di comunione, capaci di rompere le logiche della divisione e della polarizzazione; dell’individualismo e dell’egocentrismo. Siate centrati su Cristo, per vincere le logiche del mondo, delle fake news, della frivolezza, con la bellezza e la luce della Verità (cfr Gv 8,31-32).]

E ora, prima di salutarvi con la Benedizione, affidando al Signore la vostra testimonianza, voglio ringraziarvi per quanto di bene avete fatto e fate nelle vostre vite, per i sogni che portate avanti, per il vostro amore al Signore Gesù, per il vostro amore alla Chiesa, per l'aiuto che date a chi soffre, per il vostro cammino nelle strade digitali.

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Vedi anche:

lunedì 28 luglio 2025

Giubileo missionari digitali e influencer cattolici. Ruffini: “L’ambiente social sia sempre più umano, riportiamo la bellezza delle relazioni”

Giubileo missionari digitali e influencer cattolici.

Ruffini: “L’ambiente social sia sempre più umano, riportiamo la bellezza delle relazioni”

Per il prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, la Chiesa deve “vivere il proprio tempo senza né abdicazione né paura. Impegnandosi per una testimonianza che non è misurata con il numero dei follower o dei click, ma con la verità della condivisione piena”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Giungerà a Roma una piccola rappresentanza del mondo dei cosiddetti ‘influencer’. Perché in realtà tutti ci influenziamo gli uni gli altri. La bellezza dell’incontro in occasione del Giubileo è testimoniare che il cristianesimo non è al di fuori del tempo, ma è nel tempo, e che l’evangelizzazione non esclude alcun luogo, anche i meta-luoghi digitali”. Così Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, presenta al Sir il Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici del 28 e 29 luglio.

Che appuntamento sarà quello che, per la prima volta nel contesto dell’Anno Santo, vede coinvolta la “categoria” dei missionari digitali e degli influencer cattolici?

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)
Non parlerei di “categoria” perché le categorie dividono ciò che invece ci unisce, che è l’essere – come ha scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium – tutti discepoli missionari, ovviamente, nel tempo che ci è dato e che, oggi, è quello della civiltà digitale.

L’aver inserito questi incontri nell’ambito del Giubileo è il segnale della volontà della Chiesa di vivere nel proprio tempo e di porsi la sfida di essere sale e lievito, testimoniando la propria fede anche nel cosiddetto ambiente digitale, che in realtà non è separato dagli altri ma è già il mondo in cui viviamo.

La metafora del “continente digitale” va interpretata, perché è il mondo ad essere anche digitale. Il tema è quello di superare il “digital divide” e

fare in modo che l’ambiente digitale sia sempre più umano

e, per la parte nostra di credenti, sia arricchito dalla testimonianza di chi considera la relazione un dono e non uno strumento di possesso, di dominio o di sovrastazione.

È nostro compito riportare nell’ambiente digitale la bellezza delle relazioni.

La Chiesa con che occhi guarda questo mondo?

Dobbiamo uscire da questo paradigma della divisione. Noi siamo in questo mondo. E anche la Chiesa lo è; il punto è che, nell’esserci,

la Chiesa non deve perdere la propria anima e la bellezza della comunione che ci unisce, che non è meramente una connessione digitale. La comunione che ci unisce è molto diversa dalla pura connessione; è ciò che ci fa membra gli uni degli altri.

La Chiesa vive nel mondo, ma non è del mondo. Torna il tema che hanno posto Papa Leone, Papa Francesco e Papa Benedetto: come si fa a vivere da cristiani l’era digitale? Bisogna accettare la sfida del tempo senza perdere il senso dell’insegnamento evangelico.

La Chiesa può e deve usare gli strumenti digitali con la consapevolezza che il nostro tempo dev’essere riscattato da una visione puramente commerciale, di connessione o di dominio, riportando la bellezza della relazione, della gratuità e della condivisione.

Significa porsi una serie infinita di questioni che però sono le sfide del nostro tempo come altri tempi hanno avuto altre sfide. Oggi c’è una sfida matematica: cosa sono gli algoritmi e come vengono elaborati? C’è un modo cristiano di pensare alla matematica così come c’è un modo cristiano di pensare alla condivisione sui social, alla ricerca della verità o alla misericordia… Nella misura in cui il digitale è polarizzante lo dobbiamo fare diventare qualcosa che unisce; nella misura in cui il digitale ci porta a cercare un protagonismo in cui sono io l’influencer, dobbiamo pensare che noi siamo tutti parte di una comunione che è più forte del protagonismo del singolo perché prevale il protagonismo dello Spirito Santo di cui noi siamo strumenti…

Oggi però la logica prevalente sembra essere quella del “like” e della contrapposizione. Come abitare queste agorà in modo costruttivo?

Lo si può fare senza dichiararlo e senza tanti proclami, perché la testimonianza è fatta di comportamenti. Due anni fa, come Dicastero per la Comunicazione, abbiamo pubblicato il documento “Verso una piena presenza”, una riflessione pastorale sul coinvolgimento con i social media; la “piena presenza” è digitale ma anche fisica.

Se i social diventano una fuga allora noi dobbiamo farli diventare invece un pezzo della Chiesa in uscita che poi si incontra e agisce nei luoghi e non solo nei meta-luoghi. Se l’oltre che noi cerchiamo è un meta-luogo, allora la nostra diventa una fuga dalla realtà. Il cristiano è obbligato a stare nella realtà e la realtà che noi viviamo è digitale e fisica allo stesso tempo.

Noi dobbiamo riunire questa divisione, altrimenti rischiamo di non vedere più l’interezza della questione.

Il “mondo digitale” in che modo sfida la comunicazione istituzionale e “tradizionale” della Chiesa?

Non si può pensare al digitale come ad un mero delivery, perché non basta aver fatto sui social un post… Così come non bastava anni fa fare un semplice comunicato stampa per essere a posto. La comunicazione della Chiesa non può limitarsi a questo. Cosa cercano di fare le aziende per comunicare? Provano a farti capire un legame, un’appartenenza, una relazione, una fede… La comunicazione è fatta di questo ed è

una comunicazione che è interpersonale. E che oggi passa anche attraverso i social. 
Dobbiamo spaventarci? No, dobbiamo esserci come cristiani. 
Ma non possiamo essere solo lì, perché altrimenti sarebbe una fuga.

Bisogna assumere i paradigmi dell’era digitale per com’è; paradigmi che, certo, non tengono conto del digital divide, che tengono troppo in conto lo sfruttamento del clickbait al di là della verità… Conta ancora la verità sul digitale? Dovrebbe ancora contare; e che ci sia qualcuno che la testimonia è importante. Così com’è importante pensare che non tutto è binario: o sei amico o sei nemico… Per il cristiano c’è che si può amare il nemico, no? Anzi, si dovrebbe amare il nemico. Tutto questo ha a che fare con la testimonianza che un ragazzo o un anziano che ha anche la sua vita nell’ecosistema social e digitale può rendere per far capire che tutto questo non è un altrove, ma è qui ed ora.

Secondo Lei c’è la diffusa consapevolezza di essere inseriti in questo mondo in cui vivere non dimenticando o tradendo ciò che si è o prevale ancora un preoccupato distacco?

Secondo me non dev’esserci né resistenza né abdicazione. Siamo di fronte ad un bivio: da una parte c’è chi ha paura, dall’altra parte c’è chi acriticamente pensa che questo sia il compimento dei tempi, la ricetta perfetta per evangelizzare… Non è vera né l’una né l’altra cosa. Questo è un tempo che ha una sua sfida e che va vissuto per quello che è.

Il digitale non è la soluzione dei problemi di una Chiesa che non comunica, perché la Chiesa per comunicare deve essere vera, credibile nel camminare fisicamente nei luoghi del mondo e nel testimoniare anche attraverso una piattaforma social come poteva essere in passato attraverso una telefonata, l’andare in un bar o in un campo di calcio. Il tema è la pienezza della presenza e della fede.

Non va bene né l’arroccarsi né l’assumere qualsiasi paradigma dell’era digitale. Lo scriveva benissimo il card. Carlo Maria Martini ne “Il lembo del mantello”: ogni cosa ha una possibilità di essere utilizzata nel bene e nel male. Gli strumenti di comunicazione – dalla stampa alla radio, dalla televisione ai social – non sono strumenti né solo di bene o solo di male; la questione sta nel come ogni tempo viene vissuto e ogni strumento utilizzato.

Per la Chiesa non si tratta di vincere la resistenza di alcuni o abbandonarsi ad una corrente come suggeriscono altri; no, si tratta di vivere il proprio tempo senza né abdicazione né paura, essendo nel mondo e non del mondo. Impegnandosi per una testimonianza che non è misurata con il numero dei follower o dei click, ma con la verità della condivisione piena.
(fonte: Sir, articolo di Alberto Baviera 28/07/2025)


sabato 1 ottobre 2022

Papa Francesco: riscoprire il Vaticano II per affrontare insieme il futuro

Francesco: riscoprire il Vaticano II
per affrontare insieme il futuro

L'apertura del Concilio Vaticano II, l'11 ottobre 1962 (Archivio Fotografico Vatican Media)

Il Papa firma la prefazione al libro “Giovanni XXIII. Il Vaticano II un Concilio per il mondo” di Ettore Malnati e Marco Roncalli, edito dalla Bolis Edizioni, in occasione del 60.mo anniversario dell’apertura dell’assise. Ve la proponiamo in versione integrale

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, fortemente voluto da san Giovanni XXIII e portato a compimento da san Paolo VI, è stato un evento di grazia per la Chiesa e per il mondo. Un evento i cui frutti non si sono esauriti.

Sì, possiamo affermare che l’ultimo Concilio ecumenico non è stato ancora interamente compreso, vissuto e applicato. Siamo in cammino, e una tappa fondamentale di questo cammino è quella che stiamo vivendo con il Sinodo e che ci chiede di uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”, dall’applicazione dei soliti vecchi schemi, dal riduzionismo che finisce per voler inquadrare sempre tutto in ciò che è già risaputo e praticato.

Un libro come questo, che ci aiuta a riscoprire l’ispirazione del Concilio e come passo dopo passo questo evento abbia trasformato la vita della Chiesa è l’occasione per affrontare meglio il percorso sinodale, che è fatto innanzitutto di ascolto, di coinvolgimento, di capacità di far spazio al soffio dello Spirito, lasciando a Lui la possibilità di guidarci.

Dal Concilio Ecumenico Vaticano II abbiamo ricevuto molto. Abbiamo approfondito, ad esempio, l’importanza del popolo di Dio, categoria centrale nei testi conciliari, richiamata ben centottantaquattro volte, che ci aiuta a comprendere il fatto che la Chiesa non è un’élite di sacerdoti e consacrati e che ciascun battezzato è un soggetto attivo di evangelizzazione.

Non si comprenderebbe il Concilio e nemmeno l’attuale percorso sinodale, se non si mettesse al centro di tutto l’evangelizzazione. Siamo peccatori testimoni del Risorto e annunciamo al mondo – non per i nostri meriti né per le nostre capacità – Colui che ha sconfitto la morte, Colui che ci ha salvati e che continua a salvarci rialzandoci con infinita misericordia. La grande assise ecumenica è stata ispirata dall’esigenza di testimoniare e annunciare con parole nuove l’avvenimento della morte e resurrezione di Gesù e la sua presenza tra noi. C’era un mondo che si allontanava dal cristianesimo e mani- festava, più che avversione, indifferenza. Il Concilio nasce da questa spinta, da questa domanda: come parlare di Gesù agli uomini e alle donne di oggi?

Da allora abbiamo percorso un lungo tratto di strada, che non è stato privo di difficoltà e di delusioni. Anche oggi rischiamo di cadere nella tentazione dello sconforto e del pessimismo, quando fissiamo il nostro sguardo sui mali che affliggono il mondo invece che guardare al mondo con gli occhi di Gesù, cioè considerandolo un campo di messe, dove seminare con pazienza e con speranza. Ripercorrere la storia del Concilio e soprattutto vivere il presente del Sinodo con il cuore aperto e libero, per riverberare in coloro che incontriamo la tenerezza di Dio e la sua prossimità a tutti, è il modo con cui impariamo a non scoraggiarci e ad abbandonare ogni tentazione di confidare in noi stessi, nella nostra bravura e nelle nostre strategie, per lasciare spazio a Lui.

PAPA FRANCESCO

(fonte: Vatican News 30/09/2022)
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A sessant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico II voluto da Papa Giovanni XXIII, le competenze teologiche e pastorali di Ettore Malnati e le qualità storiche e narrative di Marco Roncalli si fondono per presentare la genesi, l’intento profondo e l’avvio dei lavori di quello che Papa Francesco, nella sua prefazione a questo volume, definisce un “evento di grazia per la Chiesa e per il mondo”. Nell’arco di dodici capitoli viene ripercorsa con cura la vicenda “interna” del Concilio, con le sue linee di forza e con le qualità dei protagonisti.
Su tutto spicca la figura di Giovanni XXIII, il 
Papa buono”, il bergamasco, marcò come pochissimi altri un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella storia della Chiesa.

Vedi anche la scheda del libro:


venerdì 2 settembre 2022

Giorgio Bernardelli Mons. Roberto Repole e il senso del vivere per-dono

Giorgio Bernardelli
Mons. Roberto Repole
e il senso del vivere per-dono

L’arcivescovo di Torino spiega il tema che farà da filo conduttore al Festival della Missione, in programma a Milano dal 29 settembre al 2 ottobre. «La Chiesa non può fare a meno di trasmettere Cristo. Ma solo la gratuità oggi è in grado di fare breccia nel cuore dell’uomo»


Mancano poche settimane ormai al Festival della Missione, l’evento che dal 29 settembre al 2 ottobre vedrà convergere a Milano il mondo missionario italiano. “Vivere per-dono“ è il tema che farà da filo conduttore alle giornate. Una definizione di missione che deve molto a monsignor Roberto Repole, teologo torinese, già presidente dell’Ati (l’associazione dei teologi italiani), che al dono come categoria privilegiata per rileggere la missione ha dedicato negli ultimi anni due libri “La Chiesa e il suo dono (Queriniana 2019) e “Il dono dell’annuncio” (San Paolo 2021) – divenuti in fretta un punto di riferimento per la riflessione sull’evangelizzazione oggi. Nel febbraio scorso, inoltre, a 55 anni Repole è stato scelto da Papa Francesco come nuovo arcivescovo di Torino, la sua città. È dunque in questa duplice veste di teologo e di pastore che gli abbiamo chiesto di parlarci delle sfide che la missione pone oggi alla Chiesa italiana. 

«Nella cultura odierna – spiega monsignor Repole – aleggia la paura che la missione sia imparentata con la forza o addirittura con la violenza. Viviamo in un contesto molto sensibile alla libertà di ciascuno e si rischia di pensare che la missione sia ormai qualcosa di improponibile. Al contrario, invece, l’idea del “vivere per dono” penso possa sollecitarci a una nuova riflessione e forse anche a nuove pratiche che rispondono a queste paure. Perché la Chiesa non può fare a meno di trasmettere Cristo. Ma se vuole tenere conto della libertà delle persone ed essere conforme al Vangelo, la missione deve avere il volto di un dono gratuito, libero, offerto con fiducia all’altro».

Nuove pratiche della missione: quali?
«La missione, ormai, non è più solo quella ad gentes, verso i popoli lontani, ma deve svolgersi anche dentro questo nostro ambiente che formalmente ha ricevuto il Vangelo, ma ormai è in via di scristianizzazione. Ripartire dalla logica del dono ci aiuta in tutti i contesti, perché la gratuità è la quintessenza del Vangelo. Stando attenti a non tradirla».

In che senso?
«Guardiamoci dalla tentazione di legare a noi le persone. Anche l’offerta del Vangelo è gratuita, aperta alla libertà dell’altro. Che comprende la possibilità del rifiuto o dell’indifferenza».

Lei indica l’ospitalità come una parola chiave della missione.
«Quando offre il Vangelo la Chiesa non fa altro che dire: c’è un posto per te in Dio. Ma l’ospitalità è un movimento in due direzioni: si apre uno spazio in chi fa il dono, ma anche in chi lo riceve. Da questo punto di vista l’esperienza della missione ad gentes ci dice che – laddove si è realizzata davvero – la Chiesa ha offerto il Vangelo, ma insieme si è scoperta nuova. Grazie al fatto di essere accolta si è ritrovata più ricca, sviluppando aspetti che prima non c’erano».
Vale anche per l’incontro con le altre religioni?
«Sì, quando la Chiesa dialoga senza mettere tra parentesi il Vangelo. Partendo dalla propria identità riceve dalle altre religioni la possibilità di cogliere nuove profondità della propria fede».

Da qualche mese il Papa l’ha chiamata a guidare una grande arcidiocesi italiana: che cos’è la missione oggi per Torino?
«La vedo come la possibilità di prendere atto – lucidamente, ma anche in maniera serena – che la cristianità è finita: non possiamo più dare per scontato che essere torinesi voglia dire essere cristiani. Non è più così, eppure le nostre chiese sono ancora strutturate come se lo fosse. Dobbiamo ripensarci accettando questa realtà. Ma, insieme, dobbiamo tornare ad annunciare il Vangelo agli adulti e ai giovani in particolare. E lo stile del dono mi sembra l’unica via che abbiamo».

Nella prima lettera che ha inviato all’arcidiocesi lei ha parlato della necessità di una verifica sulle strutture che appesantiscono la vita delle nostre comunità.
«È un aspetto concreto di questo discorso: chiediamoci se queste strutture oggi ci aiutano a vivere il Vangelo e a trasmetterlo ad altri, o non diventano invece un ostacolo. Per curarle finiamo per essere travolti da problemi che ci distolgono dalla relazione con le persone che cristiane non sono. Proprio l’esperienza di chi viene dai Paesi di missione ci mostra che se ci alleggeriamo non è finita la Chiesa. Anzi in molti casi è più giovane e vitale della nostra».

Dove, al contrario, dovremmo esserci e invece non ci siamo?
«Penso all’ambito culturale: mi colpisce che quando risuonano parole che vengono dal Vangelo si avverte subito intorno una grande sete. La cultura dominante segnata dal relativismo, dal nichilismo, dalla mancanza di prospettive di alto respiro, genera solitudini e povertà di senso. Ma noi corriamo il rischio di non esserci. Non servono cose straordinarie: semplicemente renderci conto della forza delle parole del Vangelo. A patto che per noi siano autentiche, non annegate in una retorica che non dice più nulla».

Ma in un contesto come questo che valore ha il fatto che dall’Italia ci siano ancora persone che partono per andare ad annunciare il Vangelo agli estremi confini della Terra?
«In passato era il segno di Chiese solide, forti, che mandavano propri figli là dove il Vangelo non c’era. Oggi viviamo noi stessi in un contesto che chiede una nuova evangelizzazione. Ma chi parte ha un grande valore simbolico per tutti. Ci dice che se vogliamo tornare a offrire il Vangelo anche qui dobbiamo attrezzarci con la stessa radicalità di chi lascia tutto, partendo per un’avventura che per molti versi rimane un’incognita. E lo fa mettendo in conto anche il martirio, come abbiamo visto recentemente con la vita donata da suor Luisa Dell’Or­to ad Haiti. Come cristiani non abbiamo più confidenza con l’idea che annunciare il Vangelo possa incontrare anche un rifiuto tale da portare alla morte. È un richiamo alla radicalità che ci fa annunciare il Vangelo anche in mezzo all’indifferenza di oggi».

Che cosa le piacerebbe che si portasse a casa da Milano chi parteciperà al Festival della Missione?
«L’idea che senza la missione e l’urgenza di trasmettere Gesù Cristo agli altri non può esserci la Chiesa. Ma anche la consapevolezza della necessità di ripensare che cosa significa annunciare il Vangelo qui e oggi. Facendo i conti fino in fondo con la cultura che viviamo e con il mondo in cui siamo immersi». MM

Congressino Pime col Cardinale Zuppi

Il 17 e 18 settembre il 91° Congressino missionario, il tradizionale appuntamento di inizio anno sociale al Pime di Milano, sarà un’altra tappa di avvicinamento al Festival della Missione. Cuore della due giorni sarà come ogni anno la Messa della domenica alle 10.30 con la consegna del crocifisso ai missionari del Pime, alle missionarie dell’Immacolata e ai laici dell’Alp in partenza per la prima destinazione.
A presiedere il rito sarà quest’anno il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Il Congressino sarà il momento culminante della campagna “Sale della terra” a sostegno dei missionari del Pime in Thailandia, che festeggiano quest’anno i 50 anni di presenza nel Paese. Tante le proposte per le famiglie con i laboratori per bambini, tra cui al sabato pomeriggio anche alcune letture animate nella Biblioteca del Pime.
Alla Thailandia e agli incontri in missione sarà dedicato infine domenica alle 17.30 uno spettacolo del cabarettista Michele Diegoli.
(fonte: Mondo e Missione 01/09/2022)


lunedì 21 febbraio 2022

Quando Mahmood&Blanco, Elisa e Morandi servono ad annunciare il Vangelo - Don Matteo Selmo: "Ho cantato Brividi nell'omelia per far capire ai ragazzi com’è forte l’amore di Dio”

Quando Mahmood&Blanco, Elisa e Morandi
servono ad annunciare il Vangelo


Don Matteo Selmo, parroco di Lonato del Garda, durante l’omelia ha preso spunto dalle tre canzoni finaliste di Sanremo: «Tutte le domeniche spiego il Vangelo attraverso la quotidianità»

«A me sembra di non aver fatto nulla di eccezionale. Tutte le domeniche, con don Osvaldo proviamo ad annunciare il Vangelo portandolo alla concretezza di tutti i giorni» così don Matteo Selmo, 38enne co-parroco di Lonato del Garda, in provincia di Brescia, ha provato a spiegare stupito questo inatteso clamore che ha riscosso la sua omelia, risalente alla domenica successiva alla finale di Sanremo 2022 e nella quale ha inserito le tre canzoni finite sul podio durante l’ultima edizione della kermesse canora. ​«Chi ci ascolta a Messa, la nostra gente, i nostri parrocchiani sono abituati a sentire una parola che è spezzata nella quotidianità» ha aggiunto ancora don Selmo in un'intervista alla radio Vaticana.

Il sacerdote ha preso spunti di riflessione nella sua omelia dalle canzoni Brividi di Blanco e Mahmood, O forse sei tu di Elisa e Apri tutte le porte di Gianni Morandi, interpretandone un passaggio breve vocalmente, ma soprattutto provando a dare loro un senso «per portare il Vangelo nella vita di tutti i giorni. E questo è l’insegnamento di Gesù, che nel suo stare tra la gente contestualizzava la parola del Padre nella vita di tutti i giorni». ...


Guarda il video dell'omelia integrale

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Don Matteo Selmo: "Ho cantato Brividi nell'omelia per far capire ai ragazzi com’è forte l’amore di Dio”

Per il video su Blanco e Mahmood mi hanno scritto i ragazzini, per Morandi i genitori e i nonni: la musica parla davvero a tutti

Non è famoso come il suo omonimo interpretato in tv da Terence Hill, ma poco ci manca: don Matteo Selmo, 38enne co-parroco di Lonato del Garda, nel Bresciano, e coordinatore della pastorale giovanile della zona, è diventato una star sui social per aver cantato dal pulpito - durante un'omelia domenicale - i ritornelli delle tre canzoni vincitrici dell'ultimo Festival di Sanremo. Nel video diventato virale, Selmo immagina che San Pietro e San Remo (che in realtà non è mai esistito) invitino i fedeli ad "aprire tutte le porte" come nel brano di Gianni Morandi e che per cercare Dio nella quotidianità ci si debba chiedere "Forse sei tu?" come Elisa. Ma soprattutto che i "Brividi" con cui Mahmood e Blanco hanno vinto il Festival siano gli stessi provati da San Pietro al primo incontro con Gesù. Una canzone che citata dal pulpito può apparire provocatoria, specie alla luce del fatto che "Brividi" è già diventata un inno della comunità lgbtq+, che vi legge un'esaltazione dell'amore omosessuale.

Don Matteo, la sua interpretazione di "Brividi" in chiesa le ha procurato critiche?
"Tutti hanno capito il messaggio che volevo lanciare, ovvero che la musica può aiutarci a comprendere la parola di Dio. Ho accostato l'attualità al Vangelo, proprio come faceva Gesù quando trasformava in parabole episodi di vita quotidiana. Ho ricevuto complimenti da tutta Italia. Le critiche, anche feroci, sono arrivate quando ho parlato sui social di un altro cantante".

Ovvero?
"Achille Lauro. Dopo aver visto il suo finto battesimo sul palco dell'Ariston ho scritto un post in cui spiegavo che non condivido il suo gesto, ma che l'ho usato come spunto di riflessione. Noi cristiani dobbiamo ripensare il nostro modo di vivere la fede, concentrandoci sulla sua bellezza anziché attaccare chi la pensa diversamente. Ecco: per questo mi hanno scritto di tutto, compreso che dovrei restituire il collarino perché non sono degno di essere un prete".

Cita Mahmood nelle prediche e utilizza Achille Lauro come spunto per riflessioni teologiche. Possiamo dedurne che ha seguito con grande attenzione il Festival.
"Sì, da sempre. La musica è vita e in passato mi è capitato spesso di usare canzoni nelle omelie per rendere più chiari alcuni concetti. È un linguaggio universale, che mi permette di raggiungere tutte le generazioni. Quello che è successo negli ultimi giorni è emblematico".

Cioè?
"Blanco, che è delle nostre parti e ha una fidanzata proprio di Lonato, ha visto su TikTok un video della predica e l'ha definito "incredibile". Dopo quella dichiarazione, sono stato sommerso dai messaggi di ragazzi entusiasti perché il loro idolo mi aveva fatto i complimenti. Qualche giorno dopo è stato Gianni Morandi a notare la clip e a condividerla su Facebook. A quel punto mi hanno scritto i genitori e i nonni. È bellissimo, specialmente perché diffondendo quel video si parla del Vangelo".

Ha una canzone preferita tra quelle che ha citato dal pulpito?
"Sono un grande fan di Elisa e mi è capitato in varie occasioni di usare i suoi successi. Anzi, ora sto aspettando con impazienza la sua reazione al video: dopo Blanco e Morandi, manca solo lei. A parte gli scherzi, la canzone da cui ho tratto più volte ispirazione è "Via del Campo" di Fabrizio De André, in particolare per i versi "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". È molto profonda".

Si aspettava tanto successo per la sua omelia musicale?
"Assolutamente no. Chi conosce la mia passione per la musica trova ormai queste mie uscite assolutamente normali, e i parrocchiani hanno imparato ad aspettarsele. Avevo già preparato la predica di domenica 6 febbraio prima che si concludesse il Festival, ma quando ho visto la classifica mi è venuto spontaneo pensare che dalle canzoni vincitrici si potevano trarre spunti interessanti. Così ho inserito le frasi dei vari brani".

Come vive la sua improvvisa popolarità?
"La butto sul ridere e quando serve mi allontano dal cellulare, che squilla in continuazione. Non voglio che i riflettori siano puntati su di me, però sono felice perché chi mi scrive non parlano delle canzoni, ma del Vangelo e questo è sempre un bene. È Gesù il vero figo e l'ha dimostrato anche stavolta".
(fonte: Repubblica, articolo di Lucia Landoni 21/02/2022)

martedì 8 ottobre 2019

Enzo Bianchi: «Rimettere Gesù al centro»

Enzo Bianchi: «Rimettere Gesù al centro»

Le sfide della missione in un mondo globale: inculturazione, dialogo, ecumenismo, salvaguardia del Creato, migranti, ministerialità… Nel Mese missionario straordinario dialogo a tutto campo con Enzo Bianchi, della comunità di Bose.


«Siamo in un momento di grande trapasso in cui ci rendiamo conto che un certo tipo di missione con ogni probabilità non è più sentito come decisivo e fondamentale per la vita della Chiesa. Quindi il fatto che si celebri un mese straordinario e si cerchi di attirare l’attenzione dei fedeli sul tema della missione è assolutamente necessario e urgente». Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, di cui è stato priore sino al gennaio del 2017, si confronta volentieri sulle grandi questioni che interpellano la missione – e i cristiani tutti – nel mondo contemporaneo.

Fratel Enzo, che cosa significa oggi l’evangelizzazione ad gentes in un mondo e in una Chiesa “globali”?
«Da un lato, non possiamo più pensare l’evangelizzazione ad gentes come la pensavo io nella mia infanzia, nel senso di portare semplicemente il Vangelo a chi non lo conosceva. Resta però il fatto che noi cristiani questa speranza del Vangelo della Resur­rezione, dell’unica salvezza che viene da Cristo, l’abbiamo dentro. E abbiamo, prima ancora del dovere, la passione di comunicarla proprio per la fede e l’amore che abbiamo per Gesù Cristo. Ma non si tratta più di andare ad annunciare il Vangelo, imponendolo in qualche modo o “sfruttando” le situazione, ma si tratta di dare una testimonianza in mezzo alle genti. In questo senso, la missione ad gentes non finirà mai finché i popoli non saranno sulla via della conoscenza di Cristo e in attesa della salvezza che viene da Lui. Le forme sono molte. Con ogni probabilità, oggi, in certe zone è possibile essere solo presenti, dare testimonianza, non annunciare il Vangelo a parole, ma viverlo. Ma questo era già previsto. Nella sua regola, ad esempio, Francesco diceva che i frati, quando andavano tra i saraceni – che era l’islam di allora – non dovevano pensare di dirsi cristiani, ma semplicemente testimoniare la fede facendo il bene, con l’amore.
Indubbiamente, sono cambiate le situazioni. Oggi abbiamo un approccio molto diverso nei confronti delle genti e delle loro culture, un approccio di grande rispetto in cui vogliamo scoprire ciò che è già presente del Vangelo, i semi della Parola e dello Spirito Santo, che non mancano mai. Quindi c’è più un incontro che un dono che dobbiamo semplicemente fare loro. Anzi, dobbiamo saper anche accogliere i doni che ci vengono dalle altre culture, dalle loro tradizioni religiose, dalla loro ricerca spirituale e di amore, che non possiamo assolutamente negare».

Papa Francesco ripete spesso la necessità che la Chiesa tutta e ciascun battezzato siano autenticamente missionari. Eppure il tema della missione sembra sempre più estraneo alle comunità cattoliche o relegato a piccoli gruppi di solidarietà. Qual è la sua impressione?
«Manca nei nostri popoli un atteggiamento che possa dirsi davvero missionario soprattutto qui, nelle terre di antica cristianità, dove la fede sta venendo meno e la trasmissione si è inceppata. Ma anche questo desiderio che altri possano conoscere Gesù Cristo si è molto spento; c’è una grande indifferenza nei confronti della missione. È vero che sono diminuite tutte le vocazioni, ma quelle missionarie sono forse le più scarse e difficili. Questo dovrebbe anche farci riflettere su come noi, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, abbiamo chiesto ai laici di partecipare alla missione, proponendo semplicemente qualche forma di volontariato, che però non li metteva in quella possibilità di darsi radicalmente a Gesù, in una dedizione di tutta la vita».

In un mondo in trasformazione, specialmente nelle metropoli, che significato e attualizzazione ha oggi l’inculturazione?
«Quello dell’inculturazione è forse il tema più grave che attende la Chiesa. È la frontiera davanti. È significativo che l’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Amazzonia, al di là del problema ecologico, ponga come altra grande questione quella di come si è inculturata – e se si è inculturata – la fede all’interno della cultura dei popoli dell’Amazzonia. Ma noi dobbiamo chiederci anche se abbiamo fatto un’inculturazione della fede ad esempio in Oriente, oltre che in Africa, dove, di fronte a culture tradizionali, il Vangelo rappresentava una tale novità che era in qualche misura più “facile”. Ma quando affrontiamo culture antiche e raffinate, come l’induismo o il buddhismo, che hanno una ricerca secolare di Dio, fatta in maniera estremamente elaborata, dobbiamo chiederci se abbiamo saputo inculturare il cristianesimo o se lo abbiamo espresso semplicemente con categorie latino-occidentali. A partire dagli anni Settanta, si è riflettuto sul tema dell’inculturazione in maniera molto seria e teologica; poi, però, praticamente siamo rimasti paralizzati.
L’inculturazione non può essere fatta solo con teologi, liturgisti e altri a tavolino, ma si tratta di vedere la creatività reale dei popoli, la loro capacità di fecondità nel dire la fede in termini che sono loro, e di esprimere la liturgia in gesti e segni che non sono i nostri».

A suo avviso, sono stati fatti passi avanti in questo senso?
«Poco o niente. Nei primi secoli, la Chiesa, uscendo dal giudaismo, ha saputo diventare greca, siriaca, copta egiziana… Son fiorite le Chiese che hanno espresso loro liturgie e credo. Poi, invece, c’è stata un’“ingessatura”, soprattutto in Occidente, da parte della Chiesa romana e della latinità. E così oggi continuiamo esattamente a celebrare, ad esempio, in Africa con una liturgia che è quella medievale della Chiesa romana. Non bastano i ritocchi. Va ripensata l’espressione stessa della fede e vanno ripensati i vari riti della liturgia. Non è facile. L’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Amazzonia pone il problema. Ma non ho molta speranza che si faranno dei passi avanti, perché, nell’attuale fase di trapasso, noi occidentali siamo troppo occupati dal tema della mancata trasmissione della fede e della riduzione della comunità cristiana a piccola minoranza, per poter essere attenti a questi temi. Certamente dovrebbero farlo in particolare i missionari e le Chiese che sono in Africa e Asia, perché l’inculturazione è soprattutto in questi due continenti che ci attende. Temo però che la paura si impadronisca del Sinodo e non si riesca ad andare avanti».

Il cristianesimo sta crescendo in varie parti del mondo, mentre, come si diceva, è in crisi nella “vecchia” Europa. Stiamo diventando anche noi terra di missione? La missione non è più solo questione di frontiere geografiche, ma di “periferie” esistenziali?
«Già alla fine della guerra in Francia si diceva: “France, terre de mission”. Qualcuno aveva intuito che la missione andava fatta non solo nelle colonie. Ma ora ne siamo certi, perché le comunità cristiane sono ridotte a minoranza, la marea è l’indifferenza, non è più l’ateismo o una posizione contraria alla Chiesa. Ma in tutto questo, la grande ignoranza riguarda Gesù Cristo. Le nuove generazioni non sanno più assolutamente che cos’è il Vangelo e chi è Gesù Cristo. O c’è veramente un salto missionario, che riesca a evangelizzare le nostre terre o il cristianesimo scomparirà. Entro trenta-quarant’anni, a macchia di leopardo, la maggior parte delle terre europee non saranno più non dico cristiane – non lo sono più già adesso – ma non avranno neppure una presenza e una voce cristiane significative. Le comunità cristiane rischiano di essere delle minoranze in diaspora. E quando c’è la disseminazione la situazione diventa davvero difficile e faticosa per il sopravvivere della fede. In un contesto ostile come in Medio Oriente, i cristiani sono riusciti a vivere in minoranze e piccole Chiese nella marea musulmana; ma sono una cultura e un mondo diversi. Quello che ci è attorno non è ostile, è indifferente; non interessa la ricerca di Dio, non interessa il Vangelo. Allora, o abbiamo la capacità di rendere di nuovo Gesù Cristo eloquente o il cristianesimo in Europa non ha un domani».

Dialogo interreligioso ed ecumenismo sono stati spesso importanti per la missione. Le sembra che ci siano ancora sensibilità e impegno in questi ambiti?
«Nel campo dell’ecumenismo si sono fatti dei passi, soprattutto nelle terre di missione dove c’è una reale collaborazione tra Chiese. In quello delle religioni è indubbiamente più difficile. Con l’islam il dialogo è faticoso, al di là di contesti in cui ci sono organismi che lo portano avanti. Penso al Sudan o alla Nigeria, dove ci sono anche situazioni di persecuzione. Il dialogo con le religioni si impone come impegno sempre più grande e doveroso – ed è quello d’altronde che cercano di fare Papa Francesco e gli organismi del Vaticano – però non è così facile. L’ecumenismo avanza di più ed è semmai più difficile in terre di antica cristianità, come Russia, Romania o Bulgaria».

Il Sinodo per l’Amazzonia pone anche altre questioni cruciali per tutta la Chiesa, come quella della ministerialità. Che cosa ne pensa? E del ruolo delle donne nella Chiesa?
«Per l’Amazzonia qualcosa si può ottenere, ad esempio che le comunità che non hanno un pastore e non hanno l’eucaristia possano averli. E data la scarsità di un clero celibe, credo che passare a un clero uxorato, attraverso la formula di uomini sposati che hanno mostrato sufficiente qualità di vita cristiana e di fedeltà e abbiano un certa preparazione, sia importante. Vorrei che ci fosse il coraggio di una ministerialità riservata alle donne, non nel senso di conferire loro l’ordine. Oggi non c’è neppure la possibilità di discuterlo nella Chiesa cattolica o di ipotizzarlo per il domani; ci sono posizioni da parte della maggioranza dei teologi e del magistero per cui è un tema indiscutibile. Ma senza conferire l’ordine si può inventare un magistero per le donne. Questo, secondo me, sarebbe un cambiamento molto forte nella Chiesa cattolica: poter avere donne che fanno l’omelia, ad esempio, e fanno risuonare il Vangelo all’interno di una visione femminile e non soltanto maschile. Temo però che attualmente non si riesca a farlo. Anche la commissione creata da Papa Francesco è un’operazione archeologica. I diaconi li abbiamo risuscitati dopo il Concilio Vaticano II, ma hanno portato davvero un cambiamento nella Chiesa? Non basta risuscitare un ministero, bisogna avere il coraggio di crearne di nuovi da dare ad alcuni laici, tra cui le donne: questo potrebbe contribuire a cambiare il volto della Chiesa e a dare alle donne responsabilità che attualmente non hanno. Credo che sia importante».

La salvaguardia del Creato è un tema missionario? Quanto è sentito all’interno della Chiesa?
«È un tema decisivo ed essenziale che Papa Francesco con la Laudato Si’ ha portato a un livello di attenzione che la Chiesa cattolica prima non aveva assolutamente. È un tema urgente e credo che per le nuove generazioni possa essere uno sfondo su cui avviene l’evangelizzazione. Anche in questo ambito, dobbiamo inventarci come essere culturalmente significativi nella società di oggi.
L’orizzonte ecologico è molto importante e lo sarà sempre di più. Non dimentichiamo, però, che il principio vero è Gesù Cristo per il quale, attraverso il quale e con il quale Dio ha creato tutte le cose. Per questo dobbiamo avere una visione della creazione che è Cristo-centrica. Allora, forse, faremo anche a livello di fede un cambiamento di atteggiamento verso il cosmo, la natura e il Creato. Gesù Cristo è il fondamento dell’ecologia. È lui cieli nuovi e terra nuova. I due temi, ecologia e poveri, sono sempre strettamente legati. Questo è anche merito di Papa Francesco e della Laudato Si’».

E la questione migranti?
«È una questione assoluta e, d’altro canto, tutta la storia della Chiesa lo dimostra. Gesù stesso lo afferma in quell’orizzonte escatologico in cui dice: “Ero straniero e mi avete accolto”. Oggi Papa Francesco ha giocato la sua popolarità su questo tema, rifacendosi al Vangelo. Ci sono però porzioni della Chiesa che sono critiche proprio su questo. Dal grande entusiasmo iniziale verso il Pontefice, si è passati a una grande porzione di fedeli, ma anche di preti all’interno delle parrocchie, che dicono che Francesco sta esagerando, è ossessionato da questo tema; non lo seguono, restano perplessi. Io li chiamo “cristiani del campanile” che si oppongono ai “cristiani del Vangelo”. Papa Francesco ha il merito di aver fatto “scoppiare” questa divisione all’interno della comunità cristiana, tra quelli che seguono il Vangelo e devono tener conto dei migranti e dare accoglienza; e quelli che in qualche misura si oppongono. Certo, non sono ingenuo, non possiamo accogliere tutti e dobbiamo chiedere una governance dell’immigrazione. Non basta neppure l’Europa. Bisognerebbe chiederla a tutto il mondo. Ma gli organismi internazionali oggi non ci sono, non ci pensano, sono afoni, non fanno nulla, dall’Onu alla Comunità Europea. Anche per questo, il problema diventa tragico».

Per concludere, quali sono, secondo lei, le principali sfide dell’evangelizzazione oggi?
«Cruciale è che nella missione ci sia davvero la centralità di Gesù Cristo e che non si stemperi la missione all’interno di un’azione, seppure necessaria e urgente, che è quella della carità. Si deve avere il coraggio di tenere al centro la nostra fede in Gesù Cristo, perché è lui che ci spinge verso questa carità nei confronti dei fratelli e delle sorelle. Temo che a volte il cristianesimo si stia stemperando in posizioni morali e antropologiche, in cui non ci sono più né l’annuncio del Vangelo né la decisività della Grazia, che è l’unica fonte di salvezza per noi esseri umani».