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martedì 11 agosto 2026

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”. Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”.
Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale 

Papa Leone XIV mentre raggiunge il centro del sagrato - Foto: Vatican Media

C’è una parola che attraversa sempre più chiaramente il pontificato di Leone XIV: disarmo. Non soltanto il disarmo degli arsenali, delle armi nucleari e dei sistemi militari, ma un disarmo più profondo, che riguarda la cultura, la politica, l’economia e oggi, in modo sempre più urgente, la tecnologia. È dentro questa prospettiva che assume un significato particolare il tema scelto da Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2027: “Disarmare la tecnica, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva”.

Non è soltanto un titolo. È una direzione precisa, quasi un programma per un mondo nel quale la tecnologia ha smesso da tempo di essere soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo e sta diventando una forza capace di condizionare decisioni, relazioni, economie e persino la guerra. Il riferimento più immediato è all’intelligenza artificiale, ma il discorso di Leone XIV è più ampio: riguarda il rapporto stesso tra potere, tecnica e responsabilità umana.

Il Papa chiede infatti di interrogarsi su chi decide, con quali criteri e per quali finalità vengono progettate e utilizzate le tecnologie. E soprattutto mette in discussione l’idea, sempre più pericolosa, secondo cui ciò che una macchina può fare diventa automaticamente anche moralmente accettabile.

Disarmare la tecnica

È proprio questa la radicalità della proposta di Leone XIV. Il Papa non invita semplicemente a regolamentare l’intelligenza artificiale, né si limita a chiedere prudenza nell’impiego delle nuove tecnologie. Usa deliberatamente un verbo forte: disarmare.

Quando presentò “Magnifica humanitas”, Leone XIV spiegò personalmente la scelta di quella parola: “L’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata”. E aggiunse: “La parola è forte, lo so, ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.

Oggi quella frase acquista un peso ancora maggiore. Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia utilizzata per scrivere testi, produrre immagini, elaborare dati o assistere il lavoro umano. È sempre più presente nei sistemi di sicurezza e di difesa, nell’analisi delle informazioni, nella sorveglianza, nella selezione degli obiettivi e nei processi decisionali legati ai conflitti.

Da qui nasce una domanda che non può essere elusa: fino a che punto possiamo delegare a sistemi automatici decisioni che riguardano la vita e la morte? Leone XIV ha già dato una risposta netta: “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”.

È un passaggio di enorme importanza. La responsabilità morale non può essere trasferita alla macchina. Un algoritmo può calcolare, selezionare, prevedere, classificare, ma non può assumere la responsabilità morale di una decisione che produce sofferenza, morte o distruzione. La macchina non può diventare un alibi. E la pace non può essere affidata alla presunta neutralità della tecnica.

La responsabilità della politica

Il secondo elemento decisivo del tema della Giornata Mondiale della Pace 2027 è la politica. Non una politica ridotta alla gestione dell’emergenza, ma una politica chiamata ad anticipare i pericoli, prevenire i conflitti e costruire condizioni di giustizia.

La formula scelta da Leone XIV, “la politica come responsabilità preventiva”, contiene una critica implicita a una politica che troppo spesso interviene quando la guerra è già iniziata, quando le vittime sono già numerose e quando la macchina militare è ormai in movimento. La prevenzione significa invece agire prima: costruire accordi internazionali, rafforzare il diritto, difendere la dignità delle persone, impedire che le nuove tecnologie diventino strumenti di dominio e stabilire limiti condivisi all’impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti.

È una visione della politica molto diversa da quella fondata sulla deterrenza permanente, sulla corsa agli armamenti e sulla convinzione che la sicurezza possa essere ottenuta accumulando strumenti sempre più sofisticati di distruzione.

Il richiamo alla giustizia

Il nuovo tema si colloca nel solco della riflessione sviluppata da Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica humanitas”. Il Papa afferma che “la pace, non solo l’assenza di guerra, è la giustizia all’opera”.

È una frase che merita di essere presa sul serio. Significa che la pace non può essere ridotta a un semplice intervallo tra due guerre. Non basta che i missili non vengano lanciati, non basta che i bombardamenti cessino. Una pace autentica richiede condizioni sociali, economiche e politiche che rendano possibile la vita dignitosa dei popoli.

Ed è qui che la questione tecnologica si intreccia con quella sociale. Una tecnologia che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi, che aumenta le disuguaglianze, che produce nuove forme di esclusione o che trasforma il conflitto in una fonte di profitto non può essere considerata automaticamente progresso.

Nella stessa “Magnifica humanitas”, Leone XIV contrappone all’”industria della guerra” l’”artigianato della pace”. È una delle immagini più forti della sua riflessione. L’industria della guerra è organizzata, potente, tecnologicamente avanzata, sostenuta da enormi interessi economici e politici. L’artigianato della pace, invece, è fatto di relazioni, ascolto, pazienza, diplomazia, solidarietà, giustizia e ricostruzione. Ma proprio perché è fragile, deve diventare una scelta politica.

Dal disarmo delle armi al disarmo del cuore

La scelta del tema per il 2027 non arriva improvvisamente. È la prosecuzione di un percorso iniziato con il primo messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026, significativamente intitolato “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”.

Già allora il Papa aveva scelto di andare alla radice della questione. “La pace sia con voi!”, aveva scritto, ricordando il saluto di Cristo risorto, e aveva definito quella cristiana “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”.

Il significato di quel “disarmata e disarmante” era già molto più ampio del semplice rifiuto delle armi. Leone XIV parlava di un disarmo del cuore, della mente e della vita. Nel messaggio aveva ricordato che il Giubileo della Speranza aveva sollecitato milioni di persone a riscoprirsi pellegrini e ad avviare dentro di sé proprio “quel disarmo del cuore, della mente e della vita”.

Ora il percorso si allarga alla tecnica: prima il disarmo dell’uomo dalla logica della guerra, poi il disarmo delle tecnologie che rischiano di essere assorbite dalla stessa logica. È una continuità importante, perché per Leone XIV la guerra non nasce soltanto dalle armi. Nasce anche dalle parole, dalla propaganda, dalla disumanizzazione dell’avversario, dall’indifferenza, dalla paura, dalla ricerca del dominio. E nasce anche quando la tecnologia viene separata dalla coscienza.

Disarmare anche le parole

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza un’espressione particolarmente significativa: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. E aggiunge che “la pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri”.

È una riflessione che assume un valore particolare nell’epoca dei social network, dell’informazione istantanea e dei sistemi generativi capaci di produrre in pochi secondi quantità immense di contenuti. La guerra può essere combattuta anche prima che comincino gli spari. Può essere combattuta nelle immagini, nei racconti, nelle manipolazioni, nella costruzione dell’odio. Può essere preparata attraverso la trasformazione dell’altro in un nemico assoluto.

Per questo “disarmare la tecnica” significa anche impedire che la tecnologia venga utilizzata per moltiplicare la paura, diffondere menzogne, alimentare polarizzazioni e rendere più facile la disumanizzazione di interi popoli. La questione non è dunque soltanto che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è: quale società vogliamo costruire attraverso l’intelligenza artificiale?

Babele o Gerusalemme

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza la contrapposizione biblica tra Babele e Gerusalemme. La tecnologia può diventare una nuova Babele quando viene trasformata in strumento di autosufficienza, profitto e dominio, quando l’efficienza diventa più importante della persona e quando il progresso viene separato dalla solidarietà. Ma può diventare anche uno strumento per “ricostruire Gerusalemme”, cioè per ricomporre legami, cooperare e servire il bene comune.

“Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”: in questa frase è racchiusa una delle frontiere etiche del nostro tempo. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnologia. E soprattutto non può essere lasciata senza una responsabilità politica e internazionale.

Il richiamo alla tradizione della Chiesa

Questa posizione si inserisce in una lunga tradizione della Chiesa sul disarmo e sulla pace. Nel messaggio per il 2026 Leone XIV aveva richiamato direttamente Giovanni XXIII e la “Pacem in terris”, enciclica che aveva posto con forza il tema della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla carità e sulla libertà. Aveva inoltre ricordato il Concilio Vaticano II e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.

La linea è dunque chiara: Leone XIV non considera la pace una questione separata dalla dignità umana, dalla giustizia sociale e dalla cooperazione internazionale. E non considera il riarmo una risposta sufficiente all’insicurezza.

Al contrario, invita a spezzare quella che potremmo definire la spirale della paura: più paura, più armi; più armi, maggiore tensione; maggiore tensione, maggiore necessità di nuovi armamenti.

La stessa immagine biblica citata nel messaggio del 2026 resta emblematica: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

È un’immagine antica, ma sorprendentemente contemporanea. Perché oggi le “spade” non sono soltanto carri armati e missili. Sono anche sistemi autonomi, algoritmi militari, droni intelligenti, strumenti di sorveglianza e tecnologie capaci di rendere la guerra più rapida, più impersonale e potenzialmente più difficile da fermare.

Ricostruire, non soltanto disarmare

C’è però un altro aspetto del messaggio di Leone XIV che merita particolare attenzione: disarmare non è sufficiente. “Dobbiamo costruire”, afferma il Papa.

È forse questo il cuore più umano della sua proposta. Leone XIV ricorda la propria esperienza missionaria in Perù e le situazioni di ricostruzione affrontate dopo le inondazioni. “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto”, racconta. “Significa riparare i legami, ripristinare la fiducia e risvegliare la speranza nel futuro”. E soprattutto: “Nessuno ricostruisce da solo”.

Questa frase può essere letta come una vera chiave politica del pontificato. Non basta fermare una guerra se non si ricostruiscono le comunità. Non basta spegnere un conflitto se restano intatte le ingiustizie che lo hanno alimentato. Non basta regolamentare l’intelligenza artificiale se non si costruisce una cultura della responsabilità.

La pace è un’opera collettiva. Per questo Leone XIV parla di istituzioni e cittadini, Paesi ricchi e Paesi poveri, centri di potere e periferie. Tutti devono essere coinvolti nella costruzione del futuro.

La sfida per il mondo

Il messaggio annunciato per il 2027 guarda dunque al futuro, ma parla soprattutto al presente. Parla a un mondo attraversato da guerre, riarmi, crisi umanitarie e profonde fratture internazionali. Parla a una società nella quale l’intelligenza artificiale corre più rapidamente delle regole capaci di governarla. Parla ai governi, alle industrie tecnologiche, agli scienziati, agli eserciti, alle organizzazioni internazionali e alla società civile.

E pone una questione essenziale: chi governerà il futuro?

La risposta di Leone XIV non sembra essere la tecnica stessa. E neppure il mercato lasciato senza regole. Tantomeno la forza militare. Il futuro, nella visione del Papa, deve essere governato dalla responsabilità.

“Le decisioni sulla tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità”, aveva detto già presentando “Magnifica humanitas”. È un principio semplice, ma rivoluzionario, perché restituisce all’essere umano ciò che nessun algoritmo dovrebbe possedere: la responsabilità delle proprie scelte. E restituisce alla politica il compito di orientare la tecnica verso il bene comune.

La pace come scelta concreta

Il nuovo tema della Giornata Mondiale della Pace non è dunque un semplice invito spirituale. È anche una domanda rivolta alla coscienza del nostro tempo. Che cosa facciamo della nostra intelligenza? Che cosa facciamo delle nostre conoscenze? Che cosa facciamo della nostra capacità di creare macchine sempre più potenti?

Possiamo utilizzare la tecnica per curare oppure per distruggere, per avvicinare oppure per sorvegliare, per liberare oppure per dominare. Possiamo trasformare l’intelligenza artificiale in un acceleratore delle disuguaglianze oppure orientarla verso un autentico bene comune.

Per Leone XIV, la scelta non è inevitabile. Dipende dall’uomo, dalla politica e dalla capacità della comunità internazionale di assumersi responsabilità prima che le tecnologie diventino strumenti irreversibili di guerra. E dipende anche da ciascuno di noi.

Perché il disarmo al quale il Papa continua a richiamare non comincia soltanto nei palazzi delle istituzioni internazionali. Comincia dentro la persona: nel modo in cui guardiamo l’altro, nel linguaggio che utilizziamo, nella capacità di ascoltare, nel rifiuto della violenza come metodo per risolvere i conflitti.

Dal “disarmo del cuore” evocato nel messaggio per il 2026 al “disarmo della tecnica” che caratterizzerà la Giornata del 2027, Leone XIV sembra dunque voler costruire un’unica grande riflessione sulla pace. Una pace che non sia semplicemente la pausa tra due guerre, ma giustizia, responsabilità, cura della persona e fraternità.

Una pace che sappia dire no alla trasformazione dell’intelligenza in arma e che sappia invece trasformare l’intelligenza dell’uomo e le sue straordinarie conquiste tecnologiche in strumenti al servizio della vita.

In fondo, il messaggio di Leone XIV può essere riassunto proprio nella logica che attraversa “Magnifica humanitas”: non dobbiamo avere paura del progresso, ma dobbiamo avere paura di un progresso senza coscienza.

Perché una macchina sempre più intelligente non rende automaticamente più intelligente l’umanità.

La vera sfida, allora, è fare in modo che la tecnologia rimanga umana. E che la pace non venga affidata alla potenza delle armi, ma alla forza della responsabilità, della giustizia e della fraternità.

(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 11/08/2026)


venerdì 2 gennaio 2026

SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO - LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE - Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
CAPPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
Giovedì, 1° gennaio 2026


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Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade 
ma nel perdono, accogliendo tutti

Nella Solennità di Maria Madre di Dio, il Papa presiede la Messa nella Basilica vaticana e, all'inizio del nuovo anno, incoraggia a vivere "liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono", aperti allo spirito di fratellanza "senza calcoli e senza paura". E, in prossimità della fine del Giubileo della speranza, l'invito è di accostarsi al presepe, "nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza"


“Nella gioia dell'Ottava del Santo Natale veneriamo Maria Santissima Madre di Dio, che ha dato al mondo il Principe della pace, colui che ci riconcilia nel suo amore”

Fin dall'Atto penitenziale della Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, in campo c'è la pace, così preziosa e così fragile, dono ricevuto ma da chiedere costantemente, poiché costantemente posto a rischio dalle bramosie dell'uomo. Nella 59ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra oggi, 1 gennaio, la liturgia si fa canto di lode per la "verginità feconda" grazie alla quale Dio ha voluto donare agli uomini, come recita la preghiera di colletta all'inizio della celebrazione, i beni della salvezza eterna. È quel paradosso rimarcato ieri sera ai Primi Vespri.

Un anno nuovo, una vita nuova

Nell'omelia, commentando le letture bibliche, il Pontefice ricorda, di fronte a 5.500 fedeli presenti in basilica e alla Chiesa tutta, la "bellissima benedizione" del Signore espressa nel Libro dei Numeri ed evidenzia il rapporto tra Dio e il popolo di Israele, la "dimensione sacra e feconda del dono", la promessa di una terra in cui vivere e crescere "senza più ceppi e catene: insomma, una rinascita".

All’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Sentire l'abbraccio paterno di Dio

Citando la Gaudium et spes , il Papa evoca il destino meraviglioso promesso dal Creatore.

All’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Circa 5.500 i fedeli che hanno partecipato alla Messa nella Basilica di San Pietro. (@Vatican Media)

Il mondo non si salva eliminando i fratelli

Il Papa agostiniano ricorda quanto il Padre della Chiesa scriveva in uno dei suoi sermoni in cui parlava della totale gratuità dell'amore di Dio, tratto fondamentale DI un amore disarmato e disarmante. Parole quanto mai opportune in un tempo, come quello attuale, insidiato da progetti bellici ciechi e senza scrupoli. Le spade dell'antichità sono le sofisticate armi di oggi.

E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Maria, l'incontro tra la sua realtà "disarmata" e quella di Dio

Leone tratteggia la bellezza di Maria, "discepola umile" che ha accompagnato la missione di Gesù fino alla croce. E lo ha fatto con un atteggiamento di sana arrendevolezza e passività che diventa docilità del cuore dove l'amore può raggiungere e trasformare completamente. Lo spiega il Papa:

Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo. Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

"Il Presepe è il luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza, luogo della benedizione", ha detto Papa Leone XIV nell'omelia. (@Vatican Media)

Guardare al Presepe

Il "volto", una delle parole che più ricorrono nell'omelia di oggi. Perché la fede in Gesù Cristo è contemplare Dio fatto carne. In quella Natività, suggerisce il Successore di Pietro, immergersi. L'invito segue un'ampia citazione di San Giovanni Paolo II che il Papa fa sua. Erano le parole pronunciate alla fine del Giubileo del 2000, quando parlava del grande dono del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri. Questa gioia che ne scaturisce deve spronare a una "coraggiosa disponibilità" per ripartire nel cammino di ogni giorno. Così conclude oggi il Papa:

In questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

Il 1 gennaio, la Chiesa celebra la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. (@VATICAN MEDIA)

La preghiera universale con l'invocazione per la pace

Nell'introduzione alle intenzioni della Preghiera universale, si menzionano gli "eredi del Regno in cui risplende la pienezza della pace". E la supplica per ottenere la pace si fa esplicita ancora una volta da parte dell'assemblea: "Il Dio della pace allontani da ogni popolo l'orrore della guerra, faccia tacere il rumore delle armi, doni armonia e concordia al mondo intero". Il pensiero va in particolare ai governanti perché siano ispirati da Dio con propositi di "giustizia e di pace". Siano orientati, è la preghiera della Chiesa, verso "opere e gesti di fraternità" con azioni "concrete per la salvaguardia e la cura del creato".

I doni dell'offertorio, portati dai cantori della stella che nei Paesi di aerea germanofona raccolgono fondi per l'infanzia missionaria, vedono sfilare due famiglie con tre e quattro figli verso l'altare. Ci sono anche tre giovani, due ragazze e un ragazzo, con gli abiti dei Magi, alla processione. Sì, i giovani, il futuro. I giovani assetati di pace e speranza. Quella speranza simboleggiata dall'effige lignea, proveniente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate (SA) e posizionata per i giorni di chiusura del Giubileo accanto all'altare della Confessione in San Pietro, dove, al termine della celebrazione eucaristica, il Vescovo di Roma sosta alcuni istanti per un omaggio e un ulteriore intimo affidamento.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 01/01/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

oggi, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, inizio del nuovo anno civile, la Liturgia ci offre il testo di una bellissima benedizione: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).

Essa segue, nel libro dei Numeri, le indicazioni circa la consacrazione dei Nazirei, a sottolineare, nel rapporto tra Dio e il popolo d’Israele, la dimensione sacra e feconda del dono. L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo (cfr Gen 1,31).

Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè. Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze – il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità –, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno (cfr Es 5,6-7). Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita.

Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo “sì” ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma.

Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 41). Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Sant’Agostino insegnava che in Maria «il creatore dell’uomo è diventato uomo: perché, pur essendo l’ordinatore delle stelle, potesse succhiare da un seno di donna; pur essendo il pane (cfr Gv 6,35), potesse aver fame (cfr Mt 4,2); […] per liberare noi anche se eravamo indegni» (Sermo 191, 1.1). Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi – come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace – “disarmato e disarmante”, nudo, indifeso come un neonato nella culla. E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita. È il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione. Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.

Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

San Giovanni Paolo II, meditando su questo mistero, invitava a guardare ciò che i pastori hanno trovato a Betlemme: «La disarmante tenerezza del Bambino, la sorprendente povertà in cui Egli si trova, l’umile semplicità di Maria e Giuseppe» hanno trasformato la loro vita, rendendoli «messaggeri di salvezza» (Omelia nella Messa di Maria SS.ma Madre di Dio, XXXIV Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2001).

Lo diceva al termine del grande Giubileo del 2000, con parole che possono far riflettere anche noi: «Quanti doni – affermava –, quante occasioni straordinarie ha offerto ai credenti il Grande Giubileo! Nell’esperienza del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri, nell’ascolto del grido dei poveri del mondo […] anche noi abbiamo scorto la presenza salvifica di Dio nella storia. Abbiamo come toccato con mano il suo amore che rinnova la faccia della terra» (ibid.), e concludeva: «Come ai pastori accorsi ad adorarlo, Cristo chiede ai credenti, ai quali ha offerto la gioia di incontrarlo, una coraggiosa disponibilità a ripartire per annunciare il suo Vangelo antico e sempre nuovo. Li invia a vivificare la storia e le culture degli uomini con il suo messaggio salvifico» (ibid.).

Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

Guarda il video integrale


venerdì 19 dicembre 2025

MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 2026 - Papa Leone smaschera la “logica distorta” del Rearm Europe e della propaganda di guerra alimentata dai governi (sintesi/commento e testo integrale)

MESSAGGIO DI LEONE XIV
PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2026

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Papa Leone smaschera la “logica distorta” del Rearm Europe e della propaganda di guerra alimentata dai governi 


Nel rapporto tra cittadini e governanti si sta affermando “una logica distorta che arriva a considerare una colpa il non prepararsi alla guerra, il non essere pronti a reagire agli attacchi e a rispondere alle violenze”. Lo denuncia Papa Leone XIV nel suo Messaggio per la Giornata della Pace che sarà celebrata il prossimo primo gennaio 2026. Il Papa non discute il principio di legittima difesa, ma osserva come “questa mentalità contrappositiva rappresenti uno degli elementi più inquietanti dell’attuale destabilizzazione planetaria, sempre più drammatica e imprevedibile”.

“I ripetuti appelli all’aumento delle spese militari vengono spesso giustificati dai governanti – rileva Papa Prevost – con la presunta pericolosità dell’altro, alimentando una spirale fondata sulla paura e sul dominio della forza. In questo quadro, la deterrenza nucleare appare come l’emblema di un rapporto irrazionale tra i popoli, lontano dal diritto, dalla giustizia e dalla fiducia”.

In merito il Messaggio del Papa riporta che “nel 2024 le spese militari mondiali sono cresciute del 9,4%, raggiungendo i 2.718 miliardi di dollari, pari al 2,5% del PIL globale”, mentre “parallelamente, si assiste a un preoccupante riallineamento delle politiche educative, che sostituiscono la cultura della memoria con una narrazione permanente della minaccia”.

Da qui l’appello a “un risveglio delle coscienze, al dialogo e a una pace disarmante, fondata sulla fiducia, sull’umiltà e sul rifiuto della logica bellica come destino inevitabile dell’umanità”. “Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace”. Lo ricorda il Pontefice citando Sant’Agostino nel Messaggio per la Giornata della Pace 2026. Nel testo, Leone XIV, invita a preferire “la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui”. Il Papa sottolinea come “sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo” e ricorda le parole della Costituzione Gaudium et spes: “Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni”.

Il testo richiama l’urgenza di vigilare sul “processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari” causato dal crescente affidamento delle decisioni di vita o di morte alle macchine, e denuncia “le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che spingono gli Stati in questa direzione”. L’appello continua citando San Francesco d’Assisi: “In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose… Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti”.

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, il Papa cita Giovanni XXIII per sostenere che “l’arresto agli armamenti a scopi bellici” risulterebbe impossibile se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale, Secondo Leone XIV, “il criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti deve essere sostituito dal principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia”. Il Pontefice formula nel testo un invito alla responsabilità politica e sociale: “Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche, considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale… Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde”.

“Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza”, auspica Papa Prevost commentando le parole della Sacra Scrittura: “spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione”. Leone reclama dunque “un impegno concreto di pace, dialogo e disarmo dei cuori”.

Nel Messaggio il Papa spiega anche come “l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati”. “Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente ‘delegare’ alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane”, conclude il Pontefice.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 18/12/2025)

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TESTO INTEGRALE

La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante

“La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» ( Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfr Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfr Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi ( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata ( Prov 18,19)». [15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

LEONE PP. XIV


[1] Cfr Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).
[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.
[3] Ibid., 1.
[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.
[5] Cfr SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).
[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.
[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.
[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.
[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.
[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.
[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.
[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.
[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.

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venerdì 3 gennaio 2025

Sulla scia della marcia della pace a Pesaro: Non farsi risucchiare da una mentalità di guerra - Perché marciare per la pace?

Sulla scia della marcia della pace a Pesaro

Non farsi risucchiare da una mentalità di guerra


L’anno che è appena entrato sia un anno di impegno per tutti, affinché con scelte concrete si mettano a tacere le armi e si percorrano le strade della pace, della nonviolenza, del disarmo, dell’incontro tra popoli. È l’auspicio di don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi, all’indomani della Giornata Mondiale della Pace, il primo gennaio 2025, dal titolo scelto da Francesco, «Rimetti a noi i nostri debiti: concedi la tua pace». Un tema sul quale hanno riflettuto i partecipanti alla 57ª marcia della pace, svoltasi il 31 dicembre a Pesaro, organizzata come di consueto da Cei, Pax Christi, Agesci, Caritas Italiana, Movimento dei Focolari, Azione Cattolica, quest’anno anche da Acli Nazionali e associazione Libera. Tutti in cammino accompagnati dalle parole del Papa che «ci spinge nella direzione della pace», indica don Renato, «lui che non cessa mai di chiedere che tacciano le armi, e di indicare che la guerra è una tragedia e un suicidio». Per questo ai partecipanti alla marcia è stato anche distribuito il numero speciale della rivista «Mosaico di pace», dedicato proprio al messaggio di Francesco.

Mai come in questo anno giubilare, è necessario che la parola pace sia un impegno da declinare anche gli altri 364 giorni, così come chiesto da Paolo VI nel 1968, istituendo per il primo gennaio di ogni anno la Giornata. Per tutto il 2025 si porterà avanti una riflessione sui tre temi posti dal Papa nel suo messaggio per la Giornata: la riduzione, se non proprio il totale condono, del debito internazionale, il disarmo, l’eliminazione della pena di morte.

«Noi, come Pax Christi, siamo più impegnati sul disarmo, ma anche sulla pena di morte, e la motivazione del Giubileo è sempre quella: chi è il padrone della vita? Chi è il Signore della vita? Non siamo noi. Non abbiamo diritto di uccidere, né di condannare nessuno a morte, perché la vita ha un valore assoluto dal concepimento fino al termine dei suoi giorni e la vita non va distrutta con l’investimento in armi». Sacco quindi ribadisce la «sconfortante sproporzione» dichiarata dal presidente italiano Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, a proposito dell’aumento della spesa degli armamenti, arrivata alla «cifra record di 2.442 miliardi di dollari», il che significa «otto volte di più di quanto stanziato alla recente Cop29, a Baku, per contrastare il cambiamento climatico, esigenza, questa, vitale per l’umanità». Inoltre, «a livello globale», erano state le parole di Mattarella, «aumenta in modo esponenziale la ricchezza di pochissimi, mentre si espande la povertà di tanti». Le parole del presidente rappresentano «un segno di speranza», aggiunge Sacco, poiché «di solito sono gli attivisti per la pace a dirlo».

Di qui l’augurio che ne conseguano scelte concrete anche da parte dell’Italia che nel 2025 investirà circa 32 miliardi di euro in armamenti. «L’impegno vero — conclude Sacco — deve essere quello di non farci risucchiare da una mentalità di guerra, come indicato da molti che dicono che dobbiamo prepararci alla guerra che, tra l’altro, potrebbe rilanciare l’economia. Invece, la marcia della pace di due giorni fa, e i giorni che seguiranno, devono segnare il no agli investimenti in armamenti, il no agli F35, ai nuovi carri armati, e il no alla morte per le armi nucleari». L’impegno di tutti, e in particolare per i cristiani, deve essere quello di seguire l’annuncio del Vangelo, e, come «fecero i Magi al loro ritorno dall’incontro con il Bambino», di cambiare la strada, per «costruire la pace rimettendo i debiti e creando giustizia».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Francesca Sabatinelli 02/01/2025)


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Perché marciare per la pace?

Nata come segno di contraddizione, la marcia della notte del 31 dicembre promossa dalla Chiesa italiana avviene oggi in uno scenario oscuro. Nel Giubileo della Speranza si può ripartire dalle testimonianze credibili, come quella dei lavoratori che hanno reso possibile le legge 185/90. In onore di Marco Tamborini

Attesa aiuti alimentari a Gaza 2024 EPA/HAITHAM IMAD

«Un appello inutile come tanti altri lanciati da papa Francesco». Non ha usato rituali toni enfatici la teologa Marinella Perroni interpellata a caldo, da Radio 1, dopo l’Angelus di domenica 29 dicembre 2024 che ha invitato a fermare la strage in corso nelle guerre in atto, dall’Ucraina al Medio Oriente, dal nord Kivu fino al Sudan e così via.

È ragionevole chiedersi a cosa servano le marce e le manifestazioni per la pace collegate con la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo. Quella promossa dalla Chiesa italiana grazie all’azione del movimento Pax Christi aveva un senso preciso quando è nata nel clima sociale del 1968, con il corteo che si fermava sotto le finestre del carcere dove erano reclusi gli obiettori al servizio militare.

Pochi anni prima don Lorenzo Milani fu condannato in appello per aver incitato alla diserzione con le sue lettere ai cappellani militari e ai giudici. Non scontò la pena perché nel frattempo era deceduto per un male inguaribile, ma era consapevole di aver accesso un fuoco destinato ad ardere nel cuore di tante generazioni. Prima di lui era stato condannato penalmente, per gli stessi motivi di incitamento alla disobbedienza, anche padre Ernesto Balducci e lo stesso sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, era stato oggetto di indagine penale per apologia di reato per aver fatto proiettare pubblicamente il film francese di Autant Lara “Non uccidere”, dedicato all’obiezione di coscienza, scatenando polemiche con esponenti del suo stesso partito.

Il primo gennaio 1968 il cardinale di Bologna, Giacomo Lercaro, condannò apertamente i bombardamenti Usa in Vietnam, pagandone poi le conseguenze disciplinari ma quella presa di posizione esplicita, dei cristiani che non potevano restare indifferenti davanti al male, è stata citata da Francesco come esempio da seguire quando, nel 2017, si è recato in visita nella città delle due torri.

Non mancano oggi motivi per dare al gesto collettivo della marcia della pace un valore che oltrepassa i confini di una manifestazione di tipo religioso e quindi sostanzialmente innocua.

Il servizio militare obbligatorio è sospeso da anni anche se ormai si fanno insistenti le pressioni per costituire una più cospicua forza in grigioverde, pronta ad operare nella peggiore delle ipotesi di un allargamento del conflitto in Europa. A non essere impreparato è, ad ogni modo, il sistema produttivo italiano che vede il comparto della difesa in costante crescita verso l’esportazione di armi come attesta l’autorevole fonte del Sipri di Stoccolma.

L’indicazione univoca da parte dei vertici dell’Unione Europea è quella, come affermato testualmente, di “trasformare l’economia in assetto di guerra”, mentre il neo segretario della Nato, l’ex premier liberale olandese Mark Rutte, invita ad «assumere una mentalità di guerra».

L’obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese militari è un impegno ormai preso da tempo dai Paesi della Nato, alcuni dei quali lo hanno superato da tempo, come la Polonia. Per non tagliare su altre spese pubbliche necessarie, il ministro della Difesa Crosetto propone di non far entrare le spese militari tra quelle tenute a rispettare i vincoli del patto di stabilità, mentre l’ex presidente del consiglio Enrico Letta, già segretario dem, ha avanzato l’ipotesi di destinare i fondi del Meccanismo europeo di stabilità.

Tutte le cancellerie europee sanno di dover affrontare i sussulti di un gigantesco ottovolante con l’entrata effettiva, tra pochi giorni, nella Casa Bianca di Donald Trump che, da consumato imprenditore dell’azzardo quale è, ha già lanciato proclami sulla necessità di raggiungere addirittura il 5% del Pil in armi.

Aperto ad ogni prospettiva appare il conflitto tra Ucraina e Russia, mentre non si fermerà l’orrore a Gaza. La notte di Natale, come ha raccontato Lucia Capuzzi su Avvenire, sono morti di freddo 4 neonati sotto le tende mentre anche l’ospedale Kamal Adwan ha dovuto interrompere ogni attività con i sanitari palestinesi catturati con l’accusa di terrorismo.

Una lenta assuefazione all’orrore che proprio le marce della pace degli anni 60 hanno cercato di impedire e scuotere con un gesto silenzioso nella notte popolata di festeggiamenti rituali e schiamazzi.

Nel 2024, come rilevano tanti sondaggi e indagini sociologiche, sembra prevalere un senso di impotenza che rischia di far apparire inutile ogni più nobile intenzione, come quella espressa nella marcia della pace del 31 dicembre 2024 a Pesaro nelle Marche. In una regione operosa dove, ad esempio, centinaia di lavoratori vivono giorni di angoscia per la perdita del lavoro prevista nel 2025 con la delocalizzazione della produzione di elettrodomestici annunciata dalla multinazionale turca Beko. Un complesso industriale che fino a pochi anni addietro era un punto di forza italiano con il gruppo Merloni.

È quindi forse vero che ormai solo l’economia di guerra è garanzia di occupazione? O non è forse un intero sistema che va messo in discussione?

Ci hanno provato nella storia di questo nostro Paese, lavoratori come Marco Tamborini, scomparso da pochi giorni, che negli anni 80 si esposero apertamente per obiettare alla produzione bellica destinata a Stati repressivi dei diritti umani. Si deve al loro impegno di persone credibili, disposte a mettere in pericolo la loro stessa vita, se poi l’Italia ha adottato la legge 185/90 che ha cercato di porre dei limiti all’esportazione di armi nel mondo. Senza quella legge sarebbe stato impossibile impedire, dal 2019 al 2023, l’invio di migliaia di missili e bombe destinate ad alimentare il disastroso conflitto in Yemen.

Tamborini era uno dei lavoratori dell’Aermacchi, azienda ora confluita nella società Leonardo. Come ricorda il suo amico e sodale Elio Pagani, operai e impiegati elessero direttamente un “Consiglio di Fabbrica” al posto della “Commissione interna” nominata dall’alto dalle organizzazioni sindacali. Tamborini era convinto che non bastasse parlare solo del salario ma di molti altri diritti e del “cosa, come e per chi” produrre in nome dell’internazionalismo e solidarietà tra i popoli. Per questo quei lavoratori diedero vita al “Comitato contro i mercanti di morte” che fu uno dei protagonisti nel raggiungere l’obiettivo della legge 185/90.

Una campagna che proseguì anche dopo l’espulsione dalla fabbrica promuovendo il «Comitato “Cassaintegrati Aermacchi per la Pace e il Diritto al lavoro”.

Una radicalità di vita incomprensibile senza una forte spinta a quella conversione non solo delle persone ma delle strutture ingiuste, che è al cuore del Giubileo iniziato in contemporanea con la fine dei giorni terreni di Marco Tamborini.

Si annuncia ormai a gennaio 2025 lo smantellamento della legge 185/90 approvata grazie a persone come Marco, che almeno le centinaia di persone in marcia a Pesaro non possono dimenticare.

Ad essere inutile tragicamente è solo la guerra.
 (fonte: Città Nuova, articolo di Carlo Cefaloni 31/12/2024)