Il segreto di don Oreste
Il 7 settembre don Oreste Benzi compirebbe 101 anni
A firmare questo ricordo del sacerdote romagnolo è monsignor Francesco Lambiasi, vescovo emerito di Rimini: una pagina scritta con il cuore di chi ha condiviso cammini, progetti e preghiere con il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Foto di Daniele Serafini
Mi trovavo alla Madonna delle Vette, la mitica struttura sognata e realizzata da don Oreste per campi scuola e vacanze di fraternità dell’APG23 di Alba di Canazei. Ero lì da qualche giorno e ci sarei restato fino a domenica 6 settembre, vigilia di compleanno del DON (7.9.1925).
Stavo pregando da solo nella dolce, deliziosa chiesina di Alba e, dopo averne respirato la nuda semplicità, avevo appena cominciato a riversare nel tenerissimo cuore del mio «altissimo, onnipotente e bon Signore» la piena impetuosa dei sentimenti di commossa gratitudine e di incontenibile gioia per trovarmi con un centinaio tra sorelle e fratelli dell’Associazione a «gustare com’è bello, come dà gioia che i fratelli – ma in un papiro che in sogno ho trovato a Qumràn, si aggiunge: “e le sorelle”! – vivano insieme».
Ero sul punto di ringraziare il Signore per potere far riposare la mente e la penna almeno per questi pochi giorni, quando mi è giunta trafelata la cortese, ma pressante richiesta della gentile, cara Sorella Chiara Bonetto: «Ci occorre un tuo articolo sul DON, in occasione del suo imminente compleanno».
E come si fa a dire di no, visto che non me la sono mai sentita di sottrarmi a domande di – o su – don Oreste? Dunque, dato che mancavano pochissimi giorni, armiamoci, preghiamo e proviamo…
Parto dalla domanda che continua a martellarmi la mente – da quando ho cominciato a conoscerlo e da quando lui ha intrapreso il santo viaggio con nostra Sorella morte corporale (2.11.2007).
La domanda cruciale è quella di sempre: ma chi era veramente il DON? Un generoso, irrefrenabile operatore sociale? Un esperto, appassionato educatore? Un geniale, travolgente comunicatore? Un pastore zelante e intraprendente? Un giornalista sportivo come Candido Cannavò lo ha pennellato come il «pretaccio che aveva scalato la collina della felicità»? Mentre Papa Ratzinger alla sua morte lo ha scolpito come «l’infaticabile apostolo della carità». Se tentiamo di misurare l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza della sua opera, rimaniamo senza fiato anche solo a sillabarne per sommi capi la prodigiosa fecondità.
L’APG23 è presente e operante in 41 Paesi del mondo, con un totale di 537 sedi, di cui 377 nella sola Italia. Gli associati sono la bellezza di 2.222 membri.
Il DON, un autentico mistico
Già, ma chi è il mistico? Nell’immaginario collettivo, quando si pensa a un mistico, ci si immagina un tipo dotato di doni straordinari, come apparizioni, estasi, levitazioni, locuzioni, bilocazioni, ecc. Mentre per mistico dobbiamo semplicemente intendere un cristiano che, per l’azione dello Spirito Santo, vive l’esperienza di Dio in modo pieno, struggente, esuberante. Il mistico non solo crede in Dio, ma lo vede davvero. Vede Dio in tutte le cose, e tutte le cose le vede in Dio. L’esperienza mistica è una esperienza soprannaturale, vissuta non come impegno tassativo o dovere sfiancante, non come un indiscutibile merito o una conquista personale. L’esperienza mistica non è una sfida da vincere o un inderogabile compito da svolgere, ma come un dono da accogliere con gratitudine e da vivere con schietta umiltà, con pura, piena gratuità.
Dobbiamo soprattutto alla postulatrice della causa vaticana su don Oreste, la dott. Elisabetta Casadei, l’avere intelligentemente intuito e diligentemente documentato la presenza di questo dono soprannaturale nel cammino spirituale del DON. Come ha dimostrato nel suo prezioso volume La mistica della tonaca lisa, don Oreste non era affatto esente da difetti e immune da limiti, carenze e fragilità. Non è stato affatto un santo tra i pannolini. Insomma il DON non è nato santo bell’e fatto. Piuttosto è passato dal vivere per Gesù, quasi come un suo devoto facchino, infagottato nella immancabile tonaca lisa, al vivere con Gesù come un amico fedele e generoso, fino al vivere in Gesù, in una spessa relazione trasformante, al punto di poter dire con san Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
L’interpretazione mistica della persona e del cammino del DON fa fatalmente scattare l’ineludibile domanda: ma se è vero che il mistico vive una esperienza intensa e profonda di Cristo e quindi non può non sperimentare una relazione di ardente, ininterrotta preghiera con il suo Signore, e se d’altra parte il DON aveva una vita tanto convulsa e spossante, a reale rischio di burnout, allora quand’è che il DON pregava? Però, cosi formulata, la domanda risulta del tutto mal posta, e pertanto va rovesciata: ci si deve chiedere non tanto quand’è che il DON pregava, ma piuttosto quand’è che NON pregava, se viveva e operava ad altissima tensione?
Il DON, testimone di vita mistica
Don Oreste non è stato né un professionista né un “tecnico” della vita spirituale. È stato, piuttosto, un innamorato di Gesù, di Dio. Spesso diceva «Dio non ha bisogno di facchini, ma di innamorati». E ripeteva a raffica: «Il prete o è un mistico o non è un prete». Un tratto che identifica il DON come testimone di esperienza di ardente unione con Dio va individuato nel fatto che non era per niente un narcisista. Non si metteva mai in bella copia o in vetrina. Non era un tipo autocentrato, ripiegato su se stesso. Anzi era radicalmente decentrato da sé. Parlava pochissimo della propria preghiera più intima. L’esperienza personale la oggettivava sempre col pudore che non lo faceva mai salire in cattedra o montare sul piedistallo. È stato un cristiano e un prete “estatico”, secondo l’etimologia di ek-stasi (=uscire fuori-di-sé). Ma non nel senso di persona “alienata”, bensì di anima slanciata e proiettata in Dio. Sappiamo che spesso veniva colto in flagrante preghiera. Don Elio lo ha sentito più volte pregare ad alta voce. Bene, quando la preghiera arriva a questo slancio, allora diventa segno di un tangibile sbilanciamento in Dio. In altre parole l’orante è talmente innamorato del Signore che, se non arriva necessariamente a una levitazione del corpo (livello psico-somatico), esperimenta però una effusione o immersione totale in Dio (livello spirituale-pneumatico).
Maestro dell’unione mistica con Dio
Il Don, un vero maestro. Certo, non un cattedratico né un teologo, ma maestro in quanto testimone e testimone in quanto maestro. Mi spiego, con l’aiuto di due sue lezioni tenute nel 1991-1992. Il titolo, relativo ai membri dell’APG23, recita testualmente: «Fanno dell’unione con Dio una dimensione di vita». Nella lezione del 6 dicembre ’91 parte da una domanda preliminare: è possibile esistere con tutto se stessi in un altro? E risponde: sì, è possibile rimanere se stessi, ma non più come prima, bensì in una unione talmente stretta e intima che fonde la vita di due originalità in una unità totale e radicale. E cita l’immagine del Curato d’Ars, il quale diceva che la preghiera ci fa arrivare ad una unione con Dio, che equivale ad una piena fusione, come due pezzi di cera che, per il calore, si fondono in uno e formano un’unica candela. Con una puntualizzazione: l’unione tra Dio e la creatura porta a una reale fusione, ma senza confusione. Conclude il DON: «Esistere in Dio significa essere trasferiti in Lui e raggiungere quell’Amato che il nostro cuore cerca. Esistere in Dio amandolo, esistere in Dio sentendosi amati. Ma è perché ci si sente amati che si esiste in Dio amandolo. La prima esperienza dell’unione mistica con Dio è sentirsi profondamente amati».
Da questa esperienza si ricavano due leggi fondamentali. La prima si potrebbe chiamare della «verticalità discendente». Don Oreste ha combattuto accanitamente l’orizzontalismo, che riduce il cristianesimo a filantropia. Prima dell’amore nostro verso Dio, viene l’amore di Dio verso di noi. È perché siamo amati che siamo chiamati ad amare: «Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). La seconda legge della vita mistica si può formulare così: «l’indicativo – siamo amati – precede e fonda l’imperativo – siamo chiamati ad amare –». Noi siamo amati, dunque non possiamo non riamare. Questa legge è indispensabile per evitare le secche riarse o le paludi acquitrinose di un doverismo asfissiante o del “pelagianesimo” morale.
Per un opportuno approfondimento di questi pensieri, devo rinviare al bel libro postumo: L’unione mistica con Cristo (editore SEMPRE, 2013), dove sono raccolte le meditazioni tenute in una settimana di “deserto”, di cui merita di essere fissata almeno questa conclusione: «Gesù non ha detto che aspetterà la fine della nostra vita terrena per manifestarsi a noi. Ha detto che il suo manifestarsi è continuo… Noi siamo fatti per una unione misteriosa, ma reale, con Dio: oggi non domani».
Il Don, sapiente educatore
Help! S.O.S!! Aiuto!!! Mi sta per finire il tempo e lo spazio gentilmente concessomi dall’ineffabile Chiara Bonetto. Dovrei – e sinceramente vorrei – parlare ancora del DON, come esperto e saggio educatore, ma mi limito a un invito e ad una ultima citazione.
L’invito è a percorrere – e per chi già lo conosce, a ripercorrere – il corridoio del primo piano della Madonna delle Vette, tutto “affrescato” dalle splendide foto del nostro Riccardo Ghinelli. in cui «Tutte le immagini portano scritto: più in là», per dirla con i versi squillanti di E. Montale. Sono immagini dei primissimi tempi di questo albergo, dove si può contemplare un giovanissimo DON che sta sperimentando il suo metodo con i Pre-Jù, dal titolo: «Un incontro simpatico con Cristo». Ci vedo anche una marea di giovani-giovani che spingono carrozzine di disabili. Ci scorgo un giovanissimo don Romano Migani, alla testa di una cordata che sembra attrezzata per la scalata del K2. O un futuro mons. Aldo Amati, affiancato da un DON, che sembra dirgli: «Aldino, sempre più in là». O un sedicenne Luciano Chicchi, con la faccia tosta da primo gestore del primo campo-scuola con una nidiata di Pre-Jù.
Ma poi mi sento calamitato da un poster con una frase delle più magiche del DON: «La luce che c’è in queste vette aiuterà i ragazzi a scoprire Colui che riempirà la loro vita».
Anche queste parole sembrano dirmi: «Più in là…». E se avessi tempo e spazio per spingermi “più in là”, ci troverei un DON che di notte va in giro per le strade di Rimini a liberare tante nostre sorelle dalla tratta della prostituzione. Ci incontrerei il Don profeta della “società del gratuito” e della “condivisione diretta”, Ci troverei il Don, che, di ritorno da un viaggio transcontinentale ha fatto le ore piccole nella sua incantevole chiesa della Grotta Rossa, e don Elio lo ha trovato sfinito e addormentato sui banchi la mattina presto, prima delle Lodi. Infine, andando ancora più in là, vedo il nostro indimenticabile DON abbracciato dal suo e nostro dolcissimo Signore che lo invita: «Vieni, servo buono e fedele; entra nella gioia del tuo Signore».
(fonte: SempreNews 07/09/2026)
*************
Il ricordo di don Don Oreste Benzi,
il sacerdote dalla tonaca lisa vicino agli ultimi
Ripercorriamo il cammino di don Oreste Benzi al fianco degli ultimi nel giorno dell’anniversario della sua nascita, avvenuta il 7 settembre 1925

Foto Vatican News
In occasione dell’anniversario della sua nascita, ricordiamo don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. Una vita interamente consacrata all’incontro con gli ultimi, dagli adolescenti alle persone con disabilità, dai detenuti ai tossicodipendenti, fino alle donne vittime della tratta. Con uno stile diretto, instancabile e profondamente radicato nel Vangelo, don Oreste ha trasformato l’accoglienza in una concreta scelta di vita, dando origine alle case-famiglia e a una comunità oggi presente in numerosi Paesi. La sua testimonianza continua a interrogare la Chiesa e la società sul valore della dignità di ogni persona.
Il ricordo
Oggi ricordiamo la nascita di don Oreste Benzi, venuto al mondo il 7 settembre 1925. Vide la luce a Sant’Andrea in Casale, minuscola frazione del comune di San Clemente, nella campagna riminese, all’interno di una famiglia contadina di umili condizioni, sesto tra nove fratelli. A soli 12 anni fece il suo ingresso in seminario e il 29 giugno 1949 fu ordinato sacerdote. Fin dai primi tempi del suo ministero si dedicò con grande slancio ai giovani, in particolare ai ragazzi nella delicata fase della preadolescenza, con l’obiettivo di farli avvicinare a Cristo in modo naturale e coinvolgente. Ricoprì dapprima il ruolo di vice-assistente e successivamente, nel 1952, quello di assistente della Gioventù Cattolica di Rimini; dal 1954 assunse anche l’incarico di direttore spirituale nel seminario riminese per i ragazzi dai 12 ai 17 anni.
Le azioni
Nel 1961, tra le suggestive vette dolomitiche, diede vita a una casa di vacanze ad Alba di Canazei, in provincia di Trento, pensata per favorire un’esperienza autentica di incontro con Dio. Fu proprio in quella struttura, chiamata “Casa Madonna delle Vette“, che nel settembre 1968 si tenne la prima esperienza di convivenza condivisa tra giovani e persone con disabilità fisiche e psichiche, all’epoca definite con il termine “spastici”: nacque così l’idea che dove si trovava la comunità, dovessero trovarsi anche loro. Fu l’origine della Comunità Papa Giovanni XXIII, che alcuni anni più tardi, nel luglio 1973, avrebbe trovato piena espressione con l’apertura della prima casa-famiglia a Coriano, in provincia di Rimini — la vocazione specifica che lo Spirito aveva affidato a don Oreste e ai primi membri dell’associazione. Sempre nel 1968 divenne parroco della neonata parrocchia della Resurrezione, situata nella periferia riminese, dove insieme ad altri tre sacerdoti diede avvio a un’esperienza pastorale innovativa.
La dimensione familiare
La dimensione familiare, del resto, caratterizzò l’intera sua instancabile attività, che si estese progressivamente a nuovi ambiti: nei primi anni Ottanta promosse l’affido familiare per garantire una famiglia a chi ne era privo, aprì la prima comunità terapeutica per persone tossicodipendenti e si impegnò a favore dei detenuti, fino al 1986, anno in cui inaugurò con grande gioia la prima casa-famiglia in territorio missionario, in Zambia. Protagonista di numerose battaglie per la tutela della dignità umana, alcune delle quali controverse — come quella condotta a fianco delle comunità rom e sinte — divenne una figura pubblica di rilievo, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, quando avviò il suo impegno per la liberazione delle donne vittime della tratta e costrette alla prostituzione. Profondamente legato alla Chiesa, accolse con gioia il riconoscimento pontificio definitivo concesso alla Comunità nel marzo 2004 da Papa Giovanni Paolo II. Nonostante l’età avanzata, continuò a percorrere instancabilmente migliaia di chilometri, sempre con la sua caratteristica tonaca lisa, fino alla notte del 2 novembre 2007, quando concluse il suo cammino terreno per aprirsi all’eternità di Dio.
Il centenario
Un anno fa Rimini si fermava per tre giorni a festeggiare il centenario di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. “Le Giornate di don Oreste”, dal 5 al 7 settembre 2025, si aprirono sulla spiaggia libera del porto di Rimini, trasformata per l’occasione in una chiesa a cielo aperto — lo stesso luogo (il litorale di Rimini) in cui, negli anni Settanta, don Oreste aveva cominciato a bussare alle porte degli stabilimenti balneari che rifiutavano di accogliere persone con disabilità. “Dove noi, anche loro”, il suo motto di allora. A celebrare quella Messa sulla sabbia l’anno scorso fu il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che parlò della testimonianza di Don Benzi come di “un’esperienza unica di fede”, coerente con l’idea di una Chiesa viva, vicina agli ultimi che era stata proprio di don Oreste.
Un’eredità che continua a vivere
Infine, il 22 agosto di quest’anno, durante la visita pastorale a Rimini, Papa Leone XIV ha ricordato don Oreste davanti a migliaia di fedeli riuniti presso il porto, pronunciando parole ormai entrate nella memoria collettiva: «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio. Lo ha testimoniato molto bene, tra voi, il Servo di Dio don Oreste Benzi». Oggi, l’eredità e l’insegnamento di don Oreste rivivono in 40 Paesi del mondo grazie all’instancabile opera di accoglienza e fraternità accanto agli ultimi. Grazie don Oreste!
(fonte: In Terris 07/09/2026)
*************
Vedi anche il post: