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sabato 17 marzo 2018

NON FATEVI UNA IDEA TROPPA ALTA DI VOI STESSI - Terza predica di QUARESIMA 2018 di p. Raniero Cantalamessa

NON FATEVI UNA IDEA TROPPA ALTA DI VOI STESSI 
Terza predica di QUARESIMA 2018 
di p. Raniero Cantalamessa

VATICANO, 09.03.2018.

Nella Cappella Redemptoris Mater,
alla presenza del Santo Padre Francesco, 
il Predicatore della Casa Pontificia, 
Rev.do P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., 
ha tenuto la terza Predica di Quaresima 
Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: 
“Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (Romani 13,14).


L’esortazione alla carità che abbiamo raccolto dalla bocca dell’Apostolo, nella precedente meditazione, è racchiusa tra due brevi esortazioni all’umiltà che si richiamano con evidenza tra di loro, in modo da formare una specie di cornice al discorso sulla carità. Lette di seguito, omettendo ciò che vi è di mezzo, le due esortazioni suonano così:
“Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione. [...] Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi” (Rm 12, 3.16).
Non si tratta di raccomandazioni spicciole alla moderazione e alla modestia; attraverso queste poche parole la parenesi apostolica ci apre dinanzi tutto il vasto orizzonte dell’umiltà. Accanto alla carità, san Paolo individua nell’umiltà il secondo valore fondamentale, la seconda direzione in cui si deve lavorare per rinnovare, nello Spirito, la propria vita ed edificare la comunità.
Mai come in questo campo le virtù cristiane ci appaiono come un fare propri “i sentimenti che furono in Cristo Gesú”. Egli, ricorda altrove l’Apostolo, pur essendo di natura divina, “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 5-8) e ai suoi discepoli disse egli stesso: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29). Dell’umiltà si può parlare da diversi punti di vista, come vedremo farà l’Apostolo, ma nel suo significato più profondo l’umiltà è solo quella di Cristo. Umile davvero è chi si sforza di avere il cuore di Cristo.

1. L’umiltà come sobrietà
Nella parenesi della Lettera ai Romani, san Paolo applica alla vita della comunità cristiana l’insegnamento biblico tradizionale sull’umiltà che si esprime costantemente attraverso la metafora spaziale dell’“innalzarsi” e dell’“abbassarsi”, del tendere all’alto e del tendere al basso. Si può “aspirare a cose troppo alte” o con la propria intelligenza, con un indagare smodato che non tiene conto del proprio limite di fronte al mistero, oppure con la volontà, ambendo a posizioni e mansioni di prestigio. L’Apostolo ha di mira entrambe queste due possibilità e, in ogni caso, le sue parole colpiscono l’una e l’altra cosa insieme: sia la presunzione della mente che l’ambizione della volontà.
Nel trasmettere però l’insegnamento biblico tradizionale sull’umiltà, san Paolo dà una motivazione in parte nuova e originale di questa virtù. Nell’Antico Testamento, il motivo o la ragione che giustifica l’umiltà è che Dio “respinge i superbi e dona la sua grazia agli umili” (cf Prv 3, 34; Gb 22, 29), che egli “guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano” (Sal 137,6). Non si diceva, però – almeno esplicitamente – perché Dio fa questo, cioè perché “innalza gli umili e abbassa i superbi”. A questo fatto si possono dare infatti diverse spiegazioni: per esempio, la gelosia o “invidia di Dio” (sphonos Theou), come pensavano certi scrittori greci, oppure semplicemente la volontà divina di punire l’arroganza umana, la hybris.
Il concetto decisivo che san Paolo introduce nel discorso intorno all’umiltà è il concetto di verità. Dio ama l’umile perché l’umile è nella verità; è un uomo vero, autentico. Egli punisce la superbia, perché la superbia, prima ancora che arroganza, è menzogna. Tutto ciò infatti che, nell’uomo, non è umiltà è menzogna.
Questo spiega perché i filosofi greci, che pure conobbero ed esaltarono quasi tutte le altre virtù, non conobbero l’umiltà. La parola umiltà (tapeinosis) conservò sempre, presso di loro, un significato prevalentemente negativo di bassezza, di piccineria, di meschinità e pusillanimità. I filosofi greci ignoravano i due capisaldi che permettono di associare tra loro umiltà e verità: l’idea di creazione e l’idea biblica di peccato. L’idea di creazione fonda la certezza che tutto ciò che vi è di buono e di bello nell’uomo viene da Dio, niente escluso; l’idea biblica di peccato fonda la certezza che tutto ciò che vi è di male, in senso morale nell’uomo, viene dalla sua libertà, da lui stesso. L’uomo biblico è spinto all’umiltà sia dal bene che dal male che scopre in sé.
Ma veniamo al pensiero dell’Apostolo. La parola usata da lui nel nostro testo per indicare l’umiltà-verità è la parola sobrietà o saggezza. Egli esorta i cristiani a non farsi un’idea sbagliata ed esagerata di se stessi, ma ad avere piuttosto, di sé, una valutazione giusta, sobria, potremmo quasi dire oggettiva. Nella ripresa dell’esortazione, al versetto 16, il “farsi un’idea sobria di sé”, trova il suo equivalente nell’espressione “tendere alle cose umili”. Con ciò egli viene a dire che l’uomo è saggio quando è umile e che è umile quando è saggio.
Abbassandosi, l’uomo si avvicina alla verità. “Dio è luce”, dice san Giovanni (1 Gv 1, 5), è verità, e non può incontrare l’uomo se non nella verità. Egli dà la sua grazia all’umile perché solo l’umile è capace di riconoscere la grazia; non dice: “Il mio braccio, o la mia mente, ha fatto questo!” (cf Dt 8, 17; Is 10, 13). Santa Teresa d’Avila ha scritto: “Mi domandavo un giorno per quale motivo il Signore ama tanto l’umiltà e mi venne in mente d’improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché egli è somma Verità e l’umiltà è verità”.

2. Che cos’hai che non hai ricevuto?
L’Apostolo non ci lascia ora nel vago o in superficie, a proposito di questa verità su noi stessi. Alcune sue frasi lapidarie, contenute in altre lettere ma appartenenti a questo stesso ordine di idee, hanno il potere di sottrarci ogni “appiglio” e farci andare veramente a fondo nella scoperta della verità.
Una di tali frasi dice: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4, 7). C’è una sola cosa che non ho ricevuto, che è tutta e solo mia, ed è il peccato. Questo so e sento che viene da me, che trova la sua sorgente in me, o, comunque, nell’uomo e nel mondo, non in Dio, mentre tutto il resto – compreso il fatto di riconoscere che il peccato viene da me – e da Dio. Un’altra frase dice:
“Se qualcuno pensa di essere qualcosa, mentre è nulla, inganna se stesso!” (Gal 6, 3).
La “giusta valutazione” di se stessi è, dunque, questa: riconoscere il nostro nulla! Questo è quel terreno solido, a cui tende l’umiltà! La perla preziosa è proprio la sincera e pacifica persuasione che, per noi stessi, noi non siamo nulla, non possiamo pensare nulla, non possiamo fare nulla. Senza di me non potete “fare” nulla dice Gesù (Gv 15, 5) e l’Apostolo aggiunge: “Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa…” (2 Cor 3, 5). Noi possiamo, all’occasione, usare l’una o l’altra di queste parole per troncare una tentazione, un pensiero, una compiacenza, come una vera “spada dello Spirito”: “Che cos’hai che non hai ricevuto?”. L’efficacia della parola di Dio si sperimenta soprattutto in questo caso: quando la si usa su di sé, più che quando la si usa sugli altri.
In tal modo siamo avviati a scoprire la vera natura del nostro nulla, che non è un nulla puro e semplice, un “innocente nonnulla”. Intravediamo il traguardo ultimo a cui la parola di Dio ci vuole condurre che è di riconoscere quello che veramente siamo: un nulla superbo! Io sono quel qualcuno che “crede di essere qualcosa”, mentre sono nulla; io sono quello che non ha nulla che non abbia ricevuto, ma che sempre si vanta – o è tentato di vantarsi – di qualcosa, come se non l’avesse ricevuto!
Questa non è una situazione di alcuni, ma una miseria di tutti. È la definizione stessa dell’uomo vecchio: un nulla che crede di essere qualcosa, un nulla superbo. L’Apostolo stesso confessa cosa scopriva, quando anche lui scendeva nel fondo del suo cuore: “Scopro in me – diceva – un’altra legge…, scopro che il peccato abita in me… Sono uno sventurato! Chi mi libererà?” (cf Rm 7, 14-25). Quell’“altra legge”, il “peccato che abita in noi” è, per san Paolo, come si sa, anzitutto l’autoglorificazione, l’orgoglio, il menar vanto di sé.
Al termine del nostro cammino di discesa, non scopriamo, dunque, in noi l’umiltà, ma la superbia. Ma proprio questo scoprire che siamo radicalmente superbi e che lo siamo per colpa nostra, non di Dio, perché lo siamo diventati facendo cattivo uso della nostra libertà, proprio questo è l’umiltà, perché questo è la verità. Aver scoperto questo traguardo, o anche soltanto l’averlo intravisto come da lontano, attraverso la parola di Dio, è una grazia grande. Dà una pace nuova. Come chi, in tempo di guerra, ha scoperto che possiede sotto la sua stessa casa, senza neppure dover uscire fuori, un rifugio sicuro contro i bombardamenti, assolutamente irraggiungibile.
Una grande maestra di spirito – santa Angela da Foligno –, vicina a morire, esclamò:
 “O nulla sconosciuto, o nulla sconosciuto! L’anima non può avere migliore visione in questo mondo che contemplare il proprio nulla e abitare in esso come nella cella di un carcere” .La stessa Santa esortava i suoi figli spirituali a fare il possibile per rientrare subito in quella cella, appena, per qualsiasi motivo, ne fossero usciti fuori. Bisogna fare come certe bestiole molto pavide che non si allontanano mai dal buco della loro tana tanto da non potervi rientrare subito, alla prima avvisaglia di pericolo.
C’è un grande segreto nascosto in questo consiglio, una verità misteriosa che si sperimenta provando. Si scopre allora che esiste davvero questa cella e che vi si può entrare davvero ogni volta che lo si vuole. Essa consiste nel quieto e tranquillo sentimento di essere un nulla, e un nulla superbo. Quando si è dentro la cella di questo carcere, non si vedono più i difetti del prossimo, o si vedono in un’altra luce. Si capisce che è possibile, con la grazia e con l’esercizio, realizzare ciò che dice l’Apostolo e che sembra, a prima vista, eccessivo e cioè di “considerare tutti gli altri superiori a sé” (cf Fil 2, 3), o almeno si capisce come esso possa essere stato possibile ai santi.
Chiudersi in quel carcere è tutt’altro, dunque, che chiudersi in se stessi; è, invece, aprirsi agli altri, all’essere, all’oggettività delle cose. Il contrario di quello che hanno sempre pensato i nemici dell’umiltà cristiana. È chiudersi all’egoismo, non nell’egoismo. È la vittoria su uno dei mali che anche la moderna psicologia giudica esiziale per la persona umana: il narcisismo.
In quella cella, inoltre, non penetra il nemico. Un giorno, Antonio il Grande ebbe una visione; vide, in un attimo, tutti gli infiniti lacci del nemico spiegati per terra e disse gemendo: “Chi potrà dunque evitare tutti questi lacci?” e intese una voce rispondergli: “L’umiltà!” .
Il Vangelo ci presenta un modello insuperabile di questa l’umiltà-verità, ed è Maria. Dio – canta Maria nel Magnificat – “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Ma cosa intende qui la Vergine con “umiltà”? Non la virtù dell’umiltà, ma la sua condizione umile o, al massimo, la sua appartenenza alla categoria degli umili e dei poveri di cui si parla nel seguito del cantico. Lo conferma il rimando esplicito al cantico di Anna, la madre di Samuele, dove la stessa parola usata da Maria (tapeinosis) significa chiaramente miseria, sterilità, condizione umile, non sentimento di umiltà.
Ma la cosa è chiara di per sé. Come si può pensare che Maria esalti la sua umiltà, senza, con ciò stesso, distruggere l’umiltà di Maria? Come si può pensare che Maria attribuisca alla sua umiltà la scelta di Dio, senza, con ciò, distruggere la gratuità di tale scelta e rendere incomprensibile tutta la vita di Maria a partire dalla sua immacolata concezione? Per sottolineare l’importanza dell’umiltà, qualcuno ha scritto incautamente che Maria “non si vanta di nessun’altra virtù se non della sua umiltà”, come se, in tal modo, si facesse un grande onore, e non invece un grande torto, a tale virtù. La virtù dell’umiltà ha uno statuto tutto speciale: ce l’ha chi non crede di averla, non ce l’ha chi crede di averla. Solo Gesù può dichiararsi “umile di cuore” ed esserlo veramente; questa è la caratteristica unica e irripetibile dell’umiltà dell’uomo-Dio.
Maria non aveva, dunque, la virtù dell’umiltà? Certo che l’aveva e in grado sommo, ma questo lo sapeva solo Dio, lei no. Proprio questo, infatti costituisce il pregio ineguagliabile della vera umiltà: che il suo profumo è colto soltanto da Dio, non da chi lo emana. L’anima di Maria, libera da ogni vera e peccaminosa concupiscenza, davanti alla situazione nuova creata dalla sua divina maternità, si è portata, con tutta rapidità e naturalezza, al suo punto di verità – al suo nulla – e di lì niente e nessuno l’ha più potuta smuovere.
In ciò l’umiltà della Madre di Dio appare un prodigio unico della grazia. Ella ha strappato a Lutero questo elogio: “Sebbene Maria avesse accolto in sé quella grande opera di Dio, ebbe e mantenne un tale sentimento di sé da non elevarsi sopra il minimo uomo della terra [...]. Qui va celebrato lo spirito di Maria meravigliosamente puro, ché mentre le viene fatto un onore sì grande, non si lascia indurre in tentazione, ma come se non vedesse, rimane sulla giusta via” .
La sobrietà di Maria è al di sopra di ogni paragone anche tra i santi. Ella ha retto alla tensione tremenda di questo pensiero: “Tu sei la madre del Messia, la madre di Dio! Tu sei quello che ogni donna del tuo popolo avrebbe desiderato essere!”. “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”, aveva esclamato Elisabetta, ed ella risponde: “Ha guardato la piccolezza della sua serva!”. Ella si inabissò nel suo nulla ed “elevò” solo Dio, dicendo: “L’anima mia magnifica il Signore”.
Il Signore, non la serva. Maria è davvero il capolavoro della grazia divina.

3. Umiltà e umiliazioni
Non ci dobbiamo illudere di aver raggiunto l’umiltà solo perché la parola di Dio e l’esempio di Maria ci ha condotti a scoprire il nostro nulla. A che punto siamo giunti in fatto di umiltà, si vede quando l’iniziativa passa da noi agli altri, cioè quando non siamo più noi a riconoscere i nostri difetti e torti, ma sono gli altri a farlo; quando non siamo solo capaci di dirci la verità, ma anche di lasciarcela dire, di buon grado, da altri. Si vede, in altre parole, nei rimproveri, nelle correzioni, nelle critiche e nelle umiliazioni. “Spesso giova molto a conservarci nell’umiltà –dice l’autore dell’Imitazione di Cristo – che gli altri conoscano e riprendano i nostri difetti”.
Pretendere di uccidere il proprio orgoglio colpendolo da soli, senza che nessuno intervenga dal di fuori, è come usare il proprio braccio per punire se stesso: non ci si farà mai veramente male. È come volersi asportare da soli un tumore. Vi sono persone (e io sono certamente tra queste) le quali sono capaci di dire di sé – e anche sinceramente – tutto il male possibile e immaginabile; persone che, durante una liturgia penitenziale, fanno delle autoaccuse di una schiettezza e di un coraggio ammirevoli, ma appena qualcuno intorno a loro accenna a prendere sul serio le loro confessioni, o si azzarda a dire di esse una piccola parte di quello che si son dette da sole, sono scintille. Evidentemente c’è ancora tanta strada da fare per arrivare alla vera umiltà e all’umile verità.
Quando io cerco di ricevere gloria da un uomo per qualcosa che dico o che faccio, è quasi certo che quello stesso uomo cerca di ricevere gloria da me per quello che dice o fa in risposta. E così avviene che ognuno cerca la propria gloria e nessuno la ottiene e se, per caso, la ottiene non è che “vanagloria”, cioè gloria vuota, destinata a dissolversi in fumo con la morte. Ma l’effetto è ugualmente terribile; Gesù attribuiva alla ricerca della propria gloria addirittura l’impossibilità di credere. Diceva ai farisei: “Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5, 44).
Quando ci ritroviamo invischiati in pensieri e aspirazioni di gloria umana, gettiamo nella mischia di tali pensieri, come una torcia ardente, la parola che Gesù stesso usò e che ha lasciato a noi: “Io non cerco la mia gloria!” (Gv 8, 50). Essa ha il potere quasi sacramentale di realizzare ciò che significa, di dissipare tali pensieri.
Quella dell’umiltà è una lotta che dura tutta la vita e si estende a ogni aspetto della vita. L’orgoglio è capace di nutrirsi sia del male che del bene e di sopravvivere, quindi, in ogni situazione e in ogni “clima”. Anzi, a differenza di ciò che avviene per ogni altro vizio, il bene, non il male, è il terreno di coltura preferito di questo terribile “virus”.
“La vanità ha così profonde radici nel cuore dell’uomo che un soldato, un servo di milizie, un cuoco, un facchino, si vanta e pretende di avere i suoi ammiratori e gli stessi filosofi ne vogliono. E coloro che scrivono contro la vanagloria aspirano al vanto di aver scritto bene, e coloro che li leggono, al vanto di averli letti; io, che scrivo questo, nutro forse lo stesso desiderio e forse anche coloro che mi leggeranno” .
La vanagloria è capace di trasformare in atto di orgoglio il nostro stesso tendere all’umiltà. Ma con la grazia, noi possiamo uscire vincitori anche da questa terribile battaglia. Se infatti il tuo uomo vecchio riesce a trasformare in atti di orgoglio i tuoi stessi atti di umiltà, tu, con la grazia, trasforma in atti di umiltà anche i tuoi atti di orgoglio, riconoscendoli. Riconoscendo, umilmente, che sei un nulla superbo. Così Dio viene glorificato anche dal nostro stesso orgoglio.
In questa battaglia Dio è solito venire in soccorso ai suoi con un rimedio quanto mai efficace e singolare. Scrive san Paolo: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni mi è stata messa una spina nella carne un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi: perché io non vada in superbia” (2 Cor 12, 7).
Perché l’uomo “non monti in superbia”, Dio lo fissa al suolo con una specie di àncora; gli mette dei “pesi ai fianchi” (cf Sal 66, 11). Noi non sappiamo cosa fosse esattamente questa “spina nella carne” e questo “inviato di Satana” per Paolo, ma sappiamo bene cos’è per noi! Ognuno che vuole seguire il Signore e servire la Chiesa ce l’ha. Sono situazioni umilianti dalle quali si è richiamati costantemente, talvolta notte e giorno, alla dura realtà di quello che siamo. Può essere un difetto, una malattia, una debolezza, un’impotenza, che il Signore ci lascia, nonostante tutte le suppliche. Una tentazione persistente e umiliante, forse proprio una tentazione di superbia! Una persona con cui si è costretti a vivere e che, nonostante la rettitudine di entrambe le parti, ha il potere di mettere a nudo la nostra fragilità, di demolire la nostra presunzione.
Talvolta si tratta di qualcosa di più pesante ancora: sono situazioni in cui il servitore di Dio è costretto ad assistere impotente al fallimento di tutti i suoi sforzi e a cose troppo più grandi di lui, che gli fanno toccare con mano la sua impotenza di fronte al potere del male e delle tenebre. È qui soprattutto che egli impara cosa vuol dire “umiliarsi sotto la potente mano di Dio” (cf 1 Pt 5, 6).
L’umiltà non è solo importante per il progresso personale nella via della santità; è essenziale anche per il buon funzionamento della vita di comunità, per l’edificazione della Chiesa. Io dico che l’’umiltà è l’isolante nella vita della Chiesa. L’isolante è importantissimo e vitale per il progresso nel campo dell’elettricità. Più, infatti, è alta la tensione e potente la corrente elettrica che passa attraverso un filo, più deve essere resistente l’isolante che impedisce alla corrente di scaricarsi al suolo o di provocare corti circuiti. Al progresso nel campo dell’elettricità deve corrispondere un analogo progresso nella tecnica dell’isolante. L’umiltà è, nella vita spirituale, il grande isolante che permette alla corrente divina della grazia di passare attraverso una persona senza dissiparsi, o, peggio, provocare fiammate di orgoglio e di rivalità.
Terminiamo con le parole di un salmo che ci permette di trasformare in preghiera l’esortazione che l’Apostolo ci ha rivolto con il suo insegnamento sull’umiltà
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.
(Sal 130).

1.S.Teresa d’Avila, Castello Interiore, VI dim., cap. 10.
2.Il libro della Beata Angela da Foligno, ed. critica a cura di L. Thier e A. Calufetti, Quaracchi 1985, p. 734.
3.Apophtegmata Patrum, 7 (PG 65, 77).
4.M. Lutero, Commento al Magnificat, ed. Weimar 7, p. 555 s.
5.Imitazione di Cristo, II,2.
6.B. Pascal, Pensieri, n. 150 B


Guarda anche il post già pubblicato:
- NON CONFORMATEVI ALLA MENTALITÀ' DI QUESTO MONDO (Rom 12,2) Prima predica di QUARESIMA 2018 di p. Raniero Cantalamessa 

- LA CARITA' NON ABBIA FINZIONI - L'AMORE CRISTIANO - Seconda predica di QUARESIMA 2018 di p. Raniero Cantalamessa

sabato 10 marzo 2018

LA CARITA' NON ABBIA FINZIONI - L'AMORE CRISTIANO - Seconda predica di QUARESIMA 2018 di p. Raniero Cantalamessa

LA CARITA' NON ABBIA FINZIONI - 
L'AMORE CRISTIANO
- Seconda predica di QUARESIMA 2018 
di p. Raniero Cantalamessa



VATICANO, 02.03.2018. - 
Nella Cappella Redemptoris Mater,
 alla presenza del Santo Padre Francesco, 
il Predicatore della Casa Pontificia, 
Rev.do P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap.,  
ha tenuto la seconda Predica di Quaresima 
Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: 
“Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (Romani 13,14).





1. Alle fonti della santità cristiana
Insieme con l’universale chiamata alla santità”, il Concilio Vaticano II ha dato anche precise indicazioni su che cosa si intende per santità, in che cosa essa consiste. Nella Lumen gentium si legge:
“Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: «Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5,48). Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto” (LG 40).
Tutto ciò viene riassunto nella formula: “la santità è la perfetta unione con Cristo” (LG, 50). Questa visione riflette la preoccupazione generale del Concilio di tornare alle fonti bibliche e patristiche, superando, anche in questo campo, l’impostazione scolastica dominante per secoli. Si tratta ora di prendere coscienza di questa visione rinnovata della santità e farla passare nella pratica della Chiesa, cioè nella predicazione, nella catechesi, nella formazione spirituale dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa e –perché no? – anche nella visione teologica a cui si ispira la prassi della Congregazione dei Santi .
Una delle differenze maggiori tra la visione biblica della santità e quella scolastica sta nel fatto che le virtù non vengono fondate tanto sulla “retta ragione” (la recta ratio aristotelica), quanto sul kerygma; essere santo non significa seguire la ragione (spesso comporta il contrario!), ma seguire Cristo. La santità cristiana è essenzialmente cristologica: consiste nell’imitazione di Cristo e, al suo vertice – come dice il concilio – nella “perfetta unione con Cristo”.
La sintesi biblica più completa e più compatta di una santità fondata sul kerygma è quella tracciata da san Paolo nella parte parenetica della Lettera ai Romani (capp. 12-15). All’inizio di essa l’Apostolo da una visione riassuntiva del cammino di santificazione del credente, del suo contenuto essenziale e del suo scopo:
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,1-2).
Abbiamo meditato la volta scorsa su questi versetti. Nelle prossime meditazioni, partendo da ciò che segue nel testo paolino e completandolo con ciò che l’Apostolo dice altrove sullo stesso argomento, cercheremo di mettere in luce i tratti salienti della santità, quelle che oggi si chiamano le “virtù cristiane” e che il Nuovo Testamento definisce i “frutti dello Spirito”, le “opere della luce”, o anche “i sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 5).
A partire dal capitolo 12 della Lettera ai Romani tutte le principali virtù cristiane, o frutti dello Spirito, sono elencati: il servizio, la carità, l’umiltà, l’obbedienza, la purezza. Non come virtù da coltivare per se stesse, ma come necessarie conseguenze dell’opera di Cristo e del battesimo. La sezione inizia con una congiunzione che da sola vale un trattato: “Vi esorto dunque…”. Quel “dunque” significa che tutto ciò che l’Apostolo dirà da questo momento in poi non è che la conseguenza di quello che ha scritto nei capitoli precedenti sulla fede in Cristo e sull’opera dello Spirito. Rifletteremo su quattro di queste virtù: carità, umiltà, obbedienza e purezza, cominciando dalla prima.

2. Un amore sincero
L’agape, o carità cristiana, non è una delle virtù, fosse pure la prima; è la forma di tutte le virtù, quella da cui “dipendono tutta la legge e i profeti” (Mt 22, 40; Rom 13,10) . Tra i frutti dello Spirito che l’Apostolo elenca in Galati 5, 22, al primo posto troviamo l’amore: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace…”. Ed è con esso che, coerentemente, inizia anche la parenesi sulle virtù nella Lettera ai Romani. Tutto il capitolo dodicesimo è un susseguirsi di esortazioni alla carità:

“La carità non abbia finzioni [...];
amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno,
gareggiate nello stimarvi a vicenda…” (Rm 12, 9 ss).

Per cogliere l’anima che unifica tutte queste raccomandazioni, l’idea di fondo, o, meglio, il “sentimento” che Paolo ha della carità bisogna partire da quella parola iniziale: “La carità non abbia finzioni!”. Essa non è una delle tante esortazioni, ma la matrice da cui derivano tutte le altre. Contiene il segreto della carità.

Il termine originale usato da san Paolo e che viene tradotto “senza finzioni”, è anhypòkritos, cioè senza ipocrisia. Questo vocabolo è una specie di luce-spia; è, infatti, un termine raro che troviamo impiegato, nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente per definire l’amore cristiano. L’espressione “amore sincero” (anhypòkritos) ritorna ancora in 2 Cor 6, 6 e in 1 Pt 1, 22. Quest’ultimo testo permette di cogliere, con tutta certezza, il significato del termine in questione, perché lo spiega con una perifrasi; l’amore sincero – dice – consiste nell’amarsi intensamente “di vero cuore”.
San Paolo, dunque, con quella semplice affermazione: “la carità sia senza finzioni!”, porta il discorso alla radice stessa della carità, al cuore. Quello che si richiede dall’amore è che sia vero, autentico, non finto. Anche in ciò l’Apostolo è l’eco fedele del pensiero di Gesù; egli, infatti, aveva indicato, ripetutamente e con forza, il cuore, come il “luogo” in cui si decide il valore di ciò che l’uomo fa (cf. Mt 15, 19).
Possiamo parlare di un’intuizione paolina, a riguardo della carità; essa consiste nel rivelare, dietro l’universo visibile ed esteriore della carità, fatto di opere e di parole, un altro universo tutto interiore, che è, nei confronti del primo, ciò che è l’anima per il corpo. Ritroviamo questa intuizione nell’altro grande testo sulla carità, che è 1 Cor 13. Ciò che san Paolo dice lì, a osservare bene, si riferisce tutto a questa carità interiore, alle disposizioni e ai sentimenti di carità: la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si adira, tutto copre, tutto crede, tutto spera… Nulla che riguardi, per sé e direttamente, il fare del bene, o le opere di carità, ma tutto è ricondotto alla radice del volere bene.
La benevolenza viene prima della beneficenza.
È l’Apostolo stesso che esplicita la differenza tra le due sfere della carità. Dice che il più grande atto di carità esteriore (il distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze) non gioverebbe a nulla, senza la carità interiore (cf. 1 Cor 13,3). Sarebbe l’opposto della carità “sincera”. La carità ipocrita, infatti, è proprio quella che fa del bene, senza voler bene, che mostra all’esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore. In questo caso, si ha una parvenza di carità, che può, al limite, nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello, o anche semplice rimorso di coscienza.
Sarebbe un errore fatale contrapporre tra di loro carità del cuore e carità dei fatti, o rifugiarsi nella carità interiore, per trovare in essa una specie di alibi alla mancanza di carità fattiva. Sappiamo con quanto vigore la parola di Gesù (Mt 25), di san Giacomo (2, 16 s) e di san Giovanni (1 Gv 3, 18) spingono alla carità dei fatti. Sappiamo l’importanza che san Paolo stesso dava alle collette a favore dei poveri di Gerusalemme.
Del resto, dire che, senza la carità, “a niente mi giova” anche il dare tutto ai poveri, non significa dire che ciò non serve a nessuno e che è inutile; significa piuttosto dire che non giova “a me”, mentre può giovare al povero che la riceve. Non si tratta, dunque, di attenuare l’importanza delle opere di carità, quanto di assicurare a esse un fondamento sicuro contro l’egoismo e le sue infinite astuzie. San Paolo vuole che i cristiani siano “radicati e fondati nella carità” (Ef 3, 17), cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto.
Quando noi amiamo “dal cuore”, è l’amore stesso di Dio “effuso nel nostro cuore dallo Spirito Santo” (Rom 5,5) che passa attraverso di noi. L’agire umano è veramente deificato. Diventare “partecipi della natura divina” (2 Pt 1, 4) significa, infatti, diventare partecipi dell’azione divina, l’azione divina di amare, dal momento che Dio è amore!
Noi amiamo gli uomini non soltanto perché Dio li ama, o perché egli vuole che noi li amiamo, ma perché, donandoci il suo Spirito, egli ha messo nei nostri cuori il suo stesso amore per essi. Si spiega così perché l’Apostolo afferma subito dopo: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole, perché chi ama il suo simile ha adempiuto alla legge” (Rm 13, 8).
Perché, ci chiediamo, un “debito”? Perché abbiamo ricevuto una misura infinita d’amore da distribuire a suo tempo tra i conservi (cf Lc 12, 42; Mt 24, 45 s.). Se non lo facciamo defraudiamo il fratello di qualcosa che gli è dovuto. Il fratello che si presenta alla tua porta forse ti chiede qualcosa che non sei in grado di dargli; ma se non puoi dargli quello che ti chiede, bada di non rimandarlo senza quello che gli devi, e cioè l’amore.

3. Carità con quelli di fuori
Dopo averci spiegato in che consiste la vera carità cristiana, l’Apostolo, nel seguito della sua parenesi, mostra come questo ”amore sincero” deve tradursi in atto nelle situazioni di vita della comunità. Due sono le situazioni sulle quali l’Apostolo si sofferma: la prima riguarda i rapporti ad extra della comunità, cioè con quelli di fuori; la seconda, i rapporti ad intra, tra i membri della stessa comunità. Ascoltiamo alcune sue raccomandazioni che si riferiscono al primo rapporto, quello con il mondo esterno:
“Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite […]. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina […]. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere […]. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rom 12, 14 – 21).
Mai, come in questo punto, la morale del Vangelo appare originale e diversa da ogni altro modello etico, e mai la parenesi apostolica appare più fedele e in continuità con quella del Vangelo. Quello che rende tutto ciò particolarmente attuale per noi è la situazione e il contesto in cui questa esortazione viene rivolta ai credenti. La comunità cristiana di Roma è un corpo estraneo in un organismo che – nella misura in cui si accorge della sua presenza – lo rigetta. È una minuscola isola nel mare ostile della società pagana. Sappiamo quanto, simili circostanze, sia forte la tentazione di chiudersi in se stessi, sviluppando il sentimento elitario e arcigno di una minoranza di salvati in un mondo di perduti. Con questo sentimento viveva, in quello stesso momento storico, la comunità essena di Qumran.
La situazione della comunità di Roma descritta da Paolo rappresenta, in miniatura, la situazione attuale di tutta la Chiesa. Non parlo delle persecuzioni e del martirio a cui sono esposti i nostri fratelli di fede in tante parti del mondo; parlo dell’ostilità, del rifiuto e spesso del profondo disprezzo con cui non solo i cristiani, ma tutti i credenti in Dio sono guardati in vasti strati della società, specie in quelli più influenti e che determinano il sentire comune. Essi sono considerati appunto dei corpi estranei in una società evoluta ed emancipata.
L’esortazione di Paolo non ci permette di perderci un solo istante in astiose recriminazioni e in sterili polemiche. Non si esclude naturalmente di dare ragione della speranza che è in noi “con dolcezza e rispetto”, come raccomandava san Pietro (1 Pt 3, 15-16). Si tratta di capire qual è l’atteggiamento del cuore da coltivare nei confronti di una umanità che, nel suo insieme, rifiuta Cristo e vive nelle tenebre anziché nella luce (cf. Gv 3,19). Tale atteggiamento è quello di una profonda compassione e tristezza spirituale che porta ad amarli e soffrire per loro; a farsene carico davanti a Dio, come Gesú si è fatto carico di tutti noi davanti al Padre.
È questo uno dei tratti più belli della santità di alcuni monaci ortodossi. Penso a san Silvano del Monte Athos. Egli diceva:
“Vi sono uomini i quali augurano ai loro nemici e ai nemici della Chiesa la rovina e i tormenti del fuoco della dannazione. Essi pensano in tal modo perché non sono stati istruiti dallo Spirito Santo nell’amore di Dio. Colui invece che veramente lo ha imparato versa lacrime per il mondo intero. Tu dici: ‘È malvagio e possa quindi bruciare nel fuoco dell’inferno’. Ma io ti domando: ‘Se Dio ti desse un bel posto in Paradiso e tu vedessi gettato nelle fiamme colui al quale tu lo auguravi, forse che neanche allora ti addoloreresti per lui, chiunque egli fosse, anche se nemico della Chiesa” .
Al tempo di questo santo monaco, i nemici erano soprattutto i bolscevichi che perseguitavano la Chiesa della sua amata patria russa. Oggi il fronte si è allargato e non esiste “cortina di ferro” al riguardo. Nella misura in cui un cristiano scopre la bellezza infinita, l’amore e l’umiltà di Cristo, non può fare a meno di sentire una profonda compassione e sofferenza per chi volontariamente si priva del bene più grande della vita. L’amore diventa in lui più forte di ogni risentimento. In una situazione simile, Paolo arriva a dirsi disposto a essere lui stesso “anatema, separato da Cristo”, se ciò poteva servire a farlo accettare da quelli del suo popolo rimasti fuori (cf. Rom 9, 3).

4. La carità ad intra
Il secondo grande campo di esercizio della carità riguarda, si diceva, i rapporti all’interno della comunità: in pratica, come gestire i conflitti di opinioni che emergono tra le diverse sue componenti. A questo tema l’Apostolo dedica l’intero capitolo 14 della Lettera.
Il conflitto allora in atto nella comunità romana era tra quelli che l’Apostolo chiama “ i deboli” e quelli che chiama “i forti”, tra i quali pone se stesso (“Noi che siamo i forti…”) (Rom 15,1). I primi erano coloro che si sentivano moralmente tenuti a osservare alcune prescrizioni ereditate dalla Legge o da precedenti credenze pagane, come il non mangiare carne (in quanto c’era il sospetto che fosse stata immolata agli idoli) e il distinguere un giorno dall’altro. I secondi, i forti, erano quelli che, in nome della libertà del Vangelo, avevano superato questi tabù e non distinguevano cibo da cibo o giorno da giorno. La conclusione del discorso (cf. Rom 15, 7-12) fa capire che sullo sfondo c’è il solito problema del rapporto tra credenti provenienti dal giudaismo e credenti provenienti dai gentili.
Le esigenze della carità che l’Apostolo inculca in questo caso ci interessano in sommo grado perché sono le stesse che si impongono in ogni tipo di conflitto intraecclesiale, compresi quelli che viviamo oggi, sia a livello di Chiesa universale che della comunità particolare in cui ognuno vive.
I criteri che l’Apostolo suggerisce sono tre. Il primo è seguire la propria coscienza. Se uno è convinto in coscienza di fare peccato facendo una certa cosa, non deve farla. “Tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza – scrive l’Apostolo – è peccato” (Rom 14, 23). Il secondo criterio è rispettare la coscienza altrui e astenersi dal giudicare il fratello:
“Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? […] D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello” (Rom 14, 10.13).
Il terzo criterio riguarda soprattutto “i forti” ed è di evitare di dare scandalo:
”Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesú – prosegue l’Apostolo – che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! […] Cerchiamo dunque ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole.” (Rom 14, 14-19)
Tutti questi criteri sono però particolari e relativi, rispetto a un altro che è invece universale e assoluto, quello della signoria di Cristo. Sentiamo come lo formula l’Apostolo:
”Chi si preoccupa dei giorni, lo fa per il Signore; chi mangia di tutto, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; chi non mangia di tutto, non mangia per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rom 14, 6-9).
Ognuno è invitato a esaminare se stesso per vedere cosa c’è al fondo della propria scelta: se c’è la signoria di Cristo, la sua gloria, il suo interesse, o non invece, più o meno larvatamente, la propria affermazione, il proprio “io” e il proprio potere; se la sua scelta è di natura veramente spirituale ed evangelica, o se non dipende invece dalla propria inclinazione psicologica, o, peggio, dalla propria opzione politica. Questo vale nell’uno e nell’altro senso, cioè sia per i cosiddetti forti che per i cosiddetti deboli; sia, diremmo noi oggi, per chi sta dalla parte della libertà e novità dello Spirito, sia per chi sta dalla parte della continuità e della tradizione.
C’è una cosa di cui si deve tener conto per non vedere, nell’atteggiamento di Paolo su questo argomento, una certa incoerenza rispetto al suo insegnamento precedente. Nella Lettera ai Galati egli sembra assai meno disponibile al compromesso e a tratti si mostra addirittura adirato. (Se avesse dovuto subire il processo di canonizzazione oggi, difficilmente Paolo sarebbe diventato santo perché sarebbe stato piuttosto difficile dimostrare la “eroicità” della sua pazienza!
Egli a volte “sbotta”, però poteva dire: “Non sono più io che vivo, Cristo vive in me” (Gal 2, 20), e questa, si è visto, è l’essenza della santità cristiana).
Nella Lettera ai Galati, Paolo rimprovera a Pietro quello che qui sembra raccomandare a tutti, e cioè di astenersi dal mostrare la propria convinzione per non dare scandalo ai semplici. Pietro infatti, ad Antiochia, era persuaso che mangiare con i gentili non contaminasse un giudeo (era già stato in casa di Cornelio!), ma si astiene dal farlo per non dare scandalo ai giudei presenti (cf. Gal 2, 11-14). Paolo stesso, in altre circostanze, agirà allo stesso modo (cf. At 16, 3; 1 Cor 8,13).
La spiegazione non sta naturalmente solo nel temperamento di Paolo. Anzitutto, la posta in gioco ad Antiochia era molto più chiaramente legata all’essenziale della fede e alla libertà del Vangelo di quanto pare che si trattasse a Roma. In secondo luogo –ed è il motivo principale – ai Galati Paolo parla come fondatore della Chiesa, con l’autorità e la responsabilità del pastore; ai Romani parla a titolo di maestro e fratello nella fede: per contribuire, dice, alla comune edificazione (cf. Rom 1, 11-12). C’è differenza tra il ruolo del pastore a cui è dovuta l’obbedienza e quello del maestro a cui sono dovuti soltanto il rispetto e l’ascolto.
Questo ci fa capire che ai criteri di discernimento menzionati se ne deve aggiungere un altro, e cioè il criterio dell’autorità e dell’obbedienza. Di essa l’Apostolo ci parlerà nel seguito della sua parenesi con le ben note parole: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio“ (Rom 13, 1).
Nel frattempo ascoltiamo come rivolta noi, negli inevitabili conflitti che sorgono in seno alla comunità locale o universale, l’esortazione conclusiva che l’Apostolo rivolgeva alla comunità romana di allora: “Accoglietevi dunque gli uni gli altri, come anche Cristo accolse voi per la gloria di Dio” (Rom 15,7).

1.Cf. Le cause dei santi. Sussidio per lo Studium, a cura della Congregazione delle Cause dei Santi, Libreria Editrice Vaticana, 3a ed. 2014, pp. 13-81.
2.Archimandrita Sofronio, Silvano del Monte Athos. La vita, la dottrina, gli scritti, Torino 1978, pp. 255 s.


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