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martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)


venerdì 7 agosto 2026

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Stefano Cobello*

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Foto di Centro Pace Forlì

La storia dell’umanità, letta attraverso i manuali scolastici, sembra una sequenza di guerre inevitabili scoppiate per motivi nobili. Ma dietro le quinte si muove una realtà diversa. Dietro ogni scontro armato si nasconde un ingranaggio di interessi economici, calcoli geopolitici e dinamiche di controllo sociale. La verità più scomoda è che la pace spaventa chi detiene il potere, poiché essa rappresenta il peggior incubo di un sistema globale costruito sulla scarsità e sulla gerarchia.

L’allegoria di Rubens: saggezza contro distruzione

Nel XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni, Peter Paul Rubens dipinse Minerva protegge la Pace da Marte. Nell’opera, la dea della saggezza respinge il dio della guerra per proteggere la Pace (Cerere), che nutre l’umanità. Rubens creò un manifesto politico: la guerra distrugge l’arte, la cultura e la stabilità delle persone comuni, arricchendo solo chi specula sul caos. Oggi, i moderni “Marte” siedono nei consigli d’amministrazione delle multinazionali della difesa e nei palazzi di governo, temendo ancora che la saggezza di Minerva tolga loro il controllo della scena.

Il marketing della guerra

Nessun leader ammetterebbe di invadere un paese per profitto o per stabilizzare il prezzo del petrolio. La guerra richiede un marketing impeccabile basato su tre pilastri:
  1. La minaccia esistenziale imminente: l’amplificazione di un nemico barbaro con cui è “impossibile negoziare”.
  2. La missione umanitaria: il conflitto dipinto come l’unico modo per esportare democrazia e diritti.
  3. La difesa preventiva: colpire per primi per non venire annientati.
Questa narrazione polarizzante (“noi contro loro”) annulla il pensiero critico. Chi propone vie diplomatiche viene additato come traditore. Oggi si aggiunge anche la distrazione di massa da crisi interne, violenze e corruzione che colpiscono i leader mondiali.

Il motore economico: il Complesso Militare-Industriale

Nel 1961, il Presidente USA Eisenhower mise in guardia l’umanità contro l’influenza ingiustificata del Complesso Militare-Industriale (MIC). La pace, infatti, è un pessimo affare per chi produce armi e per i politici corrotti che si nascondono dietro i conflitti.
Settore Economico Obiettivo in Pace Impatto della Pace Impatto della Guerra
Difesa Vendita armamenti Contrazione budget statali Profitti record e contratti d’urgenza
Finanza Speculativa Stabilità dei mercati Rendimenti moderati Alta volatilità e speculazione
Ricostruzione Manutenzione ordinaria Margini ridotti Contratti d’emergenza multimiliardari
Questo genera il ciclo della “distruzione creatrice” bellica: i governi finanziano le industrie private per produrre armi con soldi pubblici; queste armi distruggono un paese; infine, gli stessi governi finanziano multinazionali private per ricostruire ciò che è stato raso al suolo, indebitando le popolazioni colpite.

Geopolitica e controllo sociale

Le guerre moderne si combattono per le risorse sotterranee e le rotte commerciali: terre rare e metalli di transizione (litio, cobalto) per la tecnologia, acqua dolce e punti di snodo marittimi (chokepoints) per tenere sotto scacco l’economia globale.
Inoltre, come evidenziato da Naomi Klein in The Shock Doctrine, i governi usano lo stato d’emergenza per far accettare riforme drastiche e tagli allo stato sociale, silenziando il dissenso. In una società pacifica le persone smettono di temere le bombe e iniziano a chiedere conto ai governi di disuguaglianze e corruzione.

Verso un’ecologia della pace

Per scardinare questo sistema serve un’ecologia della pace basata su:
  • Riconversione industriale: investire i fondi militari in sanità, istruzione e prevenzione ambientale.
  • Indipendenza energetica e alimentare: promuovere fonti rinnovabili decentralizzate per sottrarre il controllo ai cartelli globali.
  • De-escalation culturale ed educazione: usare la diplomazia e creare attività didattiche sul rispetto dei popoli.
Come ricordava Vandana Shiva, dobbiamo anche fare pace con l’ambiente che ci dà la vita. Solo quando la pace diventerà più conveniente della guerra per i cittadini, i potenti perderanno la capacità di trascinarci nel baratro.

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*Stefano Cobello
Sociologo, insegnante, parla correttamente 4 lingue fra cui il russo. Insegnante e docente universitario alla MPGU di Mosca.
(fonte: Pressenza 04.08.26)

mercoledì 29 luglio 2026

Striscia di Gaza: Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza segnala che la situazione è sempre più disastrosa

Striscia di Gaza: Romanelli (parroco), “siamo al collasso, il diesel costa 13 dollari al litro. Un asino oggi vale 17mila dollari”


Gaza (Foto Romanelli/latin parish)

“Quando si dice che la situazione qui è disastrosa, credetemi: è davvero disastrosa, se non richiedesse addirittura un’aggettivazione ancora più forte”. 
È un quadro di estrema precarietà quello tracciato da padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, in un nuovo videomessaggio diffuso sui social della comunità cattolica della Striscia e ribadito in un’intervista al Sir. 

Il sacerdote racconta come anche la semplice mobilità sia diventata un’impresa quasi impossibile. Dei diversi veicoli di cui disponeva la parrocchia prima della guerra, molti sono ormai inutilizzabili per la mancanza di pezzi di ricambio. “Abbiamo persino preso la batteria di un’auto per farne funzionare un’altra”, spiega. E ora anche l’ultimo mezzo ancora operativo, quello utilizzato dai sacerdoti, “ha rischiato di andare completamente in avaria”. A causare il guasto, precisa il religioso di origine argentina, “sono stati l’olio motore deteriorato e il sistema di alimentazione diesel quasi totalmente ostruito”. “La qualità di ciò che si riesce a trovare è pessima e purtroppo non mancano nemmeno gli inganni”, denuncia Romanelli. Il carburante rappresenta uno dei problemi più gravi: “Un litro di diesel può costare circa 13 dollari”. Ma il prezzo non è l’unica difficoltà. 
Secondo il parroco, nella Striscia si sta producendo un combustibile artigianale ottenuto da plastica e nylon recuperati e poi sottoposti a processi di combustione e distillazione. “Non so bene come avvenga il procedimento – racconta – ma molti mi spiegano che si produce diesel dalla plastica riciclata. Il problema è che si tratta comunque di carburanti di bassissima qualità”, con il rischio di danneggiare generatori e mezzi di trasporto. 

La situazione è talmente critica che padre Romanelli aveva ipotizzato di sostituire le automobili con un carro trainato da un asino: “Ma mi hanno detto che oggi un asino costa circa 50mila shekel, vale a dire tra i 16mila e i 17mila dollari. Prima della guerra costava mille, al massimo duemila shekel, cioè tra 300 e 600 dollari”. 

Il trasporto, sottolinea, è ormai una necessità vitale: “Serve per raggiungere un ospedale, un posto di lavoro, una scuola, oppure per visitare gli ammalati e portare aiuti”. Gaza “non è così piccola da poter fare tutto a piedi”, soprattutto con “moltissime strade completamente distrutte”. 

Tra le poche notizie positive, Romanelli segnala le informazioni diffuse dai media israeliani secondo cui il governo di Netanyahu avrebbe dato un’approvazione iniziale all’ingresso nell’area di Rafah, di una forza internazionale legata al Board of Peace, nella Striscia”. “Sarebbe almeno un primo passo”, osserva. Ma ribadisce che la priorità resta la ricostruzione: “La gente vive con nulla. Servono certamente gli interventi per ricostruire, ma servono anche tutte le cose essenziali per la vita quotidiana”.
(fonte: Sir 28/07/2028)

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giovedì 18 giugno 2026

Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?

Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?

La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo


Stavo parlando con Domenica di mio nipote, quel bambino che ha appena undici anni, quando è stato sorpreso dal rumore degli aerei militari israeliani sopra il cielo del Libano. La sua voce tremava mentre mi diceva: «Ho avuto tanta paura… così tanta che per poco non mi facevo la pipì addosso». Lo ha detto come solo i bambini sanno dire la paura: senza abbellirla, senza orgoglio, senza cercare di nascondere il terrore. Lo ha detto come se il suo piccolo cuore non riuscisse più a contenere tutto quel rumore, tutta quella notte, tutte quelle domande che non sa nemmeno come fare.

Raccontavo tutto questo cercando di nascondere il dolore tra le parole, quando si è avvicinata la nipotina di Domenica, la bellissima Sofia, di nove anni. Mi guardava con i suoi occhi grandi, occhi che non erano ancora stati sporcati dalle immagini della distruzione, né attraversati dai telegiornali come se fossero un destino quotidiano. Mi ha chiesto con innocenza: «E perché ha avuto paura?» Le ho risposto a bassa voce: «Per la guerra». Non ha aspettato molto. Mi ha lanciato subito la sua domanda successiva, come se avesse gettato una piccola pietra nel lago del mio cuore: «E che cos’è la guerra?»

Mi sono fermato.

Mi sono sentito smarrito.

Come si può spiegare a una bambina di nove anni che cosa sia la guerra? Come dirle che la guerra non è una parola scritta in un libro di storia, né un gioco tra due eserciti, né una storia che finisce con una vittoria e un eroe? Come dirle che la guerra è una madre che cerca suo figlio tra la polvere? Che è un bambino che dorme con le scarpe ai piedi, perché non sa quando dovrà scappare? Che è una finestra che trema, una casa che invecchia in un istante, un piccolo cuore che impara la paura prima ancora di imparare la vita?

Come dirle che la guerra è quando il rumore di un aereo diventa più forte della voce di tua madre che cerca di rassicurarti? Che la notte diventa lunga, come se non volesse finire mai? Che l’abbraccio di una casa si trasforma in un luogo che non sa più come proteggere i suoi figli?

Ho guardato Sofia e nei suoi occhi ho visto un mondo puro, che non merita di essere ferito. Ho visto una bambina che domanda perché non sa, e noi che non sappiamo rispondere perché sappiamo troppo. Avrei voluto dirle: la guerra, Sofia, è quando gli adulti dimenticano di essere stati bambini. È quando il ferro diventa più forte della misericordia, le urla più alte delle canzoni, e la paura un ospite pesante nelle case della gente.

Ma non le ho detto tutto questo.

Non volevo rovinare il suo sguardo interiore con immagini di morte, sangue e distruzione. Non volevo mettere nel suo piccolo cuore l’immagine di un bambino che si nasconde dal cielo, o di una madre che stringe i suoi figli come se le sue braccia potessero fermare i bombardamenti.

Le ho sorriso con tristezza e le ho detto: «La guerra, Sofia, è una cosa molto brutta, che accade quando le persone non sanno amarsi abbastanza». È rimasta in silenzio per un momento, come se cercasse di capire come sia possibile che le persone non sappiano amarsi. Poi mi ha guardato con quella innocenza capace quasi di spezzare il cuore.

E io sono rimasto con quella domanda dentro di me. Che cos’è la guerra?

La guerra non è soltanto aerei che bombardano, case che crollano, strade piene di macerie. La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo.

La guerra è quando alcuni bambini crescono in una sola notte, e alcuni adulti restano impotenti davanti alla domanda di un bambino.

Non ti auguro mai, Sofia, di sapere davvero che cos’è la guerra. Non ti auguro di sentire il rumore degli aerei nella notte, né di imparare a distinguere tra il tuono e il bombardamento, né di riconoscere la forma della paura sul volto di tua madre.

Ti auguro che la guerra rimanga per te una parola estranea, lontana, che non assomigli alla tua casa, al tuo letto, alla tua scuola o ai tuoi giochi.

E auguro ai bambini del Libano di tornare a essere soltanto bambini.

Di avere un po’ paura del buio, non del cielo.
Di piangere perché si è rotto un giocattolo, non perché è crollata la loro casa.
Di correre dietro a un pallone nel quartiere, non verso un rifugio.
Di addormentarsi sognando il domani, non aspettando che finisca la notte.

E quando un bambino mi chiederà di nuovo: «Che cos’è la guerra?» Io continuerò a sentirmi smarrito.

Perché alcune domande non hanno bisogno di una risposta. Hanno bisogno di un mondo che si vergogni di se stesso.

Sofia e la nonna
La foto di copertina è di Mahmoud Sulaiman/Unsplash
(fonte: Vino nuovo, articolo di Vincente Massoud Mohamed 16/06/2026)



mercoledì 27 maggio 2026

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente: “A Gaza sofferenza insopportabile, la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente:
“A Gaza sofferenza insopportabile,
la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Immagine di Leone XIV con la Sumud Flotilla costruita da IA

Non un generico appello alla pace, ma una denuncia forte contro la spirale di violenza che continua a travolgere il Medio Oriente. Lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV è tornato a parlare con parole nette della tragedia che si consuma a Gaza e nei teatri di guerra della regione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e condannando una guerra sempre più disumana, combattuta persino attraverso l’intelligenza artificiale.

Il Papa ha parlato davanti a Villa Barberini, rispondendo alle domande dei giornalisti sul fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla, bloccati dall’esercito israeliano mentre tentavano di portare aiuti umanitari nella Striscia. Alcuni di loro hanno denunciato pestaggi e maltrattamenti. Leone XIV non ha nascosto la gravità della situazione: “Si sta provocando sempre più odio”, ha affermato, ribadendo che “la violenza non aiuta”.

Il Pontefice ha quindi chiesto con forza un ritorno ai negoziati e al dialogo, sottolineando che ogni soluzione deve partire dal “rispetto dei diritti umani di tutti”. Ma il cuore del suo intervento è stato il riferimento diretto alla popolazione civile di Gaza, definita un popolo che “sta soffrendo”. Leone XIV ha denunciato il blocco degli aiuti umanitari, osservando che la popolazione continua a non ricevere assistenza sufficiente, mentre crescono proteste, tensioni e disperazione.

L’appello del Papa è rivolto “a tutte le autorità”, chiamate non soltanto a garantire l’arrivo degli aiuti, ma anche ad avviare già da ora un percorso di ricostruzione per una terra devastata dalla guerra.

Ma Leone XIV ha allargato lo sguardo anche oltre Gaza, collegando il dramma mediorientale alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei. Interpellato sull’intelligenza artificiale, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha lanciato un monito che suona come uno dei più duri pronunciati finora dalla Santa Sede sul tema delle nuove guerre digitali.

“La guerra si fa oggi con l’IA”, ha detto, citando esplicitamente il Libano e “altri posti del mondo”, dove le tecnologie belliche colpiscono senza guardare alle vite umane. Un conflitto automatizzato, distante, sempre più impersonale, in cui – secondo Leone XIV – le vere vittime restano i civili.

Da qui la richiesta di “un’intelligenza artificiale disarmata”, frutto di un confronto che il Vaticano sta portando avanti anche con le grandi aziende tecnologiche. Il Papa ha ricordato il dialogo aperto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale con Anthropic, una delle principali società internazionali del settore.

Le parole di Leone XIV arrivano mentre il bilancio delle vittime continua a crescere tra Gaza, Libano e gli altri fronti del Medio Oriente. E segnano un passaggio significativo nel linguaggio della Santa Sede: non soltanto un richiamo spirituale alla pace, ma una critica sempre più esplicita a una guerra che il Papa descrive come disumanizzante, capace di alimentare odio, cancellare diritti e trasformare le persone in bersagli invisibili.
 (fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/05/2026)

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Guarda il video


martedì 26 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La Magnifica humanitas della pace - Laura Tussi: “Restiamo umani”: Papa Leone XIV e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni

Tonio Dell'Olio
 
La Magnifica humanitas della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  26 maggio 2026

Sul rifiuto della guerra e sulla scelta radicale della pace, l’enciclica Magnifica humanitas — che Vittorio Arrigoni avrebbe tradotto con il suo “restiamo umani” — non lascia spazio ad ambiguità. Papa Leone XIV smonta una per una le giustificazioni culturali, politiche e morali con cui il mondo continua a considerare la guerra come un destino inevitabile.

Per il Pontefice, la pace non è il sogno fragile di qualche idealista, ma una responsabilità concreta affidata ai popoli, alla politica e ai credenti. Per questo denuncia con parole severissime “la preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e attacca “le scelte di riarmo” che stanno trascinando il mondo dentro “la cultura violenta della potenza”. 

La guerra, scrive Leone XIV, non nasce improvvisamente sui campi di battaglia: viene preparata molto prima, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Così la pace finisce per essere considerata soltanto “un intervallo precario tra conflitti”. 

È necessario “superare la teoria della guerra giusta”, perché oggi l’umanità possiede strumenti infinitamente più umani e più efficaci: “il dialogo, la diplomazia, il perdono”. 

Alla faccia del cinismo di chi considera il ricorso alla violenza come inevitabile, il Papa rilancia una convinzione disarmante: “La pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”. 

E infine un appello che suona insieme come una denuncia e una profezia: “La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere”, perché gli altri non sono nemici da abbattere, ma esseri umani da riconoscere.

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Vedi anche il post precedente:

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“Restiamo umani”: Papa Leone XIV
e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni


Quando Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas, invita il mondo a “restare umani” di fronte alla guerra tecnologica, all’intelligenza artificiale militarizzata e alla disumanizzazione globale, il richiamo corre inevitabilmente alla figura di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza nel 2011 mentre cercava di testimoniare la sofferenza del popolo palestinese.

“Restiamo umani” non era per Arrigoni uno slogan astratto. Era una scelta di vita, una presa di posizione morale dentro il dolore della storia. Chiudeva così ogni suo reportage da Gaza, trasformando quelle parole in una sorta di consegna etica universale: non abituarsi mai all’ingiustizia, non considerare normale la guerra, non lasciare che la violenza cancelli il volto concreto delle persone. 

Nato in Brianza nel 1975, Arrigoni — “Vik” per amici e compagni di viaggio — aveva scelto di vivere nella Striscia di Gaza come attivista dell’International Solidarity Movement. Non era soltanto un giornalista o un osservatore internazionale: era uno “scudo umano”, come ricordano molte testimonianze raccolte anche da FarodiRoma. Accompagnava pescatori e contadini palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi, documentava i bombardamenti, rompeva il silenzio mediatico sull’assedio della Striscia. Durante l’operazione “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 raccontò giorno per giorno la devastazione di Gaza nel libro Gaza. Restiamo umani, diventato poi anche un film-documento e un simbolo internazionale del pacifismo contemporaneo. (Pressenza)

Il 14 aprile 2011 Arrigoni venne sequestrato a Gaza da un gruppo jihadista salafita. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Aveva 36 anni. Ma la sua morte non ha spento il messaggio che aveva lasciato. Anzi, col tempo quel “Restiamo umani” è diventato un richiamo morale sempre più attuale in un mondo attraversato da nuove guerre, nazionalismi, odio identitario e tecnologie capaci di rendere il conflitto sempre più impersonale.

È proprio qui che il riferimento implicito di Papa Leone XIV assume una forza particolare. Nell’enciclica il Pontefice denuncia una civiltà in cui “la potenza tecnica” rischia di sostituire la coscienza morale, e afferma con nettezza: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Un’affermazione che sembra dialogare idealmente con l’eredità di Arrigoni: la necessità di custodire l’umanità anche dentro la violenza estrema.

Per il Papa, infatti, il vero rischio del nostro tempo è la disumanizzazione: ridurre le persone a dati, bersagli, numeri, flussi migratori, utenti o danni collaterali. È la stessa deriva che Arrigoni aveva denunciato raccontando i bambini di Gaza, gli ospedali bombardati, i pescatori colpiti mentre cercavano semplicemente di sopravvivere.

Oggi, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e la guerra torna a essere considerata da molti una soluzione “normale”, la figura di Arrigoni appare ancora più scomoda e necessaria. Non apparteneva ai potenti, non parlava il linguaggio della geopolitica o degli interessi strategici. Parlava il linguaggio delle vittime civili, degli ultimi, degli invisibili.

Mi sembra proprio questo il punto più profondo dell’enciclica di Leone XIV: senza empatia, senza limite morale, senza riconoscimento dell’altro come fratello, nessuna tecnologia e nessun progresso potranno salvare la civiltà.

“Restiamo umani”, allora, non è soltanto il titolo di un libro o il ricordo di un attivista assassinato. È una domanda rivolta a tutti noi. In un tempo dominato da guerre ibride, propaganda digitale e odio globale, quelle parole continuano a chiedere se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un essere umano.

Ed è forse per questo che Vittorio Arrigoni, a quindici anni dalla sua morte, continua a essere uno degli eroi morali più limpidi del nostro tempo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 25/05/2026)

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Per saperne di più su Vittorio Arrigoni guarda anche:

lunedì 25 maggio 2026

Flotilla, la determinazione di Giuseppina, bloccata in Libia a 79 anni: «Non c’è età per lottare contro le ingiustizie»


Flotilla, la determinazione di Giuseppina,
bloccata in Libia a 79 anni:
«Non c’è età per lottare contro le ingiustizie»

La testimonianza di Giuseppina Branca, attivista della spedizione fermata nei pressi di Sirte: «Manca spesso l’acqua ma stiamo bene, il nostro obiettivo è che lascino passare il convoglio umanitario»

Gli attivisti della spedizione via terra Global Sumud Flotilla bloccati in Libia

«Siamo accampati nella zona neutra tra la Libia ovest e la Libia est in un posto spartano, una stazione di benzina. Manca sovente l'acqua ma emotivamente stiamo bene, c’è un clima di grande solidarietà e determinazione». È con un certo sollievo che riusciamo a metterci in contatto con Giuseppina Branca, la militante più anziana della spedizione via terra della Global Sumud Flotilla, bloccata in Libia la scorza settimana. La carovana – 25 le delegazioni da tutto il mondo, fra cui appunto l’italiana di 13 componenti – in marcia verso la Palestina per consegnare «case mobili, 15 ambulanze e altri aiuti umanitari», si trova ora bloccata a circa 9 chilometri dal valico di Sirte.

Giuseppina Branca, 79 anni
Una situazione instabile, molto faticosa, ma gli attivisti non mollano. Giuseppina in testa: è una donna determinata, che ha scelto da che parte stare e rimane fedele alla causa di un mondo più giusto. E a quanti fossero preoccupati per lei, Giuseppina risponde: «Non c'è età per lottare contro le ingiustizie. Il nostro obiettivo che lascino passare il convoglio umanitario. Paure non ne abbiamo». La sua è una testimonianza straordinaria, fatta di coraggio e tenacia.

Verbanese, infermiera in pensione, Giuseppina si è sempre spesa in missioni umanitarie in giro per il mondo. Già lo scorso anno aveva preso parte alla missione della Flottilla, mossa dagli stessi ideali che la guidano ancora oggi: «Partecipo a questa missione perché mi sembra normale muoversi contro i crimini che sta facendo il governo di Israele».
Settimana scorsa, nella notte fra giovedì e venerdì, «c’è stata una lunghissima riunione in cui si è deciso di rimanere ancora, di ritentare ancora, sottolineando quanto sia importante riuscire a far passare questi mezzi. Sono stanchi ma determinati», riferisce la portavoce per l’Italia della Global Sumud Flotilla, Maria Elena D’Elia.

Mentre la carovana è ancora accampata, il comitato direttivo della Global Sumoud Flotillia sta cercando di far pressione, a livello diplomatico, per sbloccare la situazione. Il contingente umanitario è professionalizzato, ne fanno parte anche ingegneri, personale sanitario, educatori, ecocostruttori e medici pronti a portare aiuto alla popolazione stremata: sarebbe indispensabile arrivasse presto a destinazione.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Laura Bellomi 25/05/2026)


lunedì 4 maggio 2026

La forza della Flotilla - Dai 2 arrestati segnalazioni di minacce di morte e detenzione prolungata

Tonio Dell'Olio
 
La forza della Flotilla
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  04 maggio 2026

Un atto grave che bisogna avere il coraggio di chiamare col proprio nome: pirateria. 180 persone rapite, 178 rilasciate, 32 maltrattate e ferite, due arrestate: Saif Abukeshek e Thiago Avila. L’intervento delle forze israeliane contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in un’azione civile e nonviolenta diretta verso Gaza, rappresenta una violazione del diritto internazionale della navigazione.

Nega la libertà di circolazione in acque internazionali. 
Colpire un’iniziativa disarmata significa oltrepassare un limite giuridico e morale. La Flotilla non è una provocazione, ma un gesto di testimonianza. Intende accendere i riflettori sulle condizioni drammatiche della popolazione palestinese di Gaza, stretta da anni in una crisi umanitaria che interroga la coscienza del mondo. 

Fermarla con la forza non cancella questa realtà, semmai la rende ancora più evidente. 

C’è però un altro elemento che merita di essere difeso e sostenuto: il metodo. La Global Sumud Flotilla incarna una nonviolenza attiva, concreta, capace di esporsi. Non si limita a denunciare, ma mette in gioco i corpi, attraversa i confini, assume il rischio per affermare un diritto e una dignità negata. È una strada esigente, che rifiuta la logica dello scontro e prova a incrinarla dall’interno. 

Condannare quanto accaduto e pretendere il rilascio dei due attivisti trattenuti ora nelle carceri israeliane non è solo un dovere giuridico. È anche un atto politico e umano: significa riconoscere che la nonviolenza non è debolezza, ma forza che costruisce futuro.

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Visita delle avvocate di Adalah a Thiago e Saif:
segnalazioni di minacce di morte e detenzione prolungata

(Foto di https://freedomflotilla.org/)

A seguito di una visita appena conclusasi presso il centro di detenzione di Shikma da parte delle avvocate di Adalah, Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, Adalah lancia l’allarme riguardo agli abusi psicologici e ai maltrattamenti subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla (GSF) Thiago Ávila e Saif Abukeshek. Entrambi gli attivisti sono giunti al sesto giorno di sciopero della fame (bevono solo acqua) per protestare contro il loro sequestro illegale da parte della marina israeliana in acque internazionali mentre erano impegnati in una missione umanitaria volta a sfidare l’illegale blocco su Gaza.

Thiago Ávila ha riferito di essere stato sottoposto a ripetuti interrogatori della durata massima di otto ore. Gli interrogatori lo hanno minacciato esplicitamente, affermando che sarebbe stato «ucciso» o avrebbe «trascorso 100 anni in carcere». Entrambi gli attivisti sono detenuti in isolamento totale. Le loro celle sono sottoposte a un’illuminazione costante ad alta intensità 24 ore su 24, una pratica nota dell’Israeli Prison Service (IPS) specificamente studiata per indurre privazione del sonno e disorientamento sensoriale. Inoltre, Thiago ha riferito di essere detenuto a temperature estremamente basse. Vengono tenuti bendati in ogni momento ogni volta che vengono spostati fuori dalle loro celle, anche durante le visite mediche. Adalah sottolinea che bendare un paziente durante una visita costituisce una grave violazione degli standard etici medici.

Gran parte dell’interrogatorio si è concentrato sulla Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria pacifica, il che conferma che la detenzione costituisce un tentativo di criminalizzare gli aiuti umanitari e la solidarietà.

Le avvocate di Adalah sono in attesa di sapere se domani verrà presentata una richiesta di proroga della detenzione e continuano a chiedere il loro rilascio immediato e incondizionato e la fine di questi procedimenti illegali.

Per gli ultimi aggiornamenti, seguite il canale WhatsApp di Adalah:
(fonte: Pressenza 04/05/2026)

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venerdì 1 maggio 2026

«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

Messaggio dell’arcivescovo per la memoria liturgica di S. Giuseppe Artigiano venerdì 1° maggio 2026 


Pubblichiamo di seguito il messaggio del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie per la Festa del Lavoro, nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano, che ricorre venerdì 1° maggio 2026.

«Carissimi,

il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto. Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.

Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.

Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.

So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?

Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.

Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
(fonte: Diocesi di Torino 29/04/2026)



sabato 11 aprile 2026

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa: la poesia che svela una verità ancora attuale

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa:
la poesia che svela una verità ancora attuale

Scopri il significato de "La ninna-nanna de la guerra” di Trilussa: una potente poesia che smaschera la barbarie di tutte le guerre.


La ninna-nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che attraversa il tempo e continua a interrogare la coscienza di chi legge. Trilussa compie una scelta che spiazza. Usa la forma più dolce che esista, quella della ninna nanna, e la mette accanto alla realtà più dura. Una voce culla un bambino, lo invita a dormire, a non vedere. Fuori, però, il mondo è attraversato da violenza, interessi, decisioni prese lontano da chi le subisce.

È in questo contrasto che la poesia prende forza. Non alza il tono, non cerca effetti. Lascia emergere una verità che si insinua lentamente: mentre qualcuno parla di ideali, di valori, di necessità, c’è sempre qualcun altro che paga il prezzo più alto.

E così, senza bisogno di riferimenti espliciti, la poesia resta vicina anche al presente. Perché ogni volta che il mondo si trova davanti a nuove tensioni, nuove minacce, nuove escalation, tornano gli stessi interrogativi. Chi decide. Chi guadagna. Chi perde. Chi resta.

La poesia non offre risposte consolatorie. Fa qualcosa di più scomodo, costringendo a guardare la guerra per ciò che è, senza filtri. E a riconoscere quanto, sotto linguaggi diversi e scenari diversi, certe dinamiche continuino a ripetersi.

Scritta nel 1914, all’inizio della Prima guerra mondiale, nasce dentro un momento storico preciso, ma riesce a superarlo. Non resta legata a un conflitto, a un’epoca, a una circostanza. Diventa uno sguardo lucido e disarmante su ciò che la guerra è davvero, al di là delle parole con cui viene raccontata.

Leggiamo la poesia di Trilussa per scoprirne il purtroppo sempre attuale significato.

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

La guerra vista nella sua essenza senza nessuna illusione

La Ninna nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che sposta lo sguardo. Non racconta la guerra come viene presentata, ma come si manifesta davvero quando la si osserva da vicino, dal punto di vista di chi la subisce.

Dentro i versi prende forma una consapevolezza che attraversa il tempo. La guerra non è mai soltanto ciò che viene dichiarato. Non è solo difesa, identità, appartenenza. È anche un sistema fatto di interessi, equilibri, convenienze. Un sistema in cui il valore della vita umana rischia di diventare secondario.

Trilussa mette in discussione le giustificazioni più ricorrenti. Mostra come le idee, la fede, la razza, la patria, possano essere usate per coprire decisioni che hanno radici molto più concrete. E allo stesso tempo fa emergere un altro elemento, meno visibile ma decisivo: il rapporto tra guerra ed economia, tra conflitto e profitto.

C’è poi un aspetto ancora più amaro, che riguarda ciò che accade dopo. Chi ha contribuito allo scontro torna a parlarsi, a ricostruire relazioni, a pronunciare parole di pace. E intanto resta chi ha pagato il prezzo più alto, spesso senza nemmeno essere ascoltato.

In questo senso la poesia non si limita a essere una denuncia. Diventa una chiave per leggere ciò che accade ogni volta che la violenza viene raccontata come necessaria. Ci invita a guardare sotto le parole, a riconoscere ciò che resta uguale anche quando tutto sembra cambiare.

Una poesia dentro il tempo della guerra

Quando Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, scrive questi versi siamo nel 1914. L’Europa sta entrando in un conflitto che cambierà profondamente la storia e la percezione stessa della guerra. Anche in Italia il dibattito è acceso, diviso tra chi sostiene l’intervento e chi prova a opporsi.

La poesia entra a far parte della raccolta Lupi e agnelli, pubblicata nel 1919, ma composta negli anni della guerra. Il titolo richiama una dinamica semplice e universale: quella tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca Ninna nanna de la guera.

In un clima culturale in cui alcuni intellettuali esaltano il conflitto come forza capace di rinnovare il mondo, come nel caso di Filippo Tommaso Marinetti o di Gabriele D’Annunzio, Trilussa sceglie una posizione diversa. Non si affida alla retorica, ma a uno sguardo che resta vicino alla realtà delle persone.

È uno sguardo che intercetta una sensazione diffusa, ovvero quella di trovarsi dentro qualcosa di più grande, che avanza e travolge, lasciando poco spazio alla comprensione e ancora meno alla possibilità di scelta.

Una ninna nanna contro la guerra e la barbarie

La poesia si apre con un tono che sembra quasi innocuo. La voce è quella di una ninna nanna, familiare, quotidiana. Un bambino da far dormire, un ritmo che rassicura. Ma già nei primi versi qualcosa si incrina. I nomi evocati, deformati e quasi caricaturali, rimandano ai potenti del tempo.

Figure lontane, trasformate in presenze grottesche, che entrano nella filastrocca come se fossero parte di un mondo irreale. È un modo sottile per ridimensionarli, per togliere loro quell’aura di grandezza con cui vengono raccontati.

Subito dopo, la voce cambia leggermente direzione. Non si limita più a cullare, ma introduce una prima verità: meglio dormire, perché restare svegli significa vedere. Vedere le “infamie”, i “guai”, ciò che accade davvero nel mondo. È un passaggio decisivo. La ninna nanna non protegge soltanto il bambino, ma lo allontana dalla consapevolezza. Come se la realtà fosse troppo dura per essere guardata senza filtri.

Quando la poesia entra nel cuore della guerra, il linguaggio resta semplice, ma il contenuto si fa sempre più netto. Trilussa parla di persone che si uccidono per un comando, per un’idea, per qualcosa che non si vede. La fede, la razza, diventano parole che giustificano, che coprono. Dietro, però, resta l’immagine più crudele: quella di chi guida e osserva, mentre altri combattono e muoiono.

È qui che emerge una delle intuizioni più forti della poesia. La guerra non è soltanto uno scontro tra popoli, ma un meccanismo in cui il potere si protegge e si legittima. Il “Sovrano macellaro” non è una figura lontana e astratta. È il simbolo di un’autorità che decide e, allo stesso tempo, trova sempre un modo per giustificarsi.

Quando compaiono i versi sul “giro de quatrini”, la poesia cambia ancora profondità. Tutto ciò che era stato raccontato fino a quel momento trova una spiegazione ulteriore. Non basta parlare di ideali. C’è anche un sistema economico che si muove, che alimenta la guerra, che la rende conveniente per qualcuno. È una verità che non viene gridata, ma lasciata emergere con naturalezza, quasi fosse evidente.

Nel finale, il tono si fa ancora più amaro. Dopo il “macello”, tutto torna come prima. I potenti si ritrovano, si parlano, ristabiliscono rapporti. La guerra, che per molti è stata perdita totale, per altri diventa un episodio chiuso, superato. E in mezzo resta il popolo, definito con un’ironia che brucia: risparmiato dal cannone, ma non dall’inganno.

La ninna nanna torna allora al suo punto di partenza, ma non è più la stessa. Non è solo un canto per far dormire. È un modo per mostrare quanto la realtà possa essere nascosta, attenuata, resa accettabile. Trilussa non invita davvero a chiudere gli occhi. Al contrario, suggerisce che forse è proprio questo il problema: continuare a dormire mentre tutto accade.

E in questo movimento, così semplice e così preciso, la poesia riesce a fare qualcosa di raro. Non descrive soltanto la guerra. Ne svela il funzionamento umano, quello che resta uguale anche quando cambiano i tempi, i nomi, le armi. Per questo, leggerla oggi non dà la sensazione di guardare al passato, ma di riconoscere qualcosa che continua a ripetersi.

Una ninna nanna che continua a svegliarci

Rileggere oggi La ninna nanna de la guerra significa fare i conti con qualcosa che non riguarda solo la storia, ma il presente continuo dell’essere umano.

Perché ciò che Trilussa mette a nudo non è soltanto la guerra come evento, ma la logica che la rende possibile. Una logica che si ripete, che cambia linguaggio ma non sostanza. Ogni volta troviamo parole nuove per raccontarla – sicurezza, equilibrio, difesa, ordine – ma il meccanismo resta lo stesso: la vita di qualcuno diventa il prezzo necessario per gli interessi di qualcun altro.

E forse la parte più difficile da accettare non è nemmeno questa. È il fatto che tutto questo riesca a essere normalizzato. Che si possa convivere con l’idea della guerra, commentarla, analizzarla, persino giustificarla, senza sentirne davvero il peso umano. È qui che la poesia di Trilussa diventa più scomoda: perché rompe questa distanza, perché costringe a vedere.

La ninna nanna, allora, non è solo un’immagine poetica. È una metafora potentissima. È il modo in cui una società si racconta le cose per renderle sopportabili. È il tentativo di addolcire ciò che non dovrebbe esserlo, di proteggersi dalla realtà invece di affrontarla.

Ma sotto quella voce che culla, resta tutto. Restano i corpi, le vite spezzate, le case perdute, le esistenze interrotte. Restano le conseguenze che non entrano nei discorsi ufficiali, ma che segnano generazioni intere.

Per questo Trilussa continua a parlarci. Non perché anticipi il presente, ma perché ne rivela una struttura profonda, quasi immutabile. Ci ricorda che la guerra non è un’anomalia, ma una possibilità sempre pronta a riemergere quando il potere si separa dalla responsabilità, quando l’altro smette di essere una persona e diventa un numero, una distanza, una strategia.

E allora quella ninna nanna cambia significato. Non è più un canto per far dormire un bambino. È una domanda che resta aperta, rivolta a chi legge: quanto siamo disposti a restare svegli davanti a ciò che accade davvero.
(fonte: Libreriamo, articolo di Saro Trovato 07/04/2026)

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