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giovedì 19 febbraio 2026

UDIENZA GENERALE 18/02/2026 Papa Leone XIV: "Preghiera e digiuno da gesti e commenti che feriscono"

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 febbraio 2026

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Papa Leone XIV:
Preghiera e digiuno da gesti e commenti che feriscono

All’udienza generale nel mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima, il Pontefice esorta a una «vera conversione del cuore»


Nel pomeriggio all’Aventino la “Statio” e la processione penitenziale a Sant’Anselmo con la messa a Santa Sabina

Preghiera e digiuno «da gesti e commenti che feriscono gli altri»: li ha auspicati Leone XIV all’udienza generale nel mercoledì delle Ceneri. Lo ha fatto salutando nella loro lingua i fedeli spagnoli e dell’America latina presenti in piazza San Pietro per l’inizio della Quaresima, «tempo di grazia». Un invito ripetuto anche agli altri gruppi linguistici, affinché il cammino di quaranta giorni in preparazione alla Pasqua conduca a una vera conversione. In precedenza, il Papa aveva proseguito il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Dopo aver approfondito nelle settimane scorse la Costituzione dogmatica Dei Verbum, si è soffermato sulla Lumen gentium, in particolare sul tema: «Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La Chiesa, ha detto in proposito, «vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli».

Nel pomeriggio il vescovo di Roma celebra i riti del mercoledì delle Ceneri recandosi all’Aventino per la “Statio” e la processione penitenziale nella chiesa di Sant’Anselmo e la messa nella basilica di Santa Sabina.
(fonte: L'Osservatore Romano 18/02/2026).

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 
1. Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di San Paolo il termine “mistero”. Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”. Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata.

Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali (cfr Ef 2,14). Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo.

La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso. Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile.

Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione Lumen gentium, afferma così: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1). Con l’impiego del termine “sacramento” e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno. Inoltre, al termine “sacramento” si aggiunge anche quello di “strumento”, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo. Infatti, quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione. È mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro.

L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane. È questa l’esperienza di salvezza. Non a caso nella Costituzione Lumen gentium al capitolo VII, dedicato all’indole escatologica della Chiesa pellegrinante, al n. 48, si utilizza di nuovo la descrizione della Chiesa come sacramento, con la specificazione “di salvezza”: «E invero il Cristo – dice il Concilio –, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr Gv 12,32 gr.); risorgendo dai morti (cfr Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di Lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e, attraverso di essa, congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue».

Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. All’inizio della Quaresima vi esorto a vivere con intenso spirito di preghiera questo tempo liturgico per giungere, interiormente rinnovati, alla celebrazione del grande mistero della Pasqua di Cristo, rivelazione suprema dell’amore misericordioso di Dio.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale




mercoledì 18 febbraio 2026

Ibrahim Faltas: Ancora senza pace

 Ibrahim Faltas

In Terra Santa la guerra non è finita, nonostante la tregua.
Il grido di dolore della popolazione martoriata che chiede salvezza

Ancora senza pace


Una bambina piange disperata, il suo volto tocca la terra bagnata anche dalle sue lacrime, sembra abbracciare il luogo di sepoltura di suo padre per ricevere il calore di chi le è stato rubato e che non può più riabbracciare. Il padre di questa bambina sperava di poter essere ancora un sostegno per la sua famiglia ed è morto, ucciso durante la tregua che poteva portare alla fine di una tragedia. È ancora questa l’immagine di Gaza, questo è quello che ancora succede a Gaza.

La speranza non ha abbandonato chi sopravvive da due anni e mezzo alla follia della violenza: tutti abbiamo creduto ad un progetto di pace vero e possibile. La guerra, perché ci ostiniamo a chiamarla guerra, non è finita in Terra Santa. Non sono finiti i bombardamenti, non è arrivato il cibo, non sono stati distribuiti farmaci vitali, non sono state allestite tende, non è stato possibile salvare vite per la mancanza di ospedali e di operatori sanitari. La tregua annunciata non ha portato ai risultati desiderati sulla strada della pace: da ottobre sono diminuiti i morti e sono aumentate le ferite dei corpi e delle anime di chi soffre a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme. L’impegno preso dalla comunità internazionale più di quattro mesi fa non ha prodotto azioni risolutive di pace.

Chi vuole la pace, chi rispetta la vita agisce per raggiungere più velocemente chi non ha più nulla e opera per dare sollievo, aiuto e salvezza a chi ha perso la speranza della pace. Mentre si organizzano consigli di amministrazione e si raccolgono adesioni a strumenti commerciali, la gente continua a morire a Gaza. Mentre si studia come smaltire l’enorme quantità di macerie che hanno seppellito corpi, storie, ricordi, vengono colpiti i familiari che scavano a mani nude quel che resta delle loro case per cercare i corpi dei loro cari.

In Cisgiordania e a Gerusalemme si cerca di sopravvivere a tante limitazioni e difficoltà, si tenta di proteggere e di tutelare i propri luoghi di origine appartenuti a generazioni da tempo immemorabile mentre proprietari nuovi e sconosciuti si appropriano di quelle case e di quei terreni grazie a documenti freschi di stampa e a leggi appena emanate che non rispettano la vita e la storia di un popolo.

Chi vuole la pace, non può accettare che un bambino, a cui è già stata negata la serenità dell’infanzia e che ha necessità di aiuto e di protezione, debba seppellire chi gli ha donato la vita. La verità della pace non può essere sepolta con quel padre amato e con i tanti morti innocenti di Gaza. La speranza della pace non può essere sepolta da chi provoca ingiustizie e discriminazioni in Terra Santa. La complicità dell’indifferenza e del silenzio non devono seppellire la verità e la giustizia.

«Domandate pace per Gerusalemme» non è solo un invito del salmo a pregare per la pace in Terra Santa, è la richiesta di pace per una terra martoriata che continua a soffrire e non ha più voce per chiedere pace.

Chiedere pace per la Terra Santa è rispetto per la dignità della vita e riguarda ogni essere umano in ogni angolo del mondo. Sarà pace nel mondo quando le lacrime di un bambino non bagneranno la terra che nasconde il corpo di un padre, sarà pace nel mondo quando ogni bambino, come quella bambina che piange disperata, avrà il calore di una casa, di cibo, di cure e avrà un sorriso per ricordare l’amore e l’abbraccio di suo padre, morto durante la tregua che ancora non ha dato pace a Gaza.
(fonte: L'Osservatore Romano 17 febbraio 2026)


Enzo Bianchi - Ritorniamo alla radice delle cose

Enzo Bianchi
Ritorniamo alla radice delle cose

La Quaresima ci porti a riflettere sul limite e la morte per tornare a ciò che è essenziale


Famiglia Cristiana - 15 Febbraio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

La Quaresima è il tempo che il Signore ci concede per un ritorno a lui, una conversione. Sappiamo che la Quaresima è un tempo in cui soprattutto preghiera, digiuno e condivisione dei beni (cf. Mt 6,1-6.16-18) devono occupare ciascuno di noi e la comunità cristiana nel suo insieme. Ma io credo che ci sia una cosa che sta prima ancora di ogni forma di penitenza, di ascesi o di disciplina e che la spiritualità medioevale aveva capito bene, prevedendo per il giorno delle Ceneri la frase: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.

È il tema della memoria della morte che per noi cristiani dovrebbe essere non un motivo di ripiegamento su noi stessi, non un motivo per assumere una spiritualità di mortificazione, ma semplicemente dovrebbe essere l’accettazione del limite radicale, il limite che è inscritto in ciascuna delle nostre vite: la fine della vita, la morte. Noi viviamo all’interno di una cultura che la rimuove, in cui dunque è scomparso il senso del limite, il senso della finitezza. Non credo neanche che pensiamo di essere eterni; siamo soltanto superficiali a non prendere in considerazione il limite della morte che ci abita, questo limite della morte che si esplicita in tante contraddizioni che cerchiamo di rimuovere, di non vedere, di non accettare, di non attraversare.

Allora se in questa Quaresima imparassimo semplicemente ad accettare che la vita è dura per tutti e che ognuno di noi non può stornare la prova, la sofferenza – psichica, fisica, o quella sociale che ci viene dallo stare in mezzo agli altri –, ma che ci è chiesto di accettarla come condizione umana, questo significherebbe fare il grande passo per entrare nella dinamica pasquale. Non moltiplichiamo discipline, penitenze, osservanze: andiamo alla radice.
(fonte: Blog dell'autore)

martedì 17 febbraio 2026

Appello: Cristiani per l’Europa. La forza della speranza

Appello
Cristiani per l’Europa. La forza della speranza



“È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!”. Questo è l’invito che Papa Leone XIV, a conclusione del Giubileo della Speranza, ha rivolto a tutte le nostre Chiese affinché il tempo che si apre sia “l’inizio della speranza”. Come presidenti di Conferenze Episcopali Europee, sentiamo la responsabilità di accogliere l’invito del Papa e di condividerlo. Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza. Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione, l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al “bene comune”. Potremo farlo riflettendo su ciò che ha contribuito a fondare l’Europa. Dal punto di vista storico, dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente. Ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo.
Oggi viviamo in un’Europa pluralistica, caratterizzata da diversità linguistiche, differenze culturali regionali e numerose tradizioni religiose e spirituali. Sebbene i cristiani siano meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza.
All’indomani di una guerra devastante, con lo sterminio di milioni di persone per ragioni razziali, religiose e identitarie, l’urgenza di costruire un mondo nuovo si è imposta come un’evidenza. Molti laici cattolici hanno concepito, con determinazione, l’Europa come una casa comune e si sono impegnati a sviluppare un nuovo quadro internazionale, in particolare attraverso la creazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo era la realizzazione di una società riconciliata, concepita come punto di convergenza e garanzia del rispetto reciproco delle specificità, un baluardo di libertà, uguaglianza e pace.
Nella Dichiarazione che portò alla creazione della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, primo passo verso l’Unione Europea, i redattori affermavano con saggezza: “Il contributo organizzato e vitale che un’Europa può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. I padri fondatori dell’Europa, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile. “Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla”, come ha più volte sottolineato San Giovanni Paolo II, ricordando il ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa.
Konrad Adenauer, il 25 marzo 1957, nel suo discorso in occasione dei Trattati istitutivi della CEE e della CEEA, dichiarò: “Fino a poco tempo fa, molti erano coloro che consideravano irrealizzabile l’accordo che oggi consacriamo ufficialmente (…). Sappiamo quanto sia grave la nostra situazione, che può trovare una soluzione soltanto con l’unificazione dell’Europa; sappiamo anche che i nostri progetti non sono egoistici, ma mirano a promuovere il benessere del mondo intero. La Comunità europea persegue esclusivamente fini pacifici e non è diretta contro nessuno (…). Il nostro obiettivo è collaborare con tutti per promuovere il progresso nella pace”.
La tragedia omicida della Seconda Guerra Mondiale mise in guardia la generazione fondatrice dell’Europa dalla tentazione dei regimi totalitari che si nutrono del nazionalismo per perseguire obiettivi egemonici, il cui esito non può essere che la guerra. “Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità”, affermava Alcide De Gasperi, sottolineando che “L’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte”.
L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori. Nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza, opterà per la risoluzione sovranazionale dei conflitti, scegliendo meccanismi e alleanze adeguati. Dovrà essere sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace. L’Europa è chiamata a ricercare alleanze che gettino le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli.
Nonostante i numerosi movimenti euroscettici in diversi Paesi del Continente, gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Un quadro internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere. Papa Francesco, consapevole che ci troviamo in un periodo di cambiamento epocale, lo ha definito così: “Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa. (…) Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante” (Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).
Il mondo ha bisogno dell’Europa. È questa l’urgenza che i cristiani devono far propria per potersi poi impegnare con decisione, ovunque si trovino, per il suo futuro con la stessa viva consapevolezza dei padri fondatori. “Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile”, spiegava Robert Schuman. In nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale.

Card. Jean-Marc Aveline
Arcivescovo di Marsiglia
Presidente della Conferenza Episcopale Francese 

Card. Matteo Maria Zuppi
Arcivescovo di Bologna
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Mons. Georg Bätzing
Vescovo di Limburgo
Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca

Mons. Tadeusz Wojda
Arcivescovo di Danzica
Presidente della Conferenza Episcopale Polacca

(fonte: CEI 13/02/2026)

È bene per i cristiani partecipare al Carnevale? - La gioia e l’allegria del Carnevale spiegate da Joseph Ratzinger


È bene per i cristiani partecipare al Carnevale?

Dipende dal tono e dai contenuti della festa. Divertirsi è gradito a Dio, ma bisogna evitare gli eccessi

© Gaëtan Zarforoushan / Flickr / CC

Il Carnevale si celebra da millenni. Alcuni dicono che venisse festeggiato già nell’antico Egitto, 5.000 anni fa, mentre altri lo fanno risalire all’Impero Romano, derivante dalle feste di Saturno (feste invernali a Roma) e di Bacco, il dio del vino, da cui la parola “baccanale”, che era una festa senza limiti.

Tra i popoli cristiani, soprattutto nel Medioevo, quando durante la Quaresima si vivevano digiuni molto rigorosi e penitenze straordinarie, il Carnevale era la festa che si celebrava nei tre giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri, giorno in cui inizia la Quaresima, e consisteva nel mangiare, bere e ballare abbondantemente.

In seguito vennero introdotte le maschere, rese famose nel Carnevale di Venezia nell’XI secolo. Le maschere servivano a nascondere il volto, e quelli del Carnevale erano gli unici giorni in cui nelle strade si confondevano nobili, plebei e schiavi, perché tutti ballavano e mangiavano senza sosta.

La parola “Carnevale” deriva dal latino “carne levare”, ovvero eliminare la carne nelle case e nei negozi, perché si avvicinava la Quaresima e durante il Medioevo i popoli cristiani di Europa ed Eurasia trascorrevano i 40 giorni della Quaresima, fino alla festa della resurrezione di Cristo, senza mangiare carne.

Dovendo poi eliminare la carne, si facevano grandi mangiate e bevute, sempre accompagnate da travestimenti e balli nelle strade, perché il Carnevale si viveva e si vive in strada. Era come recuperare le feste pagane dei saturnali (feste d’inverno) e dei baccanali, inserite in un calendario cristiano. I festeggiamenti duravano nei tre giorni precedenti l’inizio della Quaresima.

Nei Paesi latini d’Europa, il Carnevale inizia già la settimana precedente, con la celebrazione del “martedí grasso” (in Francia “mardi-gras”) e del “giovedì grasso”, in cui si mangiano insaccati di maiale.

In numerosi Carnevali dell’America Latina figura il Rey Momo, un personaggio centrale, come c’è il Rey Carnestoltas, di analoga etimologia latina del Carnevale, che in alcuni Paesi del Mediterraneo è il re delle feste di Carnevale e viene rappresentato da un pupazzo brutto, mezzo diabolico, che riceve lo scherno o l’ammirazione delle comparse.

Il Carnevale è molto popolare nell’Europa di tradizione cristiana, in America Latina e anche in Africa, dove già esisteva una lunga tradizione nell’uso di maschere, travestimenti molto vistosi e balli. Sono famosi, tra gli altri, i Carnevali di Nigeria, Tanzania e Congo.

In Asia non si conosce il Carnevale, visto che manca la tradizione della Quaresima cristiana, ma tra tutti i popoli di questo continente si celebrano grandi feste con maschere, travestimenti e balli tipici in coincidenza con la metà dell’inverno (estate australe) o dell’estate (inverno australe).

Furono i conquistadores spagnoli e portoghesi a “esportare” le feste di Carnevale in America Latina, che ha finito per essere il continente dei Carnevale più famosi. Il più noto è ovviamente quello di Rio de Janeiro (Brasile), in cui si mescolano due tradizioni: quella dei conquistadores portoghesi e quella dei neri giunti dall’Africa, che hanno “importato” il samba, il ballo tipico in Brasile, Uruguay e Paraguay.

Non c’è Carnevale senza samba, anzi, il più grande teatro all’aperto del mondo è il Sambodromo di Rio, in cui le “strade” formate dalle scuole di samba brasiliane sfilano su carri pieni di persone mascherate, soprattutto di donne in abiti succinti che ballano il samba.

Ci sono sambodromi anche in altri Paesi, come il Paraguay, dove è stato costruito il terzo sambodromo più grande dell’America Latina.

Anche se il samba non è la salsa, ballo tipico dei Paesi dell’America Centrale e tropicale, sono famosi anche i Carnevali di Porto Rico, Santo Domingo, Colombia, Argentina e Cile, solo per citarne alcuni.

Ogni Paese apporta le proprie caratteristiche alle feste carnevalesche, anche se l’essenza è sempre la stessa: sfilate, cibo e bevande in abbondanza, balli, comparse, maschere, travestimenti e sfilate al suono della musica tipica del Paese, sempre allegra e movimentata. Il Carnevale non si festeggia solo nelle capitali, ma in tutte le città, come in Europa.

Accanto agli abiti succinti indossati da alcune donne, ci sono anche quelli pesantissimi che sono una vera e propria opera d’arte, come nel caso del Carnevale di Santa Cruz de Tenerife, nelle Isole Canarie (Spagna), dove si elegge la “Regina” del Carnevale.

In Colombia è famoso il Carnevale di Barranquilla, e in Messico il Carnevale è un richiamo per il turismo proveniente dagli Stati Uniti. Anche in Ecuador e Bolivia, Costa Rica e Guatemala, Cuba ed El Salvador il Carnevale è una festa popolare e coincide con i tre giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri.

In molti luoghi il Carnevale termina con la “sepoltura” della sardina, il pesce quaresimale tipico nel Medioevo.

Si è discusso molto sul fatto che il Carnevale sia o meno una realtà pagana. La tradizione dice di sì, e in alcuni Carnevali spagnoli le comparse usano anche vestiti e simboli che ridicolizzano la religione cristiana, come travestimenti da vescovi e papi.

Molti si chiedono se il Carnevale sia una festa cristiana, e la risposta è “No”, anche se si è approfittato di questa festa per farla coincidere con il calendario cristiano della Quaresima e della Settimana Santa.

Il Carnevale è una festa di origine pagana recuperata nel Medioevo e che la Chiesa di Roma ha tollerato, come è avvenuto in tutte le civiltà in cui c’erano dei giorni all’anno dedicati a festeggiamenti sfrenati.

Altri si chiedono se essendo una festa pagana sia un bene o un male per un cristiano partecipare al Carnevale. In via di principio non c’è niente di male a partecipare al Carnevale, anche se tutto dipende dal tono e dai contenuti della festa.

Per ogni cristiano non è bene mangiare troppo, ubriacarsi o assumere droghe, perché danneggiano la salute del corpo e quindi vanno contro il quinto comandamento, che impone il dovere di a curare il proprio corpo senza esporlo a lesioni come quelle provocate dagli eccessi di alcool o droghe o dalle grandi mangiate.

Ciò non vuol dire che si debba smettere di partecipare alle feste, ma solo che in esse il cristiano deve dimostrare la sua sobrietà e la sua temperanza. Divertirsi è sempre gradito a Dio, ma il divertimento che danneggia il proprio corpo con eccessi non è sano.
(fonte: Aleteia, testo di Salvador Aragonés Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti 24/02/17)

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La gioia e l’allegria del Carnevale spiegate da Joseph Ratzinger

In una riflessione pubblicata nel 1974, il futuro Benedetto XVI illustrava perché questa festa che precede il tempo di Quaresima ha a che fare con l’umanità profonda della fede cristiana. E sottolineava: «Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria»

Maschere a Venezia ANSA

«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano?». Comincia così la riflessione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sul Carnevale, il periodo che precede la Quaresima e in qualche modo ha a che fare con il calendario liturgico cattolico. La riflessione è contenuta nel libro Speranza del grano di senape (Queriniana, Brescia 1974).

«L’origine del carnevale», spiegava Ratzinger, «è senza dubbio pagana: culto della fecondità ed evocazione di spiriti vanno insieme. La chiesa dovette insorgere contro questa idea e parlare di esorcismo che scaccia i demoni i quali rendono gli uomini violenti e infelici. Ma dopo l’esorcismo emerse qualcosa di nuovo, completamente inaspettato, una serenità demonizzata: il carnevale fu messo in relazione con il mercoledì delle ceneri, come tempo di allegria prima del tempo della penitenza, come tempo di una serena autoironia che dice allegramente la verità che può essere molto strettamente congiunta con quella del predicatore della penitenza. In tal modo il carnevale, una volta sdemonizzato, nella linea del predicatore veterotestamentario può insegnarci: “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (Qo 3,4)».

Per questo, continuava, «anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. Sappiamo tutti quanto il carnevale sia oggi non raramente lontano da questo clima e in qualche misura sia diventato un affare che sfrutta la tentabilità dell’uomo. Regista è mammona e i suoi alleati. Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana».

Uno dei carri del Carnevale di Viareggio 2025 (ANSA)

In un altro intervento, contenuto nel volume Cercate le cose di lassù. Riflessioni per tutto l’anno (Paoline), Benedetto XVI si soffermava sulle origini del Carnevale indagando il legame con il cristianesimo.

Ecco la sua riflessione: «Il carnevale non è certo una festa religiosa. Tuttavia non è concepibile senza il calendario delle festività liturgiche. Perciò una riflessione sulla sua origine e sul suo significato può essere utile anche per capire la fede. Le radici del carnevale sono molteplici: ebree, pagane, cristiane. Nel calendario delle festività ebraiche ad esso corrisponde all’incirca la festa dei Purim, che ricorda la salvezza di Israele dall’incombente persecuzione degli ebrei nel regno di Persia.

La gioia scatenata con cui la festa viene celebrata vuol essere espressione del senso di liberazione che, in questo giorno, non è solo memoria, ma promessa: chi è nelle mani del Dio di Israele, è libero in partenza dalle insidie dei suoi nemici.

Al tempo stesso, dietro a questa festa scatenata e profana, che aveva e ha tuttavia il suo posto nel calendario religioso, c’e quella conoscenza del ritmo del tempo, validamente espressa nel Libro del Qoèlet. Ogni momento non è il momento giusto per ogni cosa: l’uomo ha bisogno di un ritmo, e l’anno gli dà questo ritmo, nel creato e nella storia che la fede presenta nel corso dell’anno. Siamo così giunti all’anno liturgico, che fa percorrere all’uomo l’intera storia della salvezza nel ritmo del creato, ordinando e purificando così il caos e la molteplicità del nostro essere. In questo ciclo di creazione e storia non è tralasciato nessun aspetto umano, e solo così viene salvato tutto ciò che è umano, i lati oscuri come quelli luminosi, la sensorialità come la spiritualità.

Tutto riceve il proprio posto nell’insieme che gli dà un senso e lo libera dall’isolamento. Perciò è sciocco voler prolungare il carnevale come vorrebbero affari e scadenzari: questo tempo arbitrario diventa noia, perché in esso l’uomo diviene soltanto creatore di se stesso, è lasciato solo e si trova davvero abbandonato. Il tempo non è più il molteplice dono del creato e della storia, ma il mostro che divora se stesso, l’ingranaggio vuoto dell’eternamente uguale, che ci fa girare in un cerchio insensato.

Ma torniamo alle radici del carnevale. Accanto ai precedenti ebraici ci sono quelli pagani, il cui volto truce e minaccioso ci fissa ancora dalle maschere dei paesi alpini e svevo-germanici. Qui si celebravano i riti della cacciata dell’inverno, dell’esorcismo delle potenze demoniache. A questo punto possiamo notare qualcosa di molto significativo: la maschera demoniaca si trasforma, nel mondo cristiano, in una divertente mascherata, la lotta pericolosissima con i demoni si cambia in gaudio prima della gravità della Quaresima. In questa mascherata avviene ciò che riscontriamo spesso nei salmi e nei profeti: essa diviene scherno di quegli dei, che chi conosce il vero Dio non deve più temere.

Le maschere degli dei sono divenute uno spettacolo divertente, esprimono la gioia sfrenata di coloro che possono trovare motivi di comicità in ciò che prima faceva paura. In questo senso è presente nel carnevale la liberazione cristiana, la libertà dell’unico Dio, che rende perfetta quella libertà ricordata dalla festa ebraica del Purim».
(fonte: Famiglia Cristiana 16/02/2026)

Salvare foto di Alessandro D'Avenia

Salvare foto 
di Alessandro D'Avenia


Nelle prime settimane dell’anno si è diffusa la trovata social di postare le proprie foto di dieci anni fa, quelle del 2016. Sono andato a vedere le mie, non per postarle, ma per giocare con il tempo. Il 2016 era lì, in una galleria che raccontava un anno, senza le parti noiose o superflue, perché fotografiamo ciò che deve venire alla luce (la fotografia è proprio questo: scrivere con la luce grazie a una camera oscura). Il 2016 non era nostalgicamente perduto nella memoria (del telefono) ma era il sogno del 2026. Noi non passiamo, ma diventiamo ciò che vogliamo venga alla luce dalla camera oscura del cuore: il 2016 non è «passato prossimo» ma «passato promosso», divenuto carne nel 2026, la continuità dell’io è che cosa e quanto amiamo. Portiamo oltre il gioco: guardiamo le foto di gennaio 2026 e vedremo già il 2036, e non grazie agli oroscopi. Il futuro non è davanti, come siamo convinti nella nostra concezione lineare e progressiva del tempo, che è una convenzione spaziale, in alcune culture infatti il futuro è dietro perché ignoto e davanti c’è il passato perché ancora visibile.
Il futuro è dentro: dimmi che cosa hai «in memoria» (a cuore) e ti dirò chi sarai. 
Il 2036 fiorirà (nel bene o nel male) dal 2026. Il presente è «futuro interiore», tempo «salvato» come «salvate» sono le foto: da cosa? Dalla morte: «immortaliamo» ciò che speriamo essere «immortale». E che cosa c’è di «eterno» nelle «istantanee» del 2026, tanto da vedere già il 2036?

Nella maggior parte delle foto che ho scattato ci sono persone che amo immerse in paesaggi «da ricordare». Fra dieci anni voglio quindi questi due piani di realtà: relazioni salde e il miracolo del mondo, non come sfondo, ma come fondamento. L’universo ci precede di almeno 14 miliardi di anni, ricordandoci che non siamo il suo centro ma che non siamo separati dal cosmo, non l’abbiamo fatto, ma ci è dato in custodia perché ci sostiene. Possiamo crescere, creare, conoscerci, amarci solo grazie a una madrepatria comune: «pose l’uomo nel giardino perché lo lavorasse e custodisse» (Gn 2,15), dove l’uomo è l’umanità, tutti e ciascuno. Quando ce ne dimentichiamo, cominciano i guai.

Trovo poi la foto di una lettera scritta a mano, che ho voluto fotografare per averla con me e perché è scritta a mano, mano di pianista: «Ero immersa nella scrittura del mio nuovo album che volevo dedicare all’arte del vivere e “Resisti, cuore” è arrivato proprio mentre cercavo parole e immagini capaci di chiarire ciò che suono. “Daimon” è liberamente ispirato all’Odissea riletta alla luce del suo libro. Le invio il lavoro in anteprima come gesto di sincera gratitudine». A volte mi chiedo a che serva creare bellezza in un mondo dove conta solo l’utile e il potere, ma poi mi ricordo che noi vediamo ciò in cui crediamo (la dimensione spirituale determina il mondo che creiamo attorno a noi), e se vediamo solo l’utile e il potere è perché l’utile e il potere sono il nostro credo, come mostra l’andazzo generale. Chi trova il tempo per scrivere a mano (gesto che non risponde all’utile o al potere) ha un credo diverso e crea un mondo diverso, più vero, bello, giusto. Questa foto predice che tra dieci anni voglio vivere ancora in questo accordo di cose e persone, solo apparentemente separate, come coloro che, pur non conoscendosi, si salutano sui sentieri di montagna, perché bellezza e fatica affiliano (rendono figli) e quindi affratellano. Una madrepatria comune fatta di scambio di talenti. Coloro che questa madrepatria non ce l’hanno diventano «come alberi che hanno dimenticato le radici e credono che il fruscio dei loro rami sia la loro forza e la loro vita», così il poeta Rilke, in Appunti sulla melodia delle cose, descrive chi, scambiando realtà e rappresentazione, dimentica di coltivare la vita. Non cito a caso le parole del poeta, le ritrovo tra le immagini dei primi giorni dell’anno perché una lettrice di questa rubrica mi ha mandato la foto delle righe sottolineate sul libro da cui sono tratte, l’ho «salvata» come promemoria per quando non riesco più a sentire la melodia delle cose, la vita di Dio in tutto e tutti.

Mi accade quando finisco «nella» rete e non «in» rete, non sorretto da legami e accolto nelle cadute, ma preso nella tela del ragno; quando credo reale solo ciò che mi ruba l’attenzione che oggi è materia prima più preziosa del petrolio se pensiamo che le aziende più ricche al mondo sono «estrattrici di attenzione». Chi la estrae da noi ci rende infatti dipendenti, ci profila, manipola, vende oggetti e idee. Ma proprio questa estrazione impoverisce, se non esaurisce, mente e cuore, perché a fare i giacimenti di intelligenza e amore è proprio l’attenzione accordata nel tempo a qualcosa o qualcuno. La trama del mondo, la rete che lo regge, non è il web con il suo clickbait (siamo prede), ma i nodi e i legami creati da milioni di atti di gentilezza, cura, attenzione, ignoti ai media perché non «irretiscono ma sono più reali dei clic. Senza i clic al massimo crolla un prodotto, senza i legami invece crolla la vita: lavoro, educazione, amicizie, amori la fondano molto più dei social che ci paralizzano e svuotano da dentro come i ragni fanno con le prede, i legami invece ci sostengono, liberano e riempiono. Per questo trovo foto di pranzi e cene con familiari e amici (e magari di un piatto riuscito bene per poterlo rifare anche nel 2036), e non quelle del gossip di gennaio da cui siamo stati irretiti: sappiamo più di Corona che di nostra sorella.

E poi c’è la foto dei muffin con gocce di cioccolato, preparati da un’alunna per festeggiare, a sorpresa, il compleanno di un compagno (in classe i ragazzi hanno appeso un calendario con i compleanni di tutti). È vero, la stoffa del mondo è l’attenzione che accordiamo nel tempo a qualcosa o qualcuno, senza questo, la vita perde consistenza: il filo si spezza, la trama si buca. Fra dieci anni quel ragazzo ricorderà questa «attenzione», non il video virale. Anche per me fra dieci anni spero ci sarà ciò che ho salvato oggi, perché è ciò che mi salva: la vita eterna nel 2016, nel 2026 o nel 2036 è la stessa. 
Perché dovrei preferire mille evanescenti distrazioni passeggere alle tre o quattro piccole eternità che ho già?

(Fonte: blog dell'autore)

lunedì 16 febbraio 2026

Leone XIV a Regina Pacis: “Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

VISITA PASTORALE
Parrocchia “S. Maria Regina Pacis a Ostia Lido”
VI domenica del Tempo Ordinario, 15 febbraio 2026


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Leone XIV a Regina Pacis:
“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

Il Papa ha visitato la prima parrocchia romana dall'inizio del pontificato. Da Ostia l'invito ad impegnarsi per la pace, in un momento in cui "molte nubi ancora oscurano il mondo".

(Foto ANSA/SIR)

“Un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra”. Così Leone XIV ha definito la parrocchia di Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido, oggetto della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana dall’inizio del pontificato. Centodieci anni dopo la costruzione di una parrocchia intitolata a Maria Regina della Pace, per volere di Benedetto XV durante la prima guerra mondiale, Leone ha descritto il tragico panorama attuale esortando ad opporre alla logica della guerra la “forza disarmante della mitezza”, in un tempo in cui

“molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.

Il Papa è arrivato nel grande piazzale antistante la parrocchia che guarda al mare intorno alle 16. Al suo arrivo ha incontrato, nel campo dietro la chiesa, i bambini del catechismo e i giovani e, in palestra, gli anziani, gli ammalati, i poveri e i volontari della Caritas. “La speranza siete voi!”, le parole a braccio rivolte ai giovani: “E dovete riconoscere che nel vostro cuore, nella vostra vita, nella vostra gioventù c’è speranza, per oggi e domani. Speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”. Alle 17 l’inizio della messa, al termine della quale Leone XIV ha incontrato il Consiglio pastorale in una sala della parrocchia.

“Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà”,

l’appello del Papa.

“Non è difficile possedere la pace”, la citazione di Sant’Agostino: “Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica”. “E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti lui stesso pone sul nostro cammino”, ha spiegato il Pontefice: “Fatelo anche voi, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace”.

“La legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”,

l’esordio dell’omelia. “Vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà”, l’invito di Leone XIV, che ha citato l’incipit della Gaudium et spes, definito “una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa”. “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio”, ha commentato il Pontefice. Quest’ultima, per Leone, consiste in “una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore”: “E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.

“Chiunque odia il proprio fratello è omicida”,

ha ribadito il Papa. “Quanto sono vere queste parole!”, ha commentato: “E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia”.

“Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce,

prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze”, il riferimento allo scenario attuale: “oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”. “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri – l’esortazione rivolta ai presenti – a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo”.

“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”,

ha raccomandato Leone: “Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù”. “Che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini”, l’auspicio per i giovani: “imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: ‘Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono’”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 15/02/2026)

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SANTA MESSA
 
OMELIA DI LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle,

è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la “domenica” prende il proprio nome. È “il giorno del Signore” perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia. Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua “legge nuova”: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo. È la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza (cfr Mt 5,17-37).

Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza. Le “Dieci parole” dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero. Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza. Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire.

Così, la prima Lettura, tratta dal libro del Siracide (cfr 15,16-21), e il Salmo 118, con cui abbiamo cantato la nostra risposta, ci invitano a vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà.

In proposito, all’inizio della Costituzione pastorale Gaudium et spes, troviamo una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa. Dice il Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1).

Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12) e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio. Dice il Signore: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22). Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore. È lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo. Non a caso San Giovanni afferma: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1Gv 3,15).

Quanto sono vere queste parole! E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia.

Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali.

Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia. Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù. Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: «Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).

Sia questa, carissimi, la meta dei vostri sforzi e delle vostre attività, per il bene di chi è vicino e di chi è lontano, affinché anche chi è schiavo del male possa incontrare, attraverso di voi, il Dio dell’amore, il solo che libera il cuore e rende veramente felici.

Papa Benedetto XV, centodieci anni fa, volle questa Parrocchia intitolata a Santa Maria Regina Pacis. Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra. A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso.

Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà. Sant’Agostino insegnava che «non è difficile possedere la pace […]. Se […] la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica» (Sermo 357, 1). E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da Lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti Lui stesso pone sul nostro cammino.

Fatelo anche voi, care sorelle e cari fratelli, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace. Sia Lei, Madre di Dio e Madre nostra, a custodirci e proteggerci sempre. Amen.

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Guarda il video della S. Messa


#Sarò breve - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Sarò breve
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Si potrebbero classificare le attività umane secondo il numero di parole di cui hanno bisogno: più gliene occorrono e più c’è da pensar male del loro carattere.

Nitido e tagliente è questo giudizio presente in quel capolavoro incompiuto che è L’uomo senza qualità dello scrittore austriaco Robert Musil (1880-1942). Spesso ci imbattiamo in persone aureolate da un alone di parole e proprio attraverso questo fumo dorato riescono a nascondere il vuoto che sta nel loro pensiero e nel loro agire. A questo punto vorrei lasciare il commento a un sacerdote e scrittore spirituale molto popolare che ebbi anche come amico, Alessandro Pronzato (1932-2018), desumendolo dalla sua opera Piccoli passi verso l’uomo. Tra parentesi, molti anni fa quando papa Francesco fu in visita a Cuba e all’ormai vecchio e malato Fidel Castro, gli consegnò proprio un libro “sapienziale” di don Alessandro, tradotto in spagnolo.

Ecco la scenetta esemplare da lui proposta e che è accaduta un po’ a tutti. «Ci sono tipi che esordiscono: Sarò breve… Tu guardi smarrito la trentina di fogli che tengono in mano. Non te ne risparmiano neppure uno. Non una virgola. Non una parola. Bisognerebbe, a un certo punto, alzarsi tutti in piedi e dire a uno di questi chiacchieroni incontinenti: Quando hai finito, ricordati di spegnere la luce». Lo sproloquio è il vizio della comunicazione del nostro tempo che, da un lato, ha adottato un linguaggio semplificato e fatto di slogan e, dall’altro, ha imboccato la via del talk show, e non dimentichiamo che talk in inglese è “chiacchierare”. Ritroviamo, allora, sobrietà e sostanza nel nostro parlare. Il monito di Cristo è lapidario: «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno… Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 5,37; 7,21).

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica”  8 febbraio  2026)


domenica 15 febbraio 2026

Milano Cortina 2026 - Federica Brignone, secondo oro in gigante, il mondo si inchina


Federica Brignone, secondo oro in gigante,
il mondo si inchina

Un’Olimpiade fuori scala per la campionessa dopo l’infortunio di aprile che poteva essere la fine di tutto

Le avversarie battute si inchinano a Federica Brignone dopo il gigante REUTERS

Se il successo sportivo avesse uno strumento di misurazione in questo momento andrebbe fuori scala: la Federica Brignone che, dopo il SuperG, vince il gigante olimpico di Milano Cortina 2026, sarebbe già nella storia senza i 10 mesi trascorsi dopo il gravissimo infortunio dell’aprile scorso. Due ori nella stessa edizione nello sci alpino hanno il solo precedente di Alberto Tomba. Ma così è un’altra galassia, siamo fuori dalla geometria euclidea: lo provano l’inchino delle avversarie appena battute, gli abbracci delle altre subito dopo. Non si rosica se ti batte chi compete in un altro universo.

Il controllo di cui Federica Brignone ha parlato in questi giorni si è visto dai binari immaginari sui quali i suoi sci si muovono senza scodare mai, senza alzare un filo di neve, come se sciare fosse la cosa più naturale al mondo, cosa che non è e non può essere nel dolore che solo due giorni fa raccontava come una costante della sua vita da 10 mesi in qua.

Certo lo è stata in altri momenti della vita, lo è stata nella scorsa stagione, la migliore mai vissuta in Coppa del mondo, ed è come se la memoria inconsapevole del corpo ritrovasse sugli sci gli automatismi, a dispetto di tutto, dell’istinto di conservazione, della paura umanissima.

Racconta di essersi sentita fin troppo tranquilla Federica, di non aver neanche capito di essere davanti a tutte, arriva quasi frastornata. Nessuno ha parole, nemmeno lei. Fa quasi tenerezza mentre racconta di essersi goduta la sciata, senza peso, non poteva averne chi aveva già dimostrato tutto oltre il richiesto, e forse ha davvero sciato come se non fossero le Olimpiadi, come se non ci fosse qualcosa da vincere, ma solo il piacere di scendere nella neve, di sentire il rumore caratteristico degli sci, il senso di libertà che solo gli sci danno, soprattutto a chi ha pensato di non poterlo provare più.

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

15 Febbraio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù dopo averci indicato la via della felicità, adesso nella pagina del Vangelo di oggi si propone come il Maestro, che ci insegna l’arte di ascoltare in profondità la Legge che il Padre ha donato al suo popolo. Coscienti delle nostre resistenze e incomprensioni, rivolgiamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci la tua luce,  Signore


Lettore


- Tu, Signore Gesù, che sei il Figlio, il cui cuore è totalmente aperto alla volontà del Padre ed alla sua giustizia, guida ed orienta la tua Chiesa, perché impari da Te come vivere in pienezza quei dieci comandamenti, che Dio Padre ha donato a Mosé sul Monte Sinai. Preghiamo.

- Apri, Signore Gesù, la mente ed il cuore del presidente israeliano e del suo governo, affinché possano risentire come rivolto a loro, oggi, il comandamento del “Tu non uccidere”. Dona loro di svegliarsi dal sonno e di comprendere che Dio non si onora dando la morte, ma custodendo la vita degli altri. Preghiamo.

- Accogli, Signore Gesù, le nostre suppliche unite al dolore ed al sangue di quanti in Palestina, in Ucraina, nel Sudan, in Iran ed in tante altre parti della terra sperimentano sulla loro pelle la disumanità ed il cinismo di chi vuole imporre con la forza il proprio interesse. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il mondo del lavoro nel nostro Paese. Sii vicino a quanti ogni mattina escono da casa per portare in famiglia un pezzo di pane, lavorato con onestà. Ti affidiamo le persone costrette a turni estenuanti e molte volte senza un compenso adeguato e i lavoratori che, soprattutto nell’edilizia, mettono a rischio la propria vita. Ricordati di tutto il mondo sommerso fatto di persone migranti, sfruttate e senza diritti. Preghiamo.

- Signore Gesù, Tu che hai conosciuto la fragilità della condizione umana, non distogliere il tuo sguardo da chi è visitato dalla malattia, e in particolare, da chi si ritrova ad affrontare una malattia oncologica o autoimmunitaria. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della “tratta” degli organi e della “tratta” delle donne; le vittime della violenza nelle famiglie, nei quartieri e sul lavoro. A tutti dona la gioia di riposare nella tua Pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, Signore Gesù, la voce della tua Chiesa in preghiera. Aiutaci a non avere vergogna di assimilare la tua sapienza di custode della vita, della Pace e della fraternità. Te lo chiediamo perché sei nostro Fratello e Maestro, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.