Intervista a padre Patton autore delle meditazioni per il Venerdì santo del Papa al Colosseo
Anche oggi una Via crucis
«Nelle riflessioni e nelle preghiere è evidente l’ispirazione dalla realtà attuale e da persone concrete», in particolare dalle sofferenze dei cristiani in Medio Oriente a causa della guerra. Il sacerdote Francesco Patton, dell’ordine dei Frati minori, sintetizza così l’origine delle meditazioni scritte per la Via crucis che sarà presieduta da Leone XIV al Colosseo la sera del prossimo 3 aprile, Venerdì santo. Custode di Terra Santa dal 20 maggio 2016 al 24 giugno scorso, in questa intervista ai media vaticani il sacerdote francescano spiega anche come la scelta del Pontefice sia avvenuta anche in concomitanza con l’ottavo centenario della morte del Poverello di Assisi,
Padre Patton, il Papa ha voluto affidare a lei la redazione delle meditazioni che accompagneranno la Via crucis del Venerdì Santo al Colosseo. È un segno inequivocabile dell’attenzione del Santo Padre per la Terra Santa e per le tragedie che attraversano i Paesi del Medio Oriente.
Leone XIV, fin dal giorno della sua elezione, ha continuamente invocato il dono della pace. Ha espresso vicinanza e solidarietà non solo alla Terra Santa, ma a tutti i Paesi, le popolazioni e le persone che stanno soffrendo a causa della guerra. Questa, del resto, è la linea della Chiesa da più di 100 anni, da quando il 1° agosto del 1917 Benedetto XV rifiutò di benedire gli eserciti, definì «inutile strage» la guerra che si stava combattendo e invitò i responsabili delle nazioni belligeranti a pervenire a una pace giusta e duratura attraverso il negoziato, il rispetto del diritto internazionale, la restituzione dei territori occupati, il ripristino della libera circolazione, il disarmo che liberi risorse da investire per il bene comune e lo sviluppo. Da allora la Chiesa ha sempre espresso vicinanza alle popolazioni provate dalla guerra e ha ripetuto più volte la condanna dei conflitti armati che continuano a essere una “inutile strage”. Quasi ogni domenica dopo l’Angelus e ogni mercoledì al termine della sua catechesi all’udienza generale Papa Prevost ha insistito sulla necessità di pervenire alla pace, ripeto, non solo in Terra Santa ma in tutti i Paesi (sono circa 60) che sono coinvolti attualmente in guerre sanguinose. E domenica scorsa ha usato parole molto forti per rigettare la violenza perpetrata in nome di Dio, dicendo che Dio non ascolta la preghiera dei guerrafondai dalle mani sporche di sangue.
Immagino che per lei ricevere questo invito sia stata una sorpresa.
Una sorpresa molto grande, direi. Concretamente sono stato contattato dalla Segreteria di Stato, che mi ha detto che il Santo Padre, in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, aveva dato loro l’indicazione di chiedermi di preparare le meditazioni. La cosa mi ha intimorito e al tempo stesso onorato.
Nello scrivere queste meditazioni, cosa l’ha maggiormente ispirata?
Ho preso ispirazione dal testo dei Vangeli, privilegiando l’evangelista Giovanni, che ha uno sguardo penetrante sul mistero della Passione del Signore; e poi dagli “Scritti” di san Francesco, che sono una miniera di spiritualità cristiana. Nelle riflessioni e nelle preghiere è evidente che l’ispirazione viene anche dalla realtà attuale e da persone concrete nelle quali — in questi anni — ho potuto rivedere i personaggi della Via crucis. Dove parlerò della sofferenza delle madri e delle donne sono evidenti in filigrana donne di cui anche «L’Osservatore Romano» ha scritto e che incarnano oggi la figura di Maria, della Veronica, delle donne di Gerusalemme. Dietro alla riflessione sulla concezione distorta del potere e sull’abuso del potere ci sono fatti di cronaca internazionale che sono sotto gli occhi di tutti; il Cireneo ha il volto di tanti volontari e operatori umanitari (e anche della comunicazione) che ho potuto incontrare in questi anni e che hanno rischiato la loro vita per prendersi cura di qualcuno, o far conoscere la verità, e senza nemmeno essere cristiani. Nelle riflessioni, le situazioni concrete che vengono nominate non vogliono però scatenare un giudizio su singole persone, ma invitare a riflettere, a porsi delle domande e — se necessario — anche a cambiare. Il messaggio è essenzialmente religioso e vuole esprimere la vicinanza di Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio incarnato, a ciascuna persona umana. Ho cercato di fare in modo che la Via crucis del Colosseo prendesse ispirazione dalla Via crucis che ogni venerdì facciamo lungo la Via Dolorosa e al tempo stesso attingesse alla spiritualità di san Francesco per aiutare i credenti a “camminare sulle orme di Gesù” e i non credenti a scoprire che a Gesù sta a cuore ognuno di noi, e che in lui può trovare speranza e ragione di vita anche chi l’ha ormai perduta. Il mio desiderio è che incontrando Gesù Cristo e camminando dietro a Lui verso il Calvario ogni persona percepisca la Sua vicinanza e il Suo amore; percepisca che Gesù Cristo ha dato la vita per ciascuno di noi e vuole portare ognuno di noi a “tornare al Padre” insieme a Lui, a trovare la vita in senso pieno grazie a Lui e a vivere la condizione umana, che è finita e mortale, con l’orizzonte della Pasqua, della Risurrezione, della vita eterna, della partecipazione alla vita stessa di Dio.
Padre Francesco, il suo mandato custodiale ha attraversato in nove anni vicende di grande gravità: la guerra civile in Siria, il Covid, la guerra a Gaza. Ora, al termine del suo incarico, lei ha deciso di rimanere, come semplice frate, in Terra Santa: sul monte da cui Mosè poté solo vederla. Perché ha scelto proprio il monte Nebo?
Più esattamente ho dato la mia disponibilità a vivere sul Monte Nebo. Dopo tanti anni spesi in servizi di autorità e di governo, sentivo il bisogno di tornare a vivere come semplice frate minore. Poter vivere in una piccola fraternità, un po’ periferica, mi permette di recuperare un ritmo più regolare di preghiera, di riprendere a studiare, di mettermi a servizio dei pellegrini, di fare servizi umili. Poi il Monte Nebo ha avuto sempre un grande fascino su di me, sia perché è legato alla figura di san Mosè che è di una ricchezza straordinaria, che mi piace poter approfondire, sia perché questo luogo è stato per secoli un monastero e un santuario bizantino, poi inghiottito dalle vicende della storia e finito in rovina, e infine rinato cento anni fa grazie ai frati della Custodia di Terra Santa, che qui in Giordania hanno saputo entrare in amicizia con la famiglia beduina che ne aveva la proprietà e che dopo aver venduto il sito alla Custodia nel 1932 è rimasta a collaborare con noi. È un luogo di incontro per tutti e con tutti, frequentato da cristiani e musulmani e dove tutti possono respirare quel clima di fede e pace che trasmette, e dove tutti possono ottenere «la guarigione del corpo e dell’anima», come diceva un pellegrino del V secolo.
I cristiani di Terra Santa vivono una Via crucis quotidiana. Il cui esito è sempre più spesso la migrazione. Come si può essere sale della terra in quelle condizioni?
È molto difficile, ma non impossibile. I cristiani che vivono oggi in Terra Santa assomigliano molto ai cristiani della prima generazione, hanno gli stessi pregi e gli stessi limiti, e probabilmente anche lo stesso Dna. In ogni caso se 2000 anni fa Gesù diceva ai pochi discepoli che aveva: «Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto rivelarvi i misteri del Regno», è perché anche allora i discepoli erano statisticamente irrilevanti, ma avevano scoperto il senso vero della vita, quello rivelato da Gesù nel discorso della montagna, col vertice delle beatitudini, del perdono per i nemici e della misericordia; quello rivelato attraverso l’accoglienza dei piccoli, delle donne, dei poveri, degli ammalati, ma anche dei pubblicani, dei peccatori e delle prostitute; quello rivelato mettendosi a lavare i piedi ai suoi, e poi dando la vita e vincendo la morte per noi. Essere cristiani in Terra Santa (ma in tutti i luoghi del mondo in cui i cristiani sono pochi e/o perseguitati) è una vocazione e una missione: siamo chiamati a mostrare il volto misericordioso di Dio che accoglie ogni persona senza distinzione di genere, di nazionalità e di religione; e siamo chiamati — anche in questo modo — a rivelare la dignità filiale, di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, che ogni persona ha, anche chi appartiene a un altro popolo, anche chi ha sbagliato, anche chi mi ha fatto del male.
Le religioni strumento di pace. Eppure, le guerre in Medio Oriente, diversamente dai decenni passati, hanno sempre più un riferimento religioso. Anche Israele, che nasce in un contesto laico di impronta occidentale, oggi sembra essere preda di un fondamentalismo di impronta messianica. Cosa è successo?
È successo quello che è successo anche altrove, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, sono cadute le ideologie secolari e chi era al potere ha cominciato a strumentalizzare le religioni per creare identità e contrapposizione. Potremmo dire che sono tornati di moda gli “zeloti”, che al tempo di Gesù giustificavano la violenza in nome di Dio. Oggi gli “zeloti” li troviamo dappertutto: li troviamo nel mondo musulmano attraverso una galassia di movimenti fondamentalisti armati; li troviamo nel mondo ebraico, e sono ben rappresentati dai coloni e da coloro che li supportano politicamente a livello locale e internazionale; li troviamo anche tra i cristiani, che ahimè arrivano a invocare strane benedizioni che vanno nella direzione opposta da quella indicata domenica scorsa da Leone XIV, e 2000 anni fa da Gesù nel Getsemani; li troviamo perfino in versione secolare nei laicismi di Stato che censurano le espressioni religiose in modo discriminatorio e persecutorio. Quello che succede in Israele non è un’anomalia, ma una tendenza globale. In questo contesto la Chiesa ha un ruolo importantissimo da giocare, quello di riproporre alcuni capisaldi evangelici: bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare ma a Dio ciò che è di Dio. Bisogna cioè desacralizzare e secolarizzare il potere politico e al tempo stesso garantire la libertà religiosa per tutti. Bisogna togliere il terreno sotto i piedi sia al fondamentalismo religioso sia alla strumentalizzazione politica della religione. Per fare questo bisogna anche convincere i leader religiosi di tutte le religioni a cooperare tra di loro per delegittimare qualsiasi strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza. I principi posti nel Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande imam di Al-Azhar, e recepiti nell’enciclica Fratelli tutti sarebbero un ottimo punto di partenza per una specie di “ONU” delle religioni. Ovviamente occorre anche educare i fedeli in questa prospettiva, pur sapendo che gli “zeloti” si opporranno a questo in modo strenuo e adducendo essi stessi motivazioni religiose.
Il conflitto israelo-palestinese dura ormai da 80 anni. Il 95% dei contendenti di oggi non ha mai conosciuto la pace. Le chiedo molto semplicemente: ci sarà mai pace in Terra Santa?
Prima o poi ci sarà, inevitabilmente, ma il cammino sarà ancora lungo, ci vorrà un cambio generazionale, un cambio di classe politica (sperando di non cadere dalla padella nella brace) e soprattutto un cambio culturale. Oggi — purtroppo — mancano veri profeti e uomini che abbiano una visione, ma questo non è un problema solo in Israele e Palestina o in Medio Oriente, questo è un problema globale. Ci sono comunque dei segni positivi nella società civile, penso al movimento avviato dall’israeliano Maoz Inon e dal palestinese Aziz Abu Sarah, o da quello delle “Madri che camminano scalze per la pace” o delle “Women of faith for peace” e tanti altri piccoli gruppi che si spera possano crescere. Le nostre stesse scuole sono un esempio di questa educazione alla convivenza e alla fraternità. Come ho ripetuto più volte in questi anni esiste però anche una responsabilità politica, che è quella di introdurre nel sistema scolastico programmi obbligatori di educazione al rispetto e all’accoglienza dell’altro, alla gestione dei conflitti e alla pace, sul modello di quello che si fa a Rondine, la cittadella della pace nell’aretino. Questo non vale solo per Israele e Palestina, ma anche per i Paesi europei.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Roberto Cetera 01/04/2026)




