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sabato 21 febbraio 2026

DECRETO DI LIBERTÀ “Noi, siamo ciò che scegliamo. Le tentazioni sono un decreto di libertà... scegli!” - I DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DECRETO DI LIBERTÀ


Noi, siamo ciò che scegliamo.
Le tentazioni sono un decreto di libertà... scegli! 


In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. Mt 4,1-11

  
DECRETO DI LIBERTÀ
 
Noi, siamo ciò che scegliamo. Le tentazioni sono un decreto di libertà... scegli! 


Quaresima è la stagione delle ripartenze, della primavera che ritorna, della potatura che salva la pianta, della vita che punta diritto verso la luce di Pasqua.

In quel tempo, Gesù… ed è come dire: in questo tempo, io. Perché quell’uomo è ogni uomo, ogni luogo è quel deserto, in cui lo Spirito mi spinge sul bivio che si apre davanti ad ogni scelta: “Hai davanti a te la vita e la morte. Scegli. Ma scegli la vita!”(Deut 30,19)

Noi, siamo ciò che scegliamo.

Matteo mette in scena un Nemico Intelligente che propone cose ragionevoli, baratti vantaggiosi, del buon pane e un nuovo governo del mondo. Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte del diavolo, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo.

“Di’ che queste pietre diventino pane!”, prima tentazione. Se tu sei figlio di Dio, poiché lo sei Figlio di Dio!, usa il tuo potere per te. Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti, e risponde offrendo più vita: Non di solo pane vivrà l’uomo.

Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Tu hai parole di vita eterna (Gv 6,68), parole che fanno viva, finalmente, la vita.

Seconda tentazione: Buttati, così vedremo uno stormo di angeli in volo; verranno a prenderti, Dio l’ha promesso. La tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto che verranno…). La risposta di Gesù: non tentare Dio attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio.

Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: inginocchiati e ti darò tutto il potere del mondo. Vuoi fare davvero il messia che cambia la storia? Assicura loro tre cose: pane, interventi risolutivi e spettacolari, e poi un leader, e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti.

Scrive l’abate Antonio: «Togliete le tentazioni e più nessuno si salverà». Perché scomparirebbero la scelta e la libertà stessa.

Le tentazioni sono un decreto di libertà. Il primo di tutti i comandamenti lo dimostra: scegli! (Deut 30,19). Tocca a te imboccare una delle due strade, quella della vita o quella della morte.

“Allora angeli si avvicinarono e lo servivano”. Il Signore manda angeli anche nella mia casa: li manda a prendersi cura di me, sono quelle persone buone che sanno inventare una nuova carezza, che hanno occhi di luce, che ti sorreggono con le loro mani leggere ogni volta che inciampi. E se lo farò anch’io, vedrò realizzarsi il sogno di Isaia (cfr. 58,7-10): Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua ferita. Illumina altri e la tua luce sorgerà, come un meriggio di sole.


ROBERTO TONI: Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (VIDEO INTEGRALE)

Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, 
che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 
Roberto Toni

(VIDEO INTEGRALE)


04.02.2026 - Primo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


(Foto di repertorio) 

1. I mille vuoti della paura: per comprendere la crisi dell’umano

Pochi giorni fa abbiamo celebrato la giornata della memoria e ci siamo chiesti per l’ennesima volta: come è stato possibile? Poi, di fronte a ciò che sta succedendo e nel timore di ciò che potrà accadere ci chiediamo: come è ancora possibile?

Le semplificazioni non aiutano di certo né a comprendere e neppure a cambiare. Tuttavia, con alcuni pensatori che azzardano una diagnosi più ampia del “qui e ora” tipico dei talk show, possiamo identificare che c’è stata una promessa, quella di un progresso globale “win - win” (dove vincono tutti: crescita parallela di benessere e democrazia, di economia e di cultura, di velocità ed equilibrio, di ambiente e mercato) che non è stata mantenuta e che ha determinato il riaffacciarsi massiccio della paura e, conseguentemente, della violenza.

Guardando alle dinamiche non troppo lontane che portarono alla Shoah riconosciamo che è proprio la paura a diventare strumento di manipolazione da parte di chi, malato psichico o astuto calcolatore, si appropria del potere e dilaga per conservarlo. E se in passato parevano essere quantomeno le ideologie a fornire la base teorica alle tirannie, ora assistiamo alla dittatura incontrastata dell’economia, del mercato, il tutto nelle mani di pochi sempre più ricchi, potenti e influenti.

A completare il quadro è un senso di impotenza che si traduce in assuefazione e rassegnazione, sia a livello locale che globale. Con il paradosso che la paura della morte conduce a ricercarla, magari per porre un termine al non senso e all’angosciosa agonia, una cultura di morte che vede nella rabbia cieca e nelle dipendenze la propria espressione.

Il Giubileo della speranza si è scontrato con il muro di gomma di un mondo che segue logiche ormai così profondamente innestate che, divenute totalizzanti, hanno ormai plasmato la percezione in termini di tecnicismo e quantificazione, con sacche di corruzione e di solitudine che divengono oggetto di rimozione. La speranza è diventata così l’eco romantica di un concetto vuoto o un culto di nicchia.

Ne va dell’uomo e della sua consapevole identificazione con se stesso, con l’altro (uguale o diverso che sia) e con il mondo. «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» (Sal 11,3). Anzitutto non sentirsi così giusto, perché nel sistema ci siamo dentro tutti. E poi: continuare a cercare, discernere ed ascoltare. 

..

Alle beatitudini non corrisponde soltanto una somma di significati di profonda sapienza. Esse, come l’intera vita del Maestro, suscitano attrazione, movimento, motivazione, entusiasmo. La fede incarnata diventa orizzonte di speranza, di credibilità che orienta verso il Mistero di un Dio presente e vivo.

Un ultima considerazione. Dopo il Giubileo della speranza, non possiamo non fare riferimento ad un altro tempo di grazia che si è aperto nella ricorrenza dell’ottocentesimo anniversario della morte (transito) di San Francesco d’Assisi. Noi Carmelitani, in quanto mendicanti della Parola, non possiamo non sentire questo nuovo Giubileo come anche un poco nostro. Francesco ci insegna una “perfetta letizia” che è completamente aderente allo spirito delle beatitudini, anche e soprattutto nel suo stridere contro il senso comune: lo stesso Cantico delle Creature, altissima espressione contemplativa, fu da lui composto nel periodo di malattia e sofferenza acuta, tanto da avvalorare quell’indicazione di gioia piena che nasce dall’attraversare tutte le situazioni per amore e avendo il Cristo crocifisso e risorto più che come motivazione: come presenza viva.


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Incontro integrale


Leggi anche il post già pubblicato:

Alessandro D'Avenia: Abusi - Non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. Se si toccano i bambini inizia l'abisso

Alessandro D'Avenia
Abusi

Non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole.
Se si toccano i bambini inizia l'abisso


Corriere della Sera, 9 febbraio 2026

Se il mondo oggi non ha pace è per via di bambini e minorenni. L’orrore dell’archivio Epstein è tutto qui: molti dei potenti che guidano il mondo, li usano e abusano. Non è una novità: purtroppo quella dell’infanzia è una storia millenaria di violenza, proprio perché il bambino è la categoria sociale più debole. Nel mondo antico i bambini erano oggetti, non individui. In greco per indicarli si usava il neutro, il genere delle cose inanimate: non avevano alcun diritto prima dell’età adulta, e chi non superava certi requisiti o riti di passaggio veniva abbandonato, reso schiavo o eliminato. In epoca romana il padre aveva potere di vita e morte sui bambini, l’infanticidio era normale e le bambine potevano essere date in sposa al primo mestruo. Basta rileggere Pollicino, Cappuccetto Rosso, Il pifferaio magico per vedere tra le righe una lunga storia di abbandoni, sacrifici, abusi, traffici, quel che resta dei cruenti miti antichi in cui Crono divora i figli, Agamennone sacrifica la figlia per vincere la guerra, Edipo viene abbandonato… Nella storia umana le civiltà che non proteggono i bambini prima o poi crollano per un motivo intrinseco alla socialità: non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. È lì la vera sfida del diritto nazionale e internazionale. Ho deciso di dedicare la mia vita professionale ai minorenni anche per questo.

In questo ambito, sono sempre rimasto colpito dalla inattualità di Gesù Cristo rispetto alla cultura del suo tempo. In un momento in cui i bambini erano oggetti, disse l’inaudito, come quando chiese ai discepoli: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso su chi fosse il più importante tra loro. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9). Quello che è stato ridotto a un invito sentimentale è una rivoluzione sociale, culturale e politica, proprio perché inserito in un discorso sul potere: dando al bambino una dignità divina e invitando ad accoglierlo secondo questa dignità, Cristo fonda una società nuova, a partire dal basso e non dall’alto come è sempre accaduto. Il bambino non è proprietà di nessuno perché è figlio di Dio, a chi lo educa è solo affidato: la creatura è come il creato, dato in custodia. Nel discorso di Cristo la parola per «servitore» è paidion, che significa sia «schiavo» sia «bambino», perché le due categorie, allora, coincidevano: erano proprietà di altri e in casa avevano gli stessi obblighi di servizio. Ai discepoli, che litigavano per le gerarchie di potere, viene proposto un regno la cui costituzione ha come articolo fondativo la difesa del più debole: nessuno sarà sottomesso o usato. Il bambino, la categoria sociale più indifesa, diventa criterio dei rapporti umani.

All’inizio della bella serie tv The chosen, i primi ad accorgersi dell’originalità di Cristo sono infatti proprio dei bambini (non li maltratta, li prende sul serio), perché Cristo non fonda una religione ma un modo nuovo di vivere le relazioni: «Amatevi come io vi ho amato», cioè dando la vita, anche per l’ultimo. Si può quasi dire che l’essere cristiani si manifesta nell’essere difensori dei bambini. Io l’ho imparato dal vivo da padre Pino Puglisi, insegnante di religione nel mio liceo, che fu ucciso proprio perché difendeva i bambini di un quartiere di Palermo, che la mafia usava come esercito, per spaccio e prostituzione. Un fatto che a 17 anni mi ha ispirato a diventare insegnante, e che ho raccontato in Ciò che inferno non è. Ma perché Cristo pone l’accogliere il bambino alla base del potere? Perché chi abusa di un bambino è pronto a compiere qualsiasi altro male: superata quella soglia, tutto diventa possibile. E lo dice senza mezzi termini: «Chi scandalizza (chi ferisce fisicamente o psicologicamente, diremmo noi) uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sprofondato nel fondo del mare» (Mc 9,42). La gigantesca macina non indica la punizione divina, ma descrive lo stato di oscurità in cui si trova chi usa o abusa, ferisce o uccide un bambino: ha dentro un abisso che inghiotte ogni cosa, il potere come sottomissione dell’altro.

Non è un caso che l’olocausto cominci con un progetto di eliminazione di bambini: Aktion T4 (lo racconta in modo magistrale Marco Paolini in Ausmerzen). Nell’agosto del 1939, il Reich emanò un decreto per cui, privi di conseguenze penali, medici e ostetriche dovevano eliminare i bambini (tedeschi) sotto i tre anni con disabilità mentali o fisiche. Successivamente tutti i genitori di bambini con disabilità furono spinti a far curare i figli in cliniche pediatriche specializzate, che in realtà erano reparti di soppressione. All’inizio l’operazione colpì i più piccoli ma poi coinvolse ragazzi fino ai 17 anni. Morirono più di 10.000 bambini. Accettato e fatto questo, proprio da chi doveva proteggere e curare, tutto divenne possibile: fu l’anticamera della camera a gas. Cristo non era un sentimentale, ma uno che smascherava il potere: se si toccano i bambini inizia l’abisso.

Le comunità cristiane, immerse nella civiltà greco-romana in cui abbandono o infanticidio erano normali e gli orfani diventavano schiavi, facevano tutt’altro e infatti crearono i primi brefotrofi e orfanotrofi. Le cose cambiarono anche nel diritto con Giustiniano, nel 529 d.C.: il bambino divenne persona giuridica, l’abbandono era considerato infanticidio e l’infanticidio come il parricidio. L’episodio evangelico che fondava il potere sul servizio a partire da un bambino, in cinque secoli divenne diritto, con la difesa della categoria sociale più debole. Una conquista non garantita una volta per tutte, perché ogni cultura deve decidere di nuovo su che basi costruire il potere. Non a caso le dichiarazioni dei diritti del fanciullo arrivano solo nel XX secolo, dopo gli abusi dell’era industriale: la volontà di potenza delle nazioni, che portò alle guerre mondiali, cominciò con lo sfruttamento del lavoro minorile. Oggi la questione è attuale in molti Paesi mediorientali e orientali, in Occidente riguarda più i diritti del nascituro, gli abusi in ambienti educativi, spesso proprio quelli religiosi, e ora gli effetti dei social sui minorenni.

Da qui bisogna partire per una società diversa. Qualche anno fa ho contribuito alla ricerca fondi per un ospedale che doveva acquistare incubatrici per bambini prematuri; queste macchine innovative prevedono, tra le altre cose, la simulazione attraverso vibrazioni della voce materna necessaria alla sopravvivenza di piccoli sottoposti a uno stress mortale. Questo uso della tecnologia mi ha commosso e ancor più il reparto: dove si lotta così per i più deboli la vita non può essere sottomessa e diventare proprietà di altri. Questa è la base della pace. Non possiamo stupirci dello stato bellico del mondo, se molti dei potenti che lo guidano a vari livelli – presenti nell’archivio Epstein – abusano di bambini e minorenni. Se rimarranno impuniti, insieme a coloro per cui Epstein lavorava, continueranno a portarci nel loro abisso.

(fonte: sito dell'autore)

venerdì 20 febbraio 2026

Il furto alla Madonna di San Luca, Bologna sotto shock. Il cardinale Zuppi: «Ripariamo il volto offeso di Maria ... I veri gioielli siamo noi ... Avere uno spirito di riparazione significa credere che l’amore ripara ciò che il male viola. Significa sperare che ogni ferita, anche profonda, possa essere guarita»



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Furto nella Basilica della Beata Vergine di San Luca

Forzata la chiusura notturna della Sacra Immagine ed infranto il vetro protettivo
Le parole del rettore mons Remo Resca, visibilmente commosso.



L’Arcidiocesi rende noto che nella notte tra il 17 e 18 febbraio si è verificata una intrusione nella Basilica della Beata Vergine di San Luca.

È stata forzata la chiusura notturna della Sacra Immagine ed infranto il vetro protettivo, allo scopo di sottrarre alcuni preziosi dalla lastra argentata che lascia scoperti i volti della Madonna e del Bambino Gesù. Subito avvisate, le Forze dell’Ordine sono intervenute e ad una prima ricognizione la Sacra Immagine non presenta danni evidenti.

Come popolo bolognese siamo profondamente scossi e feriti per l’oltraggio a quanto di più caro ci accomuna, la Vergine Maria, venerata da nove secoli nella Sacra Icona.

All’inizio del cammino quaresimale, ci stringiamo a Lei come a nostra Madre ferita, e ci affidiamo con rinnovato affetto.

L’Arcivescovo domani, giovedì 19 febbraio, alle 7.30 presiederà la Messa al Santuario della Madonna di San Luca
(fonte: Chiesa di Bologna 18/02/2026)

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Il furto alla Madonna di San Luca, Bologna sotto shock. 
Il cardinale Zuppi: «Ripariamo il volto offeso di Maria»

Infranta la teca della Sacra Immagine custodita nella Basilica sul Colle della Guardia e sottratti alcuni gioielli ed ex voto che adornavano l’icona mariana, simbolo della città mentre, per fortuna, non ci sono danni al dipinto. Il cardinale Zuppi annuncia una messa di riparazione: «Atto incredibile che ferisce tutti». Indagini in corso.


Bologna si è svegliata nel primo giorno di Quaresima con una ferita profonda e uno shock . Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio ignoti si sono introdotti nella Basilica della Beata Vergine di San Luca, sul Colle della Guardia, infrangendo il vetro protettivo della Sacra Immagine e sottraendo alcuni dei gioielli che ornano l’icona mariana, da secoli cuore spirituale della città e riferimento per tutti, credenti e no.

A dare notizia dell’accaduto è stata la diocesi di Bologna con un comunicato che parla di «intrusione» e di chiusura forzata della teca che custodisce l’immagine. È stato infranto il vetro antisfondamento allo scopo di sottrarre «alcuni preziosi dalla lastra argentata che lascia scoperti i volti della Madonna e del Bambino Gesù». A una prima ricognizione, fortunatamente, la Sacra Immagine non presenterebbe danni evidenti.

Un particolare dell'icona della Madonna nella basilica di San Luca a Bologna danneggiata (ANSA)

L’allarme e la dinamica del colpo

Secondo una prima ricostruzione, i ladri si sarebbero arrampicati sui ponteggi del cantiere attivo sul lato destro del santuario, introducendosi da una porta laterale. L’allarme, riferisce il vicario arcivescovile don Remo Resca, era stato temporaneamente disattivato proprio a causa dei lavori e avrebbe dovuto essere ripristinato in questi giorni.

Oltre alla teca dell’icona, sarebbero state forzate anche le casseforti contenenti offerte. Dalla lastra argentata che ricopre l’immagine – lasciando scoperti i volti della Vergine e del Bambino – sono stati asportati diversi ex voto: anellini e piccoli monili donati nel tempo dai fedeli in segno di gratitudine e affidamento: «Ce n’erano una ventina, ne hanno prelevati una decina», ha spiegato don Resca, «il nostro cuore si è spaccato davanti al vetro rotto e alla porta forzata. Ma prevale la consolazione: l’immagine della Madonna è integra». Sul posto sono intervenuti gli agenti del Commissariato Santa Viola; la polizia scientifica ha repertato anche un guanto che potrebbe rivelarsi utile per le indagini.

L'Icona della Madonna di San Luca sul sagrato della Cattedrale di San Petronio a Bologna l'8 maggio 2024 (ANSA)

La reazione del cardinale Zuppi: «Ripariamo il volto offeso»

Profondamente colpito il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, che ha ricevuto la notizia all’alba. «Quando alle 6.10 mi ha chiamato don Remo, non riusciva a parlare tanto era colpito», ha raccontato aprendo la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri in Cattedrale.

Il porporato ha annunciato per giovedì mattina una Messa di riparazione al santuario: «Celebro per riparazione e per ringraziare che i danni non sono stati peggiori». E ha aggiunto parole che vanno oltre la cronaca: «Forse quel furto, soprattutto dei gioielli, ci costringe a impreziosire noi quella Sacra Immagine che in maniera incredibile è stata violata. La riparazione rientra molto nell’itinerario della Quaresima: vogliamo riparare il volto offeso di Maria e ritrovarlo nella sua piena bellezza». Un invito a trasformare lo sdegno in cammino spirituale, a leggere l’episodio non solo come un atto criminoso ma come una ferita da sanare con la fede e la preghiera.

Un simbolo identitario per Bologna

La Basilica di San Luca non è soltanto uno dei luoghi più suggestivi dell’Emilia-Romagna, raggiungibile attraverso il lungo portico che dal centro storico sale fino al Colle della Guardia. È il simbolo per eccellenza di Bologna.

L’icona della Madonna – secondo la tradizione attribuita a san Luca evangelista – è venerata in città da oltre nove secoli. Ogni anno, nel mese di maggio, l’immagine scende in processione in città, rinsaldando un legame profondo tra la Vergine e il popolo bolognese. Nei momenti di calamità, guerre e siccità, a Lei la città si è sempre affidata. La memoria del cosiddetto “miracolo della pioggia” è ancora viva nella devozione popolare.

Non è un caso che anche le istituzioni civili abbiano parlato di un’offesa all’intera comunità. Il sindaco Matteo Lepore ha definito il gesto «un’azione che offende tutta la comunità bolognese», esprimendo vicinanza alla diocesi. Per molti cittadini, credenti e non, San Luca rappresenta un punto di riferimento spirituale e culturale, un segno che domina dall’alto la città e ne custodisce la storia.

Una ferita nel tempo della Quaresima

Che il furto sia avvenuto proprio nel giorno delle Ceneri rende l’episodio ancora più simbolicamente doloroso. «Come popolo bolognese siamo profondamente scossi e feriti per l’oltraggio a quanto di più caro ci accomuna», ha scritto la diocesi, invitando i fedeli a stringersi attorno a Maria «come a nostra Madre ferita». I gioielli sottratti hanno certamente un valore materiale, ma ben più grande è il valore affettivo e spirituale degli ex voto, segni concreti di grazie ricevute, lacrime asciugate, speranze affidate. Colpire quei monili significa colpire la memoria viva di un popolo.

La risposta della Chiesa bolognese, tuttavia, non si ferma all’indignazione. Nelle parole del cardinale Zuppi risuona un appello alla conversione e alla speranza: trasformare l’oltraggio in occasione di rinnovato affidamento, perché – come accade da secoli – la Madonna di San Luca continui a vegliare sulla sua città.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/02/2026)

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L’Arcivescovo ha presieduto a San Luca la Messa di riparazione dopo il furto al Santuario

Giovedì 19 febbraio, alle prime ore del mattino, l’Arcivescovo nel Santuario della Madonna di san Luca ha celebrato una Messa di riparazione in seguito al furto avvenuto nella Basilica nella notte tra il 17 e 18 febbraio.

Una celebrazione vissuta all’inizio del tempo di Quaresima, come risposta di fede e di speranza a un gesto che ha ferito profondamente il Santuario e l’intera comunità ecclesiale.

Erano presenti il Rettore del Santuario, monsignor Remo Resca, il Vicario generale per l’Amministrazione monsignor Roberto Parisini, la comunità del Seminario arcivescovile con monsignor Marco Bonfiglioli, e alcune decine di fedeli, raccolti in preghiera davanti all’immagine della Madonna.

Nell’omelia, il cardinale Zuppi ha invitato a guardare quanto accaduto alla luce del Vangelo, come un richiamo a ritrovare l’essenziale e a non lasciare che il male abbia l’ultima parola.

«Oggi ci ritroviamo davanti alla Sacra Immagine della Madonna – ha detto l’Arcivescovo in un passaggio dell’omelia – che ci aiuta sempre a sentire, a vedere, a contemplare la sua presenza. Di fronte a ciò che è accaduto, ne sentiamo ancora di più quanto essa sia preziosa. Di fronte a una violazione ci si sente perduti, vulnerabili: una delle tante conseguenze del male. Si prova un senso di abbandono, di prostrazione, di impotenza, come se la propria vita fosse stata violata, portata via. E invece proprio questa ferita ci fa riscoprire quanto è preziosa la bellezza che il male tenta di rovinare. Anche questa spoliazione ci interpella. Forse ci chiede se non dobbiamo essere noi a ornarla di più, con il gioiello della nostra vita. Questo è il vero ornamento di Maria: i frutti dell’amore che nascono dall’incontro con Gesù che lei ci mostra. Essere noi l’ornamento della nostra Madre, renderla bella e preziosa con le opere che lei ci affida verso i suoi figli, che sono i nostri fratelli e sorelle, specialmente i più piccoli».

«Arricchiamola con la bellezza di una vita interamente donata – ha aggiunto l’Arcivescovo – come ci suggerisce il Vangelo di Gesù, suo Figlio. Lo sguardo rivolto a lei ci aiuti sempre a contemplare i fratelli; nel suo amore infinito impariamo a riconoscere e ad accendere l’amore umano, quello che rende bella e preziosa la vita, la Chiesa, il nostro cammino. I veri gioielli siamo noi: con la cura per questa casa e per la casa di Maria, che è sempre la comunità dei fratelli e delle sorelle. Questa è anche la riparazione. Avere uno spirito di riparazione significa credere che l’amore ripara ciò che il male viola. Significa sperare che ogni ferita, anche profonda, possa essere guarita».

Al termine della celebrazione, il Cardinale è salito vicino all’Immagine della Madonna, vestita con la riza solenne, di solito utilizzata per la discesa in città.


Guarda il video integrale dell'omelia
(fonte: Chiesa di Bologna 19/02/2026)


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"Restituite quanto rubato": l'appello del cardinale Zuppi ai ladri di San Luca

Dopo il furto all'immagine della Madonna nel santuario, la messa con l'arcivescovo di Bologna: "Quello che è successo ci conferma quanto questa effigie sia preziosa"


All’indomani del furto e dell’oltraggio all’effige della Madonna di San Luca, comincia presto la giornata al santuario sul Colle della guardia, a Bologna. Di prima mattina la visita dell’arcivescovo Matteo Zuppi . L’omaggio alla Beata Vergine e la celebrazione eucaristica con un gruppo di fedeli saliti per l’occasione

“La violenza che ha subito ci fa riscoprire ancora di più quanto è preziosa. Forse ci deve anche chiedere che dobbiamo ornarla di più noi, i gioielli siamo noi con la cura per la nostra casa, per questa casa e per la casa di Maria”, ha detto l'arcivescovo,

Al temine, parlando dalla sacrestia – proprio lì dove sono passati i ladri dopo essersi introdotti nella basilica – il cardinal Zuppi rivolge loro un appello: “Capire cosa hanno fatto, la violazione per il significato di un’immagine così sacra per la devozione, per quel che rappresenta e quindi ridatelo, restituitelo”.

Modesto il valore economico di quanto è stato rubato. Grande, però, quello simbolico : “La tradizione affettiva e devozionale mette questi oggetti come fossero di famiglia, sono pochi pezzi”. specifica il rettore del santuario, don Remo Resca.
(fonte:TGR Emilia e Romagna servizio di Francesco Rossi 19/02/2026)








ECUMENISMO: LA PREGHIERA CRISTIANA (VIDEO INTEGRALE)

ECUMENISMO
LA PREGHIERA CRISTIANA 
(VIDEO INTEGRALE)


EGIDIO PALUMBO (OCARM):
1. La preghiera è un’esperienza umana e religiosa (nel senso che appartiene ad ogni religione), che nasce da un bisogno della persona religiosa e della comunità, che chiedono aiuto a Dio, alla Divinità o ad un Essere Trascendente

2. Diversa è l’esperienza della preghiera ebraico-cristiana.

A) LA PREGHIERA NASCE DALL’ASCOLTO
        Innanzitutto nasce dall’ascolto della Parola di Dio. Per questo, all’inizio della preghiera, credente e la comunità chiedono:
                    Sal 51,17: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode».
                     Perché?
                  La fede biblica, in particolare l’apostolo Paolo, ci ricorda che «lo Spirito viene in aiuto alla  nostra debolezza», perché «non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27).
                  Ecco perché Gesù ci consegna il Padre Nostro («Quando Pregate, dite: Padre nostro...»: Mt 6,9-13; Lc 11,2-4) e la tradizione biblica (AT e NT) ci consegna il libro dei Salmi e vari Cantici ed Inni. Dio pone sulle nostre labbra la sua Parola, affinché preghiamo in modo conveniente, secondo i suoi desideri.
                     Seguendo la prospettiva della preghiera, possiamo dire che tutta la S. Scrittura è raccolta nella preghiera:
                          - si apre con Gen 1, che è un testo sapienziale e liturgico dell’opera creatrice-salvifica di Dio (un’opera che continua ancora), scandito in sette giorni e da un ritornello («E Dio vide che era cosa buona/bella»),
                     - e si chiude in Ap 22,20 con l’invocazione della comunità dei credenti: «Amen. Vieni, Signore Gesù».

                   b) La preghiera porta a Dio la voce e i gemiti dell’umanità
Inoltre, alla luce della Parola, la preghiera educa il credente e la comunità ad ascoltare anche l’umanità che gioisce, spera, geme e «soffre le doglie del parto» (Rm 8,22), nell’attesa che nasca una nuova umanità, un mondo migliore (cf. Rm 8,18-25).
Nella preghiera noi portiamo a Dio la “voce” e i geniti di ogni creatura e dell’intera famiglia umana, come recitano il Sal 150,6 («ogni vivente dia lode al Signore») e la liturgia della Chiesa cattolica («...anche noi fatti voce di ogni creatura che è sotto il cielo, confessiamo il tuo Nome ed esultanti cantiamo»: Prefazio della IV Preghiera Eucaristica).
Dunque, nella preghiera portiamo la vita, perché la vita stessa diventi preghiera.

                  c) Da qui le varie forme di preghiera in sintonia con le varie situazioni esistenziali
                    Ed è per questo che la preghiera cristiana, rivolta a Dio Padre-Madre, per mezzo del Figlio Gesù, nostro fratello e Signore, e nello Spirito nostro Paraclito (“avvocato” e compagno di viaggio), diventa – a seconda dei contesti vitali ed situazioni esistenziali – preghiera di intercessione, di lode, di ringraziamento, di supplica e lamento, di contrizione, di domanda.
                Riguardo alla preghiera in generale, Gesù esorta a pregare «senza stancarsi» (Lc 18,1), in realtà il testo dice «senza incattivirsi».
                 Riguardo poi alla preghiera di domanda (cf. Mt 7,7-11; 21,22; Lc 11,9-13), Gesù e la fede biblica del NT esigono che le domande siano conformi alla volontà di Dio (cf. Mt 6,10) e «secondo i disegni di Dio» (Rm 8,27), perché pregare non è piegare la volontà di Dio ai nostri interessi, nè strumentalizzare il suo Nome per cercare consensi sociali e politici. «Dio realizza tutte le sue promesse, ma non tutti i nostri desideri» (D. Bonhoeffer, pastore luterano e martire nel campo di concentramento dei nazisti).
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Cimitero Mediterraneo. Il vescovo Fragnelli: “Davanti ai morti in mare non possiamo voltare lo sguardo”


Cimitero Mediterraneo. Il vescovo Fragnelli:
“Davanti ai morti in mare non possiamo voltare lo sguardo”

Dopo il ritrovamento di dieci corpi di migranti sulle coste del Mediterraneo, il vescovo di Trapani riflette sul rischio dell’assuefazione al dramma, sulla responsabilità condivisa dell’Europa e sul valore umano e cristiano della preghiera come gesto che abbatte i muri dell’indifferenza

(Foto AFP/SIR)

Il ritrovamento di dieci corpi di migranti sulle coste del Mediterraneo riporta al centro una tragedia che rischia di essere sommersa dall’abitudine e dall’indifferenza. Nel giorno che apre il tempo di Quaresima, il vescovo di Trapani invita l’Europa e l’Italia a non “indurire il cuore” davanti a morti che interrogano la coscienza collettiva. Tra preghiera, responsabilità condivisa e dignità dei corpi, mons. Pietro Maria Fragnelli riflette sul senso umano e cristiano di una frontiera che continua a restituire vittime.

Eccellenza, dieci corpi di migranti ritrovati sulle coste del Mediterraneo. Che cosa le ha suscitato questa notizia?

È difficile, in questi tempi, riuscire ad avere attenzione su questioni così drammatiche, travolte da una congerie continua di informazioni. Ma ciò che mi preoccupa ancora di più è la difficoltà, nella nostra epoca, di leggere anche le situazioni più tragiche con il cuore, con una capacità di visione globale. Nel giorno che apre la Quaresima, leggendo “Non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore”, ho sentito il bisogno di dire: ‘Europa, non indurire il tuo cuore; Italia, non indurire il tuo cuore. Perché, se il cuore si chiude, non si è più capaci di riconoscere ciò che accade dentro e fuori di noi, nemmeno ciò che bussa alla nostra porta’.

Quando ha saputo la notizia, lei ha reagito celebrando una messa in cattedrale. Qual è il significato di questo gesto?

Mi sono chiesto: “Che cosa possiamo fare?”, perché qui non si muove nulla. È impossibile non fare un discorso umano e cristiano davanti a certe situazioni. Ho colto l’occasione della memoria liturgica di santa Bakhita, una schiava redenta da un incontro che le ha restituito dignità e vita. Abbiamo voluto celebrare la possibilità della redenzione. Quindi, il pensiero è andato a queste vittime del Mediterraneo.

Ha detto di sentirsi quasi “assediato” dai morti del Mediterraneo. Che cosa intende?

Essere vescovi su questa frontiera significa sentire che i morti arrivano, ci interrogano. Perché questo accade? Perché io, e con me tanti fratelli europei, non siamo capaci di aprire gli occhi e di rinunciare a un cuore indurito. Quella celebrazione era il minimo che potessimo fare, che dal punto di vista cristiano è il massimo. Perché pregare non è poesia: è fede.

Pregare significa far cadere i muri di Gerico. E oggi questi muri devono cadere in Europa e non solo in Europa. C’è una cultura che invece li sta rialzando.

Un corpo su una spiaggia, nelle dinamiche delle migrazioni, è anche biopolitica…

Ci interroga profondamente. Pensiamo a chi opera nel Mediterraneo, come gli uomini e le donne della Marina: persone che non svolgono solo un lavoro, ma vivono una vera missione. Il problema è che tutti noi, come cittadini italiani ed europei, dobbiamo continuare a restare umani di fronte a queste vicende. È facile, come ha detto più volte Papa Francesco, voltarsi dall’altra parte.

Ma anche con la linea che ci indica Papa Leone dobbiamo dire che c’è una responsabilità che diventa sempre corresponsabilità.

Non è delegabile solo ai militari o a qualche restrizione giuridica. Serve lavorare insieme, con uno sforzo comune, anche sul piano della prevenzione. Ciò che accade oggi ci interpella in modo diretto: dobbiamo governare questi fenomeni, nei limiti del possibile, senza perdere di vista la dignità umana.
(fonte: Sir, articolo di Filippo Passantino 18/02/2026)

giovedì 19 febbraio 2026

Mercoledì delle Ceneri – Statio, processione penitenziale e Santa Messa - Leone XIV: Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia - Non fermiamoci tra le ceneri del mondo, ma convertiamoci e ricostruiamo

Mercoledì delle Ceneri
18 febbraio 2026

STATIO E PROCESSIONE PENITENZIALE
ore 16.30 Chiesa di Sant’Anselmo

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI
ore 17.00 Basilica di Santa Sabina

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Andrea Tornielli
Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia

L’omelia di Leone XIV alla Messa del Mercoledì delle Ceneri e la nostra responsabilità


“Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!” Le parole pronunciate da Papa Leone nell’omelia della Messa delle Ceneri fotografano una realtà del nostro tempo: viviamo circondati da persone, imprese e istituzioni di ogni livello che difficilmente ammettono di aver sbagliato. Noi facciamo un’enorme fatica ad ammettere di aver sbagliato e a chiedere perdono riconoscendo il nostro errore, i nostri errori. L’inizio della Quaresima è una grande occasione per i cristiani di riconoscersi peccatori, bisognosi di aiuto e di perdono, e colpisce come il Successore di Pietro abbia voluto sottolinearne la dimensione comunitaria: “La Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Invece di cercare sempre il nemico esterno, invece di guardare al mondo considerandoci sempre nel giusto e dalla parte giusta, siamo chiamati a un atteggiamento controcorrente e ad una “coraggiosa assunzione di responsabilità”, personale ma anche collettiva.

Perché è vero che il peccato “è personale”, come ha sottolineato il Papa. Ma è altrettanto vero – ha aggiunto riecheggiando l’enciclica Sollicitudo rei socialis di san Giovanni Paolo II – che esso “prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Tra queste si potrebbero ad esempio iscrivere alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario che produce enormi squilibri e ingiustizie, definiti da Papa Francesco nella sua prima esortazione apostolica “un’economia che uccide”. O gli enormi interessi economici che muovono il grande mercato del riarmo, bisognoso di essere alimentato da conflitti permanenti.
Le ceneri sul capo di ciascuno e della comunità nel suo insieme ci invitano a sentire, ha detto ancora Leone XIV, “il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Nell’intraprendere il cammino quaresimale è dunque importante questa con-partecipazione, nella coscienza che il peccato personale si amplifica e si cristallizza in “strutture di peccato”. È per questo che ricevendo la cenere sul capo siamo chiamati a un esame di coscienza sui nostri errori ma anche su quelli che si riverberano su larga scala. E dunque nel sentire il peso di un mondo che brucia possiamo chiederci, come comunità, come Paese, come Europa, come organizzazioni internazionali: abbiamo fatto tutto il possibile per porre fine alla tragica guerra in Ucraina, che ha avuto inizio con l’aggressione russa nel 2022? È stato fatto tutto il possibile per cercare soluzioni negoziate o l’unico vero obiettivo perseguito è oggi soltanto quello della folle corsa al riarmo? Come è stato possibile assistere, dopo l’attacco disumano perpetrato da Hamas contro gli israeliani, alla totale distruzione di Gaza con i suoi oltre settantamila morti? Perché non si è fatto nulla concretamente per porre fine alla strage? Com’è possibile accettare che vi siano Paesi dove la libera espressione della protesta popolare viene soffocata nel sangue con migliaia di vittime? E ancora, come è possibile accettare per quieto vivere o per appartenenze politiche, il perpetuarsi dell’ecatombe che avviene nel Mar Mediterraneo, con i migranti che vi affogano?
“Riconoscere i nostri peccati per convertirci – ha concluso il Papa - è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire”.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


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Il Papa: non fermiamoci tra le ceneri del mondo,
ma convertiamoci e ricostruiamo

Leone XIV alla Messa nella Basilica di Santa Sabina per l'avvio del cammino della Quaresima: la Chiesa “è profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Attraverso questo tempo di penitenza, nel Triduo pasquale celebreremo il passaggio dall’impotenza, anche davanti alle “ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli”, alle possibilità di Dio


Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato.

Per Papa Leone XIV, questo ci chiede la storia e la coscienza di cristiani: chiamare per nome la morte, portarne i segni come la cenere, “ma testimoniare la resurrezione”. Leone lo sottolinea nell’omelia della sua prima Messa con il rito delle Ceneri da Pontefice, questo pomeriggio, 18 febbraio, nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino.

Il Papa apre la statio quaresimale nella chiesa di Sant'Anselmo all'Aventino (@Vatican Media)

La profezia di San Paolo VI e le ceneri

Così Papa Leone apre il cammino quaresimale della Chiesa. E ricorda la forte profezia di San Paolo VI, in un rito delle Ceneri celebrato durante un’udienza generale in Basilica, il 23 febbraio 1966, sull’autosuggestione dell’uomo moderno e la sua “apologia della cenere”, in una cultura dominata dalla “metafisica dell’assurdo e del nulla”.

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

L’avvio a Sant’Anselmo e la processione

La Liturgia stazionale si era aperta nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, con l’orazione di Leone XIV: “Accompagna con la tua benevolenza Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito. Di seguito la processione penitenziale verso la basilica di Santa Sabina, scandita dalle litanie dei santi. A varcare la soglia i monaci benedettini di Sant’Anselmo, i padri domenicani di Santa Sabina, vescovi e cardinali insieme ai fedeli.

Il Papa in processione dalla chiesa di Sant'Anselmo alla Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Il popolo di Dio riconosce i propri peccati

Nell’omelia, guardando alla Prima Lettura e alla chiamata del profeta Gioele: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne”, il Papa ricorda che anche oggi al quaresima “è un tempo forte di comunità”.

Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità.

Dopo il peccato, ammettere lo sbaglio e cambiare

Leone XIV sottolinea quindi che “il peccato è personale”, ma prende forma “negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo”, non di rado “all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

I giovani, la Quaresima, e un modo più giusto di vivere

Più che in passato, prosegue il Pontefice, i giovani avvertono il richiamo del Mercoledì delle Ceneri, anche in contesti secolarizzati.

Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta.

La portata missionaria della Quaresima

L’invito di Papa Leone XIV è allora quello di sentire “la portata missionaria della Quaresima”, per aprire il lavoro su noi stessi “a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”. Il profeta Gioele ci pungola così: “Perché si dovrebbe dire fra i popoli: ‘Dov’è il loro Dio?’”, e questo tempo quaresimale, per il Papa, ci sollecita a quelle conversioni, “inversioni di marcia”, che “rendono più credibile il nostro annuncio”. Attraverso questa penitenza, spiega, nel Triduo pasquale saremo poi coinvolti “nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

Il Papa durante l'omelia nella Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Le “statio” quaresimali e la testimonianza dei martiri

I pionieri di questo nostro cammino verso la Pasqua, conclude Leone XIV, sono i martiri antichi e contemporanei. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali, e quella di Santa Sabina è la prima, “è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma”. Sono una miriade di semi “che hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere”. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo di Matteo, “liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi”, ci insegna a vedere piuttosto “ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo”. Così chi digiuna, prega e ama nel segreto, per il Pontefice, si pone in sintonia col Dio della vita: “A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

Dopo l'omelia, la benedizione e l'imposizione delle ceneri. È il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore a metterle sul capo di Papa Leone che poi le impone sui fedeli.

Il cardinale De Donatis, penitenziere maggiore, impone le ceneri sul capo di Leone XIV (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti» (Gl 2,16). Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande. Quindi tocca ai sacerdoti, che già si trovano – quasi per dovere – «tra il vestibolo e l’altare» (v. 17); sono invitati a piangere e a trovare le parole giuste per tutti: «Perdona, Signore, al tuo popolo!» (v. 17).

La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne» (Gl 2,16). Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.

Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso. Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia.

«Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (Gl 2,17). La domanda del profeta è come un pungolo. Ricorda anche a noi quei pensieri che ci riguardano e sorgono fra chi osserva come da fuori il popolo di Dio. La Quaresima ci sollecita infatti a quelle inversioni di marcia – conversioni – che rendono più credibile il nostro annuncio.

Sessant’anni fa, poche settimane dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, San Paolo VI volle celebrare pubblicamente il Rito delle ceneri, rendendo visibile a tutti, nel corso di un’Udienza generale nella Basilica di San Pietro, il gesto che anche oggi stiamo per compiere. Ne parlò come di una «severa e impressionante cerimonia penitenziale» (Paolo VI, Udienza generale, 23 febbraio 1966), che urta il senso comune e allo stesso tempo intercetta le domande della cultura. Diceva: «Ci si può chiedere, noi moderni, se questa pedagogia sia ancora comprensibile. Rispondiamo affermativamente. Perché è pedagogia realista. È un severo richiamo alla verità. Ci riporta alla visione giusta della nostra esistenza e del nostro destino».

Questa “pedagogia penitenziale” – diceva Paolo VI – «sorprende l’uomo moderno sotto due aspetti»: il primo è «quello della sua immensa capacità di illusione, di auto-suggestione, di inganno sistematico di sé stesso sopra la realtà della vita e dei suoi valori». Il secondo aspetto è «il fondamentale pessimismo» che Papa Montini riscontrava ovunque: «La maggior parte della documentazione umana offertaci oggi dalla filosofia, dalla letteratura, dallo spettacolo – diceva – conclude per proclamare l’ineluttabile vanità di ogni cosa, l’immensa tristezza della vita, la metafisica dell’assurdo e del nulla. Questa documentazione è un’apologia della cenere».

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

«Dov’è il loro Dio?», si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio.

I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali – di cui questa di oggi è la prima – è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le “memorie” dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato? Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi (cfr Mt 6, 2.5.16), ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. È la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore.

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