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sabato 8 agosto 2026

In fuga dal caldo e dall’iperconnessione: come stanno cambiando le vacanze

In fuga dal caldo e dall’iperconnessione:
come stanno cambiando le vacanze

Coolcation, quietcation, last chance tourism: il turismo si adatta alla crisi climatica e alle trasformazioni globali. Ma in Europa quasi una persona su quattro non può permettersi nemmeno una settimana di ferie.
Getty Images/unsplash

Per decenni il turismo è stato guidato da una logica semplice: cercare il sole d'estate e la neve d'inverno. Oggi questa logica sta cambiando. Il cambiamento climatico rende alcune destinazioni sempre più difficili da vivere durante i mesi estivi, le tensioni internazionali aumentano l'incertezza, e il costo della vita spinge molte persone a ripensare il proprio modo di viaggiare. Allo stesso tempo cresce il desiderio di rallentare, di disconnettersi dalla tecnologia e di vivere esperienze considerate autentiche.

In fuga dal caldo

Le ondate di calore, sempre più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici, portano molte persone a scegliere mete fresche anche per le vacanze estive. Sono le coolcation dall’unione delle parole cool (fresco) e vacation (vacanze). Dal Travel & sustainability report 2026 di Booking.com, una delle più famose piattaforme per la prenotazione di alloggi, emerge che oltre la metà delle persone intervistate considera alcune mete troppo calde e ha deciso di rimuoverle dalla propria lista dei desideri. Tre quarti dei viaggiatori, inoltre, considera il rischio di eventi estremi quando sceglie una meta o il periodo in cui viaggiare.

“L'Europa si trova all'epicentro delle sfide che le ondate di calore pongono al settore turistico. È il continente che si riscalda più rapidamente al mondo, secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale, nonché quello più visitato: Francia, Spagna, Italia e Grecia figurano costantemente tra le prime dieci destinazioni a livello globale” spiega National Geographic. Ma ora molte persone si stanno spostando verso Nord per le vacanze. Nel 2025, ad esempio, le prenotazioni da Francia e Italia verso la Svezia sono aumentate del 50%-60% rispetto all’anno precedente, secondo le stime della compagnia area svedese Sas.

A conferma di questa tendenza, nel 2026 l’applicazione per i viaggi Polarsteps ha pubblicato il primo Summer heat escape index che analizza 25 Paesi europei in base alle temperature diurne e notturne massime ad agosto, la temperatura dell’acqua del mare o la copertura forestale. Al primo posto c’è l’Islanda, al secondo la Finlandia e al terzo la Norvegia. Questi Paesi hanno deciso di sfruttare l’occasione: l’ente ufficiale del turismo norvegese, ad esempio, ha dedicato una pagina web ai luoghi adatti a una coolcation. Mentre la Danimarca e la Finlandia hanno approvato piani e investimenti per aumentare il numero di visitatori stranieri e la loro spesa.

Il turismo dell’apocalisse

Il cambiamento climatico sta portando sempre più persone a visitare alcuni luoghi, come i ghiacciai le barriere coralline o le isole, prima che sia troppo tardi. È il last chance tourism, o turismo dell’ultima possibilità. Ne è un esempio il Mer de Glace, il ghiacciaio più grande delle Alpi francesi che, come molti altri, si sta fondendo a ritmi vertiginosi. O Pond Inlet, un villaggio di circa 1600 abitanti (per lo più Inuit) situato nell’Artico canadese, che accoglie ogni anno centinaia di turisti desiderosi di assistere agli ultimi anni di vita dei ghiacci nordici.

Questo tipo di turismo è, per alcuni, una cosa buona, perché potrebbe rendere le persone più consapevoli dell’impatto che esercitano sul pianeta. Secondo un sondaggio del 2020 tra i visitatori del Mer de Glace, l’80% ha dichiarato che vorrebbe saperne di più su come proteggere l’ambiente e il 77% che si ritiene disposto a ridurre il proprio consumo giornaliero di acqua ed energia.

Altri, invece, sono molto scettici: sottoporre questi territori a ondate turistiche frequenti vorrebbe dire sommare inquinamento ad altro inquinamento o aumentare il rischio di diffusione di malattie o specie invasive, favorendo la scomparsa di ciò che si vorrebbe preservare. È una preoccupazione emersa, ad esempio, dopo i casi di hantavirus registrati a maggio del 2026 sulla nave da crociera MV Hondius. Il virus era stato probabilmente contratto prima dell'imbarco, ma l'episodio ha mostrato come la crescita del turismo verso destinazioni remote possa complicare la gestione delle emergenze sanitarie e aumentare il rischio di trasportare malattie tra aree geografiche molto distanti. Come riporta Reuters, il numero di persone che hanno visitato l’Antartide è più che triplicato, passando da 37mila nel 2015 a più di 117mila nel 2025. La maggior parte dei turisti si concentra sulla costa della penisola antartica dove si radunano foche e uccelli marini, rendendo questi ecosistemi particolarmente vulnerabili.

Lontano dalla modernità

Una delle tendenze che sembra destinata a crescere è la quietcation o hushpitality, una vacanza lontani dallo stress della vita quotidiana e, in molti casi, dalla tecnologia. “Sembra che le persone siano diventate così insoddisfatte della vita digitale da essere disposte a pagare di più per sfuggirvi” scrive la Bbc. Plum Guide, una piattaforma per l’affitto di case di lusso, ha registrato un aumento del 17% tra il 2024 e il 2025 nella ricerca di alloggi in zone remote o di campagna che offrano la possibilità di “disconnettersi”.

La start up Unplugged, attiva dal 2020, ad esempio, ha più di 50 microcase sparse nel Regno Unito e in Spagna per un “digital detox”: ai clienti viene data la possibilità di lasciare lo smartphone in una cassetta di legno e di utilizzare una mappa per orientarsi e un vecchio telefono per eventuali emergenze. L’agenzia di viaggio Logout è la prima in Italia a organizzare vacanze senza tecnologia: lo smartphone dei partecipanti viene inserito in una cassetta di sicurezza e restituito solo alla fine dell’esperienza. Ma sono vietati anche computer, macchine fotografiche e televisori.

Per altri allontanarsi dalla modernità significa cercare cieli stellati, racconta l’Economist. Almeno l'80% della popolazione mondiale vive sotto cieli interessati dall'inquinamento luminoso; una percentuale che sale al 99% negli Stati Uniti e in Europa. È una situazione destinata a peggiorare: secondo uno studio pubblicato su Science, le località che contano attualmente 250 stelle da poter ammirare nel cielo ne avranno solo cento tra circa 18 anni.

Per rispondere alla domanda di questo turismo notturno o astronomico (noctourism o astrotourism) alcuni hotel hanno iniziato a offrire l’accesso ai telescopi o esperienze di meditazione al chiaro di luna. Al Ula, nel deserto dell'Arabia Saudita, ad esempio, sta puntando con decisione sul turismo astronomico attraverso la costruzione di un osservatorio all'avanguardia e di strutture di lusso dedicate all'osservazione delle stelle.

Chi parte e chi no

Non stanno cambiando solo le destinazioni, ma anche la durata delle vacanze. Molte persone preferiscono infatti distribuire i giorni di ferie in più soggiorni brevi, le cosiddette microvacation, invece di concentrare tutto in una o due settimane consecutive. Secondo l’analisi dell’European travel commission, il numero di persone che sceglie un soggiorno compreso tra le 4 e le 6 notti continua a crescere, arrivando al 38% della popolazione, mentre diminuisce quello di chi viaggia per 7-12 giorni. Queste brevi gite fuori porta sono una conseguenza delle incertezze legate al clima e alla situazione internazionale, ma anche delle disponibilità economiche limitate. Vacanze più brevi sono più facili da organizzare e comportano un minor rischio di ritrovarsi con tanto lavoro arretrato, sottolinea la Bbc.

Alcune persone si spingono anche oltre: negli ultimi anni si stanno diffondendo gli extreme day trip, viaggi internazionali (o a volte persino intercontinentali) con partenza all’alba e rientro nella tarda serata dello stesso giorno. Per molti è un modo accessibile per vedere posti diversi senza spendere troppi soldi. Sempre più persone, infatti, hanno iniziato a contare il numero di Paesi visitati, tanto che l’Economist ritiene che “viaggiare sta diventando uno sport competitivo”. Quando il Travellers’ century club fu fondato nel 1954, solo poche persone potevano vantarsi di aver visitato 100 Stati, il requisito minimo per l'ammissione. Oggi i membri sono quasi duemila. È cresciuto anche il numero di persone che ha visitato tutti i 193 Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite. “Il primo a farlo fu il finlandese Rauli Virtanen nel 1988, fino al 2000 erano meno di una ventina. Ora sono oltre 500, di cui quasi 200 negli ultimi tre anni” scrive Il Post.

C’è anche chi non parte affatto, soprattutto nei mesi più caldi. La staycation, dalle parole inglesi stay (rimanere) e vacation (vacanza), è la vacanza trascorsa a casa o nelle immediate vicinanze. In alcuni casi si tratta di una scelta consapevole e può offrire l’opportunità di rallentare, vivere la vita in base ai propri ritmi, evitare il sovraffollamento e andare alla riscoperta dei propri territori. In molti altri, però, si tratta di una scelta obbligata: secondo le ultime stime della Commissione europea nel 2025 il 27,5% della popolazione europea non ha avuto la possibilità di trascorrere almeno una settimana all’anno in vacanza. Nel nostro Paese non può permetterselo il 37,5% delle persone, in aumento rispetto al 31,4% nel 2024.
(fonte: FUTURA Network, articolo di Maddalena Binda  04/08/2026)

venerdì 7 agosto 2026

6 agosto 2026 Il Papa con i giovani ad Assisi: costruire la civiltà dell'amore non delle contrapposizioni

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE
A SANTA MARIA DEGLI ANGELI – ASSISI

Piazza Santa Maria degli Angeli (Assisi)
Giovedì, 6 agosto 2026


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Il Papa con i giovani ad Assisi:
costruire la civiltà dell'amore non delle contrapposizioni

Nella piazza di Santa Maria degli Angeli, Leone risponde alle domande dei ragazzi spiegando il senso della radicalità evangelica, che è “l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti”, accoglienti verso tutti. Esorta a non strumentalizzare la religione, ad andare oltre i muri alimentati da cattiva informazione e pregiudizio. Poi accenna al proprio cammino vocazionale fino all'elezione a Pontefice: "Dio mai mi ha lasciato solo"


Come applicare l’eredità spirituale di San Francesco d’Assisi nell’oggi, come portare uno stile di servizio e accoglienza in un mondo sempre più pervaso da logiche di sopraffazione e consumismo, come fidarsi ancora della Chiesa non immune da crisi e contraddizioni? Sono alcune delle questioni presentate oggi, 6 agosto, al Papa da tre giovani che si sono fatti portavoce di istanze simili assai diffuse non solo nelle nuove generazioni. Leone XIV, che proprio ai ragazzi e alle ragazze ha voluto dedicare il primo appuntamento della sua visita pastorale nella piazza di Santa Maria degli Angeli, nella cittadella umbra, risponde ampiamente a ciascun interrogativo, spunto per ribadire concetti fondamentali: dal ‘no’ alla strumentalizzazione politica della religione al ‘sì’ per un modello di leadership liberante, responsabile, partecipato. Lo fa in un clima di grande e sincera amicizia e affetto filiale - "Sono veramente contento di essere qui con voi!", esclama all'inizio dell'incontro - con cui è stato abbracciato da giovani ma anche da famiglie, religiose, educatori, sacerdoti. Decine e decine le mani strette durante il percorso, all'arrivo e dopo il dialogo con i giovani, con un popolo di Dio che in questa terra è particolarmente legato a tante esperienze di santi e mistici e oggi ha l'occasione di ravvivare un fuoco sacro.

Il Papa dialoga con i giovani (@Vatican Media)

Andare controcorrente: purificare la memoria, coltivare la riconciliazione

La prima a prendere la parola è Karolina, da Zagabria. Chiede come si fa a rimanere autentici discepoli di Cristo, come contagiare di una fede viva che non rimanga chiusa nelle chiese. Il Papa risponde tornando sul tema della guerra, anche alla luce della provenienza geografica di Karolina, “una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo”, ricorda. L’educazione secolare al dialogo, promossa dai francescani anche in questi contesti ha contribuito alla convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Questo è l’approccio su cui perseverare, suggerisce Leone.

Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione. Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità.

Cattiva informazione e pregiudizi creano paure, Cristo allarga il cuore

Vivere da figli spirituali di Francesco d’Assisi significa, sottolinea il Pontefice, cogliere il senso autentico della radicalità evangelica che “è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”. Si tratta, insomma, di intraprendere anche strade non accomodanti, lascia intendere il Successore di Pietro, non modaiole, svincolate da qualsiasi tentativo manipolatorio.

Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio.

La tecnologia disabitua a stare insieme, testimoniare fraternità

Papa Leone approfondisce quell’intuizione di San Francesco per cui la povertà può avvicinare i lontani, ricorda il significato di essere Chiesa: una casa aperta a tutti, in ascolto, che gusta il sapore della fraternità, che recupera la concretezza dei corpi oltre ogni virtualità e quel silenzio che “è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà”.

“Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà!”

Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.

Karolina saluta il Papa dopo la sua testimonianza (@Vatican Media)

Le scelte definitive, l’atto più rivoluzionario

Giovanni, da Bologna, pone dinanzi al Papa la domanda su come dire un "sì" pieno a Dio in un mondo dove prevalgono atteggiamenti che non guardano al lungo periodo, all’eternità. Il giovane si spinge anche a chiedere cosa abbia aiutato Robert Prevost nel suo cammino vocazionale. Il Pontefice incoraggia: “Compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario”. Il problema è che oggi è in voga “una lettura a volte confusa della libertà” che può nutrire illusioni: “che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano”. Il più delle volte, avverte il Papa, moltiplicare esperienze, contatti, consumi corrisponde a un vuoto interiore che può anche portare all’uso delle persone, come fossero merce. Amare veramente è ben altro.

Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione.

Il "sì" a diventare Papa, obbedienza a un Dio che non lascia soli

“Provocato” da Giovanni, Leone si concede accenni al proprio vissuto personale per dire che le decisioni sono da prendere ogni giorno, che la vocazione è “cammino di redenzione e guarigione” ed è da rinnovare ogni giorno, restando vigili su quell’inquinamento della chiarezza, così lo definisce, generato dal peccato.

Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.

Giovanni, da Bologna, in ascolto del Papa (@Vatican Media)

Quei muri invisibili che riempiono le città

Il siciliano ventiduenne Luigi affida al Papa una considerazione che ha a che fare con il tema dell’obbedienza al Successore di Pietro, anche quando ci sta stretta, quando si osservano scandali nella Chiesa. Come si fa a rimanere in “questo Amore riparatore?”, chiede. A Gesù sta a cuore l’unità, insiste Leone XIV che ne ha fatto il proprio motto episcopale. Un’unità, anch’essa “rivoluzionaria”. Semplicemente, afferma il Papa, questa è possibile ed è visibile, nonostante cadute e ferite.

Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!

Il Papa saluta la folla fuori da Santa Maria degli Angeli (@Vatican Media)

Il potere di Gesù: forza che non umilia, ma solleva

La risposta del Papa rovescia la logica del mondo, riecheggia il canto del Magnificat. Il potere si misura non nella capacità di guardare sé stessi ma nella capacità di servire l’altro, umilmente. “Non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza”.

Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 07/08/2026)

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DIALOGO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
CON I GIOVANI



Domanda di Karolina (Zagabria)

Santo Padre,
mi chiamo Karolina, vengo dalla Croazia, dalla parrocchia e basilica di Sant’Antonio di Padova in Zagabria. Siamo cresciuti nelle parrocchie francescane, accompagnati dai frati, imparando da san Francesco che il Vangelo si annuncia anzitutto con la vita, attraverso la gioia, la semplicità, la fraternità e la vicinanza a ogni persona. Grazie a questa esperienza abbiamo scoperto una fede viva, che non rimane chiusa nelle chiese, ma diventa servizio, accoglienza e speranza per gli altri. Oggi, però, viviamo in un mondo che cambia rapidamente, dove molti giovani faticano a trovare punti di riferimento, a costruire relazioni autentiche e ad aprire il cuore a Dio. Anche noi desideriamo essere testimoni credibili del Vangelo nei luoghi in cui viviamo, studiamo e lavoriamo, portando la luce di Cristo con lo stile semplice e fraterno di san Francesco.

Santo Padre, quale consiglio darebbe a noi giovani che siamo cresciuti nella spiritualità francescana, affinché possiamo rimanere autentici discepoli di Cristo e portare speranza ai nostri coetanei, senza perdere la gioia del Vangelo, la semplicità del cuore e quella vicinanza alle persone che rende credibile ogni testimonianza cristiana?


Risposta del Santo Padre

Grazie, Karolina, per questa domanda. E innanzitutto buongiorno a tutti voi! Un saluto anche ai giovani che già sono dentro la basilica, che ci accompagnano anche, credo, con gli schermi. Sono veramente contento di essere qui con voi! Allora, Carolina, grazie per questa domanda. Credo che molti, ascoltandola, abbiano sentito che conteneva già una parte della risposta, perché hai dato una testimonianza dello stile di semplicità, fraternità e vicinanza che ti ha convinta e ti ha consentito di maturare nella fede, appartenendo a una comunità, ma aperta a tutti. Questo è avvenuto in una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo. In realtà, la presenza dei francescani aveva ispirato per secoli il dialogo e aiutato la convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione.

Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità. Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio. Sottrarsi alla cultura della potenza e costruire la civiltà dell’amore non è subito compreso e accettato. Da San Francesco, però, imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia.

Provate ora a immaginare, per un momento, il luogo dove ci troviamo, ma otto secoli fa. Qui, in aperta campagna, si erano radunati con Francesco centinaia di giovani fratelli da tutta Europa. Cercate di vederli, come raccontano le Fonti, «schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme, tutti occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime, in esercizi di carità; e stavano con tanto silenzio e con tanta modestia, che ivi non si sentía uno rumore» (cfr Fonti Francescane, 1848). Quel silenzio è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà. Le stuoie di quei frati, come oggi i vostri sacchi a pelo, raccontano la pace. Ecco la Chiesa: un’assemblea di fratelli e sorelle, alla quale tutti sono invitati. Cari giovani, come è bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà! Testimoniate questo stile dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare insieme, fra persone in carne ed ossa.

San Francesco ha intuito che scegliere la povertà può avvicinare i lontani, incoraggia l’incontro e invita allo scambio di doni. Egli ha intuito, così, che il Vangelo non è separabile dalle scelte di Gesù Cristo, il quale si è fatto povero per arricchirci (cfr 2Cor 8,9): il Vangelo è la sua vita, il suo cammino, la sua incrollabile fiducia nel Padre. Se ci raduniamo nel suo nome, Lui viene in mezzo a noi (cfr Mt 18,20) e la gioia che ci riempie il cuore è libera e sincera (cfr Gv 20,20). Questa gioia evangelizza, più delle parole, e non si può nascondere. Grazie.

Domanda di Giovanni (Bologna)

Santo Padre,

mi chiamo Giovanni, ho 27 anni e vengo da Bologna. Noi giovani viviamo immersi in un mondo dove regna la cultura del provvisorio e in cui ci spaventano le scelte di vita definitiva. Nonostante ciò, Dio, in modo unico e amorevole, continuamente ci parla e ci chiama a seguirlo, con una promessa di vita e di gioia, svelandoci con gradualità la nostra vocazione.

Ecco la mia domanda: Come potergli dire un sì pieno, coraggioso, evitando di “mettere mano all’aratro per poi volgere indietro lo sguardo”, dando un eccessivo peso alle fatiche e alle rinunce del cammino? Cosa ha aiutato lei nel suo percorso vocazionale?

Risposta del Santo Padre

Grazie, Giovanni, per questa domanda direi coraggiosa, piena del desiderio per ciò che non passa. Siamo portati oggi a parlare negativamente del provvisorio. Una volta era invece la Chiesa a educare con insistenza al senso del provvisorio: passa questo mondo, il tempo corre, le cose terrene sono mutevoli. Dio solo rimane, Dio è eterno. Dobbiamo allora chiederci che cosa sia cambiato, per non essere fra quelli che rimpiangono il passato e così non affrontano il presente e non si assumono responsabilità per il futuro.

Sta scomparendo, quasi ovunque nel mondo, la stabilità delle società tradizionali, quella per cui intere generazioni potevano vedere soltanto minimi cambiamenti nel corso di una vita. Al loro interno tutto era molto regolato e predeterminato. Allora la testimonianza della Chiesa invitava a non adagiarsi in un destino già scritto, a discernere il valore di ogni singolo gesto in rapporto all’eternità. Oggi, invece, con una lettura a volte confusa della libertà, ci illudiamo che la vita non si risolva mai una volta per tutte, perché il contesto che abitiamo muta rapidamente e cambiamo parecchio anche noi. Con ciò, però, aumentano anche la paura e la possibilità di perdersi. In questo contesto, il coraggio di compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario.

Decidere per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è il vero senso di ogni vocazione. La Bibbia ci ispira a vivere così: come chi è chiamato ad alzarsi, a percorrere la propria storia ricevendo come un dono direzione e senso dal Signore, per amare secondo i suoi disegni (cfr 1Cor 13 e 1Gv 4). La fede, la fiducia, l’affidabilità rivelano qui il loro indissolubile intreccio. In questo modo, nella fede smascheriamo l’illusione che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano. Si possono infatti moltiplicare esperienze, contatti, consumi, restando però sempre allo stesso punto. Il costo umano è alto e il vuoto interiore è profondo. Non di rado si arriva a usare le persone e a esserne usati. Il “per sempre”, allora, è una grazia alla quale Dio stesso ci aiuta a rispondere con la nostra fedeltà, per una pienezza di vita (cfr Gv 10,10).

Fin dall’adolescenza è importante perciò imparare a conoscersi, decidersi e giocarsi – cioè a rispondere al Signore che chiama – senza smettere di farlo nell’età adulta, all’interno delle decisioni già avvenute e davanti a quelle ancora da prendere. È un’avventura in cui nessuno deve sentirsi solo e che, come la fede, durerà fino all’ultimo istante. Nella mia esperienza posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato, donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì” anche a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.

Nell’adesione al progetto unico che Dio manifesta per ciascuno di noi, la chiamata fondamentale, scritta in ogni cuore, è una chiamata alla comunione e non si ascolta una volta sola, ma ogni giorno. Il peccato inquina la chiarezza su questo punto, introducendo nei legami fondamentali diffidenza, competizione e sospetto. Grazie a Dio, invece, ogni vocazione è anche un cammino di redenzione e guarigione. L’invito di Gesù, che ci chiama a seguirlo, illumina la nostra dignità e ci fa onorare quella altrui, provando fiducia e dando fiducia: questa dinamica è così liberante, che merita tutta la nostra passione. Grazie.

Domanda di Luigi (Paternò, Sicilia)

Santo Padre,

sono Luigi ho 22 anni e vengo da Paternò, un paesino in Sicilia. Mi faccio portavoce della Gioventù Francescana di Sicilia, un gruppo di giovani che seguono il carisma francescano. Vorrei rivolgerle una domanda in merito a un aspetto di San Francesco che mi colpisce molto. “Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor Papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa Romana” (RB I). Nonostante viva in un’epoca in cui la Chiesa era segnata da contraddizioni e difficoltà interne, non sceglie la via dell'eresia; non attacca o giudica la Chiesa di quel tempo, ma preferisce obbedire al Papa. La sua è una scelta libera e rivoluzionaria, in pieno stile “minore”, che ha come unico obiettivo quello di vincere la miseria del giudizio con la compassione e la riparazione che solo l’Amore può dare.

Oggi tanti giovani dicono di “credere, ma non alla Chiesa” e, a partire dalle nostre comunità, osserviamo a volte una Chiesa con le sue contraddizioni e le sue crisi interne, allora mi chiedo, come facciamo a rimanere in questo Amore riparatore? Perché viene difficile al giorno d’oggi vedere la Chiesa come una Madre, che, anche con le sue ferite, è sempre pronta ad accoglierci e ad amarci?

Risposta del Santo Padre

Grazie, Luigi. La tua è una domanda attuale, che ci porta al cuore dell’esperienza di San Francesco. Affrontarla significa condividere un desiderio: il desiderio del Signore Gesù sulla Chiesa. Francesco lo ha ascoltato, contemplando il Crocifisso. Noi dovremmo sempre tornare a questo desiderio. Molte persone nella storia, e anche oggi, non hanno potuto fare esperienza della Chiesa, come Gesù Cristo vuole che sia. Questo fa soffrire, lascia ferite e delusioni e per qualcuno può diventare persino di impedimento a credere.

Nel Vangelo, Gesù mette in guardia da questo tipo di inciampo, cioè dallo scandalo che i suoi discepoli possono procurare ad altri, specialmente ai piccoli e ai poveri. Il desiderio di Gesù, lo vediamo nel gruppo che dall’inizio si crea attorno a lui, è di radunare un popolo, in cui sia superato quello che in genere divide gli esseri umani. Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!

C’è poi un altro aspetto di questa rivoluzionaria unità. Gesù dice: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43), cioè non deve andare come tra i grandi della Terra e i potenti del mondo, che cercano visibilità e sovrastano gli altri. Al contrario, Gesù ci dice: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (vv. 43-44). Il desiderio di Gesù per la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non umilia, ma solleva.

La Parola di Dio, i Sacramenti e la pratica dell’amore fraterno sono vie di trasformazione per realizzare in noi l’immagine di Cristo. Francesco le ha percorse: non dominare, ma servire; non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza. «Francesco, va’ e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!» (FF 1038): ognuno di noi ha un ruolo in questo cantiere sempre aperto. Abbiamo diverse responsabilità e vocazioni, ma camminiamo insieme, ispirandoci, aiutandoci e correggendoci a vicenda. È importante fare la nostra parte. Allora parleremo della Chiesa con l’affetto col quale si parla di una Madre, perché riconosceremo di appartenerle. Sarà un modo sincero di voler bene a quelle persone e a quella storia in cui Gesù Cristo viene a noi e rimane con noi. «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Umilmente, è questo il Vangelo che annunciamo. Per condividere il desiderio del Signore, allora, non serve mostrarci migliori di come siamo. Occorre riconoscere e lasciare agire Gesù Risorto nella nostra vita, nella storia di tutti noi. Grazie.

Concludiamo questa prima parte chiedendo la grazia di Dio, la benedizione del Signore ad ognuno e a tutti noi. [benedizione]


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Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Stefano Cobello*

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Foto di Centro Pace Forlì

La storia dell’umanità, letta attraverso i manuali scolastici, sembra una sequenza di guerre inevitabili scoppiate per motivi nobili. Ma dietro le quinte si muove una realtà diversa. Dietro ogni scontro armato si nasconde un ingranaggio di interessi economici, calcoli geopolitici e dinamiche di controllo sociale. La verità più scomoda è che la pace spaventa chi detiene il potere, poiché essa rappresenta il peggior incubo di un sistema globale costruito sulla scarsità e sulla gerarchia.

L’allegoria di Rubens: saggezza contro distruzione

Nel XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni, Peter Paul Rubens dipinse Minerva protegge la Pace da Marte. Nell’opera, la dea della saggezza respinge il dio della guerra per proteggere la Pace (Cerere), che nutre l’umanità. Rubens creò un manifesto politico: la guerra distrugge l’arte, la cultura e la stabilità delle persone comuni, arricchendo solo chi specula sul caos. Oggi, i moderni “Marte” siedono nei consigli d’amministrazione delle multinazionali della difesa e nei palazzi di governo, temendo ancora che la saggezza di Minerva tolga loro il controllo della scena.

Il marketing della guerra

Nessun leader ammetterebbe di invadere un paese per profitto o per stabilizzare il prezzo del petrolio. La guerra richiede un marketing impeccabile basato su tre pilastri:
  1. La minaccia esistenziale imminente: l’amplificazione di un nemico barbaro con cui è “impossibile negoziare”.
  2. La missione umanitaria: il conflitto dipinto come l’unico modo per esportare democrazia e diritti.
  3. La difesa preventiva: colpire per primi per non venire annientati.
Questa narrazione polarizzante (“noi contro loro”) annulla il pensiero critico. Chi propone vie diplomatiche viene additato come traditore. Oggi si aggiunge anche la distrazione di massa da crisi interne, violenze e corruzione che colpiscono i leader mondiali.

Il motore economico: il Complesso Militare-Industriale

Nel 1961, il Presidente USA Eisenhower mise in guardia l’umanità contro l’influenza ingiustificata del Complesso Militare-Industriale (MIC). La pace, infatti, è un pessimo affare per chi produce armi e per i politici corrotti che si nascondono dietro i conflitti.
Settore Economico Obiettivo in Pace Impatto della Pace Impatto della Guerra
Difesa Vendita armamenti Contrazione budget statali Profitti record e contratti d’urgenza
Finanza Speculativa Stabilità dei mercati Rendimenti moderati Alta volatilità e speculazione
Ricostruzione Manutenzione ordinaria Margini ridotti Contratti d’emergenza multimiliardari
Questo genera il ciclo della “distruzione creatrice” bellica: i governi finanziano le industrie private per produrre armi con soldi pubblici; queste armi distruggono un paese; infine, gli stessi governi finanziano multinazionali private per ricostruire ciò che è stato raso al suolo, indebitando le popolazioni colpite.

Geopolitica e controllo sociale

Le guerre moderne si combattono per le risorse sotterranee e le rotte commerciali: terre rare e metalli di transizione (litio, cobalto) per la tecnologia, acqua dolce e punti di snodo marittimi (chokepoints) per tenere sotto scacco l’economia globale.
Inoltre, come evidenziato da Naomi Klein in The Shock Doctrine, i governi usano lo stato d’emergenza per far accettare riforme drastiche e tagli allo stato sociale, silenziando il dissenso. In una società pacifica le persone smettono di temere le bombe e iniziano a chiedere conto ai governi di disuguaglianze e corruzione.

Verso un’ecologia della pace

Per scardinare questo sistema serve un’ecologia della pace basata su:
  • Riconversione industriale: investire i fondi militari in sanità, istruzione e prevenzione ambientale.
  • Indipendenza energetica e alimentare: promuovere fonti rinnovabili decentralizzate per sottrarre il controllo ai cartelli globali.
  • De-escalation culturale ed educazione: usare la diplomazia e creare attività didattiche sul rispetto dei popoli.
Come ricordava Vandana Shiva, dobbiamo anche fare pace con l’ambiente che ci dà la vita. Solo quando la pace diventerà più conveniente della guerra per i cittadini, i potenti perderanno la capacità di trascinarci nel baratro.

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*Stefano Cobello
Sociologo, insegnante, parla correttamente 4 lingue fra cui il russo. Insegnante e docente universitario alla MPGU di Mosca.
(fonte: Pressenza 04.08.26)

giovedì 6 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 05/08/2026 Leone XIV: "riscoprire la preghiera, dimensione fondamentale della nostra umanità"

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026

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Il Papa: riscoprire la preghiera,
dimensione fondamentale della nostra umanità

La verità della preghiera nella Chiesa, luogo dell’incontro con Dio e “asse portante della partecipazione attiva dei fedeli”, è stata al centro della catechesi dell’udienza generale di Leone XIV nella Basilica vaticana, la quinta sulla Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium”, dedicata alla liturgia. L’invito a vivere nella comunità la Liturgia delle Ore e a trasmettere di nuovo la preghiera in famiglia


La preghiera non è un’inutile “forma di evasione” o una tecnica psicologica per il benessere personale, ma è una “dimensione fondamentale della nostra umanità” e per questo “merita di essere riscoperta nella sua verità”. Anche accogliendo la Liturgia delle Ore “nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità”. Lo sottolinea Leone XIV nella quinta catechesi dell’udienza generale sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione che il Concilio Vaticano II ha dedicato alla liturgia, sul tema “La preghiera della Chiesa”.

Dalla Pentecoste, lo Spirito Santo ci insegna a pregare

Un’udienza tenuta oggi, 5 agosto, dopo la pausa del mese di luglio, nella Basilica di San Pietro, per il grande caldo di questi giorni a Roma. Dopo aver attraversato la navata centrale per salutare i 5 mila fedeli presenti, il Papa spiega, proseguendo il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio, di volersi soffermare sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica. Come suggerisce San Paolo nel brano della Lettera agli Efesini scandita all’inizio della catechesi, “è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare”, e lo fa abitando la Chiesa dal giorno di Pentecoste. Da allora, ricorda il Concilio nel suo primo documento approvato, “la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale”, leggendo le Scritture, celebrando l’Eucaristia e rendendo grazie a Dio “per il suo dono ineffabile nel Cristo Gesù”.

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione.

Le famiglie cristiane che non trasmettono più la preghiera

Anche in “diverse famiglie cristiane”, lamenta il Pontefice, “non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale”.

La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

L'affetto dei fedeli per il Papa (@Vatican Media)

La preghiera e la partecipazione dei fedeli alla liturgia

Un’esigenza che, ricorda Papa Leone XIV, la Sacrosanctum Concilium “ha preso sul serio”, tanto che San Paolo VI, nel promulgarla, affermò: “Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale”. Nella Costituzione, chiarisce il Papa, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia, in una prospettiva “decisiva”, perché “ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli”. E “la liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio”.

La Liturgia delle Ore come scuola della preghiera cristiana

E’ per questo, prosegue Leone XIV, che Papa Montini desiderava con forza “che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio”.

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Il respiro della vita della Chiesa

Per il Pontefice, ogni settimana e ogni giorno, “l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo”. E cita Sant’Agostino, quando ricorda che “Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo… Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi”.

Una Liturgia che santifica il tempo della vita quotidiana

Leone XIV conclude la catechesi sottolineando che la Liturgia delle Ore, che “prolunga la luce” dell’Eucaristia, “santifica il tempo della nostra vita quotidiana”:

Al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio.

Così “ogni Ora è un atto di speranza” e ci permette di vegliare “attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore”.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 05/08/2026)

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I Documenti del Concilio Vaticano II.

II. Costituzione Sacrosanctum Concilium.

5. La preghiera della Chiesa

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.

Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).

Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).

Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.

Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).

Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana: incoraggio ciascuno a perseverare nella fedeltà ai propri doveri, confidando sempre nell’aiuto del Signore.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Esorto tutti a rimanere saldi nella speranza, abbandonandovi nelle mani di Gesù che, con il suo sacrificio d’amore irrevocabile, ci ha salvati.

A tutti la mia benedizione!


GUARDA IL VIDEO
Udienza integrale


6 Agosto Trasfigurazione del Signore - Siamo altro

Antonio Savone
Siamo altro – Trasfigurazione del Signore


Erano rimasti tramortiti. Interpellati da Gesù su cosa pensassero di lui, i discepoli avevano abbozzato una risposta vera – il Cristo – ma non sapevano cosa significasse realmente un tale appellativo e la relativa missione. Aveva poi raccontato loro in che modo egli sarebbe stato il Cristo: lo attendeva, infatti, una prospettiva di sofferenza e di morte. Aveva anche parlato di risurrezione, ma cos’era e chi ne aveva mai fatto esperienza? Sapevano bene, invece, cos’è la passione e cos’è la morte. Come se non bastasse, quello che attendeva il Cristo era, in realtà, la stessa sorte del discepolo. Era stato perentorio mentre affermava: “Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce”.

Per otto giorni questi discorsi devono aver lasciato il segno gettando nello sconforto i discepoli che pure con tanta generosità avevano accettato di fidarsi della parola del Maestro che li aveva strappati al loro quotidiano. Si erano ritrovati a fare i conti con la fatica di tenere il passo e con l’incapacità di condividere pensieri e orientamenti di quell’uomo a cui si erano legati. Verosimilmente qualcuno avrà scelto di tornare indietro proprio come accadrà in occasione del lungo discorso sul pane di vita. Qualcuno si era come convinto che la strada intrapresa sarebbe stata senza sbocco.

Eppure, per quanto certe giornate siano particolarmente uggiose, non c’è nebbia che possa oscurare il sole o convincerci che il sole non tornerà a splendere. È necessario attendere. Solo Dio vede noi come siamo al di là di ogni tenebra e oltre ogni peccato. A noi non è dato: subiamo, infatti, non pochi condizionamenti come la paura, l’indolenza, l’angoscia, la delusione, la sfiducia. Quante volte siamo convinti di non avere alcun aspetto di luce! Quante volte riteniamo sgradevole la nostra stessa compagnia.

Per questo Gesù li porta con sé sul monte, per comprendere la bellezza dell’amore vero, la grandezza del farsi dono in modo incondizionato e la fecondità dell’offrirsi senza sperarne il contraccambio. Per quanto ognuno misuri sulla sua pelle la propria piccolezza e il proprio peccato, per quanto sia forte la tentazione di prendere le distanze da certi argomenti, Dio non cessa di farci comprendere a cosa siamo chiamati se solo accettiamo di fidarci.

C’è altro. Siamo altro. Ecco l’annuncio della trasfigurazione.

Sul monte, infatti, accade qualcosa di unico. Il volto di Gesù diventò altro, non già perché non fosse più lui, ma perché l’essenza di ogni volto, anche il nostro, è altro. Per un momento, Gesù apparve nel suo aspetto più vero, quello che gli occhi dei presenti erano in grado di sostenere. La gloria che i discepoli intravedono è quella propria del Figlio di Dio e che, tuttavia, ha assunto una modalità terrena che non la fa apparire in tutto il suo splendore. Accade anche a noi: usi come siamo a vederci in un certo modo, non riusciamo nemmeno a sospettare il nostro vero volto, quello pensato a immagine e somiglianza di Dio.

Si percepisce la voce del Padre che stabilisce una connessione di identità tra il Gesù che sarà rifiutato e sconfitto e il figlio amato. Gesù appare in tutta la sua bellezza, la bellezza propria di chi non è preoccupato di apparire ma di prendersi cura del dolore altrui. È vero: la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Proprio la bellezza che promana da Gesù è ciò che permette a tutti quanti noi di giocare la partita della vita a qualsiasi prezzo, nonostante le sue imperfezioni, nonostante le sue fatiche. Quando gli occhi custodiscono la memoria della bellezza intravista e gustata, non si ha paura di sporcarsi con il fango.

Il volto di Gesù diventa altro perché i suoi amici, nella notte della paura e dello smarrimento, non perdano di vista che Gesù è altro, che essi stessi sono altro e, perciò, non cessino di fidarsi e di affidarsi.

Se è vero che la notte potrà impedire a noi di vedere il sole, non potrà mai spegnerlo. Ecco il senso di questa pagina a cui dobbiamo tornare continuamente. Abbiamo tutti bisogno di riappropriarci della nostra bellezza sorgiva se non vogliamo abituarci al brutto, al decadente, al degrado. Chi non conosce la sua innata bellezza si accontenterà sempre del piccolo cabotaggio. A nulla serve sciogliere le catene se uno non è in grado di gustare la bellezza della libertà: vivrebbe da schiavo anche qualora si ritrovasse libero.

C’è altro. Siamo altro. Non dimentichiamolo.
(fonte: sito dell'autore)



mercoledì 5 agosto 2026

Ceuta: là dove muore un sogno

Ceuta: là dove muore un sogno


Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.

Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: «Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».

Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.

Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.

***

Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.

Era il 6 maggio 2016, dieci anni fa, poco di più; papa Francesco tenne il suo celebre discorso in occasione della consegna del premio Carlo Magno, mai fino ad allora conferito a un papa, e disse di volerlo offrire per l’Europa. Molti si dissero colpiti, credenti e non, in particolare dal passaggio finale, quello sul sogno, appena citato. È andata come temeva?

***

Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?

È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.

Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:

Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.

In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?

Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:

Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.

***

In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:

sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».

Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:

La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».

***

A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti? «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».

***

In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.

Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.

Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 04/08/2026)