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sabato 6 giugno 2026

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA Mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione” - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA


Mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione” 


In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gv 6,51-58
  
QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA
 
Mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”

Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca.

Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori.

Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo.

La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga. Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato. Ma se noi seguiamo la successione esatta delle parole volute da Gesù il verbo principale è: Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: Prendete. Per essere trasformati voi. A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo e da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? No. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Adesso, non avrà, come una specie di Tfr per la fine della vita. La vita eterna è già cominciata se è comunione con la vita dell’Eterno.

Bellissima la domanda del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare lunghi giorni felici? Sì, io lo desidero, voglio gustarli, voglio goderli.

Vuoi pienezza? La risposta è Gesù, con carne e sangue, cioè l’intera vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime e le sue passioni. E qui c’è una sorpresa. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me. Ma: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra. Le mie mani povere.

Gesù non sta parlando della comunione eucaristica, ma del flusso caldo della sua vita, che nel nostro cuore può mettere radici, annaffiate del suo coraggio, dal suo perdersi in noi.

Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”. Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo).

Prendete, mangiate! Qui è il miracolo, il tabernacolo, lo stupore.

Non andiamocene dal mondo senza essere diventati, anche noi come lui, pezzo di pane buono, spezzato per la fame e per la pace di qualcuno.

Leone XIV sul volo per la Spagna: il saluto ai giornalisti e l’appello per la pace

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Leone XIV sul volo per la Spagna:
il saluto ai giornalisti e l’appello per la pace

A bordo del volo per Madrid, il Papa incontra i giornalisti per un breve saluto. Nelle sue risposte alle domande rilancia il dialogo per l’Ucraina, esprime vicinanza al Libano e si sofferma sugli abusi, una ferita ancora aperta, e sulla guerra in particolare sulla pericolosità delle armi impiegate. Dalle monache di clausura spagnole un rosario per ogni cronista del seguito papale


«¡Muy buenos días a todos!». Con queste parole, pronunciate in spagnolo, Leone XIV ha salutato questa mattina, 6 giugno, gli oltre ottanta giornalisti che lo accompagnano nel viaggio apostolico in Spagna. Il volo papale è decollato dall’aeroporto internazionale di Roma-Fiumicino alle 8.13, diretto a Madrid, prima tappa della visita che porterà il Pontefice a incontrare comunità ecclesiali, autorità e fedeli del Paese iberico.

Leone XIV nella cabina di pilotaggio (@Vatican Media)

Come avviene tradizionalmente nei viaggi internazionali, il Papa, quasi al termine del volo, ha raggiunto la parte posteriore dell’aereo per salutare personalmente i rappresentanti dei media. Un incontro breve e cordiale, scandito da strette di mano, sorrisi e alcune domande sull’attualità internazionale. Accanto ai temi più impegnativi, non è mancato un momento di distensione quando al Pontefice è stato chiesto, arrivando in Spagna, se tifasse per il Real Madrid o per il Barcellona. Leone XIV ha risposto sorridendo di tifare “per tutte le squadre”, suscitando l’ilarità dei presenti.

La Chiesa ha un messaggio per tutti

“Questo viaggio è il primo viaggio di un Papa in Spagna dopo molto tempo, e personalmente sono molto contento”: così Leone XIV nel suo saluto ai giornalisti. “È una visita apostolica, per incontrare i fedeli, - spiega - celebrare la fede, annunciare il messaggio di Gesù Cristo, ma, al tempo stesso, per salutare tutti, tutta la società, perché la Chiesa ha un messaggio per tutti, come avrete visto, credo, con molta chiarezza, nella lettera enciclica che è stata pubblicata il 25 maggio”.

Il Papa nel suo saluto in volo (@Vatican Media)

Giovani, messaggeri dell’amore di Dio

Papa Leone sa che lo attende la grande euforia in particolare dei ragazzi. “Sembra che ci sarà - sottolinea - un gran numero di giovani con il loro entusiasmo e credo che, in tal senso, condividendo tutti la gioia della fede, potremo dare un messaggio molto bello”. Un messaggio, aggiunge, da portare a Madrid, a Barcellona, nelle isole Canarie, “tutto per vivere la fede e per annunciare il messaggio dell’amore di Dio, della carità, del rispetto per ogni essere umano”.

Gli abusi, ferita aperta

Interpellato sugli abusi compiuti dal clero, il Papa dice che incontrerà durante il viaggio alcune vittime, assicurando il suo impegno e di tutta la Chiesa a lottare contro quella che "è ancora una ferita aperta". Ieri sera, 5 giugno, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, aveva riferito dell’incontro organizzato dalla Chiesa locale

Iran, non è una “guerra giusta”

E alla domanda se in Iran ci sia una guerra giusta risponde: "Credo che sia già stato detto con molta chiarezza: in Iran gli elementi di una guerra giusta non si trovano. La teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati quando non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione di cui dispone oggi l'uomo". Tra gli argomenti sollevati dai cronisti c'è il conflitto in Ucraina per il quale Leone XIV ribadisce la necessità di perseguire con determinazione sulla strada del dialogo e della pace. Il Pontefice rivolge, inoltre, il suo pensiero al Libano, confermando l’attenzione della Santa Sede verso la situazione del Paese attraverso il costante contatto con le autorità religiose. Rispondendo, poi, sul tema della guerra, il Papa richiama le riflessioni sviluppate negli ultimi anni dal magistero della Chiesa circa le profonde trasformazioni introdotte dalle moderne tecnologie militari e dalla capacità distruttiva degli armamenti contemporanei.

Leone XIV tra i giornalisti che lo seguono nel suo viaggio in Spagna (@Vatican Media)

Il dono delle suore

Durante il sorvolo del Mediterraneo, a contraddistinguere il viaggio anche un altro segno, meno visibile ma non meno significativo. Diversi monasteri di clausura spagnoli hanno infatti voluto sostenere spiritualmente la visita apostolica recitando un rosario per ciascuno dei giornalisti presenti sul volo papale. E a ogni operatore dei media è stata consegnata una corona del rosario, realizzata dalle comunità contemplative che hanno affidato alla preghiera il lavoro di quanti racconteranno questi giorni attraverso articoli, servizi televisivi, fotografie e collegamenti radiofonici. Un gesto semplice che unisce idealmente il lavoro dell’informazione e la vita nascosta delle claustrali, due dimensioni che spesso accompagnano, ciascuna a suo modo, i viaggi del Successore di Pietro. Al Papa è stato anche consegnato un disegno dei piccoli pazienti del Bambino Gesù.
Madrid in festa

Intanto a Madrid suonano le campane di tutta l'arcidiocesi per l’arrivo del Pontefice. La capitale spagnola accoglie Leone XIV per una delle prime grandi visite internazionali del suo pontificato. Tra le parole dedicate alla pace, il lavoro dei cronisti e la preghiera silenziosa delle comunità contemplative, il viaggio verso la penisola iberica è così entrato nel vivo già durante le ore del volo.
(fonte: Vatican News, articolo di Silvina Perez 06/06/2026)



Andrea Tornielli - Evangelizzazione e vicinanza ai migranti: un viaggio nel cuore delle sfide dell'Europa


Andrea Tornielli
Evangelizzazione e vicinanza ai migranti:
un viaggio nel cuore delle sfide dell'Europa

Da Madrid a Barcellona alle Canarie: le sfide del pellegrinaggio di Leone XIV in Spagna nel centenario della morte di Gaudì, l’architetto della Sagrada Familia


Il viaggio di sette giorni che Papa Leone si accinge a compiere in Spagna, e che lo porterà nella capitale Madrid, quindi a Barcellona e infine nelle isole Canarie, è un pellegrinaggio nel cuore delle sfide dell’Europa. O meglio ancora, un viaggio che in tre tappe sintetizza le grandi sfide per la Chiesa nel Vecchio continente. Dopo quello in Türkiye e Libano, dal profondo significato ecumenico e per la pace in una terra – quella del Paese dei cedri – dove negli ultimi mesi si è scatenato un conflitto devastante per la popolazione colpita dai bombardamenti israeliani; dopo il viaggio-lampo nel Principato di Monaco e quello dell’aprile scorso durato per 11 giorni in quattro Paesi africani (il pellegrinaggio “missionario” che Leone avrebbe voluto fosse il primo del pontificato), oggi il Successore di Pietro incontra una società europea fortemente polarizzata, quella spagnola.

La prima tappa, Madrid, sarà particolarmente segnata dall’incontro con i membri del Parlamento: un momento importante per ricordare quale sia lo sguardo con cui la Chiesa considera la politica e l’impegno per il bene comune. Uno sguardo oggi ormai lontano da ogni forma di collateralismo come pure da ogni riduzione della fede cristiana all’intimismo auspicata dall’ideologia laicista. Lontano dal collateralismo, perché la Chiesa per essere se stessa e annunciare il Vangelo non può e non deve appoggiarsi al potere, instaurando legami che finiscono per offuscare la sua missione. Lontano dall’intimismo, perché la fede è incarnata e i cristiani sono chiamati a testimoniare il Vangelo attraverso l’impegno concreto per rendere la società più umana, più giusta, più attenta agli ultimi. La Chiesa spagnola, chiamata a testimoniare un’unità polifonica nel tempo delle polarizzazioni e delle contrapposizioni, ha attraversato nell’ultimo secolo, insieme a tutto il popolo iberico, il dramma della guerra civile e certe ferite non sono ancora del tutto rimarginate.

Come si annuncia oggi il Vangelo nel contesto di una società fortemente segnata da una grande tradizione cristiana che ne ha forgiato l’identità, ma che oggi appare sempre più secolarista? È questa la domanda che di fatto attraverserà tutto il pellegrinaggio del Vescovo di Roma. 
A Barcellona, proprio nella visita alla grandiosa basilica della Sagrada Familia durante la quale il Papa inaugurerà la torre più alta dedicata a Gesù Cristo, è contenuta una possibile risposta: attraverso il linguaggio della bellezza. Da sempre la Chiesa ha parlato a tutti attraverso l’arte e in particolare attraverso le immagini. Tanta catechesi lungo i secoli è stata svolta dagli affreschi, dai mosaici, dalle sculture. La Sagrada Familia, frutto della fede e dell’ingegno di un architetto catalano morto cent’anni fa e oggi sulla via degli altari, è un esempio potente di questo linguaggio della bellezza: chi si trova davanti agli occhi la basilica è accompagnato in un viaggio attraverso l’essenza della fede cristiana. La lezione di Antoni Gaudì è dunque attualissima, soprattutto per il nostro tempo e per l’Europa, dove si è di fatto interrotta la trasmissione della fede in seno alla famiglia e dove non può essere più data per scontata la prima evangelizzazione.

Infine, la tappa a Gran Canaria e Tenerife, per toccare con mano il dramma vissuto dai migranti. I quali, se sopravvivono alla traversata, bussano alle porte dell’Europa, anche se spesso il Vecchio continente non affronta in modo coordinato e organizzato questa emergenza, lasciando soli i Paesi più esposti, tra i quali certamente va annoverata la Spagna. È noto che la tappa alle Canarie era un desiderio espresso già da Papa Francesco, che il suo successore porta ora a compimento. Leone XIV lo scorso ottobre ha pubblicato l’esortazione apostolica “Dilexi te”, frutto di un lavoro iniziato durante il pontificato precedente. In quel testo si evidenziava il nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri, agli ultimi, ai sofferenti, ai “forestieri” citati da Gesù nel Vangelo. Nell’enciclica “Magnifica humanitas” il Papa chiede di “acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco”. La tappa alle Canarie entra dunque nella carne viva delle sofferenze degli ultimi con una chiamata alla testimonianza evangelica dei cristiani. E al contempo una chiamata alla responsabilità di tutti: quella di restare umani.
(fonte: L'Osservatore Romano 05/06/2026)



venerdì 5 giugno 2026

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere


Quattro braccianti bruciati vivi in provincia di Cosenza. Di fronte al fatto tragico si deve ricordare che questi sfruttati non sono degli “invisibili”. Siamo noi che decidiamo di non vedere

La pace come esposizione, non come ordine

La pace non è un equilibrio garantito dalla forza, né un ordine imposto dall’alto. È un modo di stare al mondo: esporsi all’altro, riconoscere che la nostra esistenza è intrecciata alla sua, accettare che la convivenza non nasce dalla separazione ma dal contatto.

La sostenibilità, allo stesso modo, non è un protocollo tecnico: è la consapevolezza che viviamo dentro una trama di relazioni materiali e simboliche che non controlliamo, ma da cui dipendiamo. Pace e sostenibilità sono due nomi per la stessa esperienza: non siamo padroni del mondo, ma parte di esso.

Italia ed Europa: sicurezza armata, sostenibilità rinviata

Il governo italiano parla di sicurezza mentre rafforza la deterrenza, come se la convivenza potesse essere garantita da un arsenale. Tratta la transizione ecologica come un’imposizione esterna, non come un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la terra. L’Unione Europea alterna ambizioni climatiche a continui arretramenti, irrigidisce le frontiere, gestisce la mobilità umana come un rischio.

Valori universali proclamati, spazi di esclusione costruiti. È un’Europa che parla di diritti ma accetta che interi segmenti della propria economia si reggano su lavoro sfruttato, precarizzato, sacrificabile.

I quattro migranti bruciati: non invisibili, ma rimossi

I quattro migranti carbonizzati in un distributore di carburante non sono un incidente: sono un’esposizione brutale della nostra dipendenza da vite che definiamo “invisibili”. Ma invisibili non lo sono affatto. Sono visibilissimi: nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle cucine, nelle serre. Li vediamo ogni giorno. Sappiamo che si spaccano la schiena per salari minimi, che vivono in condizioni indegne, che tengono in piedi interi settori dell’economia.

Dire “invisibili” è una scorciatoia linguistica che ci alleggerisce la coscienza. È un favore che facciamo a noi stessi e a chi li sfrutta. Non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere.

E il nostro governo, invece di contrastare questa rimozione, la asseconda: ci rassicura dicendo che “il problema è altrove”, e così li sposta altrove, li racchiude in Albania, li allontana dal nostro campo visivo. Non è una soluzione: è un modo per confermare il nostro ritrarci, il nostro chiudere gli occhi.

Fantasmi burocratici: come li produciamo

La maggior parte di queste persone arriva in Italia regolarmente, attraverso il decreto flussi.
Arrivano con un permesso, con un nome, con un datore di lavoro che li ha richiesti.
Ma quando mettono piede in Italia, spesso trovano un’altra realtà: procedure burocratiche lente e contraddittorie; arrivi tardivi rispetto ai tempi agricoli; aziende che nel frattempo non hanno più bisogno di loro, contratti promessi e poi ritirati.

E così accade l’assurdo: entrano regolarmente, ma cadono nel vuoto. Diventano “fantasmi burocratici”: presenti, ma senza i documenti necessari per lavorare; regolari, ma senza tutele; qui, ma senza diritti. Non perché abbiano sbagliato qualcosa: perché il sistema li produce così.

E quando il sistema produce fantasmi, lo sfruttamento trova terreno fertile. È in questo spazio grigio che si annidano caporalato, ricatti, violenze. È qui che si muore bruciati in un distributore di benzina.

Pace e sostenibilità non sopravvivono alla schiavitù

Non c’è pace dove alcuni vivono sotto minaccia costante. Non c’è sostenibilità dove il lavoro umano viene consumato come una risorsa sacrificabile. La violenza non è solo quella delle armi: è quella delle economie che sfruttano, delle politiche che respingono, delle istituzioni che tollerano zone d’ombra in cui la vita perde valore.

Ogni morte in schiavitù incrina la nostra idea di comunità. Ogni territorio devastato restringe la nostra idea di futuro. Ogni volta che accettiamo che qualcuno viva e muoia ai margini, accettiamo che la pace sia un privilegio e non un diritto.

La comunità come contatto, non come identità

Non esistiamo da soli. Non esiste un “noi” che possa salvarsi separandosi dagli altri.
La comunità non è un’identità da difendere, ma un contatto da attraversare: la consapevolezza che la nostra vulnerabilità è intrecciata a quella di chi arriva, di chi lavora nei campi, di chi fugge da guerre che spesso alimentiamo.

Questa esposizione ci obbliga: non moralmente, ma umanamente. La pace è un gesto, la sostenibilità una forma di attenzione.

Guardare ciò che brucia

Parlare oggi di pace e sviluppo sostenibile significa rifiutare l’idea che alcune vite possano essere bruciate senza che il mondo cambi. Significa dire che la sicurezza nasce dalla giustizia, non dalla forza; che il futuro si costruisce aprendo possibilità, non chiudendo confini. Significa riconoscere che non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere. E che il governo, invece di aprire gli occhi, li chiude insieme a noi.

In fondo, pace e sostenibilità ci chiedono la stessa cosa: riconoscere che la vita dell’altro è già dentro la nostra. E che ogni volta che la lasciamo bruciare, bruciamo anche una parte di noi.
(fonte: La barca e il mare, articolo di Savino Pezzotta 04/06/2026)

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Vedi anche il post precedente:


Enzo Bianchi: La comunione che nasce dalla Trinità

Enzo Bianchi
La comunione che nasce dalla Trinità

Il Dio Uno e Trino è il cuore del cristianesimo: relazioni d’amore che non coincidono con l’uniformità, ma con la sinfonia delle differenze


Famiglia Cristiana - 31 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Molti cristiani credono che Dio sia una monade, un Dio unico e uno come quello delle altre religioni e così non conoscono il vero volto del Dio vivente.

Il nostro Dio – ed è tanto difficile dirlo! – è in verità una comunione, una koinonía, come amavano proclamare i padri della chiesa greca. Perché è vero che è uno e non una pluralità di dèi, ma è comunione di chi genera, di chi è generato e di chi è generazione. Sant’Agostino amava sintetizzare: l’Amante, l’Amato e l’Amore ci svelano la Triunità di Dio… Questa immagine dovrebbe avere una profonda e decisiva ricaduta nella preghiera del credente, nella sua fede, nella sua vita di comunione. La Triunità di Dio non è un abbellimento della divinità, ma è la dinamica segreta che plasma la fede cristiana. Per questo la comunione cristiana non sarà mai uniformità, ma sempre comunione plurale e la verità sarà sempre non monolitica. Per questo tutti i doni che discendono da Dio non temono la differenza, la diversità, ma sono sempre capaci di relazione e di unione.

Non dimenticarlo, cristiano, se il fuoco dello Spirito santo disceso dal cielo nel cenacolo era uno, sul capo di ciascun discepolo è diventato una fiammella particolare che arde con colori propri, le sue proprie vampe, la sua propria luce…

Quando cerchi l’unità con gli altri, non dimenticarlo, non cercare l’uniformità ma la comunione, la sinfonia, e, come dice Efrem il Siro, sarai l’arpa dello Spirito santo!
(fonte: blog dell'autore)


giovedì 4 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Lavori donneschi - Video del monologo di Paola Cortellesi

Tonio Dell'Olio
 
Lavori donneschi
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  4 giugno 2026


Dalla riflessione proposta da Paola Cortellesi nel corso delle celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica al Quirinale.

“La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto preciso di limitazione dell'autonomia femminile.
Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. L'istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso "lavori donneschi" ovvero, mansioni domestiche.
Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume "Politica della famiglia" del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: «La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia». E ancora: «Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile». In sintesi: vengono a rubarci il lavoro”.

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Guarda il video con la riflessione proposta da Paola Cortellesi



UDIENZA GENERALE 03/06/2026 Leone XIV: una liturgia viva, risorsa per risvegliare l’apertura all’incontro con Dio

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 3 giugno 2026

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Il Papa: una liturgia viva,
risorsa per risvegliare l’apertura all’incontro con Dio

All’udienza generale in piazza San Pietro, il Pontefice spiega ai fedeli quali sono gli elementi dell’azione liturgica, la quale permette “di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”. Con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito, che va curato “con mano fine e senza arbitrarietà”, interrompe attività frenetiche riconducendoci all’essenziale, è “una sosta che rigenera il cuore” e insegna a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo

Leone XIV mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)

Si sofferma sul rito, sul segno e sul simbolo nella liturgia Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 3 giugno, nella sua terza catechesi dedicata alla Costituzione Sacrosanctum Concilium, nell’ambito del ciclo dedicato ai documenti del Concilio Vaticano II.

Nella liturgia si concretizza il mistero della fede

Dopo il consueto giro in papamobile tra fedeli e pellegrini, in piazza San Pietro, il Papa, giunto sul sagrato della Basilica vaticana, spiega anzitutto che “i riti della liturgia cristiana” sono, in pratica, “la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge”, non semplicemente “un rivestimento esteriore del mistero sacramentale”. E infatti la Sacrosanctum Concilium chiarisce che “nella liturgia attraverso i riti e le preghiere” si concretizza “il Mysterium fidei” e che è “il rito” a dare “forma all’azione liturgica”, la quale, nei credenti che partecipano non come “muti spettatori” ma con “corpo, mente e cuore”, genera quella “sensibilità spirituale” che permette “di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”.

Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.

Il Papa mentre tiene la catechesi (@Vatican Media)

Una sosta che rigenera il cuore

Il rito ha “una sequenza di gesti e di preghiere ben definita”, specifica inoltre il Pontefice, la cui “logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi”, semmai “con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale”. Perciò consente di fare “un’altra esperienza del tempo e dello spazio”.

Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo. La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

Lasciarsi educare dai riti

Per Leone XIV, oggi, occorre lasciarsi “educare dai riti della liturgia”, e per questo è necessario curare “con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza” delle “celebrazioni” e impegnarsi “in un’autentica mistagogia”.

L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo.

I segni nell’azione liturgica

Quanto ai segni, nella liturgia significano “la santificazione dell’uomo”. Così, ad esempio, l’acqua, “dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano” fino a quella “che sgorga dal costato di Cristo”, liturgicamente è “segno sacramentale dell’immersione” nella “morte e risurrezione” di Gesù. Ma il “segno” è anche “simbolico” quando rimanda “a un intero sistema di significati e di valori”, precisa Leone XIV. È il caso dell’aspersione “con l’acqua benedetta”, gesto con il quale “si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo”.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

I simboli

E ancora, nella liturgia, ci sono “i simboli”, che possono essere “azioni più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento”. A caratterizzarli è quella “singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto” che genera “appartenenza”, tocca “il cuore e la mente”, suscita “autentiche relazioni ecclesiali”, conclude il Pontefice, che, come il suo predecessore Francesco nella lettera apostolica Desiderio desideravi, richiamando Romano Guardini, sottolinea che “nel “lavoro di formazione liturgica” il “primo compito” per l’uomo è “diventare nuovamente capace di simboli”.

Il Papa con gli sposi novelli (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 03/06/2026)


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LEONE XIV



I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 3. Il rito, il segno, il simbolo


Cari fratelli e sorelle,

proseguendo le catechesi sulla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC), vogliamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi costitutivi della sacra liturgia, quali il rito, il segno e il simbolo.

Il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge. Proprio per questo il Concilio invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere (cfr SC, 48).

Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori (cfr ibid.) rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.

Il rito ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale. Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo.

La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia. In essa, come afferma il Concilio, «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (SC, 7). Il Catechismo della Chiesa Cattolica approfondisce il valore di questi segni, ricordando che «il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo» (n. 1145). Emblematico è il segno dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione.

“Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo. In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali.

Nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi, Papa Francesco, facendo propria un’affermazione di Romano Guardini, individuava «il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli» (n. 44). Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo (cfr 1Ts 5,23).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, i Membri della Famiglia Monfortana e le Suore di Nostra Signora del Cenacolo, incoraggiando ad essere un segno di speranza per quanti sono assetati di Dio, della sua verità e della sua pace. Una particolare parola desidero riservare ai Sacerdoti e ai Religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi Paesi.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità del Corpus Domini. Nell’Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi. Espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi; a tale proposito, incoraggio a mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede.

A tutti la mia benedizione!


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DAL MILITARE AL SOCIALE Invece di armarci potremmo…

DAL MILITARE AL SOCIALE
Invece di armarci potremmo…


Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare da qui: DAL MILITARE AL SOCIALE

Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”.

L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”.

La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune.

Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.”

Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
(fonte: Pressenza, articolo di Rocco Artifoni 01/06/2026)


mercoledì 3 giugno 2026

Le parole forti e chiare di mons. Francesco Savino: Quattro corpi, un silenzio che grida, una coscienza in cenere. Ma quella cenere ora parla e ci consegna una sola parola: basta.


Quattro Corpi, un silenzio che grida


Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?

Le notizie che giungono sono ancora frammentarie, le indagini in corso. Ma quello che già sappiamo basta a ferire la coscienza: sarebbero cittadini pakistani, migranti da tempo presenti sul territorio, persone che avevano attraversato il Mediterraneo portando sulle spalle la speranza di una vita degna. Sono morti in una mattina qualunque, in un distributore di carburante, tra le fiamme di un rogo che gli investigatori ritengono difficilmente accidentale. Quattro nomi che ancora non sappiamo. Quattro famiglie che da qualche parte nel mondo aspettano una telefonata che non arriverà mai.

Non mi appartiene il compito di anticipare la giustizia degli uomini, né di sostituirmi agli inquirenti. Ma mi appartiene, come pastore, come credente, come uomo che vive su questa terra, il dovere di alzare la voce. Il dovere di dire che questa violenza, se violenza è stata, come sembra, è un’offesa a Dio, che in ogni volto umano ha impresso la propria immagine. È un atto che grida vendetta al cielo, nel senso più biblico e più vero di quella espressione.

Viviamo in un tempo in cui il corpo del migrante è diventato merce di scambio, strumento di sfruttamento, oggetto di paura politica. Le nostre coste sono il confine tra due mondi che non riescono a parlarsi, e spesso quel confine è segnato dal dolore. Queste quattro persone erano arrivate fin qui. Avevano attraversato il mare. Avevano trovato un posto in cui vivere. Eppure non è bastato per salvarle.

Chiedo alle autorità competenti di fare luce su questa vicenda con la massima determinazione e senza indugi. Chiedo che si faccia tutto il possibile per dare un nome, un volto, una storia a ciascuna di queste vittime, perché non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Ogni vittima ha diritto alla verità. Ogni vittima ha diritto che la sua morte non sia sepolta sotto il silenzio o l’indifferenza.

Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di se stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra. Quella cenere è la nostra cenere. E il silenzio complice è sempre, in qualche misura, una forma di corresponsabilità.

Prego per queste quattro persone. Prego per chi li amava e ancora non sa. Prego perché la verità venga a galla, integra, senza compromessi. E prego, con dolore e con speranza insieme, perché questa terra torni a essere terra di accoglienza e non di morte.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. E illumini le coscienze di chi ha ancora la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre.

Cassano all’Jonio, 01/06/2026

✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI


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Quattro corpi nel fuoco, una coscienza in cenere


Quattro uomini hanno trovato la morte tra le fiamme. Quattro vite sono state consegnate al rogo sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza finiscono troppo spesso per diventare un’unica ferita aperta.

Dinanzi a quanto è accaduto ad Amendolara non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Non bastano le parole educate, i comunicati composti, le frasi di rito che durano un giorno e poi vengono inghiottite dalla polvere della cronaca.

Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, civile, necessaria: basta.

Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione.

Oggi, davanti a quattro corpi ridotti in cenere, non possiamo rifugiarci nel linguaggio neutro della cronaca. Non possiamo lasciare che l’orrore venga addomesticato da parole prudenti, come se bastasse registrare il fatto e attendere che il tempo lo consumi. Quanto è accaduto ad Amendolara non è soltanto un evento terribile da chiarire fino in fondo: è una ferita morale, sociale, spirituale. È una lama piantata nella coscienza di questa terra. È una domanda rovente rivolta alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa, alle comunità locali, al mondo agricolo, alle imprese, ai cittadini.

Non possiamo continuare a fingere di non sapere. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto.

E troppo spesso questi meccanismi non camminano da soli. Crescono nelle zone grigie. Si alimentano di omertà minute, connivenze opache, silenzi interessati. Si allargano dove la legge arriva tardi, dove il controllo sociale è debole, dove il timore chiude le bocche, dove poteri criminali o paracriminali lasciano fare, orientano, tollerano, proteggono, lucrano. La violenza non è sempre un urlo: a volte è una rete muta. Non sempre spara. Non sempre minaccia a volto scoperto. Talvolta organizza il bisogno, amministra il ricatto, distribuisce permessi invisibili, decide chi può lavorare, chi deve tacere, chi può restare ai margini.

Io dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità.

Questi uomini non erano esistenze sacrificabili. Non erano manodopera anonima. Non erano ombre passate per caso sulla nostra terra. Erano figli, fratelli, forse padri. Avevano un nome, una lingua, una memoria, una casa lontana, una madre che li ha attesi, qualcuno che forse ancora spera in una telefonata. La loro morte ci impedisce ogni neutralità. Perché quando un essere umano viene ridotto in cenere, l’umanità intera viene offesa. E quando questo accade qui, quella polvere resta anche sulle nostre mani.

Chiedo con fermezza che si faccia piena luce. Una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo.

Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore.

Per questo invoco una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto.

Da questa tragedia deve nascere un soprassalto pubblico. Chi sfrutta va fermato. Chi copre va smascherato. Chi sa e tace deve interrogare la propria coscienza. Chi ha responsabilità istituzionali, sociali, economiche, pastorali non può più limitarsi a presidiare il lutto: deve abitare i luoghi dove l’ingiustizia viene prodotta, dove il lavoro diventa ricatto, dove la povertà viene reclutata, dove la paura tiene gli uomini in ginocchio.

Non lasciamo che questo strazio si consumi nella cronaca. Da ciò che resta di quelle vite deve nascere un patto nuovo per la dignità del lavoro, per la tutela dei migranti, per la liberazione dei territori da ogni forma di dominio criminale, di sfruttamento e di intimidazione. Perché una comunità che non protegge i più fragili diventa essa stessa vulnerabile; e una terra che accetta lo sfruttamento come destino tradisce la propria anima.

Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.

«Ero forestiero e mi avete accolto»: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. È una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?

In questa ora di dolore sento anche di chiedere a tutti un passo in più: non basta accogliere, occorre integrare. L’integrazione è un cammino concreto e quotidiano che riguarda le nostre scuole, le parrocchie, le istituzioni, il mondo del lavoro, le famiglie. Non possiamo limitarci a offrire un letto o un contratto precario, mentre manteniamo questi fratelli ai margini della nostra vita sociale, culturale e spirituale. L’integrazione chiede che chi arriva da lontano possa imparare la lingua, avere accesso ai servizi, conoscere e rispettare le leggi, ma anche sentirsi riconosciuto e valorizzato, non tollerato come un peso necessario. Significa creare luoghi di incontro, percorsi formativi, alleanze educative in cui italiani e stranieri possano camminare insieme, superando paure e diffidenze. Significa che i bambini dei migranti siedano accanto ai nostri figli nelle aule, che le comunità cristiane aprano i loro spazi e il loro tempo, che le amministrazioni locali non si limitino alla gestione dell’emergenza ma promuovano politiche lungimiranti di inclusione. Senza integrazione, l’accoglienza resta un gesto incompiuto, una porta socchiusa che non si apre davvero alla possibilità di diventare un solo popolo, pur nella diversità delle culture e delle provenienze.

Alla Calabria dico: rialzati. Ma non nella retorica dell’orgoglio ferito. Rialzati nella rivolta morale delle coscienze. Rialzati contro la rassegnazione, contro l’omertà, contro la normalizzazione dell’illegalità, contro quella cultura malata per cui tutto si sa e nulla si dice. Rialzati perché nessuna terra è condannata per sempre, ma ogni comunità si perde quando smette di vergognarsi del male e di combatterlo.

Quanto è accaduto ad Amendolara non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti. Deve diventare uno spartiacque. Da oggi nessuno potrà dire: non sapevo. Nessuno potrà dire: non riguarda me. Nessuno potrà dire: sono soltanto stranieri. Quelle fiamme hanno parlato a tutti. Hanno divorato quattro uomini, ma hanno illuminato una verità che troppi preferivano lasciare al buio.

Prego per questi quattro fratelli. Prego per le loro famiglie lontane. Prego perché la verità venga fuori intera, senza sconti, senza protezioni, senza zone d’ombra. Ma pregare, oggi, significa anche denunciare. Significa disturbare. Significa gridare. Significa non permettere che il sangue dei poveri venga assorbito dalla terra senza conversione, giustizia, responsabilità.

Quattro corpi sono stati ridotti in cenere. Ma quella cenere ora parla. Parla a noi. Parla alla Calabria. Parla alla Chiesa. Parla allo Stato.

E ci consegna una sola parola: basta.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. Illumini le coscienze di chi cerca la verità. Sostenga chi serve la giustizia. Scuota chi tace. Converta chi sfrutta. E renda questa terra finalmente capace di scegliere la vita contro la morte, la luce contro le tenebre, la dignità contro ogni forma di disumanizzazione.

Cassano all’Jonio, 02/06/2026

✠ Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI
(fonte: Diocesi di Cassano all'Jonio)


Enzo Bianchi: Siamo tempio vivo di Dio nel mondo

Enzo Bianchi
Siamo tempio vivo di Dio nel mondo

Lo Spirito Santo trasfigura l’universo e dimora stabilmente in noi: invocarlo significa diventare sempre più segni vivi di amore e comunione


Famiglia Cristiana - 24 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Cristiano, la Pentecoste che celebri è una grande festa, è la pienezza della Pasqua!

Le energie del Risorto, della vita che vince la morte, si effondono in tutto l’universo. È lo Spirito di Dio, che dà la vita a ogni essere animato o inanimato, che penetra nell’inferno e resuscita i morti, che fa cantare i cori degli angeli e la comunità dei santi dell’antica e della nuova alleanza. È Gesù quale Kýrios, Signore, che effonde lo Spirito santo e trasfigura l’universo facendo di questo cielo e di questa terra un cielo nuovo e una terra nuova in cui abita il Regno.

Cristiano, ma tu sei consapevole che questo Spirito di Dio abita in te, nel tuo corpo, che tu sei tempio di Dio nel mondo e tra gli uomini? Sai che quando passi in mezzo agli altri puoi spargere benedizioni e misericordia? Sai che il profondo del tuo essere, l’intimo dove tu dichiari di possedere la coscienza, è il luogo segreto e inviolabile dove Dio, se tu accogli la sua voce, può parlarti? Sei consapevole che quando fai comunità costruisci la koinonía, comunione dello Spirito santo, e che nella storia d’amore benedetta da Dio, nelle nozze, lo Spirito è il vincolo che sigilla la comunione in una liturgia dei corpi e dei cuori? Se i cristiani fossero coscienti di essere tempio dello Spirito sarebbero portatori dello Spirito e comunicherebbero lo Spirito a tutti quelli che incontrano.

Vieni Spirito santo, vieni! Sia questa l’invocazione segreta, silenziosa, continua!
(fonte: blog dell'autore)