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domenica 13 settembre 2026

Venezia incorona «Woman Unknown», ma il film che scuote la Mostra è «Naza»

Venezia incorona «Woman Unknown»,
ma il film che scuote la Mostra è «Naza»

Il Leone d’oro va al film di May el-Toukhy, premiata anche indirettamente dalla Coppa Volpi a Mathilde Arcel. Ma il Premio speciale della giuria a Naza, durissima inchiesta israeliana sulla guerra a Gaza, segna politicamente e moralmente questa edizione della Mostra.

ANSA

Il Leone d’oro della Mostra di Venezia numero 83 va a Woman Unknown, e non è una scelta neutrale. Il film della regista danese di padre egiziano May el-Toukhy usa il passato per parlare al presente: racconta la storia di Marie, una donna che nell’immediato dopoguerra danese porta addosso lo stigma di una relazione avuta durante l’occupazione con un soldato tedesco. È la storia di una colpa trasformata in marchio sociale, della violenza esercitata sul corpo femminile, del confine sempre incerto tra vittima e carnefice.

Il verdetto veneziano è rafforzato dalla Coppa Volpi assegnata alla protagonista Mathilde Arcel, trent’anni, al suo primo ruolo da protagonista e al suo primo festival internazionale. Una doppietta abbastanza rara: il Leone al film e il premio alla sua interprete. El-Toukhy ha dedicato il riconoscimento alla figlia adolescente e ha invitato a usare la propria voce per chi viene abbandonato e messo a tacere. È una frase che potrebbe fare da epigrafe all’intero palmarès.

Perché Venezia 2026 sembra avere scelto, oltre che un’estetica, una sorta geografia morale. Ucraina, Gaza, Iran, Camerun, violenza sulle donne, adolescenti in crisi: il mondo è entrato prepotentemente nelle sale del Lido. E il film nel quale questo incontro tra cinema e storia contemporanea diventa più esplosivo è probabilmente Naza. I critici diranno che Venezia è la festa del cinema e spesso l’arte non coincide con il messaggio: ma in questo caso la giuria ha voluto testimoniare che arte e impegno morale possono coincidere e che è possibile che i due aspetti si raforzino l’un l’altro.

Il Premio speciale della giuria è andato infatti al documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Ottanta minuti, girati di notte sui tetti di Tel Aviv, e una scelta narrativa di grande forza: raccontare Gaza guardandola dal cuore stesso di Israele. Non attraverso un manifesto ideologico, ma attraverso un’inchiesta costruita anche sulle testimonianze di 24 ufficiali dell’Idf, ascoltati sotto anonimato. Alcuni parlano perché tormentati da ciò che hanno fatto, altri perché convinti di avere semplicemente compiuto il proprio dovere. Il neorealismo ai tempi di Netanyahu.

Naza è una delle opere più coraggiose passate quest’anno da Venezia proprio perché nasce dentro la società che mette sotto accusa. Il termine che dà il titolo al film appartiene al linguaggio militare e indica le vittime collaterali. Ma ciò che Abraham e Szor cercano di fare è precisamente restituire un volto, una responsabilità, una dimensione umana a ciò che il lessico burocratico della guerra trasforma in una categoria statistica.

È anche questo a rendere il film così importante. Non arriva dall’esterno per impartire una lezione a Israele. Sono due cineasti israeliani che obbligano il proprio Paese a guardarsi allo specchio, a guardarsi dentro. Secondo quanto raccontato nel film, gli ufficiali intervistati descrivono come sistemico, e non accidentale, il meccanismo delle uccisioni di civili palestinesi a Gaza. Dal palco Abraham ha detto che «tutti gli israeliani devono vederlo». La sala si è alzata in piedi ad applaudire.

C’è una forza particolare quando una democrazia produce al proprio interno gli strumenti per mettere sotto accusa se stessa. Naza appartiene alla tradizione migliore del cinema d’inchiesta: quella che non tranquillizza lo spettatore, non gli permette di uscire dalla sala esattamente come vi è entrato. In un tempo in cui ogni guerra è accompagnata da una guerra parallela delle immagini, delle parole e delle propagande, Abraham e Szor scelgono il terreno più scomodo: testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare israeliano.

È difficile immaginare un riconoscimento più significativo.

Anche il Leone d’argento per la regia premia l’impegno e porta direttamente dentro un’altra guerra europea. Lo conquista Ilya Khrzhanovsky con Dau. Il regista, che ha rinunciato alla cittadinanza russa dopo l’invasione dell’Ucraina, ha dedicato il premio agli ucraini che combattono «per la libertà» e «per la pace». Ha ricordato che alla gigantesca lavorazione del film, durata vent’anni, hanno partecipato più di duemila persone, molte delle quali ucraine.

Il Gran Premio della Giuria va invece al coreano Lee Chang-dong per Possible Love, storia di due coppie le cui vite si incrociano durante la realizzazione di un documentario. Un ritorno importante per un autore che Venezia conosce bene e che già nel 2002 aveva conquistato il Leone d’argento con Oasis.

La migliore sceneggiatura premia Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un Bon Petit Soldat, mentre la Coppa Volpi maschile va a John Malkovich per Wild Horse Nine. Malkovich, impegnato su un altro set, riceve il premio a 72 anni dopo una carriera che comprende film come Le relazioni pericolose, Essere John Malkovich e Nel centro del mirino. Il premio Marcello Mastroianni incorona invece la ventitreenne Malou Khebizi, protagonista di 15/18 – A Place to Heal di Cédric Kahn.

Per l’Italia le soddisfazioni arrivano soprattutto da Orizzonti. Riccardo Scamarcio vince il premio come miglior attore per I figli della scimmia (e lo dedica a tutti i papà del mondo), film di Tommaso Landucci di cui è anche produttore, mentre Landucci e Damiano Femfert conquistano il riconoscimento per la sceneggiatura. Il miglior film della sezione è Detour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni; tra le interpreti viene premiata l’iraniana Lalah Marzban per Moragheb, che dedica il riconoscimento alle donne del suo Paese.
Resta allora l'immagine complessiva di questo palmarès. Venezia non ha premiato un cinema che fugge dalla realtà. Ha fatto il contrario. Dai corpi delle donne di Woman Unknown ai civili palestinesi raccontati da Naza, dagli ucraini evocati da Khrzhanovsky alle donne iraniane ricordate da Lalah Marzban, i premi disegnano una Mostra attraversata dalle fratture del nostro tempo.

Il Leone d’oro appartiene giustamente a Woman Unknown. Ma può accadere nei festival che il premio più importante non coincida con il film destinato a lasciare la ferita più profonda. A Venezia 83 quella ferita porta un nome breve, quasi burocratico, terribile proprio per questo: Naza.
(fonte: Famiglia Cristiana 12/09/2026)


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Per approfondire leggi anche:

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 45 - 2025/2026 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 18,21-35

Con questa parabola, propria dell'evangelista, si conclude il "Discorso Ecclesiale", quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel Vangelo di Matteo. Il brano è una esortazione sull'importanza del perdono all'interno della comunità, di come il rapporto tra i fratelli deve necessariamente essere il riflesso del rapporto che Gesù ha con ciascuno di noi. Si tratta di mettere in pratica la Giustizia, una giustizia più grande e totalmente differente dalla nostra, propria di coloro che amano così come da Dio sono amati. E' la disparità della Giustizia del Padre, che è viscere di misericordia, dono e perdono infiniti. «Alla giustizia della Torah, che discrimina e uccide, succede quella dello Spirito di Dio, che è misericordia e dà la vita» (cit.). Il perdono è il cuore pulsante della vita della Chiesa, perdono che fa di noi dei figli amati, affinché perdoniamo e amiamo i fratelli. Infatti, un amore che non perdona non è amore. Il peccato più grave, infatti, non è il debito contratto con il Padre (diecimila talenti sono una cifra spropositata, impossibile da restituire, pari a circa sessanta milioni di giornate lavorative), ma il credito nei confronti del fratello che osiamo far valere (una cifra irrisoria, l'equivalente di cento giornate di lavoro). Come Chiesa, perciò, siamo chiamati a sempre perdonare come da Dio siamo perdonati, a usare misericordia nei confronti dei nostri fratelli come il Signore ha misericordia di noi. Il cuore della Legge di Dio è il perdono, il segno più grande dell'appartenenza alla sua famiglia. E parafrasando il Santo Curato d'Ars, possiamo anche noi affermare che «perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto».


sabato 12 settembre 2026

FERITE DISINNESCATE - "Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. Il perdono non libera il passato, libera il futuro." - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

FERITE DISINNESCATE


Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. 
Il perdono non libera il passato, libera il futuro.


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. (...) Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Mt 18,21-35
  

FERITE DISINNESCATE
 
Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. Il perdono non libera il passato, libera il futuro.


Una parabola che scardina il nostro cuore piccolo: Non dovevi anche tu aver pietà?

Chiave di volta di tutta l’etica umana. Perché perdonare? Un istinto in noi ci fa credere che il male subìto si possa “riparare” mediante un altro male. Ferire chi ci ha ferito, col risultato d’avere non più una, ma due ferite che sanguinano!

Il perdono non va confuso neppure con il subire in silenzio, occorre fare la giustizia per raggiungere la riconciliazione, come fu per il miracoloso processo storico di Nelson Mandela per il Sudafrica. Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. «Ci strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio» (H. Arendt).

La parola greca impiegata dai vangeli per indicare il perdono è afesis. Deriva da “afiemi”, verbo di movimento: andare da un luogo ad un altro, lasciare un posto per raggiungerne un altro, aprire porte e legami e serrature, tagliare lacci e rimettere qualcuno nel vento e nel sole, mettere spontaneamente in libertà la persona.

Il perdono è mandare via, mandare altrove, mandare avanti. Significa movimento, è il salpare della nave, lo scoccare della freccia, è la carovana che parte, l’aquila che si lancia in volo, il prigioniero che esce dal carcere.

Dio non è Colui che, pur sentendosi offeso, perdona. Dice Turoldo: «È noi che offende questo continuo peccare, non te». E’ Dio che ti lancia in avanti, ti fa salpare verso albe intatte, offre possibilità nuove con un supplemento di energia: d’ora in avanti tu sarai...!

Il perdono non libera il passato, libera il futuro.

Quando noi preghiamo “rimetti i nostri debiti”, stiamo chiedendo: donaci la libertà, lasciaci per oggi e per domani tutta la libertà e la forza di volare e di amare, di generare e di dare alla luce.

Anche il sacramento detto della Confessione non è rivolto tanto ai peccati di ieri, quanto alla strada di domani; non è un colpo di spugna sugli sbagli della vita, è un colpo d’ala per ripartire e trasformarci.

A volte noi perdoniamo ma in qualche angolo della memoria custodiamo le offese ricevute, come munizioni pronte per la prossima battaglia; San Francesco scriveva: «Farai vedere negli occhi il perdono». Non il perdono a stento, non quello a muso duro, ma quello che esce dagli occhi, dallo sguardo nuovo e buono, che ti cambia il modo di vedere la persona. E diventano occhi che ti custodiscono, dentro i quali ti senti a casa.

Perché Dio perdona, perché è buono? No, anche un uomo è capace di bontà. Dio perdona per un atto di fede in me, di fiducia: vede la luce prima delle ombre, vede la mia vita “d’ora in avanti” come per l’adultera perdonata, vede un futuro buono dove il bene possibile conta più del male presente.


Il cardinale Zuppi: “educare è liberare la persona per restituirle il futuro”

SCUOLA.
Educare quando tutto sta cambiando 
di Marco Rossi-Doria 

Prefazione di Matteo Maria Zuppi
«La scuola come atto di speranza radicale»

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.
È il motivo che mi ha spinto a scrivere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. ...



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Il cardinale Zuppi:
“educare è liberare la persona per restituirle il futuro” 


La scuola non può essere ridotta a un luogo dove si trasmettono nozioni o si misurano prestazioni. Per il cardinale Matteo Maria Zuppi, educare significa anzitutto liberare la persona e restituirle un futuro. È il messaggio della prefazione al libro di Marco Rossi-Doria Scuola. Educare quando tutto sta cambiando, pubblicata da Avvenire. Un testo che evoca – pur senza citarlo – il saggio di Giulio Girardi “Educare per quale società”.

Zuppi parte dal significato stesso della parola educazione, richiamandone l’etimologia latina: “Educare, dal latino educere, significa tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere”. Per il presidente della CEI questa è la vera missione della scuola: aiutare ogni ragazzo a sviluppare le proprie potenzialità, soprattutto nei contesti più fragili e nelle periferie educative.

Secondo il cardinale, parlare oggi di istruzione non è soltanto una questione pedagogica, ma una scelta civile che riguarda il destino della comunità. “Parlare di scuola e di educazione non è un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare”. La qualità della scuola, osserva, coincide con la qualità della democrazia e della convivenza sociale.

Zuppi denuncia poi una delle grandi contraddizioni del sistema educativo italiano: mentre il merito viene continuamente evocato, permane un profondo divario nelle opportunità formative. “Viviamo un tempo in cui la parola ‘merito’ è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo”, scrive, ricordando che il merito deve essere realmente accessibile a tutti e che spetta alla scuola creare le condizioni perché ogni studente possa esprimere il proprio talento.

Richiamando l’esperienza del maestro di strada Marco Rossi-Doria, il cardinale affronta il tema del cosiddetto “fallimento formativo di massa”, ribaltando la prospettiva tradizionale: “Quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi”. L’insuccesso scolastico, dunque, non rappresenta la sconfitta del singolo, ma il segnale di una responsabilità collettiva della società e delle istituzioni.

Nella parte conclusiva della prefazione, Zuppi affida alla scuola una delle definizioni più intense del suo intervento. Citando Georges Bernanos, afferma che il futuro appartiene a chi sa sperare e conclude: “La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino: siediti qui, impara, questo serve per te, è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno”.

Per Zuppi, in un’epoca dominata dalla velocità, dalla logica del mercato e dalla cultura della performance, l’educazione rimane il gesto più rivoluzionario: accompagnare ogni persona verso la pienezza di sé e custodire la speranza che nessun bambino sia mai condannato dalle proprie condizioni di partenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 08/09/2026)


Enzo Bianchi Quella debolezza che diventa grazia

Enzo Bianchi
Quella debolezza che diventa grazia  
 
Il Vangelo insegna che il Signore non scarta chi è fragile:
è proprio nella mancanza di forze che può manifestarsi la potenza del suo amore


Famiglia Cristiana - 6 settembre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Nella nostra vita conosciamo ore di fatica e ore di debolezza. A volte ci sentiamo colpevoli di non essere all’altezza di un’azione, di un compito che spetta a noi portare a compimento, e scopriamo una debolezza che non pensavamo presente in noi stessi. “Non ce la faccio! …” si arriva a pensare o a dire e si soffre la stanchezza, l’affaticamento, la debolezza. Nei Vangeli è molto frequente la parola “debole” (asthenés) senza forze, tradotto sovente come malattia. Ma nella lingua dei Vangeli, il greco, c’è un’altra parola per indicare il malato. Gesù è colui che accoglie davanti a sé deboli e malati (cf. Lc 8,2) e l’amico Lazzaro è preso da debolezza, è senza forze (cf. Gv 11,1), quando è ritenuto addirittura morto.


Gesù si preoccupa innanzitutto della debolezza, della mancanza di forze, della fragilità umana. Lo sguardo di Gesù non va all’eventuale peccato di chi gli sta davanti, ma alla sua sofferenza e per questo lo cura, a volte lo guarisce e così lo purifica anche da ogni peccato. Quando Gesù dice a Marta, sorella di Lazzaro, che la debolezza di Lazzaro non è per la morte ma per lo splendore della gloria di Dio (cf. Gv 11,4) ci svela che nelle nostre debolezze, nei nostri abissi può operare la potenza dell’amore di Dio come grazia, cioè amore mai da meritare ma dato gratuitamente affinché dove c’è la tenebra vinca e brilli la luce, dove c’era la disperazione vinca la speranza, e la debolezza diventi evento di grazia.
(fonte: blog dell'autore)

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N.B. 
Quest'articolo è stato pubblicato postumo.

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venerdì 11 settembre 2026

Andrea Monda: 11 settembre La ferita il dolore la memoria

 Andrea Monda

11 settembre
La ferita il dolore la memoria


Alcune date si ricordano. Anche a distanza nel tempo. Anche 25 anni dopo. Sono date dove ognuno sa dove si trovava in quel giorno. Undici settembre. Non c’è bisogno di aggiungere nient’altro, neanche l’anno. Queste due parole sintetizzano tutto quello che c’è da dire. Abbiamo bisogno di queste “sintesi” che sono le date. Sintesi estreme. Perché la storia degli uomini ogni tanto si avvicina così alle sue “estremità” che emerge, scoppia, s’impone, segna con una grande linea rossa e diventa uno spartiacque.

L’undici settembre “scoppiato” all’alba del terzo millennio è già uno spartiacque di questo secolo. Ventidue anni dopo, il 7 ottobre del 2023, un’altra svolta, un’altra “rapida” del fiume della storia, lo stesso fiume che passa da quello spartiacque dell’attentato delle Torri Gemelle. La schiena della storia non è mai dritta, compie delle torsioni e vengono come espulse delle ernie. E il dolore si fa acuto e la memoria si attiva e resta viva. E così ricordiamo e speriamo, ricordando, di evitare l’errore compiuto.

Abbiamo bisogno di ricordare e quindi di raccontare. Il male infatti, come intuisce Paul Ricoeur, non si può spiegare, è l’assenza di spiegazione — come spiegare l’11 settembre?non si può spiegare, ma si può raccontare. Si può e si deve raccontare.

Nei libri di storia campeggiano le grandi date, i grandi personaggi della storia. Per lo più di date di grande tragedie e personaggi che spesso si sono macchiati di grandi crimini. Il male, l’orrore raccontato. O è solo retorica? Queste date, questi nomi, in altre parole segnano veramente la corrente del fiume della storia? La determinano? O sono solo la schiuma, la cresta delle onde in superficie?

Edith Stein nel cuore del momento più buio del XX secolo intuisce che: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

L’intuizione di Edith Stein nasce dalla sua ispirazione religiosa, che affonda le sue radici nell’evento che rappresenta il più grande spartiacque della storia. La morte, alle 3 di un pomeriggio di aprile, alle porte di Gerusalemme, di Gesù di Nazaret. Quel Gesù che dopo due millenni, ancora oggi ci ricorda che la storia passa attraverso il gesto decisivo di chiunque «avrà dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli» (Mt 10,42).
(fonte:: L'Osservatore Romano 11/09/2026)

Genocidio a Gaza, il silenzio è complice: preti, vescovi e cardinali per la pace


Genocidio a Gaza, il silenzio è complice:
preti, vescovi e cardinali per la pace

Il 22 settembre 2026 a Roma la rete Preti contro il genocidio di Gaza organizza una marcia di preghiera a sostegno del popolo palestinese. A un anno dalla sua fondazione, la rete di sacerdoti torna a chiedere la fine di ogni genocidio e la costruzione della pace.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da "Preti contro il genocidio", Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono riuniti a Roma con la convinzione che «davanti a un genocidio non esiste la neutralità». Nacque allora la rete Preti contro il genocidio – perpetrato a Gaza da Israele secondo quanto affermato da una specifica commissione dell’Onu e su cui sta indagando la Corte penale internazionale -, che oggi conta oltre 2.500 aderenti tra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi di cinque continenti.

Nel corso di quest’anno la rete si è espansa, guidata da documenti fondativi, come il Kairos Palestine 2. La fede in tempo di genocidio, ed ha portato avanti azioni concrete di sensibilizzazione e protesta, nelle singole comunità parrocchiali e nel dialogo con la politica, con la società civile e la gerarchia della Chiesa Cattolica.

La giornata del 22 settembre 2026 a Roma si aprirà con una mattinata di confronto e preghiera tra i sacerdoti aderenti, in cui verrà anche raccontato quanto visto e sperimentato durante il Pellegrinaggio di Giustizia organizzato con Pax Christi che si terrà nei prossimi giorni in Terra Santa. I membri discuteranno dell’anno passato e, dopo un pranzo conviviale, si recheranno alla chiesa di Santo Spirito dove pregheranno la coroncina alla Divina Misericordia. Da lì si terrà una marcia di preghiera verso via della Conciliazione e altri luoghi significativi dal punto di vista spirituale e politico di Roma. Tra gli altri saranno presenti don Nandino Capovilla, già trattenuto a Tel Aviv dal governo israeliano nell’agosto 2025, la giornalista Nicoletta Dentico, che ha contribuito ai commenti del Kairos 2, monsignor Jamal Daibes, vescovo palestinese della Diocesi di Gibuti, e i rappresentanti dei nodi nazionali della rete.

L’oggetto simbolo della giornata sarà il sudario che verrà portato in processione. Su di esso verranno scritti a mano dai sacerdoti della rete i nomi dei 309 bambini uccisi da quando è stato emesso formalmente il “cessate il fuoco” a Gaza. La scelta di scrivere i nomi e non i numeri è motivata così: «Un numero si dimentica, un nome no. Quei bambini avevano un nome prima di diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo».

In questo primo anniversario la rete si dà un obiettivo preciso: arrivare a 4.000 adesioni, numero che corrisponde a circa l’1% del clero cattolico mondiale. Nello statement (dichiarazione) di apertura della conferenza stampa del 2 settembre 2026, padre Pietro Rossini, missionario saveriano e portavoce della rete, ha usato l’immagine evangelica del lievito, in minore quantità rispetto alla pasta ma capace di farla cambiare, per descrivere l’ambizione della rete.

Lo statement è netto nel giudicare gli ultimi dodici mesi, in cui non c’è mai stato un cessate il fuoco reale, e bombardamenti e fame non si sono fermati. Una «tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua», ma «una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte».

Ritracciando brevemente la storia di Preti contro il genocidio, tutto è cominciato con un gesto liturgico. Nel giugno 2025, don Rito Maresca, a Piano di Sorrento, ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando paramenti dei colori della bandiera palestinese e nell’omelia ha collegato il sacramento del “pane spezzato” ai corpi spezzati sotto le bombe a Gaza

A un anno di distanza, tra gli aderenti della rete figurano tre cardinali — Stephen Brislin (Sudafrica), Cristóbal López Romero (Marocco) e Álvaro Leonel Ramazzini Imeri (Guatemala) — nove arcivescovi e diciannove vescovi.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da ‘’Preti contro il genocidio’’, Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Negli ultimi mesi la rete ha partecipato alle manifestazioni della società civile e ha scritto lettere aperte ai governi. Le sezioni nazionali hanno scritto ai vescovi spagnoli e italiani chiedendo un pronunciamento evangelico più netto su Gaza; hanno sollecitato la Segreteria di Stato vaticana e la presidenza della Banca Mondiale a prendere posizione contro il Board of Peace promosso dagli Stati Uniti. Hanno indirizzato lettere aperte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla Conferenza episcopale statunitense e a quella italiana. In Irlanda, la sezione locale ha chiesto al governo di Dublino di bloccare il trasferimento del prospetto 2026 degli Israel Bonds, mentre nel Regno Unito ha scritto al primo ministro britannico Andy Burnham e prossimamente incontrerà alcuni membri parlamentari simpatizzanti verso la rete. «Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità».

Come emerso dalla conferenza stampa del 2 settembre, i sacerdoti della rete riconoscono che nel corso dell’anno sono maturati la sensibilità e il supporto delle comunità, ma permane l’ostacolo dell’islamofobia e dell’errata sovrapposizione tra la Palestina e l’islam, che caratterizzano i commenti negativi e l’hatespeech sui social. A questo punto padre Pietro Rossini risponde così: «Non stiamo qui a dare voce a una religione piuttosto che a un’altra, come preti non possiamo essere indifferenti davanti al male perpetrato a danno degli innocenti. Per noi Cristo si identifica con chi muore ingiustamente e chi viene ucciso ingiustamente».

Tra gli impegni per il futuro, mettere più forze ed energie nelle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), per «tagliare alla radice qualsiasi conflitto». Dal 18 al 20 novembre Preti contro il genocidio parteciperà infatti al convegno europeo BDS, mentre sul piano pastorale si impegna a portare avanti un dialogo con i fedeli che tratti anche la morale economica.

Lo spirito della rete rimane fortemente sinodale e, pur richiedendo prese di posizione più nette, si riconosce la delicatezza e la lentezza necessarie alla diplomazia ufficiale. In particolare, è forte l’urgenza avvertita dai membri statunitensi della rete, per i quali la complicità economica e politica è inconciliabile con il compito morale di predicare la verità e la giustizia. «Il silenzio è complice», afferma don Jacek Orzechowski da Albany, sottolineando nuovamente la necessità di una presa di posizione da parte dei vescovi statunitensi. In attesa di un pronunciamento sinodale ufficiale, la rete vuole essere testimone del fatto che già la Chiesa inizia ad affermare con chiarezza questi principi: «Siamo voce di Chiesa anche noi».

Chiude la conferenza don Rito Maresca con un invito: «Ciascuno di noi ha una sfera di influenza, che sia quella di un pastore o di un giornalista, e qualcuno grazie alle nostre parole può cambiare idea».
(fonte: Città Nuova, articolo di Flavia Cecchini 03/09/2026)

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A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America: 11 settembre 2001 un giorno che non è mai finito

A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America

11 settembre 2001
un giorno
che non è mai finito

A colloquio con Daniel Nigro, comandante dei Vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle


Si è soliti dire che ci sono giorni che sono degli spartiacque nella storia dell’umanità. Per quanto riguarda il XXI secolo sicuramente l’11 settembre 2001 è la data con cui bisogna fare i conti per comprendere il mondo in cui viviamo. Ma se in questi 25 anni si sono susseguite analisi e riflessioni sulla geopolitica mondiale, su come è cambiata la politica statunitense o ancora su come quell’evento tragico abbia inciso sul rapporto tra Occidente e mondo islamico, c’è una storia che è meno eclatante ma che riguarda la vita concreta di migliaia di persone. È la storia dei sopravvissuti all’attacco, dei familiari e amici delle vittime, di chi si è ammalato dopo l’11 settembre 2001. È la storia soprattutto di quegli eroi -— qui la parola non è retorica — che mettendo a rischio la propria vita e, purtroppo, in molti casi perdendola hanno salvato quella degli altri con atti di coraggio e abnegazione che ancora oggi toccano il cuore. Tra loro un posto speciale lo occupano i vigili del fuoco di New York — ben 343 morirono quel giorno — che sono diventati il simbolo della forza e resilienza di chi non ha voluto arrendersi al male ma ha voluto dare tutto, fino alla vita, per aiutare gli altri. A 25 anni da quella giornata, abbiamo chiesto a Daniel Nigro, comandante dei vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco terroristico, di raccontarci i suoi sentimenti in occasione di questo anniversario e di condividere le sue speranze per il futuro di New York, dell’America e dei suoi compagni vigili del fuoco.

Comandante Daniel Nigro, lei ha assunto il comando dei Vigili del fuoco di New York l’11 settembre, dopo che il suo amico, il comandante Pete Ganci, è stato ucciso nel crollo della Torre Nord. Quel giorno, in un solo giorno, ha perso 343 compagni. Venticinque anni dopo, che cosa significa per lei personalmente commemorare questo anniversario?

Il senso di tristezza non invecchia mai: dopo 25 anni è sempre lo stesso. A volte mi stupisco di essere ancora qui. Non sono giovane, e quel giorno sono morti in tanti. E dopo di allora, molti altri sono morti a causa di malattie legate a quanto successo al World Trade Center. Penso a ogni membro che abbiamo perso e ai poveri civili che sono stati uccisi e a tutto ciò che si sono persi in 25 anni. Io sono stato così fortunato da poter assistere ai matrimoni delle mie figlie e veder nascere i miei nipoti… I miei amici e altri non hanno mai potuto vivere tutto questo e non posso fare a meno di provare tristezza, quest’anno e ogni anno.

Lei ha menzionato una cosa che forse è poco nota al di fuori dei confini statunitensi. Negli anni dopo l’11 settembre, migliaia di persone, tra cui anche molti vigili del fuoco, hanno sviluppato tumori e altre malattie, e molte di loro, purtroppo, sono morte. È un fatto poco noto fuori da New York e dagli Stati Uniti. Che cosa vuole che la gente comprenda riguardo a quella cosiddetta “seconda ondata” di morti dovute all’11 settembre, quelle causate dalla malattia e non dall’attacco stesso?

È una cosa di cui eravamo consapevoli: la situazione lì, l’aria che stavamo respirando e la sua natura potenzialmente tossica. Ma come vigili del fuoco è questo che facciamo per vivere. Abbiamo trascorso mesi laggiù per cercare di recuperare i resti di ogni vittima che si riusciva a trovare. A causa del lavoro che abbiamo fatto lì, ci siamo ammalati. Penso che abbiamo perso circa 500 membri del Corpo dei Vigili del Fuoco. Il Dipartimento di polizia ha perso molti membri e molti di noi stanno combattendo con diverse forme di cancro, me compreso. Grazie a Dio io ora sto bene, ma sembra essere questa storia del dopo 11 settembre. Quando si ammaleranno e di che cosa si ammaleranno? Non è altro che una triste nota in fondo a un giorno terribile. Se c’era qualcosa che potesse rendere in qualche modo peggiore quella giornata, è stato tutto questo. Tutti noi ricordiamo coloro che sono scomparsi e che negli ultimi anni sono morti per malattie, e lo facciamo ogni anno.

Secondo lei, che cosa è cambiato nella cultura e nello spirito dei Vigili del Fuoco di New York dopo l’11 settembre, qualcosa che perdura ancora oggi e che in qualche modo ha modificato per sempre il lavoro dei pompieri della città di New York?

Bisognava superare la perdita di molti membri esperti del Dipartimento, della sua leadership, e ricostruire, cosa che abbiamo fatto. La missione dei Vigili del Fuoco rimane la stessa: siamo qui per servire la gente, per salvare vite e per salvare beni, e questo non è cambiato. Forse lo facciamo in maniera un po’ diversa. Abbiamo strumenti migliori, abbiamo una tecnologia migliore, ma i membri continuano a impegnarsi e a dedicarsi al servizio al pubblico e, di fatto, a rischiare la vita per il bene degli altri, ed è ciò che i Vigili del Fuoco fanno qui a New York sin dal 1865.

C’è un dato che mi ha davvero colpito: più di 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001. Non lo hanno vissuto direttamente. Quanto è importante qui la memoria, e come si può aiutare queste nuove generazioni di americani e di newyorchesi a comprendere ciò che è accaduto quel giorno?

È così: una buona parte della popolazione all’epoca ancora non c’era. Io sono nato pochi anni dopo l’attacco a Pearl Harbor. Sapevo di che cosa si trattava, ma sono certo che la mia esperienza non sia stata la stessa della generazione dei miei genitori, che l’aveva vissuta in prima persona. Quindi sono consapevole che la gente non ha la stessa percezione della situazione, ma cerchiamo di trasmettere l’idea di che cosa è stata quella giornata, l’impatto che ha avuto sulla città, sul Paese, sul mondo. Qualcuno lo capisce, qualcun altro no, e sono dell’idea che fintanto che svolgiamo il nostro lavoro di raccontare la vicenda, cosa che ovviamente sto cercando di fare oggi, stiamo rispettando la promessa fatta allora di non dimenticare mai. Non dimenticare mai quanti erano morti, non dimenticare mai quanti avevano sacrificato la propria vita o l’avevano persa invano. Quel giorno erano semplicemente andati al lavoro, e all’improvviso erano stati attaccati e uccisi.

Qual è la cosa più importante che vorrebbe che i vigili del fuoco più giovani, quelli che l’11 settembre non erano ancora nati o che erano troppo giovani per ricordare, capissero di quella giornata terribile e del sacrificio di cui ha parlato, il sacrificio dei loro colleghi?

Conoscono tutti la storia. Ci assicuriamo di insegnarla nella nostra Accademia dei Vigili del Fuoco quando assumiamo nuova gente. Prima di lasciare l’Accademia, vengono tutti portati a “Ground Zero”, come chiamiamo il sito del World Trade Center, per visitare il memoriale, ascoltare la storia direttamente sul posto, visitare il museo e scoprire di più al riguardo, e capire che quei membri che li hanno preceduti hanno sacrificato la propria vita per coloro che hanno subito l’attacco nelle Torri. Ed è proprio questo il senso del nostro Dipartimento: purtroppo, quando metti la vita degli altri prima della tua, puoi perderla. E questo lo comprendono, e capiranno che cosa è accaduto quel giorno. Quindi a tale riguardo facciamo il nostro lavoro. E spero solo che gran parte di ciò che s’impara riguardi gli innocenti che hanno perso la vita semplicemente lavorando nelle Torri, lavorando al Pentagono o come primi soccorritori intervenuti per aiutare coloro che hanno perso la vita. È questa la cosa importante da ricordare.

Negli anniversari — accade sempre: negli Stati Uniti, in Italia, in ogni Paese — ricordiamo le vittime, i sopravvissuti, gli atti di eroismo. E questo vale in modo particolare per un giorno come l’11 settembre. Ma poi la vita ritorna alla normalità. Come vorrebbe che questo sacrificio di tanti venisse onorato, non solo in questo giorno, ma durante tutto l’anno? Negli anni…

Molti considerano l’anniversario dell’11 settembre come un’occasione per fare del bene, il che è davvero un bellissimo modo, che si tratti di offrire pasti alle persone o di compiere altri atti di generosità. Mi auguro che prima o poi riusciamo a fare un passo indietro e dire: non possiamo cambiare quello che è accaduto quel giorno. È accaduto. È stato un giorno terribile. Ma come possiamo usare meglio le nostre vite per onorare coloro che sono morti? E il modo per farlo è essere generosi, essere gentili, essere attenti e non essere pieni di odio e vendicativi. E mi auguro che sia questo il messaggio del dopo 11 settembre: ricordiamo coloro che sono morti finché possiamo. E come afferma una fondazione, Tunnel to Towers, finché ne abbiamo la possibilità, facciamo del bene. È un messaggio straordinario.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Alessandro Gisotti 10/09/2026)


giovedì 10 settembre 2026

112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 27/09/2026 - Messaggio di papa Leone XIV: "Anche uno solo di questi bambini" - Mons. Corrado Lorefice: Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV
PER LA 112ª GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO

(27 settembre 2026)


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Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)

Cari fratelli e care sorelle!

Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37). 

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Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.

LEONE PP. XIV


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Mons. Corrado Lorefice
Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo 

In un tempo abituato a contare i morti e a considerare un nulla la vita di ogni creatura, il tema scelto da papa Leone XIV per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2026 ricorda a tutti che ogni esistenza brilla agli occhi di Dio. 

È incredibile la critica mossa alla comunità cristiana, accusata di «buonismo» e di «fare politica» quando parla di accoglienza. 
La Chiesa non anima sentimentalismi e non fa politica: fa Vangelo. 
E da qui una visione di polis, di città umana e umanizzante. Alla fine della vita, infatti, saremo giudicati non sul potere, non sul successo, ma sull’amore. Questo vuol dire che di fronte al povero, al sofferente, al bambino, non ha senso cercare spiegazioni o retropensieri. Vanno accolti, e basta. Non come si accoglie un “poveraccio”, ma come chi ha qualcosa da dirti e da darti. 

Quando capiremo che l’altro è quell’oltre che ci porta a pienezza? 
Quando capiremo che solo stando accanto ai deboli si scopre la dolcezza dell’anima e del corpo di cui parla Francesco d’Assisi nel suo Testamento? 

Il Padre misericordioso non chiede al figlio «perché sei tornato»: sei tornato, sei venuto, sei un figlio, un fratello. Altro non serve. 

Oggi i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo. Dio si ricorda di loro. Esistenze irripetibili, volti presenti singolarmente alla memoria del Padre, che giungono a ribaltare le nostre idee religiose e a metterci di fronte a uno scandalo mai sopito: sono loro il volto di Dio, perché con loro si è identificato il Figlio di Dio. 

Il modo in cui li trattiamo è la cartina di tornasole della veridicità del nostro rapporto con Dio. Dirsi cristiani e non accogliere è una contraddizione assoluta. D’altronde, Gesù è fuggito in Egitto per insegnarci che Dio non conosce frontiere. La famiglia di Nazareth che varca il confine benedice tutti gli attraversamenti di frontiera. 
Fuggire dagli Erodi che non guardano negli occhi i bambini è, a volte, l’unico modo per dare un futuro ai propri figli. 
La storia è nata e rinata da un bambino a Betlemme, così la storia dell’umanità rinasce ogni volta che un bambino viene custodito. Custodire i bambini è forse, oggi, il compito più urgente che ci sia dato. 

«Una madre a Gaza non dorme… Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno / […] per cullare i suoi bambini. / E dopo che tutti si sono addormentati, / si erge come uno scudo di fronte alla morte» (Ni’ma Hassan). 
Una madre a Gaza. Una madre in tutti i teatri di guerra del mondo. 
In questa veglia senza sonno si condensa tutto il senso di questa nostra Giornata: perché anche un solo bambino, un solo volto, una sola vita, vale come il mondo intero agli occhi di Dio e, se vogliamo davvero dirci suoi discepoli, anche ai nostri.

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“Migranti Press”, in uscita lo speciale
per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

È integralmente dedicato alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre 2026), come di consueto ogni anno, il numero doppio speciale di Migranti Press in uscita, eccezionalmente in distribuzione presso tutte le parrocchie italiane.

Il tema della Giornata (in breve, GMMR), indicato da papa Leone – “Anche uno solo di questi bambini” – è il filo conduttore dei contributi pubblicati sulla rivista, a partire dall’editoriale del presidente della Fondazione Migrantes, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, che ricorda che i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo e che la Chiesa che li tutela e li accoglie «fa Vangelo».

Il numero si struttura in due sezioni. ...



UDIENZA GENERALE 09/09/2026 Leone XIV: Promuovere e difendere l’infinita dignità umana

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 9 settembre 2026


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Promuovere e difendere l’infinita dignità umana

All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sulla «Gaudium et spes»

Intelligenza, coscienza e libertà: sono le tre espressioni più significative della «dignità della persona» richiamate dalla Gaudium et spes e rilanciate da Leone XIV all’udienza generale in piazza San Pietro, con un rinnovato appello a promuovere e difendere sempre questo unico e indelebile dono divino.

Rientrato in Vaticano la sera — al termine della giornata del martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo — il Papa ha proseguito le catechesi sui documenti conciliari e si è soffermato sul primo capitolo della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, dedicato proprio alla dignità della persona umana. A motivarlo in tal senso, ha detto, la constatazione che «il percorso da compiere» indicato dai padri del Vaticano II «non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione».

In proposito il Pontefice ha spiegato ai ventiduemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media come tale dignità sia «affidata alla responsabilità di ciascuno» e al contempo essa esiga «solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione».

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 02/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 2. La dignità umana: dono e responsabilità


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), dedicando il primo capitolo alla dignità della persona umana, sottolinea che essa è base e condizione di quei «valori che oggi sono più stimati», ma necessitano di non perdere il rapporto con «la loro divina sorgente», per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla «corruzione del cuore umano» (GS, 11).

Il cammino che ha permesso di evidenziare i tratti e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia umana. Tuttavia, il percorso da compiere non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione.

La Chiesa offre con chiarezza il suo contributo, ricordando che la dignità umana scaturisce dall’essere stesso della persona. Ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente Enciclica Magnifica humanitas: «Ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50). L’infinita dignità dell’essere umano, dunque, si radica nella sua identità di creatura fatta «“ad immagine di Dio” capace di conoscere e di amare il suo Creatore», progetto e dono di amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e servirsene a gloria di Dio» (GS, 12).

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, in quanto il Figlio «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (n. 22).

La persona dice sempre relazione, comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri, dunque un rapporto filiale con Dio Padre e un rapporto fraterno con Cristo e con tutti gli uomini. Esclude chiusure autoreferenziali. Essere persona significa percepire se stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità, nel servizio.

Tale dignità è affidata alla responsabilità di ciascuno: allo stesso tempo, essa esige anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione. Infatti, per le scelte contro la sua dignità operate lungo la storia, ancora oggi «l’uomo si trova diviso in se stesso» e «tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». Questa condizione fragile e limitata, però, può essere guardata con speranza, perché «il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il prìncipe di questo mondo” (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato» (GS, 13).

La Costituzione Gaudium et spes, inoltre, afferma che la dignità umana riguarda la totalità della persona e, perciò, vanno superate le visioni dualistiche: l’essere umano è «unità di anima e di corpo». La riduzione del corpo a “oggetto”, di cui disporre arbitrariamente, è sempre negazione della dignità della persona: «non è lecito […] disprezzare la vita corporale dell’uomo», e occorre «considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno», vigilando che esso non «si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore» (GS, 14) dal momento che tutti noi siamo feriti dal peccato.

Infine, tre sono le espressioni più significative della dignità della persona che la Gaudium et spes richiama: l’intelligenza, che rende l’essere umano cercatore insaziabile della verità (n. 15); la coscienza, per mezzo della quale egli dà unità e senso alla propria vita (n. 16); la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni (n. 17). Sono dimensioni strettamente connesse tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come suo fondamento e possibilità. Lo Spirito Santo, che dà vita in Cristo, ci rende liberi e ci assicura costantemente della nostra dignità di figli di Dio, affrancandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso: solo in Lui trova vera luce il mistero dell’uomo, da Lui riceviamo luce sull’enigma del dolore e della morte e con Lui andiamo incontro alla risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, creati a immagine di Dio, per mezzo di Cristo e in vista di Lui, abbiamo ricevuto una dignità unica e indelebile. Impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce e la forza del Vangelo.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto ...

Cari fratelli e sorelle, siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità di figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo.

Il mio pensiero va, infine, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la Festa liturgica della Natività della Beata Vergine Maria; il suo esempio e la sua materna intercessione ispirino e accompagnino la vostra vita.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


mercoledì 9 settembre 2026

Vannacci, giù le mani dal Vangelo. Il prossimo per Gesù non è «prima la propria famiglia, poi gli italiani»

Vannacci, giù le mani dal Vangelo.
Il prossimo per Gesù non è
«prima la propria famiglia, poi gli italiani»

Nel confronto con Mario Monti a Cernobbio, il generale cita il Vangelo e restringe il senso dell’amore cristiano ai propri connazionali. Ma Gesù rovescia proprio questa logica: nel buon Samaritano e nell’invito ad amare i nemici il prossimo diventa chiunque abbia bisogno, senza confini né esclusioni

Il fondatore di futuro Nazionale e deputato Europeo Roberto Vannacci al Forum di Cernobbio ANSA

Un mese fa è toccato a san Paolo, convocato come «camerata» ad appoggiare una singolare interpretazione in chiave politico-ideologica delle parole dell’Apostolo («chi non lavora neppure mangi»). Ora tocca direttamente alle parole di Gesù, che il generale Vannacci cita nel confronto con Mario Monti a Cernobbio, al Forum Ambrosetti, a proposito di Europa, che vorrebbe diversa, e Italia, per i cui cittadini vorrebbe «un ambiente sicuro e sereno. La citazione di Vannacci è questa: «Il Vangelo dice: aiuta il tuo prossimo. Ma il mio prossimo sono la mia famiglia, vicini e gli italiani. Questi sono il mio prossimo».

È una interpretazione del Vangelo non solo discutibile ma contraria a ciò che lo stesso Gesù insegna. A parte il fatto che il verbo usato da Gesù è «amare», il punto decisivo è un altro: l’insegnamento di Gesù smonta proprio quella concezione che limita l’amore del prossimo (Matteo 5,43, ripreso dal libro del Levitico 19,18) all’«amico, compagno» (questo il senso della parola ebraica tradotta con “prossimo” nell’Antico Testamento: il connazionale, il correligionario). Basta leggere le parole di Gesù per intero: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Matteo 5,43-44).

Qui una breve spiegazione è necessaria. Non è mia personale, qualunque biblista la sottoscriverebbe senza difficoltà. Nell’Antico Testamento non si legge da nessuna parte il comando di “odiare il nemico”. Era piuttosto il modo in cui il comando “Amerai il prossimo tuo” era comunemente inteso all’epoca: “Devi amare il tuo “compagno”, ma sei dispensato dall’amare il tuo nemico” (Alberto Mello, biblista): il precetto di amare il prossimo non si applicherebbe, secondo questa interpretazione corrente, al nemico.

Il fondatore di futuro Nazionale e deputato Europeo Roberto Vannacci in occasione del Forum di Cernobbio (ANSA)

Proprio il prosieguo delle parole di Gesù smonta questa restrizione del prossimo al connazionale: «Amate i vostri nemici», che significa: «la parola “prossimo” deve dilatarsi fino a includere i nemici, perché solo così possiamo imitare l’amore di Dio» (A. Mello). L’etica dell’amore è il cuore dell’insegnamento di Gesù. Ma se leggiamo le sue parole per intero, includendo anche altri insegnamenti in merito, capiamo che l’amore non conosce esclusioni di principio. Basta leggere la parabola del buon Samaritano: «Anche il samaritano che non fa parte del proprio popolo ed ha un’altra religione, è il prossimo: di più ancora: egli, senza discutere, si è mostrato prossimo di un uomo che aveva urgente bisogno di lui» (Thomas Söding, membro della Commissione teologica internazionale e autore di L’amore del prossimo, Queriniana 2018: consiglio di leggerlo a chi vuole saperne di più).

Insomma, caro Vannacci, giù le mani del Vangelo. O se proprio ritiene di citarlo, lo legga e lo studi un pochettino prima, per non piegarle alle sue idee. Non entro qui in discussione con le sue idee, ma il Vangelo, mi permetta, non è fatto per sostenere le nostre ristrette vedute, ma semmai per allargarle.

Post-scriptum: nel gennaio 2025 il vicepresidente americano JD Vance era incappato in un analogo errore a proposito dell’ordo amoris: a suo dire l’amore si applicava soltanto ai propri “vicini”. Usava il concetto di sant’Agostino di ordo amoris per giustificare la priorità di pensare prima agli americani rispetto agli immigrati. Interpretazione smentita il mese successivo, seppure indirettamente, dalla lettera di papa Francesco ai vescovi americani: in sostanza, affermava il Pontefice argentino, il vero ordo amoris deve condurre a «una fraternità aperta a tutti, senza eccezione». Linea continuata esplicitamente da papa Leone.

Le parole di Gesù aprono all’universalismo, e correttamente se ne fa interprete san Paolo quando afferma che «in Cristo non c’è Giudeo né Greco» (Galati 3,28). Tradotto in termini di dottrina sociale della Chiesa: amicizia sociale (come indica l’enciclica Fratelli tutti).

Le barriere e l’ostilità non appartengono alla visione cristiana del mondo.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Vincenzo Vitale 06/09/2026)