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sabato 24 gennaio 2026

E’ QUI. IN ALTO SILENZIO E CON PICCOLE COSE “Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono... Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui.” - III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

E’ QUI. IN ALTO SILENZIO E CON PICCOLE COSE


Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno,
io sono già amato, così come sono, per quello che sono...
Il Regno è il mondo come Dio lo sogna,
sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui.


Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Mt 4, 12-23
 
E’ QUI. IN ALTO SILENZIO E CON PICCOLE COSE
 
Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono...
Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui.


Due luoghi opposti fanno da fondale a questo Vangelo: il deserto aspro di Macheronte e il lago sereno della verde Galilea. Giovanni è in carcere ma la Parola non è imprigionata, e vola sulle frontiere.

“Gesù andò ad abitare a Cafarnao, presso il mare”.

Il lago di Galilea è il suo l’orizzonte geografico preferito, questo orizzonte d’acqua ispira in Lui scelte, parabole, miracoli, riti, parole come nascere dall’acqua e dallo Spirito; metafore: “vi farò pescatori di uomini”. L’acqua contiene un intero vocabolario di salvezza.

Gesù andò ad abitare nella Galilea delle genti, terra di frontiera, attraversata da ogni esercito e da tutti i mercanti, ponte naturale verso il mondo. Inizia dalla periferia d’Israele e non da Gerusalemme, perché per una legge sociologica universale il centro conserva e i margini innovano.

E inizia su rive che sanno di vento, di vele spiegate, di partenze.

Come Gesù, il cristiano è di casa nelle terre di frontiera, là dove ci sono improvvisi soffi di Spirito che aprono strade, dove c’è bisogno di innalzare le bandiere della pace. La Chiesa nasce lì, sulla prima luce che spunta, diventando, per tutti, per ogni naufrago, terra di approdo, pontile dove attraccare. Ogni comunità, un porto di terra.

Matteo ci consegna le prime parole di Gesù: Convertitevi. Invito che inaugura un Vangelo di movimento: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Non un’imposizione, ma un’opportunità per tutti di vivere meglio. Regno di Dio significa che un altro mondo è possibile.

Pensavamo di incontrare Dio come risultato di una lunga marcia, invece è Lui che viene. Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono e degno, io sono già amato, così come sono, per quello che sono.

La realtà non è solo questo che si vede, nel mondo c’è una incandescenza divina che scorre e che prima o poi si accende ed esplode. Un Dio diramato dentro le vene della storia; un Dio che è qui, con le mani impigliate nel folto della mia vita, non per giudicarla ma per farla fiorire in ogni sua forma.

“Il Regno si è fatto vicino”. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna, sintesi delle speranze e fine delle paure. Il Regno è qui. E’ qui come lievito dentro la pasta, come primavera dentro i nostri inverni, come polline fecondo dentro il nostro eden appassito. “E’ qui” significa che l’esito della storia sarà felice nonostante terrorismi e crisi, arsenali nucleari e inquinamento, le guerre e il degrado che ci assedia. E se io lo credo, non è per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio dolente dei nostri giorni, ma perché Dio si è impegnato.

Il Regno è qui. Energia immensa a cui mi abbandono, che è sempre a mia disposizione e a cui posso attingere ad ogni istante.

Il Regno è qui! Vale a dire: Dio è all’opera per seppellire tesori nei campi dei cuori, per seminare perle nel mare, in alto silenzio e con piccole cose.


Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 - 7° GIORNO: Il dono di Dio dato nel battesimo

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

 “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito 
come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,1-13).


7° GIORNO: Il dono di Dio dato nel battesimo
 
Versetto del giorno

“Eppure a ciascuno di noi Cristo ha dato la grazia sotto forma di doni diversi.” (Ef 4, 7)


Letture bibliche supplementari

Geremia 1, 4-9; Salmo 131 (130), 1-3; Matteo 25, 14-18

Commento

Nell’unità che hanno ricevuto da Dio come dono, le chiese e tutte le comunità locali sono diverse tra loro, poiché la grazia viene assegnata in base al dono di Cristo che contribuisce alla costruzione del Regno di Dio. Questi doni spirituali sono concessi da un unico Signore, in un unico battesimo, per un unico scopo. Diversità nell’unità: questa è l’unica ricchezza e potenza della Chiesa, fondata su Cristo, nell’azione dello Spirito Santo.

Per riflettere

Come cambieranno le nostre relazioni, se accetteremo che la diversità dei doni non è motivo di contrasto e rivalità, bensì di rafforzamento e condivisione reciproca?


Preghiera

Signore Gesù Cristo, dall’opera dello Spirito Santo nell’unico battesimo, hai elargito su di noi grazie meravigliose e molteplici, doni per l’edificazione del tuo Corpo, la Chiesa. Concedici ora il desiderio di apprezzare appieno la ricchezza della loro diversità e di adoperarli fruttuosamente per favorire la diffusione del Vangelo. Nel tuo Nome preghiamo. Amen.


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7° GIORNO: Il dono di Dio dato nel battesimo (Mt 25,14-18)
commento di Dianet de la Caritad Martinez Valdes, pastora battista e teologa,
membro del gruppo di servizio degli ambasciatori/ambasciatrici di pace Ucebi

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7) La “Magna Charta” del cristiano per un progetto di umanizzazione del mondo - MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano 
per un progetto di umanizzazione del mondo

Mercoledì della Bibbia – 2026

promossi dalla
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)

Di presenza nella Sala del Convento e on line

dal 4 Febbraio al 18 Marzo
dalle h. 20.00 alle h. 21.00

Cari amici e amiche.

In questo tempo di violenza, guerra e disprezzo dei diritti umani, dove il dominio della legge del più forte, il delirio di onnipotenza e l'esaltazione dell'IO la fanno da padroni, siamo chiamati ad uscire da una fede cristiana infantile, intimistica (altra cosa è l’interiorità!) e superficiale, e a radicarci sempre di più in Gesù, nel suo Vangelo e nella sua prassi.

Per questo abbiamo scelto di leggere e meditare il “Discorso della Montagna”, che, ben a ragione, la tradizione considera la Magna Charta del cristiano.

Sono pagine impegnative, certo, ma fondamentali, poiché interpellano ogni cristiano, sia dal punto di vista personale ed ecclesiale-comunitario, sia da quello sociale e politico, politico nel senso del nostro modo di abitare la città (polis), il territorio e il mondo, e di sentirsi non estranei, ma parte viva di questa nostra umanità che gioisce, spera e «soffre le doglie del parto» (Rm 8,22), nell’attesa che per nasca una nuova umanità, un mondo migliore (cf. Rm 8,18-25).

Nello stesso tempo, il “Discorso della Montagna” ci libera da ogni forma di strumentalizzazione politico-partitica, economico-privatistica e guerra-fondaia del nome di Dio, al fine di imparare a vivere in questo mondo una sana laicità, che si prende cura e si fa custode dell’umano, e non sventola e brandisce nelle piazze parole, preghiere e simboli religiosi, né sacralizza e divinizza persone, opere e istituzioni.

Di questa sana laicità, radicalmente fondata nella Parola di Dio, oggi abbiamo bisogno!

Al riguardo, noi cristiani siamo chiamati a scolpire nel cuore e nella mente la conclusione del “Discorso della Montagna” (cf, Mt 7,21-27), accostandolo, magari, alla conclusione del “Discorso escatologico-apocalittico (rivelativo)” di Mt 25,31-46:

 

«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande» (Mt 7,21-27).



Mercoledì 4 Febbraio
Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (Roberto Toni).

Mercoledì 11 Febbraio
La giustizia “eccedente” di amore: dal “non uccidere” a “l’amare il nemico”: Mt ,5,20-48
(Carmelo Russo).

Mercoledì 25 Febbraio
Stare davanti a Dio come figli e con gli uomini come fratelli: Mt 6,1-18 (Alberto Neglia).

Mercoledì 4 Marzo
«Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia», per non essere schiavi di “mammona” e dei pre-giudizi: Mt 6,19-7,27 (Maurilio Assenza).

Mercoledì 11 Marzo
«Non resistere al male con la violenza»: Lev Tolstoj rilegge il Discorso della Montagna
(Gregorio Battaglia).

Mercoledì 18 Marzo
L’“intelligenza artificiale”: una sfida per rimanere umani (Vittorio Rocca).

Per seguire la diretta on line:
https://m.youtube.com/user/QdV100/live


Enzo Bianchi - Le nostre liturgie parlano ai giovani?

Enzo Bianchi
Le nostre liturgie parlano ai giovani?

Basta andare a una Messa per accorgersi che sono altrove. Forse non mostriamo il volto di Gesù

Famiglia Cristiana - 18 Gennaio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Quando entriamo in una chiesa per vivere la liturgia vediamo in tutta la navata i fedeli che sono rivolti al crocifisso, all’altare centro dell’azione liturgica. Ma quelle nuche che osserviamo sono quasi tutte bianche e dicono subito l’età dei fedeli: sono cristiani e cristiani nella vecchiaia! Questa visione desta nel mio cuore sentimenti di tristezza perché vedo una chiesa mutilata, una chiesa nella quale manca una parte, i giovani. Perché non sono qui? Perché non partecipano all’eucaristia? Dov’è la nuova generazione cristiana? Da anni siamo consapevoli di questa patologia ecclesiale: una chiesa che non ha più giovani è destinata a diminuire, fino a sparire. E questo già avviene in alcune regioni come il Piemonte, la Liguria, la Toscana.

E che cosa sappiamo dire loro, noi come chiesa? I giovani cercano la vita e noi apprestiamo delle liturgie nelle quali chi partecipa sente di ricevere vita e vita abbondante? Perché se non riceve vita non è giustificata nessuna partecipazione. I giovani non sono atei, non sono nemici né del cristianesimo né della chiesa, sono semplicemente indifferenti a discorsi, atteggiamenti, volti, parole che non dicono loro niente, non portano vita. Noi dovremmo interrogarci seriamente, e a questo ci invitano anche i vescovi italiani: abbiamo una liturgia eloquente per i giovani? Nella liturgia facciamo e diciamo parole che arrivano a toccare il cuore di un giovane? C’è posto nelle nostre assemblee per il vissuto dei giovani? E soprattutto noi facciamo vedere loro Gesù Cristo, il Vangelo, o continuiamo a dare loro dottrina, a esortarli con la morale, a schiacciarli con servizi che servono all’istituzione non alla realtà dei poveri ancora fuori dalla chiesa? Ai giovani facciamo vedere troppa chiesa e troppo poco Gesù Cristo che è vita!
(fonte: Blog dell'autore)

venerdì 23 gennaio 2026

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 - 6° GIORNO: Un solo Signore e Padre

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

 “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito 
come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,1-13).


6° GIORNO: Un solo Signore e Padre
 
Versetto del giorno

“Uno solo è Dio, Padre di tutti, al di sopra di tutti, che in tutti è presente e agisce.” (Ef 4, 6)


Letture bibliche supplementari

1 Re 8, 56-60; Salmo 148, 7-13; Matteo 5, 44-48

Commento

Nella Lettera agli Efesini 4,6, l’apostolo Paolo evidenzia la profonda unicità di Dio, dichiarando che Egli è “al di sopra di tutti, che in tutti è presente e agisce”. Dio è sia trascendente, giacché esiste al di là di tutto, sia immanente, giacché è presente e operante all’interno del suo creato. Questa verità fondamentale chiama la Chiesa a incarnare e vivere l’unità, radicandosi nella fede condivisa in un unico vero Dio che è Padre di tutti i credenti. Con la parola “tutti”, si intende che ogni persona creata a immagine di Dio ricade sotto la sua autorità. L’adorazione di un unico Dio crea un forte legame di unità tra i cristiani. Proprio come i membri di una famiglia trovano nell’amore per un genitore il proprio terreno di appartenenza comune, così i cristiani sono chiamati a essere uniti nella loro devozione allo stesso Padre.

Per riflettere

In che modo l’immagine di Dio come Padre amorevole e premuroso nei confronti di tutti può costituire parte della missione e del ministero delle nostre varie comunità ecclesiali, e aiutarle a promuovere una testimonianza cristiana più unitaria a livello internazionale?


Preghiera

Ti professiamo con fede e ti adoriamo, Padre amorevole, perché Tu sei in cielo al di là delle parole e in terra al di là di ogni comprensione, per mezzo del tuo Figlio, Gesù Cristo. Nel tuo tenero Amore, sei l’inizio e il compimento di tutto. Gloria per sempre a te, Padre, con il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.

San Gregorio di Narek

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Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti servono adulti coerenti e credibili

Pasquale Pugliese*
 
Violenza genera violenza:
per disarmare gli adolescenti servono adulti coerenti e credibili


La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento.
Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli USA, gli esempi sono infiniti).

Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”.

Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale.

La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti.

Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale.
Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale.

L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse.

Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali.

Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza.

[Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano]

*Pasquale Pugliese, nato a Tropea, vive e lavora a Reggio Emilia. Di formazione filosofica, si occupa di educazione, formazione e politiche giovanili. Impegnato per il disarmo, militare e culturale, è stato segretario nazionale del Movimento Nonviolento fino al 2019. Cura diversi blog ed è autore di “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini” e "Disarmare il virus della violenza" (entrambi per le edizioni goWare, ordinabili in libreria oppure acquistabili sulle piattaforme on line).
(fonte: Pressenza 20/01/2026)


Tonio Dell'Olio - Il Board aziendale di Trump


Tonio Dell'Olio
 
Il Board aziendale di Trump
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  22 Gennaio 2026

Per anni abbiamo immaginato, sognato e proposto una riforma in senso democratico delle Nazioni unite. Il riferimento è soprattutto al Consiglio di sicurezza. Ora arriva Trump che dell’Onu ha una considerazione pari a nulla e propone un “board of peace”. Ma c’è da chiedersi quale ‘board’? E quale ‘peace’?

Il board è formato da nazioni più o meno compiacenti che lui invita e la pace è quella che lui stesso impone come, quando e dove vuole. Infatti nello statuto, Trump in quanto Trump e nemmeno in quanto presidente Usa, ne diventa l’amministratore delegato (ma da chi?) e, quando lo deciderà, nominerà un suo successore. 
Non nasce in funzione Gaza ma è piuttosto “un organismo a vocazione globale” come lo definisce l’ambasciatore Pasquale Ferrara nell’editoriale di Avvenire. 
Infatti sempre nello statuto si legge che si tratta di “un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità e a garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”. 

Pertanto si tratta di sostituire il Consiglio di sicurezza nato dall’accordo tra i governi che parteciparono alla redazione della Carta nel 1944, con un consesso di sudditi proni al volere dell’imperatore. Il funzionamento del board, infatti, assomiglia molto più a quello di un’azienda che a un organismo democratico. 

Se posso continuare a sognare, mi auguro che proprio questa proposta possa generare la volontà di una riforma in senso democratico delle Nazioni unite per evitare il rischio di derive imperialiste come quello del Board of peace.

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Per approfondire leggi anche:

In un contesto caratterizzato da dazi e guerra commerciale dichiarata e in parte già in atto, esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale, delle imprese, della società civile e del mondo accademico si ritrovano a Davos per l’annuale meeting del World Economic Forum.
La piccola località svizzera del Canton Grigioni è in questi giorni il centro del mondo, anche per la possibilità di incontri a tu per tu dei leader mondiali. E non c’è dubbio che la partecipazione del presidente statunitense Donald Trump segnerà dibattiti e confronti. Sull’efficacia di eventi come quello in corso abbiamo parlato con Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico, docente alla Lumsa, direttore scientifico di «The Economy of Francesco» e presidente della Scuola di Economia civile. ...
Il professore di diritto internazionale analizza la nascita e la formalizzazione del Board of Peace promosso dagli Stati Uniti: natura giuridica, contesto multilaterale inedito, differenze con il sistema Onu e possibili implicazioni su Gaza, Ucraina e Groenlandia
Il presidente americano da Davos rilancia la proposta di un organismo internazionale privato per la ricostruzione di della Striscia la gestione dei conflitti globali, con membri scelti tra leader e personalità influenti. L’iniziativa, finanziata con un miliardo di dollari, suscita dubbi su trasparenza, equilibrio di poteri e compatibilità costituzionale, mentre diversi leader mondiali chiedono chiarimenti prima di aderire
Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie.
Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica. Al contrario, l’Italia e l’Unione Europea devono fare quello che non hanno ancora voluto fare: mobilitare tutti i governi disponibili per difendere e rilanciare l’Onu, il diritto e la legalità internazionale.
Il “Board of Peace” di Trump è una minaccia esistenziale all’Onu che è e resta l’unica autorità legale universale. ...


giovedì 22 gennaio 2026

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 - 5° GIORNO: Una sola fede, un solo battesimo

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

 “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito 
come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,1-13).


5° GIORNO: Una sola fede, un solo battesimo
 
Versetto del giorno

“Uno solo è il Signore, una sola è la fede, uno solo è il battesimo.” (Ef 4, 5)


Letture bibliche supplementari

Zaccaria 14, 6-9; Salmo 100 (99), 1-5; Matteo 28, 16-20

Commento

Nel versetto 4,5 della Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo sottolinea che l’atto del battesimo consolida l’unità cristiana, segnando l’ingresso dei credenti nella comunione della Chiesa e affermando la loro testimonianza condivisa nello stesso Signore. È il battesimo a creare l’identità comunionale della Chiesa, poiché siamo uno nel Corpo del Signore. Questo sacramento serve a ricordarci con forza che, sebbene i membri della Chiesa possano provenire da contesti diversi, la loro unità nella fede e nel battesimo trascende ogni divisione. Ponendo al centro questi elementi unificanti, la Chiesa può celebrare la sua diversità rimanendo saldamente unita. È una sfida a dare priorità alla nostra comune identità in Cristo e, nonostante il permanere delle nostre differenze, rafforzare il legame di noi fedeli in Gesù Cristo.

Per riflettere

Quali iniziative di collaborazione possono essere intraprese dalle nostre varie comunità, per celebrare la nostra fede comune in Gesù Cristo e l’unità sugellata dal battesimo?


Preghiera

Spirito di Dio e vero Dio, che scendesti sul fiume Giordano e nel cenacolo; che ci hai illuminato con il battesimo nel santo fonte, abbiamo peccato contro il Cielo e davanti a te, purificaci nuovamente con il tuo fuoco divino, come fu per gli apostoli con le lingue di fuoco. Abbi pietà di ogni tua creatura, specialmente di noi.  Amen.
San Narsete il Grazioso di Gla

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UDIENZA GENERALE 21/01/2026 Leone XIV: Pregare per la pace contro la “moda” della guerra

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 21 gennaio 2026


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All’udienza generale l’invito di Leone XIV in un momento storico 
segnato da «una crescente perdita del valore della dignità umana»

Pregare per la pace contro la “moda” della guerra


Il Papa prosegue le catechesi sul Vaticano II e nel cuore della Settimana ecumenica esorta all’unità dei cristiani

L’oggi della storia sembra segnato dalla “moda” della guerra e da «una crescente perdita del valore della dignità umana». Perciò occorre pregare per la pace, affinché il Signore aiuti l’umanità a «trovare cammini di giustizia e riconciliazione». È l’invito di Leone XIV risuonato al termine dell’udienza generale odierna in Aula Paolo VI. Allo stesso modo, nel cuore della Settimana ecumenica il Pontefice ha esortato i cristiani ad allontanare la divisione «per comporre saldi legami di unità».

In precedenza, proseguendo il ciclo di catechesi incentrato sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha nuovamente dedicato la sua riflessione alla Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione, soffermandosi su «Gesù rivelatore del Padre».

Tre i punti evidenziati: Gesù rivela il Padre coinvolgendo l’umanità nella propria relazione con Lui, grazie al Figlio «conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti» e infine Cristo è rivelatore del Padre «con la propria umanità». Il Signore infatti — ha detto il vescovo di Roma — «s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi». Dunque, per conoscere Dio in Cristo «la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. È l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre».
(fonte: L'Osservatore Romano 21/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 2. Gesù Cristo rivelatore del Padre


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguiamo le catechesi sulla Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, sulla divina Rivelazione. Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. È ciò che è accaduto in Gesù Cristo. Dice il Documento che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplende a noi in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione (cfr DV, 2).

Gesù ci rivela il Padre coinvolgendoci nella propria relazione con Lui. Nel Figlio inviato da Dio Padre «gli uomini […] possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina» (ibid.). Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito. Lo attesta ad esempio l’evangelista Luca quando ci racconta la preghiera di giubilo del Signore: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”» (Lc 10,21-22).

Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti (cfr Gal 4,9; 1Cor 13,13). Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo «Verbo eterno illumina tutti gli uomini» (DV, 4) svelando la loro verità nello sguardo del Padre: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.8), dice Gesù; e aggiunge che «il Padre conosce le nostre necessità (cfr Mt 6,32). Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena. Scrive San Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, […] perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”» (Gal 4,4-6).

Infine, Gesù Cristo è rivelatore del Padre con la propria umanità. Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità: «Perciò egli – dice il Concilio –, vedendo il quale si vede il Padre (cfr Gv 14,9), con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione» (DV, 4). Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. È l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre (cfr Gv 1,18).

A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali. Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Gesù stesso ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà: «Guardate gli uccelli del cielo – dice –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» (Mt 6,26).

Fratelli e sorelle, seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio: «Se Dio è per noi – scrive ancora San Paolo –, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, […] non ci donerà forse ogni cosa insieme a Lui?» (Rm 8,31-32). Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui.

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Saluti

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Nel salutare i pellegrini italiani presenti, rivolgo un pensiero particolare alla delegazione del Policlinico militare “Celio” di Roma, ai gruppi parrocchiali di Lomagna, Civitavecchia, Ruvo di Puglia, Pisticci Scalo e Messina.

Il mio saluto si estende, poi, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Ci troviamo nella Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, che quest’anno ha per tema «Uno solo è il corpo, uno solo è lo spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Efesini 4,4). Chiediamo al Signore di elargire il dono del suo Spirito a tutte Chiese sparse nel mondo perché, attraverso di esso, i cristiani allontanino la divisione per comporre saldi legami di unità.

A tutti la mia benedizione!


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Vito Mancuso - Perchè Gesù amava i poveri

Perchè Gesù amava i poveri

«È impossibile dare una sola interpretazione del Discorso delle Beatitudini di Gesù. Di certo, la predilezione per gli ultimi era dovuta alla loro capacità di accettare un regno nuovo».

La Stampa 12 dicembre 2025


Tra le parole più famose e più importanti di Gesù vi sono le beatitudini, di cui però possediamo due versioni differenti e non poco discordanti. Secondo il Vangelo di Matteo infatti esse sono otto e vennero pronunciate da Gesù dopo essere salito “sul monte” all’inizio del celebre “discorso della montagna”; secondo il Vangelo di Luca invece sono quattro e vennero pronunciate “in un luogo pianeggiante”. Come andarono realmente le cose? Non lo sapremo mai. Possiamo però arrivare almeno a stabilire quali furono le parole autentiche di Gesù? …

Il Gesù di Matteo è più spirituale e meno politicamente inquietante rispetto a quello di Luca. Per lui i poveri dichiarati beati sono i poveri “in spirito”, mentre per Luca sono i poveri e basta, materialmente tali: “Beati i poveri”. Questo Gesù giunge a minacciare i ricchi per il solo fatto di essere tali: “Guai a voi ricchi!”, parole che il Gesù di Matteo si guarda bene dal pronunciare. La seconda beatitudine, che in Matteo è “beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”, in Luca è molto più cruda e materiale: “Beati voi che ora avete fame”. Il contrasto si attenua nelle altre beatitudini, ma il bilancio complessivo è chiaro: per il Gesù di Luca la povertà materiale è spiritualmente feconda e la ricchezza è un ostacolo invalicabile, per il Gesù di Matteo invece ciò che è decisivo non è la dimensione materiale ma quella spirituale: è della giustizia che occorre essere affamati, non basta certo lo stomaco vuoto.

Nel suo vangelo Luca insiste sulla dimensione socio-politica fin dall’inizio, visto che nella composizione poetica attribuita alla madre di Gesù detta tradizionalmente Magnificat presenta espressioni di questo tipo: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Carlo Maria Martini definì Luca “provocatore”, aggiungendo persino che è “uno di sinistra” (“ein Linker”, come si legge nell’edizione originale tedesca di “Conversazioni notturne a Gerusalemme” del 2008, espressione cancellata nell’edizione italiana pubblicata da Mondadori). Ma chi tra i due evangelisti ci trasmette più autenticamente il Gesù storico? Gesù era più conservatore come in Matteo o più progressista come in Luca?

L’evangelista più antico, Marco, riporta un detto (ripreso dagli altri due sinottici) che presenta una filosofia della storia assai cupa: “I governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono”. Avere il potere ed essere un oppressore per Gesù era quindi la stessa cosa. La scena delle tentazioni sia in Luca sia in Matteo si muove nella stessa prospettiva perché rivela che per Gesù il successo politico e materiale richiede una sottomissione a Satana. Il quarto vangelo sostiene a sua volta questa visione visto che definisce Satana per ben tre volte “il capo di questo mondo”. Ne viene che non era Luca a essere “di sinistra” ma lo era Gesù, per cui non vi possono essere dubbi sul fatto che le beatitudini di Luca siano più vicine a quelle originarie, forse del tutto coincidenti.

Cosa pensare allora delle beatitudini di Matteo? A mio avviso esse rappresentano una versione più raffinata e spiritualmente più matura che scaturisce da un’analisi più attenta sia della rivelazione biblica nel suo complesso sia della effettiva logica che muove la storia. Sul tema povertà-ricchezza la Bibbia ha una visione ambivalente: da un lato i profeti considerano negativamente la ricchezza, dall’altro lato i libri storici e sapienziali la giudicano un dono di Dio. Ecco per la prima prospettiva il profeta Isaia: “Guai a coloro che aggiungono casa a casa e uniscono campo a campo, al punto da occupare tutto lo spazio, restando i soli abitanti del paese” (Isaia 5,8; un detto che oggi fotografa alla perfezione l’illegale espansione dei coloni israeliani nei territori palestinesi). Ed ecco invece quanto si legge in Proverbi 10,22: “La benedizione del Signore arricchisce”. Siamo quindi in presenza di una palese contraddizione: da un lato la ricchezza è condannata in quanto frutto di ingiustizia, dall’altro è lodata in quanto segno della benedizione divina. A mio avviso Matteo colse tutto ciò e per questo giunse a modificare la versione originaria delle beatitudini.

Non bisogna però pensare che in questo modo egli tradì il pensiero originario di Gesù, ma che semmai lo integrò alla luce della complessiva rivelazione biblica e di altri detti gesuani (si pensi per esempio alla parabola dei talenti o a quella delle mine). Ma soprattutto occorre considerare che la predilezione di Gesù per i poveri (così accentuata da Luca, attenuata da Matteo e del tutto assente in Giovanni) non è da intendere né come un innaturale amore per la miseria, né come solidarietà di classe date le origini umili di Gesù, né tanto meno come un’incipiente lotta di classe che farebbe di Gesù uno dei primi socialisti della storia. Tutto il suo insegnamento infatti, compresa la predilezione per i poveri, va riferito alla sua idea fondamentale: quella del regno di Dio e della sua venuta imminente. Rivolgendosi alle folle, Gesù osservava che i poveri erano insoddisfatti del loro status e per questo desiderosi di cambiamento, per cui prestavano la più grande attenzione al suo annuncio di un cambiamento radicale della storia. Parlando con i ricchi, invece, Gesù si imbatteva in persone soddisfatte della loro condizione e quindi ben poco desiderose di cambiamenti. Per questo egli prediligeva i poveri: non per motivi sociopolitici né per solidarietà di classe, ma per la maggiore apertura al suo annuncio e la conseguente disponibilità al cambiamento di vita.

Il che è esattamente quanto comprese in profondità l’evangelista Matteo quando decise di aggiungere “in spirito” alla prima beatitudine: chi appartiene veramente al regno di Dio, infatti, è chi vive per qualcosa di più importante di sé, è questi il vero “povero in spirito”. È solo nello spirito, infatti, non certo nelle tasche, che si gioca la relazione della nostra anima con l’eternità.
(fonte: sito dell'autore)

mercoledì 21 gennaio 2026

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 - 4° GIORNO: Chiamati a una sola speranza

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

 “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito 
come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,1-13).


4° GIORNO: Chiamati a una sola speranza
 
Versetto del giorno

“Una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati.” (Ef 4, 4)


Letture bibliche supplementari

Deuteronomio 6, 4-9; Salmo 24 (23), 1-6; Giovanni 17, 20-26

Commento

Nella Lettera agli Efesini 4,4, l’apostolo Paolo sottolinea la relazione di profonda unità che caratterizza l’intera Chiesa nel mondo. Tale unità è radicata nell’unico Spirito e nell’unica speranza che uniscono tutti i cristiani nella fede. Il giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo ha infiammato i cuori degli apostoli e dato avvio alla missione universale della Chiesa. Questo stesso Spirito ci offre ogni strumento necessario a tal fine e sostiene la nostra missione collettiva nel mondo attuale, promuovendo una Chiesa che trascende i confini nazionali e culturali. La nostra comune speranza della salvezza in Gesù Cristo è la pietra angolare di questa unità, in cui si ritrovano genti diverse all’interno di un’unica Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. In quanto cristiani, questa unica speranza e questo unico Spirito, mediante il quale siamo battezzati e rinnovati, costituiscono la nostra identità. Il nostro compito è quello di garantire che questa unità non sia solo un concetto, ma una realtà vissuta che rafforza la nostra missione condivisa e nutre l’amore reciproco tra gli esseri umani.

Per riflettere

In che modo possiamo, come chiesa o come singole comunità, accettare la sfida che ci viene posta dalla nostra unica vocazione, pur preservando la nostra identità e le nostre tradizioni specifiche?

Preghiera

Gesù Cristo, ci hai riuniti in tutta la nostra diversità come tua famiglia e come Chiesa. A fronte delle tante situazioni sulla terra in cui la speranza ha lasciato il posto alla disperazione e a cuori feriti, rinnova la nostra speranza nell’opera dello Spirito Santo che trasformerà il mondo. Portaci a diffondere questa speranza a tutti e in ogni luogo. Tu sei la vera Luce, che scaccia le tenebre del peccato e fa risplendere nei nostri cuori la gioia e la speranza del tuo Amore eterno. Amen.

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I vescovi italiani e la guerra Intervista a don Bruno Bignami

I vescovi italiani e la guerra
Intervista a don Bruno Bignami

Dialogo di approfondimento con il direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei a proposito di alcuni punti della dettagliata Nota pastorale della Cei su Educare a una pace disarmata e disarmante

Immagine dalla parata militare per la Festa della Repubblica Roma, 02 giugno 2024. ANSA/ANGELO CARCONI

Viviamo una congiuntura straordinaria in cui in diversi Paesi europei è stata reintrodotta la leva obbligatoria. Occorre preparare le famiglie «a mandare i loro figli e le loro figlie in guerra contro la Russia», ha affermato senza troppi giri di parole il capo di Stato maggiore della Difesa britannico, Richard Knighton.

In Italia si prevede un piano straordinario di assunzioni nelle forze armate in linea con la politica di riarmo dettata dalla Commissione Ue che invita a «trasformare l’economia in assetto di guerra», per essere preparati ad uno scontro bellico in Europa non più relegato alle ipotesi remote.

È in questo scenario che occorre leggere con attenzione la recente Nota pastorale sull’educazione della pace della Cei. Un testo molto dettagliato che non resta sul piano astratto. Cerchiamo di entrare nel merito di alcuni temi con questa intervista a don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei.

Che ruolo ha un documento di carattere pastorale così dettagliato sulla pace? A chi si rivolge e in che maniera dovrebbe essere accolto nelle comunità cristiane per portare frutto?

In un tempo in cui il comando prevalente e condiviso è: «Armatevi!», la comunità cristiana sente il bisogno di depotenziarlo in «Amatevi!». Il clima culturale che spinge alla folle corsa agli armamenti e a rafforzare l’idea del nemico, la scelta di arruolare i più giovani, hanno il sapore di un clamoroso autogol. È psicosi bellica. Tutti sappiamo infatti che le guerre sono ibride, combattute con droni e missili, minacciate con potenti dispositivi nucleari: la leva obbligatoria non risponde più alle guerre in trincea del secolo scorso. E allora, perché arruolare sempre più gente? Forse serve a giustificare una mentalità bellica, per farla diventare logica condivisa. Se tutti si preparano alla guerra, la guerra verrà!

I cristiani non ci stanno. La Nota è preziosa per dire che l’urgenza è preparare la pace. Si tratta di mettere in campo una grande attività educativa per aiutare le persone ad aver cura delle relazioni e della propria umanità. La guerra disumanizza. Paolo VI nell’ottobre 1965 all’ONU lo aveva detto senza mezzi termini: «Le armi ancora prima che produrre vittime, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia del popoli». Occorre agire ora per formare coscienze, rendere consapevoli le comunità. Del resto, Leone XIV ai vescovi italiani nel giugno scorso ha chiesto di trasformare ogni comunità in «casa della pace». Alla pace ci si allena quotidianamente. Non è una scelta saltuaria, quando ci si trova al bivio tra usare un’arma o deporla. La pace si vive in famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, nella politica, nei condomini, nelle città, nelle parrocchie… e poi sarà pace anche tra i popoli!

Nella Nota troviamo citazioni di molti autori tra i quali in maniera particolare la figura di don Primo Mazzolari, considerato troppo in anticipo ai suoi tempi tanto da non poter firmare il suo testo fondamentale Tu non uccidere, che ora è indicato nella Nota come punto di riferimento per discernere nel nostro tempo. Da dove nasce l’interesse verso l’insegnamento di un prete di periferia spesso incompreso nella sua Chiesa?

Trovo che un pregio della Nota sia anche quello di presentare una varietà di testimoni di pace. Una scelta quanto mai opportuna perché fa comprendere che non siamo all’anno zero. Ci sono molte persone che hanno vissuto la nonviolenza. Ci sono credenti che hanno annunciato il Vangelo attraverso la beatitudine di essere costruttori di pace. Ci sono laici che hanno mostrato un cuore disarmato. Ci sono cristiani che hanno preferito morire piuttosto che uccidere. Camminiamo portati sulle spalle di giganti a cui dobbiamo la fede e il coraggio che proviene dal messaggio di Cristo. Uno di questi è don Primo Mazzolari, prete «pacifista», autore di pagine memorabili sulla necessità del disarmo e di superare la teoria della guerra giusta. Tu non uccidere è un quadro che rappresenta il Vangelo della pace. La testimonianza di don Primo è ancora attuale per la capacità di leggere i cambiamenti della storia e di dare risposte adeguate. Il parroco di Bozzolo ha attraversato le due guerre mondiali del Novecento ed è giunto alla conversione alla pace e alla nonviolenza. Purtroppo, pagano le guerre soprattutto le popolazioni civili: bambini, donne, anziani e persone innocenti.

Nella Nota si invita a formare alla nonviolenza, citando figure come M.L. King e Gandhi che rimandano a forme di disobbedienza civile. Solitamente, tuttavia, si afferma che occorre distinguere la libera scelta nonviolenta personale dal realismo politico di chi è investito di responsabilità istituzionali. Ma nel messaggio per la giornata della pace del 2017, papa Francesco invitò a praticare una politica della nonviolenza attiva. Si tratta di una tensione utopica o esistono esempi e pratiche da seguire e sostenere?

La nonviolenza attecchisce solo in un contesto di dialogo vissuto. Non si improvvisa. Se ci pensiamo, la violenza diventa consuetudine quando ci neghiamo alle relazioni. Il Messaggio di papa Francesco del 1° gennaio 2017 proponeva come modello Madre Teresa di Calcutta. La santa era convinta che abbiamo bisogno di imparare a stare insieme, più che di produrre armi. La forza degli ordigni, infatti, è ingannevole: è anticipata dalla costruzione del nemico e vede come unica soluzione l’eliminazione dell’altro e la sua distruzione. La nonviolenza abita invece il conflitto trasformandolo in nuova possibilità. Scriveva Francesco: «La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto». Le differenze portano attriti, ma se le si affronta senza violenza, è giocoforza che prenderà il sopravvento la creatività umana. Le relazioni generano capolavori. Esperienze che si fondano su questi principi le vediamo presenti nel Sermig di Torino, a Rondine Cittadella della Pace presso Arezzo, nelle recenti attività di Arena di pace. Nel quotidiano molti credenti vivono queste dimensioni in ambito sociale e le fanno diventare opzioni politiche. La nonviolenza attiva, nel momento in cui chiude lo spazio all’uso delle armi, diventa il campo aperto della fantasia umana. Fa intendere che il perdono non è una bestemmia, non è la scelta dei deboli, ma il piccone che apre sentieri di futuro.

La nostra epoca è simile, secondo molti, al periodo precedente il primo conflitto mondiale (quello definito dei «sonnambuli» diretti al mattatoio secondo lo storico Clarke) in cui sembrano riproporsi nella comunità ecclesiale le stesse lacerazioni tra interventisti nazionalisti o democratici e neutralisti assoluti o condizionati all’obbedienza all’autorità legittima. In che modo la Nota pastorale può essere un contributo al dialogo intra ed extra ecclesiale?

Rispetto al 1914-18 siamo in un contesto molto differente. La globalizzazione ha reso il mondo un unico villaggio e le armi disponibili adesso sono infinitamente più pericolose e distruttive. Di simile c’è però un clima culturale che rischia di accettare la guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Ecco la ragione della Nota che vuole contribuire al dialogo tra le parti. C’è bisogno di esercizi di riconciliazione all’interno della Chiesa, tra le comunità ecclesiali, tra le fedi religiose e con tutti. L’ecumenismo non è più solo esigenza per un rapporto non conflittuale con le altre Chiese cristiane, ma è uno stato di coscienza permanente che va coltivato. Quando c’è un conflitto la prima cosa a cui pensare non è come prevalere generando sospetti e angosce, ma come parlare, spiegarsi e tenere aperti canali di dialogo. Quando ciò avviene, cambia tutto.

La notizia che ha fatto più scalpore è l’avvio del processo di cambiamento della funzione dei cappellani militari reintrodotti in Italia con la circolare Cadorna del 1915. Lei che ha scritto un testo importante in materia, come ritiene che sia maturata l’assistenza spirituale dei militari? In che modo è un servizio alla pace?

La presenza dei cappellani nella cosiddetta pastorale d’ambiente è un dono prezioso. Vale per le caserme, ma anche per gli ospedali, i porti, le stazioni, gli aeroporti. La vicinanza cristiana nei luoghi di vita è una forma di evangelizzazione da custodire. Nella Prima guerra mondiale è successo qualcosa di unico. Dopo che per anni i cappellani militari erano stati accantonati, il generale Luigi Cadorna li ha reintrodotti con una circolare del 12 aprile 1915, riassegnandoli ai vari corpi dell’esercito. La vicenda dell’unità d’Italia aveva diffuso sospetti circa la fedeltà del clero allo Stato italiano: la Grande guerra è diventata la prova del nove. E Cadorna aveva capito che i preti avrebbero rafforzato nei soldati il senso del dovere. Infatti, un criterio di reclutamento tra i preti era la solidità dei sentimenti patriottici, tanto che il barnabita Giovanni Semeria, cappellano presso il Comando supremo di Cadorna, aveva affermato: «Non potevamo, noi sacerdoti cattolici, permettere che altri, a guerra finita, ci lanciassero l’insulto di imboscati». Più chiaro di così! Perciò, durante l’«inutile strage» sono stati arruolati oltre 24.000 ecclesiastici militari, 15.000 dei quali preti. Oggi la situazione è cambiata: i cappellani non sono così numerosi e le ragioni del servizio sono evangeliche e non nazionalistiche. Tuttavia, la Nota della CEI invoca uno sforzo di testimonianza ancora più alto: si chiede se le forme di presenza della Chiesa nei contesti militari non debbano essere meno legate a un’appartenenza alla struttura militare. Se così fosse, consentirebbero maggiore libertà di testimonianza e annuncio di pace, e collocherebbero i preti esclusivamente a livello di evangelizzazione.

Nel documento si cita il progressivo allargamento della partecipazione di associazioni e movimenti alla Marcia della pace di fine anno, introdotta dal 1968 nella Chiesa per merito di Pax Christi come segno di testimonianza controcorrente. In che modo tale intuizione originale si declinerà nell’imminente marcia in programma a Catania per dare, dal centro del Mediterraneo, un messaggio al nostro Paese e al mondo in uno scenario segnato dalla inevitabilità della guerra?

Ogni anno la Marcia della pace è un appuntamento sentito. L’iniziativa, che inizialmente era di Pax Christi, ha poi ricevuto il sostegno della CEI con la partecipazione della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro e Caritas italiana, ma ha anche conosciuto il successivo supporto di Azione Cattolica, Agesci, Movimento Focolari, Acli e Libera. Quest’anno saremo a Catania, in Sicilia, nel cuore del Mediterraneo. Ci guiderà nel cammino il Messaggio di Leone XIV: «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante». C’è grande vicinanza di temi tra la Nota e il Messaggio papale, soprattutto per quanto riguarda l’educazione alla nonviolenza e al disarmo integrale. A Catania rifletteremo sulla pace come inclusione sociale, dialogo interreligioso e accoglienza dei migranti. I porti, infatti, andrebbero chiusi alle armi e aperti alle persone. Parlare di pace disarmante in Sicilia, significa raccogliere la stupenda eredità di Danilo Dolci e di don Pino Puglisi. Mentre calpestiamo la loro terra, vogliamo respirare le loro idee. La pace è un cammino.

Qui dove scaricare il testo della Nota della Cei
(fonte: Città Nuova, articolo di Carlo Cefaloni 19/12/2025)