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mercoledì 29 luglio 2026

Paolo Dall’Oglio: 13 anni dopo

Paolo Dall’Oglio: 13 anni dopo


Nell’odierno dibattito su pace e guerra, purtroppo, manca una voce importantissima soprattutto per quanto attiene al punto caldo dell’islam: quella di padre Paolo Dall’Oglio.

È stato rapito in Siria il 29 luglio 2013, tredici anni fa. Da allora non se ne è più saputo nulla. Il regime degli Assad contro il quale si era impegnato dall’inizio della rivoluzione siriana, nel 2011, ha concluso il suo sanguinario percorso, il gruppo che ha sequestrato padre Paolo – l’ISIS, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria – è mutato profondamente, i leader del tempo sono morti o spariti.

Il destino di una voce che manca

Il mistero del suo destino, della sua sorte, è stato inghiottito nella tempesta che ha sconvolto quei luoghi. I testimoni di quei giorni chissà dove sono, se vivi. Sempre più difficile sperare di ritrovare il bandolo di una storia che in molti hanno seguito, ma che ora sembra scomparso, nel buio. Non vorrei che fosse davvero così.

Una tesi, accreditata, nella quale non ho mai creduto, è che sia stato ucciso subito, dai suoi sequestratori. Erano terroristi e potrebbero tranquillamente averlo ucciso senza neanche dirci perché, come tanti altri terroristi, a cominciare da quelli del regime di Assad che con il nemico più prezioso, ovviamente, aveva familiarità.

Ma che senso ha parlare di questo se l’oscura cloaca (espressione sua), fatta da tanti intrecci, nella quale vive il terrorismo è riuscita a farne perdere le tracce? C’è però un discorso di enorme attualità per un Levante in fiamme, per gli arabi, per l’islam, cioè per quel mondo al quale egli ha dedicato più di trent’anni di vita e passione.

Quel discorso non è superato, oggi dice molto, forse ancor più di quanto diceva allora, perché padre Paolo non mancava certo di visione. E in questo tempo segnato da identitarismi aggressivi il cuore della sua missione è ancor più decisivo.

L’islam nella storia della salvezza

Non si capisce padre Paolo Dall’Oglio senza ricordarsi del grande islamologo Louis Massignon, che ha amato, per il quale l’islam svolgeva un ruolo cruciale nel piano della salvezza, in particolare direi attraverso Ismaele. È un’ottica colonialista quella che ci impedisce di vedere l’islam come lo hanno visto loro? Come Massignon che, infatti, disse di non essere andato a conoscere gli arabi, a studiare l’arabo, ma a farsi arabo. Aveva scelto, quando appena emergeva, la vera, nuova frontiera.

Paolo Dall’Oglio aiuta a capire, anche a chi non ha studiato teologia, cominciando da una semplice e illuminante constatazione: c’è qualcosa di sorprendente nell’inconcepibile resistenza dell’islam al cristianesimo. Questa sorprendente importanza sta nell’aver salvato il cristianesimo dal pericolo della tentazione uniformante, il discorso totale che a volte è stato definito della “cristianità”. L’idea di una Res publica christiana dove ogni potere terreno deriva da Dio attraverso la mediazione ecclesiastica. Non è andata così.

Mi hanno colpito alcuni passaggi di quanto ha scritto in questi ultimi tempi Noemi Giorgia Bernardi per l’Università di Pavia su Louis Massignon e i suoi studi sul grande mistico islamico al-Hallaj, che disse “io sono la Verità”, definito eretico e martirizzato. È stata una figura importantissima, un grande mistico, un predicatore che durante i suoi pellegrinaggi a La Mecca raccolse attorno a sé tantissimi adepti: Massignon lo definì “apostolo” e parlò dell’esecuzione della sua condanna a morte come “passione”.

Ma non ne fece uno pseudo-cristiano, piuttosto «una prova chiara che la grazia di Cristo era reale tanto al di fuori quanto all’interno della comunità cristiana». Il pensiero di al-Hallaj andrebbe illustrato, spiegato, forse una piccola citazione aiuta a farsi un’idea: «Ho molto pensato alle religioni, per capirle, e ho scoperto che sono i molti rami di un’unica Fonte. Non pretendere dunque dall’uomo che ne professi una, così s’allontanerebbe dalla Fonte sicura. È invece la Fonte, eccelsa e pregna di significati, che deve venire cercando, e l’uomo capirà».

Qui si trova il punto di una discussione che nel cristianesimo origina in alcuni padri della Chiesa, arricchita da Nicola Cusano dopo la caduta di Costantinopoli e che papa Francesco prima di morire ha ripreso a Singapore: «Una delle cose che più mi ha colpito di voi giovani, di voi qui, è la capacità del dialogo interreligioso. E questo è molto importante, perché se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio».

Padre Paolo, la Chiesa, le religioni

Non è difficile cogliere il collegamento con queste parole di Dall’Oglio: «La Chiesa non è una comunità contro altre, siano esse l’Islam, l’ebraismo, il marxismo, o altre. Non è nemmeno una comunità tra le altre, una comunità in più da sommarsi al numero totale delle altre. Piuttosto, a causa del nostro battesimo e del nostro rapporto con Gesù (‘Īsā) Cristo, ci troviamo di fronte a una pretesa spaventosa: che dentro di noi c’è il lievito del completamento di ogni religione e di ogni comunità. E che in ogni comunità c’è un tesoro per il completamento di ciò che noi siamo nel mistero ecclesiale. Diciamo, con spaventosa esagerazione, che la Chiesa è il progetto di Dio nella creazione dell’universo».

Tornando ad al-Hallaj, quanto esposto ci dice che nel IX secolo lui arrivò al punto cruciale. Io ritengo che padre Paolo, sebbene non lo possa documentare e quindi non lo dovrei affermare, condividesse con Massignon la convinzione che l’islam fosse una manifestazione “abramitica” di una rivelazione primordiale da cui a loro volta originano l’ebraismo e il cristianesimo.

Posso solo accennare al discorso e ritengo che lo studio di Noemi Giorgia Bernardi sia importante per cogliere alcuni aspetti decisivi della missione e della visione di padre Paolo, sebbene lei non tratti di lui nel suo lavoro. Noemi Giorgia Bernardi ricorda che Massignon ha elaborato «una concezione di continuità storica dell’islam, ma ne enfatizza il legame con le classi marginali e gli esclusi: collega la nascita dell’islam a una dimensione di marginalità sociale, attribuendogli il ruolo di religione degli esclusi e degli esiliati». E poi aggiunge: «L’orientalista francese individua nell’ospitalità il modello per la via della salvezza degli uomini e nella convivenza tra essi e le religioni».

Il punto decisivo in una narrazione semplice, fatta da chi come me non è uno studioso ma un semplice amico di padre Paolo che lo ha ascoltato da non studioso, è quello che lui disse in un’intervista alle ACLI lombarde: «L’altro è rinchiuso nell’immagine stereotipata e pregiudiziale. Per un gioco di specchi il nostro integrismo si specchia in quello mussulmano, il nostro fondamentalismo si specchia nel fondamentalismo mussulmano». Oggi è più chiaro.

Leggendolo non è difficile immaginare che l’islam svolga un ruolo importante nel piano della salvezza portando il monoteismo in un ambiente a cui questo era estraneo. Pensare a Maometto nella linea dei profeti non comporta una profezia successiva a Gesù, visto che Gesù, per chi crede, dopo la morte è risorto, continua a operare nella storia attraverso lo Spirito Santo e tornerà alla fine dei tempi.

Piuttosto aiuta a superare, e così far superare, quel sapore eversivo attribuito all’islam da eventi e predicazioni che si collocano in un contesto di scontro: l’islam nelle terre colonizzate e noi dall’altra parte. La resistenza del fatto muhammadico aprirebbe anche la strada ad un incontro (che a mio avviso richiede e comporta aggiornamento teologico).

Siria: una grande tenda della pace

Quella di Dall’Oglio è dunque una prospettiva profondamente religiosa, che va al senso profondo, il suo infatti è un “dialogo religioso”, non interreligioso, e così consente di andare oltre le impostazioni fondate sulla contraddizione, con la più radicale offerta di una ricomposizione pluralista, vorrei dire mediterranea, la grande tenda di pace di cui ha parlato papa Francesco parlando di teologia mediterranea, una teologia non fredda, da laboratorio.

L’attualità di Dall’Oglio ci porta infine al suo connesso discorso sociale: la trama. La parte di mondo dove ha scelto di andare a vivere la vedeva come una trama, lo ha detto parlando della Siria plurale che sognava, e che non trovo nel presidente al-Sharaa, che la sola novità che ha portato è un nuovo taglio islamico di barba, diverso da quelli che conoscevamo.

Questa trama era alla base della sua proposta di una Siria costruita su un federalismo non confessionale, ma fatta di territori da valorizzare nelle loro diversità, unendo chi li abita in un confronto loro, sulle loro priorità. In questa Siria plurale un cristiano avrebbe portato buoni rapporti con Roma, uno sciita con l’Iran, un turcomanno con Ankara, e così via. Lo avrebbero fatto insieme, costruendo dal basso, nei territori, nuove classi dirigenti e liberando il campo da un centralismo dirigista, verticista.

Ha scritto Lorenzo Trombetta riferendo di eventi che stranamente non interessano più: «Dopo più di un secolo di presenza ininterrotta le suore Francescane Missionarie di Maria hanno lasciato Aleppo, metropoli del nord della Siria, cedendo per tre anni ai salesiani il convento e la scuola del quartiere Sabil, un addio che la congregazione presenta come una semplice riorganizzazione interna ma che la comunità cristiana della città, ridotta a un decimo di quella di prima della guerra, legge come l’ennesimo segnale di una presenza avviata all’estinzione già prima del cambio di regime di fine 2024».

Ora dicono che la stessa strada potrebbe essere seguita da altri. L’aria in Siria deve essere pesante e non solo per il caldo. Ma lo era anche prima, forse servirebbe una prospettiva innanzitutto spirituale per rifare il discorso sul valore della presenza cristiana.

Quella che ha offerto padre Paolo, e che nel suo valore di fondo oggi si trova di certo – attualizzata – nel lavoro della sua Comunità monastica, Deir Mar Musa, è preziosa: non va trascurata.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 29/07/2026)

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Vedi anche il post precedente (all'interno altri link):


Striscia di Gaza: Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza segnala che la situazione è sempre più disastrosa

Striscia di Gaza: Romanelli (parroco), “siamo al collasso, il diesel costa 13 dollari al litro. Un asino oggi vale 17mila dollari”


Gaza (Foto Romanelli/latin parish)

“Quando si dice che la situazione qui è disastrosa, credetemi: è davvero disastrosa, se non richiedesse addirittura un’aggettivazione ancora più forte”. 
È un quadro di estrema precarietà quello tracciato da padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, in un nuovo videomessaggio diffuso sui social della comunità cattolica della Striscia e ribadito in un’intervista al Sir. 

Il sacerdote racconta come anche la semplice mobilità sia diventata un’impresa quasi impossibile. Dei diversi veicoli di cui disponeva la parrocchia prima della guerra, molti sono ormai inutilizzabili per la mancanza di pezzi di ricambio. “Abbiamo persino preso la batteria di un’auto per farne funzionare un’altra”, spiega. E ora anche l’ultimo mezzo ancora operativo, quello utilizzato dai sacerdoti, “ha rischiato di andare completamente in avaria”. A causare il guasto, precisa il religioso di origine argentina, “sono stati l’olio motore deteriorato e il sistema di alimentazione diesel quasi totalmente ostruito”. “La qualità di ciò che si riesce a trovare è pessima e purtroppo non mancano nemmeno gli inganni”, denuncia Romanelli. Il carburante rappresenta uno dei problemi più gravi: “Un litro di diesel può costare circa 13 dollari”. Ma il prezzo non è l’unica difficoltà. 
Secondo il parroco, nella Striscia si sta producendo un combustibile artigianale ottenuto da plastica e nylon recuperati e poi sottoposti a processi di combustione e distillazione. “Non so bene come avvenga il procedimento – racconta – ma molti mi spiegano che si produce diesel dalla plastica riciclata. Il problema è che si tratta comunque di carburanti di bassissima qualità”, con il rischio di danneggiare generatori e mezzi di trasporto. 

La situazione è talmente critica che padre Romanelli aveva ipotizzato di sostituire le automobili con un carro trainato da un asino: “Ma mi hanno detto che oggi un asino costa circa 50mila shekel, vale a dire tra i 16mila e i 17mila dollari. Prima della guerra costava mille, al massimo duemila shekel, cioè tra 300 e 600 dollari”. 

Il trasporto, sottolinea, è ormai una necessità vitale: “Serve per raggiungere un ospedale, un posto di lavoro, una scuola, oppure per visitare gli ammalati e portare aiuti”. Gaza “non è così piccola da poter fare tutto a piedi”, soprattutto con “moltissime strade completamente distrutte”. 

Tra le poche notizie positive, Romanelli segnala le informazioni diffuse dai media israeliani secondo cui il governo di Netanyahu avrebbe dato un’approvazione iniziale all’ingresso nell’area di Rafah, di una forza internazionale legata al Board of Peace, nella Striscia”. “Sarebbe almeno un primo passo”, osserva. Ma ribadisce che la priorità resta la ricostruzione: “La gente vive con nulla. Servono certamente gli interventi per ricostruire, ma servono anche tutte le cose essenziali per la vita quotidiana”.
(fonte: Sir 28/07/2028)

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martedì 28 luglio 2026

Medjugorje, vandalizzata la collina delle apparizioni: vernice nera sulla statua della Madonna e altare incendiato

Medjugorje, vandalizzata la collina delle apparizioni:
vernice nera sulla statua della Madonna e altare incendiato

Sulle immagini sono apparse anche scritte contro la Vergine: «Diavolo in gonnella» e «Male». L’atto vandalico alla vigilia del Mladifest, il grande raduno internazionale dei giovani, in programma dal 1° al 6 agosto

La statua della Madonna vandalizzata

Un gesto di profanazione ha colpito nella notte uno dei luoghi mariani più conosciuti al mondo. A Medjugorje, in Bosnia Erzegovina, ignoti hanno danneggiato alcuni dei simboli più cari ai pellegrini: la statua della Madonna sulla Collina delle Apparizioni (Podbrdo), quella presso la Croce Blu e l’altare esterno della parrocchia di San Giacomo.

Secondo le prime ricostruzioni, l’azione sarebbe avvenuta poco dopo le quattro del mattino. Le telecamere di sicurezza hanno ripreso il momento in cui è stato appiccato il fuoco all’altare esterno della chiesa di San Giacomo, recentemente rinnovato. Le fiamme hanno danneggiato il telone di copertura della struttura.

Un particolare dell'atto vandalico
Contemporaneamente sono state imbrattate con vernice nera le statue mariane del Podbrdo, la collina dove, secondo la tradizione dei veggenti, sarebbero iniziate nel 1981 le presunte apparizioni della Vergine, e della Croce Blu, altro luogo di preghiera molto frequentato dai pellegrini. Sul basamento della statua della Madonna sono comparse anche scritte offensive in lingua inglese: «Devil in a skirt» («Diavolo in gonnella»), mentre nei pressi della Croce Blu è stata tracciata la parola «Evil» («Male»).

L’episodio ha provocato sgomento nella comunità locale e tra i numerosi pellegrini presenti a Medjugorje. La profanazione arriva infatti a pochi giorni dall’inizio del Mladifest, il Festival internazionale dei giovani, uno degli appuntamenti più importanti del calendario del santuario, capace ogni anno di richiamare migliaia di ragazzi da tutto il mondo.

Un luogo di preghiera conosciuto in tutto il mondo

Medjugorje, piccolo paese dell’Erzegovina, è da oltre quarant’anni una delle mete di pellegrinaggio mariano più frequentate a livello internazionale. Qui, dal 1981, sei giovani hanno riferito di aver ricevuto apparizioni della Madonna, un fenomeno che nel tempo ha attirato milioni di pellegrini, suscitando anche un ampio dibattito ecclesiale.

Un fotogramma dell'altare incendiato
La Santa Sede ha autorizzato i pellegrinaggi ufficiali a Medjugorje nel 2019, mentre il fenomeno delle apparizioni è tuttora oggetto di valutazione da parte della Chiesa. Il luogo resta comunque un importante centro di spiritualità, preghiera e confessione, visitato ogni anno da fedeli provenienti dai cinque continenti. Proprio per questo, spiegano fonti locali, il gesto vandalico ha colpito non soltanto alcune opere materiali, ma anche luoghi carichi di significato religioso per milioni di persone.

Indagini in corso

Le autorità bosniache hanno avviato gli accertamenti per individuare i responsabili. Al momento non sono state rese note informazioni certe sull’identità degli autori né sulle motivazioni del gesto. La presenza di scritte in inglese ha alimentato diverse ipotesi ma gli investigatori non hanno ancora fornito una ricostruzione definitiva. La comunità di Medjugorje si prepara ora al Mladifest con un clima segnato dall’amarezza per quanto accaduto, ma anche dalla volontà di non lasciare che un atto di distruzione interrompa il carattere di accoglienza e preghiera che da decenni caratterizza il santuario.
(fonte: Famiglia Cristiana 28/07/2026)

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Guarda il video



Il Cardinale Matteo Zuppi: “La dignità della vita non si difende mai con la morte. La pace nasce quando disarmiamo parole, cuori e paure” - "Non macchiamo la solidarietà"


Zuppi: “La dignità della vita non si difende mai con la morte.
La pace nasce quando disarmiamo parole, cuori e paure”. 

Il presidente Cei riflette su guerre e fine vita, ma anche sui fatti di cronaca come il caso Roggiero e la morte di Fakir 


Dalla morte di Abderrahim Fakir a Bologna al caso del gioielliere Mario Roggero, dal dibattito sul suicidio assistito fino alla guerra in Ucraina. Il cardinale Matteo Maria Zuppi affronta i temi che hanno segnato il confronto pubblico delle ultime settimane seguendo un unico filo conduttore: la difesa della dignità di ogni persona, il rifiuto della logica della contrapposizione e la necessità di costruire una società nella quale la giustizia non sia mai separata dall’umanità.

Il presidente della Conferenza episcopale italiana, appena rientrato dalla missione di pace in Ucraina affidatagli da Papa Leone XIV per conto della Santa Sede, richiama alla responsabilità delle parole e dei gesti, perché anche il linguaggio può alimentare conflitti oppure aprire spazi di riconciliazione.

Bisogna disarmare le parole e i cuori. Le parole possono costruire ponti oppure possono diventare pietre che feriscono e dividono. Quando una persona soffre, quando una vita è segnata dalla fragilità o dalla violenza, non possiamo mai dimenticare che davanti a noi c’è un volto, una storia, una persona. Le vittime non sono numeri, non sono categorie, non sono nemici: sono uomini e donne con una dignità che deve essere sempre riconosciuta e rispettata”.

Sul caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari, Zuppi invita a non trasformare una tragedia in un nuovo terreno di scontro politico o sociale.

“Di fronte a una vicenda drammatica bisogna anzitutto avere rispetto per il dolore e per tutte le persone coinvolte. Mai bisogna giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. La ricerca della verità è necessaria, ma deve avvenire attraverso gli strumenti della giustizia, attraverso l’accertamento dei fatti e non attraverso giudizi sommari o condanne anticipate. La giustizia non nasce dalla rabbia, ma dalla verità”.

“Chiedere giustizia non significa chiedere una condanna già scritta – aggiunge il cardinale -. La presunzione di innocenza vale per tutti, perché è un principio fondamentale del nostro ordinamento. Servono accertamenti seri, trasparenti, e un giudizio equo sulle eventuali responsabilità. Solo così si tutela davvero la dignità delle persone e anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.

Il presidente della Cei collega la vicenda anche alla grande emergenza della salute mentale, un tema spesso nascosto ma sempre più presente nella società.

“Il disagio delle relazioni è evidente e cresce. Tante situazioni difficili esplodono perché mancano strumenti, accompagnamento, possibilità di cura. Dobbiamo chiederci quanti drammi potrebbero essere evitati se ci fossero più attenzione, più prevenzione, più servizi e più persone preparate ad accompagnare chi vive momenti di sofferenza profonda. La fragilità non può essere lasciata sola”.

Sul tema della sicurezza, Zuppi ribadisce la vicinanza alle forze dell’ordine, ma sottolinea che proprio la loro autorevolezza passa attraverso la verifica rigorosa delle responsabilità.

“La solidarietà verso le forze di polizia è piena, perché svolgono un compito difficile e indispensabile per la comunità. Ma proprio per questo è importante che i fatti vengano sempre accertati e che eventuali errori o responsabilità siano valutati con equilibrio. La sicurezza non si costruisce contrapponendo cittadini e istituzioni, ma rafforzando la fiducia reciproca”.

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per omicidio volontario e al centro della richiesta di grazia avanzata da alcuni esponenti politici, porta il cardinale a riflettere sul rapporto tra giustizia, consenso e pressione mediatica.

“Lo Stato di diritto è più solido delle emozioni del momento e delle turbolenze mediatiche. La giustizia ha i suoi percorsi e deve essere rispettata. La grazia è un istituto previsto dal nostro ordinamento: c’è il diritto di chiederla, ma non può diventare uno strumento di contrapposizione politica o una risposta alla pressione dell’opinione pubblica”.

Il tema centrale dell’intervista resta però quello della vita e della sua difesa in ogni fase e condizione. “La vita va difesa sempre, tutta, dall’inizio alla fine e in qualunque condizione, perché ogni vita ha un valore che non dipende dalla salute, dall’autonomia, dalla produttività o dalle capacità di una persona. Quando qualcuno è fragile, malato, anziano o sofferente, la risposta di una società veramente umana deve essere la vicinanza, la cura, l’accompagnamento”.

Sul suicidio assistito e sul fine vita, il cardinale ribadisce la necessità di una risposta fondata sulla cura e non sull’abbandono.

La risposta alla sofferenza non può essere offrire la morte. La sofferenza chiede vicinanza, ascolto, cure, presenza. Dobbiamo investire nelle cure palliative e nell’accompagnamento delle persone e delle famiglie, perché nessuno deve sentirsi un peso o pensare di non avere più valore. La vita non si difende mai con la morte: si difende prendendosi cura delle persone”.

Una prospettiva che Zuppi collega alla “magnifica humanitas”, cioè alla capacità di riconoscere in ogni essere umano un valore irriducibile.

“La dignità non ha passaporto, non ha condizione sociale, non dipende dal fatto che una persona sia forte o debole, italiana o straniera, sana o malata. Ogni persona porta con sé qualcosa di unico e irripetibile. È questo lo sguardo che dobbiamo recuperare se vogliamo costruire una società più giusta e più fraterna”.

Il cardinale respinge anche l’idea che la Chiesa intervenga impropriamente nel dibattito pubblico.

La Chiesa parla come esperta di umanità. Non vuole sostituirsi alla politica né indicare soluzioni tecniche, ma sente il dovere di offrire una parola quando sono in gioco la dignità della persona, il bene comune e la convivenza sociale. La difesa della vita, della pace e della fraternità riguarda tutti”.

Infine Zuppi torna sulla missione di pace in Ucraina e sull’impegno diplomatico della Santa Sede, soprattutto sul piano umanitario.

“Anche nei conflitti più difficili bisogna lasciare aperti gli spazi del dialogo. Ogni nome, ogni persona coinvolta nella guerra, contiene un’infinita sofferenza. Dietro ogni prigioniero, ogni disperso, ogni famiglia divisa c’è una storia concreta. Il lavoro umanitario e diplomatico nasce proprio dalla convinzione che nessuno debba essere dimenticato”.

Il messaggio complessivo del cardinale è un invito a uscire dalla logica dello scontro permanente: dalle guerre tra Stati alle divisioni dentro le società. “Disarmare le parole e i cuori” diventa così la condizione necessaria per costruire una pace autentica, perché, ricorda Zuppi, la pace non nasce dalla vittoria di qualcuno sugli altri, ma dalla capacità di riconoscere la comune umanità.
(Fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/07/2026)

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Zuppi condanna le violenze in piazza:
"Non macchiamo la solidarietà"

Il cardinale sugli episodi dell’ultima settimana: "Per la verità e la giustizia dobbiamo credere nelle istituzioni"

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Bologna

"La violenza di una minoranza assoluta rispetto ai partecipanti pacifici non può macchiare le intenzioni solidali". Dalle colonne del quotidiano Avvenire il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, vuole dare un contributo per spegnere il clima di odio e di accuse che si è accesso dopo la tragica morte di Abderrahim Fakir. "Purtroppo tutto viene interpretato con la chiave di violenza. Faccio questa considerazione cosciente che l’agonismo della politica può ridurla nel pro o contro, in convenienze o opportunismi. La Chiesa ne è libera: cerca di difendere solo l’umanità e il bene comune che è sempre di tutti e per tutti". Oltre a difendere il presidio voluto dal sindaco Matteo Lepore stigmatizzando il comportamento dei violenti che hanno provocato gli scontri con le forze dell’ordine, il porporato invita tutti a seguire la portata avanti dai parenti della vittima e ad attendere le conclusioni di chi deve accertare cosa è effettivamente accaduto.

"Ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi che ha detto che non sarà un nuovo caso Cucchi. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta ’fai da te’. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. È un processo che richiede tempo e studio". Questa tragedia ha riaperto un vecchio male che ha attraversato tutte le epoche. Si ragiona per partito preso, per cui la realtà la si osserva e la si giudica in base ai propri pregiudizi rinunciando a guardarla con obiettività.

"Vedere i parenti di Fakir e ascoltare la nipote ci ha reso consapevoli che la vittima non è ’un caso’, un numero, un nemico, ma una persona e citando Papa Leone noi non possiamo volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana. Il Santo Padre è molto concreto quando dice che a livello politico bisogna passare dalla ’cultura della potenza’ alla ’cultura del negoziato’, altrimenti poi la paura e le parole riempiono le tasche di coltelli. Sicurezza e dialogo, fermezza e umanità, pena e rieducazione non sono mai alternativi o disgiunti, ma complementari".

Ieri la Chiesa ha celebrato la sesta giornata dei nonni e degli anziani. Per l’occasione Zuppi si è recato nella casa di riposo gestita dalla fondazione Sant’Anna e Santa Caterina. Per il cardinale le residenze per anziani sono luoghi dove si impara la vita vera ed è per questo che ha voluto ribadire come esista un legittimo diritto a non soffrire, mentre il diritto di morire è un inganno. "C’è ancora tanto da fare – ha concluso l’arcivescovo – per consentire a tutti di accedere alle cure palliative. Anche in Emilia-Romagna, che ha un sistema sanitario di ottimo livello, il 40% di queste cure non è garantito. È il dolore che umilia, che fa soffrire e che togliere la voglia di vivere, e questo non è accettabile. Togliere il dolore deve essere la priorità anche perché nella cura è compresa pure la relazione con chi ti sta vicino. Combattere la sofferenza è l’unica strada". Pur con il suo stile ’politically correct’ le parole di Zuppi non lasciano dubbi sul fatto che, a suo giudizio, la legge sul fine vita recentemente approvata dalla Regione sia la risposta sbagliata a chi si trova in una condizione estenuante di "non guaribilità" e non vuole più soffrire.
(Fonte: Il Resto del Carlino, articolo di Massimo Selleri 27/07/2026)

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Leggi anche:

Per approfondire i temi affrontati riproponiamo la lettura del nostro post e di quelli in esso segnalati:



Il Papa, 'in vacanza vivete le vere amicizie ed evitate sprechi' Il pensiero anche a tutti coloro che "non possono permettersi periodo di riposo"

Il Papa, 'in vacanza vivete le vere amicizie ed evitate sprechi' 
 
Il pensiero anche a tutti coloro che "non possono permettersi periodo di riposo"


"Le vacanze" siano "uno spazio di sospensione dalle occupazioni e dalle preoccupazioni, nel quale poter vivere esperienze autentiche di amicizia, di condivisione", per "sperimentare un anticipo di quella fraternità e comunione che possiamo vivere e vivremo nel Regno di Dio".

È l'auspicio che Leone XIV esprime rispondendo alla lettera indirizzatagli da un lettore e pubblicata nel numero di luglio e agosto della rivista "Piazza San Pietro", come riferiscono i media vaticani.
Il lettore chiede al Pontefice un consiglio "su come vivere questo tempo estivo in modo che diventi anche un cammino spirituale e non soltanto una parentesi dalla routine quotidiana".

"Per accrescere la nostra fede", risponde Leone, occorre "utilizzare anche il tempo dell'estate per vivere il Vangelo della pace e della misericordia".

Riflettendo su questo tempo di vacanze, il Papa rivolge anzitutto il suo pensiero ai "poveri" e a "tutti quelli che non possono nemmeno vivere un breve periodo di riposo, perché schiacciati dal peso di difficoltà di ogni genere", "ai malati, alle persone che hanno perso la fiducia nella vita", a quanti sono travolti "dal dolore per la perdita dei propri cari, alle vittime delle guerre, dell'odio, del terrorismo e della violenza", e ancora "ai perseguitati a causa della fede e della giustizia, ai detenuti, a chi è rimasto senza lavoro, senza casa, ai migranti umanamente non accolti". 

Poi augura "ai cristiani" che il periodo estivo possa essere "un'occasione per fruttuose esperienze sociali e religiose, per approfondire la missione nella Chiesa e nella società". "Ai malati non manchi durante questi mesi estivi la vicinanza dei familiari, dei volontari", prosegue, auspicando che ci sia chi decida "di trascorrere una parte delle vacanze in un impegno fraterno di solidarietà".

Nella risposta del Pontefice anche l'invito alle famiglie a non lasciare soli gli anziani e "ai volontari" ad impegnarsi per "portare umanità e speranza ai sofferenti".
Leone XIV raccomanda, inoltre, "durante le vacanze", di evitare "gli eccessi e gli sprechi, il materialismo e il consumismo" e di educarsi "alla sobrietà"; ricorda "che l'accumulo dei beni ostacola l'evangelizzazione", ed esorta coerenza "con uno stile cristiano di vita".
(fonte: Ansa 22/07/2026)


lunedì 27 luglio 2026

Il caso Fakir "I can't Breathe"

Il caso Fakir


Insisto: “lo star male dentro” è una cosa seria. L’espressione “star male dentro” è volutamente generica. Diverse le storie come diverse le agitazioni o le chiusure e diversi i tempi di massima reazione.

Fakir, al Pilastro di Bologna, era in un momento di massima agitazione. Che stesse male lo si vedeva!

Essere umani

Non conosco la sua storia. Conosco quella di Marco e di Antonella.

In un momento acuto del suo dolore dentro, Antonella aveva bevuto l’acido muriatico. Le hanno rifatto lo stomaco. Di lei posseggo una ventina di poesie che ogni tanto rileggo per star bene con me stesso.

Marco cantava e urlava per le vie del Pratello. Sua madre si stava spogliando per ringraziarmi del fatto che andavo a prendere suo figlio nel carcere minorile e lo accompagnavo al lavoro.

Le cause del soffrire dentro sono diverse. Attenzione però! Anche gli sragionamenti potrebbero nascondere uno “star male dentro” dal quale si fugge per non prendere atto della maniacalità che ogni tanto ci prende.

Nello yoga, la tecnica della respirazione è fondamentale per eseguire gli asana. La respirazione mantiene vivace il cervello e consapevole il cuore. Se non respiriamo nei momenti opportuni, stiamo male noi, produciamo fratture relazionali e, se abbiamo un ruolo, agiamo in modo abitudinario, o pedissequamente secondo i protocolli, senza prima aver capito le tante diversificazioni del dolore interiore.

Lo Spirito alitato nelle narici della creta che stava all’origine ha introdotto il senso dell’essere umani. Affermazione che non è inutile lirismo.

«Ritengo particolarmente insidiosa quella ideologia che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti… il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (Magnifica humanitas n.51).

«Mio zio era una persona che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità. Non siamo qui per chiedere odio e vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità». Scusate l’accostamento dell’enciclica con le parole della nipote di Fakir, ucciso al Pilastro di Bologna. L’invito al rispetto e all’umanità verso chiunque è un sano incitamento da qualsiasi parte venga.

La terapia del benessere

Subito dopo la guerra ho sofferto per Il vuoto di cibo. Il vuoto di senso è molto più dannoso. Obnubila la mente e il cuore, rendendo assurde le azioni.

Non è bene che l’uomo sia solo! Se non respiriamo per capirne l’importanza, scompare il mio vicino – parente compreso – e si diffonde quella solitudine che annulla o abbruttisce.

Lo psichiatra Giovanni Fava ha promosso “la terapia del benessere” che sintetizzo all’osso. Saper cogliere il positivo che è presente in tutti, per poi valorizzarlo e renderlo attivo.

Quando uno è agitato perché sta male dentro, occorrono persone che lo sappiano sedare per aiutarlo poi a trovare il suo di senso. La violenza non guarisce la malattia!
(fonte: Settimana News, articolo di Sandro Cominardi 27/07/2026)

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Vedi anche i post precedenti:

ANGELUS 26 luglio 2026 - Leone XIV: l’industria dei consumi talvolta avvelena il cuore, Dio “allarga la vita”

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 26 luglio 2026

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Il Papa: l’industria dei consumi talvolta avvelena il cuore, Dio “allarga la vita”

All’Angelus in Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, Leone avverte sui rischi di un mercato che “modifica il palato” e non sazia. Esorta a lasciarsi sorprendere dall’incontro con Gesù, "tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete che raccoglie chi è disperso". La comunione della Chiesa si realizza con persone diverse per origine, cultura, competenze, livello di responsabilità; la predilezione di Dio è per gli scartati. Saluto ai bambini dalla “Casa della Misericordia” a Chortkiv, in Ucraina

Il Papa benedice una bambina (@Vatican Media)

Il veleno dell’“industria dei consumi”, che “modifica il palato” instillando bisogni sempre più urgenti, da saziare con risposte aride, nocive, restringenti. Il Regno di Dio è altro: è respiro, larghezza e spazio di vita per tutti. Perché il cambiamento è sempre un “di più”, e mai un “di meno”. Sono questi gli spunti che Papa Leone XIV offre questa domenica, 26 luglio, all’Angelus recitato davanti ai fedeli raccolti in Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, dove si protrarrà fino a domani per un periodo estivo di riposo.

 

L'incontro con Dio, una svolta che non restringe

Il discorso del Pontefice si snoda a partire dall’insegnamento evangelico di Gesù, che attraverso una delle sue parabole paragona il Regno di Dio a una perla e a un tesoro, lasciando intendere “la sorpresa di chi trova ciò che non poteva neanche sperare”, al punto da vedere la rinuncia ai propri possedimenti come un guadagno. Una chiamata, quindi, quella del Signore, che sin dalle prime pagine dei Vangeli viene descritta come “irresistibile”, nota il Papa, che ne delinea poi ulteriori tratti: “libera”, ma anche “urgente” e pronta nel suscitare una risposta immediata e mossa dal desiderio.

È questo un primo aspetto importante del modo in cui Dio è vicino e si fa trovare: l’incontro col suo Regno è una svolta che non restringe, ma allarga la vita. Se qualcosa deve ora cambiare, è per un di più di possibilità, non per un di meno

"Bellezza su strade diverse"

Gesù dà inoltre importanza a un secondo aspetto: a trovare il tesoro nascosto nel campo è probabilmente un contadino; la perla, invece, è riconosciuta di grande valore da un mercante, forse un viaggiatore. Leone XIV sottolinea poi come a queste seguano altre due parabole in cui i protagonisti sono dei pescatori e uno scriba esperto di cose antiche e nuove. In altre ancora, prosegue, il Regno si lascia scorgere in una donna che impasta la farina, in un’altra che riordina la casa, in un re che pianifica la guerra, in un uomo che progetta una torre, in amministratori che gestiscono pagamenti o investimenti, in pastori e agricoltori. In sintesi, una “inestimabile bellezza su strade diverse” che chiama tutti, perché universalmente comprensibile, a un profondo rinnovamento.

Anche oggi la Chiesa è comunione di persone diverse per origine, per cultura, per competenze, per livello di responsabilità, ma tutte chiamate a riconoscersi “uno” in Gesù Cristo: è Lui il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete che raccoglie chi è disperso. Dal principio, infatti, Gesù ha chiamato e radunato attorno a sé persone che, altrimenti, non si sarebbero mai frequentate. Proprio così ha mostrato che Dio non fa preferenza di persone e che la sua elezione è predilezione, specialmente per chi è piccolo e scartato

Distinguere la vera perla

Il dono da chiedere al Signore, perciò, è lo stesso invocato dal giovane re Salomone: distinguere la perla di grande valore, saper riconoscere il tesoro per cui vale la pena di vendere tutto:

Mentre l’industria dei consumi ci modifica il palato, suscitando sempre nuovi bisogni per poi venderci risposte che non saziano e talvolta avvelenano il cuore, dobbiamo imparare a cogliere ciò che conta davvero, il tesoro della relazione con Dio che ci apre alla gioia e ci aiuta a vivere al meglio le relazioni tra di noi

Il saluto ai bambini ucraini

Un pensiero finale, dopo gli appelli internazionali che seguono la recita dell'Angelus, il Papa lo rivolge ai partecipanti alla Sagra delle Pesche di Castel Gandolfo, presenti in Piazza della Libertà con i frutti della loro terra. A questa il Pontefice affianca il rito che, in altra cornice, nella Roma trasteverina, si terrà questa sera con la storica processione della Madonna “fiumarola”. Prima di congedarsi, a piedi e poi in papamobile, Leone XIV si intrattiene con i presenti, tra i quali i bambini provenienti dalla “Casa della Misericordia” di Chortkiv e i membri della Catholic Men Association of Cameroon.
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 26/07/2026)


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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Al centro dell’insegnamento di Gesù c’è il mistero del Regno di Dio, che il Vangelo di oggi paragona a una perla e a un tesoro (cfr Mt 13,44-52). Le parabole lasciano intendere la sorpresa di chi trova ciò che non poteva neanche sperare, al punto che vendere o lasciare tutto non appare ormai una rinuncia, ma un guadagno. In effetti, sin dalle prime pagine, gli evangelisti descrivono la chiamata di Gesù a seguirlo come irresistibile: libera, certo, ma urgente e capace di suscitare una risposta pronta e mossa dal desiderio. È questo un primo aspetto importante del modo in cui Dio è vicino e si fa trovare: l’incontro col suo Regno è una svolta che non restringe, ma allarga la vita. Se qualcosa deve ora cambiare, è per un di più di possibilità, non per un di meno.

Vi è un secondo aspetto, cui Gesù sembra dare molta importanza: a trovare il tesoro nascosto nel campo è probabilmente un contadino; la perla, invece, è riconosciuta di grande valore da un mercante, forse un viaggiatore. Seguono altre due parabole in cui i protagonisti sono dei pescatori e uno scriba esperto di cose antiche e nuove. Ve ne sono altre, poi, in cui il Regno si lascia scorgere in una donna che impasta la farina, in un’altra che riordina la casa, in un re che pianifica la guerra, in un uomo che progetta una torre, in amministratori che gestiscono pagamenti o investimenti, in pastori e agricoltori. Insomma, il Regno di Dio rivela la sua inestimabile bellezza su strade diverse, ma chiama tutti – uomini e donne, giovani e anziani, poveri e ricchi – a un profondo rinnovamento. Tutti lo possono comprendere e ne sono attratti.

Anche oggi la Chiesa è comunione di persone diverse per origine, per cultura, per competenze, per livello di responsabilità, ma tutte chiamate a riconoscersi “uno” in Gesù Cristo: è Lui il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete che raccoglie chi è disperso. Dal principio, infatti, Gesù ha chiamato e radunato attorno a sé persone che, altrimenti, non si sarebbero mai frequentate. Proprio così ha mostrato che Dio non fa preferenza di persone e che la sua elezione è predilezione, specialmente per chi è piccolo e scartato.

Fratelli e sorelle, non ci resta che chiedere un dono, lo stesso invocato dal giovane re Salomone (cfr 1Re 3,5.7-12). È il dono di distinguere la perla di grande valore, di saper riconoscere il tesoro per cui vale la pena di vendere tutto. Mentre l’industria dei consumi ci modifica il palato, suscitando sempre nuovi bisogni per poi venderci risposte che non saziano e talvolta avvelenano il cuore, dobbiamo imparare a cogliere ciò che conta davvero, il tesoro della relazione con Dio che ci apre alla gioia e ci aiuta a vivere al meglio le relazioni tra di noi.

L’intercessione di Maria, Sede della Sapienza, orienti a Gesù il nostro desiderio di vita, perché si realizzi in pienezza.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, in Libano, è stato beatificato Elia Hoayek, Patriarca di Antiochia dei Maroniti dal 1899 al 1931 e Fondatore della Congregazione delle Suore Maronite della Santa Famiglia. Ha guidato per più di trent’anni la Chiesa Maronita con grande dedizione e sensibilità pastorale. Uomo di dialogo e di speranza, è stato un luminoso punto di riferimento ecclesiale, sociale e politico, tanto da essere chiamato “Padre del Grande Libano”. La preghiera e l’intercessione del nuovo Beato, accompagnino sempre i fedeli Maroniti in tutto il mondo e ottengano il dono della pace per l’intero popolo del Libano, a me tanto caro.

Seguo con apprensione il perdurare e l’inasprirsi della violenza in Terra Santa, di cui ultimamente sono state vittime anche molti civili, in Cisgiordania e a Gaza. Rivolgo un accorato appello affinché si torni a negoziare un’equa soluzione politica, fondata sulla pari dignità e gli uguali diritti di ogni persona umana, e a rigettare nuove azioni militari e decisioni unilaterali, in particolare quelle che violano il rispetto e lo status quo dei luoghi santi di ogni fede religiosa.

Rinnovo altresì il mio appello circa la situazione in tutto il Medio Oriente, dove un intensificarsi delle operazioni militari ha riportato violenza e distruzione, mettendo gravemente a rischio la vita di numerosi civili e aggravando la carenza di acqua potabile ed elettricità. Dal profondo del cuore esorto tutte le parti coinvolte a sospendere gli attacchi e a riaprire con urgenza spazi di dialogo e diplomazia, per giungere quanto prima alla pace, tanto desiderata per tutta la regione.

Continuiamo a pregare per tutti i popoli che nel mondo soffrono a causa della guerra. Possa il Signore toccare i cuori e illuminare le menti dei responsabili, perché presto si giunga alla riconciliazione e alla pace.

A fronte dei devastanti incendi che in questi giorni hanno interessato varie località della Francia e della Spagna, manifesto la mia vicinanza e invito tutti a pregare per le persone colpite e per il lavoro dei soccorritori.

Oggi si celebra la VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, che ha come tema le parole del Profeta Isaia: «Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Ringraziamo insieme il Signore per il dono che gli anziani sono per la Chiesa e per la società, e impegniamoci a rispettarne e valorizzarne il ruolo prezioso e a garantire loro, sempre, la giusta attenzione e assistenza.

Saluto con affetto tutti voi, qui presenti, residenti e provenienti da varie parti d’Italia e del mondo!

Rivolgo un particolare benvenuto ai pellegrini appartenenti all’Opera della Chiesa e ai Vescovi che li accompagnano; un benvenuto e un saluto ai bambini provenienti dalla “Casa della Misericordia” di Chortkiv, in Ucraina, ospiti presso la Parrocchia di San Michele Arcangelo di Nocera Superiore; agli adolescenti della Parrocchia di Manerbio; ai partecipanti all’Incontro Internazionale dei Giovani organizzato nel bicentenario della morte di Santa Giovanna Antida Thouret; ai giovani pellegrini del movimento di studenti cattolici Önze-Lieve-Vrouw Ster-Der-Zee di Maldegem, in Belgio, come pure agli allievi della Scuola Allievi Carabinieri di Velletri, accompagnati dal Cappellano e dai loro Officiali.

Saluto i membri della Catholic Men Association of Cameroon. Rivolgo un particolare pensiero ai partecipanti alla Sagra delle Pesche di Castel Gandolfo, che sono venuti portando i loro frutti per la Benedizione.

Stasera a Roma, sul Tevere, si terrà la processione della Madonna “fiumarola”: Maria, Madre di Gesù, ottenga ai partecipanti a questa bella tradizione e a tutti noi di vivere ogni giorno secondo gli insegnamenti del Vangelo!

E a tutti voi auguro di cuore una buona domenica!

Guarda il video


domenica 26 luglio 2026

La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione


La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione 


C’è qualcosa di profondamente inquietante nella trasformazione del disagio giovanile in uno slogan politico. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla cosiddetta “norma anti maranza”, una stretta sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni che introduce una presunzione generale di responsabilità penale, superando l’attuale necessità di accertare caso per caso la capacità di intendere e di volere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento con una frase diventata simbolo della linea del governo: “Chi sbaglia paga”.

Ma dietro una formula apparentemente semplice si apre una questione molto più profonda: quale idea di società c’è dietro la scelta di affrontare i problemi dei ragazzi attraverso l’inasprimento delle pene invece che attraverso prevenzione, scuola, servizi sociali, cultura e inclusione?

La parola stessa scelta per definire il provvedimento, “anti maranza”, è il segnale più evidente di una deriva comunicativa pericolosa. Non si sta parlando soltanto di contrastare comportamenti violenti o reati commessi da giovani: si rischia di trasformare un’intera generazione, spesso figlia di periferie dimenticate e di condizioni sociali fragili, in un bersaglio politico. Una categoria vaga, caricata di stereotipi, che finisce per sostituire l’analisi dei problemi con la ricerca del colpevole di turno.

Uno Stato serio deve certamente garantire sicurezza ai cittadini e deve intervenire quando un minore commette un reato grave. Nessuno può sostenere il contrario. Ma uno Stato democratico non può limitarsi a punire senza interrogarsi sulle cause. Un adolescente che cresce in contesti segnati da povertà educativa, marginalità, abbandono scolastico e assenza di prospettive non è semplicemente un “nemico” da colpire: è anche il prodotto delle responsabilità collettive di una società che spesso arriva troppo tardi.

La giustizia minorile nasce proprio da questo principio: un ragazzo non è un adulto in miniatura. Ha una responsabilità, ma anche una possibilità di cambiamento. La funzione della pena nei confronti dei minori dovrebbe essere prima di tutto quella del recupero, della crescita e del reinserimento. La presunzione generalizzata di imputabilità rischia invece di spostare il baricentro verso una risposta esclusivamente repressiva. Le opposizioni e diversi osservatori hanno criticato la riforma sostenendo che possa indebolire la specificità della giustizia minorile e sostituire la valutazione della persona con un automatismo.

Il problema è che la politica della paura è spesso più semplice della politica della responsabilità. È più facile annunciare nuove pene che spiegare perché mancano educatori nelle periferie, perché tanti giovani abbandonano la scuola, perché i servizi territoriali sono insufficienti, perché interi quartieri vengono lasciati senza opportunità.

La domanda allora è inevitabile: si vuole davvero combattere la criminalità giovanile o si vuole costruire consenso sulla paura dei giovani?

La sicurezza non nasce soltanto dalle sanzioni. Nasce da comunità più forti, da scuole capaci di includere, da famiglie sostenute, da politiche sociali efficaci. La repressione può essere necessaria in casi specifici, ma non può diventare l’unica risposta dello Stato.

C’è inoltre un rischio culturale enorme: quello di abituare l’opinione pubblica all’idea che ogni problema sociale possa essere risolto con un nuovo reato, una nuova pena, un nuovo nemico. È una scorciatoia che può produrre consenso immediato, ma che non costruisce una società più giusta né più sicura.

Un Paese che vuole davvero il bene dei propri giovani non deve soltanto chiedere loro di pagare quando sbagliano. Deve chiedersi perché alcuni arrivano a sbagliare e cosa è stato fatto, o non fatto, prima che fosse troppo tardi.

Perché uno Stato forte non è quello che riempie le carceri minorili. È quello che riesce a impedire che un ragazzo ci finisca dentro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di G. Cavalleri e I. Smirnova 23/07/2026)

 

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 38 - 2025/2026 - XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 13,44-52

Queste ultime brevi parole del capitolo 13 del Vangelo di Matteo concludono il Discorso sul Regno dei Cieli. L'evangelista esorta ancora una volta la sua comunità a decidersi per ciò che realmente ha valore: «Il Regno è per la gioia dei figli ed è gioia» (cit.). Decidersi per il Regno è talmente importante da spingere il credente a vendere tutto ciò che possiede per acquistare il campo del tesoro e la perla preziosa. L'amore per Dio e per il suo Regno ci libera dalle lusinghe e dalle seduzioni del mondo; la gioia che scatrurisce dall'incontro con Gesù e dalla sua conoscenza è la forza che ci fa vivere e camminare da veri figli. Gesù ci mette in guardia dal ritenere la Comunità una setta di puri, di perfetti che «osano giudicare i fratelli e pretendono di decidere chi ne fa parte e chi no» (Papa Francesco), usurpando così il posto di Dio cui solo spetta questo compito. La Chiesa piuttosto è «una rete che al suo interno accoglie di tutto, buoni e cattivi» (cit.). Quanti hanno fatto l'esperienza del perdono e della misericordia di Dio sono a loro volta chiamati ad usare misericordia e perdono verso i fratelli. Nel caso contrario appartengono al numero di coloro che chiudono il Regno dei Cieli davanti agli uomini: loro non vi entrano e non permettono ad altri di entrare (cfr. Mt 23,13).

sabato 25 luglio 2026

IL GESU’ DALLA FEDE SOLARE - Gesù indica la fede come forza vitale che ti cambia la vita... Dio per te è un tesoro o un dovere? È una perla di luce o un obbligo? - XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

IL GESU’ DALLA FEDE SOLARE


Gesù indica la fede come forza vitale che ti cambia la vita...
Dio per te è un tesoro o un dovere? 
È una perla di luce o un obbligo?


In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Mt 13,44-52.
  
IL GESU’ DALLA FEDE SOLARE
 
Gesù indica la fede come forza vitale che ti cambia la vita... Dio per te è un tesoro o un dovere? È una perla di luce o un obbligo?

Con due parabole brevi e lampeggianti Gesù dipinge su un fondo d’oro il dittico lucente della fede. Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, tra rovi e sassi e su un campo non suo, resta folgorato dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.

Due piccole parabole che poggiano sulla stessa idea di fondo: ciò che Dio ti può dare non ha confronti fra le cose. “Tesoro e perla”, sono nomi inusuali nelle liturgie, lo diresti un linguaggio da pirati e avventure, da favole o da innamorati. Con essi Gesù indica la fede come forza vitale che ti cambia la vita. La fa camminare, correre, perfino volare. Il Vangelo assicura che tutti possono trovare o essere trovati da Dio, sorpresi da una luce sulla via di Damasco oppure dal Dio della normalità, che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi, come un contadino paziente.

Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. La gioia è il primo tesoro che il tesoro dona, è la forza che mette in cammino. Ma senza sentori di rinuncia o sacrifici (Gesù non chiede mai sacrifici, nel Vangelo di Matteo li evoca due sole volte e sempre per negarli). La visione di un cristianesimo triste, immaturo e grigio è lontanissima dalla fede solare di Gesù. Niente di quello di prima viene buttato via, il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto! Lasciano molto, ma per avere molto! Non perdono niente, lo investono. Così i cristiani: scelgono, e scegliendo bene, guadagnano.

Noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ma per una passione, per scoperta di tesori: Dov’è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore (cfr Mt 6,21).

I cercatori di Dio non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, cercare, pescare; lavorare il campo, scoprire, camminare, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche. Il peggio che ci possa capitare è restare immobili, bloccati dalle paure.

Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l’esito della storia sarà buono, nonostante tutto, buono. Paolo dice che tutto concorre al bene, anche quel mucchietto di sassi che sembra il mio campo, altro che tesoro nascosto! (Rm 8,28). E Agostino aggiunge: etiam peccata, anche i peccati.

Tesoro e perla sono nomi di Dio. Si rivolgono a me, un po’ contadino e un po’ mercante e mi domandano: ma Dio per te è un tesoro o un dovere? È una perla di luce o un obbligo?

Mi sento contadino fortunato, mercante dalla buona sorte. E sono grato a Colui che mi ha fatto inciampare in un tesoro, in molte perle, lungo molte strade, in molti giorni: davvero incontrare Cristo è stato l’affare migliore della mia vita!