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lunedì 14 settembre 2026

Buon compleanno Papa Leone!



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Buon compleanno Papa Leone,
auguri Padre Robert.
Nella semplicità e sobrietà lo stile sereno del Pontificato 

Il Pontefice compie 71 anni nel segno della sobrietà: nessuna celebrazione ufficiale, una giornata di preghiera e lavoro. Gli auguri della CEI, delle istituzioni e delle Chiese di tutto il mondo rendono omaggio a un ministero vissuto come servizio.


C’è un tratto che distingue Robert Francis Prevost fin dal primo giorno del suo pontificato: la scelta di scomparire dietro il ministero che gli è stato affidato. Anche oggi, nel giorno del suo settantunesimo compleanno, Papa Leone XIV conferma quello stile fatto di sobrietà, essenzialità e discrezione che è ormai diventato la cifra della sua presenza sulla cattedra di Pietro.

Nessuna festa pubblica, nessun ricevimento, nessuna celebrazione solenne. Il compleanno del Pontefice si svolge come una normale giornata di lavoro: la messa, gli incontri di governo, i dossier della Curia, i colloqui con i collaboratori e la preghiera personale. È il modo con cui il Papa americano, diventato missionario in Perù, superiore generale dell’Ordine Agostiniano cui appartiene, e poi vescovo delle periferie, continua a raccontare senza parole quale idea abbia dell’autorità nella Chiesa.

Da Chicago alle periferie del Perù

Nato a Chicago il 14 settembre 1955, figlio di una famiglia dalle radici europee (francesi e siciliane) e latinoamericane, Robert Prevost entrò giovanissimo nell’Ordine di Sant’Agostino. Dopo gli studi e l’ordinazione sacerdotale, scelse il Perù come terra di missione, vivendo per oltre vent’anni accanto alle comunità più povere della regione andina.

Quell’esperienza non rappresenta soltanto una pagina della sua biografia: è diventata il paradigma del suo pontificato. Prima superiore generale degli agostiniani per dodici anni, poi vescovo di Chiclayo, Prevost ha imparato a governare ascoltando, privilegiando il dialogo rispetto alla contrapposizione e la vicinanza concreta rispetto ai grandi gesti simbolici.

In un’intervista concessa mesi fa alle emittenti statunitensi NBC e Telemundo, Papa Leone XIV ripercorse la propria storia personale e familiare, spiegando come le sue origini abbiano profondamente segnato il suo modo di guardare al mondo e al ministero petrino. “La mia storia familiare mi ricorda che tutti possiamo essere, prima o poi, stranieri in cerca di una casa”, ha raccontato il Pontefice, ricordando come i nonni siano arrivati negli Stati Uniti da immigrati. Un’esperienza che continua a ispirare il suo sguardo verso chi oggi è costretto a lasciare il proprio Paese.

“I miei nonni arrivarono negli Stati Uniti come immigrati”, ha detto. “Ogni persona porta con sé una storia, una speranza e un desiderio di costruire un futuro migliore”. Per questo, aggiunge, “quando dimentichiamo il volto concreto delle persone, rischiamo di perdere anche la nostra umanità”.

Leone XIV ha ricordato anche una pagina complessa della propria genealogia. “Dal lato di mia madre ci sono persone che furono schiave e persone che furono proprietarie di schiavi”. Una memoria che, ha spiegato, lo invita a guardare alla storia senza rimuoverne le contraddizioni, ma trasformandole in un’occasione di riconciliazione e di rispetto della dignità di ogni essere umano.

Proprio questa esperienza personale porta il Papa a respingere qualsiasi lettura nazionalistica del proprio pontificato. “Mi considero più il Papa che, solo per caso, è americano”, ha affermato con decisione. Il suo ministero, ha chiarito, appartiene alla Chiesa universale e non può essere identificato con una particolare appartenenza nazionale.

Quando l’8 maggio 2025 i cardinali lo elessero Vescovo di Roma, molti lessero nella sua figura una naturale continuità con l’eredità di Papa Francesco: non una copia, ma uno sviluppo originale fondato sul “coraggio dell’essenziale”, espressione che Leone XIV ha fatto propria in numerosi incontri con le Chiese locali.

Un compleanno che diventa testimonianza

Il compleanno cade in una fase particolarmente intensa della vita ecclesiale. Il Papa è impegnato nella preparazione del nuovo cammino sinodale, nella promozione di iniziative diplomatiche per la pace e nell’organizzazione dei prossimi viaggi apostolici che lo porteranno ancora una volta a incontrare popoli segnati da guerre, povertà e migrazioni.

Negli ultimi mesi il suo magistero ha ruotato attorno a tre parole ricorrenti: perdono, riconciliazione e fraternità. Anche nell’Angelus di ieri aveva ricordato come le divisioni tra le persone e tra i popoli nascano spesso dall’incapacità di perdonare, indicando nell’amore evangelico l’unica forza capace di “disarmare ogni rancore”. Un messaggio che oggi risuona quasi come il regalo spirituale che il Pontefice offre alla Chiesa nel giorno del proprio compleanno.

L’abbraccio della Cei: “Il ministero è anzitutto servizio”

Tra i primi messaggi ufficiali è arrivato quello della Conferenza Episcopale Italiana, che ha rivolto al Papa gli auguri delle Chiese in Italia unendoli “alla preghiera di ringraziamento per il Suo ministero”.

I vescovi hanno richiamato proprio le parole pronunciate da Leone XIV all’Angelus sul rapporto tra perdono e pace, definendole “particolarmente attuali” di fronte ai conflitti che continuano a insanguinare diverse regioni del mondo.

Nel messaggio emerge anche la gratitudine per l’indirizzo pastorale impresso dal Pontefice in questi primi mesi: la centralità del Vangelo, comunità orientate all’annuncio, parrocchie capaci di accoglienza e organismi di partecipazione realmente operanti. Per la Cei sono indicazioni che stanno già accompagnando il cammino delle diocesi italiane.

La conclusione riprende una convinzione spesso ribadita dallo stesso Leone XIV: nella Chiesa ogni ministero trova il proprio significato soltanto nel servizio. Da qui l’augurio semplice e affettuoso rivolto al “Padre Robert” prima ancora che al Papa.

Gli auguri delle istituzioni

Agli auguri delle comunità ecclesiali si sono uniti anche i vertici delle istituzioni italiane. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa, numerosi ministri, presidenti di Regione e amministratori locali hanno espresso pubblicamente gli auguri al Pontefice, sottolineandone il ruolo di guida morale e il costante impegno per il dialogo internazionale e la costruzione della pace.

Messaggi diversi per provenienza politica, ma accomunati dal riconoscimento dell’autorevolezza con cui Leone XIV continua a richiamare governi e popoli alla responsabilità verso gli ultimi, alla tutela della dignità umana e alla ricerca instancabile della riconciliazione.

Un Papa che chiede soprattutto una preghiera

Forse il dato più significativo di questa ricorrenza non è il numero degli anni, ma il modo in cui vengono celebrati. Da ogni continente arrivano gli auguri di diocesi, conferenze episcopali, monasteri, missioni e semplici fedeli. Molti non inviano doni, ma assicurano una Messa, un Rosario, un momento di adorazione.

È la risposta più coerente alla richiesta che accompagna ogni uscita pubblica dei Pontefici dal tempo del presecessore Francesco e che Leone XIV ha fatto immediatamente propria: “Pregate per me”.

Così il settantunesimo compleanno di Papa Leone non diventa la celebrazione di una persona, ma la festa silenziosa di un servizio. Un servizio vissuto con l’umiltà del missionario, la fermezza del pastore e la convinzione che la Chiesa sia credibile soltanto quando sceglie, ogni giorno, la via semplice del Vangelo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Salvatore Izzo 14/09/2026)




Buon anno scolastico 2026-2027 a tutti! - 8 milioni gli studenti sui banchi - L'augurio e le riflessioni di mons. Caiazzo

Buon anno scolastico 2026-2027 a tutti!


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Parte l'anno scolastico, 8 milioni gli studenti sui banchi

Valditara assicura 'tutti i docenti in cattedra'
ma i sindacati parlano di 200mila precari

Con la settimana che inizia riprende in tutte le regioni il nuovo anno scolastico che vedrà impegnati circa 8 milioni di studenti fino al prossimo giugno.


A parte alcuni sindaci che hanno pubblicato delle ordinanze per rinviare di qualche giorno l'inizio dell'anno scolastico per via del caldo, le lezioni sono riprese il 7 settembre a Bolzano, poi il 10 è stata la volta di Veneto, Valle d'Aosta e a Trento: circa 530 mila in Veneto, oltre 15mila in Valle d'Aosta, 66mila e trecento circa a Trento.

Da lunedì 14 settembre si torna in classe in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise, Piemonte e Umbria e Lombardia. Martedì 15 settembre sarà la volta di un gruppo numeroso formato da Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana. Il giorno seguente, mercoledì 16 settembre, riprenderanno le lezioni in Abruzzo, Basilicata e Sardegna. A chiudere formalmente questa lunga catena d'avvio sarà infine la Puglia, dove il primo suono della campanella è programmato per giovedì 17 settembre.

Per il titolare dell'Istruzione la scuola inizierà con tutti i docenti in cattedra. Sono state fatte immissioni in ruolo di docenti su posto comune, di sostegno e per l'insegnamento della Religione cattolica, per un totale di 37.430. E' stata anche coperta, ha spiegato, la quasi totalità delle supplenze, pari a circa 118 mila posti. Inoltre, sono stati confermati, su richiesta delle famiglie, ben 55.814 supplenti su posto di sostegno, quasi 10 mila in più rispetto al 2025/2026. Ed è stata effettuata in più l'immissione in ruolo di 342 dirigenti scolastici e sono in fase di conclusione anche le assunzioni di 12.284 unità di personale Ata.

Ma per i sindacati la situazione non è affatto così rosea: i precari sarebbero oltre 200 mila e Il caro vita costringe migliaia di supplenti meridionali o del Centro Italia a rinunciare all'immissione in ruolo al Nord. Inoltre l'ultimo rapporto di Cittadinanzattiva ricorda che sono 68 i crolli avvenuti nelle scuole da settembre 2025 ad agosto 2026, con il ferimento di 12 persone, e che la situazione non è molto migliorata in questi ultimi mesi.

Rispetto ai rischi naturali, il 44% delle nostre scuole si trova in territori ad elevata sismicità (zona 1 e 2), il 19% ricade in aree a pericolosità idraulica, mentre sono 5.113 gli edifici scolastici collocati in aree a rischio frana. Anche il cambiamento climatico minaccia direttamente la salute di studenti e personale scolastico: solo il 7,4% delle scuole italiane infatti dispone di sistemi di condizionamento o ventilazione. Ben oltre la metà degli edifici scolastici non possiede il certificato di agibilità (23.218; 59%), rilasciato dal Comune, che attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico degli edifici. Il quadro regionale - secondo i dati della rivista specializzata Tuttoscuola - è fortemente polarizzato: in Valle d'Aosta 122 edifici su 139 (87,8%) ne sono dotati, mentre nel Lazio — anche per la presenza di numerosi edifici storici nella Capitale — la percentuale non raggiunge il 13% (407 su 3.203). Sulla presenza infine di amianto nelle scuole, l'Inail stima che gli edifici scolastici potenzialmente a rischio sull'intero territorio nazionale possano essere oltre 14.000.
(fonte: ANSA 13/09/2026)

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Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo della diocesi di Cesena-Sarsina) ha scritto una lettera agli studenti e alle loro famiglie, agli insegnanti, ai dirigenti e al personale tutto della scuola per accompagnare con alcune riflessioni l’inizio di un nuovo anno scolastico.



LETTERA ALL’INIZIO DEL NUOVO ANNO SCOLASTICO 2026/27

Carissimi studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, personale tutto della scuola, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, come pastore di questa Chiesa di Cesena-Sarsina, desidero parteciparvi il mio pensiero che mi auguro possa essere accolto come segno del mio affetto paterno e della mia vicinanza, e, nello stesso tempo, vuole essere stimolo per alimentare la speranza. 

La mia è una riflessione che sento di condividere, mentre inizia per tutti voi una nuova avventura. 

La società attuale sta vivendo un momento di crisi globale che scuote l’umanità, mettendoci tutti, credenti e non, di fronte alle nostre responsabilità. C’è bisogno che ritroviamo la direzione giusta per riscoprire la bellezza del viaggio e dell’avventura educativa. Si avverte l’urgente necessità di costruire una cultura umana, inclusiva e attenta alle realtà dei giovani. La riapertura delle scuole inaugura un cammino, un anno nuovo e mai ripetitivo, il cui compito primario è la crescita degli studenti attraverso incontri, confronti, nascita di relazioni, di conoscenze, di fiducia reciproca nei rapporti quotidiani. Si cresce insieme e insieme ci si aiuta ad essere responsabili

 Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo scorso anno, pensando a voi studenti, ci ha ricordato: «La scuola contribuisce, in misura determinante, a far crescere la loro personalità, a radicare i loro valori, a definire e consolidare le loro speranze, a metterne alla prova intelligenza, socialità, creatività. Vi si prepara il domani della nostra civiltà e della nostra democrazia. A scuola si disegna il futuro». 

Il 28 0ttobre 2025 Papa Leone XIV ha pubblicato una lettera apostolica: “Gravissimum educationis”. In essa ci ricorda che soprattutto noi cattolici, nell’ambiente educativo «complesso, frammentato e digitalizzato» di oggi, siamo chiamati a «disegnare nuove mappe di speranza», sottolineando come necessario lo sviluppo della vita interiore. 

Mi rendo sempre più conto di quanto voi, ragazzi e giovani, soprattutto quando vi sentite più fragili, quando vivete momenti di paura ed ansia, avvertite il bisogno di spazi di spiritualità, di silenzio per ritrovare voi stessi, recuperando valori umani e spirituali che vi permettano di affrontare con coraggio e serenità i propri limiti, quali occasioni di crescita nella ricerca della verità. 

Spesso siete voi che ricordate a noi adulti le disuguaglianze che minano fortemente la pace nel mondo, la crisi climatica che in questo tempo sta investendo ogni angolo della terra. Siete proprio voi che dovete cogliere il grido di dolore che sale da questa nostra casa comune, costringendo noi adulti a smettere di fare scelte disastrose e a ricominciare a rispettarla ed amarla, non distruggendo le risorse del creato, beni da difendere e da tramandare. Per essere cittadini autentici di questo nostro mondo bisogna uscire dalla logica di un’istruzione fatta di indottrinamento di conoscenze accettate senza alcuna verifica. E’ necessario favorire e incoraggiare lo sviluppo di un pensiero critico, riappropriarsi di valori umani che vadano al di là delle nozioni e permettano di dare corpo a parole quali dignità umana, diritti inviolabili della persona. Fantastica avventura che ha bisogno dell’apporto di tutti: famiglia, scuola, Chiesa, istituzioni, social media. 

Un altro aspetto importante mi sembra che sia l’uso “saggio” delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, «ponendo la persona prima dell’algoritmo» (da poco è stata pubblicata una Enciclica di Leone XIV “Magnifica Humanitas”). Bisogna favorire, dice il Papa, una «alleanza educativa” per aiutare le nuove generazioni a «digiunare» dall’intelligenza artificiale. Solo così si possono «proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario». Da qui la necessità di una ecologia della comunicazione, per vincere la disinformazione e ricercare la verità. 
Tutti siamo chiamati a prendere coscienza che, come raccomanda Papa Leone alle famiglie, alla scuola e al mondo dell’educazione, «Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quado esso contrasta con il bene dei minori”. E rivolgendosi ai giovani li esorta a restare umani: “Uomini e donne in carne ed ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano”. 

Un altro pensiero, certamente non ultimo, nell’osservare i tanti conflitti di guerra sull’intero pianeta (almeno 65), è per la promozione di una pace «disarmata e disarmante». Usando il linguaggio di Gesù, siamo chiamati, oggi più di ieri, ad essere «operatori di pace». Dai banchi di scuola bisogna partire per vivere la cura della cultura della pace. Ogni comunità, continua a ripetere Leone XIV, dev’essere una «casa della pace e della non violenza», «dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». 
La scuola ha da sempre questo compito: educare e promuovere la cultura della pace. E nel vostro cuore, cari ragazzi e giovani, è innato l’anelito alla giustizia e alla pace. 

Prego per ognuno di voi (credenti e non) e per tutti, affinché possiate vivere questo nuovo anno scolastico promuovendo e consolidando relazioni vere, ricche di umanità, desiderosi e pronti a costruire un mondo migliore di quello che vi stiamo lasciando. Ho fiducia in voi. Abbiamo tutti fiducia immensa in voi. 

✠ Don Pino, Arcivescovo
(fonte: Diocesi di Cesena-Sarsina)



domenica 13 settembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
13 settembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il nostro Dio è un Dio misericordioso e fedele, lento all’ira e grande nell’amore. A Lui con fiducia filiale rivolgiamo le nostre intenzioni di preghiera ed insieme diciamo:


R/   Ascoltaci, o Dio, nostrobbi pietà di noi, o Padre

 

Lettore


- Fa’, o Padre, che la tua Chiesa sotto la guida del tuo Spirito diventi sempre più la casa della fraternità, dove ognuno si prende cura dell’altro grazie alla preghiera, alla correzione fraterna ed al perdono gratuito e senza limiti. Preghiamo.

- Sii Tu, o Padre dei piccoli e dei poveri, la forza e la difesa di tutto il popolo dei migranti, uomini, donne e bambini in cerca di una nuova patria, ma che per la disumanità e il cinismo dell’attuale politica, sono facile preda dei trafficanti di carne umana o che vengono rinchiusi in luoghi di detenzione o ridotti in regime di schiavitù. Preghiamo

- A Te, o Padre dal cuore grande e paziente, vogliamo affidare il cammino degli Stati europei, perché diventi sempre più concreta l’unione tra i popoli. Perdona e correggi la confusa e ipocrita gestione dell’immigrazione da parte dell’Unione Europea e dei singoli Stati di essa. Preghiamo

- Ti affidiamo, o Padre buono e grande nell’amore, il nostro Paese. Assisti quanti sono impegnati nella riapertura delle scuole. Sii vicino agli insegnanti e agli alunni, perché sappiano affrontare con discernimento i tempi difficili e drammatici che stiamo vivendo. Preghiamo

- Davanti a te, o Padre compassionevole, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio, e poi riprendere a leggere →]; ci ricordiamo anche delle vittime sul posto di lavoro, delle vittime della violenza sempre più brutale nelle famiglie, tra i giovani e tra gli adulti. Accogli tutti davanti al tuo Volto e rendili partecipi della tua beatitudine.  Preghiamo.


Per chi presiede

O Dio nostro Padre, con fiducia filiale ti abbiamo presentato le necessità di tutti gli uomini e il nostro impegno di costruire un mondo più umano e fraterno: vieni a salvarci con la tua misericordia e il tuo perdono senza limiti. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


Venezia incorona «Woman Unknown», ma il film che scuote la Mostra è «Naza»

Venezia incorona «Woman Unknown»,
ma il film che scuote la Mostra è «Naza»

Il Leone d’oro va al film di May el-Toukhy, premiata anche indirettamente dalla Coppa Volpi a Mathilde Arcel. Ma il Premio speciale della giuria a Naza, durissima inchiesta israeliana sulla guerra a Gaza, segna politicamente e moralmente questa edizione della Mostra.

ANSA

Il Leone d’oro della Mostra di Venezia numero 83 va a Woman Unknown, e non è una scelta neutrale. Il film della regista danese di padre egiziano May el-Toukhy usa il passato per parlare al presente: racconta la storia di Marie, una donna che nell’immediato dopoguerra danese porta addosso lo stigma di una relazione avuta durante l’occupazione con un soldato tedesco. È la storia di una colpa trasformata in marchio sociale, della violenza esercitata sul corpo femminile, del confine sempre incerto tra vittima e carnefice.

Il verdetto veneziano è rafforzato dalla Coppa Volpi assegnata alla protagonista Mathilde Arcel, trent’anni, al suo primo ruolo da protagonista e al suo primo festival internazionale. Una doppietta abbastanza rara: il Leone al film e il premio alla sua interprete. El-Toukhy ha dedicato il riconoscimento alla figlia adolescente e ha invitato a usare la propria voce per chi viene abbandonato e messo a tacere. È una frase che potrebbe fare da epigrafe all’intero palmarès.

Perché Venezia 2026 sembra avere scelto, oltre che un’estetica, una sorta geografia morale. Ucraina, Gaza, Iran, Camerun, violenza sulle donne, adolescenti in crisi: il mondo è entrato prepotentemente nelle sale del Lido. E il film nel quale questo incontro tra cinema e storia contemporanea diventa più esplosivo è probabilmente Naza. I critici diranno che Venezia è la festa del cinema e spesso l’arte non coincide con il messaggio: ma in questo caso la giuria ha voluto testimoniare che arte e impegno morale possono coincidere e che è possibile che i due aspetti si raforzino l’un l’altro.

Il Premio speciale della giuria è andato infatti al documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Ottanta minuti, girati di notte sui tetti di Tel Aviv, e una scelta narrativa di grande forza: raccontare Gaza guardandola dal cuore stesso di Israele. Non attraverso un manifesto ideologico, ma attraverso un’inchiesta costruita anche sulle testimonianze di 24 ufficiali dell’Idf, ascoltati sotto anonimato. Alcuni parlano perché tormentati da ciò che hanno fatto, altri perché convinti di avere semplicemente compiuto il proprio dovere. Il neorealismo ai tempi di Netanyahu.

Naza è una delle opere più coraggiose passate quest’anno da Venezia proprio perché nasce dentro la società che mette sotto accusa. Il termine che dà il titolo al film appartiene al linguaggio militare e indica le vittime collaterali. Ma ciò che Abraham e Szor cercano di fare è precisamente restituire un volto, una responsabilità, una dimensione umana a ciò che il lessico burocratico della guerra trasforma in una categoria statistica.

È anche questo a rendere il film così importante. Non arriva dall’esterno per impartire una lezione a Israele. Sono due cineasti israeliani che obbligano il proprio Paese a guardarsi allo specchio, a guardarsi dentro. Secondo quanto raccontato nel film, gli ufficiali intervistati descrivono come sistemico, e non accidentale, il meccanismo delle uccisioni di civili palestinesi a Gaza. Dal palco Abraham ha detto che «tutti gli israeliani devono vederlo». La sala si è alzata in piedi ad applaudire.

C’è una forza particolare quando una democrazia produce al proprio interno gli strumenti per mettere sotto accusa se stessa. Naza appartiene alla tradizione migliore del cinema d’inchiesta: quella che non tranquillizza lo spettatore, non gli permette di uscire dalla sala esattamente come vi è entrato. In un tempo in cui ogni guerra è accompagnata da una guerra parallela delle immagini, delle parole e delle propagande, Abraham e Szor scelgono il terreno più scomodo: testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare israeliano.

È difficile immaginare un riconoscimento più significativo.

Anche il Leone d’argento per la regia premia l’impegno e porta direttamente dentro un’altra guerra europea. Lo conquista Ilya Khrzhanovsky con Dau. Il regista, che ha rinunciato alla cittadinanza russa dopo l’invasione dell’Ucraina, ha dedicato il premio agli ucraini che combattono «per la libertà» e «per la pace». Ha ricordato che alla gigantesca lavorazione del film, durata vent’anni, hanno partecipato più di duemila persone, molte delle quali ucraine.

Il Gran Premio della Giuria va invece al coreano Lee Chang-dong per Possible Love, storia di due coppie le cui vite si incrociano durante la realizzazione di un documentario. Un ritorno importante per un autore che Venezia conosce bene e che già nel 2002 aveva conquistato il Leone d’argento con Oasis.

La migliore sceneggiatura premia Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un Bon Petit Soldat, mentre la Coppa Volpi maschile va a John Malkovich per Wild Horse Nine. Malkovich, impegnato su un altro set, riceve il premio a 72 anni dopo una carriera che comprende film come Le relazioni pericolose, Essere John Malkovich e Nel centro del mirino. Il premio Marcello Mastroianni incorona invece la ventitreenne Malou Khebizi, protagonista di 15/18 – A Place to Heal di Cédric Kahn.

Per l’Italia le soddisfazioni arrivano soprattutto da Orizzonti. Riccardo Scamarcio vince il premio come miglior attore per I figli della scimmia (e lo dedica a tutti i papà del mondo), film di Tommaso Landucci di cui è anche produttore, mentre Landucci e Damiano Femfert conquistano il riconoscimento per la sceneggiatura. Il miglior film della sezione è Detour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni; tra le interpreti viene premiata l’iraniana Lalah Marzban per Moragheb, che dedica il riconoscimento alle donne del suo Paese.
Resta allora l'immagine complessiva di questo palmarès. Venezia non ha premiato un cinema che fugge dalla realtà. Ha fatto il contrario. Dai corpi delle donne di Woman Unknown ai civili palestinesi raccontati da Naza, dagli ucraini evocati da Khrzhanovsky alle donne iraniane ricordate da Lalah Marzban, i premi disegnano una Mostra attraversata dalle fratture del nostro tempo.

Il Leone d’oro appartiene giustamente a Woman Unknown. Ma può accadere nei festival che il premio più importante non coincida con il film destinato a lasciare la ferita più profonda. A Venezia 83 quella ferita porta un nome breve, quasi burocratico, terribile proprio per questo: Naza.
(fonte: Famiglia Cristiana 12/09/2026)


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Per approfondire leggi anche:

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 45 - 2025/2026 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 18,21-35

Con questa parabola, propria dell'evangelista, si conclude il "Discorso Ecclesiale", quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel Vangelo di Matteo. Il brano è una esortazione sull'importanza del perdono all'interno della comunità, di come il rapporto tra i fratelli deve necessariamente essere il riflesso del rapporto che Gesù ha con ciascuno di noi. Si tratta di mettere in pratica la Giustizia, una giustizia più grande e totalmente differente dalla nostra, propria di coloro che amano così come da Dio sono amati. E' la disparità della Giustizia del Padre, che è viscere di misericordia, dono e perdono infiniti. «Alla giustizia della Torah, che discrimina e uccide, succede quella dello Spirito di Dio, che è misericordia e dà la vita» (cit.). Il perdono è il cuore pulsante della vita della Chiesa, perdono che fa di noi dei figli amati, affinché perdoniamo e amiamo i fratelli. Infatti, un amore che non perdona non è amore. Il peccato più grave, infatti, non è il debito contratto con il Padre (diecimila talenti sono una cifra spropositata, impossibile da restituire, pari a circa sessanta milioni di giornate lavorative), ma il credito nei confronti del fratello che osiamo far valere (una cifra irrisoria, l'equivalente di cento giornate di lavoro). Come Chiesa, perciò, siamo chiamati a sempre perdonare come da Dio siamo perdonati, a usare misericordia nei confronti dei nostri fratelli come il Signore ha misericordia di noi. Il cuore della Legge di Dio è il perdono, il segno più grande dell'appartenenza alla sua famiglia. E parafrasando il Santo Curato d'Ars, possiamo anche noi affermare che «perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto».


sabato 12 settembre 2026

FERITE DISINNESCATE - "Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. Il perdono non libera il passato, libera il futuro." - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

FERITE DISINNESCATE


Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. 
Il perdono non libera il passato, libera il futuro.


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. (...) Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Mt 18,21-35
  

FERITE DISINNESCATE
 
Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. Il perdono non libera il passato, libera il futuro.


Una parabola che scardina il nostro cuore piccolo: Non dovevi anche tu aver pietà?

Chiave di volta di tutta l’etica umana. Perché perdonare? Un istinto in noi ci fa credere che il male subìto si possa “riparare” mediante un altro male. Ferire chi ci ha ferito, col risultato d’avere non più una, ma due ferite che sanguinano!

Il perdono non va confuso neppure con il subire in silenzio, occorre fare la giustizia per raggiungere la riconciliazione, come fu per il miracoloso processo storico di Nelson Mandela per il Sudafrica. Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. «Ci strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio» (H. Arendt).

La parola greca impiegata dai vangeli per indicare il perdono è afesis. Deriva da “afiemi”, verbo di movimento: andare da un luogo ad un altro, lasciare un posto per raggiungerne un altro, aprire porte e legami e serrature, tagliare lacci e rimettere qualcuno nel vento e nel sole, mettere spontaneamente in libertà la persona.

Il perdono è mandare via, mandare altrove, mandare avanti. Significa movimento, è il salpare della nave, lo scoccare della freccia, è la carovana che parte, l’aquila che si lancia in volo, il prigioniero che esce dal carcere.

Dio non è Colui che, pur sentendosi offeso, perdona. Dice Turoldo: «È noi che offende questo continuo peccare, non te». E’ Dio che ti lancia in avanti, ti fa salpare verso albe intatte, offre possibilità nuove con un supplemento di energia: d’ora in avanti tu sarai...!

Il perdono non libera il passato, libera il futuro.

Quando noi preghiamo “rimetti i nostri debiti”, stiamo chiedendo: donaci la libertà, lasciaci per oggi e per domani tutta la libertà e la forza di volare e di amare, di generare e di dare alla luce.

Anche il sacramento detto della Confessione non è rivolto tanto ai peccati di ieri, quanto alla strada di domani; non è un colpo di spugna sugli sbagli della vita, è un colpo d’ala per ripartire e trasformarci.

A volte noi perdoniamo ma in qualche angolo della memoria custodiamo le offese ricevute, come munizioni pronte per la prossima battaglia; San Francesco scriveva: «Farai vedere negli occhi il perdono». Non il perdono a stento, non quello a muso duro, ma quello che esce dagli occhi, dallo sguardo nuovo e buono, che ti cambia il modo di vedere la persona. E diventano occhi che ti custodiscono, dentro i quali ti senti a casa.

Perché Dio perdona, perché è buono? No, anche un uomo è capace di bontà. Dio perdona per un atto di fede in me, di fiducia: vede la luce prima delle ombre, vede la mia vita “d’ora in avanti” come per l’adultera perdonata, vede un futuro buono dove il bene possibile conta più del male presente.


Il cardinale Zuppi: “educare è liberare la persona per restituirle il futuro”

SCUOLA.
Educare quando tutto sta cambiando 
di Marco Rossi-Doria 

Prefazione di Matteo Maria Zuppi
«La scuola come atto di speranza radicale»

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.
È il motivo che mi ha spinto a scrivere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. ...



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Il cardinale Zuppi:
“educare è liberare la persona per restituirle il futuro” 


La scuola non può essere ridotta a un luogo dove si trasmettono nozioni o si misurano prestazioni. Per il cardinale Matteo Maria Zuppi, educare significa anzitutto liberare la persona e restituirle un futuro. È il messaggio della prefazione al libro di Marco Rossi-Doria Scuola. Educare quando tutto sta cambiando, pubblicata da Avvenire. Un testo che evoca – pur senza citarlo – il saggio di Giulio Girardi “Educare per quale società”.

Zuppi parte dal significato stesso della parola educazione, richiamandone l’etimologia latina: “Educare, dal latino educere, significa tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere”. Per il presidente della CEI questa è la vera missione della scuola: aiutare ogni ragazzo a sviluppare le proprie potenzialità, soprattutto nei contesti più fragili e nelle periferie educative.

Secondo il cardinale, parlare oggi di istruzione non è soltanto una questione pedagogica, ma una scelta civile che riguarda il destino della comunità. “Parlare di scuola e di educazione non è un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare”. La qualità della scuola, osserva, coincide con la qualità della democrazia e della convivenza sociale.

Zuppi denuncia poi una delle grandi contraddizioni del sistema educativo italiano: mentre il merito viene continuamente evocato, permane un profondo divario nelle opportunità formative. “Viviamo un tempo in cui la parola ‘merito’ è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo”, scrive, ricordando che il merito deve essere realmente accessibile a tutti e che spetta alla scuola creare le condizioni perché ogni studente possa esprimere il proprio talento.

Richiamando l’esperienza del maestro di strada Marco Rossi-Doria, il cardinale affronta il tema del cosiddetto “fallimento formativo di massa”, ribaltando la prospettiva tradizionale: “Quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi”. L’insuccesso scolastico, dunque, non rappresenta la sconfitta del singolo, ma il segnale di una responsabilità collettiva della società e delle istituzioni.

Nella parte conclusiva della prefazione, Zuppi affida alla scuola una delle definizioni più intense del suo intervento. Citando Georges Bernanos, afferma che il futuro appartiene a chi sa sperare e conclude: “La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino: siediti qui, impara, questo serve per te, è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno”.

Per Zuppi, in un’epoca dominata dalla velocità, dalla logica del mercato e dalla cultura della performance, l’educazione rimane il gesto più rivoluzionario: accompagnare ogni persona verso la pienezza di sé e custodire la speranza che nessun bambino sia mai condannato dalle proprie condizioni di partenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 08/09/2026)


Enzo Bianchi Quella debolezza che diventa grazia

Enzo Bianchi
Quella debolezza che diventa grazia  
 
Il Vangelo insegna che il Signore non scarta chi è fragile:
è proprio nella mancanza di forze che può manifestarsi la potenza del suo amore


Famiglia Cristiana - 6 settembre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Nella nostra vita conosciamo ore di fatica e ore di debolezza. A volte ci sentiamo colpevoli di non essere all’altezza di un’azione, di un compito che spetta a noi portare a compimento, e scopriamo una debolezza che non pensavamo presente in noi stessi. “Non ce la faccio! …” si arriva a pensare o a dire e si soffre la stanchezza, l’affaticamento, la debolezza. Nei Vangeli è molto frequente la parola “debole” (asthenés) senza forze, tradotto sovente come malattia. Ma nella lingua dei Vangeli, il greco, c’è un’altra parola per indicare il malato. Gesù è colui che accoglie davanti a sé deboli e malati (cf. Lc 8,2) e l’amico Lazzaro è preso da debolezza, è senza forze (cf. Gv 11,1), quando è ritenuto addirittura morto.


Gesù si preoccupa innanzitutto della debolezza, della mancanza di forze, della fragilità umana. Lo sguardo di Gesù non va all’eventuale peccato di chi gli sta davanti, ma alla sua sofferenza e per questo lo cura, a volte lo guarisce e così lo purifica anche da ogni peccato. Quando Gesù dice a Marta, sorella di Lazzaro, che la debolezza di Lazzaro non è per la morte ma per lo splendore della gloria di Dio (cf. Gv 11,4) ci svela che nelle nostre debolezze, nei nostri abissi può operare la potenza dell’amore di Dio come grazia, cioè amore mai da meritare ma dato gratuitamente affinché dove c’è la tenebra vinca e brilli la luce, dove c’era la disperazione vinca la speranza, e la debolezza diventi evento di grazia.
(fonte: blog dell'autore)

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N.B. 
Quest'articolo è stato pubblicato postumo.

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venerdì 11 settembre 2026

Andrea Monda: 11 settembre La ferita il dolore la memoria

 Andrea Monda

11 settembre
La ferita il dolore la memoria


Alcune date si ricordano. Anche a distanza nel tempo. Anche 25 anni dopo. Sono date dove ognuno sa dove si trovava in quel giorno. Undici settembre. Non c’è bisogno di aggiungere nient’altro, neanche l’anno. Queste due parole sintetizzano tutto quello che c’è da dire. Abbiamo bisogno di queste “sintesi” che sono le date. Sintesi estreme. Perché la storia degli uomini ogni tanto si avvicina così alle sue “estremità” che emerge, scoppia, s’impone, segna con una grande linea rossa e diventa uno spartiacque.

L’undici settembre “scoppiato” all’alba del terzo millennio è già uno spartiacque di questo secolo. Ventidue anni dopo, il 7 ottobre del 2023, un’altra svolta, un’altra “rapida” del fiume della storia, lo stesso fiume che passa da quello spartiacque dell’attentato delle Torri Gemelle. La schiena della storia non è mai dritta, compie delle torsioni e vengono come espulse delle ernie. E il dolore si fa acuto e la memoria si attiva e resta viva. E così ricordiamo e speriamo, ricordando, di evitare l’errore compiuto.

Abbiamo bisogno di ricordare e quindi di raccontare. Il male infatti, come intuisce Paul Ricoeur, non si può spiegare, è l’assenza di spiegazione — come spiegare l’11 settembre?non si può spiegare, ma si può raccontare. Si può e si deve raccontare.

Nei libri di storia campeggiano le grandi date, i grandi personaggi della storia. Per lo più di date di grande tragedie e personaggi che spesso si sono macchiati di grandi crimini. Il male, l’orrore raccontato. O è solo retorica? Queste date, questi nomi, in altre parole segnano veramente la corrente del fiume della storia? La determinano? O sono solo la schiuma, la cresta delle onde in superficie?

Edith Stein nel cuore del momento più buio del XX secolo intuisce che: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

L’intuizione di Edith Stein nasce dalla sua ispirazione religiosa, che affonda le sue radici nell’evento che rappresenta il più grande spartiacque della storia. La morte, alle 3 di un pomeriggio di aprile, alle porte di Gerusalemme, di Gesù di Nazaret. Quel Gesù che dopo due millenni, ancora oggi ci ricorda che la storia passa attraverso il gesto decisivo di chiunque «avrà dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli» (Mt 10,42).
(fonte:: L'Osservatore Romano 11/09/2026)

Genocidio a Gaza, il silenzio è complice: preti, vescovi e cardinali per la pace


Genocidio a Gaza, il silenzio è complice:
preti, vescovi e cardinali per la pace

Il 22 settembre 2026 a Roma la rete Preti contro il genocidio di Gaza organizza una marcia di preghiera a sostegno del popolo palestinese. A un anno dalla sua fondazione, la rete di sacerdoti torna a chiedere la fine di ogni genocidio e la costruzione della pace.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da "Preti contro il genocidio", Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono riuniti a Roma con la convinzione che «davanti a un genocidio non esiste la neutralità». Nacque allora la rete Preti contro il genocidio – perpetrato a Gaza da Israele secondo quanto affermato da una specifica commissione dell’Onu e su cui sta indagando la Corte penale internazionale -, che oggi conta oltre 2.500 aderenti tra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi di cinque continenti.

Nel corso di quest’anno la rete si è espansa, guidata da documenti fondativi, come il Kairos Palestine 2. La fede in tempo di genocidio, ed ha portato avanti azioni concrete di sensibilizzazione e protesta, nelle singole comunità parrocchiali e nel dialogo con la politica, con la società civile e la gerarchia della Chiesa Cattolica.

La giornata del 22 settembre 2026 a Roma si aprirà con una mattinata di confronto e preghiera tra i sacerdoti aderenti, in cui verrà anche raccontato quanto visto e sperimentato durante il Pellegrinaggio di Giustizia organizzato con Pax Christi che si terrà nei prossimi giorni in Terra Santa. I membri discuteranno dell’anno passato e, dopo un pranzo conviviale, si recheranno alla chiesa di Santo Spirito dove pregheranno la coroncina alla Divina Misericordia. Da lì si terrà una marcia di preghiera verso via della Conciliazione e altri luoghi significativi dal punto di vista spirituale e politico di Roma. Tra gli altri saranno presenti don Nandino Capovilla, già trattenuto a Tel Aviv dal governo israeliano nell’agosto 2025, la giornalista Nicoletta Dentico, che ha contribuito ai commenti del Kairos 2, monsignor Jamal Daibes, vescovo palestinese della Diocesi di Gibuti, e i rappresentanti dei nodi nazionali della rete.

L’oggetto simbolo della giornata sarà il sudario che verrà portato in processione. Su di esso verranno scritti a mano dai sacerdoti della rete i nomi dei 309 bambini uccisi da quando è stato emesso formalmente il “cessate il fuoco” a Gaza. La scelta di scrivere i nomi e non i numeri è motivata così: «Un numero si dimentica, un nome no. Quei bambini avevano un nome prima di diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo».

In questo primo anniversario la rete si dà un obiettivo preciso: arrivare a 4.000 adesioni, numero che corrisponde a circa l’1% del clero cattolico mondiale. Nello statement (dichiarazione) di apertura della conferenza stampa del 2 settembre 2026, padre Pietro Rossini, missionario saveriano e portavoce della rete, ha usato l’immagine evangelica del lievito, in minore quantità rispetto alla pasta ma capace di farla cambiare, per descrivere l’ambizione della rete.

Lo statement è netto nel giudicare gli ultimi dodici mesi, in cui non c’è mai stato un cessate il fuoco reale, e bombardamenti e fame non si sono fermati. Una «tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua», ma «una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte».

Ritracciando brevemente la storia di Preti contro il genocidio, tutto è cominciato con un gesto liturgico. Nel giugno 2025, don Rito Maresca, a Piano di Sorrento, ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando paramenti dei colori della bandiera palestinese e nell’omelia ha collegato il sacramento del “pane spezzato” ai corpi spezzati sotto le bombe a Gaza

A un anno di distanza, tra gli aderenti della rete figurano tre cardinali — Stephen Brislin (Sudafrica), Cristóbal López Romero (Marocco) e Álvaro Leonel Ramazzini Imeri (Guatemala) — nove arcivescovi e diciannove vescovi.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da ‘’Preti contro il genocidio’’, Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Negli ultimi mesi la rete ha partecipato alle manifestazioni della società civile e ha scritto lettere aperte ai governi. Le sezioni nazionali hanno scritto ai vescovi spagnoli e italiani chiedendo un pronunciamento evangelico più netto su Gaza; hanno sollecitato la Segreteria di Stato vaticana e la presidenza della Banca Mondiale a prendere posizione contro il Board of Peace promosso dagli Stati Uniti. Hanno indirizzato lettere aperte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla Conferenza episcopale statunitense e a quella italiana. In Irlanda, la sezione locale ha chiesto al governo di Dublino di bloccare il trasferimento del prospetto 2026 degli Israel Bonds, mentre nel Regno Unito ha scritto al primo ministro britannico Andy Burnham e prossimamente incontrerà alcuni membri parlamentari simpatizzanti verso la rete. «Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità».

Come emerso dalla conferenza stampa del 2 settembre, i sacerdoti della rete riconoscono che nel corso dell’anno sono maturati la sensibilità e il supporto delle comunità, ma permane l’ostacolo dell’islamofobia e dell’errata sovrapposizione tra la Palestina e l’islam, che caratterizzano i commenti negativi e l’hatespeech sui social. A questo punto padre Pietro Rossini risponde così: «Non stiamo qui a dare voce a una religione piuttosto che a un’altra, come preti non possiamo essere indifferenti davanti al male perpetrato a danno degli innocenti. Per noi Cristo si identifica con chi muore ingiustamente e chi viene ucciso ingiustamente».

Tra gli impegni per il futuro, mettere più forze ed energie nelle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), per «tagliare alla radice qualsiasi conflitto». Dal 18 al 20 novembre Preti contro il genocidio parteciperà infatti al convegno europeo BDS, mentre sul piano pastorale si impegna a portare avanti un dialogo con i fedeli che tratti anche la morale economica.

Lo spirito della rete rimane fortemente sinodale e, pur richiedendo prese di posizione più nette, si riconosce la delicatezza e la lentezza necessarie alla diplomazia ufficiale. In particolare, è forte l’urgenza avvertita dai membri statunitensi della rete, per i quali la complicità economica e politica è inconciliabile con il compito morale di predicare la verità e la giustizia. «Il silenzio è complice», afferma don Jacek Orzechowski da Albany, sottolineando nuovamente la necessità di una presa di posizione da parte dei vescovi statunitensi. In attesa di un pronunciamento sinodale ufficiale, la rete vuole essere testimone del fatto che già la Chiesa inizia ad affermare con chiarezza questi principi: «Siamo voce di Chiesa anche noi».

Chiude la conferenza don Rito Maresca con un invito: «Ciascuno di noi ha una sfera di influenza, che sia quella di un pastore o di un giornalista, e qualcuno grazie alle nostre parole può cambiare idea».
(fonte: Città Nuova, articolo di Flavia Cecchini 03/09/2026)

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A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America: 11 settembre 2001 un giorno che non è mai finito

A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America

11 settembre 2001
un giorno
che non è mai finito

A colloquio con Daniel Nigro, comandante dei Vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle


Si è soliti dire che ci sono giorni che sono degli spartiacque nella storia dell’umanità. Per quanto riguarda il XXI secolo sicuramente l’11 settembre 2001 è la data con cui bisogna fare i conti per comprendere il mondo in cui viviamo. Ma se in questi 25 anni si sono susseguite analisi e riflessioni sulla geopolitica mondiale, su come è cambiata la politica statunitense o ancora su come quell’evento tragico abbia inciso sul rapporto tra Occidente e mondo islamico, c’è una storia che è meno eclatante ma che riguarda la vita concreta di migliaia di persone. È la storia dei sopravvissuti all’attacco, dei familiari e amici delle vittime, di chi si è ammalato dopo l’11 settembre 2001. È la storia soprattutto di quegli eroi -— qui la parola non è retorica — che mettendo a rischio la propria vita e, purtroppo, in molti casi perdendola hanno salvato quella degli altri con atti di coraggio e abnegazione che ancora oggi toccano il cuore. Tra loro un posto speciale lo occupano i vigili del fuoco di New York — ben 343 morirono quel giorno — che sono diventati il simbolo della forza e resilienza di chi non ha voluto arrendersi al male ma ha voluto dare tutto, fino alla vita, per aiutare gli altri. A 25 anni da quella giornata, abbiamo chiesto a Daniel Nigro, comandante dei vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco terroristico, di raccontarci i suoi sentimenti in occasione di questo anniversario e di condividere le sue speranze per il futuro di New York, dell’America e dei suoi compagni vigili del fuoco.

Comandante Daniel Nigro, lei ha assunto il comando dei Vigili del fuoco di New York l’11 settembre, dopo che il suo amico, il comandante Pete Ganci, è stato ucciso nel crollo della Torre Nord. Quel giorno, in un solo giorno, ha perso 343 compagni. Venticinque anni dopo, che cosa significa per lei personalmente commemorare questo anniversario?

Il senso di tristezza non invecchia mai: dopo 25 anni è sempre lo stesso. A volte mi stupisco di essere ancora qui. Non sono giovane, e quel giorno sono morti in tanti. E dopo di allora, molti altri sono morti a causa di malattie legate a quanto successo al World Trade Center. Penso a ogni membro che abbiamo perso e ai poveri civili che sono stati uccisi e a tutto ciò che si sono persi in 25 anni. Io sono stato così fortunato da poter assistere ai matrimoni delle mie figlie e veder nascere i miei nipoti… I miei amici e altri non hanno mai potuto vivere tutto questo e non posso fare a meno di provare tristezza, quest’anno e ogni anno.

Lei ha menzionato una cosa che forse è poco nota al di fuori dei confini statunitensi. Negli anni dopo l’11 settembre, migliaia di persone, tra cui anche molti vigili del fuoco, hanno sviluppato tumori e altre malattie, e molte di loro, purtroppo, sono morte. È un fatto poco noto fuori da New York e dagli Stati Uniti. Che cosa vuole che la gente comprenda riguardo a quella cosiddetta “seconda ondata” di morti dovute all’11 settembre, quelle causate dalla malattia e non dall’attacco stesso?

È una cosa di cui eravamo consapevoli: la situazione lì, l’aria che stavamo respirando e la sua natura potenzialmente tossica. Ma come vigili del fuoco è questo che facciamo per vivere. Abbiamo trascorso mesi laggiù per cercare di recuperare i resti di ogni vittima che si riusciva a trovare. A causa del lavoro che abbiamo fatto lì, ci siamo ammalati. Penso che abbiamo perso circa 500 membri del Corpo dei Vigili del Fuoco. Il Dipartimento di polizia ha perso molti membri e molti di noi stanno combattendo con diverse forme di cancro, me compreso. Grazie a Dio io ora sto bene, ma sembra essere questa storia del dopo 11 settembre. Quando si ammaleranno e di che cosa si ammaleranno? Non è altro che una triste nota in fondo a un giorno terribile. Se c’era qualcosa che potesse rendere in qualche modo peggiore quella giornata, è stato tutto questo. Tutti noi ricordiamo coloro che sono scomparsi e che negli ultimi anni sono morti per malattie, e lo facciamo ogni anno.

Secondo lei, che cosa è cambiato nella cultura e nello spirito dei Vigili del Fuoco di New York dopo l’11 settembre, qualcosa che perdura ancora oggi e che in qualche modo ha modificato per sempre il lavoro dei pompieri della città di New York?

Bisognava superare la perdita di molti membri esperti del Dipartimento, della sua leadership, e ricostruire, cosa che abbiamo fatto. La missione dei Vigili del Fuoco rimane la stessa: siamo qui per servire la gente, per salvare vite e per salvare beni, e questo non è cambiato. Forse lo facciamo in maniera un po’ diversa. Abbiamo strumenti migliori, abbiamo una tecnologia migliore, ma i membri continuano a impegnarsi e a dedicarsi al servizio al pubblico e, di fatto, a rischiare la vita per il bene degli altri, ed è ciò che i Vigili del Fuoco fanno qui a New York sin dal 1865.

C’è un dato che mi ha davvero colpito: più di 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001. Non lo hanno vissuto direttamente. Quanto è importante qui la memoria, e come si può aiutare queste nuove generazioni di americani e di newyorchesi a comprendere ciò che è accaduto quel giorno?

È così: una buona parte della popolazione all’epoca ancora non c’era. Io sono nato pochi anni dopo l’attacco a Pearl Harbor. Sapevo di che cosa si trattava, ma sono certo che la mia esperienza non sia stata la stessa della generazione dei miei genitori, che l’aveva vissuta in prima persona. Quindi sono consapevole che la gente non ha la stessa percezione della situazione, ma cerchiamo di trasmettere l’idea di che cosa è stata quella giornata, l’impatto che ha avuto sulla città, sul Paese, sul mondo. Qualcuno lo capisce, qualcun altro no, e sono dell’idea che fintanto che svolgiamo il nostro lavoro di raccontare la vicenda, cosa che ovviamente sto cercando di fare oggi, stiamo rispettando la promessa fatta allora di non dimenticare mai. Non dimenticare mai quanti erano morti, non dimenticare mai quanti avevano sacrificato la propria vita o l’avevano persa invano. Quel giorno erano semplicemente andati al lavoro, e all’improvviso erano stati attaccati e uccisi.

Qual è la cosa più importante che vorrebbe che i vigili del fuoco più giovani, quelli che l’11 settembre non erano ancora nati o che erano troppo giovani per ricordare, capissero di quella giornata terribile e del sacrificio di cui ha parlato, il sacrificio dei loro colleghi?

Conoscono tutti la storia. Ci assicuriamo di insegnarla nella nostra Accademia dei Vigili del Fuoco quando assumiamo nuova gente. Prima di lasciare l’Accademia, vengono tutti portati a “Ground Zero”, come chiamiamo il sito del World Trade Center, per visitare il memoriale, ascoltare la storia direttamente sul posto, visitare il museo e scoprire di più al riguardo, e capire che quei membri che li hanno preceduti hanno sacrificato la propria vita per coloro che hanno subito l’attacco nelle Torri. Ed è proprio questo il senso del nostro Dipartimento: purtroppo, quando metti la vita degli altri prima della tua, puoi perderla. E questo lo comprendono, e capiranno che cosa è accaduto quel giorno. Quindi a tale riguardo facciamo il nostro lavoro. E spero solo che gran parte di ciò che s’impara riguardi gli innocenti che hanno perso la vita semplicemente lavorando nelle Torri, lavorando al Pentagono o come primi soccorritori intervenuti per aiutare coloro che hanno perso la vita. È questa la cosa importante da ricordare.

Negli anniversari — accade sempre: negli Stati Uniti, in Italia, in ogni Paese — ricordiamo le vittime, i sopravvissuti, gli atti di eroismo. E questo vale in modo particolare per un giorno come l’11 settembre. Ma poi la vita ritorna alla normalità. Come vorrebbe che questo sacrificio di tanti venisse onorato, non solo in questo giorno, ma durante tutto l’anno? Negli anni…

Molti considerano l’anniversario dell’11 settembre come un’occasione per fare del bene, il che è davvero un bellissimo modo, che si tratti di offrire pasti alle persone o di compiere altri atti di generosità. Mi auguro che prima o poi riusciamo a fare un passo indietro e dire: non possiamo cambiare quello che è accaduto quel giorno. È accaduto. È stato un giorno terribile. Ma come possiamo usare meglio le nostre vite per onorare coloro che sono morti? E il modo per farlo è essere generosi, essere gentili, essere attenti e non essere pieni di odio e vendicativi. E mi auguro che sia questo il messaggio del dopo 11 settembre: ricordiamo coloro che sono morti finché possiamo. E come afferma una fondazione, Tunnel to Towers, finché ne abbiamo la possibilità, facciamo del bene. È un messaggio straordinario.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Alessandro Gisotti 10/09/2026)