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lunedì 17 agosto 2026

Buon compleanno a Mogol, non paroliere ma poeta di testi musicali colonna sonora di diverse generazioni.

Buon compleanno a Mogol,
non paroliere ma poeta di testi musicali
colonna sonora di diverse generazioni.


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Mogol, novant’anni di pensieri e parole

Taglia quest’oggi il traguardo il celebre paroliere Giulio Rapetti che in sessant’anni e oltre 1500 testi (da quelli dei favolosi anni Sessanta a quelli, straordinari, del connubio con Lucio Battisti, ma non solo) ha raccontato, con semplicità e nitidezza la vita degli italiani in canzoni senza tempo

© KEYSTONE (Photo by IPA/Sipa USA)

Novant’anni. Un traguardo che per chiunque rappresenta una vita intera, ma che per Giulio Rapetti - conosciuto da tutti come Mogol che taglia quest’oggi l’importante traguardo - è qualcosa di più: un intero universo poetico, fatto di oltre 1.500 testi di canzoni che generazioni di italiani hanno cantato sottovoce, a squarciagola, nei momenti di gioia e in quelli di dolore.

Nato a Milano il 17 agosto 1936, in una famiglia dove la musica era di casa (suo padre, Mariano Rapetti, era un importante dirigente della casa editrice musicale Ricordi e scriveva testi con lo pseudonimo di Calibi) Giulio ha respirato note e parole fin dall’infanzia. Non sorprende, quindi, che abbia iniziato a lavorare come paroliere appena diciannovenne, nel 1955, affiancando il padre. I primi anni furono di gavetta, ma il talento emerse presto, tanto che nel 1961 arrivò la prima consacrazione con Al di là, brano cantato da Betty Curtis che vinse il Festival di Sanremo. Il giovane Rapetti aveva venticinque anni e il suo nome - o meglio, il suo pseudonimo - cominciava a circolare negli ambienti che contano.

Il nome d’arte

Un nome d’arte dalla storia curiosa. Quando il giovane Giulio si iscrisse alla SIAE per depositare i propri diritti d’autore, dovette scegliere uno pseudonimo. Ne propose trenta, uno dopo l’altro, e tutti vennero bocciati. Il trentunesimo, Mogol proposto quasi per caso, fu invece accettato. Lui stesso racconta di aver quasi avuto un infarto, perché riconobbe nel nome quello del capo delle disneyane Giovani Marmotte. «Pensai: pazienza, tanto Mogol non lo conoscerà nessuno», disse anni dopo, ridendo. L’ironia della storia è sotto gli occhi di tutti.

Un primo decennio di successi

Gli anni Sessanta furono per Mogol un decennio straordinario, nel quale si affermò come uno degli autori più richiesti e versatili della scena italiana. Nel 1963 firmò Grazie, prego, scusi di Celentano; l’anno seguente Una lacrima sul viso di Bobby Solo; nel 1965 arrivò un’altra vittoria sanremese con Se piangi, se ridi, sempre interpretata da Bobby Solo. In questi anni lavorava senza sosta per gli artisti e i gruppi più in voga affermandosi anche come traduttore e adattatore di grandi successi internazionali, contribuendo alla stagione d’oro delle cover all’italiana. A lui si devono, tra le altre, Riderà (traduzione di Fais la rire) di Little Tony, Io ho in mente te (You Were On My Mind) dell’Equipe 84; Sognando la California (California Dreamin’ dei Mamas & the Papas) e Senza luce (A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum) dei Dik Dik e per Caterina Caselli tradusse I’m A Believer dei Monkees (Sono Bugiarda). Ma furono soprattutto i suoi adattamenti di Bob Dylan e David Bowie a restare nella storia, anche per le polemiche che suscitarono. Con Dylan il rapporto fu intenso ma burrascoso. Mogol fu per anni il traduttore italiano autorizzato dal cantautore americano firmando le versioni di Blowin’ in the Wind (diventata La risposta è caduta nel vento, cantata da Luigi Tenco) e Mr. Tambourine Man (Mister Tamburino, proposta da Don Backy). All’inizio Dylan approvava le versioni con telegrammi di benestare. Col tempo, però, le posizioni dei due si fecero inconciliabili: Mogol rivendicava la propria autonomia creativa di autore, sentendosi libero di reinterpretare i testi piuttosto che tradurli fedelmente; Dylan, al contrario, pretendeva che le sue parole fossero rispettate senza libertà di intervento. Il contrasto esplose durante un incontro a Londra nel corso del quale Dylan fu esplicito: «Io sono Dylan e tu sei Mogol, tu devi dire quello che dico io». Mogol rispose che, in quanto autore e non mero traduttore, non poteva scrivere cose in cui non credeva. La collaborazione si chiuse lì. Altrettanto emblematico è il caso di David Bowie: nel 1970 Mogol scrisse il testo italiano di Space Oddity, ribattezzandola Ragazzo solo, ragazza sola. Ma della storia dell’astronauta Major Tom non rimase nulla: Mogol la trasformò in una canzone d’amore sulla fine di una storia sentimentale. Quando Bowie si rese conto che la traduzione era completamente diversa dall’originale, ebbe una reazione non proprio entusiastica.

Si tratta ad ogni modo di un catalogo impressionante, costruito in pochi anni, che dimostra come Mogol fosse già un autore di primo piano, capace di adattarsi a generi e voci disparate mantenendo sempre una cifra stilistica riconoscibile: la chiarezza dell’immagine, la semplicità apparente del verso, la capacità di toccare una corda emotiva precisa senza scadere nella retorica. Quando incrociò Lucio Battisti, fu l’incontro con un suo pari, con cui costruire qualcosa di ancora più grande.

L’incontro che cambiò tutto

I due si incontrarono nel 1965, dietro insistenza di una produttrice francese, Françoise Laroux. Battisti, aveva ventitré anni, ed era sconosciuto: si presentò alla Ricordi e gli fece ascoltare alla chitarra un paio di provini. Mogol gli disse «francamente non mi sembrano un granché». Di fronte ad un simile commento, una persona qualsiasi si sarebbe scoraggiata o offesa. Lucio invece sorrise e gli disse, «sono d’accordo»: fu la scintilla che segnò la nascita di uno dei sodalizi artistici più straordinari del pop italiano. Battisti componeva le melodie, Mogol scriveva le parole: e le sue parole non erano mai semplici riempitivi metrici, ma immagini potenti, metafore sorprendenti, emozioni autentiche tradotte in versi. La loro collaborazione durò circa quindici anni producendo un catalogo che ancora oggi non ha eguali nel panorama italiano: Emozioni, Il mio canto libero, Ancora tu, Sì, viaggiare, Una donna per amico, I giardini di marzo... Brani i cui testi parlano di natura, di libertà, di amore, di malinconia, con una freschezza e una profondità che li ha resi immortali.

Il poeta della quotidianità

Il segreto di Mogol come paroliere non sta nell’uso di un linguaggio aulico o ricercato. Sta, al contrario, nella capacità di trovare le parole giuste - spesso semplici, quasi banali- e disporle in modo tale da creare un effetto di verità immediata. I suoi testi parlano di esperienze universali: l’amore, la separazione, il viaggio, il tempo che passa, la nostalgia, la speranza. E le raccontano con immagini così precise e originali da sembrare scritte per ciascuno di noi. È questa la magia del grande paroliere: non inventare mondi impossibili, ma far sì che il mondo reale, quello di ogni giorno, con le sue strade, i suoi tramonti, le sue storie d’amore e di abbandono , risuoni nella mente di chi ascolta come qualcosa di familiare ma straordinario.

La Numero Uno

Il sodalizio con Battisti non fu soltanto artistico: nel 1969 Mogol insieme al padre Mariano Rapetti, al produttore Alessandro Colombini e a Lucio Battisti fondò la Numero Uno, un’etichetta discografica indipendente destinata a diventare uno dei capitoli più straordinari della storia della musica italiana. L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: un piccolo nucleo di persone che gestiva in autonomia la produzione, la distribuzione e la promozione dei propri artisti, senza dipendere dalle major. Il primo 45 giri pubblicato fu Questo folle sentimento della Formula 3, scritto proprio da Mogol e Battisti, che arrivò a vendere 350.000 copie. Ma la Numero Uno fu molto di più di un veicolo per i due: fu un vero laboratorio creativo che lanciò alcuni dei più importanti nomi della musica italiana degli anni Settanta come Ivan Graziani, Edoardo Bennato, Adriano Pappalardo e la PFM, che con l’etichetta debuttò nel 1971 con il singolo Impressioni di settembre - testo di Mogol - e l’album Storia di un minuto, opere che avrebbero definito l’identità del progressive rock italiano.

La rottura con Battisti e il dopo

Nel 1980 la collaborazione con Battisti si interruppe bruscamente. Le ragioni erano essenzialmente economiche: una controversia sui diritti d’autore che trascinerà le due parti in una lunga e dolorosa battaglia legale. Battisti prese un’altra strada - quella sperimentale con Pasquale Panella - e si chiuse in un silenzio pubblico quasi totale fino alla sua morte, nel 1998.

Per Mogol fu un duro colpo. Ma l’ artista non si fermò. Negli anni Ottanta e Novanta lavorò con una serie di altri interpreti di primo piano: Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Mango, Adriano Celentano, Gianni Morandi. Firmando nuovi successi, dimostrò che il suo talento non era legato a un solo sodalizio, ma era una risorsa inesauribile.

Il CET e la formazione

Nel 1992 Mogol fondò poi il CET - Centro Europeo di Toscolano: una scuola di musica dedicata alla formazione di autori, musicisti e cantanti. Un progetto che ancora oggi gli sta a cuore, una sorta di restituzione al mondo della musica di tutto ciò che la musica gli ha dato. Al CET sono passati molti giovani artisti italiani che poi hanno fatto strada. La scuola è immersa nel verde umbro, lontana dal rumore delle città, pensata come un luogo di concentrazione creativa dove si impara facendo, suonando, scrivendo, confrontandosi. Mogol ne è rimasto a lungo la guida spirituale e didattica, convinto che il talento si possa coltivare ma che l’autenticità, quella non si insegna.

Nove decenni di storia italiana

Celebrare i novant’anni di Mogol significa anche celebrare 90 anni di storia d’Italia attraverso le canzoni. Nato nel 1936 Giulio ha vissuto la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il ‘68, gli anni di piombo, Tangentopoli, i grandi cambiamenti di fine secolo. E in tutto questo, ha continuato a scrivere: di amore, di vita, di bellezza. La sua opera è uno specchio fedele e poetico di un Paese che cambiava, di una società che cercava nuove forme per esprimere se stessa. Con i suoi oltre 1.500 testi scritti, Mogol è una delle figure più influenti della musica leggera europea. E a novant’anni, con la lucidità e la passione che lo hanno sempre contraddistinto, rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire cos’è una canzone.
(fonte: Corriere del Ticino, articolo di Mauro Rossi 17.08.2026)

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Mogol, 90 anni “senza paura” e duemila canzoni

Buon compleanno a Giulio Rapetti Mogol, autore di circa duemila canzoni e collaboratore di icone come Lucio Battisti, Mina e Adriano Celentano, Riccardo Cocciante e tanti altri. In questa intervista ci racconta la sua vita e il suo percorso creativo. Dalla nascita dei suoi testi alla fede e ai valori di pace


Mogol ANSA

Difficile, forse impossibile, trovare un italiano o un’italiana che non conosca un ritornello scritto da lui, che non abbia cantato almeno una volta sotto la doccia una sua canzone, che non fischietti insieme alla radio in macchina un suo successo.

Le canzoni di Giulio Rapetti, in arte Mogol (che nel 2007 ha adottato ufficialmente il suo pseudonimo come cognome), hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi si cantano e ballano nelle nostre case.

Alle soglie dei 90 anni era uscita la sua autobiografia Senza paura, edito da Salani. I suoi testi sono vere e proprie poesie, che non hanno solo fatto la storia della canzone italiana, ma hanno fatto la nostra storia. Oggi che i 90 anni li compie davvero, riproponiamo la sua ultima intervista al nostro giornale.

Un momento dell'omaggio a Mogol nel corso dell'ultimo Festival di Sanremo in occasione del quale Carlo Conti gli ha consegnato il Premio alla carriera (ANSA)

Perché la sua autobiografia si intitola Senza paura?

«È stato sempre il senso della mia vita: l’assenza di paura. Dettata, più che dal coraggio, dall’incoscienza. Infatti mi mettevo spesso in pericolo, soprattutto da bambino. Perciò mi ritengo protetto dal Signore e gli sono grato. Sarei un disonesto se non mi sentissi in debito per questo».

Qual è il segreto per vivere senza paura?

«Accettare il proprio destino. Io l’ho fatto e continuo a farlo».

Lei scrive che il 1963 fu l’anno in cui si comprese che i giovani avrebbero cambiato il mondo e che la musica avrebbe avuto un ruolo fondamentale in questo cambiamento. La musica di oggi potrebbe riuscirci?

«All’epoca il mondo cambiò anche grazie alla musica, portando gli artisti italiani a livelli altissimi. Era il trionfo della melodia. Oggi la musica è molto diversa, siamo in un’altra dimensione. Non è più la bella voce, il bel canto al centro dell’attenzione, ma è l’interpretazione credibile del testo».

Mogol (a destra) con Mariolina Cannuli e Lucio Battisti nel 1971 (ANSA)

Secondo lei il talento è di tutti, mentre la disponibilità ad applicarsi non è equamente distribuita.

«Non ci sono persone prive di talento. Tutti ne hanno uno. Però bisogna scoprirlo, farlo emergere. Come? Con lo studio. È lo studio che cambia le persone. Senza di esso il talento rimane inespresso. E poi ci vuole passione, naturalmente».

Come nasce una canzone?

«Nasce sempre prima la melodia. Il testo viene dopo, perché deve esprimere in parole quello che dicono le note. Non è una cosa semplice. Ci si riesce quando si è acquisita una tale pratica che diventa un automatismo. L’ispirazione ce la dà la vita: imprevedibile, inevitabile, straordinaria. Le storie vissute sono più sentite dalla gente, più capite. Valgono di più».

Quanto tempo ci vuole per scrivere un testo?

«In media non ci metto mai più di un’ora. Però è capitato che ci mettessi anche di meno. Come quella volta con Bobby Solo… Ho scritto il testo mentre eravamo in auto diretti allo studio di incisione. Dovevo consegnargli la canzone, ma me ne ero scordato. E così l’ho fatto nel tragitto in macchina, ed è nata Una lacrima sul viso».

Oggi le nuove generazioni utilizzano in media 800 parole, quasi la metà rispetto alle precedenti. Significa che le parole hanno perso valore?

«Può darsi che sia così, ma credo che le canzoni possano fare molto per rimediare. Possono arricchire il vocabolario, facendo scoprire a tutti termini inusuali o sconosciuti. Come quando ho usato in un testo la parola “uggiosa”, contro il parere del mio editore, che preferiva “grigia”. Così è nata Una giornata uggiosa, cantata da Lucio Battisti. Un pezzo fuori dal comune, dal punto di vista ritmico e musicale. Se lo si ascolta oggi sembra scritto ieri, non cinquant’anni fa».

Lei è un uomo di fede. Quanta religiosità c’è nei testi delle sue canzoni.

«Sono credente nel senso pieno del termine. Cerco di vivere la mia fede in modo coerente, mettendo questa coerenza anche nei miei testi. E la preghiera è molto importante: rasserena, consola, gratifica, sostiene, ci dà la possibilità di ridurre il debito che abbiamo col Signore. Tutti noi dovremmo pregare di più e insegnare ai bambini a farlo più spesso».

Nel 1992 ha fondato il CET (Centro Europeo di Toscolano), una scuola per valorizzare talenti musicali. Quali qualità non dovrebbero mancare a un giovane autore?

«Prima di tutto l’autocritica, che deve essere severa. Non bisogna accontentarsi di un risultato raggiunto, ma andare oltre per migliorare. Il secondo requisito è l’esercizio alla rima, che è la base della poesia. E le belle canzoni sono poesie. Terzo, l’interpretazione della musica: ogni frase deve avere il colore della musica».

Mogol si prepara per la cerimonia di conferimento del Master ad honorem in "Editoria e produzione musicale"
 all'Università IULM di Milano conferitagli il 28 ottobre 2024. (ANSA)

Uno dei valori coltivati da sin da giovane è la pace.

«Farei qualunque cosa in nome della pace. Nel 2000, con la Nazionale Cantanti, abbiamo organizzato una partita contro una squadra israeliano-palestinese: un’iniziativa che portò 80.000 persone allo Stadio Olimpico di Roma. Fu un vero miracolo. Sarebbe bello che accadesse di nuovo».

Citando un suo successo, la prima cosa bella che ha avuto dalla vita… qual è?

«Difficile rispondere. Ho avuto tante cose belle. Ho scritto per interpreti straordinari (Battisti, Mina, Celentano, Mango, Nicola Di Bari, Cocciante, Morandi, Gianni Bella e molti altri). Alle soglie dei 60 anni ho incontrato l’amore vero, mia moglie Daniela, che mi sostiene e mi completa in tutto. Questo è l’amore: una gara al soccorso reciproco. A lei ho dedicato una delle mie canzoni migliori, Dormi amore. Per tutto questo posso solo essere grato. E vivo ogni giorno il presente guardando al futuro. Senza paura».

Mogol con la moglie Daniela Gimmelli (ANSA)
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Nicoletta Bagliano 17/08/2026)

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Mogol, non paroliere ma poeta di testi musicali
colonna sonora di diverse generazioni.

Autore di moltissimi brani diventati colonna sonora di generazioni intere, entrati nel corso degli anni nella storia personale di tantissime persone, si può definire vero poeta perché capace di trasformare emozioni, amori, inquietudini e speranze in versi semplici solo in apparenza e che rompendo gli schemi tradizionali  ha rivoluzionato il modo di scrivere i testi musicali.
A volte viene definito intellettuale di destra (fu nominato consigliere per la cultura popolare dall'allora ministro Gennaro Sangiuliano), ha però sempre rifiutato qualunque etichetta: "La musica non ha colore politico".
Difficile scegliere un solo brano da inserire a conclusione di questo post, allora si è pensato, restando fedeli allo stile di Quelli della Via e, tenendo conto del contesto storico attuale, di andare un po' controcorrente e proporre la famosissima canzone "Blowin' in the wind" scritta nel 1962 da Bob Dylan, che nella versione italiana di Mogol divenne "La risposta è caduta nel vento" affidata allora a Luigi Tenco, ma nel video inserito di seguito però, proprio per mettere in risalto solo il testo e non l'interpretazione, si è scelta l'esecuzione basica con un adattamento semplicissimo con una parte strumentale (flauto dolce) sulla scala di DO che potrebbe essere utilizzabile da chiunque abbia nozioni musicali di base.





ANGELUS 16/08/2026 - Leone XIV: alla luce della fede, le ingiustizie insopportabili, la Chiesa cerca pace

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 16 agosto 2026

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Leone XIV: alla luce della fede, le ingiustizie insopportabili,
la Chiesa cerca pace

All’Angelus, da Castel Gandolfo, il Pontefice commenta il Vangelo domenicale la cui protagonista è la donna cananea che chiede caparbiamente a Gesù la guarigione della propria figlia. Da quell’episodio “impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti”, per questo sono inaccettabili diseguaglianze, discriminazioni, “barriere che calpestano la dignità" di tante persone. “In ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani” si deve aprire “il cuore a ciò che Dio vuole dirci”

Il Papa durante l'Angelus a Castel Gandolfo

Umiltà e determinazione. Sono i tratti che contraddistinguono la donna cananea, protagonista del Vangelo domenicale, che “cerca con insistenza di parlare con Gesù” e lo segue per chiedergli di guarire la propria figlia. All’Angelus di oggi, 16 agosto, dal Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, davanti piazza della Libertà, il Papa li evidenzia soffermandosi sulla fede di questa donna, la quale “pur non appartenendo” al popolo ebraico “e abitando in una regione straniera” si rivolge a Gesù con caparbietà, lo “riconosce il Messia discendente di Davide” e “confida” in Lui, certa di poter essere esaudita.

Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole, perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto.

Leone XIV mentre pronuncia la catechesi dell'Angelus (@VATICAN MEDIA)

Chiesa che cerca la pace

E allora, allargando lo sguardo, con gli occhi della fede non si può fare a meno di ignorare quanto accade nella realtà contemporanea, nei cinque continenti.

Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio. Cari fratelli e sorelle: siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace.

Il Papa tra i fedeli (@VATICAN MEDIA)

Lasciarsi sorprendere

Ma c’è un altro insegnamento da trarre dalla pagina evangelica odierna, fa notare Leone: “in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tendere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci”. Gesù, che inizialmente “resiste” alle “richieste” della cananea perché ritiratosi nella zona di Tiro e Sidone probabilmente cercava “un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi” per compiere “la sua missione”, si lascia poi coinvolgere “da ciò che vede e ascolta”. Tanto da dire, infine, alla donna: “Grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”.

Anche oggi la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze.

Il Papa mentre parla ai fedeli radunati a piazza della Libertà a Castel Gandolfo (@VATICAN MEDIA)

La risurrezione di Cristo è vita nuova

Nelle parole del Papa anche un breve riferimento alla solennità di ieri, l’Assunzione della Beata Vergine Maria, che invita a contemplare l’“indissolubile rapporto” tra Gesù e la madre e la “comunione di anima e corpo”, oltre la morte, “che è vita eterna”. Una “pienezza” che “è riservata a chi segue Gesù”, come ci ricorda “ogni domenica”, sottolinea il Pontefice, perché la “risurrezione” di Cristo “non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge”. Proprio questo dimostra la donna cananea.

Piazza della Libertà a Castel Gandolfo (@VATICAN MEDIA)

Terminati la preghiera dell'Angelus e i saluti, Leone XIV percorre in golf cart piazza della Libertà per soffermarsi tra i fedeli radunatisi per ascoltarlo. Tra i pellegrini accalcati lungo le transenne, il Papa benedice bambini, si ferma a parlare con qualcuno e viene trattenuto da alcuni piccoli che gli donano dei disegni e scambiano con lui qualche parola. Infine il Pontefice, si volge a salutare ancora la folla, poi si congeda e raggiunge il Palazzo Apostolico dove soggiornerà fino a martedì 18 agosto.

Leone XIV mentre benedice una bambina (@VATICAN MEDIA)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 16/08/2026)

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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Ieri abbiamo contemplato la Vergine Maria nel suo indissolubile rapporto con il Figlio: nemmeno la morte ha potuto interrompere quella comunione di anima e corpo, che è vita eterna. Ogni domenica ci ricorda che la stessa pienezza è riservata a chi segue Gesù: la sua risurrezione non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge.

Lo dimostra oggi la donna cananea protagonista del Vangelo proclamato nella liturgia (Mt 15,21-28). Pur non appartenendo al suo popolo e abitando in una regione straniera, cerca con insistenza di parlare con Gesù, seguendolo come una discepola che ha già un legame con Lui. Non dovevano essersi mai incontrati, ma misteriosamente la fede era già sorta in lei. Non desidera qualcosa per sé, ma la pace per la figlia tormentata e confida in Gesù, nel quale riconosce il Messia discendente di Davide (cfr v. 22).

L’Evangelista non nasconde gli ostacoli che questa donna si trova ad affrontare. I discepoli la vedono come una persona molesta, e Gesù stesso resiste alle sue richieste. In effetti, il Maestro si era ritirato in quella regione (cfr v. 21) e possiamo immaginare che, come altre volte, cercasse un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi. In quel momento, tuttavia, accade qualcosa di imprevisto. Meditando su questo, possiamo comprendere l’obbedienza di Gesù, che compie la sua missione lasciandosi colpire da ciò che vede e ascolta. Alla fine le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28).

Anche oggi la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze, così che in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tendere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci.

Dalla donna cananea impariamo l’umiltà e la determinazione. Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole (cfr vv. 26-27), perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto. Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio.

Cari fratelli e sorelle: siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace. A Maria, nostra Madre, chiediamo di intercedere per noi. «Dalle sue labbra sgorga l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat» (Magnifica humanitas, 244): è il canto di chi vede ormai la realtà con lo sguardo di Dio e per questo non perde la speranza e opera nella carità.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura.

Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero.

Ed ora do il mio benvenuto a tutti voi, che vi siete radunati qui a Castel Gandolfo per l’Angelus domenicale.

Accolgo con affetto i pellegrini provenienti da vari Paesi. Nel salutare i polacchi, estendo la mia benedizione alle numerose partecipanti al tradizionale pellegrinaggio al Santuario di Piekary Śląskie, nell’Alta Slesia.

A tutti auguro una buona domenica.

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domenica 16 agosto 2026

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - ANGELUS Papa Leone XIV: in Maria, "la pienezza di vita che attende anche noi"

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Sabato, 15 agosto 2026

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Papa Leone XIV: in Maria, "la pienezza di vita
che attende anche noi"

L'Angelus a Castel Gandolfo dopo la celebrazione per la solennità dell'Assunta

Papa Leone XIV all'Angelus

Piazza della Libertà a Castel Gandolfo. La piccola piazzetta è gremita di fedeli. Il sole, il caldo, non fermano certamente la gente che attende le parole dell'Angelus di papa Leone XIV che ha da poco lasciato la parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova. Un Angelus che sembra davvero il prosieguo dell'omelia da poco pronunciata alla piccola comunità parrocchiale e al mondo.

L'Assunzione - sottolinea il pontefice prima della recita della preghiera mariana - è una festa di grande importanza, “sia per la teologia cattolica, sia per la pietà popolare” e “per contemplare questo mistero della fede, possiamo riferirci ai due modelli iconografici con cui nei secoli gli artisti lo hanno raffigurato”. Ancora una volta, papa Leone XIV, dopo l'omelia per la solennità nella Pontificia Parrocchia di San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo, fa riferimento all'arte pittorica per spiegare la solennità di oggi.

Ci indica così due raffigurazioni di Maria colta nel momento dell'Assunzione al Cielo. La prima, la più antica, è quella detta “della dormizione” in cui la Vergine “appare coricata su un catafalco, addormentata nella morte; intorno ci sono gli Apostoli che la venerano commossi in preghiera; al centro, in piedi, sta Gesù risorto, che tiene in braccio l'anima di Maria, come una bambina appena nata”. Cosa vuol dirci questa particolare raffigurazione della Vergine? Papa Leone XIV spiega questa immagine mettendo in risalto “la verità centrale: è Cristo morto e risorto che ci conduce alla meta alla quale da sempre siamo destinati, la vita eterna”. L'iconografia, più recente, “sviluppatasi in seguito in occidente, ci mostra invece la Vergine Maria a figura intera, nel cielo, avvolta di luce, spesso circondata da angeli e santi” spiega papa Leone XIV. In questa raffigurazione vi è al centro il corpo della Madonna, “glorificato” (così sottolinea il pontefice): in questo caso è il libro dell'Apocalisse ad essere fonte d'ispirazione per gli artisti. E' rappresentata, infatti, la “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle”.

Poi, la seconda iconografia: alcuni artisti hanno fuso nelle loro opere i due schemi presentati, rappresentando in alto la Vergine e in basso la sua tomba vuota, “spesso piena di fiori multicolori, e gli Apostoli con lo sguardo rivolto a lei, in cielo”. E allora papa Leone XIV spiega: “Questo secondo modello evidenzia la verità che Maria è stata assunta in anima e corpo, cioè nell'integrità della sua persona”. Un corpo e sangue donato “al Verbo incarnato”, seguendolo “fino all'unione perfetta nel sacrificio d'amore”. Papa Leone XIV, sottolinea che questa iconografia “ci permette di contemplare il nostro destino ultimo”: e cioè - come afferma il pontefice - “la pienezza di vita, che oggi ammiriamo con gioia in Maria”. Una pienezza che attende “anche noi, alla fine dei tempi”.

E dopo la recita della preghiera mariana, aggiunge un pensiero: " Maria Santissima, assunta nella gloria del Cielo, è per tutto il popolo di Dio segno di speranza e di consolazione. Per questo oggi desidero invocare la sua materna intercessione a nome di quelle comunità che hanno particolarmente bisogno di essere consolata e di continuare a sperare". Rivolge, dunque, il pensiero "ai fratelli e alle sorelle della Terra Santa, che è per eccellenza anche la Terra di Maria. Penso al popolo ucraino e al popolo russo, entrambi legati da filiali devozionealla Santa Madre di Dio. Penso ai cristiani che sofferenza o addirittura persecuzione". E aggiunge:"Continuo a pregare in questi giorni per le popolazioni colombiane che soffrono a causa del terremoto. Mi unisco a queste comunità e a tutte quelle che vivono in contesti difficilie insieme con loro invoco "Santa Maria prega per noi"".
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 15/08/2026)


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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

oggi celebriamo la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Una festa di grande importanza, sia per la teologia cattolica, sia per la pietà popolare; infatti è una ricorrenza molto sentita in tante comunità, specialmente dove la cattedrale o la chiesa parrocchiale è intitolata alla Madonna Assunta.

Per contemplare questo mistero della fede, possiamo riferirci ai due modelli iconografici con cui nei secoli gli artisti lo hanno raffigurato.

Il primo, il più antico, che è stato l’unico per quasi un millennio, è quello della “dormizione” della Madre di Dio: ella appare coricata su un catafalco, addormentata nella morte; intorno ci sono gli Apostoli che la venerano commossi in preghiera; al centro, in piedi, sta Gesù risorto, che tiene in braccio l’anima di Maria, come una bambina appena nata. È venuto a prenderla per portarla con sé nella gloria di Dio, “in cielo”, come diciamo simbolicamente. Infatti, il Signore ha realizzato per sua Madre quello che ha promesso per tutti i suoi amici: «Quando sarò andato – al Padre – e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me» (Gv 14,3).

Questo primo modello mette in risalto la verità centrale: è Cristo morto e risorto che ci conduce alla meta alla quale da sempre siamo destinati, la vita eterna. È ciò che generazioni e generazioni di fedeli hanno contemplato pregando davanti alle icone della Dormizione, e che si può ammirare a Roma, nel grande mosaico dell’abside della Basilica di Santa Maria Maggiore.

L’iconografia più recente, sviluppatasi in seguito in occidente, ci mostra invece la Vergine Maria a figura intera, nel cielo, avvolta di luce, spesso circondata da angeli e santi. Qui al centro sta il corpo glorificato della Madonna, in consonanza con quanto si legge nel Libro dell’Apocalisse: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 12,1).

Alcuni artisti hanno messo insieme i due schemi, rappresentando in alto la Vergine gloriosa e in basso la sua tomba vuota, spesso piena di fiori multicolori, e gli Apostoli con lo sguardo rivolto a lei, in cielo.

Questo secondo modello evidenzia la verità che Maria è stata assunta in anima e corpo, cioè nell’integrità della sua persona. Quella donna che sulla terra ha dato corpo e sangue al Verbo incarnato e lo ha seguito fino all’unione perfetta nel sacrificio d’amore, da Lui è stata attratta per sempre nella gloria.

Così anche questa iconografia ci permette di contemplare il nostro destino ultimo. La pienezza di vita, che oggi ammiriamo con gioia in Maria, attende anche noi, alla fine dei tempi, quando, come dice San Paolo, Cristo Risorto «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), vestendo ciò che è corruttibile di incorruttibilità e ciò che è mortale di immortalità (cfr 1Cor 15,54). Allora, con la nostra carne trasformata dall’amore del Redentore, vivremo in eterno, nella festa senza fine.

Lodiamo il Signore, che ha fatto grandi cose nella sua e nostra Santissima Madre!

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Maria Santissima, assunta nella gloria del cielo, è per tutto il popolo di Dio segno di speranza e di consolazione. Per questo oggi desidero invocare la sua materna intercessione a nome di quelle comunità che hanno particolarmente bisogno di essere consolate e di continuare a sperare. Penso ai fratelli e alle sorelle della Terra Santa, che è per eccellenza anche la Terra di Maria. Penso al popolo ucraino e al popolo russo, entrambi legati da filiale devozione alla Santa Madre di Dio. Penso ai cristiani che soffrono discriminazione o addirittura persecuzione.

Continuo a pregare in questi giorni per le popolazioni colombiane che soffrono a causa del terremoto.

Mi unisco a queste comunità e a tutte quelle che vivono in contesti difficili, e insieme con loro invoco: “Santa Maria, prega per noi!”.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Castel Gandolfo e pellegrini venuti dall’Italia e altri Paesi. Grazie della vostra presenza, grazie della vostra preghiera!

Auguro a tutti di poter vivere un tempo di riposo, per ritemprare il corpo e lo spirito, anche con qualche buona lettura e a contatto con la natura.

Buona festa per oggi e arrivederci a domani!



CUCCIOLI E BRICIOLE - "Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non... ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali... Per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione." - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

CUCCIOLI E BRICIOLE


Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non... 
ma solo fame e creature da saziare.
La coscienza umile che tutti siamo uguali... 
Per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione.


In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. Mt 15,21-28
  
DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE
 
Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non, uomini e cani. Ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali... Per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione.

La donna delle briciole, madre intelligente e indomita che non si arrende ai silenzi di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, esce trasformato dall’incontro con lei. Quello che ci cambia nella vita non sono le idee, sono gli incontri.

Una donna di un’altra religione “converte” Gesù, gli fa cambiare strada.

Gesù ha un progetto: Sono venuto solo per le pecore perdute di Israele, e quella donna glielo fa cambiare: No, tu appartieni al dolore dei figli, tu sei pastore di tutto il dolore del mondo.

La donna nel racconto parla tre volte. La prima parola è la più antica di tutte le preghiere cristiane: Kyrie eleison. Abbi pietà. Pietà del mio dolore, di questa mia bimba malata. E Gesù non le rivolse neppure una parola.

Ma la madre segue il gruppo continuando a gridare, coinvolge anche gli apostoli, e alla risposta di Gesù, molto netta: “Io sono venuto solo per quelli della mia gente”, la donna sbarra il passo al rabbi straniero, e grida quella che è la seconda più evangelica preghiera: Aiutami.

La reazione del maestro è ancora più ruvida di prima: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. E qui arriva la risposta geniale della donna, la sua terza parola: È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni.

È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non, uomini e cani. Ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali, e al contempo l’affermazione di essere là a cercare solo briciole di pane perduto, è ciò che commuove Gesù. Donna, grande è la tua fede! Lei che non conosce la Bibbia e che prega gli idoli di Canaan e di Fenicia, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri.

Grande è la tua fede! Allora grande è ancora la fede sulla terra, dentro e fuori la Chiesa, perché grande è il numero delle madri che non sanno il Credo ma sanno il cuore di Dio. Usano altri nomi per invocare Dio, ma ne conoscono il cuore. Per lui non ci sono figli e cagnolini, dove c’è dolore, lì c’è tutta la pietà di Dio. Può sembrare una briciola, può sembrare poca cosa la compassione di Dio, ma le briciole di Dio sono grandi come Dio stesso.

Tutto questo diventa consolazione: perché nel giorno in cui avremo poca fede, nel giorno in cui saremo sopraffatti dal dolore, in quel momento Dio si farà vicino, come pane per i figli, come briciole per ogni cucciolo d’uomo.

Sogno qualcuno che prenda i piccoli da sotto la tavola e li tiri su, li metta come lampade sopra il lucerniere perché anch’essi hanno occhi di luce, perché ci sia più luce sulla tavola del pane di tutti, più luce sul futuro del mondo.


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
16 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il battesimo ci ha legati strettamente a Cristo Gesù e noi che eravamo i lontani siamo diventati familiari di Dio, partecipi della stessa figliolanza di Israele. Grati e riconoscenti per questo dono, eleviamo con fiducia al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Dio nostro Padre, ascoltaci

 

Lettore


- O Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo, rendi grande la fede della tua Chiesa e dei suoi pastori, perché possa essere in mezzo ai popoli segno visibile della tua presenza di gratuità, della tua misericordia senza limiti e della tua fedeltà senza rigorismi. Preghiamo.

- O Dio della Pace, rivolgi il tuo sguardo su questo nostro mondo sempre di più lacerato da guerre, dalla violenza e dall’odio. Disperdi i superbi nei pensieri dei loro cuori e dona a tutti i popoli la forza di convertirsi a pensieri di pace e di cooperazione. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Dio nostra consolazione, tutte le comunità cristiane che si trovano a vivere momenti di grande prova sia per la guerra, sia per il dilagare dell’odio e della violenza. Custodiscile nel tuo amore e rendile capaci di testimoniare la speranza, che Tu ha deposto nel loro cuore. Preghiamo.

- Abbi pietà, o Dio Signore del mondo, del nostro Paese, di coloro che ci governano e di tutti noi. Abbi pietà delle nostre chiusure, del nostro cinismo, delle nostre indifferenze e delle nostre menzogne specialmente riguardo al dramma degli immigrati e di quello che resta del popolo palestinese. La tua Parola, o Padre, possa scardinare il nostro cuore indurito per camminare più speditamente sulla strada del tuo Figlio Gesù, che è strada di verità, di trasparenza e di compassione. Preghiamo.

- Davanti a te, o Dio della Vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo ancora delle vittime della guerra in Ucraina e del continuo sterminio del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, come pure delle vittime della violenza nelle nostre famiglie e tra i nostri giovani. Fa’ che tutti possano partecipare alla gioia della Gerusalemme celeste. Preghiamo.



Per chi presiede

Padre Santo, tu che ascolti ogni persona, benedici noi tuoi figli adottivi, fai risplendere il tuo volto nella nostra vita ed esaudisci le nostre suppliche, perché il mondo conosca la tua misericordia e la tua bontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 41 - 2025/2026 - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

All'incredulità degli abitanti di Nazareth (13,58), alla fede piccola di Pietro e dei discepoli (8,26 ; 14,31) e alla mormorazione di scribi e farisei (15,1), Gesù risponde con la guarigione della figlia della donna cananea, una pagana. Non è l'appartenenza o la non appartenenza al popolo di Israele, ma la fede che permette a Dio di intervenire nella vita di coloro che gridano a Lui, al di là di ogni barriera religiosa e culturale. Il dialogo fra Gesù e la donna verte sul «pane dei figli» e a chi esso è dovuto. Per Gesù il dono della vita è per coloro che ne hanno bisogno e lo domandano con fede e umiltà, non per chi pensa di impadronirsene per supposti meriti personali o per diritto di nascita o di sangue. Solo coloro che ripongono la loro fiducia nel Figlio dell'Uomo possono ricevere il «pane dei figli», fossero anche dei "cagnolini", come gli ebrei, con disprezzo, chiamavano i pagani. Proprio a costoro (a noi che proveniamo dal paganesimo) sarà dato il «pane dei figli», non certo per meriti (chi può vantarne?), ma per la fede in Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'Uomo, anche se questa fede è piccola quanto un granellino di senapa.

sabato 15 agosto 2026

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Leone XIV: come per Maria, è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

SANTA MESSA
NELLA SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Parrocchia San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo
Sabato, 15 agosto 2026


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Leone XIV: come per Maria,
è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

Nella Messa celebrata nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, per la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Leone XIV sottolinea che possiamo incontrare la bellezza dell’Assunta anche negli occhi dei genitori che rientrano a casa dai figli, dai nonni che si curano dei nipoti, nell’impegno controcorrente dei giovani e nell’opera di uomini e donne che portano “un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”


La vera bellezza, quella che molti artisti hanno raffigurato in Maria “assunta alla gloria celeste in anima e corpo”, come “una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste”, possiamo incontrarla “là dove c’è vera carità”: negli “occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro” felici di stare con i figli, o nei volti dei nonni, che nonostante gli acciacchi “si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini”, oppure ancora nell’impegno dei giovani che “si sforzano di crescere puliti e onesti”.


[ Photo Embed: Il Papa all'inizio della Messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso di Villanova] (@Vatican Media)

Il volto bellissimo dell'Assunta

Così Papa Leone XIV parla del “volto bellissimo dell’Assunta” nell’omelia della Messa presieduta nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, dove dalla serata di mercoledì sta trascorrendo un secondo periodo di riposo. Duemila i fedeli presenti, in gran parte raccolti in piazza della Libertà, davanti alla chiesa, sin dalle prime ore del mattino per attendere l'arrivo del Pontefice e ascoltare le sue parole grazie a un maxischermo e all'amplificazione predisposta nell'area antistante la piccola chiesa, e gli altri, circa 250, tra i banchi della seicentesca collegiata riempita già dal mattino.

L'amore è l'ornamento più bello dell'uomo

Dobbiamo imparare a leggere “la bellezza divina di cui siamo avvolti”, spiega il Papa “nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro.” Riconoscendo in ciascuna di queste realtà “dei piccoli squarci di cielo”.

“È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita”

"Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi"

Leone XIV spiega che gli artisti, nel raffigurare l’Assunta, si sono ispirati a quanto descritto dal brano dell’Apocalisse, ascoltato nella prima Lettura: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”. Questo significa che “nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità”. E una giovane bellissima, ma questo contrasta, sottolinea, “con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni”. Con l’età, infatti, la pelle “mostra i segni della vecchiaia” e i capelli “diventano grigi e poi bianchi”. Cosa abbiamo in comune, si domanda allora il Pontefice, “con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?”

La vera bellezza è la purezza dell'anima

Papa Leone invita a guardare a due segni: “il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato”. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria, come in noi, “per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo”.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine.

Rivedere i canoni estetici, legati al consumismo

Questo, prosegue il Papa, ci invita “a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico”, imposti dal mondo, che rischiano “di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre”.

Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo.

Ancora un momento dell'omelia (@Vatican Media)

Nella "piccola dimensione" di Maria anche noi incontriamo Dio

Ed è facile, commenta il Vescovo di Roma, capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione. Quindi spiega che il miracolo che Maria “ha vissuto nel suo cuore innocente” e che l’ha portata alla gloria del Cielo, “è un toccarsi di estremi”, come testimoniano le parole ispirate del Magnificat, ascoltate nel Vangelo di Luca. Con le quali ci mostra infine, “nella sua condizione di ‘umile serva’, la ‘piccola dimensione’, come diceva san Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore”. Un servizio come l’opera “di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”.

Il volto dell'Assunta in chi condivide la fede con noi

Papa Leone XIV sottolinea quindi che “il volto bellissimo dell’Assunta è unico, eppure ci è ben noto… .

E’ quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita.

All'offertorio, il Papa benedice una famiglia (@Vatican Media)

Guardando a Maria, seguiamo la luce del Risorto

E’ per questo, spiega, che “nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa”. Infine il Papa ricorda che sant’Agostino, “parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza”, esortandoli a cambiare rotta e a seguire la luce, levandosi “dallo stesso posto da cui è risorto lui”.

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

Hanno concelebrato con Leone XIV il vescovo di Albano Vincenzo Viva, l'arcivescovo Petar Rajic, prefetto della Casa Pontificia, il parroco don Tadeusz Rozmus, insieme al rettor maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, al procuratore generale dei Salesiani don Pierfausto Frisoli e ad alcuni ospiti invitati.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 15/08/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

con grande gioia anche quest’anno celebro con voi la Solennità dell’Assunzione.

Il Magistero della Chiesa ci insegna che «Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Pio XII, Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950) e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata (cfr ibid.).

Per questo, molte opere d’arte la raffigurano, al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste. Esse si ispirano alla scena descritta nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi» (cfr Ap 12,1), a significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità.

Questa immagine, in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni. Con l’età, infatti, il nostro corpo non si fa più agile, ma più pesante; la pelle non diventa più fresca, ma mostra i segni della vecchiaia; i capelli non prendono colore e lucentezza, ma diventano grigi e poi bianchi. Allora, cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?

Per comprenderlo dobbiamo tenere uniti i due segni a cui abbiamo accennato: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine (cfr 1Cor 13,8).

Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre. Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo. Ed è facile capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione.

Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro. Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendovi dei piccoli squarci di cielo.

È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita.

San Paolo VI, meditando sul mistero dell’Assunzione della Vergine, diceva che per comprenderne il significato «bisogna rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno […], per figurarci in piccola dimensione l’eterno» (Omelia, 15 agosto 1969). E a proposito di questo incontro, nella Madre di Dio, di infinito e finito, Papa Francesco scriveva: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).

Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazareth, ha vissuto nel suo cuore innocente, e che l’ha portata alla gloria del Cielo, è un toccarsi di estremi, come Lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr Lc 1,46-55). In questo cantico, attraverso le espressioni umili della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di misteri grandiosi: di Dio che in Lei si fa uomo per salvare gli uomini, dell’Eterno che in Lei si manifesta nel tempo per riaprire anche a noi la via dell’eternità, mostrandoci al tempo stesso, nella sua condizione di “umile serva”, la “piccola dimensione” in cui, come diceva San Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore.

La sublimità del Mistero che celebriamo, allora, non dobbiamo cercarla lontano. Possiamo incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti”; infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo.

Carissimi, il volto bellissimo dell’Assunta è unico, supera ogni possibile rappresentazione, eppure, al tempo stesso, ci è noto: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita. Per questo, nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa, […] segno di sicura speranza e di consolazione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria.

Sant’Agostino, parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più […]. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui» (Enarratio in Psalmos 126, 7).

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

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