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giovedì 8 ottobre 2026

UDIENZA GENERALE 7/10/2026 Leone XIV: La Chiesa è mondo già riconciliato con Dio

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 7 ottobre 2026

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All’udienza generale la catechesi di Leone XIV sulla Costituzione conciliare «Gaudium et spes»

La Chiesa è mondo già riconciliato con Dio


Il credente non può accettare l’oppressione dei poveri 
né le strutture inique che perpetuano l’ingiustizia

La Chiesa, scriveva sant’Agostino, «è mondo già riconciliato con Dio»; per questo «i suoi metodi non sono di ordine politico, ma consistono nella testimonianza della fede e della carità insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità». Lo ha spiegato Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 7, in piazza San Pietro, riprendendo, dopo il viaggio apostolico in Francia, le catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.

Soffermandosi in particolare sulla Costituzione Gaudium et spes, e approfondendo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, il Pontefice ha evidenziato come il credente non possa «accettare l’oppressione dei poveri né le strutture inique che perpetuano condizioni di ingiustizia».

Ai 32.000 fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media il Papa ha fatto notare come «la logica del profitto e la manipolazione dell’informazione» rischino «di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali», mentre invece «il nostro cuore è fatto per guardare in alto». Al termine, salutando i vari gruppi, in occasione della memoria liturgica della Beata Vergine del Rosario ha ribadito l’importanza della preghiera mariana.

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 07/10/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!


Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Prima di tutto il Concilio ricorda che la Chiesa non è “sopra” o “accanto” al mondo, ma come innestata in esso. «Mundus reconciliatus Ecclesia», scriveva S. Agostino (Sermo 96): la Chiesa è mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza (cfr GS, 41).

Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di renderci tutti suoi figli in un’unica grande famiglia umana. Perciò, la Chiesa cammina nella storia in mezzo alle genti e alle culture, e «questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 19).

La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone ad essere attente alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e il nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore (cfr GS, 41). La logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto.

I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche nel contribuire alla costruzione della città terrena. Tuttavia, i suoi metodi e la sua finalità non sono primariamente di ordine politico, bensì consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità. Adorando Cristo, il Giusto morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, come pure quelle strutture inique che perpetuano condizioni di dipendenza e di ingiustizia. La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà nel promuovere il bene comune. Alla Chiesa, dunque, «niente sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune» (GS, 42).

Per compiere con efficacia la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti. Infatti, come ricordano i Padri conciliari, il distacco tra fede professata e vita quotidiana «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (GS, 43).

Gaudium et spes riserva una menzione particolare (cfr ibid.) alla missione dei fedeli laici, i quali, in forza del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo. Luoghi principali di questa azione, che può ben dirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma essa si estende ad ogni ambiente di vita.

La Chiesa, infine, è sempre attenta a ciò che nella società avviene e si sviluppa (cfr GS, 44). È compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere ciò che nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Questo richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al contempo, saldo nel custodire e presentare il messaggio evangelico nella sua integralità. Infatti, «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo» (Discorso alla Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione del mondo, 28 maggio 2026).

Carissimi, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, «ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutta l’umanità» (GS, 45). A questo fine essa tende soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno. Scriveva San Paolo VI: «Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 76). Pertanto, facciamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché ci aiuti a vivere in santità e carità, così che il mondo possa credere e sperare.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Frati Minori della Puglia e del Molise, ai fedeli delle parrocchie di Montenero di Bisaccia e di Bisceglie, all’Associazione nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’odierna memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario mi offre l’opportunità per ricordare l’importanza del Santo Rosario, preghiera mariana tanto cara alla tradizione della Chiesa. Vi invito a recitarla per sperimentare il conforto della nostra Madre celeste, rifugio sicuro in mezzo alle difficoltà della vita.

A tutti la mia Benedizione.


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mercoledì 7 ottobre 2026

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di ottobre 2026: La Chiesa sia una casa aperta per chi soffre di ansia e depressione


L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di ottobre 2026

La Chiesa sia una casa aperta
per chi soffre di ansia e depressione


Al Dio che «conosce le luci e le ombre che ci abitano» e le ferite «silenziose che a volte nessuno vede», Leone XIV affida tutte le persone, «fratelli e sorelle», che «affrontano le sfide della salute mentale». Lo fa nel video con l’intenzione di preghiera per il mese di ottobre, diffuso il 1° ottobre, attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa che promuove, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione, la campagna «Prega con il Papa».

Il Pontefice raccomanda al «Dio della vita» chi soffre di «ansia», «depressione» e «qualsiasi altra malattia mentale»: ferite tanto più dolorose in quanto vissute spesso nella solitudine e, non meno di rado, nell’indifferenza del prossimo. Si appella alla misericordia del Signore affinché perdoni l’insensibilità e la disattenzione verso chi patisce fragilità mentali e chiede la grazia di una comunità ecclesiale capace di accogliere e chinarsi, come il buon samaritano, sulle piaghe psichiche di chiunque soffra.

«Perdonaci per le volte in cui abbiamo distolto lo sguardo, alimentando lo stigma e la discriminazione verso le persone con malattie mentali. Fa’ che la tua Chiesa sia una casa aperta, uno spazio sicuro dove tutti abbiano un posto, una comunità che accompagna e non esclude, che ascolta senza giudicare e si avvicina senza paura».

Il pensiero di Leone XIV va inoltre a quanti «si prendono cura», «con pazienza e amore», di queste persone: professionisti, familiari e volontari. «Uomini e donne» che sanno costruire ponti di «comprensione e consolazione». Il Papa prega per loro, affinché ricevano il «dono» della «forza e della comprensione» che li renda in grado di «sostenere» il disagio.

Infine, invoca lo Spirito di Dio: scenda sulla Chiesa e la renda sensibile verso le ferite di chi soffre di disagi mentali, tanto da comprendere sempre più questo servizio come un suo proprio compito pastorale: «Impariamo ad accogliere e integrare la cura della salute mentale nella vita e nella missione delle nostre comunità e di tutta la Chiesa, e così diventiamo un segno vivo della tua misericordia, che non abbandona mai e sempre ristora».

Secondo il Mental Health Atlas 2024 — un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che fotografa, su scala mondiale, il livello di organizzazione e sviluppo dei sistemi di salute mentale dei diversi Paesi — più di un miliardo di persone sul Pianeta soffre di malattie psichiche. A fronte dell’enormità di questa piaga globale, solo il 2 per cento del budget sanitario viene destinato a fronteggiare questa emergenza: una copertura finanziaria ferma al 2017. Paesi ad alto reddito investono circa 65 dollari pro capite in salute mentale, mentre i Paesi economicamente svantaggiati riescono a spendere appena pochi centesimi.

«Tante persone intorno a noi hanno sofferto o soffrono di una malattia mentale — riflette il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, padre Cristóbal Fones, SJ —, persone che spesso non hanno potuto esprimere la propria sofferenza, che si sono sentite giudicate, incomprese e senza speranza. Per questo, come Chiesa, ci uniamo per aprire il nostro cuore a questa realtà e per pregare insieme, durante tutto il mese, per tutte loro e anche per coloro che le accompagnano».

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa ricorda, in una nota, che numerose istituzioni ecclesiali già si occupano di questa realtà, come l’Associazione Internazionale dei Ministri Cattolici della Salute Mentale, le università cattoliche, i tanti gruppi di sostegno e recupero, le parrocchie e le comunità di accoglienza. «Il ministero cattolico della salute mentale non consiste nel diagnosticare, prescrivere o curare. Accompagniamo coloro che percorrono un cammino difficile e li aiutiamo a scoprire la dignità che Dio ha dato loro: questo ministero consiste nell’amare e nell’accompagnare», ha affermato monsignor John Patrick Dolan, vescovo di Phoenix, negli Stati Uniti d’America, che nel dicembre del 2022 ha fondato l’Ufficio diocesano del Ministero della Salute Mentale, uno dei primi nel suo genere nel Paese.
(fonte: L'Osservatore Romano articolo di Daniele Piccini 01/10/2026)

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7 ottobre. Tre anni di massacri a Gaza e il grido del Papa: “Fino a quando, Signore?”


7 ottobre. Tre anni di massacri a Gaza
e il grido del Papa: “Fino a quando, Signore?” 

Il messaggio di Leone XIV a padre Romanelli dopo l’ennesimo attacco. Il parroco della Sacra Famiglia: “Gaza è a pezzi, tritata. Ma noi non ci fermiamo. Il 7 ottobre pregheremo il Rosario per la fine della guerra”


“Fino a quando, Signore?”. È una domanda breve, quasi un grido, quella che Papa Leone XIV ha affidato a un messaggio personale a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza. Una domanda che attraversa il dolore di una popolazione stremata e sembra raccogliere, insieme, le lacrime delle famiglie che hanno perso i propri cari, la paura dei bambini, l’angoscia di chi vive ancora sotto le tende e la speranza ostinata di chi, nonostante tutto, continua a pregare e a lavorare per la pace.

Il messaggio del Papa è arrivato dopo il nuovo raid israeliano che ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. Cinque civili sono morti e numerose altre persone sono rimaste ferite. Tra le vittime anche Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar, appartenenti alla comunità cristiana greco-ortodossa di Gaza.

Erano riuscite da poco a trovare un nuovo rifugio e stavano cercando di ricominciare. Anche questo, nella Striscia, è diventato un gesto di coraggio: provare a ricominciare quando intorno ci sono macerie, rifiuti, edifici distrutti e bambini feriti o mutilati.

“Prego per loro, per le famiglie e per tutta Gaza”

“Buongiorno, padre Gabriel. Da quando ho appreso la dolorosa notizia della morte di Maysa e Mary, prego Dio per loro, per le loro famiglie e per l’intera comunità di Gaza. Fino a quando, Signore? Grazie per l’accompagnamento alla parrocchia e a tante persone che desiderano vivere in pace. Benedizioni, un abbraccio affettuoso”.

Sono le parole che Leone XIV ha inviato direttamente a Romanelli. Poche righe, ma dense di quella vicinanza che la piccola comunità cristiana di Gaza ha sperimentato anche durante i mesi più drammatici della guerra.

Per padre Gabriel, quelle parole sono state una consolazione profonda. “È davvero una consolazione che il Papa abbia pensato a noi, che preghi per noi e per tutti quelli che lavorano per la pace”, racconta. E sottolinea soprattutto la sensibilità pastorale del Pontefice: “Ci ha colpito come sempre la vicinanza del Santo Padre e poi pure la sua sensibilità pastorale di pregare per loro, per le vittime, di nominarle, pregare per le famiglie, per tutta la comunità”.

La morte di Maysa e Mary, spiega il parroco, ha colpito duramente una comunità già profondamente ferita. “Siamo scioccati”, dice, ricordando che erano civili, persone che stavano dormendo nella loro casa. E il dolore non riguarda soltanto le vittime dell’ultimo bombardamento, ma una comunità cristiana che durante la guerra ha già pagato un prezzo altissimo.

Secondo il sacerdote, sono 62 i cristiani morti durante il conflitto, 25 dei quali uccisi nei bombardamenti. Per questo l’attacco di Rimal ha riaperto ferite che non si sono mai veramente rimarginate.

“Lacera il cuore”, afferma padre Romanelli. E torna la domanda del Papa: “Fino a quando, Signore?”.

Gaza “è a pezzi, tritata”

La tragedia non è soltanto quella delle vittime dell’ultimo raid. È una devastazione che continua a segnare ogni aspetto della vita quotidiana.

“Gaza è a pezzi, ‘tritata’”, racconta padre Romanelli, ricorrendo a un’immagine terribile per descrivere una terra sulla quale sembra essersi abbattuto uno tsunami capace di spazzare via case, infrastrutture, sicurezza e futuro.

Eppure proprio in questo scenario la parrocchia della Sacra Famiglia continua a resistere.

“Se noi da parrocchia, da oasi spirituale e umana per chi soffre quale siamo, ci fermiamo, e non contribuiamo alla pace, alla giustizia, è davvero finita”.

È questa la scelta di Romanelli e della comunità che lo affianca: non arrendersi alla logica della guerra. Continuare a pregare, assistere, ascoltare, celebrare, accompagnare. Continuare a essere presenti.

Con le Missionarie della Carità, la parrocchia è diventata uno dei pochi luoghi nei quali tante persone possono ancora trovare una forma di accoglienza e di protezione. Non soltanto attraverso l’assistenza materiale, ma anche attraverso la vicinanza spirituale.

Perché dopo anni di guerra non bastano più soltanto acqua, cibo e medicine. Servono anche una prospettiva, la libertà, la possibilità di immaginare un domani.

“La gente è allo stremo delle forze”

La tregua non ha cancellato le conseguenze della guerra. E la situazione umanitaria resta drammatica.

“Ogni giorno di più di guerra è un giorno buio e peggiora la situazione”, spiega Romanelli. Il sacerdote ricorda che, anche dopo la fine dei bombardamenti a tappeto, la vita della popolazione non è tornata alla normalità.

Gli aiuti umanitari entrano, ma restano insufficienti. Le organizzazioni che distribuiscono cibo sono costrette a fare i conti con risorse che non bastano per tutti.

E soprattutto ci sono milioni di persone che vivono senza una vera casa.

“Le piogge per tutti quelli che vivono nelle tende saranno un problema enorme”, avverte il parroco. La parola “tenda”, osserva, è quasi impropria: si tratta spesso di teli improvvisati, stesi sulla terra sabbiosa e in condizioni igieniche drammatiche.

“È un disastro!”, ripete.

L’inverno rischia di aggravare ulteriormente una situazione già insostenibile. Per questo Romanelli chiede che alla necessaria assistenza alimentare si aggiungano materiali per la ricostruzione e per le riparazioni.

“Quando c’è un’emergenza, se tu non rispondi subito, ogni giorno sarà peggiore del precedente”.

È un appello rivolto alla comunità internazionale e ai responsabili politici perché la tregua non rimanga soltanto una sospensione delle ostilità, ma diventi l’inizio di un percorso concreto verso la fine della guerra.

Il 7 ottobre nel segno del Rosario

La data del 7 ottobre porta con sé un peso enorme. È il giorno dell’attacco di Hamas del 2023 che ha innescato l’attuale guerra e che continua a rappresentare una ferita profonda per la società israeliana. Ma è anche una data che, a Gaza, richiama due anni di devastazione e sofferenza.

Padre Romanelli vuole trasformare quel giorno in un momento di preghiera.

“Ci auguriamo che questo terribile ricordo sia invece un nuovo inizio per noi”, spiega. La comunità celebrerà la festa della Beata Vergine Maria del Rosario, “Signora della Pace”, con una giornata di preghiera, una Messa e una processione simbolica.

La richiesta sarà semplice e universale: la fine della guerra, la giustizia, la pace tra Palestina e Israele.

È una preghiera che nasce nel cuore di una comunità che ha conosciuto il dolore in modo diretto e che proprio per questo non vuole smettere di credere nella possibilità della pace.

La Chiesa come ultimo presidio di umanità

Anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso cordoglio per le vittime, mentre la comunità greco-ortodossa ha ricordato Maysa e Mary nei funerali celebrati nella chiesa di San Porfirio.

Sono gesti che testimoniano come, nel cuore della tragedia, le diverse comunità cristiane continuino a rappresentare un presidio di umanità.

La Sacra Famiglia non è soltanto una chiesa. È diventata, nel corso di questi anni, un luogo simbolico nel quale la preghiera si intreccia con l’assistenza, la solidarietà con la resistenza alla disperazione.

Padre Romanelli lo ripete con una semplicità che diventa una lezione: “Noi non ci fermiamo”.

Non fermarsi significa continuare ad accompagnare chi soffre. Significa non lasciare sole le famiglie. Significa pregare per le vittime senza distinguere il dolore in base alla loro appartenenza. Significa chiedere pace e giustizia per israeliani e palestinesi.

E significa anche custodire, dentro una terra devastata, uno spazio nel quale la speranza possa ancora sopravvivere.

Un futuro che passa anche dalle urne

Il futuro politico della regione potrebbe essere segnato anche dalle prossime elezioni, alle quali israeliani e palestinesi sono chiamati nei prossimi mesi. Il cardinale Pizzaballa invita però alla cautela nel valutare ciò che questi appuntamenti potranno realmente produrre.

“Non so se da questi voti potremo davvero capire dove stiamo andando. Ma certo saranno un momento importante di verifica su dove le attuali leadership hanno portato i loro popoli”.

È una considerazione che rimanda alla responsabilità della politica, chiamata a misurarsi con una domanda che ormai non può più essere rinviata: come trasformare una tregua fragile in una pace vera?

A Gaza, intanto, padre Romanelli continua il suo ministero. E mentre le macerie raccontano ciò che è stato distrutto, la comunità della Sacra Famiglia prova a custodire ciò che ancora resta: la vita, la fede, la solidarietà, la memoria delle vittime e la speranza.

Il 7 ottobre, nel cuore di una delle terre più ferite del mondo, il Rosario sarà dunque una preghiera per la pace.

Una risposta umile, ma potentissima, alla domanda che Leone XIV ha scritto a padre Gabriel: “Fino a quando, Signore?”.

E forse proprio in quella domanda, condivisa dal Papa con una comunità che soffre, c’è già il rifiuto di considerare normale ciò che normale non può diventare mai: la morte di civili, la distruzione delle case, la paura dei bambini, la fame, l’esilio e una guerra che sembra non voler finire.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 06/10/2026)


Non rinnegare il povero - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

Non rinnegare il povero
Il Breviario di Gianfranco Ravasi



Dammi, Signore, la forza di rendere il mio amore utile e fecondo.
Dammi la forza di non rinnegare mai il povero, 
di non piegare mai le ginocchia di fronte all’insolenza dei potenti…

È la voce poetica indiana più nota in Occidente quella di Rabindranath Tagore (1861-1941) e i versi citati, desunti dal poema Gitanjali, Offerta di canti (1910), la sua opera più diffusa anche in Italia, ci permettono idealmente di accostarla alla testimonianza di S.Francesco di cui si celebra oggi la festa quest’anno legata all’ottavo centenario della sua morte, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. All’insegna dell’amore si pone una sorta di programma di vita che ha come due volti: da un lato, il rispetto partecipe per il povero, e dall’altro, la fermezza contro la prevaricazione del potere che non conosce limiti etici o compassione. Un messaggio religioso costante nei secoli e in tutti le regioni e culture del mondo: è ciò che appare nell’ideale legame tra due figure così diverse, il medievale santo di Assisi e il poeta mistico di Calcutta.

In questa cornice costante nella storia in cui l’arroganza pubblica e privata inquinano il vivere civile, in cui l’insolenza e la volgarità diventano un emblema quasi d’orgoglio, in cui la prepotenza del successo è legge superiore a ogni dogma, è indispensabile ribadire l’impegno del “laico” autentico e del credente genuino a «non rinnegare mai il povero». È lo straniero, il rifugiato, il malato, l’affamato, il carcerato, l’emarginato, la vittima di guerra.  Parallela dev’essere – come continua Tagore – la scelta di «non piegare le ginocchia di fronte all’insolenza dei potenti», tentazione che sempre affiora soprattutto per vantaggio personale. Vorremmo, però, concludere con un aforisma della stessa sapienza a cui appartiene
Tagore, quella hindu: 
«Se hai due pezzi di pane danne uno al povero. 
Vendi l’altro e compera dei giacinti per nutrire la tua e la sua anima».

(Fonte: Il Sole 24 ore Domenica - 04.10.2026)

martedì 6 ottobre 2026

Francesco di Tonio Dell'Olio

Francesco 
di Tonio Dell'Olio




Non è facile comprendere Francesco d’Assisi. Anche perché non basta la sola intelligenza a intuirne almeno la forza, la grandezza e il senso. Bisogna impegnare i cinque sensi, il baule dei sentimenti, tutto il cuore dell’uomo, ovvero dell’umanità. Ed è vero pure che lo si capisce solo a metà se non si ospita lo stesso riferimento a Cristo di cui egli stesso fa il centro di gravità permanente di vita.

Non lo si capisce se non si intende il senso della paupertas e della minoritas che sono fonte di una libertà che non conosce uguali nel lungo solco della storia. 
È la condizione che gli permette un cuore perfettamente riconciliato con il cielo e con la terra, con gli uccelli e con i lupi. E, alla fine, ci rendiamo conto che ciò che riusciamo forse a intuire, lui l’ha vissuto, accolto, incarnato. Lo si capisce solo a metà se non ci si inzuppa di vangelo sine glossa che dice di evitare annacquamenti, diluizioni rassicuranti per consegnarvici senza riserve. È questo il terreno buono, l’humus che partorisce la humilitas, che a sua volta genera la pace e la sua costruzione, la giustizia e la sua esigenza, la solidarietà come seme di umanità, la fraternità segno di un mondo nuovo. Ma forse abbiamo già impegnato troppe parole, troppa “glossa”, per dispiegare una vita da contemplare e accogliere.

(Fonte: "Mosaico dei giorni" - 06.10.2026)

A ottocento anni dalla morte di Francesco d'Assisi: Giusi Quarenghi "CANTICO DI FRATE SOLE"

A ottocento anni dalla morte di Francesco d'Assisi:

Giusi Quarenghi*
"CANTICO DI FRATE SOLE"

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In occasione degli 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi (4 ottobre), l’associazione Bet.PoloBiblico ne propone una rilettura originale in quattro approfondimenti per superare gli stereotipi.

Frammenti della vita di Francesco, ricostruzioni storiche, riletture di testi noti e meno noti, interpretazioni e riflessioni compongono la serie in quattro puntate “Francesco Sine Glossa”

La prima, a cura di Brunetto Salvarani, ridisegna la figura di Francesco, togliendole quei ricami, quei particolari che la recludono in una leggenda sedimentata nei secoli, per raccontare Francesco vero, autentico, un “Francesco Sine Glossa”, appunto. La seconda e la terza sono dedicate a due testi fondamentali: il Cantico di Frate Sole - commentato da Giusi Quarenghi - e il Testamento, commentato da Simona Segoloni. L’ultima, curata da Selene Zorzi, propone uno sguardo profondo, bello, umano sulla figura di Santa Chiara. Ad introdurre e moderare i quattro incontri, sarà Maria Teresa Milano, ebraista.
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Continua a leggere questa premessa/presentazione nel post precedente: 

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“Il Cantico di frate Sole (o Cantico delle Creature), composto da San Francesco d'Assisi tra il 1224 e il 1226, è considerato il primo testo poetico della letteratura italiana scritto in lingua volgare, in particolare in volgare umbro. Rappresenta quindi l'incipit letterario e poetico della nostra lingua”. 

* Maria Giuseppina Quarenghi, detta Giusi (Taleggio, 10 ottobre 1951), è una scrittrice e poetessa italiana, attiva soprattutto nella letteratura per l'infanzia e per ragazzi.

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Tonio Dell'Olio: Forse abbiamo perso la memoria

Tonio Dell'Olio
 
Forse abbiamo perso la memoria
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 ottobre 2026


Il 3 ottobre è passato. Quanto spazio gli abbiamo fatto nella nostra coscienza? Dal 2016 è la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione: ricorda le 368 persone morte nel naufragio di Lampedusa del 2013. Donne, uomini, bambini. Nomi, desideri, legami. Non un numero da archiviare.

Qualcuno ha custodito il ricordo: i superstiti, le famiglie, le associazioni, chi continua a soccorrere. Ma la memoria pubblica sembra consumarsi in fretta, mentre il mare continua a restituire cadaveri o a nasconderli per sempre. 

Secondo UNHCR, OIM e UNICEF, dal 2014 le vittime documentate nel Mediterraneo centrale sono quasi 27 mila. Una strage di Lampedusa ogni due mesi, per tredici anni. 
C’è, strisciante, l’ipocrisia delle commemorazioni senza un cambiamento delle politiche. 

La domanda ci riguarda tutti: possiamo piangere i morti e chiudere ai vivi le vie della salvezza? 

Gli accordi che delegano le frontiere a Paesi insicuri e gli ostacoli ai soccorsi interrogano la nostra responsabilità. Non basta deporre una corona. Servono ingressi regolari, corridoi umanitari, soccorsi tempestivi e un’accoglienza degna. 

Il mare non decide le nostre leggi. Noi sì. Forse abbiamo perso la memoria perché ricordare davvero obbligherebbe a cambiare. E quei 368 ci chiedono ancora di riconoscere e rispettare la dignità di ogni persona.


lunedì 5 ottobre 2026

5 ottobre, Giornata Mondiale degli Insegnanti 2026: 6 cose sui cui riflettere


5 ottobre, Giornata Mondiale degli Insegnanti 2026:
6 cose sui cui riflettere

Giornata mondiale degli insegnanti 2026: sei riflessioni su ruolo, retribuzione, formazione, autonomia e futuro della professione docente.


Il 5 ottobre 2026 si celebra la Giornata mondiale degli insegnanti, una ricorrenza istituita per riconoscere il ruolo dei docenti e richiamare l’attenzione sulle condizioni nelle quali svolgono il proprio lavoro. Quest’anno la giornata ha un significato particolare: ricorre infatti il 60° anniversario della Raccomandazione ILO/UNESCO del 1966 sullo status degli insegnanti. Il tema scelto per il 2026 è “Standing with teachers: 60 years of protecting the profession, advancing its status and shaping our futures”, con un richiamo diretto alla necessità di proteggere, promuovere e rafforzare la professione docente.

Giornata mondiale degli insegnanti 2026: il valore della professione

Giornata mondiale degli insegnanti 2026: non si tratta soltanto di una giornata celebrativa. È anche un’occasione per chiedersi quanto la società riconosca realmente il lavoro degli insegnanti e quali condizioni siano necessarie perché possano svolgere bene il proprio compito. UNESCO individua diverse trasformazioni che stanno incidendo sulla professione, dalle tecnologie digitali ai cambiamenti climatici, fino all’inclusione, alle migrazioni e agli spostamenti delle popolazioni.

La prima riflessione riguarda il riconoscimento sociale degli insegnanti. La Raccomandazione ILO/UNESCO del 1966 definiva già allora lo status dei docenti considerando non soltanto il prestigio attribuito alla professione, ma anche condizioni di lavoro, retribuzione e altri benefici materiali. Sessant’anni dopo, il tema resta attuale. Per UNESCO lo status degli insegnanti ha infatti una dimensione simbolica, professionale e materiale. La prima riguarda il modo in cui la società considera il ruolo docente; la seconda comprende autonomia, sostegno e possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano l’istruzione; la terza comprende invece aspetti concreti come stipendi, carichi di lavoro e ambiente professionale.



Cosa significa valorizzare un docente

La seconda riflessione riguarda gli aspetti più concreti del lavoro. Parlare di valorizzazione dei docenti significa anche interrogarsi sulle condizioni nelle quali gli insegnanti lavorano ogni giorno. La Raccomandazione del 1966 stabilisce che le condizioni di lavoro dovrebbero favorire l’apprendimento e consentire agli insegnanti di concentrarsi sui propri compiti professionali. Il documento richiama inoltre l’importanza di una preparazione adeguata, di una formazione continua e del coinvolgimento degli insegnanti nelle politiche educative.

È una prospettiva che va oltre il semplice riconoscimento formale della professione. Un insegnante può essere considerato indispensabile a parole, ma il riconoscimento passa anche dalla possibilità di lavorare in condizioni sostenibili, dalla retribuzione, dal tempo disponibile per le attività professionali e dalla possibilità di esprimere la propria competenza nelle scelte che riguardano la scuola.

UNESCO sottolinea proprio questo punto nel 2026, indicando tra le pressioni che incidono sullo status professionale la limitata autonomia, il sostegno insufficiente e la ridotta possibilità di partecipare alla definizione delle politiche. Sul piano materiale vengono invece richiamati stipendi, carichi di lavoro e ambienti professionali.

Formazione, tecnologia e una scuola che cambia

La terza riflessione riguarda la formazione degli insegnanti. La scuola cambia rapidamente e ai docenti viene chiesto di confrontarsi con nuove tecnologie, strumenti digitali, metodologie didattiche e bisogni educativi differenti. La Raccomandazione ILO/UNESCO considera la formazione in servizio una componente importante della professione e sostiene la necessità di sistemi di aggiornamento che consentano agli insegnanti di migliorare le proprie competenze e mantenersi al passo con l’evoluzione delle discipline e dei metodi educativi.

Nel 2026 questa riflessione si lega anche alla trasformazione digitale. UNESCO indica infatti le tecnologie digitali, insieme ai cambiamenti climatici, all’inclusione e alle migrazioni, tra le sfide che stanno modificando il lavoro docente.

La domanda, quindi, non è soltanto se gli insegnanti debbano aggiornarsi. È anche capire quali strumenti, tempi e condizioni vengano messi a loro disposizione per farlo.

Il futuro della professione passa anche dal riconoscimento

La quarta riflessione riguarda l’attrattività della professione. Se una società ha bisogno di insegnanti preparati e motivati, deve interrogarsi sulle condizioni che possono spingere le nuove generazioni a scegliere l’insegnamento e quelle già in servizio a rimanervi. UNESCO segnala a livello mondiale una carenza di circa 44 milioni di insegnanti necessaria per raggiungere gli obiettivi educativi entro il 2030. L’organizzazione sottolinea inoltre che insegnanti adeguatamente formati, sostenuti e valorizzati sono essenziali per garantire un’istruzione di qualità.

Il dato riguarda il quadro globale e non può essere automaticamente trasferito alla situazione italiana. Offre però una prospettiva utile: il futuro della scuola dipende anche dalla capacità dei sistemi educativi di formare, reclutare e sostenere gli insegnanti.

Una professione che deve avere voce

La quinta riflessione riguarda la partecipazione dei docenti alle decisioni sulla scuola. La Raccomandazione del 1966 riconosce alle organizzazioni degli insegnanti un ruolo nel progresso dell’istruzione e sostiene il coinvolgimento dei docenti nella definizione delle politiche educative. Questo principio porta a considerare gli insegnanti non soltanto come destinatari delle riforme, ma come professionisti che conoscono direttamente la realtà delle classi.

La discussione sul futuro della scuola riguarda infatti anche chi ogni giorno lavora con studenti e famiglie, affronta i cambiamenti organizzativi e sperimenta sul campo gli effetti delle decisioni adottate a livello istituzionale.

La sesta riflessione: che scuola vogliamo costruire?

L’ultima domanda è forse quella che riunisce tutte le altre: quale posto vogliamo assegnare agli insegnanti nella scuola del futuro?

La Giornata mondiale degli insegnanti 2026 invita a non fermarsi alla celebrazione del 5 ottobre. Il tema scelto da UNESCO guarda esplicitamente ai prossimi anni: proteggere la professione, migliorarne lo status e riconoscere il contributo degli insegnanti alla costruzione del futuro.

Sessant’anni dopo la Raccomandazione del 1966, la questione resta quindi aperta. Valorizzare gli insegnanti non significa soltanto ringraziarli per il lavoro svolto. Significa interrogarsi sulle condizioni che permettono loro di insegnare, sulla formazione che ricevono, sulla loro autonomia professionale, sul riconoscimento economico e sociale e sulla possibilità di avere una voce nelle trasformazioni della scuola.

È questo, in fondo, il senso della ricorrenza del 5 ottobre 2026: non soltanto celebrare chi insegna, ma riflettere su come proteggere e sostenere la professione docente negli anni che verranno.
(fonte: SCUOLAINFORMA, articolo di Claudia Scalia 05/10/2026)


ANGELUS 04/10/2026 - Leone XIV: sulle orme di San Francesco costruire pace e concordia tra i popoli


ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 4 ottobre 2026

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Il Papa: sulle orme di San Francesco
costruire pace e concordia tra i popoli

All’Angelus, nella festa liturgica di San Francesco d’Assisi, Leone XIV riflette sulla parabola dei vignaioli malvagi e ricorda il Poverello, che “riparò” la Chiesa con la fede, la preghiera e l’amore fraterno. “Dio non butta mai via la nostra vita”, afferma, trasformando il male in riscatto. Nell’ottavo centenario della morte del Santo, l’invito a invocare la pace e a sanare “le crepe della discordia”

Leone XIV affacciato dal Palazzo Apostolico (@VATICAN MEDIA )

“Mentre celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli”. È l’esortazione di Leone XIV all’Angelus di stamani, domenica 4 ottobre, nella riflessione rivolta dalla finestra dello studio privato del Palazzo apostolico ai circa 15mila fedeli presenti in piazza San Pietro nella splendida giornata autunnale e a quanti lo seguono attraverso i media.

San Francesco, operaio della vigna del Signore

Nell’ottavo centenario della morte, il Papa ricorda – tra gli applausi della folla – San Francesco d’Assisi, “un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore”, cui “Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa”, collegando la sua storia al racconto evangelico proposto dalla liturgia domenicale, la parabola dei vignaioli malvagi, nella quale Gesù racconta di una vigna affidata ad alcuni contadini che, invece di consegnarne i frutti al padrone, rifiutano e uccidono i suoi servi e infine anche il figlio.

Attraverso questo episodio, Gesù denuncia il rifiuto di Dio e annuncia la propria morte, ma anche la vittoria della “pietra scartata”, che diventerà pietra d’angolo.

Circa 15mila i fedeli presenti in piazza (VATICAN MEDIA)

Dal male al riscatto

Venuto “per portare la salvezza, riceve una condanna”; intenzionato a “donare la vita, viene messo a morte”: così, spiega il Pontefice, mentre “ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli”, l’insegnamento di Cristo – “rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte” – rivela la sempre più grande misericordia di Dio. Quel violento rifiuto “non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto”, rimarca.

Ecco in che modo l’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute: Dio non butta mai via la nostra vita!

Il Papa durante l'Angelus (VATICAN MEDIA)

Sanare le crepe della discordia

Trasponendo nella realtà le metafore adoperate nel Vangelo, il Vescovo di Roma sottolinea che “la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte”. Si sofferma, nell’ottavo centenario della morte, sul Poverello d’Assisi che “edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo”, condividendone povertà, letizia e sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate.

“Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti” – questo il ritratto delineato dal Papa – Francesco fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come “autentica condizione per la riforma della Chiesa”, riparata “in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno.”

Il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio.

Il Pontefice invoca infine l’intercessione della Madonna, in unione spirituale con i fedeli radunati al Santuario di Pompei per elevare la Supplica alla Vergine del santo Rosario.

Fedeli in piazza San Pietro (VATICAN MEDIA)
(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 04/10/2026)

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PAPA LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La parabola evangelica che viene proclamata nella Liturgia di questa domenica parla della vita di Gesù e illumina il senso della sua missione (cfr Mt 21,33-43). Egli è il Figlio di Dio inviato nel mondo, che però viene rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte. Chi è venuto per portare la salvezza, riceve una condanna; chi vuole donare la vita, viene messo a morte. Mentre ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli, l’insegnamento di Cristo rivela la sempre più grande misericordia del Padre suo.

Quel violento rifiuto, infatti, non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo» (Mt 21,42; cfr Sal 118,22). Gesù stesso ricorda queste parole del salmo, che celebra l’opera meravigliosa fatta dal Signore: proprio lo scarto diventa il fondamento che sostiene tutto. Ecco in che modo l’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute: Dio non butta mai via la nostra vita!

Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte. A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa. Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa. San Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno.

Carissimi, il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio. Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli.

In quest’opera ci accompagni sempre l’intercessione di Maria Santissima nostra Madre, alla quale ora ci rivolgiamo, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il Santuario di Pompei per elevare la Supplica alla Vergine del santo Rosario.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, a Lourdes, ho invitato a pregare il Rosario, durante questo mese di ottobre, con la speciale intenzione che cessino le guerre e si costruisca la pace. Fra i primi a farlo sono stati i bambini, e lo stanno facendo: dal 1° al 7 ottobre la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” promuove l’iniziativa “Un milione di bambini recita il Santo Rosario”, per la pace e l’unità nel mondo. Ringrazio di cuore tutti i bambini e le bambine che, in tante parti del mondo, si uniscono a questa preghiera; e seguiamo tutti il loro esempio, invocando l’intercessione della Vergine Maria perché i popoli siano liberati dal flagello della guerra. In particolare, preghiamo per la Terra Santa e per le vittime innocenti della violenza.

Nei prossimi giorni, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, avrà luogo in Vaticano un incontro a cui ho convocato i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Sarà un momento di discernimento sinodale, per individuare i passi da compiere per annunciare oggi il Vangelo con le famiglie e le giovani generazioni. Affido alla vostra preghiera questo impegno e soprattutto le famiglie, che, con l’aiuto di Dio, sono segno di speranza e ricchezza inestimabile per la Chiesa e per la società.

Sono lieto per le molteplici iniziative che celebrano l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Ricordo, in particolare, quelle che hanno avuto luogo ad Assisi, con la presenza delle massime Autorità dello Stato Italiano. E saluto anche i Radioamatori di Assisi e Foligno che diffondono il messaggio di pace di San Francesco.

Rivolgo ora il mio saluto a tutti voi, che siete presenti oggi in Piazza San Pietro!

Do il benvenuto ai partecipanti alla International Week of Sacred Music, organizzata dal Pontificio Istituto di Musica Sacra; come pure ai fedeli di Puente Alto in Santiago del Cile; agli insegnanti e agli studenti del Gymnasium Sankt Bonaventura di Dillingen, in Germania.

Saluto i cresimandi di Pinerolo; i fedeli di Fasana Polesine; i ragazzi della Val Brembana che hanno camminato sulla Via Francigena da Viterbo a Roma; l’Associazione FIABA, che promuove campagne per migliorare l’accessibilità dei luoghi pubblici; il gruppo “Mamme che regalano un sorriso”, di Taranto; e l’associazione “Studenti con le Stellette”, di Lurago d’Erba.

Benedico di cuore i fedeli che oggi, da questa Piazza, si recheranno in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Rivelazione sulla Via Laurentina, proseguendo la tradizione avviata dal Papa Pio XII.

A tutti auguro una buona domenica.

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Alessandro D'Avenia: IAA

Alessandro D'Avenia
IAA
Corriere della Sera, 20 settembre 2026


Non c’è ricreazione senza cibo. Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in cartella: salame, formaggio, cioccolata? Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però, affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.

Un gesto rivoluzionario. Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione…) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.
(fonte: sito dell'autore)