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giovedì 18 giugno 2026

Migranti e insicurezza: una verità capovolta.


Migranti e insicurezza: una verità capovolta.

Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara

foto da FB

Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.

Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.

Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.

Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.

Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.

Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione capitalistico?

Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.

I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà, sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le medesime logiche).

In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso, 2023).

Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione, di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della devianza.

L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per chi ne trae profitto.

Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.

La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi; delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.

Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica: alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche di controllo delle migrazioni.

Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere, nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della mobilità.

Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.

Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito pubblico.

Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche, milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto migranti.

Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.

La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da che parte occorre guardare per comprenderla.

Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista – l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre presenti”

mercoledì 17 giugno 2026

UDIENZA GENERALE Leone XIV e il viaggio in Spagna: «L’Europa, davanti agli ultimi, non si volti dall’altra parte»

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 giugno 2026

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Leone XIV e il viaggio in Spagna:
«L’Europa, davanti agli ultimi, non si volti dall’altra parte»

Folle, incontri con gli ultimi e un appello al Vecchio Continente. Il Pontefice racconta il suo recente viaggio apostolico come un invito a ritrovare unità, dignità e speranza. Soddisfazione per l’accordo Usa Iran e preoccupazione per l’escalation che si registra, invece, nella guerra contro l’Ucraina

REUTERS

Un viaggio tra folla, lacrime e speranza. Papa Leone, nella consueta catechesi del mercoledì ripercorre le tappe del suo recente viaggio apostolico in Spagna, tracciando un bilancio che è anche un messaggio all'Europa intera. «Il Papa è stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all'ascolto», dice il Pontefice. Cosa «non scontata» e che lo ha particolarmente colpito: «Dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore». Secondo Leone questa partecipazione non è stata solo un segno di fede, ma ha rivelato «un bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale».
Da Madrid a Barcellona, passando per l'Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie, il Papa ha vissuto un percorso tra antico e moderno. Nella Sagrada Familia, che ha definito «sinfonia di pietra e di luce», ha celebrato la Messa davanti a migliaia di fedeli. Ma il cuore del viaggio, sottolinea, sono stati gli incontri con gli ultimi: «Il bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; i detenuti che mi aspettavano nel carcere; i giovani pieni di inquietudine e di progetti; i migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie».

Proprio nell'arcipelago canario, ultima tappa, il Papa ha trovato «una chiave di lettura complessiva» dell’intera visita. Una Chiesa locale che accoglie «un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall'Africa» gli ha offerto lo spunto per parlare di un'Europa che non può voltarsi dall'altra parte. «Siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture», afferma.
Il viaggio, prosegue Prevost, ha fatto emergere «il carattere proprio dell'Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata». Un patrimonio, avverte, «da custodire con cura, per poterlo investire nell'oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l'ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana». Sfide su cui è tornata a riflettere anche la sua prima Enciclica Magnifica humanitas, «che mira a custodire la persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale».
Il motto del viaggio – "Alzad la mirada", "Alzate lo sguardo!" – è stato il filo conduttore di tutto il pellegrinaggio. «Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli», ricorda Leone, «per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza». E conclude con un invito: «Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione».

Infine Leone, nei saluti ai fedeli, non manca di accogliere con soddisfazione l’accordo tra la Repubblica iraniana e gli Stati Uniti «che sarà firmato nella giornata di venerdì quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione». Il Pontefice esprime «gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le parti e rendere possibile tale intesa». Inoltre auspica «che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli».

Al contempo Leone parla delle «notizie dolorose sulla guerra in Ucraina che continua ad allargarsi. Tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme». Si dice «vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio» e chiede di pregare «perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegner el’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 17/06/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Viaggio Apostolico in Spagna


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero proporre alcune riflessioni sul viaggio apostolico che ho compiuto la settimana scorsa in Spagna, visitando Madrid, Barcellona, l’Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie.

Dopo il lungo viaggio in quattro Paesi africani, questa volta mi sono trovato immerso in un Paese europeo di antica e ricchissima tradizione cattolica. Ed è apparso evidente come nella Spagna di oggi, che ha conosciuto notevoli mutamenti sociali e culturali, il Papa sia stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all’ascolto. Di questo rendo grazie a Dio e a tutto il popolo spagnolo, al Re e alle Autorità civili, ai Vescovi e alle Comunità ecclesiali.

Il popolo di Dio mi ha molto confortato con la festosa manifestazione della sua fede e del suo affetto. A mia volta, ho confermato i fedeli e, come Vescovo di Roma, li ho incoraggiati a superare ogni forma di divisione e di contrapposizione coltivando sempre la comunione, il dialogo, l’unità nella diversità. Questo è il servizio proprio del Successore di Pietro, servizio che nei viaggi apostolici trova un’espressione specifica, ogni volta adatta alle situazioni ecclesiali e sociali dei Paesi visitati.

Nel caso della Spagna, ho potuto notare con gioia quanto la gente, di ogni età e condizione, aspettasse la visita del Papa: dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore. Questo fatto non era scontato, e merita una riflessione. Naturalmente tale partecipazione esprime anzitutto, come dicevo, la fede del popolo spagnolo; al tempo stesso, ritengo che manifesti il bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale. Quel fondamento che solo Cristo, in ultima analisi, può assicurare, e che il Vangelo, attraverso le necessarie “inculturazioni”, può trasmettere nella vita dei popoli. Può farlo perché il suo messaggio risponde pienamente a entrambe queste esigenze: la ricerca di verità e la sete di giustizia.

A Madrid e a Barcellona ci siamo radunati nelle grandi Cattedrali come pure negli stadi modernissimi. Abbiamo pregato il santo Rosario nell’Abbazia di Montserrat. Abbiamo celebrato nella Sagrada Familia, maestoso simbolo, sinfonia di pietra e di luce che parla a tutti del mistero cristiano. Questo incontro di antico e moderno, di tradizione cattolica e cultura contemporanea mi ha fatto percepire dal vivo il carattere proprio dell’Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata. Si tratta di un patrimonio da custodire con cura, per poterlo investire nell’oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l’ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana. Sono sfide che il Concilio Vaticano II aveva già chiaramente riconosciuto e sulle quali è ritornato il Magistero successivo, fino alla mia recente Enciclica Magnifica humanitas, che mira a custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Ho colto, attraverso i vari incontri, il bisogno di ascoltare nella voce del Papa il Vangelo della speranza per questa nostra umanità di oggi, duramente provata dalle conseguenze negative di un modello di sviluppo ingannevole. Questo bisogno, che ha trovato espressione nelle tante testimonianze che ho potuto ascoltare – testimonianze a volte commoventi, a volte edificanti –, l’ho riconosciuto anche e soprattutto nei volti dei piccoli e dei poveri che ho incontrato: del bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; di alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; dei detenuti che mi aspettavano nel carcere; dei giovani pieni di inquietudine e di progetti; dei migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie.

Proprio là, alle Isole Canarie, ultima tappa del nostro itinerario, mi è stata offerta una chiave di lettura complessiva. Me l’hanno offerta, da una parte, la stessa posizione geografica di quell’arcipelago; e, dall’altra, la realtà di una Chiesa locale che accoglie un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall’Africa. Sappiamo che il fenomeno migratorio è complesso e che richiede piani di azione organici e concertati. Ma questa chiave di lettura apre una prospettiva diversa e più ampia: ci fa capire come siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture, e in particolare i frutti prodotti in esse dalla fecondità del messaggio di Cristo. E uno di questi frutti è proprio il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità, che permette di scoprire e apprezzare reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore. Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore.

Cari fratelli e sorelle, il motto di questo Viaggio Apostolico era “Alzad la mirada”, “Alzate lo sguardo!” (cfr Gv 4,35). Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli, per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza. A me per primo il Signore ripete quelle parole, e con la sua grazia ne ho fatto esperienza anche durante il Viaggio. Oggi vorrei condividere con voi questo invito: alziamo lo sguardo! Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione.

Infine, voglio ringraziare tutti coloro che hanno pregato per la buona riuscita di questo Viaggio Apostolico, in modo particolare le comunità di monache contemplative, che in Spagna, grazie a Dio, sono molto numerose. Continuate a pregare, perché, con l’intercessione della Vergine Maria, i semi che ho sparso portino frutti abbondanti. Grazie!
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Saluti

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APPELLI

Accolgo con soddisfazione il raggiungimento di un accordo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, che sarà firmato nella giornata di venerdì, quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione. Esprimo gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le Parti e rendere possibile tale intesa. Auspico che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli.

Arrivano invece notizie dolorose sulla guerra in Ucraina, che continua ad allargarsi: tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme. Sono vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio. Invito tutti a pregare perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegnere l’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare...
su tutti invoco la grazia del Signore e l’assistenza materna della Beata Vergine Maria.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Siamo alle soglie del periodo estivo, tempo di turismo e di pellegrinaggi, di ferie e di riposo. Cari giovani, mentre penso ai vostri coetanei che stanno ancora affrontando gli esami, auguro a voi già in vacanza di profittare dell’estate per utili esperienze sociali e religiose. Esorto voi, cari malati, a trovare conforto e sollievo nella vicinanza dei vostri familiari. E a voi, cari sposi novelli, rivolgo l’invito ad utilizzare questo periodo estivo per approfondire sempre più il valore della missione nella Chiesa e nella società.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


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Vedi anche il post (all'interno i link ai post precedenti):



Leone XIV risponde alle domande dei giornalisti a Castel Gandolfo e commenta il recente viaggio in Spagna

Il Papa: l’accordo Usa-Iran porti alla fine della guerra,
eliminare le armi nucleari

Leone XIV risponde alle domande dei giornalisti a Castel Gandolfo e commenta il recente viaggio in Spagna dicendosi “estremamente contento” della risposta della gente. Sulla questione remigrazione, esorta a trattare “con rispetto ogni persona”: “Dire mandiamo via, così ci laviamo le mani, non mi sembra una risposta cristiana”. Il Pontefice annuncia pure che verrà esteso un altro appello ai lefebvriani: “La divisione nella Chiesa è sempre un dolore”


Un bilancio del recente viaggio in Spagna che lo ha lasciato “estremamente contento”, con un appello sui migranti e la remigrazione (“Dire mandiamo via, così ci laviamo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana”, afferma), in linea con le parole vibranti già pronunciate alle Canarie. Poi uno sguardo sull’attualità: quella della Chiesa con la questione lefebvriani, in vista delle prossime ordinazioni episcopali annunciate per luglio che provocherebbero uno scisma, e l’attualità del mondo con il recente accordo USA-Iran. Una riflessione accompagnata dall’augurio che l’intesa sia davvero “una soluzione alla guerra, che la guerra davvero sia finita e che possiamo andare avanti per il bene di tutti”.

Il vento soffia forte e il cielo minaccia pioggia a Castel Gandolfo. E qualche goccia scende pure pochi minuti prima della sua uscita. Ma Papa Leone - fuori da Villa Barberini dove ha trascorso la consueta giornata di riposo e lavoro - si ferma con i giornalisti che lo attendono da ore dietro le transenne insieme a un gruppo di fedeli, soprattutto polacchi che hanno intonato per ore canti alla Madonna. Varcato il cancello di ferro, il Papa si dirige quindi da cronisti e corrispondenti e risponde alle loro domande, a cominciare da quelle dei media spagnoli preparate per la conferenza stampa prevista sul volo di ritorno dal Tenerife e rimaste inevase a causa del guasto tecnico che ha costretto Leone a tornare sul Falcon messo a disposizione dal re.

Il viaggio "meraviglioso" in Spagna

Il Papa ricorda quindi i giorni in terra iberica, da Madrid a Barcellona alle Isole Canarie, in particolare “la risposta entusiasta di tante persone in tutti i luoghi”. “Uno potrebbe pensare che qui sì, qui forse meno, qui sì o no, ma la verità è che è stata una cosa meravigliosa”. “Ogni momento – dice Papa Leone in spagnolo – è stato ben preparato. Bisogna dire anche che i vescovi, con tanti laici, tanti volontari, in tutti i luoghi che hanno lavorato per preparare tutto, è stato meraviglioso”. Da ciò che ha potuto osservare, Leone XIV si sente di dichiarare che la gente era “molto contenta”.

Lo erano anche i politici, con gli 8 minuti di applausi nelle Cortes. Per la politica spagnola non è un momento facile, osserva una cronista. “Io non voglio entrare nella politica spagnola, come neanche in altri Paesi, ma l’invito al dialogo, l'invito ad ascoltarci l'un l'altro, e non sempre criticare e insultare l'opposizione senza arrivare ad accordi per il bene comune”, replica il Pontefice. E ribadisce l’appello espresso già al Congresso al rispetto della “dignità umana” e “di ogni persona”: “Spero che non passi troppo tempo”.

L'appello per i migranti: "Trattare tutti con rispetto"

Sulla stessa scia, il Papa torna poi sulla questione migranti, tema affrontato a più riprese durante il viaggio e in particolare a Gran Canaria e Tenerife, dopo l’entrata in vigore del Patto UE su migrazione e asilo. Leone torna anche qui a invocare “rispetto per la persona”: “Molte volte noi non riconosciamo le ragioni per le quali queste persone sono dovute uscire dai loro Paesi. Tante ragioni: violenza, guerra, conflitti. E quindi semplicemente dire ‘lo mandiamo via, così noi ci laviamo le mani del problema’, non mi sembra la risposta più cristiana. Bisogna veramente rispettare le persone – insiste il Pontefice - vedere i casi, e soprattutto trattare con rispetto le persone come persone”.

Il Papa fuori da Villa Barberini a Castel Gandolfo

Speranze di pace

Non si esime, Leone XIV, da una domanda sui lavori del G7 che vede i capi di Stato e di governo riuniti a Evian, in Francia, e anche sull’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran, il cosiddetto “Memorandum di Islamabad” a seguito della mediazione pakistana: “Negoziati, grazie a Dio, c'è almeno questo Memorandum che firmeranno ufficialmente venerdì, come stanno dicendo”, commenta il Papa. “Ci saranno ancora diversi punti da stabilire, però è sempre meglio farlo con il dialogo, con la negoziazione e non tornando alla guerra”. L’augurio è che “sia veramente una soluzione alla guerra, che la guerra davvero sia finita e che possiamo andare avanti per il bene di tutti. Eliminare le armi nucleari, questo sì, cercare il bene di tutti i popoli, cercare come risolvere i problemi anche a livello economico e sociale che sono stati creati in questo tempo”.

Il dolore per le divisioni nella Chiesa

Al Papa anche una domanda sul caso della Fraternità San Pio X che il 1° luglio, a Ecône, procederà a quattro consacrazioni episcopali senza mandato papale, nonostante il monito della Santa Sede sul rischio di uno scisma. A riguardo il Pontefice ricorda i contatti del Dicastero per la Dottrina della Fede con la Fraternità: “Stiamo considerando ancora fare un altro appello, a dire ‘non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa’. Ma è la loro scelta. Bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa. Certamente la divisione tra i cristiani è sempre un punto doloroso, però loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno quella scelta, mi dispiace, però noi dobbiamo andare avanti”, chiosa Leone.

Vacanze e futuri viaggi

Infine una domanda conclusiva e più personale, e cioè quando inizierà le sue vacanze estive e come le trascorrerà. “Un po’ di riposo, molta lettura, riflessione, preparazione per quello che viene dopo. Sempre c'è lavoro anche…”. Ma si riposerà? “Speriamo!”. E “speriamo” è la risposta pure sulla eventualità di viaggi in Messico e in Perù, la terra in cui è stato per oltre vent’anni missionario. Papa Leone taglia corto con un sorriso: “Vedremo”.

Papa Leone XIV saluta i fedeli a Castel Gandolfo
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 16/06/2026)




Divieto social sotto i 16 anni, lo psicologo Lancini: “Non serve proibire, va creata un’alternativa”

Divieto social sotto i 16 anni, lo psicologo Lancini:
“Non serve proibire, va creata un’alternativa”

L’esperto: “Bisogna aggiungere, non togliere: diamo alle nuove generazioni speranza, opportunità di lavoro, educazione digitale”


Il Regno Unito vieterà l'uso dei social media ai minori di 16 anni. Ad annunciarlo il primo ministro britannico Keir Starmer spiegando che si tratta di un provvedimento messo a punto per proteggere i bambini dai pericoli online, sulla scia di una misura simile introdotto lo scorso anno dall'Australia.
“Non è una cosa che faccio alla leggera e non la presenterò come gratuita, come se i social media non avessero portato alcun beneficio ai giovani, perché chiaramente questo è sbagliato. Ma il governo si basa sempre sulle scelte, ed è chiaro che un divieto totale sia la scelta giusta", ha detto il premier britannico.

È così?
Lo abbiamo chiesto a Matteo Lancini psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, che ha dedicato molti saggi e libri alle problematiche giovanili. 
“La prima questione da porsi è se si tratta di una legge applicabile. Fare leggi con i no che aiutano a crescere è facile, ma poi i divieti vanno gestiti, per non perdere credibilità”, premette l’esperto.

Professor Lancini, a cosa si riferisce?
“In questo momento in Italia è vietato il cellulare nelle scuole medie e superiori. Ma spesso i telefonini vengono usati lo stesso. In Australia, dove una legge obbliga le piattaforme a chiudere o non aprire account agli under 16, non riescono a controllare l’età di chi accede ai social. È una misura che sappiamo far realizzare o che serve per avere consenso popolare? Le regole implicano conflitto e vanno gestite”.

Come interpreta questo divieto? 
“Internet andrebbe vietato agli adulti, che hanno usato troppo i social trascurando i figli. Pensiamo al registro elettronico, ai compiti, ai voti e alle note mandati online, magari di notte tramite il registro elettronico; ai gruppi WhatsApp dei genitori, che aumentano il cyberbullismo, parlando male di altri genitori a partire dai 3 anni del figlio; all’ingresso dei cellulari degli adulti a scuola per riprendere e diffondere le emozioni dei figli. Vietare però implicherebbe cambiare la nostra vita e noi adulti non lo vogliamo fare. Spacciamo internet per quello che ci riguarda e lo vogliamo vietare ai nostri figli studenti perché a loro farebbe male. Si chiama dissociazione”.

Non frequentare i social prima dei 16 anni può portare dei benefici? 
“Dipende dalle alternative che diamo. Ricordiamoci che i social hanno sostituito i giochi di strada, quei processi di socializzazione fuori dal controllo degli adulti che noi attuavamo a partire dai 7 anni quando tornavamo da soli da scuola o scendevamo in cortile. Purtroppo viviamo in una società dissociata. Bisognerebbe educare le nuove generazioni alla terribile società che abbiamo creato, spiegando loro che oggi la socializzazione è governata dagli algoritmi. Oggi i genitori sono i più grandi spacciatori di internet: pensiamo alla pratica di geolocalizzare i figli”.

Ha senso parlare di un uso calibrato contro un uso eccessivo dei social?
“Non è uso eccessivo, è quello su cui oggi si governa il mondo. Si chiamava dipendenza da internet e oggi è il modo su cui costruisce il proprio futuro, la propria identità. Se non ci piace questo uso due sono le strade: o cambiamo la società o lasciamo i ragazzi, che sono già disperati, vivere in questa società. Si chiama società onlife, vita reale e virtuale sono integrate e i social garantiscono identità e successo. La regolamentazione di questa vita passa attraverso la trasformazione di una società. O cambiamo il mondo o smettiamo di raccontarci questa storia che stiamo troppo sui social. Togliamoci qualcosa noi: a questa generazione abbiamo già tolto abbastanza.”

Quale strada seguire per il bene dei ragazzi? 
“Il tema è, ancora una volta, l’alternativa. Bisogna aggiungere, non togliere, alle nuove generazioni: aggiungiamo speranza, opportunità di lavoro, informazione digitale. I ragazzi vanno educati agli algoritmi, all’intelligenza artificiale. E noi adulti chiediamoci perché oggi i giovani si rivolgono all’intelligenza artificiale e non a noi per parlare delle loro emozioni”.
(fonte: La Repubblica 15/06/2026)

martedì 16 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Quel mondo nascosto della pace

Tonio Dell'Olio
 
Quel mondo nascosto della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 giugno 2026


Mentre la guerra e la firma dopo la guerra occupano le prime pagine con il loro carico di morte e devastazione, esiste un'altra Italia e un altro mondo che operano spesso nel silenzio. Sono le reti di volontari, le associazioni, gli oratori, le università, le amministrazioni locali e le società sportive che scelgono di rispondere alla violenza con la solidarietà.

Ne sono un esempio i dodici ragazzi di Betlemme che, dopo due anni di attesa e numerosi ostacoli legati al conflitto, dal 17 al 27 giugno saranno accolti a Seregno grazie all'impegno dell'associazione Oasi di Pace, della Polis Seregno, del Comune, del Csi per il Mondo e di decine di volontari. 
Altri giovani palestinesi saranno ospitati a Lonate Pozzolo, Primaluna e Legnano. Per dieci giorni condivideranno l'oratorio estivo, le attività sportive, una partita di calcio, una visita a San Siro. Piccole cose. In realtà gesti che restituiscono normalità a chi cresce all'ombra della guerra. 

Di fronte a un linguaggio pubblico dominato da riarmo, deterrenza e nemici, queste iniziative scrivono un vocabolario diverso: incontro invece che scontro, fraternità invece che odio, cura invece che distruzione. Non risolvono da sole i conflitti, ma indicano una strada. È il lavoro discreto della pace: meno visibile delle bombe, ma infinitamente più capace di generare futuro.


"Io invece non ti dimenticherò mai" - Messaggio di Papa Leone XIV per la VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani (testo integrale e kit con le indicazioni pastorali per la celebrazione)


Messaggio di Papa Leone XIV per la VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani
Disponibile anche il kit con le indicazioni pastorali per la celebrazione


È stato pubblicato oggi il Messaggio di Papa Leone XIV in occasione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, la cui sesta edizione si celebrerà domenica 26 luglio 2026.

Nel testo, il Santo Padre ricorda che il Signore conosce il volto di ciascuno e che il suo amore non viene mai meno, nemmeno nella fragilità della vecchiaia. La Giornata, scrive Papa Leone XIV, «un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio». Rivolgendosi direttamente agli anziani, il Papa li incoraggia a non temere la debolezza – «non abbiate paura della fragilità!» – e a riconoscere in essa una vera e propria vocazione alla preghiera e alla riconciliazione, chiedendo loro di pregare con insistenza «perché giunga presto la pace nel mondo intero».

Un kit pastorale al servizio delle comunità di tutto il mondo

In occasione della diffusione del Messaggio, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita rende disponibile un kit pastorale per sostenere le diocesi, le parrocchie, le congregazioni e le associazioni di tutto il mondo nella celebrazione della ricorrenza. Il sussidio – che contiene il Messaggio del Santo Padre, la preghiera ufficiale, le indicazioni pastorali, un sussidio liturgico e il logo della Giornata – offre strumenti e suggerimenti per mettere in pratica il desiderio espresso dal Papa nel Messaggio: «Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro».

Una celebrazione eucaristica e la visita agli anziani soli

Come di consueto, si propone che la celebrazione della Giornata si articoli attorno a due gesti fondamentali: una liturgia eucaristica dedicata agli anziani e la visita a quelli più soli della propria comunità, ai quali consegnare il Messaggio del Santo Padre insieme a un segno di vicinanza. In questa sesta edizione si sottolinea con particolare forza la dimensione della prossimità verso chi vive solo e chi non riceve visite: quando ci si recano all’interno di una struttura, si raccomanda di raggiungere anche gli anziani allettati nelle proprie stanze, perché a nessuno manchi il messaggio di consolazione che la Giornata vuole esprimere.

La facoltà di spostare la data della celebrazione

Nel sussidio si rende inoltre nota la disposizione del Santo Padre, già comunicata a tutte le conferenze episcopali: la data ordinaria della celebrazione della Giornata continua ad essere la IV domenica di luglio, in prossimità della memoria liturgica dei santi Gioacchino e Anna, nonni di Gesù; tuttavia, qualora le specifiche necessità pastorali lo suggeriscano, le conferenze episcopali hanno la facoltà di spostare la celebrazione in una data differente. In ogni diocesi, il vescovo è invitato a celebrare la Giornata nella chiesa cattedrale.

Farrell: ad ogni età siamo figli, membra vive della comunità cristiana

Il cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, infine invita gli anziani a celebrare la Giornata nella gioia di sentirsi figli amati da Dio e sottolinea che “riscoprirsi figli ad ogni età è un richiamo per tutti gli anziani ad approfondire la propria vocazione e a sentirsi – in ogni stagione della vita – membra vive della comunità cristiana e corresponsabili della sua missione”.

Materiali da condividere per promuovere la Giornata nelle Chiese locali

Il kit pastorale è disponibile sul sito del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Tutti i materiali possono essere scaricati liberamente e sono utili alla condivisione e alla promozione della Giornata in vista della celebrazione nelle parrocchie e nelle diocesi, a livello locale, nazionale o internazionale.

Il Dicastero invita inoltre le comunità a far conoscere le iniziative organizzate per l’occasione scrivendo all’indirizzo anziani[at]laityfamilylife.va o condividendole sui canali social con l’hashtag #NonnieAnziani.
(fonte: Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita 15/06/2026)

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA VI GIORNATA MONDIALE DEI NONNI E DEGLI ANZIANI

[Festa dei Santi Gioacchino ed Anna, 26 luglio 2026]
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Io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15)

Cari fratelli e sorelle,

per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani (cfr Is 49,16) e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio (cfr Is 49,15). Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del “tu”. Anche oggi possiamo leggere queste parole riferite a ciascuno di noi, e ognuno può sentire quel “Non ti dimenticherò mai” rivolto a sé.

Sono parole che riempiono di consolazione e di fiducia. Esse sono la risposta a un angoscioso sentimento che agita il cuore: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14). Quante volte nella Sacra Scrittura, in particolare nei Salmi, la preghiera nasce dallo smarrimento di chi ha l’impressione che la propria vita non rivesta interesse per nessuno e venga trascurata! La dolorosa sensazione di essere dimenticati accomuna purtroppo molte persone, e tra queste non poche sono anziane.

L’amore di Dio, che invece non dimentica nessuno, si offre come atto di giustizia e risposta all’anonimato, nel quale troppo spesso la vita umana finisce per smarrirsi. Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia.

La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio. Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 239).

La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”.

È dolce, ad ogni età, ma specialmente quando non si è più giovani, scoprire, come disse il Beato Giovanni Paolo I, che siamo destinatari «da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre» (Angelus, 10 settembre 1978). Anche se non viene spontaneo pensare così, la verità è che nemmeno da vecchi cessiamo di essere figli e figlie, e perciò resta valido, ogni giorno, l’invito a tornare tra le braccia di Dio, il cui amore è paterno e materno insieme.

La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita. Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale. In questo nuovo cammino si può riconoscere che Dio, come dice Sant’Agostino, «è madre perché riscalda, perché nutre, perché allatta, perché custodisce» (Commento al Salmo 26, II, 18). È una consapevolezza che aiuta a non provare vergogna della fragilità che emerge e anche a comprendere che tutti, sempre, siamo bisognosi gli uni degli altri e mendicanti di attenzione e di cura. A Dio, che si fa prossimo e che impariamo a riconoscere nella sua tenerezza, possiamo ora rivolgerci con fiducia filiale nella preghiera. Non è mai troppo tardi per iniziare a rivolgersi a Lui. Può essere un grande dono per tutti.

Cari anziani e anziane, Papa Francesco parlava di voi come di un “nuovo popolo” (Catechesi, 23 febbraio 2022), in quanto il numero di persone avanti con l’età non è mai stato così alto nella storia umana. È allora quanto mai importante con voi, “nuovo popolo”, riflettere su quale possa essere la nostra vocazione quando la fragilità, compagna dell’uomo fin dalla nascita, sembra prendere il sopravvento. Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita. Infatti, quando è accettata e riconosciuta, la fragilità «apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera» (Incontro con la comunità algerina, Basilica di Nostra Signora d’Africa, Algeri, 13 aprile 2026).

È così che possiamo vivere da cristiani il tempo della vecchiaia: “fragili” ma allo stesso tempo “chiamati”. Un uomo e una donna possono, infatti, rinascere da vecchi (cfr. Gv 3,4- 6) ed esclamare, con il profeta: «Nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la nostra forza» (Is 30,15). Una forza che può diventare invito a non ricorrere alle vie dell’arroganza e della potenza per garantire la convivenza umana, ma alle vie della riconciliazione e della pace vera. In questo tempo, segnato in maniera così dura dalla violenza bellica e sociale, molti si interrogano su come sarà il mondo nel quale cresceranno i propri nipoti. Vi esorto, carissimi, ad unirvi a me nel pregare con insistenza perché giunga presto la pace nel mondo intero.

Sorelle e fratelli anziani, vi ringrazio perché mi sostenete ogni giorno con le vostre preghiere, specialmente quando recitate il santo Rosario. Ricambio di cuore e vi lascio questo augurio: il Signore ci rinnovi sempre nella fede, nella speranza e nella carità, Lui che mai si dimentica di noi!

Dal Vaticano, 15 giugno 2026

LEONE PP. XIV


Alessandro D'Avenia: Compiti per le vacanze?

Alessandro D'Avenia
Compiti per le vacanze?


Corriere della Sera, 8 giugno 2026


Per questo dedico le ultime lezioni dell’anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo?

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare…), ma la fonte primaria dell’azione. Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l’attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un’abilità, un interesse o un’attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue…), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni…), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare…).

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia. La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa… perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno. E abbraccia l’esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos’altro… è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l’insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell’essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell’utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c’erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). 
Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia). L’autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213).

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.

Oggi non è l’ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?



(fonte: sito dell'autore)


lunedì 15 giugno 2026

MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DEI POVERI: «Il Signore è il rifugio del povero» - Da Papa Leone XIV forte denuncia contro corruzione, egoismo ed accuse all’indifferenza digitale e alla cultura dello scarto


«La Chiesa deve essere povera e rifugio per i poveri». 
La povertà specchio della crisi spirituale del nostro tempo. 
Da Papa Leone XIV: forte denuncia contro corruzione e egoismo ed accuse all’indifferenza digitale e alla cultura dello scarto 


Oggi sembra prevalere una logica che genera esclusione, umiliazione e sfruttamento, fino a colpire intere popolazioni. Davanti a questo il Papa richiama le parole severe del Salmo: “Divorano il mio popolo come il pane”, nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, che si celebrerà il prossimo novembre.

Nel testo diffuso domenica 14 giugno, Leone XIV affida alla Chiesa e al mondo una riflessione intensa sul rapporto tra fede, giustizia sociale e dignità umana. Il tema scelto, tratto dal Salmo 14, “Il Signore è il rifugio del povero”, diventa la chiave di lettura di un documento che denuncia con forza le nuove forme di esclusione e invita i cristiani a riscoprire il volto di Dio nei più fragili.

Il Pontefice parte dalla drammatica esperienza del popolo d’Israele durante la distruzione del Tempio di Gerusalemme per sottolineare come ogni epoca conosca forme diverse di povertà e smarrimento. “Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere”, scrive Leone XIV, osservando che ancora oggi “è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa”.

Il Papa denuncia una società che sembra aver smarrito il senso della trascendenza e che sempre più spesso vive come se Dio non esistesse. “La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale”, afferma.

Secondo Leone XIV, le conseguenze di questa deriva ricadono anzitutto sui poveri. “L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione”.

Le nuove forme di emarginazione nell’era della tecnologia

Nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, Papa Leone XIV concentra l’attenzione sulle modalità con cui le società contemporanee tendono a silenziare le richieste di giustizia provenienti dagli ultimi. “Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste”, scrive il Pontefice. Una denuncia che si estende anche all’ambiente digitale, accusato di amplificare pregiudizi e disinteresse. “L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause”.

Di fronte a questa situazione, il Papa richiama la fiducia in Dio come unica certezza per chi vive condizioni di esclusione. “Al povero non resta che gridare verso Dio e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia”.

Leone XIV osserva che proprio la povertà permette spesso di cogliere ciò che è essenziale. “Il povero sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale”. Per questo motivo egli è in grado di mantenere viva la speranza anche quando tutto sembra negarla.

Il Pontefice dedica parole di consolazione ai tanti che vivono sofferenza e solitudine. “Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore”. Una riflessione che trasforma il tema della povertà da semplice questione sociale a profonda esperienza spirituale e umana.

«Gesù è il rifugio di Dio per i poveri». Il Papa richiama la Chiesa alla condivisione e alla prossimità: Cristo si identifica con gli ultimi e gli emarginati

Il cuore teologico del Messaggio scritto da Leone XIV si sviluppa nella meditazione sulla figura di Gesù Cristo, presentato come il compimento della promessa contenuta nel Salmo.

“Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo”, afferma il Papa. Con l’Incarnazione, spiega, Dio non resta distante dal dolore umano ma entra nella storia condividendone fino in fondo la fragilità. “Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi”.

Leone XIV sottolinea che Cristo non si limita a proteggere chi soffre ma ne assume la condizione. “In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce”. Da qui nasce l’appello rivolto alle comunità cristiane affinché sappiano riconoscere il volto di Cristo nei dimenticati del nostro tempo.

“I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane”, osserva il Pontefice. E aggiunge: “Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno”.

La Chiesa è chiamata a rendere concreta questa presenza. “Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità”. Un compito che riguarda soprattutto chi è privo di casa, lavoro, istruzione, salute e sicurezza, per i quali il Papa indica nella condivisione la via privilegiata del Regno di Dio.

Un esame di coscienza per tutta la comunità cristiana

Nell’ultima parte del Messaggio, Papa Leone XIV rivolge alla Chiesa una serie di interrogativi che assumono il tono di un vero esame di coscienza collettivo.

“In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero”, scrive. Per il Pontefice, la comunità cristiana non può accettare che milioni di persone restino invisibili. “La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura”.

Richiamando Sant’Agostino e la parabola del ricco e del povero Lazzaro, Leone XIV ricorda che Dio guarda la storia da una prospettiva diversa da quella del successo e del potere. Per questo ripropone la domanda fondamentale: quale posto occupano davvero i poveri nelle nostre comunità?

“Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese?”, domanda il Papa.

Il documento si conclude con il richiamo all’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Leone XIV ricorda l’episodio in cui il Poverello scambiò i propri abiti con quelli di un mendicante per condividere concretamente la sua condizione. “Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro”.

Da qui l’auspicio finale: che la X Giornata Mondiale dei Poveri diventi “una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità”. Un appello che Leone XIV affida all’intercessione della Vergine Maria, perché la Chiesa continui a camminare accanto agli ultimi e a riconoscere in essi il volto stesso di Cristo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 14/06/2026)

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA X GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 15 novembre 2026

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Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6)

1. Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6). Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere in vista della X Giornata Mondiale dei Poveri. Ancora una volta è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa. L’espressione del Salmo diventa criterio di giudizio per l’esistenza cristiana perché rivela il volto di Dio e riconosce la povertà umana. In un momento storico drammatico, infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì privato della presenza di Dio e sperimentò una miseria materiale e morale senza precedenti.

Ad ogni generazione questa Parola appare in tutta la sua attualità. Fin dall’inizio mostra la contraddizione in cui si cade spesso ancora ai nostri giorni. La prima costatazione, in effetti, è questa: «Lo stolto pensa: “Dio non c’è”. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene» (Sal 14,1). Essa evidenzia il contrasto tra quanti si comportano con saggezza e quanti invece trascinano la loro vita come se non ci fosse nulla sopra di loro. Si nota, purtroppo, come sia diffusa anche ai nostri giorni un’ingiustizia sociale che sgorga dalla corruzione tracotante, tanto deplorevole quanto discriminatoria. La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale.

I primi a doverne subire le conseguenze sono i poveri, non a caso in aumento in molte società. L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione. Viene così esibita una dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umilia. In questa condizione si trovano non solo singole persone, ma intere popolazioni. Le parole del Salmo risuonano ancora colme di verità: «Divorano il mio popolo come il pane» (Sal 14,4).

2. Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste. L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause. Al povero non resta che gridare verso Dio (cfr Sal 34,7) e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia. Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa. In questo totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa silenziosamente realtà. Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono negare.

Il povero, però, sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale. Più simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia, che non tarda a manifestarsi. Nella notte dell’abbandono e della solitudine, il povero “abita al riparo dell’Altissimo” (cfr Sal 91,1). Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore.

3. Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo. Dio prende dimora presso di noi con l’incarnazione del Figlio, che rende concreto e visibile il rifugio sperato. Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi. A tutti viene incontro e a ciascuno offre rifugio sicuro: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce.

I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane. Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno. Lo incontrino, anzitutto, in coloro che si dicono cristiani. Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità. Gesù di Nazaret è il dono di Dio ai poveri. In Lui tutte le promesse diventano realtà. Per quanti sono privi di una casa, di un lavoro, dell’istruzione, del cibo, della salute si apre una nuova via: la condivisione come espressione del Regno di Dio (cfr Mt 5,3). All’ossessione di quanti accumulano ricchezze solo per sé si oppone l’ostinazione di Dio che, nella testimonianza di persone in carne e ossa, apre il cuore e accoglie nel suo amore.

4. In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero. La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura. La Chiesa, per sua stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri. Non dimentichiamo il commento di Sant’Agostino alla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro: «Ci ha taciuto il nome del ricco e ci ha detto il nome del povero. Il nome del ricco andava di bocca in bocca, ma Dio l’ha taciuto; il nome del povero passava sotto silenzio, ma Dio ce l’ha rivelato. […] Tu cosa sceglieresti? Essere povero come Lazzaro o essere ricco come l’altro? Non lasciarti ingannare! Ascolta quale fu la fine e nota la scelta cattiva» (Sermo 33A, 4).

Come ho ricordato nell’Esortazione apostolica Dilexi te, «verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato” (n. 21).

Sorgono inevitabili alcune domande, che in questa X Giornata Mondiale dei Poveri abbiamo urgenza di far risuonare nella nostra mente e nel nostro cuore. Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Questi e molti altri interrogativi obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro liberazione. Allora vedremo che i poveri diventano loro stessi rifugio per altri. L’esperienza della povertà rende particolarmente sensibili a una rinnovata solidarietà davanti alle sfide.

L’amore di Cristo ci rende infatti partecipi della vita d’amore di Dio. In questo senso, i cristiani sono chiamati non solo a cercare rifugio in Dio, ma anche a farsi in Dio un rifugio per gli altri, senza «distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio. Ognuno è un dono per gli altri» (Omelia, 17 agosto 2025).

5. L’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi ci sollecita a ricordare come, giunto a Roma pellegrino alla tomba dell’apostolo Pietro, egli fu colto da compassione per i mendicanti. Per comprendere e sperimentare la loro sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno di loro, sedendosi a chiedere l’elemosina e trascorrendo l’intera giornata in mezzo ai poveri con gioia di spirito (cfr Fonti Francescane, 1405-1406). Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro. Chi ha Dio per rifugio è libero di compiere scelte profetiche, che testimoniano come tutto possa essere ripensato dal basso, nell’umiltà e nella fraternità che, sole, riparano un mondo ferito dalla prepotenza.

Confido che questa X Giornata Mondiale dei Poveri possa costituire una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità. Manteniamo viva l’obbedienza alla Parola di Dio, che provoca alla conversione del cuore. La Vergine Maria, che nella carne crocifissa del Figlio ha contemplato l’amore di Dio che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,53), interceda per noi.

Dal Vaticano, 13 giugno 2026, memoria di Sant’Antonio di Padova.

LEONE PP. XIV