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mercoledì 19 agosto 2026

Anniversario morte di Alcide De Gasperi - De Gasperi, uomo di fede che seppe guardare oltre le macerie della guerra - Vi racconto il sostegno di De Gasperi alle lavoratrici madri.

Anniversario morte di Alcide De Gasperi 

De Gasperi, uomo di fede che seppe guardare oltre le macerie della guerra

In una dichiarazione resa dal cardinale vicario generale per la Diocesi di Roma, in occasione del settantaduesimo anniversario della morte dello statista che ricorre mercoledì 19 agosto il porporato ricorda il suo ruolo cruciale nella "rinascita democratica dell’Italia e del progetto europeo". La sua memoria, tuttavia, è anche un'occasione "per interrogarsi sulla dignità della politica", abitando la storia con fedeltà al Vangelo


Uomo di fede "profonda, austera, mai ostentata, vissuta come criterio di discernimento", la cui statura emerse soprattutto nella capacità di "guardare oltre le macerie della guerra". Così il cardinale vicario generale per la Diocesi di Roma, Baldo Reina, ha definito Alcide De Gasperi in una dichiarazione resa in occasione del settantaduesimo anniversario della morte, che ricorre mercoledì 19 agosto.

Protagonista della rinascita italiana

Il ricordo dello statista, afferma il porporato, rappresenta un'occasione per rendere omaggio "a uno dei protagonisti della rinascita democratica dell’Italia e del progetto europeo", ma anche per interrogarsi "sulla dignità della politica e sulla possibilità, per un cristiano, di abitare la storia con fedeltà al Vangelo senza trasformare la fede in strumento di potere".

Una politica "alta"

Avere conosciuto la persecuzione fascista, il carcere e le "lacerazioni ideologiche del Novecento", scrive Reina, ha sostenuto De Gasperi nella maturazione di una "concezione alta della politica, estranea alla seduzione del potere e alla contrapposizione tra amici e nemici". Là dove l'Europa conobbe "la devastazione dei nazionalismi", lo statista indicò "la via della riconciliazione e di istituzioni capaci di trasformare antiche inimicizie in un destino condiviso".

Il ricordo di Papa Leone XIV

Il cardinale menziona poi il ricordo che Papa Leone XIV dedicò a De Gasperi, sottolineando che "il suo amore per Dio sosteneva la dedizione alla Patria" e affermando che "la politica, la diplomazia e la difesa nazionale diventano strumenti di autentica carità quando sono vissute con animo umile". La dichiarazione si conclude ricordando come le spoglie di De Gasperi riposino nella basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura e che il 28 febbraio 2025, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione.
(fonte: Vatican News 18/08/2026)

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Vi racconto il sostegno di De Gasperi alle lavoratrici madri.

La riflessione di Giorgio Girelli, coordinatore del Centro Studi Sociali “A. De Gasperi”

L’eredità di Alcide De Gasperi non riguarda soltanto la ricostruzione economica, la scelta europea e l’adesione alla Nato. La legge del 1950 sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri rivela il volto progressista del suo centrismo e offre ancora oggi spunti per affrontare occupazione femminile, famiglia e crisi demografica. 


Sono trascorsi 72 anni dalla scomparsa, il 24 agosto 1954, di Alcide De Gasperi e la sua memoria è viva nell’opinione pubblica e nel dibattito politico. Durante i suoi governi (1945-1953), l’Italia realizzò importanti interventi strutturali ed economici per la ricostruzione post-bellica, tra cui la Riforma agraria (749.000 ettari espropriati ai latifondisti e assegnati ai contadini), l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (infrastrutture, strade e opere idrauliche nel Meridione), il Piano Ina-Casa (due milioni di vani per famiglie a basso reddito), la fondazione dell’Eni (perseguimento dell’autonomia nello sviluppo energetico del Paese), la riforma tributaria ed economica (risanamento del bilancio e ancoraggio dell’Italia a un’economia di mercato aperta e occidentale), la scelta europea, il legame con gli Stati Uniti e l’adesione alla Nato.

Tanto che lo storico Piero Craveri concluse la biografia dello statista trentino scrivendo che l’Italia di oggi è quella disegnata in età degasperiana.

Ma nella rievocazione di tanti meriti non trova posto, pur in tempi di intensa attenzione all’emancipazione femminile, l’innovativo apporto di De Gasperi allo sviluppo del ruolo della donna. E in particolare a quel settore che anche oggi non riluce nel dibattito femminile: la tutela delle lavoratrici madri.

Eppure è un nodo attualissimo, specie in presenza dell’“inverno demografico”, che dovrebbe indurre a misure che consentano alla mamma di conciliare lavoro e cura dei figli. In assenza delle quali, essendo spesso indispensabile lo stipendio della donna accanto a quello del marito per gestire dignitosamente una famiglia, la rinuncia ai figli è consequenziale.

Ebbene, nel corso del sesto governo De Gasperi (27 gennaio 1950-26 luglio 1951) venne compiuto un passo storico per la protezione delle donne con la legge 26 agosto 1950, n. 860, la prima organica e moderna normativa sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri e tappa storica nel percorso voluto dalla Costituzione, che all’articolo 37 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La riforma rappresentava un forte stacco rispetto al passato perché, dando corso all’attuazione della Costituzione, segnalava come nel dopoguerra il rilievo riconosciuto alle donne fosse un dato di fatto e, perseguendo l’intento di una disciplina più organica di tutta la materia, tendeva, nei limiti oggettivamente consentiti, a una remunerazione adeguata al costo della vita.

Gestì per conto del governo l’iter della legge l’allora ministro del Lavoro Amintore Fanfani, lo stesso statista cui si deve in Costituzione la definizione dell’Italia quale «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Come ricorda in un saggio Angela Maria Bocci, ordinaria di storia economica alla Sapienza di Roma, “i punti fondamentali della legge, in termini sintetici, riguardavano il divieto di licenziamento dall’inizio della gestazione fino al compimento del primo anno di età del bambino; il divieto di adibire le donne in gravidanza al trasporto e al sollevamento di pesi o a lavori pericolosi; l’obbligo all’astensione dal lavoro nei tre mesi precedenti il parto e nelle otto settimane successive. Inoltre venivano previsti periodi di riposo per l’allattamento nonché – elemento fondamentale – il trattamento economico durante le assenze per maternità”.

Traguardi non da poco, tenendo conto delle gracili condizioni economiche del Paese di allora.

La relazione generale sulla situazione economica del Paese presentata dal ministro del Tesoro Pella alla Camera il 30 gennaio 1950 evidenziava infatti che le difficoltà strutturali dell’economia italiana dopo il secondo conflitto mondiale si erano aggravate. Inoltre, con il ministero del Tesoro a Gustavo Del Vecchio e con le Finanze a Pella, il neoministro del Lavoro e della Previdenza sociale Amintore Fanfani si trovò a dover fare i conti con un gabinetto a egemonia liberista che, pur con alcune differenziazioni, tendeva a contenere la linea riformista della politica del lavoro ispirata ai principi della dottrina sociale cristiana.

Ma non mancò l’appoggio risolutore di De Gasperi, secondo il quale la Dc è partito di centro che guarda a sinistra, intendendosi con questa definizione l’irrinunciabile identità popolare e progressista del partito.

Aldo Cazzullo ha contestato che quella frase sia mai stata pronunciata. Ma lo smentiscono i fatti. Quelle parole appaiono in un editoriale de Il Popolo del 10 aprile 1945, firmato da Giulio Andreotti e concordato con De Gasperi, in risposta a una proposta di collaborazione politica di Togliatti, come ricorda Ortensio Zecchino, storico ed ex ministro Dc.

De Gasperi stesso, in un’intervista a Il Messaggero del 17 aprile 1948, proprio alla vigilia delle elezioni del giorno successivo, definisce la Dc «un partito di centro che cammina verso sinistra». Definizione confermata da Andreotti su Sintesi Dialettica del 4 ottobre 2007. Espressione poi richiamata anche dallo storico Pietro Scoppola a Borgo Valsugana il 19 agosto 2004 (“De Gasperi fra passato e presente”).

Il 18 ottobre 1953, in un discorso a Milano, proprio De Gasperi volle dare l’interpretazione autentica della celebre frase: “Se sinistra vuol dire apertura verso il progresso sociale, verso la giustizia per i lavoratori, allora non è vero che noi non andiamo o non vogliamo andare verso sinistra: siamo per principio a sinistra in questo senso” (M. R. Catti De Gasperi, De Gasperi uomo solo, Mondadori, 1964, p. 388).

Come, al di là di ogni sterile disquisizione lessicale, confermano le numerose riforme sociali volute da De Gasperi. Centrismo dunque, come successivamente la “centralità” di Forlani, che pone la DC quale architrave del sistema con esclusione delle ali estreme di destra e di sinistra, e non certo immobilismo sociale.

E oggi?

In Italia, nel maggio 2022, il 42,6% delle mamme tra i 25 e i 54 anni non era occupata e il 39,2% con due o più figli minori disponeva di un contratto di lavoro part-time. Negli altri Paesi, in alcuni va un po’ meglio, in altri peggio. Non è comunque senza significato che il 9 ottobre 2023 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma abbia deciso di assegnare il premio Nobel per l’economia a Claudia Goldin, storica dell’economia, economista del lavoro e docente dell’Università di Harvard, che ha dedicato tutta la sua ricerca scientifica allo studio della condizione femminile nel mondo del lavoro.
(fonte: Formiche 18/08/2026)


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Le migrazioni e il patrimonio culturale cristiano dell’Europa di Giuseppe Savagnone

Le migrazioni e
il patrimonio culturale cristiano
dell’Europa
di Giuseppe Savagnone



Il modello Danimarca
È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier
Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni
In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani
Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa». Quella a cui si è assistito a Ceuta.

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria? «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico.

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare. 
Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente

(Fonte: Tuttavia - 14 agosto 2026)

martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)


La solitudine sotto l’ombrellone e l’obbligo della felicità


La solitudine sotto l’ombrellone e l’obbligo della felicità

Può accadere che l’estate, invece del momento della gioia e del relax, sia il momento in cui il venir meno della nostra routine fa emergere ferite non sanate o un senso di vuoto. Qualche strategia

Foto Pexels

Immagina di essere sotto l’ombrellone a fissare le onde del mare che danzano al suono di una melodia tanto rilassante quanto malinconica e sentirti un pesce fuor d’acqua quando tutti ridono, nuotano e raccontano le proprie vacanze. Immagina di scorrere i social in pieno agosto e provare un improvviso senso di soffocamento, quasi come se l’allegria degli altri fosse uno specchio delle tue mancanze. Magari potrebbe capitarti di chiederti come mai in estate tutti sembrano essere così felici e quasi “obbligati” a mostrarlo al mondo intero. Prova a pensare che, forse, stai guardando la vetrina di un negozio pieno di luci e colori, non il retrobottega dell’animo umano.

Ecco alcune domande che potrebbero venirti in mente: è normale sentirsi soli in mezzo a una spiaggia affollata? Devo per forza divertirmi per non sentirmi sbagliato/a? Naturalmente, non solo è normale, ma è anche uno dei paradossi più feroci della nostra mente, che ci mostra come il riposo non coincida necessariamente con l’euforia. Quando il mondo intorno a noi si riempie di luce, feste e viaggi, il nostro fisiologico bisogno di ritirarci o le nostre emozioni, come tristezza, malinconia o rabbia possono subire un effetto cassa di risonanza. Ad un certo punto della giornata, non siamo più “solo” tristi o affaticati; cominciamo a sentire un senso di inadeguatezza, come se fossimo fuori dal mondo. Tutto ciò potrebbe generare un forte senso di alienazione.

Prendiamo Albert. Un imprenditore di 38 anni che ha molto successo, il telefono sempre bollente, agende fitte di impegni. Ma quando arriva agosto e la città si svuota, sperimenta un forte senso di alienazione. Senza una famiglia ad attenderlo, il silenzio del suo appartamento diventa quasi assordante e cominciano a farsi strada alcune voci interiori che gli ricordano i tempi passati, i luoghi d’infanzia, l’odore dei cibi cucinati dai nonni, i profumi della sua terra d’origine. Allora Albert crede che l’unica strada sia fuggire da ciò che emerge da dentro di sé: prenota ombrelloni nei lidi più esclusivi, partecipa agli aperitivi in spiaggia e si fa trascinare nelle discoteche all’aperto, convinto che il rumore possa riempire il vuoto. Eppure, in mezzo alla musica assordante e ai corpi che ballano, la solitudine e la malinconia lo travolgono. Lì, tra un cocktail e l’altro, il suo pensiero vola verso le estati dell’infanzia. Rimpiange le giornate lunghissime trascorse nel cortile, la semplicità dei giri in bicicletta tra le strade del paese, i legami autentici che non richiedevano alcun tipo di performance. Albert è circondato da persone, ma si sente solo, schiacciato tra l’immagine vincente dell’adulto realizzato e il bambino interiore che chiede soltanto un porto sicuro.

La solitudine estiva a volte può scoperchiare le nostre ferite sommerse semplicemente perché vengono a mancare i distrattori quotidiani a cui siamo abituati. In più, i fattori climatici come il caldo e l’eccesso di luce possono avere un impatto reale e fisico sul nostro corpo. In inverno le giornate corte e buie ci fanno sentire stanchi e letargici, in estate le temperature alte e la luce prolungata possono cambiare i nostri ritmi naturali, stravolgendo le nostre routine. Fermarci con il lavoro (come succede ad Albert, che non può più nascondersi dietro le sue occupazioni) può lasciarci emotivamente vulnerabili. L’inquietudine potrebbe farsi sentire maggiormente, si può far fatica a dormire, c’è chi mangia meno e chi mangia di più del solito sperimentando una sorta di agitazione nervosa, una tensione che va in contrasto con il nostro bisogno di staccare la spina e riposare.

Come possiamo affrontare, allora, questo periodo senza farsi travolgere? Ecco alcune strategie per invertire la rotta:
  • Limitare l’esposizione prolungata ai social media (la vetrina della falsa perfezione).
  • Accogliere la tristezza o il senso di vuoto senza giudicarli. Dire a se stessi “ho tutto il diritto di sentirmi così“ abbassa immediatamente i livelli di ansia da prestazione.
  • Creare nuove piccole abitudini rassicuranti: una lettura al fresco del mattino, una passeggiata al tramonto, o dedicare del tempo alla musica, che possiede un grande potere di regolazione emotiva.
  • Creare piccole connessioni autentiche, capaci di nutrire davvero il tuo bisogno di vicinanza.
L’estate può diventare la stagione della “tregua emotiva”. Se ti senti smarrito/a come Albert, ricorda che la tua sensibilità non è un difetto e puoi accettare di poter stare all’ombra mentre gli altri sono al sole, provando a danzare al ritmo che ti appartiene. Puoi trovare la tua melodia e concederti il permesso di ascoltarla e condividerla.
(fonte: Città Nuova, articolo di Dorotea Piombo 13/08/2026)


lunedì 17 agosto 2026

Buon compleanno a Mogol, non paroliere ma poeta di testi musicali colonna sonora di diverse generazioni.

Buon compleanno a Mogol,
non paroliere ma poeta di testi musicali
colonna sonora di diverse generazioni.


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Mogol, novant’anni di pensieri e parole

Taglia quest’oggi il traguardo il celebre paroliere Giulio Rapetti che in sessant’anni e oltre 1500 testi (da quelli dei favolosi anni Sessanta a quelli, straordinari, del connubio con Lucio Battisti, ma non solo) ha raccontato, con semplicità e nitidezza la vita degli italiani in canzoni senza tempo

© KEYSTONE (Photo by IPA/Sipa USA)

Novant’anni. Un traguardo che per chiunque rappresenta una vita intera, ma che per Giulio Rapetti - conosciuto da tutti come Mogol che taglia quest’oggi l’importante traguardo - è qualcosa di più: un intero universo poetico, fatto di oltre 1.500 testi di canzoni che generazioni di italiani hanno cantato sottovoce, a squarciagola, nei momenti di gioia e in quelli di dolore.

Nato a Milano il 17 agosto 1936, in una famiglia dove la musica era di casa (suo padre, Mariano Rapetti, era un importante dirigente della casa editrice musicale Ricordi e scriveva testi con lo pseudonimo di Calibi) Giulio ha respirato note e parole fin dall’infanzia. Non sorprende, quindi, che abbia iniziato a lavorare come paroliere appena diciannovenne, nel 1955, affiancando il padre. I primi anni furono di gavetta, ma il talento emerse presto, tanto che nel 1961 arrivò la prima consacrazione con Al di là, brano cantato da Betty Curtis che vinse il Festival di Sanremo. Il giovane Rapetti aveva venticinque anni e il suo nome - o meglio, il suo pseudonimo - cominciava a circolare negli ambienti che contano.

Il nome d’arte

Un nome d’arte dalla storia curiosa. Quando il giovane Giulio si iscrisse alla SIAE per depositare i propri diritti d’autore, dovette scegliere uno pseudonimo. Ne propose trenta, uno dopo l’altro, e tutti vennero bocciati. Il trentunesimo, Mogol proposto quasi per caso, fu invece accettato. Lui stesso racconta di aver quasi avuto un infarto, perché riconobbe nel nome quello del capo delle disneyane Giovani Marmotte. «Pensai: pazienza, tanto Mogol non lo conoscerà nessuno», disse anni dopo, ridendo. L’ironia della storia è sotto gli occhi di tutti.

Un primo decennio di successi

Gli anni Sessanta furono per Mogol un decennio straordinario, nel quale si affermò come uno degli autori più richiesti e versatili della scena italiana. Nel 1963 firmò Grazie, prego, scusi di Celentano; l’anno seguente Una lacrima sul viso di Bobby Solo; nel 1965 arrivò un’altra vittoria sanremese con Se piangi, se ridi, sempre interpretata da Bobby Solo. In questi anni lavorava senza sosta per gli artisti e i gruppi più in voga affermandosi anche come traduttore e adattatore di grandi successi internazionali, contribuendo alla stagione d’oro delle cover all’italiana. A lui si devono, tra le altre, Riderà (traduzione di Fais la rire) di Little Tony, Io ho in mente te (You Were On My Mind) dell’Equipe 84; Sognando la California (California Dreamin’ dei Mamas & the Papas) e Senza luce (A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum) dei Dik Dik e per Caterina Caselli tradusse I’m A Believer dei Monkees (Sono Bugiarda). Ma furono soprattutto i suoi adattamenti di Bob Dylan e David Bowie a restare nella storia, anche per le polemiche che suscitarono. Con Dylan il rapporto fu intenso ma burrascoso. Mogol fu per anni il traduttore italiano autorizzato dal cantautore americano firmando le versioni di Blowin’ in the Wind (diventata La risposta è caduta nel vento, cantata da Luigi Tenco) e Mr. Tambourine Man (Mister Tamburino, proposta da Don Backy). All’inizio Dylan approvava le versioni con telegrammi di benestare. Col tempo, però, le posizioni dei due si fecero inconciliabili: Mogol rivendicava la propria autonomia creativa di autore, sentendosi libero di reinterpretare i testi piuttosto che tradurli fedelmente; Dylan, al contrario, pretendeva che le sue parole fossero rispettate senza libertà di intervento. Il contrasto esplose durante un incontro a Londra nel corso del quale Dylan fu esplicito: «Io sono Dylan e tu sei Mogol, tu devi dire quello che dico io». Mogol rispose che, in quanto autore e non mero traduttore, non poteva scrivere cose in cui non credeva. La collaborazione si chiuse lì. Altrettanto emblematico è il caso di David Bowie: nel 1970 Mogol scrisse il testo italiano di Space Oddity, ribattezzandola Ragazzo solo, ragazza sola. Ma della storia dell’astronauta Major Tom non rimase nulla: Mogol la trasformò in una canzone d’amore sulla fine di una storia sentimentale. Quando Bowie si rese conto che la traduzione era completamente diversa dall’originale, ebbe una reazione non proprio entusiastica.

Si tratta ad ogni modo di un catalogo impressionante, costruito in pochi anni, che dimostra come Mogol fosse già un autore di primo piano, capace di adattarsi a generi e voci disparate mantenendo sempre una cifra stilistica riconoscibile: la chiarezza dell’immagine, la semplicità apparente del verso, la capacità di toccare una corda emotiva precisa senza scadere nella retorica. Quando incrociò Lucio Battisti, fu l’incontro con un suo pari, con cui costruire qualcosa di ancora più grande.

L’incontro che cambiò tutto

I due si incontrarono nel 1965, dietro insistenza di una produttrice francese, Françoise Laroux. Battisti, aveva ventitré anni, ed era sconosciuto: si presentò alla Ricordi e gli fece ascoltare alla chitarra un paio di provini. Mogol gli disse «francamente non mi sembrano un granché». Di fronte ad un simile commento, una persona qualsiasi si sarebbe scoraggiata o offesa. Lucio invece sorrise e gli disse, «sono d’accordo»: fu la scintilla che segnò la nascita di uno dei sodalizi artistici più straordinari del pop italiano. Battisti componeva le melodie, Mogol scriveva le parole: e le sue parole non erano mai semplici riempitivi metrici, ma immagini potenti, metafore sorprendenti, emozioni autentiche tradotte in versi. La loro collaborazione durò circa quindici anni producendo un catalogo che ancora oggi non ha eguali nel panorama italiano: Emozioni, Il mio canto libero, Ancora tu, Sì, viaggiare, Una donna per amico, I giardini di marzo... Brani i cui testi parlano di natura, di libertà, di amore, di malinconia, con una freschezza e una profondità che li ha resi immortali.

Il poeta della quotidianità

Il segreto di Mogol come paroliere non sta nell’uso di un linguaggio aulico o ricercato. Sta, al contrario, nella capacità di trovare le parole giuste - spesso semplici, quasi banali- e disporle in modo tale da creare un effetto di verità immediata. I suoi testi parlano di esperienze universali: l’amore, la separazione, il viaggio, il tempo che passa, la nostalgia, la speranza. E le raccontano con immagini così precise e originali da sembrare scritte per ciascuno di noi. È questa la magia del grande paroliere: non inventare mondi impossibili, ma far sì che il mondo reale, quello di ogni giorno, con le sue strade, i suoi tramonti, le sue storie d’amore e di abbandono , risuoni nella mente di chi ascolta come qualcosa di familiare ma straordinario.

La Numero Uno

Il sodalizio con Battisti non fu soltanto artistico: nel 1969 Mogol insieme al padre Mariano Rapetti, al produttore Alessandro Colombini e a Lucio Battisti fondò la Numero Uno, un’etichetta discografica indipendente destinata a diventare uno dei capitoli più straordinari della storia della musica italiana. L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: un piccolo nucleo di persone che gestiva in autonomia la produzione, la distribuzione e la promozione dei propri artisti, senza dipendere dalle major. Il primo 45 giri pubblicato fu Questo folle sentimento della Formula 3, scritto proprio da Mogol e Battisti, che arrivò a vendere 350.000 copie. Ma la Numero Uno fu molto di più di un veicolo per i due: fu un vero laboratorio creativo che lanciò alcuni dei più importanti nomi della musica italiana degli anni Settanta come Ivan Graziani, Edoardo Bennato, Adriano Pappalardo e la PFM, che con l’etichetta debuttò nel 1971 con il singolo Impressioni di settembre - testo di Mogol - e l’album Storia di un minuto, opere che avrebbero definito l’identità del progressive rock italiano.

La rottura con Battisti e il dopo

Nel 1980 la collaborazione con Battisti si interruppe bruscamente. Le ragioni erano essenzialmente economiche: una controversia sui diritti d’autore che trascinerà le due parti in una lunga e dolorosa battaglia legale. Battisti prese un’altra strada - quella sperimentale con Pasquale Panella - e si chiuse in un silenzio pubblico quasi totale fino alla sua morte, nel 1998.

Per Mogol fu un duro colpo. Ma l’ artista non si fermò. Negli anni Ottanta e Novanta lavorò con una serie di altri interpreti di primo piano: Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Mango, Adriano Celentano, Gianni Morandi. Firmando nuovi successi, dimostrò che il suo talento non era legato a un solo sodalizio, ma era una risorsa inesauribile.

Il CET e la formazione

Nel 1992 Mogol fondò poi il CET - Centro Europeo di Toscolano: una scuola di musica dedicata alla formazione di autori, musicisti e cantanti. Un progetto che ancora oggi gli sta a cuore, una sorta di restituzione al mondo della musica di tutto ciò che la musica gli ha dato. Al CET sono passati molti giovani artisti italiani che poi hanno fatto strada. La scuola è immersa nel verde umbro, lontana dal rumore delle città, pensata come un luogo di concentrazione creativa dove si impara facendo, suonando, scrivendo, confrontandosi. Mogol ne è rimasto a lungo la guida spirituale e didattica, convinto che il talento si possa coltivare ma che l’autenticità, quella non si insegna.

Nove decenni di storia italiana

Celebrare i novant’anni di Mogol significa anche celebrare 90 anni di storia d’Italia attraverso le canzoni. Nato nel 1936 Giulio ha vissuto la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il ‘68, gli anni di piombo, Tangentopoli, i grandi cambiamenti di fine secolo. E in tutto questo, ha continuato a scrivere: di amore, di vita, di bellezza. La sua opera è uno specchio fedele e poetico di un Paese che cambiava, di una società che cercava nuove forme per esprimere se stessa. Con i suoi oltre 1.500 testi scritti, Mogol è una delle figure più influenti della musica leggera europea. E a novant’anni, con la lucidità e la passione che lo hanno sempre contraddistinto, rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire cos’è una canzone.
(fonte: Corriere del Ticino, articolo di Mauro Rossi 17.08.2026)

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Mogol, 90 anni “senza paura” e duemila canzoni

Buon compleanno a Giulio Rapetti Mogol, autore di circa duemila canzoni e collaboratore di icone come Lucio Battisti, Mina e Adriano Celentano, Riccardo Cocciante e tanti altri. In questa intervista ci racconta la sua vita e il suo percorso creativo. Dalla nascita dei suoi testi alla fede e ai valori di pace


Mogol ANSA

Difficile, forse impossibile, trovare un italiano o un’italiana che non conosca un ritornello scritto da lui, che non abbia cantato almeno una volta sotto la doccia una sua canzone, che non fischietti insieme alla radio in macchina un suo successo.

Le canzoni di Giulio Rapetti, in arte Mogol (che nel 2007 ha adottato ufficialmente il suo pseudonimo come cognome), hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi si cantano e ballano nelle nostre case.

Alle soglie dei 90 anni era uscita la sua autobiografia Senza paura, edito da Salani. I suoi testi sono vere e proprie poesie, che non hanno solo fatto la storia della canzone italiana, ma hanno fatto la nostra storia. Oggi che i 90 anni li compie davvero, riproponiamo la sua ultima intervista al nostro giornale.

Un momento dell'omaggio a Mogol nel corso dell'ultimo Festival di Sanremo in occasione del quale Carlo Conti gli ha consegnato il Premio alla carriera (ANSA)

Perché la sua autobiografia si intitola Senza paura?

«È stato sempre il senso della mia vita: l’assenza di paura. Dettata, più che dal coraggio, dall’incoscienza. Infatti mi mettevo spesso in pericolo, soprattutto da bambino. Perciò mi ritengo protetto dal Signore e gli sono grato. Sarei un disonesto se non mi sentissi in debito per questo».

Qual è il segreto per vivere senza paura?

«Accettare il proprio destino. Io l’ho fatto e continuo a farlo».

Lei scrive che il 1963 fu l’anno in cui si comprese che i giovani avrebbero cambiato il mondo e che la musica avrebbe avuto un ruolo fondamentale in questo cambiamento. La musica di oggi potrebbe riuscirci?

«All’epoca il mondo cambiò anche grazie alla musica, portando gli artisti italiani a livelli altissimi. Era il trionfo della melodia. Oggi la musica è molto diversa, siamo in un’altra dimensione. Non è più la bella voce, il bel canto al centro dell’attenzione, ma è l’interpretazione credibile del testo».

Mogol (a destra) con Mariolina Cannuli e Lucio Battisti nel 1971 (ANSA)

Secondo lei il talento è di tutti, mentre la disponibilità ad applicarsi non è equamente distribuita.

«Non ci sono persone prive di talento. Tutti ne hanno uno. Però bisogna scoprirlo, farlo emergere. Come? Con lo studio. È lo studio che cambia le persone. Senza di esso il talento rimane inespresso. E poi ci vuole passione, naturalmente».

Come nasce una canzone?

«Nasce sempre prima la melodia. Il testo viene dopo, perché deve esprimere in parole quello che dicono le note. Non è una cosa semplice. Ci si riesce quando si è acquisita una tale pratica che diventa un automatismo. L’ispirazione ce la dà la vita: imprevedibile, inevitabile, straordinaria. Le storie vissute sono più sentite dalla gente, più capite. Valgono di più».

Quanto tempo ci vuole per scrivere un testo?

«In media non ci metto mai più di un’ora. Però è capitato che ci mettessi anche di meno. Come quella volta con Bobby Solo… Ho scritto il testo mentre eravamo in auto diretti allo studio di incisione. Dovevo consegnargli la canzone, ma me ne ero scordato. E così l’ho fatto nel tragitto in macchina, ed è nata Una lacrima sul viso».

Oggi le nuove generazioni utilizzano in media 800 parole, quasi la metà rispetto alle precedenti. Significa che le parole hanno perso valore?

«Può darsi che sia così, ma credo che le canzoni possano fare molto per rimediare. Possono arricchire il vocabolario, facendo scoprire a tutti termini inusuali o sconosciuti. Come quando ho usato in un testo la parola “uggiosa”, contro il parere del mio editore, che preferiva “grigia”. Così è nata Una giornata uggiosa, cantata da Lucio Battisti. Un pezzo fuori dal comune, dal punto di vista ritmico e musicale. Se lo si ascolta oggi sembra scritto ieri, non cinquant’anni fa».

Lei è un uomo di fede. Quanta religiosità c’è nei testi delle sue canzoni.

«Sono credente nel senso pieno del termine. Cerco di vivere la mia fede in modo coerente, mettendo questa coerenza anche nei miei testi. E la preghiera è molto importante: rasserena, consola, gratifica, sostiene, ci dà la possibilità di ridurre il debito che abbiamo col Signore. Tutti noi dovremmo pregare di più e insegnare ai bambini a farlo più spesso».

Nel 1992 ha fondato il CET (Centro Europeo di Toscolano), una scuola per valorizzare talenti musicali. Quali qualità non dovrebbero mancare a un giovane autore?

«Prima di tutto l’autocritica, che deve essere severa. Non bisogna accontentarsi di un risultato raggiunto, ma andare oltre per migliorare. Il secondo requisito è l’esercizio alla rima, che è la base della poesia. E le belle canzoni sono poesie. Terzo, l’interpretazione della musica: ogni frase deve avere il colore della musica».

Mogol si prepara per la cerimonia di conferimento del Master ad honorem in "Editoria e produzione musicale"
 all'Università IULM di Milano conferitagli il 28 ottobre 2024. (ANSA)

Uno dei valori coltivati da sin da giovane è la pace.

«Farei qualunque cosa in nome della pace. Nel 2000, con la Nazionale Cantanti, abbiamo organizzato una partita contro una squadra israeliano-palestinese: un’iniziativa che portò 80.000 persone allo Stadio Olimpico di Roma. Fu un vero miracolo. Sarebbe bello che accadesse di nuovo».

Citando un suo successo, la prima cosa bella che ha avuto dalla vita… qual è?

«Difficile rispondere. Ho avuto tante cose belle. Ho scritto per interpreti straordinari (Battisti, Mina, Celentano, Mango, Nicola Di Bari, Cocciante, Morandi, Gianni Bella e molti altri). Alle soglie dei 60 anni ho incontrato l’amore vero, mia moglie Daniela, che mi sostiene e mi completa in tutto. Questo è l’amore: una gara al soccorso reciproco. A lei ho dedicato una delle mie canzoni migliori, Dormi amore. Per tutto questo posso solo essere grato. E vivo ogni giorno il presente guardando al futuro. Senza paura».

Mogol con la moglie Daniela Gimmelli (ANSA)
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Nicoletta Bagliano 17/08/2026)

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Mogol, non paroliere ma poeta di testi musicali
colonna sonora di diverse generazioni.

Autore di moltissimi brani diventati colonna sonora di generazioni intere, entrati nel corso degli anni nella storia personale di tantissime persone, si può definire vero poeta perché capace di trasformare emozioni, amori, inquietudini e speranze in versi semplici solo in apparenza e che rompendo gli schemi tradizionali  ha rivoluzionato il modo di scrivere i testi musicali.
A volte viene definito intellettuale di destra (fu nominato consigliere per la cultura popolare dall'allora ministro Gennaro Sangiuliano), ha però sempre rifiutato qualunque etichetta: "La musica non ha colore politico".
Difficile scegliere un solo brano da inserire a conclusione di questo post, allora si è pensato, restando fedeli allo stile di Quelli della Via e, tenendo conto del contesto storico attuale, di andare un po' controcorrente e proporre la famosissima canzone "Blowin' in the wind" scritta nel 1962 da Bob Dylan, che nella versione italiana di Mogol divenne "La risposta è caduta nel vento" affidata allora a Luigi Tenco, ma nel video inserito di seguito però, proprio per mettere in risalto solo il testo e non l'interpretazione, si è scelta l'esecuzione basica con un adattamento semplicissimo con una parte strumentale (flauto dolce) sulla scala di DO che potrebbe essere utilizzabile da chiunque abbia nozioni musicali di base.





ANGELUS 16/08/2026 - Leone XIV: alla luce della fede, le ingiustizie insopportabili, la Chiesa cerca pace

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 16 agosto 2026

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Leone XIV: alla luce della fede, le ingiustizie insopportabili,
la Chiesa cerca pace

All’Angelus, da Castel Gandolfo, il Pontefice commenta il Vangelo domenicale la cui protagonista è la donna cananea che chiede caparbiamente a Gesù la guarigione della propria figlia. Da quell’episodio “impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti”, per questo sono inaccettabili diseguaglianze, discriminazioni, “barriere che calpestano la dignità" di tante persone. “In ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani” si deve aprire “il cuore a ciò che Dio vuole dirci”

Il Papa durante l'Angelus a Castel Gandolfo

Umiltà e determinazione. Sono i tratti che contraddistinguono la donna cananea, protagonista del Vangelo domenicale, che “cerca con insistenza di parlare con Gesù” e lo segue per chiedergli di guarire la propria figlia. All’Angelus di oggi, 16 agosto, dal Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, davanti piazza della Libertà, il Papa li evidenzia soffermandosi sulla fede di questa donna, la quale “pur non appartenendo” al popolo ebraico “e abitando in una regione straniera” si rivolge a Gesù con caparbietà, lo “riconosce il Messia discendente di Davide” e “confida” in Lui, certa di poter essere esaudita.

Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole, perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto.

Leone XIV mentre pronuncia la catechesi dell'Angelus (@VATICAN MEDIA)

Chiesa che cerca la pace

E allora, allargando lo sguardo, con gli occhi della fede non si può fare a meno di ignorare quanto accade nella realtà contemporanea, nei cinque continenti.

Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio. Cari fratelli e sorelle: siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace.

Il Papa tra i fedeli (@VATICAN MEDIA)

Lasciarsi sorprendere

Ma c’è un altro insegnamento da trarre dalla pagina evangelica odierna, fa notare Leone: “in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tendere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci”. Gesù, che inizialmente “resiste” alle “richieste” della cananea perché ritiratosi nella zona di Tiro e Sidone probabilmente cercava “un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi” per compiere “la sua missione”, si lascia poi coinvolgere “da ciò che vede e ascolta”. Tanto da dire, infine, alla donna: “Grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”.

Anche oggi la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze.

Il Papa mentre parla ai fedeli radunati a piazza della Libertà a Castel Gandolfo (@VATICAN MEDIA)

La risurrezione di Cristo è vita nuova

Nelle parole del Papa anche un breve riferimento alla solennità di ieri, l’Assunzione della Beata Vergine Maria, che invita a contemplare l’“indissolubile rapporto” tra Gesù e la madre e la “comunione di anima e corpo”, oltre la morte, “che è vita eterna”. Una “pienezza” che “è riservata a chi segue Gesù”, come ci ricorda “ogni domenica”, sottolinea il Pontefice, perché la “risurrezione” di Cristo “non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge”. Proprio questo dimostra la donna cananea.

Piazza della Libertà a Castel Gandolfo (@VATICAN MEDIA)

Terminati la preghiera dell'Angelus e i saluti, Leone XIV percorre in golf cart piazza della Libertà per soffermarsi tra i fedeli radunatisi per ascoltarlo. Tra i pellegrini accalcati lungo le transenne, il Papa benedice bambini, si ferma a parlare con qualcuno e viene trattenuto da alcuni piccoli che gli donano dei disegni e scambiano con lui qualche parola. Infine il Pontefice, si volge a salutare ancora la folla, poi si congeda e raggiunge il Palazzo Apostolico dove soggiornerà fino a martedì 18 agosto.

Leone XIV mentre benedice una bambina (@VATICAN MEDIA)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 16/08/2026)

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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Ieri abbiamo contemplato la Vergine Maria nel suo indissolubile rapporto con il Figlio: nemmeno la morte ha potuto interrompere quella comunione di anima e corpo, che è vita eterna. Ogni domenica ci ricorda che la stessa pienezza è riservata a chi segue Gesù: la sua risurrezione non è un avvenimento passato, ma vita nuova che ci coinvolge.

Lo dimostra oggi la donna cananea protagonista del Vangelo proclamato nella liturgia (Mt 15,21-28). Pur non appartenendo al suo popolo e abitando in una regione straniera, cerca con insistenza di parlare con Gesù, seguendolo come una discepola che ha già un legame con Lui. Non dovevano essersi mai incontrati, ma misteriosamente la fede era già sorta in lei. Non desidera qualcosa per sé, ma la pace per la figlia tormentata e confida in Gesù, nel quale riconosce il Messia discendente di Davide (cfr v. 22).

L’Evangelista non nasconde gli ostacoli che questa donna si trova ad affrontare. I discepoli la vedono come una persona molesta, e Gesù stesso resiste alle sue richieste. In effetti, il Maestro si era ritirato in quella regione (cfr v. 21) e possiamo immaginare che, come altre volte, cercasse un luogo in disparte in cui pregare e formare i suoi. In quel momento, tuttavia, accade qualcosa di imprevisto. Meditando su questo, possiamo comprendere l’obbedienza di Gesù, che compie la sua missione lasciandosi colpire da ciò che vede e ascolta. Alla fine le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28).

Anche oggi la Chiesa può lasciarsi sorprendere dall’opera di Dio e comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati. La sua missione è anticipata dalla grazia divina, che opera nel segreto delle coscienze, così che in ogni incontro, persino in quelli che disturbano i nostri piani, occorre tendere l’orecchio, aprire gli occhi e aprire il cuore a ciò che Dio vuole dirci.

Dalla donna cananea impariamo l’umiltà e la determinazione. Grazie alla sua fede, impariamo che la tavola di Dio è preparata per tutti e che a nessuno sono riservate le briciole (cfr vv. 26-27), perché ciascuno, presso il Padre, ha il proprio posto. Alla luce di questa fede diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio.

Cari fratelli e sorelle: siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace. A Maria, nostra Madre, chiediamo di intercedere per noi. «Dalle sue labbra sgorga l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat» (Magnifica humanitas, 244): è il canto di chi vede ormai la realtà con lo sguardo di Dio e per questo non perde la speranza e opera nella carità.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura.

Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero.

Ed ora do il mio benvenuto a tutti voi, che vi siete radunati qui a Castel Gandolfo per l’Angelus domenicale.

Accolgo con affetto i pellegrini provenienti da vari Paesi. Nel salutare i polacchi, estendo la mia benedizione alle numerose partecipanti al tradizionale pellegrinaggio al Santuario di Piekary Śląskie, nell’Alta Slesia.

A tutti auguro una buona domenica.

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