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venerdì 1 maggio 2026

Il lavoro e l’edificazione della pace

Il lavoro e l’edificazione della pace


Pubblichiamo il Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio) dal titolo: “Il lavoro e l’edificazione della pace”.

In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra. Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona.

Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27). Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare. Nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. […] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale».

Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo. Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf. Francesco, Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024).

Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138). Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi» (139). Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili.

Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12 novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».

Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.

Roma, 25 marzo 2026
Solennità dell’Annunciazione del Signore

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace


«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

Messaggio dell’arcivescovo per la memoria liturgica di S. Giuseppe Artigiano venerdì 1° maggio 2026 


Pubblichiamo di seguito il messaggio del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie per la Festa del Lavoro, nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano, che ricorre venerdì 1° maggio 2026.

«Carissimi,

il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto. Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.

Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.

Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.

So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?

Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.

Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
(fonte: Diocesi di Torino 29/04/2026)



giovedì 30 aprile 2026

Raniero La Valle: E dopo Trump?

Raniero La Valle

UN DISCORSO AL “PUNTO DE REUNION”

E dopo Trump?

Non si tratta di tornare al passato, che è stato altrettanto perverso. La vera alternativa per l’Europa e per il mondo


Ci incontriamo per la prima volta a Roma dopo un evento straordinario intervenuto in questi giorni nella storia dell’umanità: la fine del diritto internazionale. Anzi potremmo dire, come il folle di Nietzsche, dato che viviamo in un tempo in cui, per citare Giorgio Colli, Nietzsche si respira nell’aria, che il diritto internazionale è morto e noi lo abbiamo ucciso.

Ne abbiamo avuto più volte l’attestazione formale, come quando è venuto a Roma il grande imprenditore americano Peter Thiel ad annunziare, in una conferenza segreta a palazzo Taverna, l’avvento dell’anomos, cioè dell’uomo senza legge di cui aveva parlato san Paolo in una lettera ai fedeli di Salonicco, o come quando Donald Trump, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano in base a quale diritto voleva annettersi quel pezzo di ghiaccio, come la chiama lui, che è la Groenlandia, rispondeva di non avere bisogno del diritto, gli bastava ciò che gli dettava la sua mente e la sua morale. E il diritto è ucciso quando la premier di un Paese come l’Italia dice che il rapimento di Maduro in Venezuela è legittimo.

Ma questa morte del diritto internazionale vuol dire soprattutto la fine delle grandi istituzioni create dal diritto internazionale. Prima di tutto le Nazioni Unite. Ha cominciato Israele quando nel 2024 in piena assemblea dell’ONU il suo ambasciatore, che si era portato in aula un tritacarte, ha ridotto in briciole il suo Statuto; poi il premier Netanyahu ha licenziato l’ONU, il suo segretario generale e scacciato i suoi funzionari sostenendo che l’ONU è una “palude antisemita”: poi c’è stato Zelensky che all’inizio della guerra d’Ucraina ha dichiarato che l’ONU doveva essere abolita.

A loro volta gli Stati Uniti si sono ritirati dalClimate Treaty, il Trattato sul clima ratificato dal Senato americano nel 1992 e dal più recente protocollo di Parigi del 2016; nel gennaio scorso Trump ha emesso un ordine esecutivo per annunciare il ritiro americano da 66 accordi, organizzazioni, enti e commissioni internazionali. come “non più corrispondenti agli interessi del Paese”. I giudici della Corte Penale Internazionale e la relatrice dell’ONU per i territori occupati della Palestina sono stati interdetti dall’entrare negli Stati Uniti e radiati da tutti i circuiti bancari; e infine Trump dice di voler liquidare la NATO.

La guerra non è più quella

Tra queste istituzioni messe in crisi, ce n’è una particolarmente importante che è stata stracciata, e questa istituzione è proprio la guerra. È un’istituzione tra le prime e più decisive codificate dal nascente diritto internazionale, e che Alberico Gentile, che del diritto internazionale moderno è stato tra i fondatori, così definiva: publicorum armorum iusta contentio, che vuol dire: “Una giusta contesa combattuta con armi pubbliche”. Si tratta, come ben sappiamo, di un’istituzione perversa, divenuta negli ultimi tempi pervasiva e sistemica, e tuttavia era ancora rispondente a una certa sia pur distorta razionalità e, quando non interdetta come crimine, ancora regolata dal diritto. Questa istituzione non è più riconoscibile nelle guerre oggi in corso. Prima di tutto ci sono guerre che non derivano da nessuna contesa esistente tra i due protagonisti: la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è stata scatenata senza che vi fosse alcuna contesa tra loro, e quindi senza ragione, come non c’era alcuna contesa diretta tra Israele e Libano; né c’era una contesa tra Russia e Ucraina, mentre la contesa era semmai tra la NATO, o meglio l’America, e la Russia. In secondo luogo non ci sono contese giuste tra tutte le guerre in atto: non è una giusta contesa quella della guerra permanente di Israele contro i palestinesi, decisa prima ancora della fondazione dello Stato sionista; non è giusta la contesa per la conquista russa di territori in Ucraina, non è giusta la sfida della Nato portata fino alle frontiere della Russia rimasta scoperta dopo la scomparsa delle antiche Repubbliche sovietiche, e tanto meno sono giuste le altre decine di guerre, note ed ignote, che si stanno combattendo nel mondo.

Ma oltre che infondate ed ingiuste, le guerre non sono più nemmeno combattute con armi pubbliche: i sistemi d’arma, l’Intelligenza artificiale che decide strategie ed obiettivi, cioè le persone o le moltitudini da uccidere, sono in mani private, prodotti e gestiti da aziende private; molti combattenti sono deicontractorsprivati, cioè dei mercenari, e privati sono perfino quelli che negoziano o fingono di decidere la fine di una guerra, come Kushner e Witkoff, uno il genero, l’altro un amico di Trump.

Dalla “guerra giusta” alla “Furia epica”, al genocidio

La scomparsa della guerra non ha però lasciato un vuoto: è stata sostituita dal genocidio. Quello che mai più doveva avvenire dopo il genocidio nazista degli Ebrei, è diventato un crimine di ordinaria follia, mentre per i loro strumenti, metodi, intendimenti ed effetti tutte le guerre sono diventate genocidi. È significativo che Israele abbia voluto strenuamente negare che quello di Gaza fosse un genocidio, nonostante l’evidenza e le ingiunzioni per impedirlo della Corte Penale Internazionale; in effetti la soluzione voluta dal sionismo politico di Netanyahu del problema palestinese non può che passare attraverso il genocidio; di fatto e di diritto poi, la definizione della Convenzione internazionale contro il genocidio non può non applicarsi alle guerre oggi in corso. Esse non conoscono più “danni collaterali”, sono tutte trasformate nella pura e semplice uccisione del nemico, capi e popolo, e nella pura e dichiarata cancellazione di città e civiltà. Tutte le guerre comprendono atti intesi a “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale”, mediante omicidi e infanticidi, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, imposizione di condizioni distruttive di vita, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, tutti i modi di esecuzione del genocidio previsti dal diritto. È insomma il trionfo della morte, come scrive magnificamente Domenico Gallo ricordando il quadro di Bruegel. Perciò genocidio è il nuovo nome della guerra. Ed essa che nel diritto internazionale era definita come una giusta pubblica contesa, e che a certe condizioni la morale naturale e perfino quella cattolica poteva definire come giusta, è ora definita da Trump “Furia Epica”, per non parlare dei nomi che Israele dà ai suoi genocidi, come “i carri di Gedeone”, “Ruggito del leone”, “ira di Dio”, «Piombo fuso», «Margine protettivo», «Spade di ferro» «Freccia di Bashan», e così via.

Da Biden a Trump

Il passaggio dalla giusta contesa alla guerra senza contesa, e dalla guerra al genocidio dice che siamo giunti a un grado di crudeltà e di dolore del mondo come mai si era visto prima; ci manca solo l’ecocidio, cioè l’attacco alla Terra come tale; intanto è venuto Peter Thiele, il padrone di Palantir, che mentre vaticina la fine ci propone la sua azienda di Intelligenza artificiale, ovvero il tecnofascismo montante, come rimedio o “katécon”, come lui dice sempre citando san Paolo.

Perciò è molto importante non sbagliare diagnosi, e capire bene a che punto siamo della politica internazionale, per impostare i veri rimedi e venire a salvezza.

Il tracotante intervento di Giorgia Meloni alle Camere, il 9 aprile, se lo sappiamo leggere, ci permette di fare questa diagnosi.

Del discorso di Giorgia Meloni è stato soprattutto notato come ella non sia stata in grado di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, in modo da non coinvolgere l’Italia nel baratro delle loro politiche disumane. La critica va però articolata. È vero per esempio che Meloni e Trump combaciano, ma non del tutto; sono eguali quando dicono che tutto quello che c’è stato prima di loro, che si tratti di Biden o di Conte, è da buttare: gli Stati Uniti, si sono impoveriti e svenati per gli altri, e la Nazione italiana sarebbe stata depredata e danneggiata per il reddito di cittadinanza o per la gestione del Covid. Eguali sono apparsi l’una con l’altro anche per l’assenza di ogni pietà per il dolore dei popoli e i genocidi di Gaza e dell’Iran; e identici sono anche nel “metterci la faccia” perché ambedue sprezzanti del giudizio altrui. Però c’è anche una contraddizione tra loro perché Trump ha bisogno di non scontrarsi con Putin, e la Meloni invece vuole sconfiggerlo, e perché gli Stati Uniti fanno secessione dall’Occidente, mentre per la Meloni l’Occidente resta l’idolo da venerare.

Però c’è un passaggio del discorso di Giorgia Meloni che non è stato oggetto di particolare attenzione e che è invece cruciale perché ci aiuta a scoprire la vera realtà della situazione internazionale odierna e richiede una ben più alta risposta politica che quella di una scontata opposizione polemica. È nel punto in cui ci dice che Trump è Trump, ma la politica degli Stati Uniti è la stessa dei precedenti governi, democratici o repubblicani che fossero, solo che i responsabili in Europa sono stati abbastanza sprovveduti da non accorgersene. Ha detto la Meloni: “È innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l’attuale amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane, quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa, per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario. Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente e, a mio avviso, colpevolmente preferito non cogliere, comprese quelle che governavano in Italia e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di untweetdiendorsementquando formavano un nuovo Governo”. E ha avuto buon gioco nel dire che l’attuale collocazione internazionale dell’Italia, che si imputa a lei, è la stessa da 80 anni a questa parte.

Il problema è precisamente quello di una rivisitazione critica di queste politiche, che hanno preceduto, se non causato, l’immane flagello che oggi sconvolge il mondo, per decidere con nuova responsabilità quali politiche adottare e che mondo vogliamo costruire.

Perché il vero problema posto da Trump, non è Trump, ma è la visione del mondo e la strategia a lungo termine degli Stati Uniti, e delle classi dirigenti dell’Occidente e dell’Europa, di cui Trump è la grottesca rappresentazione; ma egli è anche la manifestazione del loro possibile compimento nelle forme distruttive e genocide di cui le guerre di Gaza e dell’Iran sono già un’anticipazione.

Il problema politico è proprio la generale esecrazione da cui Trump è oggi investito a destra e a sinistra, sia dall’Europa dei volenterosi sia dalle classi dirigenti che anche dopo questi 80 anni di fedeltà adorano il patto atlantico e inalberano i valori e gli interessi dell’Occidente allargato, come oggi si dice. Ammesso che Trump non ci porti oggi alla catastrofe, Il rischio è che, venuta meno l’anomalia demenziale di Trump, si pensi come a un grande progresso il ritorno alle belle pratiche di prima. Ma con quali risultati? Certo non ci sarà più alla Casa Bianca chi farnetichi di cancellare una civiltà, ma potrebbe esserci un compassato signore che vada in guerra per “ridurre la Russia alla condizione di paria”, come voleva fare Biden sacrificando l’Ucraina, o potrà esserci qualcuna che in Medio Oriente voglia “riportare l’Iraq all’età della pietra”, come voleva fare la signora Thachter, o un Bush che scateni una “tempesta nel deserto”, o un Kissinger che voglia far fuori un Moro, mentre continuerà a esserci un Israele pronto alla guerra santa per far trionfare “il mondo della benedizione” voluto da Mosè sul “mondo della maledizione”, come ha mostrato sulle mappe Netanyahu all’ONU mentre pianificava il “lavoro” per l’estinzione del popolo palestinese. E se Israele continuerà a perseguire questo obiettivo, il Libano farà la fine di Gaza, in Cisgiordania ci sarà una nuova Nakba, e la guerra cominciata in Iran non avrà mai fine.

Perciò, al di là della facile opposizione di oggi, è bene vedere come l’attuale politica di Trump, nonostante il suo falso richiamo alla dottrina Monroe, sia in continuità con la politica interventista delle amministrazioni precedenti, e come questa politica di recente abbia subito una torsione ancora più egemonica e aggressiva sul piano mondiale. Per farlo basta leggere due documenti programmatici in cui, in piena guerra d’Ucraina, nell’ottobre 2022, la leadership americana aveva enunciato le due strategie fondamentali degli Stati Uniti: il primo è la “National Security Strategy” del Presidente Biden, il secondo ne era la pianificazione operativa sul piano militare del capo del Pentagono Lloyd Austin, corredata da un dettagliato aggiornamento della “postura” o visione nucleare americana. Tale postura ribadiva la decisione già presa dinonadottare la politica del “Non Primo Uso” dell’arma nucleare perché essa “comporterebbe un livello di rischio inaccettabile”. La vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui non funzionava più. Questa opzione non si può più fare, secondo gli americani, perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi era previsto, di fronte a una minaccia, di ricorrere se necessario per primi all’arma nucleare, scudo al cui riparo si possono poi condurre senza rischi per gli Stati Uniti tutte le guerre convenzionali necessarie.

Quale visione del mondo?

La visione del mondo proposta in questi documenti era quella, considerata propria dell’Occidente, che ha il suo centro in America, la sua potenza militare negli Stati Uniti, e nella NATO la vocazione a estendersi fino agli estremi confini della terra.

Per quanto strettamente americani, questi due documenti riguardavano tutti, perché investivano non solo l’una o l’altra regione del globo, ma il destino del mondo come tale, di cui gli Stati Uniti rivendicavano globalmente la leadership, con l’affermazione che “non c’è nulla che vada oltre le nostre capacità: possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”.

Si postulava dunque un unico potere che si protenda alla totalità del mondo, nella presunzione che il mondo debba avere un unico ordinamento politico, economico e sociale, corrispondente a un unico modello di convivenza umana; del resto questo era un presupposto che da tempo gli Stati Uniti avevano messo a base della loro relazione col mondo, da quando, dopo l’11 settembre 2001 e lo shock dell’attacco alle Due Torri, avevano enunciato l’ideologia secondo la quale il solo modello valido per ogni nazione sarebbe riassumibile in tre termini: Libertà, Democrazia e Libera Impresa; dunque un modello che mette insieme una definizione antropologica, una indicazione di regime politico ed una forma obbligatoria di organizzazione economico-sociale, sulla scia del “progetto”, pubblicato nell’ottobre del 2000, del “nuovo secolo americano”. Dunque non venivano contemplati tanti possibili regimi politici, economici e sociali, corrispondenti eventualmente a diverse teorie. Ce ne sarebbe uno solo che comporta un modello umano, quello dell’individualismo liberale, un modello politico, quello della democrazia occidentale, ed un modello economico, quello del capitalismo d’impresa. Altri modelli non venivano ammessi e compito degli Stati Uniti sarebbe di diffondere questo modello in tutto il mondo.

Questa strategia, secondo Biden, si sarebbe dovuta realizzare entro il successivo decennio, a partire da quel 2022. Né si trattava solo di una pia intenzione, dato che a questa impostazione aveva corrisposto tutta la politica estera e militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, cioè dopo l’attacco alle Due Torri. Scriveva Biden: “Non lasceremo il nostro futuro vulnerabile ai capricci di chi non condivide la nostra visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”. Dovevano essere pertanto gli Stati Uniti a vincere nella competizione strategica che così veniva promossa: “Essi guideranno con i nostri valori” e “nessuna nazione è meglio posizionata degli Stati Uniti per avere successo”.

E subito, sia nel documento della Casa Bianca, sia in quello del Pentagono, venivano designati I due “competitori strategici” da battere per realizzare questo progetto, il primo dei quali sorprendentemente non era più la Russia, i cui “limiti strategici” erano stati messi in luce dalla guerra d’Ucraina, ma era la Cina. “La Russia – diceva Biden – non ha le capacità trasversali della Repubblica Popolare Cinese”. Pertanto era la Cina a rappresentare la “sfida culminante” (pacing challenge) a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”.

“La Repubblica Popolare Cinese (RPC) – precisava Lloyd Austin – rimane il nostro competitore strategico più importante per i prossimi decenni. Ho raggiunto questa conclusione sulla base delle crescenti azioni di forza della Repubblica Popolare Cinese per rimodellare la regione dell’Indo Pacifico e il sistema internazionale per adattarlo alle sue preferenze autoritarie, insieme sulla base di una profonda consapevolezza delle intenzioni chiaramente dichiarate della RPC e della rapida modernizzazione ed espansione delle sue forze armate”. “La Cina è quindi la sfida suprema per il Dipartimento della Difesa”.

I nemici però non finivano qui, e Biden citava tutti gli scenari politici del mondo, a cominciare dall’Iran, dalla Repubblica Popolare di Corea, dal Medio Oriente: “Gli autocrati – scriveva Biden presentando il suo documento – fanno gli straordinari per minare la democrazia ed esportare un modello di governance caratterizzato dalla repressione in patria e dalla coercizione all’estero.“ Pertanto, gli Stati Uniti continueranno a difendere la democrazia nel mondo, e continueremo ad aumentare la competitività americana a livello globale, “attirando sognatori e aspiranti da tutto il mondo”.

Ed ecco che ora arriva Trump, dice che Biden è stato il peggior presidente degli Stati Uniti, perché non ha realizzato quel progetto, non ha fatto grande l’America, come invece farà lui, che farà degli Stati Uniti il vero sovrano del mondo. Questa è l’ “accelerazione” di Trump, di cui ha parlato la Meloni al Parlamento. Altrimenti perché portare le spese militari a 1.500 miliardi di dollari, quando la Russia spende 80 miliardi e la Cina 238? Ma l’America di Trump lo farà non più con l’Occidente ma facendo secessione dall’Occidente, accusando l’Europa di codardia e addirittura pensando di sciogliere la NATO; ma questo Trump non potrà farlo da solo: ha bisogno di Israele, perché senza la forza incondizionata da limiti e regole di Israele non si conquista il mondo, e perché l’attuale Stato di Israele fornisce l’alibi di un messianismo blasfemo di cui quello americano è solo una caricatura.

Naturalmente questo disegno fallirà. Il mondo non è una terra di conquista, non è un’entità amorfa, primitiva, disponibile al dominio, non è affatto pronto ad essere espropriato delle sue meravigliose, poliedriche varietà. Questo disegno cadrà perché o l’America cadrà su se stessa, sconfitta e umiliata, tigre di carta, oppure qualcuno la fermerà: ma in questo caso grande è il rischio che si passi attraverso una guerra nucleare.

L’alternativa

Qui allora c’è il problema di quali debbano essere le nostre scelte. Quella della Meloni, che se non sarà rovesciata sarà quella dell’Italia, è di salire sul carro del conquistatore, tenendogli legato l’Occidente, e facendo dell’Europa una potenza militare di supporto nella “competizione strategica” per concorrere all’assoggettamento del cosiddetto “resto del mondo”, come lo chiama ilCorriere della Sera, o almeno per qualificarsi come la migliore cliente dell’Impero. Questo vorrebbe dire arruolarsi alla guerra mondiale a pezzi per istituire un mondo unipolare a conquista compiuta.

Di fronte a questo progetto l’alternativa non può che essere radicale. La scelta, da fare fin da ora, deve essere quella di un mondo multipolare, che per la sua stessa natura non si può realizzare con le armi, con la mitologia della difesa, con gli eserciti comuni, con i Panzer europei ed atlantici nei territori contesi d’Ucraina, ma si può realizzare solo con la politica, con la cultura, col pluralismo delle religioni e delle fedi, con gli scambi, con un’economia non predatoria secondo il modello del capitalismo selvaggio, e con l’accoglienza reciproca tra popoli residenti e migranti. E l’Europa, di cui va ripreso il cammino verso l’unità, non può che essere ripensata secondo queste finalità e secondo questo modello. E per prima cosa dovrà fra coincidere la sua estensione fisica con la sua unità politica, sanando la separazione e contrapposizione tra l’Unione Europea e la Russia, la quale fa parte non solo del corpo, ma dell’anima dell’Europa. Così finalmente ci si potrà dire europei, senza la clausola che si debba essere nemici di altri europei. E quanto a Tel Aviv dovrà uscire dalla sindrome dell’assedio, e prendere l’unica strada possibile, che è quella della riconciliazione tra israeliani e palestinesi restituendo agli Ebrei la loro identità, che è la vera terra promessa, di essere un seme di benedizione per tutti i popoli della Terra. E anche nelle politiche interne occorre uscire dalla sindrome della contrapposizione amico-nemico, e quindi tornare alla proporzionale.

Naturalmente resta un problema: come è possibile che tutto questo possa avvenire, quando la politica sembra impotente, i popoli soggiogati, e i demoni, promessi da Trump, in libera uscita?

Se voi siete qui oggi, e se ovunque c’è chi resiste e chi lotta, e maggioranze che gridano “non in mio nome”, vuol dire che la partita è aperta, che la liberazione è possibile. Ma se invece non ce la facciamo? Se con le forze oggi disponibili il coraggio della pace non fosse in grado di rovesciare gli idoli della guerra?

Sabato scorso, 11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha fatto un discorso che ha suscitato enorme impressione, non una pia esortazione alla pace, ma una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché mantengano la loro parola, la morte sia vinta e la pace sia fatta. Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso vale tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, come diceva Heidegger al culmine del Novecento e molti altri con lui, che a questo punto drammatico a cui il corso storico è arrivato, solo un Dio ci può salvare. È chiaro però che questo contraddice tutta la modernità fondata sull’unica ipotesi dell’autosufficienza dell’umano. Forse è venuto il momento di rimettere in discussione questa ipotesi, è venuto il tempo non solo di dare alla ragione dell’uomo l’artificio di un’intelligenza che la integri e la sostituisca, ma dare al cuore dell’uomo lo spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio, un’alleanza da ristabilire tra le due sponde del cielo.

Roma, 18 aprile 2026
(fonte: Prima loro 29/04/2026)


UDIENZA GENERALE 29/04/2026 LEONE XIV: L’Africa ha fatto sentire la sua voce per un futuro migliore


LEONE XIV
 
UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 29 aprile 2026

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Leone XIV ripercorre le tappe del recente viaggio apostolico 
in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale

L’Africa ha fatto sentire la sua voce
per un futuro migliore


Occorre promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile
opponendo alle varie forme di neo-colonialismo
una lungimirante cooperazione internazionale

«La visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti». Lo ha sottolineato Leone XIV all’udienza generale di stamani, mercoledì 29 aprile, in piazza San Pietro. Interrompendo questa settimana le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha incentrato la catechesi sul viaggio apostolico compiuto dal 13 al 23 aprile in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, definendolo «una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero». Ecco le sue parole.

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Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.

La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.

In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.

Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).

La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale. Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.

La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese. Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano. E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.

Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto. Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.

L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.

Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.

Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti. Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.

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Saluti
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le famiglie del Movimento dei Focolari, i collaboratori del «Regnum Christi», le parrocchie Santa Maria Assunta in Canepina e San Giovanni Battista in Colletorto.

Saluto poi il Reggimento Lagunari «Serenissima» di Venezia, il Centro Addestramento Paracadutismo di Pisa e il 28° Reggimento «Pavia» di Pesaro.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Liturgia celebra oggi Santa Caterina da Siena, Vergine domenicana e Dottore della Chiesa. Cari giovani, siate innamorati di Cristo, come lo fu Caterina, per seguirlo con slancio e fedeltà. Voi, cari ammalati, immergete le vostre sofferenze nel mistero d'amore del Sangue del Redentore, contemplato con speciale devozione dalla Santa senese. E voi, cari sposi novelli, col vostro reciproco amore siate segno dell'amore di Cristo per la Chiesa.

A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 29 aprile 2026

Preti: scarsi e in un mondo cambiato

Vinicio Albanesi
Preti: scarsi e in un mondo cambiato
 
Foto di Gregory A. Shemitz.

Recentemente è stata, ancora una volta, richiamata la scarsità delle vocazioni sacerdotali. Ben tre documenti solenni sono stati ripresi per dare spiegazioni e suggerimenti alla crisi vocazionale: Il dono della vocazione presbiterale, Ratio fundamentalis sacerdotalis, Congregazione del clero, 2016; Orientamenti e norme per i seminari, Conferenza episcopale italiana, 4ª Edizione, 2024, ; La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis in Prospettiva sinodale missionaria, Rapporto del Gruppo n. 4 del Sinodo, 2026.

I corposi documenti insistono nella dimensione della “formazione” che riguarda i soggetti nella preparazione al sacerdozio, le necessarie caratteristiche, i percorsi di formazione, gli studi, i tempi e modi pastorali di accesso al sacerdozio.

Forse è utile una diversa impostazione nel considerare il fenomeno della rarità delle vocazioni sacerdotali. Sono utili delle brevi considerazioni sulla religiosità del nostro paese.

Religione naturale

La prima considerazione riguarda la religiosità cristiana oggi vissuta.

Una religiosità che ha stravolto il cristianesimo, riportando la fede alla dimensione razionale. Il concetto di Dio non è più orientato alla verità biblica, così come esplicitato nella religiosità ebraico-cristiana. La religiosità del “chi è Dio” si è trasformata in un vago sentimento di qualcosa/qualcuno che deve aver orientato e gestito la creazione.

Il dilemma scienza-fede non è risolto.

Rimane ambiguo il sentimento di vaghezza e sostanzialmente di non adesione al Dio personale.

In maniera esplicita è prevalente la tendenza alla “religiosità naturale”. Una religiosità che può esistere solo all’interno della dimensione umana, vissuta nei momenti razionali, ma anche affettivi, emozionali, di condizioni della vita reale,

Il Dio unico, onnipotente, misericordioso non è percepito come tale: forse è vero, forse è utile, forse esiste dicono anche i fedeli. La stessa Bibbia non è ritenuta parola sacra, ma miscelata e selezionata a seconda dei propri sentimenti e verità.

Oscillano le devozioni soprattutto nei misteri del male e del dolore, invocando una bontà richiesta quando e solo se necessaria.

Le meraviglie del mondo sia naturale sia frutto della scienza non destano “meraviglia e ringraziamento”, ma si ritengono frutto dell’intelligenza e della volontà umana.

I dettami divini si riducono a “onora il padre e la madre, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza”. Un’etica ridotta alle stesse interpretazioni che si ritengono giuste per sé. È questo il motivo dell’abbandono del senso di peccato e della non necessità del sacramento della penitenza. Nessuno si confessa, perché è il proprio io a interpellare la condotta tra il bene e il male.

Cristo, uomo nobile

La figura di Cristo è apprezzata per quanto di misericordioso, di pace, di perdono ha annunciato. La sua dimensione spirituale e ultraterrena è in dubbio. I suoi insegnamenti sono a volte fruibili, a volte impossibili.

I testi nobili (Padre nostro, Beatitudini, Magnificat) sono selezionati. La prima parte del Padre nostro che riguarda Dio è ignorata, per sottolineare la seconda parte: dacci il nostro pane, rimetti inostri debiti, non abbandonarci… Alcune beatitudini sono esaltate, altre riservate solo ad alcuni predestinati: essere umile, mite, sincero, pacifico, fedele… Maria è esaltata per la sua umiltà, obbedienza, per aver accettato di essere madre.

Si preferisce esaltare il Cristo trionfante, dimenticando Gesù crocifisso.

La Chiesa, organismo di culto

La Chiesa non è considerata il popolo di Dio che loda, onora, benedice Dio a nome di Cristo e dello Spirito. È considerata un organismo di culto, con molte Chiese, campanili, opere pie e, riti affidati a persone consacrate, con una gerarchia molto rigida che prevede il papa, i vescovi, i presbiteri, i diaconi. Alla Chiesa appartengono i fedeli cristiani battezzati con alcuni compiti loro riservati.

Chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine è persona sacra, destinata al culto, a prescindere dalla coerenza. Particolari le condizioni delle congregazioni religiose e maschili e femminili che hanno accolto i voti di povertà, di obbedienza, di castità.

Molti battezzati stentano a giustificare gli scandali che tradiscono quanto affermano a parole. Le organizzazioni ecclesiali sono molto diverse, a seconda dei riti e delle culture. Sempre più persone invocano un’ortodossia ritenuta tale da qualche secolo fa.

Il nuovo presbitero

Chi pensa di diventare sacerdote ha intorni a sé un clima problematico. Nel linguaggio ecclesiastico i compiti del sacerdozio sono precisi, come puntuali sono gli ambiti dei suoi interventi: il culto, l’azione missionaria (pastorale), la carità.

In parole esplicite, il sacerdote (come il religioso) può esprimere la sua missione scegliendo tra
  • la pastorale (organizzazioni cattoliche, la parrocchia, i movimenti cattolici, il culto),
  • gli studi (nelle varie materie sacre dalla Bibbia alla Patristica, dalla Liturgia alla Morale, dal Diritto alla Storia ecclesiastica),
  • le opere sociali (comunità per giovani, per disabili, per anziani, per cure mediche).

La scelta non è sempre chiara e desiderata; spesso è condizionata da circostanze non previste né volute.

Qualunque sia la scelta, il nuovo sacerdote deve poter disporre di alcune condizioni irrinunciabili:
  • (1) La fede: non sembri un’enormità. Per fede si intende la convinzione profonda della religiosità cristiana ritenuta come valore pieno e sicuro, che rende felice, comprendendo la dimensione umana e spirituale.
  • (2) Il neo-sacerdote prenda coscienza di un percorso di solitudine e di equilibrio, in termini affettivi, economici e di prestigio. Non avrà infatti un futuro di gloria: se intendesse cercare prestigio è cosa migliore rinunciare; vivrebbe altrimenti di frustrazioni e di falsità.
  • (3) Sia umile, considerando la vocazione e l’ordinazione sacerdotale come un privilegio, puro dono dello Spirito di Dio. Non si sentirà mai all’altezza di rappresentare Cristo, unico riferimento per sé e per gli altri.
  • (4) Sia paziente con tutti, sicuro che non dipende da lui il dono della fede; egli può solo essere testimone di una grande occasione a lui concessa.
  • (5) Sappia essere paziente con sé stesso: l’età, le circostanze, la propria coscienza insegneranno che si può sempre migliorare, ma anche peggiorare.
  • (6) Sappia alimentare la sua spiritualità, come è opportuno per sé stesso. La preghiera, il silenzio, l’azione compiute in nome di Dio lo gratificheranno per riconciliarlo con le ingiustizie e i tradimenti subiti.
  • (7) Abbia una visione completa della salvezza: per chi è povero, per chi ha salute, per chi è ricco. Cristo è stato Messia, Profeta, Taumaturgo, ma soprattutto è stato coerente fino alla morte.
  • (8) Riconosca che la salvezza inizia dalla vita odierna, con la costruzione del Regno fin dalla terra, terminando con la gloria di Dio.
  • (9) Sappia essere “ironico”. La tolleranza per sé e per gli altri gli impedisce di intristire.
  • (10) Infine, qualche volta chieda perdono: per non essere stato idoneo alla missione, affidandosi alla misericordia di Dio.
L’augurio sincero è per chiunque sente il desiderio di essere sacerdote: non si impaurisca, né si inorgoglisca. Dio dispone della nostra storia: come il fiume nasce dalla montagna e scende verso il mare, così a noi è possibile curare gli argini, senza la pretesa di inventare l’acqua o di regolare l’andamento della corrente.
(fonte: Settimana News 28/04/2026)

Tonio Dell'Olio - Rapporto SIPRI i numeri del baratro


Tonio Dell'Olio
 
Rapporto SIPRI i numeri del baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 aprile 202

C’è qualcosa di profondamente scandaloso nei dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI). Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.

Una montagna di risorse che cresce mentre aumentano guerre, paure e instabilità. Non è una risposta alla crisi: è parte della crisi stessa.

A colpire non è solo l’entità, ma la direzione: oltre metà della spesa concentrata tra Stati Uniti, Cina e Russia; un’Europa che accelera con un +14%, segnando la crescita più rapida dalla Guerra fredda; l’Italia pienamente dentro questa spirale. E mentre l’Ucraina destina il 40% del proprio Pil alla guerra, si consolida un modello globale che investe nella forza invece che nella pace.

Il paradosso è evidente: più armi, meno sicurezza. Lo dicono i fatti, prima ancora delle analisi. 
I conflitti aumentano, si espandono, si cronicizzano. Eppure si continua a finanziare ciò che li alimenta, in un circolo vizioso che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro le disuguaglianze e la crisi climatica.

Questo non è realismo politico: è una resa culturale. È l’abbandono dell’idea che la pace si costruisca con la giustizia, il dialogo e la cooperazione. 

Davanti a questi numeri, lo sconcerto non basta. Serve una presa di coscienza collettiva: continuare così non ci proteggerà. Ci porterà solo più vicino al baratro.

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Per approfondire vedi: https://www.sipri.org/


martedì 28 aprile 2026

La vocazione della Chiesa in Terra Santa in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme - In tempo di conflitto guarire le ferite con il coraggio del perdono

La vocazione della Chiesa in Terra Santa
in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme

In tempo di conflitto
guarire le ferite
con il coraggio del perdono


Come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa? È la domanda a cui tenta di rispondere la lettera indirizzata alla diocesi a firma del patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che è stata diffusa lunedì 27 aprile, con il titolo Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa.

«La vocazione di Gerusalemme — osserva il porporato nel testo — è guarire il mondo dalle sue ferite. Guarire le lacerazioni con mitezza e col coraggio del perdono: è questa la missione sublime di Gerusalemme, dove i cristiani sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo». Le parole di Pizzaballa sono contenute nel lungo documento che rappresenta «un’iniziale proposta di riflessione», da maturare «attraverso il confronto», «purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi». Il testo arriverà anche in libreria da lunedì 11 maggio in un volume, edito da Libreria Editrice Vaticana, in italiano ed è allo studio la possibilità di pubblicazioni in altre lingue.

La Lettera è strutturata in tre parti: nella prima si parte con «la valutazione dell’attuale stato di disordine», per «ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio»; nella seconda il patriarca condivide «una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme»; nella terza vengono analizzate le implicazioni pastorali di tale riflessioni, da applicare a parrocchie, famiglie, scuole e istituzioni. Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere prettamente politico: «è “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste». L’icona biblica intorno alla quale ruota la riflessione del patriarca è, infatti, la città di Gerusalemme, che «sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa». «Noi — afferma Pizzaballa — siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale». Una Chiesa dal volto multiforme, «per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli», ma che «da molti secoli è immersa prevalentemente in un contesto arabo». Da questo preciso quadro parte lo sguardo sul presente, uno sguardo che «aspira ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti».

Non si può non partire dunque dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, «eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra». «Quello che stiamo vivendo — osserva il patriarca — non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale». Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati e multilateralismo, mentre oggi tutti «sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza». «Assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa — aggiunge il porporato —. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra». I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo, mentre alcune potenze mondiali scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. «È una guerra che si conduce anche con parole e immagini — rileva il patriarca —. È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per «decisione di un algoritmo». La vita quotidiana della diocesi ha subito «le conseguenze di questo caos», come la dissoluzione delle relazioni avvelenate da odio e sfiducia, la frammentazione in enclave e bolle identitarie, amplificate dagli algoritmi dei social, la perdita di senso e il logoramento delle parole «convivenza», «dialogo», «giustizia», «bene comune». Tra i negativi effetti anche la crisi del dialogo interreligioso, «investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni identitarie». «I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera — afferma Pizzaballa —, diventano campi di battaglia identitari e i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo. Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo».

In questo scenario, la Chiesa locale è chiamata a risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani «sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la Parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore». In Palestina si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. «Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa», avverte il patriarca. In Israele «aumentano discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e crescente insicurezza, dovuta alla criminalità che rafforza la tentazione di emigrare. La comunità cattolica di espressione ebraica — continua il porporato — in una contesa così polarizzante non si è sempre sentita ascoltata». Dentro questa desolazione, le comunità cristiane «restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale – da Papa Francesco e da Papa Leone XIV fino più piccole e povere diocesi».

La Chiesa di Gerusalemme «ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma — si chiede Pizzaballa — è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere». Viene da interrogarsi inoltre su qual sia la volontà di Dio su Gerusalemme e, per rispondere, «occorre scrutare l’immagine della Città Santa» che Dio offre nelle Scritture. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici, la sua identità principale è essere il luogo della Rivelazione di Dio, casa di preghiera per tutti i popoli. «Ignorarne questa sua dimensione verticale, il primato di Dio, espresso nella sensibilità delle diverse comunità di fede, ha portato e porterà al fallimento di ogni accordo di convivenza», avverte il patriarca.

È questo un monito cruciale per le istituzioni religiose di Gerusalemme: «Senza lasciarsi illuminare costantemente dalla relazione con Dio, si atrofizzando, diventando fortezze inespugnabili chiuse al mondo». Pizzaballa afferma inoltre che «l’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principale di relazione tra le comunità religiose di Gerusalemme, generando divisione e violenza», ma invece «occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione». Serve, in definitiva, «un nuovo modo di vedere alla luce dell’Agnello pasquale», che si concretizzi in «uno stile di vita della “città con le porte aperte” e una memoria purificata», «ripensando le categorie di storia e quindi di colpa, giustizia e perdono». Bisogna poi lavorare per far sì che Gerusalemme sia accessibile a tutti, perché «non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma è patrimonio dell’umanità».

Al livello pastorale, va tenuto a mente innanzitutto il primato della liturgia e della preghiera. Fondamentale è anche il ruolo delle famiglie come laboratori di educazione alla convivenza e al rispetto, dove il passato può essere narrato ai figli con dolore e verità, ma senza trasmettere sentimenti di odio e vendetta. Le scuole cristiane, inoltre, vanno intese come «officine di una umanità nuova, in cui si trasmette la coscienza cristiana e si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore». Gli ospedali e le opere sociali — luoghi in cui accoglienza e dialogo sono già realtà vissute — vanno sostenuti. Un ruolo importante spetta anche agli anziani, che sono la memoria viva, ai giovani — la profezia — e a sacerdoti e religiosi, punto di riferimento fedele per la comunità e modelli di convivenza possibile. In riferimento alle relazioni con gli altri cristiani, aggiunge Pizzaballa, «è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca e parlare con una voce sola, perché la prima testimonianza è l’unità tra le comunità». Anche il dialogo interreligioso rimane «una necessità vitale». Infine è fondamentale che non si tolleri mai «nessuna complicità con la cultura della violenza», mentre va dato spazio alla fiducia.

«Come è possibile fare tutto questo?». La risposta del patriarca è semplice: «Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali». «Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città — conclude Pizzaballa — e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Beatrice Guarrera 27/04/2026)

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Vedi anche il testo integrale:


Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE): L’urgenza della pace

Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE)

L’urgenza della pace 


Riuniti a Cipro per la nostra Assemblea Plenaria di Primavera, noi, delegati delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea, ci rivolgiamo al Signore in preghiera e siamo solidali con tutti coloro che soffrono a causa della violenza devastante, dell’instabilità e dell’ingiustizia in Terra Santa, in Libano, in Iran e nella più ampia regione del Medio Oriente. In particolare, ricordiamo le comunità cristiane, la cui presenza in queste terre, dove la nostra fede ha le sue radici, rimane una potente testimonianza di perseveranza, resilienza e speranza. Portiamo nei nostri cuori e nelle nostre menti in modo speciale l’Ucraina, il Sudan, così come altre parti del mondo che subiscono il male della guerra e della violenza.

Siamo profondamente rattristati da queste tragedie che causano la perdita di innumerevoli vite umane, distruzione diffusa e crisi umanitarie che colpiscono tante famiglie. Con profonda preoccupazione per la crescente instabilità globale e i conflitti violenti che affliggono il nostro vicinato, così come altre parti del mondo, ricordiamo le recenti parole di Papa Leone XIV: «Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!»

A sostegno degli instancabili appelli del Papa ai leader mondiali affinché abbracciano la via della pace, esprimiamo la nostra piena solidarietà e comunione con il Santo Padre, la cui autorità spirituale e morale non è guidata dalla logica dello scontro politico, ma dalla fedeltà al Vangelo e da una coraggiosa testimonianza della verità.

Da Cipro, terra caratterizzata da un ricco patrimonio culturale e religioso, ma anche da una storia che continua a portare le ferite della divisione, ci viene ricordata l’importanza di sforzi costanti verso la costruzione della fiducia e la riconciliazione. Siamo stati profondamente commossi dalla testimonianza delle comunità maronite nella parte settentrionale dell’isola, la cui presenza continua è importante per promuovere il dialogo e contribuire a una cultura dell’incontro.

L’Unione europea, nata come progetto di pace, ha la responsabilità particolare di agire come forza credibile per la pace e promotrice attiva della stabilità e del dialogo in tutta la regione mediorientale, contribuendo al contempo alla sicurezza marittima ed energetica e agli sforzi di non proliferazione nucleare nell’ambito di un processo di pace globale. In questo spirito, esortiamo l’UE e i suoi Stati membri a continuare ad agire in modo unito e con determinazione: intensificando il loro impegno diplomatico, politico e umanitario per proteggere la dignità umana, sostenere il diritto internazionale e appoggiare iniziative inclusive di costruzione della pace, garantendo che le voci di tutti, comprese le comunità religiose, siano ascoltate e i loro diritti rispettati.

Allo stesso tempo, l’Unione è chiamata a esercitare solidarietà con gli Stati membri colpiti dall’instabilità regionale e a rispondere adeguatamente alle ripercussioni di questi conflitti all’interno delle società europee, in particolare per quanto riguarda la promozione della coesione sociale e la gestione dell’aumento del costo della vita.

Come seguaci di Cristo, siamo particolarmente incoraggiati in questo tempo pasquale, che celebra la vittoria della vita sulla morte e della speranza sulla disperazione, a rinnovare il nostro impegno ad essere artefici di pace e di riconciliazione. Possa la luce del Signore risorto rafforzare questo sforzo comune affinché, anche nei momenti più bui, la violenza e l’ingiustizia non abbiano l’ultima parola, ma si cerchi e si persegua un cammino verso una pace giusta e duratura.

Firmato dai vescovi delegati dalle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea riuniti per l’Assemblea Plenaria di primavera della COMECE (Nicosia, 24 aprile 2026).

(fonte: Settimana News 28/04/2026)


Monsignor Maniago: «Queste tre bare ci chiedono di non essere indifferenti»

Monsignor Maniago:
«Queste tre bare ci chiedono di non essere indifferenti»

«Un’eclissi della mente. In un istante, la luce dei progetti, dei sogni e degli affetti si spegne», ha sottolineato il vescovo celebrando il funerale della donna che si è gettata dal balcone con i suoi tre figli. «Adesso bisogna stare vicino al marito e alla figlia sopravvissuta»


«Signore, dona a loro la gioia eterna e il loro sorriso illumini il Cielo»: è la frase scelta dai familiari per il manifesto funerario di Anna Democrito e dei suoi figli Giuseppe e Nicola, morti tragicamente nella notte fra il 21 e 22 aprile cadendo insieme dal balcone della loro casa, a Catanzaro. Anna avrebbe compiuto 46 anni il prossimo 4 luglio, Giuseppe ne aveva compiuti 4 il 15 marzo e l’ultimo arrivato in famiglia, Nicola, era nato il 5 dicembre dello scorso anno. L’autopsia ha confermato che il volo è stato contestuale e che forse uno dei corpi ha protetto quello della sorellina Maria Luce, neppure 6 anni, ricoverata all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova in rianimazione con prognosi riservata.

Il papà Francesco Trombetta è volato dal capezzale della figlia a Catanzaro per la Messa esequiale presieduta dall’arcivescovo Claudio Maniago, nella Basilica dell’Immacolata, mentre il sindaco Nicola Fiorita ha proclamato per il 25 aprile il lutto cittadino con l’esposizione delle bandiere a mezz’asta sugli edifici comunali durante i funerali. Francesco ha voluto portare a spalla il feretro del terzogenito Nicola e si è messo in ginocchio vicino alle bare. Don Vincenzo Zoccoli, parroco del Santissimo Salvatore dove la famiglia Trombetta partecipava alla Messa domenicale e ai sacramenti, e dove Anna aveva prestato servizio per tanti anni come catechista e volontario, ha concelebrato.

«In questa celebrazione vogliamo affidare al cuore del Padre queste vite spezzate, e insieme pregare per chi resta: in particolare per Francesco che in un attimo ha perso la moglie e due figli ed è al capezzale della piccola Maria Luce che lotta fra la vita e la morte. Ci stringiamo a loro due con tutto l’amore di cui siamo capaci, perché ci auguriamo che sentano di non essere soli in questo momento così tragico», ha esordito monsignor Maniago nell’omelia. Esortando ad aggrapparsi alla Parola di Dio e al mistero pasquale, il presule ha sottolineato: «È il silenzio l’atteggiamento che dobbiamo vivere per inchinarci con rispetto di fronte a queste bare e per attendere sempre in silenzio che Dio possa scrivere in queste tenebre, parole di luce che siano consolazione e vita nuova per noi, ma soprattutto per Francesco e per la piccola Maria Luce». E ha proseguito: «Solo un Dio inchiodato sulla croce può dirci parole credibili anche di fronte alla morte, a questa morte e può garantire che la morte non sarà l’ultima parola pronunciata sulla nostra vita». Ricevendo il sacramento del battesimo, ha ricordato, «siamo inseriti nel mistero pasquale di Gesù, siamo affidati al nostro Dio, che è Signore della vita e della morte, perché ci dia quella speranza di immortalità che noi non siamo in grado di assicurarci. Per questo, davanti alla morte, anche davanti a questa morte terribile e prematura che ci lascia sgomenti, vogliamo rinnovare la nostra professione di speranza in Cristo. A Lui, alla sua infinita misericordia, affidiamo la vita di Anna; a Lui e al suo tenero amore affidiamo i piccoli Giuseppe e Nicola. Siamo certi che Cristo non è lontano da loro, lui che ha conosciuto l’angoscia e l’amarezza della morte».

Infine l’arcivescovo ha voluto rivolgersi direttamente al marito e padre delle vittime, «alla piccola Maria Luce e ai loro cari che sentono in modo particolare la sofferenza di questo momento. Vorremmo esservi così vicini – con la preghiera e l’affetto – da lenire almeno un po’ la vostra sofferenza. Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore, ma sapeste che la comunità cristiana vi è vicina, che la città vi è vicina, che tante persone di questo nostro Paese condividono il vostro dolore e vi sono vicine. Il ricordo dei vostri cari defunti vi spinga ad amarvi ancora di più, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita». Le tre bare, ha concluso, «ci chiedono un rispettoso silenzio di fronte a una tragedia assoluta, ma al tempo stesso di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in un’attenzione più concreta e una maggior cura reciproca, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella nostra società; ci domandano di fermarci a guardare meglio le nostre fragilità, i nostri figli, i nostri anziani, ma anche i nostri amici, i nostri vicini, cercando di costruire insieme una società più accogliente, dove sia sempre più difficile sentirsi soli».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Laura Badaracchi 25/04/2026)

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