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venerdì 24 aprile 2026

Domenico Gallo: Il vero senso del 25 aprile è dialogo e mai più guerre

Il vero senso del 25 aprile 
è dialogo e mai più guerre 
di Domenico Gallo


Che senso ha celebrare il 25 Aprile in un tempo in cui un pugno di tiranni sta distruggendo il mondo e ha rimesso in circolazione gli spettri del genocidio, del suprematismo, del potere illimitato della violenza delle armi? Oggi dobbiamo chiederci: cosa è rimasto del progetto di un nuovo ordine internazionale votato a garantire la pace attraverso il diritto, a riconoscere l’eguaglianza, la dignità e i diritti fondamentali degli uomini e delle donne in quanto membri dell’unica famiglia umana? Cosa è rimasto della promessa che le generazioni future non avrebbero vissuto mai più gli orrori che avevano attraversato l’umanità nel corso della guerra?

Sono troppi anni che il 25 Aprile dobbiamo confrontarci con un tempo che smentisce la lezione della Resistenza, in cui, uscita di scena l’ultima generazione che aveva vissuto la tragedia della guerra, si è perduta persino la memoria delle sofferenze patite dall’umanità e delle speranze di riscatto che si erano consolidate nelle Carte dei diritti. Mentre scriviamo, non sappiamo se l’ultimo incendio appiccato in Medio Oriente si arresterà o riesploderà trascinando il mondo intero in un vortice di distruzione e di morte.

Dopo quattro anni di una guerra atroce nel cuore orientale dell’Europa, che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite sull’altare del mito necrofilo della “vittoria”, dobbiamo constatare con amarezza che l’Europa, nata come un progetto politico volto a garantire un futuro di pace e benessere, si è trasformata in un progetto di preparazione e di esaltazione della guerra. A differenza che nel passato, la guerra non è più considerata un flagello da esecrare, ma uno strumento della politica a cui bisogna prepararsi con diligenza. La presidente della Commissione europea ha fatto cadere l’ultimo tabù linguistico quando ha detto: “Dobbiamo prepararci alla guerra”. La leadership europea è percorsa da un delirio antirusso che ha preso a pretesto il conflitto in Ucraina per tracciare una nuova cortina di ferro molto più impenetrabile della precedente quando, malgrado la durezza del confronto politico-militare, sono sempre stati mantenuti canali di dialogo.

Durante la prima Guerra fredda, i leader dell’epoca invocavano la distensione, mentre adesso tifano per lo scontro e vogliono plasmare le nuove generazioni trasformandole in armate di guerrieri. Di fronte a queste nuove barriere, con cui una politica meschina cerca di dividere i popoli, consegnandoli a un futuro di ostilità perpetua, tornano di attualità le parole di Piero Calamandrei pronunziate nel periodo più duro della Guerra fredda: “Il mondo è purtroppo diviso in compartimenti stagni da grandi muraglie che si dicono invalicabili, senza porte e senza finestre: ma queste mura non sbarrano soltanto quella linea, che ormai si suol chiamare la ‘Cortina di ferro’ e che taglia il genere umano in due emisferi ostili. Mura altrettanto invalicabili ci attorniano, sui confini all’interno degli Stati, spesso all’interno della nostra coscienza: le mura del conformismo dell’imperialismo, del colonialismo, del nazionalismo: le mura che separano la miseria dal privilegio e dalla ricchezza spudorata e corrotta. Questo è ancora secondo me il compito della Resistenza.

È inutile qui ricercare le colpe per le quali siamo arrivati a questa tragica divisione del mondo: forse non c’è partito, popolo, che non abbia la sua parte di colpa. Ma gli uomini che appartennero alla Resistenza devono far di tutto per cercare che queste mura non diventino ancora più alte, che non diventino torri di fortilizi irte di ordigni di distruzione: e ricercare i valichi sotterranei attraverso i quali in nome della Resistenza combattuta in comune, si possa far passare ancora una voce, un sussurro, un richiamo. Quello che unisce, non quello che separa; rifiutarsi sempre di considerare un uomo meno uomo solo perché appartiene a un’altra razza o a un’altra religione o a un altro partito” (Passato e avvenire della Resistenza, 23.02 1954).

Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito che Calamandrei aveva loro assegnato: smontare i fortilizi irti di ordigni che tengono in scacco la vita dei popoli e riaprire la strada al dialogo e alla comprensione reciproca. Se il mondo è dominato da un manipolo di tiranni, il messaggio della Resistenza coincide con quello del Papa, che ci esorta a scegliere “quella conversione a U che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta” (dal discorso tenuto da papa Leone XIV in Camerun il 16 aprile 2026).

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 24 aprile 2026)



VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE 13-23 APRILE 2026 - Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma 23/04/2026 - Il Papa: come pastore non posso essere a favore della guerra, troppi innocenti morti

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026

Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma

Il Papa: come pastore non posso essere a favore della guerra, troppi innocenti morti

Sul volo per Roma, Leone XIV ribadisce che la sua prima missione è annunciare il Vangelo. Ricorda i bambini vittime della guerra in Iran e in Libano. Sui migranti chiede: “Cosa fa il Nord per il Sud del mondo?” e denuncia il fatto che esseri umani siano trattati peggio degli animali. Sulle coppie omosessuali conferma che la Santa Sede non concorda con la benedizione formalizzata decisa in Germania, ma ribadisce come Francesco il principio di accoglienza a “tutti, tutti, tutti"

Un momento del dialogo del Papa con i giornalisti sul volo papale (@Vatican Media)

“Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!”. Papa Leone XIV ha concluso il lungo viaggio apostolico in Africa e, nel volo da Malabo, ultima tappa della Guinea Equatoriale, verso Roma, risponde alle domande di cinque dei circa 70 giornalisti che lo hanno seguito nella trasferta internazionale. La guerra, i negoziati Usa-Iran, la questione migratoria, la pena di morte e la benedizione delle coppie omosessuali, tra i temi affrontati dal Pontefice durante l’intervista, preceduta da una riflessione di Papa Leone sulla esperienza appena vissuta in Africa.


“Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come Papa, Vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’. E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita. È importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo. Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l'altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede.

Ignazio Ingrao (Tg1): Santità, grazie per questo viaggio ricco di incontri, di storie e di volti. Nel meeting per la pace a Bamenda, in Camerun, lei ha descritto un mondo al rovescio, dove un manipolo di tiranni rischia di distruggere il pianeta. La pace, ha detto, non va inventata ma va accolta. I negoziati per il conflitto in Iran sono nel caos con pesanti effetti sull’economia mondiale. Lei auspica un cambio di regime in Iran, visto che anche la società civile, gli studenti sono scesi in piazza nei mesi scorsi e c’è preoccupazione nel mondo per la corsa all’atomica? Quale appello lei rivolge a Stati Uniti, Iran, Israele, per uscire dallo stallo e fermare l’escalation? La Nato e l’Europa dovrebbero essere maggiormente coinvolte?

Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti. Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l'economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra. Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale. È molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo “Benvenuto Papa Leone”, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso. Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa - lo dico di nuovo - come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione.

Papa Leone durante la conferenza stampa sul volo dalla Guinea Equatoriale verso Roma (@Vatican Media)

Eva Fernández (Radio Cope): Stiamo lasciando un continente in cui molte persone desiderano, sognano, viaggiare in Europa. Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occupa un posto importante soprattutto nelle Canarie. Lei sa che il tema della migrazione in Spagna suscita grande dibattito e polarizzazione, incluso tra i cattolici non c’è una posizione chiara. Cosa potremo dire agli spagnoli e in particolare ai cattolici rispetto alla immigrazione? Poi, se mi permette: il prossimo viaggio sarà in Spagna ma sappiamo che ha il desiderio, l’intenzione di viaggiare in Perù e forse in Argentina e Uruguay, ma vorrebbe anche salutare la Vergine di Guadalupe?

Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il “trafficking”, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere. Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio? L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna, ecc. E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità.

E i prossimi viaggi?

Ho il desiderio grande di visitare vari Paesi dell’America Latina. Finora non è confermato, vedremo. Aspettiamo.

Arthur Herlin (Paris Match): Santo Padre, la ringraziamo moltissimo per questo viaggio straordinario. È stato meraviglioso. Durante questo viaggio lei ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo. Come fa a evitare che la sua presenza dia autorità morale a questi regimi? Non si tratta, per così dire, di un “lavaggio di immagine” grazie al Papa?

Certamente la presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi. Può essere interpretata - e da alcuni è stata interpretata - come se il Papa o la Chiesa stessero dicendo che va bene vivere in quel modo. Altri possono dire cose diverse. Vorrei tornare a quanto ho detto nelle mie osservazioni iniziali sull’importanza di comprendere lo scopo principale dei viaggi che faccio, che il Papa compie: visitare le persone. E sul grande valore che la Santa Sede continua a dare, talvolta con grandi sacrifici, al mantenimento di relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo. E talvolta abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari. Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, a livello formale. Non sempre facciamo grandi proclami di critica, di giudizio o di condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un modo per farli liberare. Situazioni di fame, di malattia, ecc. Quindi la Santa Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo di qualsiasi Paese.

Verena Stefanie Schälter (ARD Rundfunk): Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio papale nel Sud del mondo. Abbiamo visto tanto entusiasmo e anche, direi, euforia. Immagino che sia stato molto commovente anche per lei. Vorrei sapere come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di concedere il permesso di benedire le coppie dello stesso sesso nella sua Diocesi. E alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, soprattutto in Africa, come intende preservare l’unità della Chiesa universale su questa questione?

Innanzitutto credo sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare intorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà degli uomini e delle donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità rispetto a quella particolare questione. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie - in questo caso coppie omosessuali, come ha chiesto lei - o di coppie in situazioni irregolari, oltre a quanto specificamente permesso da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote dà la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa dà la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco “tutti, tutti, tutti”, esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo oggi, credo possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna. Questa è la mia risposta alla domanda.

Anneliese Taggart (Newsmax TV): Santo Padre, in questo viaggio lei ha parlato di come le persone abbiano fame e sete di giustizia. Proprio stamattina è stato riportato che l’Iran ha giustiziato l’ennesimo membro dell’opposizione, e questo avviene mentre il regime ha impiccato pubblicamente molte altre persone e assassinato migliaia dei suoi stessi cittadini. Condanna queste azioni? Ha un messaggio per il regime iraniano?

Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone — dal concepimento alla morte naturale — debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato.
(Vatican News 23/04/2026)

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Angola 20/04/2026 In un minuto l'ottava giornata di Papa Leone XIV in Africa


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Lunedì 20 aprile 2026

LUANDA – SAURIMO – LUANDA 

07:50 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Saurimo
09:20 Arrivo all’Aeroporto di Saurimo “Deolinda Rodrigues”
09:45 VISITA ALLA CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI
11:15 SANTA MESSA nella spianata di Saurimo

13:45 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Saurimo “Deolinda Rodrigues” per Luanda
15:15 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro”
17:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E GLI OPERATORI PASTORALI nella Parrocchia di Nostra Signora di Fatima

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Angola
In un minuto l'ottava giornata di Papa Leone XIV in Africa

Il Pontefice è decollato da Luanda la mattina presto per atterrare a Saurimo, dove ha visitato la Casa di accoglienza per anziani e presieduto la Messa sulla spianata. Nel pomeriggio, il ritorno nella Capitale e l’incontro con i vescovi


Tre grandi eventi, distribuiti tra le città di Luanda e Saurimo, hanno caratterizzato l’ottava giornata del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa, la terza in Angola. In mattinata, il Pontefice è decollato di buon’ora da Luanda per fare tappa a Saurimo, dove ha visitato la Casa di accoglienza per anziani, incontrandone circa sessanta, malati, abbandonati o maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. “Non vanno solo assistiti, vanno prima di tutto ascoltati, perché custodiscono la saggezza di un popolo”, è stata l’esortazione del Papa. Successivamente, si è spostato presso la spianata della capitale della provincia angolana di Lunda Sul per presiedere la Messa. Nell’omelia ha affermato che Cristo rinnova la storia di chi è sfruttato e privato del pane. Nel pomeriggio, Leone XIV ha fatto ritorno a Luanda, dove ha incontrato vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate, insieme agli operatori pastorali locali, presso la parrocchia di Nostra Signora di Fatima. È stato l’ultimo appuntamento del lunedì del Pontefice, che si è poi trasferito alla nunziatura apostolica per cenare in privato.

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Vedi anche il post precedente:


Global Sumud Flotilla, Dichiarazione di Bruxelles


Global Sumud Flotilla, Dichiarazione di Bruxelles

(Foto di https://www.facebook.com/ada.colau)


Le barche della Global Sumud Flotilla arrivano in Sicilia, una dopo l’altra, prima ad Augusta e poi a Siracusa, lungo la costa orientale dell’isola. È la conclusione di una settimana di mobilitazioni dentro e fuori dall’Italia. Eventi pubblici, appuntamenti per la stampa, incontri istituzionali, iniziative culturali ad Augusta, Catania, Castellammare del Golfo, Siracusa e Roma, oltre che a Bruxelles. 
A ogni passo, nuove barche e nuovi partecipanti da tutto il mondo si sono uniti alla missione. 
La Flotilla si prepara a lasciare l’Italia, partendo da Siracusa alla volta di Gaza, “con l’intento di rompere l’assedio e creare un canale umanitario permanente”.

Martedì si è svolto il congresso inaugurale della Global Sumuod Flotilla incentrato sulla Dichiarazione di Bruxelles: al centro c’è l’appello a istituire un corridoio marittimo umanitario riconosciuto dalle Nazioni Unite e fondato sul diritto internazionale. La dichiarazione di Bruxelles è basata su tre principi:
  • Diritto di accesso: il diritto del popolo palestinese di accedere liberamente alle proprie acque e al proprio territorio e di ricevere “continuamente e senza ostacoli” i beni di prima necessità;
  • Diritto all’autodeterminazione, ossia il diritto del popolo palestinese a guidare la propria ricostruzione e la ricerca della giustizia, “libero dall’imposizione di forze esterne”;
  • Rifiuto dell’impunità: il rifiuto del sopruso della forza militare, secondo cui “i governi possono agire impunemente”, con l’invito ad applicare gli ordini di cattura nei confronti dei politici e militari israeliani riconosciuti responsabili del genocidio.
(fonte: Pressenza 23/04/2026)

giovedì 23 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - 20/04/2026 Gli incontri della giornata - Papa Leone XIV in Angola: «Quando la cura viene dall’ascolto» - «Dall’Angola ferita lancia un appello per la pace e il perdono»

Tra le strade polverose di Saurimo, la calca della gente per dire "bem-vindo" al Papa

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Lunedì 20 aprile 2026

LUANDA – SAURIMO – LUANDA 

07:50 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Saurimo
09:20 Arrivo all’Aeroporto di Saurimo “Deolinda Rodrigues”
09:45 VISITA ALLA CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI
11:15 SANTA MESSA nella spianata di Saurimo

13:45 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Saurimo “Deolinda Rodrigues” per Luanda
15:15 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro”
17:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E GLI OPERATORI PASTORALI nella Parrocchia di Nostra Signora di Fatima

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Angola

Quando la cura viene dall’ascolto 


Nella «città dei diamanti», Saurimo, assolata capitale della provincia angolana di Lunda Sud, la vera ricchezza sono loro: quegli ampi sorrisi, le gambe deformate dall’artrite e sostenute da bastoni, gli occhi vacui, le rughe presenti ma poco visibili per la pelle color dell’ebano. Sono i 62 anziani, 26 uomini e 36 donne tra i 60 e i 93 anni, che abitano il “Lar de Assistência a pessoa idosa”, la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo dove sono accolti malati, disabili, ma anche persone maltrattate e abbandonate dai familiari con l’accusa di stregoneria. Leone XIV ha voluto iniziare da loro il programma della visita nella terza città dell’Angola. Un breve incontro, scandito da testimonianze, canti in lingua chowke (un dialetto locale), balletti e trenini con un fazzoletto bianco per dare accoglienza al Pontefice.

L’incontro avviene nel patio della struttura, che esiste da 14 anni ed è di proprietà dello Stato angolano, il quale ne garantisce il funzionamento con un contributo mensile. Poi ci sono pure le donazioni di associazioni e benefattori, i buoni rapporti con la Chiesa e gli stessi ospiti che praticano l’agricoltura su terreni incolti per contribuire al proprio sostentamento. Ma anche per svago. Ci si diverte molto, infatti, nella Casa e oggi anche davanti al Papa «i signori» e «le signore della Casa», coi loro abiti multicolori, a fianco allo staff in divisa azzurra, hanno dato prova dell’aria positiva che si respira al Lar. Termine che, alla lettera, significa «focolare», proprio a richiamare l’ambiente familiare.

A darne conferma sono pure le parole condivise coi media vaticani da Georgina Mwandumba, da sette anni direttrice. «Questi anziani sono felici qui, vanno d’accordo tra loro, vanno a Messa insieme, anche se non sono tutti cattolici, ma non c’è dubbio che vorrebbero stare con le loro famiglie che purtroppo non vengono nemmeno a trovarli. La visita del Papa alla Casa di accoglienza è quindi un momento di grande gioia per questi uomini e donne che oggi sono al centro dell’attenzione».

Proprio attenzione è ciò che il Pontefice ha voluto restituire con la sua visita e il breve saluto. Attenzione che significa affetto, valorizzazione di persone che — ha affermato — sono la «saggezza» e che vanno dunque «ascoltate», non solo «curate». Il Papa ha infatti ascoltato prima di parlare; a cominciare da Antonio Joaquím, 72 anni e l’energia di un ragazzino, il quale ha offerto la sua testimonianza a nome della comunità. Parole di gratitudine, che vanno al di là dei diversi problemi che comunque non mancano: «Ci sono momenti in cui manca il cibo, quando il governo non rifornisce. E qualche imprenditore arriva ogni tanto e dice che l’area è sua e che non possiamo coltivare la manioca. E allora la manioca ce la mangiamo noi», racconta Antonio, a margine dell’incontro con il Papa. Quello che definisce una benedizione: «Lo aspettavamo da tanto. Qui ogni giorno è diverso, ma oggi è stato davvero speciale».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 20/04/2026)

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 Papa Leone XIV: 
dall’Angola ferita lancia un appello per la pace e il perdono


Il dolore di un Paese “bellissimo e ferito” che “ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità”. Papa Leone, nel suo secondo giorno in Angola, affronta le piaghe di un popolo dalla “storia marchiata” dalla sofferenza per una lunga guerra civile “con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”.

Il Pontefice lancia il suo forte appello a essere “angeli-messaggeri di vita”, a guarire la corruzione con una nuova cultura della condivisione. “E’ l’amore che deve trionfare, non la guerra”, scandisce senza dimenticare gli altri conflitti nel mondo, chiedendo di far tacere le armi in Ucraina (“mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi” che “continuano a colpire anche i civili”), in Libano (“la tregua annunciata rappresenta un germoglio di sollievo”) e in tutto il Medio Oriente (“proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità”).

In trentamila lo hanno atteso da giorni nella spianata del Santuario di Mama Muxima (“Madre del Cuore” nella lingua Kimbundu, una delle più parlate nel nord dell’Angola) per guidare la preghiera del Rosario. Il caldo brucia ma l’atmosfera è di festa: numerosissime le donne con in braccio bimbi piccoli che ballano e cantano in attesa di Leone.

Il Santuario, costruito dai portoghesi su un’altura dominante il fiume Kwanza, il maggiore fiume angolano, nel XVII era uno snodo della tratta di schiavi che qui venivano condotti verso la costa, per iniziare il loro viaggio senza ritorno nel continente americano. Dato alle fiamme dai coloni olandesi nel 1641, per poi essere ricostruito e modificato, nel Santuario si venera una immagine molto antica dell’Immacolata Concezione, alla quale i fedeli riservano una grande devozione. Ogni anno, da agosto a settembre, si organizzano pellegrinaggi nazionali e migliaia di persone percorrono in ginocchio la chiesa e prendono parte a una suggestiva processione notturna con le candele accese.

Nella brulla e immensa radura, una vasta distesa di tende variopinte si stagliano lungo la strada, costeggiata da maestosi baobab. Leone, ricordando che in questo luogo vi è il progetto un nuovo Santuario si rivolge ai giovani: “Prendetelo come un segno”. “Anche a voi la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti”.

Nell’omelia della messa presieduta stamani a Kilamba, vasto sviluppo abitativo (oltre 700 condomini), costruito dalla Cina (Cina International Trust and Investment Corporation), a circa 30 chilometri da Luanda, il Papa incoraggia a “guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro”. “Non abbiate paura di farlo!”, rimarca esortando a non rimanere “paralizzati dallo scoraggiamento”, rischio che si corre quando per lungo tempo “si è immersi in una storia così marchiata dal dolore”. E mette in guardia dal sincretismo religioso. In Angola, come in tutta l’Africa, esistono le chiese indipendenti, ossia comunità non affiliate alle grandi confessioni storiche riconosciute dallo Stato. La Chiesa cattolica è una delle più importanti del Continente (i cattolici in Angola sono stimati tra il 35 e il 45% della popolazione). Ma proliferano anche le sette e Leone chiede di vigilare sempre “su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici” della cultura, ma al contempo “rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”.

“La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli”, dice il Papa che sottolinea che l’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiosi, laici che abbiano in cuore il desiderio “di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”.

Adoperiamoci “senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice”, ripete a Muxima. “Perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità”.
Infine da Muxima l’invito a tutti di “promettere” di adoperarsi “senza misura affinché’ a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perche’ chi ha fame abbia di che sfamarsi, perche’ tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perche’ ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perche’ gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità”.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Eliana Ruggiero 20/04/2026)

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Testi e video integrali

SANTA MESSA a Kilamba


Partenza in aereo dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Saurimo

Alle ore 7:30 circa (ora locale) Papa Leone XIV ha raggiunto in auto l’aeroporto internazionale di Luanda e si è congedato da alcune autorità locali per poi decollare, alle ore 08:03, alla volta di Saurimo, dove l’atterraggio è avvenuto alle ore 09:16.


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VISITA ALLA CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI

Dopo essere stato accolto da alcune autorità locali, il Papa ha raggiunto la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo.


Al suo arrivo, alle ore 9:59 circa, il Santo Padre è stato accolto dalla Direttrice della struttura e da un rappresentante del Ministro della Salute, che lo hanno accompagnato nel cortile della Casa, dove erano presenti gli assistiti e gli operatori della struttura.

Dopo le parole di benvenuto della Direttrice e alcune testimonianze, tra cui quella di uno degli anziani della struttura, il Papa ha pronunciato il suo Saluto, seguito dalla benedizione e dallo scambio di alcuni doni.



Al termine della visita, alle ore 10:20 circa, il Santo Padre si è avviato verso la spianata per la celebrazione della Santa Messa, fermandosi lungo il percorso per una breve sosta alla Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione, per poi cambiare auto e proseguire in auto aperta.

Pubblichiamo di seguito il saluto che Papa Leone XIV ha rivolto ai presenti:


Signora Direttrice,
carissimi fratelli e sorelle,
pace a questa Casa e a quanti vi abitano!

Vi ringrazio tanto per la vostra accoglienza, così piena di fede che mi tocca il cuore, ed è di grande conforto per la mia missione. Grazie!

Mi ha colpito sentire che voi chiamate questo luogo “lar”, che parla di famiglia. Ringrazio Dio per questo, e spero che tutti voi possiate davvero vivere qui in un ambiente familiare, per quanto possibile.

Gesù amava stare a casa dei suoi amici. Il Vangelo ci dice che andava nella casa di Pietro, a Cafarnao, dove un giorno guarì la sua suocera. Ci ricorda la sua amicizia con Maria, Marta e Lazzaro: nella loro casa, a Betania, era accolto come Maestro e Signore e nello stesso tempo con familiarità.

Allora, carissimi, mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa. Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà.

Esprimo il mio apprezzamento alle Autorità angolane per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi, come pure a tutti i collaboratori e ai volontari. La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese. E non dimentichiamo: le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo. E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità.

Care sorelle e cari fratelli, porterò nel cuore il ricordo di questo incontro con voi. La Vergine Maria, che riempiva di fede e d’amore la Casa di Nazaret, vegli sempre su questa comunità. E vi accompagni anche la mia benedizione. Grazie!


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SANTA MESSA nella spianata di Saurimo

Alle ore 10:50 circa (ora locale) Papa Leone XIV ha raggiunto la spianata di Saurimo e l’ha percorsa in auto aperta tra i fedeli, prima di rientrare in Sagrestia. 



Alle ore 11:15 circa il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.




Dopo i riti di introduzione e la liturgia della Parola, il Papa ha pronunciato la sua omelia.

Al termine della Santa Messa, l’Arcivescovo di Saurimo, S.E. Mons. José Manuel Imbamba, rivolge alcune parole di ringraziamento al Santo Padre.



Alle ore 12:45 circa il Papa è rientrato in sagrestia, per poi trasferirsi in auto all’Aeroporto di Saurimo e, dopo essersi congedato da alcune autorità locali, è decollato alla volta di Luanda, dove è atterrato alle ore 15:13.

Dopo aver salutato alcune autorità locali, il Santo Padre rientra in Nunziatura Apostolica.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Celebrazione Eucaristica e le parole di ringraziamento alla fine della Messa:


Cari fratelli e sorelle,

in ogni parte del mondo, la Chiesa vive come popolo che cammina alla sequela di Cristo, nostro fratello e Redentore: Egli, il Risorto, ci illumina la via verso il Padre e con la forza dello Spirito ci santifica, affinché trasformiamo il nostro stile di vita secondo il suo amore. Questa è la Buona Notizia, il Vangelo che scorre come sangue nelle vene, sostenendoci lungo la strada. Una strada che oggi mi ha portato qui, con voi! Nella gioia e nella bellezza della nostra assemblea, riunita nel nome di Gesù, ascoltiamo con cuore aperto la sua Parola di salvezza, perché ci fa riflettere sul motivo e sul fine per i quali seguiamo il Signore.

Quando il Figlio di Dio si fa uomo, infatti, compie gesti eloquenti per manifestare la volontà del Padre: fa luce nelle tenebre donando la vista ai ciechi, dà voce agli oppressi sciogliendo la lingua dei muti, sazia la nostra fame di giustizia moltiplicando il pane per i poveri e i deboli. Chi sente parlare di queste opere, si mette alla ricerca di Gesù. Al contempo, il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore. Dice infatti alla gente che lo seguiva: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). Le sue parole rivelano i progetti di chi non desidera l’incontro con una persona, ma il consumo di oggetti. La folla vede Gesù come uno strumento per altro, un erogatore di servizi. Se Egli non desse loro qualcosa da mangiare, i suoi gesti e i suoi insegnamenti non interesserebbero.

Questo accade quando alla fede autentica si sostituisce un commercio superstizioso, nel quale Dio diventa un idolo che si cerca solo quando ci serve, finché ci serve. Persino i più bei doni del Signore, che sempre si prende cura del suo popolo, diventano allora una pretesa, un premio o un ricatto, e vengono fraintesi proprio da chi li riceve. Il racconto evangelico ci fa dunque capire che esistono motivi sbagliati per cercare Cristo, anzitutto quando viene considerato un santone [gurù] o un portafortuna. Anche il fine che quella folla si propone è inadeguato: non cercano infatti un maestro cui volere bene, ma un leader da riverire per tornaconto.

Ben diverso è l’atteggiamento di Gesù verso di noi: Egli, infatti, non respinge questa ricerca insincera, ma la sprona a convertirsi. Non caccia via la folla, ma invita tutti a esaminare cosa palpita nel nostro cuore. Cristo ci chiama a libertà: non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso. Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù: occorre accogliere il senso delle sue parole. Non basta nemmeno vedere quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa. Quando nel segno del pane condiviso vediamo la volontà del Salvatore, che dà sé stesso per noi, allora ci avviciniamo all’incontro vero con Gesù, che diventa sequela, missione e vita.

Il monito che il Signore rivolge alla folla si trasforma così in un invito: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6,27). Con queste parole, Cristo indica il suo vero dono per noi: non ci chiama al disinteresse per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e insegna a chiedere nella preghiera. Ci educa al modo giusto di cercare il pane della vita, cibo che ci sostiene per sempre. Il desiderio della folla trova così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna.

Il suo dono fa luce sul nostro presente: oggi vediamo, infatti, che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza. Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi. Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta, nella missione ci incoraggia. Come il pane vivo che sempre ci dà, l’Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito. Cristo vive! Egli è il nostro Redentore. Questo è il Vangelo che condividiamo, rendendo fratelli tutti i popoli della terra. Questo è l’annuncio che trasforma il peccato in perdono. Questa è la fede che salva la vita!

La testimonianza pasquale, dunque, riguarda certamente Cristo, il crocifisso che è risorto, ma proprio perciò riguarda anche noi: in Lui prende voce l’annuncio della nostra risurrezione. Noi non siamo venuti al mondo per morire. Noi non siamo nati per diventare schiavi né della corruzione della carne, né di quella dell’anima: ogni forma di oppressione, violenza, sfruttamento e menzogna nega la risurrezione di Cristo, dono supremo della nostra libertà. Questa liberazione dal male e dalla morte, infatti, non accade soltanto alla fine dei giorni, ma nella storia di tutti i giorni. Cosa dobbiamo fare per accogliere tale dono? Il Vangelo stesso ce lo insegna: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29). Sì, crediamo! Oggi, insieme lo diciamo con forza e con gratitudine verso di Te, Signore Gesù. Vogliamo seguirti e servirti nel nostro prossimo: la tua parola è per noi regola di vita, criterio di verità.

«Beato chi cammina nella legge del Signore» (cfr Sal 119/118,1): così abbiamo cantato con il Salmo. Carissimi, è il Signore a tracciare la via per questo cammino, non le nostre urgenze, né le mode del momento. Perciò, alla sequela di Gesù, il cammino ecclesiale è sempre un «sinodo della risurrezione e della speranza» (Esort. ap. Ecclesia in Africa, 13), come affermava san Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica per l’Africa: proseguiamo in questa sapiente direzione! Col Vangelo nel cuore, avrete coraggio davanti alle difficoltà e alle delusioni: la via, che Dio ha aperto per noi, non viene mai meno. Il Signore, infatti, va sempre al nostro passo, affinché possiamo proseguire sulla sua strada: Cristo stesso dà orientamento e forza al cammino, un cammino che vogliamo imparare a vivere sempre più come dev’essere, cioè sinodale.

In particolare, «la Chiesa annuncia la Buona Novella non solamente attraverso la proclamazione della parola che ha ricevuto dal Signore, ma anche mediante la testimonianza della vita, grazie alla quale i discepoli di Cristo rendono ragione della fede, della speranza e dell’amore che sono in essi» (ibid., 55). Condividendo l’Eucaristia, pane di vita eterna, siamo chiamati a servire il nostro popolo con una dedizione che solleva da ogni caduta, che ricostruisce quanto la violenza rovina e condivide con gioia i legami fraterni. Attraverso di noi, l’intraprendenza della grazia divina porta buoni frutti soprattutto nelle avversità, come mostra l’esempio del protomartire Stefano (cfr At 6,8-15).

Carissimi, la testimonianza dei martiri e dei santi ci incoraggia e ci sprona a un cammino di speranza, di riconciliazione e di pace, lungo il quale il dono di Dio diventa l’impegno dell’uomo nella famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile. Percorrendolo insieme, alla luce del Vangelo, la Chiesa in Angola cresce secondo quella fecondità spirituale che inizia dall’Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di tutto il popolo. In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo accoglie con cuore puro. Grazie al Pane di vita nuova, che oggi condividiamo, possiamo proseguire nel cammino di tutta la Chiesa, che ha per meta il Regno di Dio, per luce la fede e per anima la carità.

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Ringraziamento finale al termine della Messa

Carissimi fratelli e sorelle,

oggi pomeriggio avremo l’ultimo incontro con la Comunità cattolica in Angola, ma in questo momento desidero rivolgere a tutti il mio saluto pieno di gratitudine.

Grazie ai Vescovi che hanno preparato la mia visita, e con loro ai presbiteri e ai diaconi, come pure ai consacrati e ai fedeli laici.

Viva riconoscenza esprimo alle Autorità civili angolane per il grande impegno organizzativo.

Angola, rimani fedele alle tue radici cristiane! Così potrai continuare, sempre meglio, a dare il tuo apporto per la costruzione della giustizia e della pace in Africa e nel mondo intero. Grazie mille!



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Partenza in elicottero dall’Eliporto di Muxima 

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Arrivo all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” 


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INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E GLI OPERATORI PASTORALI nella Parrocchia di Nostra Signora di Fatima

Alle ore 17:45 locali, Papa Leone XIV è arrivato presso la parrocchia di Nostra Signora di Fatima per l’Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Consacrati, le Consacrate e gli Operatori pastorali.

Al suo arrivo, all’ingresso della parrocchia, due bambini gli hanno offerto un omaggio floreale.


Il Santo Padre viene è stato poi accolto dal Presidente della Conferenza Episcopale, S.E. Mons. José Manuel Imbamba, e dal parroco, il quale gli ha porto la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione. Il Pontefice ha attraversato, quindi, la navata centrale per raggiungere l’altare, mentre il coro ha eseguito un canto.

Dopo le parole di benvenuto del Presidente della Conferenza Episcopale, le testimonianze di un sacerdote, un catechista e due religiose, il Santo Padre ha pronunciato il Suo discorso.





Al termine dell’incontro, dopo la Benedizione e il canto finale, alle ore 18:30 locali, il Papa si è trasferitoin auto alla Nunziatura Apostolica dove cena in forma privata.

Pubblichiamo di seguito il Discorso che Papa Leone XIV ha rivolto ai presenti nel corso dell'incontro:


Cari fratelli nell’episcopato,
sacerdoti, consacrati, consacrate,
catechisti,
fratelli e sorelle!

Saluto anche i Padri Cappuccini che oggi ci accolgono nella loro Casa: tante grazie!

È una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale.

E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse! Anche a voi, un giorno, ha rivolto queste parole che, con fede, avete accolto e fatto fruttificare: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto […], insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10,29-30).

Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita. In quelle occasioni, ricordate che «Egli non toglie nulla, Egli dona tutto. Chi si dona per Lui, riceve il centuplo. Aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vita vera» (Benedetto XVI, Omelia all’inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005). Queste parole desidero rivolgerle, in modo particolare, ai tanti giovani dei vostri seminari e delle vostre case di formazione. Non abbiate paura di dire “sì” a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa; e la vostra vocazione. «A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,6).

Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo.

«Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo» (1Cor 3,23), insegna San Paolo. A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità. Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità.

Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui (cfr Gv 15,1-8). Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto «Discepoli fedeli, discepoli gioiosi (cfr At 11,23-26)», dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace.

Alla scuola di Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), c’è sempre molto da imparare. Ricordate il dialogo di Gesù con Filippo, quando questi gli chiese: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!». È sorprendente la risposta del Maestro: «Da tanto tempo sono con voi, e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,8-9). Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione. Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto (cfr 2Tm 1,6), ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione. Specialmente nei momenti di sconforto e di prova, «che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita!» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 264). Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione.

«L’uomo contemporaneo – diceva San Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, oppure, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41; cfr Udienza generale, 2 ottobre 1974). La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi. Per la vostra fedeltà e, quindi, per la vostra missione, la famiglia sacerdotale o religiosa è indispensabile, ma lo è anche la famiglia in cui siamo nati e cresciuti. La Chiesa ha grande stima dell’istituzione familiare, insegnando che il focolare è il luogo di santificazione di tutti i suoi membri. Per molti di voi, certamente, la culla della vocazione è stata proprio la famiglia, che ha apprezzato e accudito il germogliare della speciale chiamata ricevuta. Ai vostri familiari, quindi, va la mia viva riconoscenza per aver curato, sostenuto e protetto la vostra vocazione. Allo stesso tempo, li esorto ad aiutarvi sempre a rimanere fedeli al Vangelo, a non cercare vantaggi dal vostro servizio ecclesiale. Vi sostengano con la loro preghiera e vi infondano entusiasmo con i buoni consigli di un padre e di una madre, affinché siate santi e non dimentichiate mai che, a immagine di Gesù, siete servi di tutti.

Infine, la vostra fedeltà in Angola, come dev’essere in tutto il mondo, è oggi particolarmente legata all’annuncio della pace. In passato avete dimostrato coraggio nel denunciare il flagello della guerra, nel sostenere le popolazioni tormentate rimanendo al loro fianco, nel costruire e ricostruire, nell’indicare vie e soluzioni per porre fine al conflitto armato. Il vostro contributo è comunemente riconosciuto e apprezzato. Ma questo impegno non è finito! Promuovete dunque una memoria riconciliata, educando tutti alla concordia e valorizzando, in mezzo a voi, la testimonianza serena di quei fratelli e sorelle che, dopo aver attraversato tormenti dolorosi, hanno perdonato tutto. Gioite con loro, fate festa per la pace!

Inoltre, non dimenticate che, secondo le parole di San Paolo VI, «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Lett. enc. Popolorum progressio, 87). È quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità. In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli. Al vostro fianco c’è sempre la Vergine Maria, Mama Muxima. Dio benedica e faccia fruttificare la vostra dedizione e la vostra missione!