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martedì 6 ottobre 2026

Tonio Dell'Olio: Forse abbiamo perso la memoria

Tonio Dell'Olio
 
Forse abbiamo perso la memoria
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 ottobre 2026


Il 3 ottobre è passato. Quanto spazio gli abbiamo fatto nella nostra coscienza? Dal 2016 è la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione: ricorda le 368 persone morte nel naufragio di Lampedusa del 2013. Donne, uomini, bambini. Nomi, desideri, legami. Non un numero da archiviare.

Qualcuno ha custodito il ricordo: i superstiti, le famiglie, le associazioni, chi continua a soccorrere. Ma la memoria pubblica sembra consumarsi in fretta, mentre il mare continua a restituire cadaveri o a nasconderli per sempre. 

Secondo UNHCR, OIM e UNICEF, dal 2014 le vittime documentate nel Mediterraneo centrale sono quasi 27 mila. Una strage di Lampedusa ogni due mesi, per tredici anni. 
C’è, strisciante, l’ipocrisia delle commemorazioni senza un cambiamento delle politiche. 

La domanda ci riguarda tutti: possiamo piangere i morti e chiudere ai vivi le vie della salvezza? 

Gli accordi che delegano le frontiere a Paesi insicuri e gli ostacoli ai soccorsi interrogano la nostra responsabilità. Non basta deporre una corona. Servono ingressi regolari, corridoi umanitari, soccorsi tempestivi e un’accoglienza degna. 

Il mare non decide le nostre leggi. Noi sì. Forse abbiamo perso la memoria perché ricordare davvero obbligherebbe a cambiare. E quei 368 ci chiedono ancora di riconoscere e rispettare la dignità di ogni persona.


lunedì 5 ottobre 2026

5 ottobre, Giornata Mondiale degli Insegnanti 2026: 6 cose sui cui riflettere


5 ottobre, Giornata Mondiale degli Insegnanti 2026:
6 cose sui cui riflettere

Giornata mondiale degli insegnanti 2026: sei riflessioni su ruolo, retribuzione, formazione, autonomia e futuro della professione docente.


Il 5 ottobre 2026 si celebra la Giornata mondiale degli insegnanti, una ricorrenza istituita per riconoscere il ruolo dei docenti e richiamare l’attenzione sulle condizioni nelle quali svolgono il proprio lavoro. Quest’anno la giornata ha un significato particolare: ricorre infatti il 60° anniversario della Raccomandazione ILO/UNESCO del 1966 sullo status degli insegnanti. Il tema scelto per il 2026 è “Standing with teachers: 60 years of protecting the profession, advancing its status and shaping our futures”, con un richiamo diretto alla necessità di proteggere, promuovere e rafforzare la professione docente.

Giornata mondiale degli insegnanti 2026: il valore della professione

Giornata mondiale degli insegnanti 2026: non si tratta soltanto di una giornata celebrativa. È anche un’occasione per chiedersi quanto la società riconosca realmente il lavoro degli insegnanti e quali condizioni siano necessarie perché possano svolgere bene il proprio compito. UNESCO individua diverse trasformazioni che stanno incidendo sulla professione, dalle tecnologie digitali ai cambiamenti climatici, fino all’inclusione, alle migrazioni e agli spostamenti delle popolazioni.

La prima riflessione riguarda il riconoscimento sociale degli insegnanti. La Raccomandazione ILO/UNESCO del 1966 definiva già allora lo status dei docenti considerando non soltanto il prestigio attribuito alla professione, ma anche condizioni di lavoro, retribuzione e altri benefici materiali. Sessant’anni dopo, il tema resta attuale. Per UNESCO lo status degli insegnanti ha infatti una dimensione simbolica, professionale e materiale. La prima riguarda il modo in cui la società considera il ruolo docente; la seconda comprende autonomia, sostegno e possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano l’istruzione; la terza comprende invece aspetti concreti come stipendi, carichi di lavoro e ambiente professionale.



Cosa significa valorizzare un docente

La seconda riflessione riguarda gli aspetti più concreti del lavoro. Parlare di valorizzazione dei docenti significa anche interrogarsi sulle condizioni nelle quali gli insegnanti lavorano ogni giorno. La Raccomandazione del 1966 stabilisce che le condizioni di lavoro dovrebbero favorire l’apprendimento e consentire agli insegnanti di concentrarsi sui propri compiti professionali. Il documento richiama inoltre l’importanza di una preparazione adeguata, di una formazione continua e del coinvolgimento degli insegnanti nelle politiche educative.

È una prospettiva che va oltre il semplice riconoscimento formale della professione. Un insegnante può essere considerato indispensabile a parole, ma il riconoscimento passa anche dalla possibilità di lavorare in condizioni sostenibili, dalla retribuzione, dal tempo disponibile per le attività professionali e dalla possibilità di esprimere la propria competenza nelle scelte che riguardano la scuola.

UNESCO sottolinea proprio questo punto nel 2026, indicando tra le pressioni che incidono sullo status professionale la limitata autonomia, il sostegno insufficiente e la ridotta possibilità di partecipare alla definizione delle politiche. Sul piano materiale vengono invece richiamati stipendi, carichi di lavoro e ambienti professionali.

Formazione, tecnologia e una scuola che cambia

La terza riflessione riguarda la formazione degli insegnanti. La scuola cambia rapidamente e ai docenti viene chiesto di confrontarsi con nuove tecnologie, strumenti digitali, metodologie didattiche e bisogni educativi differenti. La Raccomandazione ILO/UNESCO considera la formazione in servizio una componente importante della professione e sostiene la necessità di sistemi di aggiornamento che consentano agli insegnanti di migliorare le proprie competenze e mantenersi al passo con l’evoluzione delle discipline e dei metodi educativi.

Nel 2026 questa riflessione si lega anche alla trasformazione digitale. UNESCO indica infatti le tecnologie digitali, insieme ai cambiamenti climatici, all’inclusione e alle migrazioni, tra le sfide che stanno modificando il lavoro docente.

La domanda, quindi, non è soltanto se gli insegnanti debbano aggiornarsi. È anche capire quali strumenti, tempi e condizioni vengano messi a loro disposizione per farlo.

Il futuro della professione passa anche dal riconoscimento

La quarta riflessione riguarda l’attrattività della professione. Se una società ha bisogno di insegnanti preparati e motivati, deve interrogarsi sulle condizioni che possono spingere le nuove generazioni a scegliere l’insegnamento e quelle già in servizio a rimanervi. UNESCO segnala a livello mondiale una carenza di circa 44 milioni di insegnanti necessaria per raggiungere gli obiettivi educativi entro il 2030. L’organizzazione sottolinea inoltre che insegnanti adeguatamente formati, sostenuti e valorizzati sono essenziali per garantire un’istruzione di qualità.

Il dato riguarda il quadro globale e non può essere automaticamente trasferito alla situazione italiana. Offre però una prospettiva utile: il futuro della scuola dipende anche dalla capacità dei sistemi educativi di formare, reclutare e sostenere gli insegnanti.

Una professione che deve avere voce

La quinta riflessione riguarda la partecipazione dei docenti alle decisioni sulla scuola. La Raccomandazione del 1966 riconosce alle organizzazioni degli insegnanti un ruolo nel progresso dell’istruzione e sostiene il coinvolgimento dei docenti nella definizione delle politiche educative. Questo principio porta a considerare gli insegnanti non soltanto come destinatari delle riforme, ma come professionisti che conoscono direttamente la realtà delle classi.

La discussione sul futuro della scuola riguarda infatti anche chi ogni giorno lavora con studenti e famiglie, affronta i cambiamenti organizzativi e sperimenta sul campo gli effetti delle decisioni adottate a livello istituzionale.

La sesta riflessione: che scuola vogliamo costruire?

L’ultima domanda è forse quella che riunisce tutte le altre: quale posto vogliamo assegnare agli insegnanti nella scuola del futuro?

La Giornata mondiale degli insegnanti 2026 invita a non fermarsi alla celebrazione del 5 ottobre. Il tema scelto da UNESCO guarda esplicitamente ai prossimi anni: proteggere la professione, migliorarne lo status e riconoscere il contributo degli insegnanti alla costruzione del futuro.

Sessant’anni dopo la Raccomandazione del 1966, la questione resta quindi aperta. Valorizzare gli insegnanti non significa soltanto ringraziarli per il lavoro svolto. Significa interrogarsi sulle condizioni che permettono loro di insegnare, sulla formazione che ricevono, sulla loro autonomia professionale, sul riconoscimento economico e sociale e sulla possibilità di avere una voce nelle trasformazioni della scuola.

È questo, in fondo, il senso della ricorrenza del 5 ottobre 2026: non soltanto celebrare chi insegna, ma riflettere su come proteggere e sostenere la professione docente negli anni che verranno.
(fonte: SCUOLAINFORMA, articolo di Claudia Scalia 05/10/2026)


ANGELUS 04/10/2026 - Leone XIV: sulle orme di San Francesco costruire pace e concordia tra i popoli


ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 4 ottobre 2026

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Il Papa: sulle orme di San Francesco
costruire pace e concordia tra i popoli

All’Angelus, nella festa liturgica di San Francesco d’Assisi, Leone XIV riflette sulla parabola dei vignaioli malvagi e ricorda il Poverello, che “riparò” la Chiesa con la fede, la preghiera e l’amore fraterno. “Dio non butta mai via la nostra vita”, afferma, trasformando il male in riscatto. Nell’ottavo centenario della morte del Santo, l’invito a invocare la pace e a sanare “le crepe della discordia”

Leone XIV affacciato dal Palazzo Apostolico (@VATICAN MEDIA )

“Mentre celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli”. È l’esortazione di Leone XIV all’Angelus di stamani, domenica 4 ottobre, nella riflessione rivolta dalla finestra dello studio privato del Palazzo apostolico ai circa 15mila fedeli presenti in piazza San Pietro nella splendida giornata autunnale e a quanti lo seguono attraverso i media.

San Francesco, operaio della vigna del Signore

Nell’ottavo centenario della morte, il Papa ricorda – tra gli applausi della folla – San Francesco d’Assisi, “un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore”, cui “Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa”, collegando la sua storia al racconto evangelico proposto dalla liturgia domenicale, la parabola dei vignaioli malvagi, nella quale Gesù racconta di una vigna affidata ad alcuni contadini che, invece di consegnarne i frutti al padrone, rifiutano e uccidono i suoi servi e infine anche il figlio.

Attraverso questo episodio, Gesù denuncia il rifiuto di Dio e annuncia la propria morte, ma anche la vittoria della “pietra scartata”, che diventerà pietra d’angolo.

Circa 15mila i fedeli presenti in piazza (VATICAN MEDIA)

Dal male al riscatto

Venuto “per portare la salvezza, riceve una condanna”; intenzionato a “donare la vita, viene messo a morte”: così, spiega il Pontefice, mentre “ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli”, l’insegnamento di Cristo – “rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte” – rivela la sempre più grande misericordia di Dio. Quel violento rifiuto “non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto”, rimarca.

Ecco in che modo l’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute: Dio non butta mai via la nostra vita!

Il Papa durante l'Angelus (VATICAN MEDIA)

Sanare le crepe della discordia

Trasponendo nella realtà le metafore adoperate nel Vangelo, il Vescovo di Roma sottolinea che “la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte”. Si sofferma, nell’ottavo centenario della morte, sul Poverello d’Assisi che “edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo”, condividendone povertà, letizia e sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate.

“Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti” – questo il ritratto delineato dal Papa – Francesco fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come “autentica condizione per la riforma della Chiesa”, riparata “in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno.”

Il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio.

Il Pontefice invoca infine l’intercessione della Madonna, in unione spirituale con i fedeli radunati al Santuario di Pompei per elevare la Supplica alla Vergine del santo Rosario.

Fedeli in piazza San Pietro (VATICAN MEDIA)
(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 04/10/2026)

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PAPA LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La parabola evangelica che viene proclamata nella Liturgia di questa domenica parla della vita di Gesù e illumina il senso della sua missione (cfr Mt 21,33-43). Egli è il Figlio di Dio inviato nel mondo, che però viene rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte. Chi è venuto per portare la salvezza, riceve una condanna; chi vuole donare la vita, viene messo a morte. Mentre ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli, l’insegnamento di Cristo rivela la sempre più grande misericordia del Padre suo.

Quel violento rifiuto, infatti, non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo» (Mt 21,42; cfr Sal 118,22). Gesù stesso ricorda queste parole del salmo, che celebra l’opera meravigliosa fatta dal Signore: proprio lo scarto diventa il fondamento che sostiene tutto. Ecco in che modo l’Onnipotente guida la storia, soccorrendoci in tutte le nostre cadute: Dio non butta mai via la nostra vita!

Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte. A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa. Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa. San Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno.

Carissimi, il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio. Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli.

In quest’opera ci accompagni sempre l’intercessione di Maria Santissima nostra Madre, alla quale ora ci rivolgiamo, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il Santuario di Pompei per elevare la Supplica alla Vergine del santo Rosario.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, a Lourdes, ho invitato a pregare il Rosario, durante questo mese di ottobre, con la speciale intenzione che cessino le guerre e si costruisca la pace. Fra i primi a farlo sono stati i bambini, e lo stanno facendo: dal 1° al 7 ottobre la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” promuove l’iniziativa “Un milione di bambini recita il Santo Rosario”, per la pace e l’unità nel mondo. Ringrazio di cuore tutti i bambini e le bambine che, in tante parti del mondo, si uniscono a questa preghiera; e seguiamo tutti il loro esempio, invocando l’intercessione della Vergine Maria perché i popoli siano liberati dal flagello della guerra. In particolare, preghiamo per la Terra Santa e per le vittime innocenti della violenza.

Nei prossimi giorni, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, avrà luogo in Vaticano un incontro a cui ho convocato i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Sarà un momento di discernimento sinodale, per individuare i passi da compiere per annunciare oggi il Vangelo con le famiglie e le giovani generazioni. Affido alla vostra preghiera questo impegno e soprattutto le famiglie, che, con l’aiuto di Dio, sono segno di speranza e ricchezza inestimabile per la Chiesa e per la società.

Sono lieto per le molteplici iniziative che celebrano l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Ricordo, in particolare, quelle che hanno avuto luogo ad Assisi, con la presenza delle massime Autorità dello Stato Italiano. E saluto anche i Radioamatori di Assisi e Foligno che diffondono il messaggio di pace di San Francesco.

Rivolgo ora il mio saluto a tutti voi, che siete presenti oggi in Piazza San Pietro!

Do il benvenuto ai partecipanti alla International Week of Sacred Music, organizzata dal Pontificio Istituto di Musica Sacra; come pure ai fedeli di Puente Alto in Santiago del Cile; agli insegnanti e agli studenti del Gymnasium Sankt Bonaventura di Dillingen, in Germania.

Saluto i cresimandi di Pinerolo; i fedeli di Fasana Polesine; i ragazzi della Val Brembana che hanno camminato sulla Via Francigena da Viterbo a Roma; l’Associazione FIABA, che promuove campagne per migliorare l’accessibilità dei luoghi pubblici; il gruppo “Mamme che regalano un sorriso”, di Taranto; e l’associazione “Studenti con le Stellette”, di Lurago d’Erba.

Benedico di cuore i fedeli che oggi, da questa Piazza, si recheranno in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Rivelazione sulla Via Laurentina, proseguendo la tradizione avviata dal Papa Pio XII.

A tutti auguro una buona domenica.

Guarda il video


Alessandro D'Avenia: IAA

Alessandro D'Avenia
IAA
Corriere della Sera, 20 settembre 2026


Non c’è ricreazione senza cibo. Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in cartella: salame, formaggio, cioccolata? Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però, affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.

Un gesto rivoluzionario. Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione…) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.
(fonte: sito dell'autore)


domenica 4 ottobre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
4 ottobre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio ama questa nostra umanità come un contadino ama la sua vigna, ma il risultato è quanto mai catastrofico. La sorpresa è nell’invio del suo Figlio Gesù, che donando la sua vita per amore raccoglie tutti gli scartati ed i falliti per costruire con loro un’umanità nuova. Pieni di meraviglia e uniti a Gesù, la pietra scartata diventata pietra angolare a motivo della sua resurrezione, innalziamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/   Dio di misericordia, salvaci

 

Lettore


- Guarda con bontà, o Padre, al popolo che tu hai chiamato da tutte le genti per formare in Cristo Gesù quella vite che sappia portare i frutti che Tu attendi come la giustizia, l’attenzione ai deboli, l’amore reciproco, il rispetto e la custodia della terra. Fa’ che la Chiesa del tuo Figlio possa essere in mezzo all’umanità profumo di vita e non di morte, presenza evangelica liberante e non opprimente. Preghiamo. 

- Ti vogliamo affidare, o Padre, l’azione apostolica di papa Leone, perché in un mondo che ha smarrito l’arte del dialogo e dell’incontro, possa la sua parola costituire un pungolo ed un punto di riferimento per tutti gli smarriti. Illumina ed accompagna tutti i vescovi, che presiedono le varie comunità diocesane e dona a tutti loro una parola vera, che aiuti le comunità a loro affidate a riscoprire la forza e la bellezza del Vangelo. Preghiamo 

- Davanti a Te, o Padre, vogliamo presentare il dolore ed il grido di quel numero enorme di uomini e donne, di bambini ed anziani, che fanno esperienza sulla loro pelle del lato oscuro e cinico di questo progresso tecnologico. Ti vogliamo far presente, inoltre, il dolore della gente di Ucraina, della gente della Palestina, del Medio-Oriente, dell’Africa intera. Fa’, o Padre, che la luce di Gesù risorto apra in quelle popolazioni sentieri di vera umanizzazione. Preghiamo. 

- Non distogliere, o Padre, il tuo volto dalla nostra città, che vive momenti di grande difficoltà. Il dissesto finanziario ed il silenzio della politica stanno creando in tutti i cittadini un senso di rassegnazione e di sfiducia. Dona a tutti noi un sussulto di creatività, per sentirci pienamente responsabili di questa porzione di terra, che Tu ci hai affidato. Preghiamo. 

- Davanti a te, o Padre della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime del sopruso e della violenza, dell’odio razziale e religioso. A tutti, o Padre, dona la gioia di entrare nel tuo Regno di fraternità. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, o Padre, le suppliche della tua Chiesa in preghiera. Fa’ che rimaniamo innestati nel tuo Figlio Gesù, vite vera e feconda, affinché possiamo portare molto frutto, offrendo al mondo speranza e amore. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


Brunetto Salvarani: "Francesco sine glossa”. Il volto autentico di Francesco d'Assisi

A ottocento anni dalla sua morte:

Brunetto Salvarani
"Francesco sine glossa”
Il volto autentico di Francesco d'Assisi

In occasione degli 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi (4 ottobre), l’associazione Bet.PoloBiblico ne propone una rilettura originale in quattro approfondimenti per superare gli stereotipi.


Frammenti della vita di Francesco, ricostruzioni storiche, riletture di testi noti e meno noti, interpretazioni e riflessioni compongono la serie in quattro puntate “Francesco Sine Glossa”
La prima, a cura di Brunetto Salvarani, ridisegna la figura di Francesco, togliendole quei ricami, quei particolari che la recludono in una leggenda sedimentata nei secoli, per raccontare Francesco vero, autentico, un “Francesco Sine Glossa”, appunto. La seconda e la terza sono dedicate a due testi fondamentali: il Cantico di Frate Sole - commentato da Giusi Quarenghi - e il Testamento, commentato da Simona Segoloni. L’ultima, curata da Selene Zorzi, propone uno sguardo profondo, bello, umano sulla figura di Santa Chiara. Ad introdurre e moderare i quattro incontri, sarà Maria Teresa Milano, ebraista.

«Francesco Sine Glossa – spiegano gli organizzatori – è il tentativo di restituire un’immagine autentica di san Francesco, diretta, pulita, liberata dalla coltre spessa delle interpretazioni elaborate lungo i secoli. La straordinaria popolarità di san Francesco nasce da una serie di immagini o di immaginari che poco corrispondono all’effettiva realtà del personaggio: abbiamo un corpus infinito di biografie, leggende, cicli pittorici, rappresentazioni artistiche, film, opere teatrali, un tesoro infinito di grande preziosità che ha però contribuito a creare un’aura attorno a Francesco che lo ha allontanato dalla realtà e che ne ha frenato la comprensione. Bet.PoloBiblico, da sempre impegnata nel valorizzare la conoscenza critica dei rapporti che intercorrono tra testi e figure sacre, società e cultura, propone una nuova lettura della vita di Francesco che esca dal mito che lo rende un santo riconosciutissimo ma inarrivabile, una figura di riferimento più per le devozioni che per la pratica, per scoprire una complessità del personaggio che ne fa un personaggio moderno e attualissimo, un uomo senza tempo, capace di lanciare messaggi, indicare vie».

«Quando si pensa a Francesco, gli si accosta quasi sempre il termine poverello. Peccato che Francesco si sia definito poverello solo una volta, in punto di morte. Questo vezzeggiativo non corrisponde affato alla sua figura, tant’è vero che nei testi e nelle biografie, non c’è mai», spiega Salvarani. «Il Cantico di frate Sole (o Cantico delle Creature), composto da San Francesco d'Assisi tra il 1224 e il 1226, è considerato il primo testo poetico della letteratura italiana scritto in lingua volgare, in particolare in volgare umbro. Rappresenta quindi l'incipit letterario e poetico della nostra lingua», dice Quarenghi. «Nel Testamento Francesco scrive che stare vicino ai lebbrosi ha trasformato le sue emozioni...dall'amarezza alla dolcezza... la piccolezza è la chiave per la fraternità... piccolezza significa non cercare posizioni di potere: per Francesco il contrario della povertà non è la ricchezza ma è il potere», aggiunge Segoloni. «Chiara è donna autorevole che insiste, anche col papa per l'autodeterminazione... È donna che, sull'esempio di Cristo che ha abbattuto il muro tra divinità e umanità, abbatte i muri di separazione tra uomo e donna, tra nobili e borghesi, tra ricchi e poveri , tra schiavi e liberi...e libera così il corpo femminile, che era possesso della famiglia, della chiesa, della società», conclude Zorzi .
(fonte: Adista 02/10/2026)

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Chi è davvero Francesco d'Assisi, oltre l’immagine che abbiamo imparato a conoscere?

Quando pensiamo a Francesco, ci vengono incontro immagini, racconti, parole e rappresentazioni costruite nei secoli.
Ma cosa succede se proviamo a togliere qualche strato?

È proprio da qui che parte Brunetto Salvarani, primo protagonista di Francesco sine glossa: un invito a rileggere la figura di Francesco d’Assisi liberandola, per quanto possibile, dalla coltre di interpretazioni e immagini che nel tempo ne hanno costruito il mito.

«𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎 𝑎 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑜, 𝑔𝑙𝑖 𝑠𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑠𝑖 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑒 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑒𝑙𝑙𝑜. 𝑃𝑒𝑐𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑜 𝑠𝑖 𝑠𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑜 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎, 𝑖𝑛 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒.»

Guarda il video
Francesco vero, autentico


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Vedi anche il post precedente: 


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 48 - 2025/2026 - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 21,33-43

Senza soluzione di continuità con la pagina del Vangelo di Domenica scorsa, questa parabola - destinata ancora ai professionisti del sacro - è un richiamo alla storia di Israele e al suo rapporto d'amore con Dio. Il brano si rifà chiaramente al Cantico del profeta Isaia sulla vigna (Is 5,1-7) che narra l'intreccio tra la fedeltà di Dio e le innumerevoli infedeltà di Israele, tra i continui richiami di Dio alla fedeltà all'Alleanza e l'ostinato rifiuto del suo popolo. Contrariamente, però, a quanto accade nel Cantico, nella parabola narrata di Gesù nessuna responsabilità viene attribuita alla vigna, figura del popolo di Dio, ma agli agricoltori malvagi, i capi politici e religiosi di Israele. Agli infiniti gesti d'amore del Padre, risponde sempre un terribile crescendo di malvagità dei vignaioli, che viene riversata su coloro che li richiamano alla fedeltà, a produrre e a consegnare al Signore della vigna il frutto desiderato. Le Parole di Gesù sferzano e inchiodano coloro che hanno la responsabilità di coltivare la vigna, di far crescere il popolo «nel diritto e nella giustizia» (Os 2,21). E' l'invincibile sklerocardìa dell'uomo, la sua durezza di cuore, ai continui richiami del Padre alla fedeltà all'Alleanza liberamente stipulata. «Jahweh attendeva il diritto ed ecco spargimento di sangue; attendeva giustizia ed ecco, grida di oppressi»  (Is 5,7). La nuova comunità, invece, sarà formata da coloro che, riconoscendosi sempre bisognosi di misericordia, accoglieranno in Gesù il Figlio amato, «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29), Gesù, eterno SI del Padre che vince il male con l'amore, annullando in se stesso i nostri deliri di morte.  


sabato 3 ottobre 2026

LA VIGNA E LA VELA - "I miei dubbi, i miei peccati, il mio tradimento non sono in grado di fermare il suo piano, che avanza nonostante me: la vigna darà frutto, perché Dio non spreca la sua eternità in vendette." - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

 LA VIGNA E LA VELA



I miei dubbi, i miei peccati, il mio tradimento non sono in grado di fermare il suo piano, che avanza nonostante me: 
la vigna darà frutto, perché 
Dio non spreca la sua eternità in vendette.


In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Mt 21,33-43
  

LA VIGNA E LA VELA
 
I miei dubbi, i miei peccati, il mio tradimento non sono in grado di fermare il suo piano, che avanza nonostante me: la vigna darà frutto, perché Dio non spreca la sua eternità in vendette.

Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e averci lavorato, per nominarle per ben sei volte nei vangeli con parabole chiare e dirette, per aver detto di sé: io sono la vite, mio Padre è il vignaiuolo, voi siete i tralci.

Ma oggi, nel Vangelo, c’è una vigna da cui si vendemmiano sangue e tradimento. Una parabola dura, che vorremmo non aver ascoltato. Cupa, feroce, che racconta come la realtà attorno a lui si sia fatta cattiva.

Eppure mi conforta vedere quanto è grande questo Dio tenace che dopo ogni tradimento ricomincia a mandare servitori, profeti, e poi il suo stesso figlio; e quando questi sarà sepolto fuori dalla vigna, fuori Gerusalemme, come pietra scartata, lo farà risorgere, vero vincitore disarmato.

La parabola è trasparente. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: vigna e delusione di Dio.

Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna, che io non abbia fatto? È bella questa immagine di Isaia di un Dio appassionato, che si domanda, come ogni genitore, che cosa potevo fare di più per mio figlio?

La parabola cammina verso un epilogo sanguinoso: Costui è l’erede, uccidiamolo e avremo noi l’eredità! Uccidere per avere: li ispira quella forza primordiale, antica, selvaggia e stupida che in ciascuno dice: Prendi il posto dell’altro, schiaccialo, toglilo di mezzo e avrai il suo campo, la sua casa, la sua donna, i suoi soldi.

Che cosa farà il padrone della vigna? La risposta dei capi è tragica. Vendetta e morte, il fuoco dal cielo. rispondere al male con ulteriore male. Forse anche noi preferiamo un Dio che metta a posto i disonesti, giustiziere con gli altri e misericordioso con noi. Chi non l’ha pensato qualche volta? Gesù preferirà invece andare fino in fondo alla misericordia, e per non perdere nessuno preferirà essere appeso come l’ultimo dei malfattori. E qui introduce la novità del suo Vangelo: la storia dell’amore e del tradimento tra uomo e Dio fiorirà in una vigna nuova.

Perciò io vi dico: il Regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. La vigna sarà data a chi saprà difenderla e farla fruttificare.

I miei dubbi, i miei peccati, il mio tradimento non sono in grado di fermare il suo piano, che avanza nonostante me: la vigna darà frutto, perché Dio non spreca la sua eternità in vendette.

Lanza del Vasto ha intitolato un suo libro con una bellissima immagine visionaria: L’arca aveva una vigna per vela. L’arca del mondo, che galleggia sulle acque di questi ininterrotti diluvi e li attraversa, è sospinta da una vela che è Cristo-vite, della quale noi siamo tralci. Stessa linfa, stesso tronco, stessa radice. Insieme, a rendere la vela sempre più grande e a catturare il vento buono di Dio.

E la terra avanzerà verso una vendemmia di giustizia e di festa, senza più maturare grappoli neri di sangue e amari di lacrime. Noi la vela, Dio il Vento.

A ottocento anni dalla sua morte: Caro Francesco...

A ottocento anni dalla sua morte: Caro Francesco...

A ottocento anni dalla morte, il 3 ottobre del 1226, Francesco d'Assisi continua a inquietare la coscienza dei cristiani per le sue scelte radicali.
Pubblichiamo la bella lettera che mons. Vincenzo Bertolone (dal 15 settembre 2021 arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace) ha indirizzato, idealmente, a San Francesco nell’ottocentesimo anniversario della morte, offrendo una riflessione, seguendo le tracce delle parole di Dante, su quel “matrimonio” mistico con madonna povertà che sa ancora interpellare il nostro presente.

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Mons. Vincenzo Bertolone

A Francesco d’Assisi, povero

Predica agli uccelli (Anthony Falbo).

Caro Francesco,

ti scrivo per i tuoi ottocento anni. Non dalla nascita: dalla morte, la sera del 3 ottobre 1226, quando chiedesti di essere deposto nudo sulla nuda terra della Porziuncola. Per l’occasione, l’Italia ti ha restituito il 4 ottobre come festa nazionale. Il calendario, con quell’ironia che qualche volta sa essere più evangelica dei discorsi ufficiali, nel 2026 lo ha fatto cadere di domenica: niente ponte, niente giorno regalato. Una festa povera anche lei. Tu non te ne sarai doluto: eri abituato a ricevere doni che non si potevano mettere in banca.

***

Da otto secoli, del resto, ti tirano per il saio. Nel 1926, per il settimo centenario, ci provò persino il regime: voleva un Francesco italiano d’ordinanza, possibilmente col saluto prescritto e senza troppe domande sul potere. Oggi ti arruolano gli ecologisti e i pubblicitari, i pacifisti e i venditori di sandali, gli uomini di governo e quelli che non vogliono sentir parlare di Dio. Ciascuno prende il lembo che gli serve e lascia il resto. Amavi il creato: dunque, diventi il patrono di ogni campagna ambientale. Andasti disarmato dal sultano: dunque, garantisci qualsiasi dichiarazione sulla pace. Chiamavi tutti fratelli: dunque, fai da sfondo a un convegno sulla fraternità. Purché, naturalmente, nessuno domandi che cosa accadrà il lunedì successivo.

Non me la prendo con chi ti invoca. Meglio invocarti male che dimenticarti del tutto. Mi chiedo però se, dopo averti invitato, ti lasceremmo parlare. Sul palco, col saio e i piedi nudi, faresti una magnifica figura. Il cerimoniere sorriderebbe; il fotografo ti chiederebbe di voltarti verso la luce.

Poi, verrebbe il momento delle domande, e lì comincerebbero i guai. Chiederesti perché chiamiamo fratello un uomo lontano e trattiamo come un intralcio quello che bussa alla porta. Vorresti sapere quanto è costato il convegno sulla povertà, chi ha preparato la sala, chi ha servito il pranzo e chi pulirà quando saremo andati via. Qualcuno guarderebbe l’orologio. Infine, il moderatore, con molta cortesia, ti toglierebbe il microfono per superamento del tempo.

Ti scrive un vescovo emerito, figlio di Giacomo Cusmano. Ho riletto il canto undicesimo del Paradiso, dove Dante racconta le tue nozze.

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La prima sorpresa è che a lodarti non sia un francescano, ma Tommaso d’Aquino, un domenicano; nel canto successivo Bonaventura ricambia parlando di Domenico. In cielo ciascuno celebra il santo dell’altra famiglia e denuncia le infedeltà della propria. Quaggiù facciamo più volentieri il contrario: portiamo in processione i nostri fondatori e conosciamo a memoria i difetti dei vicini. Per immaginare una simile concordia, Dante dovette salire fino al paradiso. A giudicare da quaggiù, aveva ragione.

Il canto, però, si apre prima di te con una diagnosi che non posso lasciare agli altri: «O insensata cura de’ mortali». Dante vede uomini affaccendati dietro il diritto, la medicina, il potere e gli affari. Nessuno di questi mestieri è un male; lo diventa quando l’occupazione ci fa «in basso batter l’ali». Da medico che si fece servo dei poveri, Cusmano mi ha insegnato che una professione può prendere entrambe le strade. Tu, Francesco, obblighi anche me a chiedermi dove portino oggi le mie ali.

Tommaso comincia da lontano: il Topino, il Chiascio, il Subasio. Sembra una lezione di geografia; poi lascia cadere il colpo: da quella costa «nacque al mondo un sole». Perciò chi parla di Assisi «non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente». Ascesi sarebbe già un bel nome: indica una salita. Ma tu, per Dante, non sei soltanto uno che è salito; sei una luce che è sorta per gli altri. Oriente, del resto, è un nome di Cristo: l’Oriens ex alto del Benedictus, il sole che sorge dall’alto per visitare chi siede nelle tenebre. Dante non ti mette al posto del Signore: la santità non inventa un’altra sorgente, apre una finestra. Quando lessi quei versi da giovane mi parvero un’iperbole. Ora che ho visto quanto buio sappiamo produrre, mi sembrano un bollettino meteorologico: c’è ancora bisogno che sorga il sole.

E quando il lettore si aspetterebbe l’elenco delle tue imprese, Dante parla di una donna. Per lei entrasti in contrasto con tuo padre; lei scegliesti davanti al vescovo, restituendo perfino i vestiti. Era madonna Povertà, una donna a cui, «come a la morte, la porta del piacer nessun diserra». Nessuno le apre volentieri. Era rimasta vedova per più di millecento anni, da quando Cristo era morto sulla croce. Non le era giovata nemmeno la fama di Amiclate, il pescatore di cui narra Lucano: così povero che, quando Cesare in armi bussò alla sua capanna, non ebbe paura, perché non aveva nulla da perdere. Neppure quell’esempio di libertà davanti ai potenti convinse il mondo a corteggiarla. Dante osa dire che, mentre Maria rimase ai piedi, lei salì col Crocifisso: «dove Maria rimase giuso, / ella con Cristo pianse in su la croce». Cristo morì nudo e l’ultima compagna fu la Povertà.

Tu, quella vedova l’hai risposata. E non fu la scenata memorabile di un giovane ribelle che getta i panni nella piazza. Di te Dante scrive: «poscia di dì in dì l’amò più forte». Giorno dopo giorno: ecco la parola che salva le nozze dalla retorica. La fedeltà non vive di una fotografia riuscita, ma del giorno dopo, e poi dell’altro.

Anche Bernardo da Quintavalle lo capì: «si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e, correndo, li parve esser tardo». Noi procediamo adagio, protetti da commissioni, cautele e rinvii, e ci sembra di correre. Bernardo correva e si giudicava in ritardo. E Bernardo non fu convinto da un piano pastorale: vide due volti lieti. Dante dice che la vostra concordia e i vostri «lieti sembianti» facevano nascere negli altri «pensier santi». Noi parliamo spesso di rinuncia con la faccia da funerale, e poi ci stupiamo che nessuno ci corra dietro.

***

Devo però confidarti un dispiacere di famiglia: la tua sposa l’abbiamo lasciata vedova un’altra volta. Ci siamo accasati con signore di ottima dote. La signora Efficienza misura tutto tranne le persone. Madonna Visibilità teme di fare un bene se nessuno lo fotografa. Donna Sicurezza, prima di aprire una casa, domanda come potrà chiuderla senza perdite. C’è poi una cugina elegantissima, l’Immagine: non chiede se una cosa sia vera, ma come verrà percepita. Sono signore utili, bada bene, finché restano ospiti. Il guaio comincia quando prendono le chiavi di casa e mandano la Povertà a dormire nello sgabuzzino.

Non parlo soltanto del mondo. Parlo di noi, uomini e donne di Chiesa. Il povero entra facilmente nelle omelie, nei capitoli generali, nei piani pastorali e nelle fotografie di gruppo. Più difficile è farlo entrare nel luogo in cui si decidono i bilanci, gli orari, le destinazioni e l’uso delle case. A volte sappiamo con esattezza quanto vale un immobile e non conosciamo il nome di chi dorme sotto il suo portico. Diciamo che occorre prudenza. È vero: la prudenza è una virtù. Ma, quando serve soltanto a non rischiare nulla per nessuno, cambia nome; diventa paura con un buon ufficio stampa.

Tommaso, del resto, non concluse il tuo elogio spargendo incenso. Dopo aver lodato te, bastonò i suoi frati, divenuti ghiotti «di nova vivanda» e tornati all’ovile «di latte vòte». Vuoti di latte, ma forse pieni di vento. È una scena che conosciamo: molta alimentazione dell’io e poco nutrimento per il popolo.

Il santo domenicano non considerava la critica una mancanza d’amore. Proprio perché amava la sua famiglia, non la adulava.

Nel canto seguente Bonaventura farà lo stesso con i tuoi frati, divisi fra chi fuggiva la Regola e chi la irrigidiva: «ch’uno la fugge e altro la coarta». La memoria dei fondatori o è pungolo o è cipria. Anche questa sarebbe una bella usanza da importare dal paradiso.

Innocenzo accolse il tuo primo proposito; Onorio approvò la Regola. Poi attraversasti la crociata e arrivasti dal sultano al-Malik al-Kamil. Infine, venne il sigillo che nessun ufficio poteva rilasciare: «nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo». La Verna, le stimmate. Prima l’approvazione di un papa, poi quella di un altro, infine la firma di Cristo impressa non sulla pergamena, ma sulla carne. La tua Regola definitiva eri diventato tu.

***

Qui cominci a metterci seriamente in difficoltà. Possiamo ammirare la rinuncia di un giorno, soprattutto se viene fotografata; tu chiedi che cosa avviene il giorno dopo. Che rapporto abbiamo con il denaro quando nessuno guarda? A quali comodità non sappiamo rinunciare? Quante nostre decisioni pensano prima alla sicurezza dell’opera e poi alle persone per cui l’opera è nata? Amministrare bene è un dovere, e chi spreca i beni destinati ai poveri non è evangelico: è irresponsabile. Ma si può avere un bilancio perfetto e un Vangelo in perdita. Si possono salvare tutti i muri e smarrire la porta.

So l’obiezione: la povertà è bella da cantare, meno da subire. Verissimo. Chi non riesce a pagare l’affitto, aspetta una cura o sceglie tra la spesa e una bolletta non ha bisogno di sentirsi predicare la bellezza della miseria. Tu non chiedevi al povero di accontentarsi; chiedevi a chi possedeva di convertirsi. La tua povertà era una libertà scelta per poter condividere; quella imposta agli altri è un’ingiustizia da combattere. Confondere le due cose significa rendere poetica la sofferenza altrui e lasciare intatta la nostra tavola.

Nel Testamento raccontasti da dove tutto era cominciato: «il Signore stesso mi condusse tra loro», tra i lebbrosi, e tu usasti loro misericordia. Non racconti un convegno ben riuscito sulla marginalità. Racconti un incontro che cambiò il gusto delle cose: ciò che prima era amaro divenne dolce. Il povero cessò di essere un argomento e prese un volto.

Ogni tempo ha i suoi lebbrosi: il malato psichico, il detenuto, il migrante, chi vive per strada, la donna ferita, il vecchio che non produce più. Noi, invece, possiamo discutere per ore di chi resta ai margini senza impararne il nome. Sappiamo persino difendere i poveri con eloquenza, purché non interrompano la riunione e non chiedano di vedere i conti.

Ti si cita spesso anche per la pace. Nel 1219 attraversasti le linee di una guerra e incontrasti il sultano. Andasti da cristiano, senza nascondere la fede; andasti disarmato e ascoltasti. È una combinazione che continua a sfuggirci. C’è chi chiama dialogo il tacere ciò in cui crede e chi chiama fedeltà il rifiuto di ascoltare. Tu mostrasti che si può annunciare il Vangelo senza usarlo come una clava. La pace non è neutralità davanti al male: è il coraggio di non somigliare al male che si combatte.

Oggi la parola pace è pronunciata in sale ben riscaldate, mentre fuori aumentano le armi, i morti diventano cifre e ogni parte custodisce con cura la memoria dei torti subiti, molto meno quella dei torti inflitti. Le guerre trovano sempre un cappellano abusivo disposto a benedirle; i costruttori di pace, invece, devono pagarsi il viaggio.

Forse ci chiederesti anche perché la pace debba cominciare sempre a casa degli altri. La invochiamo tra i popoli e coltiviamo piccole guerre nelle comunità, nelle famiglie, nelle parrocchie, perfino nelle sacrestie. Basta una nomina, un’eredità, una precedenza in processione, e Caino ritrova energia. Parliamo di dialogo internazionale e non salutiamo il confratello del corridoio. Tu, che chiamavi fratello persino il lupo, ci domanderesti almeno di non sbranare l’agnello.

***

E c’è il creato. Ti immaginiamo volentieri mentre chiami fratello il sole e sorella l’acqua. Ma non ti basterebbe sentirci recitare il Cantico davanti a un bel paesaggio. Ci domanderesti come usiamo l’acqua, quante cose ancora buone gettiamo, chi paga il prezzo del nostro benessere e perché i poveri abitino spesso nei luoghi più inquinati. Cantasti fratello Sole quando i tuoi occhi erano ormai quasi spenti: la tua letizia non veniva dalla fortuna. Ci ricorderesti anche il verso che saltiamo più facilmente: «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale». Noi preferiamo fermarci al sole: illumina le fotografie e non rovina il ricevimento. La morte, invece, ricorda che non siamo proprietari nemmeno del nostro respiro.

Di questa tua libertà Giacomo Cusmano comprese qualcosa nella Palermo dell’Ottocento. Era medico: conosceva i corpi e sapeva riconoscere la fame. Da giovane aveva pensato di farsi frate cappuccino questuante; il suo direttore spirituale, Domenico Turano, lo volle sacerdote. Ma la questua gli restò nel sangue: per tutta la vita bussò alle porte perché il pane passasse da una mensa all’altra. Con il “Boccone del Povero” chiese alle famiglie di mettere da parte una porzione della propria mensa per chi non aveva pane.

Un boccone: parola piccola, capace di disturbare una tavola intera. Non si trattava degli avanzi: era una porzione del proprio pasto, messa da parte prima di mangiare. Il povero entrava così nella vita quotidiana di una famiglia, e chi donava rinunciava a qualcosa di suo.

Dante scrive che meritasti il cielo «nel suo farsi pusillo», nel farti piccolo: Cusmano avrebbe riconosciuto al volo quel diminutivo. Non la grande opera che permette al benefattore di ammirarsi, ma il pane quotidiano sottratto alla nostra sazietà. Chiamò i suoi figli e le sue figlie “Servi dei Poveri” e chiamò i poveri «i nostri padroni». Non assistiti, utenti o destinatari: padroni, davanti ai quali il servo rende conto. Chiese ai suoi la «posposizione in tutto al povero»: le comodità, le preferenze e perfino le strutture di chi serve devono cedere il passo al bisogno di chi è servito. E il 4 ottobre 1884, nella tua festa, i primi Fratelli della sua Opera vestirono l’abito.

Da figlio suo devo domandarmi per primo se quel nome governi ancora le mie scelte o sia diventato un’espressione che pronuncio volentieri. Cusmano avrebbe posto la domanda che nessun organizzatore di ricevimenti ama: e il povero, dove lo mettiamo? Non basta rispondere che gli porteremo un piatto. Siede con noi? Può dirci che cosa gli manca o decidiamo noi che cosa deve desiderare? La carità senza ascolto lascia intatto il posto di ciascuno: noi a servire, purché restiamo padroni; lui a ringraziare, purché non disturbi. Il “Boccone”, invece, rovescia la prospettiva: il povero non riceve gli avanzi della nostra vita; ci restituisce il Vangelo che avevamo smarrito.

***

Non ti scrivo, dunque, per chiederti di approvare le commemorazioni dell’ottavo centenario. Alcune saranno sincere, altre solenni, qualcuna persino utile. Ti chiedo di attraversarle come attraversasti la piazza di Assisi: libero abbastanza da lasciare per terra ciò che impedisce di chiamare Dio “Padre” e gli altri “fratelli”.

Se una comunità religiosa conosce meglio il valore dei propri immobili che il nome dei poveri del quartiere, dalle il coraggio di fermarsi. Se un uomo parla di pace e gode nel vedere umiliato l’avversario, comincia da lui. Se chi governa invoca la fraternità e poi considera vite di serie B quelle che non producono, non votano o non hanno documenti, avvicinati senza preavviso. E se io uso parole coraggiose ma difendo le mie piccole sicurezze, non risparmiarmi.

Immagino che, a questo punto, qualcuno ti suggerirebbe moderazione. «Frate Francesco», direbbe con voce affettuosa, «bisogna essere concreti». Tu forse risponderesti che proprio per essere concreto hai baciato un lebbroso, restituito i vestiti, attraversato una guerra disarmato e fondato una fraternità senza conto corrente.

Poi chiederesti: «A casa vostra, chi siede a capotavola?». È la domanda che l’ottavo centenario lascia a me e a chi legge. Chi siede a capotavola nelle nostre chiese, nei municipi, nei bilanci, nelle agende, nelle scelte politiche, nei conventi e nelle famiglie? Il povero, oppure la nostra tranquillità?

Morendo raccomandasti ai frati, «sì com’a giuste rede», come a eredi legittimi, «la donna sua più cara». Nessun testamento di beni: lasciasti loro in eredità la tua sposa, madonna Povertà, e comandasti che l’amassero fedelmente. Il tuo corpo «non volle altra bara». Moristi nudo sulla terra nuda: non perché la morte sia bella, ma perché non avevi più nulla da difendere e nessuno da escludere.

Ottocento anni dopo, la Povertà è ancora qui. Le riserviamo un posto d’onore nelle celebrazioni e uno molto più modesto nelle case e nelle decisioni. Eppure, continua a domandarci se il Vangelo, nelle nostre mani, sia diventato vita oppure arredamento religioso. La tua sposa non è invecchiata di un giorno. Dal tuo Oriente continua a sorgere: qui si è fatto tardi, ma Dante giura che è ancora mattina.

Prega per noi, Francesco. Non perché impariamo a parlare di te: in questo siamo già bravissimi. Prega, perché le parole che pronunceremo domenica arrivino vive fino a lunedì mattina.

Il 4 ottobre ti celebreremo. Il giorno dopo riapriranno uffici, banche, municipi, curie e porte. Se il povero tornerà a bussare e gli diremo di ripassare, la festa sarà riuscita; il Vangelo, no.
(fonte: Settimana News 03/10/2026)


Condividere la prosperità per una società giusta e pacifica di Gianrico Carofiglio

Condividere la prosperità 
per una società giusta e pacifica 
di Gianrico Carofiglio


Tra giugno e agosto di quest’anno, secondo uno studio del Centro Studi Cipnes Gallura-UniOlbia, nelle acque della Gallura sono stati rilevati 3.176 superyacht, cioè imbarcazioni di almeno 24 metri, e il valore stimato di 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari, circa 16,5 miliardi di euro al cambio medio del 2026.

Tanto per fornire un dato di paragone: la Campania, con 5,6 milioni di abitanti, riceve ogni anno dal Fondo sanitario nazionale circa 11,5 miliardi (dato del riparto 2023). Certo, il confronto è tra un patrimonio e una spesa annuale, ma restituisce un ordine di grandezza che aiuta a definire la questione. E la questione riguarda il paese in cui quegli yacht navigano, dove nello stesso momento ci sono persone che aspettano mesi per una visita specialistica nel servizio pubblico, bambini che non hanno nemmeno un pasto proteico al giorno e crescono in case sovraffollate e malsane, famiglie che a fine mese scelgono tra mangiare e riscaldare la casa.

Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa.

Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo.

Oggi rientrano tra gli indispensabili, a mio giudizio, il cibo sufficiente a mantenersi in salute e l’acqua potabile; un’abitazione stabile non sovraffollata, anche se piccola e semplice; la possibilità di alleviare le sofferenze che vengono dal freddo e dal caldo estremo; le cure mediche essenziali, comprese due che il dibattito pubblico tratta come secondarie, la salute mentale e le cure dentistiche. Per la psicoterapia nel servizio pubblico le attese sono spesso molto lunghe, e le cure odontoiatriche, salvo che per i minori e per le persone più vulnerabili, restano a carico dei cittadini, sicché chi non può permettersele rinuncia. Vi rientra un’istruzione che funzioni davvero, oltre all’accesso formale che sulla carta esiste: una scuola con insegnanti stabili e laboratori attrezzati nei quartieri ricchi, e con supplenti precari e aule cadenti in quelli poveri, non offre un servizio universale ma riproduce la disuguaglianza con l’avallo dello Stato. Vi rientra una connessione a internet, perché il lavoro, i servizi pubblici e la formazione passano ormai dal digitale, e un bambino senza connessione affidabile resta escluso da una parte crescente delle opportunità. Vi rientra la mobilità: in molte aree del paese il trasporto pubblico extraurbano è insufficiente, e chi non ha un’automobile non raggiunge il posto di lavoro, non accompagna i figli a scuola, non arriva al pronto soccorso quando l’urgenza non giustifica un’ambulanza. La geografia italiana trasforma la povertà economica in isolamento fisico.

Infine, ed è la voce più spesso dimenticata, la possibilità di partecipare alla vita collettiva senza la vergogna della povertà relativa. Il sociologo Peter Townsend ha definito poveri coloro che non possono permettersi le consuetudini e le attività ordinarie della propria società; Amartya Sen, discutendo la sua tesi, ha ricordato che già Adam Smith contava tra i bisogni la possibilità di presentarsi in pubblico senza doversene vergognare. Quella vergogna è spesso la forma più corrosiva del disagio sociale.

A questa lista va aggiunta una condizione che non è un bene né un servizio: la possibilità che la famiglia e il luogo in cui si nasce non decidano il futuro di una persona. È ciò che chiamiamo ascensore sociale. Perché funzioni, non basta che tutti possano formalmente andare a scuola: occorre che abbiano concrete possibilità di migliorare la propria condizione economica.

Va detto che il primo studio (pubblicato nel 2022) condotto sulle dichiarazioni dei redditi di genitori e figli, quello di Acciari, Polo e Violante, descrive un’Italia meno immobile di quanto indicassero le stime precedenti. L’indicatore misura quanto la posizione dei figli nella distribuzione del reddito dipenda dalla posizione dei genitori: più il valore è alto, più forte è il legame e minore la mobilità sociale. L’Italia registra 0,22, contro 0,18 della Danimarca e 0,34 degli Stati Uniti. La mobilità italiana risulta dunque leggermente inferiore a quella danese ma superiore a quella statunitense. Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove.

Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza.

Michael Sandel, ne La tirannia del merito, mostra che questa ideologia ha un intollerabile costo morale: produce nei vincitori una presunzione di superiorità che non hanno titolo a nutrire e nei perdenti un’umiliazione che non hanno motivo di provare, perché il fallimento viene trattato come colpa personale e non come effetto di condizioni strutturali. Così il sistema si protegge: chi sta in basso si chiede che cosa abbia sbagliato lui o lei, non perché le cose funzionino in quel modo.

In questo contesto va letta la resistenza viscerale a ogni forma di redistribuzione. L’espressione “invidia sociale”, usata di routine per liquidare qualunque proposta di tassare i grandi patrimoni, ne è la versione più efficace: converte una questione di giustizia in una questione di psicologia e la delegittima senza doverne discutere gli argomenti.

Vale la pena guardare da vicino la parola. Redistribuire significa distribuire di nuovo, e l’obiezione conservatrice sfrutta proprio quel prefisso: lascia intendere che esista una prima distribuzione — quella del mercato — giusta in quanto spontanea, e che ogni intervento pubblico la alteri. Ma quella prima distribuzione dipende già da regole sui contratti, sulla proprietà, sulle successioni e sul fisco: regole che qualcuno ha scritto e che si possono riscrivere. In questo senso, ogni sistema fiscale è redistributivo. Può esserlo in modo equo o, più spesso, iniquo. Può aggravare le ingiustizie oppure, al contrario, mettere in moto meccanismi sani ed etici di equità, dignità e prosperità condivisa.

(Fonte:  “La Stampa” - 30 settembre 2026)