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martedì 31 marzo 2026

TONIO DELL'OLIO: Le ingiustizie hanno i giorni contati

Le ingiustizie 
hanno i giorni contati
di Tonio Dell'Olio



Nell’omelia della Domenica delle Palme, Papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa e al mondo una parola davvero disarmante sulla pace. Guardando a Gesù che entra in Gerusalemme e percorre la via della croce, lo ha indicato come Re della pace: mite, inerme, estraneo a ogni logica di violenza.

Un Dio che non si difende, non combatte, non benedice le armi, ma si lascia inchiodare per abbracciare ogni dolore umano. Il Papa ha ricordato che “nessuno può usare Dio per giustificare la guerra”: le mani macchiate di sangue non possono pregare un Dio che è amore. Davanti al Crocifisso si svelano tutte le croci della storia, le vittime di ogni conflitto, i volti feriti dell’umanità. Così il richiamo a Tonino Bello ha aperto uno spiraglio pasquale:
“Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”. 
È la certezza che la morte non avrà l’ultima parola, che le guerre sono destinate a spegnersi e che le lacrime saranno asciugate. 
È il grido della fede: deporre le armi e riconoscersi fratelli. 
Solo così la pace diventa possibile.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 20.03.2026)


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lunedì 30 marzo 2026

La Domenica delle Palme a Gerusalemme: Impedita al card. Pizzaballa l'accesso al Santo Sepolcro per la Santa Messa, nel pomeriggio, ha guidato la meditazione al Getsemani senza la presenza dei fedeli.

La Domenica delle Palme a Gerusalemme
Impedita al card. Pizzaballa l'accesso al Santo Sepolcro per la Santa Messa, nel pomeriggio, ha guidato la meditazione al Getsemani senza la presenza dei fedeli.  


 Domenica delle Palme 2026 - Il Cardinale Pizzaballa celebra nella basilica delle Nazioni, senza fedeli, dopo il divieto impostogli al S. Sepolcro

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, ha guidato dal Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi, la speciale preghiera per la pace, nella solennità della Domenica delle Palme. La supplica si è svolta a poche ore dal blocco imposto dalle autorità israeliane allo stesso Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, di accedere al Santo Sepolcro per la celebrazione della Messa. "Stiamo vivendo una situazione molto complicata'', ''ci siamo riuniti perché vogliamo costruire la pace, la fratellanza'', ha sottolineato il patriarca all'inizio della celebrazione, che si è svolta senza pellegrini. "La guerra ha interrotto il nostro cammino festivo, rendendo difficile persino la semplice gioia di seguire il nostro Re". E ha aggiunto: "Gesù piange ancora una volta su Gerusalemme e su questa Terra Santa"


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Meditazione del Card. Pizzaballa per la Domenica delle Palme al Gethsemane

Gerusalemme, 29 marzo 2026


Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
il Signore vi dia pace!

Siamo al Gethsemane, il luogo dove Gesù, giunto al culmine del suo cammino verso Gerusalemme, si fermò e pianse. I suoi occhi non cercavano le mura maestose o il tempio splendente: guardavano il cuore della città che amava, e vedeva la difficoltà della Città Santa a riconoscere il tempo della grazia.

Oggi, in questo pomeriggio di Domenica delle Palme, siamo qui senza la processione, senza le palme che sventolano per le strade. Non è una mancanza formale: è la guerra che ha sospeso il nostro cammino festoso, rendendo difficile persino la gioia semplice di seguire il nostro Re. I nostri fratelli e sorelle di Terra Santa oggi non possono riempire le strade né unire la loro voce al corteo festoso. Ma la loro assenza non è vuota davanti al Signore. Lui non cerca strade trionfali, ma entra là dove la porta è socchiusa, dove la fedeltà è pane quotidiano. Il Crocifisso Risorto non smette di passare in mezzo a noi. Anche quando la strada è sbarrata, Lui abita il cuore di chi non ha smesso di seguirlo. Ma proprio in questo silenzio forzato, questa liturgia si fa più vera. Perché il grido “Osanna” non ha bisogno di rami per salire al cielo, e la fede non si piega quando le mancano i riti esteriori.

Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela.

Il Vangelo della Passione che abbiamo poc’anzi ascoltato ci consegna il racconto di come Gerusalemme ha risposto a quell’amore. Abbiamo sentito il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, il silenzio di Pilato, il grido della folla che chiede la croce. Abbiamo visto il Signore spogliato, coronato di spine, inchiodato tra due ladroni, schernito da quanti passavano. Sembra che il buio abbia vinto. Eppure, in quelle pagine, c’è un filo luminoso che non si spezza: Gesù rimane fedele fino alla fine, consegnando il suo spirito nelle mani del Padre; la terra trema, le rocce si spezzano, e lì, in quel momento drammatico, il centurione confessa: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

È un particolare quest’ultimo che ci interpella ancora oggi. Il centurione è un soldato che appartiene al mondo della forza, di un potere che si impone. Per mestiere, misura il successo dalla capacità di piegare gli altri, di vincere, di dominare. Eppure, davanti a quest’uomo inchiodato sulla croce, davanti a un amore che non si difende, davanti a una fedeltà che non si piega nemmeno alla morte, il centurione cambia. Il suo criterio di giudizio si spezza. Scopre che la vera potenza non sta nella sua forza o nella spada che uccide, ma nella vita che si dona. E pronuncia la confessione più alta: lui è il Figlio di Dio. Nel momento in cui il potere della morte sembra prevalere, la verità si rivela, l’amore si manifesta e la salvezza si compie.

Oggi, mentre la guerra sembra soffocare ogni parola di pace, proprio qui, dove Gesù pianse, possiamo ascoltare quella stessa confessione. L’ultima parola di Dio per noi è il sepolcro vuoto, è il Signore che precede i discepoli in Galilea, e con loro precede anche noi verso una pace che non è illusione, ma frutto della croce.

“Se avessi compreso anche tu [Gerusalemme], in questo giorno, la via della pace!” (Lc 19,42) – ci dice Gesù. La pace che Lui offre non è un patto fragile tra nemici, ma una pace che passa attraverso la croce, di un Dio che fa dono totale di sé e che non ha bisogno della forza o del potere delle armi. È questo il paradosso che oggi siamo chiamati ad accogliere.

Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico: è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza, ogni collina custodisce la memoria del Dio che si è fatto vicino. Vivere la fede qui significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio.

Ma da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con Lui, ma anche a sperare con Lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha rifiutato il Principe della pace ha visto il sepolcro vuoto. La guerra non cancellerà la resurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza.

Oggi non portiamo le palme in processione. Portiamo invece la croce, ma una croce che non è un peso inutile, bensì la sorgente della vera pace. Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni relazione.

Carissimi, in questa terra che continua ad attendere la pace, siamo chiamati a essere testimoni di un amore che non si arrende. Che il nostro cammino di fede, anche oggi, possa essere un cammino di speranza. E che la nostra vita, pur nella durezza del presente, sappia portare l'amore di Cristo e la sua luce là dove tutto sembra oscurità.

Amen.

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Le reazioni della Chiesa nel mondo dopo che al card. Pizzaballa è stato impedito di celebrare nella basilica del Santo Sepolcro


Nella Domenica delle Palme – che apre la Settimana Santa – la Polizia israeliana ha impedito al card. Pizzaballa e a fra Ielpo l’ingresso al Santo Sepolcro. Un fatto che ha fatto registrare la dura reazione di diverse Conferenze episcopali in varie parti del mondo che hanno fatto appello alla pace

(Foto ANSA/SIR)

Una domenica delle Palme senza celebrazioni nella Città Santa. Ieri un fatto senza precedenti ha segnato la domenica che apre la Settimana Santa. La Polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella basilica del Santo Sepolcro, dove si stavano recando per celebrare la messa. Un fatto che continua a suscitare reazioni e prese di posizione da ogni parte del mondo cattolico e non solo. Dalla Polonia al Messico, dal Brasile all’Europa, vescovi e conferenze episcopali esprimono solidarietà al Patriarcato latino e alla Custodia, denunciando una ferita alla libertà religiosa e un gesto che colpisce milioni di fedeli.

A nome dei vescovi italiani il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha voluto manifestare “lo sdegno per ‘una misura grave e irragionevole’, condividendo quanto dichiarato nel comunicato congiunto del Patriarcato e della Custodia”. Il presidente della Cei ha definito l’episodio “doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto” ed ha chiesto che “l’incidente sia chiarito immediatamente”. “Le autorità locali e le organizzazioni internazionali – ha poi aggiunto – hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico” richiamando le parole di Leone XIV: “al Signore della pace affidiamo le sofferenze di quanti vivono il dramma dei conflitti e delle guerre. A tutti i governanti chiediamo un gesto di riconciliazione e una tregua per la prossima Pasqua”.

I vescovi messicani si uniscono all’appello “urgente per fermare la violenza, rigettare l’uso della religione come giustificazione del conflitto e riconoscere in ogni essere umano un fratello”. “Dalla nostra realtà in Messico, dove la Chiesa lavora attivamente per la costruzione della pace, il dialogo e la riconciliazione, questo avvenimento – si legge nella nota – ci interpella e ci spinge a rinnovare il nostro impegno per una cultura dell’incontro. Crediamo fermamente che la pace non si costruisca dall’imposizione o dalla violenza, ma dal rispetto, dalla giustizia, dal dialogo e dalla fraternità”.
La Chiesa del Messico, attraverso una nota della presidenza della Conferenza episcopale (Cem) ha espresso “il suo profondo dolore e la sua unione con il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa” aggiungendo che quello avvenuto ieri “ferisce la libertà religiosa e la sensibilità di milioni di fedeli nel mondo, all’inizio della Settimana Santa”.

Di fatto “inedito” e “profondamente doloroso” parlano i vescovi del Brasile: “Tale misura, oltre a essere sproporzionata, ferisce principi fondamentali come la libertà religiosa, il rispetto dei Luoghi santi e la tradizione secolare dello Status quo, così necessaria per la convivenza pacifica a Gerusalemme. In un tempo particolarmente sensibile per i cristiani di tutto il mondo, questo avvenimento colpisce non solo la comunità locale, ma anche milioni di fedeli che, in questa Settimana Santa, volgono il loro sguardo e la loro preghiera alla Terra Santa”. I presuli si uniscono in preghiera al patriarcato latino di Gerusalemme, alla Custodia di Terra Santa e a tutti i cristiani della regione, “chiedendo al Signore della pace di rafforzare i cuori davanti alle avversità e di illuminare le autorità, affinché siano rispettati i diritti fondamentali di culto e di libera espressione della fede.
Che Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani, sia sempre più segno di riconciliazione, giustizia e pace”.

“Solidarietà” al card. Pizzaballa e a fra Ielpo è arrivata, tra i tanti, anche dall’arcivescovo di Cracovia, il card. Grzegorz Rys, che è anche presidente del Comitato per il dialogo con l’ebraismo dell’episcopato polacco. Il card. Rys ha sottolineato che le sue parole vanno intese “in nome e non contro il dialogo di cristiani ed ebrei”. Dal 1997 la Chiesa polacca, il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, celebra la Giornata di dialogo con l’ebraismo che “non va definito come dialogo interreligioso” poiché, citando Giovanni Paolo II, i cristiani chiamano gli ebrei “i loro fratelli maggiori nella fede” oppure, come Benedetto XVI parlano “dei nostri padri nella fede”.

E in un messaggio per la Pasqua mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) dice che i presuli hanno seguito “con apprensione e allarme l’apertura di nuovi fronti di guerra, dopo quello ucraino, in Medio Oriente, senza dimenticare i molti altri conflitti in corso sparsi per il globo intero”. “L’imminenza della Pasqua cristiana – scrive mons. Crociata – sollecita i credenti e le persone di buona volontà a incoraggiare tutti gli sforzi volti a fermare le violenze, a chiedere tregue, a far giungere aiuti umanitari”: “il mistero di Gesù risorto ci ricorda che la pace è un dono che scaturisce dalla vittoria della speranza e della vita sulla sofferenza e sulla morte. Come cristiani e come cittadini europei siamo chiamati ad accoglierlo e coltivarlo con l’impegno di proteggere la dignità di ogni persona, promuovere la giustizia e operare nel rispetto del diritto internazionale”.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 30/03/2026)

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Comunicato stampa congiunto del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa
Gerusalemme - Lunedì Santo, 30 marzo 2026

Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni relative alla Settimana Santa e alle celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti. In accordo con la Polizia israeliana, è stato garantito l'accesso ai rappresentanti delle Chiese al fine di celebrare le liturgie e le cerimonie e preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro.

Naturalmente, e alla luce dell'attuale stato di guerra, le restrizioni vigenti sugli assembramenti pubblici restano per il momento in vigore. Di conseguenza, le Chiese garantiranno che le liturgie e le preghiere vengano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e in tutto il mondo.

Esprimiamo la nostra sincera gratitudine a Sua Eccellenza Isaac Herzog, Presidente dello Stato di Israele, per la sua pronta attenzione e il suo prezioso intervento. Estendiamo inoltre il nostro apprezzamento ai Capi di Stato e ai funzionari che hanno agito tempestivamente per comunicare le loro ferme posizioni, molti dei quali ci hanno contattato personalmente per esprimere la loro vicinanza e il loro sostegno.

Desideriamo sottolineare che la fede religiosa costituisce un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto in tempi di difficoltà e conflitto, come quelli che stiamo vivendo, salvaguardare la libertà di culto rimane un dovere fondamentale e condiviso.

Ci auguriamo che si continuino a trovare soluzioni adeguate che consentano di pregare nei luoghi di culto, in particolare nei Luoghi Santi di tutte le religioni, nel rispetto sia delle legittime esigenze di sicurezza sia delle osservanze e preghiere religiose di profonda importanza per centinaia di milioni di fedeli.

La Chiesa mantiene un dialogo costante con le autorità, inclusa la polizia israeliana. Preghiamo e speriamo nella fine della tragica guerra che affligge la regione, consapevoli delle gravi conseguenze che essa ha su tutti.

Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa ribadiscono il loro impegno per il dialogo, il rispetto reciproco e la preservazione dello status quo.

Buona Settimana Santa.





PAPA LEONE XIV: Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue - DOMENICA DELLE PALME - Omelia e Angelus (Testo e video)

Dio non ascolta le preghiere 
di chi fa la guerra 
e ha le mani che grondano sangue
Papa Leone XVI

DOMENICA DELLE PALME 
Omelia e Angelus 
(Testo e video)


OMELIA

Cari fratelli e sorelle,

mentre Gesù percorre la via della croce, ci mettiamo dietro di Lui, seguiamo i suoi passi. E camminando con Lui, contempliamo la sua passione per l’umanità, il suo cuore che si spezza, la sua vita che si fa dono d’amore.

Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, 
mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. 
Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. 
Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. 
Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. 
Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte.

Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo, perché «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14).

Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni» (Zc 9,9-10).

Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52).

Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli «non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità.

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15).

Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra.

Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!

Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello, vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi:

«Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera» (Maria, donna dei nostri giorni).

ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi. Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace.

Desidero anche affidare al Signore i marittimi che sono vittime della guerra: prego per i defunti, per i feriti e per i loro familiari. Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace!

E preghiamo per tutti i migranti morti in mare, in particolare per quelli che hanno perso la vita nei giorni scorsi al largo dell’isola di Creta.

Saluto e ringrazio tutti voi, romani e pellegrini che avete partecipato a questa Celebrazione! Insieme ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, affidando alla sua intercessione ogni nostra supplica. Lasciamoci guidare da lei in questi giorni santi, per seguire con fede e con amore Gesù, nostro Salvatore.



GUARDA IL VIDEO
Celebrazione integrale

domenica 29 marzo 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - DOMENICA DELLE PALME anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


DOMENICA DELLE PALME anno A
Passione del Signore

29 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gerusalemme è la città che ci attende, la città dove Dio vuole abitare, perché è la città della vera fraternità, della convivialità tra popoli diversi. Da veri discepoli del Signore, sentiamoci abitatori di questa città, invocando Dio Padre misericordioso per la salvezza di tutti gli uomini. Preghiamo insieme e diciamo:

R/   Per la passione del tuo Figlio, ascoltaci,  o Padre


Lettore


- Per tutto il popolo cristiano in cammino con Gesù verso la città della fraternità e della pace, perché non si lasci sedurre da altri signori e non faccia proprie le logiche del disprezzo, del respingimento e della negazione degli altri. Preghiamo.

- Per le nostre comunità parrocchiali e religiose, la celebrazione della Settimana Santa diventi un’occasione propizia per meditare la Passione del Signore e interiorizzare il suo amore appassionato per l’umanità, e in particolare per coloro che sperimentano il fallimento della vita. Preghiamo.

- Per tutte le grandi religioni, perché, lasciandosi guidare dalla forza dello Spirito, diventino in mezzo ai popoli un fattore di comprensione e di tolleranza reciproca. Preghiamo.

- Per i governanti delle Nazioni, e in particolare della Russia e dell’Ucraìna, di Israele e della Palestina e dell’intero Medioriente, perché il Signore ispiri pensieri, parole e progetti di pace. Preghiamo.

- Per coloro che governano il nostro Paese e amministrano le nostre città, perché siano attenti ai poveri, al bene comune e al bene delle nuove generazioni. Preghiamo.

- Per le nostre famiglie, perché la ricorrenza della Pasqua susciti in tutti il desiderio di una vita nuova, segnata dalla riconciliazione, dal dialogo e dalla comprensione reciproca. Preghiamo.

- Per tutti noi, che ci prepariamo a celebrare la Pasqua del Signore, perché segni un vero passaggio, un vero salto di qualità nella nostra vita di credenti e di cittadini. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere. Rendici capaci di saper camminare con Gesù nella via della Croce, nella via del dono e dell’amore, e così partecipare alla sua Risurrezione. Te lo chiediamo perché Lui è nostro Signore e Fratello, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.


VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV NEL PRINCIPATO DI MONACO 28 marzo 2026 - Tutti i testi e video integrali e video di un minuto riassuntivo di tutta la giornata

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV
NEL PRINCIPATO DI MONACO

28 marzo 2026

07:00 Partenza in elicottero dall’Eliporto di Città del Vaticano per Monaco

09:00 Arrivo all’Eliporto di Monaco
  • ACCOGLIENZA UFFICIALE
Al suo arrivo, il Santo Padre viene accolto da S. A. S. il Principe di Monaco Alberto II e dalla Principessa Charlène.

Dopo 21 colpi di cannone, la Guardia d’Onore e la presentazione delle rispettive Delegazioni nella hall dell’eliporto, il Papa raggiunge il Salone d’Onore, mentre il Principe e la Principessa partono per il Palazzo del Principe.

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09:25 CERIMONIA DI BENVENUTO nel Palazzo del Principe di Monaco

09:40 VISITA DI CORTESIA A S.A.S. IL PRINCIPE DI MONACO
  • SALUTO ALLA POPOLAZIONE
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11:00 INCONTRO CON LA COMUNITÀ CATTOLICA nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione

Alle ore 10.53 il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in papamobile alla Cattedrale dell’Immacolata Concezione per la celebrazione dell’Ora Media con la Comunità Cattolica prevista alle ore 11.07.

Due bambini hanno offerto dei fiori al Santo Padre, che è stato accolto dal Principe, dalla Principessa e dall’Arcivescovo di Monaco, Mons. Dominique-Marie David, ai piedi della scalinata monumentale, e dal parroco, Canonico Daniel Deltreuil, all’ingresso della Cattedrale.

All’ingresso, tre canonici hanno offerto al Pontefice la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione, che successivamente ha attraversato la navata centrale e raggiunto l’altare, mentre il coro ha intonato un canto. Al termine dell’incontro il Santo Padre si è trasferito in papamobile alla chiesa di Santa Devota.
  • OMELIA NELLA CELEBRAZIONE DELL’ORA MEDIA
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11:45 INCONTRO CON I GIOVANI E I CATECUMENI nell’area antistante la Chiesa di Santa Devota

Alle ore 12.00 circa, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito alla Chiesa di Santa Devota per l’incontro con i giovani e i catecumeni.

Al Suo arrivo nel piazzale antistante la chiesa, il Papa è stato accolto dall’Arcivescovo di Monaco, S.E. Mons. Dominique-Marie David, e dal parroco della chiesa, padre Arz Dominique.

Dopo il saluto di benvenuto da parte dell’Arcivescovo di Monaco e le testimonianze di alcuni giovani e catecumeni il Papa ha pronunciato il Suo discorso seguito dalla benedizione e dal canto finale.
  • DISCORSO DEL SANTO PADRE
Guarda il video

Al termine, alle ore 12.55 circa, Leone XIV si è trasferito in auto aperta all’Arcivescovado dove all’ingresso è stato accolto dal personale. Quindi ha avuto luogo il pranzo.

15:30
SANTA MESSA nello Stadio Louis II

Alle ore 14.45 il Santo Padre si è trasferito in auto aperta allo Stadio Louis II. Al Suo arrivo ha compiuto un giro tra i fedeli in golf cart.

Quindi intorno alle ore 15.30, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.

Guarda il video dell'arrivo allo stadio
  • OMELIA 
Guarda il video integrale della S. Messa

Al termine della Celebrazione, l’Arcivescovo di Monaco, S.E. Mons. Dominique-Marie David, ha rivolto al Santo Padre alcune parole di ringraziamento.

Prima di lasciare lo Stadio, il Pontefice ha salutato alcune persone assistite da associazioni ecclesiastiche e laiche.

17:35 CONGEDO UFFICIALE presso l’eliporto di Monaco

Intorno alle ore 17:15, il Santo Padre ha lasciato lo Stadio Louis II e si è trasferito in auto all’Eliporto di Monaco dove, verso le 17:20, si è svolta la cerimonia di congedo dal Principato di Monaco.

Dopo il saluto del Seguito locale e della Delegazione monegasca nella hall dell’Eliporto, il Santo Padre ha attraversato la Guardia d’Onore e si è congedato da S. A. S il Principe Alberto II e dalla Principessa Charlène, quindi è salito a bordo dell’elicottero ed è partito alle 17.30 alla volta di Città del Vaticano. 

Guarda il video

17:45 Partenza in elicottero dall’Eliporto di Monaco per Città del Vaticano

19:45 Arrivo all’Eliporto di Città del Vaticano

L’atterraggio è avvenuto alle ore 18.57.


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In un minuto il viaggio di Leone nel Principato di Monaco

Le immagini esclusive di Vatican Media raccontano la giornata del Papa nello Stato monegasco, il secondo più piccolo al mondo dopo la Città del Vaticano

Guarda il video

Circa 8 ore di permanenza nel Principato di Monaco, secondo viaggio apostolico per Papa Leone. Il Pontefice è giunto in elicottero intorno alle 9 di oggi, 28 marzo, e dopo la Guardia d'onore, i 21 colpi di cannone e la presentazione delle rispettive delegazioni, Leone XIV si è recato al Palazzo del Principe per la cerimonia di benvenuto, a seguire la visita di cortesia ad Alberto II. In mattinata poi l'incontro con la comunità cattolica nella Cattedrale della Immacolata Concezione e quello con i giovani e i catecumeni nel piazzale antistante la chiesa di Santa Devota, la patrona del piccolo Stato. Ultimo appuntamento di giornata la Messa nello Stadio Louis II davanti a 15mila persone e la cerimonia di congedo per il rientro in Vaticano.
(fonte: Vatican News 28/03/2026)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 21 - 2025/2026 - DOMENICA DELLE PALME anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

DOMENICA DELLE PALME - anno A

Vangelo:

«Veramente costui era Figlio di Dio». Grande è il mistero della rivelazione di Dio agli uomini: il Figlio dell'uomo è riconosciuto come Figlio di Dio da un essere immondo, un pagano. I lineamenti del volto di Dio sono stati riconosciuti nel volto di Gesù proprio da coloro che lo hanno inchiodato sul patibolo del nostro peccato. Solo dopo la sua morte in croce siamo finalmente in grado di sperimentare quanto amore c'è nel cuore del Padre. Davanti al corpo straziato del Signore si lacera il velo che celava il volto di Dio e cessa l'ignoranza che da sempre ci fa fuggire lontano da Lui. La morte in croce di Gesù annulla e distrugge per sempre l'immagine di un Dio giudice inflessibile, terribile e vendicativo che noi, abili costruttori di idoli, abbiamo scolpito, scoprendo finalmente il volto di un Padre che, nonostante i nostri crimini, continua ad amarci follemente. Mai potrà esserci peccato più grande dell'assassinio di Gesù, ma ai nostri deliri di onnipotenza, Dio risponde sempre con la impotenza del suo amore. La croce, da infame patibolo, diviene Sapienza di Dio che vince la sapienza dei sapienti, la potenza che riduce al nulla ogni potere di morte (cfr.1Cor 1,18-31). «Nella croce contempliamo stupiti ciò che nessun uomo avrebbe mai sognato di contemplare: l'inimmaginabile amore del Padre per ognuno di noi» (cit.). La croce, apice della storia di Dio e dell'uomo, diviene il luogo teologico dove Dio e uomo si incontrano formando una sola carne. E come ultimo immenso dono, Gesù consegna a noi il suo stesso Spirito datore di vita, che ricrea un mondo e un uomo nuovi non più sottoposti al potere della morte.


sabato 28 marzo 2026

LA COSA PIU' BELLA DA FARE “Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo.” - DOMENICA DELLE PALME ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA COSA PIU' BELLA DA FARE

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. 
La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, 
la cosa più bella del mondo. 


Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù (...). Mt 26,14 – 27,66
  
LA COSA PIU' BELLA DA FARE
 
Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo.

Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.

La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).

Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.

Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.

Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.

Che cosa l’ha conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere uomini. Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo. E a Pasqua il Risorto mi assicura che un amore così non può andare perduto.

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (1ª parte: la lettera del tredicenne)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(1ª parte: la lettera del tredicenne)


Prima di compiere il terribile gesto, il ragazzo 13enne di Trescore in provincia di Bergamo, aveva annunciato le sue intenzioni su un canale Telegram con una lunga lettera, di cui il quotidiano La Repubblica ha riportato il testo, che pubblichiamo qui di seguito. 

La professoressa ha scritto anche lei una lettera, dettando le parole al suo avvocato. 

* Il testo della lettera del ragazzo, dal titolo «La soluzione finale» *

«Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave».

«Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più spinto a farlo».

«Eppure quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me, la mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che ha deciso che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie è un ottimo modo per rilassarsi».

«L’uniforme militare non è una scelta casuale. L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore, qualcuno che ha avuto la forza di fare ciò che molti non hanno fatto, qualcuno che ha l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni. Sono unico e non sono una copia di nessun attacco scolastico precedente. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare qualcosa di nuovo. Vendetta non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo: mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male. Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita non ha senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».

«Non ho molti amici perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso. Devi dare un senso alla tua vita, e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».

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* Il commento del Ministro Valditara *


"Quanto accaduto presso l'Istituto comprensivo di Trescore Balneario, è un fatto di una gravità sconvolgente" ha detto il Ministro Valditara, secondo quanto riporta ANSA.

"Esprimo innanzitutto la mia forte vicinanza alla docente, ai suoi famigliari, alla scuola. Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani. Misure necessarie da accompagnare a quelle che abbiano già avviato nelle scuole sulla condotta e l'educazione al rispetto e che a breve saranno avviate come quella sulla assistenza psicologica" ha concluso Valditara.

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* La riflessione di Ivano Zoppi *


«È un fallimento educativo che viene da lontano»

L’aggressione nel Bergamasco, dove un tredicenne ha accoltellato la sua docente filmando la scena, rivela una preoccupante deriva. Ivano Zoppi di Fondazione Carolina analizza il caso sottolineando come la logica della performance social e la ricerca della vendetta non possano essere contrastate solo con misure punitive

iStock

Non solo un’aggressione, ma una performance studiata a tavolino: la maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare tutto. Il caso del tredicenne che ha ferito con un coltello la sua docente nel bergamasco solleva interrogativi che vanno ben oltre l’ordine pubblico, toccando il cuore della responsabilità degli adulti e della deriva digitale dei giovanissimi.

Quando si tratta di educazione e digitale, Fondazione Carolina è sempre in prima fila per cercare soluzioni che possano aiutare ragazzi in difficoltà. Ivano Zoppi, di Fondazione Carolina, ci mette in guardia dal confondere la velocità della punizione con l’efficacia della rieducazione.

«Condivido l'urgenza espressa dal Ministro Valditara: servono risposte rapide e concrete. Ma attenzione a non confondere la velocità della risposta con la sua efficacia. Norme più severe sulla diffusione di armi tra i minori sono opportune, ma non possono essere l'unica — né la principale — risposta a ciò che è accaduto oggi. Un ragazzino di tredici anni che si presenta a scuola con un coltello, una maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare la propria aggressione non è un problema di ordine pubblico. È il segnale di un fallimento educativo che viene da lontano — un fallimento che riguarda tutti noi».

E prosegue: «Il Ministro ha giustamente richiamato il tema dell'assistenza psicologica nelle scuole. Bene, ma con quale modello? Con quali risorse? E soprattutto: con quale continuità? Non possiamo continuare a invocare lo psicologo scolastico il giorno dopo la tragedia e dimenticarcene la settimana successiva. Servono presidi educativi stabili, adulti formati e presenti nel quotidiano dei ragazzi — non interventi emergenziali a fatto compiuto».

C'è poi un elemento «che merita una riflessione profonda: questo ragazzo non ha solo pianificato un'aggressione, l'ha messa in scena. La maglietta, i pantaloni militari, il telefono per riprendere tutto. È la grammatica dei social, la logica della performance violenta come spettacolo. Non è un caso isolato: è il sintomo di una cultura digitale che normalizza la violenza come contenuto. Su questo versante, come Fondazione Carolina lo ripetiamo da anni: senza una strategia strutturale di educazione digitale e senza un coinvolgimento serio delle piattaforme, continueremo a intervenire solo dopo, solo troppo tardi».

Infine, una nota necessaria: «questo ragazzo ha tredici anni e non è imputabile. Non lo sarà neanche con nuove norme, se queste non saranno accompagnate da percorsi reali di presa in carico, di giustizia riparativa, di intervento precoce. La punizione senza educazione non protegge nessuno — né le vittime, né i ragazzi che compiono questi gesti».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Chiara Pelizzoni 26/03/2026)

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* La riflessione di Marco Rovelli *

«Quella lontananza mortale dagli adulti»

Nella lettera del 13enne che in provincia di Bergamo ha attentato a scuola alla vita della sua insegnante, una ripetuta rivendicazione di libertà dal controllo e dal giudizio

L’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneari dove sono avvenuti i fatti – foto Ansa

«La soluzione finale» è il titolo scelto per il messaggio scritto su Telegram dal tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante di francese. Si prende in prestito dalla storia un’espressione che condensa tutto il suo orrore, per portarla nel proprio quotidiano

Si tratta di farla finita con la vita, in un gesto nichilistico di annientamento del mondo e di se stessi, di distruzione e di autodistruzione.

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Un gesto di cui viene dichiarato subito la sua natura di surrogato: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre». Lo dice al mondo intero, quel ragazzo, di avere un problema radicale di relazione, e non sapendolo elaborare decide di passare all’atto nel contesto quotidiano in cui sconta la propria incapacità di gestire le relazioni.

La scelta di colpire l’insegnante è una scelta «mirata», scrive. «Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima». La sua condizione autopercepita come vittimaria porta con sé il proprio sentirsi diverso da tutti e superiore ai «comuni mortali» da cui si sente circondato: «L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta», il culto del proprio Io – un Io ancora tutto in formazione, fluido, esposto drammaticamente a un mondo che non è in grado di gestire – è la sua difesa estrema dalla sofferenza che ogni relazione per lui porta con sé.

Quel culto trova espressione estetica nella scelta di come vestirsi, ritualmente, con un’uniforme militare per compiere quel gesto estremo, omicidario e suicidario insieme: «L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati». Ingiustizia, rispetto, diritti, sono parole chiave dell’universo simbolico di quell’adolescente, come di tanti adolescenti: a cui però manca totalmente una dimensione collettiva, incapace com’è di gestire le relazioni sia con i coetanei che con gli adulti.

È palese la distanza abissale dal mondo degli adulti, e la rivendicazione di libertà a autonomia. E l’idea di una scuola inadeguata («La scuola sta fallendo»). Distanza dal mondo degli adulti e rivendicazione di autonomia a fronte dell’eccessivo controllo e giudizio di cui si è oggetti sono senso comune, tra gli adolescenti. Ma qui precipitano, come in un manga, o in una serie coreana, nella necessità della vendetta: «Mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male».

Là dove sei giudicato e ti senti svilito nella tua dignità, là dove sei considerato un loser senza redenzione possibile, non resta che la vendetta, come gesto estremo di affermazione della propria identità.

E si tratta anche di fuggire la «banalità» che vede attorno a sé, e così riscattare la propria identità per differenza. «Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente», scrive: non ha certamente letto Hegel, ma ha ben chiara la questione del riconoscimento da parte dell’altro. Questa differenza risalterà in quel gesto estremo, dove saranno evidenti a chiunque «la forza» necessaria per «fare ciò che molti non hanno fatto», e «l’intelligenza» per «capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni». Solo in questo passaggio della lettera si enuncia un «noi», parlando di «nostri bisogni» – come se percepisse con chiarezza che quella condizione radicale di solitudine e di distanza abissale da ogni adulto non fosse solo sua, ma una condizione comune.

Perciò agisce, ribellandosi a un destino che percepisce essere già stato deciso, e di cui trova nella sua insegnante di francese il massimo responsabile e il nemico perfetto da abbattere, perché tra le umiliazioni che sente di aver ricevuto c’è anche quello di essere stato marchiato e deriso per un disturbo dell’attenzione.

Quest’Io sofferente allo spasimo, che si sente incatenato, con un destino immodificabile, decide di riscattarsi infliggendo la sofferenza estrema: dispensare morte, che è il culmine della trasgressione di ogni regola, l’affermazione radicale della propria libertà, e l’unica possibilità di dare un senso alla propria vita.

Colpisce la scrittura nitida e precisa di questa lettera, inusuale in un ragazzo di tredici anni. E colpisce anche la consapevolezza del fatto che non potrà essere processato, «visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no». E anche questo suona come un segno di quanto sia abissale la distanza dal mondo degli adulti, e dell’insostenibilità dell’esserne giudicati.
(fonte: Il Manifesto, articolo di Marco Rovelli 27/03/2026)


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* La riflessione di Alberto Pellai *

«Come arriva un tredicenne a voler accoltellare la sua prof?»

I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Crescere implica fatica, impegno e responsabilità

Nel riquadro la professoressa Chiara Mocchi accoltellata dallo studente tredicenne a Trescore Balneario (Bergamo) - Ansa

Un tredicenne entra a scuola, quando ancora non sono iniziate le lezioni. In mano ha un coltello; appeso al collo ha uno smartphone da cui ha fatto partire una diretta che riprende in tempo reale ciò che sta per fare. Il ragazzo assale la propria professoressa di francese. La accoltella al collo e al petto e solo la prontezza dell’intervento medico - tramite elisoccorso - le salva la vita. 

Il ragazzo viene fermato e poi condotto in questura. Racconta che il suo gesto è dovuto al fatto che la professoressa gli ha dato un voto più basso di quello che secondo lui, si sarebbe meritato. Inoltre, in un litigio con un compagno, ha preso le difese dell’altro. 

Tutto questo, nella sua visione delle cose, giustifica un tentato omicidio. La sua azione criminale non è il risultato dell’impulso rabbioso. È invece un progetto studiato in ogni particolare. 
Il ragazzo si reca a scuola con una felpa che riporta la scritta “vendetta”. Con sé ha anche una pistola scacciacani. A casa si è procurato, probabilmente tramite acquisti online, materiale esplosivo per produrre un ordigno che, per fortuna, non ha mai portato a termine. Sembra di assistere al copione di un video youtube di una challenge estrema, ovvero quei video in cui ci sono giovanissimi che si riprendono mentre fanno cose molto pericolose con cui dimostrano al mondo il loro “presunto” coraggio.

Tutta questa vicenda mette in scena le peggiori ansie genitoriali ed educative del terzo millennio. 
Che cosa sta accadendo ai giovanissimi? Per quale motivo si muovono nella realtà, immaginando di essere i protagonisti di un film, in cui agiscono copioni criminali che avranno conseguenze enormi sul loro tragitto esistenziale? 

La cronaca afferma che il tredicenne, fermato quasi subito dopo il suo folle gesto, una volta portato in presidenza, ha pianto copiosamente probabilmente essendosi reso conto dell’enormità di ciò che aveva compiuto. Ecco: questo è, secondo me, il fermo-immagine su cui concentrare le nostre riflessioni educative.

La preadolescenza è un’età in cui il funzionamento della mente spinge ad agire senza averci “pensato su”. 
Il cervello emotivo (quello che agisce in modo pulsionale e sulla spinta delle emozioni che un soggetto vive) è molto più potente del cervello cognitivo, che è quello che è in grado di mettere in gioco i freni inibitori, di far riflettere sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio gesto. Molti ragazzi agiscono in base a ciò che sentono e senza pensarci su. In pre-adolescenza tale meccanismo si genera sulla base di una vulnerabilità fisiologica in cui la potenza emotiva non è compensata in modo adeguato dalla competenza cognitiva. La maturità cognitiva, infatti, arriva lenta nel tempo e ha bisogno di tutta l’adolescenza per compiersi in modo pieno. Per questo motivo, la preadolescenza avrebbe bisogno di avvenire in un mondo che “transenna” l’immaginario di ragazzi e ragazze, dirigendolo verso territori in cui si impara la responsabilità, si viene aiutati a regolare le proprie emozioni, si riflette su ciò che è bene e ciò che è male. Invece, che cosa è accaduto negli ultimi venti anni? È accaduto che i nostri figli trascorrono sempre più tempo nel mondo virtuale, che gli adulti veri – quelli della vita reale – sono sempre più distanti e assenti, silenziosi e poco autorevoli. E che ogni giorno il cervello dei minori in crescita galleggia in un brodo digitale in cui si gioca per ore con videogiochi sparatutto, si ascoltano canzoni piene di riferimenti violenti e sprezzanti nei confronti di tutto e tutti, si guardano video estremi dove tutto è centrato sul valore della potenza. È così che muore la possibilità di generare competenza emotiva, cognitiva e socio-relazionale. Così un cervello che ancora non sa come si sta al mondo, si abitua a pensarsi onnipotente e progetta azioni distruttive, trasgressive, a volte criminali come in questo caso. I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. I modelli negativi sembrano più popolari e vincenti di quelli positivi, così che avere in mano un coltello può apparirti più vantaggioso – a livello identitario – che avere in mano un libro. 

È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Per poi magari piangere a dirotto, una volta compiuto il danno, perché ci si accorge che la vita reale non funziona come la video dentro youtube.

Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Che parlino a tavola con loro, evitando che il tempo dei pasti sia un’ennesima occasione per scrollare sul piccolo schermo.

C’è bisogno di portare nelle scuole testimonianze di persone normali – infermieri, panettieri, medici, idraulici, ingegneri, elettricisti – che raccontino ai ragazzi e alle ragazze che la vita reale è tenuta in piedi da persone che ogni giorno gestiscono con impegno e responsabilità il loro ruolo adulto, permettendo a tutti di avere una vita degna di questo nome

C’è bisogno di aiutare chi cresce a immaginarsi persona normale e non grandiosa, capace di reggere le frustrazioni. 

C’è bisogno di studenti che di fronte ad un brutto voto non pensano a quanti errori ha fatto il docente che quel voto gli ha attribuito, ma riflettono su cosa serve per migliorarsi in occasione della prossima prova. 
Il tredicenne bergamasco ha procurato un tentato omicidio perché aveva ricevuto un voto più basso di quello che si aspettava. La sua visione del mondo era totalmente auto-centrata: io mi merito tutto e se non mi riconosci il merito che io penso di avere, allora con te mi arrabbio e ti faccio fuori. Eliminare la fonte di frustrazione, invece che considerarla un’occasione per crescere e migliorarsi: il fulcro della fragilità narcisistica sta tutto qui. E questa società di tale fragilità ne è impregnata a ogni livello. 

Bisogna ripartire dai fondamentali dell’educazione: ovvero che crescere implica fatica, impegno e responsabilità. E che solo il mondo reale sa allenare a questi tre aspetti, perché quello virtuale ha costruito la sua fortuna e il suo successo nell’esatto contrario, essendo facile, disimpegnato e irresponsabile. Ripartiamo da qui.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alberto Pellai 26/03/2026)