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giovedì 25 giugno 2026

Dal 19 al 22 luglio in presenza e in diretta online - LECTIO DIVINA SECONDO LIBRO DEI RE p. Pino Stancari sj

Dal 19 al 22 luglio 2026
 in presenza e in diretta online 
 LECTIO DIVINA 
SECONDO LIBRO DEI RE  
p. Pino Stancari sj

18 (arrivi) - 23 (partenze) Luglio 2026

promossa dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)


Carissime/mi.

Quest’anno la Settimana Biblica con l’amico p. Pino Stancari completa la lectio divina su 1-2 Re.

Come ormai è stile della nostra fraternità, l’ospitalità è gratuita. La partecipazione agli incontri prevede:

- la modalità in presenza, per gli ospiti che risiedono nel convento e per quelli del luogo;

- la modalità in diretta online, per coloro – sia dei fuori-sede sia del luogo – che non possono essere presenti. Gli incontri si tengono nella sala del Convento.

Agli ospiti che risiedono nelle stanze del Convento, ricordiamo di portare la Bibbia, le lenzuola, gli asciugamani e gli effetti personali.




Per seguire la diretta online,

ecco il link della piattaforma “ZOOM” cui collegarsi:


oppure:

Per seguire la diretta su YOUTUBE cliccare su questo link:



Queste due possibilità sono date anche per poter seguire la diretta nel caso vi siano problemi di bassa connessione: se vedete che su zoom non appare nulla, passate su youtube, e viceversa.

Per collegarsi alla diretta, tenere presente che gli incontri delle lectio con p. Pino saranno nei giorni dal 19 al 22 luglio:

- al mattino: h. 9.00 (h. 10.00 solo per domenica 19 luglio) - 11.30 (prevista la pausa);

- al pomeriggio: h. 16.00-18.30 (prevista la pausa).


Per ulteriori informazioni: tel 090 9762800.


La guerra senza testimoni che divora Gaza e Cisgiordania di Anna Foa

La guerra senza testimoni 
che divora Gaza e Cisgiordania 
di Anna Foa


Ci siamo dimenticati di Gaza e ci stiamo dimenticando del Libano, negli stessi momenti in cui l’esercito israeliano lo sta attaccando sempre più duramente. Non servono più anni o mesi a dimenticare, a mettere in secondo piano, a fare scomparire nell’indifferenza le tragedie più grandi. Le ricordiamo un attimo solo, e quando il televisore si spegne sulle immagini di morte e distruzione, queste smettono di essere reali.

E invece non c’è stato arresto alle distruzioni, il sangue continua ad essere sparso. In Libano, nonostante un’altalena di tregue e riprese, dall’inizio delle ostilità, ad oggi sono morti oltre tremila libanesi, molti dei quali civili, molti dei quali bambini. È di due giorni fa l’uccisione di un’intera famiglia, con due bambini piccoli. È morta colpita dal fuoco israeliano anche l’ambientalista di quasi ottant’anni Mona Khalil, che si è per anni occupata delle tartarughe marine. Un’altra terrorista? Come già a Gaza, l’esercito annuncia, anche se non sempre, di essere sul punto di bombardare e ordina l’evacuazione in tempi ristrettissimi. Questo è ciò che anche da noi alcuni definiscono come la prova che non esiste volontà genocidaria da parte del governo israeliano. Nell’ultima ripresa di bombardamenti, seguita due giorni fa all’uccisione da parte di Hezbollah di quattro soldati israeliani, il ministro della Difesa Katz ha dichiarato che ogni lacrima di una madre israeliana sarà pagata con le lacrime di mille madri libanesi. Tanto poco valgono le loro lacrime rispetto a quelle delle madri ebree? Tutto il Libano brucerà, ha aggiunto.

Intanto nelle tendopoli di Gaza, con intorno l’80% delle case distrutte, si continua a morire. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato, solo diminuito, i bombardamenti, come non ha consentito che a una parte dei rifornimenti di entrare nella Striscia ad alleviare la fame dei suoi abitanti. Quasi mille palestinesi sono morti sotto le bombe israeliane dall’ottobre ad oggi e oltre 3.000 sono stati feriti, secondo la rivista israelo-palestinese di opposizione +972 Magazine, che cita fonti ufficiali palestinesi. Nelle ultime settimane, al resto si è aggiunta la carenza drammatica di acqua. Il che significa epidemie, in un contesto privo di strutture sanitarie.

La bella intervista sulle pagine recenti di questo giornale di Francesca Mannocchi ad un poeta e scrittore di Khan Younis, Muhammad al-Zaqzouq, ci svela dall’interno non solo la situazione concreta di Gaza, fra continui sfollamenti da una tendopoli all’altra, ma anche la disperazione dei suoi abitanti, la loro percezione del disastro che li ha sommersi. Emerge nell’intervista la consapevolezza, vera o meno che sia, che Gaza non potrà mai più risorgere. Che cosa succederà quando questa consapevolezza diventerà concreta disperazione di tutti?

Nel Libano, a cui i ministri di Netanyahu vorrebbero riservare la sorte di Gaza, la situazione è ancora lontana dall’essere quella della Striscia. Ma quanto a lungo, se non si metterà fine a questo massacro? I bombardamenti in Libano, accompagnati dall’allargamento delle zone occupate e dallo sfollamento forzato degli abitanti, (da 800.000 a un milione, secondo stime Onu) sono divenuti il mezzo con cui Netanyahu cerca di fermare le trattative diplomatiche tra Usa e Iran: l’Iran denuncia la violazione degli accordi e chiude Hormuz, Trump impone nuove tregue, subito violate. Ma il costo in termini di vite umane è altissimo. E nessuno nel mondo sembra curarsene. Ma c’è un altro fronte anch’esso ignorato, quello della Cisgiordania occupata. E non solo per le continue aggressioni di coloni ed esercito. C’è anche il problema dei 150.000 lavoratori che dai territori si recavano ogni giorno a lavorare in Israele prima del 7 ottobre. Molti lavoratori rimasti disoccupati tentano di scavalcare illegalmente il muro. Prima del 7 ottobre – c’erano infatti restrizioni e divieti anche prima – venivano per lo più arrestati. Ora l’esercito spara e il numero di quanti muoiono per andare illegalmente a guadagnarsi il pane cresce ogni giorno. Il ministro Ben Gvir ha dichiarato che si tratta di un ottimo risultato.

Quando finirà questa immane rappresaglia che colpisce tutto un popolo per vendicare l’attentato, orrendo che sia, del 7 ottobre? O, meglio, per usarlo senza vergogna per raggiungere il progetto politico della “grande Israele”?

(Fonte: “La Stampa” -  22 giugno 2026)

mercoledì 24 giugno 2026

La Giornata delle periferie di Tonio Dell'Olio

La Giornata delle periferie 
di Tonio Dell'Olio




Il 24 giugno 2014, venne uccisa a Caivano la piccola Fortuna Loffredo, vittima innocente di una spirale di violenza, abusi e degrado sociale che per troppo tempo hanno prosperato nell'indifferenza collettiva.

Per questo il Parlamento ha scelto il 24 giugno come Giornata nazionale delle periferie urbane: “al fine di conservare e rinnovare l'attenzione sulle condizioni di inclusività, sostenibilità e sicurezza, sullo sviluppo economico, sociale e culturale e sulla qualità della vita delle città e delle loro periferie”. Una Giornata nazionale ha senso se accende una lanterna su una realtà e ci costringe a guardare.
 Le periferie non sono soltanto luoghi geografici. Sono la misura della giustizia di una società. Là dove mancano scuole adeguate, servizi, trasporti, cultura, spazi di aggregazione e opportunità di lavoro, crescono le disuguaglianze e si allargano le distanze tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Eppure le periferie non sono soltanto cronaca nera, disagio e abbandono. Sono anche laboratori di solidarietà, associazionismo, resistenza civile, creatività popolare. Sono luoghi in cui ogni giorno migliaia di persone costruiscono comunità controcorrente. Accendere una luce sulle periferie significa guardare al futuro del Paese. Una democrazia che lascia ai margini milioni di persone finisce per smarrire il proprio centro. Nessuna città sarà davvero sicura, prospera e umana finché una parte dei suoi abitanti continuerà a vivere nell'ombra.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 24.06.2026)

#il parvenu, l’arrivista - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#il parvenu, l’arrivista 
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Gli arrivisti sono come le scimmie delle quali hanno l’agilità: durante la scalata si ammira la loro destrezza, ma una volta che sono arrivati in cima, non se ne vedono che le parti vergognose.

È certamente un po’ forte, ma colpisce nel segno questa considerazione dello scrittore francese Honoré de Balzac (1799-1850) nel suo romanzo Il giglio nella valle. Se stiamo all’originale, egli parla del parvenu, un termine che ho tradotto con «arrivista» ma che ha un sapore tutto particolare tant’è vero che lo usiamo anche noi in italiano per indicare gli arricchiti volgari, superficiali e ridicoli. Eppure, sono capaci di scalare i vari gradini della società con un’abilità sorprendente, seminando tutti i concorrenti, superando ogni ostacolo, sprezzando ogni rischio.

Ebbene, ciò che manca a loro è il pudore; non provano mai vergogna; ignorano cosa sia la decenza. E per questo che, giunti anche in posizioni di prestigio, si rivelano per quello che sono, parvenu, appunto. Basta che aprano bocca: nonostante la venerazione dei servi che li circondano, subito mostrano «le parti vergognose». Anche nella Bibbia ci sono ritratti sferzanti dell’arroganza dei prepotenti che non sono solo i governanti, come il re di Babilonia (Isaia 14) o il principe di Tiro (Ezechiele 28). Anche altri “arrivisti” comuni sono messi in scena: «Dell’orgoglio si fanno collana e indossano come abito la violenza, aprono la bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra». 
È il Salmo 73 a dipingerli in una rappresentazione vivace e sarcastica. Uno dei danni che essi generano è l’imitazione. Continua il Salmista: «Il popolo li segue e beve la loro acqua in abbondanza», giustificandoli, anzi persino esaltando la loro spregiudicatezza.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore”  - 21 giugno 2026)

martedì 23 giugno 2026

L’allarme del Pontefice dalla sede del Programma alimentare mondiale: Le guerre sono “alimentate” più delle persone

L’allarme del Pontefice dalla sede del Programma alimentare mondiale

Le guerre sono “alimentate”
più delle persone


Urge affrontare le cause che impediscono l’accesso ad acqua e cibo:
fame e malnutrizione sono responsabilità globali

«I conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite»: è una realtà che rispecchia «non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali», quella descritta da Leone XIV nel discorso al Consiglio esecutivo del Programma Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite.

In visita alla sede dell’agenzia Onu a Roma, il Papa ha parlato del compito condiviso e «urgente» di «combattere la fame e la malnutrizione», affrontando al contempo «le cause strutturali sottostanti che le mantengono», ha aggiunto riferendosi a vulnerabilità climatiche, volatilità economica e guerre prolungate. Contro la fame, che «erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata» è essenziale, secondo il Pontefice, «un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale»: solo così saranno possibili una «pace duratura» e uno sviluppo umano «sostenibile e integrale».

In tale contesto, la duplice dinamica innescata da azioni umanitarie sempre più gravate di procedure burocratiche da una parte, e l’accesso a beni essenziali influenzato da considerazioni economiche o strategiche dall’altra, crea «una sfida etica seria», ha scandito il Vescovo di Roma, perché la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale.

Di qui, l’importanza di «resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali», rimarcando come acqua, cibo e assistenza sanitaria «non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici»: l’accesso a cibo adeguato, ha ribadito Leone XIV, «è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona». Da qui l’appello «ai governi e ai popoli del mondo» affinché «rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno».

Sui diritti mancati e le risorse non destinate al bene comune il Papa ha insistito anche al termine del suo discorso, dialogando in videochiamata con alcuni rappresentanti delle zone di frontiera in cui il Pam è operativo.

Salutando infine i dipendenti nel Giardino della Pace, ha incentrato la sua riflessione a braccio sul valore della «comunità» — essenziale in un mondo polarizzato — e della «speranza», senso di una missione da trasmettere specialmente ai giovani.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/06/2026)

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VISITA ALLE SEDE DEL PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE (PAM)

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Sede del Programma Alimentare Mondiale (Roma)
Lunedì, 22 giugno 2026
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Illustri Autorità,
Eccellenze,
Signore e signori,

vorrei ringraziare Sua Eccellenza la Signora Cindy McCain per il suo gentile invito a intervenire a questo incontro annuale del Consiglio Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Saluto in particolare il signor Carl Skau, Direttore esecutivo ad interim, e Sua Eccellenza la Signora Carla Barroso Carneiro, Presidente di questa importante assemblea. Porgo i miei saluti ai Rappresentanti degli Stati Membri, ai distinti ospiti di questo incontro e al personale di questa istituzione intergovernativa, impegnata a salvare vite in situazioni di emergenza e a fornire aiuti alimentari in mezzo ai conflitti e alle catastrofi naturali. L’impegno della vostra istituzione è in profonda sintonia con la missione della Chiesa cattolica di sostenere la dignità umana e promuovere la fratellanza, radicata nella chiamata evangelica ad amare il prossimo (cfr. Mc 12, 31). Insieme, condividiamo il compito urgente di combattere la fame e la malnutrizione, affrontando al tempo stesso le cause strutturali sottostanti che le mantengono. Per svolgere questo compito in maniera efficace, dobbiamo esaminare le sfide che si prospettano, le loro cause sottostanti e i cammini verso soluzioni durature.

Oggi, le crisi si sono trasformate da eventi isolati a realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescenti vulnerabilità climatiche. Ciò solleva una domanda fondamentale: quale configurazione dell’ordine globale è capace di produrre, riprodurre e, talvolta, normalizzare tali condizioni? La questione non si limita più a come intervenire; si estende invece alla comprensione del perché il sistema produce di continuo gli stessi problemi che poi è costretto a correggere.

L’ordine internazionale è diventato sempre più frammentato, dovuto in parte alla crisi del sistema multilaterale. Come ho osservato di recente nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, “[l]e istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite” (n. 201). In assenza di un orizzonte etico comune capace di sostenere la cooperazione autentica, il sistema internazionale è passato dal multilateralismo a “un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza” (Ibidem). Di conseguenza, gli Stati hanno destinato le proprie risorse sempre più alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, ignorando lo stretto legame tra tali questioni e la cooperazione multilaterale.

Questa tendenza rivela un notevole paradosso: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone sempre più estese di estrema vulnerabilità. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso aggravano l’esclusione e la marginalizzazione. Sebbene alleviare la sofferenza umana di principio sia largamente riconosciuto come essenziale, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate in secondo piano tra le priorità internazionali.

È proprio in questo divario tra il riconoscimento di principio e l’attribuzione di priorità nella pratica che assistiamo alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, accanto alla silenziosa mercificazione della vita umana. Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più gravata di procedure burocratiche che possono ritardare gli aiuti a chi ne ha bisogno. Dall’altro, l’accesso a beni essenziali, tra cui il cibo, troppo spesso è influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili.

Questa duplice dinamica crea una sfida etica seria: la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale. In questo contesto, è importante riconoscere che “mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no” (Papa Francesco, Discorso alla Sessione annuale della Giunta Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale, 13 giugno 2016). In effetti i conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite. Questa realtà rispecchia non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali.

Le conseguenze si estendono ben oltre le persone direttamente coinvolte. Oltre a essere una preoccupazione umanitaria, la fame erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata. Inoltre, mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire una educazione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile. Così facendo, perpetua cicli di fragilità che in ultima analisi incidono sulla comunità internazionale più ampia.

Da questo punto di vista, appare evidente che l’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale. Piuttosto, rispecchia la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, opporsi all’esclusione e riconoscere la dignità inerente donata da Dio di ogni persona umana. Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili. In tal senso, il Programma Alimentare Mondiale è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale. Di fatto, laddove le istituzioni nazionali si ritirano e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a evitare che le crisi umanitarie degenerino fino al collasso irreversibile.

Per questa ragione è essenziale un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale. In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato singolo può affrontare da solo le sfide globali. Una pace duratura e uno sviluppo umano sostenibile e integrale sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un dialogo internazionale autentico e da una cooperazione orientata al bene comune. Un tale approccio esige una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire in beni pubblici globali. “Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida” (Visita alla Sede centrale della FAO a Roma, 16 ottobre 2025, n. 6).

In questo spirito, desidero rivolgere un appello ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. Al tempo stesso, tale sostegno dovrebbe consolidare anche l’impegno con la Chiesa e la società civile. Rafforzare le capacità di tutti questi attori nel loro insieme moltiplicherà la nostra efficacia collettiva nella lotta contro la fame.

L’attuazione efficace di questo appello esige la riduzione della burocrazia inutile, di modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone invece di ostacolare l’assistenza. In situazioni in cui i governi non hanno un controllo territoriale effettivo o in cui l’accesso umanitario è limitato, partner locali fidati diventano indispensabili. La Chiesa cattolica — attraverso parrocchie, diocesi, agenzie di Caritas, e altre iniziative confessionali — spesso raggiunge popolazioni vulnerabili in aree che sono inaccessibili per gli attori internazionali. Incoraggio pertanto il Programma Alimentare Mondiale e i suoi partner a continuare a sostenere questi sforzi.

È parimenti importante resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali. Acqua, cibo e assistenza sanitaria non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici. L’accesso a cibo adeguato è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona. Rispondere a questo bisogno non serve solo ad alleviare la sofferenza, ma anche ad affrontare le cause sottostanti di instabilità geopolitica. Di fatto, la sicurezza alimentare è una componente essenziale della sicurezza globale e integrale.

A tale riguardo, è lodevole che, accanto alle operazioni di intervento nelle emergenze, il Programma Alimentare Mondiale estenda il suo lavoro oltre agli aiuti immediati, dedicandosi anche alle iniziative a lungo termine, come i programmi che forniscono pasti ai bambini nelle scuole. Questi investimenti rafforzano l’educazione, lo sviluppo umano e la resilienza sociale, rispecchiando una visione integrale dello sviluppo umano che promuova la dignità, le opportunità e il benessere di tutta la persona.

Eccellenze, cari amici, a essere in gioco non è solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità stessa della cooperazione internazionale. La vostra organizzazione dimostra che un cammino rinnovato è possibile; tuttavia, esige la determinazione a semplificare ciò che è diventato troppo complesso, a dare priorità a ciò che è essenziale e ad assicurare che nessuna persona venga dimenticata. Di fatto, questo impegno è radicato nel riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità inerente e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale. Radicata nell’amore incondizionato e sconfinato di Dio, questa dignità può essere descritta come infinita, poiché nulla ne può diminuire, cancellare o negare il valore (cfr. Lettera Enciclica Magnifica humanitas, n. 53). È proprio con la nostra fedeltà a questa verità che si misura l’umanità delle nostre politiche, e con ciò il futuro della comunità internazionale.

Con questi sentimenti, chiedo a Dio di benedire abbondantemente i vostri sforzi, di modo che tutti possano ricevere il loro pane quotidiano e vivere in dignità. Vi assicuro delle mie preghiere per voi, per i vostri cari e per coloro che servite.

Grazie.
(L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 140, lunedì 22 giugno 2026, p. 2.)

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Guarda il video integrale

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Una mamma scrive a Pellai: «I compiti delle vacanze sono troppi»

Una mamma scrive a Pellai:
«I compiti delle vacanze sono troppi»

Qual è il motivo per cui se ne assegnano così tanti in una stagione che dovrebbe servire a ricaricare le batterie? Senza dimenticare che diventano un impegno anche per i genitori

Getty Images/iStockphoto

Come tutti gli anni, con le vacanze estive siamo alle prese con i compiti. Pur essendo alle medie, lo stile dei compiti assegnati a mio figlio è simile a quello della primaria, ovvero schede, schede, schede. L’estate non dovrebbe essere tempo di puro riposo per gli studenti? Qual è il motivo per cui si assegnano così tanti compiti durante una stagione che dovrebbe servire a ricaricare le batterie e non a consumarle? Tra l’altro i compiti delle vacanze dei nostri figli diventano un impegno enorme per noi genitori perché dobbiamo stare dietro a tutto. Io già non ne posso più dei compiti durante l’anno scolastico, ci mancavano pure i compiti delle vacanze.
Anna Maria

Gentile Anna Maria, guarda che i compiti non li devi fare tu. E’ importante che sia tuo figlio e non tu a sentire la responsabilità dei suoi doveri scolastici. Non studia e non fa i compiti? Si presenterà a scuola a fine estate e dovrà prendersi la responsabilità con i suoi prof. di ciò che non ha fatto. E’ tra lui e loro che la faccenda dovrà essere affrontata se i compiti non verranno fatti. Quindi ti consiglio di non sostituirti a tuo figlio, trasformando i suoi compiti in una tua responsabilità. 

Per quel che riguarda i compiti delle vacanze, penso che non sia giusto mandare il cervello in vacanza. In fin dei conti, il cervello funziona come un muscolo. Gli devi dare risposo quando è stanco, ma se lo fai riposare troppo, poi perde la sua agilità, forza e potenza. 

Però, hai ragione quando dici che le vacanze potrebbero rappresentare un tempo alternativo dove far fare ai ragazzi compiti diversi dal solito. 

Io per esempio gli chiederei di scattare dieci fotografie di luoghi scoperti durante le vacanze per ognuna delle quali spiegare perché quel luogo è stato considerato speciale. 

Inviterei la scuola ad assegnare letture di libri durante le vacanze. Leggere è un nutrimento fondamentale per il cervello e l’estate è il tempo perfetto per farlo, permettendo ai ragazzi di immergersi in narrazioni i cui protagonisti sono vicini ai loro bisogni di crescita e alle loro emozioni.
Ecco alcuni validi consigli di lettura: Centomila battiti di A.Spada (Feltrinelli) una storia di amicizia e di amore sospesa tra presente e passato, Il bambino che voleva pescare le stelle di C.Chiumenti (Mondadori ed) dove due ragazzi diventando amici,guardando le stelle imparano ad affrontare le sfide della vita, Il mondo che non c’è di L.Piccolo (Up Feltrinelli) il cui un adolescente cerca il suo “vero sé” in una sorta di mondo parallelo, Negli occhi di Giovanni di F.Silei e A.Vassallo, che mostra la fatica di crescere in un territorio abitato dalla mafia, Ragazzi dentro di MG Calandrone (De Agostini) che narra storie vere dal carcere minorile, Camillo di F.Carofiglio (garzanti) che aiuta ad amare la lettura attraverso le vicende di una bambina e di un topo archivista, Schoolol. Risate a scuola di F. e F. Taddia (Mondadori) una storia in cui anche i prof. sanno ridere e far ridere.

Leggi anche:
(fonte: Famiglia Cristiana 17/06/2026)


lunedì 22 giugno 2026

In un minuto la visita di Papa Leone a Pavia e Sant'Angelo Lodigiano


In un minuto la visita di Papa Leone
a Pavia e Sant'Angelo Lodigiano

In un video le immagini salienti delle oltre sei ore trascorse dal Pontefice nei due comuni lombardi: dall'arrivo in elicottero a Pavia e la visita al Cnao, poi la liturgia della Parola nella Basilica di San Pietro in Ciel d'oro con l'adorazione delle reliquie di sant’Agostino e l'incontro con la cittadinanza in Piazza della Vittoria. Quindi il trasferimento a Sant'Angelo Lodigiano con la visita alla Basilica di Santa Cabrini e il saluto ai giovani nel campo sportivo



Per approfondire vedi il post precedente:



VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV A PAVIA E SANT'ANGELO LODIGIANO 20/06/2026 (cronaca, testi integrali e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A PAVIA E SANT'ANGELO LODIGIANO

20 GIUGNO 2026


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  • La partenza da Roma, Accoglienza a Pavia e Incontro con il personale e gli ospiti del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO)
Lasciato il Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito all’eliporto del Vaticano da dove, alle ore 13.00, è partito per recarsi in Visita pastorale a Pavia e Sant’Angelo Lodigiano.


Dopo l’atterraggio, alle ore 14.39, nel Campo di Rugby CUS di Cravino, il Papa è stato accolto da: S.E. Mons. Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia; l’On. Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia; la Dottoressa Francesca De Carlini, Prefetto di Pavia; il Dott. Michele Lissia, Sindaco di Pavia; e il Dott. Giovanni Palli, Presidente della Provincia di Pavia.

Successivamente, il Pontefice si è trasferito in auto al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO).

Al suo arrivo, il Papa è stato accolto all’ingresso del CNAO dal Dott. Gianluca Vago, Presidente, e dal Dott. Sandro Rossi, Direttore. Nel corso della visita al Centro, il Santo Padre ha incontrato e salutato alcuni dirigenti e il personale medico.

Durante la visita al CNAO, dopo aver salutato individualmente i bambini e le persone in cura e le loro famiglie, Papa Leone XIV ha rivolto loro alcune parole di saluto. Ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Fate capire a tutto il mondo - ha detto il Papa - come quando ci sono momenti difficili, se non c’è la presenza, l’amore della famiglia, tutto è più difficile”. “Dio non vuole che nessuno soffra” ha aggiunto il Papa, spiegando: “Quello che ci promette Dio è che sarà sempre presente, anche quando siamo troppo deboli, ci manda degli angeli”. Ha poi ringraziato il CNAO, “che fa miracoli” e il personale, “perché Dio opera nelle nostre vite anche tramite i medici, gli infermieri, tante persone”. E infine ha ricordato l’importanza della ricerca, come via per preparare il futuro, e raccomandato “quando le cose sono difficili, mettiamo tutta la nostra fiducia in Dio”.

Prima di lasciare il Centro, il Papa con i giovani in cura e le loro famiglie hanno recitato insieme il Padre Nostro.

Al termine dell’incontro, Papa Leone XIV ha lasciato il CNAO e si è trasferito in auto alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro.

  • Incontro con la Comunità Agostiniana e Celebrazione della Parola di Dio e venerazione delle Reliquie di Sant’Agostino nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro
Al suo arrivo al Convento dei Padri Agostiniani, il Santo Padre è stato accolto da Padre Joseph L. Farrell, Priore Generale; da Padre Gabriele Pedicino, Priore Provinciale; e da Padre Gianfranco Casagrande, Priore del Convento.

Quindi, il Papa ha avuto una breve conversazione con la comunità degli Agostiniani. Dopo il saluto del Priore Generale, Leone XIV ha rivolto alcune parole ai presenti, ricordando come “Sant’Agostino non è nostro, è della Chiesa e la nostra missione è farlo conoscere nella Chiesa”, perché “ha tanto da offrire in questo tempo”. E col pensiero ai tanti pellegrini che giungono alla Basilica, ha sottolineato come questo sia il segno che la gente è alla ricerca, di qualcosa, di qualcuno che è Dio, e come sia necessario “offrire il messaggio di amore per Cristo e amore per la Chiesa” al cuore del pensiero di Sant’Agostino. Infine ha ringraziato i presenti, e augurato “che Sant’Agostino ci aiuti sempre a vivere questa missione”.

Successivamente nel Chiostro, prima di raggiungere in processione la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro per la Celebrazione della Parola di Dio, Papa Leone XIV ha salutato i Vescovi della Lombardia e alcuni collaboratori e ha rivolto alcune parole di saluto e di ringraziamento ai fedeli presenti che lo attendevano.

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Parole a braccio del Santo Padre

Grazie, grazie! Buongiorno a tutti!

Se resto trenta secondi in più riconosco tanti di voi.

Sant’Agostino ci insegna a vivere ciò che Gesù Cristo ci ha insegnato: amare Dio, amare i fratelli e le sorelle. Quando gli hanno domandato: “Qual è più importante dei due?”, rispose: “In ordine a quello che hai scritto, amare Dio, però non sappiamo se stiamo amando Dio se non amiamo i fratelli”. Quindi l’amore fraterno è tanto importante! La carità verso tutti, oggi, è un messaggio di Sant’Agostino, di Gesù Cristo, molto importante per il mondo. Che siamo tutti veramente questo segno di amore, di carità nel mondo! Che sappiamo vivere il perdono, la riconciliazione, la pace!

Dio benedica tutti voi. Grazie per essere qui. È un piacere salutarvi e vi diamo la benedizione.

Benedizione.

Grazie, grazie! Auguri!


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Subito dopo, alle ore 15.55, il Papa ha raggiunto la Basilica, dove erano presenti i Vescovi lombardi, il Clero, i Consacrati e i Diaconi permanenti, per la Celebrazione della Parola di Dio e la venerazione delle Reliquie di Sant’Agostino alla presenza di circa 1800 fedeli, tra l’interno e l’esterno della Basilica.

  • Dopo i saluti di S.E. Mons. Corrado Sanguineti e di Padre Joseph L. Farrell e la Liturgia della Parola, il Santo Padre ha pronunciato la Sua omelia.

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Omelia

Eminenza,
Eccellenze, cari fratelli nell’Episcopato,
cari presbiteri e diaconi,
cari religiosi, religiose e seminaristi,
miei confratelli agostiniani,
fratelli e sorelle,

sono felice di trovarmi qui in mezzo a voi e ringrazio il Vescovo, Mons. Corrado Sanguineti, e Padre Joseph Farrell, Priore Generale dell'Ordine di Sant'Agostino, per le parole di benvenuto che mi hanno rivolto. Sono contento di quanto ho sentito su questa Chiesa che è in Pavia: una Comunità di antica tradizione che rimane viva e presente nella città e nel territorio, attenta ai segni di questo tempo e alle sue sfide, senza lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede.

Per non scoraggiarsi serve uno sguardo animato dallo spirito della fede, che aiuti a leggere la realtà in modo più profondo rispetto a ciò che appare a prima vista, e a non scivolare in un atteggiamento negativo, pessimista, incapace di generare vita nuova. Lo sguardo che ci è richiesto – e che lo Spirito Santo ci dona – è invece quello di Gesù. In mezzo alle difficoltà e alle incomprensioni, Egli vede la mano provvidente del Padre nei gigli dei campi, negli uccelli del cielo (cfr Mt 6,28-29), nutre la speranza nel piccolo seme che cresce (cfr Mc 4,30-33) e invita ad alzare i nostri occhi e guardare i campi che già biondeggiano per la mietitura (cfr Gv 4,35). Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco ci ha spronato a questa lettura spirituale della realtà, dicendo: «Lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità […]. La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo alla zizzania» (n. 84).

Illuminati dalla speranza del Vangelo e prendendo spunto da quanto ci ha detto nella Lettura l’Apostolo Pietro (cfr 1Pt 2,4-10), che chiama “pietre vive” i discepoli del Signore, chiediamoci: come possiamo oggi, qui a Pavia, essere una Chiesa viva?

La prima indicazione dell’Apostolo è essenziale: stare uniti a Cristo, pietra viva, scartata dagli uomini ma scelta da Dio. Cristo è il fondamento dell’edificio spirituale, è la pietra angolare posta come base del nostro cammino ecclesiale, dell’agire pastorale e dell’evangelizzazione (cfr vv. 4-5).

Questo essere costruiti e costruire in Cristo ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale. Naturalmente siamo chiamati a essere realisti, e sappiamo che nelle comunità parrocchiali e nella vita di una diocesi ci sono tante urgenze e tanti impegni che richiedono presenza e molteplici attività. Si tratta però di ricondurre tutto al centro, di costruire sempre a partire dalla pietra angolare, di impedire che le nostre azioni risultino dispersive, centrate unicamente su noi stessi e sui nostri sforzi. Poiché il centro è Cristo, tutti attingiamo da quest’unica fonte e sottoponiamo il nostro impegno al discernimento che proviene dalla sua luce e dalla sua Parola. Allora facciamo crescere una Chiesa in cui si cammina insieme, capace di rinnovarsi senza dividersi, in cui tutti si riconoscono fratelli e lavorano con gioia al servizio del Regno di Dio.

Questo implica quanto all’inizio diceva il vostro Vescovo: dobbiamo imparare ad essere comunità cristiane centrate sull’essenziale, anche se ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato. L’essenziale è vivere con Cristo, e diffondere il suo Vangelo è ciò che ci deve stare a cuore. Lo raccomando anzitutto ai presbiteri, che talvolta possono soffrire il senso di dispersione interiore, di stanchezza per le molteplici incombenze: ritornate sempre al centro, unificate tutto nella relazione con il Signore, e in Lui scoprite la gioia della fraternità presbiterale e il comune lavoro pastorale con i laici. E lo raccomando anche alle religiose e ai religiosi, che conoscono spesso la fatica di attualizzare il carisma a cui appartengono, ma che hanno sempre bisogno di ripartire da Cristo e di mettere in comune i talenti ricevuti sia con altre comunità religiose sia con l’insieme della Chiesa diocesana.

Aderire a Cristo, pietra angolare, ci permette anche di affrontare le problematiche odierne che riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa. In un tempo nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale o, per diverse ragioni, non riescono più ad avvertire come attraente la proposta della fede cristiana per la loro vita, siamo chiamati anzitutto a portare l’annuncio del Vangelo, un annuncio gioioso e liberante di Gesù Cristo, che faccia emergere la bellezza della fede per la nostra vita e per la nostra società. C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede. Perciò, bisogna annunciare il nucleo del Vangelo, cioè Gesù, che nella sua incarnazione, morte e risurrezione ci rivela il mistero di Dio e al tempo stesso il mistero che siamo noi stessi. «Una pastorale in chiave missionaria […] si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario» (Evangelii gaudium, 35).

In questo contesto, la figura di Sant’Agostino brilla di luce preziosa. Il suo pensiero, la storia della sua conversione, la sua spiritualità ci ricordano il valore e il primato dell’interiorità: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore» (De vera religione, XXXIX, 72). Il bisogno di rientrare in sé stessi, di non disperdersi nella frammentazione esteriore, di cercare e trovare un senso che orienti la nostra vita e animi le nostre relazioni, è un’esigenza comune a tutti: oggi esso riaffiora in modi diversi anche nella fretta e nella dispersione del vivere quotidiano, soprattutto negli interrogativi dei più giovani.

Quando la nostra testimonianza di fede è coerente e appassionata, noi stessi diventiamo “pietre vive” che compongono l’edificio spirituale che è la Chiesa. Lo stile di vita dei cristiani, che era nuovo e stupefacente agli inizi, nel confronto con il mondo giudaico e con quello pagano, deve esserlo tutt’ora, nel mondo di oggi. Uniti a Cristo possiamo infatti esprimere il nostro sacerdozio santo, offrendo ogni giorno sacrifici spirituali (cfr 1Pt 2,5). Intessuto di preghiera e di servizio al prossimo, questo culto trasforma la nostra vita in segno del Vangelo attraverso le scelte, le azioni e le relazioni.

Carissimi, come pietre vive, siamo chiamati a essere Chiesa ben radicata nel territorio, Chiesa che cammina in mezzo alle fatiche e alle speranze della gente, esperta nell’arte di ascoltare e di accompagnare, curando le relazioni con le famiglie, con coloro che si preparano a ricevere i Sacramenti e anche con chi si affaccia saltuariamente o è lontano dalla vita di fede.

So che siete già animati da questa passione pastorale e vi invito a coltivarla senza scoraggiarvi, cercando di raggiungere tutti con la gioia del Vangelo, valorizzando il meglio della vostra storia – pensiamo agli oratori – e sperimentando nuove possibilità di incontro. Particolare cura merita l’impegno di rendere organiche le reti di piccole comunità che si incontrano nelle case intorno al Vangelo, aperte al servizio della comunità parrocchiale o pastorale. L’ascolto della Parola genera vivacità spirituale, stimola la testimonianza negli ambienti di vita, anche attraverso i movimenti e le associazioni, spinge a farsi prossimi dei poveri. E, specialmente qui a Pavia, sottolineo l’importanza della pastorale universitaria e del dialogo con la cultura. Lo studio e l’elaborazione scientifica spronano i credenti a pensare una proposta di fede capace di illuminare la ricerca di verità, di giustizia e di bellezza che muove l’animo umano. So che avete iniziato a compiere passi significativi per assumere uno stile sinodale nella vita comunitaria, integrando il cammino tradizionale delle parrocchie con nuove iniziative di evangelizzazione. Vi invito perciò a proseguire su questa strada, imparando sempre più a camminare insieme, nel comune discernimento ed elaborando progetti condivisi, coltivando la fraternità e promuovendo la corresponsabilità.

Cari fratelli e sorelle, Maria Santissima, Madre della Chiesa, vi ottenga il desiderio ardente di vivere e testimoniare il Vangelo, nella carità fraterna che ci rende unico popolo in cammino verso Dio. Venerando le reliquie del santo padre Agostino, chiedo che egli, insieme al vostro Patrono San Siro, interceda sempre per questa Chiesa e per la città di Pavia. Grazie!

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  • Al termine, il Papa ha venerato e incensato le reliquie di Sant’Agostino e infine ha acceso la lampada votiva.

Alle ore 16.50, dopo aver lasciato la Basilica, Papa Leone XIV ha salutato i fedeli nel Piazzale antistante, ha rivolto loro alcune parole di saluto e impartito la benedizione. Quindi si è trasferito in Papamobile a Piazza Duomo.

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Parole a braccio del Santo Padre

Buonasera a tutti! Ciao, buonasera!

Grazie per essere qui. Avete seguito tutta la cerimonia in preghiera qui fuori. Adesso do anche a voi una benedizione, chiedendo che il Signore vi accompagni e vi protegga sempre.

Benedizione.

Auguri a tutti voi! Grazie, grazie!


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  • Adorazione del Santissimo Sacramento, Venerazione delle reliquie di San Siro e Incontro con la Cittadinanza in Piazza Vittoria a Pavia

Alle ore 17.00, lasciata la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in papamobile a Piazza Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione delle reliquie di San Siro.

Al suo arrivo, sul sagrato del Duomo, il Papa ha ricevuto l’omaggio floreale dei bambini e alcuni animatori Gli hanno rivolto delle parole di saluto. Quindi il Santo Padre ha salutato la Comunità sudamericana, e i bambini presenti e ha rivolto alcune parole di saluto e di ringraziamento alle circa 1500 persone che lo attendevano davanti al Duomo.

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Padre Parole a braccio all'esterno del Duomo

Buonasera a tutti!
Grazie! Grazie a tutti per essere qui.
Un saludo a los peruanos, a todos los latinoamericanos.
Un saluto grande a tutti voi!
Evviva Pavia! Viva!

Abbiamo sentito un momento fa dell’importanza della speranza e della pace. Tutti vogliamo vivere in pace. È molto importante che non perdiamo mai la speranza, perché come ci ha detto Sant’Agostino: “Se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace, dobbiamo cominciare con noi stessi”. Ciò vuol dire: basta con parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione.

A tutti gli animatori che sono qui: grazie a voi per il vostro lavoro, per il vostro servizio!

E a tutti i ragazzi: perseverate, partecipate, cercate di costruire autentica amicizia, non un’amicizia solo con lo schermo, con il telefonino. Autentica amicizia, di persona! Presenti! Tutti presenti! E così troveremo che Gesù davvero vive fra noi. Gesù sarà presente.

Allora, grazie a tutti voi. Vi do la benedizione e vi incoraggio davvero a vivere la fede, a vivere questa gioia di essere discepoli di Gesù.

Benedizione

Che siate sempre una comunità viva, di fede, di speranza e di amore.

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Successivamente il Papa è entrato in Cattedrale, dove è stato accolto dai Membri del Capitolo. Subito dopo ha avuto inizio l’adorazione del Santissimo Sacramento e la sosta davanti all’altare di San Siro, primo Vescovo e Patrono della Diocesi e della Città.

Alle ore 17.30, il Santo Padre ha raggiunto a piedi Piazza Vittoria dove alle ore 17.35 ha avuto inizio l’Incontro con la Cittadinanza.

Dopo il saluto del Dott. Michele Lissia, Sindaco di Pavia, e le parole di benvenuto di S.E. Mons. Corrado Sanguineti, Vescovo della Diocesi lombarda, il Papa ha pronunciato il Suo discorso alla presenza di circa 3500 persone.

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Discorso del Santo Padre

Eccellenza Reverendissima,
Signor Sindaco,
Distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio per la vostra accoglienza, così festosa, e per le cortesi parole di benvenuto. Per bocca del Vescovo e del Sindaco, Pavia stessa si presenta dando voce alla bellezza della vostra città. È una bellezza esigente, in quanto rappresenta l’eredità preziosa di un passato che diventa impegno per il presente. La città è in effetti un dono e un compito per chi vi abita: da questa piazza tutti ce ne rendiamo conto, guardando come la vita dei cittadini si rifletta sugli edifici e sulle pietre circostanti.

Ci troviamo tra monumenti che parlano di voi, e che perciò parlano a voi. Mi riferisco non solo a quelli antichi, ma alle case, alle scuole, all’università, all’ospedale, ai centri parrocchiali. Sono tutti luoghi significativi, strutture dotate di senso proprio, che testimoniano accoglienza, educazione, cultura. In forme distinte attestano una medesima cura della persona-in-comunità, con la sua dignità e i suoi valori, quelli che vi uniscono come un solo popolo e che sono anche alla base della Carta Costituzionale italiana.

Attraversando il centro storico di Pavia, nelle vie e nelle piazze si respira una bellezza carica di storia, non superficiale. È questa una caratteristica delle città europee: mentre riconosciamo in esse l’ingegno e il senso civico di chi le ha edificate, ci rendiamo conto di come il valore del tessuto urbano sostenga la loro vita quotidiana e il ruolo proprio che ciascuna di esse ricopre nell’ambito nazionale e internazionale.

Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Il popolo che la abita vi costituisce una società, cioè un organismo che dev’essere ben ordinato nelle sue relazioni e nelle sue leggi. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte. I cittadini sono sempre concittadini! Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano.

Poiché dunque il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio, che custodiscono piazze, parchi, strade come luoghi di incontro per eccellenza. Questa buona cittadinanza sa coltivare la concordia attraverso il dialogo e l’incontro costruttivo tra le persone e le culture che animano Pavia.

Oggi invito ciascuno di voi a ripetere dentro di sé: mi interessa la nostra città! Mi interessa la salute di chi ho accanto, mi interessa la bellezza del luogo in cui abito, mi interessa la qualità della vita negli ambienti in cui lavoro e dove trascorro il tempo libero. Mi interessa questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato, sentendosi in armonia con la natura.

La coltivazione della terra rispecchia la promozione della cultura, che trova a Pavia un modello particolarmente felice. Ricordando la vostra illustre tradizione accademica, penso soprattutto ai giovani e agli studenti che frequentano l’Università cittadina. In questo polo culturale, essi non sperimentano un agglomerato di saperi, ma un sistema capace di formare la persona senza speculare sul suo lavoro. Promuovere le scienze, infatti, significa promuovere l’uomo, che deve sempre restare protagonista delle proprie ricerche.

In tale prospettiva, ad ogni sapere corrisponde una forma di cura: come la scienza medica provvede al corpo umano, così la giurisprudenza si preoccupa del corpo sociale e la filosofia considera il pensiero, da cui l’uomo sviluppa ogni sua arte. Tutto ciò che veniamo a sapere del mondo ci fa conoscere noi stessi e ci fa interrogare nuovamente sulla nostra esistenza, assetata di verità e di giustizia. Di questa sete fu pieno l’animo di sant’Agostino, esempio della sana inquietudine che freme in chi ricerca, in chi studia, in chi educa. La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza.

Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede. Con questa fiduciosa apertura, infatti, la ragione umana domanda e progetta: non si chiude in logiche di profitto o di dominio, ma scopre nuovi modi per prendersi cura di sé e del mondo. Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita.

A questo proposito, anche nella città di Pavia la Chiesa opera come grembo che accoglie tutti, generando una nuova umanità. Ancora oggi, la più antica istituzione cittadina è chiamata a evangelizzare anzitutto come focolare di fede e casa di carità al servizio di chi è più piccolo, povero, solo o anziano, coinvolgendo in questa cura dell’umano tutte le forze di volontariato, alle quali indirizzo la mia stima e la mia riconoscenza. Grazie al vostro impegno, Pavia è prospera, oltre che di beni, anche di virtù: onorate sempre la dignità di ogni vita umana! La croce, che sta nello stemma della vostra città, è ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che la storia di Pavia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano; ed è una storia da scrivere insieme, esercitando una memoria creativa nell’intesa tra cittadini e associazioni, tra la Chiesa e gli Enti pubblici, tra generazioni e culture.

Care sorelle e cari fratelli, mentre invito ciascuno a dare il meglio di sé per il bene di tutti, di cuore imparto su di voi, sulle vostre case e sulle vostre famiglie la mia benedizione. Grazie!


Al termine, dopo l’Atto di affidamento alla Madonna di Piazza Grande e dopo aver salutato una Rappresentanza di Autorità e di fedeli, il Santo Padre ha lasciato Piazza Vittoria e ha raggiunto in auto il Campo di Rugby CUS di Cravino, dove si è congedato dalle Autorità che Lo avevano accolto all’arrivo, partendo in elicottero per Sant’Angelo Lodigiano.

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  • Arrivo a Sant’Angelo Lodigiano, Adorazione del Santissimo Sacramento e Venerazione del Cuore di Santa Francesca Cabrini, Partenza e rientro in Vaticano

Alle ore 18.55, il Santo Padre Leone XIV è atterrato in elicottero allo Stadio comunale “Carlo Chiesa” di Sant’Angelo Lodigiano.

Al Suo arrivo, il Papa è stato accolto da S.E. Mons. Maurizio Malvestiti, Vescovo di Lodi, dal Dott. Cristiano Devecchi, Sindaco di Sant’Angelo Lodigiano.

Successivamente, il Pontefice si è trasferito in papamobile alla Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini per l’adorazione al Santissimo Sacramento e la venerazione del Cuore di Santa Francesca Cabrini. Lungo il percorso il Santo Padre è stato salutato da circa 5000 persone.

Al suo arrivo, il Papa è stato accolto dal Parroco, Mons. Enzo Raimondi e da circa 1000 fedeli.

Dopo il saluto e la preghiera di S.E. Mons. Maurizio Malvestiti, il Santo Padre ha pronunciato il Suo discorso.

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Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

sono felice di salutare tutti voi, concittadini e conterranei di Santa Francesca Saverio Cabrini! Ringrazio il Vescovo, Mons. Maurizio Malvestiti, e il Parroco, il Sindaco e le altre Autorità civili.

Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, Patrona dei migranti, prima Santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917. Quando ho saputo che Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato subito di cogliere l’occasione… Ed eccomi qua. Grazie, grazie della vostra calorosa accoglienza! Così voi mi dimostrate l’amore della Chiesa laudense per il Papa, un amore che madre Cabrini nutriva con singolare devozione e obbedienza.

Infatti, quando fu il momento della scelta decisiva sulla “rotta” da dare alla missione del suo istituto religioso, volle che fosse il Papa a indicarla. E Leone XIII fu chiaro: “Non all’oriente, ma all’occidente”, al servizio delle migliaia di emigrati italiani in America, come già le aveva suggerito il Vescovo di Piacenza, San Giovani Battista Scalabrini.

Attraverso le voci di questi due Pastori illuminati, madre Cabrini interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina, emulando San Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento, maggiore era il bisogno.

Ma, care sorelle e cari fratelli, se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel “segno”, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa.

Domandiamoci: se madre Francesca vivesse oggi, che cosa le direbbe la sua anima missionaria? O meglio, che cosa direbbe il Cuore di Cristo al suo cuore di donna consacrata a Lui e al servizio del suo Regno? E che cosa le avrebbe chiesto un Papa come Francesco, il quale, figlio di emigrati italiani, ha fatto del servizio ai migranti uno dei punti-chiave del suo pontificato?

Carissimi, Papa Francesco ha voluto che la sua quarta Enciclica, Dilexit nos, che è risultata poi l’ultima, fosse dedicata all’“amore umano e divino del Cuore di Cristo”, cioè a quel mistero di carità infinita che è l’unico vero “motore” della vita di Santa Cabrini, di tutto ciò che ha realizzato e, ancor più, di come lo ha fatto. Ebbene, in questa Enciclica, Papa Francesco scrive: «L’attualità della devozione al Cuore di Cristo è particolarmente evidente nell’opera evangelizzatrice ed educativa di numerose congregazioni religiose femminili e maschili che sono state segnate fin dalle loro origini da questa esperienza spirituale cristologica» (n. 150).

Da parte mia, ho ereditato e portato avanti il Magistero di Papa Francesco con l’Esortazione apostolica Dilexi te sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di “accompagnare i migranti”, compare, proprio accanto a San Giovani Battista Scalabrini, la figura di Santa Francesca Saverio Cabrini. «Il suo cuore materno, che non si dava pace, li raggiungeva dappertutto – gli emigrati –: nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere» (n. 74). Lei stessa ha scritto così: «Nessun lavoro sarà troppo difficile, nessuna terra troppo lontana, nessuna persona troppo ferita per l’amore del Cuore di Gesù e per tutti coloro invitati ad essere portatori dell’amore di Cristo nel mondo».

Fratelli e sorelle, cosa c’è di più attuale di questo carisma? Lo dico qui, davanti alla Reliquia del cuore di madre Cabrini, portata dalla Casa-madre di Codogno. Lo dico salutando e ringraziando con affetto le sue figlie spirituali, le Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?

Colgo dunque questa occasione per rivolgere un appello, specialmente ai giovani: conoscete Santa Francesca Cabrini! Leggete i suoi scritti, pieni di passione per Gesù e per la missione; le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri. Chi conosce madre Cabrini, ne rimane conquistato. La sua anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo straordinarie, coerentemente con il motto paolino che aveva scelto per l’Istituto: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13).

Questo appello lo rivolgo in modo speciale alla Chiesa che è a Lodi, che oggi mi ha accolto con tanto affetto! E vorrei esprimerlo in forma di augurio: la Chiesa di San Bassiano si distingua sempre per quei tratti che risplendono in questa sua figlia così gloriosa. Con il suo esempio e la sua intercessione, Santa Cabrini vi aiuti a essere innamorati di Cristo, testimoni del suo Vangelo con stile operoso e generoso, al servizio dei più poveri. Vi aiuti a vivere una sinodalità effettiva, camminando uniti e tendendo insieme alla santità, nella varietà dei doni e dei ministeri. Per questo vi assicuro la mia preghiera.

Infine, prego il Signore per le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in ogni loro comunità: Dio le benedica e le rinnovi nella fedeltà al carisma di madre Cabrini. E possa la Chiesa intera guardare a questa stupenda missionaria dell’Amore, per imparare che cosa significa servire il Regno di Dio nel vivo della storia.

A tutti voi e ai vostri cari imparto di cuore la benedizione apostolica. Grazie!

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Al termine, Papa Leone XIV si è trasferito allo Stadio comunale “Carlo Chiesa” di Sant’Angelo Lodigiano e si è congedato dalle Autorità che Lo avevano accolto all’arrivo.

Prima di lasciare lo Stadio, il Papa si è rivolto alle circa 2200 persone lì radunate, tra cui numerosi giovani e ragazzi, rivolgendo loro alcune parole di saluto e di ringraziamento. Quindi il Santo Padre è salito in elicottero e alle ore 20.18 è partito per far rientro in Vaticano.

Parole a braccio del Santo Padre prima di lasciare Sant'Angelo Lodigiano

Ragazzi buonasera,

c'è un gran dono che avete avuto oggi, tutti: pazienza e capacità di aspettare. Aspettare è un segno di speranza. Grazie per essere testimonianza di speranza! Non dimenticate mai: voi giovani potete cambiare il mondo, e noi aspettiamo, ognuno di voi. Che il Signore vi benedica oggi e sempre!

Grazie per essere qui, grazie per questa gioia, per questa accoglienza. Accogliete tutti nel vostro cuore e con le vostre opere di carità. Il Signore sia con voi.

Vi benedica Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.

Grazie, grazie a tutti! Arrivederci!


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ore 19,45 Decollo da Sant’Angelo Lodigiano
ore 21,15 Atterraggio nell’eliporto del Vaticano