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sabato 18 aprile 2026

DISUBBIDIRE ALLA TRISTEZZA “Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù: non andarcene da questa terra senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo.” - III DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DISUBBIDIRE ALLA TRISTEZZA



Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù:
non andarcene da questa terra, senza essere prima diventati 
pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo. 


Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e con- versavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo (...).

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tra- monto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli oc- chi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»(...) Lc 24,13-35
  
DISUBBIDIRE ALLA TRISTEZZA
 
Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù: non andarcene da questa terra, da questa Emmaus infinita, senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo.

Gesù amava la strada, perché è dove si è più liberi. E amava la casa, perché è dove si è più veri.

Ed ecco che il vangelo propone una storia di strada e di casa. Due discepoli hanno lasciato la città santa, quel loro gruppo chiuso e impaurito, e si sono messi in strada. Loro si allontanano e Gesù si avvicina. Non per correggere il passo o dettare il ritmo, no: per dar loro tutto il tempo di esprimersi, perché se hai fretta, non ascolti.

“Che cosa sono questi discorsi?” E gli raccontano di Gesù. Di come lo hanno seguito, amato, sperato che fosse lui. E si fermarono ‘con il volto triste’, dettaglio importante. Cosa ci indica? Che tutto questo riguarda qualcuno cui volevano molto bene. Davvero tutto finito? Forse no, perché poi le donne hanno sconvolto tutti: la tomba c’era ma lui no!

Allora Gesù li scuote con due parole dirette: stolti e lenti di cuoreIl problema non è ciò che è successo, ma il vostro cuore lento che non vi permette di vedere. Avete davanti tutti i pezzi della storia, ma non sapete rimontarli al posto giusto. Gli occhi sono legati, ma il modo di vedere dipende dal cuore. Se il cuore si apre tutta la storia cambia colore, lo sappiamo per esperienza. Se il cuore si chiude, gli occhi sono ciechi sulle persone, vedono solo i difetti.

Anche il cuore dei due discepoli è chiuso, ma non del tutto: “non ci bruciava forse il cuore lungo la strada, mentre ci spiegava la bibbia e la vita?”. Il dono favoloso dell’accensione del cuore, quando brucia di riconoscenza.

E allora: “Resta con noi perché si fa sera”. Hanno fame di parole, di compagnia, di casa. Gesù entra in una casa della quale non è detto niente, proprio perché possa essere la nostra, la casa di tutti.

Un maestro dei chassidim un giorno chiese ai discepoli: Dove sta Dio? Ma come, rabbi, ci hai sempre insegnato che Egli è in cielo, in terra, in ogni luogo… Mi sbagliavo, Dio sta soltanto là dove lo si lascia entrare.

E Lo riconobbero nello spezzare il pane. Come mai? Ogni padre spezzava il pane di casa. Ma tre giorni prima Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.

Lo riconobbero da questo, perché prendere qualcosa di proprio, (almeno un po’, o molto, o tutto...) e darlo agli altri contiene il segreto dell’intero Vangelo. Dio che si dona, nutre, alimenta, e scompare.

Prendete: è per voi. Questo “per voi” è il miracolo grande. Sono venuto perché abbiate la vita, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Perché disubbidiate alla tristezza, questa la vostra missione: tenere al laccio la delusione. Dicendole: tu non mangerai nel mio piatto, non spezzerò il mio pane con te.

Il segreto buono della vita è quello stesso di Gesù: non andarcene da questa terra, da questa Emmaus infinita, senza essere prima diventati pezzo di pane buono per la fame e la pace del mondo.


VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun 17/04/2026 In un minuto la quinta giornata di Papa Leone XIV in Africa


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Venerdì 17 aprile 2026

YAOUNDÉ – DOUALA – YAOUNDÉ

09:00 Partenza dall’Aeroporto di Yaoundé-Nsimalen per Douala
09:55 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Douala
11:00 SANTA MESSA nel “Japoma Stadium”

13:20 VISITA PRIVATA ALL’OSPEDALE CATTOLICO SAINT PAUL

14:10 Partenza dall’Aeroporto di Douala per Yaoundé
15:15 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen
17:30 INCONTRO CON IL MONDO UNIVERSITARIO all’Università Cattolica dell’Africa Centrale


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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun

In un minuto la quinta giornata di Papa Leone XIV in Africa 

Il terzo giorno del Pontefice in Camerun, con la partenza da Yaoundé per presiedere la Messa nello Stadio Japoma, fino al ritorno nella capitale del Camerun e l’incontro con il mondo universitario


Leone XIV ha lasciato nella mattina la capitale Yaoundé per volare verso l’ultima delle tre tappe del suo viaggio apostolico in Camerun: Douala. È atterrato all’aeroporto internazionale della città più popolosa del Paese alle ore 9:24 locali. Ha presieduto la Messa presso lo Japoma Stadium, con la partecipazione di oltre 120 mila fedeli festanti, e, al termine, ha raggiunto l’ospedale cattolico Saint Paul. Dopo la visita privata si è diretto verso l‘aeroporto di Douala per tornare a Yaoundé. Giunto di nuovo nella capitale, alle ore 17.30 locali ha incontrato il mondo accademico, presso l’Università Cattolica dell’Africa Centrale.

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - 17/04/2026 Gli incontri del pomeriggio - Papa Leone XIV agli universitari: «I cristiani, i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”»


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Venerdì 17 aprile 2026

DOUALA – YAOUNDÉ

14:10 Partenza dall’Aeroporto di Douala per Yaoundé
15:15 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen
17:30 INCONTRO CON IL MONDO UNIVERSITARIO all’Università Cattolica dell’Africa Centrale


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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun
Gli incontri di venerdì pomeriggio

Papa Leone XIV: «I cristiani, i giovani cattolici africani,
non devono avere paura delle “cose nuove”»

E ai giovani universitari raccomanda di non seguire la tendenza migratoria: servite il vostro Paese e volgete a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui

Papa Leone XIV all'Università Centrale dell'Africa | Credit Vatican Media

Un'università in cammino e festante, così si potrebbe definire l'istituzione cattolica accademica dell'Africa centrale (Ucac), che è la tappa finale del penultimo giorno di papa Leone XIV in Camerun. Un'istituzione che coinvolge ben sei Paesi dell'area geografica come: il Camerun, la Repubblica centrafricana, il Congo-Brazzaville, il Gabon, la Guinea Equatoriale e il Ciad. Fondata dall'Associazione delle conferenze episcopali della regione dell'Africa centrale a seguito di un accordo firmato nel 1989 tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, l'università cattolica copre vari campi del sapere: teologia, filosofia, scienze politiche e giuridiche, scienze sociali e management. L'università ora conta più di 2000 studenti. Inoltre, a celebrare questa tanto attesa visita c'è stata anche nel cuore del campus l'inaugurazione di una piazza intitolata al vescovo d'Ippona, sant'Agostino, così caro al pontefice. E si sta già pensando alla costruzione di un ospedale universitario dedicato al papà: questo diventerà il Centro Universitario Cattolico Leone XIV. 

All'arrivo di papa Leone XIV, canti di gioia, di tripudio: sembra un tifo da stadio quello che i giovani universitari africani destinano al pontefice. Un tripudio che scoppia nel momento in cui papa Leone XIV si trova nel campus vero e proprio: dietro a lui una grande statua, simbolo dell'Africa. Cori, tanti cori, e balli: il ritmo è coinvolgente. Molti giovani indossano le t-shirt color giallo, color verde, i colori del Camerun. Il pontefice entra in un padigilione che dà sul verde che circonda l'università.

A prendere la parola, per primo, il magnifico rettore, Thomas Bienvenu Tchoungui, che ha destinato al pontefice le canoniche parole di benvenuto, in francese, esprimendo la sua personale “gioia immensa e profonda gratitudine” per questa visita. Con orgoglio dichiara che "nonostante la diffusa disoccupazione. Più del 75% dei nostri studenti accede a un lavoro qualificato, e più di 40000 alunni ricoprono incarichi di grande responsabilità nei Governi, nelle imprese e nelle istituzioni, in Africa e in tutto il mondo". E a papa Leone XIV tiene a precisare: "È la sua università. Lei quindi qui è a casa sua". Oltre alle due iniziative promosse dall'università - la piazza e l'ospedale - il rettore tiene a ricordare il prossimo congresso internazionale di maggio 2026 su “La sapienza agostiniana di fronte alle poste in gioco e alle sfide delle Scienze e della Teologia in Africa e nel mondo oggi”.

Le testimonianze, poi, di tre persone: l'abate Louis-Claude Mbarga, rettore magnifico INUCAST e coordinatore della PUICC (la Piattaforma delle Università e degli Istituti Cattolici del Camerun) e due rappresentanti per gli studenti. L'abate espone i vari insegnamenti dell'università con dovizie di numeri e di temi. Ma, le testimonianze più toccanti, rimangono quelle dei due rappresentanti degli studenti. Il primo rappresentante degli studenti, in inglese: "Ci permettiamo anche di affidarle le nostre speranze. Molti studenti talentuosi si trovano ad affrontare grandi difficoltà finanziarie. Auspichiamo un maggiore sostegno ai sistemi di borse di studio, affinché la mancanza di mezzi non sia mai un ostacolo alla vocazione intellettuale e professionale". Il secondo, in francese, invece, pone delle domande a papa Leone XIV: "Come affrontare le nuove sfide della criminalità informatica? L'influenza dei social network? La tentazione dell'isolamento? La perdita della fede alimentata dalla globalizzazione e dall'avanzare della secolarizzazione, che non risparmia più l'Africa? Che cosa fare per resistere alla tentazione migratoria, per andare a cercare un futuro migliore altrove? Sono tutte domande che animano i giovani di oggi".

E nel suo discorso, il pontefice sembra rispondere ai quesiti di tanti giovani. Comincia con il sottolineare quanto le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, possono divenire “vere e proprie comunità di vita e di ricerca”, che introducono “studenti e docenti a una fraternità nel sapere”. E' l'esperienza comunitaria che sottolinea il pontefice: “Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un'autentica cultura dell'incontro”. Grazie al sapere, che vuol dire soprattutto dialogo è possibile togliere di mezzo l'individualismo, l'apparenza e l'ipocrisia: “L'Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione” sottolinea papa Leone XIV. E' la ricerca comune della verità ciò che ricorda papa Leone XIV: è questo che fa importante un ateneo. E ricorda il testo della poesia-preghiera “La luce gentile” di John Henry Newman. La fede, allora, riesce ad "illuminare" lo sguardo della scienza: "Questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande".

Lo sguardo del pontefice poi si concentra sull'Africa che “può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un'umanità che fatica a sperare”. E aggiunge: "Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all'interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei diversi contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale". E sottolinea quanto “la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società”. Ed è sempre nella “coscienza che si elabora il discernimento morale, con il quale liberiamo liberamente quel che è vero e onesto” continua il pontefice.

I giovani, altro tema, inevitabile, del discorso pronunciato davanti agli universitari africani: “I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove””. Questo passaggio ricorda assai Leone XIII, il pontefice, appunto, della Rerum Novarum . E poi, un invito ai giovani africani a diventare pionieri di “un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall'affannosa ricerca di materie prime e terre rare”.

Il presente, poi. Anzi, quasi il prossimo futuro. Un riferimento all'intelligenza artificiale, la sfida dei giorni prossimi: “Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale” ribadisce il pontefice. E mette in guardia da facili incomprensioni del nuovo strumento digitale: “Quando la simulazione diventa norma, l'umana capacità di discernimento si atrofizza ei nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale”. Da ciò l'invito alle università cattoliche a doversi "assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a conoscenze conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci d discernimento e cuori disposti all'amore e al servizio".

Una delle tante problematiche che il Camerun presenta è quella della “comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore”. Ma il pontefice invita invece a “rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui”. E' questa la ragione d'essere della nascita di un'Università africana di riferimento come quella a cui il pontefice, oggi, fa visita. Un ultimo pensiero, un ultimo invito, alla fine, ai giovani universitari: “Siate sempre ben consapevoli del fatto che, insieme alla trasmissione del sapere e all'abilitazione delle competenze professionali, questa Università mira a contribuire alla formazione integrale della persona umana”. E, l'ultimo riferimento a una virtù, fondamentale nel mondo accademico, l'umiltà: “Qualunque sia il nostro ruolo e la nostra età, dobbiamo sempre ricordare che siamo tutti discepoli, cioè c ompagni di studio con un unico Maestro, che ha tanto amato il mondo da dare la sua vita”.

Le autorità competenti locali confermano la presenza di circa 8.000 persone. Così una nota della Sala Stampa vaticana.
(fonte: ACI Stampa, articolo di M arco Mancini e Antonio Tarallo 17/04/2026)

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Testi e video integrali

Partenza dall’Aeroporto di Douala per Yaoundé 

Al termine della visita privata, il Santo Padre si è recato in auto all’Aeroporto internazionale di Douala e, dopo essersi congedato da alcune Autorità locali, è ripartito alle ore 14:19 alla volta di Yaoundé. 


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ARRIVO all’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen

L’atterraggio all’aeroporto di Yaoundé è avvenuto alle ore 14:56 locali.


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INCONTRO CON IL MONDO UNIVERSITARIO all’Università Cattolica dell’Africa Centrale 

Al suo arrivo a Yaoundé, il Santo Padre si è recato all’Università cattolica dell’Africa centrale per l’Incontro con il mondo universitario.
Prima di giungervi, tuttavia, c'è tempo per un pit-stop: l'inaugurazione di una statua dedicata a sant'Agostino.

Giunto nel cortile del Campus universitario, il Papa è stato accolto dal Magnifico Rettore, Thomas Bienvenu Tchoungui.

Dopo il canto di benvenuto, il saluto del Magnifico Rettore e alcune testimonianze, alternate a intermezzi musicali, Leone XIV ha pronunciato il Suo discorso.






Al termine dell’incontro, dopo la benedizione e il canto finale, il Santo Padre ha fatto ritorno alla Nunziatura Apostolica, dove ha cenato in forma privata.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:



Signor Gran Cancelliere,
cari fratelli nell’Episcopato,
Signor Rettore,
illustri membri del corpo docente,
cari studenti,
distinte Autorità,
Signore e Signori!

È per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. È motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà.

Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature. Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»(Francesco, Cost. ap. Veritatis gaudium, 4b).

Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità. Ancora oggi, docenti e studenti sono chiamati a proporsi come fine e, al tempo stesso, come stile di vita, la ricerca comune della verità, poiché, come ha scritto San John Henry Newman, «tutti i principi veri traboccano di Dio, tutti i fenomeni conducono a Lui» (S. J.H. Newman, L’idée d’université, Genève 2007, 97).

D’altra parte, quella che Newman chiamava “luce gentile”, ossia «la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio. Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza»(Francesco, Lett. enc. Lumen fidei, 34).

Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale.

La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: «Al servizio della verità e della giustizia», vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società. Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia.

È infatti nella coscienza che si elabora il discernimento morale, con il quale liberamente cerchiamo quel che è vero e onesto. Quando la coscienza ha cura di essere illuminata e retta, diventa fonte di un agire coerente, orientato verso il bene, la giustizia e la pace.

Nelle società contemporanee, e quindi anche in Camerun, si osserva una erosionedei punti di riferimento morali che un tempo guidavano la vita collettiva. Ne deriva che oggi si tende ad approvare in modo superficiale alcune pratiche un tempo considerate inaccettabili. Questa dinamica si spiega in parte con i mutamenti sociali, i vincoli economici e le dinamiche politiche che influenzano i comportamenti individuali e collettivi. I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso.

Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale. Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. «Geme e soffre» (cfr Rm 8,22) come ognuno di noi.

Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità.

È proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune.

Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte allacomprensibiletendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d’essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d’anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno.

A proposito, vorrei ricordare un’espressione di San Giovanni Paolo II: l’Università cattolica è «nata dal cuore della Chiesa» (S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 1) e partecipa alla sua missione di annunciare la verità che libera. Questa affermazione rimanda anzitutto a un’esigenza intellettuale e spirituale: ricercare la verità in tutte le sue dimensioni, con la convinzione che fede e ragione non si oppongono ma si sostengono a vicenda. Inoltre, richiama il fatto che docenti e studenti dell’Università sono coinvolti nel compito della Chiesa di «annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze al servizio di una comprensione sempre più profonda e di un’attuazione della verità nella vita personale e sociale» (Francesco, Cost.. ap, Veritatis gaudium, 5).

Di fronte alle sfide del nostro tempo, l’Università cattolica occupa un posto unico e insostituibile. Ripensiamo in proposito ai pionieri di questa Istituzione, che hanno posto le fondamenta su cui voi costruite oggi, uno per tutti, ricordo il Reverendo Barthélemy Nyom, Rettore per quasi tutti gli anni Novanta. Sul loro esempio, siate sempre ben consapevoli del fatto che, insieme alla trasmissione del sapere e all’abilitazione delle competenze professionali, questa Universitàmira a contribuire alla formazione integrale della persona umana. L’accompagnamento spirituale e umano costituisce una dimensione essenziale dell’identità dell’Università cattolica. Attraverso la formazione spirituale, le iniziative della pastorale universitaria e i momenti di riflessione, gli studenti sono invitati ad approfondire la loro vita interiore e a orientare il loro impegno nella società alla luce di valori autentici e solidi. In questo modo, cari studenti, imparate a diventare costruttori del futuro dei vostri rispettivi Paesi e di un mondo più giusto e più umano.

Cari docenti, il vostro ruolo è centrale. Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti. L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana.

Signore e Signori, la virtù principale che deve animare la comunità universitaria è l’umiltà. Qualunque sia il nostro ruolo e la nostra età, dobbiamo sempre ricordare che siamo tutti discepoli, cioè compagni di studio con un unico Maestro, che ha tanto amato il mondo da dare la sua vita. Vi ringrazio e di cuore vi benedico!


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Vedi anche il post precedente:



VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - 17/04/2026 Gli incontri della mattina - Papa Leone XIV a Douala: «Il cibo non basta perché c’è chi se ne ingozza davanti a chi ne è privo» -


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Venerdì 17 aprile 2026

YAOUNDÉ – DOUALA – YAOUNDÉ

09:00 Partenza dall’Aeroporto di Yaoundé-Nsimalen per Douala
09:55 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Douala
11:00 SANTA MESSA nel “Japoma Stadium”

13:20 VISITA PRIVATA ALL’OSPEDALE CATTOLICO SAINT PAUL


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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun
Gli incontri di venerdì mattina

Papa Leone in Camerun: «Il cibo non basta perché c’è chi se ne ingozza davanti a chi ne è privo»
 
Nell’omelia della messa celebrata a Douala il Pontefice ricorda che il cibo va condiviso. E invita i giovani a non abbandonarsi alla logica del guadagno e del profitto, ma a seminare «segni di pace tra rivalità e corruzioni»


REUTERS

Usa la parola «ingozzarsi», papa Leone. La stessa che aveva usato nel suo viaggio a Montecarlo per parlare di come i beni della terra diventano idoli, non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza. In Camerun, a Douala, il Pontefice celebra messa nel Japoma statiudm alla presenza di oltre 120 mila persone e, parlando del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci in una terra spesso segnata dalla carestia, conseguenza di guerre e depredazioni, sottolinea che «un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame».

La gioia di chi partecipa alla messa al Japoma Stadium a Douala, Camerun (REUTERS)

Il miracolo, spiega avviene nella condivisione. «C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo». È così che «il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare».

E il miracolo non è fatto «in vista di un successo personale». Lui «non vuole diventare re, perché è venuto per servire con amore, non per dominare». La moltiplicazione dei pani e dei pesci «è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo».

Infine si rivolge ai giovani per invitarli, in un Paese fecondo, ma dove «molti sperimentano la povertà, sia quella materiale che spirituale», a non cedere «alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro». Li esorta a moltiplicare «i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità».

E dà loro l’indicazione di essere protagonisti del proprio futuro, «senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società» avendo come esempio il Beato Floribert Bwana Chui, giovane doganiere ucciso in Congo per aver rifiutato di farsi comprare per far passare partire avariate di cibo. Per lasciare un segno, come fa l’aratro nel campo, per annunciare. E «Annunciare Gesù Risorto», conclude, «significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 17/04/2026)

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La visita del Papa all'ospedale cattolico Saint Paul

Dopo la Messa, il momento privato in alcuni reparti di una struttura gestita dall’Arcidiocesi di Douala e situata nel quartiere Bassa. Il conforto ai piccoli, alle donne, al personale che ha in cura i degenti in un contesto di particolare difficoltà

La carezza del Papa ai malati (@Vatican Media)

Dopo il bagno di folla alla Messa nello stadio Japoma di Douala, la carezza e il conforto dato ai ricoverati nell’ospedale cattolico Saint Paul dove Leone si è recato in visita privata. Accompagnato dalla direttrice, ha visitato alcuni reparti. La struttura, gestita dall’arcidiocesi di Douala, è situata nel quartiere Bassa. C'è stato un momento di raccoglimento nella cappella, il Papa si è trattenuto nel cortile per un breve saluto al personale e ad alcuni malati.

Un segno di consolazione

Ogni giorno, senza alcuna interruzione, qui si cerca di offrire una sanità accessibile e di qualità. Un'attenzione particolare è rivolta alle donne. Alcuni pazienti hanno oggi potuto stringere la mano del Pontefice, che con una tenerezza disarmante si è fatto vicino ai dolori di piccoli e più adulti. Su tutti, compresi i familiari presenti, la sua benedizione prima di salutare individualmente i degenti.

Le ferite dell'anima e quelle del corpo

Dopo la recita del Padre Nostro, il Pontefice ha avuto modo di entrare nelle stanze dove sono curati alcuni malati. Si è avvicinato a bambini e anziani. Al termine della visita, poco prima delle 14.00 locali Papa Leone si è avviato verso l’aeroporto per il rientro a Yaounde, dove lo attende l'incontro con gli studenti e gli accademici dell'Università cattolica dell'Africa centrale. La presenza del Successore di Pietro tocca così le ferite della guerra e quelle della carne, ammanta i traumi profondi invocando la guarigione dell'anima e del corpo.
(fonte: Vatican News 17/04/2026)

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Testi e video integrali

PARTENZA dall’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen

Alle 09:00 (ora locale), Alle ore 08:05 (ora locale), il Santo Padre si è recato in auto all’Aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen, da dove, dopo essersi congedato da alcune Autorità locali, alle ore 08:55, è partito a bordo dell’Airbus A330-900neo ITA Airways, diretto a Douala.


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ARRIVO all’Aeroporto di Douala 

Giunto all’Aeroporto internazionale di Douala alle ore 09:24, il Papa è stato accolto da alcune autorità locali. Quindi si è trasferito in auto al Japoma Stadium per la Santa Messa nel venerdì della II settimana di Pasqua.


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SANTA MESSA nel “Japoma Stadium”

Alle ore 11:00, dopo aver effettuato un giro in papamobile tra i fedeli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica


Dopo i riti di introduzione e la Liturgia della Parola, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia.

Al termine della Santa Messa, l’Arcivescovo di Douala, S.E. Monsignor Samuel Kleda ha rivolto al Santo Padre alcune parole di ringraziamento.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Celebrazione:


Cari fratelli e sorelle,

il Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 6,1-15) è parola di salvezza per tutta l’umanità. In ogni luogo viene oggi proclamata questa Buona Notizia, che per la Chiesa in Camerun risuona come annuncio provvidenziale dell’amore di Dio e della nostra comunione.

La testimonianza dell’apostolo Giovanni ci racconta infatti di una grande folla (cfr vv. 2-5), come siamo noi adesso, qui. Per tutta quella gente, però, c’è pochissimo cibo: solo «cinque pani d’orzo e due pesci» (v. 9). Osservando questa sproporzione, Gesù oggi chiede a noi, come allora chiese ai suoi discepoli: in che modo risolvete questo problema? Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica. Che cosa fate?

Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie. È rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore. È rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo. Questa indigenza ci ricorda che siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Non siamo Dio: ma appunto, dov’è Dio davanti alla fame della gente?

Mentre attende le nostre risposte, Gesù dà la sua: «Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (v. 11). Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo.

Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda (cfr vv. 12-13). Ammirata per ciò che Gesù ha fatto, la gente esclama: «Questi è davvero il profeta!» (v. 14), cioè colui che parla a nome di Dio, il Verbo dell’Onnipotente. Ed è vero, ma Gesù non usa queste parole in vista di un successo personale: non vuole diventare re (cfr v. 15), perché è venuto per servire con amore, non per dominare.

Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo.

Sorelle e fratelli, l’Eucaristia che stiamo celebrando diventa perciò sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi. Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una “com-pagnia” che ci trasforma, perché ci santifica. Beati gli invitati alla cena del Signore! Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale.

Il Signore abbraccia il cielo e la terra, conosce il nostro cuore e tutte le situazioni, lieti o tristi, che sperimentiamo. Facendosi uomo per salvarci, Egli ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario. Quegli occhi, infatti, ci ripetono la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: che fate per tutta questa gente? Certo, essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore. In questi momenti, però, ripetiamo col salmista: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?» (Sal 27,1). Se anche qualche volta vacilliamo, Dio ci incoraggia sempre: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (v. 14).

Carissimi giovani, rivolgo soprattutto a voi questo invito, perché siete i figli amati della terra d’Africa! Come fratelli e sorelle di Gesù, moltiplicate i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità.

Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società.

Per fare del vostro spirito fiero una profezia del mondo nuovo, prendete come esempio ciò che abbiamo ascoltato negli Atti degli Apostoli. I primi cristiani danno infatti testimonianza coraggiosa del Signore Gesù davanti a difficoltà e minacce, e perseverano anche tra gli oltraggi (cfr At 5,40-41). Questi discepoli «ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo» (v. 42), cioè il Messia, il Liberatore del mondo. Sì, il Signore libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese.

Fratelli e sorelle, insegnare vuol dire lasciare il segno, come fa il contadino con l’aratro nel campo, affinché ciò che semina porti frutto. È così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza. Con questo Vangelo nel cuore, tra poco condivideremo il Pane eucaristico, che ci sazia per la vita eterna. Con fede gioiosa, chiediamo al Signore di moltiplicare tra noi il suo dono, per il bene di tutti.


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VISITA PRIVATA ALL’OSPEDALE CATTOLICO SAINT PAUL 
 
Al termine della celebrazione eucaristica il Papa è rientrato in sagrestia e, successivamente, alle ore 13.00, si è trasferito in auto all’Ospedale cattolico Saint Paul di Douala dove è stato accolto dalla Direttrice della struttura.
Dopo un momento di raccoglimento nella Cappella dell’Ospedale, il Papa si è trattenuto nel cortile per un breve saluto al personale e ad alcuni malati, esprimendo l’augurio che la visita possa essere un segno di consolazione nella loro vita e impartendo su tutti, i presenti e i loro cari, la sua benedizione







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Vedi anche il post precedente:



VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun 16/04/2026 In un minuto la quarta giornata di Papa Leone XIV in Africa


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Giovedì 16 aprile 2026

YAOUNDÉ – BAMENDA – YAOUNDÉ

10:05 Partenza dall’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen per Bamenda
11:00 Arrivo all’Aeroporto di Bamenda
11:30 INCONTRO PER LA PACE CON LA COMUNITÀ DI BAMENDA nella Cattedrale di San Giuseppe

15:15 SANTA MESSA all’Aeroporto Internazionale di Bamenda
17:25 Partenza dall’Aeroporto di Bamenda per Yaoundé
18:20 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun

In un minuto la quarta giornata di Papa Leone XIV in Africa 

I momenti salienti della tappa a Bamenda: dalla Preghiera per la Pace alla Messa in aeroporto


La liberazione di alcune colombe alla fine dell'Incontro per la Pace, con la comunità di Bamenda, è stato uno dei momenti iconici di questa giornata, 16 aprile, che il Papa ha trascorso qui, a un'ora di volo dalla capitale, nella parte occidentale del Camerun, dilaniata dalla violenza tra separatisti anglofoni e forze del governo centrale. Qui il suo monito, nella cattedrale di San Giuseppe, a non strumentalizzare le religioni per obiettivi militari, economici e politici. Capi tradizionali, religiose, famiglie di sfollati hanno offerto la propria testimonianza di sofferenza e coraggio. Poi la celebrazione della Messa in un'area allestita nell'aeroporto della città, con circa ventimila fedeli esultanti di gioia per la presenza di un ospite tanto atteso. Leone ha dato al popolo una sferzata di energia spirituale incitandolo a ricomporre, adesso, non in futuro, “il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità”.
(fonte: Vatican News 16/04/2026)

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Vedi anche i post precedenti: