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venerdì 9 gennaio 2026

Non c’è educazione senza speranza

Non c’è educazione senza speranza

Nel giorno di rientro sui banchi di scuola. è importante tornare a riflettere sul ruolo e sul senso dell'educare oggi...


È sempre difficile parlare di scuola. Tante attese e molteplici visioni affollano i dibattiti intorno a un tema che solitamente viene considerato centrale per il presente e il futuro della nostra società. La scelta che Eraldo Affinati compie per discutere di scuola nel suo ultimo libro – Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo, 2025) – si concentra sul richiamo all’essenziale. Rifacendosi alla celebre acquisizione di don Lorenzo Milani, Affinati – insegnante, scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti – conduce il lettore ad una riflessione che si focalizza sul “come essere” a scuola anziché sul “come farla”. Da qui emerge il profilo dell’insegnante-educatore chiamato anzitutto ad interessarsi dell’inquietudine esistenziale degli studenti e delle studentesse.

Si tratta di una scuola che lungi dall’associarsi alle logiche della competizione solitaria mira a far maturare alle giovani generazioni tutte quelle qualità tese ad intendere ciò che siamo e quindi – per dirla con Pavese – ad apprendere «il mestiere di vivere». A parere di Affinati una missione del genere non può riguardare soltanto l’insegnante preparato e visionario ma ha bisogno del sostegno dell’intera comunità: «In mancanza di un rapporto virtuoso fra il mondo della scuola e la società tutta, ogni iniziativa anche carismatica dei singoli maestri è destinata a fallire» (p. 58). Per via di questo approccio, ancor prima di certificare i risultati raggiunti in termini di conoscenze, abilità e competenze la scuola diventa un punto di passaggio, di incrocio, di scontro e di mediazione fra le generazioni.

In questo “luogo” tanto fisico quanto emotivo, umano, valoriale e spirituale l’insegnante non può che porsi nell’ottica del provare a fornire un contributo ad un lavoro comune che investe sia tutto il personale della scuola sia l’intera comunità sociale. Secondo Affinati, il primo apporto dei docenti è quello che nasce dalla consapevolezza della singolarità di ogni apprendimento dovuta alle variabili ambientali, familiari, sociali, individuali che rendono ogni gruppo classe una comunità con specifiche caratteristiche. Così l’educatore – al di là di quanto stabilito sul piano delle consuetudini burocratiche e legislative – ha la responsabilità di prendersi carico dello sguardo altrui, quello degli allievi che gli sono stati affidati.

Secondo l’autore attraverso un’apertura fiduciosa verso gli studenti e un’opportuna gestione del tempo, l’insegnante-educatore è chiamato a scendere nel gorgo della complessità degli incontri, della gestione del dissenso, della propria fragilità: «Così come il Nazareno, che non si accontentava di restare in mezzo agli amici e alla gente pia, fra rose e gigli, l’educatore dovrà essere pronto a fronteggiare gli intralci che danneggeranno i suoi progetti» (p. 112). Quello del maestro allora è un atteggiamento interiore – ancor prima di un profilo giuridico-amministrativo – sorto dall’aver fatto bene i conti con se stesso e con i relativi limiti dovuti al narcisismo, all’autosoddisfazione, alla schiavitù dei risultati e delle attività routinarie da compiere.

Alla luce del suo percorso umano e professionale, Affinati delinea un’idea di scuola lontana dai meccanismi degenerativi e onnicomprensivi del capitalismo occidentale. Per lui l’educazione e la formazione devono fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare il mondo nella consapevolezza di trovare negli insegnanti delle guide, dei punti di riferimento, dei compagni di viaggio. Da ciò deriva la ferma convinzione secondo la quale l’istruzione: «non rappresenta un semplice passaggio di consegne da una generazione all’altra. È piuttosto un pane da spezzare e condividere insieme nella speranza di poter realizzare azioni sensate e pronunciare parole che siano legittimate dalla nostra vita» (p. 61).
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Rocco Gumina 07/01/2026)


giovedì 8 gennaio 2026

Le domande ineludibili dopo Crans-Montana - Le giovani vittime ora esigono silenzio

Le domande ineludibili dopo Crans-Montana


È davvero difficile provare a dire anche solo una parola su quanto è accaduto a Crans-Montana la notte del 31 dicembre. Non ci sono parole davanti ad un evento che ha messo la parola fine in modo brutale alla vita di quaranta giovani che erano lì solo per divertirsi, per fare festa e per gioire della reciproca presenza. Non ci sono parole quando la morte irrompe là dove avrebbe dovuto esserci solo gioia e spensieratezza. Non ci sono parole davanti al dolore incommensurabile dei genitori, perché non è un caso se in nessun vocabolario esista la parola per definire una madre che perde un figlio. L’unica risposta davanti a questa tragedia non può che essere il silenzio. Ciononostante, è pur vero che noi adulti non possiamo esimerci dal dovere di riflettere sull’accaduto e cercare di individuare le nostre responsabilità, affinché ciò che è accaduto non accada mai più.

Quella notte, in quello scantinato, avrebbero potuto esserci i figli di ciascuno di noi perché, diciamocelo pure, la maggior parte dei genitori è disponibile a chiudere un occhio per i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Diamo per scontato che non si possa dire di no, anche se la maggior parte di noi ha vissuto in un’epoca in cui, a sedici anni, il Capodanno lo potevi festeggiare solo a casa e non nei locali e sempre alla presenza di adulti. L’accaduto è di una tale gravità che interrogarsi è doveroso non solo per rispetto di quei giovani che sono morti nel peggiore dei modi e di quelli che ancora stanno ancora lottando tra la vita e la morte, ma è doveroso soprattutto nei confronti di un’intera generazione che si sente giustamente coinvolta e partecipe dell’evento traumatico.

La prima cosa che mi sentirei di dire a questi giovani è di liberarsi da ogni senso di colpa. Perché se proprio dovessimo parlarne, allora dovremmo dire che l’unica colpa che hanno è quella di essersi illusi di trovarsi in un luogo sicuro, di essersi affidati all’organizzazione di adulti che avrebbero dovuto proteggerli, mettendo la loro sicurezza e non il denaro al primo posto. Inutile dire infatti che ogni giovane che quella sera si trovava lì, era un giovane che si affidava alle scelte, all’organizzazione di adulti cui spetta la responsabilità di garantire in ogni modo possibile la loro incolumità.

Quella sera a festeggiare erano quasi tutti minorenni per lo più tra i 14 e i 16 anni. Si trattava pertanto di persone per le quali il nostro ordinamento giuridico prevede un regime di rappresentanza e di tutela rafforzata fino al compimento del diciottesimo anno di età. Come sappiamo, a quell’età si è piuttosto insicuri, ingenuamente fiduciosi, poco consapevoli di sé e degli altri e soprattutto si tende giustamente a vivere credendo che la morte sia qualcosa che non ci riguardi. È l’età della spensieratezza in cui l’unica vera fatica dovrebbe essere quella di crescere e maturare. E allora cerchiamo di capire cosa possa essere accaduto quella terribile notte. Dai video registrati dagli stessi ragazzi si vede che il soffitto inizia a prendere fuoco ma che loro, ciononostante, continuano a ballare in uno stato generalizzato di euforia. Del resto, tutto andava avanti come se nulla fosse accaduto, il DJ continuava a passare musica e nessuno era intervenuto per dare l’allarme o gestire un eventuale evacuazione. Ad un tratto si vedono ragazze con il viso coperto da strani caschi, poste a cavallo sulle spalle di persone mascherate, le si vedono portare in giro bottiglie di champagne dotate di candele da cui partono coreografiche fontane di scintille. Le indagini in corso potranno certamente servirsi di tutti questi dettagli desumibili chiaramente dai numerosi video postati. In altre parole, si è trattato di una tragedia trasmessa in diretta e raccontata in tempo reale attraverso immagini agghiaccianti.

Tutto questo non può che sconvolgere e pone delle domande. Perché i ragazzi, piuttosto che filmare, non sono scappati via subito? Davanti alla minaccia delle fiamme, infatti, non è prevalso l’innato istinto di conservazione, quella sana paura di ogni essere vivente, ma l’urgenza di chi vuole trasformare quell’evento in immagini da condividere. È come se, persino in un momento drammatico come quello, a prevalere non fosse la presa d’atto della realtà nella sua crudezza, ma la necessità di una sua rappresentazione. Pochissimi i giovani che si sono salvati, dandosi immediatamente alla fuga.
Se ci pensiamo bene, tutto questo ha un senso. Perché in una società in cui tu esisti solo se hai visibilità, dove il tuo valore è commisurato al numero di visualizzazioni e di like, si finisce con l’essere portati a credere che ciò che conti veramente sia ciò che è rappresentato nel mondo virtuale e che nulla esista a meno che non sia rappresentato nei social. Se è così, allora si può comprendere perché il loro primo istinto non sia stato quello di scappare per salvare la vita reale, ma quella di salvaguardare l’immagine e la rappresentazione di essa.

I giovani di cui parliamo appartengono alla generazione dei nativi digitali che sin dalla più tenera età si è trovata tra le mani un cellulare attraverso cui hanno potuto avere accesso prematuramente ad un flusso ininterrotto e inesauribile di informazioni. Sin da bambini sono stati bersagliati dal susseguirsi incessante di immagini che su internet volano ad una velocità tale che difficilmente la loro mente ha il tempo di metabolizzarle. Non a caso si tratta di una generazione che ben presto ha dovuto fare i conti con stati confusionali, spesso accompagnati da ansia, stordimento e paure. Non è per nulla facile, infatti, dover gestire l’overdose di sensazioni che, proprio perché sono sganciate dall’esperienza reale, risultano di difficile elaborazione. Attraverso internet, tutto è dato, tutto è possibile qui ed ora, non c’è nulla da cercare, da desiderare o da evitare, si è solo spettatori passivi. Se è così, allora è possibile comprendere perché si finisca con il filmare il fuoco piuttosto che darsela a gambe levate, perché quando non si è abituati a vivere l’esperienza, ma solo ad osservarla attraverso un dispositivo, non c’è più spazio per la reazione e si finisce con l’essere spettatori di tutto ciò che accade attorno. Non c’è da stupirsi dunque se la prima reazione di questi ragazzi davanti al pericolo incombente sia stata quella di inquadrare il soffitto e trasformare in spettacolo l’imminente tragedia che segnerà la loro tristissima fine.
Eppure, si sarebbe trattato di dare seguito a quella che dovrebbe essere considerata una reazione ancestrale di ogni essere vivente che da sempre è fuggito davanti al fuoco. Qui, dunque, il problema educativo si pone ben prima della necessità di una didattica delle emozioni, dell’educazione sentimentale. Perché, a questo punto quello ciò che sembra sia venuto meno è il basilare istinto di conservazione, ossia la capacità di riconoscere il pericolo e di reagire prontamente, mettendosi al riparo prima possibile. Ripeto, in queste parole non c’è nessun intento di colpevolizzare in alcun modo dei ragazzini che, essendo peraltro minori, non sarebbero in alcun modo colpevolizzabili. Non si tratta nemmeno di colpevolizzare gli adulti, ma certamente si tratta di capire cosa sia potuto accadere di così grave in questa nostra società per arrivare ad “anestetizzare” questi ragazzi fino a tal punto.

Quale pseudo-cultura li ha portati a perdere il contatto con se stessi al punto da far perdere la percezione del pericolo? La prima risposta che mi viene da dire è che in realtà niente può essere percepito come pericolo se non esiste più il senso del limite, ossia quello spazio che segna il confine tra il possibile e l’impossibile, il lecito e l’illecito, il sicuro e il pericoloso.

Eppure, stiamo parlando della generazione dei controllati in tempo reale in ogni loro spostamento, stiamo parlando dei figli di genitori geolocalizzatori, degli allievi dei maestri del registro elettronico che rende tutto accessibile e che di fatto ha abolito la possibilità di marinare la scuola, sia pure per un solo giorno. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi se questo sia il genere di protezione di cui questi ragazzi hanno davvero bisogno. Sembra infatti che si sia scambiato il controllo con la sicurezza e la libertà con il compiacimento. Perché se è vero che spetta ad ogni genitore proteggere i propri figli, specie se minori, è anche vero che proteggere non vuol dire controllare, ma dare tempo. Proteggere vuol dire, infatti, preservare il proprio figlio da esperienze premature che non è in grado di gestire e che non ha nemmeno avuto il tempo di desiderare. Vuol dire lasciare loro il tempo necessario per vivere ogni fase della vita senza bruciare le tappe. Vuol dire evitare di fornire risposte a domande che da loro non sono mai state formulate.

Prima dei cellulari, a un genitore non restava altro che dare fiducia ai figli, credere in loro, scommettere sulla verità della loro parola. La libertà, si diceva, bisogna meritarsela e nulla era scontato. Pensare che tutto questo oggi sia superato perché tanto ci si sente garantiti dalla possibilità di concedere una libertà controllata tramite l’app di turno, è pura illusione. Una libertà vigilata, infatti, alla lunga, non aiuta il figlio a crescere in assunzione di responsabilità, né aiuta a costruire un rapporto di vera fiducia reciproca.
La strage di Crans-Montana, dunque, a ben vedere, non riguarda solo coloro che malauguratamente ne sono rimasti coinvolti. Riguarda un’intera generazione che non riesce più ad essere presente a se stessa, ad agire istintivamente nemmeno a salvaguardia della propria vita. Si tratta di un evento tragico che inevitabilmente chiama in causa la responsabilità di ogni adulto che svolga un compito educativo, affinché possa realmente adoperarsi per restituire alla vita giovani presenti a se stessi e al mondo che li circonda.
(fonte: Tuttavia, articolo di Sabrina Corsello 06/01/2026)

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Le giovani vittime di Crans Montana ora esigono silenzio

Dopo i funerali dei cinque ragazzi, resta un vuoto che interroga tutti: un dolore ingiusto che chiede meditazione, responsabilità e un impegno nuovo a custodire il tempo e la vita come il bene più fragile e prezioso


Alla fine dei funerali di Riccardo, Giovanni, Achille, Chiara e Sofia, giovanissime vittime della strage di Crans Montana, resta un vuoto. Profondo. Lancinante. Un senso di rabbia e di ribellione si impossessa dei nostri fragili cuori, incapaci di sostenere il dramma familiare e collettivo di un intero Paese per tante giovani, meravigliose vite umane andate perse per incuria e ignavia dell’uomo in un momento di festa.

È sommamente ingiusto morire a 15, 16 anni. Perché, dunque? In attesa che la giustizia umana faccia il suo corso, il silenzio – dei parenti e della folla intorno – è stato la prima risposta, dignitosa e profondamente umana, che abbiamo colto nelle dirette televisive. Non solo sui sagrati delle chiese dove si sono svolte le esequie o nelle scuole, dove in quel giorno si è osservato un minuto di silenzio, ma anche nella liturgia. Il rito religioso, che lo alterna a gesti e parole e che riempie questi di carico simbolico, è in questo senso maestro di vita e può indicarci che la nostra vita, perché sia davvero piena, ha bisogno di spazi di assenza di rumore per riappropriarci, nel nostro trafelato vivere, del senso ultimo dell’esistenza. Ma il rito rappresenta nell’esperienza umana anche un momento di passaggio nella propria esistenza, come quegli stessi ragazzi avevano sperimentato nel Battesimo, nella Prima comunione, nella Cresima. Quel passaggio ora riguarda certamente loro, che sono passati dalla vita terrena a quella della gioia senza fine, dove L’Eterno «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4). Ma, se questo è il vero motivo di speranza che ci consola, quel passaggio riguarderà ora anche i genitori e i parenti di quei ragazzi (ma anche tutti noi!), che dovranno (dovremo) operare un passaggio, lungo, impervio e faticoso, che avrà bisogno di molto e molto silenzio per farli (farci) passare da una presenza di futuro a un’assenza che in certi momenti bui avrà l’amaro sapore della morte.

In questo momento di desolazione collettiva, mitigata dal nostro esserci stretti tutti fisicamente e spiritualmente intorno a quelle bare, dobbiamo però – tutti, giovani e meno giovani! – trarre un grande insegnamento da questa tragedia, perché quei volti che non vedremo mai più sorridere abbiano ancora qualcosa da dirci. E cioè che il tempo è prezioso, che dobbiamo cogliere ogni occasione per esprimere il nostro amore e i nostri sentimenti a chi ci è vicino, a chi amiamo, che non dobbiamo mai dare nulla per scontato, che la vita (che, a volte, è molto dura!) è soprattutto un dono che dobbiamo mettere a frutto in ogni istante delle nostre giornate per costruire il bene nei nostri microcosmi, in un mondo sempre più avvolto da parole e gesti violenti.

È uno dei tesori che loro ci lasciano in eredità. Facciamone buon uso.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Stefano Stimamiglio 07/01/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:


E' morto monsignor Raffaele Nogaro: il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra - Il ricordo di Roberto Saviano: ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava

E' morto monsignor Raffaele Nogaro:
il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra

[Nel giorno dell'Epifania 06/01/2026] Il prelato, che per quasi 20 anni ha guidato la diocesi del Capoluogo, aveva 92 anni. Sempre schierato al fianco degli ultimi e a tutela dell'ambiente. Amico di don Peppe Diana si è battuto per la sua canonizzazione

Il vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro

E’ morto monsignor Raffaele Nogaro. Il vescovo emerito di Caserta aveva 92 anni. L'annuncio del vescovo di Caserta Pietro Lagnese: “Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Caserta, con profondo dolore vi annuncio che qualche istante fa ha concluso la sua giornata terrena monsignor Raffaele Nogaro. Affidiamo padre Nogaro alla misericordia di Dio e ringraziamo il Signore per averlo donato a tutti noi”.

Per 19 anni vescovo di Caserta

Nato a Gradisca, in provincia di Udine, Nogaro è stato ordinato presbitero nel 1958. Nel 1982 papa Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Sessa Aurunca e nel 1990 approda alla diocesi di Caserta dove si insedia il 16 dicembre e resta fino al 2009, quando lascia la guida della chiesa casertana per sopraggiunti limiti di età. Da vescovo emerito ha comunque deciso di rimanere a vivere all’ombra della Reggia, proseguendo nel suo impegno civico e pastorale sempre al fianco degli ultimi e pronto a scendere in piazza per i diritti della sua gente.

Il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra e difeso l'ambiente

Monsignor Nogaro è stato un vescovo “di frontiera”: ha sfidato la camorra, definendola un male assoluto: “La camorra in Campania impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro”, scrisse in una lettera aperta. Un impegno a difesa dei deboli, dell'accoglienza stranieri con la naturalezza di chi crede davvero che nessuno sia forestiero sulla terra. Nogaro ha fatto parte della commissione ecclesiale per le migrazioni, organismo della Cei preposto al coordinamento della pastorale migratoria, continuando a operare per l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati.

Ha combattuto per l’ambiente, portando avanti battaglie coraggiose come quella per la bonifica di Lo Uttaro - che lo vide in prima linea - o per la chiusura delle cave dei Monti Tifatini.

Le battaglie per la pace, tra i ‘preti contro il genocidio’ in Palestina

Convinto pacifista, Nogaro si è sempre schierato contro la guerra arrivando a parlare di scomunica per i parlamentari che avevano votato a favore dell’ingresso dell’Italia nel conflitto in Afghanistan. Nel 2000 la Regione Campania gli ha conferito il premio per la Pace e i Diritti Umani assieme a Nelson Mandela e Daisaku Ikeda. Tra le ultime iniziative intraprese per la pace Nogaro è entrato a far parte della rete dei preti contro il Genocidio in Palestina, una posizione differente da quella assunta dallo stesso Vaticano che non ha mai utilizzato la parola 'genocidio' per quanto accaduto nella Striscia di Gaza.

L'impegno per la canonizzazione di don Diana: “Martire della libertà”

E’ stato uno dei più forti sostenitori della canonizzazione di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra nel 1994 per aver difeso la dignità del suo popolo, che amava definire “martire della libertà”. “Solo se la chiesa lo proclama “beato-benedetto e bravo”, attribuisce a se stessa la dignità della lotta fino all’ultimo sangue, contro la camorra”, scriveva Nogaro in una sua lettera del 2010.

Una posizione scomoda quella di Nogaro contro la camorra che venne apprezzata dallo stesso don Peppe Diana, al quale era profondamente legato: "Questo vescovo in prima fila con i disoccupati in lotta, con gli extracomunitari, contro la corruzione, rappresenta per noi un modello dal quale attingere entusiasmo e valori", disse il parroco di Casal di Principe nel corso di una sua omelia rivolgendosi a Nogaro.

La fede che non ha paura di sporcarsi le mani

Oggi Caserta perde un maestro, un padre, un uomo che ha saputo unire mitezza e coraggio. Ma resta la sua eredità: una fede che non ha paura di sporcarsi le mani, una parola che consola perché nasce dalla vita, e quella testarda speranza che, fino all’ultimo, ha continuato a indicare un orizzonte di giustizia e pace.
(fonte: CasertaNews, articolo di Attilio Nettuno 06/01/2026)

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Il ricordo di Roberto Saviano:
Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava


Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, non c’è più.
Non sono credente, eppure l’espressione “è tornato alla casa del Padre” con lui smette di essere formula.

Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi.
Ha sostenuto il Banco Alimentare e progetti di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, mettendo al centro la dignità e la solidarietà. 

Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza.
Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita. 

Quando l’incendio del “ghetto” di Villa Literno attirò l’attenzione pubblica, lo definì persino un “incendio di Stato”, denunciando lo scarso impegno istituzionale nell’affrontare la questione. 

La sua fu una Chiesa che non restò in silenzio.
Sempre in prima linea, Nogaro denunciò la camorra e le sue connessioni sociali, criticando corruzione e silenzi compiacenti, e ritenendo che la neutralità ecclesiastica fosse spesso sinonimo di complicità. 

Dopo l’omicidio di don Giuseppe Diana, sacerdote antimafia ucciso dalla camorra, Nogaro scelse senza esitazione di schierarsi, trasformando quella tragedia in appello pubblico e impegno civile anziché in commemorazione sterile. 

Chiese alla Chiesa di smettere di essere fortezza
e tornare a essere casa: casa accogliente, casa che non chiede documenti all’ingresso ma responsabilità e libertà nel cuore di chi la abita.

Se una casa del Padre esiste, lui ci arriva da chi ha imparato, qui, come rendere abitabile il mondo.
(fonte: bacheca facebooke di Roberto Saviano 06/01/2026) 

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La celebrazione delle esequie si terrà venerdì 9 gennaio, alle 10, nella Chiesa Cattedrale di Caserta.


mercoledì 7 gennaio 2026

UDIENZA GENERALE 07/01/2026 Papa Leone XIV: riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II (cronaca/sintesi/commento, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 gennaio 2026


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Papa Leone XIV: 
riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II

Aula Paolo VI, ore 10. Fuori, un grande freddo è sceso su Roma. Qui, invece, il calore dei fedeli riscalda l'aula, riscalda il cuore del pontefice che arriva accolto da uno fragoroso scrosciare di applausi. Sono circa 7000 i fedeli presenti nell'aula Nervi.

Il tema dell'udienza generale di oggi è “Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti”: un tema storico e importante che - annucia il pontefice - sarà il tema per il nuovo ciclo di catechesi che si apre oggi. Un ciclo che diverrà “un'occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l'importanza di questo evento ecclesiale”. Cita san Giovanni Paolo II che alla fine del Giubileo del 2000, affermava: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”.

E sono trascorsi 60 anni dall'assise conciliare. Quindi, ancora più importante, rileggere i suoi Documenti e riflettere sul loro contenuto: "Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata»", ricorda il pontefice.

“Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un'importante riforma liturgica portando al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutato ad aprirci al mondo a cogliere i cambiamenti e le sfide dell'epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l'umanità continuata, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna” ha detto papa Leone XIV.

E ripercorre allora i temi del Concilio come la ricerca della verità “attraverso la via dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà”. Questo spirito - secondo papa Leone XIV - “deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l'azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace”.

Fa ricordo anche di san Paolo VI, il papa che concluse i lavori del Concilio, che ai Padri conciliari al termine dei lavori, disse che “era giunta l'ora della partenza, di lasciare l'assemblea conciliare per andare incontro all'umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro”. E papa Leone XIV ricorda ai fedeli che anche “per noi è così”. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone “la profezia e l'attualità” - continua il pontefice - “accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 07/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti. Catechesi introduttiva


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dopo l’Anno giubilare, durante il quale ci siamo soffermati sui misteri della vita di Gesù, iniziamo un nuovo ciclo di catechesi che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti. Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale. San Giovanni Paolo II, alla fine del Giubileo del 2000, affermava così: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57).

Insieme all’anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025 abbiamo ricordato i sessant’anni dal Concilio Vaticano II. Anche se il tempo che ci separa da questo evento non è tantissimo, è altrettanto vero che la generazione di Vescovi, teologi e credenti del Vaticano II oggi non c’è più. Pertanto, mentre avvertiamo la chiamata di non spegnerne la profezia e di cercare ancora vie e modi per attuarne le intuizioni, sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino, e farlo non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto. Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata» (Primo messaggio dopo la Messa con i Cardinali elettori, 20 aprile 2005).

Quando il Papa San Giovanni XXIII aprì l’assise conciliare, l’11 ottobre del 1962, ne parlò come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa. Il lavoro dei numerosi Padri convocati, provenienti dalla Chiese di tutti i continenti, in effetti spianò la strada per una nuova stagione ecclesiale. Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l’umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna.

Grazie al Concilio Vaticano II, «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67), impegnandosi a cercare la verità attraverso la via dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà.

Questo spirito, questo atteggiamento interiore, deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l’azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace. Mons. Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, da Vescovo di Vittorio Veneto, all’inizio del Concilio scrisse profeticamente: «Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa. […] Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse». [1] Riscoprire il Concilio, dunque, come ha affermato Papa Francesco, ci aiuta a «ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati» ( Omelia nel 60° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 2022).

Fratelli e sorelle, quanto disse San Paolo VI ai Padri conciliari al termine dei lavori, rimane anche per noi, oggi, un criterio di orientamento; egli affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro: «Il passato: perché è qui riunita la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi Concili, i suoi Dottori, i suoi Santi. [...] Il presente: perché noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù. [...] L’avvenire, infine, è là, nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che la Chiesa di Cristo può e vuole dar loro» (S. Paolo VI, Messaggio ai Padri conciliari, 8 dicembre 1965).

Anche per noi è così. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone la profezia e l’attualità, accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace.

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[1] A. Luciani – Giovanni Paolo I, Note sul Concilio, in Opera omnia, vol. II, Vittorio Veneto 1959-1962. Discorsi, scritti, articoli, Padova 1988, 451-453.

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Saluti

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto i Seminaristi della Congregazione della Missione, il gruppo “I nostri Angeli in Paradiso” di Agrigento, la scuola Caduti per la Patria, di Pomigliano d’Arco e i dirigenti ed artisti del Circo Zoppis.

Saluto, poi, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Gesù, che contempliamo nel mistero del Natale, sia per tutti guida sicura nel nuovo anno, da poco iniziato.

A tutti la mia benedizione!

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Saluto di Papa Leone XIV ai fedeli presenti al Petriano 
al termine dell'Udienza Generale in Aula Paolo VI


Buongiorno a tutti. Buongiorno! La pace sia con voi. Tanti auguri! Grazie per essere qui. Dio benedice tutti coloro che lo cercano con il cuore aperto. La benedizione di Dio vi accompagni sempre in questa bellissima giornata, durante questo nuovo anno. Tanti, tanti auguri! E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Dio vi benedica!

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SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE ANGELUS Leone XIV: Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova ... invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace.

SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

ANGELUS

Loggia Centrale della Basilica di San Pietro
Martedì, 6 gennaio 2026

Sotto una pioggia incessante Papa Leone XIV si affaccia dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticana per recitare il secondo Angelus di questo 2026 insieme ai fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro sia per la Chiusura della Porta Santa, sia per la Messa dell’Epifania.
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LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo periodo abbiamo vissuto diversi giorni festivi e la solennità dell’Epifania, già nel suo nome, ci suggerisce che cosa rende possibile la gioia anche in tempi difficili. Come sapete, infatti, la parola “epifania” significa “manifestazione”, e la nostra gioia nasce da un Mistero che non è più nascosto. Si è svelata la vita di Dio: molte volte e in diversi modi, ma con definitiva chiarezza in Gesù, così che ora sappiamo, anche fra molte tribolazioni, di poter sperare. “Dio salva”: non ha altre intenzioni, non ha un altro nome. Viene da Dio ed è epifania di Dio solo ciò che libera e salva.

Inginocchiarsi come i Magi davanti al Bambino di Betlemme significa, anche per noi, confessare di avere trovato la vera umanità, in cui risplende la gloria di Dio. In Gesù è apparsa la vera vita, l’uomo vivente, ossia quel non esistere per se stessi, ma aperti e in comunione, che ci fa dire: «come in cielo così in terra» (Mt 6,10). Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace. È una possibilità, un invito: la comunione non può essere una costrizione, ma che cosa si può desiderare di più?

Nel racconto evangelico e nei nostri presepi, i Magi presentano al Bambino Gesù dei doni preziosi: oro, incenso e mirra (cfr Mt 2,11). Non sembrano cose utili a un bambino, ma esprimono una volontà che ci fa molto pensare, giunti al termine dell’Anno giubilare. Dona molto chi dona tutto. Ricordiamo quella povera vedova, notata da Gesù, che aveva gettato nel tesoro del Tempio le sue ultime monetine, tutto quello che aveva (cfr Lc 21,1-4). Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile. E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in se stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri.

Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova. Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada (cfr Mt 2,12).

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Nella festa dell’Epifania, che è la Giornata Missionaria dei Ragazzi, voglio salutare e ringraziare tutti i bambini e i ragazzi che, in tante parti del mondo, pregano per i missionari e si impegnano ad aiutare i loro coetanei più svantaggiati. Grazie, cari amici!

Il mio pensiero va poi alle comunità ecclesiali dell’Oriente, che domani celebreranno il Santo Natale, secondo il calendario giuliano. Cari fratelli e sorelle, il Signore Gesù doni a voi e alle vostre famiglie serenità e pace!

Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da diversi Paesi, in particolare i membri del Consiglio di Presidenza della International Rural Catholic Association, con i migliori auguri per il loro impegno.

Saluto i fedeli di Lampedusa con il Parroco, i giovani del Movimento “Tra Noi”, e i partecipanti al tradizionale Corteo storico-folcloristico sui valori dell’Epifania, che quest’anno ha come protagonista la Sicilia.

Saluto i pellegrini polacchi e anche i numerosi partecipanti al “Corteo dei Re Magi” che oggi si svolge a Varsavia e in tante città della Polonia, e anche a Roma!

A tutti auguro ogni bene per il nuovo anno nella luce di Cristo Risorto.

Auguri a tutti, buona festa!

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SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE – CHIUSURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA - Il Papa Leone XIV chiude la Porta Santa: con Dio tutto cambia. Nessun violento dominerà le sue vie

SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE –
CHIUSURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA

CAPPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
Martedì, 6 gennaio 2026


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Il Papa chiude la Porta Santa:
con Dio tutto cambia. Nessun violento dominerà le sue vie

Nella Solennità dell’Epifania, il rito conclusivo del Giubileo. Leone XIV nell'omelia interpella i fedeli: “C’è vita nella nostra Chiesa?”. Il Pontefice mette in guardia dalla violenza che cerca di impadronirsi del Regno di Dio, dalle "lusinghe del potere" e dai "deliri di onnipotenza", dall’“economia distorta” che trae profitto da tutto. Esorta ad "amare" e "cercare" la pace e a non trasformare i luoghi sacri in monumenti ma a diffondere da essi “il profumo della vita”


Genuflesso, in silenzio, con le mani giunte, la mitra sul capo. Poi in piedi, prima a tirare l’anta di destra e subito dopo la sinistra. Un tonfo sordo dei due battenti, il Papa chiude la Porta Santa e con essa il Giubileo della Speranza iniziato il 24 dicembre 2024. Il rito simbolo della conclusione dell’Anno Santo, con il suo carico di storia, tradizioni e suggestioni, si svolge alle 9.40. I disegni di Dio – colui che “sorprende” ancora e sempre, come dirà nell’omelia - hanno voluto che un Pontefice, Francesco, avviasse questo tempo speciale per la Chiesa e per il mondo e che a concluderlo fosse un altro, Leone XIV. Pochi e rari i precedenti nella storia.


Momento solenne

Un Papa assorto in preghiera, a tratti emozionato, consapevole della solennità del momento, quello che si vede dinanzi al grande portone bronzeo, circondato da fiori e rami verdi, in cui sono scolpiti i momenti salienti della storia della salvezza. Una immagine, questa del Successore di Pietro, che ritorna pure nella Messa per la Solennità dell’Epifania, celebrata nella Basilica di San Pietro, con gli appelli nell'omelia – vigorosi, ma pronunciati con voce tenue – ai cristiani a proseguire il cammino giubilare amando e cercando la “pace”, rifuggendo da ogni violenza e da questa “economia distorta” che “prova a trarre da tutto profitto”, diventando invece segno di una Chiesa che diffonde “il profumo della vita”, annunciando un “Dio che rimette in cammino”, le cui vie non sono le vie del mondo e che nessun violento o potente nel mondo potrà mai “dominarle” o “bloccarle”.

Il Papa chiude la Porta Santa della Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

Migliaia di fedeli

Ad accompagnare il Papa in questo momento liturgico ci sono 10 mila fedeli riuniti – nonostante il freddo e l’allerta meteo – in quella Piazza San Pietro, divenuta per 378 giorni chiesa giubilare all’aperto tra le preghiere, i canti, i pellegrinaggi di oltre 33 milioni di fedeli venuti da ogni parte del mondo. Hanno varcato tutti questo ingresso, sovrastato dalle Chiavi del Primato scolpite sulla pietra viva, con al centro, in alto, due lapidi con le scritte che ricordano, l’Anno Santo del 1975 voluto da Paolo VI e il Grande Giubileo dell’Anno 2000, punto di arrivo di fine secolo e punto di inizio del nuovo Millennio. Altre 5.800 persone sono sedute in Basilica per la celebrazione. Tra loro, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, con la figlia Laura. Presenti anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, Alfredo Mantovano, segretario del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana.

Il Papa in ginocchio davanti alla Porta Santa (@Vatican Media)

Una Porta sempre aperta

Prima della Messa, nell’atrio circondato dai cardinali - che il 7 e l’8 gennaio si riuniranno per il Concistoro straordinario -, dai vescovi e dai canonici di San Pietro, Leone XIV legge la monizione e poi l’orazione:

Con animo grato ci accingiamo a chiudere questa Porta Santa, varcata da una moltitudine di fedeli, sicuri che il buon Pastore tiene sempre aperta la porta del suo cuore per accoglierci tutte le volte che ci sentiamo stanchi e oppressi

Da lì, il rito di chiusura della Porta Santa. Tutti i presenti si avviano poi in processione verso l’altare, mentre la Schola cantorum intona l’Adeste fideles. Durante la celebrazione, un diacono canta il Vangelo dell’Epifania (Matteo 2, 1-12); vengono poi annunciati, in latino, il giorno di Pasqua che quest’anno cadrà il 5 aprile e le date delle prossime solennità liturgiche: inizio Quaresima 18 febbraio; Ascensione del Signore 14 maggio; Pentecoste 24 maggio; prima Domenica di Avvento 29 novembre.

La Messa del Papa per la Solennità dell'Epifania nella Basilica di San Pietro
Guarda il video
[ Photo Embed: La Messa dell'Epifania a San Pietro]

"Dio si rivela e nulla può restare fermo"

Nell’omelia del Papa si intrecciano gioia e turbamento, resistenza e obbedienza, paura e desiderio. I sentimenti, cioè, dei Magi e del re Erode, simbolo di tutti quei “contrasti” che appaiono nella Sacra Scrittura ogni volta che Dio si manifesta. Oggi celebriamo l’Epifania del Signore, afferma Leone XIV, “consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima”.

Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro

Vite in cammino in un mondo travagliato

Lo sguardo del Pontefice si sposta sulla Porta Santa, ultima ad essere chiusa dopo quelle di Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le Mura. Questo varco, osserva il Papa, “ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova. Cosa ha mosso tutta questa gente? La ricerca spirituale è un serio interrogativo al termine dell’Anno giubilare: “Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza?”. Come i Magi, queste persone hanno accettato “la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”.

Papa Leone XIV (@Vatican Media)

Tutti, afferma Papa Leone, “siamo vite in cammino”. È il Vangelo a spingere a tale dinamismo, a orientarlo verso Dio che “ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro”. È un Dio “vivo e vivificante” e questo “profumo della vita” deve ora diffondersi da tutti quei luoghi come Cattedrali, Basiliche, Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare. Devono restituire ora loro “l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato”.

C’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?

Il Vangelo rende audaci e creativi

La gioia del Vangelo “libera”, “rende prudenti”, sì, ma anche “audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse”, sottolinea il Papa. Suggerisce, cioè, le vie di Dio, ben diverse da quelle del mondo:

“Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle”

Amare la pace, cercare la pace

“Dio mette in questione l’ordine esistente”, rimarca ancora Papa Leone, “è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù”. Non fa “rumore”, ma il suo Regno “germoglia già ovunque nel mondo”. Come in passato, anche oggi esso “subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”. Ne sono prova, annota il Papa, i “tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti”.

Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino

Il Papa durante la Messa a San Pietro (@Vatican Media)

Economia distorta

“Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare”, è la denuncia di Papa Leone XIV. Che ai fedeli pone allora un’altra domanda: “Ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”.

La generazione dell'aurora

Da Cristo, aggiunge, impariamo a cogliere “i segni dei tempi”. Il Bambino, quello che “non ci attende nelle location prestigiose, ma nelle realtà umili” e che i Magi adorano, “è un Bene senza prezzo e senza misura”. Nessuno può venderci questo, afferma il Pontefice: “È l’Epifania della gratuità”.

Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare

“Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”, è la speranza di Papa Leone. L’auspicio è per “una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne”.

La Messa per la Solennità dell'Epifania (@Vatican Media)

La preghiera davanti a Gesù bambino

Concelebrano con il Papa all'altare, i cardinali Giovanni Battista Re, decano del Collegio Cardinalizio; il vice-decano, Leonardo Sandri; il segretario di Stato, Pietro Parolin; Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i Vescovi e predecessore dello stesso Prevost. Al termine della celebrazione, il Papa si reca davanti alla statua di Gesù Bambino in Basilica per un momento di venerazione e prega pure dinanzi alla statua lignea della Madonna della Speranza, provienente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate, in provincia di Salerno, collocata fino ad oggi all’Altare della Confessione. Infine, il passaggio per i saluti ai fedeli che alle 12 si uniscono a quelli in Piazza per seguire l'Angelus dalla Loggia delle Benedizioni.

Guarda il video integrale
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 06/01/2026)

#speranza - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Speranza 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi 


A un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire ma il morire è l’ultima speranza.

Compito dell’arte è spesso quello di inquietare le coscienze o, almeno, metterci davanti agli occhi realtà dalle quali noi distogliamo lo sguardo per quieto vivere o per egoismo È ciò che non di rado ha fatto lo scrittore Leonardo Sciascia: lo conferma questa sua osservazione tratta dall’ultima sua opera, Una storia semplice (1989). Tutti conoscono il proverbio popolare da lui citato, secondo il quale la persona umana sino alla fine si aggrappa alla speranza. Una variante è quella derivata da Cicerone, «finché c’è vita, c’è speranza» (in latino, dum anima est, spes est). È ciò che sperimentiamo davanti a certi malati che si attaccano fino all’ultimo a una promessa di guarigione. Noi stessi istintivamente teniamo viva la scintilla della fiducia nei momenti più cupi di una crisi o di una bufera che stiamo attraversando.

Sciascia, però, getta aspramente sul tappeto un’esperienza antitetica di cui siamo stati tutti testimoni, nella quale è il morire a essere l’ultima speranza. È un tema lacerante a livello etico, rubricato ad esempio sotto una locuzione dura oggetto di discussione come il «suicidio assistito». Ma anche in tanti soggetti sani, di fronte a prove insopportabili, si introduce la mano gelida della disperazione. Il poeta francese Charles Péguy nel poemetto dedicato alla speranza, Il portico del mistero della seconda virtù (1911), dichiarava che «è sperare la cosa difficile, a voce bassa e vergognosamente. E la cosa facile è disperare, ed è la grande tentazione». Spesso questa discesa precipita nella voragine della desolazione che conduce al nulla e potrebbe essere fermata se ci fosse una mano amica che afferra il disperato, cercando di “consolarlo”. Significativo è l’etimo di questo verbo: al “desolato” che è appunto la persona “sola” si avvicina colui che vuole essere “con chi è solo”. Un esercizio, certo, anche “terapeutico”, ma soprattutto un atto di amore sincero.

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica ” - 28 dicembre 2025) 


martedì 6 gennaio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - EPIFANIA DEL SIGNORE

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


EPIFANIA DEL SIGNORE

06 Gennaio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, in Cristo Gesù, nato a Betlemme in estrema povertà, Dio mostra a noi il suo modo paradossale di esercitare la sua regalità pastorale, preoccupata dei lontani e dei perduti. Con la libertà ed il coraggio di figli innalziamo a Lui le nostre preghiere ed insieme acclamiamo:

R/   Gloria a te,  Signor!


Lettore


- Tu, Signore Gesù, che ami il tuo popolo di un amore fedele ed eterno, illumina e purifica il cuore della tua Chiesa, perché in un mondo dominato dalla logica del potere e dell’interesse, essa sia capace di mostrare all’umanità di oggi che un’altra strada è percorribile: quella della fraternità, dell’accoglienza e della gratuità dell’amore. Per questo noi ti acclamiamo.

- Dona, Signore Gesù, la tua luce a quanti sono impegnati nella ricerca scientifica, nel mondo della politica o nelle tante espressioni dell’arte. Fa’ crescere in ognuno di essi il vero senso dell’umano, perché niente sia contro l’uomo, ma piuttosto venga salvaguardato il grande mistero e valore che egli porta in sé. Per questo noi ti acclamiamo.

- Poni, Signore Gesù, nel cuore di tutti i popoli una profonda nostalgia della comunione e della fraternità universale. Orienta il loro cammino, perché imparino ad abbracciare progetti di pace e di reciproco rispetto. Dona ai governanti lucidità dii mente, sapienza e coraggio per non cadere nella spirale della paura e della guerra. Per questo noi ti acclamiamo.

- Il tuo sguardo, Signore Gesù, sia sempre rivolto verso le nostre famiglie, le nostre comunità parrocchiali e religiose, le associazioni e aggregazioni sociali. Fa’ che impariamo a vivere alla luce della tua presenza per costruire, insieme a Te, spazi di vera accoglienza e di rispetto umano per chi viene da lontano e si presenta come diverso. Per questo noi ti acclamiamo.

- Davanti a te, o Signore Gesù, Fratello accogliente, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche dei migranti morti nei nostri mari e sulle nostre strade, di tutti coloro che sono morti per l’inquinamento, per i terremoti, per le alluvioni. Dona a tutti di contemplare la luce del tuo Volto. Per questo noi ti acclamiamo.

Per chi presiede

Accogli ed esaudisci, o Signore Gesù, la nostra preghiera. E come ai Magi, anche a noi dona la tua luce e la tua sapienza, affinché riscopriamo il Senso vero della vita. Te lo chiediamo perché sei nostro Signore e Fratello, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.