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lunedì 20 luglio 2026

La nuova civiltà di Donald Trump di Giuseppe Savagnone

La nuova civiltà di Donald Trump 
di Giuseppe Savagnone



Dietro le sceneggiate
Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa
Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?
L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana
L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare. Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

(Fonte: Rubrica "I CHIAROSCURI" - 18.07.2026)

ANGELUS 19 luglio 2026 - Leone XIV: "Il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi." (testo, foto e video)



PAPA LEONE XIV

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 19 luglio 2026


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Dopo la parabola del seminatore, Gesù continua a parlare alle folle attraverso alcune immagini: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina (cfr Mt 13,24-43).

Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro. Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania, che agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore.

Fratelli e sorelle, con queste parabole Gesù ci dice qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia. A volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa. Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito; viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi.

Questo stile di Dio deve diventare anche il modo in cui, sia come singoli sia come Chiesa, abitiamo la realtà che ci circonda. Siamo chiamati ad assumere uno stile evangelico, senza contrapporci frettolosamente con giudizi arroganti, senza imporci con il potere e con la forza, senza perdere la fiducia nell’opera di Dio. Si tratta – diceva l’allora cardinale Ratzinger – di sottometterci alla logica del seme che non è quella del successo e della grandezza, ma ci chiede di farci piccoli e di servire la vita delle persone (cfr Discorso al Convegno dei catechisti e dei docenti di religione, 10 dicembre 2000). In questo modo, noi stessi diventeremo come un piccolo seme di Vangelo che germoglia e come un lievito di amore che trasforma la pasta del mondo.

Preghiamo Maria Santissima, che ha saputo accogliere il seme della Parola nella piccolezza, perché ci sostenga nel cammino e interceda per noi.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

mentre trascorro qualche giorno di riposo, rinnovo il mio saluto e la gratitudine a tutti voi, abitanti di Castel Gandolfo, e accolgo con gioia i pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo!

Continuiamo a seguire con apprensione ciò che accade in diversi Paesi lacerati dalla guerra e dalla violenza. Non dimentichiamoci di chi soffre e muore a causa dei conflitti e, al generoso impegno per la pace, uniamo anche la nostra costante preghiera.

Saluto la Comunità Cenacolo di Madre Elvira, riunita a Saluzzo in occasione della Festa della Vita, il Movimento Famiglie Nuove dei Focolari radunato per la Scuola Internazionale, gli studenti messicani che partecipano all’APRA Summer School e il gruppo della Catholic Worldview Fellowship.

Estendo il mio saluto ai giovani adulti, membri di Regnum Christi, che stanno partecipando al Corso Internazionale per Formatori. Saluto anche coloro che prendono parte al “Pellegrinaggio del Leone”, accompagnati da monsignor Anthony Percy, vescovo ausiliare di Sydney, in Australia.

Saluto anche le famiglie e i bambini dell’opera delle Suore di Carità dell’Assunzione di Roma, i giovani provenienti dalla parrocchia di San Salvatore in Gerusalemme, il Gruppo Giovanissimi della parrocchia di Sant’Agostino di Bovolenta e i pellegrini dell’Accademia Liturgica di Rzeszów.

A tutti voi auguro una serena domenica!



Guarda il video


domenica 19 luglio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
19 Luglio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il nostro Dio è un Padre ed una Madre di pazienza e di bontà, lento all’ira e ricco di misericordia. A lui con fiducia filiale rivolgiamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Ascoltaci, o Signore

 

Lettore


- Ti preghiamo, o Dio Padre e Madre, per tutta la comunità cristiana, che tu hai chiamato ad essere in Cristo Gesù il tuo popolo santo, con l’impegno a vivere in mezzo ai popoli della terra come segno visibile del tuo amore. Donaci la tua sapienza, affinché comprendiamo che il tuo Regno cresce soltanto nella piccolezza di un “seme” e nella forza potente del “lievito” del dono di sé. Preghiamo.

- Continua, o Padre, a seminare nel cuore di tutti gli uomini il seme bello della tua Parola, affinché nel mondo di oggi, fondato sulla forza delle armi e sul potere tecnologico e finanziario, possa farsi strada un sentimento di vera umanità, che renda possibile nella famiglia umana la fraternità universale, l’amicizia e la solidarietà. Preghiamo.

- Abbi pietà, o Padre, di tutti quei cristiani – vescovi, presbiteri e laici – tentati con la “zizzania” di annacquare il dono gratuito e salvifico del Vangelo, per assumere logiche mondane rivestite di falsa spiritualità e devozione. Dona a tutti noi, o Padre, il cammino di una vera conversione, affinché possiamo tornare ad essere figli del Regno e veri discepoli del tuo Figlio Gesù. Preghiamo.

- Davanti a te, o Dio amico degli uomini, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti (pausa di silenzio); ci ricordiamo delle vittime dell’omofobia e della misoginia, delle vittime dell’emigrazione e del caporalato nelle campagne. Dona a tutti di sperimentare la gioia della comunione dei santi nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.



Per chi presiede

O Dio nostro Padre e Madre, la tua forza risiede nella misericordia e nella giustizia che ti rende indulgente e paziente con tutte le tue creature. Accogli ed esaudisci le nostre preghiere, e rendici somiglianti al tuo Figlio Gesù. Egli è Dio e vive e regna con te nei secoli dei secoli.

AMEN.



Mario Roggero, la legittima difesa e il valore inviolabile della vita - Roggero non è un martire: trasformare un duplice omicidio in una bandiera politica è una sconfitta dello Stato

Mario Roggero, la legittima difesa 
e il valore inviolabile della vita

La paura e la rabbia del gioielliere meritano comprensione, ma non giustificano l’uccisione di chi ormai non era più un pericolo. La condanna ricorda che, anche dentro una tragedia, la vita resta il bene supremo. La riflessione del magistrato Adriano Sansa

Il gioielliere Mario Roggero al suo arrivo nel carcere di Bollate a Milano ANSA

Abbiamo perso il senso del tragico, dell’invincibilità di certi dilemmi, dell’irrevocabilità delle scelte. Diciamo comunemente, e ancora forse crediamo, che la persona e la vita siano i valori preminenti. Ma davanti a diverse vicende formuliamo altre verità, diamo la precedenza ad altri beni. In questi anni sembra prevalere quello della sicurezza, che è minacciato in molti modi, per quanto non più numerosi e gravi rispetto ad altre epoche.

Il gioielliere Mario Roggero ha subìto una rapina, quindi una sottrazione di oggetti di valore attuata con violenza e minaccia. Egli ha patito una sofferenza fatta di paura, smarrimento, ira.

È stata una orribile esperienza, che avrebbe provato chiunque. Vedendo i rapinatori fuggire con la refurtiva, li ha inseguiti e ha sparato quando ormai non era più in atto un grave pericolo per la sua persona e quella dei suoi cari. Non ha mirato all'auto, alle gomme ma, fuori di sé, ha colpito un corpo, poi un altro, poi ancora preso a calci un morente.

Da una parte la patita minaccia e la possibile perdita dei gioielli, dall'altra la perdita della vita: a lui, la vittima della rapina, è sembrato di poter dare la precedenza al proprio male. Agli altri è toccato morire per la sciagurata decisione di rapinare.

A noi, che comprendiamo e compatiamo la sorte del Roggero, ma più ancora quella degli uccisi, tocca scegliere, come abbiamo collettivamente fatto dando la preminenza al valore della vita.

Contempliamo una tragedia, dalla quale non è umanamente lecito uscire indenni, né certo smentendo i tribunali che ne attestano l’inesorabile necessità.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Adriano Sansa 18/07/2026)

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Roggero non è un martire:
trasformare un duplice omicidio in una bandiera politica 
è una sconfitta dello Stato 


C’è una linea che una democrazia costituzionale non può permettersi di oltrepassare. È quella che separa il diritto alla legittima difesa dalla vendetta privata, il rispetto delle sentenze dalla loro delegittimazione politica, la solidarietà umana verso una persona condannata dalla celebrazione di un fatto che la magistratura ha qualificato come duplice omicidio.

Il caso di Mario Roggero rischia di segnare un precedente gravissimo. Non tanto per la richiesta di grazia, istituto previsto dalla Costituzione e affidato esclusivamente alla valutazione del Presidente della Repubblica, quanto per la trasformazione di un condannato definitivo in un simbolo politico, visitato in carcere da ministri della Repubblica e indicato addirittura come possibile candidato alle elezioni.

All’ingresso del carcere di Bollate, Roggero non ha espresso parole di dolore per le due vite spezzate. Ha invece ironizzato sull’ipotesi di una candidatura politica – “Adesso l’ultima cosa è candidarmi” – e ha rilanciato la polemica sulla grazia, chiamando direttamente in causa il Capo dello Stato.

Il giorno successivo è arrivata la visita del vicepremier Matteo Salvini, che ha trascorso oltre un’ora con il detenuto. All’uscita ha riferito che Roggero “sta bene”, “dorme, mangia, studia e legge”, aggiungendo che la Lega continuerà a lavorare “per estendere ancora di più il concetto e il perimetro della legittima difesa” e valutando perfino una sua candidatura politica. All’esterno del carcere, militanti del Carroccio esponevano lo striscione “Grazia per Mario Roggero”.

Nelle stesse ore la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata sul tema rilanciando sui social il principio secondo cui “Chi commette reati non va risarcito. Se mi aggredisci, mi difendo”. Un’affermazione che richiama il principio della legittima difesa, ma che nel dibattito pubblico è stata immediatamente associata al caso Roggero, nonostante le sentenze abbiano escluso che ricorressero i presupposti della legittima difesa, ritenendo che i rapinatori fossero ormai in fuga e non costituissero più un pericolo attuale.

Ed è proprio qui il punto che non può essere rimosso. La Cassazione non ha condannato un uomo perché si è difeso durante una rapina. Ha confermato la responsabilità penale per avere inseguito i rapinatori ormai in fuga e aver sparato fino a provocare la morte di due di loro e il ferimento di un terzo. È questa la ricostruzione giudiziaria definitiva, non un’opinione politica.

Si può discutere sulla misura della pena. Si può persino sostenere, legittimamente, una richiesta di grazia per ragioni umanitarie. Ma è profondamente diverso trasformare un condannato definitivo in un eroe nazionale, in un simbolo identitario o addirittura in un futuro parlamentare.

Una democrazia vive del monopolio della forza affidato allo Stato e del rifiuto della giustizia privata. Se passa il messaggio che chi uccide, purché la vittima sia un criminale, meriti applausi, candidature e visite ufficiali, il confine tra diritto e vendetta si dissolve.

La sofferenza di un commerciante aggredito è reale e merita rispetto. Ma altrettanto reale è il valore della vita umana, anche quando appartiene a chi ha commesso un reato. È questo il principio che distingue uno Stato di diritto da una società governata dalla legge del più forte.

Per questo la gara tra esponenti politici nel rendere omaggio a Roggero appare inquietante. Non perché un detenuto non possa ricevere visite, ma perché quelle visite assumono il significato di una legittimazione politica di un duplice omicidio accertato con sentenza definitiva.

Quando rappresentanti delle istituzioni sembrano mettere in discussione, nei fatti, una decisione definitiva della magistratura attraverso una campagna di consenso costruita attorno a un condannato per omicidio, il rischio non riguarda soltanto il caso Roggero. Riguarda il rapporto tra politica, giustizia e Costituzione.

In uno Stato democratico si può contestare una legge e proporne una diversa. Non si dovrebbe mai trasformare una sentenza definitiva in un’occasione di propaganda, né lasciare intendere che uccidere chi fugge possa diventare un modello da premiare. È una deriva che indebolisce la fiducia nella giustizia e banalizza il valore della vita umana.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Aurelio Tarquini 18/07/2026)

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Leggi anche:


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 37 - 2025/2026 - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Il male non è presente solo nel mondo, fra i nemici di Dio, il male alberga anche all'interno della Chiesa, la comunità voluta da Gesù, nel cuore dei suoi discepoli. E' desiderio di ogni cristiano avere una Chiesa pura, senza macchia, fatta solo di perfetti; ci affanniamo nell'inutile tentativo di sradicare il male, dentro e fuori di noi, ma corriamo il rischio di fare disastri ancora peggiori del male stesso, dimenticando che questo è un compito che non spetta a noi, ma al Padre. La nostra è una comunità di peccatori perdonati per la misericordia del Padre, sempre chiamati a mai condannare, ma a perdonare i fratelli «settanta volte sette» (Mt 18,22), a sconfiggere il male solo facendo il bene (Rm 12,21). La vittoria definitiva sul male e sul maligno avverrà solo alla fine dei tempi e sarà opera di Dio. Il nostro, invece, è il tempo della pazienza e della misericordia che conducono a salvezza. Senza merito alcuno, la salvezza ci viene elargita perché possiamo diventare «figli del Padre nostro che è nei Cieli, che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45)


sabato 18 luglio 2026

CON OCCHI DI MATTINO - Tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni... Dio ha lo sguardo del mattino, per lui la spiga di domani vale molto di più del male contorto di oggi. - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

CON OCCHI DI MATTINO


Tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni... 
Dio ha lo sguardo del mattino, per lui la spiga di domani 
vale molto di più del male contorto di oggi.


In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Mt 13,24-43
  
CON OCCHI DI MATTINO
 
Tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni... Dio ha lo sguardo del mattino, per lui la spiga di domani vale molto di più del male contorto di oggi.

Una parabola che davvero può cambiarci il volto di Dio e farci sentire abbracciati anziché giudicati, passando da occhi d’ombra a occhi di mattino. Anch’io sono uscito da un'aula di tribunale e mi sono felicemente perso in un campo di grano.

La parabola racconta che il nostro cuore è una zolla di terra contesa da due avversari, invasa da buon grano ed erbe cattive. E racconta due sguardi: quello dei servi che si posa sul male e quello del padrone del campo che vede solo il buon grano.

Vuoi che andiamo a sradicare la zizzania? La risposta del signore del campo è perentoria: No! Rischiate di strappare via il grano! Ed aggiunge: abbi pazienza, non avere fretta perché rischi di sradicare anche i germogli buoni.

Dio ha gli occhi del mattino, occhi nuovi che vedono lontano. Non gli interessa un campo perfetto, ma salvare ogni spiga, ogni piccola profezia di buono. E ci propone di fare come lui: Per vincere il buio accende ogni giorno il suo mattino, per vincere l’inverno invia la primavera, per far fiorire la steppa fa volare nell’aria milioni di semi. Perché il nostro spirito è capace di cose grandi solo se ha grandi passioni, e non grandi reazioni immediate.

E mi assicura: tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni; non coincidi con la zizzania, ma con le tue potenzialità di bene. Dio ha lo sguardo del mattino.

Il germoglio è silenzio, non fa clamore, non è ancora una meraviglia se non per chi ha occhi come Lui, e il male di una vita non revoca il bene compiuto, al contrario è il bene che revoca il male. Il bene possibile domani, la spiga di domani è molto più importante del male contorto di oggi.

Il lavoro della nostra vita è solo questo: far maturare il buon grano di cui nessuno è privo, venerare la nostra parte luminosa perché viene da Dio. La parabola ci insegna a liberarci da falsi esami di coscienza negativi, da occhi servili e non di creatore. Vera introspezione è leggere la vita con sguardo divino, quello che non cerca nel campo del cuore assenza di difetti, ma fecondità di frutti buoni.

Non siamo al mondo per essere perfetti e senza spine, nessun campo lo è; ma per essere nella vita donatori di vita. E non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non perfetti ma fruttuosi.

Allora ama i tuoi semi di vita, coltiva con infinita pazienza ogni tuo germoglio buono, veglia su tutto ciò che nasce in te. Sii indulgente con tutte le creature, ma anche con te stesso. Non nutrire il tuo peccato di ieri, lascialo andare, perché se non vedi luce dentro di te, non la vedrai in nessuno.

Preoccupiamoci quindi di avere un amore grande per ogni seme di bontà, misericordia, accoglienza, libertà e tenerezza che Dio ci ha dato, e vedremo la zizzania perdere terreno e le tenebre ritirarsi. È questa la serena prospettiva di Dio.


Enzo Bianchi Le parole di fuoco di Leone XIV

Enzo Bianchi
Le parole di fuoco di Leone XIV
 
Pace, migranti e dignità: il Pontefice richiama il Vangelo senza compromessi.
Ma perché tanti fedeli faticano ad accogliere questo richiamo?


Famiglia Cristiana - 12 Luglio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Tu, cristiano, sei scosso dai discorsi di Papa Leone XIV? Quasi ogni giorno pronuncia parole meditate e inattese emettendo giudizi sulla violenza, sulla guerra, sul rifiuto degli emigranti e dei rifugiati.

Va riconosciuto: il tono è quello profetico, le parole sono parole di fuoco e il giudizio dice in modo definitivo che non c’è per i cristiani una “guerra giusta”! A Barcellona, alla basilica della Sagrada Familia, in un’omelia incandescente ha proclamato: “Non possiamo essere credenti in Gesù Cristo e uccidere l’innocente, non possiamo dirci cristiani e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. E all’Europa cristiana ha ricordato che non può parlare di dignità umana e lasciare che i suoi mari siano cimiteri per quelli che cercano di raggiungerla abbagliati dal suo sviluppo.

Perché le parole del Papa, un tempo ascoltate con riverenza, oggi sembrano cadere nel vuoto e non sono ascoltate? Anzi sovente contestate come interventi che non spettano alla cura dei pastori? Per questi il Vangelo è solo religione più pagana, più tradizionale e culturale che evangelica. Sono cattolici ma non sono cristiani. Ma Gesù ha detto: “Non uccidere, ama il tuo nemico, prega per i tuoi avversari … ero straniero e mi avete accolto…”.
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 17 luglio 2026

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?». Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?».
Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

«Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque». Riportiamo la trascrizione dell’intervento del cardinale di Gerusalemme, patriarca dei latini a Gerusalemme, al termine della manifestazione Re-Imagine Peace, che si è svolta a Firenze con la partecipazione di artisti italiani, israeliani e palestinesi in collaborazione con la Fondazione Giorgio La Pira

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, luglio 2026. ANSA/Gianluigi Basilietti

«Decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto». Questo il messaggio centrale, come sottolineato da Vatican News, dell’intervento del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, al concerto finale di Re-Imagine Peace, domenica sera 12 luglio a Firenze. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui.

L’intervento, all’interno di una serata di concerto gratuito, ha concluso il festival, fortemente voluto dall’artista israeliana Noa e organizzato in collaborazione con la Fondazione La Pira, che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e della musica con artisti israeliani, palestinesi e italiani.

Riportiamo la trascrizione integrale dell’intervento del cardinale Pizzaballa:

«Qualcuno si chiederà: “Cosa ci fa un prete qua in mezzo?”. Ma siamo a “Re-image Peace” e dobbiamo usare un po’ della nostra immaginazione e uscire dai nostri confini, perché finché restiamo chiusi nei nostri confini, confiniamo anche la immaginazione e quindi anche la pace. Invece, dobbiamo aprire i confini e le porte.

Grazie a tutti gli organizzatori e gli artisti per questo invito e per il coraggio di dare vita a uno spazio che già dal nome ci propone una sfida meravigliosa: “Re-image Peace”. “Immaginare la pace”, forse è proprio questo il punto: la pace non è soltanto la fine di una guerra, non è soltanto un cessato il fuoco. La pace è anche un esercizio dell’immaginazione, una capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona.

Viviamo un tempo in cui è diventato molto facile scegliere da che parte stare; è molto difficile scegliere di ascoltare. Eppure, io credo che l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo a disposizione. Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro. Esiste il dolore delle famiglie israeliane, che hanno vissuto il terrore, la perdita, la paura. Esiste il dolore delle famiglie palestinesi, che hanno conosciuto la morte, la distruzione, l’incertezza quotidiana.

Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque. Quando dimentichiamo questa verità, perdiamo qualcosa della nostra umanità.

Per questo credo che oggi sia importante avere il coraggio dell’empatia. L’empatia non è debolezza; al contrario, richiede una forza enorme. Richiede la forza di uscire dalle narrazioni che ci rassicurano. E, credetemi, è molto difficile da noi ai confini delle nostre comunità, nelle nostre certezze. Richiede la disponibilità di guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro e forse la pace inizia proprio da qui: inizia nel momento in cui smettiamo di chiederci chi merita la mia compassione e iniziamo a chiederci come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso.

Perché la pace non si costruisce dividendo quel mondo tra esseri umani e gli altri che non lo sono. La pace non si costruisce dividendo il mondo in esseri umani degni di attenzione e altri che non lo sono. La pace si costruisce riconoscendo la dignità di ciascuno. Israele, Palestina, ebrei, musulmani, cristiani, credenti e non credenti, nessuna identità dovrebbe essere una condanna, nessuna appartenenza dovrebbe trasformarsi in una gabbia.

Una parola anche a noi religiosi; quando la religione viene utilizzata per giustificare l’odio e la violenza tradisce la sua vocazione più profonda ed è il peccato più grave di questo tempo. Per questo abbiamo bisogno di leader religiosi che, come gli artisti che abbiamo ascoltato, sappiano parlare al cuore delle persone per ricordarci che l’essenza più autentica della fede non divide ma unisce. Ognuno di noi è molto più delle etichette che gli vengono attribuite.

Allora, forse, il contributo che possiamo dare qui, ora, è ricordare che dietro ogni bandiera ci sono delle persone, dietro ogni notizia ci sono volti, dietro ogni statistica ci sono vite che meritano un futuro.

Io non ho una soluzione politica da offrire stasera – e non so nemmeno se esiste –, ma penso che possiamo affermare insieme alcuni principi semplici e potenti: che la vita è sacra, che la violenza non può essere il destino inevitabile di nessun popolo, che la sicurezza degli uni non dovrebbe richiedere la disperazione degli altri, che la giustizia e la pace non sono alternative ma camminano insieme e che la speranza, anche quando sembra fragile, resta una responsabilità perché c’è qualcosa di profondamente umano nel continuare a credere che il domani possa essere migliore dell’oggi.

In un momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile.

Questa sera, allora, vorrei lasciarvi un augurio: che possiamo imparare a guardarci non come rappresentanti di una causa, ma come esseri umani, che possiamo ascoltare prima di giudicare, che possiamo riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio. Se riusciremo a fare solo questo avremo già reimmaginato la pace e il futuro».
(fonte: Città Nuova, articolo di Maurizio Certini 14/07/2026)

'La Chiesa diventata piccola minoranza' di Enzo Bianchi

'La Chiesa diventata 
piccola minoranza' 
di Enzo Bianchi


Pubblicato su "Vita Pastorale" - luglio 2026

Era stato Ratzinger al Concilio a fare questa profezia di minoranze significative per il rinnovamento.

Conosciamo tutti la profezia del teologo Joseph Ratzinger che, avendo partecipato alla fatica del Concilio, inaspettatamente predisse che nei decenni a venire la chiesa sarebbe diventata una piccola minoranza. Si parlava allora di minorités agissant, minoranze significative ed efficaci, e sorgevano comunità che credevano fortemente in questa dinamica capace di rinnovamento e di mutare anche situazioni e sorti umane. Si nutriva una visione ottimistica circa questa possibilità:
la chiesa diventata umile e povera sarebbe ripartita dai suoi inizi, non avrebbe conosciuto la prosperità, non avrebbe più goduto dell’appoggio dei poteri mondani e si sarebbe dovuta spogliare di molti beni…
Per alcuni cattolici questo era un sogno, un desiderio, oggetto d’invocazione.

Da allora sono passati alcuni decenni e di fatto qualcosa si è avverato della profezia di Ratzinger: la chiesa sta abbandonando molti luoghi di culto e molti edifici, sovente venduti per diventare o spazi destinati ad altri culti, o luoghi culturali, o commerciali. Il numero dei presbiteri è più che dimezzato e le religiose stanno per scomparire. Tra i monaci, poi, che non hanno vocazioni, si registra un invecchiamento che rende le loro comunità precarie e umanamente povere. Non è facile nutrire speranza nel futuro per una tale chiesa e un giovane fa molta fatica ad aderire a chiamate verso cammini di vita pastorale o religiosa, oggi assolutamente non attraenti.

Per ora quella chiesa più spirituale plasmata dalla primitiva ecclesiae forma, la chiesa delle origini, non appare perché la mondanità ha cambiato forme ma regna come prima, come al tempo della cristianità. Sì, c’è chi esalta l’attuale momento di crisi e lo considera un’occasione preziosa per il Vangelo, un’ora pasquale, un tempo di riuscita, ma in questo caso mi sembra che sia un tentativo di coprire la crisi con un’ottica ottimista che rimuove ogni responsabilità, operazione tipica di chi della sua impotenza fa una virtù!

Il Concilio – certamente non tutti i documenti del Concilio, ma le costituzioni dogmatiche – ha tracciato un cammino di riforma serio e fortemente impegnativo, ma di questa riforma che ne è dopo sessant’anni? Avvenuta in parte nella liturgia eucaristica si è arrestata a un certo punto e per quanto riguarda la vita di preghiera dei fedeli non si è fatto nulla. Di fatto la si è impoverita e si mantiene una grave contraddizione: basti sentire i canti che il popolo di Dio continua a fare, vedere le processioni sempre più dotate di bizzarre invenzioni e creazioni, per notare una contraddizione tra la liturgia voluta dal Concilio e la preghiera della comunità cristiana. So che viene chiamata “pietà popolare” e anche esaltata, ma non è in conformità con la teologia espressa dalla fede e dalla liturgia della riforma conciliare. Si disprezza il rito Vetus Ordo mantenuto dai tradizionalisti fino a volerli escludere dalla comunione cattolica e si tollerano e si promuovono processioni – vere e proprie eredità delle processioni celebrate dai fenici che portavano su carri o sulle spalle i loro dèi – con canti e invocazioni più pagane che ispirate dal Vangelo.

Perché non c’è volontà di purificazione della liturgia?
Ho partecipato ancora una volta a un raduno di fedeli cattolici provenienti da diverse chiese locali e con altri osservatori attenti notavamo che le domande che emergevano chiaramente vertevano proprio su tali contraddizioni: questi fedeli portavano a testimonianza liturgie celebrate nelle loro chiese per le quali avevano patito scandalo proprio a causa del misconoscimento della riforma liturgica conciliare.

Com’è possibile permettere e favorire tale pietà popolare e poi insistere che nulla sia tralasciato e nulla mutato nella liturgia eucaristica senza tener conto dell’assemblea? Vere e proprie contraddizioni che non aiutano né la partecipazione alla liturgia né la vita di fede.

Ho già fatto notare su queste colonne l’invito della Conferenza Episcopale Italiana nel documento di attuazione del sinodo (2025) ad aprire i cantieri per una revisione del linguaggio dell’eucologia nella liturgia e c’è già qualche vescovo avveduto e intelligente che si è messo all’opera. Non sarà un lavoro né facile né breve e non si deve ripetere l’errore dell’ultimo messale, quando è stato affidato il compito di lavorare sulle collette ad alcuni, concedendo loro pochi mesi per la stesura. Occorre ricerca e studio e si ricorra a biblisti e liturgisti esperti delle fonti, non a esperti di pastorale come è successo in Italia recentemente, dove abbiamo finito per ritrovarci di fronte a una traduzione dei Salmi gravemente carente e non cantabile. Occorrono liturgisti, non antropologi! Questo rinnovamento è necessario a partire dalle “collette”, dalla “secreta” e dal “post-communio”, che risentono molto della loro origine medievale e di un linguaggio vecchio, non più capace di esprimere l’amore sempre preveniente e gratuito del nostro Dio.

Papa Leone con la sua mitezza e il suo fermo desiderio per l’unità della chiesa può fare molto in quest’ora difficile, segnata da un accrescersi delle divisioni, delle polarizzazioni e delle contrapposizioni non solo nel mondo, tra i popoli, ma anche tra le chiese e nella chiesa cattolica stessa. Proprio in questi giorni, non possiamo tacerlo, vengono ordinati quattro vescovi nella Fraternità San Pio X, guidata da Lefebvre, senza il mandato pontificio. Significherà la scomunica e lo scisma. Papa Ratzinger aveva tolto la scomunica e Papa Francesco nella sua grande passione di unità durante l’anno della misericordia aveva dato alla Fraternità la possibilità di celebrare legittimamente i sacramenti. Nonostante questo atteggiamento di benevolenza purtroppo oggi lo scisma si consuma, e in modo irreparabile. È una ferita per la chiesa della quale non possiamo rallegrarci e ci rincresce che in tanti anni non ci sia stato un dialogo efficace fino al ristabilimento della comunione. Tutto il corpo di Cristo è lacerato, tutti ne devono soffrire.

Anche da questa realtà di chi continua a celebrare secondo il Vetus Ordo, pur dicendo il nostro fermo disaccordo in obbedienza alla riforma liturgica conciliare, dobbiamo lasciarci interrogare. In Italia non sono molti i cristiani tradizionalisti, ma in altri paesi la loro presenza è eloquente e s’impone, come in Francia, dove assicurano un certo risveglio della vita cristiana dopo una stagione segnata da esteso secolarismo e profonda indifferenza. Il fenomeno del pellegrinaggio a Chartres, le “Sentinelle del mattino” nella chiesa di Parigi, sono una novità che raduna soprattutto giovani che non arrossiscono nel professare il Vangelo di Gesù Cristo. Purtroppo i presbiteri che sono presenti tra di loro soprattutto a livello liturgico non solo seguono il Vetus Ordo, ma lo celebrano anche nelle sue devianze che si manifestano in celebrazioni individuali e simultanee sotto le tende gli uni accanto agli altri. Ho interrogato con attenzione questi giovani sulle motivazioni della loro appartenenza a queste porzioni di chiesa tradizionaliste e sempre mi è stato risposto che dai tradizionalisti la celebrazione dell’eucaristia è seria, è curata, senza protagonismi del celebrante, e i canti gregoriani sono eloquenza della fede, non vergognose canzoni da happening…”. Sì, cercano ciò che la liturgia scaturita dalla riforma del Concilio dovrebbe dare loro, né più né meno, anzi da quest’ultima riceverebbero di più, perché è ispirata dalla parola di Dio.

Ma attualmente le eucaristie nelle nostre chiese raramente sono ben celebrate, secondo le vere intenzioni della riforma. Lo dico da testimone, perché per due anni ho partecipato a messe domenicali parrocchiali, essendo fuori comunità, e grande è stata la mia desolazione o per la celebrazione scadente o per le miserie dell’assemblea.

Io nutro la speranza che i vescovi italiani che hanno avuto il coraggio di aprire i cantieri di una nuova riforma liturgica riescano veramente ad attuarla, e sarà un’occasione per rinnovare la comunità cristiana che celebra il grande mistero della sua identità: essere corpo di Cristo!

(Fonte: Blog dell'autore)

giovedì 16 luglio 2026

Perché i ricchi sono sempre più ricchi (e cosa aspettarsi dal futuro)

Perché i ricchi sono sempre più ricchi
(e cosa aspettarsi dal futuro)

Dalle piattaforme tech ai colossi della finanza, la nuova élite globale gode di rendite e posizioni dominanti. L’AI, se non governata, potrebbe accentuare il fenomeno.


La ricchezza globale continua a crescere. Ma sempre meno persone ne raccolgono i frutti. Negli ultimi anni il patrimonio mondiale ha raggiunto livelli record, sostenuto da una serie di fattori tra cui la corsa dei mercati finanziari, il boom tecnologico e l’aumento del valore delle imprese, delle Borse e del mercato immobiliare. Eppure è una crescita non uniforme: una quota sempre più ampia della ricchezza finisce nelle mani di una élite ristretta. È un qualcosa, secondo molti, di profondamente connaturato alle distorsioni del capitalismo contemporaneo. Che cosa ci dicono i numeri?

Secondo il World inequality report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede circa tre quarti della ricchezza totale, mentre la metà più povera dell'umanità si divide appena il 2%. Ancora più impressionante è il dato relativo allo 0,001% più ricco: meno di 60mila persone, la capienza di un impianto sportivo medio-grande, detiene una ricchezza che è tre volte quella della metà più povera del pianeta.

La fotografia è confermata anche da Oxfam. Nel suo ultimo rapporto l’organizzazione evidenzia che nel solo 2025 il patrimonio dei miliardari è cresciuto di oltre il 16%, raggiungendo il massimo storico di 18.300 miliardi di dollari. Dal 2020 la loro ricchezza è aumentata di oltre l’80%, a un ritmo molto superiore rispetto alla crescita dell'economia mondiale.

Ma perché la ricchezza tende a concentrarsi?

Una delle spiegazioni è quella proposta dall’economista Thomas Piketty. Nel suo Il capitale nel XXI secolo sostiene che, quando il rendimento del capitale cresce più velocemente dell'economia, chi possiede patrimoni vede aumentare la propria ricchezza molto più rapidamente di chi vive del proprio lavoro. Se questo meccanismo non viene corretto da politiche fiscali, redistributive o da forti shock economici, la concentrazione della ricchezza tende ad aumentare.

In un rapporto di qualche tempo fa, l’Ocse aveva segnalato la necessità di rafforzare i sistemi fiscali per migliorare l’efficacia delle tassazioni per i redditi più alti. Eppure, in diversi Paesi dell’area Ocse, le disuguaglianze economiche continuano ad ampliarsi, anche per effetti di aliquote fiscali più basse, esenzioni e detrazioni per categorie di reddito e patrimonio.

Negli ultimi vent’anni, poi, nel percorso verso la digitalizzazione si sono affermati modelli “winner takes all”, già descritti in diversi report delle Nazioni unite, in cui poche aziende globali conquistano fette sempre maggiori di mercato sfruttando i dati, le tecnologie e la proprietà intellettuale. È il caso delle grandi piattaforme tech, ma anche dei colossi della finanza e del lusso, che concentrano valore molto superiore delle industrie tradizionali.

La variabile AI

L’intelligenza artificiale aumenterà inevitabilmente le disuguaglianze o genererà una ricchezza diffusa? È una delle grandi domande che accompagneranno l’economia dei prossimi anni. Un recente rapporto dell’Onu mette in guardia dal rischio che l’AI allarghi il divario non solo tra Paesi ma anche tra grandi imprese e il resto dell’economia, se non accompagnata da regole adeguate e investimenti diffusi. È la conclusione a cui arriva anche lo studio dello scienziato Alireza Zandieh, “Artificial intelligence, economic inequality, and financial barriers to sustainable peace”, pubblicato a giugno sulla rivista Social Sciences & Humanities Open: l’AI, così come si sta sviluppando oggi, finirà col rafforzare la concentrazione della ricchezza e del potere economico.

In un intervento uscito poche settimane fa sul suo Substack, Paul Krugman arriva persino a chiedersi se l’AI possa produrre una vera e propria “inequality apocalypse”, uno scenario in cui i guadagni di produttività finiscono quasi interamente nelle mani dei proprietari delle aziende tecnologiche. L’allarme, va ricordato, arriva da un economista tutt’altro che ostile all’innovazione, che ha più volte rigettato gli scenari catastrofici di disoccupazione di massa.

Non tutti però condividono questa lettura. Daron Acemoğlu, Nobel per l’economia nel 2024, continua a dire che “l’AI non determina automaticamente né crescita, né disuguaglianza; dipende da come viene progettata”. L’economista distingue fra automation AI e augmentation AI, con la seconda che aumenta la produttività dei lavoratori invece di sostituirli.

Secondo il Fondo monetario internazionale, che ad aprile ha pubblicato un documento interessante sul tema, l'intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività globale e generare nuova ricchezza in misura paragonabile ad altre grandi rivoluzioni tecnologiche. La differenza, spiegano gli economisti dell’Fmi, la faranno le politiche: investimenti nelle competenze, concorrenza, sistemi fiscali e redistribuzione determineranno se i benefici saranno diffusi oppure finiranno concentrati in poche mani.

La nuova geografia della ricchezza

Qualunque sarà l’esito di questa sfida, una trasformazione è già in corso. Negli ultimi vent'anni è cambiato il modo in cui si crea ricchezza e, di conseguenza, anche chi la possiede. Il baricentro del capitale si è spostato dai settori tradizionali (industria, immobiliare ed energia) verso tecnologia, software, semiconduttori, spazio e, appunto, intelligenza artificiale. Sempre più spesso la ricchezza nasce da asset immateriali: algoritmi, brevetti, dati, software e piattaforme digitali. L’esempio più eclatante è quello di Elon Musk. Dopo la nuova valutazione record di Space X sul mercato privato, l’imprenditore è entrato nell’Olimpo dei trilionari, con un patrimonio che supera il Pil del Sudafrica e di oltre 150 nazioni.

Una nuova élite che non vive solo di rendite, ma concentra contemporaneamente capitale, reddito da lavoro (spesso altamente qualificato) e naturalmente la proprietà di grandi imprese. È il concetto di homoploutia, approfondito in una recente intervista a Le Monde dall’economista Branko Milanović: le stesse persone (homo) sono ricche (ploutia) sia in termini di reddito da capitale che da lavoro. L’Italia, fa notare Milanović, ha probabilmente il più alto tasso di homoploutia al mondo: circa il 40% di coloro che appartengono al decile di reddito più alto cumulano entrambe le forme di ricchezza, rispetto al 25-30% circa in altre economie.


Questo non significa che il mondo stia diventando complessivamente più povero. Al contrario. Secondo le classificazioni della Banca Mondiale, che ogni anno suddivide 218 economie in quattro fasce di reddito, nel 1987 quasi un Paese su tre apparteneva alla categoria a basso reddito, mentre oggi è poco più di uno su dieci. E l'aggiornamento del 2026 conferma questa tendenza: sei Paesi, tra cui Vietnam, Filippine e Sri Lanka, sono saliti nella fascia di reddito superiore.

Aumenta anche la ricchezza personale, come conferma il recente Global Wealth Report di Ubs basato su un campione di 56 Paesi: nel 2025 è è aumentata di oltre il 10%, il ritmo più sostenuto degli ultimi anni, e quasi un milione di persone è entrato nella categoria dei milionari.

Il punto però è un altro: come segnala Ubs, la ricchezza cresce, ma più velocemente nella parte alta della distribuzione. E le conseguenze vanno oltre la semplice disuguaglianza economica. Una maggiore concentrazione dei patrimoni significa anche maggiore capacità di influenzare i mercati, orientare gli investimenti, finanziare innovazione e, in alcuni casi, incidere direttamente sul processo politico.

Il rapporto Ubs, osserva Leonardo Becchetti, economista dell’Università di Roma Tor Vergata, “è una buona notizia a metà perché la crescita della ricchezza significa più risorse potenziali per investimenti, innovazione, transizione energetica, salute, istruzione, imprese e lavoro. Ma il punto decisivo è capire se questa ricchezza diventa generativa o resta concentrata in rendite e posizioni dominanti”.

Equità: sì, ma come?

È uno dei motivi per cui il dibattito sulla tassazione dei grandi patrimoni, sull'antitrust e sulla regolazione delle piattaforme digitali è tornato al centro dell'agenda internazionale. Sul fronte fiscale, il G20 ha rilanciato la discussione su una maggiore cooperazione contro l'elusione dei grandi patrimoni. Su impulso della presidenza brasiliana, l'economista Gabriel Zucman ha proposto una tassa minima globale del 2% sui patrimoni dei miliardari, una misura che secondo le stime potrebbe generare 200-250 miliardi di dollari l'anno da destinare a investimenti e servizi pubblici. L'idea ha raccolto il sostegno di Paesi come Spagna e Sudafrica. Intanto l’Unione europea ha rafforzato gli strumenti per limitare il potere delle grandi piattaforme con il Digital markets act, imponendo nuovi obblighi ai cosiddetti “gatekeeper” digitali, mentre negli Stati Uniti il dibattito antitrust contro i colossi della tecnologia si è sostanziato nelle azioni del Dipartimento di Giustizia contro Google e con le cause avviate nei confronti di Meta e Amazon. Sullo sfondo resta la sfida forse più complessa: definire regole comuni per l'intelligenza artificiale. L'AI Act europeo rappresenta il primo tentativo organico di regolamentazione, ma la partita è ormai globale.

A giugno Piketty e i colleghi del World inequality lab hanno pubblicato il Global justice report, nel quale immaginano uno scenario al 2100 con una drastica riduzione della concentrazione dei grandi patrimoni attraverso politiche fiscali globali. Scrivono, tra l’altro, che “non basta misurare la ricchezza, bisogna immaginare un futuro in cui sia distribuita diversamente”. Perché nessuna concentrazione è irreversibile. Ma di certo non si corregge da sola.

Copertina: Kit Suman/unsplash
(fonte: Futura Network, articolo di Andrea De Tommasi 07/07/2026)