Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 7 giugno 2026

Il primo giorno di Papa Leone XIV in Spagna: a Madrid l’incontro con i fragili e il dialogo con i giovani

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026


***************


Sabato, 6 giugno 2026

MADRID
18:00 VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DAL PROGETTO SOCIALE “CEDIA 24 HORAS” presso il Centro di Informazione e Accoglienza
20:30 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI in “Plaza de Lima”

***************

Il primo giorno di Papa Leone XIV in Spagna:
a Madrid l’incontro con i fragili e il dialogo con i giovani

L'incontro con gli operatori e gli assistiti del “CEDIA 24 horas” e la veglia con i giovani

Il Papa con gli assistiti del CEDIA | Daniel Ibanez / EWTN News

Dopo l’incontro con le autorità, il Papa a Madrid visita una struttura dal nome CEDIA 24 horas (Centro de Encuentro y Acogida). Un centro di accoglienza e primo soccorso per persone senza fissa dimora, che offre servizi di base, supporto sociale e percorsi di reinserimento. Poi, la veglia di preghiera con i giovani in Plaza de Lima, famosa per ospitare l’iconico Stadio Santiago Bernabéu del Real Madrid. Dunque il Papa nel pomeriggio del 6 giugno, primo giorno in Spagna fa visita gli emarginati e poi si dedica a loro, i suoi giovani.

Alle 18 il primo impegno del pomeriggio del Papa è alla struttura CEDIA 24hours. Un centro di aiuto e supporto aperto sempre, un supporto sociale e completo della città, volto a promuovere l’autonomia individuale. Il Pontefice viene accolto dall’Arcivescovo Metropolita di Madrid, il Cardinale José Cobo Cano, e dal Direttore del Centro. All’interno della struttura uno degli assistiti spiega brevemente il funzionamento e l’assistenza fornita alle persone senza fissa dimora.

Il Papa ascolta varie testimonianze. La testimonianza di una madre con bambino, Niurka, quella di un migrante e quella di una volontaria. A loro rivolge parole di speranza e affetto. “Chi è a Madrid, è di Madrid”, dice il Papa ripetendo le parole di saluto dell’Arcivescovo di Madrid.

Prima di lasciare la Nunziatura a Madrid per la Visita agli Operatori e Assistiti dal Progetto Sociale CEDIA 24 HORAS, Papa Leone XIV ha incontrato un gruppo di circa 40 disabili e malati, seguiti da varie organizzazioni caritative cattoliche e dall’Arcidiocesi di Madrid. Il Papa ha rivolto loro alcune parole e, prima di salutarli individualmente, insieme a loro ha pregato il Padre Nostro, ha fatto sapere un Telegram della Sala Stampa della Santa Sede.

Il Papa con gli assistiti del CEDIA | Vatican Media / EWTN News

L’incontro al centro CEDIA è un incontro molto familiare, il Papa sorride e concede a tutti i presenti un momento di attenzione e un sorriso. “Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine come Ares e Atenea, di donne e uomini come Khadri, di volontari e volontarie come Alicia: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice San Giovanni: se fossero scritte una per una…il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”, dice il Papa nel suo discorso al CEDIA.

“L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui. Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa “mangiatoia” semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno – anzi letteralmente giorno e notte – a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto”, commenta ancora Papa Leone.

“Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre”, ricalca il Papa che al termine dell’incontro, dopo lo scambio dei doni, la benedizione e il canto finale, si reca nella Chiesa della Crucifixión del Señor per benedire alcuni rappresentanti delle Associazioni sociali dell’Arcidiocesi metropolitana di Madrid.Il Papa in spagnolo ha ringraziato i presenti e tutte le associazioni, “grazie per questo sacrificio, per dire sì a Gesù crocifisso”.


Il Papa, veglia con i giovani | Daniel Ibanez / EWTN News

Verso le 20.30, dopo cena, il Pontefice arriva in Plaza de Lima accompagnato sempre dall’Arcivescovo Metropolita di Madrid e sale sul palco insieme con 30 giovani. È un dialogo fatto di domande e risposte quello del Papa con i giovani. Ci sono canti, c’è l’adorazione e c’è anche la rappresentazione scenica Godspell. Papa Leone XIV risponde a tutte le domande dei ragazzi: “Sappiamo che Sant’Agostino è molto importante per Lei, ma quali altri Santi e quali altri riferimenti L’hanno aiutata nella Sua crescita come cristiano?”.

Il Papa risponde che ha tre figure importanti per lui. “Il primo è san Giovanni Crisostomo, cioè “bocca d’oro”, un titolo che questo Padre della Chiesa si è meritato per la sua eloquenza. Portando nel cuore la parola di Dio, ne faceva dono a tutti, testimoniando con coerenza la verità del Vangelo contro le eresie del suo tempo. Mi hanno specialmente colpito le sue splendide catechesi, omelie. Non avete paura di pensare alla vita religiosa o altro servizio della Chiesa! Il secondo santo è Tommaso da Villanova, un agostiniano, che fu chiamato a diventare pastore della Chiesa. Era spagnolo. Guadagnandosi con la sua sapienza la stima dell’Imperatore Carlo V. Divenuto Vescovo di Valencia, avviò un’intensa opera di riforma della Chiesa, soprattutto del clero, spronando i fratelli all’impegno nella preghiera, alla castità e all’obbedienza. La sua ardente carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova. Il terzo compagno di viaggio è san Turibio da Mogrovejo, anch’egli è spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione degli Indios, studiando le lingue locali. San Turibio unì un’intensa vita di preghiera all’impegno per la giustizia, soprattutto contro i soprusi coloniali e la corruzione. Perciò è per me un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo”, questa la risposta del Papa.

“Che cosa Lei pensa che potrebbe aiutarci a riconoscere la voce di Dio in mezzo a tante altre voci?”, chiede un altro giovane al Papa. “Per riconoscere la voce di Dio, può aiutarci anzitutto il silenzio, la capacità di stare in silenzio. Non sappiamo stare in silenzio. Quando cerchiamo il silenzio decidiamo cosa ascoltare. Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta”, consiglia il Papa.

Il Papa, veglia con i giovani | Daniel Ibanez / EWTN News

“Guardate quanti siete qui, nessuno si trova solo”, dice il Pontefice. Si stimano 600.000 giovani presenti all’evento dedicato ai giovani.

Per il Pontefice “il giovane cristiano, infatti, diventa luminoso nella gioia come nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come una persona che trae il gusto della vita da dentro di sé, senza aspettare che glielo diano la ricchezza, il piacere o il potere. Questa è la nostra libertà, che ha la sua sorgente nella fede, capace di dare luce e buon sapore ad ogni società, ad ogni esperienza umana. La missione che vi affido è proprio questa: una missione, essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili”.

L’ultimo consiglio del Pontefice prima di finire questa giornata a Madrid: “Guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità”.

Il Papa firma la "Croce dei giovani" con un pennarello di colore bianco. Tutto si conclude con l'Adorazione Eucaristica.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Veronica Giacometti 06/06/2026)

***************

VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DAL PROGETTO SOCIALE “CEDIA 24 HORAS”

SALUTO DEL SANTO PADRE

Centro di Informazione e Accoglienza (Madrid)
Sabato, 6 giugno 2026

_______________________________


Eminenza,
Eccellenze,
carissimi fratelli e sorelle,

sono davvero molto contento di cominciare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno è lasciato solo.

Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme, senza ignorare la complessità delle situazioni e al tempo stesso senza venir meno alle esigenze della carità e della giustizia, «nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del suo mondo» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2005, 27). Così il CEDIA cammina sulla strada del Vangelo, sulle orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre infermità e miserie, ma per farle sue eccetto il peccato, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre fino a dirci: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).

In questo senso possiamo interpretare le parole che poco fa abbiamo sentito cantare: «En cada sueño te busqué, y ninguno fue en Balde». Esse ben sintetizzano le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che qui si svolge ogni giorno.

Grazie a un sogno, infatti, e a una piccola porta aperta – piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto sua Eminenza – Niurka ha dato ad Ares e Atenea la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.

Grazie a un sogno e alla stessa piccola porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso una mano, mostrandogli di stimarlo e di credere in lui, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia rinnovata non solo di continuare il cammino, ma di essere a sua volta di sostegno ad altri, come altri lo hanno sostenuto.

Sempre grazie a un sogno e alla medesima piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a ritrovare dignità, autonomia, speranza e rispetto del valore sacro della loro persona, e a iniziare una vita nuova.

Anche i simboli che mi avete donato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro con Dio di Mosè, sull’Oreb (cfr Es 3,1-6), richiama la “terra santa” che tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza.

Per questo ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto luminose, che riflettono, come specchi, la carità di Dio.

Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice San Giovanni: «se fossero scritte una per una […] il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). E il paragone evangelico non è forzato, perché in queste storie continuano le «cose compiute da Gesù» (ibid.) a cui si riferisce l’Evangelista.

L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui. Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa “mangiatoia” semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno – anzi letteralmente giorno e notte – a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto.

Come motto per questa visita sono state scelte le parole di Gesù ai suoi discepoli: «alzate i vostri occhi» (Gv 4,35).

Sono un invito a guardare le messi che, mature, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non permette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli (cfr 2Cor 5,14) e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede.

In realtà, se ci pensiamo bene, «anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici o economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (Dilexi te, 15).

Le parole di Gesù sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri (cfr Sal 112,1-9), tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza. Papa Francesco diceva in proposito: «Dinanzi al mistero della vita personale e alle sfide della società, chi crede ha un sussulto, una passione, un sogno da coltivare, un interesse che spinge a impegnarsi in prima persona» (Omelia della S. Messa allo “Stadio Vélodrome”, Marsiglia, 23 settembre 2023), e metteva in guardia contro il pericolo di un «cuore piatto, freddo, accomodato nel quieto vivere, che si blinda nell’indifferenza e diventa impermeabile, che si indurisce» (ibid.). Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona.

Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto. Chiedeva: «Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?» (Angelus, 27 ottobre 2024) e concludeva: «L’elemosina non è beneficenza. Quello che riceve più grazia dall’elemosina è colui che la dà, perché si fa guardare dagli occhi del Signore» (ibid.). Coloro che amano veramente «non si limitano a dare qualcosa: ascoltano, dialogano, cercano di capire la situazione e le sue cause […] attenti al bisogno materiale e anche a quello spirituale, alla promozione integrale della persona» (Messaggio per la VII Giornata Mondiale dei Poveri, 13 giugno 2023, 5).

E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore premuroso a Cana (cfr Gv 2,1-11), trepidante sulle orme del Figlio (cfr Lc 2,41-49; 8,19-21), vicino e partecipe fino in fondo ai piedi della croce (cfr Gv 19,25-27). A Lei affido tutti voi e il vostro lavoro, in questa terra che Le è consacrata, augurandoci che sia sempre più lo spirito della sua maternità universale ad animare il grido della fede. Diciamole: «Insegnaci a saperti sempre Madre, sorgente di misericordia, grembo di perdono, abbraccio della speranza, porta della Gloria» (Preghiera di san Giovanni Paolo II alla Vergine dell’Almudena, 15 giugno 1993). Grazie.

Bene, prima di dare la benedizione, preghiamo per un momento con la preghiera che Gesù Cristo ci ha insegnato.

Padre Nostro

Benedizione Apostolica

Congratulazioni a tutti, grazie mille per questa testimonianza d'amore.

_______________________________

Parole a braccio nella parrocchia della "Crucifixión del Señor"


Molte grazie, è un piacere essere qui. Sono molto felice di questa prima visita nell’Arcidiocesi di Madrid. E sono felice anche di iniziare in una parrocchia che si chiama Crocifissione, che è segno non di norte, ma di speranza, di nuova vita, di resurrezione e della salvezza che Gesù offre a tutti noi.

Ringrazio moltissimo tutte le associazioni qui rappresentate: grazie per questo bellissimo servizio che fate, perché questo è il segno della speranza nel mondo di oggi, è il Vangelo vivo che tutti vogliamo vedere, tutti vogliamo sentire, sperimentare, ma che molte volte va perso, dimenticato, per la grande indifferenza che spesso colpisce la nostra società.

Voi avete nelle vostre mani questa grande possibilità di offrire speranza a noi e a tutto il mondo. Grazie per questo, grazie per i sacrifici, grazie per dire “sì” a Gesù Crocifisso, grazie per abbracciare la Croce e per arrivare voi, noi, tutti, camminando insieme verso la speranza, verso la gioia della Resurrezione. Grazie mille.

Applausi

Molte grazie, molto bene. Dunque, essendo in Chiesa, non c’è posto migliore per pregare: anche a casa possiamo farlo ma qui, evidentemente, siamo uniti. E così, come una grande comunità di vita di fede, preghiamo insieme come ci ha insegnato Gesù.

Padre Nostro

Benedizione Apostolica

Bene, molte grazie: congratulazioni! Grazie per questo meraviglioso servizio.

***************









***************

VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

“Plaza de Lima” (Madrid)
Sabato, 6 giugno 2026

_______________________________


(1) Sappiamo che Sant’Agostino è molto importante per Lei, ma quali altri Santi e quali altri riferimenti L’hanno aiutata nella Sua crescita come cristiano?

(2) Vorrei farLe una domanda sui Suoi anni come missionario in Perù. Quale ricordo o quale esperienza conserva come un tesoro di quegli anni?

Bene, innanzitutto: un saluto a tutti voi! Grazie per essere qui e grazie per condividere la fede con tutta Madrid e con tutta la Spagna. Alla prima domanda, riguardo ad alcuni santi che sono stati per me punti di riferimento durante la mia crescita e gioventù, ma anche come vescovo e come Papa… Avete già menzionato sant’Agostino – e tutti sappiamo che sant’Agostino è una figura molto importante per tutta la Chiesa – ma ho anche pensato a uno dei Padri della Chiesa orientale che si chiamava san Giovanni Crisostomo. Il suo nome significa “bocca d’oro”, un titolo che questo Padre della Chiesa si è meritato per la sua bella eloquenza. Fu studioso di filosofia prima del suo Battesimo, avvenuto nel 368 d.C. Si impegnò poi nell’esegesi della Sacra Scrittura, insieme ad altri giovani di Antiochia, sua città natale. Dopo un’esperienza da eremita, si dedicò al servizio della Chiesa come sacerdote e poi come vescovo. E qui ne approfitto per dire a tutti voi: non abbiate mai paura di pensare a una vocazione alla vita sacerdotale, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa!

Giovanni Crisostomo, che portava nel cuore questo amore per la Parola di Dio, dopo essere stato sacerdote e vescovo, ha dato una testimonianza molto grande, soprattutto con la coerenza della sua vita. Se predicava, era perché viveva quel messaggio. Mi hanno specialmente colpito le sue catechesi, i suoi discorsi, le sue omelie e i suoi scritti che coniugano l’amore per la verità e la rettitudine della sua vita.

Aveva anche molto coraggio: non aveva paura di parlare davanti all’imperatore, di dire cose che erano a favore della giustizia e non solo per compiacere l’altro. Era un uomo di parola.

L’altro santo cui ho pensato è san Tommaso da Villanova, agostiniano, che fu chiamato a diventare pastore della Chiesa. Era spagnolo. Studiò all’Università di Alcalà, guadagnandosi con la sua sapienza la stima dell’Imperatore Carlo V. Poi fu nominato vescovo di Valencia, e avviò un’intensa opera di riforma della Chiesa, soprattutto del clero, spronando i fratelli all’impegno nella preghiera, alla vita di castità e all’obbedienza. Per la sua ardente carità è conosciuto fino ad oggi come “il vescovo dei poveri”. Questa carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova e nei momenti di servizio

L’altro compagno di viaggio è san Turibio da Mogrovejo, anch’egli è spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione, studiando le lingue locali. San Turibio unì un’intensa vita di preghiera all’impegno per la giustizia, soprattutto contro i soprusi coloniali e la corruzione. Perciò è per me un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo.

Guardando la vita di questi santi, mi sono detto, come sant’Agostino: se ne sono stati capaci loro, perché non io? (cfr Confessiones, VIII, 27). Una domanda che affido volentieri anche a voi, invitandovi a scegliere esempi di vita buona, che risultino attraenti sia per voi stessi sia per gli altri.

Riguardo agli anni vissuti in Perù, come missionario e poi come vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede della gente, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza. Proprio l’incontro con le ferite e anche con le gioie del popolo mi ha fatto crescere nel cammino alla sequela di Gesù. Mentre lo annunciavo, anch’io venivo trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di questi popoli, spesso materialmente molto poveri, ma ricchi nella fede. E sperimentando questa fede nella parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio può trasformare il conflitto in pace. Può essere fonte di riconciliazione, di pace e di giustizia.

(3) Che cosa Lei pensa che potrebbe aiutarci a riconoscere la voce di Dio in mezzo a tante altre voci?

(4) Come possiamo noi, che pure siamo in ricerca, accompagnare altri nel loro percorso di scoperta della bellezza della fede?

Anzitutto, possiamo parlare di come ascoltare questa voce di Dio: come discernere se è veramente Dio che sta parlando o un altro, un’altra attrazione, un’altra difficoltà.

Per riconoscere la voce di Dio, può aiutarci anzitutto il silenzio.

Penso che sia molto importante che ciascuno di noi cerchi di sviluppare la capacità di stare in silenzio. Molte volte camminiamo con le cuffie, ascoltiamo musica, siamo distratti e non sappiamo stare in silenzio. Penso che molte volte sia proprio in questa esperienza di silenzio che Dio può parlarci: lì possiamo discernere la voce di Dio.

Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo che cosa non ascoltare e da quali rumori non essere distratti. Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta.

Qui vorrei anche sottolineare l’importanza di cercare la verità, perché molte voci, molte cose nei social ci ingannano e ci raccontano menzogne. Cercate sempre la verità! Dio è verità! Se qualcosa ti allontana da Dio, non è verità! Non dimenticatelo!

In secondo luogo, state certi che Dio conosce bene la tua voce, la vostra voce: Egli vi ascolta e vi risponderà. Non abbiate paura di esprimere quel che sentite nel cuore. C’è un salmo che dice: «Chi ha fatto l’orecchio, forse non sente?» (Sal 94,9). Questo nostro discorso interiore diventa una preghiera, una lode, una domanda quando viene affidato all’unico che lo può ascoltare. La preghiera, infatti, è una voce libera proprio perché non parla per rendere conto, per far vedere che siamo preparati o per farci sentire importanti. Quando noi stessi diventiamo preghiera, il Signore ci risponde con il suo Verbo, diventato uomo per noi, affermando che ci ama con tutto sé stesso.

In terzo luogo, dunque, per riconoscere la voce di Dio occorre ascoltare la Parola. La Parola di Dio è viva, perché è Cristo, la cui voce continua a risuonare nella Chiesa che è il suo Corpo. Egli compie tutte le Scritture, quel testamento antico e nuovo dato agli uomini come promessa di salvezza. L’adorazione eucaristica, che stasera condividiamo, è proprio il luogo giusto per fare silenzio, liberare il cuore e dire noi stessi dinanzi al Signore, dialogando con Lui, eloquente nel suo amore fatto cibo per tutta l’umanità.

Inoltre, carissimi, per accompagnare a scoprire la bellezza della nostra fede, ricordate che nessuno di noi è nato maestro, e del Signore siamo tutti discepoli. Condividete dunque il vostro cammino spirituale, testimoniandolo con coerenza di vita: la volontà di seguire Gesù ci rinnoverà costantemente, soprattutto nell’ora della fatica.

In questo è importante vedere che nessuno è solo credendo in Gesù. Guardate quanti siete qui! E così anche in comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia: lì tutti possiamo imparare la bellezza della nostra fede. Condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente.

Egli sta al nostro passo e illumina la via: sull’esempio del Maestro, proprio così vi invito a fare, come pastori, educatori e amici. Se pregate con amore, i giovani apprezzeranno l’importanza della preghiera. Se siete ardenti di fede, trasmetterete il suo vivo fuoco.

Cercate tutti nei vostri cuori questo fuoco dell’amore di Dio! Lì c’è la presenza di Gesù, e la vicinanza di Gesù si percepisce anche nei momenti delle nostre cadute, perché Gesù mai ci abbandona. Soprattutto quando diventiamo mano tesa, abbraccio fraterno, quando cerchiamo opportunità per servire gli altri e quando cerchiamo come toccare la vita dell’altro con le sue ferite, nella sua tristezza, nelle sue difficoltà: lì la fede in Gesù Cristo diventa viva, e Gesù stesso ci aiuterà a sostenerci a vicenda nel cammino.

(5) Come possiamo vivere da giovani cristiani impegnati in questa società?

(6) Qual è la missione concreta che Lei vuole affidare ai giovani della Chiesa?

Bene, congratulazioni per il tuo matrimonio Fernando! Qui ho visto anche altre coppie che stanno per sposarsi: congratulazioni e benedizioni! Perché, se prima ho detto “non abbiate paura di pensare a una vocazione”, anche il matrimonio è una vocazione. Non abbiate paura di sposarvi e di formare una famiglia!

Lungo i secoli della storia della Chiesa, noi cristiani siamo vissuti in ogni tipo di società, attraversando i cambiamenti delle culture che abbiamo condiviso e contribuito a formare. C’è un testo antico – si chiama Lettera a Diogneto – che ci consegna a proposito una bella intuizione: «Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (VI). Ecco il nostro modo di vivere: i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. In Cristo siamo liberi! Cristo ci ha liberato con il suo amore: grazie a quest’amore, restiamo sempre liberi davanti a ogni forzatura e inganno. Siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte. Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita, che Dio prepara per tutti. In questa prospettiva, soprattutto voi giovani siete chiamati a dare direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro. Vedendo voi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo contagioso motivato dalla fede, penso con speranza alla capacità che avete di testimoniare Cristo nel mondo, inclusa la realtà digitale, per comunicare i valori e la bellezza del Vangelo (cfr Christus vivit, 105; Saluto nel giubileo dei missionari digitali, 29 luglio 2025). Andate, questa missione è vostra!

Vi invito perciò, tutti insieme, a essere sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13). Per vivere così, occorre anzitutto interpretare la società presente, abitandola con saggezza, per poterla poi trasformare come testimoni del Vangelo. Il giovane cristiano, infatti, diventa luminoso nella gioia come nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come una persona che trae il gusto della vita da dentro di sé, senza aspettare che glielo diano la ricchezza, il piacere o il potere. Questa è la nostra libertà, che ha la sua sorgente nella fede, capace di dare luce e buon sapore ad ogni società, ad ogni esperienza umana. Quando la vita non sa di niente, invece, è come se ci venisse tolta: non la sentiamo più nostra. Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova.

E allora, voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo. Coltivando quest’impegno, guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore! Grazie.

***************












VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA - Evitare gli approcci identitari: la cultura dell’incontro genera stabilità e prosperità

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026



***************


Sabato, 6 giugno 2026

ROMA - MADRID
08:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino per Madrid
10:30 Arrivo all’Aeroporto internazionale “Adolfo Suárez” Madrid/Barajas ACCOGLIENZA UFFICIALE
11:30 CERIMONIA DI BENVENUTO nel Palazzo Reale di Madrid
12:00 VISITA DI CORTESIA ALLE LL.MM. I REALI DI SPAGNA
12:30 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Palazzo Reale di Madrid


***************

Evitare gli approcci identitari:
la cultura dell’incontro genera stabilità e prosperità



L’ispirazione a «una fede rinnovata» e a una riconciliazione profonda, insieme all’invito a contrastare «la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni», promuovendo invece la cultura, l’interiorità, l’educazione libera e di qualità, la trascendenza. Così ha esortato Leone XIV nell’incontro con le autorità, i rappresentanti della società civile e il Corpo diplomatico tenutosi sabato 6 giugno, al Palazzo Reale di Madrid, capitale della Spagna e prima località del quarto viaggio apostolico internazionale del pontificato, che con il motto Alzad la mirada toccherà Barcellona, Las Palmas de Gran Canaria e Santa Cruz de Tenerife. 

Decollato alle 8.13 dall’aeroporto di Roma/Fiumicino, il velivolo con a bordo il Papa era atterrato dopo circa due ore allo scalo internazionale «Adolfo Suárez» di Madrid/Barajas, dove si è svolta l’accoglienza ufficiale. Durante il volo, come di consueto il Pontefice aveva rivolto un saluto agli operatori dei media — nella circostanza oltre 80 provenienti da più di 10 Paesi, e circa 20 originari della Spagna — ribadendo, in risposta alle domande dei cronisti, la necessità di perseguire con determinazione, in Ucraina, la strada del dialogo e della pace. Ancora, il Papa aveva escluso l’idea di una «guerra giusta» in Iran e rivolto il suo pensiero al Libano, visitato alla fine dello scorso anno.

Lungo il percorso di circa 25 chilometri dall’aeroporto fino al Palazzo Reale, il calore dei madrileni è stato palpabile nelle strade addobbate con centomila fiori bianchi e gialli, i colori del Vaticano, ed elementi ornamentali e decorativi sui balconi delle case. Nel pomeriggio, alle 18, Leone XIV visita il «Cedia 24 horas», Centro di incontro e accoglienza gestito dalla Caritas diocesana di Madrid. Quindi, in serata, la Veglia di preghiera con i giovani in Plaza de Lima. 
Domenica, 7 giugno, nella solennità del Corpus Domini, in Plaza de Cibeles il Pontefice presiede la messa, con la tradizionale processione. Infine, nel pomeriggio, raggiunge la Movistar Arena per l’incontro con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport.
(fonte: L'Osservatore Romano 06/06/2026)

***************

INCONTRO CON LE AUTORITÀ,
CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Palazzo Reale di Madrid
Sabato, 6 giugno 2026
_______________________________


Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,Signore
e Signori!

Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare. Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!

Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, esiste in effetti «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 231). Infatti – concludeva –, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale.

A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare. Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – «felice notte» [1] – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere. Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». [2] Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 186).

Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa. Non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus, si realizza quando torniamo in noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per la quale la libertà religiosa e di coscienza va tutelata.

Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza. Eppure, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.

La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace.

Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.

Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza.

Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle “cose nuove” che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono. «Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 14).

Maestà, Altezze Reali, Signore e Signori, esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli. Al tempo stesso, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana.

Dio benedica la Spagna!

________________________________________

[1] S. Giovanni della Croce, Notte oscura, Canto dell’anima, 3: Opere, Roma 1979, 347.
[2] Ibid., 5.

***************

Dall’aeroporto internazionale “Adolfo Suárez” Madrid/Barajas, Accoglienza Ufficiale




***************

Dal Palazzo Reale, a Madrid, Cerimonia di Benvenuto e 
Visita di Cortesia di Papa Leone XIV ai Reali di Spagna



***************

Dal Palazzo Reale a Madrid, Incontro di Papa Leone XIV con le Autorità, La Società Civile ed il Corpo Diplomatico, nel Salón de Columnas.






***************

Vedi anche il post precedente: