Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti
Foto di Centro Pace Forlì
La storia dell’umanità, letta attraverso i manuali scolastici, sembra una sequenza di guerre inevitabili scoppiate per motivi nobili. Ma dietro le quinte si muove una realtà diversa. Dietro ogni scontro armato si nasconde un ingranaggio di interessi economici, calcoli geopolitici e dinamiche di controllo sociale. La verità più scomoda è che la pace spaventa chi detiene il potere, poiché essa rappresenta il peggior incubo di un sistema globale costruito sulla scarsità e sulla gerarchia.
L’allegoria di Rubens: saggezza contro distruzione
Nel XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni, Peter Paul Rubens dipinse Minerva protegge la Pace da Marte. Nell’opera, la dea della saggezza respinge il dio della guerra per proteggere la Pace (Cerere), che nutre l’umanità. Rubens creò un manifesto politico: la guerra distrugge l’arte, la cultura e la stabilità delle persone comuni, arricchendo solo chi specula sul caos. Oggi, i moderni “Marte” siedono nei consigli d’amministrazione delle multinazionali della difesa e nei palazzi di governo, temendo ancora che la saggezza di Minerva tolga loro il controllo della scena.
Il marketing della guerra
Nessun leader ammetterebbe di invadere un paese per profitto o per stabilizzare il prezzo del petrolio. La guerra richiede un marketing impeccabile basato su tre pilastri:
La minaccia esistenziale imminente: l’amplificazione di un nemico barbaro con cui è “impossibile negoziare”.
La missione umanitaria: il conflitto dipinto come l’unico modo per esportare democrazia e diritti.
La difesa preventiva: colpire per primi per non venire annientati.
Questa narrazione polarizzante (“noi contro loro”) annulla il pensiero critico. Chi propone vie diplomatiche viene additato come traditore. Oggi si aggiunge anche la distrazione di massa da crisi interne, violenze e corruzione che colpiscono i leader mondiali.
Il motore economico: il Complesso Militare-Industriale
Nel 1961, il Presidente USA Eisenhower mise in guardia l’umanità contro l’influenza ingiustificata del Complesso Militare-Industriale (MIC). La pace, infatti, è un pessimo affare per chi produce armi e per i politici corrotti che si nascondono dietro i conflitti.
Settore Economico Obiettivo in Pace Impatto della Pace Impatto della Guerra
Difesa Vendita armamenti Contrazione budget statali Profitti record e contratti d’urgenza
Finanza Speculativa Stabilità dei mercati Rendimenti moderati Alta volatilità e speculazione
Questo genera il ciclo della “distruzione creatrice” bellica: i governi finanziano le industrie private per produrre armi con soldi pubblici; queste armi distruggono un paese; infine, gli stessi governi finanziano multinazionali private per ricostruire ciò che è stato raso al suolo, indebitando le popolazioni colpite.
Geopolitica e controllo sociale
Le guerre moderne si combattono per le risorse sotterranee e le rotte commerciali: terre rare e metalli di transizione (litio, cobalto) per la tecnologia, acqua dolce e punti di snodo marittimi (chokepoints) per tenere sotto scacco l’economia globale.
Inoltre, come evidenziato da Naomi Klein in The Shock Doctrine, i governi usano lo stato d’emergenza per far accettare riforme drastiche e tagli allo stato sociale, silenziando il dissenso. In una società pacifica le persone smettono di temere le bombe e iniziano a chiedere conto ai governi di disuguaglianze e corruzione.
Verso un’ecologia della pace
Per scardinare questo sistema serve un’ecologia della pace basata su:
Riconversione industriale: investire i fondi militari in sanità, istruzione e prevenzione ambientale.
Indipendenza energetica e alimentare: promuovere fonti rinnovabili decentralizzate per sottrarre il controllo ai cartelli globali.
De-escalation culturale ed educazione: usare la diplomazia e creare attività didattiche sul rispetto dei popoli.
Come ricordava Vandana Shiva, dobbiamo anche fare pace con l’ambiente che ci dà la vita. Solo quando la pace diventerà più conveniente della guerra per i cittadini, i potenti perderanno la capacità di trascinarci nel baratro.
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*Stefano Cobello
Sociologo, insegnante, parla correttamente 4 lingue fra cui il russo. Insegnante e docente universitario alla MPGU di Mosca.
La verità della preghiera nella Chiesa, luogo dell’incontro con Dio e “asse portante della partecipazione attiva dei fedeli”, è stata al centro della catechesi dell’udienza generale di Leone XIV nella Basilica vaticana, la quinta sulla Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium”, dedicata alla liturgia. L’invito a vivere nella comunità la Liturgia delle Ore e a trasmettere di nuovo la preghiera in famiglia
La preghiera non è un’inutile “forma di evasione” o una tecnica psicologica per il benessere personale, ma è una “dimensione fondamentale della nostra umanità” e per questo “merita di essere riscoperta nella sua verità”. Anche accogliendo la Liturgia delle Ore “nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità”. Lo sottolinea Leone XIV nella quinta catechesi dell’udienza generale sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione che il Concilio Vaticano II ha dedicato alla liturgia, sul tema “La preghiera della Chiesa”.
Dalla Pentecoste, lo Spirito Santo ci insegna a pregare
Un’udienza tenuta oggi, 5 agosto, dopo la pausa del mese di luglio, nella Basilica di San Pietro, per il grande caldo di questi giorni a Roma. Dopo aver attraversato la navata centrale per salutare i 5 mila fedeli presenti, il Papa spiega, proseguendo il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio, di volersi soffermare sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica. Come suggerisce San Paolo nel brano della Lettera agli Efesini scandita all’inizio della catechesi, “è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare”, e lo fa abitando la Chiesa dal giorno di Pentecoste. Da allora, ricorda il Concilio nel suo primo documento approvato, “la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale”, leggendo le Scritture, celebrando l’Eucaristia e rendendo grazie a Dio “per il suo dono ineffabile nel Cristo Gesù”.
Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione.
Le famiglie cristiane che non trasmettono più la preghiera
Anche in “diverse famiglie cristiane”, lamenta il Pontefice, “non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale”.
La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.
L'affetto dei fedeli per il Papa (@Vatican Media)
La preghiera e la partecipazione dei fedeli alla liturgia
Un’esigenza che, ricorda Papa Leone XIV, la Sacrosanctum Concilium “ha preso sul serio”, tanto che San Paolo VI, nel promulgarla, affermò: “Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale”. Nella Costituzione, chiarisce il Papa, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia, in una prospettiva “decisiva”, perché “ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli”. E “la liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio”.
La Liturgia delle Ore come scuola della preghiera cristiana
E’ per questo, prosegue Leone XIV, che Papa Montini desiderava con forza “che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio”.
Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.
Il respiro della vita della Chiesa
Per il Pontefice, ogni settimana e ogni giorno, “l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo”. E cita Sant’Agostino, quando ricorda che “Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo… Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi”.
Una Liturgia che santifica il tempo della vita quotidiana
Leone XIV conclude la catechesi sottolineando che la Liturgia delle Ore, che “prolunga la luce” dell’Eucaristia, “santifica il tempo della nostra vita quotidiana”:
Al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio.
Così “ogni Ora è un atto di speranza” e ci permette di vegliare “attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore”.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 05/08/2026)
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I Documenti del Concilio Vaticano II.
II. Costituzione Sacrosanctum Concilium.
5. La preghiera della Chiesa
Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.
Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).
Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.
La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).
Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).
Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).
Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.
Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.
Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).
Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.
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Saluti
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana: incoraggio ciascuno a perseverare nella fedeltà ai propri doveri, confidando sempre nell’aiuto del Signore.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Esorto tutti a rimanere saldi nella speranza, abbandonandovi nelle mani di Gesù che, con il suo sacrificio d’amore irrevocabile, ci ha salvati.
Erano rimasti tramortiti. Interpellati da Gesù su cosa pensassero di lui, i discepoli avevano abbozzato una risposta vera – il Cristo – ma non sapevano cosa significasse realmente un tale appellativo e la relativa missione. Aveva poi raccontato loro in che modo egli sarebbe stato il Cristo: lo attendeva, infatti, una prospettiva di sofferenza e di morte. Aveva anche parlato di risurrezione, ma cos’era e chi ne aveva mai fatto esperienza? Sapevano bene, invece, cos’è la passione e cos’è la morte. Come se non bastasse, quello che attendeva il Cristo era, in realtà, la stessa sorte del discepolo. Era stato perentorio mentre affermava: “Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce”.
Per otto giorni questi discorsi devono aver lasciato il segno gettando nello sconforto i discepoli che pure con tanta generosità avevano accettato di fidarsi della parola del Maestro che li aveva strappati al loro quotidiano. Si erano ritrovati a fare i conti con la fatica di tenere il passo e con l’incapacità di condividere pensieri e orientamenti di quell’uomo a cui si erano legati. Verosimilmente qualcuno avrà scelto di tornare indietro proprio come accadrà in occasione del lungo discorso sul pane di vita. Qualcuno si era come convinto che la strada intrapresa sarebbe stata senza sbocco.
Eppure, per quanto certe giornate siano particolarmente uggiose, non c’è nebbia che possa oscurare il sole o convincerci che il sole non tornerà a splendere. È necessario attendere. Solo Dio vede noi come siamo al di là di ogni tenebra e oltre ogni peccato. A noi non è dato: subiamo, infatti, non pochi condizionamenti come la paura, l’indolenza, l’angoscia, la delusione, la sfiducia. Quante volte siamo convinti di non avere alcun aspetto di luce! Quante volte riteniamo sgradevole la nostra stessa compagnia.
Per questo Gesù li porta con sé sul monte, per comprendere la bellezza dell’amore vero, la grandezza del farsi dono in modo incondizionato e la fecondità dell’offrirsi senza sperarne il contraccambio. Per quanto ognuno misuri sulla sua pelle la propria piccolezza e il proprio peccato, per quanto sia forte la tentazione di prendere le distanze da certi argomenti, Dio non cessa di farci comprendere a cosa siamo chiamati se solo accettiamo di fidarci.
C’è altro. Siamo altro. Ecco l’annuncio della trasfigurazione.
Sul monte, infatti, accade qualcosa di unico. Il volto di Gesù diventò altro, non già perché non fosse più lui, ma perché l’essenza di ogni volto, anche il nostro, è altro. Per un momento, Gesù apparve nel suo aspetto più vero, quello che gli occhi dei presenti erano in grado di sostenere. La gloria che i discepoli intravedono è quella propria del Figlio di Dio e che, tuttavia, ha assunto una modalità terrena che non la fa apparire in tutto il suo splendore. Accade anche a noi: usi come siamo a vederci in un certo modo, non riusciamo nemmeno a sospettare il nostro vero volto, quello pensato a immagine e somiglianza di Dio.
Si percepisce la voce del Padre che stabilisce una connessione di identità tra il Gesù che sarà rifiutato e sconfitto e il figlio amato. Gesù appare in tutta la sua bellezza, la bellezza propria di chi non è preoccupato di apparire ma di prendersi cura del dolore altrui. È vero: la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Proprio la bellezza che promana da Gesù è ciò che permette a tutti quanti noi di giocare la partita della vita a qualsiasi prezzo, nonostante le sue imperfezioni, nonostante le sue fatiche. Quando gli occhi custodiscono la memoria della bellezza intravista e gustata, non si ha paura di sporcarsi con il fango.
Il volto di Gesù diventa altro perché i suoi amici, nella notte della paura e dello smarrimento, non perdano di vista che Gesù è altro, che essi stessi sono altro e, perciò, non cessino di fidarsi e di affidarsi.
Se è vero che la notte potrà impedire a noi di vedere il sole, non potrà mai spegnerlo. Ecco il senso di questa pagina a cui dobbiamo tornare continuamente. Abbiamo tutti bisogno di riappropriarci della nostra bellezza sorgiva se non vogliamo abituarci al brutto, al decadente, al degrado. Chi non conosce la sua innata bellezza si accontenterà sempre del piccolo cabotaggio. A nulla serve sciogliere le catene se uno non è in grado di gustare la bellezza della libertà: vivrebbe da schiavo anche qualora si ritrovasse libero.
Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.
Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: «Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».
Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.
Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.
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Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:
Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.
Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.
Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?
È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.
Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:
Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.
In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?
Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:
Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.
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In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.
Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?
A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:
sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».
Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:
La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.
Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».
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A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».
Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti? «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».
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In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.
Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.
Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 04/08/2026)
Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare?
Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza.
Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato.
Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico.
Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini.
L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio.
Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità.
La rabbia e i “no” che dicono desiderio di essere capiti e accolti. E’ sempre questione di corpi, corpi denegati e corpi che possono aprirsi anche a un futuro diverso. Ne parlano Maria Inglese, medico psichiatra, e Ivo Lizzola, pedagogista e nostro collaboratore
Maria Inglese. I “no” degli arrabbiati. Il non detto
Rabbia e rivolta. Rivolta e dissenso. Quale valore hanno i “no” che l’altro può rivolgere a “noi”, ad esempio in una relazione terapeutica? Parto dalla posizione di osservazione privilegiata avuta negli anni di lavoro come psichiatra penitenziaria nel carcere della mia città. Quelli che mi capitava di incontrare in carcere erano giovani uomini, per lo più stranieri, con una grandissima rabbia che parlava del viaggio e delle umiliazioni incontrate. Rabbia e ferita che si incontravano nei loro corpi, ammalati e pieni di tagli, nelle giornate vuote attraversate da tentativi di “evasione” chimica.
Un desiderio di vita nonostante
Penso che questi siano “uomini in rivolta”, secondo la declinazione che ne dà Albert Camus[1], giovani uomini che nel dire “no” esprimono nonostante tutto un desiderio di vita, di riscatto, di autodeterminazione. Per riuscire a incontrarli nel nodo della ribellione dovevamo riconoscere la loro rivolta: non si può semplicemente metterli in una categoria (ad esempio detenuti stranieri, senza fissa dimora, senza tessuto sociale, senza famiglia e senza lavoro, tossicodipendenti, pazienti psichiatrici), nella dimensione della marginalità (sono giovani uomini che non hanno nulla, non hanno più nulla, vengono da luoghi di grande sofferenza, di grande dolore e di grandi traumi), nella rivolta portano una domanda di significato, esprimono un dissenso.
L’avvenire di una rivolta di Julia Kristeva è un testo molto utile per questa riflessione.
Gli uomini in rivolta della nuova specie, sono gli individui arrabbiati che hanno perso il senso decisivo e specifico della rivolta, tutti e tutte sono impegnati in un’esistenza difficile e spesso dolorosa, e portano avanti lotte rischiose. Condividono tuttavia qualche cosa di nuovo che probabilmente c’è sempre stato ma diventa ormai confessabile ed addirittura rivendicato. Scoprono per esperienza che non ci sono risposte alle impasse sociali, storiche e politiche senza un’esperienza interiore, radicale, esigente, singolare, capace di appropriarsi della complessità del prima per decidere del poi. Per evitare il non-senso del rifiuto vendicativo che doppio, simmetrico e impotente denuncia l’avversario senza un’alternativa sensata. Non basta avere un programma, servono uomini e donne con esperienze interiori singolari, dubbiose, intransigenti e solo a queste condizioni riformatrici. Uomini e donne che sappiano trasmettere e condividere una parola in rivolta e solo a questo prezzo innovativa. Oggi la vita psichica si salverà solo se concederà a sé stessa il tempo e lo spazio delle ribellioni. Rompere, rammendare, rifare. La rivolta permanente consiste nel rimettere in discussione il se, il tutto e il nulla. Se siamo ancora in tempo, però, scommettiamo sull’avvenire della rivolta. Mi rivolto, dunque siamo, diceva Camus. Mi rivolto dunque saremo [2].
È un testo che ci obbliga a riposizionarci in qualche modo, ad interrogare le nostre politiche di accoglienza, le nostre pratiche di cura, il nostro immaginario su cosa significa mettersi in viaggio.
Ivo Lizzola. La parola dei corpi violati. Difficile
Trasmettere e condividere una parola in rivolta: è un passaggio difficile, a molti non riesce. Troppo il dolore, forte la paralisi della comunicazione, atrofizzata la diponibilità all’incontro: a poter sentire “siamo”.
Le donne e gli uomini che entrano in questa situazione, piano piano maturano una sorta di evidenza di non appartenersi più. Tu hai un corpo pieno di vita, di desideri, senti speranze e compiti assegnati dalla tua famiglia, che ti ha inviato come una sonda verso altrove, per poter riaprire il tempo, quello che senti nel tuo corpo. Hai corpi a cui sei legato: da affetti, da storie, da promesse, da memorie. Arrivi in Italia e il tuo corpo violato non riesce più ad abitare la promessa e la speranza, viene recluso e trova come unica modalità di inclusione quella dello schiavismo dentro le reti della criminalità organizzata, della disponibilità all’umiliazione e all’abuso. Questa schiavitù diventa schiavitù nel tuo senso di colpa e di debito insolvibile. Il tuo corpo, che non ti appartiene ormai più, può diventare un corpo di sperimentazioni e di violenza.
La cura e la sua pena
Per tornare a scoprire nel proprio corpo il riserbo ed il mistero della nascita ci vuole un cammino impegnativo, che passa da una rivolta, e diventa quasi un ritorno all’umano. In pratiche di riconoscimento e cura che possono essere molto faticose, alle quali si resiste. Vale la pena la cura? Perché la cura è sempre anche una pena. Per giungere a cogliere che la cura vale la pena serve che una relazione di riconoscimento si stia istituendo. Occorre una tessitura di strategie e di forme di incontro molto delicate, affinché possa istituirsi, costituirsi, aprirsi un nuovo orizzonte di significati e di scambi in fiducia, bisogna che nasca la possibilità di credere. Che, in qualche modo, faccia sorgere quello che prima nella rivolta, non sapevi cosa fosse, se non vita che chiede di continuare a vivere, a rifiorire. Nel corpo proprio anzitutto: ed è una cosa fragile perché lì abitano anche il tagliarsi, le abulie, lo stordirsi.
Imparare ad essere “di qualcuno"
Un incontro, “sei di qualcuno” nella cura. Un movimento del sentire: corpo, occhi, sguardo, mani, occhi, sobrietà nel disporci l’uno di fronte all’altro. E questo sottilissimo legame sul confine può rompersi da un momento all’altro, se sbagli una parola, o ne usi una che fa riemergere un conato di risentimento, anche solo ricordando il colore, del tuo essere troppo bianco per essere sopportabile, ad esempio. Eppure in alcuni casi si superano questi scogli, avviene questo incontro, nudo e vero, che permette altro.
Maria parlava di vite segnate da separazioni, fratture e discontinuità. Mi capita di incontrare operatori della cura che si fan vicini a persone dal tempo “perduto”, o nella frattura, nella compromissione che una patologia porta nelle biografie e nelle relazioni.
Apprendere a rideclinare della vita, come apprendere il declinare, è arte nuova. La grande questione è che se il tempo è interrotto non si ripresenterà più come prima; sarà forse possibile riprendere un tempo altro, aperto, fuori dalla nebbia, ma soltanto grazie alla faticosa operazione di una rideclinazione.
Maria Inglese. Giovani in viaggio verso le nostre terre. Ma quale futuro?
Quello che capita di incontrare in carcere sono giovani uomini che prendono la strada del viaggio, dell’approdo verso le nostre terre, con una necessità, per sfuggire a violenze e povertà, ma anche per incontrare un sogno, un progetto. Il progetto di proiettarsi in un futuro.
Sento che manca alle descrizioni e alle analisi rispetto al problema dell’immigrazione questo interrogativo: quale futuro? Quale futuro si cerca? Quale si chiude? Quale si apre? In carcere il futuro è un’emergenza vera. È urgente incontrare questi giovani uomini in carcere, e saperli incontrare in quello che è il loro progetto di futuro. Non vengono per caso, spesso sono stati scelti dalle loro famiglie per arrivare e di solito vengono scelti per questo viaggio perché ritenuti i migliori. Stiamo assistendo ad una disattivazione di generazioni del futuro, persone che vanno dai 20 ai 30 anni, persone che per il loro villaggio possono essere l’unica speranza. Mettiamo in atto un’operazione, drammaticamente inconcepibile, una collaborazione alla disattivazione del loro futuro e, aggiungo, del nostro. Per questo si può parlare di un’emergenza.
Ivo Lizzola. Mettersi accanto alla gente in rivolta. La repressione non genera
“Disattivare” il futuro di qualcuno è rubare la speranza. Cioè fare rinsecchire l’attesa che il tempo a venire possa riservare un nuovo inizio, sia tempo di promessa. È sottilissima e profonda violenza. Quel che può rompere l’avvelenamento è tornare a sentirsi in trame di vite che cercano vita, si incontrano e ospitano, creando spazi di risonanza, come indica Harmut Rosa. Occorre cercarsi.
Torniamo agli incontri con la rivolta di uomini, di donne, di giovani vite in esecuzione penale, o fuori. Incontri la loro rivolta per non lasciarla tale, se così si può dire. Quando incontri un ragazzo, un uomo, una donna in rivolta, devi porti di fianco: a una rivolta non tua ma sua. Ponendoti ad ascoltarla da un lato la riconosci, non ti confondi e non la giudichi. Anche se questo un po’ darà fastidio, o ferirà, tutti e due.
Curare, come educare, è ferirsi, l’incontro stesso è ferita. E questo è importante perché l’altro, incontrandoti, non resti imprigionato nella sua rivolta, cosa che succede se davanti a lui c’è solo la condiscendenza, oppure la forza della repressione. È prezioso aver di fronte un incontro con chi ti resiste, ma che è anche teso al riconoscimento. Nel momento in cui c’è riconoscimento e risonanza ci si muove, “si diventa”: è molto faticoso, è quasi invitare la rivolta a dirsi altrimenti dentro uno spazio di attesa che forse si è creato. C’è chi entra e in questo spazio la rivolta può avere la capacità di farsi storia e percorso.
La rivolta porta dentro meccanismi rigenerativi ma ne porta anche di distruttivi. È meglio parlarsi con franchezza e così, con alcuni, cominciare un confronto, una ricerca. È difficile trattare la rivolta perché nel momento in cui la incontri ti chiede e le chiedi un cambiamento. Diversa è una violenza senza fine, non intenzionata a creare un cambiamento ma solo a distruggere.
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[1] A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 2002
[2] J. Kristeva, L’avvenire di una rivolta, Il Nuovo Melangolo, Genova 2013
(fonte:La barca e il mare, articolo di Ivo Lizzola 28/07/2026)
Nell’acqua di uno stagno si specchia il cielo. Ma se vi getti un sasso, l’immagine si romperà in cerchi concentrici e il cielo sparirà.
Han Fei, morto nel 233 a.C., era un filosofo del diritto che, però, costellava i suoi scritti con aneddoti, aforismi, apologhi, tanto da renderli un gioiello dell’antica letteratura cinese. A questo autore appartiene la suggestiva considerazione simbolica sopra citata, la cui trasparenza metaforica è semplice e quindi universale. Forse può essere accostata a una battuta di Eugenio Montale: «L’uomo di oggi guarda, ma non contempla. Vede ma non pensa». Ma ritorniamo all’immagine di Han Fei. Se ci si mette davanti a uno stagno durante una gita in campagna, è forte la tentazione di gettarvi un sasso per infrangere quell’immobilità. E così quello specchio mirabile, che ci rendeva disponibile il cielo col suo splendore, i suoi colori, i giochi delle nubi e il senso dell’infinito, cade in frantumi e noi ci fermiamo a guardare il movimento delle onde e il fuggire dei girini e l’agitarsi delle foglie galleggianti.
Ebbene, nella vita, siamo molto attenti a tutto ciò che fa rumore e scompiglia, alle realtà più immediate e provocatorie. Non sappiamo né contemplare, né pensare, né approfondire, né entrare nel segreto delle cose semplici o cogliere la bellezza degli eventi minimi. Come lo stagno riflette e rimanda al cielo, così molte realtà possono spingerci verso l’Alto, l’Altro, l’Oltre, ossia verso il mistero e il trascendente, verso il divino.
Spesso purtroppo noi siamo tentati di scagliare un sasso per fare fracasso o per sconvolgere quella quiete. Scopriamo, invece, il linguaggio segreto del mondo, forse proprio in questi giorni di sosta e di vacanza.
L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di agosto 2026
Preghiamo per l'evangelizzazione nelle città
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L’intenzione per il mese di agosto diffusa attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa
Per l’evangelizzazione
nelle città
«Signore Gesù, rendici tuoi testimoni nella città, missionari coraggiosi e creativi, che annunciano con la vita il tuo Amore, capace di superare la fretta, il rumore e l’anonimato». È l’orazione «per l’evangelizzazione nelle città» elevata da Leone XIV nel video con l’intenzione per il mese di agosto, diffuso venerdì 31 luglio, attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione.
Mediante la campagna multimediale «Prega con il Papa», il Pontefice rivolge un pensiero a chi resta in città nel mese solitamente dedicato, più di altri periodi nell’anno, alle vacanze. Nei contesti urbani che in estate generalmente si spopolano, la chiamata a testimoniare il Signore continua e suscita, anche e soprattutto quando i ritmi tornano a essere vorticosi, una ricerca di significato.
La proposta del Pontefice di pregare per le comunità urbane, alcune divenute di proporzioni enormi che arrivano a sfiorare i 40 milioni di abitanti — come ad esempio Giacarta, Dacca o Tokyo —, è dunque tanto più importante quanto crescenti stanno diventando le sfide sociali ed economiche delle metropoli.
Nella sua invocazione, Leone XIV si rivolge al «Buon Pastore» che percorre strade e piazze, entra «nei palazzi prestigiosi e nei quartieri più umili» e accompagna silenziosamente milioni di persone che cercano un senso «in mezzo al rumore e alla fretta».
Il Signore, prosegue il Vescovo di Roma, conosce «il cuore della città», caratterizzato da luci e ombre, frastuono e solitudine: «Sappiamo — sottolinea il Papa — che le città sono chiamate ad essere luoghi di libertà e opportunità, ma possono anche trasformarsi in spazi di anonimato e isolamento». Di qui, la preghiera per «uno sguardo nuovo, capace di scoprire nella vita urbana un terreno fecondo per annunciare il tuo Vangelo», grazie a «una fede creativa e profonda, che non si fermi alle parole, ma si incarni in gesti semplici e vicini».
«Rendici una Chiesa in uscita — è quindi la supplica di Leone XIV al Padre —, capace di tendere la mano alle periferie, di portare consolazione nella solitudine e di seminare fraternità dove regna l’indifferenza». Solo così, infatti, le comunità urbane potranno essere «case aperte e accoglienti, luoghi dove si condivide la speranza, dove nessuno si senta invisibile e dove la gioia del tuo Vangelo illumini la vita nascosta di tanti fratelli e sorelle».
L’intenzione di preghiera del Pontefice — si legge in una nota della Rete mondiale — giunge in un momento storico in cui «quasi il 45 per cento della popolazione mondiale vive in aree urbane, rendendo le grandi città uno dei principali campi di missione del nostro tempo». La crescita demografica ormai «ha favorito un’elevata concentrazione di persone, generando sfide di carattere sociale e comunitario: quartieri, edifici, zone commerciali e periferie che, per molti, diventano luoghi anonimi e solitari».
In questo contesto «la solitudine incide sulla salute mentale» e, in modo particolare, sui più giovani: «Il 35 per cento di loro riconosce che essa influisce sulla propria vita quotidiana, nonostante una connessione digitale pressoché permanente». Nello specifico, la solitudine urbana si manifesta in «relazioni superficiali, nella scarsa vicinanza con vicini e comunità, nella sensazione di non appartenere a nessun luogo, nella mancanza di sostegno emotivo nei momenti difficili e nella scarsità di spazi di incontro autentico nei quartieri».
Per questo, spiega il gesuita Cristóbal Fones, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa, l’orazione di Leone XIV «è un invito rivolto a tutti a una riflessione in cui, a partire dalla trasformazione interiore che nasce dall’autentica preghiera apostolica, lo Spirito Santo potrà donarci luce su come costruire città più giuste e accoglienti nei nostri contesti».
Opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù, la Rete mondiale di preghiera del Papa — presente in oltre 90 Paesi, con una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone —, sottolinea infine che questa forma di evangelizzazione serve a rendere visibile il Vangelo nell’invisibile: «Nella città, dove molti passano inosservati — e spesso anche la fede — si tratta di seminare presenza, legame e compassione in ciò che è nascosto e quotidiano».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Antonella Palermo 31/07/2026)
Quando ascoltiamo il Vangelo, sentiamo spesso raccontare dei segni compiuti da Gesù: sono gesti che manifestano la sua speciale dedizione per noi, cioè la salvezza che Egli porta nel mondo. Il Signore viene ricordato come Colui che dà senso alla vita, liberandola dal male e dal peccato.
Mentre dà la vista ai ciechi e ai sordi l’udito, Cristo non compie soltanto azioni portentose, ma annuncia a tutti che il Regno di Dio è vicino. Perciò il Vangelo di quest’oggi (Mt 14,13-21) testimonia che Gesù non si limita a dare i sensi a chi ne manca, ma dà gusto ai nostri sensi. Al sordo, che torna a sentire, il Signore rivolge la Buona Novella da ascoltare; al cieco, che torna a vedere, mostra la splendida opera della redenzione che si compie per lui. Allo stesso modo, Gesù dona a chi ha fame il cibo da mangiare: l’episodio della moltiplicazione dei pani significa che l’incontro col Signore è un’esperienza nutriente. Nel deserto, cioè nel luogo del nostro bisogno, Cristo è pane di vita. Con Lui l’essenziale è sovrabbondante: «Tutti mangiarono a sazietà» e ne avanzarono «dodici ceste piene» (v. 20). Questo numero evidenzia che il dono del Signore è universale, e che la sua provvidenza per noi non viene mai meno.
Carissimi, Cristo sazia davvero la fame dell’umanità, la nostra fame di verità e di vita. Al contempo, il suo gesto ci insegna che nulla va sprecato, quando viene condiviso. L’accumulo e lo scarto, invece, sono due lati di uno stesso male: l’ingordigia. Questa malattia dell’animo fa perdere i sensi perché ubriaca di ricchezze, al punto da dimenticare coloro che piangono per fame e gridano per sete. E così, davanti all’opulenza delle cose che marciscono, stanno le mani tese di chi non ha mensa, le case bruciate di chi non ha pace.
Nel deserto della guerra e dell’arroganza, guardiamo con quanta benevolenza il Signore «alzò gli occhi al cielo», «recitò la benedizione», «spezzò i pani e li diede» ai suoi discepoli, perché li distribuissero alla folla (cf. v. 19). In questo miracolo della carità riconosciamo le azioni tipiche di Gesù, che trovano nell’Ultima Cena il loro culmine. Allora, infatti, il Figlio di Dio ci consegna la sua stessa vita come nostro fratello in umanità. Mentre gustiamo la grazia dell’Eucaristia, impegniamoci a testimoniare la sua bellezza nei nostri gesti quotidiani, a cominciare dalla benedizione della tavola, quando condividiamo il pane in famiglia e tra amici. In compagnia di Gesù, anche le vacanze possono diventare tempo di fraterna serenità, coinvolgendo chi, accanto a noi, è nel bisogno.
Chiediamo dunque alla Vergine Maria, madre premurosa, di farci crescere nella carità, perché a nessuno manchi il pane quotidiano.
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Dopo l'Angelus
Cari fratelli e sorelle,
sigo con preocupación la alarmante situación en Ceuta, pidiendo a Dios, por medio de la intercesión de Nuestra Señora de África, que se puedan encontrar soluciones de paz, de estabilidad y de justicia.
[seguo con preoccupazione l’allarmante situazione a Ceuta, chiedendo a Dio, per l’intercessione di Nostra Signora d’Africa, che si possano trovare soluzioni di pace, di stabilità e di giustizia.]
Continuiamo a pregare per la pace, perché nel mondo cessino le guerre e si trovino soluzioni diplomatiche ai conflitti. Ricordiamo tutte le vittime delle ostilità, soprattutto i più deboli e indifesi: bambini, anziani, malati. Il Signore conforti coloro che soffrono e benedica l’opera di chi porta aiuto e consolazione.
In questi giorni ricorre il “Perdono di Assisi”. San Francesco ottenne questa Indulgenza da Papa Onorio III, nel 1216, ispirato, mentre era in preghiera alla Porziuncola, da una visione di Gesù e di Maria, circondati dagli Angeli. Ringraziamo il Signore per tale grande dono e facciamone tesoro, specialmente nell’ottavo centenario del “Transito” del Poverello di Assisi, che proprio alla Porziuncola morì il 3 ottobre 1226.
Saluto tutti voi, romani e pellegrini provenienti da vari Paesi: in particolare i “Giovanissimi” delle Parrocchie di Saccolongo e Creola (Padova), i giovani della Parrocchia di San Giovanni Bosco in Altamura e i ragazzi della Collaborazione Pastorale di Castelfranco Veneto, accompagnati dai loro sacerdoti e animatori.
Fratelli e sorelle, buono è il Signore Dio verso tutti e la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature. A Lui con fiducia filiale esprimiamo le nostre preghiere e le nostre intercessioni, ed insieme diciamo:
R/ Ravviva il nostro amore, o Signore
Lettore
- Signore Dio, conduci la tua Chiesa nel deserto, luogo di spogliazione e di riduzione all’essenzialità, ma anche luogo di ascolto della Parola e di educazione alla libertà. Donale il tuo sguardo capace di accoglienza e di misericordia verso ogni creatura umana, specialmente verso le persone più deboli e fragili e più emarginate. Preghiamo.
- Sii vicino, Signore Dio, a tutte le comunità cristiane, che ogni domenica si radunano nel tuo Nome attorno alla mensa della Parola e del pane spezzato del tuo Figlio Gesù. Aiutale ad uscire dall’individualismo e dal devozionalismo, diventare come il tuo Figlio: pane che si dona con gesti di gratuità e di condivisione. Preghiamo.
- Ti affidiamo, Signore Dio, quell’immensa folla di giovani che si è riversata sulle coste della Spagna, desiderosi di un futuro migliore. Ti chiediamo perdono per le parole ciniche, crudeli e senza pietà che sono state rivolte dalle nazioni Europee, compresa l’Italia, verso quella folla di giovani disperati e affamati di futuro. Fa rinascere, o Dio, nella coscienza di questa nostra Europa, che a parole si dice cristiana, il senso vero dell’umanità, della compassione e dell’ospitalità. Preghiamo.
- Dona, o Signore Dio, ai governanti e a noi cittadini di questo nostro Paese il coraggio di prendere le distanze da una politica di odio, di rancore e di vendetta. E donaci la sapienza per saper elaborare progetti che diano prospettive di futuro ai nostri giovani e a coloro che hanno varcato la soglia della povertà. Preghiamo.
- Davanti a te, Signore Dio paziente e misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo del continuo e silenzioso sterminio nella striscia di Gaza del popolo palestinese, dei morti dimenticati nel Mar Mediterraneo e, qui in Italia, dei morti sui luoghi di lavoro. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Padre compassionevole. Preghiamo.
Per chi presiede
O Dio Padre Buono, tu inviti tutti al banchetto della tua Sapienza e provvedi ai bisogni di coloro che ti cercano: esaudisci le preghiere del tuo popolo, che ha fame del tuo amore e della tua compassione. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.