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sabato 10 gennaio 2026

UN CIELO STRAPPATO "Figlio... Amato... mio compiacimento... Dio ama ciascuno di noi come ha amato Gesù... figlio mio, mio amore, mia gioia." - BATTESIMO DEL SIGNORE - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

UN CIELO STRAPPATO


Figlio... Amato... mio compiacimento... 
Dio ama ciascuno di noi come ha amato Gesù...
 figlio mio, mio amore, mia gioia.


In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Mt 3,13-17
 
UN CIELO STRAPPATO
 
Figlio... Amato... mio compiacimento... Dio ama ciascuno di noi come ha amato Gesù... figlio mio, mio amore, mia gioia.

Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un inciso; il centro è riservato all’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri: “figlio mio, amato” sono le parole più vitali che conosciamo.

Il cielo si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio impaziente di Adamo, e nessuno lo richiuderà mai più.

E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo della mia fede, insieme al mio nome più vero.

Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i figli trasmettono e ricevono il cromosoma del genitore. Nel DNA umano alligna, invitto, il cromosoma divino: “l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue” (G. Vannucci).

Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge e ti penetra. Ogni volta che penso: “se oggi sono buono, Dio mi amerà”, non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!

Gesù, nel discorso d’addio: “Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me”. Frase straordinaria: Dio ama ciascuno di noi come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia e gioia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho dato.

La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua etimologia significa: con te condivido gioia e piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu mi piaci. E quanta gioia sai darmi!

Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da me, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Per fortuna, non dipende da me, ma da Lui.

La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, strappato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo quotidiano.

Ad ogni alba la sua voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia.

Riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso fuori, con tutta la forza, qualsiasi cielo nero che incontriamo.


L'addio al vescovo Raffaele Nogaro - Il ricordo del vescovo di Caserta Pietro Lagnese e l'omelia del cardinale Mimmo Battaglia: "Grazie per la tua testimonianza". Il feretro portato in spalla dai migranti - Mons. Riccardo Lamba, Arcivescovo di Udine: «Portavoce del grido dei poveri»

Lacrime per l'addio a Nogaro, il vescovo che ha "scelto di diventare casertano". L'ultimo saluto sulle note di 'Bella Ciao'

Al Duomo di Caserta i funerali del vescovo emerito. Il ricordo di Lagnese e l'omelia del cardinale Battaglia: "Grazie per la tua testimonianza". Il feretro portato in spalla dai migranti

I funerali del Vescovo Nogaro

Una cattedrale gremita, una folla commossa. Caserta tributa l’ultimo saluto al vescovo emerito Raffaele Nogaro, morto a 92 anni nella giornata dell’Epifania.

Il 9 gennaio - lo stesso giorno in cui è stato ordinato vescovo nel 1983 - si sono celebrati i funerali del vescovo amico degli ultimi, pronto a sfidare le ingiustizie e a battersi per quella terra dove ha scelto di rimanere dopo aver concluso il suo ministero pastorale per raggiunti limiti di età.

Il ricordo del vescovo Lagnese

Nel corso delle esequie, officiate dal cardinale e arcivescovo metropolita di Napoli Mimmo Battaglia, il vescovo di Caserta Pietro Lagnese ha ricordato monsignor Nogaro, “il suo amore per tutti” e il suo “impegno per la giustizia”, testimoniato dalla sua amicizia e vicinanza con don Peppe Diana, ma anche l’impegno a tutela del territorio: “cave, rifiuti, donne vittime di tratta, l’università”. Un impegno che ha spinto Nogaro a restare a Caserta anche dopo la conclusione del suo ministero episcopale scegliendo di “diventare casertano”, ha ricordato Lagnese. “A Monsignor Nogaro sento di dire grazie per la testimonianza luminosa che hai dato a me e a tutto il popolo casertano”.

L’omelia del cardinale Battaglia

Il cardinale Mimmo Battaglia, nel corso della sua omelia, ha ribadito: “Oggi siamo in tanti a piangere per lui. Veniva da una terra di confine, il Friuli, dove ha imparato il senso dell’essenziale, della parola misurata, del lavoro paziente. Eppure la sua vita è stata destinata ad altre terre, più rumorose, più ferite. Sessa Aurunca prima e Caserta poi. Luoghi accolti come chiamata e diventati casa, responsabilità, destino”.

E alla fine del suo ministero, “ha scelto di restare accanto a questa terra - ha sottolineato il cardinale Battaglia - perché l’amore per questa comunità non conosce congedo”. Battaglia ha poi ribadito le qualità di Nogaro, il suo essere sempre accanto agli ultimi - alle “vittime della camorra, ai migranti” - assumendo anche “posizioni scomode”.

Un uomo di preghiera, ha sottolineato, ma una “preghiera che inchioda alla terra”. “Grazie per la tua mitezza coraggiosa, per la tua testimonianza di povertà e libertà”, ha detto Battaglia in conclusione della sua omelia.

La bara portata in spalla dai migranti e l’uscita dal Duomo sulle note di 'Bella Ciao'

A conclusione della messa, il feretro di Nogaro, circondato da due ali di folla, è stato portato in spalla da parroci della diocesi di Caserta e da migranti. All’uscita la folla ha intonato ‘Bella Ciao’, che Nogaro tanto amava, che ha accompagnato il vescovo emerito nel suo ultimo viaggio.
(fonte: Caserta News, articolo di Attilio Nettuno 09/01/2026)

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Caserta, l'addio al vescovo emerito sulle note di Bella ciao e le polemiche.
«Aveva chiesto lui di cantarla»

Il feretro di Nogaro portato a spalla dai «suoi» migranti, note e strofe dell'inno della Resistenza. Il Maestro Mantovanelli: «È stato lui prima di morire ad esprimere il desiderio di essere accompagnato da queste parole»

Le lacrime, stavolta, non si sono perse nella pioggia; ma sono diventate una preghiera silenziosa e corale. Il saluto ferito urlato dai migranti mentre portavano a spalla il feretro di monsignor Raffaele Nogaro, il vescovo emerito di Caserta, scomparso il giorno dell’Epifania a 92 anni, al termine del rito funebre.
E addirittura l’inno della Resistenza, Bella ciao, cantato dall’artista Franco Mantovanelli sul sagrato: «Non è stata una mia iniziativa intonarlo — si è poi difeso Mantovanelli dall’ondata di commenti indignati rovesciatasi sui social — ma è stato monsignor Nogaro, prima di morire, a chiedere espressamente ai suoi collaboratori più stretti di essere accompagnato dalla musica e dalle parole di Bella ciao».

Caserta ieri mattina, in cattedrale, ha dato il suo ultimo saluto al vescovo che dal 1990 al 2009 ha guidato la diocesi, lasciando un’impronta forte di impegno appassionato lungo il percorso della sua missione pastorale e una testimonianza di inflessibile coraggio civile con le sue denunce contro la illegalità diffusa e la camorra, la corruzione politica e la devastazione ambientale. E aprendo la Chiesa casertana, e prima ancora quella di Sessa Aurunca, dove nel 1982 fu inviato appena nominato vescovo a Udine, agli immigrati e al dialogo interreligioso. Lo ha ricordato l’arcivescovo di Napoli, il cardinale don Mimmo Battaglia, durante la sua omelia: «Oggi la nostra assemblea — ha sottolineato commosso — è avvolta da un silenzio che non è assenza, ma ascolto. È il silenzio che si fa quando passa un profeta. È il silenzio che la terra assume quando una voce, che per anni ha gridato nel deserto, torna a Dio, non per lasciarci, ma per continuare ad abitare nel nostro cuore, nella nostra coscienza con una forza maggiore, amplificata dallo Spirito!».
Il duomo di Caserta era gremito di fedeli, amici, volontari, rappresentanti della comunità musulmana e di altre confessioni, come il pastore evangelico Giovanni Traettino, amico personale di Papa Francesco. Ma pochi, davvero pochi, i politici presenti. Unico parlamentare, Stefano Graziano, del Pd. Del resto, Nogaro non amava ricercare a tutti i costi formali sintonie con i rappresentanti politici. Anzi. Lui amava vivere il Vangelo. «Abitarlo», come ha detto Battaglia: «Padre Raffaele pregava accarezzando il suo crocifisso di legno, aggiustato con due cerotti, quasi a voler curare le piaghe del Signore».
Toccante la testimonianza del vescovo di Caserta, Pietro Lagnese, che ha assistito fino all’ultimo l’anziano pastore: «Soprattutto nelle scorse settimane — ha raccontato — era questa la sua preghiera: ricevere il dono di contemplare la bellezza del Signore. “Voglio vederlo!”: mi ha ripetuto più volte nelle ultime settimane. Sì, desiderava vederlo, desiderava vedere Colui che egli amava, e che gli era dolce chiamare “il mio Gesù”; “io lo amo”: mi diceva stringendo il crocifisso tra le braccia; lo stesso crocifisso che ha voluto che gli venisse messo tra le mani anche al momento della morte». Per poi aggiungere: «Padre Raffaele è stato un profeta anche per noi, suoi confratelli, e più in generale per tutta la Chiesa a cui ha sempre indicato la strada del rinnovamento evangelico. Come un vero profeta. Lui non ha mai parlato contro la Chiesa. Ma sempre per la Chiesa, soprattutto quando rischiava di smarrire la radicalità evangelica. La sua parola, talvolta scomoda e incompresa, non nasceva dal desiderio di dividere, ma dalla passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth».
Papa Leone e il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, hanno inviato messaggi di cordoglio alla comunità casertana. Così il suo amico di lunghe e interminabili conversazioni Massimo Cacciari. «Tanti lo amavano — ha ribadito Lagnese — e nonostante le critiche e le strumentalizzazioni sulle sue denunce, molti gli hanno ricambiato affetto e stima».
Alla fine della funzione religiosa i rappresentanti di associazioni e gruppi che hanno condiviso un lungo cammino con monsignor Nogaro hanno poggiato sul feretro cartelli con dediche. E quando la salma ha raggiunto il sagrato prima di essere trasferita al cimitero cittadino è scattato un lungo applauso e si sono udite le note di Bella ciao : a decine l’hanno cantata sotto una pioggia battente a conferma della gratitudine per il vescovo partigiano «del coraggio e della libertà».
(fonte: Corriere della sera di Caserta, articolo di Angelo Agrippa 10/01/2026)

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L’addio a mons. Nogaro.
Mons. Riccardo Lamba, Arcivescovo di Udine: «Portavoce del grido dei poveri»

Il funerale di mons. Raffaele Nogaro a Caserta | Foto P. Russo, Caserta Eventi e Notizie

«Si è imbarcato sulla barca della Chiesa, ha affrontato la dura navigazione della vita ecclesiale, si è fatto portavoce del grido di tanti poveri, fragili, di tanti uomini disperati. È stato capace di portare la gioia, lo stupore dell’incontro con il Signore Risorto». Così mons. Riccardo Lamba ha ricordato il compianto vescovo friulano Raffaele Nogaro, scomparso all’età di 92 anni lo scorso 6 gennaio, nel corso di una Messa celebrata a Udine il 9 gennaio in contemporanea con le esequie del presule, svoltesi nella Cattedrale di Caserta.

Le parole dell’ultima omelia di Nogaro, pronunciata il 4 gennaio, sono state definite da mons. Lamba un «testamento spirituale. Ma anche – ha proseguito l’Arcivescovo di Udine – un’indicazione per continuare a navigare di giorno e di notte con la nostra Chiesa, con questa umanità che soffre, per portare ancora la gioia del Vangelo e l’amore di Gesù».

Presente al funerale a Caserta una delegazione dell’Arcidiocesi di Udine guidata dal vicario generale mons. Dino Bressan. «È stato un momento importantissimo e pieno di emozione – ha raccontato -; all’inizio della Messa il Vescovo della diocesi casertana ha ricordato il significato della presenza di Nogaro in quella terra». Nella sua omelia esequiale, il cardinale Domenico Battaglia, ricorda mons. Bressan, «ha definito Nogaro un “innamorato di Cristo” che ha scelto Gesù fin dall’inizio della sua vita cristiana, in particolare da quando era parroco del Duomo di Udine. Semplicemente scegliendo Cristo ha sposato la gente, le sue povertà e tutte le cause di fragilità. Senza dimenticare aspetti culturali, la lotta per l’università a Caserta, la lotta contro le mafie e la camorra in particolare, la lotta per la pace, ma anche il sostegno alle comunità terapeutiche per aiutare i giovani a uscire dal mondo della droga. E pure l’impegno per le vocazioni sacerdotali e religiose».

Nell’edizione de La Vita Cattolica in uscita il 14 gennaio prossimo sarà pubblicato un approfondimento sulle esequie di mons. Nogaro.
(fonte: La Vita Cattolica 10/01/2026)

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Enzo Bianchi - Il duro risveglio dopo il Natale

Enzo Bianchi
 Il duro risveglio dopo il Natale

La fine delle festività ci lascia dubbi sugli eventi della fede appena vissuti? Invochiamo il Signore!

Famiglia Cristiana - 4 Gennaio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Nella nostra vita ci sono tempi di festa caratterizzati dal rinnovarsi degli incontri, dalla ricerca di pause di riposo, da un clima gioioso, ricco di elementi che accendono la festa. Così i giorni passati, le feste natalizie sono state per molti dei giorni di gioia e di incontri… Poi siamo tornati al quotidiano, con la fatica del lavoro, la ferialità della vita e il clima meno festoso, anzi a volte mesto.

A questa congiuntura della nostra sensibilità non è estranea la vita spirituale o interiore che ci appare a volte non solo faticosa ma povera di senso, incapace di infonderci vita. In queste ore ci sembra che molte cose in cui crediamo sfumino, non abbiano reale presa su di noi e che le parole della fede non possano apparire veritiere e convinte sulle nostre labbra. È questo un aspetto della nostra fragilità che non vorremmo riconoscere in noi anche perché se ne diventiamo consapevoli tocchiamo in verità la nostra miseria, quella miseria umana che non è fatta solo di peccati ma anche di incongruenze, oscurità, di mancanza di convinzione fino alla crisi della fede.

Che cosa resta da fare al cristiano, a ciascuno di noi, in queste ore? Non spaventarsi, ma vedere e discernere senza paura queste miserie, queste debolezze che fanno vacillare la fede, questi inferni, luoghi della nientità che ci abitano e metterli davanti a Cristo, al Signore Risorto, perché discenda nelle nostre profondità, anche quelle infernali che ci abitano. Con la sua presenza dissipi i nostri non-sensi e venga a donarci pienezza di vita. Esporci davanti al Signore così come siamo, consapevoli di tutta la nostra miseria, è invocazione di consolazione che il Signore certamente esaudirà. Perché nulla, nulla potrà mai separarci dall’amore che il Signore ha per noi!
(fonte: Blog dell'autore)




venerdì 9 gennaio 2026

L’annuncio del Papa al termine dell’assemblea straordinaria con i cardinali: Nel mese di giugno un nuovo Concistoro

L’annuncio del Papa al termine dell’assemblea straordinaria con i cardinali

Nel mese di giugno
un nuovo Concistoro


Il primo è finito ieri sera, giovedì 8 gennaio, ma è già pronto il prossimo appuntamento: due giorni a giugno, a ridosso della solennità dei santi Pietro e Paolo. Un nuovo Concistoro straordinario in Vaticano attende Leone XIV e i cardinali di tutto il mondo. È stato il Pontefice ad annunciare questa seconda riunione — che si terrà in estate — durante il discorso conclusivo della terza e ultima sessione di ieri pomeriggio che ha visto riuniti, prima nell’Aula del Sinodo e poi nell’Aula Paolo VI, 170 porporati elettori e non elettori.

Sempre il Papa — spiegando che la riunione del 7 e 8 gennaio si è posta «in continuità» con quanto chiesto alle Congregazioni generali prima del Conclave — ha espresso la volontà di indire i Concistori con una cadenza annuale e per la durata di tre-quattro giorni. Inoltre, ha confermato l’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028 annunciata nel marzo scorso.

Oltre agli annunci, Leone XIV ha voluto dire grazie ai presenti per la partecipazione e il sostegno. Un ringraziamento particolare ai cardinali più anziani — «la vostra testimonianza è preziosa», ha detto — e una manifestazione di vicinanza ai porporati nel mondo che, invece, non hanno potuto essere in questi giorni a Roma: «Siamo con voi e vi siamo evicini».

Una «sinodalità non tecnica», quella che Leone XIV dice di aver sperimentato nella due-giorni; una profonda sintonia e comunione, con una metodologia scelta per favorire una migliore conoscenza reciproca, vista la diversità di background ed esperienze di ciascuno. Di qui, un richiamo al Concilio Vaticano II, base del cammino e del rinnovamento della Chiesa, e anche il chiarimento che gli altri due temi proposti e non votati il primo giorno dall’assemblea — la liturgia e la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium — sono fortemente connessi al Concilio e non andranno dimenticati.

Non è mancato, infine, da parte del Papa ma anche di tutti i membri del Collegio cardinalizio, uno sguardo alla situazione generale del mondo che rende «tanto più urgente» una risposta da parte della Chiesa. Chiesa che si fa vicina alle Chiese locali che soffrono guerre e violenze.

Su questa scia, nonostante i temi del Concistoro fossero ben altri — sinodalità e missionarietà alla luce dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, votati a maggioranza dai porporati il 7 gennaio —, non è mancato un pensiero, in particolare da quelli latinoamericani, sulla situazione del Venezuela. Se n’è fatto portavoce, nella tarda serata di ieri, il cardinale Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá, in Colombia. Il porporato, insieme ai cardinali Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg in Sud Africa, e Pablo Virgilio S. David, vescovo di Kalookan nelle Filippine, è stato tra i relatori della conferenza stampa svoltasi presso la Sala stampa della Santa Sede.

L’arcivescovo colombiano ha ricordato le parole del Papa all’Angelus del 4 gennaio, all’indomani dell’attacco degli Stati Uniti, parole con cui Leone XIV «ha espresso la sua profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in Venezuela e si è impegnato per incoraggiare il dialogo e la ricerca del consenso, invocando la pace, per costruire una pace che sia al tempo stesso disarmata e disarmante, che cerchi di unire i popoli nel rispetto dei diritti umani e della sovranità». «Quel messaggio di domenica ha dato il tono alle mie riflessioni di questi giorni», ha affermato il cardinale Rueda.

Non era il tema ufficiale del Concistoro, ma era «inevitabile» che i membri del Collegio cardinalizio fossero «preoccupati per quanto sta accadendo», si ponessero «domande» sulla direzione che si sta prendendo, su come cambia la geopolitica dell’America Latina e come la Chiesa può accompagnare la popolazione. Quello del Venezuela è un tema che «portiamo nel cuore, ci addolora tutti e desideriamo i migliori sviluppi possibili nel prossimo futuro», ha affermato ancora l’arcivescovo.

I tre cardinali relatori hanno poi dato conto della riflessione e della generale atmosfera emerse durante i lavori della giornata di ieri, svoltisi sia la mattina che il pomeriggio e scanditi anche da momenti di canto e preghiera, con una pausa per il pranzo nell’atrio dell’Aula Paolo VI (presente il Papa, il quale ha donato a ognuno la medaglia del pontificato).

In particolare, oggetto delle riflessioni dei vari gruppi linguistici sono stati la sinodalità, la necessità di viverla come «compagni di strada», l’auspicio che essa si rifletta nell’esercizio dell’autorità, nella formazione e nel lavoro dei nunzi apostolici e che si viva nella Curia con «una maggiore internazionalizzazione».

Non è mancata la rilettura della prima Esortazione di Papa Francesco Evangelii gaudium, testo che non è «scaduto» con il precedente pontificato, ma che ancora interpella le diocesi. Infine, una riflessione è stata dedicata anche alla Curia romana e al Papa stesso.

I gruppi linguistici — ha spiegato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni — sono stati venti: undici comprendenti i cardinali non elettori, nove i cardinali elettori, ordinari delle diocesi, nunzi ancora in servizio.

Da parte sua, il cardinale Brislin ha definito l’esperienza «molto arricchente», grazie alle diverse prospettive che hanno permesso di approfondire i bisogni del mondo. Quindi un’occasione per conoscere e per conoscersi. «Il fatto che a giugno ci sia un nuovo appuntamento è segno che il Santo Padre ha preso molto sul serio il fatto che possiamo aiutarlo nel suo ruolo di Successore di Pietro», ha detto.

«Otto mesi dopo il Conclave il Papa ha voluto convocarci per ascoltarci», ha fatto eco l’arcivescovo Rueda. Questo «ci rafforza nella missione della Chiesa». Mentre il cardinale David ha lodato anzitutto il format usato per i lavori — ossia la conversazione nello Spirito grazie alla quale «tutti hanno potuto parlare» — e ha apprezzato il fatto che il Papa «ha più ascoltato che parlato»: «Prendeva appunti, era molto attento, gli input che ha dato sono stati molto arricchenti per tutti noi».

Rispondendo alla domanda di un giornalista su quali siano stati i veri elementi di novità emersi in questo Concistoro — dal momento che molti dei temi elencati sono stati già ampiamente approfonditi durante la doppia sessione del Sinodo sulla sinodalità —, il cardinale Brislin ha spiegato che la novità non va cercata «solo nelle discussioni», bensì nella stessa «opportunità di conoscerci e ascoltarci». «È importante — ha detto —, perché veniamo da diverse parti del mondo, alcuni sono cardinali di nuova creazione, altri lo sono da molto tempo».

Il Papa, ha aggiunto l’arcivescovo di Johannesburg, «vuole essere collegiale, vuole ascoltare, vuole attingere all’esperienza e alla conoscenza dei porporati che vengono dalle diverse parti del mondo perché questo può aiutarlo a guidare la Chiesa». I profili sono «diversi», ma si è lavorato «in armonia che non è uniformità», ha concluso dal canto suo il cardinale Rueda.

Alcuni cronisti hanno poi domandato se la questione della partecipazione dei laici e il ruolo delle donne nella Chiesa sia in qualche modo rientrata nelle discussioni. In proposito, il cardinale David ha detto: «Come non possiamo riconoscere il ruolo delle donne e i loro ministeri nella Chiesa». «Certamente» il tema femminile è «una preoccupazione costante», ha proseguito, ricordando i risultati — di recente pubblicazione — della Commissione sullo studio del diaconato femminile.

Il porporato filippino ha fatto anche cenno al «clericalismo» e rilanciato l’idea di «sacerdozio» del popolo che attinge al Concilio Vaticano II. «Parliamo del corpo della Chiesa; abbiamo il capo della Chiesa, ma non solo il capo, c’è anche un corpo — ha concluso —. Le persone hanno il potere di partecipare alla vita e alla missione della Chiesa».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 09/01/2026)

Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”

Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”

(Foto di COOP)

Molta disillusione e poco entusiasmo accompagnano gli italiani in questo inizio d’anno, a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il cambiamento climatico sono moneta corrente e influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle aziende della difesa e l’oro). La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). Sono alcuni dei dati delle anticipazioni del Rapporto Coop 2025, la cui versione definitiva sarà disponibile entro la fine di gennaio. Le previsioni 2026 sono frutto di due indagini on-line (metodologia Cawi) condotte nel mese di dicembre 2025 dall’Ufficio studi Coop e i suoi partner. La prima, “Wish List 2026”, è stata realizzata in partnership con Nomisma su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana di 18-65 anni ed ha visto la collaborazione con A21 Consulting di Mirko Veratti. La seconda, “Unwrapping 2026”, rivolta alla community del Rapporto Coop, ha visto la partecipazione di 714 opinion leader italiani (titolari e manager di aziende, rappresentanti di istituzioni pubbliche, analisti di primarie società di consulenza)

Le preoccupazioni degli italiani attengono soprattutto: al mercato del lavoro del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa positività), al fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo), all’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%), allo stato dell’economia italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20% positiva). Dalle anticipazioni del Rapporto Coop 2026 emerge come la casa continui ad essere il luogo del cibo. Stabile la crescita dell’home cooking (7 italiani su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento) e perfino il delivery torna a crescere, trascinato dalla voglia di rimanere in casa. Innovazione e più tempo tra i fornelli sono le parole chiave della tavola 2026 degli italiani, fatta di alimenti salutari, semplici, autentici. Chi prevede di acquistare più cibi senza conservanti e additivi, infatti, nel 2026 supera di 21 punti percentuali chi pensa di diminuirli (+14 nel 2024); la stessa differenza è di 18 punti percentuali per i cibi senza / a ridotto contenuto di zuccheri (+13 nel 2024) e di 15 per i cibi senza / a ridotto contenuto di grassi (+12 nel 2024).

Nelle intenzioni degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28). Esce radicalizzato il mantra degli italiani degli ultimi anni che puntano al benessere a tavola associato al principio della prevenzione come comportamento oramai acquisito. Nel carrello la qualità trova il suo posto a fianco della convenienza e in questo senso si può leggere sia l’ulteriore espansione dei prodotti venduti sotto il marchio di un supermercato e non di un produttore esterno (MDD), che oramai hanno conquistato gli italiani (l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca del Distributore) sia il rallentamento della crescita dei discount.

Nel Largo Consumo pensando all’anno che verrà l’umore è, invece, più grigio che nero: il 12% dei manager food & beverage intervistati intravede un miglioramento, il 66% prevede stabilità, il 22% un peggioramento. Anche se le intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive se crescita sarà, sarà comunque di piccolo cabotaggio (+0,9% a valore nel 2026 rispetto al 2025) e più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%). Le speranze di migliori performance del segmento Largo Consumo Confezionato sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (vendita al dettaglio): il saldo tra chi prevede un miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati nell’industria alimentare. La sostenibilità ambientale resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro (-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager del retail) ed i margini / redditività (-30). Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%.

Qui per approfondire le previsioni Coop 2026
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 07.01.26) 

Non c’è educazione senza speranza

Non c’è educazione senza speranza

Nel giorno di rientro sui banchi di scuola. è importante tornare a riflettere sul ruolo e sul senso dell'educare oggi...


È sempre difficile parlare di scuola. Tante attese e molteplici visioni affollano i dibattiti intorno a un tema che solitamente viene considerato centrale per il presente e il futuro della nostra società. La scelta che Eraldo Affinati compie per discutere di scuola nel suo ultimo libro – Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo, 2025) – si concentra sul richiamo all’essenziale. Rifacendosi alla celebre acquisizione di don Lorenzo Milani, Affinati – insegnante, scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti – conduce il lettore ad una riflessione che si focalizza sul “come essere” a scuola anziché sul “come farla”. Da qui emerge il profilo dell’insegnante-educatore chiamato anzitutto ad interessarsi dell’inquietudine esistenziale degli studenti e delle studentesse.

Si tratta di una scuola che lungi dall’associarsi alle logiche della competizione solitaria mira a far maturare alle giovani generazioni tutte quelle qualità tese ad intendere ciò che siamo e quindi – per dirla con Pavese – ad apprendere «il mestiere di vivere». A parere di Affinati una missione del genere non può riguardare soltanto l’insegnante preparato e visionario ma ha bisogno del sostegno dell’intera comunità: «In mancanza di un rapporto virtuoso fra il mondo della scuola e la società tutta, ogni iniziativa anche carismatica dei singoli maestri è destinata a fallire» (p. 58). Per via di questo approccio, ancor prima di certificare i risultati raggiunti in termini di conoscenze, abilità e competenze la scuola diventa un punto di passaggio, di incrocio, di scontro e di mediazione fra le generazioni.

In questo “luogo” tanto fisico quanto emotivo, umano, valoriale e spirituale l’insegnante non può che porsi nell’ottica del provare a fornire un contributo ad un lavoro comune che investe sia tutto il personale della scuola sia l’intera comunità sociale. Secondo Affinati, il primo apporto dei docenti è quello che nasce dalla consapevolezza della singolarità di ogni apprendimento dovuta alle variabili ambientali, familiari, sociali, individuali che rendono ogni gruppo classe una comunità con specifiche caratteristiche. Così l’educatore – al di là di quanto stabilito sul piano delle consuetudini burocratiche e legislative – ha la responsabilità di prendersi carico dello sguardo altrui, quello degli allievi che gli sono stati affidati.

Secondo l’autore attraverso un’apertura fiduciosa verso gli studenti e un’opportuna gestione del tempo, l’insegnante-educatore è chiamato a scendere nel gorgo della complessità degli incontri, della gestione del dissenso, della propria fragilità: «Così come il Nazareno, che non si accontentava di restare in mezzo agli amici e alla gente pia, fra rose e gigli, l’educatore dovrà essere pronto a fronteggiare gli intralci che danneggeranno i suoi progetti» (p. 112). Quello del maestro allora è un atteggiamento interiore – ancor prima di un profilo giuridico-amministrativo – sorto dall’aver fatto bene i conti con se stesso e con i relativi limiti dovuti al narcisismo, all’autosoddisfazione, alla schiavitù dei risultati e delle attività routinarie da compiere.

Alla luce del suo percorso umano e professionale, Affinati delinea un’idea di scuola lontana dai meccanismi degenerativi e onnicomprensivi del capitalismo occidentale. Per lui l’educazione e la formazione devono fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare il mondo nella consapevolezza di trovare negli insegnanti delle guide, dei punti di riferimento, dei compagni di viaggio. Da ciò deriva la ferma convinzione secondo la quale l’istruzione: «non rappresenta un semplice passaggio di consegne da una generazione all’altra. È piuttosto un pane da spezzare e condividere insieme nella speranza di poter realizzare azioni sensate e pronunciare parole che siano legittimate dalla nostra vita» (p. 61).
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Rocco Gumina 07/01/2026)


giovedì 8 gennaio 2026

Le domande ineludibili dopo Crans-Montana - Le giovani vittime ora esigono silenzio

Le domande ineludibili dopo Crans-Montana


È davvero difficile provare a dire anche solo una parola su quanto è accaduto a Crans-Montana la notte del 31 dicembre. Non ci sono parole davanti ad un evento che ha messo la parola fine in modo brutale alla vita di quaranta giovani che erano lì solo per divertirsi, per fare festa e per gioire della reciproca presenza. Non ci sono parole quando la morte irrompe là dove avrebbe dovuto esserci solo gioia e spensieratezza. Non ci sono parole davanti al dolore incommensurabile dei genitori, perché non è un caso se in nessun vocabolario esista la parola per definire una madre che perde un figlio. L’unica risposta davanti a questa tragedia non può che essere il silenzio. Ciononostante, è pur vero che noi adulti non possiamo esimerci dal dovere di riflettere sull’accaduto e cercare di individuare le nostre responsabilità, affinché ciò che è accaduto non accada mai più.

Quella notte, in quello scantinato, avrebbero potuto esserci i figli di ciascuno di noi perché, diciamocelo pure, la maggior parte dei genitori è disponibile a chiudere un occhio per i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Diamo per scontato che non si possa dire di no, anche se la maggior parte di noi ha vissuto in un’epoca in cui, a sedici anni, il Capodanno lo potevi festeggiare solo a casa e non nei locali e sempre alla presenza di adulti. L’accaduto è di una tale gravità che interrogarsi è doveroso non solo per rispetto di quei giovani che sono morti nel peggiore dei modi e di quelli che ancora stanno ancora lottando tra la vita e la morte, ma è doveroso soprattutto nei confronti di un’intera generazione che si sente giustamente coinvolta e partecipe dell’evento traumatico.

La prima cosa che mi sentirei di dire a questi giovani è di liberarsi da ogni senso di colpa. Perché se proprio dovessimo parlarne, allora dovremmo dire che l’unica colpa che hanno è quella di essersi illusi di trovarsi in un luogo sicuro, di essersi affidati all’organizzazione di adulti che avrebbero dovuto proteggerli, mettendo la loro sicurezza e non il denaro al primo posto. Inutile dire infatti che ogni giovane che quella sera si trovava lì, era un giovane che si affidava alle scelte, all’organizzazione di adulti cui spetta la responsabilità di garantire in ogni modo possibile la loro incolumità.

Quella sera a festeggiare erano quasi tutti minorenni per lo più tra i 14 e i 16 anni. Si trattava pertanto di persone per le quali il nostro ordinamento giuridico prevede un regime di rappresentanza e di tutela rafforzata fino al compimento del diciottesimo anno di età. Come sappiamo, a quell’età si è piuttosto insicuri, ingenuamente fiduciosi, poco consapevoli di sé e degli altri e soprattutto si tende giustamente a vivere credendo che la morte sia qualcosa che non ci riguardi. È l’età della spensieratezza in cui l’unica vera fatica dovrebbe essere quella di crescere e maturare. E allora cerchiamo di capire cosa possa essere accaduto quella terribile notte. Dai video registrati dagli stessi ragazzi si vede che il soffitto inizia a prendere fuoco ma che loro, ciononostante, continuano a ballare in uno stato generalizzato di euforia. Del resto, tutto andava avanti come se nulla fosse accaduto, il DJ continuava a passare musica e nessuno era intervenuto per dare l’allarme o gestire un eventuale evacuazione. Ad un tratto si vedono ragazze con il viso coperto da strani caschi, poste a cavallo sulle spalle di persone mascherate, le si vedono portare in giro bottiglie di champagne dotate di candele da cui partono coreografiche fontane di scintille. Le indagini in corso potranno certamente servirsi di tutti questi dettagli desumibili chiaramente dai numerosi video postati. In altre parole, si è trattato di una tragedia trasmessa in diretta e raccontata in tempo reale attraverso immagini agghiaccianti.

Tutto questo non può che sconvolgere e pone delle domande. Perché i ragazzi, piuttosto che filmare, non sono scappati via subito? Davanti alla minaccia delle fiamme, infatti, non è prevalso l’innato istinto di conservazione, quella sana paura di ogni essere vivente, ma l’urgenza di chi vuole trasformare quell’evento in immagini da condividere. È come se, persino in un momento drammatico come quello, a prevalere non fosse la presa d’atto della realtà nella sua crudezza, ma la necessità di una sua rappresentazione. Pochissimi i giovani che si sono salvati, dandosi immediatamente alla fuga.
Se ci pensiamo bene, tutto questo ha un senso. Perché in una società in cui tu esisti solo se hai visibilità, dove il tuo valore è commisurato al numero di visualizzazioni e di like, si finisce con l’essere portati a credere che ciò che conti veramente sia ciò che è rappresentato nel mondo virtuale e che nulla esista a meno che non sia rappresentato nei social. Se è così, allora si può comprendere perché il loro primo istinto non sia stato quello di scappare per salvare la vita reale, ma quella di salvaguardare l’immagine e la rappresentazione di essa.

I giovani di cui parliamo appartengono alla generazione dei nativi digitali che sin dalla più tenera età si è trovata tra le mani un cellulare attraverso cui hanno potuto avere accesso prematuramente ad un flusso ininterrotto e inesauribile di informazioni. Sin da bambini sono stati bersagliati dal susseguirsi incessante di immagini che su internet volano ad una velocità tale che difficilmente la loro mente ha il tempo di metabolizzarle. Non a caso si tratta di una generazione che ben presto ha dovuto fare i conti con stati confusionali, spesso accompagnati da ansia, stordimento e paure. Non è per nulla facile, infatti, dover gestire l’overdose di sensazioni che, proprio perché sono sganciate dall’esperienza reale, risultano di difficile elaborazione. Attraverso internet, tutto è dato, tutto è possibile qui ed ora, non c’è nulla da cercare, da desiderare o da evitare, si è solo spettatori passivi. Se è così, allora è possibile comprendere perché si finisca con il filmare il fuoco piuttosto che darsela a gambe levate, perché quando non si è abituati a vivere l’esperienza, ma solo ad osservarla attraverso un dispositivo, non c’è più spazio per la reazione e si finisce con l’essere spettatori di tutto ciò che accade attorno. Non c’è da stupirsi dunque se la prima reazione di questi ragazzi davanti al pericolo incombente sia stata quella di inquadrare il soffitto e trasformare in spettacolo l’imminente tragedia che segnerà la loro tristissima fine.
Eppure, si sarebbe trattato di dare seguito a quella che dovrebbe essere considerata una reazione ancestrale di ogni essere vivente che da sempre è fuggito davanti al fuoco. Qui, dunque, il problema educativo si pone ben prima della necessità di una didattica delle emozioni, dell’educazione sentimentale. Perché, a questo punto quello ciò che sembra sia venuto meno è il basilare istinto di conservazione, ossia la capacità di riconoscere il pericolo e di reagire prontamente, mettendosi al riparo prima possibile. Ripeto, in queste parole non c’è nessun intento di colpevolizzare in alcun modo dei ragazzini che, essendo peraltro minori, non sarebbero in alcun modo colpevolizzabili. Non si tratta nemmeno di colpevolizzare gli adulti, ma certamente si tratta di capire cosa sia potuto accadere di così grave in questa nostra società per arrivare ad “anestetizzare” questi ragazzi fino a tal punto.

Quale pseudo-cultura li ha portati a perdere il contatto con se stessi al punto da far perdere la percezione del pericolo? La prima risposta che mi viene da dire è che in realtà niente può essere percepito come pericolo se non esiste più il senso del limite, ossia quello spazio che segna il confine tra il possibile e l’impossibile, il lecito e l’illecito, il sicuro e il pericoloso.

Eppure, stiamo parlando della generazione dei controllati in tempo reale in ogni loro spostamento, stiamo parlando dei figli di genitori geolocalizzatori, degli allievi dei maestri del registro elettronico che rende tutto accessibile e che di fatto ha abolito la possibilità di marinare la scuola, sia pure per un solo giorno. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi se questo sia il genere di protezione di cui questi ragazzi hanno davvero bisogno. Sembra infatti che si sia scambiato il controllo con la sicurezza e la libertà con il compiacimento. Perché se è vero che spetta ad ogni genitore proteggere i propri figli, specie se minori, è anche vero che proteggere non vuol dire controllare, ma dare tempo. Proteggere vuol dire, infatti, preservare il proprio figlio da esperienze premature che non è in grado di gestire e che non ha nemmeno avuto il tempo di desiderare. Vuol dire lasciare loro il tempo necessario per vivere ogni fase della vita senza bruciare le tappe. Vuol dire evitare di fornire risposte a domande che da loro non sono mai state formulate.

Prima dei cellulari, a un genitore non restava altro che dare fiducia ai figli, credere in loro, scommettere sulla verità della loro parola. La libertà, si diceva, bisogna meritarsela e nulla era scontato. Pensare che tutto questo oggi sia superato perché tanto ci si sente garantiti dalla possibilità di concedere una libertà controllata tramite l’app di turno, è pura illusione. Una libertà vigilata, infatti, alla lunga, non aiuta il figlio a crescere in assunzione di responsabilità, né aiuta a costruire un rapporto di vera fiducia reciproca.
La strage di Crans-Montana, dunque, a ben vedere, non riguarda solo coloro che malauguratamente ne sono rimasti coinvolti. Riguarda un’intera generazione che non riesce più ad essere presente a se stessa, ad agire istintivamente nemmeno a salvaguardia della propria vita. Si tratta di un evento tragico che inevitabilmente chiama in causa la responsabilità di ogni adulto che svolga un compito educativo, affinché possa realmente adoperarsi per restituire alla vita giovani presenti a se stessi e al mondo che li circonda.
(fonte: Tuttavia, articolo di Sabrina Corsello 06/01/2026)

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Le giovani vittime di Crans Montana ora esigono silenzio

Dopo i funerali dei cinque ragazzi, resta un vuoto che interroga tutti: un dolore ingiusto che chiede meditazione, responsabilità e un impegno nuovo a custodire il tempo e la vita come il bene più fragile e prezioso


Alla fine dei funerali di Riccardo, Giovanni, Achille, Chiara e Sofia, giovanissime vittime della strage di Crans Montana, resta un vuoto. Profondo. Lancinante. Un senso di rabbia e di ribellione si impossessa dei nostri fragili cuori, incapaci di sostenere il dramma familiare e collettivo di un intero Paese per tante giovani, meravigliose vite umane andate perse per incuria e ignavia dell’uomo in un momento di festa.

È sommamente ingiusto morire a 15, 16 anni. Perché, dunque? In attesa che la giustizia umana faccia il suo corso, il silenzio – dei parenti e della folla intorno – è stato la prima risposta, dignitosa e profondamente umana, che abbiamo colto nelle dirette televisive. Non solo sui sagrati delle chiese dove si sono svolte le esequie o nelle scuole, dove in quel giorno si è osservato un minuto di silenzio, ma anche nella liturgia. Il rito religioso, che lo alterna a gesti e parole e che riempie questi di carico simbolico, è in questo senso maestro di vita e può indicarci che la nostra vita, perché sia davvero piena, ha bisogno di spazi di assenza di rumore per riappropriarci, nel nostro trafelato vivere, del senso ultimo dell’esistenza. Ma il rito rappresenta nell’esperienza umana anche un momento di passaggio nella propria esistenza, come quegli stessi ragazzi avevano sperimentato nel Battesimo, nella Prima comunione, nella Cresima. Quel passaggio ora riguarda certamente loro, che sono passati dalla vita terrena a quella della gioia senza fine, dove L’Eterno «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4). Ma, se questo è il vero motivo di speranza che ci consola, quel passaggio riguarderà ora anche i genitori e i parenti di quei ragazzi (ma anche tutti noi!), che dovranno (dovremo) operare un passaggio, lungo, impervio e faticoso, che avrà bisogno di molto e molto silenzio per farli (farci) passare da una presenza di futuro a un’assenza che in certi momenti bui avrà l’amaro sapore della morte.

In questo momento di desolazione collettiva, mitigata dal nostro esserci stretti tutti fisicamente e spiritualmente intorno a quelle bare, dobbiamo però – tutti, giovani e meno giovani! – trarre un grande insegnamento da questa tragedia, perché quei volti che non vedremo mai più sorridere abbiano ancora qualcosa da dirci. E cioè che il tempo è prezioso, che dobbiamo cogliere ogni occasione per esprimere il nostro amore e i nostri sentimenti a chi ci è vicino, a chi amiamo, che non dobbiamo mai dare nulla per scontato, che la vita (che, a volte, è molto dura!) è soprattutto un dono che dobbiamo mettere a frutto in ogni istante delle nostre giornate per costruire il bene nei nostri microcosmi, in un mondo sempre più avvolto da parole e gesti violenti.

È uno dei tesori che loro ci lasciano in eredità. Facciamone buon uso.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Stefano Stimamiglio 07/01/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:


E' morto monsignor Raffaele Nogaro: il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra - Il ricordo di Roberto Saviano: ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava

E' morto monsignor Raffaele Nogaro:
il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra

[Nel giorno dell'Epifania 06/01/2026] Il prelato, che per quasi 20 anni ha guidato la diocesi del Capoluogo, aveva 92 anni. Sempre schierato al fianco degli ultimi e a tutela dell'ambiente. Amico di don Peppe Diana si è battuto per la sua canonizzazione

Il vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro

E’ morto monsignor Raffaele Nogaro. Il vescovo emerito di Caserta aveva 92 anni. L'annuncio del vescovo di Caserta Pietro Lagnese: “Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Caserta, con profondo dolore vi annuncio che qualche istante fa ha concluso la sua giornata terrena monsignor Raffaele Nogaro. Affidiamo padre Nogaro alla misericordia di Dio e ringraziamo il Signore per averlo donato a tutti noi”.

Per 19 anni vescovo di Caserta

Nato a Gradisca, in provincia di Udine, Nogaro è stato ordinato presbitero nel 1958. Nel 1982 papa Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Sessa Aurunca e nel 1990 approda alla diocesi di Caserta dove si insedia il 16 dicembre e resta fino al 2009, quando lascia la guida della chiesa casertana per sopraggiunti limiti di età. Da vescovo emerito ha comunque deciso di rimanere a vivere all’ombra della Reggia, proseguendo nel suo impegno civico e pastorale sempre al fianco degli ultimi e pronto a scendere in piazza per i diritti della sua gente.

Il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra e difeso l'ambiente

Monsignor Nogaro è stato un vescovo “di frontiera”: ha sfidato la camorra, definendola un male assoluto: “La camorra in Campania impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro”, scrisse in una lettera aperta. Un impegno a difesa dei deboli, dell'accoglienza stranieri con la naturalezza di chi crede davvero che nessuno sia forestiero sulla terra. Nogaro ha fatto parte della commissione ecclesiale per le migrazioni, organismo della Cei preposto al coordinamento della pastorale migratoria, continuando a operare per l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati.

Ha combattuto per l’ambiente, portando avanti battaglie coraggiose come quella per la bonifica di Lo Uttaro - che lo vide in prima linea - o per la chiusura delle cave dei Monti Tifatini.

Le battaglie per la pace, tra i ‘preti contro il genocidio’ in Palestina

Convinto pacifista, Nogaro si è sempre schierato contro la guerra arrivando a parlare di scomunica per i parlamentari che avevano votato a favore dell’ingresso dell’Italia nel conflitto in Afghanistan. Nel 2000 la Regione Campania gli ha conferito il premio per la Pace e i Diritti Umani assieme a Nelson Mandela e Daisaku Ikeda. Tra le ultime iniziative intraprese per la pace Nogaro è entrato a far parte della rete dei preti contro il Genocidio in Palestina, una posizione differente da quella assunta dallo stesso Vaticano che non ha mai utilizzato la parola 'genocidio' per quanto accaduto nella Striscia di Gaza.

L'impegno per la canonizzazione di don Diana: “Martire della libertà”

E’ stato uno dei più forti sostenitori della canonizzazione di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra nel 1994 per aver difeso la dignità del suo popolo, che amava definire “martire della libertà”. “Solo se la chiesa lo proclama “beato-benedetto e bravo”, attribuisce a se stessa la dignità della lotta fino all’ultimo sangue, contro la camorra”, scriveva Nogaro in una sua lettera del 2010.

Una posizione scomoda quella di Nogaro contro la camorra che venne apprezzata dallo stesso don Peppe Diana, al quale era profondamente legato: "Questo vescovo in prima fila con i disoccupati in lotta, con gli extracomunitari, contro la corruzione, rappresenta per noi un modello dal quale attingere entusiasmo e valori", disse il parroco di Casal di Principe nel corso di una sua omelia rivolgendosi a Nogaro.

La fede che non ha paura di sporcarsi le mani

Oggi Caserta perde un maestro, un padre, un uomo che ha saputo unire mitezza e coraggio. Ma resta la sua eredità: una fede che non ha paura di sporcarsi le mani, una parola che consola perché nasce dalla vita, e quella testarda speranza che, fino all’ultimo, ha continuato a indicare un orizzonte di giustizia e pace.
(fonte: CasertaNews, articolo di Attilio Nettuno 06/01/2026)

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Il ricordo di Roberto Saviano:
Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava


Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, non c’è più.
Non sono credente, eppure l’espressione “è tornato alla casa del Padre” con lui smette di essere formula.

Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi.
Ha sostenuto il Banco Alimentare e progetti di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, mettendo al centro la dignità e la solidarietà. 

Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza.
Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita. 

Quando l’incendio del “ghetto” di Villa Literno attirò l’attenzione pubblica, lo definì persino un “incendio di Stato”, denunciando lo scarso impegno istituzionale nell’affrontare la questione. 

La sua fu una Chiesa che non restò in silenzio.
Sempre in prima linea, Nogaro denunciò la camorra e le sue connessioni sociali, criticando corruzione e silenzi compiacenti, e ritenendo che la neutralità ecclesiastica fosse spesso sinonimo di complicità. 

Dopo l’omicidio di don Giuseppe Diana, sacerdote antimafia ucciso dalla camorra, Nogaro scelse senza esitazione di schierarsi, trasformando quella tragedia in appello pubblico e impegno civile anziché in commemorazione sterile. 

Chiese alla Chiesa di smettere di essere fortezza
e tornare a essere casa: casa accogliente, casa che non chiede documenti all’ingresso ma responsabilità e libertà nel cuore di chi la abita.

Se una casa del Padre esiste, lui ci arriva da chi ha imparato, qui, come rendere abitabile il mondo.
(fonte: bacheca facebooke di Roberto Saviano 06/01/2026) 

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La celebrazione delle esequie si terrà venerdì 9 gennaio, alle 10, nella Chiesa Cattedrale di Caserta.


mercoledì 7 gennaio 2026

UDIENZA GENERALE 07/01/2026 Papa Leone XIV: riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II (cronaca/sintesi/commento, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 gennaio 2026


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Papa Leone XIV: 
riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II

Aula Paolo VI, ore 10. Fuori, un grande freddo è sceso su Roma. Qui, invece, il calore dei fedeli riscalda l'aula, riscalda il cuore del pontefice che arriva accolto da uno fragoroso scrosciare di applausi. Sono circa 7000 i fedeli presenti nell'aula Nervi.

Il tema dell'udienza generale di oggi è “Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti”: un tema storico e importante che - annucia il pontefice - sarà il tema per il nuovo ciclo di catechesi che si apre oggi. Un ciclo che diverrà “un'occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l'importanza di questo evento ecclesiale”. Cita san Giovanni Paolo II che alla fine del Giubileo del 2000, affermava: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”.

E sono trascorsi 60 anni dall'assise conciliare. Quindi, ancora più importante, rileggere i suoi Documenti e riflettere sul loro contenuto: "Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata»", ricorda il pontefice.

“Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un'importante riforma liturgica portando al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutato ad aprirci al mondo a cogliere i cambiamenti e le sfide dell'epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l'umanità continuata, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna” ha detto papa Leone XIV.

E ripercorre allora i temi del Concilio come la ricerca della verità “attraverso la via dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà”. Questo spirito - secondo papa Leone XIV - “deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l'azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace”.

Fa ricordo anche di san Paolo VI, il papa che concluse i lavori del Concilio, che ai Padri conciliari al termine dei lavori, disse che “era giunta l'ora della partenza, di lasciare l'assemblea conciliare per andare incontro all'umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro”. E papa Leone XIV ricorda ai fedeli che anche “per noi è così”. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone “la profezia e l'attualità” - continua il pontefice - “accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 07/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti. Catechesi introduttiva


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dopo l’Anno giubilare, durante il quale ci siamo soffermati sui misteri della vita di Gesù, iniziamo un nuovo ciclo di catechesi che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti. Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale. San Giovanni Paolo II, alla fine del Giubileo del 2000, affermava così: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57).

Insieme all’anniversario del Concilio di Nicea, nel 2025 abbiamo ricordato i sessant’anni dal Concilio Vaticano II. Anche se il tempo che ci separa da questo evento non è tantissimo, è altrettanto vero che la generazione di Vescovi, teologi e credenti del Vaticano II oggi non c’è più. Pertanto, mentre avvertiamo la chiamata di non spegnerne la profezia e di cercare ancora vie e modi per attuarne le intuizioni, sarà importante conoscerlo nuovamente da vicino, e farlo non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi Documenti e riflettendo sul loro contenuto. Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata» (Primo messaggio dopo la Messa con i Cardinali elettori, 20 aprile 2005).

Quando il Papa San Giovanni XXIII aprì l’assise conciliare, l’11 ottobre del 1962, ne parlò come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa. Il lavoro dei numerosi Padri convocati, provenienti dalla Chiese di tutti i continenti, in effetti spianò la strada per una nuova stagione ecclesiale. Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l’umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna.

Grazie al Concilio Vaticano II, «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67), impegnandosi a cercare la verità attraverso la via dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà.

Questo spirito, questo atteggiamento interiore, deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l’azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace. Mons. Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, da Vescovo di Vittorio Veneto, all’inizio del Concilio scrisse profeticamente: «Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa. […] Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse». [1] Riscoprire il Concilio, dunque, come ha affermato Papa Francesco, ci aiuta a «ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati» ( Omelia nel 60° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 2022).

Fratelli e sorelle, quanto disse San Paolo VI ai Padri conciliari al termine dei lavori, rimane anche per noi, oggi, un criterio di orientamento; egli affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro: «Il passato: perché è qui riunita la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi Concili, i suoi Dottori, i suoi Santi. [...] Il presente: perché noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù. [...] L’avvenire, infine, è là, nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che la Chiesa di Cristo può e vuole dar loro» (S. Paolo VI, Messaggio ai Padri conciliari, 8 dicembre 1965).

Anche per noi è così. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone la profezia e l’attualità, accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace.

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[1] A. Luciani – Giovanni Paolo I, Note sul Concilio, in Opera omnia, vol. II, Vittorio Veneto 1959-1962. Discorsi, scritti, articoli, Padova 1988, 451-453.

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Saluti

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto i Seminaristi della Congregazione della Missione, il gruppo “I nostri Angeli in Paradiso” di Agrigento, la scuola Caduti per la Patria, di Pomigliano d’Arco e i dirigenti ed artisti del Circo Zoppis.

Saluto, poi, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Gesù, che contempliamo nel mistero del Natale, sia per tutti guida sicura nel nuovo anno, da poco iniziato.

A tutti la mia benedizione!

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Saluto di Papa Leone XIV ai fedeli presenti al Petriano 
al termine dell'Udienza Generale in Aula Paolo VI


Buongiorno a tutti. Buongiorno! La pace sia con voi. Tanti auguri! Grazie per essere qui. Dio benedice tutti coloro che lo cercano con il cuore aperto. La benedizione di Dio vi accompagni sempre in questa bellissima giornata, durante questo nuovo anno. Tanti, tanti auguri! E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Dio vi benedica!

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