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venerdì 15 maggio 2026

14 maggio 2026 Papa Leone XIV alla Sapienza - L’Università Sapienza accoglie Leone nei valori condivisi di pace e dignità umana - Il Papa agli universitari: siate artigiani di pace, il riarmo arricchisce le élite (cronaca, commenti, foto, testi e video)



L’Università Sapienza accoglie Leone
nei valori condivisi di pace e dignità umana

Il Papa visita il primo ateneo di Roma lasciando un’impronta forte all’insegna della ricerca dell’amicizia tra i popoli. Palpabile la sintonia tra il Pontefice e la comunità accademica sui temi del disarmo e della costruzione di una società aperta ai fragili e ai giovani profughi di guerra. La rettrice Polimeni: stiamo cercando di garantire continuità alla formazione di studentesse e studenti palestinesi, attivando borse di studio e percorsi di accoglienza

Il Papa nella Università Sapienza di Roma

Hanno sfidato l’alba credenti e non, italiani e non, studenti e non. Ma sono voluti venire qui, nella Università più grande d’Europa, Sapienza, prima della capitale con i suoi 700 anni di storia, per ascoltare le parole di Leone XIV alla comunità accademica e alle nuove generazioni. Perché loro, i giovani, ci tengono al proprio futuro e sono più esigenti di quanto può sembrare se si considerano gli appellativi degli adulti con cui spesso vengono decorati. “Penso che sia un’opportunità importante esserci sia se guardiamo l’evento come un fatto spirituale sia che lo guardiamo come a un incontro con un Capo di Stato”, dice una studentessa di Medicina in fila per entrare in Aula Magna. “Mi aspetto parole di pace in un mondo che la pace non la riesce a fare”. Anche un ragazzo canadese ha le stesse curiosità e le stesse speranze. Più di qualcuno osserva: “I leader internazionali di oggi ci appaiono un po’ delle macchiette; che il Papa venga qui servirà certamente a ribadire una parola chiara anche sulla necessità di costruire una forma di riconciliazione sociale di cui abbiamo tanto bisogno”. Del medesimo parere un docente emerito di Matematica che è tornato in queste aule ormai da pensionato per esprimere il suo grazie al “Papa americano” a cui si guarda anelando alla concordia tra i popoli.

Il tempo universitario sia un incontro con Dio

“Mettere la Sua impronta in tutto quello che siamo”, sono le parole di Leone nel salutare le circa 300 persone presenti in Cappella. “Soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte nella Sua immagine, ma anche nella Sua creazione”, prosegue, rimarcando che “è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi”. E aggiunge che “chi cerca la verità alla fine cerca Dio”, citando una frase di Edith Stein - Santa Teresa Benedetta della Croce.

Che questo tempo che vivete voi in questa università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio, e la bellezza della vita.

Il Papa davanti alla cappella dell'Università Sapienza (@Vatican Media)

Vicini agli studenti di zone di guerra

Appena entrato in Cappella, al Papa si avvicinano due ragazzi che frequentano la Facoltà di Lettere e Filosofia. Sono Mario Soldaini e Leonardo Tosti, curatori del libro “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi, 2025), che ha raccolto 200 mila euro per le attività di Emergency nella Striscia. Ne hanno donato una copia al Papa con l’invito ribadito all’uscita: “Lo legga, quel libro, Santità”.

Mario Soldaini e Leonardo Tosti

Nell’Ateneo è un tema diventato sempre più presente nei dibattiti, negli incontri culturali che si sono organizzati in gran numero soprattutto per creare legami, pluralismo e alleanze. Si è dato vita a progetti concreti di solidarietà verso coetanei di Paesi in guerra a cui il diritto allo studio viene di fatto negato. Proprio martedì scorso, per esempio, sono arrivati a Roma i primi quattro tra i giovani palestinesi che troveranno ospitalità nella città grazie all’accordo tra Sapienza Università di Roma, Diocesi di Roma e Comunità di Sant’Egidio, siglato a febbraio scorso. I ragazzi, tre studentesse e uno studente, frequenteranno i corsi di laurea in lingua inglese alla Sapienza, alloggeranno nelle residenze universitarie messe a disposizione dalla Diocesi e seguiranno le scuole di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio.

Antonella Polimeni, rettrice Sapienza

I progetti di accoglienza degli studenti palestinesi

È un ulteriore passo in avanti del percorso intrapreso per prendersi cura delle persone garantendo continuità alla formazione di studentesse e studenti palestinesi, attivando borse di studio e percorsi di accoglienza, afferma la rettrice Antonella Polimeni, la prima donna a guidare l’Ateneo. L’idea è di accogliere anche altri che stanno transitando in altri Paesi, preparandosi per la partenza. L’Ateneo li sosterrà per tutto il corso di studi con attività di orientamento e tutorato accademico, assistenza sanitaria e fornirà supporto e servizi tra cui il Centro di Counselling di Ateneo. La Diocesi di Roma ospiterà gratuitamente tutti gli studenti in residenze universitarie dal momento del loro arrivo in Italia fino a marzo 2029, con possibilità di estensione per altri 12 mesi per la discussione della tesi di laurea, e sarà parte attiva nell’orientare alle attività extra-accademiche e coordinare azioni di supporto per l’inclusione sociale, tramite anche la Cappellania della Sapienza.

Un polo di eccellenza con una tradizione di Nobel

Sapienza è prima università al mondo in Classics & Ancient History e tra le prime 10 con Archeology e History of Art. L’anno scorso si è collocata al primo posto tra le università generaliste italiane. Oltre 125 mila studenti, più di 3.500 docenti, più di 2.500 amministrativi, tecnici e bibliotecari, un migliaio di amministrativi nelle strutture ospedaliere. 58 dipartimenti, 44 biblioteche. Dieci i Premi Nobel che qui hanno insegnato, insigniti del prestigioso riconoscimento soprattutto nelle discipline scientifiche. Spicca il fisico Guglielmo Marconi.

Leone XIV in preghiera nella cappella dell'Università Sapienza (@Vatican Media)

La rettrice: rincuora l’impegno instancabile del Papa per l’unità

“Gli echi e le conseguenze delle guerre ci richiamano a riflessioni inevitabili su valori minacciati, umiliati e dimenticati, ma per noi imprescindibili: la libertà, la pace, la democrazia e la solidarietà”, afferma la rettrice nel suo saluto in Aula Magna, dove il Papa pronuncia il suo discorso dopo aver visitato la mostra Sapienza e i Papi allestita negli spazi dell’Ateneo. E lei cita Agostino, “Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora”, che esortava a non lamentarsi della cattiveria dei tempi, ma a migliorare sé stessi per renderli migliori. “La sua presenza qui oggi, il suo impegno instancabile a favore dell’unità tra i popoli ci rincuorano – le parole di Polimeni -, ci danno fiducia e ci spingono ad accrescere ulteriormente il già forte impegno della Sapienza per costruire percorsi di dialogo e condivisione”.

“Il sapere nasce dal dialogo”

L’uscita dalla pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, la recrudescenza del conflitto in Medio Oriente, la crescita, in Italia come in altre società europee, dei fenomeni di intolleranza e discriminazione, senza dimenticare le nuove forme di disuguaglianza generate da un accesso iniquo e non equilibrato agli algoritmi e alle nuove tecnologie hanno spinto, afferma la rettrice, a sviluppare ulteriormente la funzione di “responsabilità sociale”. Non vi è conoscenza senza pace – sostiene -, perché il sapere nasce dal dialogo, dalla possibilità di condividere idee, mettere alla prova ipotesi, riconoscere nell’altro non un avversario da sconfiggere, ma un interlocutore con cui costruire e testare convincimenti provvisori”.

Studenti radunati lungo i viali dell'Università Sapienza (@VATICAN MEDIA)

Nei giovani il desiderio autentico di spiritualità

Per volere della rettrice, qui oggi sono presenti anche diversi rappresentanti del personale sanitario dell’ospedale Umberto I, annesso all’Università, con gli studenti delle 24 professioni sanitarie. Emerge chiaro il desiderio di coinvolgere chi quotidianamente presta un servizio di cura a chi è più fragile. Perché formare non è solo dispensare nozioni ma far crescere la persona nella sua integralità. Che poi è il messaggio evangelico, è il magistero ecclesiale, è quanto oggi lo stesso Leone è venuto a ricordare.

Alla Cappella universitaria, dove il Papa ha sostato un breve momento in preghiera al suo arrivo, e attualmente gestita dai sacerdoti diocesani già legati all’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria, è voluto tornare anche un manipolo di gesuiti, tra coloro che per anni hanno creato una presenza di accompagnamento per chi desiderasse un colloquio, un orientamento, un tempo e uno spazio di ascolto. “Per me quello che ha spinto tanti giovani ad esserci oggi – spiega padre Giancarlo Pani SJ, per ben 34 anni in Cappella -, è il modo con cui il Papa sta parlando di pace e il modo in cui si impegna a farla la pace, con tutte le difficoltà che implica. I giovani se ne accorgono, sanno cogliere questo coraggio. E mi ha colpito, entrando, che si inginocchiano davanti al tabernacolo. Non è solo esteriorità quella dei giovani, loro davvero sono attratti dallo Spirito, davvero desiderano un’esperienza di intimità spirituale”. Lo hanno dimostrato stamane con i prolungati applausi all’attraversamento dell’auto papale lungo i viali della cittadella, alle sottolineature del Pontefice sul rischio del riarmo globale. La speranza e l’attivismo dei giovani sono forti e si esprimono in decine di iniziative: dall’accordo con l’Università di Betlemme al concerto ospitato proprio lunedì scorso in questa Aula Magna, che ha visto esibirsi insieme musicisti del Conservatorio Magnificat di Gerusalemme e della scuola di musica di Scampia.

Il Papa mentre si intrattiene con alcuni studenti (@Vatican Media)

Il dono a Leone, un ponte con il Medio Oriente

Un modello di cooperazione internazionale fondato su equilibrio istituzionale, rigore scientifico e rispetto delle diverse tradizioni, è quello che emerge anche dal dono fatto al Papa: la riproduzione di un raro esempio epigrafico in lingua greca che riporta una citazione “assoluta” di un passo delle Sacre Scritture, dal Vangelo secondo Luca, capitolo 23, versetto 42 Μνήσθητί μου, Κύριε, ὅταν ἔλθῃς ἐν τῇ βασιλείᾳ σου Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno. L’iscrizione, databile tra la seconda metà del V e la metà del VI secolo, è stata rinvenuta nel complesso del Santo Sepolcro a Gerusalemme, in un contesto che richiama l’area della Crocifissione, alla quale il testo si lega in modo particolarmente significativo. Il dono, realizzato dal laboratorio Officine museali Polo museale Sapienza Cultura, è custodito in una cassetta in legno d’ulivo realizzata a mano dagli artigiani Sapienza. E lo stesso palco dell'Aula Magna era oggi addobbato con diversi alberelli di ulivo... Dal 2022 la Sapienza è impegnata, su invito delle Comunità religiose custodi del luogo, in un progetto di ricerca e di scavo archeologico presso il Santo Sepolcro. Il progetto si distingue per un approccio fortemente interdisciplinare e per l’applicazione sistemica di metodologie integrate. A consegnarlo è Mattia D'Amico, dottorando in archeologia e membro della missione archeologica a Gerusalemme. Un motivo ulteriore di lavoro per la pace oltre ogni frontiera.

Al congedo sullo scalone dell'Aula Magna, risuona ancora l'esortazione del Pontefice:

Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!

Il dono fatto al Papa: la riproduzione di un esempio epigrafico in lingua greca 
con un passo delle Sacre Scritture (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/05/2026)

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Il Papa agli universitari:
siate artigiani di pace, il riarmo arricchisce le élite

Leone XIV visita l'Università Sapienza, la più antica di Roma, e nel suo discorso si sofferma sull'"inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale" generando un mondo "storpiato" da guerre e parole di guerra. Invita a praticare un saggio esercizio della memoria e "custodire la giustizia", a vigilare su sviluppo e applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile: "Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza"

Il Papa con Antonella Polimeni, rettrice dell'università (@Vatican Media)

Segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa di Roma e la prestigiosa università che proprio in seno alla Chiesa nacque sette secoli fa. Questo è il senso della visita che il Vescovo della città, Papa Leone, fa oggi, 14 maggio, alla comunità educante della Sapienza e ai suoi studenti. Un'alleanza che già a febbraio scorso si è consolidata con la firma, molto apprezzata dal Papa, della convenzione tra la Diocesi e la Sapienza per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla Striscia di Gaza. Nel suo discorso pronunciato in Aula Magna, il Pontefice offre un'ampia riflessione in cui confluiscono le preoccupazioni per un riarmo degli Stati ammantato da strategie di "difesa"; l'esortazione a impegnare intelligenza e audacia nella ricerca di giustizia, pace, custodia della Terra e a scegliere sempre la via per un uso etico delle tecnologie; l'invito ad ascoltare e a non alimentare il malessere di molti giovani con distorte interpretazioni dell'essere maestri.

"Sì" alla vita

In una fucina di conoscenza quale il mondo universitario, che informa e forma cervelli e coscienze, il Papa avverte ancora di più l'urgenza di ribadire il suo 'no' alla guerra e alla spirale mortifera di cui essa si nutre.

Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!
Cura per la complessità e saggio esercizio della memoria

Consapevole che alle nuove generazioni si sta consegnando "un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra", Leone chiama in causa gli adulti e sottolinea che si tratta di un "inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale". Di qui l'invito a non cedere a facili riduzionismi della storia, a riprendere in mano la Carta costituzionale, a riscoprire i valori su cui si fondano le democrazie e la libertà di popoli e individui.

La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Il discorso del Papa nell'Aula Magna dell'ateneo (@Vatican Media)

Sul riarmo che viene chiamato "difesa"

Di fronte a spese militari aumentate, soprattutto in Europa, il Pontefice torna a mettere in guarda che questo è un crinale troppo pericoloso e, soprattutto, il suo è un invito a distillare il linguaggio dalle mistificazioni:

“Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”

"Vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile - è ancora l'indicazione data da Leone XIV -, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti". Un avvertimento quanto mai cruciale in un'epoca di accelerazioni senza precedenti in settori di ricerca che necessitano di orientamenti verso destini vitali, non mortiferi o suicidari.

"Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!"

In questo orizzonte, di attenzione al bene comune e alla pace, si inserisce l'iniezione di coraggio che il Papa dà ai giovani mostrando egli di comprendere bene i motivi del disagio di molti. Un disagio che va visto, riconosciuto, accolto, non stigmatizzato, aiutato a superare. Perché le "terribili ingiustizie" del mondo non abbiano a inibire talenti ed energie, a fiaccare le speranze. Ma nessuno può rubare il futuro ai ragazzi e alle ragazze, ricorda il Papa. E nel dire questo, avrà ripensato al proprio passato di studente, a quello di insegnante, di certo ha pensato - Leone lo ammette - alle inquietudini del giovane Agostino che da giovane fece anche "gravi errori" ma poi "nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza". L'importante è tenere a bada l'ansia di dover piacere che spesso è alla radice dei disagi e malesseri di questa età:

Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!

Coltivare e custodire la giustizia

Trasformare l'inquietudine in profezia: è il mandato di oggi del Successore di Pietro a cui sta a cuore che la Casa comune sia in buona salute. A oltre dieci anni dalla Laudato si', si rende conto che il "paradigma possessivo e consumistico" ha soffocato buoni propositi e buone pratiche ispirate dall'enciclica di Francesco. Ma è tempo di rilanciare, passando dall'ermeneutica all'azione:

Studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

L'applauso degli studenti alle parole del Papa (@Vatican Media)

Insegnare è carità, accoglienza, è dire la verità

Il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. È la messa a fuoco, destinata in particolare al corpo docente, che chiude il discorso di Leone XIV. C'è una responsabilità nel mestiere di professore che non può ridursi alla pragmatica nozionistica. Recuperare questo fondamento è essenziale e Leone lo fa con parole cristalline.

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità.

Il dono del Papa all'Università Sapienza: Il facsimile del manoscritto con la traduzione latina del testo greco della Geographia di Claudio Tolomeo eseguita da Jacopo Angeli da Scarperia (@Vatican Media)

(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/05/2026)

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DISCORSO DI LEONE XIV
ALL’UNIVERSITÀ “SAPIENZA” DI ROMA

Aula Magna
Giovedì, 14 maggio 2026
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Saluto a braccio nella Cappella Universitaria

Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!

Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.

Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.

Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.

[Benedizione]

Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!

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Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:

Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!

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Discorso del Santo Padre


Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!

Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.

I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.

Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.

Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.

A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.

Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!

Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.

In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.

La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.

Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!

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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato

Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!









Bivio Apocalisse. Se la civiltà corre verso la catastrofe di Massimo Cacciari

Bivio Apocalisse. 
Se la civiltà corre verso la catastrofe 
di Massimo Cacciari


Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l’Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti “locali” di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni “riformismo” e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. 
Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l’apocalisse, poiché nell’idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. 
E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno.

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell’Homo technicus. Essa pone l’uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un’altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un’analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All’affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l’obbiettivo di uno Stato mondiale, l’attuale catastrofe produrrà l’Apocalisse.

E, infine, altro segno dell’epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. 
Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient’altro che il “nome” dell’atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata “tiepidamente”. Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d’intralcio all’attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare?

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c’è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica.

Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla “maschera” di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell’innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l’imperativo dell’indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale.

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell’individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l’energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l’ira Dei possa distruggerla. L’Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull’Intelligenza che dello sviluppo è l’anima, governarne lo spirito attraverso la sua “lettera”, dell’Anticristo è l’immagine.

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell’escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell’Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l’autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall’interno.

Si profila davvero una lotta sulle “cose ultime”, come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d’Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al “comandamento nuovo”, all’unico comandamento, quello di amore. È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare.

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo “comandamento”, e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che come limite non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell’altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.

(Fonte: “La Stampa” - 11 maggio 2026)


giovedì 14 maggio 2026

Suora annegata a Catania. Mons. Renna: “Suor Nadir ha donato la vita senza esitazione”


Suora annegata a Catania. Mons. Renna:
“Suor Nadir ha donato la vita senza esitazione”

L'arcivescovo di Catania definisce il gesto di suor Nadir, annegata dopo essere intervenuta per aiutare alcune consorelle in difficoltà tra le onde, "capace di mettere al centro Dio e il bisogno degli altri". La religiosa lascia una testimonianza di fede gioiosa e di dono quotidiano che continua a illuminare la comunità

(da sito: https://www.prospettive.eu)

Suor Nadir è morta come è vissuta: il dono di sé fino al sacrificio non si improvvisa, ma è frutto di una scelta quotidiana. Il suo gesto ci insegna che dalle scelte feriali nascono i grandi segni di amore e generosità e, con la sua vita di missionaria, ci lascia un messaggio di apertura al mondo. Apparteneva alle suore Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, che provengono dall’America Latina e il cui carisma è annunciare il Vangelo in Europa portando una grande carica di gioia e di speranza”. Lo dice oggi mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania, parlando della morte di suor Nadir Santos da Silva, religiosa carmelitana di 45 anni, annegata nel tratto di mare di Vaccarizzo, nella zona sud di Catania, lo scorso 11 maggio dopo essere intervenuta per aiutare alcune consorelle in difficoltà tra le onde. La tragedia si è consumata nei pressi del Villaggio Delfino.

Secondo quanto ricostruito dalla polizia, suor Nadir Santos da Silva, era insieme con altre tre consorelle e passeggiavano in acqua, non lontane dalla riva. Un avvallamento della sabbia non visto avrebbe fatto cadere in acqua le quattro sorelle, che probabilmente non sapevano nuotare. Suor Nadir avrebbe tentato di soccorrerle, ma bevendo acqua ha perso i sensi. Tre suore sono riuscite a mettersi in salvo sulla battigia, mentre lei è annegata.

La scelta, compiuta in pochi istanti e senza esitazione, dalla religiosa “è la scelta del buon samaritano – ci dice mons. Renna – che non calcola il pericolo a cui va incontro, ma il bisogno dell’altro. Quando al centro si mettono Dio e le esigenze dei fratelli, allora anche il perdere la propria vita è un gesto compiuto senza esitazione”.

Le Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo – aggiunge – sono caratterizzate dall’annuncio gioioso del Vangelo: annunciano, cantano, invitano alla speranza. Dal loro modo di essere traspare un rapporto vivo con il Signore Gesù. Chi le frequenta ha questa percezione. Il suo messaggio è di una donna che voleva semplicemente annunciare il Vangelo con la vita, e ci è riuscita”. Per la comunità e per chi l’ha conosciuta questa religiosa lascia una “testimonianza che credo rafforzerà la fede di quanti l’hanno conosciuta. Il nome Nadir – spiega mons. Renna – significa Stella del Sud: il Signore ha fatto risplendere attraverso di lei la Sua Luce”.

Nelle ore successive alla tragedia, messaggi di cordoglio e preghiera hanno raggiunto la comunità religiosa di San Giovanni La Punta e tutte le comunità presenti in Italia e in altre parti del mondo. La sua morte ha colpito profondamente non soltanto le consorelle, ma anche quanti l’avevano conosciuta nel servizio quotidiano della parrocchia e nelle attività pastorali a San Giovanni La Punta. “Con profondo dolore, ma sostenuti dalla speranza della fede pasquale, annunciamo la scomparsa della nostra amata Suor Nadir Santos da Silva”, si legge sul profilo Facebook della parrocchia: “ringraziamo Dio per il dono della sua vita, per la sua presenza tra noi e per tutta la sua dedizione all’Istituto, alla Chiesa e alla missione di collaborare alla salvezza delle anime. Il suo impegno, la sua testimonianza e il suo amore rimarranno vivi nei nostri cuori. Preghiamo il Signore affinché la accolga nell’eternità e le conceda il riposo eterno e la luce perpetua. Vi ringraziamo per le vostre preghiere, per la vostra fraterna vicinanza e per ogni espressione di affetto in questo momento di dolore e di speranza”.
Oggi pomeriggio, alle 16, la celebrazione funebre nella Chiesa Matrice di San Giovanni La Punta dedicata a San Giovanni Battista e Santuario Madonna della Ravanusa. A presiedere la celebrazione sarà proprio l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna.

Suor Nadir ha attraversato la scena di questo mondo lasciando un segno indelebile. Rimane la bellezza e la memoria di un atto compiuto in un lampo, senza il minimo indugio, mentre davanti a lei c’era soltanto il pericolo che minacciava gli altri. La morte l’ha raggiunta così: dentro un gesto di pura consegna, nel frastuono del mare e nel silenzio improvviso che ha avvolto la comunità, rimasta orfana di una delle sue sorelle. È questo, sottolineano, il segno più limpido della sua vita: un istante che dice tutto.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 14/05/2026)


UDIENZA GENERALE 13/05/2026 Leone XIV prega sul luogo dell'attentato di 45 anni fa a Giovanni Paolo II: «Affidiamo a Maria il grido di pace di chi è afflitto dalla guerra»


UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 13 maggio 2026


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Il Papa prega sul luogo dell'attentato di 45 anni fa a Giovanni Paolo II:
«Affidiamo a Maria il grido di pace di chi è afflitto dalla guerra»

Prima dell’udienza generale, Leone XIV si è fermato in silenzio e si è inginocchiato davanti alla lapide in Piazza San Pietro che ricorda l’attentato del 13 maggio 1981 a Karol Wojtyła. Durante la catechesi, dedicata alla Vergine Maria nel giorno della Madonna di Fatima, Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace: «Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli afflitti dalla guerra»

Papa Leone XIV durante l'udienza generale in piazza San Pietro REUTERS

Quarantacinque anni dopo quel 13 maggio 1981 che tenne il mondo con il fiato sospeso, papa Leone XIV si è fermato in preghiera in piazza San Pietro sul luogo esatto dell’attentato a san Giovanni Paolo II, prima dell’udienza generale. Un gesto intenso e simbolico, compiuto proprio nel giorno della memoria della Madonna di Fatima, che ha richiamato il legame profondo tra il Pontefice polacco e la Vergine.

Scendendo dalla papamobile, Leone XIV ha raggiunto a piedi la lapide in marmo bianco incastonata tra i sampietrini, a pochi passi dal Portone di Bronzo, che ricorda il punto esatto in cui Karol Wojtyła fu colpito dai proiettili di Ali Ağca durante l’udienza generale del 13 maggio 1981. Il Papa si è fermato in silenzio, poi si è inginocchiato accarezzando lo stemma di Giovanni Paolo II. Un’immagine destinata a restare impressa nella memoria dei fedeli presenti a San Pietro.

Nel corso dei saluti al termine della catechesi, Leone XIV ha richiamato esplicitamente quella tragedia che quarantacinque anni fa fece temere per la vita del Papa: «Oggi ricordiamo la memoria della Madonna di Fatima. In questo giorno, quarantacinque anni fa, fu compiuto un attentato alla vita di Papa Giovanni Paolo II, e per queste ragioni, ho dedicato la mia catechesi odierna alla Beata Vergine Maria».

Giovanni Paolo II, ferito in piazza San Pietro, sorretto dai collaboratori, 
qualche istante dopo l'attentato del 13 maggio 1981 (ANSA)

Maria modello della Chiesa e madre dei credenti

L’udienza generale è stata interamente dedicata alla figura della Vergine Maria, nel solco delle catechesi sulla costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II. Leone XIV ha presentato Maria come «modello perfetto» della Chiesa, «credente per antonomasia» e «membro eccellente della comunità ecclesiale»: «Queste parole ci invitano a comprendere come in Maria, che sotto l’azione dello Spirito Santo ha accolto e generato il Figlio di Dio venuto nella carne, si possano riconoscere sia il modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale». Nella sua riflessione, papa Leone ha sottolineato come la Madre di Gesù rappresenti «la donna icona del Mistero», colei nella quale si manifesta il duplice movimento della grazia divina e della libera risposta dell’uomo. Maria, ha detto il Pontefice, «è pertanto la donna icona del Mistero, cioè del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù Cristo».

Nella Vergine Maria, ha aggiunto il Papa, ««viene a specchiarsi anche il mistero della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il suo modello e la sua patria. Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale, della carità materna e dell'alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di ciò che è chiamata ad essere. Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa. Lasciamoci allora interpellare da tale sublime modello che è Maria, Vergine e Madre». Infine, il Pontefice ha concluso la catechesi con alcune domande rivolte direttamente ai fedeli, invitandoli a lasciarsi interrogare dall’esempio della Madre di Dio: «Vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?».

L’appello alla pace e le domande ai fedeli

Nei saluti in lingua portoghese, il Papa ha invitato i fedeli a guardare al Santuario di Fatima come luogo di consolazione e speranza: «Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli afflitti dalla guerra».

Infine, Leone XIV ha concluso la catechesi con alcune domande rivolte direttamente ai fedeli, invitandoli a lasciarsi interrogare dall’esempio della Madre di Dio: «Vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?».

Nel giorno che ricorda una delle pagine più drammatiche del pontificato di san Giovanni Paolo II, Leone XIV ha così unito memoria, preghiera e affidamento a Maria. E quella sosta silenziosa davanti alla lapide del 13 maggio 1981 è apparsa come un ponte ideale tra due pontificati segnati dalla stessa invocazione: Totus tuus.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 13/05/2026)

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LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 9. La Vergine Maria, modello della Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Il Concilio Vaticano II ha voluto dedicare l’ultimo capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa alla Vergine Maria (cfr Lumen gentium, 52-69). Ella «è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità» (n. 53). Queste parole ci invitano a comprendere come in Maria, che sotto l’azione dello Spirito Santo ha accolto e generato il Figlio di Dio venuto nella carne, si possano riconoscere sia il modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale.

Lasciandosi plasmare dall’opera della Grazia, venuta a compiersi in Lei, e accogliendo il dono dell’Altissimo con la sua fede e il suo amore verginale, Maria è modello perfetto di ciò che la Chiesa tutta è chiamata ad essere, creatura della Parola del Signore e madre dei figli di Dio generati nella docilità all’azione dello Spirito Santo. In quanto, poi, è la credente per antonomasia, in cui ci è offerta la forma perfetta dell’incondizionata apertura al mistero divino nella comunione del popolo santo di Dio, Maria è membro eccellente della comunità ecclesiale. In quanto, infine, genera figli nel Figlio, amati nell’eterno Amato venuto fra noi, Maria è madre della Chiesa tutta, che a Lei può rivolgersi con confidenza filiale, nella certezza di essere ascoltata, custodita e amata.

Si potrebbe esprimere l’insieme di queste caratteristiche della Vergine Maria parlando di Lei come della donna icona del Mistero. Con il termine donna si evidenzia la concretezza storica di questa giovane figlia d’Israele, cui è stato dato di vivere la straordinaria esperienza di diventare la madre del Messia. Con l’espressione icona si sottolinea che in Lei si realizza il duplice movimento di discesa e di ascesa: in Lei risplendono tanto l’elezione gratuita da parte di Dio, quanto il libero consenso della fede in Lui. Maria è pertanto la donna icona del Mistero, cioè del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù Cristo.

Il Concilio ci ha lasciato un chiaro insegnamento sul posto singolare riservato alla Vergine Maria nell’opera della Redenzione (cfr Lumen gentium, 60-62). Ha ricordato che unico Mediatore di salvezza è Gesù Cristo (cfr 1 Tm 2,5-6) e che la sua Madre Santissima «in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia» (LG, 60). Al tempo stesso, «la beata Vergine, predestinata fino dall’eternità, all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, […] cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia» (ibid., 61).

Nella Vergine Maria viene a specchiarsi anche il mistero della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il suo modello e la sua patria. Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale, della carità materna e dell’alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di ciò che è chiamata ad essere.

Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa e a servire in essa il compimento del Regno di Dio che viene e che pienamente si realizzerà nella gloria.

Lasciamoci allora interpellare da tale sublime modello che è Maria, Vergine e Madre, e chiediamo a Lei di aiutarci con la sua intercessione a rispondere a quanto ci viene domandato attraverso il suo esempio: vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?

Sorelle e fratelli, lo Spirito Santo, disceso su Maria e invocato da noi con umiltà e fiducia, ci doni di vivere pienamente queste stupende realtà. E, dopo aver approfondito la Costituzione Lumen gentium, chiediamo alla Vergine di ottenerci questo dono: cresca in tutti noi l’amore per la Santa Madre Chiesa. Così sia!

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Membri del Comitato di Coordinamento della Commissione mista internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, presenti a Roma per il loro incontro di studio e programmazione, ed auspico che si possa continuare la strada iniziata più di vent'anni fa. Saluto poi i fedeli dell’Arcidiocesi di Otranto, con l’Arcivescovo Mons. Francesco Neri; le parrocchie di San Giuseppe Moscati, in Triggiano e Santa Maria Assunta, in Sarconi; i militari del 232° Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano e la Capitaneria di Porto di San Benedetto del Tronto, con l’Arcivescovo Mons. Gianpiero Palmieri.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Vi ringrazio per la vostra presenza e invoco su di voi e sui vostri familiari i doni dello Spirito Santo per un impegno cristiano sempre coerente nelle diverse chiamate e situazioni che la Provvidenza riserva a ciascuno. A tutti la mia benedizione!




Leone XIV. «Spiritualità, pace e preghiera. La sua forza è la fermezza calma» - ANDREA RICCARDI, intervistato da ESTER PALMA

Leone XIV. «Spiritualità, pace e preghiera. 
La sua forza è la fermezza calma» 
ANDREA RICCARDI, 
intervistato da ESTER PALMA


«Qual è la cifra del pontificato di Papa Leone? Direi la forza tranquilla di un uomo che ha messo al centro della sua vita, e quindi ora di quella della Chiesa, la spiritualità, la pace e la preghiera». Andrea Riccardi, oltre che fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio, è anche uno studioso della storia della Chiesa contemporanea.

Come giudica il primo anno da Papa di Leone XIV?
«Molto positivamente. In questi mesi si è affermato come leader mondiale, mettendo al primo posto la ricerca della pace, ma sempre con quella serenità che ha solo chi vive una profonda vicinanza al Vangelo. Per come lo conosco, Prevost ha un grande senso di responsabilità, di fermezza calma. Non è da lui ricorrere ad atteggiamenti esasperati, eccessivi, soprattutto in una stagione difficile come quella attuale».

Lo si è visto anche nell’incontro con il segretario di Stato Marco Rubio?
«Sì, il Papa ha dimostrato di non avere preclusioni a mantenere aperto il dialogo anche con gli Usa, con una logica che appartiene al dna della Chiesa: la ricerca della pace. Non dimentichiamo che già Benedetto XV, nel 1917, definì la guerra mondiale “un’inutile strage”. Per la Chiesa non può esserci una “guerra giusta”, soprattutto oggi: ormai i conflitti sono tecnologici, disumani, e tendono a non finire mai, come accade in Ucraina e in Siria».

Il momento storico è difficile per chi parla di pace.
«Infatti, oggi è un tema quasi “fuori moda”. Ma credo che il mondo abbia fiducia in papa Leone e nella sua proposta di pace evangelica, proprio per il suo carattere tranquillo, ma che non sfugge al confronto. Molto diverso, per dire, da quello esplosivo di Bergoglio».

Due personalità agli antipodi?
«Francesco colpiva anche nell’immediato, aveva un senso mediatico molto forte. Leone invece lavora per ricucire, contro la “polarizzazione” in atto in questi anni nella Chiesa. E comunque è relativamente giovane, settant’anni per un Papa non sono molti. E questo può fare la differenza…».

In che senso?
«Si presuppone che abbia molti anni davanti: credo che lavori sul lungo periodo, programma viaggi importanti, per esempio. Il suo messaggio mira alla profondità e sono certo che avrà effetto negli anni. Del resto già oggi la Chiesa cattolica è una realtà internazionale, a differenza di quelle ortodosse, che sono e restano nazionali, e di quelle protestanti. E in vari Paesi, dalla Francia agli stessi Usa, c’è un risveglio cattolico, con battesimi tanti anche di giovani».

Quanto ha pesato, e pesa, su Leone la formazione agostiniana?
«Moltissimo. Oltre al suo lungo “noviziato” come priore dell’Ordine, che lo ha portato a viaggiare in tutto il mondo e confrontarsi con realtà molto diverse, la spiritualità agostiniana punta molto sul «fare comunità”, ma in mezzo alla gente, senza astrarsi o chiudersi nelle proprie certezze. Prevost peraltro ha studiato a fondo il pensiero di Agostino in riferimento all’oggi, per attualizzarlo».

E come si applica al suo pontificato?
«Credo che il “fare comunità” di Agostino diventi “fare unità” nella Chiesa, al di là delle diverse sensibilità. E nel rifarsi di continuo al Vangelo, alla Parola di Dio, ma restando sempre dentro la storia presente».

(Fonte: “Corriere della Sera” - 9 maggio 2026)