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lunedì 5 gennaio 2026

LEONE XIV all'Angelus: "Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi. ... Fratelli e sorelle, la gioia del Natale ci incoraggi a proseguire nel nostro cammino, mentre chiediamo alla Vergine Maria di renderci sempre più pronti a servire Dio e il prossimo."

PAPA LEONE XIV
 
ANGELUS

Piazza San Pietro
II Domenica del Tempo di Natale, 4 gennaio 2026


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

In questa seconda domenica dopo il Natale del Signore, desidero anzitutto rinnovare i miei auguri a tutti voi. Dopodomani, con la chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, concluderemo il Giubileo della speranza, e proprio il Mistero del Natale, in cui siamo immersi, ci ricorda che il fondamento della nostra speranza è l’incarnazione di Dio. Il Prologo di Giovanni, che la Liturgia ci propone anche oggi, ce lo ricorda: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, affinché non siamo mai soli nella traversata della vita. Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi.

La venuta di Gesù nella debolezza della carne umana, se da una parte ravviva in noi la speranza, dall’altra ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo.

Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra umana fragilità come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a ripensare Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta. Perciò, dobbiamo sempre verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno.

Verso l’uomo, il nostro impegno dev’essere altrettanto coerente. Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e a esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri. Così, l’incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli. Dio si è fatto carne, perciò non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana.

Fratelli e sorelle, la gioia del Natale ci incoraggi a proseguire nel nostro cammino, mentre chiediamo alla Vergine Maria di renderci sempre più pronti a servire Dio e il prossimo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Desidero esprimere nuovamente la mia vicinanza a quanti sono nel dolore a causa della tragedia avvenuta a Crans-Montana in Svizzera. Assicuro la preghiera per i giovani defunti, per i feriti e per i loro familiari.

Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica. Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles.

Saluto con affetto voi tutti, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare quelli provenienti dalla Slovacchia e da Zagabria, i ministranti della Cattedrale di Gozo a Malta, e la comunità del Seminario diocesano di Fréjus-Toulon, in Francia.

Saluto il gruppo dell’Oratorio di Pugliano in Ercolano, le famiglie e gli operatori pastorali di Postomia e Porcellengo, i fedeli di Sant’Antonio Abate, Torano Nuovo e Collepasso; come pure i docenti dell’Istituto Rocco-Cinquegrana di Sant’Arpino, gli scout della provincia di Modena e di Roccella Jonica, i cresimandi di Ula Tirso e Neoneli e quelli di Trescore Balneario.

Carissimi, continuiamo ad avere fede nel Dio della pace: preghiamo e siamo solidali con le popolazioni che soffrono a causa delle guerre. Auguro a tutti una buona domenica!

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domenica 4 gennaio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II DOMENICA DI NATALE

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


II DOMENICA DI NATALE  

04 Gennaio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio ci fatto dono del suo Figlio Gesù, il Verbo, la Parola fatta carne, ed è per mezzo di Lui che siamo diventati figli di Dio. Consapevoli di questa grande dignità, innalziamo al Padre con fiducia filiale le nostre preghiere ed insieme acclamiamo:

R/   Gloria a te,  Signore


Lettore

- O Padre, a somiglianza della vergine Maria anche la tua Chiesa sia ben disposta ad accogliere la tua Parola, perché diventi carne, vita vissuta, storia quotidiana. Tu che ti sei manifestato a noi nella limitatezza della fragilità e della nudità della carne umana del tuo Figlio Gesù, dona alla tua Chiesa fiducia e speranza per saper vivere l’avventura della fede nella limitatezza del tempo e della storia. Per questo ti acclamiamo.

- A Te, o Padre, affidiamo i sogni, le delusioni, le speranze degli adolescenti e dei giovani di oggi. Molti di loro hanno smarrito la fede e sono tentati non di vivere, ma di lasciarsi vivere. Sii vicino ad ognuno di loro, aiutali a portare il peso di un tempo che non offre certezze, ma che bisogna comunque attraversare, accompagnati dalla tua presenza di amicizia e di amore. Per questo ti acclamiamo.

- O Padre, sii tu la difesa di quanti non sono accolti e si ritrovano ai margini delle nostre città. Soccorri i poveri, accompagna i migranti, difendi tutti coloro che sono ridotti in stato di schiavitù, affinché possano riacquistare la dignità di persone umane da te mai respinte ma sempre accolte. Per questo ti acclamiamo.

- Davanti a te, o Padre, ricordiamo i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo ancora di coloro che sono morti nelle varie guerre che affliggono e lacerano questo nostro mondo, delle vittime della violenza nelle famiglie e nei quartieri, di coloro che muoiono di fame e di malattie incurabili. Dona a tutti la gioia di contemplare il tuo Volto di Luce e di Amore. Per questo ti acclamiamo.


Per chi presiede

O Padre, che ci hai illuminati con la luce di Gesù e ci hai svelato la nostra dignità di persone da te amate sin dall’eternità, aiutaci a vivere sempre come tuoi figli, e a vedere in ogni persona un nostro fratello e sorella in umanità e nella fede. Te lo chiediamo per Cristo nostro Fratello e Signore.

AMEN.



Crans-Montana, le vite spezzate a 16 anni di Chiara, Giovanni, Achille, Emanuele, Sofia e Riccardo - Alberto Pellai: La fine dell’illusione del controllo: noi genitori “geolocalizzatori” spiazzati davanti al caso e alla morte

Crans-Montana, le vite spezzate a 16 anni di 
Chiara, Giovanni, Achille, Emanuele, Sofia e Riccardo

Ufficialmente identificate le sei vittime italiane, tutte sedicenni: Giovanni Tamburi, di Bologna, Achille Barosi, di Milano, ed Emanuele Galeppini, originario di Genova ma residente a Dubai. Confermata anche la morte della milanese Chiara Costanzo. Gli ultimi due identificati sono Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi


Hanno tutte sedici anni le prime tre vittime italiane ufficialmente identificate nella tragedia della notte di Capodanno al Constellation, il disco bar di Crans-Montana trasformato in una trappola di fiamme e fumo. Si chiamavano Giovanni Tamburi, Achille Barosi ed Emanuele Galeppini. I loro nomi, confermati dall’ambasciatore d’Italia in Svizzera Gian Lorenzo Cornado, segnano un primo, passaggio doloroso in una vicenda che continua a tenere con il fiato sospeso molti.

Le famiglie dei tre ragazzi sono state informate nelle scorse ore, mentre proseguono le complesse procedure di identificazione delle altre vittime. L’incendio, scoppiato mentre nel locale si festeggiava l’arrivo del nuovo anno, ha provocato un bilancio drammatico: decine di morti e oltre un centinaio di feriti, molti dei quali giovanissimi.

Chi erano le vittime italiane

Giovanni Tamburi, bolognese, era stato inizialmente dato per disperso. Un amico aveva raccontato di averlo perso di vista durante la fuga concitata dal locale, quando il panico si è diffuso tra i presenti e l’aria è diventata irrespirabile. La notizia della sua morte ha colpito profondamente Bologna, dove il ragazzo viveva con la famiglia ed era conosciuto come uno studente solare, legato agli amici e alla sua città.

Achille Barosi, milanese, si trovava spesso a Crans-Montana, dove la sua famiglia possiede una casa. Secondo le testimonianze, era stato visto per l’ultima volta intorno all’una e mezza di notte: stava rientrando nel locale per recuperare la giacca e il telefono lasciati all’interno. Un gesto istintivo, comune a molti in quelle fasi concitate, che purtroppo si è rivelato fatale. Milano, nelle ultime ore, si è stretta attorno ai genitori e ai compagni di scuola, in un silenzio carico di dolore.

Emanuele Galeppini, originario di Rapallo (Genova) ma residente a Dubai con la famiglia, era conosciuto per la sua grande passione per il golf. Un talento promettente, già apprezzato nell’ambiente sportivo, e un tifoso dichiarato del Genoa. La notizia della sua scomparsa ha raggiunto non solo la Liguria, ma anche la comunità sportiva che lo seguiva e lo incoraggiava, spezzando sogni e progetti appena iniziati.

Accanto ai tre nomi ufficialmente identificati, nelle stesse ore è arrivata anche la conferma della morte di Chiara Costanzo, sedicenne milanese, annunciata dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana con un messaggio di cordoglio. La ragazza era amica di Achille Barosi e si trovava con lui a Crans-Montana per festeggiare il Capodanno.

Sofia Prosperi, 15 anni, italosvizzera, abitava a Castel San Pietro, una frazione di Mendrisio, capoluogo del Canton Ticino, dove si era trasferita da piccola per seguire il padre andato in Svizzera per lavoro. La notte di Capodanno la 15enne stava festeggiando al «Constel» insieme con alcune amiche quando è rimasta bloccata nel seminterrato non appena scoppiato l’incendio. Le altre ragazze non l’hanno più vista uscire dal locale e per ore sui social numerosi messaggi che invitavano a pregare per lei. La 15enne frequentava l’International School of Como di Fino Mornasco (Como). Secondo alcune testimonianze era entrata anche con altri amici, almeno quattro, nel locale di Crans. Con lei c’era un 16enne di Cantù ora fra i feriti, ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano dopo essere stato trasferito da Ginevra con ustioni su almeno il 30 per cento del corpo.

Riccardo Minghetti, 16 anni, era originario di Roma e abitava nel quartiere Eur-Laurentino, dove viveva con la sua famiglia. Frequentava il Liceo Cannizzaro nella capitale ed era descritto come un appassionato di montagna: trascorreva tempo sulle Alpi svizzere fin da bambino, dato che la sua famiglia aveva seconde case nella zona e lui amava sciare durante le vacanze invernali.

Le indagini, avviate dalla procura del Cantone Vallese, dovranno chiarire le responsabilità e le condizioni di sicurezza del locale. Ma intanto, davanti a questa strage di giovani, restano il silenzio, le domande e una preghiera che sale dalle famigliem colpite.
(fonte: Famiglia Cristiana 04/01/2026
aggiornato alle ore 20.33)

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Alberto Pellai:
La fine dell’illusione del controllo: noi genitori “geolocalizzatori” spiazzati davanti al caso e alla morte

Gli strascichi di ciò che è accaduto a Capodanno in Svizzera resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Ma noi adulti non dobbiamo smettere di augurare ai nostri ragazzi di non avere paura della vita, anche quando si fa terribile e spaventosa

Persone in lacrime davanti al bar "Le Constellation" di Crans-Montana REUTERS

La strage di Crans Montana è il peggiore inizio d’anno che il mondo poteva avere. Vedere morte e dolore dentro quella che doveva essere un’occasione di celebrazione e festa produce un senso di impotenza e di ingiustizia senza uguali. Anche perché questa strage ha colpito ragazzi e ragazze che potrebbero essere i nostri figli. Ragazzi nel pieno dell’adolescenza, desiderosi di bellezza, di gioia, probabilmente vestiti con i loro abiti più belli per celebrare l’inizio di un nuovo anno che per alcuni ha comportato la fine della vita e, per i sopravvissuti, la partecipazione ad un dramma collettivo che rappresenterà un trauma di portata gigantesca nella loro memoria emotiva.

Il dolore mediatico

In queste ore, tutti i media ci bombardano di notizie e immagini, testimonianze e resoconti che amplificano il dolore, lo stratificano nella mente e nel cuore di tutti. Ci sentiamo mamme e papà di quei ragazzi uccisi, dispersi, ustionati. Ci viene da piangere e sentiamo un brivido correrci lungo la schiena. Perché dentro di noi si accende la consapevolezza di quanto facciamo ogni giorno per assicurare protezione e sicurezza ai nostri figli e di come eventi del genere ci obblighino a renderci conto che la vita, a volte, segue le regole del gioco d’azzardo, fa avvenire cose che sfuggono a ogni logica e legge delle probabilità, diventando un territorio in cui il controllo di tutto è solo un ingrediente inefficace, che non può nulla di fronte all’avversità del destino.

L’illusione del controllo

Proprio noi, la generazione dei genitori geolocalizzatori, ci troviamo di fronte ad una tragedia in cui tutto è stato deciso dal caso fortuito e da condizioni di sicurezza imprecise che mai ci saremmo aspettati in una Nazione così ligia al dovere e così rispettosa delle leggi, come la Svizzera.

Fiori e lumini davanti al luogo della tragedia (REUTERS)

Adolescenti e iperprotezione

Gli adolescenti del terzo millennio stanno combattendo contro la tentazione di rimanere chiusi in vite ultraprotette. Molti genitori faticano a far uscire i figli dalle loro stanze. Vorremmo mandarli fuori nel mondo, ma al tempo stesso siamo i genitori che più temono che, una volta fuori nel mondo, i nostri figli possano farsi male e andare incontro a rischi di cui non sanno calcolare la portata e le implicazioni. In questo inizio di terzo millennio, il mondo adulto ha messo controllo e iperprotezione al centro di un modello educativo che ha reso molti figli fragili e riparati in vite poco esplorative, spesso rifugiate nella cameretta. La strage di Crans Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo.

Traumatizzazione indiretta

Visionare di continuo, come sta accadendo in questi giorni, le immagini della strage ci fa sperimentare tutto il dolore e tutta l’ansia del mondo. La psicologia chiama questo fenomeno traumatizzazione indiretta. Anche se noi non siano dentro i fatti di cronaca, i fatti di cronaca entrano dentro le nostre vite e la nostra psiche, sollecitando un’angoscia che diventa pervasiva e divorante. Sentiamo il dolore dei genitori che hanno perso i figli come se fosse il nostro. E ci immaginiamo quanto gigantesca sia la disperazione e lo stordimento di quelle mamme e quei papà i cui figli risultano dispersi. Non si sa nulla di loro perché non appaiono in alcune lista ufficiale: non sono tra i feriti e i ricoverati, non sono tra i tornati a casa. Forse appartengono alla lista dei deceduti irriconoscibili che richiederà tempi lunghi e analisi complesse effettuate sul Dna, per accertarne un’identità e per poterne decretare il decesso. È questo un dolore amplificato che tiene chi lo vive sospeso sul filo dell’incertezza angosciante, della traumatizzazione senza fine e che anche per noi terapeuti risulta essere di estrema difficoltà nel maneggiarla sul piano clinico.

Psicologia e limiti del conforto

È difficile usare la psicologia per affrontare stragi come quelle di Crans Montana, perché essa non è in grado di fornire alcun conforto. Può solo raccontare il dolore della mente di chi si trova dentro a questo incubo e di chi lo osserva da fuori. Gli strascichi di ciò che è accaduto a Crans Montana resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Saranno respiri mozzati quando li cercheremo al telefono e lo sentiremo squillare senza risposta. Si trasformeranno in risvegli improvvisi di notte quando avremo figli partiti per brevi vacanze insieme ai loro amici e proveremo l’impulso di geolocalizzarne la posizione, certificarne in modo diretto o indiretto il loro essere vivi.

Il coraggio di vivere

Invece, l’unica cosa che a loro, ai nostri figli, serve veramente è non smettere mai - noi adulti - di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro. Che raramente e purtroppo è tragico, come in questo caso. Ma che quasi sempre sa accoglierti con opportunità che non coglieresti mai se rinunciassi ad andarlo a cercare, rimanendo nel territorio ultraprotetto della tua comfort zone.
(fonte: Famiglia Cristiana 02/01/2026)

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Leggi anche il post precedente:
Crans Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 9 - 2025/2026 - II DOMENICA DOPO NATALE

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

II DOMENICA DOPO NATALE - anno A

Vangelo:

Il Prologo del Vangelo di Giovanni si presenta come l'ouverture di una magnifica sinfonia, una meravigliosa sintesi del suo Vangelo, un canto d'amore alla Parola fonte di ogni cosa, «luce e vita» per il cammino dell'uomo. La Parola sarà l'argomento principale di tutta l'opera di Giovanni, nel corso della quale l'evangelista svilupperà i temi accennati nel Prologo. «Dio nessuno lo ha mai visto!». Non abbiamo di Dio alcuna immagine e nemmeno è lecito farcene una (cfr. Es 20,4)«Solo l'Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato», ce ne ha fatta l'esegesi, ce lo ha spiegato attraverso la sua Parola e le sue opere, con tutta la sua vita. La Gloria di Dio, prima inaccessibile, «si è manifestata a noi e noi l'abbiamo veduta» (1Gv 1,1-3), ha piantato la sua Tenda tra di noi e dentro di noi sposando la nostra fragilità, il nostro limite, prendendo un volto e un nome: Gesù, vita e salvezza per coloro che lo accolgono. E' questo «il Mistero nascosto da secoli» di cui ci parla San Paolo (Col 1,26), il grande progetto d'amore del Padre: quello di fare di ogni creatura umana un figlio di Dio se solo accoglierà il Figlio come UNICO modello di vita (cfr. Fil 2,6). All'apostolo Filippo, che domanda di voler vedere il Padre, Gesù così risponde: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Giovanni ci dice in questo modo che se vogliamo davvero conoscere, fare esperienza del Padre, dobbiamo guardare solo a Gesù e a nessun altro. Anche noi, allora, siamo invitati a mettere da parte tutte quelle immagini di Dio che non trovano riscontro nella persona e nel vissuto di Gesù. «Quel Gesù che con la Parola e gli innumerevoli segni si è manifestato a noi nel Vangelo, ci narra di quel Dio che nessuno mai ha potuto vedere, Dio stesso che si fa carne per dimorare tra di noi e in noi.» (cit.).

sabato 3 gennaio 2026

IN PRINCIPIO E NEL PROFONDO "Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza. ... Questa è la profondità ultima del Natale: la vita di Dio nella mia vita." - II DOMENICA DOPO NATALE - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

IN PRINCIPIO E NEL PROFONDO


Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza. ... Questa è la profondità ultima del Natale:
la vita di Dio nella mia vita.


In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vitae la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi,e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carnee venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. Gv 1, 1-18
 
IN PRINCIPIO E NEL PROFONDO
 
Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza. ...
Questa è la profondità ultima del Natale: la vita di Dio nella mia vita.

Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il suo racconto con un poema, un inno che ci chiama a volare alto, che proietta Gesù verso i confini del tempo e dello spazio. “In principio era il Verbo e il Verbo era Dio”. Ma poi il volo plana fra le tende dell’accampamento umano: “e venne ad abitare”, letteralmente piantò la sua tenda, “in mezzo a noi”.

Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose: “tutto è stato fatto per mezzo di Lui”. Nulla di nulla senza di lui. “In principio”, “tutto”, “nulla”, “Dio”. Parole assolute che mettono in connessione il tempo con l’eternità, tutte le creature del cosmo con Dio.

Senza di lui nulla di ciò che esiste, è. Il Verbo è come il nodo centrale del grande tappeto, del magnifico arazzo del cosmo. Senza, tutto si disfa.

Terra e cielo si sono abbracciati e, almeno a Betlemme, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono ormai una cosa sola, inseparabili.

In principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, sta il Verbo. E rileggo Giovanni così: “In principio sta la tenerezza, e la tenerezza è presso Dio, e la tenerezza era Dio, da sempre”. Gesù è venuto a portare sulla terra la rivoluzione della tenerezza.

E ci assicura che un’onda affettuosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza, che siamo da forze buone miracolosamente avvolti, che siamo raggiunti da una sorgente pura che ci alimenta e che non verrà mai meno, che nella nostra vita ce n’è in gioco una vita più grande di noi.

Questa è la profondità ultima del Natale: la vita di Dio nella mia vita. Gesù Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, un sistema di pensiero alternativo, una morale più evoluta. È venuto a portare se stesso, a comunicare vita. Sono venuto perché abbiate la vita in abbondanza (Gv 10,10). Non ha mai compiuto un miracolo per punire, i suoi sono sempre segni che guariscono la vita e la accrescono.

“E la vita era la luce degli uomini”. Una cosa enorme: la vita stessa è luce, è come una grande parabola che racconta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo.

“Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo”. Ogni uomo è illuminato, tutti, nessuno escluso, nessuno privo di quella luce, che è come una lampada che non si spegne, un sole nella notte. La luce splende nelle tenebre, che non l’hanno vinta! Non la vincono mai.

Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto. Dio non si merita, si accoglie. Dandogli cuore e tempo. Accogliere: parola bella che sa di porte che si aprono, di mani che accettano doni, di cuori che fanno spazio alla vita.

Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura. Amala! È la tenda del Verbo, di colui che ci sorprende ancora, perché abita là dove c’è vita.


Il fantasma della patria armata

Arturo Formola* 
Il fantasma della patria armata




Nel 2026, mentre l’Italia affronta sfide civiche, sociali e ambientali che richiederebbero visione e coraggio, il Comune di Gallarate decide di affiggere un manifesto che sembra uscito da un archivio del Novecento. Il sindaco Andrea Cassani, esponente della Lega, annuncia con solennità l’aggiornamento della lista di leva per i nati nel 2009. Un atto che, pur previsto dalla legge, rivela una visione del cittadino e dello Stato che merita una critica profonda.

Dietro la formula burocratica si cela una concezione del giovane come potenziale soldato, come corpo da schedare, da preparare, da incasellare. Nonostante il servizio militare sia sospeso da oltre vent’anni, il linguaggio del manifesto parla di obblighi, di doveri, di verifiche da parte dei genitori. Nessun accenno a percorsi civici, a educazione alla pace, a forme di servizio solidale. Solo il silenzioso perpetuarsi di un’idea: il cittadino è utile se è pronto a obbedire.

In un’epoca in cui i giovani affrontano precarietà, crisi climatica, disuguaglianze e guerre che si combattono con droni e algoritmi, riproporre la leva come rituale amministrativo è non solo anacronistico, ma culturalmente miope. È come se lo Stato, invece di interrogarsi su come coinvolgere le nuove generazioni nella costruzione della democrazia, preferisse tenerle in un limbo di disciplinamento potenziale.

La pubblicazione della lista di leva non è neutra. È un gesto che normalizza l’idea che la difesa della patria passi per l’addestramento militare, che la cittadinanza implichi disponibilità alla guerra. È una forma di pedagogia implicita, che educa alla gerarchia, alla forza, alla subordinazione. E che ignora le alternative: il servizio civile universale, l’impegno ambientale, la cura dei beni comuni.

Cassani e l’amministrazione comunale avrebbero potuto accompagnare questo obbligo formale con un messaggio diverso. Avrebbero potuto spiegare che la lista di leva è un residuo normativo, che non comporta alcuna chiamata alle armi, e che oggi il vero servizio alla comunità si esprime in altri modi. Invece, hanno scelto il tono del comando, della tradizione, della virilità istituzionale.

E non si tratta di un caso isolato. Anche a Napoli, il sindaco Gaetano Manfredi — esponente del Partito democratico e fratello del neo presidente del Consiglio regionale della Campania — ha firmato e pubblicato lo stesso avviso. Un gesto che mostra come questa ritualità amministrativa attraversi schieramenti politici diversi, riproponendo ovunque la stessa immagine del giovane come ingranaggio potenziale della macchina militare, invece che come protagonista della vita democratica e civile del Paese.

*Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano, Capua
(fonte: ADISTA 02/01/2026)

Crans Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale

Crans Montana e lo smartphone:
filmare l’orrore come istinto vitale

La tragedia di Crans Montana, con morti e feriti, rivela un cambiamento culturale profondo: giovani che riprendono l’orrore con lo smartphone mentre lo vivono. Non giornalismo né denuncia, ma un gesto istintivo che mostra come il digitale sia ormai parte del corpo e dell’identità, fondendo reale e virtuale in un unico ambiente

(Foto SIR)

Fumo, confusione, urla, corpi, paura anzi panico. L’odore acre della plastica che brucia, degli infissi che si sciolgono. Eroi e vigliacchi, o semplicemente donne e uomini, anzi ragazzi e ragazze terrorizzati ed in pericolo evidente e cogente di vita. Ma con uno smartphone in mano. Sono di una generazione diversa e devo usare quel “ma”. Forse sbaglio, anzi sbaglio. Perché a Crans Montana 47 morti, centinaia di feriti, è evidente che è successo anche qualcosa d’altro. Nella sciagura avvenuta oltre le montagne, in quella Svizzera che siamo soliti immaginare ordinata e silenziosa, è affiorato qualcosa di più del fumo e delle fiamme. È emerso, insieme ai video tremanti girati da ragazzi colti da un panico nudo e senza difese, un riflesso ormai istintivo, quasi animale:

fissare ciò che accade, trattenerlo in un’immagine, anche mentre tutto crolla.

Mani che tremano, occhi spalancati, telefoni alzati come salvagenti nella tempesta, a registrare l’orrore mentre lo si attraversa. Le decine di riprese apparse quasi da subito sui social media della folla che avanzava tra il fuoco raccontano che oggi la comunicazione nasce prima di tutto da questo impulso primordiale, che non chiede permesso né riflette, ma documenta per esistere. Abbiamo vissuto la prima guerra del Golfo quasi in diretta, grazie al coraggio dei giornalisti di allora, ma questo è diverso. Non è giornalismo, non è voyeurismo.

È un nuovo linguaggio, grezzo e profondamente umano, l’informazione smette di essere soltanto un mestiere e diventa un modo di stare al mondo, una postura dell’anima davanti agli eventi, un modo di vivere — e talvolta, come in quei fotogrammi incandescenti, persino di morire.

Lo scopo non è lasciare traccia perché qualcuno capisca, non è dire o dare un ultimo saluto, come nei messaggi delle Torri gemelle. Non è denuncia come al Bataclan. È flusso vitale, forse scudo affinché il virtuale possa esorcizzare il reale, in parte incoscienza adolescenziale o post adolescenziale. Ma è innegabilmente un fatto, che segna un dopo. Lo smartphone, per un giovane e forse già per gli adulti, non è più un oggetto: è un arto aggiunto, una protesi discreta che all’inizio sembrava un gioco e che ora pulsa come un organo vitale. Sta nella mano come se fosse sempre stato lì, come se la carne avesse imparato ad adattarsi a quel rettangolo luminoso, freddo eppure intimo, capace di tremare al minimo richiamo come un nervo scoperto. Attraverso di esso il giovane vede, ama, odia, aspetta; attraverso di esso misura il tempo, che non scorre più solo in ore o stagioni ma anche in notifiche, in percentuali di batteria, in silenzi improvvisi che fanno più paura di una cattiva notizia. Non è alienante, è convergente, perché il virtuale è reale. È una finestra che non dà solo sull’esterno, ma sempre di più sull’interno del mondo.

Così questa protesi irrinunciabile si rivela per ciò che è: un mezzo potentissimo che ha smesso di essere mezzo ed è diventato ambiente, destino, talvolta complice.

Non si può semplicemente toglierla, come non si può rinunciare a un arto senza dolore. Si può solo imparare e mostrare a riconoscerne il peso, suscitare la domanda se quella luce che accompagna ogni passo illumini davvero la strada o se, come nelle storie più inquietanti, non stia invece attirando il viandante verso un confine che non aveva previsto di attraversare. Noi adulti, su quel confine, dobbiamo esserci con amore e verità.
(fonte: Sir, articolo di Luca Peyron 02/01/2026)


venerdì 2 gennaio 2026

SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO - LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE - ANGELUS - Leone XIV «Senza il desiderio di bene e di pace non ha senso girare le pagine del calendario e riempire le agende»

SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
 
ANGELUS
 
Piazza San Pietro
Giovedì, 1° gennaio 2026

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 «Senza il desiderio di bene e di pace non ha senso girare le pagine del calendario e riempire le agende»

Nel primo Angelus del 2026, papa Leone XIV augura buon anno ai fedeli e invita a vivere il tempo con rinnovata speranza e virtù: «In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace, anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case e nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Il Giubileo, che sta per concludersi ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo, convertendo»

Papa Leone XIV durante l'Angelus del 1° gennaio REUTERS

Si apre con gli auguri di buon anno il primo Angelus di papa Leone XIV di questo 2026. «Mentre il ritmo dei mesi si ripete», dice il Pontefice rivolgendosi ai fedeli presenti in una piazza San Pietro gelida ma illuminata dal sole, «il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli; senza questo desiderio di bene non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende. Il Giubileo, che sta per concludersi», aggiunge il Papa, «ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo, convertendo il cuore a Dio così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione e i propositi di virtù in opere buone. È con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù, il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce».

Il Papa ricorda che la «festa del Natale porta oggi il nostro sguardo su Maria, che fu la prima a sentir battere il cuore di Cristo; nel silenzio del suo grembo verginale il Verbo della vita si annuncia come palpito di grazia. Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore; facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò», sottolinea, «il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna, per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode. Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti affinché perseverino nella loro dedizione e per gli ingiusti affinché cambino vita e trovino pace».

Il Papa all'Angelus (ANSA)

A otto giorni dal Natale, il Papa invita a soffermarsi sul mistero dell’Incarnazione: «Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo».

E ricorda che oggi ricorre la 59esima Giornata Mondiale della Pace: «In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace, anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case e nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa».

Al termine della preghiera mariana il Papa ha ricambiato gli auguri che il Capo dello Stato Mattarella gli aveva rivolto mercoledì sera nel Messaggio di fine anno: «Tanti auguri di pace e di ogni bene! Con viva riconoscenza li ricambio al presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella».

Il Pontefice si è soffermato sul tema e il significato della Giornata odierna: «Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace», ha ricordato, «nel mio Messaggio ho voluto riprendere l'augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: “La pace sia con tutti voi!”. Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato affidato alla nostra responsabilità”. Carissimi, con la grazia di Cristo cominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza. Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in quest'occasione in tutto il mondo», ha detto ancora il Papa, «in particolare ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania, e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant'Egidio».

Il Pontefice ha ricordato che in questo 2026 ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi: «Vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione tratta dalla Sacra Scrittura: “Il Signore ti benedica e ti custodisca, mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te, rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace”». E ha concluso: «La Santa Madre di Dio ci guidi nel cammino del nuovo anno. Tanti auguri a tutti!».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 01/01/2026)

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LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle, buon anno!

Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli. Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende.

Il Giubileo, che sta per concludersi, ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo: convertendo il cuore a Dio, così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione, i propositi di virtù in opere buone. È con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù. Egli è il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce.

A questo proposito, la festa del Natale porta oggi il nostro sguardo su Maria, che fu la prima a sentir battere il cuore di Cristo. Nel silenzio del suo grembo verginale, il Verbo della vita si annuncia come palpito di grazia.

Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore. Facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna. Per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode. Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione, e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino pace.

Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo.

In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace: anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, radunati in Piazza San Pietro in questo primo giorno dell’anno. Tanti auguri di pace e di ogni bene! Con viva riconoscenza li ricambio al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella.

Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. Nel mio Messaggio ho voluto riprendere l’augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: «La pace sia con tutti voi!». Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato, affidato alla nostra responsabilità.

Carissimi, con la grazia di Cristo, incominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza.

Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in questa occasione in tutto il mondo. In particolare, ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant’Egidio.

Saluto inoltre il gruppo di studenti e insegnanti di Richland, New Jersey, e tutti i romani e i pellegrini presenti.

All’inizio di quest’anno, in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco, vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione, tratta dalla Sacra Scrittura: «Il Signore ti benedica e ti custodisca; mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te; rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace».

La Santa Madre di Dio ci guidi nel cammino del nuovo anno. Tanti auguri a tutti!

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SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO - LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE - Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
CAPPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
Giovedì, 1° gennaio 2026


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Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade 
ma nel perdono, accogliendo tutti

Nella Solennità di Maria Madre di Dio, il Papa presiede la Messa nella Basilica vaticana e, all'inizio del nuovo anno, incoraggia a vivere "liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono", aperti allo spirito di fratellanza "senza calcoli e senza paura". E, in prossimità della fine del Giubileo della speranza, l'invito è di accostarsi al presepe, "nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza"


“Nella gioia dell'Ottava del Santo Natale veneriamo Maria Santissima Madre di Dio, che ha dato al mondo il Principe della pace, colui che ci riconcilia nel suo amore”

Fin dall'Atto penitenziale della Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, in campo c'è la pace, così preziosa e così fragile, dono ricevuto ma da chiedere costantemente, poiché costantemente posto a rischio dalle bramosie dell'uomo. Nella 59ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra oggi, 1 gennaio, la liturgia si fa canto di lode per la "verginità feconda" grazie alla quale Dio ha voluto donare agli uomini, come recita la preghiera di colletta all'inizio della celebrazione, i beni della salvezza eterna. È quel paradosso rimarcato ieri sera ai Primi Vespri.

Un anno nuovo, una vita nuova

Nell'omelia, commentando le letture bibliche, il Pontefice ricorda, di fronte a 5.500 fedeli presenti in basilica e alla Chiesa tutta, la "bellissima benedizione" del Signore espressa nel Libro dei Numeri ed evidenzia il rapporto tra Dio e il popolo di Israele, la "dimensione sacra e feconda del dono", la promessa di una terra in cui vivere e crescere "senza più ceppi e catene: insomma, una rinascita".

All’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Sentire l'abbraccio paterno di Dio

Citando la Gaudium et spes , il Papa evoca il destino meraviglioso promesso dal Creatore.

All’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Circa 5.500 i fedeli che hanno partecipato alla Messa nella Basilica di San Pietro. (@Vatican Media)

Il mondo non si salva eliminando i fratelli

Il Papa agostiniano ricorda quanto il Padre della Chiesa scriveva in uno dei suoi sermoni in cui parlava della totale gratuità dell'amore di Dio, tratto fondamentale DI un amore disarmato e disarmante. Parole quanto mai opportune in un tempo, come quello attuale, insidiato da progetti bellici ciechi e senza scrupoli. Le spade dell'antichità sono le sofisticate armi di oggi.

E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Maria, l'incontro tra la sua realtà "disarmata" e quella di Dio

Leone tratteggia la bellezza di Maria, "discepola umile" che ha accompagnato la missione di Gesù fino alla croce. E lo ha fatto con un atteggiamento di sana arrendevolezza e passività che diventa docilità del cuore dove l'amore può raggiungere e trasformare completamente. Lo spiega il Papa:

Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo. Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

"Il Presepe è il luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza, luogo della benedizione", ha detto Papa Leone XIV nell'omelia. (@Vatican Media)

Guardare al Presepe

Il "volto", una delle parole che più ricorrono nell'omelia di oggi. Perché la fede in Gesù Cristo è contemplare Dio fatto carne. In quella Natività, suggerisce il Successore di Pietro, immergersi. L'invito segue un'ampia citazione di San Giovanni Paolo II che il Papa fa sua. Erano le parole pronunciate alla fine del Giubileo del 2000, quando parlava del grande dono del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri. Questa gioia che ne scaturisce deve spronare a una "coraggiosa disponibilità" per ripartire nel cammino di ogni giorno. Così conclude oggi il Papa:

In questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

Il 1 gennaio, la Chiesa celebra la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. (@VATICAN MEDIA)

La preghiera universale con l'invocazione per la pace

Nell'introduzione alle intenzioni della Preghiera universale, si menzionano gli "eredi del Regno in cui risplende la pienezza della pace". E la supplica per ottenere la pace si fa esplicita ancora una volta da parte dell'assemblea: "Il Dio della pace allontani da ogni popolo l'orrore della guerra, faccia tacere il rumore delle armi, doni armonia e concordia al mondo intero". Il pensiero va in particolare ai governanti perché siano ispirati da Dio con propositi di "giustizia e di pace". Siano orientati, è la preghiera della Chiesa, verso "opere e gesti di fraternità" con azioni "concrete per la salvaguardia e la cura del creato".

I doni dell'offertorio, portati dai cantori della stella che nei Paesi di aerea germanofona raccolgono fondi per l'infanzia missionaria, vedono sfilare due famiglie con tre e quattro figli verso l'altare. Ci sono anche tre giovani, due ragazze e un ragazzo, con gli abiti dei Magi, alla processione. Sì, i giovani, il futuro. I giovani assetati di pace e speranza. Quella speranza simboleggiata dall'effige lignea, proveniente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate (SA) e posizionata per i giorni di chiusura del Giubileo accanto all'altare della Confessione in San Pietro, dove, al termine della celebrazione eucaristica, il Vescovo di Roma sosta alcuni istanti per un omaggio e un ulteriore intimo affidamento.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 01/01/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

oggi, Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, inizio del nuovo anno civile, la Liturgia ci offre il testo di una bellissima benedizione: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).

Essa segue, nel libro dei Numeri, le indicazioni circa la consacrazione dei Nazirei, a sottolineare, nel rapporto tra Dio e il popolo d’Israele, la dimensione sacra e feconda del dono. L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo (cfr Gen 1,31).

Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè. Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze – il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità –, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno (cfr Es 5,6-7). Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita.

Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo “sì” ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma.

Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 41). Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Sant’Agostino insegnava che in Maria «il creatore dell’uomo è diventato uomo: perché, pur essendo l’ordinatore delle stelle, potesse succhiare da un seno di donna; pur essendo il pane (cfr Gv 6,35), potesse aver fame (cfr Mt 4,2); […] per liberare noi anche se eravamo indegni» (Sermo 191, 1.1). Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi – come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace – “disarmato e disarmante”, nudo, indifeso come un neonato nella culla. E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita. È il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione. Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.

Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

San Giovanni Paolo II, meditando su questo mistero, invitava a guardare ciò che i pastori hanno trovato a Betlemme: «La disarmante tenerezza del Bambino, la sorprendente povertà in cui Egli si trova, l’umile semplicità di Maria e Giuseppe» hanno trasformato la loro vita, rendendoli «messaggeri di salvezza» (Omelia nella Messa di Maria SS.ma Madre di Dio, XXXIV Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2001).

Lo diceva al termine del grande Giubileo del 2000, con parole che possono far riflettere anche noi: «Quanti doni – affermava –, quante occasioni straordinarie ha offerto ai credenti il Grande Giubileo! Nell’esperienza del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri, nell’ascolto del grido dei poveri del mondo […] anche noi abbiamo scorto la presenza salvifica di Dio nella storia. Abbiamo come toccato con mano il suo amore che rinnova la faccia della terra» (ibid.), e concludeva: «Come ai pastori accorsi ad adorarlo, Cristo chiede ai credenti, ai quali ha offerto la gioia di incontrarlo, una coraggiosa disponibilità a ripartire per annunciare il suo Vangelo antico e sempre nuovo. Li invia a vivificare la storia e le culture degli uomini con il suo messaggio salvifico» (ibid.).

Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

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