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venerdì 22 maggio 2026

A 11 anni dalla Laudato si’ Leone XIV va nella “Terra dei fuochi”, sfregiata da inquinamento, camorra e tumori


A 11 anni dalla Laudato si’ Leone XIV va nella “Terra dei fuochi”, sfregiata da inquinamento, camorra e tumori

Il 23 maggio 2015 papa Francesco pubblicava la lettera enciclica Laudato si’, in cui parlava dell’ecologia integrale, che presuppone il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentafranli, e la cura della Terra, la nostra casa comune. 11 anni dopo, Leone XIV ricorderà simbolicamente quell’enciclica in uno dei luoghi simboli della violenza spietata che uccide le persone e devasta l’ambiente: la Terra dei fuochi, in Campania, dove si muore per i rifiuti tossici disseminati nel terreno, risultato di un traffico internazionale dei rifiuti e dell’inefficacia della politica

Il corteo dei cittadini di Acerra, nel Napoletano, in piazza per contro i roghi di rifiuti 
che continuano ad inquinare la cosiddetta “Terra dei Fuochi”, 7 settembre 2019. ANSA / CIRO FUSCO

Nei primi anni del 2000 lavoravo come cronista tra Napoli e provincia per un giornale e un settimanale di cronaca. Un giorno, fui contattata da alcuni abitanti di Acerra, un comune tra Napoli, nolano e casertano. Mi segnalavano un fatto inquietante. In alcuni pozzi l’acqua fredda ribolliva. Non era un fenomeno vulcanico: stava succedendo qualcosa di grave.

DA CAMPANIA FELIX A TERRA DEI FUOCHI

L’antica Campania Felix, così definita dallo scrittore latino Plinio il Vecchio nel I secolo dopo Cristo per la sua eccezionale fertilità, era stata violentata dalla camorra e stava per diventare la “Terra dei fuochi”. Questa espressione fu usata solo qualche anno dopo da Legambiente, che in diversi rapporti parlò dei traffici illegali della “Rifiuti spa“, per denunciare l’inquinamento di ampie aree del napoletano e del casertano (e non solo), in cui si bruciavano i rifiuti tossici per eliminarli, rendendo l’aria irrespirabile e il terreno inquinato. Ma dietro quei roghi – anzi sotto – c’era molto di più. C’erano fusti radioattivi e altri rifiuti speciali interrati dalla camorra, provenienti da aziende del Nord Italia e finanche dall’estero, per un traffico internazionale che culminava in Campania.

Nel comune acerrano, dunque, mi riferirono gli abitanti, accadevano fatti inquietanti. C’erano troppi tumori. E nascevano animali deformati. Ricordo ancora un mostruoso agnello con due teste. Chiunque transitasse in quel comune, del resto, da anni vedeva acqua giallastra, puzzolente e schiumosa, proveniente da una fabbrica locale, scorrere nei canali di scolo delle campagne. Un ulteriore inquinamento avvenuto per anni quotidianamente, alla luce del sole.

Un momento della manifestazione contro i roghi tossici a Napoli. 25 ottobre 2014. ANSA/CESARE ABBATE/

Cominciai dunque ad occuparmi della cosiddetta “emergenza rifiuti” durata decenni, rapportandomi quotidianamente con i sindaci e i residenti delle zone coinvolte. In particolare, ci fu un confronto continuo con l’allora sindaco di Acerra, Michelangelo Riemma, molto impegnato nella difesa del territorio e aspramente contrario alla realizzazione del termovalorizzatore (poi costruito) nel suo comune. Si scoprì poi che in un quinto dei pozzi di Acerra – e Riemma lo denunciò in un’audizione in Parlamento – l’acqua era fortemente inquinata. C’erano metalli pesanti e «anomalie magnetometriche imputabili alla presenza nel sottosuolo di masse con proprietà ferromagnetiche».

Anche i terreni, irrigati con quelle acque, risultarono contaminati e, con loro, gli animali. Migliaia di pecore, capre, bovini e bufale che brucavano l’erba di quei pascoli furono destinati al macello. Quegli animali erano malati, proprio come i loro padroni. E in migliaia sparirono, incredibilmente, di notte, rivenduti sottobanco o macellati di nascosto con documenti falsi, o interrati, senza rispettare le procedure di smaltimento. Un altro giro d’affari gestito dalla camorra. E i controlli?


Il corteo dei cittadini di Acerra, nel Napoletano, in piazza per contro i roghi di rifiuti 
che continuano ad inquinare la cosiddetta “Terra dei Fuochi” , 7 settembre 2019. ANSA / CIRO FUSCO

AUMENTANO TUMORI E MALFORMAZIONI

Nello stesso periodo, ottenni copia del Registro tumori coordinato da Mario Fusco dell’allora Asl Napoli 4. Nei primi anni del 2000 c’era un’incidenza maggiore rispetto al resto d’Italia per i tumori ai polmoni, alla laringe, al fegato, alle vie urinarie e il linfoma non Hodgkin. C’era inoltre un aumento delle malformazioni nei neonati. Nel quinquennio successivo, emergeva invece un aumento marcato dei tumori della prostata (+19%) e del colon-retto (+10%), e incrementi dei tumori del pancreas, del rene e del testicolo nei maschi. Per le donne aumentavano i tumori del colon retto, della tiroide e della mammella.

Per noi che vivevamo in quelle zone, era una tortura quotidiana. L’aria era irrespirabile, la raccolta dei rifiuti non funzionava. I cittadini differenziavano la spazzatura, che poi veniva sversata in cumuli indifferenziati per strada, con una puzza terribile e il proliferare di insetti e topi. I roghi venivano appiccati quotidianamente ovunque: anche a ridosso di case e campagne, secondo una regia criminale preordinata. L’azione dell’ex presidente della Campania e commissario per i rifiuti, Antonio Bassolino, fu fortemente contestata. Vennero spesi ingenti capitali per spedire fuori regione i rifiuti, e si accumularono oltre 5 milioni di tonnellate di ecoballe non riciclabili. Successivamente, si arrivò all’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, tra innumerevoli polemiche e proteste, per la vetustà della struttura e per la continua devastazione di un territorio già fortemente inquinato.

Fu promessa una bonifica. E i cittadini, dopo decenni, la stanno ancora aspettando.

Presidio all’esterno dell’inceneritore di Acerra dei gruppi ambientalisti, 29 agosto 2022. ANSA/CESARE ABBATE

LE RIVELAZIONI DEI PENTITI: TRA VENT’ANNI QUI MORIRANNO TUTTI

Il peggio, tuttavia, si scoprì con le dichiarazioni di alcuni pentiti della camorra. Il problema non era solo l’aria irrespirabile. Su un territorio di 1.100 km² tra le province di Napoli e Caserta erano stati sepolti o dati alle fiamme milioni di tonnellate di rifiuti industriali, tossici, radioattivi e ospedalieri. A partire dagli anni ‘90, il boss pentito Carmine Schiavone, cugino dell’allora capo dei casalesi Francesco Schiavone, detto Sandokan, aveva raccontato ai magistrati dell’enorme traffico di rifiuti tossici che dal Nord Italia e dall’estero venivano sversati nelle campagne e nelle cave del napoletano e del casertano. Era il 1997 quando dichiarò ai parlamentari della Commissione d’inchiesta sui rifiuti che i residenti rischiavano di morire nell’arco di vent’anni. Purtroppo, quei verbali furono coperti dal segreto di Stato per 16 anni. Solo nel 2013 furono desecretati. Intanto, però, le voci giravano e i ritrovamenti pure: in un terreno, scavando, fu ritrovato un intero tir interrato col suo carico tossico. Ci fu chi raccontò che, di notte, mentre si costruivano i palazzi, nei cantiere si lasciavano entrare i tir che scaricavano strani fusti tossici. Erano voci e trovarono successivamente conferma: si spiegava così quell’impennata di tumori che colpiva le famiglie di singoli palazzi o quartieri. Non c’erano regole e non c’era coscienza. I rifiuti tossici furono sepolti anche vicino alle scuole dell’infanzia. Ogni buco era un nascondiglio perfetto per un business illegale milionario, che riuniva illecitamente l’Italia.

Protesta all’inceneritore di Acerra da parte dei gruppi di precari e disoccupati organizzati. 
14 novembre 2013. ANSA/CESARE ABBATE

LE FALDE ACQUIFERE INQUINATE

Alla luce di quanto vivevano, gli abitanti della Terra dei fuochi non bevevano l’acqua dei rubinetti, che tra l’altro usciva spesso torbida, scura, a volte con uno strano sapore. Un’altra spesa che i residenti si sono accollati di fronte ad una bonifica mai avvenuta. E i loro timori hanno trovato conferma. Come sappiamo, quando la polvere si nasconde sotto il tappeto, non scompare. Si accumula e ad un certo punto il problema diviene evidente. Da uno studio del 2026 della Federico II, è infatti stato scoperto che nelle falde acquifere di molti comuni di tutte le province campane si superano i limiti di legge per diverse sostanze tossiche. Ad esempio il TCE, tricloroetilene, classificato come sicuramente cancerogeno (gruppo a) per le persone. Provoca danni al sistema nervoso, aumenta l’incidenza della malattia di Parkinson, provoca il tumore del rene, del fegato e il linfoma non-Hodgkin. Superamenti anche per il PCE (tetracloroetilene), sostanza classificata come probabilmente cancerogena, e rinvenuta oltre i limiti nelle acque sotterranee di 4 province su 5 (esclusa Benevento). Può provocare danni a fegato e reni, ai polmoni e al cervello.

La conclusione è che la popolazione campana si avvelena ogni giorno, bevendo acqua, cucinando, irrigando i campi, lavandosi, andando a scuola… A Villa Literno, nel casertano, per esempio, le acque tossiche escono anche dai rubinetti di edifici pubblici, come la scuola, la stazione dei carabinieri, gli uffici comunali… L’Università Federico II ha chiesto alla Regione di prendere urgenti provvedimenti nelle zone interessate. Ad Acerra, come prevedibile, la sostanza più cancerogena, TCE, è presente in valori elevati: appare evidente l’associazione con l’elevato aumento dei tumori nell’area. Parliamo di zone densamente abitate, e note per le produzioni agricole, per cui dalla Regione è partita una richiesta alle Asl, per «verifiche specifiche sugli usi irrigui, sull’esposizione indiretta e sulle possibili interferenze con la filiera agroalimentare. La contaminazione può determinare esposizioni dirette per usi domestici non controllati, esposizioni indirette attraverso la catena alimentare, nonché possibili effetti sugli ecosistemi, anche con fenomeni di bioaccumulo».

Deposito di ecoballe di Villa Literno, 11 giugno 2016. ANSA/Presidenza del Consiglio dei ministri/ TIBERIO BARCHIELLI

L’ALLARME DELLA MARINA AMERICANA AI MARINES: NON BEVETE QUELL’ACQUA

Nessuno. Nessuno degli amministratori che nell’ultimo ventennio hanno guidato la Campania può dire di non aver saputo. E nemmeno i governi nazionali possono addurre questa giustificazione. E la legge 147/2025 del governo Meloni, che ha convertito il decreto Terra dei fuochi, è un primo (tardivo) passo, ma non basta a bonificare una situazione incancrenita da decenni.

Già nel 2008, per esempio, il locale comando americano U.S. Navy condusse dei test sulle acque, sull’aria e sul terreno delle aree dove vivevano i soldati americani tra Napoli e Caserta. La Marina americana coinvolse nello studio l’Agenzia regionale per la protezione ambientale Campania (ARPAC) e le istituzioni furono informate dei risultati. Anche allora fu evidente la presenza di TCE: fu imposto l’uso di acqua in bottiglia ai militari americani e chi risiedeva nelle zone più a rischio fu trasferito in aree più sicure. Tra le sostanze individuate c’era anche la diossina, che provoca danni alla pelle, al fegato, predispone per il diabete e altro ancora.
Un momento della manifestazione pacifica “Fiume in piena” per dire no al “biocidio”. 
L’iniziativa è stata promossa dall’associazione “Terra dei Fuochi”, Napoli, 16 novembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

AUMENTANO I TUMORI MALIGNI, ANCHE NEI BAMBINI

In Campania l’inquinamento è confermato anche per le PFAS. Secondo i dati dell’ARPAC, in undici falde acquifere sotterranee «si riscontrano superamenti dei limiti di quantificazione per varie specie di PFAS: PFBS, PFOS, PFHxA , PFHxS , PFPeA , PFHpA, PFOA, 6:2 FTS, PFBA, PFHpS, PFNA, FDoDA». Tutte queste sostanze provocano anche malformazioni nei neonati e, purtroppo, i tumori maligni colpiscono anche i più piccoli, sin dai primi mesi di vita.

Lo testimonia il Registro tumori della Campania (pag. 57), che certifica un aumento significativo dei tumori ai reni, polmoni, colon e retto, tiroide, testicoli, mammella, linfoma non Hodgkin… Nei maschi i primi cinque tumori in Campania per tassi di incidenza sono rappresentati da quelli del polmone, della prostata, del colon-retto, della vescica e del fegato. Nelle donne il primo tumore in assoluto è quello della mammella, seguito dai tumori del colon retto; del polmone (con trend in costante aumento), della tiroide e del corpo dell’utero.

Come si legge nell’ultima pagina del registro tumori, a proposito dei bambini, la sopravvivenza a 5 anni dopo una diagnosi di tumore maligno è in media pari all’84%. Per le leucemie, si arriva all’87%. «Al contrario i tumori maligni del sistema nervoso centrale e i sarcomi dell’osso mostrano le più basse probabilità di sopravvivenza, rispettivamente pari al 54% e al 68%.

In Campania, per questi tumori, sopravvive poco più della metà dei piccoli malati.

Papa Leone XIV. Credit: ANSA/Riccardo Antimiani.

23 MAGGIO, PAPA LEONE XIV INCONTRERÀ I FEDELI

Ai genitori di questi bambini, ai malati, ai fedeli della Terra dei fuochi parlerà, sabato 23 maggio, papa Leone XIV, che li incontrerà proprio ad Acerra, terra simbolo della strage silenziosa provocata dall’accordo micidiale tra camorra e aziende di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche…, ed estere – a cui lo Stato non ha ancora dato una risposta. L’occasione sarà data dall’undicesimo anniversario della lettera enciclica Laudato si’ pubblicata da papa Francesco il 24 maggio 2015, in cui parlava dell’ecologia integrale, che presuppone il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, e la cura della Terra, la nostra casa comune.

In quell’occasione così importante, Leone XIV ha scelto di andare in uno dei luoghi simbolo della devastazione, umana e ambientale. La visita del papa riaccenderà i riflettori su questa terra ferita: speriamo che dopo la sua partenza la politica non li spenga, ancora una volta.
(fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 20/05/2026)



Santa Rita: la forza del perdono che parla al mondo ferito e in guerra

Santa Rita: la forza del perdono
che parla al mondo ferito e in guerra

Milioni di fedeli celebrano Santa Rita, la “santa degli impossibili”, simbolo di pace e riconciliazione. La sua vita, segnata da dolore, coraggio e fede incrollabile, continua a offrire speranza a un mondo attraversato da guerre e divisioni, ricordando che l’amore può trasformare ogni ferita

(Foto Calvarese/SIR)

Sono milioni nel mondo i fedeli di Santa Rita da Cascia che, con grande intensità, festeggiano, in tutto il mondo, la sua festa il 22 maggio. E migliaia sono quelli che da ogni parte d’Italia si muoveranno per raggiungere la città umbra, pregare e rendere omaggio a santa Rita. Lei, la “Santa degli impossibili”, figura universale di pace, perdono e speranza, capace ancora oggi in grado di toccare l’animo dell’uomo moderno.

“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia. “Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La storia di questa santa continua infatti a interpellare il mondo. Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari. I genitori, Antonio e Amata, erano conosciuti come “pacieri” del territorio. Rita cresce in questo clima, osservando i genitori impegnati a ricomporre conflitti e a ricucire rapporti difficili e spesso spezzati. È un apprendistato silenzioso che segna profondamente la sua visione del mondo: la pace, per lei, non sarà mai un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano.

Sposa, da giovane, Paolo di Ferdinando di Mancino, uomo dal carattere deciso e inserito nelle dinamiche politiche del tempo. La loro vita familiare è fatta di fatiche e tenerezze, di differenze e compromessi, nel tentativo di tenere insieme casa e relazioni e di trasformare la quotidianità in un luogo di crescita.

Il dramma arriva all’improvviso: Paolo viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, vittima di una vendetta legata alle tensioni tra fazioni. Rita accorre, ma può solo raccogliere il suo ultimo respiro. In un gesto che rivela tutta la sua lucidità, nasconde la camicia insanguinata per impedire ai figli di alimentare la spirale dell’odio. È un atto di coraggio civile, prima ancora che spirituale: interrompere la catena della violenza, anche quando il dolore è personale e bruciante.

La morte dei due figli, avvenuta poco dopo, la lascia sola. È un vuoto che potrebbe schiacciarla, ma che per Rita diventa un varco. Decide di entrare nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, un desiderio che coltivava da tempo. Ma il suo ingresso non è semplice: incontra resistenze, pregiudizi e ostacoli. Lei, però, non si tira indietro. È una donna determinata, una donna di preghiera, profondamente devota a Sant’Agostino e a San Nicola da Tolentino, allora beato. Questa determinazione la sostiene nel cammino verso la vita religiosa.

In monastero vive un’esistenza di intensa interiorità. È una presenza discreta ma incisiva: si dedica alla preghiera, al servizio e alla cura delle sorelle. È qui che riceve il segno della spina sulla fronte, una ferita che la accompagnerà per anni e che diventerà simbolo della sua partecipazione alla Passione di Cristo.

(Foto: Monastero Santa Rita, Cascia)

Negli ultimi mesi di vita, ormai gravemente malata, Rita chiede un segno: sapere se le sue preghiere per la pace nella sua famiglia siano state ascoltate. Una parente, recatasi a Roccaporena in pieno inverno, trova una rosa sbocciata e gliela porta. Quel fiore fuori stagione diventa un’icona universale: la rosa di Rita, simbolo di speranza contro ogni logica, promessa che la grazia può fiorire anche nei momenti più duri.

Si racconta anche che, durante il periodo del noviziato, la Madre Badessa, per provare la sua umiltà, le abbia comandato di piantare e innaffiare un arido legno. Lei obbedisce e il Signore la premia facendo fiorire una vite rigogliosa. È per questo che la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro.

Ancora oggi, la testimonianza di questo prodigio è, per tutti i fedeli, la vite di Santa Rita. Quella che si vede oggi nel chiostro del monastero non è la stessa della tradizione: risale a più di duecento anni fa. Nonostante ciò, continua a rappresentarne il forte valore simbolico.

Rita muore nel 1457. Da allora, numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione vengono raccolti nel Codex miraculorum. Nel 1626 arriva la beatificazione e nel 1900 la canonizzazione, anche se il suo culto era già ampiamente diffuso e lei era ormai conosciuta come la “santa degli impossibili”.

Una figura che continua a esercitare un fascino particolare perché parla a un mondo che, pur cambiato, resta ferito da molti conflitti. Rita parla di pace e perdono in un tempo che esalta l’individualismo e in un mondo che teme il dolore. Insegna che anche le ferite possono diventare luoghi di luce. La sua rosa, sbocciata contro ogni previsione, continua a raccontare che nulla è davvero impossibile per chi sceglie l’amore.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 22/05/2026)


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Vedi anche il post:


#IDEE MORTE - Breviario di Gianfranco Ravasi

#IDEE MORTE 
Breviario di Gianfranco Ravasi


Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; 
anzi soltanto quella morta ne produce.
Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte.

Uscì nel 1979 col titolo Nero su nero, e il suo autore, Leonardo Sciascia (1921-1989) l’aveva definito il suo «diario pubblico», fatto di considerazioni spesso incisive, affidate sempre a un dettato limpido ed essenziale. È il caso di questa affermazione che riceve ancora oggi conferma, come lo è stato nei secoli. Ci sono pensieri inconsistenti, vani o, peggio, fatiscenti e “marci” che purtroppo ispirano emozioni, passioni, esaltazioni folli.
Fiorisce spesso in molti un’attrazione diabolica per la perversione, un gusto macabro per ciò che è sporco, corrotto, infame. Il fanatismo religioso, ideologico o politico si abbevera a teorie simili a morte gore, rincorre progetti devastanti. Il fondamentalismo, la stupida acquiescenza agli slogan, l’isteria  nazionalistica e tante altre malattie del pensiero producono solo morte.

Lo stesso Sciascia, in un’altra notissima opera, Candido (1967), applicava questa interpretazione anche alla ricchezza che è bella, ma morta, soprattutto morta anche se bella.
Molti sono protesi verso carogne ideologiche, nutrendosi di falsità; sono rigidi nel difendere i loro interessi, arroccati nella tutela del loro orizzonte. Quanto abbiamo scritto finora a commento del testo di Sciascia potrà sembrare a molti lettori una tirata savonaroliana. È vero, ma in qualche momento a sé stessi, prima che agli altri, è necessario proporre una sorta di vaccino spirituale, certamente forte ma terapeutico contro ogni degenerazione del pensiero.

(Fonte: Pubblicato su "Il Sole 24Ore - Domenica" - 10.05.2026)

giovedì 21 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La giustizia non basta

Tonio Dell'Olio
 
La giustizia non basta
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 maggio 2026

Davide Cavallo è lo studente ventiduenne accoltellato e picchiato il 12 ottobre 2025, in corso Como a Milano, da cinque ragazzi fino a riportare una lesione midollare permanente. Ieri il tribunale ha pronunciato la sentenza con una pena esemplare per due dei suoi aggressori.

Una decisione necessaria, perché senza giustizia una società smarrisce il senso del limite e della responsabilità. Ma ieri, in quell’aula, è accaduto qualcosa che va oltre il diritto e perfino oltre la condanna. A porte chiuse, Davide ha chiesto di abbracciare i suoi aggressori spezzando così la logica che spesso domina il nostro tempo: quella della vendetta, dell’odio che chiama altro odio, della vita ridotta a un interminabile regolamento di conti. 

Nessun gesto potrà cancellare il dolore, né restituire a Davide la vita di prima. Eppure quell’abbraccio ha mostrato che la giustizia, da sola, non basta. È necessario riconoscere l’umanità dell’altro, persino quando ha sbagliato in modo terribile. Vuol dire non lasciare l’ultima parola al male. 

In un Paese dove troppo spesso la violenza giovanile genera solo paura e invocazioni di pene sempre più dure, Davide ci consegna una domanda radicale: che società vogliamo costruire dopo la condanna? Gettare la chiave o scommettere su un altro futuro? Quel gesto non assolve nessuno. Ma indica una strada capace di generare vita nuova. Per le vittime, per i colpevoli e per tutti noi.

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Vedi anche il post precedente:


UDIENZA GENERALE 20/05/2026 Leone XIV: la liturgia si traduca in vita, rendiamo concreto ciò che celebriamo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 maggio 2026


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Il Papa: la liturgia si traduca in vita,
rendiamo concreto ciò che celebriamo

Proseguendo il ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II, all'udienza generale il Pontefice tiene la prima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega che "la ritualità della Chiesa esprime la sua fede" e al contempo "plasma l’identità ecclesiale", la "proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune" incoraggiano e rinnovano i credenti "nella loro missione"

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Inizia la serie di catechesi dedicate alla Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium Leone XIV all’udienza generale tenuta questa mattina, 20 maggio, in piazza San Pietro, nell’ambito del ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II. Accanto a lui, oggi il catholicos della Chiesa Apostolica Armena – Sede di Cilicia Aram I, ricevuto lunedì scorso e al quale indirizza parole di benvenuto.

Immersi nel mistero di Cristo

“La liturgia nel mistero della Chiesa”, questo il primo tema scelto dal Papa per spiegare i contenuti del primo documento promulgato dall’assise ecumenica, voluto per “intraprendere una riforma dei riti” e “condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire … il mistero di Cristo”. La liturgia, infatti, ne tocca “il cuore” essendo “lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita”. Quando si parla di “mistero di Cristo” non ci si riferisce “una realtà oscura”, chiarisce il Pontefice, ma al “disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo”.

Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita “nel suo nome” siamo immersi in questo Mistero.


Nella liturgia la comunione con Cristo

Cristo è in pratica “il principio interiore del mistero della Chiesa”, che è il “popolo santo di Dio”, il quale è “nato” dal “fianco” di Gesù trafitto “sulla croce”, specifica Leone. Infatti, nella liturgia, Cristo “con la potenza” dello “Spirito”, “santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre” ed “è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata” e soprattutto “nell’Eucaristia”.

Secondo Sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione. Nella santa liturgia, tale comunione si realizza “per mezzo dei riti e delle preghiere”.

Il Papa mentre saluta alcuni partecipanti all'udienza (@Vatican Media)

Il culmine verso cui tende la Chiesa

Nella “ritualità” la Chiesa “esprime la sua fede”, ma al contempo la ritualità “plasma l’identità ecclesiale”, specifica il Papa, perché “la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio” rappresentano e danno “forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo”. Dunque “la liturgia è al servizio del mistero di Cristo”, per questo la Sacrosanctum Concilium la definisce “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Ogni “attività” della Chiesa - “la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane” - “converge” nella liturgia, che è linfa vitale per i credenti.

La liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso “interiore” ed “esteriore”.

Una panoramica di piazza San Pietro (@Vatican Media)

Una dinamica etica e spirituale

Genera “una dinamica etica e spirituale” la liturgia, precisa il Pontefice, perciò “si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.

“La liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore”, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo.

Il Papa tra la folla (@Vatican Media)

Lasciarsi plasmare

Nella Lettera apostolica Desiderio desideravi sulla formazione liturgica del popolo di Dio Papa Francesco scrive che “il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”, ricorda, infine, Leone XIV, che incoraggia tutti a lasciarsi “plasmare” nella liturgia “dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo”.

Il Papa mentre benedice una bambina (@Vatican Media)

Pregare lo Spirito Santo perchè rinnovi il mondo

Salutando i 25mila presenti in piazza, il Pontefice rammenta ai pellegrini polacchi la pubblicazione, quarant’anni fa, della Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, nella quale Giovanni Paolo II rimarca che "lo Spirito Santo è la 'Luce dei cuori' e ci permette di 'chiamare per nome il bene e il male'. Da qui l'invito, nell'imminenza della Pentecoste, a chiedere "allo Spirito di Dio di risvegliare le coscienze umane con i suoi doni, di distoglierle dall’ingiustizia, dalla violenza e dalla guerra e di rinnovare il volto della terra". Invito rivolto pure nel saluto ai fedeli di lingua tedesca e portoghese, esortati ad invocare lo Spirito Santo perché rinnovi i cuori "e la faccia della terra" e a pregare Dio per "una rinnovata effusione dello Spirito Santo sulla sua Chiesa".

Il Papa mentre saluta gli sposi novelli (@VATICAN MEDIA)

Il saluto ai gruppi italiani

A conclusione dell'udienza, il saluto, in italiano, al gruppo giunto da Cascia per far benedire la Fiaccola del perdono e della pace, simbolo del gemellaggio con Chicago, la città scelta quest'anno per diffondere il messaggio e i valori di Santa Rita in occasione delle celebrazioni legate alla memoria liturgica.

Leone XIV mentre benedice la Fiaccola del perdono e della pace (@Vatican Media)

E prima della benedizione finale il Papa indirizza il suo pensiero ai partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport, sottolinea agli atleti, i quali hanno la nobile missione di "custodire l’anima dello sport", che "il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti".

Leone XIV riceve in dono un paio di scarpe da ginnastica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 20/05/2026)

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LEONE XIV

Saluto del Santo Padre a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia

Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese. ...


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I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 1. La liturgia nel mistero della Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Iniziamo oggi una serie di catechesi sul primo Documento promulgato dal Concilio Vaticano II: la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (SC).

Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, «si attua l’opera della nostra redenzione» (SC, 2), che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato (cfr 1Pt 2,9).

Come ha manifestato il triplice rinnovamento – biblico, patristico e liturgico – che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo (cfr Ef 3,3-6). Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita «nel suo nome» (Mt 18,20) siamo immersi in questo Mistero.

Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia (cfr SC, 7). È così che, secondo Sant’Agostino (cfr Serm., 277), celebrando l’Eucaristia la Chiesa «riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve»: diventa il Corpo di Cristo, «dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,22). Questa è «l’opera della nostra redenzione», che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione.

Nella santa liturgia, tale comunione si realizza «per mezzo dei riti e delle preghiere» (SC, 48). La ritualità della Chiesa esprime la sua fede – secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi –, e al tempo stesso plasma l’identità ecclesiale: la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una vera epifania della Chiesa in preghiera, come ha ricordato san Giovanni Paolo II (Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 9).

Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, 10). È vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo «culmine». Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso «interiore» ed «esteriore».

Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione: è in questo modo che la nostra vita diventa «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio», realizzando il nostro «culto spirituale» (Rm 12,1).

In questo modo, «la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore» (SC, 2), e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo. Come diceva Papa Francesco, «il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9)» (Lett. ap. Desiderio desideravi, 5).

Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia Regina Pacis di Angri che celebra il Centenario di fondazione e li esorto a guardare a Maria per lasciarsi attrarre dal suo esempio e dalla sua santità. Saluto poi il gruppo della Basilica Santa Rita da Cascia e sarò lieto di benedire la Fiaccola del perdono e della pace simbolo del gemellaggio con la città di Chicago.

Accolgo con affetto i partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport e ringrazio i giovani atleti che hanno realizzato un saggio ispirato alle loro attività sportive. Cari amici, voi avete una missione nobile: custodire l’anima dello sport. Ricordate che il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, augurando a ciascuno di servire sempre Dio nella gioia e di amare il prossimo con spirito evangelico.

A tutti la mia benedizione!




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Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?


Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?

La tragedia di Modena ci invita a meditare di nuovo sulle parole di Gesù dedicate agli stranieri da accogliere, ai malati da visitare, ai carcerati da andare a trovare.

Foto di Arun Anoop su Unsplash

Molti italiani sono razzisti e hanno una storia eccellente di razzismo.

Noi abbiamo inventato il fascismo e le leggi razziali non le abbiamo copiate dai nazisti, ma erano già l’essenza del movimento che sconvolse il novecento. Noi, il razzismo, l’abbiamo applicato in Africa: uccidendo, torturando, violentando, acquistando schiave bambine a costo zero per la nostra lussuria e questo ben al di là delle leggi del ’38.

Noi abbiamo la lega: ve la ricordate la lega appena nata? Io ero in campagna a raccogliere mele e pere e ricordo i discorsi che facevano gli anziani, vecchi ex socialisti, conquistati dalla retorica violenta contro i meridionali. Ancora oggi il terrone, nel mio paese, è il terrone, anche se la lega è riuscita nella grande impresa di conquistare chi prima disprezzava.

Poi ascolti Salvini che, in tono sarcastico, si riferisce al responsabile dei fatti di Modena dicendo “eh, avrà problemi psichiatrici, sarà disoccupato, ecc.”, e ti accorgi che già qui c’è un grosso problema. Il problema è la necessità retorica di costruire a piacere una gerarchia di problemi.

Ma voi avete l’idea di cosa voglia dire essere borderline? Essere schizofrenico? Essere malato di mente? Come si fa a mettere sullo stesso piano la disoccupazione e la malattia mentale?

Eppure un discorso simile l’ho letto anche oggi anche sulla mia bacheca. Come se la malattia psichiatrica fosse una scusa, una certificazione scolastica per non svolgere le verifiche come gli altri.

Mi rendo conto, inoltre, che malattia psichiatrica è un termine orrendo, inadatto, non scientifico, perché i problemi della mente hanno infinite sfumature e declinazioni, sulle quali di sicuro non sono competente, ma di quest’ultime ne ho viste parecchie e, con la stragrande maggioranza, si può vivere con ottimo profitto per sé e per gli altri.

Certo, dipende anche moltissimo da cosa la società, stato compreso, è disposto a fare. E non mi pare che negli ultimi anni si sia fatto molto in questo campo…

Il fatto che la malattia psichiatrica sia collegata a quel mondo produttivo che oggi non riguarda solo l’ambito della produzione di merci ma tutti gli ambiti – dalla formazione scolastica al divertimento – non lo dico io: lo diceva Mark Fisher in quel piccolissimo capolavoro che è “Realismo capitalista”.

Allora, se si riesce a congiungere i puntini, non si può non accorgersi che la mente può andare in tilt quando all’esterno c’è un ambiente che respinge invece che accogliere, con esiti tragici, dalla strage al suicidio – e in Italia, soprattutto tra i giovani, abbiamo più esperienze dei secondi che delle prime.

“Ma la radicalizzazione…?”. C’è, nessuno nega che vi sia radicalizzazione, anzi di questo passo progredirà di sicuro col tempo. Quando ti senti respinto, preso in giro, in una parola “emarginato”, è naturale ti venga una sete di vendetta. Se non fai parte del gioco vuoi interromperlo. Vi ricordate quando eravate bambini? Succedeva questo: se ne avevamo il potere e il gioco non ci piaceva, lo facevamo saltare, con una scusa qualsiasi. Però – spiace deludere i novelli Bruzzone – qui pare non ci sia radicalizzazione. Ho letto perfino che il responsabile è ateo.

La radicalizzazione c’è e la sentiremo sempre di più, ma sarà un grande buffet su cui gettarsi. Nel frattempo, a Taranto, per Sako Bakari nemmeno un fiore. Ma noi non siamo razzisti, sono loro ad essere islamisti…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Franco Ferrari 19/05/2026)

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Vedi anche i post precedenti:


mercoledì 20 maggio 2026

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

«Bisogna rafforzare i percorsi di integrazione soprattutto per le seconde generazioni», dice monsignor Erio Castellucci sul caso dell’attentatore di Modena, «molti sono nati in Italia e sono nostri concittadini ma spesso sono isolati e covano rabbia. Il fatto che dopo un modenese siano intervenuti due egiziani a bloccarlo è un segno importante. Incontrerei El Koudri e lo ascolterei per cercare di capire cosa lo ha spinto a fare quello che ha fatto»

Salim El Koudri bloccato a terra dopo l’aggressione avvenuta a Modena in un fotogramma tratto da un video pubblicato su Instagram ANSA

«La prima immagine che mi porto dentro è quella di una città che si è stretta attorno alle vittime e ai loro familiari, una città profondamente colpita, preoccupata, ma anche commossa per la rapidità dei soccorsi e per il coraggio di chi è intervenuto immediatamente, inseguendo il giovane che ha commesso il crimine. Attorno alle forze dell’ordine, agli operatori sanitari e a tutte le persone presenti sul posto si è creata subito una forte solidarietà».

È il commento di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola nonché vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale, sulla tragedia di sabato, che ha sconvolto Modena e riportato al centro il tema della violenza giovanile, della marginalità e del disagio psichico.

L'arcivescovo di Modena Erio Castellucci

Eccellenza, cosa bisogna fare per evitare che la paura degeneri in rabbia e chiusura?

«Dopo questo episodio sono cresciute la paura e un senso di instabilità che per Modena resta qualcosa di insolito. Negli ultimi tempi, però, alcuni segnali preoccupanti c’erano già stati: penso agli episodi legati alle baby gang oppure all’accoltellamento, a fine dicembre, del sacerdote colombiano don Rodrigo Grajales Gaviria, che era cappellano delle comunità latinoamericane e che per poco non ha perso la vita. Anche in quel caso c’era dietro una situazione di forte disagio psichico: si trattava di un uomo di 29 anni, italiano, seguito dai servizi sociali, ma evidentemente non sempre si riesce a fare tutto ciò che sarebbe necessario. Per fortuna la città ha reagito subito. Migliaia di persone si sono ritrovate domenica in Piazza Grande per lanciare messaggi di pace, di riconciliazione e di ripartenza. Anche come Chiesa ci siamo mossi subito e abbiamo preparato un’intenzione di preghiera dei fedeli da leggere in tutte le messe della diocesi, nelle oltre 200 parrocchie. Un modo per sentirci uniti, per condividere il dolore e la speranza».

Cosa fare adesso?

Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha investito
 7 persone e ne ha accoltellata una il 16 maggio scorso (ANSA)
«Bisogna riflettere a fondo sull’origine di questo gesto assurdo. Da quello che si riesce a capire emerge soprattutto un grande isolamento, una chiusura rispetto a ogni forma di vita comunitaria: la comunità religiosa di appartenenza, che nel caso di Salim El Koudri era quella islamica, ma anche gli amici, le relazioni, il lavoro, che mancava completamente. A Ravarino, dove viveva, lo descrivono come una persona strana, molto chiusa in se stessa. Sono tutti segnali che raccontano un disagio sociale profondo e che dobbiamo imparare a leggere con maggiore attenzione. Il rischio, altrimenti, è di trovarsi continuamente davanti a tragedie di questo tipo senza riuscire a prevenirle. Se pensiamo anche all’accoltellamento di don Rodrigo oppure a certi episodi legati alle baby gang, vediamo che spesso, andando a scavare un po’ più a fondo, emerge proprio una sofferenza sociale molto forte, una solitudine che non è stata intercettata in tempo».
  • Alcuni politici hanno sollevato il tema dell’integrazione, spesso difficile, degli immigrati di seconda generazione.
«Certamente è da prendere in considerazione ma non nella forma del permesso di soggiorno che per me non c’entra nulla. Piuttosto nella forma della domanda su come accompagnare e includere chi nasce qui, è cittadino italiano a tutti gli effetti, ma appartiene a comunità che talvolta non trovano pienamente il loro humus culturale e che potrebbero aver bisogno di un accompagnamento più attento, di opportunità ulteriori. Sembra che questo ragazzo lamentasse il fatto di non trovare lavoro, di non sentirsi accolto. Sono aspetti che vanno comunque verificati con cautela ma che rimandano a una questione reale. In ogni caso, il punto non è colpevolizzare gli immigrati o fare proclami che riducano le possibilità di integrazione. Al contrario, bisogna chiedersi come rendere questo processo più fluido e più profondo. Ma soprattutto, per me, il tema centrale resta un altro: quello di intercettare l’isolamento, di affinare le “antenne” capaci di cogliere la solitudine. È questo che interpella le comunità cristiane e tutte le realtà civili, dalla scuola allo sport, dall’università al tessuto sociale nel suo insieme. Perché l’isolamento è spesso il sintomo più evidente, ma anche la radice di altre fragilità, fino a gravi disagi psichici».

I soccorsi dopo che l'auto a velocità sostenuta e guidata da Salim El Koudri ha falciato una decina di persone a piedi, in centro a Modena (ANSA)

Salim El Koudri ora è detenuto in isolamento e ha chiesto al suo legale Fausto Gianellli una Bibbia e di parlare con un prete. Lei sarebbe disposto a incontrarlo? E cosa gli direbbe?

«Prima di tutto lo ascolterei, per cercare di capire che cosa lo ha mosso. Ho sentito le dichiarazioni del suo avvocato secondo cui si sta rendendo conto della enormità di ciò che ha fatto, ma ne parla quasi come se fosse qualcosa di distinto da sé. Dice “che lavoro, che cosa brutta”, ma forse non ha ancora collegato pienamente a se stesso quello che è accaduto. Proverei quindi ad ascoltarlo molto, e poi a vedere se ci sono possibilità di un percorso, naturalmente non da parte mia direttamente, ma attraverso esperti che possano cominciare a ricostruire questa personalità. Se poi vorrà intraprendere anche un cammino di fede, c’è la figura del cappellano nelle carceri, ma in situazioni di questo tipo mi sembra che sia soprattutto espressione di uno smarrimento, di un bisogno di aggrapparsi a qualcosa. È comunque prematuro pensare a questo: prima di tutto bisogna cercare di ricostruire l’umano».

La manifestazione in piazza Grande a Modena del 17 maggio (ANSA)

Cosa ha significato il fatto che siano intervenuti tre cittadini per fermarlo?

«È stato il segno, importantissimo che, in un attimo, si può scegliere anche di mettere a rischio la propria incolumità per aiutare gli altri, per impedire che l’autore di un crimine si dilegui. Ed è stato simbolicamente molto importante che il primo a inseguirlo sia stato un modenese e che subito dopo siano arrivati due cittadini egiziani: sono stati loro tre a bloccarlo immediatamente. Questo dato mi sembra significativo anche rispetto a certe letture in chiave xenofoba che circolano sui social. Bisognerebbe fare i conti con la realtà di chi è intervenuto concretamente. Queste persone avrebbero potuto anche pensare: “Io non c’entro, non voglio rischiare, lo lascio andare tanto lo prenderanno”. Invece c’è stata prontezza, generosità e senso di responsabilità. E questa è una testimonianza molto bella per tutta la città».

State pensando a iniziative da preparare per i prossimi giorni?

«Insieme ad alcuni uffici diocesani vogliamo organizzare un momento di riflessione che dovrebbe tenersi all’inizio di giugno. L’idea è quella di partire da quanto è accaduto e affrontare soprattutto il tema della solitudine, dei giovani e delle seconde generazioni. Non vogliamo lasciar cadere tutti gli spunti che questa vicenda porta con sé, ma provare a capire se possano nascere anche delle prassi concrete, se si possano rendere più sensibili, più “attente”, per così dire, le antenne delle nostre comunità cristiane e anche delle altre realtà civili. L’auspicio è che possa essere un incontro non solo ecclesiale ma anche interreligioso e aperto alla comunità civile».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/05/2026)


La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)