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sabato 16 maggio 2026

DUNQUE VAI! “Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.” - ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DUNQUE VAI!


Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali.
Fuori dalle istituzioni religiose, e 
che non mandava mai via nessuno. 


In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Mt 28,16-20

  
DUNQUE VAI!
 
Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.

Gli undici sono tornati in Galilea.

Perché non a Gerusalemme? Perché è dove tutto ha avuto inizio, ed è come se Gesù dicesse: ricordatevi di quando siamo partiti insieme; ricordate quante strade abbiamo percorso, quanti villaggi e quante case, quanti volti, quanti corpi guariti, quanti sorrisi rinati. Ricordatevi di come abbiamo camminato leggeri, solo un bastone e degli amici, senza possessi e senza poteri, ignorando la paura. Liberi. Ricordatevi di quella colorata carovana, dove si rallentava il passo sulla misura dell’ultimo, solidali. Ricordate com’era il volto di Dio che si disegnava su quelle strade; un Dio che se tu lo molli, lui no, non ti molla.

Per tanto tempo il riferimento della Chiesa è stato la vita della prima comunità di Gerusalemme: avevano un cuor solo e un anima sola, assidui all’ascolto degli apostoli e allo spezzare del pane, e avevano tutto in comune. Bellissimo, inarrivabile. Eppure viene dopo.

Ce n’è prima un altro, originale, più radicale e più fresco. Tornare a quella che è stata davvero la prima di tutte le comunità: ritornate in Galilea, ripartite da lì, prendendo a modello quei tre anni di vagabondaggio libero tra lago e colline, tra l’una e l’altra riva, tra Betsaida e Cafarnao, Genezaret e Tiberiade, Tiro e Cesarea di Filippo. Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.

Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici amici impauriti e confusi, e poche donne coraggiose e fedeli. Non hanno capito molto, ma lo hanno molto amato. E questa è la sola garanzia di cui ha bisogno. Ora può tornare al Padre, sa che nessuno di loro lo dimenticherà, dentro di loro vivrà per sempre.

Quando lo videro, si prostrarono ma alcuni dubitavano. Di che cosa dubitano? Non che sia risorto, lo vedono. Non che sia il Dio tra noi, si prostrano in adorazione. Di che cosa allora? Dubitano di se stessi, lo sanno bene come sono scappati quella notte, come lo hanno rinnegato; che non hanno creduto alle donne a pasqua; che sono rimasti tappati in casa per giorni, in quell’aria morta. Conoscono i propri limiti.

Gesù compie un atto di illogica fiducia in chi dubita ancora. Non rimane con loro per spiegare meglio, ma affida la lieta notizia ai loro dubbi, che sono come i poveri, li avremo sempre con noi.

Gesù affida il suo Vangelo ai dubitanti e chiama i claudicanti ad andare. Andate dunque! Quel ‘dunque’ è bellissimo: dunque vai! Ogni mio potere è vostro, ogni cosa mia diventa vostra. Io sono con voi sempre, fino alla fine.

Cosa sia l’ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino. E’ dentro, nel coraggio rinnovato. Sempre.


Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

Leggi tutto dal sito di Avvenire


Enzo Bianchi Siamo davvero testimoni credibili?

Enzo Bianchi
Siamo davvero testimoni credibili?

I discepoli lo sono stati, tanto che hanno convinto molti loro contemporanei. Anche noi lo siamo, se ci affidiamo alla potenza dello Spirito Santo


Famiglia Cristiana - 10 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Noi crediamo fermamente che Gesù di Nazareth, crocifisso il 7 Aprile dell’anno 30 della nostra era dai romani e dai giudei, sia stato richiamato dai morti dalla potenza di Dio il terzo giorno. Ne siamo convinti, non ne siamo certi, ma la nostra fede ha come fondamento la testimonianza innanzitutto delle donne discepole e poi dei Dodici. Tutti questi nel terzo giorno hanno annunciato di aver avuto una rivelazione (tramite l’angelo interprete dell’evento della tomba vuota): Gesù era risorto, era vivente. Questo annuncio che la morte non era più l’ultima parola e che l’amore vissuto da Gesù tutta la vita fino alla fine si era mostrato più forte della morte ha convinto i primi credenti cristiani.

Pensiamoci bene: la nostra fede si basa sulla testimonianza di alcune donne, di alcuni discepoli, mentre noi non abbiamo visto nulla, tantomeno abbiamo visto Gesù risorto dai morti. Eppure questa testimonianza ci è apparsa e ci appare credibile grazie allo Spirito santo che nel nostro cuore sussurra: “Gesù Cristo è vivente, è il Signore!”. Certamente quelle donne e quei discepoli erano credibili, affidabili e risvegliavano la fede. E noi siamo testimoni credibili? Chi ci incontra è portato a credere che Gesù, il Signore nostro, è risorto? Oppure è portato addirittura a diffidare delle nostre parole non accompagnate dalla vita, parole vuote, retoriche, che non costano nulla?
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 15 maggio 2026

Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono


Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono

Il commento del condirettore di Famiglia Cristiana alla lunga lettera del 22enne ferito in un’aggressione a Milano: parole di perdono, gratitudine e amore per la vita che interrogano tutti noi

Fonte: Facebook

Un’aggressione che taglia letteralmente a metà la sua giovane vita, in corso Como a Milano, in una serata d’ottobre. Una lesione al midollo spinale con gravi conseguenze sul fisico ad oggi. Aggredito, rapinato e accoltellato. Il risveglio amaro in una stanza grigia, con macchinari alle pareti e un infermiere accanto. «Non mi sento le gambe. Perché non mi sento le gambe?».

A sei mesi da quei fatti, Davide Simone Cavallo, 22 anni, sente il bisogno di raccontare, di riflettere su quanto accaduto in questo tempo e di condividere. E lo fa in una lunga e commovente lettera, uscita un paio di giorni fa, ripercorre quanto ha vissuto in questi mesi: la rievocazione di quella fatale sera, la compassione per gli aggressori, il rapporto con il “nuovo” corpo, le problematiche quotidiane che la lesione midollare gli lascia, la paura di morire, le domande che si accavallano. Ma colpiscono le parole che, senza cedere alla  rabbia, parlano di perdono, di gratitudine e apprezzamento per la vita nonostante tutto, per la famiglia, per Dio, per il personale sanitario che lo cura.

Un ragazzo giovane, pieno di vita e di passioni, si ritrova a confrontarsi con la dura realtà della sofferenza e persino della morte. Non ha neppure un ricordo di quella sera. «Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui», scrive nella lettera. Eppure, nonostante che le sue giornate «da sei mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie», Davide pensa con dispiacere ai giovani aggressori («Quando ho saputo della loro età, mi si è fatto pesante il cuore») e trova parole di perdono sorprendenti: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo». E ancora: «Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare... Ho compassione per loro e li abbraccio».

Di fronte a parole così cariche di umanità, mi chiedo anche – come cristiano e come prete – se siamo ancora capaci di questo sguardo sulla vita, sul mondo, sulle relazioni, su Dio, su ciò che ogni giorno ci è donato e non dovuto. «La cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro». Non la rabbia, la frustrazione, ma la gratitudine come sentimento che guida la vita di Davide anche là dove è pesantemente limitata. Anche di fronte a un «corpo nuovo» con cui deve fare i conti («Ci tengo infine a dire […] io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando»), trova la forza di sperare e di sognare ancora. «Non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione […] O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più».

Insomma, un inno potente alla vita, senza autocommiserazione. «Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: “Perché a me?”, un po’ sorrido. […] Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia».

Le parole di Davide sono davvero preziose. Sorgono dal confronto con il senso ultimo della vita, quando si è visto in faccia la morte e si guarda alla vita in un modo che non può essere quello di prima. «Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui».

Di fronte a tanto amore per la vita, a resilienza e coraggio ad affrontare un travaglio non solo fisico ma che coinvolge tutta la persona, dobbiamo interrogarci. Abbiamo ancora lo sguardo per vedere il bene che c’è in noi e intorno a noi? Di guardare oltre la “disgrazia”? La lezione di Davide è un invito a ritornare nella nostra interiorità, a recuperare le domande giuste, a guardare il bene che c’è, ad andare all’essenziale che rende la vita ricca anche dentro il limite e l’inaspettato nella vita «Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria. A sorpresa… Se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: “Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male”». Una sapienza sulla vita di cui fare tesoro ci viene da un giovane consapevole che «un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Don Vincenzo Vitale 14/05/2026)

14 maggio 2026 Papa Leone XIV alla Sapienza - L’Università Sapienza accoglie Leone nei valori condivisi di pace e dignità umana - Il Papa agli universitari: siate artigiani di pace, il riarmo arricchisce le élite (cronaca, commenti, foto, testi e video)



L’Università Sapienza accoglie Leone
nei valori condivisi di pace e dignità umana

Il Papa visita il primo ateneo di Roma lasciando un’impronta forte all’insegna della ricerca dell’amicizia tra i popoli. Palpabile la sintonia tra il Pontefice e la comunità accademica sui temi del disarmo e della costruzione di una società aperta ai fragili e ai giovani profughi di guerra. La rettrice Polimeni: stiamo cercando di garantire continuità alla formazione di studentesse e studenti palestinesi, attivando borse di studio e percorsi di accoglienza

Il Papa nella Università Sapienza di Roma

Hanno sfidato l’alba credenti e non, italiani e non, studenti e non. Ma sono voluti venire qui, nella Università più grande d’Europa, Sapienza, prima della capitale con i suoi 700 anni di storia, per ascoltare le parole di Leone XIV alla comunità accademica e alle nuove generazioni. Perché loro, i giovani, ci tengono al proprio futuro e sono più esigenti di quanto può sembrare se si considerano gli appellativi degli adulti con cui spesso vengono decorati. “Penso che sia un’opportunità importante esserci sia se guardiamo l’evento come un fatto spirituale sia che lo guardiamo come a un incontro con un Capo di Stato”, dice una studentessa di Medicina in fila per entrare in Aula Magna. “Mi aspetto parole di pace in un mondo che la pace non la riesce a fare”. Anche un ragazzo canadese ha le stesse curiosità e le stesse speranze. Più di qualcuno osserva: “I leader internazionali di oggi ci appaiono un po’ delle macchiette; che il Papa venga qui servirà certamente a ribadire una parola chiara anche sulla necessità di costruire una forma di riconciliazione sociale di cui abbiamo tanto bisogno”. Del medesimo parere un docente emerito di Matematica che è tornato in queste aule ormai da pensionato per esprimere il suo grazie al “Papa americano” a cui si guarda anelando alla concordia tra i popoli.

Il tempo universitario sia un incontro con Dio

“Mettere la Sua impronta in tutto quello che siamo”, sono le parole di Leone nel salutare le circa 300 persone presenti in Cappella. “Soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte nella Sua immagine, ma anche nella Sua creazione”, prosegue, rimarcando che “è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi”. E aggiunge che “chi cerca la verità alla fine cerca Dio”, citando una frase di Edith Stein - Santa Teresa Benedetta della Croce.

Che questo tempo che vivete voi in questa università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio, e la bellezza della vita.

Il Papa davanti alla cappella dell'Università Sapienza (@Vatican Media)

Vicini agli studenti di zone di guerra

Appena entrato in Cappella, al Papa si avvicinano due ragazzi che frequentano la Facoltà di Lettere e Filosofia. Sono Mario Soldaini e Leonardo Tosti, curatori del libro “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi, 2025), che ha raccolto 200 mila euro per le attività di Emergency nella Striscia. Ne hanno donato una copia al Papa con l’invito ribadito all’uscita: “Lo legga, quel libro, Santità”.

Mario Soldaini e Leonardo Tosti

Nell’Ateneo è un tema diventato sempre più presente nei dibattiti, negli incontri culturali che si sono organizzati in gran numero soprattutto per creare legami, pluralismo e alleanze. Si è dato vita a progetti concreti di solidarietà verso coetanei di Paesi in guerra a cui il diritto allo studio viene di fatto negato. Proprio martedì scorso, per esempio, sono arrivati a Roma i primi quattro tra i giovani palestinesi che troveranno ospitalità nella città grazie all’accordo tra Sapienza Università di Roma, Diocesi di Roma e Comunità di Sant’Egidio, siglato a febbraio scorso. I ragazzi, tre studentesse e uno studente, frequenteranno i corsi di laurea in lingua inglese alla Sapienza, alloggeranno nelle residenze universitarie messe a disposizione dalla Diocesi e seguiranno le scuole di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio.

Antonella Polimeni, rettrice Sapienza

I progetti di accoglienza degli studenti palestinesi

È un ulteriore passo in avanti del percorso intrapreso per prendersi cura delle persone garantendo continuità alla formazione di studentesse e studenti palestinesi, attivando borse di studio e percorsi di accoglienza, afferma la rettrice Antonella Polimeni, la prima donna a guidare l’Ateneo. L’idea è di accogliere anche altri che stanno transitando in altri Paesi, preparandosi per la partenza. L’Ateneo li sosterrà per tutto il corso di studi con attività di orientamento e tutorato accademico, assistenza sanitaria e fornirà supporto e servizi tra cui il Centro di Counselling di Ateneo. La Diocesi di Roma ospiterà gratuitamente tutti gli studenti in residenze universitarie dal momento del loro arrivo in Italia fino a marzo 2029, con possibilità di estensione per altri 12 mesi per la discussione della tesi di laurea, e sarà parte attiva nell’orientare alle attività extra-accademiche e coordinare azioni di supporto per l’inclusione sociale, tramite anche la Cappellania della Sapienza.

Un polo di eccellenza con una tradizione di Nobel

Sapienza è prima università al mondo in Classics & Ancient History e tra le prime 10 con Archeology e History of Art. L’anno scorso si è collocata al primo posto tra le università generaliste italiane. Oltre 125 mila studenti, più di 3.500 docenti, più di 2.500 amministrativi, tecnici e bibliotecari, un migliaio di amministrativi nelle strutture ospedaliere. 58 dipartimenti, 44 biblioteche. Dieci i Premi Nobel che qui hanno insegnato, insigniti del prestigioso riconoscimento soprattutto nelle discipline scientifiche. Spicca il fisico Guglielmo Marconi.

Leone XIV in preghiera nella cappella dell'Università Sapienza (@Vatican Media)

La rettrice: rincuora l’impegno instancabile del Papa per l’unità

“Gli echi e le conseguenze delle guerre ci richiamano a riflessioni inevitabili su valori minacciati, umiliati e dimenticati, ma per noi imprescindibili: la libertà, la pace, la democrazia e la solidarietà”, afferma la rettrice nel suo saluto in Aula Magna, dove il Papa pronuncia il suo discorso dopo aver visitato la mostra Sapienza e i Papi allestita negli spazi dell’Ateneo. E lei cita Agostino, “Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora”, che esortava a non lamentarsi della cattiveria dei tempi, ma a migliorare sé stessi per renderli migliori. “La sua presenza qui oggi, il suo impegno instancabile a favore dell’unità tra i popoli ci rincuorano – le parole di Polimeni -, ci danno fiducia e ci spingono ad accrescere ulteriormente il già forte impegno della Sapienza per costruire percorsi di dialogo e condivisione”.

“Il sapere nasce dal dialogo”

L’uscita dalla pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, la recrudescenza del conflitto in Medio Oriente, la crescita, in Italia come in altre società europee, dei fenomeni di intolleranza e discriminazione, senza dimenticare le nuove forme di disuguaglianza generate da un accesso iniquo e non equilibrato agli algoritmi e alle nuove tecnologie hanno spinto, afferma la rettrice, a sviluppare ulteriormente la funzione di “responsabilità sociale”. Non vi è conoscenza senza pace – sostiene -, perché il sapere nasce dal dialogo, dalla possibilità di condividere idee, mettere alla prova ipotesi, riconoscere nell’altro non un avversario da sconfiggere, ma un interlocutore con cui costruire e testare convincimenti provvisori”.

Studenti radunati lungo i viali dell'Università Sapienza (@VATICAN MEDIA)

Nei giovani il desiderio autentico di spiritualità

Per volere della rettrice, qui oggi sono presenti anche diversi rappresentanti del personale sanitario dell’ospedale Umberto I, annesso all’Università, con gli studenti delle 24 professioni sanitarie. Emerge chiaro il desiderio di coinvolgere chi quotidianamente presta un servizio di cura a chi è più fragile. Perché formare non è solo dispensare nozioni ma far crescere la persona nella sua integralità. Che poi è il messaggio evangelico, è il magistero ecclesiale, è quanto oggi lo stesso Leone è venuto a ricordare.

Alla Cappella universitaria, dove il Papa ha sostato un breve momento in preghiera al suo arrivo, e attualmente gestita dai sacerdoti diocesani già legati all’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria, è voluto tornare anche un manipolo di gesuiti, tra coloro che per anni hanno creato una presenza di accompagnamento per chi desiderasse un colloquio, un orientamento, un tempo e uno spazio di ascolto. “Per me quello che ha spinto tanti giovani ad esserci oggi – spiega padre Giancarlo Pani SJ, per ben 34 anni in Cappella -, è il modo con cui il Papa sta parlando di pace e il modo in cui si impegna a farla la pace, con tutte le difficoltà che implica. I giovani se ne accorgono, sanno cogliere questo coraggio. E mi ha colpito, entrando, che si inginocchiano davanti al tabernacolo. Non è solo esteriorità quella dei giovani, loro davvero sono attratti dallo Spirito, davvero desiderano un’esperienza di intimità spirituale”. Lo hanno dimostrato stamane con i prolungati applausi all’attraversamento dell’auto papale lungo i viali della cittadella, alle sottolineature del Pontefice sul rischio del riarmo globale. La speranza e l’attivismo dei giovani sono forti e si esprimono in decine di iniziative: dall’accordo con l’Università di Betlemme al concerto ospitato proprio lunedì scorso in questa Aula Magna, che ha visto esibirsi insieme musicisti del Conservatorio Magnificat di Gerusalemme e della scuola di musica di Scampia.

Il Papa mentre si intrattiene con alcuni studenti (@Vatican Media)

Il dono a Leone, un ponte con il Medio Oriente

Un modello di cooperazione internazionale fondato su equilibrio istituzionale, rigore scientifico e rispetto delle diverse tradizioni, è quello che emerge anche dal dono fatto al Papa: la riproduzione di un raro esempio epigrafico in lingua greca che riporta una citazione “assoluta” di un passo delle Sacre Scritture, dal Vangelo secondo Luca, capitolo 23, versetto 42 Μνήσθητί μου, Κύριε, ὅταν ἔλθῃς ἐν τῇ βασιλείᾳ σου Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno. L’iscrizione, databile tra la seconda metà del V e la metà del VI secolo, è stata rinvenuta nel complesso del Santo Sepolcro a Gerusalemme, in un contesto che richiama l’area della Crocifissione, alla quale il testo si lega in modo particolarmente significativo. Il dono, realizzato dal laboratorio Officine museali Polo museale Sapienza Cultura, è custodito in una cassetta in legno d’ulivo realizzata a mano dagli artigiani Sapienza. E lo stesso palco dell'Aula Magna era oggi addobbato con diversi alberelli di ulivo... Dal 2022 la Sapienza è impegnata, su invito delle Comunità religiose custodi del luogo, in un progetto di ricerca e di scavo archeologico presso il Santo Sepolcro. Il progetto si distingue per un approccio fortemente interdisciplinare e per l’applicazione sistemica di metodologie integrate. A consegnarlo è Mattia D'Amico, dottorando in archeologia e membro della missione archeologica a Gerusalemme. Un motivo ulteriore di lavoro per la pace oltre ogni frontiera.

Al congedo sullo scalone dell'Aula Magna, risuona ancora l'esortazione del Pontefice:

Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!

Il dono fatto al Papa: la riproduzione di un esempio epigrafico in lingua greca 
con un passo delle Sacre Scritture (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/05/2026)

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Il Papa agli universitari:
siate artigiani di pace, il riarmo arricchisce le élite

Leone XIV visita l'Università Sapienza, la più antica di Roma, e nel suo discorso si sofferma sull'"inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale" generando un mondo "storpiato" da guerre e parole di guerra. Invita a praticare un saggio esercizio della memoria e "custodire la giustizia", a vigilare su sviluppo e applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile: "Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza"

Il Papa con Antonella Polimeni, rettrice dell'università (@Vatican Media)

Segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa di Roma e la prestigiosa università che proprio in seno alla Chiesa nacque sette secoli fa. Questo è il senso della visita che il Vescovo della città, Papa Leone, fa oggi, 14 maggio, alla comunità educante della Sapienza e ai suoi studenti. Un'alleanza che già a febbraio scorso si è consolidata con la firma, molto apprezzata dal Papa, della convenzione tra la Diocesi e la Sapienza per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla Striscia di Gaza. Nel suo discorso pronunciato in Aula Magna, il Pontefice offre un'ampia riflessione in cui confluiscono le preoccupazioni per un riarmo degli Stati ammantato da strategie di "difesa"; l'esortazione a impegnare intelligenza e audacia nella ricerca di giustizia, pace, custodia della Terra e a scegliere sempre la via per un uso etico delle tecnologie; l'invito ad ascoltare e a non alimentare il malessere di molti giovani con distorte interpretazioni dell'essere maestri.

"Sì" alla vita

In una fucina di conoscenza quale il mondo universitario, che informa e forma cervelli e coscienze, il Papa avverte ancora di più l'urgenza di ribadire il suo 'no' alla guerra e alla spirale mortifera di cui essa si nutre.

Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!
Cura per la complessità e saggio esercizio della memoria

Consapevole che alle nuove generazioni si sta consegnando "un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra", Leone chiama in causa gli adulti e sottolinea che si tratta di un "inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale". Di qui l'invito a non cedere a facili riduzionismi della storia, a riprendere in mano la Carta costituzionale, a riscoprire i valori su cui si fondano le democrazie e la libertà di popoli e individui.

La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Il discorso del Papa nell'Aula Magna dell'ateneo (@Vatican Media)

Sul riarmo che viene chiamato "difesa"

Di fronte a spese militari aumentate, soprattutto in Europa, il Pontefice torna a mettere in guarda che questo è un crinale troppo pericoloso e, soprattutto, il suo è un invito a distillare il linguaggio dalle mistificazioni:

“Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”

"Vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile - è ancora l'indicazione data da Leone XIV -, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti". Un avvertimento quanto mai cruciale in un'epoca di accelerazioni senza precedenti in settori di ricerca che necessitano di orientamenti verso destini vitali, non mortiferi o suicidari.

"Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!"

In questo orizzonte, di attenzione al bene comune e alla pace, si inserisce l'iniezione di coraggio che il Papa dà ai giovani mostrando egli di comprendere bene i motivi del disagio di molti. Un disagio che va visto, riconosciuto, accolto, non stigmatizzato, aiutato a superare. Perché le "terribili ingiustizie" del mondo non abbiano a inibire talenti ed energie, a fiaccare le speranze. Ma nessuno può rubare il futuro ai ragazzi e alle ragazze, ricorda il Papa. E nel dire questo, avrà ripensato al proprio passato di studente, a quello di insegnante, di certo ha pensato - Leone lo ammette - alle inquietudini del giovane Agostino che da giovane fece anche "gravi errori" ma poi "nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza". L'importante è tenere a bada l'ansia di dover piacere che spesso è alla radice dei disagi e malesseri di questa età:

Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!

Coltivare e custodire la giustizia

Trasformare l'inquietudine in profezia: è il mandato di oggi del Successore di Pietro a cui sta a cuore che la Casa comune sia in buona salute. A oltre dieci anni dalla Laudato si', si rende conto che il "paradigma possessivo e consumistico" ha soffocato buoni propositi e buone pratiche ispirate dall'enciclica di Francesco. Ma è tempo di rilanciare, passando dall'ermeneutica all'azione:

Studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

L'applauso degli studenti alle parole del Papa (@Vatican Media)

Insegnare è carità, accoglienza, è dire la verità

Il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. È la messa a fuoco, destinata in particolare al corpo docente, che chiude il discorso di Leone XIV. C'è una responsabilità nel mestiere di professore che non può ridursi alla pragmatica nozionistica. Recuperare questo fondamento è essenziale e Leone lo fa con parole cristalline.

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità.

Il dono del Papa all'Università Sapienza: Il facsimile del manoscritto con la traduzione latina del testo greco della Geographia di Claudio Tolomeo eseguita da Jacopo Angeli da Scarperia (@Vatican Media)

(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/05/2026)

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DISCORSO DI LEONE XIV
ALL’UNIVERSITÀ “SAPIENZA” DI ROMA

Aula Magna
Giovedì, 14 maggio 2026
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Saluto a braccio nella Cappella Universitaria

Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!

Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.

Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.

Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.

[Benedizione]

Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!

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Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:

Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!

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Discorso del Santo Padre


Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!

Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.

I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.

Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.

Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.

A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.

Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!

Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.

In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.

La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.

Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!

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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato

Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!