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giovedì 29 gennaio 2026

Tonio Dell'Olio: A 85 secondi dal baratro

Tonio Dell'Olio
 
A 85 secondi dal baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 Gennaio 2026


Riporto il comunicato stampa diffuso ieri dal Bulletin of the Atomic Scientists' Science and Security Board (SASB), ovvero il team di scienziati che regola l’orologio del rischio dell’annientamento globale, Doomsday Clock:

Un anno fa, avevamo avvertito che il mondo era pericolosamente vicino al disastro globale e che qualsiasi ritardo nell'inversione di rotta aumentava la probabilità di catastrofe. 

Piuttosto che prestare attenzione a questo avvertimento, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e altri grandi paesi sono invece diventati sempre più aggressivi, contraddittori e nazionalisti. 
Le intese globali duramente conquistate stanno crollando, accelerando una competizione per il grande potere vincente e minando la cooperazione internazionale fondamentale per ridurre i rischi di guerra nucleare, cambiamenti climatici, un uso improprio della biotecnologia, la potenziale minaccia dell'intelligenza artificiale e altri pericoli apocalittici. 
Troppi leader sono diventati compiacenti e indifferenti, in molti casi adottando retorica e politiche che accelerano piuttosto che mitigare questi rischi esistenziali. 

A causa di questo fallimento della leadership, il Bulletin of the Atomic Scientists Science and Security Board oggi fissa l'orologio del giorno del giudizio a 85 secondi a mezzanotte, il più vicino che sia mai stato alla catastrofe... Anche se le lancette dell'orologio del giorno del giudizio si avvicinano a mezzanotte, ci sono molte azioni che potrebbero far indietreggiare l'umanità dall'orlo. (www.thebulletin.org)


mercoledì 28 gennaio 2026

UDIENZA GENERALE 28/01/2026 Leone XIV: Per un mondo senza più antisemitismo

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 gennaio 2026


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All’udienza generale la preghiera di Leone XIV
all’indomani della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto

Per un mondo
senza più antisemitismo


Il Papa prosegue le catechesi sulla “Dei Verbum”
soffermandosi sul legame tra Scrittura e Tradizione

«Chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana». È la preghiera elevata stamane da Leone XIV al termine dell’udienza generale in Aula Paolo VI, all’indomani della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto.

Già ieri sera, a Castel Gandolfo, dove aveva trascorso il martedì, il Pontefice aveva esortato a lottare «contro ogni forma di antisemitismo». Oggi, dunque, il nuovo appello affinché «l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune».

In precedenza, proseguendo il ciclo di catechesi sulla Costituzione dogmatica conciliare Dei Verbum , il vescovo di Roma si era soffermato sul legame tra Scrittura e Tradizione. Esse, ha detto, «costituiscono un solo deposito della Parola di Dio» che oggi è «nelle mani della Chiesa». Di qui, l’esortazione rivolta a tutti, secondo i «diversi ministeri», a continuare a custodire la fede «nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza».

Infine, nell’odierna memoria liturgica di san Tommaso d’Aquino, il Papa ha invitato i giovani, i malati e gli sposi novelli a lasciarsi guidare dal Dottore della Chiesa nella comprensione delle Scritture.
(fonte: L'Osservatore Romano 28/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 
3. Un solo sacro deposito. Il rapporto tra Scrittura e Tradizione


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguendo nella lettura della Costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione, oggi riflettiamo sul rapporto tra la Sacra Scrittura e la Tradizione. Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. […] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13).

La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli.

È ciò che il Concilio Vaticano II afferma ricorrendo a un’immagine suggestiva: «La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine» (Dei Verbum, 9). La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr n. 113) rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: «La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali», cioè nel testo sacro.

Sulla scia delle parole di Cristo che abbiamo sopra citato, il Concilio afferma che «la Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (DV, 8). Questo avviene con la comprensione piena mediante «la riflessione e lo studio dei credenti», attraverso l’esperienza che nasce da «una più profonda intelligenza delle cose spirituali» e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto «un carisma sicuro di verità». In sintesi, «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede» (ibid.).

Famosa è, al riguardo, l’espressione di San Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono». [1] E già Sant’Agostino aveva affermato che «uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi». [2] La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia.

Suggestivo, in questa linea, è quanto proponeva il santo Dottore della Chiesa John Henry Newman, nella sua opera dal titolo Lo sviluppo della dottrina cristiana. Egli affermava che il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme (cfr Mc 4,26-29): una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore. [3]

L’apostolo Paolo, esorta più volte il suo discepolo e collaboratore Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12.14). La Costituzione dogmatica Dei Verbum riecheggia questo testo paolino là dove dice: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa», interpretato dal «magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (n. 10). “Deposito” è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto.

Il “deposito” della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza.

In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse – afferma – sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (cfr n. 10).

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[1] Homiliae in Ezechielem I, VII, 8: PL 76, 843D.
[2] Enarrationes in Psalmos 103, IV, 1
[3] Cfr. J.H. Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, Milano 2003, p. 104.

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Saluti

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APPELLO

Ieri ricorreva la Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone. In questa annuale occasione di doloroso ricordo, chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana. Rinnovo il mio appello alla comunità delle Nazioni affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune.

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana ...
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Celebriamo oggi la memoria liturgica di San Tommaso d’Aquino. Il suo esempio spinga voi, cari giovani, specialmente voi studenti della scuola Flavoni di Civitavecchia e dell’Istituto Tirinnanzi di Legnano-Cislago, a seguire Gesù come autentico maestro di vita e santità. L’intercessione di questo Santo Dottore della Chiesa ottenga per voi, cari malati, la serenità e la pace che si attingono al mistero della croce, e per voi, cari sposi novelli, la sapienza del cuore perchè compiate generosamente la vostra missione nella società.

A tutti la mia benedizione!



Le due vie di Alessandro D'Avenia

Le due vie 
di Alessandro D'Avenia


pubblicato su il Corriere della Sera - 12.01.2026


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall’età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l’istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c’è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell’incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c’è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c’è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita.

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell’amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all’umile amore? Decidi sempre per l’umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L’umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c’è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell’essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l’amore e non attraverso la potenza. Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell’esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l’età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore».

Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell’amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l’amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

(Fonte: blog dell'autore)

BREVIARIO - #LE CONVENZIONI di Gianfranco Ravasi

BREVIARIO
#LE CONVENZIONI 
di Gianfranco Ravasi


Quando i tuoi amici cominciano a complimentarsi con te per la tua aria giovanile,
puoi star certo che pensano che stai invecchiando.

Che ormai sia vecchio, lo capisco anche dal fatto che, quando ci si incontra tra amici, la prima battuta è sempre la stessa che ci scambiamo: «Come ti trovo bene!». Qualcuno arriva al punto di dire all’altro: «Ma tu ringiovanisci, invece di invecchiare». Ho formalizzato questa prassi scontata con le parole di uno scrittore che può essere considerato il padre della letteratura umoristica americana, Washington Irving, nato a New York nel 1783 e morto nel 1859 (la citazione è desunta dalla sua opera Bracebridge Hall). La sua osservazione induce, però, a parlare non tanto della vecchiaia quanto delle convenzioni. Ci sono, infatti, espressioni, modi di dire e di fare che sono parte della nostra  comunicazione normale e che vengono adottati per tradizione e spesso per educazione e stile comportamentale.

Si sa che non rappresentano la realtà, ma sono destinati a fungere quasi da tappeto per far correre i rapporti umani. In qualche caso, però, si può essere tentati di aggrapparsi a essi e di ritenerli fondati: così, da un lato, in chi li usa si ha ipocrisia e, d’altro lato, in chi li accoglie si genera illusione. Pensiamo
al rituale dei complimenti, delle congratulazioni, delle lodi. Tuttavia, vogliamo spezzare una lancia a favore delle convenzioni: dopo tutto, ci assicurano relazioni interpersonali un po’ fini ed eleganti, prive di quella volgarità e sbracataggine a cui oggi si ama indulgere. Certo è però che, con realismo, non ci si deve affidare a esse come a un unico sostegno per avere fiducia in sé e nel prossimo.

(Fonte: Il Sole 24 ore  - Domenica - 18.01.2026) 



martedì 27 gennaio 2026

C’è il Giorno della Memoria, non dimentichiamoci di Gaza di Tommaso Montanari

C’è il Giorno della Memoria, 
non dimentichiamoci di Gaza 
di Tommaso Montanari


Domani ricorderemo che il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa scardinò i cancelli di Auschwitz. E qui c’è una risposta a chi ripete a macchinetta “e allora il comunismo?” quando si fa notare (con il Primo Levi dei Sommersi e i salvati) che “in effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler”.

La legge istitutiva del Giorno della Memoria stabilisce di ricordare, specie nelle scuole, “quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti … affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Accanto agli ebrei, agli antifascisti e a chi si era rifiutato di aderire a Salò ricordiamo il popolo Rom, le persone omosessuali, con disabilità o con la pelle nera e tutte e tutti coloro che, solo per la loro ‘diversità’, furono assassinati dai nazisti. E dal fascismo italiano: la legge prescrive di riflettere sulle “leggi razziali, e la persecuzione italiana dei cittadini ebrei”, ricordandoci che non fummo affatto meno colpevoli dei tedeschi. Non è un giorno dedicato a lezioni di storia, ma a un esercizio pubblico e solenne della memoria, cioè alla costruzione di un giudizio collettivo sul passato che impedisca che qualcosa di analogo torni ad accadere: “incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire” (Primo Levi).

Non è un messaggio difficile da capire nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da “un istrione la cui figura oggi muove al riso”, e che usa la violenza dello Stato contro i diversi. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare appunto al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.

Onorare le vittime della Shoah e del nazismo significa impedire che altri umani possano fare una fine analoga. Per questo, non citare la parola ‘Gaza’ nelle cerimonie ufficiali di domani significa tradire la memoria di quelle vittime, e il senso stesso del Giorno della Memoria. Il Laboratorio ebraico antirazzista ha espresso questo concetto nel modo più limpido e coraggioso: “nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio, guardiamo a come fermarne un altro che è in corso”. Dopo la Shoah, e pensando alla Shoah, fu un giurista ebreo a definire il reato di genocidio, fissandone le cinque caratteristiche essenziali.

Oggi la comunità scientifica mondiale dei giuristi e quella degli storici si sono espresse – a larghissima maggioranza, nelle sedi più prestigiose e ufficiali –, concordando sul fatto che quello che Israele sta perpetrando a Gaza è un genocidio: e non è possibile celebrare la memoria di un genocidio passato tacendo di un genocidio presente. Allo stesso modo, domani sarà impossibile tacere sul fatto che alcuni disegni di legge presentati al Parlamento italiano – da Romeo (Lega), Scalfarotto (Italia Viva), Delrio e altri (PD), Gasparri (Forza Italia), Malan (FdI) – hanno l’obiettivo di “tacciare le critiche all’ideologia sionista e allo Stato di Israele come antisemitismo … equiparazione che serve a proteggere uno Stato e le sue politiche, colpendo e criminalizzando chi denuncia il colonialismo, l’apartheid, la violenza sistematica e le pratiche genocidarie esercitate in questi anni contro il popolo palestinese. Serve a trasformare l’antisemitismo e la memoria delle persecuzioni vissute anche dai nostri familiari da problema reale in arma politica di censura” (è ancora il Laboratorio ebraico antirazzista).

Quando, nel 1972, i terroristi palestinesi di Settembre nero uccisero 11 atleti israeliani a Monaco, Natalia Ginzburg scrisse un lungo articolo, in cui (dopo aver affermato: “Io sono ebrea”), diceva: “A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita, non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi, non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro e armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente”.

Ricordarlo, e ricordarlo domani, serve ad evitare il terribile rovesciamento per cui proprio la Giornata della Memoria possa servire a coprire ciò che sta accadendo di nuovo.

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 26 gennaio 2026)

Il card. Zuppi, pastore nel tempo delle crisi sociali. Alla Cei chiarisce su migrazioni, fine vita e femminicidi

Il card. Zuppi, pastore nel tempo delle crisi sociali.
Alla Cei chiarisce su migrazioni, fine vita e femminicidi


Dal salvataggio dei migranti al diritto di voto responsabile, dalla difesa della vita alla promozione di una scuola aperta e pluralista, fino alla richiesta di una società che protegga realmente donne e giovani: la Cei rimane radicata in una visione di umanità integrale, che non separa fede cristiana e partecipazione attiva alla vita pubblica.

E il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente dei vescovi italiani si conferma una delle voci più ascoltate nel dibattito pubblico italiano su temi etici e sociali.

Migranti: «salvare tutti» e promuovere integrazione

Sulla questione delle migrazioni, Zuppi mantiene una posizione chiara e coerente: «non possiamo rassegnarci alla logica della morte» che continua a mietere vittime nel Mediterraneo. L’arcivescovo invita a salvare le persone in pericolo e a costruire un sistema di accoglienza serio, fondato sui diritti e i doveri che non si limiti a slogan ideologici ma promuova percorsi reali di integrazione e legalità. La sua visione richiama la necessità di una risposta europea coesa, perché «i migranti si devono salvare tutti», afferma, rifiutando tanto un approccio di totale apertura indiscriminata quanto soluzioni di esclusione categorica.

I ragazzi migranti di seconda generazione

L’ apertura del Consiglio Episcopale ha visto Zuppi intervenire anche sul tragico omicidio di un giovane di origine nordafricana molto ben integrato da parte di un ragazzo che ha la medesima origine ma con più difficoltà a integrarsi, a La Spezia, un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica nazionale e che il cardinale ha letto come un campanello d’allarme per tutta la società. In proposito, Zuppi ha sottolineato quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli nelle loro fragilità e affiancarli nelle difficoltà, al fine di prevenire l’escalation di violenza e di disagio che, in casi estremi, può condurre a gesti tragici. Parallelamente, ha collegato questo episodio anche al fenomeno dei femminicidi, richiamando la comunità civile e educativa a una responsabilità condivisa nel costruire ambienti positivi, sicuri e inclusivi.

Due i fenomeni, “tra loro non contraddittori”, segnalati nel mondo giovanile, durante la sua introduzione al Consiglio permanente della Cei, in corso a Roma fino al 28 gennaio. “Il primo, assai preoccupante, riguarda il fatto che i minori segnalati per porto di armi improprie sono passati da 778 del 2019 a 1946 del 2024 e nel primo semestre del 2025 sono già 1096”. Ha detto il cardinale: “D’altra parte, il tasso dei minori in contatto con il sistema giudiziario è uno dei più bassi di Europa”. Di qui il grazie ai “tanti preti, religiosi e laici che dedicano la loro vita per offrire ai giovani alternative di senso e di educazione senza le quali ci sono solo la strada, le dipendenze, la pornografia”: per tutti, Zuppi ha citato padre Pino Puglisi, “e con lui tantissimi padri e madri della porta accanto”. “Dobbiamo tutti fare di più e compiere scelte coraggiose, continuative, con i collaboratori indispensabili ma anche le necessarie coperture giuridica ed economica perché quanti se ne occupano – ad esempio gli educatori – e si assumono grandi responsabilità possano farlo nel giusto riconoscimento delle loro competenze e professionalità”.

Femminicidi e violenza: guardare alla radice del disagio sociale

Il tema dei femminicidi e della violenza contro le donne è un’altra grave ferita che Zuppi richiama con urgenza. La violenza domestica e quella di genere «non possono essere lette solo come cifre statistiche»: per il cardinale, essa riflette un profondo disprezzo del debole e relazioni familiari disfunzionali. Per questo, oltre alle azioni repressive, è necessario promuovere cultura, educazione al rispetto e strumenti di tutela per le vittime e potenziali vittime.

Scuole cattoliche: un fattore di inclusione e di sviluppo educativo

Impegnato anche nella difesa della libertà educativa, Zuppi ha ribadito più volte l’importanza delle scuole cattoliche e paritarie per il pluralismo educativo italiano. Secondo il presidente della CEI, queste scuole svolgono una funzione fondamentale di integrazione sociale e di “ascensore sociale” soprattutto nei contesti economicamente fragili, e meritano un sostegno non come privilegio ma come contributo alla comunità e all’intera società.

Referendum e impegno civico: votare è un dovere

Su temi di vita civile come il referendum sulla giustizia, Zuppi ha invitato apertamente i cittadini ad andare a votare, sottolineando l’importanza di preservare l’equilibrio tra i poteri della Costituzione e di difendere autonomia e indipendenza della magistratura come pilastri di un sistema giusto. Per il cardinale, la partecipazione al voto non è un atto neutro ma parte integrante di una cittadinanza responsabile.

Fine vita: difendere il valore intrinseco della vita umana

Sul delicato tema del fine vita, Zuppi è stato altrettanto netto. Ha detto «no» a qualsiasi legge che introduca il suicidio assistito, definendo fuorviante l’idea di delegare a norme legislative decisioni che coinvolgono la fragilità e la dignità dell’esistenza umana nella fase finale della vita. Per lui la risposta alla sofferenza deve passare attraverso le cure palliative e l’assistenza umana, non la morte anticipata.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/01/2026)

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Leggi anche il testo integrale dell’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente: 


Alle radici della violenza dei giovani di Giuseppe Savagnone

Alle radici della violenza dei giovani 
di Giuseppe Savagnone



Inadeguate misure repressive
Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei limiti.

Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti.

In realtà, però, il problema non riguarda solo gli stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione».

Si parla anche di nuove norme che puniscano non solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.

La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi, o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.

Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono, più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire da cui essi scaturiscono.

I mezzi e i fini
Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.

Il problema della nostra società è che l’utile viene presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.

Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la ricerca in questa prospettiva più ampia.

Solo così, peraltro, si può educare al bene comune – tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno a scapito di qualcun altro e risultano perciò inevitabilmente divisivi, mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere nessuno.

Al di là del bene e del male
E proprio la ricerca del bene comune della società definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il frutto di valutazioni puramente soggettive.

Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forte domini il più debole e abbia più di lui (…) Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi».

È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan «Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il più debole».

Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessant, il quale – per giustificare l’arbitraria pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca -ha spiegato: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».

Di questo modello, che non è solo politico, ma culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore, differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può minare la sintonia sostanziale che li unisce.

Oltre la logica della violenza
C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso non servono decreti legge e forze di polizia. È necessario un paziente sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da questo punto di vista, profondamente in crisi – devono tornare coraggiosamente a farsi carico.

Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano, alleato di ferro di Netanyahu.

Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra, di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace, trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la denunciano e la condannano.

E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se non vogliamo continuare a lasciare il campo a misure meramente repressive palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.

(Fonte: Rubrica I CHIAROSCURI  del  23.01.2026)

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Vedi anche i post precedenti:


lunedì 26 gennaio 2026

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI Leone XIV: divisioni nella Chiesa rendono opaco il volto di Dio, una sola voce per la fede

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

CELEBRAZIONE DEI SECONDI VESPRI
LIX SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Domenica, 25 gennaio 2026


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Il Papa: divisioni nella Chiesa rendono opaco il volto di Dio,
una sola voce per la fede

Celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di San Paolo, Leone XIV ricorda che la missione dei cristiani di oggi è annunciare Cristo e avere fiducia in lui. “Preghiamo – afferma il Pontefice - affinché i semi del Vangelo continuino a produrre frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”


“Noi siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!”

Le parole di Papa Leone risuonano nella Basilica di San Paolo fuori le mura durante i secondi Vespri di oggi 25 gennaio che concludono la 59.ma Settimana di preghiera di unità dei cristiani, nella solennità della conversione dell’apostolo delle genti. Sono parole che arrivano come uno sprone, un invito fecondo ai fratelli delle diverse Chiese e comunioni cristiane presenti in Basilica per continuare a camminare insieme, per arrivare a “comunicare” con “una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo”.

L’incontro che trasforma

“Incendiato dalle sue fiamme, si prodigò per il nome di Cristo. Bruciò per lui senza risparmio, predicando l'amore di Cristo”. È l’inno Excelsam Pauli gloria, cantato dal Coro della Basilica di San Paolo e della Cappella Sistina, nel quale si esalta “il glorioso trionfo di Paolo”, a raccontare il mutare del “più piccolo tra gli apostoli”, definitosi così perché si riteneva indegno a causa del suo passato da persecutore della Chiesa. Un passato che però non lo rende prigioniero, sottolinea il Papa, lui stesso invece si definisce “prigioniero a motivo del Signore”: una prospettiva completamente diversa. Il cambiamento dell’uomo passa attraverso un nome differente, la vita nuova che Dio dona nell’incontro con Lui. “Ci viene così ricordato – afferma Leone XIV - che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui”.

Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo.

Le divisioni

Il Vangelo non si può tacere, va annunciato perché, come si legge nella Lumen Gentium, costituzione dogmatica frutto del Concilio Vaticano II, illumina gli uomini con la luce del Cristo “che risplende sul volto della Chiesa”. Una luce che consola ma che può essere anche adombrata.

La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo.

Leone XIV nella Basilica di San Paolo fuori le mura (@Vatican Media)

Una voce sola per la fede

Papa Leone ricorda la recente celebrazione, insieme a Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, a Iznik, l’antica Nicea, del 1700.mo anniversario del Concilio avvenuta il 28 novembre 2025 durante il suo primo viaggio apostolico in Turchia e Libano. “Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione – afferma il Pontefice - è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo”.

Un “momento di fraternità” e di ringraziamento perché il Signore “ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo”.

Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!

“Uno”

Richiamando poi il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” – dalla lettera agli Efesini, Leone XIV ricorda l’importanza e l’insistenza di quell’ “uno” che colpisce e commuove, che spinge “verso la piena unità e la comune testimonianza del Vangelo”.

Comunicare ciò che siamo

L’andare insieme rimanda poi al cammino sinodale che Francesco, nota il Papa, considerava “ecumenico” tant’è che nei Sinodi del 2023 e 2024 erano presenti alcuni delegati fraterni. Una strada, evidenzia Leone XIV, “per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali” e in particolare guardando al 2033 nel Giubileo bimillenario della Redenzione.

Impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo.

Papa Leone XIV legge l'omelia nei secondi Vespri nella solennità della conversione di San Paolo (@VATICAN MEDIA)

La guarigione della memoria

Ricorda poi che i sussidi sono stati preparati dalle Chiese in Armenia, espressione di “una coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante”. Il Papa invita a guardare al santo Catholicos San Nersès Šnorhali “il Grazioso”, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Fu capace di comprendere che la ricerca dell’unità riguarda tutti i fedeli e contempla anche “la guarigione della memoria”.

San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico, come ha ricordato il mio venerato predecessore San Giovanni Paolo II: «I cristiani devono avere una profonda convinzione interiore che l’unità è essenziale non per un vantaggio strategico o un guadagno politico, ma per l’interesse della predicazione del Vangelo».

Semi di unità e pace

Nelle terre dell’Armenia, prima nazione cristiana, il Vangelo si radicò molto presto. Grazie ad “intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo”.

Preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero.

Una celebrazione ecumenica

Papa Leone nella sua omelia ringrazia il cardinale Kurt Kock, prefetto del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, i suoi collaboratori, i membri dei dialoghi teologici e delle altre iniziative promosse dal Dicastero. Il Pontefice saluta in particolare il Metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, dell’arcivescovo Khajag Barsamian per la Chiesa Apostolica Armena di Etchmiadzin presso la Santa Sede, e del vescovo Anthony Ball, direttore del Centro Anglicano di Roma e rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede. Papa Leone saluta anche gli studenti borsisti del Comitato per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, gli studenti dell’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese, i gruppi ecumenici e i pellegrini che partecipano alla celebrazione.

Il Papa e alcuni rappresentanti delle varie Chiese e comunioni cristiane (@VATICAN MEDIA)

Un cuore aperto all’ecumenismo

Nel suo indirizzo di saluto, prima della fine della celebrazione a cui hanno preso parte circa 2500 persone, il cardinale Kurt Koch ringrazia il Pontefice per avere “un cuore aperto all’ecumenismo”. Ricorda poi le parole di san Paolo sull’unità legata indissolubilmente alla natura stessa della Chiesa e che la fede cristiana senza la ricerca dell’unità rinuncia a se stessa. “L’unità – afferma il porporato – è radicata nell’unico battesimo”. “Più cerchiamo e troviamo, in comunione ecumenica, l’unità nella fede in Gesù Cristo, più diventiamo una cosa sola anche tra noi”.

Il tondo musivo di Papa Leone XIV collocato nella Basilica ostiense (@VATICAN MEDIA)

Poco prima dell’inizio dei secondi Vespri è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore Papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano e il pittore Rodolfo Papa.

All’inizio della celebrazione il Papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, e l'arcivescovo Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.

L'omaggio alla tomba dell'apostolo Paolo (@VATICAN MEDIA)
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 25/01/2026)


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Don Maurizio Patriciello sul suicidio dei genitori di Carlomagno: «L’odio social e la gogna mediatica generano solo altro male»

Don Maurizio Patriciello sul suicidio dei genitori di Carlomagno: «L’odio social e la gogna mediatica generano solo altro male»

Dopo il femminicidio di Federica Torzullo ad Anguillara e il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno, il marito che l’ha uccisa, il sacerdote invita al silenzio e alla pietà: «Invocare la pena di morte o punizioni esemplari non consola le vittime, non cura il dolore e non restituisce giustizia, ma aggiunge sofferenza a sofferenza»

Pasquale Carlomagno, 69 anni, e Maria Messenio, 65, i genitori di Claudio Carlomagno, trovati impiccati insieme, sabato sera nella loro casa di Anguillara Sabazia (Roma). Il figlio Claudio è in carcere con l'accusa aver ucciso la moglie Federica Torzullo
ANSA

Un solo desiderio: dopo avere messo al sicuro il piccolo tra le amorevoli braccia dei nonni, correre da Davide e Claudio e, insieme, piangendo, chiedere a Gesù di accogliere nel Suo Regno, Federica, Pasquale e Maria. Lo stiamo toccando con mano: il peccato si fa pagare fino all’ultimo spicciolo. Abbiamo bisogno di misericordia e di pietà più di quanto possiamo credere. Lo vado ripetendo ai giovani che incontro nelle scuole, nelle chiese, negli oratori: tutto ciò che prendo in più per me e non mi spetta lo sto rubando a qualcuno altro, forse proprio a te.

Questa regola vale in tutti i campi. Claudio ha sbagliato. Ha fatto una cosa che non avrebbe mai dovuto fare. Altri hanno pagato la sua scelleratezza. Una cosa orribile. Federica è stata uccisa. Avevamo sperato che fosse l’ultima, non è stato così.

Un’altra nostra sorella, Assunta, purtroppo, in Calabria, è stata assassinata da chi pensava di amarla. Storie diverse, ma, per certi aspetti, uguali.

Dinamiche assurde che possiamo solo provare a capire. L’animo umano è un abisso.

Per chi credeva - e crede - che la pena di morte, l’ergastolo senza sconti, i lavori forzati, invocati ad alta voce per gli assassini, siano la panacea che ci metterebbe al riparo da queste mostruosità, deve ricredersi, riflettendo sul suicidio di Pasquale Calzone, marito di Assunta. Costui, ha ucciso e si è ucciso, togliendoci anche la soddisfazione di poterlo processare e condannare.

I genitori di Claudio Carlomagno, Pasquale e Maria, anch’essi, si sono suicidati. Troppo grande erano il dolore e la vergogna. L’opinione pubblica, incredula e addolorata, da giorni, ha maledetto il figlio.

Sui social – come sempre – c’è stata una vera e propria gara a chi inventava pene e torture da augurargli. Parole inutili, dannose, sciagurate. Parole che avvelenano l’aria senza aggiungere o togliere niente al dramma che stiamo vivendo. Una donna è stata uccisa, un bambino è rimasto orfano, un marito ha fatto un macello. Quest’uomo, però, non è solo al mondo. Ha un fratello, un papà, una mamma, un figlio.

Qualcuno si è chiesto quanta inutile sofferenza potessero aggiungere le sue parole gridate o scritte?

Attenzione, non sto tentando di alleggerire o banalizzare il male, al contrario, lo sento in tutta la sua orribile portata. Non sto tentando di giustificare il reo.

Sto solo dicendo che chi non soffre in prima persona per una tragedia che si è abbattuta sull’umanità, deve sentire il dovere – per quanto è possibile alla nostra fragile natura – di non gettare legna secca sul fuoco, ma di tenere in vita la pietà lasciando alla giustizia di fare il proprio dovere. Pasquale e Maria sono sprofondati sotto un peso insopportabile. Il dolore e la vergogna li hanno schiacciati. Si sono lasciati morire insieme.

Federica Torzullo, a sinistra, il marito Claudio Agostino Carlomagno, accusato dell'omicidio,
 e l'abitazione, ad Anguillara Sabazia (Roma) (ANSA)

E io non oso immaginare le loro ultime ore, i loro ultimi discorsi, le loro ultime lacrime. E li rivedo, quando giovani e innamorati, si avviarono verso la vita. Li rivedo, ancora, colmi di gioia, quando Claudio nacque. Mai avrebbero immaginato che piega avrebbe preso la loro esistenza. Nei momenti di massima fragilità psicologica, di forte tensione nervosa ed emotiva, occorre solo essere presi in braccio e, lentamente, accompagnati a dissetarsi al fiume della speranza.

Non è facile. Non lo è stato per i poveri Pasquale e Maria. Non lo sarebbe stato per voi e per me.

Sono situazioni limiti alle quali nessuno è preparato. Il mondo ti crolla addosso in un istante. Ti guardi attorno e vedi solo macerie. I sensi di colpa ti distruggono. Gli attacchi di panico si susseguono. Sai di non avere attenuanti. Tuo figlio ha fatto una cosa mostruosa, è vero, ma tu continui ad amarlo. Sei sua mamma, sei suo padre. Hai il diritto – e il dovere – di farlo.

Quando la mamma di Alessandro Impagniatiello, l’assassino di Giulia Tramontano, davanti alle telecamere disse: «Mio figlio un mostro» le scrissi una lettera aperta in cui la imploravo di non farlo: «No, tu, mamma, non dirlo. Lascia che almeno nel tuo cuore, questo povero assassino, sente di avere un posto sul quale riposare…». Siamo scossi. Siamo confusi, esterrefatti, increduli, senza parole.

I credenti sanno di trovare conforto ai piedi di Gesù Crocifisso. Sanno che Pasquale e Maria saranno da Lui giudicati con il meraviglioso metro della misericordia. Se una sola parola dobbiamo dire o scrivere in queste ore sia solo di conforto per Davide, per il piccolo, per la famiglia. E, permettetemi, finanche per Claudio. E se proprio non sappiamo dirla questa parola, allora chiediamo al Signore la grazia di poter tacere. «Poni, Signore, una custodia alla mia bocca», implora il salmista. «Ferma il mio dir se non dico il vero», gli fa eco il poeta Clemente Rebora. E “il vero” in queste ore buie come il cielo del Venerdì Santo, sono solo le parole di speranza e di amore. Preghiamo. Il fuoco non si spegne con il fuoco. I cristiani oppongano, con la forza della fede, una barricata a questo asfissiante male dilagante. Manda, Signore, il tuo Spirito a rinnovare la terra.
(fonte: Famiglia Cristiana 25/01/2026)


25/01/2026 ANGELUS Leone XIV, il Vangelo chiede il rischio della fiducia per vincere la tentazione di chiuderci

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 25 gennaio 2026


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Leone XIV, il Vangelo chiede il rischio della fiducia
per vincere la tentazione di chiuderci

Il pensiero del Papa ancora una volta va all' Ucraina e alle popolazioni sconvolte dalle guerre


Quando e dove inizia la missione di Gesù? Il Papa risponde nella riflessione prima della preghiera dell'Angelus di mezzogiorno. Leone XIV ripercorre il Vangelo di oggi e ricorda "«quando seppe che Giovanni era stato arrestato»" e "dunque in un momento che non sembra quello migliore" e anche noi a volte "pensiamo che non sia il momento giusto per annunciare il Vangelo, per prendere una decisione, per fare una scelta, per cambiare una situazione". Ma si rischia di rimanere bloccati "mentre il Vangelo ci chiede il rischio della fiducia".

E Gesù inizia la sua missione "in Galilea, un territorio abitato soprattutto da pagani, che per via del commercio è anche una terra di passaggio e di incontri; potremmo dire un territorio multiculturale attraversato da persone con provenienze e appartenenze religiose diverse. In questo modo, il Vangelo ci dice che il Messia viene da Israele, ma supera i confini della propria terra per annunciare il Dio che si fa vicino a tutti, che non esclude nessuno, che non è venuto solo per chi è puro ma, anzi, si mescola nelle situazioni e nelle relazioni umane." E quindi anche noi "dobbiamo vincere la tentazione di chiuderci" perché "come i primi discepoli siamo chiamati ad accogliere la chiamata del Signore, nella gioia di sapere che ogni tempo e ogni luogo della nostra vita sono visitati da Lui e attraversati dal suo amore".

Il Papa ha ricordato che oggi è la Domenica della Parola di Dio, incoraggiando chi si impegna alla diffusione del Vangelo.

Il pensiero va all' Ucraina: "Anche in questi giorni, l’Ucraina è colpita da attacchi continui, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo dell’inverno. Seguo con dolore quanto accade, sono vicino e prego per chi soffre. Il protrarsi delle ostilità, con conseguenze sempre più gravi sui civili, allarga la frattura tra i popoli e allontana una pace giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine a questa guerra".

Poi la vicinanza ai malati di Lebbra di cui oggi ricorre la giornata.

Infine il saluto ai ragazzi di Azione Cattolica di Roma con la consueta Carovana della Pace.

"Cari bambini e ragazzi, vi ringrazio perché aiutate noi adulti a guardare il mondo da un’altra prospettiva: quella della collaborazione tra persone e popoli diversi. Grazie! Siate operatori di pace a casa, a scuola, nello sport, dappertutto. Non siate mai violenti, né con le parole né con i gesti. Mai! Il male si vince solo con il bene.

Insieme con questi ragazzi, preghiamo per la pace: in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni regione dove purtroppo si combatte per interessi che non sono quelli dei popoli. La pace si costruisce nel rispetto dei popoli!".

Ieri il Papa aveva ricevuto il presidente nazionale di Azione Cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano.
Il colloquio è stato "profondamente paterno", con temi che toccano il cuore della missione dell’Azione Cattolica e il suo servizio alla Chiesa e al Paese. L’attenzione durante il colloquio, come dicono dall'Azione Cattolica "si è soffermata sull’impegno dell’Associazione per la pace, la cooperazione tra i popoli e la costruzione di relazioni ispirate alla fraternità, in un tempo segnato da conflitti, divisioni e nuove fragilità. È stato inoltre sottolineato il valore del dialogo e della comunione tra le diverse realtà ecclesiali, come dimensione essenziale per una Chiesa capace di camminare insieme e di testimoniare il Vangelo nella complessità del mondo contemporaneo, sul modello proposto da Vittorio Bachelet", di cui quest’anno verrà celebrato il centenario della nascita.

Il presidente Notarstefano ha donato al Pontefice una serigrafia della Domus Mariae.

Infine l'appuntamento per la celebrazione dei Vespri ecumenici a San Paolo.
(fonte:, articolo di Angela Ambrogetti 25/01/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Fratelli e sorelle, buona domenica!

Dopo aver ricevuto il battesimo, Gesù inizia la sua predicazione e chiama i primi discepoli Simone – detto Pietro –, Andrea, Giacomo e Giovanni (cfr Mt 4,12-22). Osservando da vicino questa scena del Vangelo di oggi, possiamo farci due domande: una sul tempo in cui Gesù avvia la missione e l’altra sul luogo che sceglie per predicare e chiamare gli apostoli. Chiediamoci: quando inizia? dove inizia?

Anzitutto l’Evangelista ci dice che Gesù diede inizio alla sua predicazione «quando seppe che Giovanni era stato arrestato» (v. 12). Accade dunque in un momento che non sembra quello migliore: il Battista è stato appena arrestato e perciò i capi del popolo sono poco disposti ad accogliere la novità del Messia. Si tratta di un tempo che suggerirebbe prudenza, e invece proprio in questa situazione oscura Gesù inizia a portare la luce della buona notizia: «Il regno dei cieli è vicino» (v. 17).

Anche nella nostra vita personale ed ecclesiale, talvolta a causa delle resistenze interiori o di circostanze che non giudichiamo favorevoli, noi pensiamo che non sia il momento giusto per annunciare il Vangelo, per prendere una decisione, per fare una scelta, per cambiare una situazione. Il rischio, però, è quello di rimanere bloccati nell’indecisione o prigionieri di una eccessiva prudenza, mentre il Vangelo ci chiede il rischio della fiducia: Dio è all’opera in ogni tempo e ogni momento è buono per il Signore, anche se non ci sentiamo pronti o la situazione non sembra la migliore.

Il racconto evangelico ci fa anche vedere il luogo da cui Gesù inizia la sua missione pubblica: Egli «lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao» (v. 13). Rimane comunque in Galilea, un territorio abitato soprattutto da pagani, che per via del commercio è anche una terra di passaggio e di incontri; potremmo dire un territorio multiculturale attraversato da persone con provenienze e appartenenze religiose diverse. In questo modo, il Vangelo ci dice che il Messia viene da Israele, ma supera i confini della propria terra per annunciare il Dio che si fa vicino a tutti, che non esclude nessuno, che non è venuto solo per chi è puro ma, anzi, si mescola nelle situazioni e nelle relazioni umane. Anche noi cristiani, dunque, dobbiamo vincere la tentazione di chiuderci: il Vangelo infatti va annunciato e vissuto in ogni circostanza e in ogni ambiente, perché sia lievito di fraternità e di pace tra le persone, tra le culture, le religioni e i popoli.

Fratelli e sorelle, come i primi discepoli siamo chiamati ad accogliere la chiamata del Signore, nella gioia di sapere che ogni tempo e ogni luogo della nostra vita sono visitati da Lui e attraversati dal suo amore. Preghiamo la Vergine Maria, perché ci ottenga questa fiducia interiore e ci accompagni nel cammino.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Questa domenica, la terza del Tempo Ordinario, è la Domenica della Parola di Dio. Papa Francesco l’ha istituita sette anni fa per promuovere in tutta la Chiesa la conoscenza della Sacra Scrittura e l’attenzione alla Parola di Dio, nella Liturgia e nella vita delle comunità. Ringrazio e incoraggio quanti si impegnano con fede e con amore per questa prioritaria finalità.

Anche in questi giorni, l’Ucraina è colpita da attacchi continui, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo dell’inverno. Seguo con dolore quanto accade, sono vicino e prego per chi soffre. Il protrarsi delle ostilità, con conseguenze sempre più gravi sui civili, allarga la frattura tra i popoli e allontana una pace giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine a questa guerra.

Oggi ricorre la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Esprimo la mia vicinanza a tutte le persone affette da questa malattia. Incoraggio l’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau e quanti si prendono cura dei malati di lebbra, impegnandosi a tutelare la loro dignità.

Rivolgo il mio benvenuto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi! In particolare, saluto il coro parrocchiale di Rakovski in Bulgaria, il gruppo di Quinceañeras de Panamá, gli alunni dell’Istituto “Zurbarán” di Badajoz in Spagna; come pure i ragazzi cresimandi della parrocchia San Marco Vecchio in Firenze, la comunità scolastica dell’Istituto Comprensivo “Erodoto” di Corigliano-Rossano e l’Associazione di volontariato “Cuori Aperti” di Lecce.

Saluto con affetto i ragazzi dell’Azione Cattolica di Roma, con i genitori, gli educatori e i sacerdoti, che hanno dato vita alla Carovana per la Pace. Cari bambini e ragazzi, vi ringrazio perché aiutate noi adulti a guardare il mondo da un’altra prospettiva: quella della collaborazione tra persone e popoli diversi. Grazie! Siate operatori di pace a casa, a scuola, nello sport, dappertutto. Non siate mai violenti, né con le parole né con i gesti. Mai! Il male si vince solo con il bene.

Insieme con questi ragazzi, preghiamo per la pace: in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni regione dove purtroppo si combatte per interessi che non sono quelli dei popoli. La pace si costruisce nel rispetto dei popoli!

Oggi si conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nel pomeriggio, come è tradizione, celebrerò i Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura insieme con i Rappresentanti delle altre confessioni cristiane. Ringrazio quanti parteciperanno, anche attraverso i media, ed auguro a tutti una buona domenica.

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