VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA
6-12 GIUGNO 2026
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Venerdì, 12 giugno 2026
LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – SANTA CRUZ DE TENERIFE – ROMA
08:30 Partenza in aereo dalla base aerea di Gran Canaria/Gando per Santa Cruz de Tenerife
09:10 Arrivo all’Aeroporto internazionale di “Tenerife Norte-Los Rodeos”
09:30 INCONTRO CON I MIGRANTI DEL CENTRO “LAS RAÍCES”
10:10 INCONTRO CON LE REALTÀ DI INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI in “Plaza del Cristo de La Laguna ”
12:15 SANTA MESSA nel porto di Santa Cruz de Tenerife
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Alle ore 7.55 ora locale (8.55 ora di Roma) Papa Leone XIV si è congedato dalla Casa Vescovile di Las Palmas e ha raggiunto in auto la base aerea di Gran Canaria-Gando dove, dopo essersi congedato da alcune Autorità locali, è partito alle ore 8.56 alla volta di Santa Cruz de Tenerife.
L’atterraggio all’Aeroporto internazionale di Tenerife Norte - Los Rodeos è avvenuto alle ore 9.15 (10.15 ora di Roma).
Al suo arrivo all’aeroporto, il Papa è stato accolto da alcune Autorità locali.
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INCONTRO CON I MIGRANTI DEL CENTRO “LAS RAÍCES”
Centro “Las Raíces” (San Cristóbal de La Laguna, Tenerife)
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Successivamente, alle ore 9.40, il Santo Padre si è trasferito in auto al Centro di accoglienza Las Raíces per l’incontro con i migranti lì ospitati.
Giunto a destinazione, Papa Leone XIV è stato accolto dal Direttore del Centro di accoglienza Las Raíces.
Dopo le parole di benvenuto del Vescovo di San Cristóbal de La Laguna, Tenerife, S.E. Monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago, della Ministra dell’Inclusione, della Sicurezza Sociale e delle Migrazioni e le testimonianze di due migranti, il Santo Padre ha rivolto un saluto ai presenti.
SALUTO DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Ringrazio la Signora Ministro per le sentite parole che mi ha rivolto, come pure il Direttore di questo centro.
Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore.
Per spiegare l’universalità dell’amore, Gesù prese come esempio il gesto di servizio di un uomo di un altro popolo e di un’altra religione che ebbe compassione di una persona ferita e maltrattata (cf. Lc 10,25-37). Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari. Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità.
In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato.
Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché «possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli» (Magnifica humanitas, 81). Cari fratelli e sorelle, tutti — in qualche modo — siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone.
Mi ha colpito il nome del vostro Centro di accoglienza, che si chiama “Le Radici”. Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore. «Perché chi confida nel Signore “è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi” (Ger 17,8)» (Christus vivit, 133). Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore (cf. Col 2,7), affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita. Cari amici, vi porto nel cuore e vi ricordo nelle mie preghiere. Che Dio vi benedica, che benedica le vostre famiglie e tutti coloro che vi vogliono bene. E che la Beata Vergine Maria, Conforto dei migranti, vi accompagni e vi assista sempre con la sua materna protezione. Tante grazie!
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Successivamente, il Pontefice ha visitato una tenda e ha salutato alcuni migranti.
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INCONTRO CON LE REALTÀ DI INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI
"Plaza del Cristo de La Laguna" (Tenerife)
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Alle ore 10.30 circa ora locale (11.30 ore di Roma), Papa Leone XIV ha lasciato il Centro Las Raíces e ha raggiunto in auto la Plaza de Cristo per l’incontro con le realtà di integrazione dei migranti, alla presenza di circa 4 mila persone.
Al suo arrivo, è stato accolto dal Vescovo di San Cristóbal de La Laguna, Tenerife, S.E. Monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago.
Dopo un canto, le parole di benvenuto del Vescovo di Tenerife e le testimonianze di un sacerdote venezuelano e di tre migranti, il Papa ha rivolto il Suo discorso ai presenti.
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DISCORSO DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle!
È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.
Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole.
Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.
Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli — come in ogni opera di carità — la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo. Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero (cfr Mt 25,35-40). Da questa fede che riconosce Cristo vivo nasce anche il servizio di padre Darwin e di tante persone. La carità cristiana sgorga dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente; perciò, davanti al bisognoso, la fede si fa concreta e l’amore per Cristo si trasforma in gesti.
Partendo da questa convinzione, la nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.
Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia.
Parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire. Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi – come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato – come ci diceva Mbacke. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime.
In questo senso, desidero ringraziare Mons. Santiago per le sue parole e, insieme, per la testimonianza di una Chiesa che, pur con mezzi modesti, vuole “camminare con quelli che camminano”. Grazie alla Caritas diocesana, alla Delegazione diocesana per le Migrazioni, alle parrocchie e alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione. Grazie perché rendete possibile che chi un giorno è stato accompagnato possa diventare – come ci ricordava Thalia – un ponte per gli altri, restituendo l’amore ricevuto. Quando chi ha avuto bisogno di una mano comincia a tenderla a sua volta, la carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare i tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla. Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano. Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.
Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona. Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.
Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.
E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cfr Gen 4,10; Es 3,7-9). Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cfr Ger 22,13; Gc 5,1-6).
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione (cfr Ez 33,11).
Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
La Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù (cfr Mt 2,13-15), rimane per tutti i tempi modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cfr Pio XII, Cost. ap. Exsul Familia). Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli. Dio vi benedica! Grazie!
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Al termine dell’incontro, il Pontefice, in golf-cart, ha compiuto un giro tra i fedeli e poi si è trasferito alla Casa Vescovile. Lungo la strada, ha salutato alcuni malati, i rappresentanti di taluni Istituti religiosi e i fedeli.
Arrivato, quindi, alla Casa Vescovile, Papa Leone XIV ha salutato dal balcone la Comunità cattolica locale.
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Saluto “a braccio” davanti alla Casa vescovile di Tenerife
Buongiorno a tutti! Grazie di essere qui! Un saluto a tutti. Grazie mille, grazie per essere qui.
Grazie per questa splendida accoglienza. Soprattutto grazie per l’accoglienza che riservate a tutti gli immigrati. Tutti noi desideriamo essere riconosciuti nella dignità umana che ci ha donato il Signore quando ci ha creati. Siamo tutti fratelli e sorelle: alcuni peruviani, alcuni colombiani, alcuni venezuelani, alcuni di Tenerife. Siamo tutti un’unica famiglia. Grazie a Dio che ci ha dato la vita. Grazie a Dio che ci ha dato la capacità di amare ed essere amati, ed è quando condividiamo con gli altri che scopriamo il vero senso delle nostre vite. Grazie a tutti, ci vedremo tra poco. Grazie per essere qui, e che Dio vi benedica, Padre, Figlio e Spirito Santo. Grazie, grazie!
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SANTA MESSA
NELLA SOLENNITÀ DEL SACRO CUORE DI GESÙ
Porto di Santa Cruz de Tenerife
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Alle ore 12.15 ora locale (13.15 ora di Roma), Papa Leone XIV ha lasciato la Casa Vescovile e si è trasferito in auto al Porto di Santa Cruz de Tenerife, dove alle ore 13.10 (14.10 ora di Roma) ha presieduto la Santa Messa nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
Al Suo arrivo al porto, il Pontefice ha compiuto un giro in papamobile tra i circa 40.000 fedeli.
Dopo i riti di introduzione e la Liturgia della Parola, il Papa ha pronunciato la Sua Omelia.
Al termine della Celebrazione Eucaristica, dopo le parole del Vescovo di San Cristóbal de La Laguna, Tenerife, S.E. Monsignor Eloy Alberto Santiago Santiago, il Papa ha rivolto ai fedeli presenti alcune parole di saluto e di ringraziamento prima della benedizione.
Quindi, dopo il rientro in sagrestia, Papa Leone XIV ha lasciato il Porto di Santa Cruz de Tenerife e si è trasferito in auto all’Aeroporto di Tenerife Norte – Los Rodeos per la Cerimonia di congedo dalla Spagna.
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OMELIA DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle,
è una grazia incontrarci nel giorno in cui il cuore di Cristo si lascia da noi contemplare come il cuore della storia. Sono lieto di celebrare con voi l’Eucaristia, rendendo grazie per la fede e la carità di cui ho ricevuto tante testimonianze in questo viaggio apostolico e che rendono anche il vostro arcipelago, così noto per la sua bellezza e la sua accoglienza, un luogo in cui il Signore Risorto ci precede e si manifesta. Davanti a noi il mare richiama l’infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa (cfr Gaudium et spes, 1). Nessun essere umano, infatti, è un’isola; la collocazione geografica di questa Diocesi e le sfide pastorali che la impegnano testimoniano che siamo nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio. Sia rimanendo per una vita intera nello stesso luogo, sia scegliendo o essendo costretti a partire nessuno è mai fermo. È questo il segreto del cuore: l’intima chiamata all’esodo e all’incontro.
Il cuore di Gesù ci rivela come non perderci, però, in un dinamismo sterile: «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). C’è vita quando si dona la vita. Altrimenti si gira a vuoto. Infatti, «Come ricorda il Concilio, la persona umana è chiamata alla comunione con Dio e “non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”: la sua vocazione più profonda è entrare nel movimento trinitario dell’amore ricevuto e condiviso» (Magnifica humanitas, 48). Papa Francesco osservava: «Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente» (Laudato si’, 225). Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull’isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo. Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto. «Quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia» (Laudato si’, 223). Interpretate così, cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione all’accoglienza.
Il Vangelo, oggi, sembra radicalizzare questa sfida e ci ricorda la ricchezza dei poveri: un paradosso che riguarda direttamente la vita di Gesù, la sua verità, la via su cui ci chiede ancora di seguirlo. Nella pagina che abbiamo ascoltato benedice il Padre per questo: è ai piccoli – che nel contesto significa ai minimi, a quelli che nessuno stima capaci di pensiero e di parola – che Dio ha rivelato sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo. Con l’Esortazione apostolica Dilexi te ho inteso porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa.
È un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne: «Cresciuti nell’estrema precarietà, imparando a sopravvivere nelle condizioni più avverse, fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui, i poveri hanno imparato tante cose che conservano nel mistero del loro cuore. Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita» (Dilexi te, 102). Il Signore, che riprende e corregge quelli che ama (cfr. Ap 3,19), desidera rendere semplice e lieta la vita della nostra Chiesa.
Carissimi fratelli e sorelle, grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest’isola un luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di persone e comunità fraterne. «Noi abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16): questa confessione di fede trasmessaci dalla Prima lettera dell’Apostolo Giovanni si riverberi sempre su di voi, vi motivi alla preghiera e all’azione. Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia. Respirino fra voi che «Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Questo è il cuore del Vangelo, il cuore di Cristo. Chi vi si immerge non vive più per sé stesso. Aprite a tutti questo mare di amore! È il mio augurio e la mia preghiera per voi e per tutti coloro che incontrate nel vostro cammino.
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Ringraziamento finale al termine della S. Messa
La ringrazio di cuore, Eccellenza, e con Lei tutto il popolo di Tenerife, i suoi Pastori e le Autorità civili.
Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione eucaristica si conclude il mio Viaggio apostolico in Spagna. Rendo grazie a Dio e a tutti coloro che mi hanno accolto e che in mille modi hanno collaborato alla preparazione e alla realizzazione dei diversi momenti a Madrid, a Barcellona e Montserrat e qui nelle Isole Canarie.
Riparto per Roma commosso per il grande affetto che mi ha circondato e confortato dalle testimonianze di fede e di amore per la Chiesa, espressioni del grande cuore cattolico della Spagna.
Da questo Porto, che porta il nome della Santa Croce, il pensiero si allarga al mondo intero e alle sue ferite, che fanno soffrire intere popolazioni. A tutti vorrei rivolgere il motto di questo mio Viaggio: “Alzate lo sguardo!”. Sì, volgiamo lo sguardo a Cristo Crocifisso: il suo Cuore è la fonte della misericordia, che sola può salvare l’umanità bisognosa di perdono e di riconciliazione per giungere a una pace vera e duratura. Alziamo lo sguardo come fece Maria, la Madre di tutti i sofferenti, e guidati da lei riprendiamo il cammino con speranza!
Amati fratelli e sorelle! Grazie di cuore! Rimaniamo uniti nella preghiera e nella comunione in Cristo e nella santa Chiesa.
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Da Tenerife, nell’ultima giornata del viaggio apostolico in Spagna,
il forte monito di Leone XIV ai trafficanti di esseri umani
«Fermatevi! Convertitevi!»
«Per ogni vita perduta dovrete comparire davanti alla giustizia divina»
«Da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi!» È il monito lanciato a gran voce da Leone XIV dalla Plaza del Cristo de La Laguna a Tenerife, luogo dell’incontro con le realtà di integrazione dei migranti, nella mattinata di oggi, 12 giugno, settimo e ultimo giorno del viaggio apostolico in Spagna.
Per ogni vita perduta, famiglia ingannata, corpo sottomesso, donna minacciata e lavoratore sfruttato, «dovrete comparire davanti alla giustizia divina», ha proseguito il Papa, invitando i trafficanti a spezzare le catene, liberare quanti tengono prigionieri, restituire ciò che è stato sottratto e riparare quanto si può. «Ritornate finché c’è ancora tempo — ha esortato con forza — perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione».
«L’accoglienza apre la porta», ma «l’integrazione aiuta a varcare la soglia» ha rimarcato il Papa prima di lasciare San Cristóbal de La Laguna, la «città senza mura» ultima tappa della settimana iberica, per raggiungere il Porto di Santa Cruz de Tenerife. Lì, nell’omelia della messa, ha ricordato che nessun essere umano «è un’isola» e che «siamo nati per l’incontro». Precedentemente, il Pontefice aveva visitato il Centro di accoglienza Las Raíces, definendo i migranti portatori di un «tesoro di umanità, di sogni e di cultura».
Focus sull’accoglienza anche ieri pomeriggio a Gran Canaria, dove il Pontefice — il primo a visitare l’arcipelago spagnolo nell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa nord-occidentale — incontrando il clero locale nella cattedrale di Sant’Anna, aveva incoraggiato all’amore «che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili». E, in serata, alla messa presieduta nello stadio di Gran Canaria, ancora un pensiero per le «anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare».
Apertura verso il prossimo, integrazione, comunione e unità sono quindi stati i fili conduttori dipanati nell’intera permanenza del vescovo di Roma in Spagna, fin dal discorso ai parlamentari — il primo di un Papa nella sede del Congresso dei deputati iberici a Madrid — con l’auspicio che il Paese sia «terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza».
Poi, sempre dalla capitale spagnola, l’invito all’«unità nella pluralità» per i vescovi, la missione di imparare «l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità» affidata alla comunità diocesana allo stadio «Santiago Bernabéu» e l’appello ad «abbattere muri» pronunciato dalla cattedrale di Santa María la Real de la Almudena.
Di armonizzare «la diversità delle nostre idee e sensibilità» per un luogo «accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è» il Papa aveva parlato anche allo stadio «Lluís Companys» di Barcellona, la metropoli catalana seconda tappa in terra iberica, e ai detenuti e alle detenute del Centro penitenziario Brians I. E dalla basilica di Nostra Signora di Montserrat era riecheggiata la supplica affinché «l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace».
Questa, dunque, è la consegna di Leone XIV alla Spagna, al termine di un intenso viaggio che lo ha condotto fin dove finisce l’Europa e inizia il mare.
Nel pomeriggio, la partenza del Pontefice alla volta di Roma.
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Vedi anche il post precedente: