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domenica 12 aprile 2026

VEGLIA DI PREGHIERA PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE 11/04/2026 - Leone XIV: preghiamo per la pace, si fermi chi uccide e vuole il mondo in ginocchio (cronaca/commento, testi e video integrali)


PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE


VEGLIA DI PREGHIERA 

PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

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Il Papa: preghiamo per la pace,
si fermi chi uccide e vuole il mondo in ginocchio

Al termine del Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro, Leone XIV esorta ad affrontare “come umanità e con umanità quest’ora drammatica della storia”. In un mondo in cui “sembrano non bastare i sepolcri”, il Pontefice denuncia le “inderogabili responsabilità dei governanti” e il “delirio di onnipotenza” che trascina “persino nei discorsi di morte” il nome di Dio. Il Suo, al contrario, è un regno senza droni, banalizzazioni del male o ingiusti profitti, ma fondato su dignità e perdono



“Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.”

Mettersi in ginocchio per trovare, nella preghiera, “una briciola di fede” e non arrendersi all'apparente “destino già scritto”: quello di sepolcri che non bastano più a contenere corpi annientati “senza diritto e senza pietà”. Pretendere invece di mettere in ginocchio gli altri, accecati dal "delirio di onnipotenza", dalla banalizzazione del male e dagli ingiusti profitti, fino a trascinare “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio". Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Leone XIV al termine del Rosario per la pace di oggi, 11 aprile, nel crepuscolo di Piazza San Pietro, che assume la coreografica rappresentazione della lotta tra il buio “di quest’ora drammatica della storia”, al cui banco vengono evocate le “inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni” e di quei tavoli in cui “si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”, e la luce del Regno di Dio, che spezza la “catena demoniaca del male”, intrecciata di droni e vendette. Con una certezza, “gratuita, universale e dirompente”, su chi avrà l’ultima parola:

Siamo un popolo che già risorge!

Fedeli di diverse etnie pregano insieme (@Vatican Media)

"La guerra divide, la speranza unisce"

Leone prende parola dopo la recita dei Misteri gloriosi, intervallati da meditazioni dei Padri della Chiesa. Una preghiera espressione di quella fede che, per bocca di Gesù, “sposta le montagne”. Ringrazia i fedeli presenti, circa 7mila in Basilica e 3mila all'esterno, e quanti uniti spiritualmente da tanti altri luoghi del mondo.

La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia.

Il Papa in preghiera (@Vatican Media)

"Niente ci può chiudere in un destino già scritto"

La preghiera, medita il Papa, non è “rifugio” per scappare dalle responsabilità, né “anestetico” per fuggire “il dolore che tanta ingiustizia scatena”. Piuttosto, è la “risposta alla morte” che invita ad alzare lo sguardo e a rialzarsi dalle macerie.

Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

"Mai più la guerra!"

Numerosi, i conflitti di oggi, ma non nuovi. Si rinfrescano quindi di attualità, benché drammatica, le parole dei Papi sulle guerre. Leone XIV ricorda quelle di san Giovanni Paolo II nel contesto della crisi irachena del 2003, in cui Papa Wojtyła, ricordando un’ulteriore esperienza di conflitto vissuta in prima persona, quella della Seconda guerra mondiale, esortava specialmente i giovani a dire, al pari di san Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite: “Mai più la guerra!”

Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità.

"Un argine a quel delirio di onnipotenza"

Lungi quindi dall’essere un atto puramente passivo, la preghiera, riflette il Papa, “educa ad agire”, congiungendo le “limitate possibilità umane” con le “infinite possibilità di Dio”. Così, pensieri, parole e opere disgregano il male, mettendosi al servizio del Regno celeste.

Un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita.

"Basta con l'idolatria di se stessi e del denaro"

Dal sogno di un mondo “di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli”, la realtà muta in un “incubo notturno” popolato da nemici e minacce, anziché da “chiamate all’ascolto e all’incontro”.

Basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita.

Leone XIV cita quindi san Giovanni XXIII, che nella sua enciclica Pacem in terris, scriveva che “dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana”, e riprendendo a sua volta le parole “lapidarie” di Pio XII aggiungeva “nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra”.

"Inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni"

Le parole dei Pontefici si sommano alle “energie morali e spirituali” di miliardi di persone che ancora credono e scelgono la pace. E tra di esse, sono le voci dei più piccoli le più meritevoli di ascolto.

Ascoltiamo la voce dei bambini!

Una bambina presente in Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

Il Papa menziona le lettere che riceve da quanti vivono in zone di conflitto, e come in esse si percepisca la “verità dell’innocenza” e la “disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio”.

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!

"Torniamo a credere nell'amore"

A tali oneri, tuttavia, non viene meno l’intera società umana, che “ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole”. E lo fa convertendo i cuori e le menti a un "Regno di pace", costruito negli ambienti che si vivono quotidianamente, “rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro”.

Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

"Come una roccia che si scava goccia dopo goccia"

Leone XIV si sofferma poi sulla natura della preghiera mariana del Rosario, con di fianco a lui la statua di Maria Regina Pacis, trasferita lo scorso 9 aprile in Piazza San Pietro dall’omonima parrocchia romana nel quartiere Monteverde. Sul ritmo regolare di tale orazione, che richiama a un’armonia che si fa spazio “così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento”. Tempi “lunghi della vita”, ma “segno della pazienza di Dio”.

Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite.

Citando un altro Pontefice, il suo predecessore Francesco, il Papa sottolinea il bisogno di “artigiani di pace” che agiscano con “ingegno e audacia” in quell’“architettura” nella quale intervengono le varie istituzioni della società.

"A servizio della riconciliazione e della pace"

A sottolineare l’universalità della pace, nella successione dei Misteri gloriosi sono fedeli provenienti dai cinque continenti ad accendere altrettanti lumi, attingendo la fiamma dalla Lampada della pace proveniente da Assisi. La preghiera, poi, termina, ma non l’impegno nell’orazione, che Leone XIV invita a rinnovare sulla via del ritorno a casa.

La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale.

Fedeli africane accendono un lume (@VATICAN MEDIA)

"Siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza"

Concludendo la riflessione, il Papa cita il suo messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, dove auspicava che ogni comunità potesse diventare “casa della pace”, per mostrare che essa “non è un’utopia”.

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza.

"Una pace nuova"

Pochi minuti prima della recita del Rosario, il Papa saluta i fedeli raccolti in Piazza San Pietro, per seguire il momento di orazione dai megaschermi. "Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata", è la sincera riconoscenza espressa dal Pontefice.



Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze.
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 11/04/2026)

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Testi integrali

Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro


Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.

Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.

[Benedizione]

Grazie a tutti, buona preghiera.

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Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace


Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!


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Guarda il video integrale


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 23 - 2025/2026 - II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

II DOMENICA DI PASQUA
o della Divina Misericordia anno A

Vangelo:
Gv 20,19-31

Dopo essersi manifestato a Maria di Magdala, Gesù si rende presente in mezzo ai suoi barricati nel Cenacolo per paura delle autorità religiose. «Del Cenacolo ne hanno fatto la loro tomba. Mentre il sepolcro è aperto e vuoto, il luogo che li vede riuniti è sprangato e odora di morte come il loro cuore» (cit.). Ma il Vivente irrompe vincitore nonostante le nostre chiusure, la nostra morte, e ci mostra mani e costato, segni visibili del suo amore per noi, ferite dalle quali scaturisce, come torrente perenne, la nostra salvezza (cfr. Is 53,5). E affinché anche noi possiamo vivere da risorti, ci fa dono del suo Shalom, dandoci la vita vera attraverso il Soffio del suo Spirito. Lo stesso Spirito che, al Battesimo, aveva dimorato sull'Agnello di Dio (Gv 1,32-33), viene ora effuso anche su di noi, affinché possiamo continuare l'opera da Lui iniziata. E' la nuova Pentecoste, la nascita del nuovo Israele, la nascita della Chiesa. E', però, una comunità incompleta, orfana di Giuda, il figlio della perdizione, e anche di Tommaso-Didimo, gemello nostro e della nostra incredulità. Fuori dal gruppo dei discepoli che hanno contemplato il volto del Risorto e ricevuto il suo Spirito, Tommaso non crede alla testimonianza dei suoi amici e pretende di vedere e toccare. L'occasione gli verrà data solo «otto giorni dopo» quando sarà presente anche lui, nel giorno in cui la Comunità si riunisce per fare memoria del Signore Risorto. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati a credere senza vedere e senza toccare. E' all'interno della Comunità che ogni credente fa esperienza di Gesù Crocifisso e Risorto: nell'ascolto della sua Parola che illumina e vivifica; nell'Eucaristia, Pane della Vita, nutrimento indispensabile per il nostro cammino di fede; nella Carne sofferente dei Poveri che Gesù ci ha comandato di amare e servire, Ostensori viventi della Sua Presenza nel mondo, davanti alle cui piaghe siamo ogni giorno chiamati ad esclamare: «Signore mio e Dio mio!»


sabato 11 aprile 2026

IN MEZZO “I miei dubbi non fermano il Signore ... Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere.” - II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

IN MEZZO


I miei dubbi non fermano il Signore... 
Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. 


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Gv 20,19-31
  
IN MEZZO
 
I miei dubbi non fermano il Signore ... Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere.

I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei Giudei, delle guardie, della folla, dei soldati romani. E anche per paura di se stessi.

E tuttavia Gesù viene. In quella casa dove sono allo stretto, in quella stanza dove manca l’aria, Gesù viene.

Otto giorni dopo sono ancora tutti lì. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo a loro… (Gv 20,26). Non a distanza, non sopra, ma ‘in mezzo a loro’.
Otto giorni dopo, secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse. Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora tutti chiusi in quella stanza.

E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o una promesse, ma di una affermazione: la pace è, è qui.
È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. I miei dubbi non fermano il Signore; se ha trovato chiuso, non se n’è andato, ha continuato il suo assedio per me, e questo mi consola. Gesù si consegna ancora ai discepoli facili alla viltà e alla bugia, senza stancarsi di noi.

Qualcuno però va e viene da quella stanza: Tommaso, il coraggioso. Quello che aveva sfidato la città, che era uscito. Tommaso con i piedi per terra: “se non vedo e non tocco, non crederò”. Gesù stesso l’aveva formato alla libertà e alla ricerca. Gesù e Tommaso si cercano.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Vuole delle garanzie e ha ragione, perché se Gesù è vivo tutta la sua vita ne sarà sconvolta.
“Guarda, tocca metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Gesù rispetta la fatica e i dubbi di Tommaso; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non vuole umiliarlo, ma lo spinge allo stupore, si espone con la meraviglia di quelle ferite aperte da cui non sgorga più sangue ma luce.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno aperte per l’eternità.

Toccami! Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato e messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, con questa umiltà, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi neppure se loro l’hanno abbandonato.
È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: “mio Signore e mio Dio”. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi. E ripete quel piccolo “mio” che cambia tutto, che non indica possesso, ma legame.

“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica; ma che finalmente sento mia, col rischio di essere felice.

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa: la poesia che svela una verità ancora attuale

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa:
la poesia che svela una verità ancora attuale

Scopri il significato de "La ninna-nanna de la guerra” di Trilussa: una potente poesia che smaschera la barbarie di tutte le guerre.


La ninna-nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che attraversa il tempo e continua a interrogare la coscienza di chi legge. Trilussa compie una scelta che spiazza. Usa la forma più dolce che esista, quella della ninna nanna, e la mette accanto alla realtà più dura. Una voce culla un bambino, lo invita a dormire, a non vedere. Fuori, però, il mondo è attraversato da violenza, interessi, decisioni prese lontano da chi le subisce.

È in questo contrasto che la poesia prende forza. Non alza il tono, non cerca effetti. Lascia emergere una verità che si insinua lentamente: mentre qualcuno parla di ideali, di valori, di necessità, c’è sempre qualcun altro che paga il prezzo più alto.

E così, senza bisogno di riferimenti espliciti, la poesia resta vicina anche al presente. Perché ogni volta che il mondo si trova davanti a nuove tensioni, nuove minacce, nuove escalation, tornano gli stessi interrogativi. Chi decide. Chi guadagna. Chi perde. Chi resta.

La poesia non offre risposte consolatorie. Fa qualcosa di più scomodo, costringendo a guardare la guerra per ciò che è, senza filtri. E a riconoscere quanto, sotto linguaggi diversi e scenari diversi, certe dinamiche continuino a ripetersi.

Scritta nel 1914, all’inizio della Prima guerra mondiale, nasce dentro un momento storico preciso, ma riesce a superarlo. Non resta legata a un conflitto, a un’epoca, a una circostanza. Diventa uno sguardo lucido e disarmante su ciò che la guerra è davvero, al di là delle parole con cui viene raccontata.

Leggiamo la poesia di Trilussa per scoprirne il purtroppo sempre attuale significato.

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

La guerra vista nella sua essenza senza nessuna illusione

La Ninna nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che sposta lo sguardo. Non racconta la guerra come viene presentata, ma come si manifesta davvero quando la si osserva da vicino, dal punto di vista di chi la subisce.

Dentro i versi prende forma una consapevolezza che attraversa il tempo. La guerra non è mai soltanto ciò che viene dichiarato. Non è solo difesa, identità, appartenenza. È anche un sistema fatto di interessi, equilibri, convenienze. Un sistema in cui il valore della vita umana rischia di diventare secondario.

Trilussa mette in discussione le giustificazioni più ricorrenti. Mostra come le idee, la fede, la razza, la patria, possano essere usate per coprire decisioni che hanno radici molto più concrete. E allo stesso tempo fa emergere un altro elemento, meno visibile ma decisivo: il rapporto tra guerra ed economia, tra conflitto e profitto.

C’è poi un aspetto ancora più amaro, che riguarda ciò che accade dopo. Chi ha contribuito allo scontro torna a parlarsi, a ricostruire relazioni, a pronunciare parole di pace. E intanto resta chi ha pagato il prezzo più alto, spesso senza nemmeno essere ascoltato.

In questo senso la poesia non si limita a essere una denuncia. Diventa una chiave per leggere ciò che accade ogni volta che la violenza viene raccontata come necessaria. Ci invita a guardare sotto le parole, a riconoscere ciò che resta uguale anche quando tutto sembra cambiare.

Una poesia dentro il tempo della guerra

Quando Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, scrive questi versi siamo nel 1914. L’Europa sta entrando in un conflitto che cambierà profondamente la storia e la percezione stessa della guerra. Anche in Italia il dibattito è acceso, diviso tra chi sostiene l’intervento e chi prova a opporsi.

La poesia entra a far parte della raccolta Lupi e agnelli, pubblicata nel 1919, ma composta negli anni della guerra. Il titolo richiama una dinamica semplice e universale: quella tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca Ninna nanna de la guera.

In un clima culturale in cui alcuni intellettuali esaltano il conflitto come forza capace di rinnovare il mondo, come nel caso di Filippo Tommaso Marinetti o di Gabriele D’Annunzio, Trilussa sceglie una posizione diversa. Non si affida alla retorica, ma a uno sguardo che resta vicino alla realtà delle persone.

È uno sguardo che intercetta una sensazione diffusa, ovvero quella di trovarsi dentro qualcosa di più grande, che avanza e travolge, lasciando poco spazio alla comprensione e ancora meno alla possibilità di scelta.

Una ninna nanna contro la guerra e la barbarie

La poesia si apre con un tono che sembra quasi innocuo. La voce è quella di una ninna nanna, familiare, quotidiana. Un bambino da far dormire, un ritmo che rassicura. Ma già nei primi versi qualcosa si incrina. I nomi evocati, deformati e quasi caricaturali, rimandano ai potenti del tempo.

Figure lontane, trasformate in presenze grottesche, che entrano nella filastrocca come se fossero parte di un mondo irreale. È un modo sottile per ridimensionarli, per togliere loro quell’aura di grandezza con cui vengono raccontati.

Subito dopo, la voce cambia leggermente direzione. Non si limita più a cullare, ma introduce una prima verità: meglio dormire, perché restare svegli significa vedere. Vedere le “infamie”, i “guai”, ciò che accade davvero nel mondo. È un passaggio decisivo. La ninna nanna non protegge soltanto il bambino, ma lo allontana dalla consapevolezza. Come se la realtà fosse troppo dura per essere guardata senza filtri.

Quando la poesia entra nel cuore della guerra, il linguaggio resta semplice, ma il contenuto si fa sempre più netto. Trilussa parla di persone che si uccidono per un comando, per un’idea, per qualcosa che non si vede. La fede, la razza, diventano parole che giustificano, che coprono. Dietro, però, resta l’immagine più crudele: quella di chi guida e osserva, mentre altri combattono e muoiono.

È qui che emerge una delle intuizioni più forti della poesia. La guerra non è soltanto uno scontro tra popoli, ma un meccanismo in cui il potere si protegge e si legittima. Il “Sovrano macellaro” non è una figura lontana e astratta. È il simbolo di un’autorità che decide e, allo stesso tempo, trova sempre un modo per giustificarsi.

Quando compaiono i versi sul “giro de quatrini”, la poesia cambia ancora profondità. Tutto ciò che era stato raccontato fino a quel momento trova una spiegazione ulteriore. Non basta parlare di ideali. C’è anche un sistema economico che si muove, che alimenta la guerra, che la rende conveniente per qualcuno. È una verità che non viene gridata, ma lasciata emergere con naturalezza, quasi fosse evidente.

Nel finale, il tono si fa ancora più amaro. Dopo il “macello”, tutto torna come prima. I potenti si ritrovano, si parlano, ristabiliscono rapporti. La guerra, che per molti è stata perdita totale, per altri diventa un episodio chiuso, superato. E in mezzo resta il popolo, definito con un’ironia che brucia: risparmiato dal cannone, ma non dall’inganno.

La ninna nanna torna allora al suo punto di partenza, ma non è più la stessa. Non è solo un canto per far dormire. È un modo per mostrare quanto la realtà possa essere nascosta, attenuata, resa accettabile. Trilussa non invita davvero a chiudere gli occhi. Al contrario, suggerisce che forse è proprio questo il problema: continuare a dormire mentre tutto accade.

E in questo movimento, così semplice e così preciso, la poesia riesce a fare qualcosa di raro. Non descrive soltanto la guerra. Ne svela il funzionamento umano, quello che resta uguale anche quando cambiano i tempi, i nomi, le armi. Per questo, leggerla oggi non dà la sensazione di guardare al passato, ma di riconoscere qualcosa che continua a ripetersi.

Una ninna nanna che continua a svegliarci

Rileggere oggi La ninna nanna de la guerra significa fare i conti con qualcosa che non riguarda solo la storia, ma il presente continuo dell’essere umano.

Perché ciò che Trilussa mette a nudo non è soltanto la guerra come evento, ma la logica che la rende possibile. Una logica che si ripete, che cambia linguaggio ma non sostanza. Ogni volta troviamo parole nuove per raccontarla – sicurezza, equilibrio, difesa, ordine – ma il meccanismo resta lo stesso: la vita di qualcuno diventa il prezzo necessario per gli interessi di qualcun altro.

E forse la parte più difficile da accettare non è nemmeno questa. È il fatto che tutto questo riesca a essere normalizzato. Che si possa convivere con l’idea della guerra, commentarla, analizzarla, persino giustificarla, senza sentirne davvero il peso umano. È qui che la poesia di Trilussa diventa più scomoda: perché rompe questa distanza, perché costringe a vedere.

La ninna nanna, allora, non è solo un’immagine poetica. È una metafora potentissima. È il modo in cui una società si racconta le cose per renderle sopportabili. È il tentativo di addolcire ciò che non dovrebbe esserlo, di proteggersi dalla realtà invece di affrontarla.

Ma sotto quella voce che culla, resta tutto. Restano i corpi, le vite spezzate, le case perdute, le esistenze interrotte. Restano le conseguenze che non entrano nei discorsi ufficiali, ma che segnano generazioni intere.

Per questo Trilussa continua a parlarci. Non perché anticipi il presente, ma perché ne rivela una struttura profonda, quasi immutabile. Ci ricorda che la guerra non è un’anomalia, ma una possibilità sempre pronta a riemergere quando il potere si separa dalla responsabilità, quando l’altro smette di essere una persona e diventa un numero, una distanza, una strategia.

E allora quella ninna nanna cambia significato. Non è più un canto per far dormire un bambino. È una domanda che resta aperta, rivolta a chi legge: quanto siamo disposti a restare svegli davanti a ciò che accade davvero.
(fonte: Libreriamo, articolo di Saro Trovato 07/04/2026)

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Gaza: 2 bambini uccisi o feriti ogni giorno, nonostante la tregua

Gaza: 2 bambini uccisi o feriti ogni giorno, nonostante la tregua

A 6 mesi dal cessate il fuoco la situazione resta drammatica. La denuncia di Save the Children: «Questa non è pace, il piano è fallito»

Mahmoud Shakshak, 36 anni, con i corpi dei suoi due figli Fady, 5 anni, e Sara, 8 anni, 
uccisi nel campo profughi di Al Shatea il 29 ottobre 2025, durante la tregua EPA

A sei mesi dall’accordo di cessate il fuoco a Gaza, la situazione per bambini e bambine nella Striscia resta drammatica: almeno due minori vengono uccisi o feriti ogni giorno. È quanto emerge dal monitoraggio condotto da Save the Children con altre quattro organizzazioni, Consiglio Danese per i Rifugiati, Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Oxfam e Refugees International.
I dati raccolti raccontano una realtà ben diversa da quella promessa. Le misure previste per garantire la protezione dei civili, l’accesso agli aiuti umanitari, la libertà di movimento, la ricostruzione e lo sviluppo economico, sono rimaste in gran parte disattese. Nel mentre la popolazione palestinese continua a vivere in condizioni di estrema difficoltà, tra insicurezza alimentare, accesso limitato ai servizi essenziali e continui attacchi. Le restrizioni alla libertà di movimento e gli ostacoli all’ingresso degli aiuti aggravano ulteriormente una crisi già devastante, colpendo in modo particolare bambini e bambine. «Questa non è pace per i bambini di Gaza. L'accordo di cessate il fuoco non si è tradotto in una reale protezione per i minori né ha creato le condizioni per la ripresa», denuncia Inger Ashing, CEO di Save the Children International.

Secondo l’organizzazione, che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, il piano promosso dall'amministrazione Trump e approvato dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è fallito: non ha infatti garantito protezione ai civili né accesso adeguato agli aiuti.
Per i bambini e le bambine di Gaza, la vita quotidiana resta segnata da privazioni e paura. La carenza di cibo, l’accesso limitato all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari e l’impatto continuo della violenza rendono impossibile una crescita sicura. A questo si aggiungono le conseguenze sulla salute mentale: traumi, stress e insicurezza stanno compromettendo profondamente il benessere psicologico di un’intera generazione. E, nonostante i bisogni crescenti, l’accesso umanitario continua a essere fortemente limitato. «Persino le sue disposizioni umanitarie – le più semplici da attuare – come l’ingresso degli aiuti, continuano a essere ostacolate. Siamo pronti ad ampliare il nostro intervento e a sostenere la popolazione di Gaza, ma dobbiamo poter svolgere il nostro lavoro», ha detto ancora Ashing.
(fonte: Famiglia Cristiana 10/04/2026)


venerdì 10 aprile 2026

Leone XIV: domani il Rosario per la pace, “in quest’ora oscura della storia” - Veglia di preghiera dell’11 aprile. Le Chiese in Italia aderiscono all’invito del Papa

Leone XIV: domani il Rosario per la pace,
“in quest’ora oscura della storia”

Domani il Papa chiama a raccolta il suo popolo per recitare un Rosario per la pace. Alle 18 la veglia di preghiera a San Pietro, che si inserisce nella consuetudine dei suoi predecessori di affidare a Maria le sorti dell’umanità, nei momenti più bui della storia

(Foto Siciliani - Gennari/SIR)

Un Rosario per la pace: Leone XIV, che della pace “disarmata e disarmante” ha fatto la cifra del suo pontificato fin dalle prime parole dalla Loggia delle Benedizioni, chiama ancora una volta a raccolta il suo popolo, domani nella basilica di San Pietro, per aprire uno spiraglio di speranza “in quest’ora oscura della storia” dilaniata dalle guerre. Lo aveva già fatto il 24 settembre scorso, quando al termine dell’udienza generale aveva lanciato un appello a pregare ogni giorno, nel mese di ottobre, il Rosario per la pace, annunciando a sorpresa ai fedeli che lo avrebbe presieduto l’11 ottobre 2025 in piazza San Pietro, nel contesto del Giubileo della spiritualità mariana: una data scelta non a caso, poiché coincide con il giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di San Giovanni XXIII – autore della Pacem in Terris – e commemora l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. La pace, aveva detto in quell’occasione il Pontefice chiedendo ai potenti del mondo l’audacia del disarmo, davanti alla statua della Madonna di Fatima,

“non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono”.

Domani la Veglia si svolgerà, alle 18 , mentre il mondo è alle prese con il rischio di una “escalation” del conflitto in Medio Oriente, nello scenario di quella che Papa Francesco ha definito una “terza guerra mondiale a pezzi”. Il primo papa nordamericano della storia, con l’iniziativa di domani, si inserisce così in una consuetudine che ha caratterizzato la storia dei papati più recenti, quando nei momenti più drammatici il successore di Pietro si è rivolto alla figura materna di Maria per affidarle le sorti dell’umanità nelle sue ore più buie. Ripercorriamo alcuni di quei momenti.

Giovanni Paolo II: “mai più la guerra”. “Il cuore di tutti noi è colmo di dolore per la guerra in corso nella regione del Golfo, da cui di giorno in giorno ci giungono notizie sempre più preoccupanti, per il numero di combattenti e la quantità di armi impiegate, come anche per il coinvolgimento nel conflitto di intere popolazioni civili”, le parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante il Rosario per la pace, il 2 febbraio 1991: “Il tutto è reso ancora più angoscioso dal fatto che questo sconsolante quadro rischia di estendersi nel tempo e nello spazio, in modo tragico e con conseguenze incalcolabili”.

“Come uomini e come cristiani, non dobbiamo abituarci all’idea che tutto ciò sia ineluttabile e al nostro animo non deve essere permesso di cedere alla tentazione dell’indifferenza e della rassegnazione fatalistica, quasi che gli uomini non possano non essere coinvolti nella spirale della guerra”,

l’appello: “Invochiamo la luce divina per coloro che, negli ambiti internazionali, continuano a ricercare cammini di pace, sforzandosi di mettere fine alla guerra e hanno la ferma volontà di trovare, pacificamente e con desiderio di giustizia, adeguate soluzioni ai vari problemi del Medio Oriente. Chiediamo al Signore che illumini i responsabili delle parti in causa nel conflitto, affinché trovino il coraggio di abbandonare il cammino del confronto bellico, e di affidarsi, con sincerità, al negoziato, al dialogo e alla collaborazione”. Dieci anni dopo, in seguito agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York, Papa Wojtyla ha indetto per il 14 dicembre un giorno di digiuno e preghiera per supplicare “una pace stabile, fondata sulla giustizia” e “adeguate soluzioni ai molti conflitti che travagliano il mondo”.

Papa Francesco: “apri spiragli di luce nella notte dei conflitti”. “Invochiamo da te, Madre, la misericordia di Dio, tu che sei Regina della pace! Converti gli animi di chi alimenta l’odio, silenzia il rumore delle armi che generano morte, spegni la violenza che cova nel cuore dell’uomo e ispira progetti di pace nell’agire di chi governa le Nazioni”. Era il 6 ottobre 2024, quando Papa Francesco, alla vigilia del primo anniversario dell’attacco terroristico di Hamas ad Israele, pronunciava queste parole nella basilica di Santa Maria Maggiore, davanti alla Salus Popoli Romani, recitando il Rosario per la pace nel mondo e rivolgendo alla Vergine un’accorata supplica. Già dopo sei mesi di pontificato, il 7 settembre 2013, Jorge Mario Bergoglio aveva chiesto di pregare per la Siria, il Medio Oriente e il mondo. Dopo la Siria, è stata la volta della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan, nel 2017. Nel 2020 la preghiera per il Libano, un anno dopo l’Afghanistan e dal 2022 della “martoriata Ucraina”, sconvolta ancora oggi da una guerra che non conosce tregua.

“Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi alimenta e fomenta conflitti”,

le invocazioni mariane nel Rosario per la pace del 27 ottobre 2023: “Asciuga le lacrime dei bambini – in quest’ora piangono tanto! –, assisti chi è solo e anziano, sostieni i feriti e gli ammalati, proteggi chi ha dovuto lasciare la propria terra e gli affetti più cari, consola gli sfiduciati, ridesta la speranza. Ti affidiamo e consacriamo le nostre vite, ogni fibra del nostro essere, quello che abbiamo e siamo, per sempre. Ti consacriamo la Chiesa perché, testimoniando al mondo l’amore di Gesù, sia segno di concordia, sia strumento di pace. Ti consacriamo il nostro mondo, specialmente ti consacriamo i Paesi e le regioni in guerra. Il popolo fedele ti chiama aurora della salvezza: Madre, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti. Tu, dimora dello Spirito Santo, ispira vie di pace ai responsabili delle nazioni”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 10/04/2026)

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Veglia di preghiera dell’11 aprile.
Le Chiese in Italia aderiscono all’invito del Papa


Nel giorno di Pasqua, Papa Leone XIV ha chiesto di far «udire il grido di pace che sgorga dal cuore», invitando «tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile». 

Le Chiese in Italia aderiscono al pressante appello del Pontefice a implorare dal Cristo Risorto il dono della riconciliazione. «Noi cristiani sappiamo che è possibile sperare contro ogni speranza, nonostante la morte che vediamo presente – come ci ha ricordato il Papa – “nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”. Per questo, invitiamo i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutto il popolo dei credenti a partecipare alla veglia presieduta dal Papa o a raccogliersi in preghiera nelle comunità locali: fermiamo il vortice del dolore, della sofferenza e della devastazione, diciamo il nostro ‘no’ alla guerra, non abituiamoci all’orrore», afferma il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.
(fonte: CEI 05/04/2026)

Iran, tregua esigua e ambigua

Iran, tregua esigua e ambigua

L’annuncio dato a Washington di due settimane di sospensione delle attività belliche, pur avvolto nelle nebbie della propaganda che nasconde le difficoltà sul campo, è comunque una buona notizia. Da confermare

Un soldato libanese vicino a un edificio residenziale distrutto da un raid aereo israeliano nel quartiere di Ain Mreisseh a Beirut, in Libano, il 9 aprile 2026. Ansa, EPA/WAEL HAMZEH

Quando le armi tacciono, appare ovvio, è sempre un bene in sé, perché vuol dire vite risparmiate, paure che vengono attutite e diplomazie al lavoro. Ma tregua non vuole ancora dire pace, e anzi può voler dire anticamera di un inasprimento dei conflitti armati. Le tregue sono, come sempre, esigue e ambigue.

La tregua è esigua semplicemente perché basta un nonnulla per vanificarla, per farla saltare per aria, come la storia insegna: un messaggio mal compreso, una mediazione che si rivela di parte, un errore balistico, un fiotto di adrenalina mal controllato possono dar la buona scusa per ricominciare a darsele di santa ragione. La volatilità degli umori di chi ha in mano le sorti del conflitto o la scarsa comprensione di quel che accade dietro le quinte possono giocare brutti scherzi.

La tregua è ancor più esigua quando non è generale ma solo parziale, come accade in occasione di questa guerra a proposito del martirizzato Libano, in cui uno dei due attaccanti decide unilateralmente, anche senza l’accordo del partner, di continuare una sua “purificazione” del territorio straniero, senza badare a vittime e danni collaterali.

La tregua è molto più esigua quando a dettarla sono coloro che hanno scatenato la guerra e che stanno evidentemente cercando di guadagnar tempo per riposizionarsi, non essendo riusciti a vincere in un battito di ciglio, come avevano sperato e proclamato. Quando la guerra dura oltre il previsto, la capacità di analisi e di sintesi degli strateghi entra in tilt. Lo Stretto di Hormuz era aperto prima della guerra, riaprirlo non è una vittoria.

La tregua è enormemente più esigua quando gli attaccanti si credono “unti dal Signore degli eserciti”, con la convinzione non solo di avere Dio dalla propria parte, ma anche di avere di fronte solo “bastardi” la cui civiltà può essere cancellata con un manrovescio.

La tregua è ambigua quando non c’è nessun vero accordo tra le parti e non si sa nemmeno chi abbia negoziato nei fatti l’accordo. La tregua è ambigua quando può convenire a entrambe le parti per motivi opportunistici e non sostanziali, senza alcun gentleman agreement. Può essere solo il risultato della lettura di un sondaggio interno al Paese che ha iniziato il conflitto armato.

La tregua è ancor più ambigua quando non tutte le forze implicate direttamente o indirettamente nel conflitto vengono coinvolte nell’accordo. Sostanzialmente, il campo europeo – teoricamente dietro gli Usa – è fuori dai giochi (anzi, viene continuamente deriso), così come le monarchie arabe sunnite del Golfo Persico. Quindi la forza di chi ha dichiarato la tregua è assai debole perché isolata.

La tregua è molto più ambigua se chi la concede non ha nessuna conoscenza della storia e non ha forse nemmeno cognizione di cosa sia una civiltà secolare e millenaria. La forza bruta non ha grande possibilità di vincere se non è sostenuta da una visione ampia che si basi su conoscenze approfondite, anche militari.

La tregua è enormemente più ambigua quando gli assalitori ne approfittano per concentrare le proprie forze sull’anello debole del nemico, o presunto tale. Viene il sospetto che Israele voglia approfittare della tregua per concentrarsi sul nemico Hezbollah, pensando che gli iraniani siano poco intelligenti e non sappiano che una tregua parziale può lasciar loro le mani libere.

La tregua non è veramente tale, è esigua e ambigua quando si dimentica che la guerra è il regno della menzogna, che la menzogna ha le gambe corte e che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Eppure, viva la tregua se anche un solo bambino evita la morte, se un solo missile viene lasciato dormire negli arsenali.
(fonte: Città Nuova, articolo di Michele Zanzucchi 09/04/2026)

giovedì 9 aprile 2026

“L’ALBA DI UNA PACE VERA” Gli auguri per la Pasqua del Cardinale don Mimmo Battaglia


“L’ALBA DI UNA PACE VERA”

Gli auguri per la Pasqua del Cardinale don Mimmo Battaglia



Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per imparare che la vita è più forte della morte.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per credere che la concordia e la riconciliazione
possono germogliare anche nei campi
ora occupati dalla guerra.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per custodire la speranza quando il cuore si stanca.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per trasformare le nostre ferite
in sorgenti di compassione.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per non smettere di scommettere sulla bontà
quando il mondo sembra invece premiare la durezza.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per rialzarci ogni volta che la vita ci fa cadere
e che i pezzi della nostra storia
sembrano andare in frantumi.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
perché le nostre tombe interiori
diventino grembi di vita nuova
e dalle notti bellicose e terribili
di questo mondo nel caos
possa nascere l’alba di una nuova giustizia
e di una pace vera.
Per tutti. Per sempre.
Amen.


L’opera “Pulcinella in croce” di Lello Esposito pone al centro Pulcinella crocifisso: immagine di Napoli e dell’umanità ferita, ma ancora viva e aperta alla speranza. Al cuore della composizione emergono due grandi mani spalancate all’accoglienza: sono le mani di chi, pur attraversato dal dolore, non smette di accogliere la vita e di protendersi verso gli altri. Ai quattro angoli, quattro simboli rafforzano il messaggio: • la figura avvolta dalle fiamme richiama il purgatorio, cioè la sofferenza vissuta già sulla terra; • il cuore rosso pulsante rappresenta la salvezza possibile attraverso l’amore e la solidarietà; • il teschio indica la morte, realtà inevitabile della condizione umana; • l’uovo, simbolo pasquale, annuncia la rinascita e la vita nuova. Nel loro insieme, questi elementi esprimono il cuore del messaggio cristiano della Pasqua: dentro la sofferenza resta sempre aperta la possibilità della speranza e la vita ha l’ultima parola sulla morte. 
L’opera è esposta presso Casa Bartimeo, segno concreto di carità e inclusione della Chiesa di Napoli.