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domenica 10 maggio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI DOMENICA DI PASQUA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


VI DOMENICA DI PASQUA anno A

10 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore è presente in mezzo a noi con la sua Parola e con il suo Spirito. È questa la ragione della nostra speranza in Colui che è pronto ad ascoltare le nostre preghiere. Per questo con fiducia diciamo insieme:

R/   Riempici del tuo amore, Signore

Lettore

- Signore Gesù, Tu hai voluto fare di noi, che siamo stati battezzati nel tuo Nome, la tua Chiesa. Non noi abbiamo scelto Te, ma Tu hai scelto noi, perché imparassimo a vivere del tuo amore. Donaci la consapevolezza di appartenere a Te e di essere pronti a testimoniare di fronte al mondo la verità dell’amore vissuta nell’accoglienza reciproca e nell’apertura verso ogni persona umana. Preghiamo.

- Ti presentiamo, Signore Gesù, tutti quei drammi, che tanta parte dell’umanità di oggi è costretta a sperimentare. In particolare ti vogliamo offrire il dolore dei popoli Ucraino, Palestinese, Libanese, Iraniano. Vogliamo anche presentarti le sofferenze dei popoli del Centro Africa anch’essi lacerati dalla guerra e dai massacri. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, i ragazzi ed i giovani di questo nostro Paese, che si ritrovano a vivere una condizione di estrema incertezza. Sono tanti quelli che son andati all’estero, quelli che abbandonano gli studi o che hanno smesso di cercare un lavoro. E sono tanti anche quelli sui quali pesa la grave tentazione della droga e dell’alcool. Dona a coloro che hanno responsabilità politiche, educative ed economiche uno sguardo più lungimirante, capace di sostenere la speranza dei ragazzi e dei giovani. Preghiamo.

- Ricordati, Signore Gesù, di tutte quelle persone che sono provate dalla malattia e dall’abbandono dei propri familiari. Sii vicino a tutte quelle famiglie che si ritrovano ad affrontare situazioni molto pesanti a causa della presenza di un familiare malato mentale o non più autosufficiente. La presenza del tuo Santo Spirito sia per tutti loro sostegno e conforto. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime dell’indifferenza e delle vittime dell’economia, della finanza e delle nuove tecnologie che guardano cinicamente ai propri interessi e profitti. Tu che sei il Figlio amato del Padre, accogli tutti alla tua presenza di amore e di pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Signore Gesù, le nostre preghiere e donaci lo Spirito della verità, affinché in ogni situazione della vita sappiamo rendere ragione della speranza che è in noi. Te lo chiediamo perché tu vivi regni con Dio Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli.

AMEN.


VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV A NAPOLI 08/05/2026 - I mille colori di una città capace di sperare nonostante le difficoltà

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A NAPOLI

8 MAGGIO 2026

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ore 15,15 Atterraggio presso la Rotonda Diaz a Napoli
Il Santo Padre è accolto da:
1. Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli
2. On. Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3. Dott. Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4. Dott. Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli
immediato trasferimento in auto al Duomo di Napoli

ore 15,45 Nella Cattedrale: Incontro con il Clero e i Consacrati
- adorazione del Santissimo Sacramento
- saluto del Card. Domenico Battaglia
- preghiera e lettura di un brano del Vangelo

* discorso del Santo Padre

al termine, nella sagrestia, il Santo Padre saluta alcuni Collaboratori della Curia Diocesana

ore 16,30 Il Santo Padre lascia il Duomo e si trasferisce in auto a Piazza del Plebiscito
ore 17,00 Piazza del Plebiscito: Incontro con la Cittadinanza
Il Santo Padre entra nella Basilica di San Francesco di Paola e saluta la Comunità dei Padri Minimi e alcune Autorità
Il Santo Padre prende posto sulla scalinata della Basilica:
- saluto del Card. Domenico Battaglia
- saluto del Sindaco di Napoli, Dott. Gaetano Manfredi
- animazione dei giovani della pastorale giovanile

* discorso del Santo Padre

- Atto di affidamento alla Vergine Maria, e Benedizione

ore 18,30 Trasferimento in auto alla Rotonda Diaz
Il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo
ore 19,30 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

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Leone XIV in visita pastorale a Napoli

I mille colori di una città capace di sperare
nonostante le difficoltà


Restituire a Napoli un’immagine non di semplice «cartolina» per i visitatori, ma di «cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone». Così Leone XIV ha incoraggiato la città «dai mille colori» ieri, venerdì 8 maggio, primo anniversario del pontificato, giungendo in visita pastorale nel capoluogo campano dopo la tappa del mattino a Pompei.

Atterrato alle 14.17 alla Rotonda Diaz, sul lungomare Caracciolo, il Papa è stato accolto dal cardinale arcivescovo Domenico Battaglia, dal presidente della Regione Campania, Roberto Fico, dal prefetto di Napoli, Michele Di Bari, e dal sindaco Gaetano Manfredi.

Si è subito trasferito in auto alla cattedrale di Santa Maria Assunta, che custodisce le reliquie di san Gennaro, vescovo e martire, patrono della città. Nel tragitto — durante il quale ha ricevuto in dono una pizza appena sfornata con su scritto il proprio nome — un unico lungo chiassoso cordone di persone, famiglie con bambini di ogni età. Le scuole sono state chiuse per consentire a tutti di partecipare a questa grande festa itinerante, caratterizzata da striscioni con inviti a visitare parrocchie, cori entusiasti e sventolii di bandierine del Vaticano, gialle e bianche come la miriade di cappellini indossati dai fedeli.

Accolto dalla musica e dai canti dei bambini radunati sulla gradinata del duomo, scelto per incontrarvi i vescovi, il clero, i religiosi e le religiose, il Pontefice si è trattenuto per qualche istante alle soglie della porta principale per salutare i fedeli raccolti all’esterno.

Entrato nella cattedrale sulle note di Tu sei Pietro, ha venerato il crocifisso e, raggiunta la Real Cappella del Tesoro di san Gennaro, si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, sostando per qualche istante in preghiera: oltre 2.500 i presenti in questo luogo, scrigno di fede, che non custodisce solo le reliquie dell’amato san Gennaro ma le domande di un intero popolo.

Poi ha attraversato la navata centrale benedicendo i fedeli e ha salutato i vescovi presenti nel transetto. Quindi, il cardinale Battaglia gli ha porto la teca del reliquiario contenente l’ampolla del sangue di san Gennaro. Dall’altare maggiore, dove si trovava anche il busto del santo, tra applausi e grida «Viva il Papa», dopo averla baciata e venerata, Leone XIV l’ha mostrata all’assemblea orante.

Al saluto dell’arcivescovo sono seguite la lettura del Salmo 117 e la proclamazione del Vangelo di Luca (24, 13-31) sui discepoli di Emmaus, il cui versetto «Camminava con loro» è stato il tema della visita.

Dopo aver impartito la benedizione apostolica, il Pontefice ha sostato brevemente nella basilica di santa Restituta, prima cattedrale della città raggiungibile dall’interno dell’odierno duomo. Lì, assieme al cardinale arcivescovo ha incontrato la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di 2 anni morto il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore con un organo danneggiato. Al termine, in sagrestia ha salutato alcuni collaboratori della Curia diocesana.

All’uscita, Leone XIV ha accennato a dirigere il coro di un gruppo di giovani che cantava «’O surdato ’nnammurato», una delle più famose canzoni in dialetto napoletano.

Alle 16.10 è salito sull’auto scoperta per dirigersi verso piazza del Plebiscito, salutando i cittadini affacciati ai balconi e alle finestre. Dopo venti minuti e due chilometri percorsi tra ali di folla festante, è giunto alla terza tappa di un racconto simbolico iniziato sul mare della Rotonda Diaz, proseguito nella «casa» del santo patrono partenopeo e concluso nel fulcro della dimensione collettiva di una città in cui ogni angolo sembra essere già stato narrato e dove le strade non portano altrove ma riportano agli uomini.

Sono stati 1.500 i volontari coinvolti nell’evento, 30mila i posti a sedere allestiti in piazza per l’incontro del Pontefice con la cittadinanza, altri 20mila i fedeli stimati nelle vie circostanti, almeno duemila i giovani riunitisi in una giornata primaverile calda, nonostante il sole abbia fatto capolino solo poco prima dell’arrivo del Papa.

Canti gioiosi si sono levati quando, alle 16.30, il Papa è giunto sulla piazza a bordo dell’auto scoperta e ha girato per tutti i reparti, mentre la folla agitava i cappellini invocando «Papa Leone». Ad accogliere la gente di Napoli l’imponente colonnato le cui braccia si incontrano nella basilica di San Francesco da Paola. Qui davanti il vescovo di Roma è sceso dalla vettura e ha ricevuto un mazzo di fiori bianchi, quindi ha salutato alcuni disabili e persone fragili seduti nelle prime file ed è entrato nell’edificio sacro neoclassico per salutare la comunità dei padri Minimi, ordine fondato nel XV secolo proprio dal santo calabrese cui è intitolata la basilica, patrono della gente di mare.

Il Pontefice ha preso poi posto sulla scalinata, addobbata con fiori gialli e bianchi. Hanno pronunciano i loro saluti il cardinale Battaglia e il sindaco Manfredi. Al termine, il prefetto Di Bari ha consegnato al Papa una Natività realizzata da un maestro presepiale di San Gregorio Armeno e una Madonna del Buon Consiglio realizzata da Genny Di Virgilio.

Canti eseguiti dal coro di giovani della diocesi diretto da Carlo Morelli — tra cui la celebre «’O sole mio» — si sono alternati ai racconti e alle testimonianze offerte a Leone XIV seguendo il filo conduttore di Emmaus, col focus sulla vicinanza di Gesù risorto a chi avanza nella fatica e nel disorientamento. «Le voci di Napoli», ha definito Leone XIV le parole di Rebecca Rocco e Fabio Varrella.

A conclusione del suo discorso, dopo una pausa di silenzio il Papa ha compiuto l’atto di affidamento alla Vergine Maria davanti alla statua dell’Immacolata Concezione fatta realizzare nella prima metà del XIX secolo dal venerabile don Placido Baccher e portata in piazza in occasione del secondo centenario dell’Incoronazione. Alla Madonna il Pontefice ha affidato Napoli coi suoi «sogni feriti» e la «speranza ostinata».

Un brusio si è diffuso tra la folla quando il Vescovo di Roma ha citato «il grido di chi cerca dignità e il silenzio di chi ha paura», le «mani oneste di chi saluta» e quelle stanche «di chi ha sbagliato»; si commuovevano le madri pensando «ai giovani con la valigia in mano» e ai bambini «che giocano tra le crepe dei palazzi» senza smettere «di cercare il mare».

Da Leone XIV la supplica perché Napoli, città dai «mille colori», trovi «il coraggio della scelta» e «la forza di rialzarsi a ogni caduta» e «non piegare la schiena davanti al male», trasformandosi in «unica tavola dove nessuno è escluso», «il caffè sa di fratellanza e il pane si divide ancora».

Al termine il Papa ha deposto un mazzo di fiori bianchi ai piedi della statua mariana. Dopo circa due ore di dialogo con la cittadinanza, alle 18.30 si è congedato con un ultimo saluto a braccio e impartendo una benedizione speciale ai malati presenti. «Grazie a tutti e “Viva Napoli”», ha detto prima di salire in auto sulle note di «Resta qui con noi» per trasferirsi alla Rotonda Diaz. Decollato alle 18.53, l’elicottero con il Pontefice a bordo è atterrato alle 19.38 presso l’eliporto Vaticano.

Intanto, mentre iniziavano a cadere le prime gocce di pioggia, pian piano piazza del Plebiscito si svuotava, tornavano a popolarsi i vicoli, dove anche il silenzio gesticola, tra fili di panni stesi e motorini appoggiati ai muri, nelle botteghe dalle saracinesche abbassate e nei murales sgargianti, nei mille volti di Maradona e nei nastri azzurri che di giorno si confondono con il cielo.

Un cielo più luminoso, per questa città a volte crocifissa ma sempre tesa al compimento del terzo giorno, specialmente ora che Leone XIV ha indicato l’orizzonte a quanti vogliono, malgrado tutto, ostinatamente sperare.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Lorena Leonardi 09/05/2026)

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INCONTRO CON IL CLERO E I CONSACRATI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale Metropolitana di Santa Maria Assunta (Napoli)

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Parole del Santo Padre prima dell'incontro con i Vescovi, il clero, i religiosi e le religiose


Ciao Napoli! Buongiorno! Sono venuto a Napoli per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire! Grazie per questa accoglienza! Grazie! È una benedizione di Dio trovarci insieme, sono molto contento di poter essere qui questo pomeriggio: un tempo molto breve ma molto significativo. E questa prima fermata proprio qui al Duomo, la cattedrale di Napoli, dove voglio anche fare quest’omaggio a San Gennaro, tanto importante per la vostra devozione, la vostra fede!

Saluto Sua Eminenza, tutti voi, grazie per essere qui, pregheremo insieme, chiediamo la Benedizione di Dio su tutti voi, su tutta Napoli. Grazie! Grazie!

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Eminenza, Eccellenze,
cari presbiteri, religiose e religiosi,
fratelli e sorelle!

Grazie, Eminenza, per il saluto che mi ha rivolto anche a nome dei presenti e dell’intera Chiesa che vive a Napoli. È una grande gioia per me visitare questa città, ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche. Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, venendo qui nel 2015, disse: «La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria» (Incontro con la popolazione di Scampia, 21 marzo 2015). Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia. Grazie per la vostra accoglienza!

In questo spirito di amicizia e di fraternità, desidero condividere con voi una breve riflessione, che spero possa sostenervi, incoraggiarvi nel cammino e offrire qualche spunto utile alla vita ecclesiale e pastorale.

C’è una parola che risuona nel mio cuore ascoltando il racconto evangelico dei due discepoli di Emmaus: la parola cura. Come quei due discepoli, anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore. Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura.

Il contrario della cura è la trascuratezza. E subito vengono in mente alcuni esempi: la trascuratezza delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità. Vorrei però che ci fermassimo, prima di tutto, sull’importanza della cura interiore, che è cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni.

Lo dico anzitutto a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a un ruolo di responsabilità, a un servizio di governo, a una speciale consacrazione. Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato.

Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza.

In questo contesto, l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico, perché la fede cristiana professata e celebrata non si limiti a qualche evento emotivo ma penetri profondamente nel tessuto della vita e della società. Il peso, però, soprattutto per i presbiteri, è grande. Penso alla fatica di ascoltare le storie che vi vengono consegnate, di intercettare quelle più nascoste che hanno bisogno di venire alla luce, di perseverare nell’impegno di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene; penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni. A ciò si aggiunge, spesso, un senso di impotenza e di smarrimento quando constatiamo che i nostri linguaggi e il nostro agire sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani. Il carico umano e pastorale è certamente alto, rischia di appesantire, di logorare, di esaurire le nostre energie, e a volte può essere ancora più aggravato da una certa solitudine e dal senso di isolamento pastorale.

Per questo abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere.

La cura del nostro ministero, però, passa anche attraverso la fraternità e la comunione. Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali. Essa va considerata «come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 16). Allo stesso tempo, proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato, la fraternità chiede di essere coltivata e promossa, magari anche con nuove «forme possibili di vita comune» (ivi, 17), in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale. Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo. Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!

Papa Francesco ha affermato che a un certo individualismo diffuso nelle nostre diocesi «dobbiamo reagire con la scelta della fraternità». E aggiungeva: «Questa comunione chiede di essere vissuta cercando forme concrete adeguate ai tempi e alla realtà del territorio, ma sempre in prospettiva apostolica, con stile missionario, con fraternità e semplicità di vita» (Incontro con i sacerdoti diocesani, Cassano all’Jonio, 21 giugno 2014).

Non dimentichiamo, poi, che questa esigenza di comunione ci riguarda in primo luogo in quanto battezzati, chiamati a formare l’unica Chiesa di Cristo. Essa perciò va cercata, incoraggiata e vissuta in tutte le nostre relazioni umane e pastorali, nelle quali un ruolo di primaria importanza è quello dei laici e degli operatori pastorali. Il camminare insieme alla sequela del Signore e il portare avanti la missione evangelizzatrice valorizzando i diversi carismi e ministeri risponde all’identità stessa della Chiesa: la Chiesa è mistero di comunione e ciascuno, a partire dal Battesimo, è chiamato ad essere una pietra viva dell’edificio, un apostolo del Vangelo, un testimone del Regno.

Al riguardo, so che avete vissuto un tempo di grazia celebrando il Sinodo diocesano. È stato un processo che ha rimesso in movimento l’intera comunità ecclesiale, chiamandola a interrogarsi sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra. Vorrei invitarvi a custodire e fare vostro anzitutto il metodo del Sinodo: un esercizio di ascolto reciproco, un coinvolgimento che non ha escluso nessuno, una sinergia umana, pastorale e spirituale tra parrocchie, realtà associative, consacrati e laici, cercando di dare voce anche a chi solitamente resta ai margini. Questo ascolto ha fatto emergere con chiarezza le attese, le ferite e le speranze, restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza.

Ciò che vi chiedo dunque è questo: ascoltatevi, camminate insieme, create una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone.

È una missione che richiede l’apporto di tutti. In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici. Tutti sono soggetti attivi della pastorale e della vita della Chiesa e non solo collaboratori, perché l’impegno e la testimonianza di ciascuno possano generare una comunità presente e attenta, capace di essere lievito nella pasta. Una comunità che sa progettare e proporre percorsi che aiutano le persone a vivere l’esperienza del Vangelo e a riceverne impulsi per rinnovare la città di Napoli.

Carissimi fratelli e sorelle, conosco lo speciale legame che vi unisce al vostro Patrono San Gennaro; ma la grazia di Dio è stata con voi così generosa che ha suscitato tante altre figure di Santi e Sante nel corso della vostra storia. Vi affido a loro e all’intercessione di Maria, Vergine Assunta e Madre premurosa. E non dimenticate: siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce.

Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro!






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INCONTRO CON LA CITTADINANZA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Piazza del Plebiscito (Napoli)

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Fratelli e sorelle, grazie per la vostra bella accoglienza!

Questo abbraccio, di questa piazza, è un po’ come il Colonnato di San Pietro a Roma: voi sapete accogliere con questo calore! Grazie davvero!

Ringrazio il Signor Sindaco per le parole che mi ha rivolto, saluto tutte le Autorità civili e militari presenti, mentre rinnovo la mia gratitudine a Sua Eminenza l’Arcivescovo e a quanti siete qui convenuti.

Sullo sfondo della scena evangelica dei discepoli di Emmaus, si sono alternate alcune voci che ci hanno introdotto a questo nostro bellissimo incontro. Sono le voci di Napoli, perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto, voci in cui riecheggia l’antica bellezza di questa città bagnata dal mare e baciata dal sole, e in cui trovano spazio, però, anche ferite, povertà e paure. Queste voci raccontano di una Napoli che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo, che ha bisogno di quella prossimità offerta loro da Gesù; voci di un popolo che, ancora oggi, avverte la necessità di fermarsi per chiedersi: che cosa conta davvero?

Fratelli, sorelle, in questa città scorre un anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male, dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione. Per questo è necessario che – non da soli, ma insieme – ci domandiamo: che cosa conta davvero? Che cosa è necessario e importante per riprendere il cammino nello slancio dell’impegno invece che nella stanchezza del disinteresse, nel coraggio del bene invece che nella paura del male, nella cura delle ferite invece che nell’indifferenza?

Napoli vive oggi un drammatico paradosso: alla notevole crescita di turisti fatica a corrispondere un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità sociale. La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone. Dinanzi a queste realtà, che talvolta assumono dimensioni preoccupanti, la presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata.

In questo contesto, sono tanti i napoletani che coltivano il desiderio di una città riscattata dal male e guarita dalle sue ferite. Spesso si tratta di veri e proprio eroi del sociale, donne e uomini che si prodigano ogni giorno con dedizione, talvolta anche solo col portare avanti fedelmente il proprio dovere, senza apparire, perché la giustizia, la verità, la bellezza si facciano largo tra le strade, nelle istituzioni, nelle relazioni. Queste persone non devono restare isolate, e perché il loro impegno pervada il tessuto profondo della città, c’è bisogno di creare una connessione, di lavorare in rete, di fare comunità.

Sono felice di poter dire che la Chiesa a Napoli è un “collante” che contribuisce notevolmente a questo lavoro di rete, per tenere insieme gli sforzi dei singoli e connettere le energie, i talenti e le aspirazioni di molti. Lo ha fatto promuovendo un Patto Educativo, che ha trovato una risposta generosa nelle Istituzioni – il Comune, la Regione, il Governo – e anche in tante realtà ecclesiali e del Terzo settore. Vorrei perciò lanciare un appello a tutti voi: non si spezzi questa rete che vi unisce, non si spenga questa luce che avete iniziato ad accendere nel buio, non perda il suo colore questo sogno che state realizzando per una Napoli migliore e più bella! Continuate a portare avanti questo Patto, radunate le forze, lavorate insieme, camminate uniti – Istituzioni, Chiesa e società civile – per sollevare la città, preservare i vostri figli dalle insidie del disagio e del male, per restituire a Napoli la sua chiamata ad essere capitale di umanità e di speranza.

Desidero poi ricordare il cammino intrapreso, da parte di questa città, per riscoprire la propria vocazione millenaria: essere ponte naturale tra le sponde del Mediterraneo. Napoli non deve restare una semplice “cartolina” per i visitatori, ma deve diventare un cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone.

La pace parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il mondo. Per questo sentiamo urgente lavorare anzitutto dentro la città stessa. Qui la pace si costruisce promuovendo una cultura alternativa alla violenza, attraverso gesti quotidiani, percorsi educativi e scelte pratiche di giustizia.

Sappiamo, infatti, che non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità. È in questa prospettiva che nascono e si sviluppano esperienze come la Casa della Pace, che accoglie bambini e madri in difficoltà, e Casa Bartimeo, luogo di accompagnamento per giovani e adulti in situazioni di fragilità: segni concreti di una pace che si fa ospitalità, cura e possibilità di riscatto.

Inoltre insieme, comunità ecclesiale e comunità civile, vi state impegnando a rendere Napoli una “piattaforma” di dialogo interculturale e interreligioso. Attraverso convegni, premi internazionali e percorsi di accoglienza, anche di giovani provenienti da contesti di conflitto – come Gaza –, voi potete continuare a dare voce, dal basso, a una cultura della pace, contrastando la logica dello scontro e della forza delle armi come presunta soluzione dei conflitti.

In questo senso, Napoli continua a rivelare il suo cuore profondo nell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, vissuta non come emergenza ma come opportunità di incontro e di arricchimento reciproco. E questo è possibile soprattutto grazie al lavoro della Caritas diocesana, che ha anche trasformato il Porto di Napoli da semplice luogo di approdo a segno vivo di accoglienza, integrazione e speranza.

Fratelli e sorelle, Napoli ha bisogno di questo sussulto, di questa dirompente energia del bene, del coraggio evangelico che ci rende capaci di rinnovare ogni cosa. Che sia un impegno di tutti: assumetelo e portatelo avanti tutti insieme! Fatelo specialmente con i giovani, che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento. Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene. In una realtà spesso segnata da sfiducia e mancanza di opportunità, i giovani rappresentano una risorsa viva e sorprendente. Lo dimostra l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili. Lo dimostrano i giovani che, negli oratori, si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane. Lo dimostrano, ancora, i numerosi volontari che si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità.

Queste esperienze non sono marginali: sono già segni concreti di una Chiesa giovane e di una città che può rigenerarsi. Sono certo che non mancherete di continuare a coltivarli con audacia, con la passione e con l’entusiasmo che vi contraddistingue.

Vi ringrazio, carissimi, per l’accoglienza e affido tutti voi all’intercessione di Maria Santissima e di San Gennaro. Il Signore vi renda sempre fedeli al Vangelo e benedica la città di Napoli!

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Saluto finale di Papa Leone XIV prima di lasciare Piazza del Plebiscito

Allora prima di andare via facciamo il nostro ringraziamento al coro e a tutti i musicisti di questa sera. Grazie! E grazie a tutti i malati che ci hanno accompagnato questa sera: una benedizione speciale per voi! Grazie, grazie… Grazie a tutti e “Viva Napoli”.









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Vedi anche il post precedente:



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 27 - 2025/2026 - VI DOMENICA DI PASQUA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

VI DOMENICA DI PASQUA anno A

Vangelo:

Il Padre rimane sempre fedele alle sue promesse amando i suoi figli di un amore eterno, divino, totale, coinvolgente, «fino alla fine». Gesù ora domanda ai suoi di amare in Lui quanto hanno contemplato e amato nel Padre. Amare Gesù è il cuore della fede della Chiesa, il pieno compimento dello "Shemà Israel" (cfr. Dt 6,5), il "Kelal Gadol baTorah", il Comandamento più grande della Legge. E' un Amore che non si traduce solo in un pio sentimento nei suoi confronti, ma che ci invia ad amare tutti, divenendo direttamente responsabili della vita e della felicità dei fratelli, a vivere cioè la Parola ascoltata nell'accoglienza e nel servizio umile. «Amare: voce del verbo morire» (T. Bello). Solo l'amore vissuto nel servizio spalanca le porte all'ingresso nella «nuova ed eterna alleanza». Se davvero ci amiamo non saremo più soli, perché il Consolatore pianterà la sua Tenda in noi e in mezzo a noi, trasformando la nostra esistenza in un tempio della sua dimora. E' lo Spirito di Verità-Fedeltà che coloro che vivono secondo le logiche del mondo non possono conoscere, perché posseduti da un altro spirito, quello della forza, del potere e della menzogna, spirito che genera e conduce alla morte. Innestati, allora, nel Figlio come i tralci alla Vite, siamo resi degni, per Grazia mediante lo Spirito Santo, di vivere l'Amore del Padre che fa di noi dei figli amati e capaci di amare, veri fratelli fra di noi.


sabato 9 maggio 2026

QUESTIONE DI GIUSTO SAPORE “Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo e in perdita.” - VI DOMENICA DI PASQUA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUESTIONE DI GIUSTO SAPORE


Amatevi come io vi ho amato.
Non quanto, ma come,
con lo stile di chi ama per primo e in perdita. 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gv 14,15-21
  
QUESTIONE DI GIUSTO SAPORE
 
Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo e in perdita.

Se c’è un Vangelo dal sapore mistico, è questo. La sua prima parola è un “se”: se mi amate. Un punto di partenza libero, leggero, paziente. Nessuna minaccia o ricatto, puoi aderire e rifiutarti in totale libertà. Ma, “se mi ami”, ci saranno conseguenze, “impossibile amarti impunemente”, cantava padre Turoldo: amarlo è pericoloso, si paga in moneta di vita.

In questo brano Gesù chiede per la prima volta esplicitamente di essere amato. Finora aveva detto: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri… ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non lo rivendica, lo spera. Perché l’amore non si impone, non si finge, non si mendica.

In questi sette versetti per sette volte Gesù ripete le preposizioni “con, presso, in”: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, voi in me, io in voi. Come tralci uniti alla madre vite, goccia nella sorgente, scintilla del roveto, respiro nel suo vento. «Pisciculi Domini, pesciolini del Signore immersi dentro il suo mare» (Tertulliano).

Chi osserva i ‘miei comandamenti’ rivendica Gesù, ‘ i miei’. Non quindi le antiche Dieci Parole, ma quei gesti che riassumono la sua vita, quelli che vedendoli non ti puoi sbagliare perché è davvero Lui: quando lava i piedi, spezza il pane, prepara il pesce per i suoi amici dopo una notte di fatica, quando vede il dolore, si ferma e tocca.

Dire che il ‘suo’ comando è l’amore, non è esatto. Amare lo hanno fatto in molti, sotto tutti i cieli, in tutti i tempi. Il ‘suo’ comando non è neanche ama il prossimo tuo, è già nella Legge di Mosè. E neppure: ama il prossimo come te stesso, perché non posso essere io il metro o la bilancia dell’amore. Il comando davvero ‘suo’ è: Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio, ama fino in fondo, di un amore asimmetrico, unilaterale, senza clausole. Amare è questione di qualità, di stile, di esattezza, di giusto sapore.

E c’è in questo Vangelo come un girotondo, un testacoda. Il primo versetto constata: Se mi amate osserverete i comandamenti e l’ultimo versetto capovolge la frase: Se osservate i comandamenti mi amate. Sembrano contraddirsi: il primo dà come un anticipo all’amore sul fare; l’ultimo trasferisce questo primato al fare rispetto al sentire. Si tratta non di contrapporre i due versetti, ma di sovrapporli, leggendoli insieme: le mani rivelano il cuore, ma è il cuore che muove le mani.

“Io vivo e voi vivrete”. Una vita che sarà come la mia, di una qualità indistruttibile, capace di attraversare la storia e l’eternità. Fede viva è passare da un cristianesimo di semplice conforto a un cristianesimo di innamoramento: tornare tutti ad amare Dio da innamorati e non da perdenti o da sottomessi.

Allora vivremo. Allora sì.

VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV A POMPEI 08/05/2026 - Il Papa a Pompei: «Solo la carità assicura vittorie certe» - «Dio plachi gli odi fratricidi e illumini i leader delle nazioni»

VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV
A POMPEI

8 MAGGIO 2026


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ore 8,00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
ore 8,50 Atterraggio nell’area meeting del Santuario di Pompei
Il Santo Padre è accolto da:
1. S.E. Mons. Tommaso Caputo, Arcivescovo Prelato di Pompei, Delegato Pontificio per il Santuario
2. On. Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3. Dott. Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4. Dott. Gaetano Manfredi, Sindaco della Città Metropolitana di Napoli
5. Dottoressa Andreina Esposito, Sindaco in carica f.f. di Pompei

ore 9,00 Il Santo Padre raggiunge a piedi la Sala Luisa Trapani, dove incontra il “Tempio della Carità”: persone provenienti da situazioni di disagio, accolte nei diversi Centri del Santuario di Pompei
- saluto di S.E. Mons. Tommaso Caputo
- saluti di tre Ospiti

* parole del Santo Padre

ore 9,30 Il Santo Padre lascia la Sala Luisa Trapani, e in auto attraversa le vie adiacenti e la Piazza antistante il Santuario
ore 9,45 All’ingresso del Santuario il Santo Padre è accolto dal Rettore, Mons. Pasquale Mocerino, che porge il Crocifisso da venerare e l’acqua per l’aspersione
Nel Santuario sono presenti Ammalati e persone con disabilità (che seguiranno la Messa dagli schermi)

* Benedizione e parole di saluto del Santo Padre

ore 10,00 Cappella di San Bartolo Longo: venerazione delle spoglie del Santo Fondatore del Santuario; saluto ai Vescovi presenti
Cappella della Riconciliazione: saluto ai Sacerdoti del Santuario
Il Santo Padre riveste i paramenti sacri nella sagrestia
ore 10,30 Piazza Bartolo Longo: Concelebrazione eucaristica

* omelia * Supplica alla Madonna di Pompei

prima della Benedizione finale, ringraziamento di S.E. Mons. Tommaso Caputo, e scambio dei doni

ore 12,30 Dopo aver deposto i paramenti, il Santo Padre saluta i Collaboratori della Delegazione Pontificia
ore 13,00 Sala Marianna De Fusco: pranzo

ore 15,00 Decollo dall’area meeting del Santuario di Pompei

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Il Papa a Pompei: «Solo la carità assicura vittorie certe»

Leone incontra le persone più fragili prima di entrare nel santuario. Ascolta le testimonianze e, ricordando san Bartolo Longo, chiede di unire preghiera e azione. «L’amore compie miracoli oltre ogni aspettativa»

REUTERS

Entra nella «città di Maria» benedicendo prima le persone più fragili. Papa Leone sceglie di incontrare il cosiddetto “Tempio della carità” prima ancora di rendere omaggio alla Madonna all’interno del Santuario. Ascolta le testimonianze di chi viveva per strada e ha trovato qui rifugio e conforto, di genitori che hanno dato la disponibilità a prendersi cura di bambini con bisogni speciali - un piccolo nato senza arti e una bambina alla quale erano stati dati pochi mesi di vita e che ha già compiuto quattro anni - di una mamma che ha cercato di sottrarsi a una relazione tossica e che ora riesce a vivere con la sua secondogenita in una casa famiglia gestita dalla diocesi. «Oggi, Padre Santo, il benvenuto Glielo dà una rappresentanza di bambini, di ragazzi e di adulti accolti nelle diverse Opere, che fanno corona al Santuario, nelle quali si attua una pedagogia intrisa di umanità, di fede, di amore, di preghiera», spiega l’arcivescovo prelato di Pompei e delegato Pontificio del Santuario, monsignor Tommaso Caputo. «Queste Opere», spiega a papa Leone, «sono sorrette dalla silenziosa dedizione delle suore domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei, fondate dai coniugi Longo nel 1897, dai Fratelli delle Scuole Cristiane, a Pompei dal 1907, da famiglie collegate a diversi movimenti ecclesiali, dagli aderenti all’Ordine di Malta, alle Misericordie, ad associazioni di volontariato». Si tratta di «una stupenda comunione di carismi a servizio di persone ferite da situazioni di disagio sociale e bisognose di sostegno materiale e spirituale».

Il Papa ascolta e si intenerisce. Si alza dalla sedia e scende a baciare genitori e bambini. Stringe mani e accarezza. E anche le sue parole arrivano come un balsamo. «Grazie per quello che fate», li incoraggia. Aggiungendo: «Questo è un luogo di grazia, in cui la Madonna del Rosario e San Bartolo riuniscono uomini e donne di ogni età, provenienza e condizione, per portarli all’unica Fonte di quell’amore universale che solo può dare al mondo serenità e concordia: per portarli a Dio».

Ricorda che «San Bartolo Longo, che ho avuto la gioia di canonizzare il 19 ottobre scorso», chiamava Pompei «”luogo dell’amore che scalda il cuore”, “trionfo di fede e carità”: virtù che definiva “due ali congiunte in un medesimo volo”. Tale realtà è ancora ben viva e visibile. Qui, nelle Opere del Santuario, si sperimenta ogni giorno la potenza della Risurrezione di Cristo che, nell’amore, rigenera i cuori alla vita buona del Vangelo. Qui il “Tempio della Carità” e il “Tempio della Fede” si sostengono a vicenda». Spiega che «la preghiera alimenta l’accoglienza, l’affetto, il servizio e l’impegno generoso di tanti, nei Centri educativi, nelle Case Famiglia, alla Mensa per i poveri, intitolata a Papa Francesco. E l’amore compie miracoli che vanno ben oltre ogni sforzo e aspettativa: nelle membra di chi soffre e ancora di più nelle anime».

Bartolo Longo, ricorda papa Leone, quando arrivò nella Valle di Pompei «vi trovò una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria e dai briganti. Egli seppe vedere, però, in tutti, il volto di Cristo: nei grandi e nei piccoli, e in particolare negli orfani e nei figli dei carcerati, a cui fece sentire, con la sua tenerezza, il palpito del cuore di Dio». E, a chi prediceva per i figli la stessa sorte dei genitori rispondeva che «l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili e che, in ogni campo d’azione, solo la carità assicura vittorie certe, grandi e definitive. Aveva ragione, e lo ha dimostrato facendo di questo luogo, con fede e con impegno, un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo».

Alla base di tutto Bartolo Longo metteva «il Santo Rosario. Posto simbolicamente a fondamento del Santuario e della città, esso è il motore nascosto che rende possibile tutto il resto», sottolinea il Papa. E per questo raccomanda «perciò a tutti voi di tenere sempre viva e di diffondere questa antica e bellissima devozione, grazie alla quale, contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria, “quanto Egli ha operato” penetra nei nostri cuori e trasforma la nostra esistenza».

A tutti quelli che sono impegnati nelle opere di carità, inoltre lascia un programma di vita da seguire: «Essere uomini e donne di preghiera, per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio. Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che San Bartolo ha acceso e sarete, nel servizio, nel dialogo e nella vita di fede, modelli credibili e guide sapienti per questa meravigliosa gioventù».

Ai bambini, ai ragazzi, ai giovani raccomanda «di avere fiducia in chi, con amore, si prende cura della vostra crescita, e ancora di più – e sempre nella vostra vita – di confidare in Gesù, il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, che ci salva e ci libera, l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi. Lasciatevi coinvolgere e spingere dalla gioia che viene dalle sue parole e dai suoi esempi, e annunciatela a tutti. Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne, con la vostra freschezza, i testimoni più convincenti».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 08/05/2026)

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SALUTO DEL SANTO PADRE
ALLE PERSONE ACCOLTE NELLE OPERE CARITATIVE DEL SANTUARIO

Santuario della Beata Maria Vergine del S. Rosario di Pompei
(Opere del Santuario di Pompei, Sala Luisa Trapani)

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Fratelli e sorelle carissimi, buongiorno e grazie!

Sono molto contento di incontrare tutti voi, che in vari modi siete legati alle Opere di carità del Santuario di Pompei: persone accolte, religiosi, educatori e volontari. Saluto e ringrazio particolarmente il Vescovo per le parole che mi ha rivolto e voi che avete condiviso le vostre testimonianze.

È bello per me iniziare questa Visita Pastorale sulle orme di San Bartolo Longo, che ho avuto la gioia di canonizzare il 19 ottobre scorso. Egli chiamava Valle di Pompei “luogo dell’amore che scalda il cuore”, “trionfo di fede e carità”: virtù che definiva “due ali congiunte in un medesimo volo”.

Tale realtà è ancora ben viva e visibile. Qui, nelle Opere del Santuario, si sperimenta ogni giorno la potenza della Risurrezione di Cristo che, nell’amore, rigenera i cuori alla vita buona del Vangelo. Qui il “Tempio della Carità” e il “Tempio della Fede” si sostengono a vicenda. La preghiera alimenta l’accoglienza, l’affetto, il servizio e l’impegno generoso di tanti, nei Centri educativi, nelle Case Famiglia, alla Mensa per i poveri, intitolata a Papa Francesco. E l’amore compie miracoli che vanno ben oltre ogni sforzo e aspettativa: nelle membra di chi soffre e ancora di più nelle anime.

Quando San Bartolo giunse per la prima volta a Valle di Pompei, vi trovò una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria e dai briganti. Egli seppe vedere, però, in tutti, il volto di Cristo: nei grandi e nei piccoli, e in particolare negli orfani e nei figli dei carcerati, a cui fece sentire, con la sua tenerezza, il palpito del cuore di Dio.

A chi poi gli diceva che i suoi giovani erano destinati alla stessa sorte dei loro genitori, rispondeva che l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili e che, in ogni campo d’azione, solo la carità assicura vittorie certe, grandi e definitive. Aveva ragione, e lo ha dimostrato facendo di questo luogo, con fede e con impegno, un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo.

Alla base di tutto, però, come abbiamo detto, c’è la preghiera e in particolare il Santo Rosario. Posto simbolicamente a fondamento del Santuario e della città, esso è il motore nascosto che rende possibile tutto il resto. Raccomando perciò a tutti voi di tenere sempre viva e di diffondere questa antica e bellissima devozione, grazie alla quale, contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria, “quanto Egli ha operato” penetra nei nostri cuori e trasforma la nostra esistenza (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 16 ottobre 2002, 13).

Fratelli e sorelle, sacerdoti, religiose e religiosi, coniugi impegnati nelle Case Famiglia, educatori, volontari, sia questo il vostro programma di vita: essere uomini e donne di preghiera, per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio. Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che San Bartolo ha acceso e sarete, nel servizio, nel dialogo e nella vita di fede, modelli credibili e guide sapienti per questa meravigliosa gioventù.

E a voi bambini, ragazzi e giovani, raccomando di avere fiducia in chi, con amore, si prende cura della vostra crescita, e ancora di più – e sempre nella vostra vita – di confidare in Gesù, il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, che ci salva e ci libera, l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi. Lasciatevi coinvolgere e spingere dalla gioia che viene dalle sue parole e dai suoi esempi, e annunciatela a tutti. Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne, con la vostra freschezza, i testimoni più convincenti.

Carissimi, questo è un luogo di grazia, in cui la Madonna del Rosario e San Bartolo riuniscono uomini e donne di ogni età, provenienza e condizione, per portarli all’unica Fonte di quell’amore universale che solo può dare al mondo serenità e concordia: per portarli a Dio. Stringiamoci a Lui, mentre gli affidiamo, per le mani di Maria, l’umanità intera, sicuri che, con l’aiuto della sua grazia, niente potrà fermarci nel compiere il bene e la speranza in un futuro di pace, qui e ovunque, avrà il suo compimento.

Grazie per quello che fate! Andate avanti con generosità e fiducia. Vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, vi raccomando all’intercessione della Madre del Cielo e di San Bartolo e vi benedico tutti di cuore.

Regina del Santo Rosario di Pompei, prega per noi!

San Bartolo, prega per noi!




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SALUTO DEL SANTO PADRE
AI MALATI E ALLE PERSONE CON DISABILITÀ

Santuario della Beata Maria Vergine del S. Rosario di Pompei


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Saluto del Santo Padre ai fedeli


Grazie, grazie! Buongiorno a tutti! Buongiorno Pompei!

Grazie per la vostra presenza. Fra poco ci prepariamo per celebrare la Santa Messa, questo bellissimo incontro con Gesù Cristo nell’Eucaristia: Gesù che sempre cammina con noi, vicino a noi. E qui in questo Santuario sappiamo bene che la Mamma è sempre con noi, la nostra Madre Maria ci accompagna con la sua intercessione, il suo amore, è sempre con i suoi figli.

Con questa fiducia pregheremo insieme e celebreremo la gioia di essere battezzati discepoli di Gesù Cristo, chiamati tutti a essere la presenza di Cristo nel mondo.

Grazie, grazie. Ci vediamo fra poco.

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Saluto del Santo Padre alle persone malate e con disabilità


Buongiorno a tutti! Sia lodato Gesù Cristo.

Che bella giornata! Quante benedizioni il Signore ha voluto dare a tutti noi oggi! Io mi sento il primo benedetto per poter venire qui al Santuario della Madonna nel giorno della Supplica, in questo anniversario. Grazie a tutti voi per essere qui!

Adesso ci prepariamo a celebrare la Santa Messa. Voi potete seguire da qui, sugli schermi. Siamo tutti uniti in Gesù Cristo, con la nostra Mamma Maria, in questa bellissima benedizione, in questa bellissima giornata. Gesù anche oggi ci fa vicino, Gesù che è sempre con noi, che cammina con noi. Dio vi benedica tutti!

La benedizione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.




 

 



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Il Papa a Pompei: Dio plachi gli odi fratricidi 
e illumini i leader delle nazioni

Nella Messa celebrata davanti al Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario, Leone XIV ricorda la sua elezione, l'8 maggio dello scorso anno, sul soglio pontificio e spiega che il saluto dell'angelo Gabriele alla Madonna dice a tutti che "sulle macerie" dell'"umanità provata dal peccato" e "incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio", della sua misericordia. Dinanzi ai conflitti odierni serve un nuovo impegno economico, politico, spirituale e religioso


Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine. Questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa.

Da piazza Bartolo Longo Leone XIV torna indietro nel tempo. Il suo pensiero, per un istante, va a dodici mesi fa, ad un'altra piazza: Piazza San Pietro, dove, l’8 maggio, appena eletto Papa dai 133 cardinali elettori, riceveva l’abbraccio del colonnato del Bernini colmo di fedeli. Trecentosessantacinque giorni dopo, ascoltandolo durante la Messa presieduta davanti al Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario, nel giorno della visita pastorale a Pompei e a Napoli, lo applaudono fedeli e pellegrini, arrivati da diverse parti della Campania e della Penisola, per festeggiare il suo primo anno di pontificato e pregare Maria.

Impegnarsi per la pace

In visita pastorale nella cittadina alle pendici del Vesuvio, per la coincidenza della data della sua elezione al soglio pontificio con quella della supplica alla Madonna, e quest’anno anche con il 150.mo anniversario della posa della prima pietra del santuario mariano, il Pontefice spiega di essere venuto anche per seguire le orme di Leone XIII, che ha ispirato la scelta del suo nome, e che “tra gli altri meriti” ha pure “quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario”. Ma il Papa rinnova anche quell’invito rivolto lo scorso anno dalla Loggia centrale della Basilica vaticana a impetrare l’intercessione di Maria perché ci sia pace nel mondo. Dall'altare che dà le spalle al Santuario, tutto bianco, adornato con fiori dello stesso colore e gialli, lo rafforza con la richiesta di una mobilitazione a vari livelli, annodandola alla corona del Rosario, che “spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo” e quelle urgenze evidenziate da Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae: la “famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale” e la “pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana”.

Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore.

Non rassegnarsi alle cronache di morte

Il Pontefice, che indossa una casula bianca dallo stolone azzurro con ricami dorati, chiaro rinvio ai simbolici colori mariani, rafforza le sue parole richiamando l’iniziativa di Giovanni Paolo II ad Assisi, dove “leader delle principali religioni” pregarono per la pace, e gli inviti propri e del suo predecessore Francesco “ai fedeli di tutto il mondo” a pregare per lo stesso scopo.

Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica.

I celebranti rivolti verso i fedeli (@Vatican Media)

Credere nella potenza divina dell'amore

“Venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia”, è l’invocazione di Leone XIV mentre il sole squarcia la coltre di nuvole grigie che coprivano dal mattino il cielo. La sua preghiera, che domanda intercessione alla Vergine del Rosario, la cui immagine è oggi innalzata al centro dell'altare, si leva perché vengano toccati “i cuori”, placati “i rancori e gli odi fratricidi” e illuminati “quanti hanno speciali responsabilità di governo”.

Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore. Questa potenza divina dell'amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!

Un momento della celebrazione (@Vatican Media)

La carezza di Dio sull’umanità

Un’omelia intensa, quella di Leone XIV, che commentando il Vangelo dell’Annunciazione si sofferma sul mistero dell’incarnazione, sulla “Luce” irradiatasi dal “grembo di Maria”, che ha dato “senso pieno alla storia e al mondo”. Per questo il “saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine”, quel “Rallegrati, piena di grazia”, esorta “a gioire”.

L’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano.

Maria, dunque, è “Madre della misericordia”, e poiché “discepola della Parola e strumento della sua incarnazione” è “la ‘piena di grazia’. Tutto in lei è grazia”. Nel suo “Eccomi” nasce Gesù, ma anche la Chiesa, e lei diventa così “Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa”.

L’eco del saluto dell’angelo Gabriele

Nella riflessione del Papa anche un approfondimento sul significato della preghiera che “affonda le radici nella storia della salvezza”, nel saluto dell’Angelo alla Madonna.

“Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me".

Il palco allestito davanti al Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario (@VATICAN MEDIA)

Un atto d’amore che conduce a Gesù

Nei grani della corona, “preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria”, l’Ave Maria, ripetendosi, “è un atto di amore”, specifica il Pontefice, come l’amorevole ripetersi “senza stancarsi: “Ti voglio bene”. Conduce a Gesù e “porta all’Eucaristia”, nella quale, diceva Bartolo Longo definendola “Rosario vivente”, “tutti i misteri si ritrovano … in una forma attiva e vitale”.

Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico. Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia. Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana.

Il Papa mentre incensa il crocifisso (@Vatican Media)

Il Rosario sorgente di carità

E quel pronunciare, nelle “Ave Maria”, continuamente Gesù è come fare esperienza di ciò che accadeva nella casa di Nazaret, dove tante volte il nome di Gesù sarà stato ripetuto da Maria e Giuseppe, ma anche di quella degli apostoli, abituati a parlare quotidianamente con il Maestro. La preghiera del Rosario è dunque giungere a Cristo attraverso Maria, prosegue il Papa, è “un compendio del Vangelo”. Accompagnato da meditazioni, come quelle offerte da San Bartolo Longo ai pellegrini perché non fosse “una recita meccanica”, ha un “respiro biblico, cristologico e contemplativo”. Per questo è anche “sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo”, aggiunge il Papa, ricordando che “Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità”. E se lui a Pompei, “accolse orfani e figli di carcerati”, oggi le Opere del Santuario offrono aiuti a piccoli e deboli.

L'offertorio (@Vatican Media)

La supplica a Maria

Concelebrano con il Pontefice l'arcivescovo prelato di Pompei, monsignor Tommaso Caputo, e il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, che si alternano nella preghiera eucaristica. Poi dopo il rito della comunione, a mezzogiorno in punto, Leone XIV inizia la Supplica alla Vergine del Rosario: "O Madre, implora per noi misericordia dal tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo cuore. Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono". Riecheggia l'orazione composta da Bartolo Longo nel lontano 1883, alternata a tre Ave Maria e il Papa, prima del Salve Regina, prega infine la Vergine: "Concedi il trionfo alla Religione e la pace alla umana Società".

Leone XIV affiancato da monsignor Caputo e dal cardinale Battaglia (@Vatican Media)

Il saluto dell'arcivescovo prelato di Pompei

Al termine della Messa, il saluto di ringraziamento di monsignor Caputo. "Abbiamo vissuto uno straordinario nuovo inizio di cui Lei, venuto a confermarci nella fede, si è fatto testimone e Padre - dice il presule -. In un momento così difficile per il mondo, attraversato da un malefico vento di guerra, Lei è qui a riannodare alla corona del Rosario della Beata Vergine Maria tutte le ragioni che continuano a indicare la via della fratellanza, del dialogo e della pace". L'arcivescovo prelato dichiara che la visita del Papa, "nel primo anniversario del pontificato, dà nuova vita al cuore della 'Nuova Pompei', qual è il Santuario", il quale oggi "entra nella storia di Pompei, come legame di amore e di incrollabile fedeltà al Papa e alla Santa Madre Chiesa". Infine, guardando alla Pompei nata sulle ceneri dell'antica città romana distrutta nel I secolo da una violenta eruzione del Vesuvio, monsignor Caputo afferma che da questo sfondo "la spiritualità del Rosario si delinea quale annuncio di Cristo, risurrezione e vita dell’uomo" e conclude: "Oggi con Lei si apre per noi un cammino nuovo di questo annuncio perché la Sua presenza ci ricorda che nell’unico Cristo noi siamo uno".

Leone XIV e monsignor Tommaso Caputo (@Vatican Media)

Scrosciano applausi prima della benedizione finale del Pontefice che, a ricordo della celebrazione, dona al Santuario un calice consegnandolo all'arcivescovo prelato, il quale gli regala, a sua volta, un cammeo raffigurante l'immagine della Madonna di Pompei, lavorato a mano su Conchiglia Sardonica con la tecnica di incisione a bulino, commissionata a un maestro incisore di Torre del Greco. Poi viene intonato un canto, il Papa lascia l'altare e riceve il caloroso abbraccio dei fedeli che lo salutano con gioia.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 08/05/2026)

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SANTA MESSA
E SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei

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Cari fratelli e sorelle!

“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone. Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.

Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo II, parlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessarioannunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».

Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. Agostino, De S. Virginitate, 6). Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).

Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. 86). Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.

Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri. Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.

Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.

Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.

Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!


Supplica alla Madonna di Pompei 



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