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mercoledì 14 gennaio 2026

Tonio Dell'Olio - Alberto Trentini grazie a chi?


Tonio Dell'Olio
 
Alberto Trentini grazie a chi?
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  14 Gennaio 2026


Bisogna pubblicamente ringraziare Marco Damilano che ieri, dalle pagine del quotidiano Domani, ha dato voce anche ai sentimenti di tanti dopo la scarcerazione di Alberto Trentini.

Damilano si poneva l’interrogativo di chi ringraziare per il felice esito di un’infausta vicenda. Ebbene, dopo il carosello delle passerelle governative nostrane e la prova muscolare dell’amministrazione Trump, credo fosse proprio l’ora di dire che in questi 423 giorni c’è stato anche un moto di solidarietà che ha spinto a non dimenticare Alberto. 

Come ci ha ricordato don Luigi Ciotti, citando Gianni Rodari: “Colui il cui nome è sempre pronunciato è sempre in vita”. Ma va ringraziato innanzitutto Alberto stesso: “Un italiano normale, dunque straordinario, che ha passato i confini non per invadere un altro popolo, ma per aiutare chi era in difficoltà. Ha vissuto quattordici mesi da prigioniero senza uno straccio di capo di imputazione, in mano al potere assoluto e dispotico degli aguzzini di Maduro” fa notare Damilano. 

E poi soprattutto i suoi genitori e infine la folla di associazioni, gruppi, movimenti, cittadini… che si sono uniti nella protesta e nella pretesa di una liberazione dovuta. Certo che i governi possono contare su intelligence, diplomazia, relazioni… ma non sempre lo fanno. E se hanno messo in campo qualcosa dell’apparato di cui dispongono l’hanno fatto anche perché c’è stata un’opinione pubblica che li ha spinti a tanto ricordandoglielo ogni giorno. 

Insomma, mobilitarsi vale la pena. Grazie.

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Vedi anche il post precedente:


La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump. Cosa sta succedendo in Iran

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump.
Cosa sta succedendo in Iran

Secondo varie fonti i morti durante la repressione per le proteste a Teheran sarebbero migliaia, forse 12 mila. Lunedì sembrava essersi aperto un canale di dialogo fra il regime di Khamenei e la Casa Bianca. Ma il giorno dopo il presidente americano ha chiuso la porta ai negoziati, incitato i manifestanti a continuare la protesta e minacciato ancora di intervenire (“L’aiuto sta arrivando”)


“La situazione è ora sotto controllo totale”. Aveva detto lunedì il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, aggiungendo che “quello che sta succedendo ora non sono proteste, è una guerra terroristica contro il Paese”. Ma l’Iran resta una polveriera. Il regime iraniano fa muro di fronte all’ondata di proteste che dal 28 dicembre scorso sta travolgendo la Repubblica Islamica. Il blocco di internet ha isolato l’Iran dal resto del mondo. “Non ho nessuna notizia, non posso neanche sentire i miei genitori”, ci diceva domenica un conoscente iraniano che vive da tempo in Italia. Bloccando il web le autorità sperano di rendere difficili le comunicazioni fra i manifestanti, ma dal’Iran arrivano comunque immagini di folla nelle strade, automobili in fiamme, sacchi neri pieni di cadaveri all’esterno degli ospedali. L'agenzia di stampa statunitense Human Rights Activist News Agency (HRANA) sostiene di aver verificato la morte di 1.850 manifestanti e l’arresto di 16.784 persone. Il sito di Iran International, con base a Londra, conta addirittura 12 mila morti. Il massacro sarebbe avvenuto soprattutto fra l’8 e il 9 gennaio. Ma si tratta di dati sui quali è impossibile una verifica indipendente.

Le proteste a Teheran

Secondo il Critical Threats Project dell'Institute for the Study of War, citato da Al Jazeera, domenica le proteste in Iran hanno iniziato a diminuire. Secondo il think tank statunitense, la diminuzione delle manifestazioni è probabilmente dovuta alla chiusura di Internet a livello nazionale da parte del governo e alla repressione dell'uso dei satelliti Starlink. Tuttavia il presidente americano Trump ha detto che intende parlare con Elon Musk per riattivare l’uso della rete Starlink in Iran. Come già avvenuto in passato, il regime ha organizzato una grande contromanifestazione di sostegno al governo.

Manifestazioni di sostegno alla protesta iraniana a Londra (REUTERS)

Le proteste in Iran sono cominciate a fine dicembre per esprimere il malcontento nei confronti della situazione economica del paese. Le sanzioni, la dispendiosa guerra contro Israele, la cattiva gestione dell’economia hanno provocato l’aumento dei prezzi e la perdita di valore della valuta locale, il rial, nei confronti del dollaro. Ben presto la protesta si è trasformata in una critica più ampia al regime iraniano. I manifestanti hanno intonato slogan come "Morte al dittatore" e "Iraniani, alzate la voce, gridate per i vostri diritti”. Domenica, HRANA ha riferito che ci sono state proteste in oltre 185 città in tutte le 31 province del Paese, con oltre 10.000 persone arrestate.

In un primo tempo il governo aveva riconosciuto le difficoltà economiche e il presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, aveva nominato un nuovo capo della banca centrale. Ma poi ha prevalso la linea dura. Mohammad Movahedi Azad, procuratore generale iraniano, sabato aveva dichiarato che i procedimenti legali contro i rivoltosi dovrebbero essere condotti "senza clemenza, pietà o appeasement". Ha avvertito che "tutti i criminali coinvolti" sarebbero stati considerati "nemici di Dio”.

La protesta, come è sempre accaduto in questi anni in Iran, è spontanea e senza leader autorevoli e riconoscibili. Il regime mostra ancora compattezza dietro il leader politico e spirituale, l’ayatollah Khamenei. Non arrivano notizie di defezioni da parte delle istituzioni armate del Paese, in primo luogo i Guardiani della rivoluzione e le milizie Basij. Dal suo esilio negli Stati Unti Reza Pahlavi, 66 anni, il figlio dell’ex Scià di Persia, che lasciò l’Iran a 19 anni in seguito alla rivoluzione khomeinista, si propone come figura di transizione verso la democrazia. In un intervento sul quotidiano Washington Post, Reza Pahlavi, ha scritto di farsi avanti “non come aspirante sovrano, ma come amministratore di una transizione nazionale verso la democrazia” che porti a una riconciliazione nazionale e a un referendum “per determinare la futura forma democratica di governo”. In qualche modo, sostengono alcuni iraniani che vivono all’estero, Pahlavi in questo momento è un simbolo che può unire, anche se sembra improponibile un ritorno della monarchia.

Quello che potrà accadere nei prossimi giorni è anche nella mani di Donald Trump. All’inizio della protesta Trump aveva affermato che gli Stati Uniti sono "pronti a intervenire" qualora il governo iraniano dovesse ricorrere alla forza letale contro i manifestanti, ed è stato informato dai vertici americani n merito a potenziali attacchi militari. Tuttavia Trump resta prudente. Un intervento militare contro l’Iran non è privo di rischi, anche per la minaccia di rappresaglie contro Israele e le basi militari Usa nella regione del Golfo. Un intervento di tipo dimostrativo rischia di essere troppo poco e anche controproducente. Un intervento più deciso potrebbe scatenare una reazione dura del regime, anche a danno dei manifestanti e della popolazione iraniana. Di fronte a questi rischi non sorprende che nelle ultime ore diano arrivati segnali di un possibile dialogo fra Teheran e Washington. “Come ho ripetuto più volte, siamo anche pronti a negoziare, ma solo se si tratta di negoziati equi e dignitosi, condotti su un piano di parità, nel rispetto reciproco e sulla base di interessi comuni”, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Trump ha confermato che i funzionari iraniani lo avevano chiamato "per negoziare", aggiungendo però che "potrebbe essere necessario agire prima di un incontro". Ma nelle ultime ore Trump ha inasprito i toni. Ha dichiarato di aver cancellato gli incontri con i funzionari iraniani, ha incitato i “patrioti iraniani” a continuare a manifestare”, aggiungendo che “l’aiuto è in arrivo”. Ma non ha specificato a quale tipo di aiuto sta pensando.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Roberto Zichittella 12/01/2026 • Ultimo aggiornamento 14/01/2026 • 12:19)

Diritto vs libertà? di Giuseppe Savagnone

Diritto vs libertà? 
di Giuseppe Savagnone


Attacco al Venezuela
Il caso Venezuela ha riempito e continua riempire le pagine dei giornali, letto però in ottiche abbastanza diverse e talora opposte. Poiché ad esserne protagonista è il paese – gli Stati Uniti – che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha costituito, e anche ora continua a costituire, il punto di riferimento delle democrazie occidentali, vale la pena cercare di comprendere meglio il significato di questa vicenda e delle diverse interpretazioni che se ne danno.

In primo luogo, come sempre è giusto fare prima di passare ai commenti, partiamo dai fatti. Da mesi il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro era oggetto di durissime accuse da parte della Casa Bianca. L’imputazione fondamentale era il suo ruolo nel narcotraffico. Maduro sarebbe stato addirittura capo di un cartello della droga denominato «Cartel de los Soles», accusato anche di essere una organizzazione terroristica.

È stato in rapporto a questo che, dai primi di settembre 2025, più di trenta imbarcazioni venezuelane, mentre navigavano nelle loro acque territoriali, sono state oggetto di attacchi da parte di droni americani, con la morte di centodieci persone – pacifici pescatori, secondo il governo venezuelano, pericolosi narco-trafficanti secondo quello statunitense.

In mancanza di prove, impossibile dire chi avesse ragione. Ma diversi membri del Congresso americano hanno fortemente criticato la violenza delle operazioni – per di più sulla base di una indimostrata presunzione di colpa – , evidenziata da un video che mostrava alcuni superstiti dell’attacco a una di queste barche, aggrappati al relitto, colpiti e uccisi da un secondo attacco.

Anche se gli esperti della lotta al narcotraffico hanno sempre dichiarato che il Venezuela ha in esso un ruolo marginale e infatti, dopo la cattura di Maduro e l’avvio del processo nei suoi confronti, l’accusa di capeggiare il traffico della droga è quasi scomparsa dall’elenco delle imputazioni e al centro c’è quella di essere al centro di un «sistema di corruzione»..

Quello che è certo, è che Maduro era un dittatore, come del resto il suo precessore, Chavez, di cui dal 2013 era il successore designato, ma di cui non aveva né il carisma né le capacità. Da qui un regime che ha puntato più sulla repressione che sul vero consenso, che ha messo in prigione gli oppositori, che ha trascinato il Venezuela in una profonda crisi economica e sociale.

È in questo contesto – caratterizzato dalle proteste dell’opposizione, guidata dalla premio Nobel per la pace Maria Corina Machado – che il presidente Trump ha sempre più accresciuto la pressione psicologica e militare su Maduro, schierando di fronte alle coste venezuelane una vera e propria armata, con numerose navi da guerra e truppe pronte allo sbarco. Ma Maduro non si è dimesso. A questo punto, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, è scattato il blitz che lo ha sorpreso nottetempo nella sua residenza e, eliminando la sua guardia personale – si parla di circa ottanta vittime – lo ha arrestato e trasportato negli Stati Uniti, dove è appena cominciato il suo processo.

Le reazioni internazionali
E qui cominciano le divergenze nel valutare l’accaduto. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per il blitz e per la sua «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre la Russia e la Cina – che tra l’altro in Venezuela hanno grossi interessi legati al petrolio – hanno duramente condannato l’attacco.

L’Unione Europea ha reagito con estrema cautela, ricordando di avere «ripetutamente affermato che Nicolás Maduro non ha la legittimità di un presidente democraticamente eletto», ma al tempo stesso sottolineando che «in ogni circostanza devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite» e affermando che «il diritto del popolo venezuelano a determinare il proprio futuro deve essere rispettato». Tutto e nulla.

Diversificate le reazioni dei singoli governi europei. Quello italiano, pur criticando in linea di principio «l’azione militare esterna», ha dichiarato di considerare «al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

La condanna più decisa è venuta dal governo francese: «Nessuna soluzione politica durevole può essere imposta dall’esterno», ha affermato il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot. E, a proposito di Maduro, ha aggiunto: «L’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale».

Il contesto
Come sempre, però, è il contesto della vicenda a indicarne il significato. Trump ha parlato di una «nuova alba» per il Venezuela. E come tale l’hanno salutata molti partiti e giornali di destra in Europa e in Italia, dove i critici dell’operazione americana sono stati accusati di essere per ciò stesso sostenitori di un dittatore. E, anche laddove si è, più correttamente, preso atto che la condanna del blitz statunitense non implicava l’apprezzamento del personaggio Maduro, essa è stata additata come il segno di una distorsione ideologica. Così in un titolo de «il Foglio (6 gennaio): «Questa sinistra venera più il diritto internazionale che la libertà».

Una contrapposizione inquietante, perché il diritto non è un’alternativa alla libertà, ma la sua suprema garanzia. Senza di esso, ad essere liberi sono soltanto i più forti, che sono in grado di imporre la loro volontà senza rispettare alcuna regola. Che è quello che Trump ha a chiare lettere rivendicato, in una lunga intervista fattagli dal «New York Times». Quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», il presidente ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Questa è la libertà senza diritto. Maduro era un dittatore, ma Trump crede di essere Dio. E il secondo non è meno pericoloso del primo. Anche semplicemente dal punto di vista della democrazia. Lo evidenzia il fatto che l’enfasi con cui è stata esaltata dall’opinione pubblica mondiale la liberazione del popolo venezuelano e la sua restituzione ad un regime finalmente democratico sia miseramente naufragata di fronte all’esplicita esclusione, da parte di Trump, della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che in un primo momento aveva esultato, dichiarandosi pronta a «prendere il potere».

In realtà il presidente americano sembra preferire la continuazione del tanto contestato assetto chaveziano finora vigente in Venezuela, ora che la vice-presidente Delcy Rodríguez, subentrata al vertice del governo ha ceduto alle sue minacc e si è sottomessa senza riserve, in particolare riconoscendo agli Stati Uniti il pieno controllo del petrolio venezuelano e, indirettamente, del paese.

Ed è di petrolio che Trump ha parlato celebrando il proprio ennesimo trionfo, molto più che di democrazia. Anche perché è difficile definire democratico un progetto che prevede il controllo degli Stati Uniti sul Venezuela nel prossimo futuro. Per quanto, «solo il tempo ce lo dirà», ha spiegato il Tychoon nell’intervista al «New York Times» Alla domanda se la situazione sarebbe durata tre mesi, sei mesi, un anno o più, il presidente americano ha risposto: «Direi molto più a lungo». E ha continuato: «Useremo il petrolio e lo importeremo. Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, che ne ha disperatamente bisogno».

Insomma, l’avvento della democrazia, per il popolo venezuelano, comporterà l’appropriazione della sua principale risorsa da parte degli Stati Uniti, che hanno sempre aspirato a impadronirsene, e la sottomissione all’arbitrio del più forte. Quali che siano le acrobazie dei sostenitori europei e italiani di Trump, questo non è il progetto di una liberazione, ma di un dominio e di uno sfruttamento coloniale.
Una stella nella notte

Come conferma, del resto, il concomitante ritorno del Tychoon alla rivendicazione della Groenlandia, che certo non ha nulla a che vedere col narcotraffico e con la mancanza di democrazia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia», ha dichiarato, spiegando che non esclude, per questo neppure l’opzione militare. In alternativa, si offre di comprarla da governo danese che però, per bocca della sua premier Mette Frederiksen, ha replicato con fermezza che «la Groenlandia non è in vendita».

Questa volta l’Europa sembra compatta nella decisone di difendere i diritti della Danimarca. Ma circola l’ipotesi che, per evitare che finisca come col Venezuela, si possa ricorrere all’escamotage di concedere l’indipendenza all’isola e lasciare poi che siano gli abitanti a decidere. E già si parla della possibile offerta di centomila dollari a testa in cambio della scelta di aderire agli Stati Uniti.

Il diritto ormai si identifica apertamente con la forza, quella delle armi e quella del denaro, nel venir meno di ogni criterio etico e perfino del pudore che in passato mascherava questo cinismo. Ciò riguarda l’Italia in modo particolare perché, come si è visto, mentre altri paesi, come la Francia, hanno preso le distanze dallo stile di Trump, la nostra premier – che se ne è sempre dichiarata ammiratrice, rivendicando il «rapporto privilegiato» che li lega – , non lo ha fatto, fedele al proposito, espresso più volte, di collaborare con lui per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Una piccola stella, in questa notte, è stata la parola di papa Leone che, nell’omelia della veglia di Natale, ha contrapposto la logica del vangelo a un sistema economico che non è a servizio della persona, ma la riduce ad oggetto. «Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù». Il papa non ha detto a chi si riferiva. I fatti si sono incaricati di mostrarlo.

(Fonte: Rubrica "I CHIAROSCURI" - 09.01.2026)

martedì 13 gennaio 2026

Polizie morali di Tonio Dell'Olio

Polizie morali 
di Tonio Dell'Olio




I regimi totalitari hanno sempre avuto bisogno di corpi speciali, agenzie di spionaggio interno, reparti di polizia assolutamente affidabile e meglio addestrato… cui assegnare compiti determinanti per la stessa vita del regime.

In Iran questo ruolo, sin dal 1979, all’indomani della cosiddetta “rivoluzione islamica”, è affidato al Gasht-e Ershad, comunemente chiamato “polizia morale” o Guidance Patrol. Ha il compito di pattugliare le strade e le piazze riservando particolare attenzione ai luoghi di ritrovo più frequentati da donne e trarre in arresto ragazze che non rispettino le norme sull’abbigliamento o che mostrino un comportamento “inopportuno”. Ce l’hanno in particolare con i ciuffi di capelli che spuntano dall’hijab. I luoghi di detenzione sono poi un vero e proprio inferno. Gli Stati uniti d’America che vantano una gloriosa storia di democrazia hanno messo in campo l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che è un’agenzia federale. In questa seconda amministrazione Trump, l’ICE sembra avere assunto tutte le stesse caratteristiche comportamentali e strutturali di un corpo speciale tipico delle dittature. Presidia strade, piazze e possibili luoghi di ritrovo dei migranti, organizza blitz mirati, trae in arresto e “re-immigra” persone che da anni ormai si sono stabilite degli Usa, non sottopongono a processi e non tengono conto delle particolari condizioni (figli piccoli o anziani da accudire, situazioni di precarietà ecc.). Gli Stati Uniti sono ancora una democrazia?

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 13.01.2026)

Tutti i crimini del sovrano del mondo di Luigi Ferraioli

Tutti i crimini del sovrano del mondo 
di Luigi Ferraioli


L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un «attacco spettacolare» l’ha chiamata lo stesso Donald Trump – è un atto criminale, ancor più grave, per la sua ostentata e compiaciuta brutalità, della criminale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte penale internazionale; l’assassinio di almeno 80 persone, che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela, sul palazzo del governo, su aeroporti, caserme e basi miliari.

E ancora: il sequestro di persona del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, catturati dagli aggressori entrati arbitrariamente nella loro abitazione; la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato dell’aggressione.

Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini. Il narcotraffico, ovviamente, è un pretesto. I veri obiettivi sono due: l’immenso petrolio venezuelano e, soprattutto, la dimostrazione al pianeta di chi è il vero sovrano del mondo.

Trump non solo si è vantato, come sempre, della sua eccezionalità e della sua potenza militare, ma ha dichiarato che il Venezuela sarà d’ora in poi governato dagli Stati Uniti, dunque che è una terra di conquista; al punto, se sarà necessario, che è già programmata una seconda aggressione militare. Ha progettato il sostanziale controllo del petrolio venezuelano come “roba nostra” e i molti miliardi che ne verranno alle compagnie statunitensi. Ha minacciato l’intera America Latina, a cominciare da Cuba e dalla Colombia, ma anche il mondo intero, al quale ha esibito l’indiscutibile superpotenza militare degli Stati Uniti.

L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri e addirittura la sua giustificazione da parte del governo italiano. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Oggi, di fronte, di nuovo, a un’aggressione, nella quale da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito, la mancata indignazione dell’Unione annulla la già debole credibilità dell’intera politica europea, incapace in quattro anni di una sola iniziativa diplomatica nei confronti della Russia. Il vanto incontrastato di Trump per l’operazione segnala apertamente il crollo del diritto internazionale, sostituito dalla legge del più forte, ostentata del resto, e non solo praticata, anche dagli altri autocrati suoi alleati, Putin e Netanyahu.

Questa generale, esplicita abdicazione del diritto internazionale avrà l’effetto di rendere d’ora in poi legittima e scontata qualunque sua violazione, passata e futura: ieri l’invasione russa dell’Ucraina, domani quella cinese di Taiwan e poi altre ancora, da Cuba alla Groenlandia, già del resto apertamente minacciate. Fino alla normalizzazione e alla mondializzazione delle guerre di aggressione.

Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte penale internazionale, i cui membri, tuttavia, sono stati più volte, da questi stessi criminali, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili.

L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione. Il 3 gennaio ha segnato una svolta nel già dissestato diritto internazionale. Dopo le tante guerre – alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia – contrabbandate con le ipocrite qualifiche di guerra etica, esportazione della democrazia, difesa preventiva e simili – è stata proclamata ufficialmente, dalla più grande potenza militare del mondo, la legge del più forte.

Questa legge selvaggia, in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari divise tra ben nove potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano.

La sola alternativa, improbabile ma possibile, è, come sempre, una rifondazione costituzionale della carta dell’Onu, che non si limiti a proclamare la pace, ma introduca la sola garanzia che renda impossibile le guerre: la messa al bando delle armi – di tutte le armi concepite per uccidere – tramite la previsione e la severa punizione della loro produzione e del loro commercio come crimini gravissimi contro l’umanità.

Nell’interesse di tutti, fuorché degli attuali padroni del mondo. È un’utopia, certamente. Ma è la sola cosa che abbiamo. Consiste in una prospettiva, solo lontanamente possibile, ma che, proprio per questo, abbiamo tutti il dovere di perseguire.

(Fonte:  “il Manifesto” - 6 gennaio 2026)

lunedì 12 gennaio 2026

Don Ciotti: "Bentornato Alberto Trentini, figlio di un'Italia che crede nella pace"

Don Ciotti: "Bentornato Alberto Trentini,
figlio di un'Italia che crede nella pace"
'Una gioia indescrivibile saperti libero'

Luigi Ciotti, Alessandra Ballerini, Armanda Trentini, Paola Regeni, Claudio Regeni (ANSA)

Bentornato, carissimo Alberto! E' una gioia indescrivibile saperti libero e pronto a rientrare in Italia, dalla tua famiglia e dai tuoi amici.

Ti siamo stati famiglia in tanti, in questo periodo di ingiusta e durissima detenzione.

Tu forse non l'hai saputo, ma abbiamo condiviso coi tuoi genitori Armanda ed Ezio, e con la brava avvocata Alessandra Ballerini, preoccupazione, impegno e speranza. Non li abbiamo lasciati mai soli, non abbiamo lasciato che si spegnesse l'attenzione su di te, prigioniero senza colpe di un sistema di interessi che usa i diritti delle persone come merce di scambio". Così don Luigi Ciotti si rivolge a Alberto Trentini nel giorno della sua liberazione.

"Non avevamo il potere di riportarti a casa, ma sentivamo il dovere morale di sollecitare ogni giorno, a gran voce, chiunque fosse in grado di intervenire- afferma don Ciotti- Ognuno l'ha fatto secondo la propria sensibilità: chi attraverso gli appelli, chi con le manifestazioni, con la preghiera o con il digiuno. Il tuo nome, il tuo sorriso, la tua forza nel sopportare una prigionia senza motivo, ci hanno accompagnati in quest'anno di attesa sempre più febbrile. L'attesa è finita e adesso non ci stanchiamo di ripeterlo: bentornato, Alberto! Bentornato a te giovane uomo generoso, figlio di un'Italia che crede nella pace, nella libertà, nella dignità di tutti gli esseri umani. E che naturalmente si rallegra anche per gli altri detenuti restituiti oggi ai propri Paesi e alle proprie famiglie!".

"In questi lunghi mesi abbiamo fatto di tutto per sentirti vicino, anche mettere un po' della tua passione civile nel nostro impegno quotidiano. Grazie perché, anche senza poterci parlare, ci hai insegnato qualcosa. Oggi la felicità di saperti libero supera qualsiasi riflessione su come la tua liberazione sia infine arrivata. Ma un pensiero va al popolo del Venezuela e in particolare ai suoi abitanti più poveri e fragili, ai quali tu volevi portare aiuto e che oggi affrontano nuove prove. La speranza è - conclude- che anche per loro si costruiscano nel tempo quei diritti e quella giustizia sociale che dovrebbero essere garantiti a ogni comunità umana".
(fonte: ANSA 12/01/2026)

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Il caso di Alberto Trentini, detenuto 423 giorni
Dall'arresto alla liberazione, le tappe della vicenda



La detenzione di Alberto Trentini in Venezuela è cominciata il 15 novembre 2024.

L'operatore umanitario veneziano, 46 anni, si trovava nel Paese da meno di un mese per conto della Ong 'Humanity & Inclusion', impegnata nell'assistenza alle persone con disabilità.

Trentini, che era arrivato a Caracas il 17 ottobre, è stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava verso Guasdualito per portare aiuti alle comunità locali. Quando è stato arrestato non aveva con sé le medicine di cui ha bisogno. Ha trascorso 423 giorni in un carcere di massima sicurezza alle porte della capitale venezuelana.

Nelle prime settimane non si è saputo nulla sulla sua detenzione. Per oltre due mesi le autorità non hanno fornito notizie né hanno permesso alcun contatto con lui. A gennaio 2025 Palazzo Chigi, in una nota, assicurò che si stavano "attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva" garantendo "massima attenzione fin dall'inizio".

Dopo 181 giorni di silenzio la notte del 16 maggio è arrivata la prima telefonata. Il cooperante dal carcere di Caracas ha parlato con la famiglia, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli lo definì "un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica".

Un mese prima, ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull'impegno delle istituzioni, garantendo che "il governo è al lavoro per riportarlo a casa".

Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante la donna, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, ha puntato il dito contro l'esecutivo. "Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano - ha detto - E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita".

Una linea che si è poi ammorbidita. "La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza" hanno affermato proprio mercoledì i genitori di Alberto: "Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione".

Infine oggi 12 gennaio 2026 la notizia tanto attesa, quella della liberazione, annunciata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, con la soddisfazione espressa dalla premier Giorgia Meloni. Sollievo e gioia per la famiglia di Alberto Trentini.
(fonte: ANSA 12/01/2026)

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE ANGELUS Leone XIV: nel buio e nei conflitti della vita, il Battesimo è luce e riconciliazione - Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace.

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 11 gennaio 2026

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Leone XIV: nel buio e nei conflitti della vita, 
il Battesimo è luce e riconciliazione

All'inizio del Tempo Ordinario il Papa all'Angelus, con una piazza San Pietro gremita di 25 mila fedeli, si sofferma sul "sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità". Invita tutti i battezzati a impegnarsi per testimoniare il dono di questo Sacramento "con gioia e con coerenza", nella certezza che "Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese"


“Quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male!”

Tutta la Trinità si fa presente nella storia. È accaduto quando Gesù si è fatto battezzare nelle acque del fiume Giordano: lo Spirito Santo discese sul Figlio di Dio e, attraverso di Lui, il dono della salvezza arriva all'uomo. È quanto ricorda il Pontefice oggi, 11 gennaio, nella catechesi dell'Angelus pronunciato dopo il rito dei Battesimi, in Cappella Sistina, a 20 bambini figli di dipendenti vaticani.

Dio non guarda il mondo da lontano

C'è uno sguardo divino sull'umanità che è attento, costante e misericordioso. Il mistero di Dio fattosi uomo dice di una relazione in cui non c'è distanza ma ascolto, presenza.

Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità.

Gesù viene per servire, non per dominare

Il Papa sottolinea la dimensione dell'incarnazione che caratterizza la fede cristiana: "Nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio".

Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna.

Il Battesimo è luce, testimoniarlo con gioia e coerenza

Il Successore di Pietro invita a riscoprire il valore profondo del Battesimo, soprattutto oggi: è un "grande dono ricevuto". Esorta a impegnarci testimoniandolo "con gioia e con coerenza". È linfa vitale, in particolare nelle desolazioni della vita:

Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 11/01/2026)


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Il Papa: in Iran e Siria si coltivi con pazienza il dialogo e la pace

A fine Angelus, Leone XIV rivolge un pensiero all'Iran, teatro di proteste e di violente repressioni, e alla Siria, dove proseguono gli scontri tra esercito governativo e milizie curde: "Perseguire il bene comune dell’intera società". Invoca poi pace in Ucraina, al buio e al freddo a causa dei "gravi" raid russi: "Cessare le violenze e intensificare gli sforzi per la pace". Il Pontefice prega per i bimbi nati in condizioni più difficili, "sia di salute sia per i pericoli esterni"

Piazza san Pietro all'Angelus dell'11 gennaio (@Vatican Media)

È una grave preoccupazione quella che Leone XIV esprime dalla finestra del Palazzo Apostolico per il Medio Oriente, in preda ancora a conflitti e violenze. Il pensiero del Papa all’Angelus di oggi, 11 gennaio, è soprattutto per Iran e Siria, "dove - afferma - persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone".

L’Iran, teatro di una ondata di proteste senza precedenti iniziate a fine dicembre e in corso per il quattordicesimo giorno consecutivo, con quasi duecento città coinvolte in tutte le 31 province iranian. Il bilancio – stando alle Ong – è di circa 500 vittime tra i manifestanti, a causa della feroce repressione del regime, e di oltre 2.500 mila arresti. In Siria, invece, continuano gli scontri ad Aleppo tra l’esercito governativo e le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Fds) che hanno provocato morti e feriti.

Leone XIV invoca pace, tregua, dialogo, stop alle violenze.

“Auspico e prego che si continui con pazienza, il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società”

Pace in Ucraina

Una supplica accorata il Papa la eleva anche per l’Ucraina, dove non si fermano i raid russi a edifici e infrastrutture (secondo il governo di Kyiv, ci sono stati 1100 droni e 890 bombe in una sola settimana), che hanno lasciato intere città al buio e al freddo. Leone XIV stigmatizza questi "nuovi attacchi particolarmente gravi" che, "mentre il freddo si fa più duro", colpiscono "pesantemente" la popolazione civile. Rilancia quindi l’appello perché possa terminare questo orrore nel Paese.

Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e intensificare gli sforzi per arrivare alla pace

La benedizione ai bambini battezzati

Al momento dei saluti dopo l’Angelus, il Pontefice, nel giorno della festa del Battesimo del Signore, estende la benedizione a tutti i bambini che sono stati battezzati nella Cappella Sistina questa mattina e anche a quelli che riceveranno il Sacramento in questi giorni "a Roma e nel mondo intero".

In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 11/01/2026)

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ANGELUS DI LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, dà inizio al Tempo Ordinario: questo periodo dell’anno liturgico ci invita a seguire insieme il Signore, ascoltare la sua Parola e imitare i suoi gesti d’amore verso il prossimo. È così, infatti, che confermiamo e rinnoviamo il nostro Battesimo, cioè il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita.

Il Vangelo che oggi ascoltiamo racconta come nasce questo segno efficace della grazia. Quando si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, Gesù vede «lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui» (Mt 3,16). Nello stesso tempo, dai cieli aperti si ode la voce del Padre che dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato» (v. 17). Allora tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di Lui e, attraverso di Lui, ci viene donato quale forza di salvezza.

Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità.

Ecco perché Giovanni il Battista, pieno di stupore, chiede a Gesù: «Tu vieni da me?» (v. 14). Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna.

Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza. Proprio oggi ho battezzato alcuni neonati, che sono diventati nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede: quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male! Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo.

Preghiamo insieme la Vergine Maria, chiedendo che sostenga ogni giorno la nostra fede e la missione della Chiesa.
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Dopo l'Angelus


Cari fratelli e sorelle,

come ho già accennato, questa mattina – secondo la consuetudine della festa del Battesimo di Gesù – ho battezzato alcuni neonati, figli di dipendenti della Santa Sede. Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari.

Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società.

In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace.

E ora saluto tutti voi, romani e pellegrini presenti oggi in Piazza San Pietro. Grazie, thank you, muchas gracias!

In particolare saluto il gruppo della Scuola “Everest” di Madrid e l’associazione “Bambini Fratelli” di Guadalajara in Messico: “Dejemos que los niños sueñen”.

A tutti voi auguro una buona domenica!

Guarda il video integrale


FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE Leone XIV battezza 20 bambini: "La fede, un bene essenziale per vivere"

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA E BATTESIMO DI ALCUNI BAMBINI
Cappella Sistina
Domenica, 11 gennaio 2026

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Leone XIV battezza 20 bambini:
"La fede, un bene essenziale per vivere"

Il Pontefice celebra in Cappella Sistina la Messa per la festa del Battesimo del Signore e amministra il sacramento del Battesimo ai 12 bambini e 8 bambine, figli di dipendenti vaticani. Nell'omelia ricorda che verrà il giorno in cui i piccoli "diventeranno pesanti da tenere in braccio" e in cui "saranno loro a sostenere voi". "Il Battesimo ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa", aggiunge il Papa, assicurando ai genitori che "il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”


La lallazione dei bimbi più grandi, il vagito dei neonati, qualche “ma-ma” o “uuuééé” fanno da nota musicale alla Messa che Papa Leone XIV celebra, questa mattina, 11 gennaio, nella Cappella Sistina per la festa del Battesimo di Gesù. Occasione in cui, come tradizione avviata negli anni ’80 da San Giovanni Paolo II, il Pontefice battezza i figli dei dipendenti vaticani. Quest’anno ce ne sono venti sotto le volte michelangiolesche, in braccio a mamme e papà che li cullano, li intrattengono con ciucci e libretti o li distraggono indicando i maestosi affreschi sopra la propria testa.

Uno dei 20 bambini oggi battezzati dal Papa (@Vatican Media)

I 20 battezzandi

Dodici maschi e otto femmine ricevono il Sacramento dalle mani di Papa Leone: Matilde Maria Agata; Federico; Caterina Inti; Cristopher Francesco; Chiara; Damiano; Marcello; Flavio; Viola; Giuseppe Mattia; Simona; Beatrice; Davide Maria Beatrice; Niccolò; Mattia; Leonardo; Matteo; Vittoria; Mattia.

Oggi “sono trasformati in creature nuove”, dice il Pontefice nella breve omelia della celebrazione, accompagnata dai canti della Schola Cantorum e iniziata con le formule previste dal rito: “Che nome date ai vostri bambini? Che cosa chiedete per loro? Siete consapevoli della vostra responsabilità?”. “Cari bambini, con grande gioia la Chiesa di Dio vi accoglie”, afferma sempre il Papa, dopo le risposte di genitori e di padrini e madrine. E traccia quindi il segno della croce sulla fronte di ciascuno dei piccoli, giocherellando con alcuni di loro, accarezzandoli o afferrandogli la manina.

Papa Leone XIV in Cappella Sistina (@Vatican Media)

"Se cibo e vestito sono necessari, la fede è più che necessaria"

La prima lettura è tratta dal libro del profeta Isaia, la seconda dagli Atti degli Apostoli, il Vangelo è quello di Matteo che racconta del Battesimo di Gesù sulle rive del fiume Giordano. Da quest’ultimo trae spunto Leone XIV per rimarcare, nella sua riflessione, che “quando il Signore entra nella storia, viene incontro alla vita di ciascuno con cuore aperto e umile”. Il Figlio di Dio “inaugura un tempo nuovo”. E lo stesso accade oggi con questi venti battezzandi: “Poiché Dio li ama, essi diventano cristiani, nostri fratelli e sorelle”.

“Come da voi genitori – aggiunge il Papa, rivolgendosi a mamme e papà - hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare?”, domanda Leone. “Se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.

L'amore di Dio attraverso i genitori

L’amore di Dio, dunque, si “manifesta in terra” attraverso i genitori che chiedono “la fede” per i propri figli. “Certo – osserva Leone XIV - verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa – è il suo augurio -, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce”.

Il rito del Battesimo (@Vatican Media)

I segni della liturgia

A conclusione dell’omelia, il Papa elenca i gesti che caratterizzano la liturgia: “Bellissime testimonianze”. L’acqua del fonte, lavacro che “purifica da ogni peccato”; la veste bianca, “l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno”; la candela accesa al cero pasquale, simbolo della “luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino”. Speranza del Papa è che questo cammino continui “con gioia” lungo l’anno appena iniziato e “per tutta la vita” sempre nella certezza “che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”.

La Messa prosegue con le preghiere dei fedeli – si prega per il Papa e i vescovi, per i neobattezzati, i governanti, le famiglie, per tutti i bambini, per i peccatori e i violenti e per i sofferenti e le persone angosciate – e con le litanie dei santi. I due concelebranti, monsignor Filippo Iannone, prefetto del Dicastero per i Vescovi, e monsignor Vittorio Viola, segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, segnano il petto di ciascun neonato con l’olio consacrato.

Il rito del Battesimo

Una ad una, in ordine, ogni famiglia si reca al fonte battesimale dove Leone versa l’acqua benedetta sul capo dei battezzandi: “Signore… tu chiami i battezzati perché annuncino con gioia il Vangelo di Cristo nel mondo intero. E ora benedici quest’acqua per il Battesimo dei bambini, che tu hai scelto e chiamato alla nuova nascita nella fede della Chiesa, perché abbiano la vita eterna”. Il Papa sorride davanti alle ‘proteste’ dei neonati per la testa bagnata o esclama “bravo”, “brava” quando, invece, non si lamentano.

Ai bambini viene consegnata la veste bianca, simbolo della ‘rinascita’ a nuove creature di cui parlava l'omelia. Ogni papà accende, invece, una candela dal cero pasquale.

La Messa presieduta da Papa Leone XIV (@Vatican Media)

Il saluto dei genitori

Grandi i sorrisi di genitori e parenti in Sistina e anche di alcuni degli stessi battezzati al termine del rito, soprattutto quando, alla fine, Papa Leone – con il sottofondo del tradizionale canto dell’Adeste Fideles - in piedi, saluta personalmente ogni famiglia. Strette di mano, di nuovo carezze e benedizioni sul capo dei più piccoli. Alle famiglie anche un dono da parte del Papa: una medaglia che raffigura la Vergine Maria.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 11/01/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle,

quando il Signore entra nella storia, viene incontro alla vita di ciascuno con cuore aperto e umile. Egli cerca il nostro sguardo con il suo, pieno d’amore, e dialoga con noi rivelandoci il Verbo della salvezza. Fatto uomo, il Figlio di Dio realizza per tutti una possibilità sorprendente, che inaugura un tempo nuovo e inatteso persino dai profeti.

Se ne accorge subito Giovanni il Battista, che chiede a Gesù: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14). Come luce nelle tenebre, il Signore si fa trovare lì dove non ce lo aspettiamo: è il Santo tra i peccatori, che vuole abitare in mezzo a noi senza tenere le distanze, anzi, assumendo fino in fondo tutto quel che è umano. «Lascia fare» risponde Gesù a Giovanni, «perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (v. 15). Quale giustizia? Quella di Dio, che nel battesimo di Gesù opera la nostra giustificazione: nella sua infinita misericordia, il Padre ci fa giusti per mezzo del suo Cristo, l’unico Salvatore di tutti. Come accade ciò? Colui che viene battezzato da Giovanni nel Giordano fa di questo gesto un segno nuovo di morte e risurrezione, di perdono e comunione. Ecco il Sacramento che celebriamo oggi per questi vostri bambini: poiché Dio li ama, essi diventano cristiani, nostri fratelli e sorelle.

I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza.

Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli. Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce.

I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino. Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi.

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Razzismo e affari del nuovo colonialismo di Mario Ricciardi

Razzismo 
e affari del nuovo colonialismo 
di Mario Ricciardi


Negli Stati uniti si discute molto in questi giorni del modo migliore di inquadrare sul piano della teoria politica l’intervento militare in Venezuela e l’intercettazione di due petroliere provenienti dal paese sudamericano che hanno tentato di forzare il blocco navale per raggiungere i porti russi.

Queste azioni dell’attuale amministrazione sono per certi versi in continuità con le politiche di intervento ispirate dai neocon negli anni della presidenza di Bush figlio.

Ma hanno anche aspetti che fanno pensare a un ritorno a schemi che risalgono più indietro nel tempo, all’epoca in cui le potenze europee e gli Stati uniti si scontravano per il controllo delle risorse (terra, schiavi e minerali) presenti nei vasti territori dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe abitati da popolazioni indigene, talvolta prive di un’organizzazione politica di tipo occidentale.

Secondo Greg Grandin, uno storico di Yale che è uno dei più autorevoli studiosi dei rapporti tra gli Stati uniti e l’America latina, è a questa fase coloniale della storia della repubblica che si dovrebbe guardare per inquadrare in modo adeguato quel che sta accadendo in queste settimane. L’intervento in Venezuela, visto dal sud, fa venire in mente numerosi precedenti: non solo i golpe sponsorizzati dalla Cia negli anni della guerra fredda, ma anche i conflitti con la Spagna e con il Messico. Questi ultimi, infatti, furono vere e proprie guerre coloniali, che condussero alla conquista di vasti territori, dall’America fino alle Filippine.

Partendo dalle osservazioni di Grandin credo si possa affermare che siamo entrati in una nuova fase nella quale il neo conservatorismo si lascia alle spalle (qualcuno potrebbe dire non a torto «getta la maschera») l’ideale di una potenza egemone che esercita il proprio potere per espandere la democrazia fuori dai confini dell’occidente, e afferma esplicitamente – e sovente in modo brutale – che il proprio scopo è acquisire il controllo di aree situate fuori dai confini degli Stati uniti, senza particolare riguardo per la sovranità nazionale e per l’autodeterminazione dei popoli che vivono nei territori in cui è possibile acquisire risorse sfruttabili dalle imprese statunitensi.

Sotto questo profilo, il modello cui guardare non è più quello della guerra fredda (nel corso della quale la competizione per le risorse e quella per la supremazia ideologica si intrecciavano, con la seconda a fare spesso da ipocrita copertura della prima), ma quello dell’espansione dell’impero britannico a partire dal regno di Elisabetta I e fino alla acquisizione del controllo diretto dell’India dopo la rivolta del 1857. Le somiglianze sono, in effetti, notevoli. C’è la stesso atteggiamento di noncuranza nei confronti delle regole internazionali che aprono la strada agli atti di pirateria di Francis Drake, e si esprimono nella sovrapposizione tra pubblico e privato che caratterizza l’operato della Compagnia delle Indie orientali, e poi le «guerre dell’Oppio» in difesa della «libertà del commercio».

Witkoff e Kushner hanno più in comune con gli agenti della «onorevole compagnia» che con i diplomatici della guerra fredda come Kissinger o Kennan. Non sono accademici prestati alla politica, ma uomini d’affari che fanno allo stesso tempo i propri interessi, quelli degli azionisti delle imprese che rappresentano, e quelli del sovrano cui alla fine rispondono. Le trattative economiche si svolgono all’ombra dei cannoni, pronti a intervenire se i nativi non collaborano.

L’aspetto più inquietante di questa nuova fase, tuttavia, non è l’intreccio tra capitalismo e potere politico (un fenomeno che in varie forme accompagna la modernità in tutte le sue fasi), ma la riemersione del suprematismo che si accompagnava a tutte le imprese coloniali, dalle più efficaci a quelle più sgangherate. Questo atteggiamento, che porta a ignorare le vittime civili dell’intervento in Venezuela come quelle dell’interminabile rappresaglia israeliana a Gaza, è la vera novità con cui dobbiamo fare i conti, e non sarà né facile né indolore.

Perché per farlo sarà necessaria una disamina lucida e senza sconti non solo della cultura della destra, ma anche di una parte della tradizione liberale e progressista.

Prendiamo, per fare un esempio, Bertrand Russell, che nel 1934 scrive, a proposito dell’espansione degli Stati uniti nei territori occidentali: «Dal punto di vista dell’umana civiltà, è difficile vedere che cosa si sarebbe potuto fare che si accordasse con la giustizia e l’umanità. Non possiamo rimpiangere che il territorio degli Stati uniti sia abitato da uomini civili; e se gli uomini civili dovevano abitarlo, era inevitabile che gli indiani soffrissero». Russell il paladino del voto alle donne, il pacifista, il difensore del libero pensiero. La linea d’ombra è dentro di noi, non è il risultato delle maligne macchinazioni di un nemico.

(Fonte: “Il manifesto” - 8 gennaio 2026)


domenica 11 gennaio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - BATTESIMO DEL SIGNORE anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli



BATTESIMO DEL SIGNORE anno A

11 Gennaio 2026

Per chi presiede

Il Signore, che è nato per noi a Betlemme, è Colui che si è fatto il più piccolo ed il servo di tutti per condurre tutta la storia umana in un cammino di vita veramente umana, preoccupata di non spegnere l’esistenza di nessun fratello e sorella. A Lui eleviamo la nostra preghiera e insieme invochiamo:

R/   Gloria a te,  Signor!


Lettore


- Tu, Signore, ti sei fatto uno di noi, non hai avuto vergogna di chiamarci fratelli, hai percorso le nostre strade beneficando e risanando ogni frammento di umanità: inonda il mondo intero con le acque del tuo Spirito di amore. Per questo ti invochiamo.

- Da ogni popolo e da ogni terra Tu, o Signore, hai convocato la tua Chiesa. Nella molteplicità dei suoi membri essa si presenta come santa e peccatrice. Falle dono di una costante conversione per essere sempre più fedele al tuo Vangelo di pace. Per questo ti invochiamo.

- Signore, spesso è impossibile tracciare una strada in mezzo al mare della vita. Discendendo nelle acque del Giordano tu hai aperto per noi la strada della libertà e della vita. Uniscici a te nella tua Pasqua di morte e di resurrezione. Per questo ti invochiamo.

- Vogliamo ricordare, Signore, tutte le persone che ci sono passate accanto e di cui non ci siamo curati, di tutti quei volti di fronte ai quali abbiamo provato indifferenza o fastidio. Vogliamo ricordare tutte le persone che abbiamo umiliato, tutti coloro che abbiamo ingannato o sfruttato. Donaci, Signore, il senso della vera umanità. Per questo ti invochiamo.

- Ti affidiamo, Signore, le nostre famiglie cristiane, come pure i maestri e gli educatori, i catechisti e gli operatori pastorali, i volontari e gli operatori di pace. Sostieni il cammino della loro vita. Per questo ti invochiamo.

- Davanti a te, Signore, ci ricordiamo i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di tutti i migranti morti nel Mar Mediterraneo, e di tutti coloro che sono morti nella solitudine e nell’abbandono. Tutti accogli nel tuo Regno di fraternità e di pace. Per questo ti invochiamo.

Per chi presiede

Signore Gesù, tu sai che nelle nostre parole di oggi c’è l’autenticità di chi spera in te e di chi ti ama. Confermaci con il dono del tuo Spirito, affinché possiamo sempre agire in conformità con il battesimo che abbiamo ricevuto nel tuo Nome. Te lo chiediamo perché tu sei nostro Fratello e Signore, benedetto nei secoli dei secoli.

AMEN.