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mercoledì 12 agosto 2026

Impariamo ad ascoltare il silenzio di Gennaro Matino

Impariamo ad ascoltare il silenzio
di Gennaro Matino


Entra nella tua camera, chiudi la porta”. Da duemila anni questa frase attraversa la storia quasi senza fare rumore. Oggi, invece, suona come una provocazione insopportabile. Chiudere la porta. Restare soli. Spegnere il telefono.

Rinunciare, anche solo per qualche minuto, all’ultima notifica, all’ultimo aggiornamento, all’ultimo rumore. Per molti non è più un gesto di libertà. È diventato una forma sottile di paura. Ci siamo raccontati che il nostro problema fosse la fretta. Non è vero. La fretta è soltanto il sintomo. La malattia è un’altra: abbiamo paura dell’incontro più difficile di tutti, quello con noi stessi. Per questo continuiamo a riempire ogni spazio. Se la televisione tace, accendiamo un podcast. Se finisce una conversazione, scorriamo uno schermo. Se una sala d’attesa ci regala cinque minuti di vuoto, li trasformiamo immediatamente in un’occasione per controllare qualcosa. Qualunque cosa. Purché il silenzio non abbia il tempo di raggiungerci. L’estate rende tutto più evidente. Le città rallentano. Le agende si svuotano. Le sere si allungano. La luce indugia sulle facciate delle case come se volesse convincerci che esiste ancora un altro modo di abitare il tempo. Eppure riusciamo a trasformare perfino le vacanze in una corsa.

Collezioniamo luoghi invece di visitarli. Fotografiamo tramonti senza guardarli. Organizziamo il riposo con la stessa ansia con cui organizziamo il lavoro. Non è la velocità a consumarci. È l’incapacità di restare. Perché fermarsi significa ascoltare domande che abbiamo imparato a rimandare. Chi sto diventando? Qual è il prezzo delle mie giornate? Che cosa resta di me quando nessuno mi guarda? Esiste ancora qualcosa che amo senza doverlo mostrare? Sono interrogativi discreti. Non bussano con violenza. Aspettano sulla soglia della coscienza. Ma proprio per questo fanno paura. Perché non chiedono risposte brillanti.

Chiedono verità. Viviamo in un tempo paradossale.

Abbiamo costruito case sempre più accoglienti e siamo diventati ospiti della nostra stessa vita. Entriamo e usciamo dalle giornate come turisti frettolosi. Attraversiamo relazioni, città, perfino il dolore, con l’ossessione di arrivare sempre al passaggio successivo. Confondiamo il movimento con la vita e l’occupazione con il senso.

Così finiamo per conoscere il mondo intero e restare stranieri a noi stessi. Forse è questa la povertà più nascosta del nostro tempo. Non ci manca il tempo. Ci manca il coraggio di consegnargli il nostro volto.

Abbiamo imparato a gestire ogni cosa, tranne la nostra interiorità. Sappiamo orientarci ovunque grazie a un navigatore, ma fatichiamo a ritrovare la strada che conduce dentro di noi. Conosciamo in tempo reale ciò che accade dall’altra parte del pianeta e ignoriamo le fratture che lentamente si aprono nel nostro cuore.

Eppure tutta la vita cresce così. Un’amicizia diventa fiducia perché qualcuno ha saputo restare. Un amore diventa casa perché qualcuno ha scelto di non fuggire davanti alle inevitabili ferite. Un figlio impara la sicurezza non dalle parole che ascolta, ma dalla presenza che incontra. Persino gli alberi insegnano che l’altezza è soltanto la parte visibile di una lunga fedeltà nascosta sotto terra. Per questo il silenzio non è una fuga dal mondo. È il luogo nel quale impariamo finalmente ad abitarlo. Chi non sa sostare davanti a sé difficilmente saprà sostare davanti a un altro. E chi non riesce più a rimanere in compagnia della propria coscienza finirà, prima o poi, per avere paura anche della libertà.
Forse agosto ci offre proprio questa possibilità. Non quella di interrompere la vita, ma di rientrarvi. Una passeggiata senza destinazione. Una cena che dimentica l’orologio. Un libro che non abbia fretta di finire. Il volto di un bambino osservato senza distrazioni. Non sono esercizi di lentezza. Sono gesti di riconciliazione. Continueremo questo cammino anche nelle prossime settimane, perché il futuro non sarà deciso soltanto dalle grandi scelte della politica, dell’economia o della tecnologia. 
Sarà deciso anche dalla qualità del silenzio che sapremo custodire. 
Forse il contrario della fretta non è la lentezza. 
È sentirsi finalmente a casa nella propria vita.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – del 9 agosto 2026)

martedì 11 agosto 2026

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”. Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”.
Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale 

Papa Leone XIV mentre raggiunge il centro del sagrato - Foto: Vatican Media

C’è una parola che attraversa sempre più chiaramente il pontificato di Leone XIV: disarmo. Non soltanto il disarmo degli arsenali, delle armi nucleari e dei sistemi militari, ma un disarmo più profondo, che riguarda la cultura, la politica, l’economia e oggi, in modo sempre più urgente, la tecnologia. È dentro questa prospettiva che assume un significato particolare il tema scelto da Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2027: “Disarmare la tecnica, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva”.

Non è soltanto un titolo. È una direzione precisa, quasi un programma per un mondo nel quale la tecnologia ha smesso da tempo di essere soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo e sta diventando una forza capace di condizionare decisioni, relazioni, economie e persino la guerra. Il riferimento più immediato è all’intelligenza artificiale, ma il discorso di Leone XIV è più ampio: riguarda il rapporto stesso tra potere, tecnica e responsabilità umana.

Il Papa chiede infatti di interrogarsi su chi decide, con quali criteri e per quali finalità vengono progettate e utilizzate le tecnologie. E soprattutto mette in discussione l’idea, sempre più pericolosa, secondo cui ciò che una macchina può fare diventa automaticamente anche moralmente accettabile.

Disarmare la tecnica

È proprio questa la radicalità della proposta di Leone XIV. Il Papa non invita semplicemente a regolamentare l’intelligenza artificiale, né si limita a chiedere prudenza nell’impiego delle nuove tecnologie. Usa deliberatamente un verbo forte: disarmare.

Quando presentò “Magnifica humanitas”, Leone XIV spiegò personalmente la scelta di quella parola: “L’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata”. E aggiunse: “La parola è forte, lo so, ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.

Oggi quella frase acquista un peso ancora maggiore. Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia utilizzata per scrivere testi, produrre immagini, elaborare dati o assistere il lavoro umano. È sempre più presente nei sistemi di sicurezza e di difesa, nell’analisi delle informazioni, nella sorveglianza, nella selezione degli obiettivi e nei processi decisionali legati ai conflitti.

Da qui nasce una domanda che non può essere elusa: fino a che punto possiamo delegare a sistemi automatici decisioni che riguardano la vita e la morte? Leone XIV ha già dato una risposta netta: “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”.

È un passaggio di enorme importanza. La responsabilità morale non può essere trasferita alla macchina. Un algoritmo può calcolare, selezionare, prevedere, classificare, ma non può assumere la responsabilità morale di una decisione che produce sofferenza, morte o distruzione. La macchina non può diventare un alibi. E la pace non può essere affidata alla presunta neutralità della tecnica.

La responsabilità della politica

Il secondo elemento decisivo del tema della Giornata Mondiale della Pace 2027 è la politica. Non una politica ridotta alla gestione dell’emergenza, ma una politica chiamata ad anticipare i pericoli, prevenire i conflitti e costruire condizioni di giustizia.

La formula scelta da Leone XIV, “la politica come responsabilità preventiva”, contiene una critica implicita a una politica che troppo spesso interviene quando la guerra è già iniziata, quando le vittime sono già numerose e quando la macchina militare è ormai in movimento. La prevenzione significa invece agire prima: costruire accordi internazionali, rafforzare il diritto, difendere la dignità delle persone, impedire che le nuove tecnologie diventino strumenti di dominio e stabilire limiti condivisi all’impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti.

È una visione della politica molto diversa da quella fondata sulla deterrenza permanente, sulla corsa agli armamenti e sulla convinzione che la sicurezza possa essere ottenuta accumulando strumenti sempre più sofisticati di distruzione.

Il richiamo alla giustizia

Il nuovo tema si colloca nel solco della riflessione sviluppata da Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica humanitas”. Il Papa afferma che “la pace, non solo l’assenza di guerra, è la giustizia all’opera”.

È una frase che merita di essere presa sul serio. Significa che la pace non può essere ridotta a un semplice intervallo tra due guerre. Non basta che i missili non vengano lanciati, non basta che i bombardamenti cessino. Una pace autentica richiede condizioni sociali, economiche e politiche che rendano possibile la vita dignitosa dei popoli.

Ed è qui che la questione tecnologica si intreccia con quella sociale. Una tecnologia che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi, che aumenta le disuguaglianze, che produce nuove forme di esclusione o che trasforma il conflitto in una fonte di profitto non può essere considerata automaticamente progresso.

Nella stessa “Magnifica humanitas”, Leone XIV contrappone all’”industria della guerra” l’”artigianato della pace”. È una delle immagini più forti della sua riflessione. L’industria della guerra è organizzata, potente, tecnologicamente avanzata, sostenuta da enormi interessi economici e politici. L’artigianato della pace, invece, è fatto di relazioni, ascolto, pazienza, diplomazia, solidarietà, giustizia e ricostruzione. Ma proprio perché è fragile, deve diventare una scelta politica.

Dal disarmo delle armi al disarmo del cuore

La scelta del tema per il 2027 non arriva improvvisamente. È la prosecuzione di un percorso iniziato con il primo messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026, significativamente intitolato “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”.

Già allora il Papa aveva scelto di andare alla radice della questione. “La pace sia con voi!”, aveva scritto, ricordando il saluto di Cristo risorto, e aveva definito quella cristiana “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”.

Il significato di quel “disarmata e disarmante” era già molto più ampio del semplice rifiuto delle armi. Leone XIV parlava di un disarmo del cuore, della mente e della vita. Nel messaggio aveva ricordato che il Giubileo della Speranza aveva sollecitato milioni di persone a riscoprirsi pellegrini e ad avviare dentro di sé proprio “quel disarmo del cuore, della mente e della vita”.

Ora il percorso si allarga alla tecnica: prima il disarmo dell’uomo dalla logica della guerra, poi il disarmo delle tecnologie che rischiano di essere assorbite dalla stessa logica. È una continuità importante, perché per Leone XIV la guerra non nasce soltanto dalle armi. Nasce anche dalle parole, dalla propaganda, dalla disumanizzazione dell’avversario, dall’indifferenza, dalla paura, dalla ricerca del dominio. E nasce anche quando la tecnologia viene separata dalla coscienza.

Disarmare anche le parole

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza un’espressione particolarmente significativa: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. E aggiunge che “la pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri”.

È una riflessione che assume un valore particolare nell’epoca dei social network, dell’informazione istantanea e dei sistemi generativi capaci di produrre in pochi secondi quantità immense di contenuti. La guerra può essere combattuta anche prima che comincino gli spari. Può essere combattuta nelle immagini, nei racconti, nelle manipolazioni, nella costruzione dell’odio. Può essere preparata attraverso la trasformazione dell’altro in un nemico assoluto.

Per questo “disarmare la tecnica” significa anche impedire che la tecnologia venga utilizzata per moltiplicare la paura, diffondere menzogne, alimentare polarizzazioni e rendere più facile la disumanizzazione di interi popoli. La questione non è dunque soltanto che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è: quale società vogliamo costruire attraverso l’intelligenza artificiale?

Babele o Gerusalemme

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza la contrapposizione biblica tra Babele e Gerusalemme. La tecnologia può diventare una nuova Babele quando viene trasformata in strumento di autosufficienza, profitto e dominio, quando l’efficienza diventa più importante della persona e quando il progresso viene separato dalla solidarietà. Ma può diventare anche uno strumento per “ricostruire Gerusalemme”, cioè per ricomporre legami, cooperare e servire il bene comune.

“Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”: in questa frase è racchiusa una delle frontiere etiche del nostro tempo. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnologia. E soprattutto non può essere lasciata senza una responsabilità politica e internazionale.

Il richiamo alla tradizione della Chiesa

Questa posizione si inserisce in una lunga tradizione della Chiesa sul disarmo e sulla pace. Nel messaggio per il 2026 Leone XIV aveva richiamato direttamente Giovanni XXIII e la “Pacem in terris”, enciclica che aveva posto con forza il tema della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla carità e sulla libertà. Aveva inoltre ricordato il Concilio Vaticano II e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.

La linea è dunque chiara: Leone XIV non considera la pace una questione separata dalla dignità umana, dalla giustizia sociale e dalla cooperazione internazionale. E non considera il riarmo una risposta sufficiente all’insicurezza.

Al contrario, invita a spezzare quella che potremmo definire la spirale della paura: più paura, più armi; più armi, maggiore tensione; maggiore tensione, maggiore necessità di nuovi armamenti.

La stessa immagine biblica citata nel messaggio del 2026 resta emblematica: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

È un’immagine antica, ma sorprendentemente contemporanea. Perché oggi le “spade” non sono soltanto carri armati e missili. Sono anche sistemi autonomi, algoritmi militari, droni intelligenti, strumenti di sorveglianza e tecnologie capaci di rendere la guerra più rapida, più impersonale e potenzialmente più difficile da fermare.

Ricostruire, non soltanto disarmare

C’è però un altro aspetto del messaggio di Leone XIV che merita particolare attenzione: disarmare non è sufficiente. “Dobbiamo costruire”, afferma il Papa.

È forse questo il cuore più umano della sua proposta. Leone XIV ricorda la propria esperienza missionaria in Perù e le situazioni di ricostruzione affrontate dopo le inondazioni. “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto”, racconta. “Significa riparare i legami, ripristinare la fiducia e risvegliare la speranza nel futuro”. E soprattutto: “Nessuno ricostruisce da solo”.

Questa frase può essere letta come una vera chiave politica del pontificato. Non basta fermare una guerra se non si ricostruiscono le comunità. Non basta spegnere un conflitto se restano intatte le ingiustizie che lo hanno alimentato. Non basta regolamentare l’intelligenza artificiale se non si costruisce una cultura della responsabilità.

La pace è un’opera collettiva. Per questo Leone XIV parla di istituzioni e cittadini, Paesi ricchi e Paesi poveri, centri di potere e periferie. Tutti devono essere coinvolti nella costruzione del futuro.

La sfida per il mondo

Il messaggio annunciato per il 2027 guarda dunque al futuro, ma parla soprattutto al presente. Parla a un mondo attraversato da guerre, riarmi, crisi umanitarie e profonde fratture internazionali. Parla a una società nella quale l’intelligenza artificiale corre più rapidamente delle regole capaci di governarla. Parla ai governi, alle industrie tecnologiche, agli scienziati, agli eserciti, alle organizzazioni internazionali e alla società civile.

E pone una questione essenziale: chi governerà il futuro?

La risposta di Leone XIV non sembra essere la tecnica stessa. E neppure il mercato lasciato senza regole. Tantomeno la forza militare. Il futuro, nella visione del Papa, deve essere governato dalla responsabilità.

“Le decisioni sulla tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità”, aveva detto già presentando “Magnifica humanitas”. È un principio semplice, ma rivoluzionario, perché restituisce all’essere umano ciò che nessun algoritmo dovrebbe possedere: la responsabilità delle proprie scelte. E restituisce alla politica il compito di orientare la tecnica verso il bene comune.

La pace come scelta concreta

Il nuovo tema della Giornata Mondiale della Pace non è dunque un semplice invito spirituale. È anche una domanda rivolta alla coscienza del nostro tempo. Che cosa facciamo della nostra intelligenza? Che cosa facciamo delle nostre conoscenze? Che cosa facciamo della nostra capacità di creare macchine sempre più potenti?

Possiamo utilizzare la tecnica per curare oppure per distruggere, per avvicinare oppure per sorvegliare, per liberare oppure per dominare. Possiamo trasformare l’intelligenza artificiale in un acceleratore delle disuguaglianze oppure orientarla verso un autentico bene comune.

Per Leone XIV, la scelta non è inevitabile. Dipende dall’uomo, dalla politica e dalla capacità della comunità internazionale di assumersi responsabilità prima che le tecnologie diventino strumenti irreversibili di guerra. E dipende anche da ciascuno di noi.

Perché il disarmo al quale il Papa continua a richiamare non comincia soltanto nei palazzi delle istituzioni internazionali. Comincia dentro la persona: nel modo in cui guardiamo l’altro, nel linguaggio che utilizziamo, nella capacità di ascoltare, nel rifiuto della violenza come metodo per risolvere i conflitti.

Dal “disarmo del cuore” evocato nel messaggio per il 2026 al “disarmo della tecnica” che caratterizzerà la Giornata del 2027, Leone XIV sembra dunque voler costruire un’unica grande riflessione sulla pace. Una pace che non sia semplicemente la pausa tra due guerre, ma giustizia, responsabilità, cura della persona e fraternità.

Una pace che sappia dire no alla trasformazione dell’intelligenza in arma e che sappia invece trasformare l’intelligenza dell’uomo e le sue straordinarie conquiste tecnologiche in strumenti al servizio della vita.

In fondo, il messaggio di Leone XIV può essere riassunto proprio nella logica che attraversa “Magnifica humanitas”: non dobbiamo avere paura del progresso, ma dobbiamo avere paura di un progresso senza coscienza.

Perché una macchina sempre più intelligente non rende automaticamente più intelligente l’umanità.

La vera sfida, allora, è fare in modo che la tecnologia rimanga umana. E che la pace non venga affidata alla potenza delle armi, ma alla forza della responsabilità, della giustizia e della fraternità.

(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 11/08/2026)


Suggerimenti di letture estive: Il folle di Dio alla fine del mondo - Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco


Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco

Un libro dello scrittore non credente Javier Cercas (uscito nel 2025) restituisce il cuore del messaggio e dell’azione di papa Francesco, ed è un bene da non dimenticare. (#letturestive #suggerimenti di letture estive)


Quando ho letto Il folle di Dio alla fine del mondo (Milano, Guanda, 2025) nell’estate scorsa ho avuto conferma di un’idea che avevo da tempo: Papa Francesco è stato compreso più fuori che dentro la chiesa cattolica. Bastava qualche conversazione a darne prova, soprattutto con non credenti o ‘diversamente credenti’. Ma nel libro di Cercas la questione è lampante, e forse anche per questo meriterebbe la lettura (o la rilettura) a distanza di un anno.

Lo scrittore spagnolo compie una sua ‘indagine su Bergoglio’, strutturando il libro come una sorta di giallo, che è anche la ricerca di una risposta, che egli vuole dare alla madre: vedrà lei di nuovo il marito in Paradiso? Come in ogni poliziesco, ci sono l’ascolto dei testimoni, la ricerca di indizi di chi sia il ‘colpevole’, l’interrogatorio: la struttura è, in fondo, questa. Sennonché il ‘colpevole’ è il Papa, e lo sappiamo fin dall’inizio, e lo scrittore spagnolo, incastrando elementi di saggio, interviste, studi, letture e narrazione (come è nel suo stile, si pensi al suo Soldati di Salamina), cerca di mettere a fuoco, con la scusa della domanda, chi sia veramente Papa Francesco (a noi, oggi, viene naturale chiederci: chi sia stato).

L’occasione, poi, è di quelle emblematiche: seguire il Papa in un viaggio in Mongolia, estrema periferia del mondo e della chiesa, dove i cristiani sono una manciata (ci stanno tutti in una foto, ricorda lo scrittore), e dove si incarna il cuore del pontificato bergogliano: andare ai margini, dare loro rilievo e dignità, osservare il centro da laggiù, secondo una follia che dà il titolo al libro.

Nell’indagine, tra i ‘testimoni’, compaiono personaggi reali, dentro la macchina vaticana o fuori: Tornielli, Spadaro, Fazzini, Ruffini, Brunelli e altri. Tutti interrogati da Cercas, per cogliere la ricchezza di Bergoglio, a cui lui, a volte, accosta delle note che ne evidenziano anche i limiti caratteriali, così da non scadere nell’agiografia.

Molto belli sono i racconti dell’incontro con Tolentino de Mendonça, che con finezza e gentilezza, da poeta qual è, mette in luce e dà alcune chiavi di lettura di Francesco, come, ad esempio, il suo essere «sincronico», che egli spiega così: «Di solito un sacerdote fa discorsi inattuali, eterni, discorsi che valgono per qualunque momento e circostanza e che sfuggono all’agenda dei temi urgenti, quotidiani. Invece papa Francesco ha una grande capacità di sintonizzarsi con il presente, per intervenirvi, e per di più non ha paura di farlo. Non si rifugia in questioni astratte; no: ed ecco tutto il discorso sull’ecologia, sugli emigranti. Sono discorsi che incidono sul qui e ora. Lui avverte l’urgenza di parlare di questi temi, la sfida. È questo che chiamo essere sincronico: sincronizzarsi con l’attualità…».
E altrettanto belli gli incontri con i missionari in Mongolia, quali padre Ernesto, padre Giovanni, suor Lucille, persone che con missioni e carismi diversi sentono e comunicano la freschezza del messaggio cristiano, la forza del Vangelo: essi sentono l’estrema importanza del viaggio del Papa in Mongolia, il loro essere visti pur essendo ai margini, avvertendo la forza di una speranza e di una testimonianza che rincuora e conforta.

Alla fine Cercas riuscirà a porre la sua domanda al Papa, ne avrà una risposta alla Bergoglio: semplice, disarmante, immediata, umana, senza dubbio alcuno. Ma, cosa ancora più rilevante, alla fine del libro comparirà un altro dei gesti spontanei del Papa: una telefonata allo scrittore per esprime la sua vicinanza dopo la morte della madre.

Il libro, che forse avrebbe giovato di qualche pagina in meno, ci restituisce papa Francesco, molte delle sue ricchezze, dei doni che ha dato alla Chiesa, e tra le righe spiega perché la sua umanità («il segreto di Bergoglio è che non ha nessun segreto; il segreto di Bergoglio è che è un uomo comune») e la sua spontaneità, insieme alla sua lettura dei tempi e la sua esperienza di fede , possano aver generato ostilità in ambienti più paludati e retorici, più abituati alla gestione del potere dal centro che non allo sguardo da fuori. Come si diceva all’inizio: Cercas coglie molti aspetti di una personalità straordinaria, senza apologetica, senza polemiche: il cuore di un uomo, il cuore di un cristiano, il cuore di un pastore.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 03/08/2026)


Il custode delle domande - GUCCINI Nel ricordo del teologo Brunetto Salvarani -

Il custode delle domande
GUCCINI -Nel ricordo del teologo Brunetto Salvarani


Colloquio con Brunetto Salvarani a cura di Fabio Colagrande

La forza di Francesco Guccini non è stata soltanto quella di scrivere alcune delle pagine più alte della canzone d'autore italiana. È stata soprattutto la capacità di trasformare le domande di una generazione in parole destinate a parlare anche alle successive. Per Brunetto Salvarani, teologo, scrittore e suo amico, è questo il lascito più profondo del cantautore emiliano, scomparso giovedì 6 agosto 2026: aver saputo raccontare l’esistenza con una sincerità rara, senza mai smettere di interrogarsi sul senso ultimo delle cose.
«Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri», osserva Salvarani, intervistato dai media vaticani. Lo ha fatto nelle canzoni, ma anche nei romanzi, nei fumetti e negli altri linguaggi che ha frequentato. Tutta la sua opera, ricorda, nasce dall'esperienza personale, da una fedeltà alla propria storia che gli ha consentito di parlare di sé raccontando, in realtà, la vita di molti.

Per questo definirlo un cantautore politico sarebbe «totalmente riduttivo». La politica attraversa molte sue pagine, ma il suo sguardo è più ampio. «Il racconto della vita così com'è» resta il cuore della sua produzione, come suggerisce anche il titolo del volume che Salvarani gli dedicò insieme a Odoardo Semellini, Di questa cosa che chiami vita. Ed è proprio questa fedeltà all’umano che rende ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, «canzoni sostanzialmente immortali» perché capaci di dare voce a sentimenti che non appartengono a una sola stagione.

A rendere unica la sua figura, osserva ancora Salvarani, è stata anche la capacità di attraversare linguaggi diversi. Oltre alle canzoni, Guccini è stato scrittore, fumettista e attore, «un uomo davvero a 360 gradi», sempre fedele alla propria esperienza personale. Musicalmente apparteneva alla stagione che, sulla scia di Bob Dylan, Jacques Brel e Georges Brassens, diede vita alla grande canzone d'autore europea. In Italia, spiega, furono soprattutto lui e Fabrizio De André a tradurre quella novità, mettendo al centro il valore delle parole. Una tradizione che oggi sembra appartenere alla storia, ma che continua a vivere nelle nuove generazioni anche grazie ad artisti come Vinicio Capossela, che Guccini contribuì a far conoscere.

Fra le domande che hanno attraversato tutta la sua opera, un posto particolare occupa quella su Dio. Salvarani ricorda come Guccini provenisse da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l’influenza della madre Ester Prandi.

Pur definendosi sempre agnostico, «non ha mai rifiutato questa cosa» e «non ha mai voluto essere trascinato da una parte all'altra». La sua, più che una presa di distanza, è stata una ricerca libera, mai superficiale.

Emblematica, in questo senso, fu anche l’intervista concessa nel 2010 proprio a «L’Osservatore Romano», nella quale riconosceva nella Bibbia «un grande codice culturale col quale è impossibile non fare i conti». Una convinzione che riaffiora nel brano Shomèr ma mi-llailah, ispirato al profeta Isaia, dove il testo biblico diventa uno strumento per leggere il presente e custodire la speranza dentro la notte.

Non meno eloquente è la vicenda di Dio è morto. Mentre la Rai ne vietava la trasmissione, Radio Vaticana decise di mandarla in onda. Salvarani, che ha ricostruito direttamente quell’episodio, ricorda come quella scelta dell’emittente pontificia non fosse una provocazione, ma il riconoscimento di un linguaggio nuovo: «Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società». Una decisione che, osserva, conserva ancora oggi un valore esemplare, «un bel segnale, soprattutto per oggi», in un tempo nel quale «le generazioni faticano a parlarsi». Forse è anche questa la ragione per cui Guccini continua a essere ascoltato da chi non appartiene alla sua epoca. È stato, spiega Salvarani, «veramente un cantautore intergenerazionale».

Accanto alla profondità della riflessione, Salvarani ricorda infine anche il tratto più umano del suo amico. «Guccini era un timido, un grande timido che risolveva la sua timidezza con l’ironia», osserva. Dietro il sarcasmo e la leggerezza emergeva il valore assoluto attribuito all’amicizia, espresso nel brano Gli amici, secondo il teologo attraversato da una sorprendente prospettiva escatologica. Pensando alla sua scomparsa, Salvarani si augura che possa «ritrovare i suoi tanti amici» e ricevere da loro, «dall'altra parte», quel grazie che la sua opera continua a suscitare

(Fonte: L'Osservatore Romano - 6 agosto 2026)


lunedì 10 agosto 2026

San Lorenzo, la vera storia del martire della graticola che ha dato il nome alle stelle cadenti

San Lorenzo, la vera storia del martire della graticola che ha dato il nome alle stelle cadenti
 
La tradizione lo vuole arso vivo ma gli studi ritengono leggendario il supplizio sulla graticola. Diacono al servizio dei poveri, è legato alla notte delle Perseidi e alla celebre poesia di Giovanni Pascoli, X Agosto, che trasforma le meteore in un pianto sul dolore e sulla crudeltà degli uomini


È patrono di diaconi, cuochi e pompieri. Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. È certo che Lorenzo è morto martire per Cristo probabilmente sotto l'imperatore Valeriano, ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato.

Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II.
Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo.

LA SCARNA BIOGRAFIA

Pietro da Cortona, San Lorenzo
 trascinato sulla graticola
Le notizie sulla vita di san Lorenzo, che pure in passato ha goduto di una devozione popolare notevole, sono scarse. Si sa che era originario della Spagna e più precisamente di Osca, in Aragona, alle falde dei Pirenei. Ancora giovane, fu inviato a Saragozza per completare gli studi umanistici e teologici; fu qui che conobbe il futuro papa Sisto II. Questi insegnava in quello che era, all'epoca, uno dei più noti centri di studi della città e, tra quei maestri, il futuro Papa era uno dei più conosciuti ed apprezzati. Tra maestro e allievo iniziò un'amicizia e una stima reciproche. Entrambi, seguendo un flusso migratorio allora molto vivace, lasciarono la Spagna per trasferirsi a Roma. Quando il 30 agosto 257 Sisto fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il compito di arcidiacono, cioè di responsabile delle attività caritative nella diocesi di Roma, di cui beneficiavano 1500 persone fra poveri e vedove.

IL MARTIRIO 

Al principio dell'agosto 258 l'imperatore Valeriano aveva emanato un editto, secondo il quale tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi dovevano essere messi a morte. L'editto fu eseguito immediatamente a Roma, al tempo in cui Daciano era prefetto dell'Urbe. Sorpreso mentre celebrava l'eucaristia nelle catacombe di Pretestato, papa Sisto II fu ucciso il 6 agosto insieme a quattro dei suoi diaconi, tra i quali Innocenzo; quattro giorni dopo il 10 agosto fu la volta di Lorenzo, che aveva 33 anni. Non si è certi se egli fu bruciato con graticola messa sul fuoco ardente.

ARSO VIVO SULLA GRATICOLA?

Secondo un’antica Passione, raccolta da sant’Ambrogio, San Lorenzo fu bruciato sopra una graticola: un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi considerano leggendaria questa tradizione. L’imperatore Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.

Osservatorio astronomico, le visite in occasione della notte di San Lorenzo. L'osservatorio per vedere le stelle cadenti. 
Pino Torinese, Torino, 10 agosto 2021 ANSA/JESSICA PASQUALON (ANSA)

COSA C’ENTRA IL SANTO CON LA TRADIZIONE DELLE STELLE CADENTI?

La Notte di san Lorenzo, il 10 agosto, è tradizionalmente associata al fenomeno delle stelle cadenti, considerate evocative dei carboni ardenti su cui il santo fu martirizzato. In effetti, in quei giorni, la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi e l’atmosfera è attraversata da un numero di piccole meteore molto più alto del normale. Il fenomeno risulta particolarmente visibile alle nostre latitudini in quanto il cielo estivo è spesso sereno. Celebre la poesia di Giovanni Pascoli, che interpreta la pioggia di stelle cadenti come lacrime celesti, intitolata appunto, dal giorno dedicato al santo, X agosto: «San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade, perché si gran pianto / nel concavo cielo sfavilla...».
(fonte: Famiglia Cristiana)

Papa Leone XIV all'Angelus: "La presenza del Signore cambia tutto..." - "La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze..."

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 9 Agosto 2026

Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che, sul lago di Galilea, raggiunge i discepoli nel mezzo di una tempesta, camminando sulle acque (cfr Mt 14,22-33).

Dopo il miracolo dei pani e dei pesci (cfr Mt 14,13-21), il Maestro spinge i suoi a salire in barca e a prendere il largo, mentre Lui si ritira sul monte, da solo, a pregare. Lontani dalla riva, però, essi si trovano in balia del vento e faticano ad avanzare. Dopo un’esperienza di successo, in cui erano stati protagonisti di un segno prodigioso, ora si ritrovano impotenti e spaventati di fronte alla minaccia delle onde e del vento contrario.

Sul finire della notte, Gesù va loro incontro sulle acque agitate, e impauriti lo scambiano per un fantasma (v. 26). Ma Egli dice loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (v. 27). La presenza del Signore cambia tutto: Pietro addirittura riesce a fare alcuni passi sopra le onde verso di Lui; poi si spaventa, affonda e Gesù lo salva. Quando poi il Maestro sale sulla barca, la tempesta si calma., e allora sgorga spontanea dal cuore dei discepoli la professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» (v. 33).

Per giungere a questo, non è bastato loro aver assistito a un miracolo, né aver avuto successo davanti alla gente: hanno dovuto passare attraverso l’esperienza della loro debolezza e, in essa, riconoscere la presenza di Dio. Solo così hanno potuto aprire veramente gli occhi e il cuore alla sua vicinanza, ritrovando pace anche in mezzo alla tempesta.

Un giorno, tempo dopo, Gesù dirà loro: «Se avrete fede e non dubiterete […], se direte a questo monte: “Levati e gettati nel mare”, ciò avverrà» (Mt 21,21). E proprio questo essi hanno sperimentato sul lago: la pace di Cristo, che era stato sul monte a pregare, li ha raggiunti in mezzo alla furia delle acque.

Questo miracolo, allora, ci insegna una cosa importante: prima di tutto a non esaltarci davanti al successo e a non presumere mai di noi stessi; e al tempo stesso a non disperare, neanche nei momenti di buio, quando ci sentiamo impotenti davanti ai problemi e, nonostante i nostri sforzi, ci sembra di andare più indietro che avanti. In qualsiasi circostanza, Gesù non ci abbandona e, se lo accogliamo umilmente nella barca della nostra vita – con la preghiera, con i Sacramenti, con l’ascolto della sua Parola –, in Lui troveremo la pace, troveremo luce e forza per il nostro cammino.

Ci aiuti Maria a vivere così, con abbandono fiducioso in Dio, Lei che fu proclamata beata per la sua fede (cfr Lc 1,45).

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

I continue to follow with concern the tragic situation in Sudan, especially in the city of el-Obeid. In expressing my spiritual closeness to all the people of the nation, I renew my appeal to those in authority to guarantee humanitarian corridors for the civilian population. At the same time, I urge the international community to support efforts aimed at bringing about an immediate ceasefire. Let us pray that the Lord may sustain those who are suffering, convert the hearts of those who sow violence, and grant the long awaited peace.

[Continuo a seguire con preoccupazione la tragica situazione in Sudan, specialmente nella città di el-Obeid. Nell’esprimere la mia vicinanza spirituale al popolo della Nazione, rinnovo il mio appello alle autorità affinché siano garantiti corridoi umanitari per la popolazione civile. Al tempo stesso, esorto la comunità internazionale a sostenere gli sforzi volti a raggiungere un immediato cessate il fuoco. Preghiamo il Signore perché sostenga coloro che soffrono, converta i cuori di chi semina violenza e conceda la tanto attesa pace].

Continuano a giungere notizie dolorose di persone innocenti uccise e ferite in Ucraina e in Russia. Tragici episodi si susseguono, anzi, si moltiplicano, provocando sempre più vittime civili, tra cui anche bambini. Sono vicino alle famiglie delle vittime, ai feriti e a tutti coloro che soffrono a causa del conflitto in atto. Di fronte a tanto dolore rinnovo un accorato appello affinché si rispetti il diritto umanitario e cessino da entrambe le Parti gli attacchi che coinvolgono obiettivi civili. La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze. È tempo di fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi!

Saluto in particolare i giovani della Comunità Santa Maria Maddalena della diocesi di Milano, che hanno percorso la Via Francigena da Siena a Roma; come pure gli scout di Enna, che hanno fatto il loro campo sui Colli romani, e i giovani di Pernumia, diocesi di Padova.

La presenza di tanti gruppi giovanili, che scelgono di impegnare alcuni giorni di vacanza in attività formative e di amicizia, è un segno di speranza; come lo è stato l’evento dei giovani francescani che ho avuto la gioia di incontrare giovedì scorso ad Assisi.

A tutti voi, ragazzi e ragazze che mi ascoltate, desidero ricordare che in questi giorni il calendario liturgico propone alcune stupende figure di Santi e Sante, che vi invito a conoscere meglio: ieri il grande San Domenico, fondatore dei Frati Predicatori; oggi Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, carmelitana uccisa ad Auschwitz e co-patrona d’Europa; domani San Lorenzo, diacono della Chiesa di Roma; dopodomani Santa Chiara d’Assisi, che lasciò una vita agiata per seguire Gesù povero e umile, sul modello del suo concittadino San Francesco. Cari giovani, lasciatevi entusiasmare da questi esemplari testimoni del Vangelo!

Grazie a tutti della vostra presenza e buona domenica!

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domenica 9 agosto 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XIX Domenica T.O. - A

9 agosto 2026 


Per chi presiede
Fratelli e sorelle, dopo aver ascoltato ed accolto la Parola che oggi il Signore ci ha donato, come risposta innalziamo a Lui le nostre suppliche ed intercessioni, ed insieme diciamo:

        R/ Salvaci, Signore Gesù.

Lettore

- Tu, Signore Gesù, non vuoi che la tua Chiesa si chiuda nei suoi recinti, nelle sue sicurezze, ma continui a spingerla fuori, perché come la barca dei discepoli abbia la forza e la fede per affrontare i marosi di una storia quanto mai tormentata. Fa’ che a somiglianza di Pietro si lasci prendere per mano e così poter indicare al mondo l’unica via della salvezza, racchiusa nel tuo gesto di spezzare e condividere il pane. Preghiamo.

- Dona, Signore Gesù, sapienza e discernimento a papa Leone e a quanti nella Chiesa hanno ricevuto il ministero della presidenza e compiti di responsabilità. Fa’ che restino in perenne ascolto della tua Parola e la sappiamo comunicare, non attraverso contatti artificiali e virtuali, ma attraverso relazioni interpersonali e comunitarie reali, che liberino le persone dai loro idoli e “fantasmi” alienanti, e le aprano all’incontro interpersonale con Te, Figlio Risorto, che sei sempre presente nelle pieghe variegate e tortuose della nostra storia. Preghiamo.

- Davanti a Te, Signore Gesù, che hai voluto unirti con legami indissolubili ad ogni creatura umana, vogliamo fare memoria di tutti gli uomini e le donne, dei bambini e degli anziani, che in tantissime parti del mondo sono ridotti in profonda miseria o vengono sfruttati o si ritrovano a subire la violenza della guerra. In modo particolare ti vogliamo pregare per gli abitanti di Gaza, che sperimentano ogni giorno e ogni notte la crudeltà del governo israeliano. Preghiamo.

- Signore Gesù, ti preghiamo anche per noi, qui riuniti attorno alla mensa della tua Parola e del tuo Pane spezzato e condiviso: dona vigore alla nostra fede, perché possiamo affrontare le paure e le difficoltà quotidiane con la serena certezza che Tu ci sei vicino, ci guidi nel cammino e ci sostieni affinché non veniamo meno nelle prove della vita. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime degli sconvolgimenti climatici e degli incendi quasi sempre dolosi. Accogli tutti davanti al tuo Volto di Pace. Preghiamo.


Per chi presiede
Signore Gesù, ascolta la nostra preghiera. Come Pietro, anche noi vogliamo rinnovare la fede in Te che sei il Salvatore del mondo. Veglia su di noi, affinché non ci vengano mai a mancare la guida del tuo Spirito e i segni della tua bontà e del tuo sostegno. Te lo chiediamo perché sei nostro Signore e Fratello, vivente nei secoli dei secoli. AMEN

TRA ONDE E ABISSI OSCILLANDO - Il nostro posto non è nei grandi risultati, ma in una barca in mare aperto, ... - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

TRA ONDE E ABISSI OSCILLANDO


Il nostro posto non è nei grandi risultati, ma in una barca in mare aperto, dove prima o poi verranno acque agitate e vento contrario. Ringrazio Pietro per questo oscillare fra miracoli e abissi, dubbio e fede, dove proprio là il Signore ci raggiunge.


Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt 14,22-33)

TRA ONDE E ABISSI OSCILLANDO
di P. Ermes Ronchi

Il nostro posto non è nei grandi risultati, ma in una barca in mare aperto, dove prima o poi verranno acque agitate e vento contrario. Ringrazio Pietro per questo oscillare fra miracoli e abissi, dubbio e fede, dove proprio là il Signore ci raggiunge.

Gesù dapprima assente, poi come un fantasma, poi voce e infine mano salda che ti afferra. Un crescendo nell’esperienza di Dio dentro una liturgia di onde, di vento, di buio, di miracoli appena raggiunti e subito rimossi. Perché i miracoli non bastano mai.

Si è appena concluso il segno festoso dei pani e dei pesci e Gesù, scrive Matteo, costrinse i suoi a salire sulla barca. Costrinse: il maestro è brusco quando c’è aria di trionfi, non è quella la scuola che vuole per i suoi, e allora li costringe ad andare via. Invece non ha mai fretta quando c’è da curare, da sfamare, da ascoltare. Gesù resta sulla riva, passa e saluta tutti e poi, profumato di abbracci e di gioia, si reca sul monte a pregare, lungo una notte intera.

A questo punto il Vangelo racconta una storia di miracoli che falliscono. Il nostro posto non è nei grandi risultati, ma in una barca in mare aperto, dove prima o poi verranno acque agitate e vento contrario.

Sul finire della notte entra in scena Pietro, con la sua tipica irruenza: Se sei figlio di Dio, comandami di venire verso te camminando sulle acque. Verso di te, bellissima richiesta. Camminando sulle acque, richiesta infantile che cerca un prodigio sterile, fine a se stesso.

Pietro, uomo di grande coraggio e grandi paure, scende e comincia a camminare sulle acque. Ma proprio mentre vede, sente e tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare.

Perché hai dubitato? Il rude pescatore si rivela uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio perché lo cerca! I miracoli stupiscono, ma non convertono. Mai. Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sulle onde e nel vento, eppure proprio nel momento in cui sperimenta il prodigio, la sua fede va in crisi: Signore affondo! Quando Pietro guarda al Signore può camminare sul mare. Quando invece guarda al vento che è forte, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, alle paure, entra nel dubbio.

Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in cuore progetti buoni, noi avanziamo. Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie e i fallimenti di ieri, iniziamo la discesa nel buio.

Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; ma dentro il dubbio, crede: Signore, salvami! Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi, dubbio e fede, indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano. Ma è proprio là che il Signore ci raggiunge. Non attende, non pretende che abbiamo una fede grande, verrà dentro la nostra paura a salvarci da tutti i naufragi, se appena gli tendiamo la mano. E la piccola barca di canne avanzerà verso la fine della notte, dove la paura diventa carezza e dove il grido diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 40 - 2025/2026 - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 14,22-33


Nella Bibbia il mare è figura del male, la sua personificazione, il luogo abitato dai mostri, il simbolo del mondo con le sue contraddizioni, realtà invivibile dove regna incontrastata la morte e dove, nonostante tutti i nostri sforzi, veniamo travolti da tempeste che spesso ci vedono soccombere. La barca, simbolo della Chiesa, ci offre un'opportunità di salvezza. Siamo tutti invitati a salire a bordo se vogliamo raggiungere un porto sicuro, ma una volta a bordo, non è più possibile scendere: o si raggiunge l'altra riva sani e salvi o si va a fondo. La traversata che ci conduce a salvezza avviene sempre di notte, coi venti contrari, sospesi sugli abissi della morte che vuole inghiottirci. E' la perenne realtà della Chiesa, di Pietro e di ciascuno di noi. Se obbediamo alla Parola di Gesù non verremo ingoiati dagli abissi e potremo camminare sopra di essi, ma se le nostre paure avranno la meglio affonderemo come Pietro. Anche se il Signore sembra assente, sordo al nostro grido di aiuto, come fosse un fantasma che nulla può davanti al male, siamo chiamati a non temere e ad aver fede in Lui. Il Signore non è un fantasma, ma Io-Sono, il Dio con noi, che tiene in mano il timone della nostra vita e ci infonde sicurezza, la Brezza leggera che gonfia le vele della nostra povera barca e ci conduce al sicuro. Gesù è «potenza di Dio per la salvezza di tutti i credenti» (Rm 1,16) se solo avremo la forza, il coraggio e l'umiltà di gridare: «Signore, salvaci!»

sabato 8 agosto 2026

Enzo Bianchi: Non dimenticare chi resta a casa

Enzo Bianchi
Non dimenticare chi resta a casa 
 
Il riposo è un dono per molti, ma c’è chi non può partire. Un messaggio, una visita o un gesto di vicinanza possono rendere l’estate meno sola


Famiglia Cristiana - 2 agosto 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Per alcuni questi sono i giorni della vacanza gioiosamente attesa tutto l’anno: attirati dal mare o dalla montagna cercano un luogo di meritato riposo, un luogo di lontananza dal quotidiano, sovente molto faticoso. Ma per altri, anziani, malati, persone sole o povere, continuano i giorni nel caldo afoso delle città e nella solitudine perché impediti di andare in vacanza. Questa situazione non dovrebbe far sorgere pensieri di gelosia o dinamiche di paragone ma essere un’occasione per rallegrarsi che la vita richieda tempi, luoghi, momenti diversi per tutti. L’importante è non lasciare nell’isolamento chi resta a casa, comunicare con lui per dirgli il nostro affetto che non gli deve mai mancare, dargli segni e messaggi che lo portiamo nel cuore anche se distanti geograficamente.

E chi sta a casa, se può, non si isoli, non si chiuda in attesa del ritorno dei familiari, ma cerchi di incontrare, accogliere con cortesia ed essere accolto dagli altri rimasti a casa. In questo caso si conosce un alleviamento dei mali di cui si soffre e la compagnia, l’amicizia, la vicinanza vissuta rendono più facile e a volte più gioiosa la vita.

Conosco alcuni paesini che si svuotano di famiglie e giovani in questo mese e rimangono a casa solo vecchi e malati: questi si organizzano per mangiare insieme a gruppi qui e là e stare insieme a dialogare. Si sentono meno soli e pensano che anche questi giorni possano essere vissuti in pienezza di vita.

Dunque vacanze assolutamente sì, ma non si dimentichi chi resta a casa.
(fonte: blog dell'autore)


In fuga dal caldo e dall’iperconnessione: come stanno cambiando le vacanze

In fuga dal caldo e dall’iperconnessione:
come stanno cambiando le vacanze

Coolcation, quietcation, last chance tourism: il turismo si adatta alla crisi climatica e alle trasformazioni globali. Ma in Europa quasi una persona su quattro non può permettersi nemmeno una settimana di ferie.
Getty Images/unsplash

Per decenni il turismo è stato guidato da una logica semplice: cercare il sole d'estate e la neve d'inverno. Oggi questa logica sta cambiando. Il cambiamento climatico rende alcune destinazioni sempre più difficili da vivere durante i mesi estivi, le tensioni internazionali aumentano l'incertezza, e il costo della vita spinge molte persone a ripensare il proprio modo di viaggiare. Allo stesso tempo cresce il desiderio di rallentare, di disconnettersi dalla tecnologia e di vivere esperienze considerate autentiche.

In fuga dal caldo

Le ondate di calore, sempre più frequenti e intense a causa dei cambiamenti climatici, portano molte persone a scegliere mete fresche anche per le vacanze estive. Sono le coolcation dall’unione delle parole cool (fresco) e vacation (vacanze). Dal Travel & sustainability report 2026 di Booking.com, una delle più famose piattaforme per la prenotazione di alloggi, emerge che oltre la metà delle persone intervistate considera alcune mete troppo calde e ha deciso di rimuoverle dalla propria lista dei desideri. Tre quarti dei viaggiatori, inoltre, considera il rischio di eventi estremi quando sceglie una meta o il periodo in cui viaggiare.

“L'Europa si trova all'epicentro delle sfide che le ondate di calore pongono al settore turistico. È il continente che si riscalda più rapidamente al mondo, secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale, nonché quello più visitato: Francia, Spagna, Italia e Grecia figurano costantemente tra le prime dieci destinazioni a livello globale” spiega National Geographic. Ma ora molte persone si stanno spostando verso Nord per le vacanze. Nel 2025, ad esempio, le prenotazioni da Francia e Italia verso la Svezia sono aumentate del 50%-60% rispetto all’anno precedente, secondo le stime della compagnia area svedese Sas.

A conferma di questa tendenza, nel 2026 l’applicazione per i viaggi Polarsteps ha pubblicato il primo Summer heat escape index che analizza 25 Paesi europei in base alle temperature diurne e notturne massime ad agosto, la temperatura dell’acqua del mare o la copertura forestale. Al primo posto c’è l’Islanda, al secondo la Finlandia e al terzo la Norvegia. Questi Paesi hanno deciso di sfruttare l’occasione: l’ente ufficiale del turismo norvegese, ad esempio, ha dedicato una pagina web ai luoghi adatti a una coolcation. Mentre la Danimarca e la Finlandia hanno approvato piani e investimenti per aumentare il numero di visitatori stranieri e la loro spesa.

Il turismo dell’apocalisse

Il cambiamento climatico sta portando sempre più persone a visitare alcuni luoghi, come i ghiacciai le barriere coralline o le isole, prima che sia troppo tardi. È il last chance tourism, o turismo dell’ultima possibilità. Ne è un esempio il Mer de Glace, il ghiacciaio più grande delle Alpi francesi che, come molti altri, si sta fondendo a ritmi vertiginosi. O Pond Inlet, un villaggio di circa 1600 abitanti (per lo più Inuit) situato nell’Artico canadese, che accoglie ogni anno centinaia di turisti desiderosi di assistere agli ultimi anni di vita dei ghiacci nordici.

Questo tipo di turismo è, per alcuni, una cosa buona, perché potrebbe rendere le persone più consapevoli dell’impatto che esercitano sul pianeta. Secondo un sondaggio del 2020 tra i visitatori del Mer de Glace, l’80% ha dichiarato che vorrebbe saperne di più su come proteggere l’ambiente e il 77% che si ritiene disposto a ridurre il proprio consumo giornaliero di acqua ed energia.

Altri, invece, sono molto scettici: sottoporre questi territori a ondate turistiche frequenti vorrebbe dire sommare inquinamento ad altro inquinamento o aumentare il rischio di diffusione di malattie o specie invasive, favorendo la scomparsa di ciò che si vorrebbe preservare. È una preoccupazione emersa, ad esempio, dopo i casi di hantavirus registrati a maggio del 2026 sulla nave da crociera MV Hondius. Il virus era stato probabilmente contratto prima dell'imbarco, ma l'episodio ha mostrato come la crescita del turismo verso destinazioni remote possa complicare la gestione delle emergenze sanitarie e aumentare il rischio di trasportare malattie tra aree geografiche molto distanti. Come riporta Reuters, il numero di persone che hanno visitato l’Antartide è più che triplicato, passando da 37mila nel 2015 a più di 117mila nel 2025. La maggior parte dei turisti si concentra sulla costa della penisola antartica dove si radunano foche e uccelli marini, rendendo questi ecosistemi particolarmente vulnerabili.

Lontano dalla modernità

Una delle tendenze che sembra destinata a crescere è la quietcation o hushpitality, una vacanza lontani dallo stress della vita quotidiana e, in molti casi, dalla tecnologia. “Sembra che le persone siano diventate così insoddisfatte della vita digitale da essere disposte a pagare di più per sfuggirvi” scrive la Bbc. Plum Guide, una piattaforma per l’affitto di case di lusso, ha registrato un aumento del 17% tra il 2024 e il 2025 nella ricerca di alloggi in zone remote o di campagna che offrano la possibilità di “disconnettersi”.

La start up Unplugged, attiva dal 2020, ad esempio, ha più di 50 microcase sparse nel Regno Unito e in Spagna per un “digital detox”: ai clienti viene data la possibilità di lasciare lo smartphone in una cassetta di legno e di utilizzare una mappa per orientarsi e un vecchio telefono per eventuali emergenze. L’agenzia di viaggio Logout è la prima in Italia a organizzare vacanze senza tecnologia: lo smartphone dei partecipanti viene inserito in una cassetta di sicurezza e restituito solo alla fine dell’esperienza. Ma sono vietati anche computer, macchine fotografiche e televisori.

Per altri allontanarsi dalla modernità significa cercare cieli stellati, racconta l’Economist. Almeno l'80% della popolazione mondiale vive sotto cieli interessati dall'inquinamento luminoso; una percentuale che sale al 99% negli Stati Uniti e in Europa. È una situazione destinata a peggiorare: secondo uno studio pubblicato su Science, le località che contano attualmente 250 stelle da poter ammirare nel cielo ne avranno solo cento tra circa 18 anni.

Per rispondere alla domanda di questo turismo notturno o astronomico (noctourism o astrotourism) alcuni hotel hanno iniziato a offrire l’accesso ai telescopi o esperienze di meditazione al chiaro di luna. Al Ula, nel deserto dell'Arabia Saudita, ad esempio, sta puntando con decisione sul turismo astronomico attraverso la costruzione di un osservatorio all'avanguardia e di strutture di lusso dedicate all'osservazione delle stelle.

Chi parte e chi no

Non stanno cambiando solo le destinazioni, ma anche la durata delle vacanze. Molte persone preferiscono infatti distribuire i giorni di ferie in più soggiorni brevi, le cosiddette microvacation, invece di concentrare tutto in una o due settimane consecutive. Secondo l’analisi dell’European travel commission, il numero di persone che sceglie un soggiorno compreso tra le 4 e le 6 notti continua a crescere, arrivando al 38% della popolazione, mentre diminuisce quello di chi viaggia per 7-12 giorni. Queste brevi gite fuori porta sono una conseguenza delle incertezze legate al clima e alla situazione internazionale, ma anche delle disponibilità economiche limitate. Vacanze più brevi sono più facili da organizzare e comportano un minor rischio di ritrovarsi con tanto lavoro arretrato, sottolinea la Bbc.

Alcune persone si spingono anche oltre: negli ultimi anni si stanno diffondendo gli extreme day trip, viaggi internazionali (o a volte persino intercontinentali) con partenza all’alba e rientro nella tarda serata dello stesso giorno. Per molti è un modo accessibile per vedere posti diversi senza spendere troppi soldi. Sempre più persone, infatti, hanno iniziato a contare il numero di Paesi visitati, tanto che l’Economist ritiene che “viaggiare sta diventando uno sport competitivo”. Quando il Travellers’ century club fu fondato nel 1954, solo poche persone potevano vantarsi di aver visitato 100 Stati, il requisito minimo per l'ammissione. Oggi i membri sono quasi duemila. È cresciuto anche il numero di persone che ha visitato tutti i 193 Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite. “Il primo a farlo fu il finlandese Rauli Virtanen nel 1988, fino al 2000 erano meno di una ventina. Ora sono oltre 500, di cui quasi 200 negli ultimi tre anni” scrive Il Post.

C’è anche chi non parte affatto, soprattutto nei mesi più caldi. La staycation, dalle parole inglesi stay (rimanere) e vacation (vacanza), è la vacanza trascorsa a casa o nelle immediate vicinanze. In alcuni casi si tratta di una scelta consapevole e può offrire l’opportunità di rallentare, vivere la vita in base ai propri ritmi, evitare il sovraffollamento e andare alla riscoperta dei propri territori. In molti altri, però, si tratta di una scelta obbligata: secondo le ultime stime della Commissione europea nel 2025 il 27,5% della popolazione europea non ha avuto la possibilità di trascorrere almeno una settimana all’anno in vacanza. Nel nostro Paese non può permetterselo il 37,5% delle persone, in aumento rispetto al 31,4% nel 2024.
(fonte: FUTURA Network, articolo di Maddalena Binda  04/08/2026)