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domenica 23 agosto 2026

E se anch’io fossi Pietro?

 XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A
 
E se anch’io fossi Pietro?

La confessione di Cesarea è uno dei momenti chiave del rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. Ma forse l’attenzione a “chi” sta parlando ci ha portato troppo velocemente a sottovalutare “cosa” è stato detto.


Dal Vangelo di Matteo 16,13-20
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. 

Il vangelo è sempre “secondo…”

Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo: una narrazione non è mai oggettiva. Tutti lo dicono, anche se spesso non ci soffermiamo abbastanza per metterlo a fuoco: chi volesse fare un resoconto preciso e dettagliato di qualcosa che è successo, anche con tutta la buona volontà, non potrebbe avere la pretesa di dire l’unica versione veritiera e certa dell’accaduto. La sua infatti rimarrà sempre una testimonianza a partire dal proprio punto di vista, che dunque può accentuare un aspetto e trascurarne un altro.

Tutto questo è ancora più evidente se ci confrontiamo con un testo come il vangelo, che non ha la pretesa di essere una cronaca storica e oggettiva, tutt’altro. Giovanni, come gli altri, ce lo dice chiaramente: il vangelo vuole suscitare la fede, è interessato affinché l’ascoltatore creda che Gesù è il Cristo. E ogni vangelo ha questa preoccupazione rivolta a un pubblico preciso, e per questo utilizza un linguaggio ogni volta diverso, perché convincere un ebreo non è come convincere un pagano. Servono mezzi, strategie e linguaggi differenti.

Un’aggiunta di troppo?

Questa ampia premessa era indispensabile per non sorridere di fronte al brano che ci viene offerto oggi. Nella cosiddetta “confessione di Cesarea”, Gesù pone la domanda decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?», alla quale Pietro prontamente risponde: «Tu sei il Cristo». Questo è quello che ci viene detto da tutti i sinottici. Matteo, però, proprio perché scrive dal proprio punto di vista, vuole dare il giusto riconoscimento alla bella risposta di Pietro e così inserisce una sorta di “investitura” di Pietro, come roccia su cui la comunità può crescere. In sé, questa inserzione è quasi ironica. Alla fine del brano, infatti, leggiamo: «Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo». Insomma, sembra che le parole di Gesù rivolte a Pietro siano finite nel vuoto. Non sarebbe stato il caso di commentarle, di dire qualcosa anche agli altri discepoli? Ad esempio: «Mi raccomando, aiutatelo, ascoltatelo, lui sarà il primo ecc.». Niente: se noi togliamo i versetti che si rivolgono a Pietro (vv. 17-19) il racconto sta comunque in piedi e, di fatto, sarebbe uguale a quello che troviamo in Marco e in Luca.

La roccia della chiesa

Questo fatto, dunque, mi porta a una considerazione, forse banale ma credo importante: non darei troppo peso a questi versetti. Inoltre, domenica prossima leggeremo come la vera prova di bravura non sia dare la “risposta esatta” ma saperne portare il peso, essere consapevoli di quale Cristo è Gesù. Il vero cuore della chiesa, allora, è la confessione di Pietro, non Pietro. Per secoli si è costruita una teologia attorno a questi versetti, sentendo forse la necessità di trovare un baricentro, un punto fermo attorno al quale costruire la chiesa. Purtroppo ci siamo dimenticati che il vero centro, il vero punto fermo era pochi versetti prima: non in Pietro ma nelle sue parole, nella sua fede nel Figlio di Dio. Perché è questo l’unico fondamento che ciascuno deve riconoscere per potersi salvare. Ricordiamoci del finale, il famoso segreto messianico. È questo lo spoiler da non fare, perché la fede non dev’essere imposta ma dev’essere testimoniata e accolta da ciascuno liberamente. Per questo, forse, Gesù non dice di non dire a nessuno che Pietro è la pietra, perché non è questo che dev’essere riconosciuto e, anche se proclamato, difeso o annunciato, non è questo che tiene insieme la chiesa. La roccia della chiesa, la chiave per il Regno è colui o colei che, illuminato/a dal Padre, confessa: «Non io, ma Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Stefano Fenaroli 22/08/2026)


VISITA PASTORALE DI LEONE XIV NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO, AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI E ALLA CITTÀ DI RIMINI 22/08/2026 - Leone XIV: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme” (commento, testi e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO,
AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI
E ALLA CITTÀ DI RIMINI

22 AGOSTO 2026
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Leone XIV a San Marino e al Meeting di Rimini:
“Libertà e comunione stanno o cadono insieme”

Dal Monte Titano al porto di Rimini, Leone XIV ha riletto in una sola giornata il motto Libertas: libertà di coscienza, rifiuto di ogni arruolamento, autorità come servizio. Nel mezzo il Meeting con 60mila persone, la misericordia opposta al "falso realismo" che riarma, i malati e i poveri in cattedrale

(Foto Vatican Media/SIR)

La libertà non è un’autonomia da difendere, ma un legame da costruire. Sul Monte Titano, dove Libertas è insieme motto e atto di nascita, Leone XIV ha aperto quella parola come si apre una chiave: “Una parola sola, ma di quale densità!”. Nella sala del Consiglio grande e generale, si è aperta così oggi una giornata che ha portato il Papa dalla Repubblica di San Marino al Meeting per l’amicizia fra i popoli e alla città di Rimini. “Non c’è vera libertà civile senza libertà personale”, ha spiegato ai capitani reggenti Alice Mina e Vladimiro Selva e alle autorità, “cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana”. Poi la frase che avrebbe retto l’intera giornata: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme”.


Coscienza, potere e cura: le prove della libertà

Promuovere la libertà, ha proseguito il Papa, comporta “difendere gli spazi della coscienza”. Il pensiero è andato ai “martiri della libertà”, con San Tommaso Moro, e a quanti oggi “pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza”. Poi la dimensione pubblica: i progetti politici ed economici “che si presentano in nome della libertà” sono spesso “schiavi degli idoli e del potere”. Alla più antica Repubblica del mondo, che si prepara a rendere operativo l’Accordo di associazione con l’Unione europea, Leone XIV ha riconosciuto la possibilità di essere un “laboratorio” di buona politica: uno Stato piccolo, “a misura d’uomo”, dove la prossimità tra istituzioni e cittadini rende “una democrazia più effettiva”. Nel centenario delle relazioni diplomatiche, formalizzate nell’aprile 1926, ha espresso apprezzamento per la scelta sammarinese del multilateralismo, vocazione che chiede di “favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più ‘scomodi’”. Con un criterio ripreso dall’enciclica Magnifica humanitas: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire”. I padroni di casa lo avevano detto: la libertà “non innalza muri, ma costruisce ponti”, hanno affermato i capitani reggenti, ricordando i profughi ucraini accolti e le famiglie palestinesi che la Repubblica si è impegnata ad ospitare. Nella basilica che custodisce le reliquie del santo diacono Marino, mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro, ha definito la libertà “il dono che ci definisce come uomini e donne responsabili davanti a Dio e alla storia”. Ai giovani riuniti in piazza il Papa ha lasciato una consegna: “L’autentica libertà la troviamo solo in Gesù Cristo”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Dal Meeting al porto: misericordia, giovani e servizio

A Rimini, dove l’elicottero è atterrato dopo il pranzo nel monastero delle agostiniane di Pennabilli, attendevano circa 60mila persone. Al Meeting la stessa parola ha cambiato veste. “Il male non si combatte col male”, ha ricordato Leone XIV: “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia”, per il quale “non possono esistere nemici”. L’invito è a liberare “il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte” e a disarmare “lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”. Il metodo, ha aggiunto, resta “il rischio educativo” indicato da don Luigi Giussani: promuovere il bene nel mondo, non fuggirne. Ai giovani ha detto che sono “segno che il futuro è una promessa, non una minaccia”. Al movimento di Comunione e Liberazione ha consegnato una misura esigente: “Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé”. In cattedrale, davanti a malati, persone con disabilità e poveri assistiti dalla Caritas, il registro è cambiato: “Qui voi siete a casa”, perché Gesù metteva al centro le persone ferite. La giornata si è chiusa al porto, con la messa e il Vangelo delle chiavi a Pietro: “Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio”, ha ribadito il Papa, rileggendo la destituzione di Sebna, il funzionario che abusò dell’autorità. Legare e sciogliere, ha concluso, è compito di ogni battezzato: “Abbracciare, riunire, accogliere, liberare, perdonare, emancipare chiunque sia prigioniero del peccato e delle sue conseguenze”.
(fonte: Sir, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)

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Per saperne di più:


Visita Pastorale nella Repubblica di San Marino:
Incontro con le Autorità e la Società civile





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INCONTRO DEL SANTO PADRE
CON I PARTECIPANTI AL
47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”





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RIMINI

INCONTRO CON AMMALATI, DISABILI E POVERI
ASSISTITI DALLA CARITAS
Cattedrale di Rimini

Carissimi fratelli e sorelle,

ringrazio il Vescovo e la Caritas di Rimini per aver organizzato questo incontro con voi, e ringrazio ciascuno di voi per aver risposto all’invito.

Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli.

Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte.

E allora, cari fratelli e sorelle, io vi ringrazio e vi incoraggio a seguire sempre il Signore partecipando attivamente alla vita della Chiesa, nella parrocchia, nelle associazioni, nei luoghi di accoglienza e di servizio, dove si impara e si sperimenta che il nostro Padre è grande nell’amore e noi siamo figli suoi e fratelli tra noi. A Lui ci rivolgiamo ora con la preghiera, quella preghiera che Gesù ci ha insegnato e diciamo insieme:

[Padre nostro…]

[Benedizione]



SANTA MESSA CON I FEDELI DELLA DIOCESI
Porto di Rimini

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
23 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nel nostro dirci cristiani spesso dimentichiamo lo stretto legame che intercorre tra noi e Cristo, il Messia. In Lui noi tutti formiamo il popolo messianico, il popolo chiamato a dar vita ad una storia nuova, tutta incentrata sul comandamento dell’amore. Consapevoli delle nostre fragilità, innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo: 


R/   Accresci, Signore, la nostra fede e la nostra umanità

 

Lettore


- Ti preghiamo, Signore Gesù, per tutta la Chiesa e per ogni singola comunità cristiana, che si raduna nel tuo Nome. Fa’ che la gioia del Vangelo e della tua presenza amorevole pervada tutta la loro vita. Dona loro di saper perseverare nell’ascolto della tua Parola, perché il loro agire diventi sempre più una vera trasparenza del tuo amore misericordioso. Preghiamo.

- Tu, Signore Gesù, che scruti mente e cuore, disperdi i progetti ed i pensieri di violenza e di guerra dei vari potenti della terra. Ascolta il grido ed il dolore dei popoli, costretti a subire distruzione e morte. Fa’, o Signore, che l’umanità di oggi abbandoni la seduzione delle armi per ritrovare il gusto della parola e del dialogo. Preghiamo

- Ferma Tu, o Signore Gesù, questa folle corsa dei politici, dei partiti e di alcuni movimenti, che spingono i paesi dell’Europa a fare della persona migrante, proveniente da altri luoghi, un vero “capro espiatorio”, considerato strumentalmente la causa di tutti i nostri mali verso cui lottare, al fine di ritrovare un’apparente e ipocrita unità politica europea fondata sulla pratica sistematica della disumanità. Aiuta invece, Signore Gesù, questa nostra Europa a ritornare ai suoi veri valori fondanti, per diventare oggi più umana e più solidale nel bene. Preghiamo

- Accompagna, o Signore Gesù, quanti ritornano dalle ferie per riprendere il loro lavoro. Sii vicino a chi troverà la sorpresa del licenziamento e a tutti coloro che hanno difficoltà a trovare un lavoro adeguato per potersi pagare l’affitto di casa. Benedici e sostieni tutti quei giovani, che scelgono di andare a lavorare fuori del nostro Paese. Preghiamo

- Davanti a te, Signore Gesù, Figlio del Dio vivente, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dei disastri naturali e ambientali, e delle vittime del disagio mentale e sociale. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Amore e di Pace. Preghiamo.



Per chi presiede

Ti rendiamo grazie, o Signore Gesù, perché sei accanto a noi e ascolti la voce della tua Chiesa in preghiera. Guidala e sostienila nel cammino della fede. Te lo chiediamo perché tu sei il Figlio del Dio vivente e il Messia compassionevole, presente in mezzo a noi, nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 42 - 2025/2026 - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Riconoscere in Gesù il Messia, il Figlio del Dio vivente, conferisce a Pietro il primato sulla comunità, un primato che è principalmente responsabilità, nell'amore e nel servizio. Lungo il corso della bimillenaria storia della Chiesa, il primato pietrino è stato inteso ed esercitato in molti modi, spesso frainteso e malinteso, con o senza colpa. Nella Comunità di Gesù l'autorità ha bisogno di continua purificazione; essa va vissuta non come esercizio di potere, ma come assunzione di responsabilità. Pietro, purtroppo, è "Bar-Jona", figlio di Giona, e come suo padre fugge le conseguenze dell'amore. Pietro non accetta un Messia debole e indifeso che si consegna inerme nelle mani degli uomini, rifiuta categoricamente un Dio che ama e usa misericordia verso tutti, compresi i carnefici del Figlio, compresi i pagani. Per questa ragione tenterà di dissuadere Gesù dall'andare a Gerusalemme (16,22). Gesù è certamente il Messia, ma non il Messia dominatore e sterminatore dei nemici della fede atteso da certa tradizione giudaica. Per Gesù il potere è ontologicamente diabolico (Mt 4,1-11). I figli di Dio, invece, sono coloro che seguono il loro Maestro e Signore nell'amore e nel servizio ai fratelli, sono le «pietre viventi edificate come edificio spirituale sulla Pietra viva scartata dagli uomini» (1Pt 2,4-5). Essi sono coloro che sono stati resi immuni dal «lievito dei farisei e sadducei» (Mt 16,6), veleno mortale che intossica la vita e le relazioni tra gli uomini e che impedisce di scorgere negli altri fratelli da amare.


sabato 22 agosto 2026

LA GRANDE DOMANDA - "Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore." - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA GRANDE DOMANDA



Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? 
Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore.


In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Mt 16,13-20
  

LA GRANDE DOMANDA
 
Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore.


Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù. Ogni anno con un evangelista diverso: Ma voi, chi dite che io sia?

Siamo nel nord della Palestina, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio: la gente, chi dice che io sia? Rabbi, sei uno che allarga i cuori, uno innamorato di Dio, un profeta.

Dopo due anni e mezzo passati con lui, per i discepoli il cerchio si stringe: ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che camminate con me da anni e che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi?

Mi guardo dentro. Chi è per me? Uno che inquieta, uno che non mi lascia in pace; la mia gioia, il mio rimorso; uno che è ‘impossibile amare impunemente’ (Turoldo), senza sentire una stretta nelle viscere. Gesù non cerca definizioni, ma relazioni; cerca un rapporto vivo: cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Cosa è cambiato in te? Quanto conto per te? Che posto ho nella tua vita? Sono domande da innamorato.

Perché i discepoli e le discepole gli andavano dietro? Perché io gli corro dietro? Semplice: per essere felice. Che non significa avere una vita senza ferite, ma più piena, accesa, appassionata. Gesù non ha bisogno della risposta per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se Pietro e io gli abbiamo aperto il cuore. E Pietro risponde con parole per niente facili: Gesù non era il messia muscolare che aspettava, diceva di perdonare senza misura e di amare i nemici, un po’ un ‘anti-messia’. E a quello sguardo innamorato Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il messia, la mano di Dio, la sua carezza, il suo sogno di libertà. Sei il figlio del Dio vivente. Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire.

Infine ecco il contrappasso, bellissimo: Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei. Tu sei pietra e su questa pietra… Abbiamo bisogno di uno che ci faccia da specchio, come Pietro, aiutato da Gesù a decifrarsi e ad amarsi: quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui quasi si vergognava, sarebbe poi stata la più utile: Darò a te le chiavi del Regno dei cieli. Non sono le chiavi del paradiso, ma del mondo nuovo come Dio lo sogna, del segreto profondo di questa nostra vita. Date a Pietro, ma non solo a lui, a ogni credente, a tutta l’immensa carovana, con la sua fatica di seguirlo.

Le chiavi e le azioni di legare e sciogliere sono simboli molto più universali e radicali che non il potere giuridico dell’assoluzione nel sacramento della riconciliazione. Non è roba da preti, questo potere, ma da gente di vangelo, di quelli che sono con la loro vita eco e prolungamento della vita di Cristo. Ti darò le chiavi: ti do il potere di entrare come energia di trasformazione, come primo passo di un cammino anche nelle esperienze umane più squallide e perdute. Tu puoi diventare presenza trasfigurante, facendo quelle cose che Dio solo sa fare: pregare per chi ti ferisce, provare dolore per il dolore del mondo, la grande empatia con tutto ciò che vive, queste sono cose divine. Allora anche tu e io possiamo diventare piccola roccia su cui far poggiare un futuro migliore. Non macina da mulino, una pietruzza soltanto, ma nessuna piccola pietra è inutile. Qualcosa sarò, Signore, se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.


L’Ave Maria dietro le sbarre

L’Ave Maria dietro le sbarre

Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero?

(Foto SIR/IA)

“Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera.

I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto.

C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ’ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque.

Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre.

È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici.

La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna.

Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio.

I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)




Minori e digitale. - Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Minori e digitale.
 
Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Proteggere bambini e ragazzi da contenuti dannosi sui social, ma anche preservare il loro sviluppo neurocognitivo. Questo è il filo conduttore delle leggi approvate in Australia e Francia, ora da rivedere dopo che il Consiglio costituzionale francese ha censurato l'articolo 1 della legge, e di una proposta di legge presentata in Italia

Foto Calvarese/SIR

L’uso di smartphone, tablet e social da parte dei minori preoccupa sempre di più per gli effetti che può provocare su bambini e adolescenti. Una preoccupazione condivisa in tutto il mondo e sostenuta da diversi studi. Intanto, il 15 aprile 2026 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che un’app europea per la verifica dell’età è tecnicamente pronta e sarà presto disponibile per consentire agli utenti di dimostrare la propria età quando accedono alle piattaforme online. Questa soluzione risponde al dovere di

“proteggere i nostri figli nel mondo online, così come lo facciamo nel mondo offline”,

ha spiegato la presidente, in modo efficace e armonizzato a livello europeo. Sarà facile da usare, perché la si potrà configurare con il passaporto o la carta d’identità che serviranno per dimostrare la propria età quando si accede ai servizi online, “nel rispetto dei più elevati standard di privacy al mondo” e su qualsiasi dispositivo. Ed è anche completamente open source, cioè potrà essere utilizzata dai Paesi partner su scala globale. “L’Europa offre una soluzione gratuita e facile da usare che può proteggere i nostri figli da contenuti dannosi e illegali” e le piattaforme “non avranno più scuse”.

La prima nazione al mondo ad aver adottato una legge sul divieto dei social ai minori è l’Australia. La nuova norma è entrata in vigore il 9 dicembre 2025 in Australia, stabilendo che i ragazzi sotto i 16 anni non possono più accedere o aprire account su YouTube, TikTok, Facebook, Snapchat, Instagram, X, Reddit, Twitch e Threads. Previste multe milionarie per le aziende che non rispettino il divieto, mentre i ragazzi under 16 o i loro genitori non vengono sanzionati o multati se riescono ad accedere. Per evitare sanzioni le piattaforme devono individuare e disattivare gli account di under 16; impedire la creazione di nuovi account; contrastare i tentativi di aggiramento; prevedere procedure per correggere gli errori di identificazione dell’età. Neppure i genitori possono dare il consenso per derogare al divieto. L’accesso è vietato in modo assoluto sotto i 16 anni. A marzo 2026 la legge è stata perfezionata concentrandosi soprattutto sui social con caratteristiche come feed infiniti, sistemi di raccomandazione algoritmica, “like” e altre funzioni progettate per aumentare il coinvolgimento.

La Francia aveva approvato il 21 luglio 2026 una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. La misura sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° settembre 2026 per i nuovi profili, con un periodo di transizione per gli account già esistenti fino a gennaio 2027. Ma la legge ha subito una battuta d’arresto, nei giorni scorsi. Infatti, il Consiglio costituzionale francese ha censurato l’articolo 1 della legge sulla protezione dei minori dai rischi legati all’utilizzo dei social network, ritenendo che il divieto, così come formulato dal legislatore, producesse un’ingerenza, non sufficientemente giustificata, nella libertà di espressione e comunicazione. Il Consiglio costituzionale non ha stabilito che la protezione dei minori online sia illegittima. Ha contestato il modo in cui il legislatore francese ha cercato di raggiungere quell’obiettivo. La decisione è particolarmente rilevante perché è intervenuta a poche settimane dall’entrata in vigore prevista della misura e mette in discussione uno dei provvedimenti simbolo della politica francese di protezione dei minori nell’ambiente digitale. Alla luce di tutto ciò, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di preparare un nuovo testo della legge sul divieto dei social per gli under 15 “nel più breve tempo possibile”, un testo che sia “giuridicamente solido” e “tenga conto della decisione del Consiglio costituzionale e del quadro europeo”, ha riferito l’Eliseo.

Non sono solo i social fruiti da minori prima dei 15/16 anni a preoccupare. L’uso di smartphone e tablet inizia molto prima. Il neurologo Pierluigi Brustenghi, nel 2025, in un incontro promosso dal Centro per il libro e la lettura, spiegava:

“Da circa dieci anni stanno arrivando lavori che documentano quale danno dall’uso del digitale ha il cervello in età evolutiva. Il cervello matura a 25 anni, ma la maturazione è ritardata se i bambini sono precocemente dotati di smartphone e tablet, perché si producono alterazioni sinaptiche patologiche”.

Nel 2024 la Oxford University ha incoronato parola dell’anno l’espressione “brain-rot” che significa “cervello macerato”, “marciume cerebrale”.

(Foto Terre des Hommes)
Per rispondere all’allarme sociale che già i piccolissimi “scrollano” con in mano uno smartphone o un tablet, è presentata il 23 luglio al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società italiana di pediatria e a Fondazione Terre des Hommes Italia Ets la proposta di legge “Disposizioni per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a tre anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età”. Il disegno di legge prevede niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i tre anni, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi.

Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei bambini e bambine, codificandola come prassi estremamente dannosa e da evitare entro i tre anni di vita. Una legge per costruire un’alleanza con i genitori e che chiama a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino: corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri, tutti chiamati ad accompagnare il neo genitore a prendere coscienza di come, una crescita sana, non debba includere il digitale nei primi trentasei mesi di vita del bambino.

Di qui l’importanza della formazione dei professionisti sanitari, educativi e sociali sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali, nonché la costruzione di una struttura di governance atta a rendere la legge strumento dinamico e flessibile, capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno, con attenzione e rigore scientifico. La proposta nasce da un patrimonio crescente di evidenze scientifiche secondo cui l’esposizione precoce e non appropriata ai dispositivi digitali può avere ricadute sullo sviluppo dei bambini e delle bambine. La revisione della letteratura scientifica condotta dalla Commissione Dipendenze digitali della Società italiana di pediatria, che ha analizzato 78 studi sugli effetti dell’esposizione digitale, evidenzia infatti come

ogni 30 minuti di schermo in più al giorno possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio. Ed effetti negativi si riscontrano anche sulle capacità attentive ed esecutive, sulla regolazione emotiva, sul sonno e sulla relazione tra adulto e bambino.
(fonte: SIR, articolo di Gigliola Alfaro 17/08/2026)


venerdì 21 agosto 2026

La Repubblica di San Marino e Rimini attendono Leone XIV

Domani la visita pastorale nel piccolo Stato, al Meeting per l’amicizia fra i popoli e nella città romagnola

La Repubblica di San Marino
e Rimini
attendono Leone XIV


Una giornata intensa scandita da tre tappe diverse, ma unite dalla fede. È quella che vivrà domani, sabato 22 agosto, Leone XIV, recandosi in visita pastorale nella Repubblica di San Marino, al Meeting per l’amicizia dei popoli — 44 anni dopo san Giovanni Paolo II — e nella città di Rimini.

Numerosi gli appuntamenti che attendono il Papa dall’arrivo al mattino nella più antica Repubblica del mondo tuttora esistente e che proprio cento anni fa allacciava le relazioni diplomatiche con la Santa Sede; per proseguire poi nel pomeriggio alla 47ª edizione del Meeting sul tema dantesco «L’amor che move il sole e l’altre stelle» e nella città romagnola.

Entrambe le Chiese locali si sono preparate con cura all’avvenimento, come spiegano sul nostro giornale i due pastori interessati dalla visita. L’arrivo del Successore di Pietro, sottolinea il vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi, «è un segno di unità con tutta la Chiesa universale e di speranza per affrontare il futuro nello spirito della missione e dell’evangelizzazione».

«La Chiesa che Leone XIV incontrerà — gli fa eco l’ordinario di Rimini, monsignor Nicolò Anselmi — è una Chiesa viva, fatta di volti, generazioni, carismi e storie differenti; una Chiesa che sa pregare e fare festa, stare accanto alle persone fragili e dare fiducia ai giovani».

Leggi anche:

Nel cuore della Chiesa di Domenico Beneventi

Una semina feconda di Nicolò Anselmi


Tempo buono e traboccante di Francesco Marruncheddu

(fonte: L'Osservatore Romano 21/08/2026)

#vecchiaia -Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Vecchiaia
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


O vecchiaia, quale speranza di piacere hai in te!
Ognuno vuole arrivare a te, ma quando ti ha provato si pente. 

Si celebra oggi a livello ecclesiale la giornata dei nonni, a causa della memoria liturgica di Anna e Gioacchino, genitori di Maria, la madre di Gesù. È imponente la letteratura su quella che con un eufemismo ora è chiamata “terza età”. Abbiamo scelto un frammento di Euripide, il celebre autore greco di tragedie vissuto nel V sec. a.C. Siamo stati tentati di ricorrere anche al più noto Cicerone, attingendo a una delle sue opere, emblematica già nel titolo De senectute, ove si ritrova lo stesso concetto: «Tutti desiderano raggiungere la vecchiaia, ma una volta raggiunta, l’accusano». Effettivamente, da un lato, si fa di tutto per allungare la vita, quasi in una laica rincorsa all’immortalità. Anzi, l’inverno demografico – come si è soliti dire – lascia spazio a una folla di canizie: è ciò che lamentano le istituzioni pensionistiche e, per quanto mi riguarda, lo conferma la distesa di teste canute o calve che si intravedono dagli amboni delle chiese. D’altro lato, bisogna riconoscere che, raggiunta quella meta, come osservano Euripide e Cicerone, inizia la querimonia degli acciacchi, della solitudine, del vuoto quotidiano, per non parlare poi della dipendenza da badanti o lo spalancarsi delle porte di una Rsa. 
Un antico sapiente biblico, il Qohelet/Ecclesiaste, non esitava a invitare il giovane a godere la sua età: «Prima che vengano i giorni tristi e gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto!» (12,1). Eppure, ha ugualmente ragione il citato Cicerone quando affermava: «Nessuno è tanto vecchio da non pensare di poter vivere ancora un anno». C’è, comunque, una verità nella convinzione che la lunga esperienza di vita possa diventare una fonte di saggezza, purtroppo spesso inascoltata dai giovani, fermo restando, però, che la stupidità non ha età.

(Fonte: Il Sole 24 ore - Domenica del 26.07.2026)

giovedì 20 agosto 2026

Anna Foa: «Quei numeri sulla pelle dei prigionieri palestinesi uno schiaffo alla Memoria della Shoah»

Anna Foa:
«Quei numeri sulla pelle dei prigionieri palestinesi
uno schiaffo alla Memoria della Shoah»

Intervista alla storica ebrea Anna Foa, che condanna le immagini in cui si vedono palestinesi fermati in Cisgiordania che vengono marchiati con dei numeri dall’esercito israeliano: «Per me un grande dolore vedere queste fotografie. Il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se volessero dire: “ora abbiamo noi il marchio dalla parte del manico”»


Le immagini di alcuni palestinesi fermati in Cisgiordania con un numero impresso sulla fronte con un pennarello hanno richiamato alla memoria l’orrore dei campi di sterminio, quando ancora prima di essere mandati a morire, gli ebrei venivano spogliati della loro identità e ridotti a numeri tatuati sul braccio. Numeri che sono rimasti sulla pelle dei sopravvissuti come testimonianza di un orrore a cui l’intera umanità non avrebbe più voluto assistere. E invece, qualcosa di simile torna ad accadere, e per mano di coloro che quella memoria più di tutti avrebbero dovuto tenerla viva, non certo per farla diventare una vendetta della storia.

Ne abbiamo parlato con Anna Foa, storica dell’ebraismo, che con il recente saggio Il suicidio di Israele ha preso le distanze in modo inequivocabile dalle azioni del governo israeliano.

Anna Foa, autrice di "Il suicidio di Israele", vincitore del Premio Strega Saggistica 2025. (ANSA)

«È un grande dolore assistere a scene come queste, soprattutto per gli ebrei come me, la cui storia comprende anche la Shoah. Certo, non è la stessa cosa del tatuaggio sul braccio, perché qui è scritto con un pennarello, ma la disumanizzazione resta, e il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se nascesse dalla volontà di invertire proprio quello che era successo e dire, come a dire: ora abbiamo noi il marchio dalla parte del nemico. Ed è ancora più grave perché non è stata messa in atto dai coloni, ma dall’esercito, quindi un’istituzione ufficiale del governo».

Il numero tatuato sul braccio di uno dei sopravvissuti di Auschwitz-Birkenau (ANSA)

E non è neanche la prima volta. Nell’aprile scorso una cosa simile era stata fatta ad alcune donne palestinesi a cui era stato concesso di rientrare a Jenin dopo un’evacuazione, per recuperare alcuni effetti personali.

«Un episodio che era stato negato, perché considerato non corrispondente ai canoni dell’esercito israeliano, ma ora accade di nuovo e non può essere un caso, o semplicemente una situazione di comodo. Anche perché documentato dalle foto. Quindi, in un certo senso, ostentata, rivendicata come qualcosa di cui andare fieri, e questo è, a mio avviso, spaventoso. Dietro questo semplice gesto c’è tutto quello a cui stiamo assistendo da tempo: la volontà apertamente dichiarata di voler ammazzare i palestinesi, cacciare i palestinesi, disumanizzare i palestinesi, uccidere anche i neonati. Andando contro la stessa etica ebraica della storia, oltre naturalmente contro il diritto internazionale e la giustizia. Si è superato ogni limite».

Il ministro della sicurezza nazionale di Isreale Ben Gvir (ANSA)

D’altronde, lo stesso ministro della Sicurezza israeliano Ben Gvir, in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, ha detto “Ritengo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone...”

«La cosa che mi colpisce in questo tipo di esternazione è che magari molti altri la pensano come lui, ma nessuno aveva mai osato dirlo per paura dell’isolamento, delle reazioni del mondo. Ora invece si osa dire cose del genere, si osa dire: “Io sono un assassino e voglio uccidere ogni giorno 40 persone, innocenti o meno che siano, non mi importa, ogni giorno”. Ben Gvir però non è semplicemente un matto, è il frutto di un’ideologia costruita nel tempo, è il frutto dell’incapacità anche del mondo ebraico di voler essere assolutamente maggioranza. E ci porta indietro nel tempo: quando gli ebrei della diaspora hanno cominciato ad allontanarsi dalla percezione di essere una minoranza per voler diventare maggioranza? Come hanno sviluppato l’incapacità di pensare che esiste un mondo intorno a loro? Che cosa è successo? Ci sono stati dei momenti in cui la storia di Israele poteva andare in un modo diverso, e spero che in futuro ci sia una nuova possibilità di uscita da questa deriva terribile».

Eppure chi condanna le azioni del governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo.

«Io dico: meno male che il mondo giudica, se non giudicasse sarebbe ancora peggio, significherebbe la totale indifferenza. Poi, purtroppo, ci sono derive antisemite. Mi ha colpito un commento sui social: “Il baffetto aveva avuto ragione”, ma senza arrivare a questi estremi molte persone non riescono a capire, perché confesso che è davvero difficile anche per me. Io, da due anni e mezzo, quando parlo e scrivo, combatto proprio contro questo rinchiudersi nei recenti e tacciare ogni critica con antisemitismo. Io stessa vengo accusata di essere una rinnegata».

Alcuni bambini palestinesi nel campo profughi di Khan Yunis, a sud di gaza (EPA)

Anche tra molti gli ebrei laici, o comunque moderati, la reazione sempre più spesso e quella di negare lo sterminio in atto.

«Sì, c’è una volontà di negazione, la tipica reazione che le persone hanno di fronte a qualcosa che ti supera, che ti sovrasta, che non riesci a capire, che non riesci ad accettare, che ti fa paura. Per me, però, è inconcepibile che il mondo ebraico della diaspora, quello italiano in particolare, non si renda conto che, negando l’evidenza, alimenta i rigurgiti che diventano sì, davvero antisemiti. Col rischio che, a un certo punto, ci troveremo in un mondo in cui quel signore che ha scritto “Il baffetto aveva ragione” non sarà più solo un fenomeno isolato. Quando invece si arriverà a capire che quello che sta accadendo nei territori supera ogni limite di ragionevolezza e rinnega la stessa storia della Memoria, allora forse cambierà anche questo rigurgito antisemita e il mondo comincerà a riflettere e ad attribuire le colpe a chi le ha veramente, e non a tutti gli ebrei indistintamente, così come Netanyahu attribuisce la colpa di Hamas a tutti i Palestinesi».

A ottobre ci saranno le nuove elezioni. Questa escalation di violenza rafforzerà l’estrema destra?

«Dalle analisi che appaiono sui giornali israeliani non sembra che l’estrema destra possa uscire rafforzata. Salvo nuove provocazioni molto forti, io spero proprio che si arrivi, con una campagna elettorale accesa ma comunque dentro i limiti della normalità, a delle elezioni che rovescino Netanyahu. Dopodiché resterà da vedere chi vincerà davvero le elezioni e quali saranno le sue possibilità. Caduto Netanyahu, cadranno anche questi rigurgiti di estremismo e di fanatismo ebraico che vediamo all’opera anche nell’azione dell’esercito, condizionato dalla forte presenza di religiosi estremisti al suo interno e con un orientamento che spinge ad aberrazioni come il marchiare delle persone con dei numeri».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Fulvia Degl'Innocenti 19/08/2026)


UDIENZA GENERALE 19/08/2026 Leone XIV: "Il canto e la musica sintonizzano il cuore con quello dei fratelli e con Dio ..."

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 19 agosto 2026


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Leone XIV



I Documenti del Concilio Vaticano II.

II. Costituzione Sacrosanctum Concilium.

6. La musica sacra


Cari fratelli e sorelle,

il sesto capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) del Concilio Vaticano II è dedicato alla musica sacra. Esso afferma: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC, 112) e specifica: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (ibid.).

Troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903). La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: «Cantare amantis est», cioè «cantare è proprio di chi ama» (Sermo 336, 1). Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare.

Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura.

Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano alcune esigenze. Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr SC, 121).

Per lo stesso motivo il Concilio raccomanda che anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede.

Sacrosanctum Concilium dedica ampio spazio al tema della partecipazione attiva dei fedeli (cfr n. 114). Essa «deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana» (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno «spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli» (ibid. 55). Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: «Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti» e «un sacro silenzio» (SC, 30), ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC, 28), nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio.

Il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra. Un’attenzione particolare è rivolta anche all’organo (cfr SC, 120), mentre l’impiego di altri strumenti è ammesso «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli» (SC, 120).

Un tema caro alla riforma conciliare è quello dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone. Si raccomanda perciò, da una parte, di implementare in tutti un’adeguata «educazione del senso religioso» (SC, 119) e, dall’altra, «per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre» (ibid.).

Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum, strumento pastorale di cui si raccomanda la promozione, con il compito «di curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» (S. Congr. dei Riti, Istr. Musicam sacram, 19).

A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali, così da «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica» (S. Giovanni Paolo II, Chirografo sulla musica sacra, 22 novembre 2003, 3).

Per tutte queste ragioni i Padri Conciliari raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra, «nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche» (SC, 115), e di assicurare ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica (cfr ibid.).

Cari fratelli e sorelle, i Padri della Chiesa hanno tenuto in grande considerazione il canto liturgico, simbolo della comunione ecclesiale. Perciò possiamo concludere con queste belle espressioni di Sant’Ignazio di Antiochia: «Voi, uno per uno, diventate un coro, affinché armoniosi nell’accordo e prendendo la tonalità di Dio nell’unità, cantiate all’unisono attraverso Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e, dalle opere buone che realizzate, riconosca che siete membra del Figlio suo» (Lettera agli Efesini, 4, 2).


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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Figlie della Divina Provvidenza, riunite per il loro Capitolo Generale, e le incoraggio a ravvivare la fiamma della carità che ha caratterizzato la vita della Fondatrice, la Venerabile Madre Elena Bettini.

Saluto, altresì, i religiosi passionisti e i cappuccini; i fedeli delle parrocchie di Macchia Valfortore, Castello di Godego e quelli dell’Unità pastorale di Ponteranica, come pure il coro Serpeddì di Sinnai. Tutti invito a testimoniare con gioia l’amore di Cristo per ogni creatura.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Desidero rivolgere a ciascuno l’invito a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace. Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande e che occorre un forte e costante impegno per realizzarla, seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società.

A tutti la mia benedizione!


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