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domenica 27 settembre 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN FRANCIA E VISITA ALL'UNESCO (25-28 SETTEMBRE 2026) - Venerdì 25 sera: VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI - Fuochi d’artificio e preghiere nella notte degli ottantamila (cronaca/commento, testi e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN FRANCIA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)

25-28 SETTEMBRE 2026


Venerdì, 25 settembre 2026
(sera)

PARIGI - SAINT-DENIS - PARIGI

21:00 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI nello “Stade de France” di Saint-Denis

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Lasciata la Nunziatura Apostolica, alle ore 20.25, Papa Leone XIV si è trasferito in auto allo Stade de France di Saint-Denis per la Veglia di preghiera con i giovani.

Al suo arrivo, dopo aver effettuato un giro fra i fedeli in auto scoperta, il Santo Padre è stato accolto dal Vescovo di Saint-Denis, S.E. Mons. Étienne Guillet, dal Sindaco, Bally Bagayoko, dalla Presidente della Regione Île-de-France, Valérie Pécresse, e dal Presidente del Dipartimento Seine-Saint-Denis, Stéphane Troussel.

Dopo le parole di benvenuto del Vescovo di Saint-Denis, il saluto di una delegazione di giovani e una presentazione sotto forma di spettacolo, ha avuto inizio il dialogo del Papa con i giovani.

Quindi, dopo l’introduzione alla preghiera e il Canto delle Litanie dei Santi, sono seguiti un momento di raccoglimento davanti alla Santa Tunica e alle reliquie dei Santi e la Lettura biblica. Alla fine della Lettura, il Santo Padre ha pronunciato il suo Discorso.

La Veglia si è conclusa con l’Inno di compieta, l’orazione, la benedizione, e il Salve Regina e la consegna di un dono da parte dei giovani.

Al termine della Celebrazione, Papa Leone XIV ha fatto rientro in auto alla Nunziatura Apostolica.

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Guarda il video dell'arrivo del Papa

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Fuochi d’artificio e preghiere nella notte degli ottantamila


Fuochi d’artificio così potenti da rischiarare il cielo notturno di Parigi. Mani e piedi che battono a tamburo sugli spalti. Braccia alzate, occhi chiusi, torce dei telefonini accese attraverso l’app Wepix che gli animatori hanno chiesto di scaricare a inizio incontro. Poi droni, fari, barche a vela, bighe, cavalli che corrono sul tappeto di velluto, ragazzi e ragazze vestiti da santi francesi che corrono pure loro. È una veglia? Forse. Uno spettacolo? Può darsi, visto che il libretto parla di prologo, atti, messa in scena. È certamente un momento di forte intensità quello che ha concluso ieri sera, venerdì 25 settembre, la prima giornata del viaggio francese di Leone XIV: l’incontro con 80.000 giovani dai 17 ai 35 anni allo Stade de France, alla periferia di Saint-Denis.

Una zona ai margini di Parigi in preda a una forte emergenza abitativa e al tasso elevato di disoccupazione, con il 36 per cento dei residenti al di sotto della soglia di povertà. Problemi che però almeno per una sera, anzi, una giornata — visto che alcuni di questi ragazzi erano allo Stadio dal mattino — vanno perdendosi dietro al fumo dei giochi pirotecnici, alle vibes regalate dalle band catto-rock sul palco, alla polvere sollevata dalle centinaia di comparse a cavallo a rappresentare le quadrighe romane, gli unni, la cavalleria di Giovanna d’Arco.

Soprattutto ogni cosa va perdendosi dietro alla generale esaltazione di avere il Pontefice, finalmente, lì a un palmo dal naso. Che passa con la papamobile, col sottofondo di archi e violoncelli e di gridate “Léon, Léon”, ed entra proprio nella inquadratura del tuo smartphone.

Quando era giunto l’ultimo Pontefice a Parigi, molti di questi ragazzi non erano neppure nati. Oggi si sono incamminati da campagne e sobborghi, si sono organizzati tra parrocchie e movimenti per essere presenti alla serata finanziata da sponsor locali e ideata da un gruppo di 25 persone in collaborazione con la diocesi di Saint-Denis e il suo vescovo Étienne Guillet (uno dei più giovani di Francia), che fa gli onori di casa e accoglie il Papa con un saluto. Sono liceali, studenti, professionisti, single, sposi. Cantano tutti dagli spalti pieni fino all’ultimo sedile; cantano le canzoni afro così come le litanie. Ballano, pure, in attesa dell’arrivo di Leone XIV sul palco sormontato da un monitor gigante che riproduce un rosone simile a quello di Notre-Dame. Poi, a un certo punto fanno silenzio e pregano. Pregano quando sfilano gli stendardi dei santuari (da Lourdes e La Salette, a Pellevoisin, L’Île-Bouchard, Mont-Saint-Michel), pregano all’ingresso dei catecumeni accompagnati dall’orchestra che intona Céleste Jérusalem o mentre canta una ragazza libanese, Elena Al Amil, residente in Francia ma proveniente da uno dei villaggi del sud del Paese dei Cedri alla frontiera con Israele. Pregano quando appaiono i coetanei vestiti da Maria Maddalena, Giovanni Eudes, Blandina, Charles de Foucauld, Luigi e Zélie Martin.

È difficile stare dietro alla regia di questa veglia che alterna canti e parole, manifestazioni artistiche a processioni religiose. Come quella conclusiva con la reliquia della Sacra Tunica di Argenteuil, venerata fin dal Medioevo come la tunica senza cuciture di Cristo che i soldati si divisero a sorte ai piedi della croce. È stata scelta per la veglia come segno dell’unità della Chiesa (una tunica non strappata) e dell’amore donato. Viene venerata anche stasera a conclusione dell’appuntamento.

Difficile stare dietro a tutto. Ci si può solo lasciare andare e partecipare all’entusiasmo di tutti questi giovani francesi alla ricerca della felicità e alla scoperta della santità, incoraggiati ora dalle parole chiare del pastore della Chiesa universale: «La Francia ha bisogno di voi». Lui indica la strada. Lo fa anche fisicamente ponendosi sopra la pedana nel canale centrale dello Stade de France. Un momento simbolico, fotogramma conclusivo di un evento dai mille risvolti.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 26/09/2026)

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* Leone XIV ha concluso la sua prima giornata del viaggio apostolico in Francia presiedendo nello Stade de France a Saint Denis la veglia di preghiera con i giovani, rispondendo alle domande di due di loro. Di seguito pubblichiamo in una traduzione dal francese il dialogo del Papa con le nuove generazioni.

Domanda di Chloé

Santo Padre, La ringraziamo per la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci offre.

Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste. Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia, in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute quotidianamente nei nostri quartieri.

Come dice san Paolo, «per noi, vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio. Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra fede?

Leone XIV

Cari amici, la prima cosa che vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede. Voi siete i santi di Francia!

E grazie Chloé per la tua domanda. La frase di San Paolo che hai citato, non è una semplice affermazione. È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente, lo invia nel mondo.

In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.

È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo, infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.

Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.

Cara Chloé, cari giovani, l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque, esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi vivere è Cristo!

Grazie a Lui possiamo unire lo slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come caratteristica vitale di ogni popolo.

Coltivare un legame fraterno con coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.

Il messaggio cristiano non è quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!

Domanda di François

Santo Padre, grazie per essere venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il Vangelo!

Mi chiamo François Bigot, sono cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria della mia scuola.

Al servizio dei più fragili, al servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per servire e offrire la nostra vita?

Leone XIV

Ci sono molti scout qui? Ah, molto bene! Benvenuti!

Anzitutto vi ringrazio molto per il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità. Oggi questa grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite trovano allora consolazione e redenzione.

Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni. Allo stesso tempo, l’esperienza della fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.

Sì, insieme noi formiamo la Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr 2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza.

Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.

Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi (cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e l’annuncio.

Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede.

Cari giovani, mentre ricercate la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama. Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno, fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il tuo amore.

Ecco perché adesso, senza timore ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle orme dei santi: Eccomi, Signore!

Tutti insieme: Eccomi, Signore!

E mi rivolgo a quelli tra voi – e sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.

Per concludere, possiamo riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II: «Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!

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* Meditazione del Santo Padre

Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.

Carissimi, per illuminare la nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso. Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù.

La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.

L’Apostolo scrive a Timoteo: anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr 1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi.

Quando decidiamo di non seguire questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero.

Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi.

A questo proposito, l’Apostolo ci consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef 6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.

Non siamo soli in questo cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura.

Questa pace, il Signore la realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La «buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm 6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.

In questa luce, guardiamo le due reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).

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Guarda il video integrale della veglia con il Papa



QUELLI CHE PASSERANNO DAVANTI - "La morale evangelica non è l’etica dell’obbedienza o dei precetti da osservare, ma è quella dei frutti buoni: hai davanti a te fecondità o sterilità, scegli! Dai loro frutti li riconoscerete." - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUELLI CHE PASSERANNO DAVANTI


La morale evangelica non è l’etica dell’obbedienza o dei precetti da osservare, ma è quella dei frutti buoni: hai davanti a te fecondità o sterilità, scegli! Dai loro frutti li riconoscerete.


In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Mt 21,28-32
  

QUELLI CHE PASSERANNO DAVANTI
 
La morale evangelica non è l’etica dell’obbedienza o dei precetti da osservare, ma è quella dei frutti buoni: hai davanti a te fecondità o sterilità, scegli! Dai loro frutti li riconoscerete.

Un uomo aveva due figli! E si potrebbe tradurre: un uomo aveva due cuori. Ogni uomo racchiude in sé questo cuore diviso, una parte che dice “sì” e una che dice “no”. Come confessa Paolo: non riesco a capire me stesso, non faccio il bene che vorrei ma il male che non voglio (Rm 7,15-19).

Il primo figlio della parabola dice “no”, è un ribelle; il secondo, che dice “sì” ma non fa, è un servile. Il primo è vivo, reattivo, impulsivo, non ha nulla di servile. L’altro, l’ossequiente, è un adolescente immaturo che si accontenta di apparire e di far bella figura davanti al padre. Gesù non si illude: un terzo figlio ideale, che incarni la perfetta coerenza tra il dire e il fare, non esiste.

Qualcosa però disarma il rifiuto del figlio che ha detto no, espresso con una parola: si pentì. Pentirsi significa cambiare mentalità, vedere un padre che non è il padre-padrone con i capricci del despota, ma uno che progetta il bene della casa.

Ai due giovani non era neppure venuto in mente che la vigna è anche loro, con tutto ciò che produrrà; che essa è molto più che fatica e sudore, è il luogo della profezia di festa per tutti. Allora la fatica rimane, ma c’è un guadagno di gioia.

Dei due, uno diventa figlio e l’altro rimane un servo, sotto lo scacco della paura.

La domanda che sorge: qual è la volontà del padre? Mettere alla prova i figli e misurare la loro obbedienza? Certamente no. Sarebbe un ben piccolo padre, un narcisista con al centro il suo io. No. Legge di Dio è tutto ciò che fa crescere in umanità, in giustizia, in condivisione, in gioia. La sua volontà è una vigna dai grappoli colmi di sole e di miele. Volontà del padre è rendere più feconda la vigna della storia.

La morale evangelica non è l’etica dell’obbedienza prima di tutto, o dei molti precetti da osservare, ma è quella dei frutti buoni: hai davanti a te fecondità o sterilità, scegli! Dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7,16).

E se agisci così fai vivere te stesso, dice il profeta (Ez 18,27), sei tu il primo che ne riceve vantaggio.

Gesù prosegue con una delle parole più dure e più consolanti che abbia mai pronunciato: I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio! Perché essi sono come il primo figlio, hanno detto “no” con la loro vita senza frutti, ma poi hanno ascoltato e hanno cambiato rotta. Dura frase. Ma consolante, perché mostra che in Dio non c’è ombra di condanna, egli ricalcola il percorso per una vita fruttuosa, per tutti. Crede in noi, e anche in me. Contempla nel nostro cielo le stelle prima ancora che sorgano.

Allora comincerò a girarmi verso di Lui, perché Dio non è un dovere: è pienezza, gioia e libertà. E un sogno di uva matura per migliorare il futuro del mondo. Ricordate? “L’arca aveva una vigna per vela” (Lanza del Vasto). Così navighiamo sul mare dell’essere, sui nostri fragili legni, sospinti da una vela di tralci fecondi.

Quanti lavoratori segreti ci sono nella vigna di Dio, che fanno e non dicono! Il Vangelo si diffonde così, a partire da mille piccole vigne nascoste, dove ciascuno si impegna a rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 47 - 2025/2026 - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:


«Pubblicani e prostitute vi precedono nel Regno». Parole durissime quelle che Gesù rivolge ai professionisti del sacro che pensano di essere giusti. La parabola rivela la realtà di quanti pensiamo di non aver bisogno di conversione solo perché diciamo SI a Dio a parole, ma poi con la nostra vita facciamo l'esatto contrario: «Dicono e non fanno» (Mt 23,3). Sempre pronti a puntare il dito contro il fratello che sbaglia, siamo come il fico che è pieno di foglie, ma del tutto privo di frutti. Come per il tempio, edificato per diventare «casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7) e che, invece, è stato trasformato in una «spelonca di ladri». I due fratelli della parabola, in realtà, sono una sola persona; siamo noi che ascoltiamo la Parola di Gesù, anche se pensiamo di essere un terzo fratello. Leggiamo la parabola credendo di identificarci con questo fantomatico terzo fratello che opera come il primo e parla come il secondo. Questo terzo fratello, però, non esiste. I pubblicani e le prostitute sono pubblici peccatori, ufficialmente riconosciuti tali, ma finché non abbiamo l'umiltà di riconoscerci in loro, di sentire il disagio della nostra ipocrisia, non potremo mai convertirci. Per questa ragione Gesù ci invita a riconoscerci in coloro che gridano: «Signore, Signore» (Mt 7,21), ma poi non fanno. Siamo la Casta Meretrix che diviene Casta Sposa, perché riconosce di essere prostituta» (cit.). Diventa SI ogni qualvolta riconosce il proprio NO e si converte.


sabato 26 settembre 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN FRANCIA E VISITA ALL'UNESCO (25-28 SETTEMBRE 2026) - Venerdì 25 pomeriggio: Visita all'UNESCO - CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E I SEMINARISTI (cronaca/commento, testi e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN FRANCIA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)

25-28 SETTEMBRE 2026



Venerdì, 25 settembre 2026
(pomeriggio)

PARIGI - SAINT-DENIS - PARIGI

15:00 VISITA ALL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO) presso la Sede dell’UNESCO
17:15 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E I SEMINARISTI presso la Cattedrale di Notre-Dame de Paris

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* Visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO)

Alle ore 14.45 il Santo Padre si è trasferito in auto alla Sede dell’UNESCO. Al suo arrivo al Pavillon d’Honneur è stato accolto dal Direttore generale dell’UNESCO, Khaled Ahmed El-Enany Ali Ezz, e dall’Osservatore permanente della Santa Sede presso la medesima istituzione, Mons. Roberto Campisi. Successivamente, nella Hall Ségur, ha salutato il Presidente della Conferenza generale, il Presidente del Consiglio esecutivo, la Vicedirettrice generale e la Direttrice generale aggiunta incaricata della priorità Africa. A seguire, la firma del Libro d’Oro e lo scambio dei doni.

Nella Biblioteca ha avuto luogo un incontro bilaterale tra il Direttore generale e Papa Leone XIV, alla presenza della Vicedirettrice generale, dei Direttori generali aggiunti, del Seguito Papale e dell’Osservatore Permanente.

Il Pontefice ha salutato i membri della Missione Permanente, per poi recarsi per una breve visita in Piazza della Tolleranza. Successivamente, il Santo Padre, accompagnato dal Direttore generale, ha raggiunto la Sala I, attraversando la Salle des pas perdus, dove, per l’occasione, sono state esposte opere d’arte rappresentative dei gruppi regionali dell’UNESCO.

Dopo le parole di benvenuto del Direttore generale è stato consegnato al Santo Padre il Libro della Pace e, successivamente, Papa Leone XIV ha pronunciato il suo discorso.

All’uscita, il Papa ha salutato brevemente parte del personale dell’UNESCO e si è trasferito in auto aperta alla Cattedrale di Notre-Dame per la Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi.

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Leone XIV a Parigi, 300 mila in strada per salutarlo. All’UNESCO: «La dignità umana è inalienabile 
perchè siamo tutti figli di Dio e fratelli tra noi. 
La guerra, lo sfruttamento e la cultura della morte la feriscono» 

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Il Pontefice pronuncia a Parigi uno dei discorsi più importanti del suo pontificato: la persona non può essere ridotta a merce, numero o strumento. Dalla condanna delle guerre e delle armi fino al rifiuto dello sfruttamento, dell’aborto, dell’eutanasia e del suicidio assistito, il Papa indica nella dignità di ogni vita il fondamento della pace e dei diritti umani. attraversando il centro di Parigi sulla rive gauche, nel quartiere Latino. In auto, ha poi attraversato il centro della città, acclamato da 300.000 persone che erano ai lati delle strade con bandierine e cartelli inneggianti a Papa Leone, fino alla chiesa di Notre-Dame-des-Champs nei pressi del giardino di Luxembourg.

«La vita è un dono, non una merce». È attorno a questa convinzione che Papa Leone XIV ha costruito il suo storico intervento all’UNESCO, nel cuore della capitale francese, quarantasei anni dopo la memorabile visita di san Giovanni Paolo II. Davanti ai rappresentanti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il Pontefice ha delineato una vera e propria carta della dignità umana, denunciando tutto ciò che oggi la minaccia: la guerra, le armi, lo sfruttamento economico, la manipolazione della scienza e quella che ha definito la progressiva «disumanizzazione della persona» e la parallela «umanizzazione delle macchine».

Il discorso rappresenta una sintesi del magistero di Leone XIV e del tema scelto per il viaggio in Francia, «Affinché il mondo abbia la vita», trasformando la sede dell’UNESCO in una tribuna mondiale per riaffermare che la pace nasce dal riconoscimento dell’inalienabile dignità di ogni essere umano.

La guerra è la più terribile opera dell’uomo

Il Papa ha aperto la sua riflessione con un richiamo drammatico ai conflitti che devastano il mondo. La guerra, ha affermato, non è un fenomeno inevitabile né una necessità storica, ma «la più terribile opera umana», perché nasce dalla negazione della dignità dell’altro e trasforma le persone in bersagli, numeri o strumenti di potere.

Per Leone XIV il vero banco di prova del rispetto dei diritti umani non sono le dichiarazioni solenni, ma il modo in cui vengono trattati i più vulnerabili: i bambini nel grembo materno e nei teatri di guerra, le persone con disabilità, gli anziani, i migranti e quanti vivono nelle periferie della storia.

La dignità, ha insistito, non dipende dall’età, dalla salute, dalla produttività o dalla cittadinanza: appartiene alla persona in quanto tale e precede qualsiasi riconoscimento giuridico.

Contro la cultura delle armi e della forza

La riflessione sull’inalienabile valore della vita conduce naturalmente alla condanna della logica del riarmo. Per il Pontefice, l’idea che la sicurezza possa essere garantita dall’accumulo di armamenti rappresenta una pericolosa illusione destinata ad alimentare nuove spirali di violenza.

L’umanità, ha osservato, continua a investire risorse immense nella produzione di strumenti di morte mentre milioni di persone sono private del necessario per vivere con dignità. La pace non potrà mai essere costruita attraverso l’equilibrio del terrore, ma soltanto mediante il dialogo, la giustizia e la solidarietà tra i popoli.

Per questo Leone XIV ha rilanciato l’appello a un disarmo autentico, ricordando che nessuna arma potrà garantire quella sicurezza che nasce invece dalla fiducia reciproca e dal rispetto dei diritti dei popoli.

Lo sfruttamento riduce l’uomo a merce

Accanto alla violenza delle guerre, Leone XIV ha denunciato un’altra forma di aggressione alla dignità: quella economica e sociale.

Lo sfruttamento del lavoro, la tratta delle persone, il commercio degli organi, la riduzione dell’essere umano a semplice fattore produttivo o consumatore sono, secondo il Pontefice, manifestazioni di una stessa cultura che attribuisce valore alle persone soltanto in base alla loro utilità.

Quando il profitto diventa il criterio assoluto, ha spiegato, l’uomo cessa di essere fine e diventa mezzo. È proprio questa mentalità che rende possibile tanto la miseria quanto le nuove schiavitù del nostro tempo.

La vita non è disponibile

Uno dei passaggi più netti del discorso riguarda l’inizio e il termine dell’esistenza umana.

Leone XIV ha ribadito che la dignità è «inalienabile» e pertanto non può essere subordinata a criteri di efficienza, autonomia o qualità della vita. Per questo il Papa ha richiamato la necessità di custodire i bambini nel grembo materno e di accompagnare con cura e compassione gli anziani e i malati, respingendo la logica che considera l’aborto, l’eutanasia o il suicidio assistito come risposte alla sofferenza.

La risposta autenticamente umana, ha affermato, non consiste nell’eliminare chi soffre, ma nel moltiplicare la solidarietà, le cure e la vicinanza. La civiltà si misura dalla capacità di proteggere coloro che non hanno voce e non dalla possibilità di decidere chi abbia diritto di vivere.

L’intelligenza artificiale e il rischio della disumanizzazione

Nel luogo simbolo dell’educazione e della cultura mondiale, Leone XIV ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale.

Il problema, ha spiegato, non è la tecnologia in sé, ma il rischio di attribuire alle macchine caratteristiche proprie della persona e, contemporaneamente, di trattare gli esseri umani come algoritmi o dati da elaborare. Da qui la sua espressione più incisiva: occorre evitare la «disumanizzazione della persona» e l’«umanizzazione delle macchine».

La scienza, quando è orientata al bene, apre straordinarie possibilità per la medicina, l’educazione e la conoscenza. Ma senza un discernimento etico può diventare strumento di controllo, discriminazione e manipolazione.

Per questo il Papa ha invitato a formare le coscienze prima ancora delle competenze tecniche, affinché ogni innovazione rimanga al servizio della libertà e della dignità dell’uomo.

Un umanesimo per il XXI secolo

Leone XIV ha concluso il suo intervento proponendo un nuovo umanesimo fondato sulla fraternità. L’UNESCO, ha detto, è chiamata a essere molto più di un’organizzazione internazionale: deve diventare uno spazio in cui educazione, scienza e cultura cooperino per costruire una pace duratura.

La difesa della dignità umana non riguarda soltanto i credenti, ma costituisce il patrimonio comune dell’intera famiglia umana. È questa, secondo il Pontefice, la condizione perché il mondo possa davvero avere la vita: riconoscere che nessuna guerra, nessuna arma, nessuna forma di sfruttamento e nessuna cultura della morte potranno mai cancellare il valore infinito di ogni persona.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 25/09/2026)

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* Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi

Alle ore 16.45 il Santo Padre Leone XIV è giunto in auto aperta l’area della Cattedrale di Notre-Dame. Lungo il percorso dalla Sede dell’UNESCO fino alla Cattedrale di Notre Dame e nell’area attorno la chiesa le autorità locali hanno stimato la presenza di circa 300 mila persone.


Dopo aver percorso a piedi un tratto tra i fedeli, il Papa è stato accolto dall’Arcivescovo Metropolita di Parigi, Mons. Laurent Ulrich. All’ingresso della Cattedrale, Mons. Olivier Ribadeau-Dumas, Rettore Arciprete della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, gli ha porto la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione. Dopo aver attraversato la navata centrale, il Papa ha raggiunto la cappella del Santissimo Sacramento per un breve momento di raccoglimento. Successivamente, si è recato nella cappella dove è custodita la Corona di spine di Cristo per un momento di venerazione; quindi, ha raggiunto l’altare.

Dopo il Rito del Lucernario, l’Indirizzo di saluto dell’Arcivescovo Metropolita di Parigi, i Riti di introduzione, l’Inno, la Salmodia e la Lettura Breve, Papa Leone XIV ha pronunciato l’Omelia.








Conclusa la Celebrazione, il Pontefice ha raggiunto l’esterno della Cattedrale per un breve momento di preghiera con i fedeli presenti.

Al termine della preghiera il Papa ha salutato il Sindaco di Parigi e si è trasferito in auto alla Nunziatura Apostolica per la cena in privato.

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OMELIA DI PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

la preghiera della sera ci ha raccolti nel luogo che da secoli, più di ogni altro, invita Parigi a levare lo sguardo al cielo. Sono passati sette anni da quando il mondo intero, col fiato sospeso, ha osservato la cattedrale avvolta da un incendio spaventoso. Anche allora abbiamo sollevato lo sguardo, sconcertati, riconoscendo l’umana insufficienza di fronte all’imponderabile. Quel dolore non fu dei soli cattolici, né dei soli credenti. Ci accorgemmo, in quell’ora drammatica, che Notre-Dame è più di un monumento. La corale partecipazione alla ricostruzione e ora lo splendore del risultato rivelano che qui batte il cuore di un popolo, che ci troviamo al centro vitale di una civiltà, che si abbracciano passato e futuro, che si incontrano cielo e terra.

Ho desiderato incontrarvi in questo luogo-simbolo della Chiesa in Francia. È stata per me una gioia varcarne la soglia, poco fa, come avviene ogni giorno a migliaia di fratelli e sorelle che giungono qui da tutto il mondo. Il semplice fatto di entrare, ci pone di fronte a una bellezza che parla al nostro cuore inquieto e lo chiama alla pace. Nel restituire questo spazio all’intera umanità, è stato giustamente inteso quanto ogni visitatore possa lasciarsi rigenerare da ciò che vede, ascolta e prova. Le Istituzioni – pubbliche, ecclesiali e private – coinvolte nel restauro di Notre-Dame, col loro specifico contributo, hanno così concorso a riattivare i percorsi culturali, esistenziali e spirituali che la Cattedrale dischiude. In questo contesto, la Chiesa ha interpretato il proprio compito in termini non solo di conservazione, ma anche di creatività, facendo vivere la tradizione con l’audacia di chi ha fede ed è rivolto alla Speranza. Di questo desidero ringraziare l’Arcivescovo, i suoi collaboratori e la comunità diocesana di Parigi, che hanno anche immaginato un percorso pastorale di primo annuncio e di iniziazione cristiana alla portata di tutti. Ne è segno il fonte battesimale, che si incontra all’ingresso come benedizione ed invito.

La ricostruzione della Cattedrale è stata l’occasione di un incontro che ha dilatato gli spazi dell’accoglienza e della partecipazione al di là dei confini dell’appartenenza ecclesiale. Cari vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, seminaristi di Francia: lasciatevi ispirare da quanto è avvenuto qui! Anteponete a tutto l’Evangelii gaudium, ossia quella conversione missionaria che Papa Francesco ci ha testimoniato sin dalla sua prima Esortazione Apostolica.

Dalla Lettera ai Galati abbiamo ascoltato la ragione per cui non dobbiamo temere: «Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Lo mandò fra noi, in questo nostro mondo! Nel testo paolino il verbo descrive un avvenimento reale, storico, non circostanze ideali. I cristiani non rifuggono la complessità, perché Dio stesso li ha chiamati a seguire suo Figlio in un mondo già abitato, già in movimento, già segnato dalle miserie e dalla bontà degli esseri umani. Il cammino della Croce rivela, certo, le oscurità che attraversano il mondo, ma più radicalmente l’amore di Dio vittorioso della morte.

La pianta a croce della cattedrale, dove pietra e luce si fondono, evoca l'incontro tra la terra e il cielo. Essa raccoglie e ordina gli eventi della storia, intessuta di gioie e sofferenze umane. Le tiene insieme in una dinamica simbolica, che delle diverse espressioni fa una lingua viva, componendole in unità.

Cari amici, dall’Incarnazione – «Dio mandò il suo Figlio» – discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre “in uscita”. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta.

Se Notre-Dame è il segno di tale incontro nel centro di Parigi, a maggior ragione le altre città e regioni di Francia, anche le più periferiche e rurali, saranno trasfigurate da una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società. Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva, multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico. In tutto ciò, valorizzate con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avamposto vivente della Chiesa nei crocevia del mondo quotidiano.

D’altro canto, fratelli e sorelle, non dobbiamo dimenticare che la finalità per cui questo Tempio, come ogni altra chiesa, è stato innalzato è la preghiera e la lode di Dio. Esso è il luogo dove la Comunità cristiana celebra la forma più alta di preghiera e di lode, rinnovando nell’Eucaristia il Sacrificio redentore di Cristo. La Cattedrale non è un involucro di pietra da ammirare: vive nel mistero sacro che vi si celebra. Svuotata dell’azione liturgica, perderebbe la sua anima. Qui, in Notre-Dame, questa verità è posta in evidenza dalla collocazione dell’altare al centro dello spazio: la comunità che loda il Signore sta, così, al cuore dell’edificio, e i visitatori, anche durante le celebrazioni, le camminano intorno e osservano. La Chiesa vi appare per ciò che è: un organismo vivo, una comunità credente che raccoglie nella lode quanto la cultura e la Tradizione le consegnano, un corpo che, proprio celebrando, narra a chiunque la ragione per cui esiste.

Oggi più che mai facciamo i conti con un tempo che appare senza pienezza, senza profondità, senza promesse. La nobile semplicità del canto, della parola, del gesto liturgico possono rappresentare per molti uno squarcio, un’oasi di pace in una società iperconnessa e rumorosa, dove si può sperimentare la presenza dell’Autore del più grande amore: «Quando venne la pienezza del tempo. Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). La celebrazione dell’anno liturgico, della domenica e delle feste ci rendono anche contemporanei di Cristo, attenti ai diversi momenti della sua vita tutta donata al Padre per il mondo. Così, diventiamo anche più sensibili e aperti ai segni dei tempi. L’ascolto comunitario delle Scritture e la preghiera ci abilitano, in effetti, a vedere le vicende storiche sotto la luce di Dio, rendendoci più consapevoli delle nostre responsabilità, a smascherare i rapporti di potere ingiusti e a custodire i germogli di giustizia e di pace. E’ la speranza, allora, a muoverci e non la rassegnazione. Ed è da lì che sorgono legami di maggiore fraternità, reti di solidarietà, frutto della comunione all’unico Sacrificio di Cristo.

A voi che celebrate quotidianamente l’Eucaristia, chiedo di avere cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si radunano comunità più piccole. Siate eredi consapevoli dei Padri e dei Santi della Chiesa che lungo tutti i secoli ci hanno trasmesso il significato profondo e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre una grande umiltà davanti al Mistero celebrato. Il Concilio Vaticano II, la cui ricchezza deve molto alla Francia, ha raccolto e approfondito in maniera eminente tale eredità, riconoscendone la centralità nella vita ecclesiale (cfr Sacrosanctum Concilium, 10). Vi esorto, pertanto, tutti, vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, a coltivare un autentico amore per la liturgia e ad essere testimoni e servitori della vocazione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.

La liturgia rimane in questo uno specchio della vita. La gioia eucaristica si afferma e si diffonde dove l’armonia è ritrovata, dove la dignità rinasce, dove l’autorità si fa servizio, dove la libertà si rimette in cammino. È il dono più grande che possiamo condividere. Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme, saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile.

Cari vescovi, presbiteri, seminaristi e consacrati, che siete stati chiamati a seguire Cristo; vi ringrazio per la vostra risposta e fedeltà al Signore. Non trascurate mai quell’amicizia voluta dal Signore che va coltivata nella preghiera personale, fondamento essenziale di ogni vocazione. Come diceva Madeleine Delbrêl : «Senza la preghiera, non ameremmo il Dio dell’amore. Potremmo essere suoi servi, suoi combattenti, o addirittura suoi discepoli; ma non saremmo né i figli amorevoli del nostro Padre, né gli amici […] di Gesù Cristo» (Notre vie, tome XV des Œuvres complètes, Nouvelle cité, 2017, p. 41). Custodite perciò la vostra vita interiore con il Signore alla scuola dei tanti santi che vi hanno preceduti, attingendo sempre alla fonte dell’amore infinito di Dio nell’orazione silenziosa. La vostra missione parte innanzitutto da questo rapporto intimo con il Signore, che vi aspetta lì.

Nel cuore della città, la Cattedrale aperta è il segno di una comunità che dà lode al Signore e che vive l’ospitalità non come gesto occasionale, ma come la forma stessa della propria esistenza, in modo che tutti possano sentirsi a casa, senza più essere oppressi né emarginati in un mondo che cambia. «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, […] perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5). E «se figlio, sei anche erede» (Gal 4,7). Eredi per grazia, fratelli e sorelle qui convocati, tocca ora a ciascuno di voi, a questa assemblea orante e viva, farsi carne e voce di questa promessa. Voi, pastori e consacrati di Francia, siete chiamati a essere i primi custodi di questa casa aperta, pietre vive di una Chiesa che spera e non teme il futuro. Questa cattedrale è rinata perché voi possiate rinascere con essa in uno slancio di santità e di missione quotidiana. Siate, in mezzo al vostro popolo, l’espressione limpida della divina maternità della Chiesa che, testimoniando l’amore di Dio, ricompone e guarisce la famiglia umana.

Alziamo lo sguardo verso la statua trecentesca della Vergine col Bambino, che l’incendio non ha potuto toccare e che oggi brilla nuovamente davanti a noi. Maria, che ha custodito il Verbo nel suo grembo, custodisca la vostra fedeltà e sia la stella che guida la missione della Chiesa in Francia. Santa Maria, Nostra Signora di Parigi e Madre della Chiesa, prega per il popolo francese, sostieni i suoi pastori e cammina sempre al nostro fianco.

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