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venerdì 6 novembre 2026

La parola alle popolazioni indigene di Tonio Dell'Olio


La parola alle popolazioni indigene 
di Tonio Dell'Olio


Ci sono luoghi dove difendere un fiume significa rischiare la vita.
Lo ricorda Tania Pariona Tarqui, dirigente quechua, nell’intervista di Andrea Regimenti pubblicata dal Sir il 2 novembre, in attesa della visita di Leone XIV in Perù. Racconta comunità minacciate dalle economie illegali, acque avvelenate, discriminazioni. Ma, soprattutto, restituisce la parola a popoli che si organizzano, custodiscono conoscenze, avanzano proposte. Chiedono di poter costruire il futuro senza dover rinunciare alla propria identità.

È dentro questo cammino che la visita del Papa può diventare una sfida e un contributo fattivo. Una presenza capace di rompere l’isolamento rende più difficile voltarsi dall’altra parte. Può portare le richieste delle comunità davanti a chi decide, aiutare a proteggere chi resiste, impegnare le Chiese a un accompagnamento quotidiano. Purché l’ascolto continui quando si saranno spente le telecamere.

Pariona chiede una voce che amplifichi quella dei popoli indigeni, senza sostituirla.

C’è una lezione anche per noi, così abituati a parlare in nome degli altri da dimenticare di lasciarli parlare. Camminare accanto richiede di riconoscere il passo e la direzione di chi ci accompagna.
E la cura della casa comune comincia anche da qui: proteggere chi la custodisce, condividendone i rischi e le speranze.

giovedì 5 novembre 2026

UDIENZA GENERALE 4/11/2026 Leone XIV chiede preghiere in vista dell’imminente partenza per l’America Latina: Una missione «in Paesi a me tanto cari»

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 4 novembre 2026

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All’udienza generale Leone XIV chiede preghiere in vista dell’imminente partenza per l’America Latina

Una missione
«in Paesi a me tanto cari»


Nella catechesi auspicata una politica
che curi le ferite dei popoli e le ingiustizie


«Dopodomani inizierò il Viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perú. Vi chiedo di accompagnarmi con la preghiera, affinché il Signore benedica questa missione in quei Paesi a me tanto cari». Leone XIV si è così rivolto ai fedeli presenti in piazza San Pietro il 4 novembre per l’udienza generale del mercoledì e a quanti lo seguivano attraverso i media.

Parlando dell’imminente visita che dal 6 al 17 lo porterà nei tre Paesi dell’America Latina, anche in lingua spagnola il Papa ha chiesto preghiere «affinché questo viaggio possa rafforzare la fede, rinnovare la speranza, ravvivare il fuoco della carità e servire da stimolo per continuare a proclamare il Vangelo con gioia».

Il Pontefice ha anche parlato di due beatificazioni che si celebreranno sabato 7: ad Antigua Guatemala, verrà elevato agli onori degli altari Augusto Rafael Ramirez Monasterio, sacerdote francescano ucciso in odio alla fede nel 1983; mentre a Santander verranno beatificati Francesco González de Córdova, sacerdote diocesano e settantanove compagni, sacerdoti, seminaristi e laici, martiri della persecuzione spagnola del secolo scorso. Inoltre Leone XIV ha ricordato la scarcerazione settant’anni fa degli eroici Primati di Polonia e di Ungheria, i cardinali Stefan Wyszyński e József Mindszenty. Rilanciando quanto scrisse in quell’occasione Pio XII, il Papa ha esortato «a considerare che la pace si costruisce sulla giustizia, sul rispetto della legge, sul dialogo, e non sulla violenza».

In precedenza, proseguendo il ciclo di catechesi dedicato alla costituzione conciliare «Gaudium et spes» il Vescovo di Roma si era soffermato sui capitoli della seconda parte dedicati alla vita economico-sociale e a quella della comunità politica.

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 04/11/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 8. La fede e la vita sociale, politica ed economica (GS, 63-76)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!


La dimensione sociale è parte integrante, oltre che della natura umana, anche della nostra fede in Cristo Gesù, come preziosa eredità che riceviamo dall’incarnazione del Figlio di Dio. La Costituzione Gaudium et spes (GS) lo ricorda nei capitoli III e IV della seconda parte, dedicati alla vita economico-sociale e a quella della comunità politica. Anche in questi campi la fede cristiana offre criteri di discernimento.

I Padri conciliari evidenziano anzitutto il pericolo per la pace mondiale che deriva dagli squilibri legati a uno sviluppo economico non equo e non rispettoso del creato (cfr GS, 63). Una visione lungimirante, che purtroppo ha trovato conferma nella parte finale del secolo scorso e che più ancora riscontriamo oggi. Per correggere la rotta – avverte il Documento – non basta lo sviluppo tecnico, «si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale; è necessario anche da parte di tutti un mutamento di mentalità e di abitudini di vita» (ibid.).

Perciò Gaudium et spes presenta in sintesi la visione cristiana dello sviluppo economico, che dev’essere sempre al servizio dell’uomo e sotto il controllo dell’uomo (cfr GS, 64-65). Appare già qui chiaramente il concetto di sviluppo integrale, che poi San Paolo VI porrà al centro della sua Enciclica Populorum progressio (1967). Più che mai attuali sono poi gli appelli a impegnarsi per eliminare le discriminazioni a danno dei gruppi sociali più deboli e dei migranti (cfr GS, 66).

Il cuore dell’economia è il lavoro. Attraverso di esso l’uomo si sviluppa come persona, provvede alle necessità familiari, esprime il proprio talento, partecipa alla vita sociale e costruisce un mondo migliore collaborando all’opera creatrice di Dio. Il lavoro non può mai essere distorto a danno delle persone, del bene comune o del creato. La vera sfida è offrire a tutti opportunità di mettere a frutto le proprie capacità: non sono accettabili la disoccupazione, lo sfruttamento e condizioni di lavoro che mettono in pericolo la salute e la vita stessa (cfr GS, 67). I lavoratori hanno il diritto e il dovere di partecipare alle decisioni che riguardano la loro attività, anche in forma associata, affrontando i conflitti con il dialogo e azioni non violente (cfr GS, 68).

In questo contesto il Concilio richiama uno dei principi fondamentali del magistero sociale, cioè la destinazione universale dei beni della terra (cfr GS, 69) e lo declina nel campo finanziario, affermando che «tutti i responsabili di tali investimenti e della organizzazione della vita economica globale – sia singoli che gruppi o pubbliche autorità – devono […] da una parte vigilare affinché si provveda ai beni necessari richiesti per una vita decorosa sia dei singoli che di tutta la comunità e, d’altra parte, prevedere le situazioni future e assicurare il giusto equilibrio tra i bisogni attuali di consumo, sia individuale che collettivo, e le esigenze di investimenti per la generazione successiva» (GS, 70).

Gaudium et spes passa poi a trattare della comunità politica, apprezzando diversi segni positivi nell’epoca contemporanea, soprattutto il fatto che «da una coscienza più viva della dignità umana sorge, in diverse regioni del mondo, lo sforzo di instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano meglio tutelati nella vita pubblica i diritti della persona» (GS, 73).

La comunità politica esiste in funzione del bene comune, che consiste «nell’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione» (GS, 74). E sempre al bene comune deve mirare l’esercizio dell’autorità politica, che si struttura e opera secondo le circostanze locali e storiche, ma sempre avendo a cuore il bene dell’intera famiglia umana (cfr ibid.).

Gaudium et spes ribadisce che «la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro» (GS, 76).

Carissimi, impegnarsi nell’economia e nella politica secondo questi criteri è un modo di costruire la pace. Come ricordava Papa Francesco, «la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (Lett. enc. Fratelli tutti, 261). Al contrario, la politica che si prende cura delle ferite dei popoli e di quanti subiscono ingiustizia offre motivi di speranza per l’avvenire dell’umanità.

Per questo incoraggio i giovani a seguire l’esempio di quegli uomini e di quelle donne che in questi ambiti hanno dato buona testimonianza. E rinnovo la mia esortazione alle comunità cristiane affinché sia rilanciata la formazione sulla dottrina sociale della Chiesa.

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Saluti

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Sabato prossimo 7 novembre si celebreranno due beatificazioni. Ad Antigua Guatemala, verrà beatificato Augusto Rafael Ramirez Monasterio, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori ucciso in odio alla fede nel 1983. Mentre a Santander, Spagna, verranno beatificati Francesco González de Córdova, sacerdote diocesano e settantanove compagni, sacerdoti, seminaristi e laici, che durante la persecuzione spagnola del secolo scorso non temettero di versare il proprio sangue per amore di Cristo. Questi nuovi Beati rendono visibile un nuovo tassello della “moltitudine immensa” degli amici del Signore.

Dopodomani inizierò il Viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù. Vi chiedo di accompagnarmi con la preghiera, affinché il Signore benedica questa missione in quei Paesi a me tanto cari.

Rivolgo il mio saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ...

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ricorre oggi la memoria liturgica di San Carlo Borromeo, Vescovo insigne della Diocesi di Milano, che, animato da ardente amore per il Signore, fu maestro e guida dei fratelli. Sul suo esempio lasciatevi condurre da Cristo nella vita di ogni giorno. A tutti la mia Benedizione.

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Il diritto di restare scomodo di Tonio Dell'Olio

Il diritto di restare scomodo 
di Tonio Dell'Olio




Basterebbe raccontare a un bambino le omissioni delle prime indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini per sentirsi domandare: perché? Gli abitanti delle baracche che avevano udito l’aggressione non furono ascoltati. Il luogo del delitto non fu adeguatamente protetto. Questioni decisive sulle ferite rimasero senza approfondimento.

Lo ha scritto anche la Commissione parlamentare antimafia nel 2022. 
C’era un reo confesso e la sua versione sembrò rendere superflue troppe domande. Il pregiudizio offriva una scorciatoia: ricondurre tutto alla sessualità della vittima, suggerire che quella morte fosse già contenuta nella sua vita. Quanto facilmente una ricostruzione ripetuta diventa memoria collettiva. Eppure, poche ore prima, Pasolini parlava con Furio Colombo della violenza che attraversava la società. “Siamo tutti in pericolo”, volle intitolare l’intervista. Quel “tutti” continua a interrogarci. Poeta, scrittore, regista, calciatore, giornalista: una vita intera che ancora ci chiede di guardare ciò che preferiamo ignorare. 

La nuova indagine annunciata ieri, cinquantun anni dopo, è una benedizione tardiva. Non garantisce la verità, riapre la possibilità di cercarla. 

A noi spetta anche un altro compito: tornare a leggerlo, lasciarci contraddire. 
Restituirgli il diritto di restare scomodo.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 3 novembre 2026)

mercoledì 4 novembre 2026

4 NOVEMBRE - I MORTI SI PIANGANO, NON SI USINO - Comunicato stampa Pax Christi Italia

4 NOVEMBRE 
I MORTI SI PIANGANO,
NON SI USINO 
Comunicato stampa Pax Christi Italia


Il 4 novembre ricordiamo la fine della Prima guerra mondiale: ‘Inutile strage’. Ricordiamo i morti: solo per l’Italia 650.000 militari e circa 589.000 civili.
“Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!”, ci ha ricordato Papa Leone ieri (2 novembre 2026).
Non possiamo piangere i morti e contemporaneamente accettare la continua e incalzante propaganda di guerra.
Fare memoria di chi è stato ucciso sia monito per rinnovare l’impegno "Mai più la guerra". Sia una occasione per ripudiarla, come ci chiede la nostra Costituzione! Non per ripetere ma, come ha detto più volte la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ‘Si vis pacem para bellum’.
È pura ipocrisia ricordare i morti e preparare la guerra, investire nella guerra, fare continua propaganda di guerra.






Il 4 novembre ricordiamo la fine della Prima guerra mondiale: ‘ inutile strage’. Ricordiamo i morti: solo per l’Italia 650.000 militari e circa 589.000 civili.


“ Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!”, ci ha ricordato Papa Leone ieri (2 novembre 2026).

Non possiamo piangere i morti e contemporaneamente accettare la continua e incalzante propaganda di guerra.

Fare memoria di chi è stato ucciso sia monito per rinnovare l’impegno ‘ mai più la guerra’. Sia una occasione per ripudiarla, come ci chiede la nostra Costituzione!

Non per ripetere ma, come ha detto più volte la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ‘Si vis pacem para bellum’.

Èpura ipocrisia ricordare i morti e preparare la guerra, investire nella guerra, fare continua propaganda di guerra.

Vogliamo ricordare non solo i morti ‘ caduti’ in guerra, ma anche i ‘disertori’, alcuni uccisi direttamente sul posto con le decimazioni volute dal generale Cadorna (difficile conoscerne il numero), altri, più di 4.000, condannati a morte.

Proprio nella loro memoria rinnoviamo il nostro impegno in ogni settore, per dire no alla guerra, alle ‘ folli’ spese per gli armamenti, alla presenza dell’esercito nelle scuole e a tutto ciò che porta il nostro Paese verso una guerra.

Siamo con le migliaia di giovani che hanno manifestato per ribadire che vogliono poter andare a scuola, non a fare la guerra.

Siamo con i portuali che, con lo sciopero dello scorso 30 ottobre, hanno rinnovato la loro scelta di non voler essere complici con la guerra, coinvolgendo 22 Paesi, 5 continenti e 113 porti, di cui nove italiani.

Abbiamo da poco lanciato, insieme ad altre associazioni, la Campagna “Sollevati. La coscienza non si arruola”, per raccogliere dichiarazioni preventive di obiezione di coscienza, soprattutto da parte di giovani, ancor prima che possa arrivare loro la cartolina di chiamata alle armi.

Come ogni anno, abbiamo in programma la Marcia per la Pace, la sera del 31 dicembre: quest’anno sarà a Cuneo, preceduta il giorno prima da un convegno, dove si approfondiranno tutti questi temi.

Ci aiutano, per essere credibili e non ipocriti, le parole di Papa Leone alla Sapienza di Roma, lo scorso 14 maggio: “ Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “ difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”.

Rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza.

Firenze, 3 novembre 2026 Pax Christi Italia

(Fonte: sito ufficiale)

Il pensiero prende corpo di Tonio Dell'Olio

Il pensiero prende corpo 
di Tonio Dell'Olio


Manifestare viene dal latino manus fendere/festus: rendere evidente, far conoscere. Quando scendiamo in piazza, il pensiero prende corpo, cammina, incontra altri pensieri. Una convinzione esce dalla solitudine e diventa domanda collettiva.

Ci rendiamo visibili anche per rendere visibile ciò che riteniamo importante e che il potere non vuole considerare. La Costituzione tiene insieme la libertà di espressione e il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. La democrazia ha bisogno di questa parola plurale, anche quando disturba il traffico e soprattutto il potere. Ma serve manifestare? Una piazza non cambia tutto in un giorno ma rompe un silenzio, costruisce legami, scrive una questione nell’agenda pubblica. Per incidere occorrono proposte, organizzazione e la pazienza di continuare quando si ammainano le bandiere.
La cultura della violenza delle vetrine spaccate è alleata del potere perché corrode questa possibilità. La stessa logica, infatti, agisce quando ogni dissenso viene trattato come una minaccia: alla parola si risponde con la forza. Per questo abbiamo bisogno di tornare a imparare a manifestare: discutere, organizzarci, abitare insieme lo spazio pubblico. La nonviolenza rende il dissenso più esigente e comprensibile. E ci ricorda che il pensiero, per cambiare le cose, ha bisogno anche dei nostri corpi.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 30 ottobre 2026)

martedì 3 novembre 2026

02 novembre 2026 Il Papa al Verano: le lacrime di madri e bambini tocchino le coscienze di chi può far tacere le armi


Il Papa: le lacrime di madri e bambini
tocchino le coscienze di chi può far tacere le armi

Leone XIV celebra la Messa del 2 novembre per la commemorazione dei fedeli defunti nel Cimitero Verano di Roma. Si ferma a deporre dei fiori dinanzi a una tomba, in omaggio a quanti sono lì sepolti, e nell'omelia prega "per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra"

L'ingresso del Papa al Cimitero monumentale Verano di Roma (VATICAN MEDIA)

In questo momento vogliamo pregare per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra. Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!

L’invocazione del Papa - quasi un grido di dolore - spezza il silenzio solenne, fino a quel momento interrotto soltanto dal fruscio dei cipressi mossi dal vento, che avvolge il Quadriportico del Cimitero monumentale del Verano. Leone XIV ha scelto anche quest’anno di celebrare nel noto sepolcreto romano la Messa per la Commemorazione dei defunti.

L'arrivo al Verano

Il Pontefice giunge pochi minuti prima delle 16 all’ingresso di quello che è a tutti gli effetti un museo a cielo aperto, protetto dall’altissima cinta muraria ed esteso per circa 83 ettari alle spalle della Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Le quattro grandi statue ottocentesche dell’architetto Virginio Vespignani - la Meditazione, la Speranza, la Carità e il Silenzio - coi loro sguardi di pietra e le braccia sollevate, sembrano dare il benvenuto al Pontefice. Al suo fianco c’è il cardinale vicario Baldo Reina. Fuori dal Cimitero, in mezzo a strade transennate già dal mattino, il Papa saluta il sindaco Roberto Gualtieri.

L’ingresso attraverso il Pincetto, con un mazzo di crisantemi gialli e bianchi in mano, è accompagnato dal brusio di voci dei circa 2 mila fedeli – suore, soprattutto – che, sistemati sulle sedie davanti al palco adornato di fiori, recitano i misteri del Rosario. Molti sono dietro, in piedi, lungo il corridoio transennato; tante altre persone si vedono camminare in lontananza tra le fitte geometrie di lapidi e cappelle gentilizie per recarsi alle tombe dei loro cari, portando fiori, lumini, ricordi, preghiere. Il cielo sembra minacciare pioggia e l’odore dell’incenso e della cera si mescola a quello della terra umida. Ci si ripara con sciarpe, zuccotti di lana, giubbotti visto l’ondata di freddo che ha assalito la Capitale, segnando il definitivo distacco dalle temperature primaverili di qualche giorno fa. Qualcuno, oltre alla coroncina e al libretto della Messa, nelle mani tiene pronto un ombrello.

L'omaggio floreale del Papa su una tomba del Verano (VATICAN MEDIA)

I fiori su una tomba

Nessun applauso all’ingresso del Papa: “Per mantenere un clima di raccoglimento”, viene detto dal palco. Prima di dare inizio alla celebrazione con il Requiem Aeternam, Leone, gettando un rapido sguardo a tempietti ed edicole funerarie, si ferma davanti a una tomba. Una delle tante tombe di famiglia, tra le più antiche, poste all’ingresso del cimitero, incastonate nella terra insieme ai loculi di personaggi storici, scrittori, intellettuali, artisti. E circondate da sculture (alcune dall’inestimabile valore) di Madonne e angeli addolorati, donne con in braccio bambini, busti, archi, foto a colori o in bianco e nero.

Antonia Coccia Nicolini recita l’incisione sul marmo centrale, dove il Papa depone il fascio di fiori e rimane per qualche istante in preghiera, a mani giunte. È l’omaggio del Successore di Pietro a tutti i defunti: quelli sepolti al Verano, a Roma, in Italia, nel mondo. I morti che non hanno nessuno che possa portargli oggi un fiore o coloro che “nessuno ricorda” per cui chiedeva preghiere ieri all’Angelus. Oppure i morti a causa della “assurda” violenza provocata dai conflitti che lacerano l’umanità.

L'inizio della Messa per la commemorazione dei fedeli defunti (VATICAN MEDIA)

"Nessun tormento li toccherà”

È al ricordo di queste anime - e a tutte le "vittime delle guerre, dell’odio e delle violenze", ricordate nelle Preghiere dei fedeli - che il Papa dedica l’omelia della Messa in quello che definisce un “luogo di preghiera e di memoria, di affetto e di speranza”. Leone snoda la sua riflessione a partire dalla Parola di Dio in cui si ricorda che le mani di Dio custodiscono efficacemente le anime dei giusti: “Nessun tormento li toccherà”.

Questa è la promessa di salvezza, che specialmente in questo giorno diventa il cuore della supplica che eleviamo al Signore della vita per tutti i fedeli defunti

Le Beatitudini, autoritratto di Gesù

Le “mani paterne e sicure” del Signore “li custodiscano in eterno”, rimarca Papa Leone XIV. Si sofferma poi sul Vangelo di Matteo, quello delle Beatitudini. Esse, dice, “sono come l’autoritratto di Gesù”, oltre che “la via della vita piena e compiuta, già ora e per l’eternità”.

Questo annuncio di salvezza che sono le Beatitudini risuona con particolare forza spirituale in un cimitero, che è come una soglia tra l’aldiquà e l’aldilà, tra l’esistenza terrena e l’oltre che ci attende. Gesù Risorto ci dice: beati coloro che vivono secondo questa via, perché di essi è il regno dei cieli

La Messa nel quadriportico del Verano (VATICAN MEDIA)

Il pianto di madri, bambini, anziani

In particolare, tra le otto Beatitudini una oggi ci tocca tutti: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”. Troppi i pianti di mamme, bambini, anziani, persone che hanno visto morire i propri cari sotto le bombe o per l’inaudita brutalità che segna certi luoghi del mondo. Questi pianti, queste lacrime, il Papa auspica che possano diventare pungolo, appello, stimolo per “toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi”.

Il ricordo di San Francesco

A conclusione dell’omelia, Leone ricorda San Francesco d’Assisi negli 800 anni della morte e la “beatitudine” che il Poverello aggiunse al Cantico delle creature quando capì che la sua fine era vicina: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale…”. “La fede in Cristo ci dice che il nostro legame con i fedeli defunti non è interrotto, ma trasformato”, ribadisce il Vescovo di Roma.

Animati da questa fede piena di speranza, proseguiamo il nostro cammino terreno, in attesa del giorno in cui Egli asciugherà ogni lacrima, quando non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate

Il Papa durante la celebrazione per la commemorazione dei fedeli defunti (VATICAN MEDIA)

"Eterno Riposo..."

La preghiera dell’Eterno Riposo conclude la celebrazione. Il buio è già calato sul Verano e il Papa, sceso dal palco, si reca dal lato destro del quadriportico per aspergere con l’acqua benedetta i monumenti funebri. Infine, al rintocco delle campane, benedice la folla che in pochi istanti si disperde in questa “città nella città” dove, tuttavia, ognuno conosce il posto in cui andare.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/11/2026)

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COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

SANTA MESSA
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Cimitero del Verano, Roma
Lunedì, 2 novembre 2026

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Cari fratelli e sorelle,

ci siamo radunati a celebrare l’Eucaristia in questo luogo di preghiera e di memoria, di affetto e di speranza. La offriamo in suffragio dei fedeli defunti, in particolare di quanti qui riposano e di coloro che ciascuno di noi porta nel cuore.

Commemorare i fedeli defunti all’indomani della Solennità di tutti i Santi orienta questa nostra preghiera. Ci rivolgiamo al Padre del cielo affinché la vita della santità e della beatitudine, che già godono tanti suoi figli e figlie, avvolga l’anima di quanti dormono il sonno della pace.

La nostra fede è illuminata dalla Parola che è stata proclamata e che arricchisce la nostra confidenza nelle mani di Dio. Esse – ci ricorda il Libro della Sapienza – sono capaci di custodire efficacemente le anime dei giusti: «nessun tormento li toccherà» (Sap 3,1). Questa è la promessa di salvezza, che specialmente in questo giorno diventa il cuore della supplica che eleviamo al Signore della vita per tutti i fedeli defunti.

Le sue mani paterne e sicure li custodiscano in eterno, così che possano godere pienamente di quell’appartenenza reciproca e vitale che il Signore promette al suo popolo nel Libro dell’Apocalisse: «Essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio (Ap 21,3). La nostra preghiera intercede affinché si realizzi questa comunione eterna di vita, promessa dal Buon Pastore alle sue pecore che non andranno perdute in eterno e che nessuno strapperà dalla sua mano (cfr Gv 10,28).

Carissimi, abbiamo ascoltato il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Esse sono come l’autoritratto di Gesù, che Lui stesso rende disponibile ai suoi discepoli, proclamando: «Beati voi!» (v. 11). Le Beatitudini sono la via della vita piena e compiuta, già ora e per l’eternità. Quando noi le sentiamo proclamare nella Liturgia – lo sappiamo –, è il Signore Risorto che ci parla. E questo annuncio di salvezza che sono le Beatitudini risuona con particolare forza spirituale in un cimitero, che è come una soglia tra l’aldiquà e l’aldilà, tra l’esistenza terrena e l’oltre che ci attende. Gesù Risorto ci dice: beati coloro che vivono secondo questa via, perché di essi è il regno dei cieli.

Tra le otto Beatitudini del Vangelo di Matteo ce n’è una che oggi ci tocca in modo particolare: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4). In questo momento vogliamo pregare per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra. Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!

Nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, viene spontaneo ricordare la “beatitudine” che egli aggiunse al Cantico delle creature, quando capì che era vicina la sua fine: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, / dalla quale nullo omo vivente può scappare: / guai a quelli che morranno ne le peccata mortali; / beati quelli che troverà ne le tue santissime voluntati, / ka la morte secunda no ‘l farà male».

Cari fratelli e sorelle, la fede in Cristo ci dice che il nostro legame con i fedeli defunti non è interrotto, ma trasformato. Con la preghiera di suffragio accompagniamo i nostri cari verso la comunione piena con il Signore, quella comunione che realmente pregustiamo già qui, nel Sacramento dell’Eucaristia. Animati da questa fede piena di speranza, proseguiamo il nostro cammino terreno, in attesa del giorno in cui Egli asciugherà ogni lacrima, quando «non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

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“Il giorno dei morti”. La nostra vita legata a chi non c’è più di Gennaro Matino

“Il giorno dei morti”. 
La nostra vita legata
a chi non c’è più
di Gennaro Matino


Stiamo diventando capaci di cancellare i morti senza nemmeno aspettare che muoiano. Basta smettere di ascoltare un anziano, considerare inutile una storia, trovare ingombrante qualcuno che non tiene il nostro passo. Prima viene l’irrilevanza. Poi il silenzio. La morte, qualche volta, trova il lavoro già cominciato. Arrivano i giorni dei santi e dei defunti.

Torneremo nei cimiteri, porteremo fiori, cercheremo un nome tra le lapidi. Oppure no. Non so se questa ricorrenza sia ancora avvertita come una volta. E diffido della nostalgia che assolve il passato soltanto perché è passato: anche ieri si potevano onorare i morti e mortificare i vivi. Ma vorrei capire che cosa accade quando si assottiglia il legame con chi ci ha preceduti.

Quale idea dell’uomo prende il suo posto. Quale libertà crediamo di guadagnare diventando senza debiti, senza eredità, senza nessuno da ringraziare. Abbiamo a disposizione archivi immensi. Fotografie che riaffiorano sul telefono, messaggi conservati, voci che possiamo riascoltare. Eppure si può possedere ogni immagine di una persona e averne smarrito la presenza. Il dispositivo restituisce una data; il dolore domanda che cosa ne abbiamo fatto di quell’amore.

Nessuna notifica può rispondere per noi. La memoria comincia precisamente lì: quando ciò che è stato torna a interrogarci. Mio padre, mia madre, mio figlio, mia figlia, un amico, una donna che mi ha insegnato a leggere, qualcuno che mi ha raccolto in un giorno sbagliato. Persone dalle quali continuo a ricevere qualcosa anche dopo la loro morte. Un gesto, un modo di apparecchiare, una frase che mi sorprendo a ripetere. Crediamo di abitare soltanto una casa, una città, un presente. Abitiamo anche le vite che ci hanno fatto posto. Per questo il cimitero può essere un luogo politicamente scomodo. Sotto quelle pietre crolla la favola dell’individuo che si è fatto da sé. Nessuno è arrivato fin qui da solo. Qualcuno ha lavorato prima di noi, ha rinunciato, ha avuto paura, ha sbagliato, ha ricominciato. Qualcuno ha conquistato diritti che oggi consumiamo come fossero servizi inclusi nel prezzo.

Davanti a una tomba la gratitudine smette di essere buona educazione e diventa conoscenza: finalmente vediamo quanto della nostra vita appartenga al dono degli altri. Ma ricordare costa. Chiede tempo e, soprattutto, disponibilità a lasciarsi correggere. Un passato ridotto a celebrazione è innocuo: qualche corona, un discorso, tutti a casa. Una memoria viva può invece contestare le nostre scelte. Domandarci perché invochiamo i sacrifici dei padri mentre ne disperdiamo le conquiste. Perché insegniamo ai ragazzi a celebrare la libertà e così poco a riconoscere quando viene umiliata. Perché ci commuove una vecchia fotografia di famiglia e ci infastidisce la lentezza di chi, in quella fotografia, era giovane. Anche i morti, poi, subiscono la nostra voglia di possesso. Li vorremmo tutti esemplari, tutti dalla nostra parte, finalmente incapaci di contraddirci. E invece fare memoria esige verità. Ci sono eredità da accogliere e altre da interrompere.

Affetti da custodire e ferite alle quali impedire di diventare destino. Si può amare un padre senza ripeterne gli errori. Si può appartenere a una storia trovando il coraggio di cambiarne la direzione, con la forza di perdonarla. È una responsabilità adulta: ricevere, discernere, consegnare. Qui passa una soglia decisiva. Dal ricordo che mi consola alla memoria che mi impegna. Se il dolore per una persona perduta mi rende più attento alla solitudine di qualcuno, quel legame sta ancora generando vita. Se invece diventa il confine entro cui riconosco soltanto i miei, qualcosa si è chiuso. Esistono morti senza visite, senza fiori, perfino senza nome. Famiglie che non hanno una tomba davanti alla quale fermarsi. La pietà incontra la sua misura più esigente quando arriva fin dove non abbiamo parentele da difendere. E c’è un altro debito che questi giorni dovrebbero aiutarci a vedere. Noi saremo il passato di qualcuno. Di questa stagione resteranno conseguenze che altri dovranno abitare: una terra custodita o consumata, istituzioni credibili o svuotate, parole affidabili o rese inutili dall’inganno. Ci preoccupiamo di quale ricordo lasceremo. Dovremmo cominciare da quale mondo. Forse, allora, nei prossimi giorni potremmo fermarci un poco di più davanti a un nome. Lasciarlo tornare persona. Raccontarlo a un bambino, senza trasformarlo in una statua. Dire il bene ricevuto, riconoscere il male, trovare una parola che meriti di essere portata avanti. Il tempo senza memoria comincia quando nessuno sente più di dover raccogliere e consegnare qualcosa. I fiori servono.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – 1 novembre 2026)

#L'INFERNO - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#L'INFERNO
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Da quando l’uomo non crede più all’inferno,
ha trasformato la sua vita in qualcosa che somiglia all’inferno.
Non può farne a meno.


       Proponiamo una sorta di provocazione. Nel giorno in cui nella cristianità si celebrano tutti i santi ci affacciamo per contrasto sull’antipodo del paradiso, ossia sull’abisso infernale e lo facciamo attraverso uno degli Aforismi, sempre taglienti e acuti, che ci ha lasciato lo scrittore e giornalista Ennio Flaiano (1910-1972). Spirito profondamente laico, era però attento anche a smitizzare certi luoghi comuni della boria intellettuale e sociale dei suoi e dei nostri giorni, ritrovando valori antichi e non di rado cristiani. Ora, se si va un po’ oltre la fantasmagoria iconografica dell’inferno popolato di diavoletti e di crepitanti fiamme, si può intuire quanto sia tragica quella situazione in cui siano spenti l’amore, la speranza, la luce, la trascendenza: questo è, infatti, l’inferno. È ciò che lo scrittore francese Georges Bernanos metteva in bocca al suo famoso curato di campagna: «L’inferno, signora, è non amare più».

      È per questo che in un’altra sua opera, Il signor Ouine, lo stesso autore cattolico affermava: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, ma nessuno l’ha visto. L’inferno è freddo». Sì, esso è solitudine, silenzio carico d’odio, è assenza di Dio che è luce e amore per definizione. Là l’uomo è abbandonato a sé stesso, ai suoi vizi e alle sue follie. La Bhagavadgita, che è considerata come il parallelo del nostro testo sacro evangelico per gli indù, dichiara che «l’inferno ha tre porte: lussuria, ira, avarizia». 
    È per questo che possiamo dar ragione a Flaiano: abbiamo spesso trasformato la società in qualcosa che somiglia all’inferno. Lo si deve riconoscere senza retorica ed enfasi, ma con l’esperienza di molte vicende di cronaca.

lunedì 2 novembre 2026

Alberto Maggi: 2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?

Alberto Maggi
2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?


Ogni 2 novembre la Chiesa celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Per la sua comprensione è di fondamentale importanza soffermarsi sulla terminologia usata. Nella liturgia non si parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi. Ma non è così, e la differenza tra le due parole è profonda.

Il "morto" (dal latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura. 
Il "defunto", invece, ci apre a una prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero. Non indica la cessazione della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.

Per un uso corretto del linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del medesimo cammino.
In ciascuna di queste due fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito. Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere: solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore. Solo attraverso questo passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.

Con la morte la relazione tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano —, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.

Il messaggio centrale del Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti — attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario Gelasiano: «Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma trasformata).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: «Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,44); «E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste» (1 Cor 15,49).
La vita, trasformata e impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore dell’Apocalisse: «Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13).
Accostando in modo paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —, la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. La morte non è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo passaggio verso la pienezza della Vita.
(fonte: bacheca fb dell'autore)


ANGELUS 01/11/2026 - Leone XIV: La Vergine Maria, beata perché ha creduto alla parola del Signore, accompagni i nostri passi sulla via della santità, affinché non ci stanchiamo di costruire la pace, sia nelle situazioni più importanti sia in quelle della vita di ogni giorno.

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
PAPA LEONE XIV
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1° novembre 2026

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita a gustare la gioia di quella innumerevole famiglia di uomini e donne che, seguendo il Signore Gesù, hanno fatto della propria vita un dono a Dio e al prossimo e che, nei differenti percorsi di santificazione, hanno desiderato «l’oceano dell’infinito amore», secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI (Lett. enc. Spe salvi, 12).

La Liturgia della Parola di questa festa ce li descrive come una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). Oggi, infatti, celebriamo tutti i santi: quelli che la Chiesa ha riconosciuto come tali e anche i tantissimi che non lo sono stati ma che Dio conosce. Come ci ricorda il Vangelo odierno (cfr Mt 5,1-12), si tratta di poveri in spirito, ma ricchi dell’amore di Dio. Hanno volti rigati dalle lacrime, ma consolati nella preghiera. Sono miti di fronte alla violenza e ricompensati dal Padre. Affamati di giustizia e saziati nell’intimo della coscienza. Disponibili al perdono e abbracciati dalla misericordia. Disarmati nel cuore, ma custoditi da Dio. Costruttori di pace, chiamati per nome da Dio. Perseguitati e offesi, ma forti nella fede e nella carità.

È proprio vero che è impossibile “contare” la schiera di questi fratelli e sorelle, e non solo numericamente: la santità, infatti, non è riducibile a nessun calcolo, perché così è il bene che tutti i santi hanno diffuso attorno a sé nel mondo. Guardando ad essi con ammirazione ci chiediamo: queste persone, con la grazia di Dio, che cosa hanno generato? Essenzialmente gesti e scelte d’amore, che superano i calcoli dell’avidità e la prepotenza del male che a volte sembra prevalere. I santi e le sante sono il segno più bello e più forte del Regno di Dio che viene, anzi – come insegna Gesù – che è già in mezzo a noi (cfr Lc 17,20-21). Inoltre, questa moltitudine beata abbraccia le più diverse provenienze, culture e situazioni di vita: la santità non è un privilegio per pochi, ma è una vocazione universale che interpella ciascuno di noi lì dove viviamo. Questo è il messaggio carico di speranza della festa di oggi: Dio vede il bene che noi non vediamo, conosce storie che noi non conosciamo, raggiunge cuori ai quali noi non abbiamo accesso.

La Vergine Maria, beata perché ha creduto alla parola del Signore, accompagni i nostri passi sulla via della santità, affinché non ci stanchiamo di costruire la pace, sia nelle situazioni più importanti sia in quelle della vita di ogni giorno.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Savannah, Georgia, negli Stati Uniti d’America, sono stati beatificati Pedro da Corpa e quattro Compagni, religiosi dell’Ordine dei Frati Minori, uccisi in odio alla fede nel 1597. Originari della Spagna, risposero con generosità alla chiamata del Signore per evangelizzare le popolazioni dell’America, fino al dono della propria vita. Invochiamo l’intercessione di questi martiri per tutti i missionari del Vangelo.

In questi giorni si è svolta l’azione umanitaria a favore della popolazione civile nella città di Oleshky. Auspico che la collaborazione tra le parti, che ha reso possibile questo doveroso gesto di umanità, faccia crescere la volontà di dialogo e porti a nuove iniziative concrete di pace. Affidiamo a Maria, Regina della pace e di tutti i Santi, quanti in ogni parte del mondo soffrono a causa delle guerre.

Da ieri fino al 13 novembre si svolgono a Dakar, capitale del Senegal, i Giochi Olimpici Giovanili, per atleti dai 15 ai 18 anni. È il primo evento olimpico organizzato nel Continente africano. Oltre alle gare, questi Giochi comprendono incontri educativi e culturali per promuovere i valori olimpici e la conoscenza tra giovani di tutto il mondo. Ecco di nuovo un segno di speranza che viene dal mondo dello sport! Saluto e benedico di cuore tutti i partecipanti.

Dall’8 al 15 novembre avrà luogo a Roma la Missione con i poveri, promossa dai Frati Minori. Mi congratulo con i figli di San Francesco che, con questa iniziativa, mettono i poveri al centro, così come faceva il Signore Gesù e come ha fatto San Francesco d’Assisi. E ringrazio le istituzioni civili e le forze dell’ordine che hanno dato piena collaborazione.

Ed ora saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi!

Accolgo con gioia i fedeli siro-malabaresi con i loro Pastori. Carissimi, con voi ringrazio il Signore per lo sviluppo delle vostre comunità in tutta l’Europa.

Saluto il gruppo “Capiteo” di Borbiago di Mira, in provincia di Venezia; come pure i partecipanti alla “Corsa dei Santi”, che anche quest’anno le Missioni Don Bosco hanno organizzato a Roma per promuovere lo sport come esperienza educativa.

Domani pomeriggio, nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti, celebrerò la Messa nel Cimitero del Verano. In questi giorni sentiamoci uniti nella comunione dei santi all’immensa famiglia dei fratelli e delle sorelle che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio terreno, e preghiamo per i defunti, specialmente per quelli che nessuno ricorda.

Grazie a tutti e buona festa!

Guarda il video




domenica 1 novembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Solennità di Tutti i Santi

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


Solennità di Tutti i Santi
1° novembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, uniti in comunione fraterna con i Santi del cielo e con tutti i credenti, pellegrini sulla terra, eleviamo a Dio nostro Padre le nostre suppliche e le nostre intercessioni ed insieme diciamo:   

R/   Santifica la tua Chiesa, o Padre

 

Lettore


- Padre Santo, datore di ogni bene, Tu hai voluto che la tua Chiesa, radunata nel tuo nome, fosse in mezzo agli uomini come segno e strumento di unità e di vera comunione fraterna, arricchiscila del tuo Santo Spirito, perché diventi sempre più conforme all’immagine del tuo Figlio Gesù, assumendo lo stile di vita delle Beatitudini. Preghiamo. 

- Ti ringraziamo, o Padre Santo, per le tante persone sante, uomini e donne delle Beatitudini, che hanno inciso nel cammino della nostra vita e che ci hai dato la possibilità di poter conoscere sia di persona, sia attraverso i loro scritti o racconti delle loro vite: persone umili, persone capaci di piangere sulle disgrazie altrui, persone miti, amanti della giustizia, misericordiosi e compassionevoli, puri di cuore e trasparenti nel modo di essere, e di agire, costruttori di pace e capaci di donare la vita per gli altri. Sii benedetto, o Padre, perché susciti sempre in mezzo a noi nuovi testimoni del Vangelo delle Beatitudini. Preghiamo. 

- Tu, Padre Santo, nella diversità delle tante fedi continui a chiamare ogni uomo e ogni donna ad una vita veramente santa, cioè piena di senso, aperta a relazioni autentiche con gli altri e sempre capace di suscitare e custodire la comunione. Fa’ che, nonostante le differenze religiose, possiamo ritrovarci uniti nell’amore per la vita e nella custodia della “casa comune” che è il nostro creato. Preghiamo. 

- Dio della Gloria, che chiami tutti i tuoi figli ad essere santi ed immacolati nell’amore, per la fede e l’intercessione di Maria e di tutti i Santi e le Sante, converti il nostro cuore al Vangelo delle Beatitudini, disperdi i pensieri dei violenti e conferma tutti i credenti nel cammino verso la fraternità e la pace. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Dio fonte della santità, i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]. Ti affidiamo i martiri cristiani, coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello; ti affidiamo le vittime della guerra, della persecuzione e della tortura a causa della giustizia, della religione, dell’appartenenza ad una etnìa. Concedi a tutti di contemplare lo splendore del tuo Volto, in comunione con tutti i Santi e le Sante della Gerusalemme celeste.  Preghiamo.


Per chi presiede

Padre Santo e fonte di ogni santità, aiutaci a vivere la vera felicità del vangelo delle Beatitudini, che ci hai donato attraverso la forma di vita e le parole del tuo Figlio Gesù, il Messia che tu hai inviato, benedetto nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 52 - 2025/2026 - Solennità di Tutti i Santi

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

Solennità di Tutti i Santi

Vangelo: 

Le Beatitudini costituiscono la Magna Charta del Regno, il documento di Identità di Gesù e di chiunque crede e spera in Lui. Il Discorso della Montagna, di cui il nostro brano fa parte, si estende per ben tre capitoli del Vangelo di Matteo (5-7) e costituisce una vera e propria catechesi battesimale, un itinerario di vita cristiana, la stessa vita di Gesù, offerta a coloro che lo amano e desiderano seguirlo. Infatti, «tutto ciò che Gesù afferma in questi versetti è quanto Lui stesso vive» (cit.). Allora come oggi, appare evidente che le vie di Dio non sono le nostre vie (cfr. Is 55,1-11), il suo progetto sull'umanità non coincide con il nostro, anzi è esattamente all'opposto, due modi di valutare e vivere l'esistenza totalmente antitetici. Possiamo ancora udire l'eco dell'appello di Gesù che ci invita alla conversione (Mt 4,17), un cambiamento di mentalità, un radicale capovolgimento del modo di intendere i rapporti umani e la vita. Per noi sono beati i forti, i potenti, i ricchi, coloro che possono e contano. Per Gesù, invece, sono beati i poveri, i disprezzati, gli oppressi, gli umili e gli umiliati, chi nulla può e conta. Questi dodici meravigliosi versetti non hanno come destinatari solo preti e religiosi, gli addetti ai lavori, essi sono l'imperativo categorico, il vademecum irrinunciabile per quanti - battezzati e non - sono alla ricerca della propria identità di uomini, la lampada che illumina il cammino di tutta la vita. A cominciare da coloro che credono in Gesù, quelli che hanno liberamente operato l'Opzione Fondamentale, quella cioè di seguirlo, facendo di Lui la loro vita e la loro regola di vita.


sabato 31 ottobre 2026

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO "Le beatitudini non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore." - Solennità TUTTI I SANTI - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO


Le beatitudini non sono 
le vie per entrare più facilmente in paradiso, 
ma il segreto per stare bene qui, 
l’alternativa per un mondo migliore.


In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Mt 5,1-12a
  

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO
 
"Le beatitudini non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore."


A Cafarnao, sulla collina, per la prima volta i poveri odono risuonare parole in favore degli ultimi.

Gesù è il nuovo Mosè sul monte, ma con una differenza sostanziale: fa passare dall’etica del dovere a ubbidire solo alla felicità, perché le beatitudini non sono un altro elenco di comandamenti, sono la bella notizia che la gioia è amica di Dio.

La genialità di Gesù consiste nel fatto che non le fonda su di un divieto. Non mette paletti, lui apre territori nuovi che sprizzano umanità. Ci assicura che la strada verso Dio non è lastricata di proibizioni, ma di doni e profezie.

Gesù ha diviso ogni beatitudine in due parti: la prima mette a fuoco una categoria che diresti perdente: poveri, miti, bastonati…; la seconda racconta di un dono, offerto dalla mano di Dio.

Scandiscono due tempi: il primo è al presente: ‘quelli che piangono’, il secondo al futuro: ‘saranno consolati’. Il presente è la nostra cronaca, il futuro è dono. Ma il punto di svolta è nel ‘perché’, nel motivo: perché di essi è il Regno, perché avranno la terra, perché vedranno Dio.

Beati i poveri perché poveri? No. Ma perché non è immobile la loro storia: l’opera di Dio li raggiunge. Beati perché è arrivato Uno che si è fatto povero con loro, e così il mondo inizia a cambiare. E poi sono arrivati anche i suoi discepoli a camminare con i poveri, che sono come passeri nel nido delle Sue mani.

C’è da tremare, a pensare al contrario delle beatitudini: beati i ricchi, beati quelli che fanno piangere, beati i violenti, gli sporchi, i cattivi. Da tremare, a pensare che mondo terribile ne uscirebbe. Le beatitudini allora non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore.

Beato… e pensiamo subito ai sinonimi: felice, gioioso, fortunato. Ma il termine è molto di più. Lo trovi nella prima parola del primo salmo, gli fa eco la prima parola del primo discorso di Gesù, passa attraverso i profeti, raggiunge e si annoda con un altro filo del meraviglioso arazzo biblico: ‘alzati!’, esortazione che riecheggia cento e cento volte, come un filo rosso che attraversa tutti i libri: “Beato” è l’uomo che si alza e va (Salmo 1,1).

Beato vuol dire: in piedi, avanti, alzatevi, voi poveri; in piedi voi miti; avanti, Dio cammina con voi! In piedi voi che siete a terra. Sono le parole della speranza, che è la testarda idea che la fede è un cantiere di vita bella e gioiosa.

Ascolto Gesù e capisco che i silenziosi legislatori del mondo sono uomini e donne teneri e limpidi. Sono loro i tessitori segreti del meglio, costruttori di pace che sussurrano ordini al futuro, piccoli miglioratori del mondo.

Le beatitudini sono le ferite della vita trasformate in fessure, in crepe, attraverso le quali filtra un arcobaleno insperato. Sono arcobaleni, sono angeli travestiti. Angeli senza ali, ma che annunciano: Dio regala gioia a chi produce amore.