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lunedì 4 maggio 2026

La forza della Flotilla - Dai 2 arrestati segnalazioni di minacce di morte e detenzione prolungata

Tonio Dell'Olio
 
La forza della Flotilla
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  04 maggio 2026

Un atto grave che bisogna avere il coraggio di chiamare col proprio nome: pirateria. 180 persone rapite, 178 rilasciate, 32 maltrattate e ferite, due arrestate: Saif Abukeshek e Thiago Avila. L’intervento delle forze israeliane contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in un’azione civile e nonviolenta diretta verso Gaza, rappresenta una violazione del diritto internazionale della navigazione.

Nega la libertà di circolazione in acque internazionali. 
Colpire un’iniziativa disarmata significa oltrepassare un limite giuridico e morale. La Flotilla non è una provocazione, ma un gesto di testimonianza. Intende accendere i riflettori sulle condizioni drammatiche della popolazione palestinese di Gaza, stretta da anni in una crisi umanitaria che interroga la coscienza del mondo. 

Fermarla con la forza non cancella questa realtà, semmai la rende ancora più evidente. 

C’è però un altro elemento che merita di essere difeso e sostenuto: il metodo. La Global Sumud Flotilla incarna una nonviolenza attiva, concreta, capace di esporsi. Non si limita a denunciare, ma mette in gioco i corpi, attraversa i confini, assume il rischio per affermare un diritto e una dignità negata. È una strada esigente, che rifiuta la logica dello scontro e prova a incrinarla dall’interno. 

Condannare quanto accaduto e pretendere il rilascio dei due attivisti trattenuti ora nelle carceri israeliane non è solo un dovere giuridico. È anche un atto politico e umano: significa riconoscere che la nonviolenza non è debolezza, ma forza che costruisce futuro.

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Visita delle avvocate di Adalah a Thiago e Saif:
segnalazioni di minacce di morte e detenzione prolungata

(Foto di https://freedomflotilla.org/)

A seguito di una visita appena conclusasi presso il centro di detenzione di Shikma da parte delle avvocate di Adalah, Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, Adalah lancia l’allarme riguardo agli abusi psicologici e ai maltrattamenti subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla (GSF) Thiago Ávila e Saif Abukeshek. Entrambi gli attivisti sono giunti al sesto giorno di sciopero della fame (bevono solo acqua) per protestare contro il loro sequestro illegale da parte della marina israeliana in acque internazionali mentre erano impegnati in una missione umanitaria volta a sfidare l’illegale blocco su Gaza.

Thiago Ávila ha riferito di essere stato sottoposto a ripetuti interrogatori della durata massima di otto ore. Gli interrogatori lo hanno minacciato esplicitamente, affermando che sarebbe stato «ucciso» o avrebbe «trascorso 100 anni in carcere». Entrambi gli attivisti sono detenuti in isolamento totale. Le loro celle sono sottoposte a un’illuminazione costante ad alta intensità 24 ore su 24, una pratica nota dell’Israeli Prison Service (IPS) specificamente studiata per indurre privazione del sonno e disorientamento sensoriale. Inoltre, Thiago ha riferito di essere detenuto a temperature estremamente basse. Vengono tenuti bendati in ogni momento ogni volta che vengono spostati fuori dalle loro celle, anche durante le visite mediche. Adalah sottolinea che bendare un paziente durante una visita costituisce una grave violazione degli standard etici medici.

Gran parte dell’interrogatorio si è concentrato sulla Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria pacifica, il che conferma che la detenzione costituisce un tentativo di criminalizzare gli aiuti umanitari e la solidarietà.

Le avvocate di Adalah sono in attesa di sapere se domani verrà presentata una richiesta di proroga della detenzione e continuano a chiedere il loro rilascio immediato e incondizionato e la fine di questi procedimenti illegali.

Per gli ultimi aggiornamenti, seguite il canale WhatsApp di Adalah:
(fonte: Pressenza 04/05/2026)

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LEONE XIV al REGINA CAELI - Di fronte all’ansia di avere, Gesù promette ciò che vale di più - A Maria la preghiera di Leone per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
V Domenica di Pasqua, 3 maggio 2026


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Il Papa: di fronte all’ansia di avere,
Gesù promette ciò che vale di più

Al Regina Caeli il Pontefice, commentando il Vangelo domenicale, specifica che il posto preparato da Cristo per ogni uomo nella casa di Dio è un mondo nuovo, “alla portata di tutti” e nel quale “l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza”. Un mondo diverso da quello “in cui ancora siamo in cammino” dove “ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi”. “In Dio ognuno è finalmente se stesso”

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@VATICAN MEDIA)

Promette all’uomo un mondo nuovo Gesù. Che accoglie tutti, dove c’è letizia e fratellanza, e ciascuno a un “valore infinito”. Quando nell’ultima cena, prima di morire, assicura agli apostoli di preparare per loro “un posto”, perché dove è Lui siano anche tutti i suoi discepoli, garantisce “che in Dio c’è posto per ciascuno”. Lo spiega Leone XIV al Regina Caeli, affacciato su piazza San Pietro dal suo studio, al terzo piano del Palazzo Apostolico, evidenziando che le parole di Cristo, alla luce della Pasqua “sprigionano il loro pieno significato”, scaldano “il cuore” e donano “speranza”.

Davanti alla morte, Gesù parla di una casa, questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è posto per tutti. Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze, perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da sempre atteso e finalmente ritrovato.

Ciò che vale di più

Se nella realtà in cui vive l’uomo è attratto da ciò che è d’élite, singolare e riservato solo ad alcuni, Gesù offre qualcosa di diverso.

Nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti.

Il posto che cerchiamo per tutta la vita

Non perché è per tutti il “mondo nuovo” promesso da Gesù “perde attrattiva”, chiarisce il Papa, anzi, essendo “aperto” a chiunque “dà gioia”, perché “la gratitudine prende il posto della competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza”. E inoltre “nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è perduto”.

La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento.

Fraternità e pace il nostro destino

Quella di Gesù è una proposta di fede, un invito ad avere fede in Dio e in Lui; fede che “libera il nostro cuore dall’ansia di avere e di ottenere” e “dall’inganno di rincorrere un posto di prestigio per valere qualcosa”.

Ognuno ha già valore infinito nel mistero di Dio, che è la vera realtà. Amandoci l’un l’altro come Gesù ci ha amato, ci doniamo questa consapevolezza. È il comandamento nuovo: anticipiamo così il cielo sulla terra, riveliamo a tutti che la fraternità e la pace sono il nostro destino.

Il Palazzo Apostolico (@VATICAN MEDIA)

Aperti a tutti e attenti a ciascuno

In pratica, conclude il Pontefice, “nell’amore”, “in mezzo a una moltitudine di fratelli ognuno scopre di essere unico”. Da qui l’incoraggiamento a pregare Maria affinché “ogni comunità cristiana sia una casa aperta a tutti e attenta a ciascuno”.

(fonte: vatican News articolo di Tiziana Campisi 03/05/2026)

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A Maria la preghiera di Leone 
per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo

Dopo il Regina Caeli dal Palazzo apostolico, all'inizio del mese di maggio il Pontefice sottolinea il valore della recita del Rosario e affida le sue intenzioni all'intercessione della Vergine. Nella Giornata mondiale della libertà di stampa, ricorda giornalisti e reporter che perdono la vita sul campo per raccontare i conflitti. Poi il ringraziamento all'associazione Meter per i suoi vent'anni di attività e il saluto ai peruviani a Roma che festeggiano la Virgen de Chapi

L'affidamento alla Vergine Maria, soprattutto per la fraternità nel mondo; il ringraziamento a quanti si adoperano per la tutela dei minori più vulrnerabili; il saluto ai peruviani che sono nel cuore del Papa. Così, dopo il Regina Caeli di stamani, 3 maggio, il Papa si è rivolto ai numerosi fedeli riuniti in piazza San Pietro.

A Maria l'affidamento della preghiera per la pace

All'inizio del mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla Vergine Maria, il Pontefice invita a pregare il Rosario, in particolare rivolgendo il pensiero alle ferite del mondo a causa della violenza. È un tempo, ricorda, "in cui tutta la Chiesa si rinnova la gioia di ritrovarsi nel nome di Maria nostra Madre, specialmente a pregare insieme il Rosario. Si rivive l’esperienza di quei giorni, tra l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, quando i discepoli si ritrovavano nel Cenacolo a invocare lo Spirito Santo: Maria Santissima era in mezzo a loro e il suo cuore custodiva il fuoco che animava la preghiera di tutti".

Vi affido le mie intenzioni, in particolare per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo.

Il ricordo dei giornalisti vittime di guerre

Oggi, 3 maggio, si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, promossa dall'UNESCO. Una occasione per ricordare ai governi la necessità di rispettare il loro impegno nell'offrire garanzie per una informazione libera. È una giornata di sostegno ai media che, si legge sul sito dedicato, sono bersaglio di restrizioni, e di memoria per quei giornalisti che hanno perso la vita nell'inseguimento di una notizia. Leone non li dimentica, non trascura questo aspetto così cruciale che riguarda la società civile. Chiare le sue parole:

Purtroppo questo diritto è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto. Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza.
Il grazie all'associazione Meter, da 20 anni a tutela dei minori

Tra i saluti del Papa dopo la preghiera mariana, anche quelli indirizzati all'associazione Meter Ets, che da lungo tempo si batte per la tutela dei minori:

Saluto l’Associazione “Meter”, che da trent’anni si impegna per difendere i minori dalla piaga degli abusi, coinvolgendo la comunità ecclesiale e quella civile, educando a stare vicino alle vittime e a fare prevenzione. Grazie per il vostro servizio!

Numerosi sono i servizi offerti dall'associazione: dal centro di ascolto al centro di ricerca, dal centro di ascolto a quello antibullismo, da un polo di formazione ed educazione a uno polifunzionale. Tra le attività portate avanti da questa realtà c'è quella che ruota attorno alla stimolazione di "azioni contro lo sfruttamento sessuale sui minori e contro ogni altra forma di aggressione fisica, culturale, psicologica e spirituale perpetrata sugli stessi", si legge sul sito. I dati del Report 2025 “Bambini Vittime", presentati a fine febbraio a Roma, evidenziano trend emergenti e criticità, insieme a proposte operative rivolte alle istituzioni e agli operatori dell’informazione; si analizza l’espansione della pedofilia e della pedopornografia, oggi alimentata da nuovi canali criptati, strumenti digitali avanzati e intelligenza artificiale.

Il saluto ai peruviani di Roma, devoti alla Virgen de Chapi

Tra i fedeli di Roma e i pellegrini venuti da molti Paesi, ci sono gli insegnanti de Las Escuelas de las Hermanas Franciscanas de los Sagrados Corazones, gruppi da Madrid e Granada, da Minneapolis e dalla Malesia. Un saluto speciale è rivolto ai peruviani che a Roma formano l’Associazione Virgen de Chapi de Arequipa. A loro l'affetto del Papa, che ha vissuto in Perù parte della sua missione.

La Virgin de Chapi (dal sito dell'arcivescovado di Arequipa)

L'immagine è molto venerata soprattutto al sud del Paese latinoamericano, in particolare nella regione di Arequipa. La sua storia risale al 1655 ed è legata in origine a diversi villaggi di Churajon denominati La Huaca o Sahuaca, evangelizzati dai gesuiti di Moquehua. A metà del 1700, in seguito all'imposizione di deviare il corso dell'irrigazione di quelle terre, l'immagine della Madonna fu spostata, dalla cappella eretta là, verso la gola di Chapi. Nel 1798, si decise il trasferimento verso Sogay, ma la tradizione narra che non fu possibile spostare la statua oltre la prima salita. Diverse donne di lingua quechua udirono una voce che attribuirono all'immagine della Madonna: «Chaypi, Chaypi», che significa «Qui, qui». Da allora è rimasto nella devozione popolare l'appellativo di «Nostra Signora di Chapi». Dopo il terremoto del 1868, si costruì una nuova cappella completata vent'anni dopo. Negli anni a seguire, durante i lavori di scavo per l'edificazione di un nuovo luogo sacro dove ospitarla, si racconta di un ulteriore fatto prodigioso legato all'invocazione della Vergine da parte di uno degli scalpellini che a Lei si raccomandò affinché fornisse acqua agli operai: sgorgò immediatamente sotto una pietra vicina, acqua a cui fu attribuita anche la guarigione di una persona che soffriva di problemi alla vista. Oggi è nota come l'«Occhio del Miracolo». Il Santuario arcidiocesano nella forma attuale nasce il 28 aprile 1986, la cui consacrazione avvenne nel 1995. Nel 1983 l'immagine della Madonna fu portata ad Arequipa.
(fonte: vatican News articolo di Antonella Palermo 03/05/2026)

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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nel tempo pasquale, come la Chiesa nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato alla luce della sua passione, morte e risurrezione. Quello che prima ai discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda il cuore e dona speranza.

Il Vangelo proclamato questa domenica (Gv 14,1-12) ci introduce nel dialogo del Maestro con i suoi durante l’Ultima Cena. In particolare, ascoltiamo una promessa che ci coinvolge fin da ora nel mistero della sua risurrezione. Gesù dice: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (v. 3). Gli Apostoli scoprono così che in Dio c’è posto per ciascuno. Due di loro lo avevano sperimentato sin dal primo incontro con Gesù, presso il fiume Giordano, quando Lui si era accorto che lo seguivano e li aveva invitati a fermarsi quel pomeriggio a casa sua (cfr Gv 1,39). Anche ora, davanti alla morte, Gesù parla di una casa, questa volta molto grande: è la casa del Padre suo e Padre nostro, dove c’è posto per tutti. Il Figlio si descrive come il servo che prepara le stanze, perché ogni fratello e sorella, arrivando, trovi pronta la sua e si senta da sempre atteso e finalmente ritrovato.

Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva. Al contrario, ciò che è aperto a tutti ora dà gioia: la gratitudine prende il posto della competizione; l’accoglienza cancella l’esclusione; l’abbondanza non comporta più diseguaglianza. Soprattutto, nessuno è confuso con qualcun altro, nessuno è perduto. La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento.

«Abbiate fede», ci dice Gesù. Ecco il segreto! «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Proprio questa fede libera il nostro cuore dall’ansia di avere e di ottenere, dall’inganno di rincorrere un posto di prestigio per valere qualcosa. Ognuno ha già valore infinito nel mistero di Dio, che è la vera realtà. Amandoci l’un l’altro come Gesù ci ha amato, ci doniamo questa consapevolezza. È il comandamento nuovo: anticipiamo così il cielo sulla terra, riveliamo a tutti che la fraternità e la pace sono il nostro destino. Nell’amore, infatti, in mezzo a una moltitudine di fratelli ognuno scopre di essere unico.

Preghiamo allora Maria Santissima, Madre della Chiesa, perché ogni comunità cristiana sia una casa aperta a tutti e attenta a ciascuno.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

è iniziato il mese di maggio: in tutta la Chiesa si rinnova la gioia di ritrovarsi nel nome di Maria nostra Madre, specialmente a pregare insieme il Rosario. Si rivive l’esperienza di quei giorni, tra l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, quando i discepoli si ritrovavano nel Cenacolo a invocare lo Spirito Santo: Maria Santissima era in mezzo a loro e il suo cuore custodiva il fuoco che animava la preghiera di tutti. Vi affido le mie intenzioni, in particolare per la comunione nella Chiesa e la pace nel mondo.

Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata dall’UNESCO. Purtroppo questo diritto è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto. Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza.

Saluto con affetto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti da molti Paesi!

Do il benvenuto agli insegnanti – religiose e laici – de Las Escuelas de las Hermanas Franciscanas de los Sagrados Corazones; come pure ai fedeli di Madrid e di Granada, di Minneapolis e a quelli della Malesia; e ai peruviani che a Roma formano l’Associazione Virgen de Chapi de Arequipa.

Saluto l’Associazione “Meter”, che da trent’anni si impegna per difendere i minori dalla piaga degli abusi, coinvolgendo la comunità ecclesiale e quella civile, educando a stare vicino alle vittime e a fare prevenzione. Grazie per il vostro servizio!

Sono lieto di accogliere i fedeli di Padova, il “Gruppo Giovani Valdaso” e il “Punto Giovani” della Comunità Camilliana di Piossasco, l’Azione Cattolica del Vicariato di Noale, i ragazzi di Verolanuova e Cadignano, il Coro giovanile di Coredo-Predaia e gli studenti del Liceo Fardella – Ximenes di Trapani.

A tutti auguro una buona domenica!



Raniero La Valle - Invece degli idoli

Raniero La Valle
Invece degli idoli

Immagine generata con IA

Cari amici,

ci siamo lasciati nell’ultima newsletter con la tesi che ci giunge dal Novecento, secondo cui oggi le sole forze umane non bastano a scongiurare il peggio, e che “solo un Dio ci può salvare”: ciò non vuol dire che debba avvenire in virtù di un evento straordinario, di un “Deus ex machina” che irrompa dall’alto, bensì grazie a una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo.

Le cose accadute in questi giorni dimostrano quanto sia necessario uno sforzo straordinario. I dirigenti europei e i governanti di tutti gli Stati membri dell’Unione, venuto meno il dissenso dell’Ungheria, hanno stanziato un credito di guerra di 90 miliardi per l’Ucraina, finora a lungo bloccato, di cui a carico dell’Italia sono 13 miliardi (ovvero 13.000 milioni, venti volte di più del presunto sforamento del nostro bilancio, un importo che rappresenta più di un terzo della legge finanziaria 2026). Che si tratti di un intervento per finanziare la guerra in Ucraina è dimostrato dal fatto che contemporaneamente è stato deciso dalla UE un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per impoverirla e così affrettarne la sconfitta, che è il solo modo in cui finora l’Unione Europea ha concepito che possa finire la guerra. Naturalmente si tratta di un calcolo sbagliato, perché quando mancano i soldi gli Stati non li tolgono alle spese militari e agli armamenti, ma alle spese sociali e civili, tanto più quando c’è una guerra in corso; anche Meloni che deve ridurre le spese per scendere sotto il 3 per cento del rapporto tra debito e PIL, nello stesso tempo incrementa i fondi per il riarmo fino al 5 per cento del PIL.

Cosa c’entra Dio in tutto questo? Naturalmente non c’entra niente, la politica economica e militare non è affar suo. Però “è infelice per la nostra sorte”, dice il poeta David Maria Turoldo; finanziare la guerra dell’Ucraina è un atto di straordinaria crudeltà, visto il carico immenso di dolori e di lutti in ambedue i campi che la guerra comporta, e data la insensatezza della presunzione che per terminarla la Russia accetti o subisca la sconfitta, mentre è precluso il negoziato. Naturalmente è possibile che quanti così agiscono non lo facciano per crudeltà, e che lo stesso Zelensky non sia guidato dall’odio ma non voglia perdere la guerra per non perdere la sua gloria. Altrettanto è a dirsi per i responsabili della disperata situazione del Medio Oriente con la guerra all’Iraq, lo sterminio del popolo palestinese e le attuali politiche dello Stato di Israele, nonché per le conseguenze su tutta la popolazione mondiale della chiusura dello stretto di Hormuz. Non tutto si può attribuire all’iniquità personale di quanti provocano tutto ciò: chi siamo noi per giudicare? Se però si fosse disponibili a una cooperazione con Dio, facendolo entrare nelle nostre scelte umane, soprattutto quelle che hanno impatto sulla vita di molti, e ci fosse una corrispondente docilità al cambiamento, la corsa del mondo verso l’abisso e la sofferenza di milioni di persone potrebbero finire.

Questa ipotesi non comporta che tutti pensino Dio allo stesso modo. Dio non è conoscibile; a un “Dio ignoto” innalzavano altari i Greci nell’Areopago; e Michea, un profeta ebreo che sapeva benissimo che Dio è uno solo, gioiva contemplando i popoli salire alla montagna del Signore ciascuno camminando “con il suo Dio”; nella dichiarazione comune di Abu Dhabi di papa Francesco e del grande Imam di Al Azhar si diceva che la diversità di religione è una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. E nella Repubblica di Utopia, descritta da Tommaso Moro, vigeva l’ipotesi che fosse Dio stesso, “per ottenere una gran varietà e molteplicità di culti, a ispirare a chi una cosa e a chi un’altra”. Per i cristiani vale l’“esegesi” fattane dal Cristo. Questo non è politeismo, perché si tratta di uno stesso Dio compreso in molteplici modi, una sorta di monoteismo pluralistico, nel pluralismo delle molte culture. Anche le religioni monoteiste sono nate da diverse rivelazioni del medesimo Dio.

Certo non può essere un Dio per tutti gli usi, non può essere un Dio che, come dice papa Leone, “ascolti le preghiere di chi ha mani che grondano sangue". Se si coopera con un Dio ai fini della salvezza non si possono fare guerre, embarghi, sanzioni, soprusi, scacciare o far annegare gli immigranti, e così via. E in ogni caso l’avere anche solo come ipotesi un Dio con noi, e scendere in campo con lui e con il cuore di lui porta con sé il gran bene di destituire gli idoli, che rischiano di sopraffare l’uomo, di dilaniare i popoli, di devastare il mondo, di interrompere la storia: idoli quali l’Intelligenza artificiale incontrollata nel suo sviluppo, lo Stato Leviatano, nato per definizione come il “Dio mortale”, la guerra, proclamata da millenni, da Troia a Gaza, come padre e re di tutte le cose, il denaro che giudica tutti e pretende di non essere giudicato da nessuno.

Tornando dal suo viaggio in Africa, a una domanda sul perché abbia incontrato anche “alcuni dei leader più autoritari del mondo” papa Leone ha risposto che lo fa “per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli”, per dire ai capi che di fronte a certe situazioni la risposta non è subito che “bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando”. Per esempio nel caso dell’Iran la questione “non è il cambio di regime”, è che tanti innocenti sono morti, “c'è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra”. Se si avesse “la capacità di pensare in questo modo” non accadrebbe quello che è successo tra l’uno e l’altro viaggio del Papa: “Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: ‘Benvenuto Papa Leone!’, e poi, in quest'ultima parte della guerra, è stato ucciso lui”.

Nel sito riportiamo questa conferenza stampa in aereo del Papa, un intervento di Raniero La Valle al “Punto de réunion”, incontro promosso a Roma da “Il coraggio della pace” e “Disarma”, e un articolo di Fawaz Gerges del “Guardian”, sulla vittoria iraniana.

Con i più cordiali saluti,

Raniero La Valle
(da “Prima Loro”)


domenica 3 maggio 2026

Addio ad Alex Zanardi - Dieci frasi che raccontano Zanardi

Addio ad Alex Zanardi

Dieci frasi che raccontano Zanardi

La storia di Alex Zanardi si può raccontare in tanti modi. Offre spunti infiniti, si presta a mille angolazioni, e non esiste davvero un punto giusto da cui iniziare. Si potrebbe partire dai numeri, straordinari, che raccontano una carriera, anzi due, entrambe fuori scala. Oppure si potrebbero usare le parole. Le sue. Perché dentro frasi e aneddoti che negli anni ci ha lasciato c’è tutto: il pilota, l’atleta, l’uomo. Un essere umano, profondamente umano, che ha perso le gambe ma è stato capace di trovare molto di più. E allora forse il modo migliore per raccontare Zanardi è proprio questo: partire da quello che ha lasciato. Un modo diverso di guardare le cose.


L'ironia alla base di tutto, la fatica come mezzo di conquista:
Zanardi stupiva anche con le parole. 

“Quando pensi di aver dato tutto, tieni duro ancora cinque secondi”


La regola dei “cinque secondi” di Alex Zanardi sintetizza perfettamente il suo modo di vivere, il suo approccio alle cose. Zanardi raccontava che nei momenti di massimo sforzo, quando sei convinto di non averne più, è proprio lì che si fa la differenza. “Quante volte mi è successo di voler mollare, sfinito, pensando di essere molto più stanco degli avversari contro cui sto correndo. Allora mi dico: ancora cinque secondi, dai, cosa vuoi che siano. Chiudi gli occhi per lo sforzo, quasi ti fai del male per continuare a spingere… e poi, quando li riapri, ti accorgi che hanno mollato loro”. Vale per le gare, ma vale anche per la vita. Crederci cinque secondi in più di chi si ferma. “Quei momenti ci sono ovunque: nello sport, nel lavoro, negli affetti. Insomma, nella vita. Devi dirti: sono qui, ci provo”.

"Se non avessi avuto l’incidente in cui ho perso le gambe ora non sarei così felice"


Spiazza perché è sincera, detta senza retorica, quasi con gratitudine. Nel 2001, al Lausitzring, Alex Zanardi perde entrambe le gambe in un incidente devastante. “Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”, dice. È da lì che Zanardi inizia a costruire la sua seconda vita: non guardando a ciò che ha perso, ma a quello che può ancora diventare. “La mia Olimpiade ho cominciato a vincerla nel letto d’ospedale, quando non ho perso tempo a chiedermi ‘perché a me?’, ma ho iniziato a pensare: con quello che mi è rimasto cosa posso fare? Mi ha aiutato il mio essere curioso”. Accettare la realtà e ripartire da lì. "Arrendersi" non ha mai fatto parte del suo vocabolario.

“La vita è come il caffè: per addolcirla devi girare il cucchiaino”


Zanardi ha sempre rifiutato l’idea di restare fermo ad aspettare che le cose migliorassero da sole. Per lui servono movimento e iniziativa, anche quando è difficile. E con questo suo moto perpetuo, dalla velocità di una monoposto al sudore di maratone e Ironman, con la fatica che brucia le braccia sulla handbike, ha finito per ispirare un intero Paese. "Spero che questi successi convincano qualche ragazzo disabile a uscire di casa, a riprendere a vivere attraverso lo sport. La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport offre possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni", così Zanardi dopo la vittoria alla Milano City Marathon.

"Se qualcuno mi avesse predetto, anni fa, che sarei andato ai Giochi gli avrei risposto: cosa ti sei fumato? Io faccio il pilota"


Nel 2007 la sua prima gara. La Maratona di New York in handbike segna l’inizio pratico della sua seconda vita: Zanardi chiude quattordicesimo, ma apre la porta sulla sua carriera paralimpica. Un'idea che, fino a poco prima, gli sembrava fuori da ogni logica, ma che si rivela una traiettoria inattesa e potentissima: quattro ori e due argenti tra Londra 2012 e Rio 2016 e dodici titoli mondiali. "Così pochi? Peccato, ho iniziato tardi...", scherza Zanardi, con quella leggerezza diventata nel tempo una bussola. "Credo che ognuno di noi tenda a guidare il proprio destino – spiega – scegliendo quale orizzonte inseguire. Poi ogni tanto la vita decide per te… e lo fa anche con più fantasia. Se sai cavalcare quello che accade, magari riesci a trasformarlo in qualcosa di bello". Dieci anni dopo l’incidente che gli stravolge la vita, nel 2011, Zanardi torna a New York e vince la maratona.

"L'Ironman alle Hawaii? Lì è pieno di squali. Se sono intelligenti, mi vedono senza gambe e lasciano stare: 'lo hanno già assaggiato, non è buono...'"


Nuoto, bici, maratona, tutto di fila, senza pause. L'Ironman è una prova estrema, dove più che il fisico conta la testa. E anche lì, come sempre, Zanardi ci arriva a modo suo. Alla sua prima volta a Kona, alle Hawaii: "Sentivo intorno diffidenza e preoccupazione. Mi chiedevano: obiettivo? Finire un secondo sotto le dieci ore. Sembrava follia". Zanardi termina in 9 ore, 47 minuti e 12 secondi. Con anche un dettaglio non proprio secondario: gli squali. Una paura che accantona con la solita ironia. Sdrammatizzare, alleggerire e poi andare. Sempre avanti. Nel settembre 2019 a Cervia, Zanardi ferma il cronometro a 8 ore, 25 minuti e 30 secondi, stabilendo il primato mondiale paralimpico in un Ironman.

"Ho guardato il cielo e gli ho detto:
adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo"


Eppure, ogni tanto, è capitato anche a Zanardi di mollare. Perché dietro le imprese da supereroe c’è un uomo, "con debolezze e cadute, come chiunque". Gli succede poco dopo il rientro a casa dall’ospedale, dopo il primo incidente. Una giornata storta, in cui i problemi si accumulano: "Mia moglie doveva essere operata il giorno dopo, mio figlio era piccolo e piangeva per una otite, mamma aveva l’influenza. Ho guardato il cielo e gli ho detto: adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo". Sospirone. Poi, il giorno dopo, le cose si sistemano: "C’entrano bravi chirurghi e gli antibiotici, chiaro. Ma in quel momento non pensavo come un’opportunità ciò che era successo, come accadde poi. Ognuno ha un suo modo di percepire un problema, anche come insuperabile. Dio si occupi di loro. Io lo guardo e lo ringrazio di quello che è stato e sarà".

"Ho il fisico abbastanza tagliato per l'handbike"


Zanardi non ha mai raccontato la sua storia con toni pesanti. Anche quando parla del suo corpo, lo fa con leggerezza. Gli ha pur sempre consentito di fare sport, al centro, da sempre, dalla sua vita. Il ciclismo non è il suo primo amore ma, quando arriva, diventa il suo nuovo centro gravitazionale. La handbike, "una strana bici", la scopre quasi per caso, intravista sul tetto dell’auto di Vittorio Podestà mentre si giocano un parcheggio in un'area di sosta in autostrada. Quella bici “diversa”, lo incuriosisce, diventa presto "una figata pazzesca": gli restituisce allenamento, competizione, la possibilità di spingersi sempre un po’ più in là. D'altronde: "Ho il fisico tagliato per questo sport".

"Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno,
ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton..."


La Formula 1, il suo primo amore. Mai davvero abbandonato, mai messo da parte. Rimane lì, un filo che non si spezza, vissuto sempre con passione e con quello spirito bolognese che lo ha sempre contraddistinto. Dopo una delle tante imprese di Lewis Hamilton, Zanardi se ne esce così: "Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno, ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton, boia se mi accontenterei! Fortissimo!".

"Credo che la curiosità sia l'unica cosa di cui abbiamo bisogno nella vita"


L'ingrediente fondamentale della vita Zanardi lo rivela al David Letterman Show. Poi, durante l’intervista si appoggia una tazza di tè bollente sulle gambe, scherzando sui 'vantaggi' della sua disabilità. Il pubblico americano è in visibilio. Ma Zanardi ha appena rivelato una grande verità: tutto parte dalla curiosità, e la curiosità porta alla passione. E senza passione non si va lontano, soprattutto se il motore sono soldi o fama. “Se vuoi diventare il numero uno per i soldi o le veline non ce la farai mai. Forse ce la farai se lo fai per divertirti”. Forse il punto non è arrivare, ma avere sempre qualcosa che ti spinge a partire, divertendoti per strada.

“Ci si può drogare di cose buone. Una è lo sport”


Chiudiamo così. Lo sport è l’essenza della vita di Zanardi. Non può farne a meno o va in astinenza. Lo sport è rimettersi in moto ogni volta, misurarsi sempre, ma solo con se stessi: "Non volevo dimostrare niente a nessuno, la sfida era soltanto con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio".
(fonte:La Gazzetta dello Sport, articolo di Rebecca Saibene 02/05/2026)

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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V DOMENICA DI PASQUA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


V DOMENICA DI PASQUA anno A

3 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nella passione di Gesù, che è una storia di amore verso ogni uomo e ogni donna sino al dono della vita, si è resa presente la Gloria del Padre, che è forza che attira a sé tutta l’umanità gravata del suo carico di dolore e di fallimenti. Il corpo risorto e glorioso del Figlio Gesù è la nuova terra, la nuova dimora dove tutti siamo chiamati ad entrare. Con grande fiducia innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Nella tua misericordia, ascoltaci Signore, Gesù

Lettore

- Di fronte al dilagare della violenza ed al prevalere della forza rispetto al diritto la fede di ogni credente è messa alla prova. Signore Gesù, consola e rafforza ogni comunità cristiana, aggredita dal dubbio e dalla sfiducia nei confronti della tua parola. Fa’ che il cuore non sia turbato, ma che resti fiducioso nella tua vittoria pasquale. Preghiamo.

- Tu, Signore Gesù, sei la via, la verità e la vita. Fa’ che ogni uomo e ogni donna, diventati tuoi discepoli, possano prendere le distanze da un modo mondano di abitare la terra. Essa è la casa del Padre, dove tutti siamo chiamati a riconoscerci nella nostra verità di figli e figlie dell’unico Dio, che è nostro Padre e nostra Madre. Fa’ che, rinnovati dalla tua Pasqua ed educati dal tuo insegnamento, impariamo a dar vita a relazioni veramente fraterne. Preghiamo.

- Ti supplichiamo, Signore Gesù, per il dono della pace. Manda con abbondanza il tuo Santo Spirito su tutti i popoli, perché spazzi via dalle loro menti la forte tentazione del nazionalismo e della volontà di potenza. Fa’ che il mondo smetta di ubriacarsi di odio, di guerra, di distruzione e di morte, è possa così incamminarsi sulla via del dialogo e della vera cooperazione. Preghiamo.

- Nella tua misericordia, Signore Gesù, chinati sulle nostre case e soprattutto su quelle che hanno completamente smarrito quella loro vocazione ad essere luogo dell’intimità familiare, ma anche luogo aperto al vicino come anche a chi viene da paesi lontani. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti ed amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo, delle vittime dell’omofobia, della misoginia e dell’odio razziale e religioso. Nel tuo amore di Figlio accompagna tutti dinnanzi al Volto Luminoso di Dio che è nostro Padre e Madre. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Signore Gesù, le suppliche della tua Chiesa in preghiera, perché, seguendo la tua strada, possiamo fare esperienza del Volto materno e paterno di Dio, che tu nella tua umanità ci hai rivelato e manifestato. Te lo chiediamo perché Tu sei per noi la via, la verità e la vita, ora e sempre nei secoli di secoli.

AMEN.


Addio ad Alex Zanardi - Campione di Formula 1, handbike e coraggio, grande nello sport e nella vita

Addio Alex Zanardi

Campione di Formula 1, handbike e coraggio,
grande nello sport e nella vita

Scomparso il Primo maggio, era diventato un simbolo forse proprio malgrado, un grande uomo prima che un grande campione

Alex Zanardi Ansa

Tre vite nessuna morte, parafrasando il titolo di una pellicola di tanti anni fa, perché Alex Zanardi non morirà mai, troppo forte, troppo intenso quello che ha vissuto e rappresentato. Alex Zanardi è rimasto Alex Zanardi anche dopo l'ultimo incidente, quello sciagurato del 19 giugno 2020 in handbike, che lo aveva consegnato allo stretto riserbo e al cordone di amore discreto della sua famiglia che lo ha protetto con tatto e intelligenza dalla curiosità morbosa: per rispetto di sé e di lui, per non darlo in pasto al pubblico, per non esporre il suo tempo fermo, perché Alex Zanardi, scomparso la sera del primo maggio 2026 nella sua casa, era come il mare, esisteva solo in moto perpetuo e così, solo così, va ricordato.

Un ricordo personale diretto dal vivo, emblematico ancorché secondario, alla Cerimonia dei collari d'oro nel salone d'onore del Coni, nel 2016: Alex che esce in abito scuro, camicia bianca e cravatta, impeccabile, sul bastone, (camminava con due), regolarmente impugnato nella mano sinistra, innesta a "t" l'altro che si è tolto dalla mano destra per lasciarla libera e usarla per afferrare il corrimano a spirale dello scalone e percorrerlo da cima a fondo con una spettacolare agilità, balzelloni, in discesa: un movimento armonico, atletico, elegante, ininterrotto.

In quella discesa c'era tutto Zanardi: ti dicono che con due protesi alle gambe appena sotto l'inguine non farai mai più le scale ed è l'innesco per dimostrare a te stesso e al mondo che puoi.

Così Alex Zanardi ha reagito sempre, con l'orizzonte dei pionieri, con lo spirito degli esploratori agli accidenti, tanti, troppi che la vita gli ha messo di traverso, trasformando il rosario di "non puoi " che sarebbe potuta diventare la sua esistenza, dopo l'incidente in Formula 1 nel 2006, in una esplorazione continua delle proprie nuove possibilità: corsa su strada, handbike, una sequenza infinita di successi paralimpici, e l'ironmen, alla lettera uomo di ferro, un Triatlon estremo, che a Zanardi stava stretto come definizione, perché il ferro si arrugginisce Zanardi invece luccica, perché ha dato al mondo il grimaldello della speranza con l'esempio.

Un simbolo proprio malgrado

Quando gli chiedemmo in quel momento che cosa significasse l'ingombro di essere simboli rispose: «Non è un ingombro, perché non avverto il dovere di rappresentare qualcosa per qualcuno. Non me ne sento il diritto. Poi so che le cose che faccio mi rendono un riferimento per altri, perché le faccio dopo ciò che mi è accaduto. Ma io non vado all’ironman per dimostrare qualcosa a qualcuno».

Neanche a se stesso? «No, vorrebbe dire andarci con il dubbio di non arrivare in fondo. Io invece mi sono posto un traguardo realistico, in cui non vedevo nulla di magico. Fare l’ironman senza gambe secondo me è una semplificazione non una complicazione, solo che quando lo dico non lo scrivono volentieri: rovina un po’ il romanticismo del racconto di Zanardi eroe, che mi lusinga, sia chiaro, anche se mi sembra meno realistico di come lo vedo io».

Per poi aggiungere: «Davanti al film Nato il 4 luglio in cui Tom Cruise restava su una sedia a rotelle mi son detto: “Se capitasse a me mi ammazzerei”. Credo di aver fatto un ragionamento superficiale nella convinzione che a me non sarebbe accaduto. Poi quando l’uno su un milione sei tu, te ne freghi della statistica e ti fai su le maniche. E quando ci sei dentro ti scopri più dotato di quanto credessi. L’idea del suicidio dopo non mi è mai passata per la testa, mai».

Davanti a Zanardi si aveva la sensazione di stare di fronte a un uomo risolto che sapeva osservarsi con autoironia e lucidità, che quando gli si chiese della paura e di quell'incidente in Formula 1 che diede vita alla sua seconda vita, rispose «Un incidente come quello in quelle circostanze anche in uno sport a rischio come la Formula1 succede a uno su un milione, ma quell'uno ero io: sono normale, credetemi, ho solo preso una castagna mostruosa. Ragazzi scusate il latinismo, il punto è che la sfiga esiste».

Raccontava in una intervista a Famiglia Cristiana nel 2019, a firma di Fulvia Degl'Innocenti, dell'importanza della famiglia: «in particolare mia moglie, Daniela, è stata un po’ la regista, con alcune scelte che ha fatto e che sono state tutte migliori di quelle che avrei preso io. Quando sono tornato a casa dopo la mia degenza a Berlino di 40 giorni, nel garage c’era già un’auto con i comandi al volante. La mia famiglia mi si è stretta attorno permettendomi di rimanere concentrato su me stesso. Avevo voglia di ritornare il più rapidamente possibile a essere il miglior padre per mio figlio Niccolò».

Zanardi aveva letto quell'auto in garage come una indicazione dell'atteggiamento da tenere, l'idea che non si trattasse di fermarsi a leccarsi le ferite, ma di ricominciare a vivere con altri mezzi.

La seconda vita

Dal 2007 ha corso maratone con la handbike, compresa quella di New York (quarto con soli 20 giorni d’allenamento). Due ori e un argento ai Giochi paralimpici di Londra 2012, e tre ori ai mondiali di Baie-Comeau 2013. Da ultimo, l’11 ottobre 2014, ha partecipato all’Ironman. È anche tornato a correre in auto, nella Blancpain GT Series. Ai Mondiali di Nottwill 2015, in Svizzera, oro in tutte le gare cui si era iscritto, nella crono, nella prova in linea e nella staffetta.

Nel 2016, poco prima di compiere cinquant'anni, di nuovo protagonista alle Paralimpiadi. A Rio de Janeiro un oro nella handbike, prova a cronometro categoria H5. Il giorno seguente argento nella prova in linea della handbike. Poi, di nuovo oro con la squadra azzurra, nella hand bike prova su strada staffetta mista.

Ha fatto di tutto: il tutor, l’atleta, il motivatore, il frontman: «Sembra retorica, ma è la verità», disse una volta, «ci ho infilato dentro un sacco di cose in questi cinquantatré anni. Il giorno in cui ho perso le gambe non mi è sembrato che la vita mi stesse offrendo una grande opportunità, però lo è diventata, forse la migliore della mia vita. Tutte le cose che faccio oggi sono conseguenza della mia nuova condizione».

L’ultimo progetto, quello in cui ha trovato l’incidente poi rivelatosi fatale, si chiamava Obiettivo Tricolore ed era dedicato agli atleti paralimpici come lui che avevano grande forza e capacità, ma magari meno mezzi per poter arrivare alle Paralimpiadi. Per questo Zanardi aveva cominciato a collaborare con Rio Mare facendosi finanziare alcune borse di studio per gli atleti più meritevoli. La staffetta in giro per l’Italia a giugno voleva essere un segno concreto anche per il Paese che dopo la tragedia della pandemia ci si poteva rialzare. Come aveva fatto lui, come avevano fatto tanti atleti paralimpici che avevano scelto di girare il Paese sull’handbike. Il destino ha deciso in altro modo. La sua handbike era finita contro un camion, Il 19 giugno 2020, lungo la strada provinciale 146 vicino a Pienza: una tragica fatalità, un incidente, per il quale il camionista, ammiratore e disperato per non essere riuscito a evitare il campione nonostante la manovra d'emergenza, è stato poi definitivamente scagionato con una archiviazione. Di lì Zanardi è stato circondato dalla privacy, la stessa per cui oggi la famiglia chiede rispetto in attesa di comunicare le circostanze delle esequie.

La Tv, le sfide

Nella sua seconda vita, in abiti eleganti, Zanardi ha anche condotto su RaiTre, con le sue due protesi e i suoi due bastoni, tra il 2012 e il 2016 la splendida trasmissione sportiva Sfide, ideata da Simona Ercolani, aprendo la strada tuttora molto impervia alla disabilità in Tv. «Le sfide», ci disse «si vincono solo se hai voglia di fare quello che serve prima di tentarle. Non ci sarebbe stato Maradona senza il bambino che scavalcava la rete del campetto per andare a giocare da solo. La mia fortuna è poter fare le cose che mi piacciono, il fatto che mi abbiano portato a vivere qualche pomeriggio di gloria è un piacevolissimo valore aggiunto. Poi, certo, per narcisismo, tra due sfide egualmente appassionanti, scegliamo tutti quella con in fondo il pubblico che applaude».

Un uomo risolto

Non aveva mai nascosto l'ammirazione per gli altri, gli dispiaceva di non avere fatto in tempo a raccontare a suo padre Dino, idraulico, mancato poco prima dei due mondiali vinti da Zanardi in Formula Cart del 1997 e 1998, di aver incontrato una sera del 2016 finalmente Dino Zoff, uomo ammiratissimo, l'eroe di gioventù del padre che fino alla fine aveva chiamato Alex il "cit", il bambino.

Ricorderemo i suoi occhi chiari come il mare, capaci solo di sognare come nella versione italiana di Le méteque, il capolavoro di George Moustaki: Alex che straniero nella vita, invece, non è stato mai neanche nei momenti di più difficili, perché ha seminato ovunque relazioni importanti.

Anche con gli sconosciuti cui ha trasmesso, senza volere, vivendo, il messaggio che c'è sempre una seconda possibilità.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari, ha collaborato Antonio Sanfrancesco 02/05/2026)

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Vedi anche:

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"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 26 - 2025/2026 - V DOMENICA DI PASQUA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

V DOMENICA DI PASQUA anno A

Vangelo:
Gv 14,1-12

Conoscere Dio, contemplare il suo Volto, gustare la sua intimità è da sempre il desiderio più profondo dell'uomo biblico. A partire da Mosè, che voleva vedere Dio "Panim el Panim", faccia a faccia (cfr.Es 33,18), al salmista che desidera conoscerlo: «Il tuo Volto o Signore io cerco, non nascondermi il tuo Volto» (Sal 27,8) o vuole ardentemente gustarne la Presenza: «Come una cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,1). Adesso Gesù rivela a Filippo (e a noi che ascoltiamo, ma facciamo ancora tanta fatica a comprendere) la Verità delle verità, il compendio di tutta la rivelazione cristiana: Gesù è il Volto di quel Dio che tanto ci affanniamo a cercare. Lui è il solo Maestro da seguire e da imitare, la sola Voce da ascoltare, perché finalmente possiamo conoscere il Padre. Gesù non è una dottrina da mandare a memoria, meno che mai un concetto filosofico comprensibile solo agli addetti ai lavori o ai dotti: Gesù è l'Uomo Perfetto, il piano di Dio per gli uomini portato a compimento, l'amore stesso del Padre che si è reso tangibile. Egli è l'Unigenito Figlio da sempre e per sempre nel cuore del Padre e che ora è rivolto anche a noi, l'esegesi di Colui che nessuno ha mai potuto vedere (cfr.Gv 1,18), la Mishkan, la Dimora di Dio con gli uomini (cfr.Ap 21,3), il Tempio della sua Presenza privo ormai di ogni velo nel quale tutti possiamo contemplare la Gloria, il cuore amante di un Padre alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati.


sabato 2 maggio 2026

UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO “Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.” - V DOMENICA DI PASQUA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO


Io sono la via, la verità, la vita.
Tre parole che sono preghiera allo stato puro. 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita (...). In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre». Gv 14,1-12
  
UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO
 
Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.

Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.

Gesù non dice io “conosco” la verità e ora ve la insegno, vi snocciolo un bell’elenco di nozioni; ma io “sono” la verità. Una verità fatta di carne, ieri baciata, e poco dopo straziata. Come io vivo è verità vivente, come io mi comporto è verità vissuta. Guardate come faccio con i piccoli, con le donne, con i poveri cristi e con i Pilato di turno; con gli uccelli e con i fiori del campo, con il Padre e l’ultima pecora. La sua è una vita che toglie il freddo, che toglie l’indifferenza del nostro vivere mascherati.

Penso alla etimologia della parola verità, che ha la stessa radice della parola primavera in latino (ver-veris). Verità indica la vita che germoglia e mette le sue gemme; una stagione che riempie di fiori e di verde e di pollini l’aria. Così tanti che non tutti saranno fecondi, non tutti diventeranno miele, ma almeno profumeranno l’aria con le loro carezze. La verità indica ciò che fa fiorire le vite e non le mortifica, come fa la primavera. Io vivo tra il torrente e la collina, tra il bosco, l’uliveto, il vigneto e i prati. Salgo sul colle e prego con un verso di Giuseppe Centore: «Tu sei per me ciò che la primavera è per i fiori». Un privilegio, il mio.

Gesù è la primavera del cosmo e noi siamo come l’estate che porta a maturazione spighe e grappoli, insieme ai tanti semi di vita ancora intatti del Vangelo: «il nostro cuore è un pugno di terra atto a dare vita ai tuoi germi, Signore», prega padre Vannucci.

In Friuli abbiamo un termine molto suggestivo per dire primavera: le viarte, che letteralmente vuol dire l’apertura, vita che si apre, finestre e porte spalancate che invitano a non sentirsi allo stretto. E qui si illumina la seconda parola forte di Gesù oggi: Io sono la via. Non ha detto: sono la meta e il punto di arrivo, ma la strada, l’apertura, l’onda che fa uscire, viaggio che fa alzare le vite e le vele, perché un primo passo è sempre possibile. Sempre e per tutti, e il punto di arrivo è la casa del Padre. I primi cristiani avevano il nome di Quelli della via (Atti 9,2), quelli che hanno sentieri nel cuore, che percorrono le strade che Gesù ha inventato, che camminano chiamati da un sogno e non si fermano. E se cadono si rialzano, e se sbagliano strada poi risalgono sulla strada giusta.

Terza parola è “vita”. Io sono la vita, io faccio vivere. Sono la vita che si oppone alla pulsione di morte, alla violenza, alle autodistruzioni che nutriamo dentro di noi con le nostre subdole paure.

Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi. Abbracciato al mistero di Dio che non è lontano, è nel cuore della tua esistenza: nei gesti umani e vitali del nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illudersi, osare, dare la vita.


L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio 2026 Preghiamo per un'alimentazione per tutti

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio 2026

Preghiamo per un'alimentazione per tutti

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Leone XIV: milioni di persone soffrono la fame, promuovere gesti di solidarietà

Nel video per le intenzioni di preghiera di maggio, il Pontefice riconosce “con dolore” che a fronte del problema della sottoalimentazione nel mondo, molto cibo viene ancora sprecato “sulle nostre tavole”. Il Papa invita ad abbandonare la “logica del consumo egoista” e adottare “uno stile di vita sobrio e responsabile”


Di fronte al dramma di milioni di persone che “soffrono ancora la fame”, il Papa invoca la capacità di “trasformare la logica del consumo egoista in una cultura della solidarietà” che sappia promuovere “gesti concreti”, come la diffusione di campagne di sensibilizzazione, un’efficace distribuzione di cibo ai poveri e l’adozione di uno stile di vita “sobrio e responsabile”. Lo fa nel video sulle Intenzioni di preghiera per il mese di maggio, dedicato al tema “Per un’alimentazione per tutti”, diffuso il 30 aprile, attraverso la campagna multimediale "Prega con il Papa" promossa dalla sua Rete mondiale di preghiera, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione.

Fame e spreco alimentare: una contraddizione “dolorosa”

Il Pontefice constata una situazione tragica e contraddittoria, confermata anche dal rapporto 2026 del Programma Alimentare Mondiale, secondo il quale, nell’anno in corso, 318 milioni di persone soffrono crisi di fame o situazioni ancora più gravi.

Oggi riconosciamo con dolore che milioni di fratelli e sorelle soffrono ancora la fame, mentre tanto cibo viene sprecato sulle nostre tavole.

Rispetto a questo, indignano i dati dello spreco alimentare diffusi dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente: il mondo manda in discarica oltre un miliardo di tonnellate di alimenti, che rappresentano, oltre tutto, anche un grave problema climatico, dal momento che generano tra l’8 e il 10% delle emissioni di gas serra. Il Papa prega affinché il “Signore della creazione” faccia nascere una maggiore sensibilità verso il cibo e chi non vi ha accesso.

Risveglia in noi una nuova coscienza: che impariamo a ringraziare per ogni alimento, a consumare con semplicità, a condividere con gioia e a custodire i frutti della terra come un tuo dono, destinato a tutti, non solo a pochi.

L'intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio.

Sostituire il “consumo egoista” con gesti di solidarietà

Leone XIV invoca la capacità di adottare un cambio di mentalità e l’adozione di iniziative che incidano davvero su una migliore distribuzione del cibo.

Padre buono, rendici capaci di trasformare la logica del consumo egoista in una cultura della solidarietà. Fa’ che le nostre comunità promuovano gesti concreti: campagne di sensibilizzazione, banchi alimentari, e uno stile di vita sobrio e responsabile.

Il pane non sia "bene di consumo", ma "segno di comunione"

Infine una preghiera accorata affinché Dio, che ha mandato Gesù come “Pane spezzato per la vita del mondo”, doni a tutti un “cuore nuovo”, assetato di fraternità”.

Che nessuno sia escluso dalla mensa comune, e che il tuo Spirito ci insegni a guardare il pane non come un bene di consumo, ma come un segno di comunione e cura.

Un’intenzione che nasce dal cuore del Papa

Il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, padre Cristóbal Fones, sottolinea - in una nota diffusa dalla stessa Rete - l’urgenza di questa intenzione di preghiera e la vicinanza personale del Papa a questa causa: “Questa intenzione nasce dal cuore del Papa. Lo addolora profondamente che tante persone nel mondo non possano accedere a qualcosa di così essenziale e così umano come il cibo. Per questo ci invita tutti a non restare indifferenti, ma ad agire con determinazione, a partire dalla preghiera e attraverso gesti concreti di solidarietà”.

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa, istituita come Fondazione Vaticana nel dicembre 2020 da Papa Francesco, è un’Opera Pontificia affidata alla Compagnia di Gesù. È presente in oltre 90 Paesi e riunisce una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone, impegnate a vivere ogni giorno con disponibilità a collaborare alla missione di Cristo.
(fonte: Vaticcan News, articolo di Daniele Piccini 30/04/2026)