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sabato 28 marzo 2026

LA COSA PIU' BELLA DA FARE “Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo.” - DOMENICA DELLE PALME ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA COSA PIU' BELLA DA FARE

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. 
La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, 
la cosa più bella del mondo. 


Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù (...). Mt 26,14 – 27,66
  
LA COSA PIU' BELLA DA FARE
 
Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo.

Entriamo nella santa Settimana, nei giorni supremi della storia e della fede. Qui la liturgia rallenta, ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù: dall’entrata in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, quando anche la pietra si veste di angeli e di luce.

La cosa più bella da fare in questi giorni è stare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza (D. Bonhoeffer).

Gesù entra nella morte e sale sulla croce per essere con me e come me. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo crocifisso. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.

Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato una falsa idea di Dio. L’amore scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, come il centurione, come il ladro buono, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.

Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo. Qualsiasi uomo, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Non scende perché i suoi figli non lo possono fare. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: Costui era figlio di Dio.

Che cosa l’ha conquistato? Che cosa ha visto? L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire. Ha visto sulla collina un altro modo di essere uomini. Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore.

Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto, la cosa più bella del mondo. E a Pasqua il Risorto mi assicura che un amore così non può andare perduto.

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (1ª parte: la lettera del tredicenne)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(1ª parte: la lettera del tredicenne)


Prima di compiere il terribile gesto, il ragazzo 13enne di Trescore in provincia di Bergamo, aveva annunciato le sue intenzioni su un canale Telegram con una lunga lettera, di cui il quotidiano La Repubblica ha riportato il testo, che pubblichiamo qui di seguito. 

La professoressa ha scritto anche lei una lettera, dettando le parole al suo avvocato. 

* Il testo della lettera del ragazzo, dal titolo «La soluzione finale» *

«Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave».

«Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più spinto a farlo».

«Eppure quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me, la mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che ha deciso che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie è un ottimo modo per rilassarsi».

«L’uniforme militare non è una scelta casuale. L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore, qualcuno che ha avuto la forza di fare ciò che molti non hanno fatto, qualcuno che ha l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni. Sono unico e non sono una copia di nessun attacco scolastico precedente. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare qualcosa di nuovo. Vendetta non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo: mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male. Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita non ha senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».

«Non ho molti amici perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso. Devi dare un senso alla tua vita, e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».

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* Il commento del Ministro Valditara *


"Quanto accaduto presso l'Istituto comprensivo di Trescore Balneario, è un fatto di una gravità sconvolgente" ha detto il Ministro Valditara, secondo quanto riporta ANSA.

"Esprimo innanzitutto la mia forte vicinanza alla docente, ai suoi famigliari, alla scuola. Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani. Misure necessarie da accompagnare a quelle che abbiano già avviato nelle scuole sulla condotta e l'educazione al rispetto e che a breve saranno avviate come quella sulla assistenza psicologica" ha concluso Valditara.

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* La riflessione di Ivano Zoppi *


«È un fallimento educativo che viene da lontano»

L’aggressione nel Bergamasco, dove un tredicenne ha accoltellato la sua docente filmando la scena, rivela una preoccupante deriva. Ivano Zoppi di Fondazione Carolina analizza il caso sottolineando come la logica della performance social e la ricerca della vendetta non possano essere contrastate solo con misure punitive

iStock

Non solo un’aggressione, ma una performance studiata a tavolino: la maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare tutto. Il caso del tredicenne che ha ferito con un coltello la sua docente nel bergamasco solleva interrogativi che vanno ben oltre l’ordine pubblico, toccando il cuore della responsabilità degli adulti e della deriva digitale dei giovanissimi.

Quando si tratta di educazione e digitale, Fondazione Carolina è sempre in prima fila per cercare soluzioni che possano aiutare ragazzi in difficoltà. Ivano Zoppi, di Fondazione Carolina, ci mette in guardia dal confondere la velocità della punizione con l’efficacia della rieducazione.

«Condivido l'urgenza espressa dal Ministro Valditara: servono risposte rapide e concrete. Ma attenzione a non confondere la velocità della risposta con la sua efficacia. Norme più severe sulla diffusione di armi tra i minori sono opportune, ma non possono essere l'unica — né la principale — risposta a ciò che è accaduto oggi. Un ragazzino di tredici anni che si presenta a scuola con un coltello, una maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare la propria aggressione non è un problema di ordine pubblico. È il segnale di un fallimento educativo che viene da lontano — un fallimento che riguarda tutti noi».

E prosegue: «Il Ministro ha giustamente richiamato il tema dell'assistenza psicologica nelle scuole. Bene, ma con quale modello? Con quali risorse? E soprattutto: con quale continuità? Non possiamo continuare a invocare lo psicologo scolastico il giorno dopo la tragedia e dimenticarcene la settimana successiva. Servono presidi educativi stabili, adulti formati e presenti nel quotidiano dei ragazzi — non interventi emergenziali a fatto compiuto».

C'è poi un elemento «che merita una riflessione profonda: questo ragazzo non ha solo pianificato un'aggressione, l'ha messa in scena. La maglietta, i pantaloni militari, il telefono per riprendere tutto. È la grammatica dei social, la logica della performance violenta come spettacolo. Non è un caso isolato: è il sintomo di una cultura digitale che normalizza la violenza come contenuto. Su questo versante, come Fondazione Carolina lo ripetiamo da anni: senza una strategia strutturale di educazione digitale e senza un coinvolgimento serio delle piattaforme, continueremo a intervenire solo dopo, solo troppo tardi».

Infine, una nota necessaria: «questo ragazzo ha tredici anni e non è imputabile. Non lo sarà neanche con nuove norme, se queste non saranno accompagnate da percorsi reali di presa in carico, di giustizia riparativa, di intervento precoce. La punizione senza educazione non protegge nessuno — né le vittime, né i ragazzi che compiono questi gesti».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Chiara Pelizzoni 26/03/2026)

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* La riflessione di Marco Rovelli *

«Quella lontananza mortale dagli adulti»

Nella lettera del 13enne che in provincia di Bergamo ha attentato a scuola alla vita della sua insegnante, una ripetuta rivendicazione di libertà dal controllo e dal giudizio

L’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneari dove sono avvenuti i fatti – foto Ansa

«La soluzione finale» è il titolo scelto per il messaggio scritto su Telegram dal tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante di francese. Si prende in prestito dalla storia un’espressione che condensa tutto il suo orrore, per portarla nel proprio quotidiano

Si tratta di farla finita con la vita, in un gesto nichilistico di annientamento del mondo e di se stessi, di distruzione e di autodistruzione.

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Un gesto di cui viene dichiarato subito la sua natura di surrogato: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre». Lo dice al mondo intero, quel ragazzo, di avere un problema radicale di relazione, e non sapendolo elaborare decide di passare all’atto nel contesto quotidiano in cui sconta la propria incapacità di gestire le relazioni.

La scelta di colpire l’insegnante è una scelta «mirata», scrive. «Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima». La sua condizione autopercepita come vittimaria porta con sé il proprio sentirsi diverso da tutti e superiore ai «comuni mortali» da cui si sente circondato: «L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta», il culto del proprio Io – un Io ancora tutto in formazione, fluido, esposto drammaticamente a un mondo che non è in grado di gestire – è la sua difesa estrema dalla sofferenza che ogni relazione per lui porta con sé.

Quel culto trova espressione estetica nella scelta di come vestirsi, ritualmente, con un’uniforme militare per compiere quel gesto estremo, omicidario e suicidario insieme: «L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati». Ingiustizia, rispetto, diritti, sono parole chiave dell’universo simbolico di quell’adolescente, come di tanti adolescenti: a cui però manca totalmente una dimensione collettiva, incapace com’è di gestire le relazioni sia con i coetanei che con gli adulti.

È palese la distanza abissale dal mondo degli adulti, e la rivendicazione di libertà a autonomia. E l’idea di una scuola inadeguata («La scuola sta fallendo»). Distanza dal mondo degli adulti e rivendicazione di autonomia a fronte dell’eccessivo controllo e giudizio di cui si è oggetti sono senso comune, tra gli adolescenti. Ma qui precipitano, come in un manga, o in una serie coreana, nella necessità della vendetta: «Mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male».

Là dove sei giudicato e ti senti svilito nella tua dignità, là dove sei considerato un loser senza redenzione possibile, non resta che la vendetta, come gesto estremo di affermazione della propria identità.

E si tratta anche di fuggire la «banalità» che vede attorno a sé, e così riscattare la propria identità per differenza. «Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente», scrive: non ha certamente letto Hegel, ma ha ben chiara la questione del riconoscimento da parte dell’altro. Questa differenza risalterà in quel gesto estremo, dove saranno evidenti a chiunque «la forza» necessaria per «fare ciò che molti non hanno fatto», e «l’intelligenza» per «capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni». Solo in questo passaggio della lettera si enuncia un «noi», parlando di «nostri bisogni» – come se percepisse con chiarezza che quella condizione radicale di solitudine e di distanza abissale da ogni adulto non fosse solo sua, ma una condizione comune.

Perciò agisce, ribellandosi a un destino che percepisce essere già stato deciso, e di cui trova nella sua insegnante di francese il massimo responsabile e il nemico perfetto da abbattere, perché tra le umiliazioni che sente di aver ricevuto c’è anche quello di essere stato marchiato e deriso per un disturbo dell’attenzione.

Quest’Io sofferente allo spasimo, che si sente incatenato, con un destino immodificabile, decide di riscattarsi infliggendo la sofferenza estrema: dispensare morte, che è il culmine della trasgressione di ogni regola, l’affermazione radicale della propria libertà, e l’unica possibilità di dare un senso alla propria vita.

Colpisce la scrittura nitida e precisa di questa lettera, inusuale in un ragazzo di tredici anni. E colpisce anche la consapevolezza del fatto che non potrà essere processato, «visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no». E anche questo suona come un segno di quanto sia abissale la distanza dal mondo degli adulti, e dell’insostenibilità dell’esserne giudicati.
(fonte: Il Manifesto, articolo di Marco Rovelli 27/03/2026)


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* La riflessione di Alberto Pellai *

«Come arriva un tredicenne a voler accoltellare la sua prof?»

I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Crescere implica fatica, impegno e responsabilità

Nel riquadro la professoressa Chiara Mocchi accoltellata dallo studente tredicenne a Trescore Balneario (Bergamo) - Ansa

Un tredicenne entra a scuola, quando ancora non sono iniziate le lezioni. In mano ha un coltello; appeso al collo ha uno smartphone da cui ha fatto partire una diretta che riprende in tempo reale ciò che sta per fare. Il ragazzo assale la propria professoressa di francese. La accoltella al collo e al petto e solo la prontezza dell’intervento medico - tramite elisoccorso - le salva la vita. 

Il ragazzo viene fermato e poi condotto in questura. Racconta che il suo gesto è dovuto al fatto che la professoressa gli ha dato un voto più basso di quello che secondo lui, si sarebbe meritato. Inoltre, in un litigio con un compagno, ha preso le difese dell’altro. 

Tutto questo, nella sua visione delle cose, giustifica un tentato omicidio. La sua azione criminale non è il risultato dell’impulso rabbioso. È invece un progetto studiato in ogni particolare. 
Il ragazzo si reca a scuola con una felpa che riporta la scritta “vendetta”. Con sé ha anche una pistola scacciacani. A casa si è procurato, probabilmente tramite acquisti online, materiale esplosivo per produrre un ordigno che, per fortuna, non ha mai portato a termine. Sembra di assistere al copione di un video youtube di una challenge estrema, ovvero quei video in cui ci sono giovanissimi che si riprendono mentre fanno cose molto pericolose con cui dimostrano al mondo il loro “presunto” coraggio.

Tutta questa vicenda mette in scena le peggiori ansie genitoriali ed educative del terzo millennio. 
Che cosa sta accadendo ai giovanissimi? Per quale motivo si muovono nella realtà, immaginando di essere i protagonisti di un film, in cui agiscono copioni criminali che avranno conseguenze enormi sul loro tragitto esistenziale? 

La cronaca afferma che il tredicenne, fermato quasi subito dopo il suo folle gesto, una volta portato in presidenza, ha pianto copiosamente probabilmente essendosi reso conto dell’enormità di ciò che aveva compiuto. Ecco: questo è, secondo me, il fermo-immagine su cui concentrare le nostre riflessioni educative.

La preadolescenza è un’età in cui il funzionamento della mente spinge ad agire senza averci “pensato su”. 
Il cervello emotivo (quello che agisce in modo pulsionale e sulla spinta delle emozioni che un soggetto vive) è molto più potente del cervello cognitivo, che è quello che è in grado di mettere in gioco i freni inibitori, di far riflettere sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio gesto. Molti ragazzi agiscono in base a ciò che sentono e senza pensarci su. In pre-adolescenza tale meccanismo si genera sulla base di una vulnerabilità fisiologica in cui la potenza emotiva non è compensata in modo adeguato dalla competenza cognitiva. La maturità cognitiva, infatti, arriva lenta nel tempo e ha bisogno di tutta l’adolescenza per compiersi in modo pieno. Per questo motivo, la preadolescenza avrebbe bisogno di avvenire in un mondo che “transenna” l’immaginario di ragazzi e ragazze, dirigendolo verso territori in cui si impara la responsabilità, si viene aiutati a regolare le proprie emozioni, si riflette su ciò che è bene e ciò che è male. Invece, che cosa è accaduto negli ultimi venti anni? È accaduto che i nostri figli trascorrono sempre più tempo nel mondo virtuale, che gli adulti veri – quelli della vita reale – sono sempre più distanti e assenti, silenziosi e poco autorevoli. E che ogni giorno il cervello dei minori in crescita galleggia in un brodo digitale in cui si gioca per ore con videogiochi sparatutto, si ascoltano canzoni piene di riferimenti violenti e sprezzanti nei confronti di tutto e tutti, si guardano video estremi dove tutto è centrato sul valore della potenza. È così che muore la possibilità di generare competenza emotiva, cognitiva e socio-relazionale. Così un cervello che ancora non sa come si sta al mondo, si abitua a pensarsi onnipotente e progetta azioni distruttive, trasgressive, a volte criminali come in questo caso. I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. I modelli negativi sembrano più popolari e vincenti di quelli positivi, così che avere in mano un coltello può apparirti più vantaggioso – a livello identitario – che avere in mano un libro. 

È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Per poi magari piangere a dirotto, una volta compiuto il danno, perché ci si accorge che la vita reale non funziona come la video dentro youtube.

Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Che parlino a tavola con loro, evitando che il tempo dei pasti sia un’ennesima occasione per scrollare sul piccolo schermo.

C’è bisogno di portare nelle scuole testimonianze di persone normali – infermieri, panettieri, medici, idraulici, ingegneri, elettricisti – che raccontino ai ragazzi e alle ragazze che la vita reale è tenuta in piedi da persone che ogni giorno gestiscono con impegno e responsabilità il loro ruolo adulto, permettendo a tutti di avere una vita degna di questo nome

C’è bisogno di aiutare chi cresce a immaginarsi persona normale e non grandiosa, capace di reggere le frustrazioni. 

C’è bisogno di studenti che di fronte ad un brutto voto non pensano a quanti errori ha fatto il docente che quel voto gli ha attribuito, ma riflettono su cosa serve per migliorarsi in occasione della prossima prova. 
Il tredicenne bergamasco ha procurato un tentato omicidio perché aveva ricevuto un voto più basso di quello che si aspettava. La sua visione del mondo era totalmente auto-centrata: io mi merito tutto e se non mi riconosci il merito che io penso di avere, allora con te mi arrabbio e ti faccio fuori. Eliminare la fonte di frustrazione, invece che considerarla un’occasione per crescere e migliorarsi: il fulcro della fragilità narcisistica sta tutto qui. E questa società di tale fragilità ne è impregnata a ogni livello. 

Bisogna ripartire dai fondamentali dell’educazione: ovvero che crescere implica fatica, impegno e responsabilità. E che solo il mondo reale sa allenare a questi tre aspetti, perché quello virtuale ha costruito la sua fortuna e il suo successo nell’esatto contrario, essendo facile, disimpegnato e irresponsabile. Ripartiamo da qui.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alberto Pellai 26/03/2026)


Enzo Bianchi: La preghiera come libertà davanti a Dio

Enzo Bianchi
La preghiera come libertà davanti a Dio

Dalla certezza di essere amati dal Signore nasce un dialogo autentico con Lui e la capacità di amare gli altri, persino i nemici, con compassione


Famiglia Cristiana - 22 Marzo 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Se la preghiera è fede che parla significa che non essa è solo fiducia ma parresia, cioè franchezza, audacia, libertà nello stare davanti a Dio, nel parlare a lui, nel chiedere, nell'attendere la sua risposta che è sempre un giudizio.

Ecco il dialogo, o meglio ancora, il duetto, la comunione. Non si tratta di nascondere la debolezza, di non sentire il peso del nostro peccato, ma di trascendere questa nostra conoscenza di noi stessi a favore della conoscenza che Dio ha di noi. Chi prega con parresia conosce di essere egapeménos, amato da Dio, conosce l'agape di chi per primo l'ha amato, di chi lo ha perdonato mentre lui era ancora peccatore e nemico (cf. Rm5,6 ss.), di chi gli offre costantemente il suo amore che per esprimersi ha bisogno di comunione.

Non si tratta di spiritualizzare: la preghiera insegnataci da Gesù, canone di ogni preghiera cristiana, ci insegna a domandare anche il pane quotidiano necessario alla nostra vita. Si tratta però di entrare nella logica di Gesù e del Padre, nella logica della comunione con chi ci ama fedelmente senza venire meno. Allora nell'accettazione di questo amore la preghiera trova il suo télos: l'agape di Dio che diventa in noi amore per gli uomini tutti, con-passione, fino all'amore per i nemici. Il comando di Gesù: “Pregate per i vostri nemici” non è solo un'ampiezza più grande data alla preghiera, ma è partecipazione all'amore di Dio che ci ama tutti, peccatori e nemici suoi per natura, che fa piovere la sua benedizione sui giusti e sugli ingiusti.
(fonte: Blog dell'autore)


venerdì 27 marzo 2026

Avviato l’iter canonico per il riconoscimento del martirio di Don Peppe Diana - Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza


Mons. Angelo Spinillo ha dato l'atteso annuncio a Casal di Principe nel giorno del 32° anniversario dell'uccisione del sacerdote

Don Peppe Diana, la Diocesi di Aversa avvia l’iter canonico per il riconoscimento del martirio

Aversa, 19 marzo 2026

Un passo storico per la Chiesa aversana e per l’intero territorio campano. Questa mattina, durante la solenne celebrazione eucaristica tenutasi presso la Parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe in occasione del 32° anniversario dell’omicidio di don Peppe Diana, il Vescovo di Aversa, Mons. Angelo Spinillo, ha annunciato ufficialmente l’avvio del cammino che porterà all’apertura dell’inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del sacerdote.

L’obiettivo dell’iter canonico è il riconoscimento del martirio in odium fidei. Come sottolineato durante l’annuncio, la figura di don Peppe Diana non deve essere relegata esclusivamente a quella di “eroe sociale”. Il suo impegno, la sua consapevolezza del pericolo e la sua ferma opposizione alla prevaricazione della camorra sono stati la diretta espressione della sua profonda vocazione sacerdotale. Don Diana è stato protagonista del riscatto del suo territorio proprio in virtù del suo essere ministro di Dio, compiendo un autentico atto di fede che lo ha portato fino al sacrificio supremo: una visione del martirio in piena sintonia con il magistero di Papa Francesco.

A differenza dei passati tentativi, che si erano limitati a raccogliere materiale attraverso una commissione storica, l’attuale inchiesta diocesana rappresenta un vero e proprio atto pubblico e ufficiale della Chiesa. L’avvio di questo cammino, infatti, si articola in alcuni passaggi precisi: lo scorso settembre, la Conferenza Episcopale Campana ha concesso il parere favorevole (Nulla Osta) sull’opportunità di avviare l’inchiesta sul martirio e sulla fama di martirio del sacerdote. In seguito, la Diocesi ha inoltrato formale richiesta al Dicastero delle Cause dei Santi.

Si resta ora in attesa del via libera definitivo da Roma prima della pubblicazione dell’Editto ufficiale. Verrà poi nominato un tribunale che – accompagnato dal Postulatore della causa, dott. Paolo Vilotta – procederà ad ascoltare le testimonianze viventi e ad acquisire le fonti documentali sulle virtù, la vita e il percorso di fede di don Peppe.

Attori della causa sono congiuntamente la Diocesi di Aversa e l’Associazione dei familiari e amici di don Peppe Diana. Questo percorso risponde a un’esigenza profonda dell’intera comunità, che da anni assiste a una continua crescita della “fama di santità” di don Peppe e che chiede a gran voce che questo iter giunga a compimento. Un legame speciale confermato anche dal Vescovo Spinillo, che proprio sulla tomba di don Diana volle recarsi all’inizio del suo mandato episcopale ad Aversa.

Oggi, quel seme caduto nella terra continua a germogliare, tracciando una via luminosa di fede, legalità e speranza.
(fonte: Diocesi di Aversa 19/03/2026)

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In occasione dell'avvio ufficiale del percorso per la beatificazione di don Peppe Diana pubblichiamo di seguito la bella e sempre attuale riflessione di don Mimmo Battaglia nel 28° anniversario del suo martirio. 

Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza

Intervento dell’Arcivescovo di Napoli a Casal di Principe al Convegno in ricordo di don Peppe Diana



Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza

“Quando ero ragazzo una suora diceva di me che io ero molto irrequieto ma attento e diligente… Solo ora capisco cosa voleva dire irrequieto: ricerca del perché della mia fede…. L’ansia di Dio mi attanagliava”.

Sono le parole con le quali don Peppe Diana raccontava se stesso alla fine del suo percorso di formazione in Seminario, e che Mons. Spinillo, vescovo di Aversa, tre anni fa ha riportato nella sua Lettera pastorale in occasione del venticinquesimo anniversario dell’omicidio.

Certo, sarei troppo riduttivo se dicessi che don Peppe sta tutto in queste parole, nello stesso tempo però penso sia altrettanto riduttivo affermare che uno come lui stia solo nel suo martirio.

Io penso che queste due dimensioni – l’irrequietezza e il martirio – siano inesorabilmente intrecciate fra di loro, l’una non può stare senza l’altra, l’una trova compimento nell’altra. Penso che se non ci fosse stata quella irrequietezza non ci sarebbe stato il martirio, e che il martirio è solo la tappa finale e la logica conseguenza dell’irrequietezza di don Peppe.

Mi piace pensare, infatti, che “irrequietezza” se etimologicamente significa “non trovare quiete”, in fondo non può non significare anche “non accettare la quiete”: non accettarla quando vedi che sei circondato dalle ingiustizie, non accettarla quando quiete è sinonimo di uno status quo che sta bene a tutti ma danneggia solo e sempre i più deboli, non accettarla quando quiete significa fare finta di nulla, non ascoltare il grido degli oppressi, chiudere gli occhi sulle fatiche di chi vive ai margini, e girarsi dall’altra parte.

Ecco perché penso che per don Peppe essere irrequieto significava semplicemente vivere il Vangelo e dire con tutto se stesso che Vangelo e quieto vivere sono agli antipodi, soprattutto in terre di frontiera e laddove la dignità umana è calpestata tutti i giorni.

Ora, forse, capisco cosa voleva dire quando affermava: “a me non importa sapere chi è Dio, a me importa sapere da che parte sta”. E lui lo aveva capito.

E così ha fatto la sua scelta, che si coniugava poi con le sue attività di tutti i giorni: darsi da fare per accogliere gli extracomunitari, come questi fratelli e queste sorelle venivano chiamati a quei tempi, condividere le ansie e le fatiche di quel pianeta giovanile per il quale aveva un’ascendenza particolare e che andavano dai ragazzi delle scuole agli inseparabili scout ma anche a quelli più in difficoltà e ai margini, raccogliere le confidenze di chi era vessato dalla prepotenza criminale, indignarsi dinanzi ai morti ammazzati – e in quegli anni se ne contavano tutti i giorni –, non nascondere la propria impotenza dinanzi alle giovani vittime senza riuscire a trovare le parole giuste per consolare il dolore di chi restava, partecipare senza mai un attimo di respiro ai tanti dibattiti nelle scuole, alle marce, alle manifestazioni sulla legalità e contro la camorra.

Un impegno quotidiano e instancabile che affondava le proprie radici proprio in quella sete di giustizia, in quella fame di diritti, in quella inquietudine esistenziale che don Peppe aveva pensato bene di sintetizzare in tre semplici parole: “ansia di Dio”!

Come si può non dire, allora, che il suo omicidio, la spogliazione cioè della sua vita per opera di mani criminali, sia stata solo il porto di approdo di un’altra spogliazione, quella quotidiana, esuberante, certo, fatta di una molteplicità di attività, ma spesso e il più delle volte silenziosa, anonima e nascosta! E come si può non convincersi che mentre i più chiamano martirio solo la tappa finale, e cioè quel conto salato che una volontà assassina ti presenterà per il tuo esserti schierato e per le tue scelte coraggiose, proprio quelle stesse scelte e quegli stessi percorsi finché sono rimasti nell’ombra, per te che li vivi, e per te soltanto, significano invece spesso “bocconi amari”, “incomprensioni”, “solitudini”, “ingratitudine”!

È quel coacervo di sentimenti che quel grande uomo di Dio che fu padre David Turoldo esprimeva con queste parole: “se vuoi liberare i poveri, non avrai una notte sicura e il giorno sarà come notte. Se ti metti dalla parte dei poveri ogni pezzo di pane può essere veleno”.

Io non lo so se don Peppe leggeva Turoldo e se pregava con le sue poesie, mi piace però immaginarlo nei momenti più difficili, seduto in fondo alla sua chiesa di San Nicola, dinanzi al suo tabernacolo, e abbandonarsi al suo Signore proprio con queste parole. E mi piace pensare che sarà stato proprio in uno di quei momenti che avrà appuntato su un pezzo di carta quella frase che poi ritroveremo nel famoso Documento di Natale del 1991: “coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, come credenti in Gesù Cristo il quale al finir della notte si ritirava sul monte a pregare, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra speranza”.

Don Peppe, dunque, sul Golgota non ci è arrivato all’improvviso e neanche sbagliando strada; era quella la strada, l’aveva scelta lui giorno dopo giorno, curva dopo curva, percorrendola e inerpicandosi lungo i ripidi tornanti di quell’altro martirio, di quell’altra spogliazione, quella della quotidianità, laddove spariscono le sicurezze, per dirla con Turoldo, dove tutto è spesso incomprensibile, dove il giorno diventa notte e non poche volte ti tocca sorseggiare veleno goccia dopo goccia.

Come si fa a non pensare alle chiacchiere, al malessere e alle incomprensioni che pure avranno caratterizzato la sua vita di tutti i giorni e che derivavano dal suo prodigarsi per i migranti, dalle sue battaglie per la legalità, dalla sua esuberanza di giovane prete appassionato ed entusiasta? E non si può certo dimenticare il veleno sparso addirittura proprio mentre il suo sangue era ancora caldo sul pavimento della sua chiesa, con l’obiettivo non solo di macchiarne la memoria ma anche perché un’intera comunità non facesse mai più memoria.

E allora, io ne sono convinto: è lì, è in quell’irrequietezza che non gli permetteva sonni tranquilli solo al pensiero di quanto gli accadeva intorno, e che non lo faceva sentire in pace “finché non sorge come aurora la giustizia”, come dice Isaia, è in quella sua permanente “ansia di Dio” che lo attanagliava fino a togliergli il respiro, è lì che affonda le proprie radici il martirio di don Peppe Diana.

Oscar Romero, vescovo “irrequieto” dinanzi alle ingiustizie che subiva il suo popolo, vescovo che di martirio se ne intende, ucciso anche lui in chiesa, e che come ricorderete il giorno stesso del 19 marzo 1994 fu paragonato a don Peppe in quel manifesto con cui la Parrocchia di San Nicola decise di ribellarsi immediatamente alla violenza della camorra, affermava: “noi siamo disponibili, quando giungerà la nostra ora, a dire al Signore: Signore, io ero disposto a dare la vita per te e l’ho data. Perché dare la vita non significa soltanto essere uccisi. Dare la vita, avere lo spirito del martirio, è dare nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio”.

Don Peppe ha fatto proprio questo: ha dato la sua vita “poco a poco”, nella quotidianità, “nel compimento onesto del proprio dovere”, ed è quindi caduto per sempre sotto i colpi del killer semplicemente perché ha vissuto una beatitudine che seppure non è scritta nei Vangeli, a pensarci bene attraversa tutte le altre beatitudini facendo da architrave a tutte: la beatitudine dell’irrequietezza, e cioè dell’opposizione al male, della non accettazione della quiete complice, del rifiuto delle ingiustizie.

Tutti i martiri hanno vissuto questa beatitudine, ecco perché sono martiri: perché non hanno accettato quella quiete che tutto copre, tutto asseconda, su tutto tace, nulla vede, che si gira dall’altra parte, mette la testa sotto la sabbia. Chi non accetta questa quiete è come Mosè che nella quiete del deserto si sente interpellato da un roveto che arde senza mai consumarsi, e non importa se il roveto è fuori o è dentro di lui, ma non ce la fa proprio a far finta di niente, deve avvicinarsi, una risposta la deve pure dare. Chi non accetta questa quiete si sente inviato come Mosè a liberare il proprio popolo, ad affrontare i faraoni di turno, ieri come oggi, e dinanzi ad essi non riesce a stare in silenzio, chiama i problemi per nome, la camorra la chiama camorra e non esita a definirla “dittatura” e “terrorismo”. Come fece don Peppe.

Non nasce proprio da questa beatitudine, condivisa e vissuta insieme con gli altri parroci della Forania di Casale di Principe, quella lettera profetica di trent’anni fa: “Per amore del mio popolo non tacerò”? Non è il non accettare ogni forma di violenza che spoglia le persone di ogni dignità e ruba il futuro di tanti, questo amore che ti obbliga a non tacere? E quel sentirsi senza fiato dinanzi alla violenza che deturpa il volto di un’intera comunità non è forse quell’“ansia di Dio che ti attanaglia”, a cui faceva riferimento proprio don Peppe?

Ricordare oggi don Peppe Diana e ricordare quel grido profetico del Natale del 1991 penso significhi prima di tutto ereditare quell’ansia e farsi attanagliare da quella stessa preoccupazione che portò lui e gli altri preti a scrivere quel memorabile Documento.

“Siamo preoccupati”, iniziava così, in questo modo scarno e franco. Preoccupazione è segno di attenzione e di condivisione, è l’opposto di indifferenza e di superficialità, ma soprattutto è segno di non accettazione delle cose che non vanno e quindi di partecipazione alle fatiche e alle sofferenze di chi ti sta intorno, che dunque metti in cima ai tuoi pensieri. Appunto, etimologicamente, li metti “prima di ogni altra occupazione”. Un percorso di liberazione inizia sempre da qui, dalla capacità di dare priorità alle situazioni alle quali nessuno da retta, dalla capacità di guardare la realtà in profondità, di avere occhi per tutti e per ciascuno, e soprattutto per i più oppressi e i più deboli, e di farsi interpellare dalle domande scomode e spesso senza risposte.

Se non ti preoccupi non potrai mai renderti conto del dolore che ti cammina affianco, semplicemente perché non lo vedi, e così non potrai mai sperimentare la tua impotenza dinanzi a quelle lacrime, a quel sangue, a quella violenza.

Ed invece mai come oggi noi abbiamo bisogno di una Chiesa che si “preoccupi” perché questa è l’unica condizione che ci permette di scorgere il dolore e di guardarlo in faccia, e non importa se dinanzi ad esso sperimentiamo la nostra impotenza, come scrivevano quei preti in quel Documento, ma è proprio l’impotenza che ci rende davvero e fino in fondo compagni di strada di tanta umanità dolente e sofferente.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”.

Non è così anche oggi? Le nostre meravigliose comunità non sono attraversate anche oggi spesso da una violenza senza spiegazioni e senza senso? E non assistiamo anche noi purtroppo impotenti alle manifestazioni cruenti di una camorra sempre più negazione di ogni dignità umana?

Io quella dichiarazione di impotenza di quel Documento non la leggo come una forma di resa dinanzi agli artigli del mostro, ma piuttosto come l’ennesima denuncia di un non senso al quale mai nessuno potrà restituire una risposta. Perché risposta non c’è e perché la violenza, e la violenza camorrista non ha e non ha mai avuto un senso!

Però ci vedo una chiamata alla responsabilità.

“Come battezzati in Cristo, – scrivevano i parroci – come Pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere segno di contraddizione”. È questa la sfida, e da questa sfida in modo particolare come Chiesa, “come battezzati in Cristo”, non possiamo tirarci indietro.

In questo tragico teatro del non senso che è la violenza e la cultura camorrista siamo chiamati a porci come “segno di contraddizione”, “irrequieti” direbbe don Peppe.

E lasciatemi aggiungere: “fuori luogo” quando nel luogo in cui viviamo tendono a prevalere “corruzione, lungaggini e favoritismi”, “fuori luogo” quando nel luogo in cui ci muoviamo assistiamo continuamente a “schiere di giovani emarginati” e “laboratori di violenza” a cielo aperto; insomma, perennemente in contraddizione rispetto alla quiete a cui tende la camorra cercando di diventare – come si denunciava nel Documento – “componente endemica nella società campana”.

Parole profetiche, che già trent’anni fa ci dicevano che è proprio questo il pericolo da cui guardarsi, soprattutto oggi: una camorra che da pandemia si trasforma in endemia finendo col farsi accettare come componente normale della nostra società!

Una chiamata alla responsabilità oggi per tutta la Chiesa, dunque.

Ma se responsabilità significa sentirsi “attanagliati dall’ansia di Dio” come diceva don Peppe – e non può che significare questo – allora vale anche per noi Chiesa campana oggi, quello che quei nostri confratelli coraggiosamente scrivevano nel 1991, e cioè sentirci chiamati a “un’azione più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una ministerialità di liberazione, di promozione umana e di servizio”.

Insomma, una Chiesa “ospedale di campo”, direbbe Papa Francesco.

Don Peppe non ha avuto la fortuna di conoscerlo ma sono certo che nel marzo del 2013 all’indomani della Messa Crismale celebrata dal neo eletto Papa a San Giovanni in Laterano avrebbe tappezzato la sua chiesa e l’intero suo quartiere di migliaia e migliaia di manifestini per far arrivare a tutti le parole di Bergoglio durante quell’omelia: “bisogna uscire a sperimentare la nostra azione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle periferie dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.

Io non so cosa si dissero in quei giorni quei preti coraggiosi quando si convocarono per scrivere quel Documento, ma sono convinto che oggi in queste parole di Papa Francesco avrebbero trovato la consacrazione definitiva al manifesto che stavano per scrivere.

E nello stesso tempo sono convinto che se quel documento fosse stato redatto oggi, quando quei preti scrivevano che “Dio ci chiama ad essere profeti”, e poi rivolgendosi ai propri confratelli li invitavano a “parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa”, non avrebbero esitato neanche un attimo ad aggiungere le parole ancora di Papa Francesco pronunciate alla solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo del 2020: “oggi abbiamo bisogno di profezia, ma di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. Servono vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Incomincia a servire e stai zitto. Non teoria, ma testimonianza”.

Oggi, come Chiesa della Campania non possiamo non sentire rivolte a noi queste forti parole così come non possiamo non sentire rivolto a noi l’Appello con il quale si chiudeva il Documento del 1991: “alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”.

Non è consistito forse in questa incessante opera di coscientizzazione il lavoro quotidiano di don Peppe Diana?

Io penso che per noi – e non solo come Chiesa ma come comunità civile nella sua interezza – ricordare e fare memoria di questo prete martire deve significare sentirci sempre inadeguati dinanzi a qualunque contesto ci privi di speranza e ruba il sorriso ai nostri figli; deve significare non accettare mai quel quieto vivere che spesso è frutto di omertà, superficialità, semplificazioni, indifferenza; deve significare continuare a scrivere la storia sullo spartito delle Beatitudini ma deve soprattutto significare sentire rivolte a noi quelle stesse parole che di certo don Peppe nel suo dialogo intimo con il Padreterno sentiva ogni giorno risuonare nel profondo del proprio animo: “beato te irrequieto, perché Dio è dalla tua parte”.

† don Mimmo Battaglia

(fonte: Chiesa di Napoli 16/03/2022)


La “casa della pace” e le voci di denuncia di Don Luigi Ciotti

La “casa della pace” e le voci di denuncia
di Don Luigi Ciotti


La pace è oggi “terra di conquista”: terreno di scontro fra i potenti anziché di incontro fra i popoli. Un paradosso estremo. Chi governa i Paesi con maggiore peso geopolitico persegue la pace come successo personale, la rivendica in quanto frutto della propria capacità di piegare gli altri capi di Stato con intimidazioni e ricatti. In altri casi si fanno proclami di pace quando la guerra ha esaurito il suo combustibile, non avendo più nulla da distruggere. Riecheggia così la famosa frase di Tacito: «Dove fanno il deserto la chiamano pace».

Il primo passo, allora, è imparare a rinominarla questa pace, non come accordo lucroso fra potenti, né come sospensione temporanea delle ostilità, ma come terreno faticosamente dissodato, dove seminare relazioni di amicizia durature. Nei contesti vicini e lontani. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che la pace non è una “vittoria” per chi la costruisce. In qualsiasi conflitto non si può “vincere” in due, ma soltanto “perdere” insieme. La pace è il frutto di questa “sconfitta”, di questo cedimento parziale alle ragioni dell’altro. Educare alla pace significa accettare di entrare in una logica di sconfitta, di arretramento rispetto ai propri interessi o desideri, per arrendersi alla logica dell’amore che concede spazio ai diritti e ai desideri dell’altro.

Dobbiamo lasciare sguarniti i nostri confini interiori ed esteriori; lasciarci invadere dall’altro che ci viene incontro, che significa lasciarci vincere dall’amore sconfinato di Dio per entrambi
Non parlo del contesto geopolitico, i cui equilibri sono determinati da fattori economici, culturali e sociali in gran parte fuori dal nostro controllo. Parlo della dimensione umana, quotidiana, dell’aspirazione alla pace come qualcosa che deve permeare i nostri rapporti a livello familiare e sociale. Parlo di quella “casa della pace” invocata da Leone XIV nel discorso ai vescovi della Cei: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa».

È in questa dimensione che possiamo incidere! Educare alla pace significa concimare il terreno delle relazioni fra i singoli, affinché la pace possa affondarvi le radici per nutrire le relazioni fra i popoli. Significa, con le parole del Papa, far sentire «una voce che denuncia» perché «le strutture di ingiustizia vanno distrutte con la forza del bene». La pace vera e duratura non è il prodotto dei rapporti fra potenti, che come cani da dietro i recinti fanno a chi abbaia più forte, e infine tacciono sfiniti dal proprio stesso abbaiare. La pace è figlia della volontà di mediazione e comprensione reciproca fra le persone comuni, quando con fatica mettono da parte ideologie, egoismi e paure per accogliere i bisogni di chi vive al di là di un confine che prima di essere politico è spesso spirituale.

Ecco perché la pace va costruita, prima di tutto, nel pensiero. Dobbiamo pensarla possibile, dunque pensarci capaci di dialogare in un’ottica pacifica con chi è diverso da noi. A partire dalle famiglie, dove spesso tensioni e conflitti nascono dalla mancanza di ascolto. E poi nei quartieri, superando le diffidenze verso chi viene da lontano e porta altri riferimenti religiosi o culturali. Infine nei rapporti politici e sociali, dove ormai la tentazione è trasformare qualsiasi differenza in uno scontro polarizzato e violento. Scegliere parole “disarmate e disarmanti” Dobbiamo costruire la pace nel linguaggio. Scegliere parole “disarmate e disarmanti”. Difendere le nostre posizioni con la forza della gentilezza, tenendo sempre aperta la strada del dubbio e del confronto. E, semmai, convertire il lessico della violenza in una lingua di pace.

Combattere per la pace in tutte le sedi; assediare le istituzioni, nazionali e internazionali, chiamate a renderla possibile; riarmare la diplomazia, cioè restituirle spazi, dignità, strumenti; vendicare il diritto internazionale, sempre calpestato dalla prepotenza politica e militare; disertare le discussioni che vedono nella guerra un “male necessario”, qualcosa che non si può estirpare dalla storia umana; onorare gli eroi di pace, che significa contrastare la retorica degli “eroi di guerra”. Non esistono eroi di guerra, soltanto vittime della guerra.

Gli unici eroi sono quelli che la guerra decidono di non farla, pagandone spesso a caro prezzo le conseguenze («Ci salverà il soldato che non la farà», cantava De André). Dobbiamo, infine, costruire la pace con le mani. Anzi, prendere la pace per mano. Cioè praticare quella solidarietà che è la forma politica dell’amore, l’azione concreta che la fa camminare nelle periferie geografiche e in quelle esistenziali, dove persone fragili, povere, vulnerabili non soffrono solo di bisogni trascurati, ma di diritti negati. Gli eroi di pace, o costruttori di pace, sono tutti coloro che si sporcano le mani nelle pieghe e nelle piaghe del presente, curando senza clamore le ferite dei vinti della storia.

Il Signore vede quest’opera silenziosa di pace, fatta dai suoi figli e figlie più cari (cfMt 5,9)
La vede e la sostiene in forme per noi non sempre facili da cogliere. Di fronte alle vittime innocenti di ogni guerra proviamo un senso di smarrimento e impotenza. Ma la ragione, insieme alla fede, ci viene in soccorso. Scriveva il grande filosofo Norberto Bobbio in un testo sulle “vie della pace”: «Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una macchina».

Dobbiamo, allora, sconfiggere qualsiasi forma di pigrizia, scoraggiamento e inerzia. Uscire dalla “sonnolenza spirituale” che contraddistingue questo nostro tempo. E diventare granelli di polvere che si affidano al vento. Quel vento è la Provvidenza divina. Non sappiamo per quali vie e con quali tempi, ma forse lo Spirito si servirà di noi, invisibili granelli di polvere, per bloccare la macchina infernale. E costruire la pace, un granello per volta.

(Fonte: “Vita Pastorale” - aprile 2026)

giovedì 26 marzo 2026

TONIO DELL'OLIO: Restituzione di memoria

Restituzione di memoria
di Tonio dell'olio


C’è una buona notizia che arriva dalle Nazioni Unite, e non ha il sapore del riscatto facile, ma quello più sobrio e necessario della verità. La risoluzione promossa dal Ghana, approvata con 123 voti favorevoli, riconosce la tratta degli schiavi africani come il più grave crimine contro l’umanità e invita ad avviare percorsi di riparazione.

Non è una sentenza giuridica, ma è un passaggio storico: chiamare per nome le ferite significa iniziare a curarle. Qui non si tratta di rivincite, ma di memoria restituita e di responsabilità condivisa. La richiesta di restituire beni culturali sottratti, insieme all’apertura a scuse ufficiali e compensazioni, allarga lo sguardo: la giustizia non è solo economica, ma riguarda la dignità e l’identità dei popoli. Eppure il voto racconta anche le resistenze. I tre “no” di Stati Uniti, Israele e Argentina segnano una chiusura netta. Ancora più eloquenti sono le 52 astensioni, tra cui quelle del Regno Unito e sei Paesi membri dell’UE: astensioni che suonano “pilatesche”, soprattutto da parte di nazioni ex coloniali, come se la storia potesse essere riconosciuta senza pagarne il prezzo. Resta però un varco aperto. Non è il trionfo della giustizia, ma un passo verso di essa. E, forse, verso una riconciliazione che non nasca dall’oblio, ma dalla verità finalmente condivisa.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 26.03.2026)

UDIENZA GENERALE 25/03/2026 Papa Leone XIV: Vescovi e preti siano ardenti di carità dediti al bene e coraggiosi missionari (Testo e video)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 marzo 2026

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Papa Leone XIV: Vescovi e preti siano ardenti di carità dediti al bene e coraggiosi missionari


Il Papa prosegue le catechesi sul documento conciliare «Lumen gentium» e si sofferma sulla forma gerarchica della Chiesa

«Preghiamo il Signore, affinché mandi alla sua Chiesa ministri che siano ardenti di carità evangelica, dediti al bene di tutti i battezzati e coraggiosi missionari in ogni parte del mondo». 
Lo ha auspicato Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 25 marzo, in piazza San Pietro. Proseguendo le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II e in particolare sulla Costituzione dogmatica «Lumen gentium», il Papa ha approfondito il tema: «Sul fondamento degli Apostoli. La Chiesa nella sua dimensione gerarchica». 

LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 5. Sul fondamento degli Apostoli. La Chiesa nella sua dimensione gerarchica
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguiamo le catechesi sui Documenti del Concilio Vaticano II, commentando la Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa (LG). Dopo averla presentata come popolo di Dio, oggi consideriamo la sua forma gerarchica.

La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra. Questo Ordine sacro è permanentemente fondato sugli Apostoli (cfr Ef 2,20; Ap 21,14), in quanto testimoni autorevoli della risurrezione di Gesù (cfr At 1,22; 1Cor 15,7) e inviati dal Signore stesso in missione nel mondo (cfr Mc 16,15; Mt 28,19). Poiché gli Apostoli sono chiamati a custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro (cfr 2Tm 1,13-14), essi trasmettono il loro ministero a uomini che, fino al ritorno di Cristo, continuano a santificare, guidare e istruire la Chiesa «grazie ai loro successori nella missione pastorale» (CCC, n. 857).

Questa successione apostolica, fondata nel Vangelo e nella Tradizione, viene approfondita nel capitolo III della Lumen gentium, intitolato «La costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare dell’episcopato». Il Concilio insegna che la struttura gerarchica non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale (cfr LG, 8), ma una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi.

Il fatto che questa tematica sia affrontata nel III capitolo, dopo che nei primi due si è contemplata l’essenza vera e propria della Chiesa (cfr Acta Synodalia III/1, 209-210), non implica che la costituzione gerarchica sia un elemento successivo rispetto al popolo di Dio: come nota il Decreto Ad gentes, «gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia» (n. 5)», in quanto comunità dei redenti dalla Pasqua di Cristo, stabilita come mezzo di salvezza per il mondo.

Per cogliere l’intenzione del Concilio, è opportuno leggere bene il titolo del III capitolo di Lumen gentium, che esplicita la struttura fondamentale della Chiesa, ricevuta da Dio Padre mediante il Figlio e portata a compimento con l’effusione dello Spirito Santo. I Padri conciliari non vollero presentare gli elementi istituzionali della Chiesa, come potrebbe far intendere il sostantivo “costituzione” se intesa in senso moderno. Il Documento si concentra invece sul «sacerdozio ministeriale o gerarchico», che differisce «essenzialmente e non solo di grado» dal sacerdozio comune dei fedeli, ricordando che questi sono «ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo» (LG, 10). Il Concilio tratta dunque del ministero che viene trasmesso a uomini investiti di sacra potestas (cfr LG, 18) per il servizio nella Chiesa: si sofferma in particolare sull’episcopato (LG, 18-27), quindi sul presbiterato (LG, 28) e sul diaconato (LG, 29) come gradi dell’unico sacramento dell’Ordine.

Con l’aggettivo “gerarchica”, pertanto, il Concilio vuole indicare l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, nonché i suoi rapporti interni. I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di «tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio», affinché «tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (LG, 18).

La Lumen gentium ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’«ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente “diakonia”, cioè ministero» (LG, 24). Si capisce allora perché San Paolo VI ha presentato la gerarchia come realtà «nata dalla carità di Cristo, per compiere, diffondere e garantire la trasmissione intatta e feconda del tesoro di fede, di esempi, di precetti, di carismi, lasciato da Cristo alla sua Chiesa» (Alloc. 14 sept. 1964, in Acta Synodalia III/1, 147).

Care sorelle e cari fratelli, preghiamo il Signore, affinché mandi alla sua Chiesa ministri che siano ardenti di carità evangelica, dediti al bene di tutti i battezzati e coraggiosi missionari in ogni parte del mondo.

__________________________

Saluti

...

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La solennità dell’Annunciazione del Signore, che oggi celebriamo, sia per tutti un invito a seguire l’esempio di Maria Santissima per essere pronti a compiere sempre la volontà di Dio.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video

mercoledì 25 marzo 2026

PADRE ROBERTO PASOLINI: in un mondo di guerre la fraternità non è un ideale ma responsabilità - Seconda meditazione di Quaresima 2026 (Testo e video)

In un mondo di guerre
la fraternità non è un ideale
ma responsabilità
Padre Roberto Pasolini



La grazia e l’onere della comunione sono al centro della seconda meditazione di Quaresima si è tenuta il 13 marzo, nell’Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sull'intuizione di san Francesco nel vedere i rapporti interpersonali come un’opportunità per imparare la logica del Vangelo: “Non siamo soli e non siamo tutto – afferma – e quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile”

GUARDA IL VIDEO

La fraternità 

            La grazia e la responsabilità della comunione fraterna Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia. 
              Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.
         Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

 1. Il dono dei fratelli 
       All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così: 

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (Testamento 14, FF 116). 

      Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una II meditazione Quaresima 2026 2 chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.          Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9). 
       Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete: 

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» (Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20). 

E ancora: 

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

      In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). 
        Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37). 
         Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.
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