Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 15 settembre 2026

Quella mano che non tendiamo più


Quella mano che non tendiamo più


C’è un momento della celebrazione eucaristica che, da qualche anno, è diventato imbarazzante. È il momento in cui il sacerdote dice «scambiatevi un segno di pace» e in tanti, invece di stringere la mano al vicino, abbozzano un sorriso, un cenno del capo, a volte restano proprio fermi.

Non è la prima volta che questo gesto va in difficoltà. Già nel 2014 il Vaticano dovette intervenire perché in molte parrocchie il segno di pace era diventato un piccolo carnevale di abbracci, ci si girava a salutare tutta la fila, i parenti nella panca dietro o il conoscente due file più avanti. Era un eccesso, l’affetto che debordava oltre il gesto e invadeva tutto lo spazio attorno. Roma chiese più sobrietà. Oggi il problema è rovesciato: non più un affetto che esonda, ma un affetto che si ritira. Da un eccesso di confidenza siamo passati a un difetto di prossimità.

Ripercorriamo brevemente i fatti più recenti, perché aiutano a capire quanto sia curiosa la situazione in cui ci troviamo oggi. Nel marzo 2020 le diocesi italiane e la Conferenza Episcopale Italiana sospesero ogni contatto fisico nel segno di pace per motivi sanitari del tutto comprensibili. Tra gennaio e febbraio 2021 fu concesso un ritorno parziale, con un inchino del capo o uno sguardo al posto del contatto. Poi, nel dicembre 2022, la CEI inviò indicazioni per ripristinare la forma consueta dello scambio, insieme all’uso delle acquasantiere. Nel maggio 2023, infine, una nota ha cancellato definitivamente ogni residua restrizione anti-Covid nelle nostre chiese.

Questo significa una cosa semplice: da oltre tre anni non esiste più alcuna indicazione, sanitaria o ecclesiale, che giustifichi l’evitare il contatto nel segno di pace. Eppure, in molte parrocchie quel gesto resta timido o è del tutto scomparso nella sua forma piena. Il virus è passato, le norme sono state ritirate da tempo. Il gesto, per molti, no.

Vale la pena chiedersi il motivo, perché è una domanda che dice qualcosa di più grande di una semplice abitudine liturgica.

Un gesto che deve fare, non solo dire

Prima di capire perché non lo facciamo più, bisogna ricordare cos’è, e qui vale la pena essere precisi, perché la posta in gioco è più alta di quanto sembri. Il segno di pace non è un saluto educato, come una stretta di mano tra colleghi. Nella celebrazione eucaristica arriva in un punto preciso, subito prima della comunione.

Fin dai primi secoli, i cristiani hanno insegnato che questo gesto è legato a una pagina del Vangelo di Matteo, dove Gesù dice che se stai per portare la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, devi prima andare a riconciliarti con lui e solo dopo tornare a offrire il tuo dono.

Leggendo bene questa pagina, si parla di due momenti distinti e la liturgia in qualche modo li ricorda entrambi, in due punti diversi della celebrazione eucaristica. Il confiteor, all’inizio, ci dispone alla celebrazione facendoci riconoscere davanti a Dio e ai fratelli la nostra condizione di peccatori. Il segno di pace, prima della comunione, manifesta la volontà di vivere nella pace e nella carità con chi ci sta accanto.

Nessuno dei due gesti, però, sostituisce la riconciliazione vera con chi abbiamo effettivamente offeso: chi sa di avere un torto concreto verso qualcuno non può considerarlo risolto perché ha recitato il confiteor o stretto una mano durante la celebrazione eucaristica. Il rito dispone il cuore e ne manifesta l’intenzione, non certifica un perdono che va comunque cercato e vissuto fuori e dentro la liturgia.

Non basta, allora, che la pace resti un’intenzione astratta, buona, ma mai verificata in un gesto concreto. Il segno di pace chiede che quell’intenzione passi almeno una volta attraverso un corpo, una mano tesa, un gesto che qualcun altro possa vedere e ricevere: un piccolo passo reale verso quella riconciliazione più grande che nessun rito può fare al nostro posto.

Non è sempre stato un gesto di tutti. Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, nella celebrazione eucaristica solenne il segno di pace restava riservato al presbiterio, trasmesso dal celebrante ai ministri secondo un ordine preciso, coerente con una liturgia che rifletteva ancora l’assetto sacrale di una società intera. Il Concilio, con la sua visione del popolo di Dio, ha esteso il gesto a tutti i fedeli, riconoscendo che ogni battezzato, non solo il ministro ordinato, partecipa pienamente di quella pace e può quindi mostrarla e riceverla in prima persona. È un gesto, insomma, che oggi tutti possiamo scambiare proprio in forza del battesimo che condividiamo, un dono da valorizzare, non da dare per scontato: quello che oggi facciamo con un gesto della mano, per secoli era stato riservato a pochi.

Proprio per questo fa specie che oggi, a gesto ormai aperto a tutti, siano tanti i fedeli a farne volentieri a meno. Ciò che il Concilio ha voluto restituire al popolo di Dio come segno pieno di una pace condivisa da tutti i battezzati, lo stiamo lasciando cadere in un cenno distratto, quasi non ce ne importasse più nulla. Un’apertura conquistata viene trattata come un peso da cui sottrarsi.

Per questo non è un dettaglio se si svuota. Un saluto formale, un cenno distante, comunica esattamente il contrario di quello che il gesto dovrebbe dire: comunica distanza, non vicinanza. Soprattutto, se il gesto che dovrebbe sigillare la riconciliazione non viene compiuto, resta aperta una domanda scomoda su cosa stiamo davvero portando all’altare.

Perché continuiamo a evitarlo

La cosa curiosa, appunto, è che non manca solo la paura del contagio. Manca anche, da tre anni, ogni indicazione ufficiale che chieda ancora prudenza. Perché allora il gesto resta timido?

La prima ragione è semplice pigrizia dell’abitudine, senza nessun giudizio morale in questo. Non fare qualcosa non richiede sforzo, restare fermi non costa nulla. Tornare a tendere la mano verso uno sconosciuto, invece, richiede un piccolo atto di volontà, vincere un’esitazione che nel frattempo si è fatta abitudine del corpo. E l’abitudine, si sa, tende a restare dove si trova, se nessuno la smuove.

La seconda ragione è più sottile, e proprio la cronologia appena ricordata la mette bene in luce. Durante il Covid, evitare il contatto non era percepito come chiusura verso l’altro, era prudenza, obbedienza a un’indicazione precisa, attenzione alla salute di tutti. Quell’etichetta, «prudenza», è rimasta attaccata al gesto molto più a lungo della prudenza stessa che la Chiesa ha ritenuto superata già a fine 2022. Così molti di noi continuano a vivere l’omissione come un comportamento neutro. Non ci accorgiamo nemmeno che si tratta di una piccola chiusura, perché continuiamo a chiamarla, dentro di noi, con un nome che non le spetta più da tempo.

C’è infine un fattore più ampio, che riguarda tutti, non solo chi partecipa alla celebrazione eucaristica. Viviamo sempre più abituati a incontrare gli altri attraverso uno schermo, che filtra, controlla la distanza, permette di scegliere quando e quanto avvicinarsi. Chi vive così passa sempre meno tempo ad allenarsi al contatto fisico non scelto con chi non conosce. Il segno di pace chiede esattamente questo, un contatto vero, non filtrato, con chi magari non abbiamo mai visto prima. Non stupisce che riesca sempre più difficile.

Non è un problema soltanto italiano, né soltanto di chi frequenta le nostre parrocchie. Chi torna a partecipare alla celebrazione eucaristica dopo anni di lontananza, anche in contesti molto diversi dal nostro, racconta la stessa scena: tende la mano e la trova esitante o non trova nessuna mano ad accoglierla. Chi la racconta si accorge, spesso a proprie spese, di essere finito anche lui, senza volerlo, a rispondere con la stessa esitazione a chi gliela tendeva. Nessuno ha deciso di chiudersi. Ognuno ha soltanto rispecchiato il gesto minimo che ha appena ricevuto.

Il nodo vero

Si potrebbe obiettare che la forma del gesto conta poco, che quello che conta davvero è la pace del cuore e che questa può benissimo starsene dentro di noi anche senza tradursi in un contatto fisico. È un’obiezione che vale la pena prendere sul serio, perché non è banale, ma non regge fino in fondo.

Se la pace di cui parliamo fosse davvero presente, quale impedimento reale ci sarebbe a mostrarla con un gesto tanto semplice quanto tendere una mano? Qui torna utile un’immagine che la lettera di Giacomo usa per un problema strutturalmente identico: una fede che non si traduce mai in opere non è una fede più riservata o più interiore, è semplicemente una fede morta, perché la fede vera per sua natura si mostra in ciò che fa.

Lo stesso vale per la pace di cui parliamo qui. Una pace di coscienza che sistematicamente rifiuta di mostrarsi in un gesto tanto piccolo non è una forma più sobria della stessa pace, è ragionevolmente sospetta di non esserci fino in fondo. Non perché la forma esterna vada idolatrata, ma perché una pace vera, quando trova davanti a sé un fratello e un gesto a portata di mano, normalmente non si trattiene.

Che cosa perdiamo, se non lo riprendiamo

Il cristianesimo non è mai stata una fede da tenere solo nel cuore, nelle intenzioni buone che restano dentro di noi. È una fede che si mostra nei gesti, che ha bisogno del corpo per essere vera fino in fondo. Una fraternità che smette di attraversare la distanza fisica con chi non conosciamo e si accontenta di restare un sentimento, rischia di diventare via via più debole, non perché la fede sia sparita, ma perché le manca l’esercizio che la tiene viva.

Se fuori dalle nostre chiese lamentiamo un mondo dove manca solidarietà, dove cresce la diffidenza verso lo straniero, verso chi è diverso, verso chi non conosciamo, forse dovremmo chiederci quale segno concreto la comunità cristiana stia ancora offrendo per mostrare che è possibile il contrario.

Gesù non ha lasciato dubbi su chi sia il prossimo da amare: non chi ci è vicino per affinità o conoscenza, ma chiunque incontriamo sulla strada, fosse pure uno sconosciuto, fosse pure un nemico, come nella parabola del buon samaritano. Se dentro le nostre chiese perdiamo l’abitudine a farci prossimi anche solo di chi ci siede accanto, che allenamento resta per farci prossimi di chi incontriamo fuori, che non condivide con noi nemmeno la fede?

Il segno di pace, nel piccolo di un’assemblea domenicale, era esattamente questo: la prova che ci si può fare prossimi a chiunque, non per simpatia, ma perché trasformati da un incontro più grande.

Un invito semplice

Non serve una decisione ufficiale, un documento, una direttiva pastorale. Serve che, la prossima domenica, qualcuno tenda per primo la mano, guardi negli occhi chi ha vicino, anche se non lo conosce, anche se è più comodo restare fermi. È un gesto piccolo. Ma è esattamente da gesti come questo che si vede se una comunità crede ancora che si possa essere fratelli di chiunque, o se ha smesso di crederci sul serio.
(fonte: Settimana News, articolo di Edoardo Mattei 28/08/2026)



Tonio Dell'Olio: La vita di Denise

Tonio Dell'Olio
 
La vita di Denise
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  14 settembre 2026


Denise Cosco è morta a trentacinque anni, la stessa età in cui sua madre, Lea Garofalo, fu assassinata dalla 'ndrangheta. In un articolo bellissimo pubblicato su Repubblica, Roberto Saviano ci mette in guardia dalla tentazione di chiamare "destino" questa tragica simmetria. Non sappiamo che cosa abbia attraversato le ultime ore di Denise.

Pretendere di spiegarlo sarebbe una violenza ulteriore. Ma sappiamo ciò che ha dovuto attraversare nei diciassette anni precedenti. 

A diciotto anni ebbe il coraggio di testimoniare contro il padre, gli zii, gli assassini di sua madre. Disse la verità e ne pagò il prezzo: un altro nome, un’altra città, una vita senza biografia, senza poter raccontare chi fosse e perché certe sere piangesse. 

Lo Stato ha protetto il suo corpo, non la sua vita. E noi? L’abbiamo applaudita, trasformata in simbolo e poi lasciata sola. È questa la domanda dolorosa che la morte di Denise ci consegna: che cosa chiediamo a chi rompe con la mafia, se dopo la testimonianza gli sottraiamo relazioni, memoria, futuro? 

I testimoni di giustizia non sono eroi da celebrare un giorno, ma persone da accompagnare ogni giorno. La mafia non deve vincere nei tribunali: le basta che chi si ribella rimanga solo. 
E quel silenzio che segue le condanne, scrive Saviano, non lo produce la 'ndrangheta. Lo produciamo noi. 
Denise non sia un santino né una notizia consumata in fretta. Sia un'accusa alla nostra coscienza: quanta solitudine può sopportare la verità prima di diventare una condanna?

**********

Leggi anche:


lunedì 14 settembre 2026

ANGELUS 13/09/2026 - Leone XIV: il perdono è indispensabile, se manca non si può vivere in pace

ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 13 settembre 2026


___________________________________

Leone XIV: il perdono è indispensabile,
se manca non si può vivere in pace

Nella catechesi dell’Angelus, il Papa esorta a perdonare sempre “anche quando è difficile fare il primo passo”. Il perdono "libera" e "spazza via anche le nubi più fitte" di conflitti, accuse, vendette che distruggono i rapporti e le famiglie e scatenano le guerre. Dal Pontefice anche l'invito a diffondere “la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore”

Fedeli riuniti in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

È il perdono “senza misura” al centro della riflessione del Papa all’Angelus di questa domenica, 13 settembre: il perdono che Gesù ha testimoniato fin sulla croce verso i suoi persecutori. Affacciandosi dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico, Leone XIV ricorda che nel Vangelo della liturgia odierna, Gesù dice a Pietro di perdonare “fino a settanta volte sette”, cioè “oltre ogni limite”, e prosegue con una parabola sul servo a cui viene condonato un enorme debito, che però non mostra la stessa pietà nei confronti di un suo compagno e viene punito.

Dono e perdono alla base dell’esistenza

“Con queste parole - sottolinea Papa Leone - Gesù ci ricorda che dono e perdono sono alla base della nostra esistenza. Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà”. Come possiamo constatare ogni giorno, la gratuità, che è fonte della nostra stessa vita, “è anche la regola migliore per il nostro stare insieme”.

Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre. Solo il perdono libera e riporta la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino. Il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole.

L’esperienza di san Pietro: la carità che guarisce e conferma

Un’esperienza, quella del perdono, sperimentata più volte da san Pietro nella sua vita, in particolare quando, dopo aver rinnegato Gesù durante la Passione, lo incontra, risorto, sulla riva del lago di Galilea. Il Signore gli chiederà: "Mi ami?" e lo inviterà a seguirlo. “Proprio come all’inizio - nota il Papa - nel giorno del loro primo incontro, quasi nulla fosse successo”. E “questa carità, che dimentica e guarisce, segnerà per il primo degli Apostoli la conferma della sua missione”.

Perdonare sempre

Papa Leone XIV esorta quindi a chiedere alla Vergine Maria, Madre di Misericordia, “che ci aiuti a perdonare, sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore”.
(fonte: Vatican News, articolo di DDebora Donnini 13/09/2026)

*************

PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo (cfr Mt 18,21-35) ci parla di un valore fondamentale della vita cristiana: il perdono. Gesù lo ha insegnato e testimoniato fin sulla croce, dove ha pregato il Padre per i suoi persecutori con le parole che tutti conosciamo: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Nel brano odierno, Pietro interroga il Maestro proprio su questo tema: «Signore – gli chiede –, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21). Le sue parole mostrano un cuore generoso: il numero sette, infatti, nella Bibbia simboleggia la pienezza, e “perdonare sette volte” vuol dire perdonare con grande larghezza. La risposta di Gesù, però, va oltre: «Non ti dico fino a sette volte – afferma –, ma fino a settanta volte sette» (v. 22), cioè oltre ogni limite, senza misura.

E per chiarire meglio il suo pensiero, il Salvatore racconta la parabola di un servo che aveva, nei confronti del suo padrone, un debito così grande da essere praticamente insolvibile. Ottenutone il condono per pura misericordia, non aveva però mostrato la stessa pietà nei confronti di un suo compagno, e per questo era stato rimproverato e punito severamente (vv. 23-30).

Con queste parole Gesù ci ricorda che dono e perdono sono alla base della nostra esistenza. Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà. Per questo la gratuità, che è fonte della nostra stessa vita, è anche la regola migliore per il nostro stare insieme. Lo sperimentiamo ogni giorno. Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre.

Solo il perdono libera e riporta la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino. Il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole. San Pietro stesso l’ha sperimentato più volte nella sua vita; in particolare quando, dopo aver rinnegato e abbandonato Gesù durante la Passione, incontrandolo risorto, sulla riva del lago, si sentirà rivolgere una sola domanda: «Simone […], mi ami?» (Gv 21,15), unita a un invito: «Seguimi!» (v. 19). Proprio come all’inizio, nel giorno del loro primo incontro, quasi nulla fosse successo. E questa carità, che dimentica e guarisce, segnerà per il primo degli Apostoli la conferma della sua missione.

Chiediamo allora alla Vergine Maria, Madre di Misericordia, che ci aiuti a perdonare, sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore.

________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Two days ago marked the twenty-fifth anniversary of the September 11th terrorist attacks in the United States of America. I renew my prayers for those who lost their lives and for those who continue to bear the wounds of that tragic day. At a time when conflict and violence afflict so many of our brothers and sisters, I invite everyone to pray that the Lord will bestow his gift of peace upon the world.

[Due giorni fa è ricorso il venticinquesimo anniversario degli attentati terroristici dell'11 settembre, negli Stati Uniti d'America. Rinnovo le mie preghiere per quanti hanno perso la vita e per chi porta ancora le ferite di quel tragico giorno. In un momento in cui conflitti e violenze affliggono tanti nostri fratelli e sorelle, invito tutti a pregare perché il Signore doni al mondo la pace.]

Il ricordo del tragico avvenimento di venticinque anni fa ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, anzitutto con la preghiera, che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria.

Ed ora saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini!

Do il benvenuto ai gruppi venuti da San Paolo del Brasile e a quelli di diversi altri Paesi.

Saluto i membri dell’Associazione Religiosa Jesus Nazareno Cautivo residenti a Roma, il gruppo dell’Oratorio Salesiano di Chieri, i fedeli di Dolianova, in Sardegna, e i pellegrini venuti da Assisi sulla Via di San Francesco.

Saluto la “Famiglia Bellunese” con la Scuola di Erechim, in Brasile; come pure i motociclisti radunati per manifestare per la pace e la vita.

A tutti auguro una buona domenica.



Buon compleanno Papa Leone!



***********
 
Buon compleanno Papa Leone,
auguri Padre Robert.
Nella semplicità e sobrietà lo stile sereno del Pontificato 

Il Pontefice compie 71 anni nel segno della sobrietà: nessuna celebrazione ufficiale, una giornata di preghiera e lavoro. Gli auguri della CEI, delle istituzioni e delle Chiese di tutto il mondo rendono omaggio a un ministero vissuto come servizio.


C’è un tratto che distingue Robert Francis Prevost fin dal primo giorno del suo pontificato: la scelta di scomparire dietro il ministero che gli è stato affidato. Anche oggi, nel giorno del suo settantunesimo compleanno, Papa Leone XIV conferma quello stile fatto di sobrietà, essenzialità e discrezione che è ormai diventato la cifra della sua presenza sulla cattedra di Pietro.

Nessuna festa pubblica, nessun ricevimento, nessuna celebrazione solenne. Il compleanno del Pontefice si svolge come una normale giornata di lavoro: la messa, gli incontri di governo, i dossier della Curia, i colloqui con i collaboratori e la preghiera personale. È il modo con cui il Papa americano, diventato missionario in Perù, superiore generale dell’Ordine Agostiniano cui appartiene, e poi vescovo delle periferie, continua a raccontare senza parole quale idea abbia dell’autorità nella Chiesa.

Da Chicago alle periferie del Perù

Nato a Chicago il 14 settembre 1955, figlio di una famiglia dalle radici europee (francesi e siciliane) e latinoamericane, Robert Prevost entrò giovanissimo nell’Ordine di Sant’Agostino. Dopo gli studi e l’ordinazione sacerdotale, scelse il Perù come terra di missione, vivendo per oltre vent’anni accanto alle comunità più povere della regione andina.

Quell’esperienza non rappresenta soltanto una pagina della sua biografia: è diventata il paradigma del suo pontificato. Prima superiore generale degli agostiniani per dodici anni, poi vescovo di Chiclayo, Prevost ha imparato a governare ascoltando, privilegiando il dialogo rispetto alla contrapposizione e la vicinanza concreta rispetto ai grandi gesti simbolici.

In un’intervista concessa mesi fa alle emittenti statunitensi NBC e Telemundo, Papa Leone XIV ripercorse la propria storia personale e familiare, spiegando come le sue origini abbiano profondamente segnato il suo modo di guardare al mondo e al ministero petrino. “La mia storia familiare mi ricorda che tutti possiamo essere, prima o poi, stranieri in cerca di una casa”, ha raccontato il Pontefice, ricordando come i nonni siano arrivati negli Stati Uniti da immigrati. Un’esperienza che continua a ispirare il suo sguardo verso chi oggi è costretto a lasciare il proprio Paese.

“I miei nonni arrivarono negli Stati Uniti come immigrati”, ha detto. “Ogni persona porta con sé una storia, una speranza e un desiderio di costruire un futuro migliore”. Per questo, aggiunge, “quando dimentichiamo il volto concreto delle persone, rischiamo di perdere anche la nostra umanità”.

Leone XIV ha ricordato anche una pagina complessa della propria genealogia. “Dal lato di mia madre ci sono persone che furono schiave e persone che furono proprietarie di schiavi”. Una memoria che, ha spiegato, lo invita a guardare alla storia senza rimuoverne le contraddizioni, ma trasformandole in un’occasione di riconciliazione e di rispetto della dignità di ogni essere umano.

Proprio questa esperienza personale porta il Papa a respingere qualsiasi lettura nazionalistica del proprio pontificato. “Mi considero più il Papa che, solo per caso, è americano”, ha affermato con decisione. Il suo ministero, ha chiarito, appartiene alla Chiesa universale e non può essere identificato con una particolare appartenenza nazionale.

Quando l’8 maggio 2025 i cardinali lo elessero Vescovo di Roma, molti lessero nella sua figura una naturale continuità con l’eredità di Papa Francesco: non una copia, ma uno sviluppo originale fondato sul “coraggio dell’essenziale”, espressione che Leone XIV ha fatto propria in numerosi incontri con le Chiese locali.

Un compleanno che diventa testimonianza

Il compleanno cade in una fase particolarmente intensa della vita ecclesiale. Il Papa è impegnato nella preparazione del nuovo cammino sinodale, nella promozione di iniziative diplomatiche per la pace e nell’organizzazione dei prossimi viaggi apostolici che lo porteranno ancora una volta a incontrare popoli segnati da guerre, povertà e migrazioni.

Negli ultimi mesi il suo magistero ha ruotato attorno a tre parole ricorrenti: perdono, riconciliazione e fraternità. Anche nell’Angelus di ieri aveva ricordato come le divisioni tra le persone e tra i popoli nascano spesso dall’incapacità di perdonare, indicando nell’amore evangelico l’unica forza capace di “disarmare ogni rancore”. Un messaggio che oggi risuona quasi come il regalo spirituale che il Pontefice offre alla Chiesa nel giorno del proprio compleanno.

L’abbraccio della Cei: “Il ministero è anzitutto servizio”

Tra i primi messaggi ufficiali è arrivato quello della Conferenza Episcopale Italiana, che ha rivolto al Papa gli auguri delle Chiese in Italia unendoli “alla preghiera di ringraziamento per il Suo ministero”.

I vescovi hanno richiamato proprio le parole pronunciate da Leone XIV all’Angelus sul rapporto tra perdono e pace, definendole “particolarmente attuali” di fronte ai conflitti che continuano a insanguinare diverse regioni del mondo.

Nel messaggio emerge anche la gratitudine per l’indirizzo pastorale impresso dal Pontefice in questi primi mesi: la centralità del Vangelo, comunità orientate all’annuncio, parrocchie capaci di accoglienza e organismi di partecipazione realmente operanti. Per la Cei sono indicazioni che stanno già accompagnando il cammino delle diocesi italiane.

La conclusione riprende una convinzione spesso ribadita dallo stesso Leone XIV: nella Chiesa ogni ministero trova il proprio significato soltanto nel servizio. Da qui l’augurio semplice e affettuoso rivolto al “Padre Robert” prima ancora che al Papa.

Gli auguri delle istituzioni

Agli auguri delle comunità ecclesiali si sono uniti anche i vertici delle istituzioni italiane. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa, numerosi ministri, presidenti di Regione e amministratori locali hanno espresso pubblicamente gli auguri al Pontefice, sottolineandone il ruolo di guida morale e il costante impegno per il dialogo internazionale e la costruzione della pace.

Messaggi diversi per provenienza politica, ma accomunati dal riconoscimento dell’autorevolezza con cui Leone XIV continua a richiamare governi e popoli alla responsabilità verso gli ultimi, alla tutela della dignità umana e alla ricerca instancabile della riconciliazione.

Un Papa che chiede soprattutto una preghiera

Forse il dato più significativo di questa ricorrenza non è il numero degli anni, ma il modo in cui vengono celebrati. Da ogni continente arrivano gli auguri di diocesi, conferenze episcopali, monasteri, missioni e semplici fedeli. Molti non inviano doni, ma assicurano una Messa, un Rosario, un momento di adorazione.

È la risposta più coerente alla richiesta che accompagna ogni uscita pubblica dei Pontefici dal tempo del presecessore Francesco e che Leone XIV ha fatto immediatamente propria: “Pregate per me”.

Così il settantunesimo compleanno di Papa Leone non diventa la celebrazione di una persona, ma la festa silenziosa di un servizio. Un servizio vissuto con l’umiltà del missionario, la fermezza del pastore e la convinzione che la Chiesa sia credibile soltanto quando sceglie, ogni giorno, la via semplice del Vangelo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Salvatore Izzo 14/09/2026)




Buon anno scolastico 2026-2027 a tutti! - 8 milioni gli studenti sui banchi - L'augurio e le riflessioni di mons. Caiazzo

Buon anno scolastico 2026-2027 a tutti!


********

Parte l'anno scolastico, 8 milioni gli studenti sui banchi

Valditara assicura 'tutti i docenti in cattedra'
ma i sindacati parlano di 200mila precari

Con la settimana che inizia riprende in tutte le regioni il nuovo anno scolastico che vedrà impegnati circa 8 milioni di studenti fino al prossimo giugno.


A parte alcuni sindaci che hanno pubblicato delle ordinanze per rinviare di qualche giorno l'inizio dell'anno scolastico per via del caldo, le lezioni sono riprese il 7 settembre a Bolzano, poi il 10 è stata la volta di Veneto, Valle d'Aosta e a Trento: circa 530 mila in Veneto, oltre 15mila in Valle d'Aosta, 66mila e trecento circa a Trento.

Da lunedì 14 settembre si torna in classe in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise, Piemonte e Umbria e Lombardia. Martedì 15 settembre sarà la volta di un gruppo numeroso formato da Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana. Il giorno seguente, mercoledì 16 settembre, riprenderanno le lezioni in Abruzzo, Basilicata e Sardegna. A chiudere formalmente questa lunga catena d'avvio sarà infine la Puglia, dove il primo suono della campanella è programmato per giovedì 17 settembre.

Per il titolare dell'Istruzione la scuola inizierà con tutti i docenti in cattedra. Sono state fatte immissioni in ruolo di docenti su posto comune, di sostegno e per l'insegnamento della Religione cattolica, per un totale di 37.430. E' stata anche coperta, ha spiegato, la quasi totalità delle supplenze, pari a circa 118 mila posti. Inoltre, sono stati confermati, su richiesta delle famiglie, ben 55.814 supplenti su posto di sostegno, quasi 10 mila in più rispetto al 2025/2026. Ed è stata effettuata in più l'immissione in ruolo di 342 dirigenti scolastici e sono in fase di conclusione anche le assunzioni di 12.284 unità di personale Ata.

Ma per i sindacati la situazione non è affatto così rosea: i precari sarebbero oltre 200 mila e Il caro vita costringe migliaia di supplenti meridionali o del Centro Italia a rinunciare all'immissione in ruolo al Nord. Inoltre l'ultimo rapporto di Cittadinanzattiva ricorda che sono 68 i crolli avvenuti nelle scuole da settembre 2025 ad agosto 2026, con il ferimento di 12 persone, e che la situazione non è molto migliorata in questi ultimi mesi.

Rispetto ai rischi naturali, il 44% delle nostre scuole si trova in territori ad elevata sismicità (zona 1 e 2), il 19% ricade in aree a pericolosità idraulica, mentre sono 5.113 gli edifici scolastici collocati in aree a rischio frana. Anche il cambiamento climatico minaccia direttamente la salute di studenti e personale scolastico: solo il 7,4% delle scuole italiane infatti dispone di sistemi di condizionamento o ventilazione. Ben oltre la metà degli edifici scolastici non possiede il certificato di agibilità (23.218; 59%), rilasciato dal Comune, che attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico degli edifici. Il quadro regionale - secondo i dati della rivista specializzata Tuttoscuola - è fortemente polarizzato: in Valle d'Aosta 122 edifici su 139 (87,8%) ne sono dotati, mentre nel Lazio — anche per la presenza di numerosi edifici storici nella Capitale — la percentuale non raggiunge il 13% (407 su 3.203). Sulla presenza infine di amianto nelle scuole, l'Inail stima che gli edifici scolastici potenzialmente a rischio sull'intero territorio nazionale possano essere oltre 14.000.
(fonte: ANSA 13/09/2026)

********

Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo (Arcivescovo della diocesi di Cesena-Sarsina) ha scritto una lettera agli studenti e alle loro famiglie, agli insegnanti, ai dirigenti e al personale tutto della scuola per accompagnare con alcune riflessioni l’inizio di un nuovo anno scolastico.



LETTERA ALL’INIZIO DEL NUOVO ANNO SCOLASTICO 2026/27

Carissimi studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, personale tutto della scuola, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, come pastore di questa Chiesa di Cesena-Sarsina, desidero parteciparvi il mio pensiero che mi auguro possa essere accolto come segno del mio affetto paterno e della mia vicinanza, e, nello stesso tempo, vuole essere stimolo per alimentare la speranza. 

La mia è una riflessione che sento di condividere, mentre inizia per tutti voi una nuova avventura. 

La società attuale sta vivendo un momento di crisi globale che scuote l’umanità, mettendoci tutti, credenti e non, di fronte alle nostre responsabilità. C’è bisogno che ritroviamo la direzione giusta per riscoprire la bellezza del viaggio e dell’avventura educativa. Si avverte l’urgente necessità di costruire una cultura umana, inclusiva e attenta alle realtà dei giovani. La riapertura delle scuole inaugura un cammino, un anno nuovo e mai ripetitivo, il cui compito primario è la crescita degli studenti attraverso incontri, confronti, nascita di relazioni, di conoscenze, di fiducia reciproca nei rapporti quotidiani. Si cresce insieme e insieme ci si aiuta ad essere responsabili

 Il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo scorso anno, pensando a voi studenti, ci ha ricordato: «La scuola contribuisce, in misura determinante, a far crescere la loro personalità, a radicare i loro valori, a definire e consolidare le loro speranze, a metterne alla prova intelligenza, socialità, creatività. Vi si prepara il domani della nostra civiltà e della nostra democrazia. A scuola si disegna il futuro». 

Il 28 0ttobre 2025 Papa Leone XIV ha pubblicato una lettera apostolica: “Gravissimum educationis”. In essa ci ricorda che soprattutto noi cattolici, nell’ambiente educativo «complesso, frammentato e digitalizzato» di oggi, siamo chiamati a «disegnare nuove mappe di speranza», sottolineando come necessario lo sviluppo della vita interiore. 

Mi rendo sempre più conto di quanto voi, ragazzi e giovani, soprattutto quando vi sentite più fragili, quando vivete momenti di paura ed ansia, avvertite il bisogno di spazi di spiritualità, di silenzio per ritrovare voi stessi, recuperando valori umani e spirituali che vi permettano di affrontare con coraggio e serenità i propri limiti, quali occasioni di crescita nella ricerca della verità. 

Spesso siete voi che ricordate a noi adulti le disuguaglianze che minano fortemente la pace nel mondo, la crisi climatica che in questo tempo sta investendo ogni angolo della terra. Siete proprio voi che dovete cogliere il grido di dolore che sale da questa nostra casa comune, costringendo noi adulti a smettere di fare scelte disastrose e a ricominciare a rispettarla ed amarla, non distruggendo le risorse del creato, beni da difendere e da tramandare. Per essere cittadini autentici di questo nostro mondo bisogna uscire dalla logica di un’istruzione fatta di indottrinamento di conoscenze accettate senza alcuna verifica. E’ necessario favorire e incoraggiare lo sviluppo di un pensiero critico, riappropriarsi di valori umani che vadano al di là delle nozioni e permettano di dare corpo a parole quali dignità umana, diritti inviolabili della persona. Fantastica avventura che ha bisogno dell’apporto di tutti: famiglia, scuola, Chiesa, istituzioni, social media. 

Un altro aspetto importante mi sembra che sia l’uso “saggio” delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, «ponendo la persona prima dell’algoritmo» (da poco è stata pubblicata una Enciclica di Leone XIV “Magnifica Humanitas”). Bisogna favorire, dice il Papa, una «alleanza educativa” per aiutare le nuove generazioni a «digiunare» dall’intelligenza artificiale. Solo così si possono «proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario». Da qui la necessità di una ecologia della comunicazione, per vincere la disinformazione e ricercare la verità. 
Tutti siamo chiamati a prendere coscienza che, come raccomanda Papa Leone alle famiglie, alla scuola e al mondo dell’educazione, «Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme – concentrate in poche mani – quado esso contrasta con il bene dei minori”. E rivolgendosi ai giovani li esorta a restare umani: “Uomini e donne in carne ed ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano”. 

Un altro pensiero, certamente non ultimo, nell’osservare i tanti conflitti di guerra sull’intero pianeta (almeno 65), è per la promozione di una pace «disarmata e disarmante». Usando il linguaggio di Gesù, siamo chiamati, oggi più di ieri, ad essere «operatori di pace». Dai banchi di scuola bisogna partire per vivere la cura della cultura della pace. Ogni comunità, continua a ripetere Leone XIV, dev’essere una «casa della pace e della non violenza», «dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». 
La scuola ha da sempre questo compito: educare e promuovere la cultura della pace. E nel vostro cuore, cari ragazzi e giovani, è innato l’anelito alla giustizia e alla pace. 

Prego per ognuno di voi (credenti e non) e per tutti, affinché possiate vivere questo nuovo anno scolastico promuovendo e consolidando relazioni vere, ricche di umanità, desiderosi e pronti a costruire un mondo migliore di quello che vi stiamo lasciando. Ho fiducia in voi. Abbiamo tutti fiducia immensa in voi. 

✠ Don Pino, Arcivescovo
(fonte: Diocesi di Cesena-Sarsina)



domenica 13 settembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
13 settembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il nostro Dio è un Dio misericordioso e fedele, lento all’ira e grande nell’amore. A Lui con fiducia filiale rivolgiamo le nostre intenzioni di preghiera ed insieme diciamo:


R/   Ascoltaci, o Dio, nostrobbi pietà di noi, o Padre

 

Lettore


- Fa’, o Padre, che la tua Chiesa sotto la guida del tuo Spirito diventi sempre più la casa della fraternità, dove ognuno si prende cura dell’altro grazie alla preghiera, alla correzione fraterna ed al perdono gratuito e senza limiti. Preghiamo.

- Sii Tu, o Padre dei piccoli e dei poveri, la forza e la difesa di tutto il popolo dei migranti, uomini, donne e bambini in cerca di una nuova patria, ma che per la disumanità e il cinismo dell’attuale politica, sono facile preda dei trafficanti di carne umana o che vengono rinchiusi in luoghi di detenzione o ridotti in regime di schiavitù. Preghiamo

- A Te, o Padre dal cuore grande e paziente, vogliamo affidare il cammino degli Stati europei, perché diventi sempre più concreta l’unione tra i popoli. Perdona e correggi la confusa e ipocrita gestione dell’immigrazione da parte dell’Unione Europea e dei singoli Stati di essa. Preghiamo

- Ti affidiamo, o Padre buono e grande nell’amore, il nostro Paese. Assisti quanti sono impegnati nella riapertura delle scuole. Sii vicino agli insegnanti e agli alunni, perché sappiano affrontare con discernimento i tempi difficili e drammatici che stiamo vivendo. Preghiamo

- Davanti a te, o Padre compassionevole, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio, e poi riprendere a leggere →]; ci ricordiamo anche delle vittime sul posto di lavoro, delle vittime della violenza sempre più brutale nelle famiglie, tra i giovani e tra gli adulti. Accogli tutti davanti al tuo Volto e rendili partecipi della tua beatitudine.  Preghiamo.


Per chi presiede

O Dio nostro Padre, con fiducia filiale ti abbiamo presentato le necessità di tutti gli uomini e il nostro impegno di costruire un mondo più umano e fraterno: vieni a salvarci con la tua misericordia e il tuo perdono senza limiti. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


Venezia incorona «Woman Unknown», ma il film che scuote la Mostra è «Naza»

Venezia incorona «Woman Unknown»,
ma il film che scuote la Mostra è «Naza»

Il Leone d’oro va al film di May el-Toukhy, premiata anche indirettamente dalla Coppa Volpi a Mathilde Arcel. Ma il Premio speciale della giuria a Naza, durissima inchiesta israeliana sulla guerra a Gaza, segna politicamente e moralmente questa edizione della Mostra.

ANSA

Il Leone d’oro della Mostra di Venezia numero 83 va a Woman Unknown, e non è una scelta neutrale. Il film della regista danese di padre egiziano May el-Toukhy usa il passato per parlare al presente: racconta la storia di Marie, una donna che nell’immediato dopoguerra danese porta addosso lo stigma di una relazione avuta durante l’occupazione con un soldato tedesco. È la storia di una colpa trasformata in marchio sociale, della violenza esercitata sul corpo femminile, del confine sempre incerto tra vittima e carnefice.

Il verdetto veneziano è rafforzato dalla Coppa Volpi assegnata alla protagonista Mathilde Arcel, trent’anni, al suo primo ruolo da protagonista e al suo primo festival internazionale. Una doppietta abbastanza rara: il Leone al film e il premio alla sua interprete. El-Toukhy ha dedicato il riconoscimento alla figlia adolescente e ha invitato a usare la propria voce per chi viene abbandonato e messo a tacere. È una frase che potrebbe fare da epigrafe all’intero palmarès.

Perché Venezia 2026 sembra avere scelto, oltre che un’estetica, una sorta geografia morale. Ucraina, Gaza, Iran, Camerun, violenza sulle donne, adolescenti in crisi: il mondo è entrato prepotentemente nelle sale del Lido. E il film nel quale questo incontro tra cinema e storia contemporanea diventa più esplosivo è probabilmente Naza. I critici diranno che Venezia è la festa del cinema e spesso l’arte non coincide con il messaggio: ma in questo caso la giuria ha voluto testimoniare che arte e impegno morale possono coincidere e che è possibile che i due aspetti si raforzino l’un l’altro.

Il Premio speciale della giuria è andato infatti al documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Ottanta minuti, girati di notte sui tetti di Tel Aviv, e una scelta narrativa di grande forza: raccontare Gaza guardandola dal cuore stesso di Israele. Non attraverso un manifesto ideologico, ma attraverso un’inchiesta costruita anche sulle testimonianze di 24 ufficiali dell’Idf, ascoltati sotto anonimato. Alcuni parlano perché tormentati da ciò che hanno fatto, altri perché convinti di avere semplicemente compiuto il proprio dovere. Il neorealismo ai tempi di Netanyahu.

Naza è una delle opere più coraggiose passate quest’anno da Venezia proprio perché nasce dentro la società che mette sotto accusa. Il termine che dà il titolo al film appartiene al linguaggio militare e indica le vittime collaterali. Ma ciò che Abraham e Szor cercano di fare è precisamente restituire un volto, una responsabilità, una dimensione umana a ciò che il lessico burocratico della guerra trasforma in una categoria statistica.

È anche questo a rendere il film così importante. Non arriva dall’esterno per impartire una lezione a Israele. Sono due cineasti israeliani che obbligano il proprio Paese a guardarsi allo specchio, a guardarsi dentro. Secondo quanto raccontato nel film, gli ufficiali intervistati descrivono come sistemico, e non accidentale, il meccanismo delle uccisioni di civili palestinesi a Gaza. Dal palco Abraham ha detto che «tutti gli israeliani devono vederlo». La sala si è alzata in piedi ad applaudire.

C’è una forza particolare quando una democrazia produce al proprio interno gli strumenti per mettere sotto accusa se stessa. Naza appartiene alla tradizione migliore del cinema d’inchiesta: quella che non tranquillizza lo spettatore, non gli permette di uscire dalla sala esattamente come vi è entrato. In un tempo in cui ogni guerra è accompagnata da una guerra parallela delle immagini, delle parole e delle propagande, Abraham e Szor scelgono il terreno più scomodo: testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare israeliano.

È difficile immaginare un riconoscimento più significativo.

Anche il Leone d’argento per la regia premia l’impegno e porta direttamente dentro un’altra guerra europea. Lo conquista Ilya Khrzhanovsky con Dau. Il regista, che ha rinunciato alla cittadinanza russa dopo l’invasione dell’Ucraina, ha dedicato il premio agli ucraini che combattono «per la libertà» e «per la pace». Ha ricordato che alla gigantesca lavorazione del film, durata vent’anni, hanno partecipato più di duemila persone, molte delle quali ucraine.

Il Gran Premio della Giuria va invece al coreano Lee Chang-dong per Possible Love, storia di due coppie le cui vite si incrociano durante la realizzazione di un documentario. Un ritorno importante per un autore che Venezia conosce bene e che già nel 2002 aveva conquistato il Leone d’argento con Oasis.

La migliore sceneggiatura premia Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un Bon Petit Soldat, mentre la Coppa Volpi maschile va a John Malkovich per Wild Horse Nine. Malkovich, impegnato su un altro set, riceve il premio a 72 anni dopo una carriera che comprende film come Le relazioni pericolose, Essere John Malkovich e Nel centro del mirino. Il premio Marcello Mastroianni incorona invece la ventitreenne Malou Khebizi, protagonista di 15/18 – A Place to Heal di Cédric Kahn.

Per l’Italia le soddisfazioni arrivano soprattutto da Orizzonti. Riccardo Scamarcio vince il premio come miglior attore per I figli della scimmia (e lo dedica a tutti i papà del mondo), film di Tommaso Landucci di cui è anche produttore, mentre Landucci e Damiano Femfert conquistano il riconoscimento per la sceneggiatura. Il miglior film della sezione è Detour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni; tra le interpreti viene premiata l’iraniana Lalah Marzban per Moragheb, che dedica il riconoscimento alle donne del suo Paese.
Resta allora l'immagine complessiva di questo palmarès. Venezia non ha premiato un cinema che fugge dalla realtà. Ha fatto il contrario. Dai corpi delle donne di Woman Unknown ai civili palestinesi raccontati da Naza, dagli ucraini evocati da Khrzhanovsky alle donne iraniane ricordate da Lalah Marzban, i premi disegnano una Mostra attraversata dalle fratture del nostro tempo.

Il Leone d’oro appartiene giustamente a Woman Unknown. Ma può accadere nei festival che il premio più importante non coincida con il film destinato a lasciare la ferita più profonda. A Venezia 83 quella ferita porta un nome breve, quasi burocratico, terribile proprio per questo: Naza.
(fonte: Famiglia Cristiana 12/09/2026)


******************

Per approfondire leggi anche:

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 45 - 2025/2026 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 18,21-35

Con questa parabola, propria dell'evangelista, si conclude il "Discorso Ecclesiale", quarto dei cinque grandi discorsi di Gesù nel Vangelo di Matteo. Il brano è una esortazione sull'importanza del perdono all'interno della comunità, di come il rapporto tra i fratelli deve necessariamente essere il riflesso del rapporto che Gesù ha con ciascuno di noi. Si tratta di mettere in pratica la Giustizia, una giustizia più grande e totalmente differente dalla nostra, propria di coloro che amano così come da Dio sono amati. E' la disparità della Giustizia del Padre, che è viscere di misericordia, dono e perdono infiniti. «Alla giustizia della Torah, che discrimina e uccide, succede quella dello Spirito di Dio, che è misericordia e dà la vita» (cit.). Il perdono è il cuore pulsante della vita della Chiesa, perdono che fa di noi dei figli amati, affinché perdoniamo e amiamo i fratelli. Infatti, un amore che non perdona non è amore. Il peccato più grave, infatti, non è il debito contratto con il Padre (diecimila talenti sono una cifra spropositata, impossibile da restituire, pari a circa sessanta milioni di giornate lavorative), ma il credito nei confronti del fratello che osiamo far valere (una cifra irrisoria, l'equivalente di cento giornate di lavoro). Come Chiesa, perciò, siamo chiamati a sempre perdonare come da Dio siamo perdonati, a usare misericordia nei confronti dei nostri fratelli come il Signore ha misericordia di noi. Il cuore della Legge di Dio è il perdono, il segno più grande dell'appartenenza alla sua famiglia. E parafrasando il Santo Curato d'Ars, possiamo anche noi affermare che «perdonare è un miracolo più grande che risuscitare un morto».


sabato 12 settembre 2026

FERITE DISINNESCATE - "Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. Il perdono non libera il passato, libera il futuro." - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

FERITE DISINNESCATE


Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. 
Il perdono non libera il passato, libera il futuro.


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. (...) Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Mt 18,21-35
  

FERITE DISINNESCATE
 
Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. Il perdono non libera il passato, libera il futuro.


Una parabola che scardina il nostro cuore piccolo: Non dovevi anche tu aver pietà?

Chiave di volta di tutta l’etica umana. Perché perdonare? Un istinto in noi ci fa credere che il male subìto si possa “riparare” mediante un altro male. Ferire chi ci ha ferito, col risultato d’avere non più una, ma due ferite che sanguinano!

Il perdono non va confuso neppure con il subire in silenzio, occorre fare la giustizia per raggiungere la riconciliazione, come fu per il miracoloso processo storico di Nelson Mandela per il Sudafrica. Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. «Ci strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio» (H. Arendt).

La parola greca impiegata dai vangeli per indicare il perdono è afesis. Deriva da “afiemi”, verbo di movimento: andare da un luogo ad un altro, lasciare un posto per raggiungerne un altro, aprire porte e legami e serrature, tagliare lacci e rimettere qualcuno nel vento e nel sole, mettere spontaneamente in libertà la persona.

Il perdono è mandare via, mandare altrove, mandare avanti. Significa movimento, è il salpare della nave, lo scoccare della freccia, è la carovana che parte, l’aquila che si lancia in volo, il prigioniero che esce dal carcere.

Dio non è Colui che, pur sentendosi offeso, perdona. Dice Turoldo: «È noi che offende questo continuo peccare, non te». E’ Dio che ti lancia in avanti, ti fa salpare verso albe intatte, offre possibilità nuove con un supplemento di energia: d’ora in avanti tu sarai...!

Il perdono non libera il passato, libera il futuro.

Quando noi preghiamo “rimetti i nostri debiti”, stiamo chiedendo: donaci la libertà, lasciaci per oggi e per domani tutta la libertà e la forza di volare e di amare, di generare e di dare alla luce.

Anche il sacramento detto della Confessione non è rivolto tanto ai peccati di ieri, quanto alla strada di domani; non è un colpo di spugna sugli sbagli della vita, è un colpo d’ala per ripartire e trasformarci.

A volte noi perdoniamo ma in qualche angolo della memoria custodiamo le offese ricevute, come munizioni pronte per la prossima battaglia; San Francesco scriveva: «Farai vedere negli occhi il perdono». Non il perdono a stento, non quello a muso duro, ma quello che esce dagli occhi, dallo sguardo nuovo e buono, che ti cambia il modo di vedere la persona. E diventano occhi che ti custodiscono, dentro i quali ti senti a casa.

Perché Dio perdona, perché è buono? No, anche un uomo è capace di bontà. Dio perdona per un atto di fede in me, di fiducia: vede la luce prima delle ombre, vede la mia vita “d’ora in avanti” come per l’adultera perdonata, vede un futuro buono dove il bene possibile conta più del male presente.


Il cardinale Zuppi: “educare è liberare la persona per restituirle il futuro”

SCUOLA.
Educare quando tutto sta cambiando 
di Marco Rossi-Doria 

Prefazione di Matteo Maria Zuppi
«La scuola come atto di speranza radicale»

C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.
È il motivo che mi ha spinto a scrivere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. ...



************

Il cardinale Zuppi:
“educare è liberare la persona per restituirle il futuro” 


La scuola non può essere ridotta a un luogo dove si trasmettono nozioni o si misurano prestazioni. Per il cardinale Matteo Maria Zuppi, educare significa anzitutto liberare la persona e restituirle un futuro. È il messaggio della prefazione al libro di Marco Rossi-Doria Scuola. Educare quando tutto sta cambiando, pubblicata da Avvenire. Un testo che evoca – pur senza citarlo – il saggio di Giulio Girardi “Educare per quale società”.

Zuppi parte dal significato stesso della parola educazione, richiamandone l’etimologia latina: “Educare, dal latino educere, significa tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere”. Per il presidente della CEI questa è la vera missione della scuola: aiutare ogni ragazzo a sviluppare le proprie potenzialità, soprattutto nei contesti più fragili e nelle periferie educative.

Secondo il cardinale, parlare oggi di istruzione non è soltanto una questione pedagogica, ma una scelta civile che riguarda il destino della comunità. “Parlare di scuola e di educazione non è un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare”. La qualità della scuola, osserva, coincide con la qualità della democrazia e della convivenza sociale.

Zuppi denuncia poi una delle grandi contraddizioni del sistema educativo italiano: mentre il merito viene continuamente evocato, permane un profondo divario nelle opportunità formative. “Viviamo un tempo in cui la parola ‘merito’ è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo”, scrive, ricordando che il merito deve essere realmente accessibile a tutti e che spetta alla scuola creare le condizioni perché ogni studente possa esprimere il proprio talento.

Richiamando l’esperienza del maestro di strada Marco Rossi-Doria, il cardinale affronta il tema del cosiddetto “fallimento formativo di massa”, ribaltando la prospettiva tradizionale: “Quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi”. L’insuccesso scolastico, dunque, non rappresenta la sconfitta del singolo, ma il segnale di una responsabilità collettiva della società e delle istituzioni.

Nella parte conclusiva della prefazione, Zuppi affida alla scuola una delle definizioni più intense del suo intervento. Citando Georges Bernanos, afferma che il futuro appartiene a chi sa sperare e conclude: “La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino: siediti qui, impara, questo serve per te, è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno”.

Per Zuppi, in un’epoca dominata dalla velocità, dalla logica del mercato e dalla cultura della performance, l’educazione rimane il gesto più rivoluzionario: accompagnare ogni persona verso la pienezza di sé e custodire la speranza che nessun bambino sia mai condannato dalle proprie condizioni di partenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 08/09/2026)