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sabato 24 ottobre 2026

LEGGE DELLE LEGGI - Tu amerai come puoi, meglio che puoi, con ciò che hai. XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LEGGE DELLE LEGGI 
Tu amerai come puoi, 
meglio che puoi, 
con ciò che hai.  
 Commento al Vangelo 
a cura di P. Ermes Maria Ronchi


XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A




In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Mt 22,34-40


LEGGE DELLE LEGGI

Tu amerai come puoi, meglio che puoi, con ciò che hai.

Qual è il più grande dei comandamenti? Gesù esce dagli schemi, risponde con qualcosa che tra i comandamenti non c’è. Grandi la libertà e l’intelligenza ‘fuorilegge’ di Gesù!

La risposta comincia con un verbo “amerai”; al futuro, a indicare una storia infinita, che non avrà fine fino a quando non finirà il mondo.

“Le legge tutta è preceduta da un’sei amato’ e seguita da un ‘amerai’. Sei amato è il fondamento, amerai è il compimento. Chi astrae da questo fondamento e da questo compimento amerà il contrario della vita. Amerà la morte” (P. Beauchamp). Lentamente muore chi non ama, chi non trema per una persona, di quell’amore che ripulisce gli occhi, che “fa vedere le persone come le vede la divinità, che muove il sole e le altre stelle e muove tutto in noi” (M. Gualtieri), che scava pietre per costruire case, cha fa nascere abbracci per ritrovarci interi, che fa sorgere arcobaleni che indicano la via.

Amore è parola che brucia le labbra, se pronunciata male. Abusata oggi, pronunciata troppo, spesso a sproposito, e malintesa.

Non c’è sulla terra nome più abusato. Come del resto il nome di Dio. Cosa avete fatto del mio nome? domanda il Signore. Non c’è sulla terra nome più imbevuto di sangue, di uccisioni, di guerre, più profanato del mio.

Dovremmo tutti indire uno sciopero della parola ‘amore’, per molto tempo, perché torni puro, torni ad essere quello che Gesù sussurrava:

un amore intero, dove ci sia tutto di noi, cuore, anima, mente...

Un amore artigianale, fatto di gesti e sincerità.

Un amore fattivo, che tocca volti, corpi, occhi.

Un amore che non devi specularci sopra, non fatto di pensieri, ma di mani che stringono, sollevano, accarezzano.

Amerai Dio con tutto il cuore. Qualcuno ha proposto un’altra traduzione: amerai Dio con tutti i tuoi cuori.

Come a dire: con il tuo cuore plurale, con il cuore di luce e anche con il cuore d’ombra; con il cuore che crede e anche con quello che dubita; quando splende il sole e quando si fa buio; a occhi chiusi, quando hai un po’ paura. E perfino con le lacrime. Lo amerai come puoi, meglio che puoi, con ciò che hai.

Ma non basta. Anche i farisei amavano Dio, anche gli scribi e i sommi sacerdoti.
 Ed ecco la novità di Gesù: il secondo comandamento è simile al primo: 
amare il prossimo è simile ad amare Dio. Il prossimo è simile a Dio. 
Ha volto, cuore, fame d’amore e di bellezza, simili a Dio.

Allora pregare Dio con un cuore pieno di rabbia verso qualcuno è un sacrilegio. 
Allora l’indifferenza è ateismo pratico. 
Non puoi pregare e disprezzare. 
Non puoi lodare Dio e bestemmiarlo con la violenza. 
Non puoi cantare il gregoriano e non seminare il nome di Dio, 
che è pace e giustizia, sulle macerie della storia.

Un vangelo strabico, verrebbe da dire: 
un occhio in alto, uno in basso, testa nel cielo e piedi per terra. 
Ma solo così è vangelo

(Fonte: Convento S. Maria del Cengio)

GREGORIO BATTAGLIA - Evangelii Gaudium: il primato del vangelo per una Chiesa popolo di Dio “in uscita” (VIDEO INTEGRALE E TESTO)

Evangelii Gaudium: 
il primato del vangelo 
per una Chiesa 
popolo di Dio “in uscita”
Gregorio Battaglia


1. La gioia del Vangelo
   La Evangelii Gaudium (= EG) di papa Francesco inaugura di fatto la sua azione magisteriale nei confronti di quanti aderiscono alla Chiesa cattolica. Essa si presenta come un’esortazione apostolica, che riprende e ristruttura le proposizioni emerse dal Sinodo dei vescovi sulla “Nuova Evangelizzazione”, convocato precedentemente da Benedetto XVI. In realtà papa Francesco non si limita soltanto a riprendere queste proposizioni per elaborarne una sintesi, ma ci mette molto del suo, facendo in modo che questa “esortazione” si traduca di fatto in un documento programmatico, che, per il futuro possa impegnare tutta la Chiesa in un cammino di vero rinnovamento. Il cambiamento di passo emerge già dal titolo della stessa esortazione, dove in primo piano non è più la ricerca di nuovi mezzi e di nuove modalità per annunziare il Vangelo, ma la “gioia”, che deve abitare tutta la Chiesa, dal più piccolo al più grande, perché ha ricevuto e custodisce l’Evangelo, come bella notizia, che ristruttura dall’interno la vita di ogni fedele cristiano. Questa “bella notizia” è costituita dalla persona stessa di Gesù, perché in lui Dio si è fatto vicino, si è fatto leggibile. Gesù è la Parola ultima che Dio, il tre volte Santo, il trascendente, ha consegnato alla nostra umanità. Si legge nel Vangelo di Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo, da donarci il Figlio» (Gv 3,16). La vita consegnata da Gesù per un puro motivo di amore nei confronti di ogni creatura umana è la “bella notizia”, che riempie il cuore di una gioia, che nessuno può rubare.
...

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Le violenze di Milano. Un preoccupante segnale di pericolo


Le violenze di Milano. 
Un preoccupante segnale di pericolo


“Le borse in vetrina qui costano quanto lo stipendio di mio padre. Questo è l’unico modo per farci sentire, lo facciamo anche per i nostri genitori”. Le parole di un manifestante 16enne tra le barricate di fuoco di piazza Duomo.

E’ la notizia che ho letto nel sito del “Fatto Quotidiano”. Le violenze che hanno segnato le manifestazioni studentesche di Milano ripresentano lo schema solito. La ragione dello studente arriva a risposta delle “Bombe carta, scontri, vetrine sfondate, i poliziotti presi a calci e colpiti con le pietre”: così il titolo del sito del Corriere riassume le violenze di sabato.

In momenti di crisi i benpensanti hanno sempre ragione e i malpensanti hanno sempre torto. Questo per l’opinione pubblica “vasta". Mai come in questi momenti gli estremi soffrono amnesie: i ragazzi violenti dimenticano i diritti dei cittadini-vittime. Dall’altra parte i cittadini-vittime dimenticano le ragioni dei violenti. Molti dei quali, a loro volta, dimenticano le loro buone ragioni e si mettono semplicemente a saccheggiare i negozi. Per cui, alla fine, si prova meraviglia nel leggere la notizia del Fatto Quotidiano e sapere che una borsetta vale quanto un mensile”. Anzi, a quanto si sa, spesso una borsetta vale molto più di un “normale” stipendio.

Ora, questo scandalo che si consuma dentro piazza Duomo a Milano, tra chi spacca e chi espone, rimanda a scenari molto più vasti nei quali gli aspiranti trilionari possono fare direttamente politica o influenzare pesantemente chi la fa: sono potenti semplicemente perché sono ricchi. Si vedano le dichiarazioni di Elon Musk, nei giorni scorsi a proposito di Ucraina e Zelemsky.

Nel momento di crisi che stiamo attraversando, non spaventano le ragioni della maggioranza. Spaventa l’eccesso di quelle ragioni. Il “troppo” delle ragioni di una parte, infatti, può arrivare a giustificare il troppo della risposta dell’altra parte.

Ma alla fine è necessario notare che è difficile, molto difficile, costruire una buona democrazia sull’equilibrio degli eccessi.
(fonte: articolo di Alberto Carrara 19/10/2026)


venerdì 23 ottobre 2026

Un plotone d’esecuzione non è giustizia di Gennaro Matino

Un plotone d’esecuzione 
non è giustizia 
di Gennaro Matino


La diretta è stata cancellata. L’esecuzione no. Dopo le proteste internazionali e le critiche negli stessi Stati Uniti, Trump ha rinunciato a trasmettere la morte di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood. Resta la fucilazione, prevista per il 3 dicembre. È un passo che conta: una protesta può ancora fermare qualcosa. Ma fermiamoci anche noi, prima del sollievo. Abbiamo salvato un uomo dallo spettacolo della sua morte. Non dalla morte. E basta spegnere una telecamera per rimettere a posto la coscienza? Possiamo rifiutare lo spettacolo e sentirci sollevati, lasciando che l’uccisione prosegua al riparo dal nostro sguardo. Ci disturba vederlo morire. Ma alla domanda se debba morire abbiamo già una risposta pronta: se lo merita.

Bastano tre parole. Hanno la rapidità di una sentenza e il vantaggio di non chiedere più pensieri. Le pronunciamo e ci sentiamo assolti: se chi soffre merita di soffrire, la nostra soddisfazione può travestirsi da giustizia. Possiamo guardare senza vergogna. Possiamo perfino applaudire.

Hasan ha ucciso tredici persone. Tredici vite strappate, famiglie spezzate, assenze che nessuna sentenza potrà colmare. Bisogna partire da loro, dalla gravità del crimine, dal dovere di proteggere la società e di accertare le responsabilità. Il dolore delle vittime merita ascolto, cura, memoria. Chi ha perduto una persona amata ha diritto anche alla propria rabbia. Ma uno Stato ha una responsabilità diversa: dare alla giustizia una misura che resista alla vendetta. Non può chiedere al dolore di scrivere le sue leggi, né adoperarlo per allestire uno spettacolo. La pena di morte cancella una vita per affermare che una vita non doveva essere cancellata. La diretta avrebbe aggiunto un’altra ferita: convocare gli spettatori, incorporare il loro sguardo nel castigo. Il potere che uccide voleva essere visto mentre uccideva. Averlo fermato è necessario. Ma una società capace di concepire un simile appuntamento deve interrogarsi sul confine che stava per attraversare. E su quello che continua ad attraversare anche a telecamere spente. Possiamo liquidare tutto come una barbarie lontana, chiudere la notizia, riprendere la giornata. Eppure quel “se lo merita” ha cittadinanza anche nelle nostre case.

Accompagna il video di un ragazzo pestato, l’umiliazione di una donna, la caduta pubblica di qualcuno che ieri invidiavamo. Circola nelle chat, si accomoda sotto le fotografie, diventa battuta. Non tutto ha la stessa gravità: una fucilazione, una gogna restano cose profondamente diverse. Ma dobbiamo interrogarci sul piacere che possiamo provare davanti alla sofferenza altrui, quando ci siamo convinti che chi la subisce abbia perduto il diritto al nostro rispetto. Un ragazzo viene colpito e qualcuno continua a riprendere. Una persona piange e qualcuno cerca l’inquadratura migliore. Un errore diventa un’identità: hai sbagliato, dunque sei il tuo sbaglio, per sempre. Intorno si forma una folla che non ha bisogno di conoscersi. Le basta un bersaglio. Ciascuno aggiunge poco, una parola, una risata, una condivisione. Alla fine l’umiliazione è enorme e nessuno sente di averla prodotta. Abbiamo distribuito la crudeltà in dosi abbastanza piccole da poterci dichiarare innocenti. Le immagini possono essere necessarie.

Documentare una violenza può spezzare il silenzio, smentire una menzogna, aiutare una vittima a ottenere giustizia. Ci sono fotografie che hanno costretto il mondo a vedere ciò che avrebbe preferito ignorare. Ma uno sguardo può cercare la verità oppure consumare una persona. 
La differenza sta nella responsabilità che assumiamo davanti a ciò che vediamo. Che cosa faremo di quel dolore? Qualcuno sarà protetto, soccorso, ascoltato? O avremo soltanto qualcosa da inoltrare? È qui che l’etica della soglia diventa esigente. Ci domanda di fermarci proprio quando avremmo la forza, il consenso, magari l’autorizzazione per andare oltre. Di riconoscere un limite anche davanti a chi ogni limite lo ha violato. La dignità del colpevole è difficile da sostenere perché non ci restituisce gratitudine e può urtare il nostro bisogno di una conclusione. Eppure, se dipendesse dalla simpatia, dall’innocenza, dall’appartenenza, sarebbe un premio. Un diritto esiste finché protegge anche qualcuno che non vorremmo proteggere. Questo limite non cancella la pena. Le dà un confine umano. Non dimentica le vittime.

Impedisce che in loro nome si produca altro male. 
La civiltà vive anche di questa fatica: custodire ciò che la violenza vorrebbe farci abbandonare. Difendere la vita mentre qualcuno ci persuade che eliminarne una renderà più sicure tutte le altre. 
Forse la soglia più urgente passa oggi attraverso il nostro sguardo. 
Attraverso il momento in cui scegliamo se una sofferenza ci chiama o ci intrattiene. 
Quella diretta è stata fermata. Ora resta una vita da salvare.
E resta da interrompere, ogni giorno, il piccolo spettacolo dell’umiliazione cui prestiamo così facilmente la voce. Se lo merita. Prima di ripeterlo, fermiamoci. 
La dignità è una soglia: se vale soltanto per chi ci somiglia, l’abbiamo già attraversata.

(Fonte:  “la Repubblica” – Napoli – del 18 ottobre 2026)

giovedì 22 ottobre 2026

Leone XIV: L’impegno per la famiglia nella società di oggi - Trasmettendo ed educando la vita umana, che mai va scartata. (Testo e video) - Udienza generale del 22 ottobre 2026

L’impegno per la famiglia 
nella società di oggi 
Trasmettendo ed educando 
la vita umana, 
che mai va scartata.
Leone XVI


I Documenti del Concilio Vaticano II. 
IV. Costituzione Gaudium et spes. 
6. L’impegno per la famiglia nella società di oggi (GS, 47-52)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La prima cosa che vorrei dirvi è grazie! Grazie per il sostegno delle vostre preghiere. Grazie a Dio per la sua generosità. Rinnoviamo tutti la nostra fiducia nella bontà, nella misericordia di Dio.

La Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS) del Concilio Vaticano II, dopo aver illustrato, nella prima parte, la dignità della persona e la sua vocazione nel mondo, nella seconda parte, «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana», considera alcuni problemi contemporanei più urgenti (cfr GS, 46). L’attenzione si concentra in primo luogo sul matrimonio e sulla famiglia, nella convinzione che «il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare» (GS, 47).

A tale scopo, non ne vengono semplicemente ribaditi i valori e i fini, ma si prospetta una rinnovata concezione del matrimonio quale «intima comunità di vita e d’amore coniugale» (GS, 48). Integrando la dimensione giuridica del matrimonio come contratto, il fondamento di tale unione viene riconosciuto nel «patto coniugale», inteso come «l’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono» (ibid.). La reciproca donazione dell’uomo e della donna, tale per cui «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19,6), motiva l’esigenza della «piena fedeltà» e della «indissolubile unità» dei coniugi, trovando viva espressione nella procreazione e nell’educazione dei figli (cfr GS, 48). Riflesso della Trinità divina, l’amore coniugale e genitoriale, attraverso il Sacramento del matrimonio, viene «sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo», affinché i coniugi possano amarsi l’un l’altra così «come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa» (ibid.).

Dopo aver illuminato la realtà del matrimonio alla luce dell’amore di Cristo, che è verità dell’amore umano e divino, Gaudium et spes rivolge l’attenzione all’amore coniugale e alla fecondità matrimoniale. Non limitandosi all’attrattiva erotica, che pure integra in sé, l’amore coniugale coinvolge tutta la volontà degli sposi, ravvivandone gli affetti dell’animo ed esprimendosi mediante sentimenti e gesti di tenerezza (cfr GS, 49). Abbracciando il bene di tutta la persona dell’uomo e della donna, uguali nella dignità, quest’amore pervade tutta quanta la vita dei coniugi, trovando espressione negli atti esclusivamente propri del matrimonio (cfr ibid.). Mentre significa l’amore integrale da persona a persona, la singolare intimità degli sposi ne favorisce la mutua donazione e arricchisce la loro vicendevole gioia (cfr ibid.).

La fecondità dell’amore coniugale, inoltre, si esprime nella procreazione dei figli, «il dono più eccellente del matrimonio» (GS, 50). Trasmettendo ed educando la vita umana, che mai va scartata, gli sposi diventano «cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti» (ibid.). Chiamati a tale responsabilità umana e cristiana, essi sono tenuti a lasciarsi guidare da un retto giudizio circa il bene loro e dei loro figli, già nati o venturi. Un tale giudizio, che, in ultima analisi, gli sposi stessi devono formulare davanti a Dio, esige che la loro coscienza si conformi alla legge divina, interpretata dal Magistero ecclesiale alla luce del Vangelo (cfr ibid.).

La valorizzazione della comunione amorosa e della fecondità procreativa nel matrimonio porta il Concilio a escludere che possa esserci «vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l’autentico amore coniugale» (GS, 51) e ad affermare, invece, che «quando si tratta di mettere d’accordo l’amore coniugale con la trasmissione […] della vita» si deve «mantenere «in un contesto di vero amore, il significato totale della mutua donazione e della procreazione umana» (ibid.). Da ciò consegue sia che «la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura», scongiurando «l’aborto e l’infanticidio»; sia che «gli atti specifici della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana, devono essere rispettati con grande stima» (ibid.).

L’insegnamento di Gaudium et spes sulla comunità coniugale e familiare giunge quindi a evidenziare la funzione sociale della famiglia, definita «una scuola di umanità più ricca» e «il fondamento della società» (GS, 52), richiamando tutti coloro che hanno responsabilità sociali, specialmente in ambito politico e culturale, al dovere di «collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia» (ibid.).

Carissimi, quest’impegno è più che mai urgente. La Chiesa lo sa bene, come dimostra la sollecitudine pastorale dei Papi che si sono succeduti dopo l’ultimo Concilio, fino alla duplice Assemblea sinodale voluta da Papa Francesco, sulla quale sono ritornati, nei giorni scorsi, i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze Episcopali. La Santa Famiglia di Nazaret ci illumini nel cammino e protegga le famiglie del mondo intero.

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Saluti

Je salue cordialement tous les pèlerins francophones, en particulier ceux venus de France, de Suisse, de la République de Maurice, d'Haïti et du Cameroun. Puissent vos familles être missionnaires et source de paix et d'unité au sein de la société. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente tutti i pellegrini di lingua francese. Possano le vostre famiglie essere missionarie e fonte di pace e di unità nella società. Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience. Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

Herzlich begrüße ich die Pilger deutscher Sprache! Ich wünsche euch allen einen schönen Aufenthalt in der Ewigen Stadt. Gott segne und behüte euch!

[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Auguro a tutti un buon soggiorno nella Città Eterna. Dio vi benedica e vi protegga!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Que la Sagrada Familia de Nazaret proteja a todas las familias del mundo entero. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

Saúdo os peregrinos de língua portuguesa! Confio todos vós e as vossas famílias à Sagrada Família de Nazaré. Que Deus vos abençoe!

[Saluto i pellegrini di lingua portoghese! Alla Sacra Famiglia di Nazaret affido voi e le vostre famiglie. Dio vi benedica!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków, a szczególnie organizatorów i wykonawców koncertu „Psalmy Pokoju”, zorganizowanego w 45. rocznicę Watykańskiej Fundacji Jana Pawła II. Niech to wydarzenie sprzyja dążeniom do pokoju i pojednania. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare gli organizzatori e gli interpreti del concerto «Salmi di Pace», per il 45° anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II. Tale evento favorisca propositi di pace e di riconciliazione. Vi benedico tutti!]

* * *

Sabato scorso, a Ibiza, Spagna, sono stati beatificati don Juan Torres Torres e 19 compagni, sacerdoti delle isole di Ibiza e Formentera, uccisi in odio alla fede nella persecuzione religiosa del secolo scorso. La loro testimonianza ci incoraggia a fare della vita un'offerta d'amore a Dio e ai fratelli.

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, come pure ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Esorto ciascuno a vivere con coerenza la fede per irradiare nel vostro ambiente il messaggio liberante del Vangelo.

A tutti la mia Benedizione

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Il bene che non vedremo di Tonio Dell'Olio

Il bene che non vedremo 
di Tonio Dell'Olio




Devi funzionare, produrre, dimostrare. Anche il bene sembra chiamato a esibire il rendiconto: quanti risultati, quale impatto, quanta visibilità? La performatività è diventata una misura dell’esistenza. Se non mostri ciò che ottieni, rischi di non contare. E alla fine impari a scegliere soltanto le imprese che promettono un successo da intestarti.

Ma quanto vale una parola che libera qualcuno dalla paura, se lo scopriremo fra vent’anni? Quanto pesa il rifiuto della guerra quando la guerra continua? E chi misura la pazienza di chi educa senza sapere dove approderà una vita? Verificare i risultati è una responsabilità. Pretendere che ogni scelta giusta produca subito un esito riconoscibile è una forma di possesso. Vorremmo essere insieme seminatori, mietitori e fotografi del raccolto. Persino la speranza finisce per assomigliare a una carriera. C’è invece un bene che domanda di essere compiuto senza garantirci la soddisfazione di vederlo fiorire. Saranno altri ad abitare la casa, a riposare all’ombra, a trovare meno odio sulla propria strada. La gratuità arriva fin qui: rinunciare anche alla ricompensa di poter dire “avevo ragione”.

Forse la pace ha bisogno soprattutto di questa libertà. Di persone che si chiedano ogni giorno quale futuro stanno rendendo possibile. E accettino di consegnarlo a mani che non conosceranno.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 20 ottobre 2026)

mercoledì 21 ottobre 2026

Alessandro D'Avenia Se non ridi ti perdi

Alessandro D'Avenia
Se non ridi ti perdi

Corriere della Sera 13 ottobre 2026.


Qualche giorno fa un’anziana signora che ha da poco perso il marito usciva triste dal parrucchiere, e un ragazzo sconosciuto, incrociandola, in modo gratuito e inatteso, le ha detto: «Come sta bene, signora!». Non poteva sapere che proprio quella frase gliela ripeteva il marito quando si faceva bella.

L’episodio mi ha ricordato «Passing Humanity» (Umani di passaggio), un gioco inventato da Bernard De Koven, teorico della «giocosità» come stile di vita e ribellione al controllo, che ho ripreso a fare: per strada sorrido a chi incontro, magari con un saluto o un commento; se risponde, sorridendo o altro, assegno un punteggio da 1 a 10 agli Umani, se resta indifferente o si infastidisce i punti vanno a Coloro che Trascurano l’Umanità. Il gioco dura un tragitto: in città perdo quasi sempre, in montagna stravinco. È più facile far punti con chi ha bambini, sorridendo prima a loro. A volte non c’è partita: gli occhi sono solo per il cellulare.

Le reazioni negative mi ricordano la commedia latina in cui un tale, preoccupato per le fatiche del vicino, viene invitato a farsi gli affari propri. Lui allora risponde con la frase che ha scolpito il concetto di humanitas e che traduco così: «Sono umano, tutto ciò che accade agli altri lo sento mio». Le neuroscienze lo confermano: se vediamo un’emozione, la proviamo anche noi, come avviene con gli sbadigli. A chi vede un sorriso il cervello sorride, anche se non ricambia. E confesso che io vinco anche quando ai punti perdo: torno a casa col sorriso. Ricreato.
(fonte: sito dell'autore)


martedì 20 ottobre 2026

La ragione degli ulivi di Tonio Dell'Olio

La ragione degli ulivi 
di Tonio Dell'Olio


Ci vuole coraggio, in Palestina, anche per raccogliere le olive. Il 16 ottobre, ad Abu Falah, in Cisgiordania, coloni israeliani hanno aggredito i contadini e incendiato gli alberi. Tra i feriti anche Heidi Levine, fotoreporter del Washington Post. Ma la notizia non comincia quando viene colpita una giornalista americana.

Comincia ogni volta che a una famiglia palestinese viene impedito di raggiungere il proprio campo.
Un ulivo non è soltanto un albero. È il pane di oggi, la fatica dei nonni, l’eredità dei figli. Bruciarlo significa affamare il presente e sfrattare il futuro. Significa dire: qui non devi più vivere.
La violenza cerca di ottenere con la paura ciò che nessun diritto potrebbe concederle.
Eppure qualcuno torna tra quei rami, stende i teli, raccoglie. 
In quel gesto antico c’è una resistenza che non ha bisogno di somigliare alla brutalità che subisce. 
Restare, coltivare, custodire: verbi disarmati che chiedono protezione, non soltanto ammirazione. 
Noi abbiamo fatto dell’ulivo un simbolo di pace.
Lo benediciamo, lo portiamo nelle chiese e nelle case. 
Ma quel ramo ci impegna anche lontano dai nostri altari. 
Non basta alzarlo una domenica, se poi abbassiamo gli occhi davanti a chi incendia l’albero. 
La pace deve arrivare fino alle radici.

(Fonte: Mosaico di Pace  - 19 ottobre 2026)

lunedì 19 ottobre 2026

La rabbia dei giovani e il vuoto educativo di Eraldo Affinati

La rabbia dei giovani 
e il vuoto educativo 
di Eraldo Affinati


I ragazzi lanciano pietre. Fanno esplodere petardi. Ribaltano cassonetti. Rompono bottiglie. Entrano in palestra con lo scooter. Spaccano tutto. Molti si preoccupano: sembra qualcosa di più delle solite occupazioni di inizio autunno, anche perché la rivolta si espande a macchia d’olio in varie parti del Vecchio Continente e non riguarda soltanto gli studenti delle medie superiori, ma coinvolge gli universitari, senza parlare delle organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale docente.

Poi ci sono anche i ragazzini che scalciano i passanti, così, per superare la noia, dicono. Danno fuoco ai barboni e picchiano i disabili. Lo fanno in gruppo, come predatori urbani. Oltreoceano, lo sappiamo, va ancora peggio: quelli che noi chiamiamo i Bes (alunni con bisogni educativi speciali), ordinano in Rete le mitragliatrici, senza che i genitori se ne accorgano se le fanno spedire a casa con un pacco Amazon, poi indossano la mimetica e aprono il fuoco contro i bambini. Vogliono estirpare le radici.

Cosa sta succedendo? Se avessimo lo sguardo corto, noi italiani faremmo presto a citare i più recenti provvedimenti governativi in materia di istruzione, del resto palesemente strumentali e propagandistici, tetto massimo d’immigrati nelle aule, divieto del burqa e multe ai genitori stranieri che non sanno l’italiano, ma queste sono soltanto le punte emergenti dell’iceberg. Per capirci qualcosa forse dovremmo tornare molto più indietro. Uscire dagli schemi elaborati dai sociologi. Mettere da parte le divisioni ideologiche. Evitare le tesi precostituite. La letteratura ci può aiutare. Andiamo a riprenderci I ragazzi terribili di Jean Cocteau. Risfogliamo Il signore delle mosche di William Golding. Se lo leggessimo con occhi disincantati, persino Pinocchio potrebbe illuminare i lati oscuri dei bravi ragazzi.

Gli scrittori di ogni epoca ci hanno spiegato che dietro la passione giovanile si possono nascondere i draghi malefici della specie umana: se tu lasci nel vuoto spirituale un quindicenne, privandolo di qualsiasi riferimento, illudendolo sulla natura della libertà, facendogli credere che se commette un danno la può passare liscia, senza pagare il prezzo del risarcimento, rischi grosso. La sua energia spesso tumultuosa ti si rivolgerà contro. Ed è quanto, a mio avviso, sta accadendo: a ben pensare, la rivoluzione digitale rappresenta un esito della cultura novecentesca. Ad esempio la poesia simbolista, non tutta per fortuna, ha sottilmente legittimato l’oscurità, come se un verso incomprensibile nei suoi passaggi analogici più arditi possedesse maggior valore rispetto a una frase di senso compiuto. Molta arte contemporanea, faccio riferimento a numerose cosiddette installazioni, assomiglia a una truffa percettiva.

Voi direte: cosa c’entra con la violenza giovanile? Diciamo che se il linguaggio non è più legato all’esperienza, può diventare un veleno. Ci lamentiamo che molti ragazzi disertano le urne. Rinunciano a esercitare il diritto di voto. Ma quale credibilità possono avere per un sedicenne di oggi certi personaggi politici quando parlano sui piccoli e grandi schermi?

Proviamo a sceneggiare la protesta interiore dell’Adolescente Tipo. Posso sognare tutto e il suo contrario. Non mi date limiti, giusto? Soprattutto non sapete incarnarli. Vi limitate a richiamarmi al rispetto di precetti nei quali voi stessi sotto sotto non credete. Mi lasciate da solo nella deflagrazione del desiderio che avete organizzato e di cui godete, mentre il pianeta sta andando alla deriva. Allora non avrò più freni. È questa la mia rabbia contro tutti e nessuno. Eccomi qui ad accendere i fumogeni, fronteggiare gli idranti, tirare i sassi.

Molte delle recenti proteste sono comprensibili. È difficile non essere d’accordo con i manifestanti quando gridano: «Soldi alla scuola e non alla guerra». Ma se raschiamo più a fondo scopriremo altro. Dietro certi slogan largamente condivisibili pulsa la febbre antica della gioventù ferita, frutto di un’inquietudine che chiede a tutti noi una riformulazione operativa del concetto di responsabilità nei confronti delle future generazioni.

(Fonte: “La Stampa”  - 17 ottobre 2026)


Leggi anche il post già pubblicato:
- Don Mimmo Battaglia: L’EMERGENZA DEGLI ADULTI

Leone XIV: In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia e viene invece ad abitarla. Grazie a quanti hanno pregato per me, ho sentito il vostro sostegno (Testo e video)

 In Gesù contempliamo un Dio 
che non teme la storia 
e viene invece ad abitarla. 
Leone XIV

"Grazie a quanti hanno pregato per me, ho sentito il vostro sostegno "






Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo proclamato nella liturgia odierna (Mt 22,15-21) ci pone a confronto con uno dei detti più celebri di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (cfr v. 21). Per questo è importante collocarlo nel contesto in cui fu originariamente pronunciato.

L’evangelista Matteo descrive una situazione ostile verso Gesù: i farisei si radunano per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi (cfr v. 15). Decidono di mandare alcune persone a interrogarlo su una questione controversa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17). La risposta del Maestro è astuta, perché lo tiene fuori dalla trappola e smaschera l’ipocrisia di chi vuol farlo cadere. Chiede loro la moneta del tributo, cioè un denaro. Quelli gliela danno, e Gesù dice: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli rispondono: «Di Cesare». Allora afferma: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (vv. 17-21).

In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia e viene invece ad abitarla. Il suo Regno non toglie le cariche e le responsabilità umane. Chiede però di vivere senza compromessi, liberi da cattive ambizioni e ingiusti interessi, anteponendo a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia (cfr Mt 6,33). Colpisce, in questo senso, l’elogio che quelle stesse persone rivolgono a Gesù, seppure mosse da intenzioni non buone: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno» (v. 16).

Carissimi, è proprio questo il profilo di chi “rende a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: essere veritieri, senza soggezione e ipocrisia, liberi per il bene. Preghiamo il Signore che ci aiuti ad essere così. E affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

oggi si celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale. Pensiamo a quanta storia missionaria in questi cento anni! Preghiamo perché la Chiesa sia sempre fedele al mandato del Signore risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

Desidero ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno pregato per me. Ho sentito davvero il vostro sostegno, grazie!

Particolare riconoscenza esprimo ai medici, agli infermieri e a tutto il personale del Policlinico “Gemelli”.

Questa esperienza mi ha fatto provare in modo particolare la vicinanza a quanti attraversano la malattia e una condizione di infermità.

Superata questa fase delicata, come sapete adesso riprenderò gradualmente le mie attività, sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere.

Grazie ancora, grazie a tutti e buona domenica!

GUARDA IL VIDEO
Angelus integrale


domenica 18 ottobre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
18 ottobre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nel suo Figlio Gesù, Dio, nostro Padre e Madre, ha mostrato la grandezza della sua misericordia, da non volere che nessuna persona perda la consapevolezza della sua dignità di creatura, creata ad l’immagine e somiglianza di Lui. Con umile fede rivolgiamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/   Nella tua misericordia salvaci, o Dio

 

Lettore


- Non distogliere, o Padre, lo sguardo dal tuo popolo, che hai chiamato, perché sia in mezzo ai popoli segno della nuova umanità inaugurata dal tuo Figlio Gesù. Fa’ che ogni comunità cristiana, a qualsiasi confessione appartenga, si spogli o si tenga lontana dalla tentazione del potere e della collusione schiavizzante con i potenti della terra. Preghiamo. 

- Ti preghiamo e ti affidiamo, o Padre, la salute di papa Leone. Fa’ che questa sua esperienza di improvvisa fragilità possa essere di aiuto e di conforto per tutte quelle persone, bambini o adulti, che si ritrovano ad affrontare una malattia di natura oncologica. Preghiamo. 

- La tua luce, o Padre, possa penetrare nel cuore dei potenti e soprattutto nel cuore di quei governanti, che in nome della supremazia del proprio Paese sono pronti a scatenare guerre ed a rendere problematica la convivenza tra i popoli della terra. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Padre, i giovani del nostro Paese e dei Paesi europei, che in questi giorni stanno manifestando per chiedere una politica, che pensi meno alle armi ed alla guerra e di più alla scuola, alla sanità, alla casa, al lavoro. Sostieni il loro grido, perché non resti inascoltato. Preghiamo. 

- Volgi il tuo sguardo, o Padre, su quelle famiglie, che vivono momenti di grande difficoltà a causa della mancanza di lavoro e su quelle che sono attraversate da incomprensioni o da perdita di interesse per l’altro. Ti affidiamo tutti quei figli, che vivono sul loro corpo e nella loro mente le conseguenze della mancata armonia dei loro genitori. Preghiamo. 

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime palestinesi del continuo sterminio del governo israeliano; delle vittime dell’infinita guerra tra Russia e Ucraina, e della guerra in Sudan e in Etiopia. Accogli tutti nel tuo abbraccio di pace.  Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Padre, le suppliche della tua Chiesa in preghiera, Fa’ che impariamo a vivere in questo mondo il senso vero della cittadinanza, senza svendere la dignità di essere stati creati a Tua immagine, che ci rende figli e figlie, fratelli e sorelle, in Cristo Gesù, nostro Maestro e Signore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 50 - 2025/2026 - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 22,15-21

«Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio!» è la risposta di Gesù alla domanda trappola tesa dai farisei e dagli erodiani. Qualsiasi altra risposta avrebbe messo Gesù in cattiva luce agli occhi dell'occupante romano o a quelli del popolo che mal digeriva di dover pagare la tasse a un re straniero. Per questo Gesù domanda che gli sia mostrata la moneta del Census, la tassa, dove oltre all'effige dell'imperatore Tiberio vi era la scritta attestante la sua divinità: «Tiberius Caesar Divi Augusti Filius, Augustus Pontifex Maximus», Tiberio Cesare, Figlio del Divino Augusto, Augusto Pontefice Massimo. La risposta di Gesù, che sembra eludere la domanda, sposta il problema su un altro livello apparendo assai più chiara. Se possiedi la moneta di Cesare, allora ne riconosci l'autorità e anche la divinità. Tra l'altro, la scena si svolge all'interno del Tempio dove è fatto assoluto divieto di introdurre monete non ebraiche, in modo particolare quelle recanti effigi idolatriche. Chi ha tentato di cogliere in fallo Gesù è caduto nella sua stessa trappola ed è lui a essere accusato di idolatria, il peccato in assoluto più grave secondo la Torah, la Legge Santa di Dio. E inoltre: cosa è dovuto a Cesare e cosa, invece, a Dio? La risposta di Gesù non indica certo la separazione tra il potere temporale e quello spirituale, quasi una tacita alleanza fra trono e altare come un tempo era intesa (forse anche oggi?). Restituire a Cesare ciò che è suo significa restituire all'idolo Cesare quanto gli appartiene, cioè l'idolatria del potere, della forza, del denaro; significa disconoscere la sua presunta divinità e la sua signoria sul mondo, riaffermando quella di Dio. Al Signore va data ogni altra cosa, ogni bene, la vita dei suoi figli, il suo popolo, poiché tutto appartiene a Dio, nulla a Cesare, soprattutto quando Cesare si impone come un dio dal potere assoluto.


sabato 17 ottobre 2026

PRIMA L’UOMO - "Sono, nei confronti della vita, un debitore. E sono un debitore grato... Il proprietario di quell’oro è l’imperatore... di Dio è la terra e quanto contiene, di Dio è l’uomo... A Cesare le cose, a Dio la persona." - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

PRIMA L’UOMO


Sono, nei confronti della vita, un debitore grato... 
Il proprietario di quell’oro è l’imperatore... 
di Dio è la terra e quanto contiene, di Dio è l’uomo... 
A Cesare le cose, a Dio la persona.


In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Mt 22,15-21
  

PRIMA L’UOMO
 
"Sono, nei confronti della vita, un debitore. E sono un debitore grato... Il proprietario di quell’oro è l’imperatore... di Dio è la terra e quanto contiene, di Dio è l’uomo... A Cesare le cose, a Dio la persona."


Vengono da Gesù e gli pongono una di quelle domande taglienti che fanno impennare l’audience e dividono gli spettatori: È lecito o no pagare le tasse a Roma? Tu, rabbi, legittimi gli invasori o stai con la tua gente?

Con qualsiasi risposta, Gesù rischiava la vita. O per mano dei Romani, come ribelle, o per il pugnale degli Zeloti, come collaborazionista.

Gesù non ci sta. Lui, che tra i suoi aveva preso uno della guerriglia anti-romana, Simone lo Zelota, e uno, Levi, che riscuoteva le tasse per l’impero (come riuscisse a farli convivere resta un mistero!). Ma è la grande utopia del Vangelo: eliminare il concetto stesso di nemico.

Gesù non risponde alla domanda se sia lecito o no, non gli interessa quell’approccio piccolo a un problema grande: mostratemi la moneta del tributo!

Siamo nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre figure umane, anche se coniate sulle monete. Per questo all’ingresso stazionavano i cambiavalute. I farisei, rigorosi a parole, nei fatti sono pronti a tutti i compromessi,

Gesù risponde con due cambi di prospettiva. Il primo: sostituisce il verbo pagare con il verbo restituire: Rendete, restituite, date indietro a Cesare, ciò che è suo. Un imperativo sociale forte, che coinvolge ben più di qualche moneta e dà forma all’intera vita: ridate indietro, a Cesare e a Dio, alla società e agli altri, perché niente è davvero vostro.

Dal momento che inizio a esistere, vivo per le cure di qualcuno. Sono debitore verso i miei genitori, la scuola, la sanità, verso chi mi garantisce sicurezza e affetto. Sono debitore nei confronti di arte, scienza, tecnica. Tutto il fiato che ho respirato dal primo giorno della mia vita è dono del lavoro di miliardi di foglie e fili d’erba. Vivo per restituire amore a chi con l’amore mi ha fatto e mi fa vivere.

Sono, nei confronti della vita, un debitore. E sono un debitore grato.

Se avessimo tra le mani quella moneta romana balzerebbe agli occhi il secondo cambio di paradigma di Gesù. Sulla moneta è impresso il profilo dell’imperatore Tiberio con l’iscrizione: Al divino Tiberio, figlio di Augusto. Sottinteso: “appartiene a, è proprietà di”. Il proprietario di quell’oro è l’imperatore. Gesù scinde di netto l’unità delle due parole ‘divino Tiberio’: Tiberio non è divino, non è Dio. Restituite a Dio quello che è suo: di Dio è la terra e quanto contiene, di Dio è l’uomo, di poco inferiore a un dio (Salmo 8). Quell’uomo che è anche poco più che un alito, un’ombra che passa (Salmo 144): ma tu Cesare non lo spegnerai! A Cesare le cose, a Dio la persona.

Gesù ripete: Tu non appartieni a nessun potere. Resta libero da tutti, da ogni tentazione di lasciarti asservire. E ad ogni potere umano il Vangelo ricorda: Non appropriarti dell’uomo! Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio. Ogni creatura è prodigio che ha il Creatore nel sangue, e nel respiro.


Don Mimmo Battaglia: L’EMERGENZA DEGLI ADULTI

L’EMERGENZA DEGLI ADULTI
Don Mimmo Battaglia

Dopo gli ultimi episodi di violenza giovanile, don Mimmo Battaglia richiama gli adulti alle proprie responsabilità educative e chiede un impegno comune per la prevenzione.



“Le cronache di questi giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E, ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti?

Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri.

Vorrei essere chiaro: chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità.

Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società che ha fatto dell’aggressività una prova di forza. Insegniamo a riconoscere i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi.

Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono.

Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle conseguenze ma non verrà lasciato solo.

Poi c’è un equivoco importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare, famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non vedere.

Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza.

La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme.

Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati.

Possiamo “tirare a campare”, come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore.

Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. 
Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. 
Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. 
Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile. 
Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. 
Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno.

Soprattutto mi sta a cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio.

Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti

I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. 
Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi.

Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.”

+ don Mimmo Battaglia
Napoli, 15 ottobre 2026

(Fonte: sito della Diocesi)