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sabato 17 gennaio 2026

UN DIO DA PRENDERE IN BRACCIO "Noi siamo inviati al mondo come braccia aperte, come fessura e feritoia di una rivoluzione, quella della tenerezza e della bellezza di Dio." - II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

UN DIO DA PRENDERE IN BRACCIO


Noi siamo inviati al mondo come braccia aperte,
come fessura e feritoia di una rivoluzione,
quella della tenerezza e della bellezza di Dio.


In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Gv 1,29-34
 
UN DIO DA PRENDERE IN BRACCIO
 
Noi siamo inviati al mondo come braccia aperte, come fessura e feritoia di una rivoluzione, quella della tenerezza e della bellezza di Dio.

Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo. Un agnellino, un Dio che viene non come leone ruggente, ma come uno che non si impone, che chiede di essere preso in braccio.

Ecco l’agnello, uno dei piccoli del gregge che riempivano di belati e di sangue il cortile del santuario. Anche l’agnello Gesù è stato ucciso. Chi è il mandante? Forse il Dio che sta nei cieli? Tristissima idea di Dio! Sarebbe fare mercimonio del suo amore, e un amore mercenario, che si paga, che si compra, è negazione d’amore.

Gesù non è venuto a portare il perdono, ha fatto molto di più: è venuto a portare se stesso, a mettere la sua vita dentro la vita dell’uomo, cuore dentro il cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. Dio ha guardato l’umanità e l’ha trovata smarrita, malata, sperduta come agnellini in mezzo ai lupi, e non l’ha più sopportato. E si è fatto uomo.

Ecco l’agnello, ecco l’amore di Dio mescolato a me, la grazia mischiata alla mia disgrazia, per togliere via “quel” peccato al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, sfilacciando la bellezza delle persone. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, vite lacerate, amori tossici, grembo e matrice di tutto il male del mondo.

Il mondo ci prova, ma non riesce a splendere; la terra ha tentato, ma non ce la fa a fiorire secondo il sogno di Dio; gli uomini non arrivano ad afferrare la felicità. Allora Gesù viene, portando la rivoluzione della tenerezza, mettendosi contro una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio. L’agnello è un “no!” gridato al “così stanno le cose”.

Ecco l’agnello che toglie il disamore. Giovanni usa il verbo al presente, non un verbo al futuro. Cristo lavora adesso in me, dentro i miei sbagli, dentro le mie ferite di oggi. E in che modo? Nello stesso in cui opera nella creazione, come linfa di vite nei tralci. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare la luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole, per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura della spiga. E ci chiede di passare liberi, disarmati, amorevoli fra le persone. Come lui.

Noi siamo inviati al mondo come braccia aperte, come fessura e feritoia di una rivoluzione, quella della tenerezza e della bellezza di Dio. Vorrei sottrarmi, ma il mio compito è provarci e riprovarci, con molte cadute e infinite riprese. Il resto non ci compete.

Mi basterebbe riuscire, come Giovanni l’immergitore, a indicare, di tanto in tanto, una direzione, un orizzonte, una fessura da cui traspaia un barlume della bellezza e della tenerezza di Dio, le due sole forze che salveranno il mondo.

La guerra: se si facesse un bilancio preventivo…

La guerra: se si facesse un bilancio preventivo…



C’è una premessa da avanzare, innanzitutto, perché ne dipenderanno le valutazioni di tutto il discorso successivo. Dal cittadino critico sulle decisioni del legislatore e del governo, deputati e ministri non hanno il diritto di pretendere che egli, nel contempo, abbia elaborato e sia in grado di proporre una soluzione alternativa a quella da loro avanzata.

Al diritto di giudizio critico del cittadino non gli corrisponde il dovere di avere in mano una soluzione migliore del problema. In democrazia, infatti, i cittadini sono chiamati a eleggere loro rappresentanti, dotati di migliori e più adeguate competenze, deputati, appunto, a elaborare, proporre e attuare le soluzioni concrete corrispondenti agli orientamenti di fondo dei loro elettori.

A chi tocca trovare le soluzioni?

Sono i legislatori e i governanti che, assumendo il loro incarico, si addossano il dovere di cercare, trovare e attuare le soluzioni dei problemi connessi. Dico questo perché il governo non può pretendere dal cittadino, che giudica ingiusta la guerra, anche nel caso di una difesa armata di fronte a un’aggressione, che sia lui a elaborare e avanzare una soluzione diversa. Egli ha il diritto di dire no alla guerra e basta.

Certamente non è così per i parlamentari che intendono opporsi alla decisione del governo di reagire a un’aggressione manu armata. Essi hanno il dovere di proporre una soluzione alternativa. I parlamentari, infatti, si chiamano “deputati”, pour cause, in quanto vengono incaricati dai cittadini ad approntare quelle soluzioni concrete del problema, che corrispondano agli orientamenti di fondo dei loro elettori e che il cittadino comune non è in grado di elaborare.

Dico questo perché, nelle discussioni sulla liceità della difesa armata di fronte a un’aggressione, chi la nega viene sottoposto a una sfida da chi la sostiene: o si dichiari disposto alla resa o proponga una soluzione diversa concretamente attuabile.

“Il coraggio della bandiera bianca”

Papa Francesco aveva suscitato l’indignazione di molti ambienti, quando, in un’intervista alla televisione svizzera, aveva avuto l’audacia di difendere chi ha «il coraggio della bandiera bianca» innalzata per salvare la vita di molti, e aveva sostenuto la dignità di chi è pronto a deporre le armi per aprirsi al negoziato.

Solo a nominare la resa, si rischia di essere accusati di viltà e ricoperti di vergogna. Eppure, se la vittoria non si profila, se la parte avversa rifiuta il negoziato e se non si accetta che la guerra continui all’infinito, la sola soluzione attuabile è la resa. Del resto, il rifiuto della resa sempre e comunque significa guerra a oltranza.

Chi dice: «La resa, mai!» è lo stesso che dica: «La guerra all’infinito!». Cioè pura follia, divinizzazione di una propria presunta dignità da salvare a ogni costo, la patria diventata un idolo sul cui altare, insozzato di sangue, si rinnova la barbarie del sacrificio umano di massa, come nelle ecatombi antiche. E allora vi si immolavano animali, la cui uccisione oggi sarebbe deplorata quanto quella degli umani.

Chi intende assumere un impegno di promozione della pace, che comprenda il rifiuto anche della guerra di difesa, deve prepararsi ad essere messo al muro della contraddizione, come il profeta: « Il Signore Dio mi assiste, … per questo rendo la mia faccia dura come pietra» (Is 50,7). Chi, infatti, dice no alla guerra, anche alla guerra di difesa, non ha, fino ad oggi, soluzioni vere e proprie da proporre, che siano concretamente praticabili, alternative alla resa o alla difesa armata.

Questa sua sprovvedutezza, però, non inficia la ragione del suo no alla guerra, l’insuperabile sproporzione fra il bene (supposto che lo sia) della vittoria e il prezzo da pagare, la massa dei morti. A dire il vero, ci sarebbe sproporzione anche se la perdita fosse di una sola vita umana.

Sarebbe interessante analizzare gli scritti pubblicati, a partire dal suo inizio, sulla guerra in Ucraina e vedere l’impressionante coltre di silenzio che si è stesa e si continua a stendere sul numero dei morti. Si tace o si dice che è difficile addurre un numero preciso.

Ed è tristemente vero: i morti sono tali e tanti, quelli al fronte, quelli sotto i bombardamenti delle città, quelli fra i prigionieri maltrattati e uccisi, quelli fucilati perché renitenti o traditori, giudicati come spie, quelli per la fame e gli stenti nelle zone in cui il fronte sosta a lungo, per cui, alla fine, soprattutto se la guerra si protrae, sarà difficile o impossibile averne il conto esatto.

Già il fatto, però, che si possa giudicare la fattibilità di una certa impresa, dal numero dei morti che costerà, denuncia l’assurdità di tutto il discorso. Basterebbe la perdita della vita, inestimabile, di una sola persona umana, per rendere inaccettabile la guerra.

Sì, anche la guerra di difesa, perché le due grandezze in gioco, l’indipendenza della nazione e la libertà, da un lato, e la vita di una donna o di un uomo dall’altro, sono assolutamente incommensurabili.

Il dare e l’avere in un bilancio di guerra

Il fatto è che la guerra, una volta scoppiata, distrugge la razionalità e ogni verità. Tant’è vero che governi e parlamenti che decidono la guerra, decidono, al contempo, che dei morti non si dovrà parlare, se ne nasconderà il numero dei propri e se ne aumenterà subdolamente quello dei morti del nemico. Si conieranno le medaglie per i caduti, per trasformare la vergogna di aver fatto la guerra nell’esibizione del coraggio di coloro che l’hanno combattuta.

Nessun Amministratore Delegato, deputato a gestire gli affari di un popolo, mai firmerebbe il bilancio preventivo di una guerra. Dovrebbe, infatti, inscrivere nella colonna dell’avere i beni immateriali dell’indipendenza e della libertà della nazione, pur degni di altissima estimazione, ma inscrivendo nella colonna del dare, oltre alla distruzione di case e infrastrutture, la massa dei morti, le lacrime delle madri che avranno perduto i figli, e dei bambini che non vedranno ritornare il papà dalla guerra.

Lo sanno perfettamente, oltre ai signori della guerra, i governi, che si guardano bene dal pubblicare previsioni sui costi umani da affrontare e, anche a guerra finita, non rendono conto, o lo fanno in forma approssimativa, del numero dei cittadini che si prevede moriranno al fronte, sepolti sotto le macerie dei bombardamenti, uccisi dagli stenti e dalla fame, i fucilati per disfattismo o per vero o presunto tradimento, i prigionieri che non resistono in vita dopo anni di fatiche indicibili.

La grande maggioranza delle guerre, certamente, mai verrebbe dichiarata, se nei parlamenti convocati per decidere, venissero esibite le cifre del costo che comportano.

Perché continuare con la “inutile strage”?

In conclusione, niente di più vero della definizione data alla guerra dai papi, dall’inizio del Novecento in poi, da quella di «inutile strage» di Benedetto XV fino alle parole che il 20 luglio, nell’omelia della messa domenicale nella cattedrale di Albano, diceva papa Leone XIV, facendosi portavoce dell’opinione pubblica più ampia e condivisa: «Il mondo non sopporta più la guerra».

Riusciranno i popoli a imporre ai governanti l’eliminazione della guerra e la salvaguardia della pace? L’incertezza di una simile previsione, in ogni modo, non costituisce affatto un motivo per desistere dal dovere di sbugiardare la guerra di fronte a coloro che la sostengono, perché ci guadagnano, e disilludere gli ingenui che credono ai sedicenti valori che la guerra dovrebbe salvaguardare.

Diceva don Milani, nella sua Lettera ai giudici, difendendo il suo insegnamento sul dovere della disobbedienza, nel caso in cui la coscienza giudichi ingiusto l’ordine ricevuto: «Spero che in tutto il mondo i miei colleghi preti e maestri d’ogni religione e d’ogni scuola insegneranno come me. Poi, forse, qualche generale troverà ugualmente il meschino che obbedisce e così non riusciremo a salvare l’umanità. Non è un motivo per non fare fino in fondo il nostro dovere di maestri. Se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima».
(fonte: Settimana News, articolo di Severino Dianich 12/01/2026)


Enzo Bianchi - Il vero segreto dell’esistere

Enzo Bianchi
Il vero segreto dell’esistere

Nasciamo e viviamo come viandanti di un lungo pellegrinaggio verso la meta indicata dal Signore

Famiglia Cristiana - 11 Gennaio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Ci sono parole di Gesù non registrate nei Vangeli ma testimoniate dai padri della chiesa che anche oggi dagli esegeti sono ritenute autentiche, parole proferite da Gesù, parole come frecce che se accolte lasciano il segno. Una di queste parole di Gesù risuona così: “Siate viandanti!”.

Ai suoi discepoli, trascinati dietro a lui senza avere una casa né dove posare il capo, Gesù ricorda, oserei dire legifera: “Siate viandanti!”, cioè siate sempre nomadi, pellegrini, e di conseguenza siate stranieri, forestieri, passanti… E non a caso i primi cristiani furono chiamati “quelli della strada”.

Spiritualmente i cristiani devono tutti essere figli del padre dei credenti, nostro padre Abramo, il quale restò tutta la vita un viandante, un forestiero alla ricerca di una terra che Dio gli avrebbe mostrato ma che sia al momento della chiamata sia durante tutto quel viaggio gli ha sempre oscurato. Camminare e riprendere a camminare per nuovi cammini è la vocazione dei cristiani: camminare nella speranza, nella convinzione di dirigersi verso la meta indicata dal Signore, ma senza certezze cercando di vedere le realtà invisibili che sono le promesse del Signore.

Siamo viandanti chiamati a fare un po’ di strada con altri: ci uniamo agli altri venendo al mondo, dobbiamo camminare con gli altri se vogliamo compiere l’opera a noi assegnata e poi ce ne andiamo perché anche il nostro cammino finisce. Ma il viandante mentre cammina deve anche cantare: non a caso Agostino di Ippona invita a cantare l’Alleluia, il canto dei pellegrini che vanno verso Gerusalemme. Così uniamo il nostro Alleluia a quello che si canta in cielo in una vera lode cosmica fatta da creature che passano, viandanti e pellegrini che cantano: Cantiamo come viandanti, e tu canta e cammina! La strada verso il Regno è sempre nuova, è strada di vita!
(fonte: Blog dell'autore)


venerdì 16 gennaio 2026

“Tutti Contano”: la Rilevazione delle Persone Senza Dimora


“Tutti Contano”: la Rilevazione delle Persone Senza Dimora


(Foto di Tutti Contano)

La Rilevazione ISTAT delle Persone Senza Dimora è una grande iniziativa nazionale, una “fotografia notturna” per conoscere meglio il fenomeno della grave emarginazione adulta, raccogliere dati utili e migliorare le politiche e i servizi dedicati alle persone che vivono in strada. E’ realizzata in collaborazione con le città centro delle aree metropolitane, gli enti locali, il terzo settore, i servizi sociali e centinaia di volontari. L’obiettivo è quello di raccogliere dati utili, aggiornati e condivisi per migliorare i servizi rivolti alle persone che vivono in strada o in sistemazioni precarie.

La Conta avverrà contestualmente il 26, 28 e 29 gennaio 2026 nelle città di: Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia. Ogni città coinvolta ha uno o più Coordinatori, è suddivisa in Macro Aree, ciascuna coordinata da un Responsabile della Rilevazione. Ogni volontario viene inserito in una squadra di 2/3 persone, che monitorerà a piedi o con mezzi propri (bici, scooter, auto) una zona specifica della città. Durante le attività sarà affiancato da operatori esperti, riceverà una breve formazione e vivrà un’esperienza concreta di cittadinanza attiva.

Ma perché è importante questo censimento? Questa “fotografia notturna” è fondamentale per: dare voce a chi è ai margini, conoscere meglio il fenomeno dell’emarginazione grave, orientare le politiche pubbliche e l’uso delle risorse (comprese quelle europee) per combattere la povertà estrema. I volontari parteciperanno a un’uscita serale nel proprio quartiere o in una zona assegnata, faranno parte di una squadra di rilevazione coordinata da operatori esperti e potranno, se disponibili, partecipare anche alla fase delle interviste nei giorni successivi. Il 26 gennaio si effettuerà la conta visiva notturna in strada e nelle strutture di accoglienza. Il 28 e 29 gennaio si realizzeranno le interviste di approfondimento a un campione delle persone individuate nella prima serata. Al momento si sono iscritti oltre 4.200 volontari. Le città di Milano, Bologna, Torino, Firenze, Genova, Napoli, Cagliari, Catania e Messina hanno già superato il numero necessario di volontari. Palermo Venezia, Bari e Reggio Calabria ci sono quasi. Per Roma, che necessita di un numero molto alto, serve una mano. Qui per candidarsi: https://www.tutticontano.fiopsd.org/candidati/.

PSD ETS, la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Ente del Terzo Settore, che per conto dell’ISTAT sta implementando il progetto di Rilevazione sulle persone Senza Dimora nei 14 Comuni centro delle aree metropolitane, ci ricorda che nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora, un numero tristemente in linea con il dato degli anni precedenti. Quello che appare evidente è che la strada amplifica gli effetti causati da un malore generico, una caduta, una malattia lieve o un incidente, così come del “freddo” o del “caldo”, rendendo fatali dei meri eventi naturali. I luoghi in cui sono avvenuti i decessi sono un chiaro indicatore delle condizioni di vita di queste persone. In primo luogo le morti sono avvenute in spazi pubblici, visibili e facilmente accessibili: nel 34% dei casi i ritrovamenti sono infatti avvenuti in strada, parchi e aree pubbliche. In secondo luogo troviamo i decessi avvenuti in baracche e ripari di fortuna (23%), e per annegamento (15%). Infine, troviamo tanti decessi anche in carcere (8%). Le morti in strada interessano soprattutto uomini (91,5%) e persone di nazionalità straniera (56,5%), soprattutto provenienti da Paesi extraeuropei (45%), in particolare dal Marocco (10%) e dalla Tunisia (3,5%). L’età media dei decessi si attesta a 46,3 anni, maggiore per gli italiani e pari a 54,5, minore per gli stranieri, pari a 42. Un dato questo cruciale, se pensiamo che l’età media di morte della popolazione italiana è di 81,9 anni, che rende tutta la drammaticità delle conseguenze della vita in strada.

Il Nord Italia rimane l’area più colpita, con oltre la metà dei decessi: 29% nel Nord-Ovest e 19,7% nel Nord-Est. Seguono il Centro, con il 26%, il Sud, con il 17% e le Isole con l’8,3%. “Le cause dei decessi tra le persone senza dimora riflettono una condizione di estrema vulnerabilità, in cui fattori personali, sociali e ambientali si intrecciano aggravando situazioni spesso già precarie,” afferma il presidente Alessandro Carta. “Con la Rilevazione del 26/29 gennaio confidiamo che potremo conoscere meglio quanti sono e chi sono le persone che vivono in strada; ci appelliamo a tutti i cittadini affinché aiutino come Volontari nella Conta.”

Alla Rilevazione delle Persone Senza Dimora hanno aderito: Caritas Italiana, ARCI, CNCA, Azione Cattolica, Croce Rossa Italiana, UISP, CSVnet, AGCI, Confcooperative, Medici Senza Frontiere, Alleanza Contro la Povertà, AGESCI, Forum Terzo Settore, Fed Scout d’Europa, Sant’Egidio, Esercito della Salvezza, Leroy Merlin, TecnoMat, le Università delle città ed oltre 70 enti nazionali e locali.

Qui per approfondire: https://www.tutticontano.fiopsd.org/.  
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 11.01.26)


Il Papa alle famiglie delle vittime di Crans-Montana: tanto dolore, sono commosso


Il Papa alle famiglie delle vittime di Crans-Montana:
tanto dolore, sono commosso


Leone XIV incontra i parenti dei giovani italiani deceduti o feriti durante la "catastrofe di estrema violenza" che è stata l'incendio in un locale della cittadina svizzera, la notte di Capodanno. Il Pontefice assicura la sua vicinanza e preghiera, insieme a quella di tutta la Chiesa: “L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti, ma il Successore di Pietro lo afferma con forza: la vostra speranza non è vana"


“Dico molto sinceramente che sono molto commosso nell'incontrarvi..”. Papa Leone XIV ha la voce incrinata nel rivelare i suoi sentimenti davanti alla "catastrofe di estrema violenza" di Crans-Montana, la località svizzera dove la notte di Capodanno un incendio in un locale ha provocato 40 vittime e 116 feriti. La maggior parte, tutti ragazzi giovanissimi e anche minorenni. A quindici giorni da quel dramma, mentre sono in corso le indagini sulle dinamiche e le preghiere e le speranze sono tutte per la guarigione dei feriti ricoverati in ospedale (per gli italiani, attualmente, dodici giovani sono in cura presso l'ospedale Niguarda di Milano, di cui 7 in rianimazione), Papa Leone abbraccia – in senso fisico e figurato – le famiglie dei ragazzi italiani rimasti uccisi o feriti nel rogo.


Un gruppo di circa 20 persone, accolte questa mattina intorno alle 12 nel Palazzo Apostolico vaticano, prima dell'incontro a Palazzo Chigi con i rappresentanti del Governo italiano. Un’udienza raccolta e toccante quella nella Sala dei Papi, tra le parole e i gesti di Leone e le lacrime di questa gente distrutta dal lutto e dalla perdita improvvisa. Con loro il Papa parla a braccio, esprimendo - come già aveva fatto sabato scorso nell'incontro con i giovani della Diocesi di Roma - tutta la sua vicinanza e il suo affetto. "Quando ho saputo che da parte vostra qualcuno aveva chiesto questa udienza, subito ho detto: 'Sì, troveremo il tempo'. Volevo almeno avere l’opportunità di condividere un momento che per voi, in mezzo a tanto dolore e sofferenza, è veramente una prova della nostra fede, è una prova di ciò che crediamo", esordisce il Papa, discostandosi dal testo scritto.

"La vostra speranza non è vana"

Circostanze simili, oltre al dolore, suscitano domande. Tante domande. “Perché, Signore?” è la prima. Lo afferma Leone stesso: "Qualcuno mi ha fatto ricordare un momento simile: proprio nella Messa del funerale dove invece di fare una predica, il sacerdote faceva come un dialogo fra la persona e Dio stesso, con quella domanda che sempre ci accompagna, a dire: 'Perché Signore, perché?'". Ogni risposta, però, può essere limitata, dice il Papa nel suo discorso.

Il Papa nell'udienza ai familiari delle vittime di Crans-Montana (@Vatican Media)

Parla quindi come Pontefice della Chiesa universale, Leone XIV, a queste mamme e papà, fratelli e sorelle, nonni, portando loro il messaggio di speranza, sempre eterno e sempre valido, della resurrezione di Cristo.

Io non posso spiegarvi, cari fratelli e sorelle, perché sia stato chiesto a voi e ai vostri cari di affrontare una tale prova. L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti. Il Successore di Pietro che siete venuti a incontrare oggi ve lo afferma con forza e convinzione: la vostra speranza, la vostra speranza, non è vana, perché Cristo è veramente risorto! La Santa Chiesa ne è testimone e lo annuncia con certezza

È, dunque, questa la risposta "adeguata" per chi sta attraversando un “momento di grande dolore e sofferenza”. Dolore e sofferenza date dal fatto che "una delle persone a voi più care, più amate, ha perso la vita in una catastrofe di estrema violenza, oppure si trova ricoverata in ospedale per un lungo periodo, con il corpo sfigurato dalle conseguenze di un terribile incendio che ha colpito l'immaginario di tutto il mondo". Il tutto avvenuto, peraltro, “nel momento più inaspettato, in un giorno in cui tutti gioivano e festeggiavano per scambiarsi auguri di gioia e felicità”.

Una sola parola adeguata, quella di Cristo in croce

Se già c'è poco da dire, anche è difficile trovare un senso a tali eventi, evidenzia il Pontefice. Così come è difficile dare una risposta alla domanda:

Dove trovare una consolazione all'altezza di ciò che provate, un conforto che non sia costituito da parole vane e superficiali, ma che tocchi nel profondo e ravvivi la speranza?

Il Papa invita a guardare al "Figlio di Dio sulla croce – a cui siete così vicini oggi – che dal profondo del suo abbandono e del suo dolore gridò al Padre: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’”. “La risposta del Padre alla supplica del Figlio si fa attendere tre giorni, nel silenzio. Ma che risposta!”, esclama il Papa. “Gesù risorge glorioso, vivendo per sempre nella gioia e nella luce eterna della Pasqua”.

Papa Leone con alcune delle famiglie dei giovani rimasti uccisi nell'incendio a Crans-Montana (@Vatican Media)

Il Papa e la Chiesa vicini alle famiglie

“Nulla potrà mai separarvi dall'amore di Cristo, così come i vostri cari che soffrono o che avete perso”, aggiunge Papa Leone, citando San Paolo. “La fede che abita in noi illumina i momenti più bui e più dolorosi della nostra vita con una luce insostituibile, che ci aiuta a continuare coraggiosamente il cammino verso la meta” “Gesù ci precede su questo cammino di morte e risurrezione che richiede pazienza e perseveranza”, rimarca ancora il Pontefice. “Siate certi della sua vicinanza e della sua tenerezza: Egli non è lontano da ciò che state vivendo, al contrario, lo condivide e lo porta con voi”. E allo stesso modo “tutta la Chiesa”.

Leone XIV assicura infatti la preghiera della Chiesa e quella sua personale per i defunti, per “il sollievo di coloro che amate e che soffrono” e per gli stessi parenti. “Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce”, dice. I presenti li invita a pregare insieme un Padre Nostro e affida tutti alla Madonna Signora dei Dolori.

Vi è vicina in questi giorni… Rivolgete a Lei senza riserve le vostre lacrime e cercate in lei il conforto materno che lei potrà darvi. Come Lei, saprete attendere con pazienza, nella notte della sofferenza ma con la certezza della fede, che un giorno, un nuovo giorno sorga; e ritroverete la gioia.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 15/01/2026)

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Vedi anche il post (all'interno altri link a quelli precedenti):


giovedì 15 gennaio 2026

Ripristinare il diritto internazionale

Ripristinare il diritto internazionale

Il commissario generale dell’Unwra, Philippe Lazzarini, fa il punto sulle sofferenze della popolazione civile nello Stato di Palestina, tra Gaza, ridotta a un cumulo di macerie, e la Cisgiordania


Due anni e mezzo dopo l’incontro con Papa Francesco l’11 maggio 2023, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unwra, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, è tornato ieri (12 gennaio) al Palazzo Apostolico, dove è stato ricevuto in udienza privata da Papa Leone XIV. Tra questi due incontri sembra essere trascorso un secolo: dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è stata quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti israeliani e molti denunciano che il diritto internazionale umanitario è stato calpestato. Sebbene l’intensità della violenza a Gaza sia diminuita in seguito all’accordo raggiunto il 10 ottobre 2025 tra Israele e Hamas, la situazione umanitaria rimane drammatica. Senza contare il lavoro dell’Unrwa in Cisgiordania, reso ogni giorno più difficile dal governo israeliano, che esercita pressioni per espellere l’agenzia delle Nazioni Unite.

Dopo l’incontro con il Pontefice, Lazzarini, ai microfoni dei media vaticani, ha raccontato a caldo le emozioni di questa prima udienza con Papa Leone e ha fatto il punto sulla situazione dei palestinesi oggi, mentre Gaza è sempre meno presente sulle pagine e nei titoli dei giornali.

Sebbene il cessate-il-fuoco a Gaza alla fine di ottobre 2025 sembra aver portato alcuni miglioramenti, la situazione umanitaria rimane comunque estremamente grave nella Striscia. Cosa può dirci delle condizioni di vita attuali?

Le condizioni di vita sono assolutamente misere. La popolazione di Gaza è concentrata in meno del 50% della Striscia che ora appare divisa in due. C’è una parte sotto il controllo dell'esercito israeliano dove non ci sono praticamente persone e poi la parte che è ancora sotto il controllo di Hamas, in cui si concentra la maggior parte della popolazione. Gaza è solo un cumulo di rovine per il momento, tutto è da ricostruire e la gente si preoccupa quotidianamente di trovare l’assistenza minima per le proprie famiglie. Da alcune settimane, le condizioni invernali hanno aggiunto un’ulteriore dose di sofferenza alla popolazione. Ora, nel colloquio che abbiamo avuto con il Santo Padre, ho sollevato la questione del ruolo dell’Unrwa. L’Unwra è un’agenzia che fornisce principalmente servizi pubblici alla popolazione, cioè istruzione primaria e secondaria, ma anche sanità e soccorso umanitario. Attualmente, l’agenzia subisce enormi pressioni politiche affinché cessi le sue attività nella Striscia di Gaza. E ho fatto notare che, se ciò dovesse accadere, in assenza di istituzioni palestinesi, si creerebbe un vuoto enorme e una generazione persa in materia di istruzione. L’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Dal 7 ottobre 2023 e dalla guerra che ne è seguita, la questione dell'istruzione è tra gli aspetti meno trattati dai media. L’istruzione è fondamentale per centinaia di migliaia di bambini palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania. In che modo questa guerra ha influito sulla questione dell’istruzione? Perché l’istruzione di tutti questi giovani palestinesi rimane fondamentale?

In primo luogo, l’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. I palestinesi hanno perso le loro terre, hanno perso le loro case, ma non hanno perso l'istruzione, anzi. L’istruzione è un settore in cui tutti erano orgogliosi di investire per i propri figli o nipoti. Oggi, nella Striscia di Gaza, tutte le università sono state distrutte, l’80% delle nostre scuole è stato danneggiato o completamente distrutto. Inoltre, abbiamo più di 600.000 bambini e bambine in età scolare per la scuola primaria e secondaria che attualmente vivono tra le macerie, nella polvere, profondamente traumatizzati da questa guerra, e se non riusciamo a riportarli in un ambiente educativo il più rapidamente possibile, corriamo il rischio di perdere una generazione. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo anche gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Anche la Cisgiordania, nello Stato di Palestina, è ovviamente fonte di preoccupazione, come abbiamo visto ancora negli ultimi mesi. Sono stati messi sotto sequestro alcuni locali dell’Unrwa. Qiaò è la situazione nei territori palestinesi occupati dove la pressione israeliana è particolarmente forte? Come riuscite a portare avanti il vostro lavoro nonostante le difficoltà?

In effetti, occorre distinguere le attività nella parte occupata di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. Attualmente in Israele sono in vigore tre leggi anti-Unrwa che prendono di mira la nostra agenzia: la prima vieta qualsiasi comunicazione tra le autorità israeliane e i nostri responsabili. La seconda inibisce qualsiasi presenza dell’agenzia sul territorio sovrano dello Stato di Israele, che considera Gerusalemme Est occupata come parte del proprio territorio. Quindi, in questo caso, effettivamente lì non abbiamo più alcuna presenza. La terza legge riguarda anch’essa Gerusalemme Est e vieta alle autorità di fornire elettricità e acqua, oltre a incaricare il governo di sequestrare il quartier generale e la scuola professionale dell’Unrwa a Gerusalemme Est. In Cisgiordania, invece, nonostante tutte le violenze, nonostante l’espansione degli insediamenti e nonostante le operazioni militari che hanno avuto luogo nei campi, in particolare nel nord, nonostante il fatto che si sia assistito al più grande spostamento di palestinesi dal 1967, l’agenzia continua a operare attraverso le sue scuole e i suoi centri sanitari. Solo in Cisgiordania abbiamo 6000 dipendenti.

Pochi giorni fa, davanti agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la violazione del diritto internazionale umanitario. Immagino che si tratti di dichiarazioni che vi stanno particolarmente a cuore...

Sì, assolutamente, siamo mobilitati fin dall’inizio della guerra, quando ho ricordato agli Stati membri (dell’Onu, ndr) che anche le guerre devono rispettare delle regole. Il diritto internazionale è stato costantemente violato negli ultimi due anni, al punto da creare una frattura nella percezione tra le popolazioni del Sud e del Nord del mondo. Nel Sud si ha l’impressione che le convenzioni sui diritti umani o il diritto internazionale umanitario abbiano perso la loro universalità a causa della loro applicazione variabile e frammentaria. È vero che nel contesto di Gaza e della Palestina questo diritto è stato costantemente violato. Anche le sentenze della Corte internazionale di giustizia sono oggi contestate dalle autorità israeliane. Continuo a ripetere che se si accetta che questo diritto internazionale non sia applicato in modo rigoroso nel contesto di Gaza, ciò creerà un precedente e lo indebolirà altrove. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale.

Ma come si fa, in una situazione come quella attuale, a difendere l’idea che il diritto internazionale debba comunque rimanere uno dei pilastri dell’azione diplomatica?

Non è una novità che il diritto internazionale venga calpestato. La novità è la pretesa di calpestarlo sistematicamente, in modo così aperto, senza nemmeno cercare di negarlo. Ed è esattamente ciò che è successo nel contesto di Gaza. È vero che stiamo assistendo a un indebolimento del sistema multilaterale, un indebolimento del sistema dell’ordine mondiale che si è instaurato dopo la seconda Guerra mondiale, ma penso che sia ancora tempo di ricordare costantemente, instancabilmente, agli Stati membri dell’Europa che questo diritto internazionale non è a “geometria variabile” e che non può essere applicato “à la carte”. Dobbiamo chiederne l’applicazione allo stesso modo in una situazione nel continente africano, in Medio Oriente, in Europa. E se non lo facciamo, perderemo molti alleati che hanno creduto a lungo che questo diritto internazionale fosse universale. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale. Ma non dobbiamo abbandonarlo, perché l’alternativa, se non avessimo più regole a cui fare riferimento, sarebbe la barbarie. E ciò va assolutamente evitato.

Un’ultima domanda sul sostegno del Papa e della Chiesa alle sofferenze del popolo palestinese. Come sono accolte dalla gente queste manifestazioni di sostegno?

È un sostegno estremamente sempre importante. La popolazione palestinese ha l’impressione che, in un certo senso, la comunità internazionale le abbia voltato le spalle. E penso che questo messaggio di compassione e solidarietà del Santo Padre si irradi ben oltre le popolazioni cristiane della regione. Si irradia a tutte le minoranze perché, ogni volta, sono messaggi di pace che vengono espressi.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Olivier Bonnel 13/01/2026)


UDIENZA GENERALE Leone XIV Con la sua Parola Dio invita all’Amicizia

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 14 gennaio 2026

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Con la sua Parola Dio invita all’Amicizia

Leone XIV prosegue il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II e riflette sulla Costituzione dogmatica «Dei Verbum»


«La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela se stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui». Lo ha detto Leone XIV durante l’udienza generale in Aula Paolo VI.

Proseguendo il ciclo di catechesi avviato con il nuovo anno e incentrato sui documenti del Concilio Vaticano II, il Pontefice ha dedicato la riflessione alla Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta, ha detto, di «uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare» poiché ricorda che Dio parla all’umanità. Dunque, la Rivelazione di Dio «ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere». Di qui, l’invito del Papa a distinguere tra la parola, che «crea una relazione con l’altro», e la chiacchiera che, invece, «si ferma alla superficie».

Al termine della catechesi, salutando i gruppi di fedeli presenti, il vescovo di Roma ha rammentato l’importanza della preghiera quotidiana, così da vivere sempre «un autentico rapporto filiale» con il Signore.
(fonte: L'Osservatore Romano 14/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 1. Dio parla agli uomini come ad amici


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Abbiamo avviato il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore.

Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio (Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 86). Infatti, un antico motto recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l’amicizia o nasce tra pari, o rende tali”. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio.

Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva (cfr Gen 3,5), ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo.

Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato – “vi ho chiamato amici” – sono riprese proprio nella Costituzione Dei Verbum, che afferma: «Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro (cfr Dei Verbum, 3); e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere.

La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. È importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui.

In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi.

Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui.

La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza.

__________________________

Saluti

...

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Nel salutare i pellegrini italiani presenti, rivolgo un pensiero particolare ai sacerdoti di diverse Diocesi e ai Vigili del Fuoco di Napoli.

Il mio saluto si estende, poi, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. La festa del Battesimo del Signore, che abbiamo celebrato domenica scorsa, ridesti in tutti il ricordo del nostro Battesimo. Esso costituisca per ciascuno uno stimolo a testimoniare sempre la gioia dell’adesione a Cristo, Figlio prediletto del Padre e nostro Fratello che illumina il cammino della vita.

A tutti la mia benedizione!

Guarda il video

mercoledì 14 gennaio 2026

Tonio Dell'Olio - Alberto Trentini grazie a chi?


Tonio Dell'Olio
 
Alberto Trentini grazie a chi?
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  14 Gennaio 2026


Bisogna pubblicamente ringraziare Marco Damilano che ieri, dalle pagine del quotidiano Domani, ha dato voce anche ai sentimenti di tanti dopo la scarcerazione di Alberto Trentini.

Damilano si poneva l’interrogativo di chi ringraziare per il felice esito di un’infausta vicenda. Ebbene, dopo il carosello delle passerelle governative nostrane e la prova muscolare dell’amministrazione Trump, credo fosse proprio l’ora di dire che in questi 423 giorni c’è stato anche un moto di solidarietà che ha spinto a non dimenticare Alberto. 

Come ci ha ricordato don Luigi Ciotti, citando Gianni Rodari: “Colui il cui nome è sempre pronunciato è sempre in vita”. Ma va ringraziato innanzitutto Alberto stesso: “Un italiano normale, dunque straordinario, che ha passato i confini non per invadere un altro popolo, ma per aiutare chi era in difficoltà. Ha vissuto quattordici mesi da prigioniero senza uno straccio di capo di imputazione, in mano al potere assoluto e dispotico degli aguzzini di Maduro” fa notare Damilano. 

E poi soprattutto i suoi genitori e infine la folla di associazioni, gruppi, movimenti, cittadini… che si sono uniti nella protesta e nella pretesa di una liberazione dovuta. Certo che i governi possono contare su intelligence, diplomazia, relazioni… ma non sempre lo fanno. E se hanno messo in campo qualcosa dell’apparato di cui dispongono l’hanno fatto anche perché c’è stata un’opinione pubblica che li ha spinti a tanto ricordandoglielo ogni giorno. 

Insomma, mobilitarsi vale la pena. Grazie.

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Vedi anche il post precedente:


La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump. Cosa sta succedendo in Iran

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump.
Cosa sta succedendo in Iran

Secondo varie fonti i morti durante la repressione per le proteste a Teheran sarebbero migliaia, forse 12 mila. Lunedì sembrava essersi aperto un canale di dialogo fra il regime di Khamenei e la Casa Bianca. Ma il giorno dopo il presidente americano ha chiuso la porta ai negoziati, incitato i manifestanti a continuare la protesta e minacciato ancora di intervenire (“L’aiuto sta arrivando”)


“La situazione è ora sotto controllo totale”. Aveva detto lunedì il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, aggiungendo che “quello che sta succedendo ora non sono proteste, è una guerra terroristica contro il Paese”. Ma l’Iran resta una polveriera. Il regime iraniano fa muro di fronte all’ondata di proteste che dal 28 dicembre scorso sta travolgendo la Repubblica Islamica. Il blocco di internet ha isolato l’Iran dal resto del mondo. “Non ho nessuna notizia, non posso neanche sentire i miei genitori”, ci diceva domenica un conoscente iraniano che vive da tempo in Italia. Bloccando il web le autorità sperano di rendere difficili le comunicazioni fra i manifestanti, ma dal’Iran arrivano comunque immagini di folla nelle strade, automobili in fiamme, sacchi neri pieni di cadaveri all’esterno degli ospedali. L'agenzia di stampa statunitense Human Rights Activist News Agency (HRANA) sostiene di aver verificato la morte di 1.850 manifestanti e l’arresto di 16.784 persone. Il sito di Iran International, con base a Londra, conta addirittura 12 mila morti. Il massacro sarebbe avvenuto soprattutto fra l’8 e il 9 gennaio. Ma si tratta di dati sui quali è impossibile una verifica indipendente.

Le proteste a Teheran

Secondo il Critical Threats Project dell'Institute for the Study of War, citato da Al Jazeera, domenica le proteste in Iran hanno iniziato a diminuire. Secondo il think tank statunitense, la diminuzione delle manifestazioni è probabilmente dovuta alla chiusura di Internet a livello nazionale da parte del governo e alla repressione dell'uso dei satelliti Starlink. Tuttavia il presidente americano Trump ha detto che intende parlare con Elon Musk per riattivare l’uso della rete Starlink in Iran. Come già avvenuto in passato, il regime ha organizzato una grande contromanifestazione di sostegno al governo.

Manifestazioni di sostegno alla protesta iraniana a Londra (REUTERS)

Le proteste in Iran sono cominciate a fine dicembre per esprimere il malcontento nei confronti della situazione economica del paese. Le sanzioni, la dispendiosa guerra contro Israele, la cattiva gestione dell’economia hanno provocato l’aumento dei prezzi e la perdita di valore della valuta locale, il rial, nei confronti del dollaro. Ben presto la protesta si è trasformata in una critica più ampia al regime iraniano. I manifestanti hanno intonato slogan come "Morte al dittatore" e "Iraniani, alzate la voce, gridate per i vostri diritti”. Domenica, HRANA ha riferito che ci sono state proteste in oltre 185 città in tutte le 31 province del Paese, con oltre 10.000 persone arrestate.

In un primo tempo il governo aveva riconosciuto le difficoltà economiche e il presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, aveva nominato un nuovo capo della banca centrale. Ma poi ha prevalso la linea dura. Mohammad Movahedi Azad, procuratore generale iraniano, sabato aveva dichiarato che i procedimenti legali contro i rivoltosi dovrebbero essere condotti "senza clemenza, pietà o appeasement". Ha avvertito che "tutti i criminali coinvolti" sarebbero stati considerati "nemici di Dio”.

La protesta, come è sempre accaduto in questi anni in Iran, è spontanea e senza leader autorevoli e riconoscibili. Il regime mostra ancora compattezza dietro il leader politico e spirituale, l’ayatollah Khamenei. Non arrivano notizie di defezioni da parte delle istituzioni armate del Paese, in primo luogo i Guardiani della rivoluzione e le milizie Basij. Dal suo esilio negli Stati Unti Reza Pahlavi, 66 anni, il figlio dell’ex Scià di Persia, che lasciò l’Iran a 19 anni in seguito alla rivoluzione khomeinista, si propone come figura di transizione verso la democrazia. In un intervento sul quotidiano Washington Post, Reza Pahlavi, ha scritto di farsi avanti “non come aspirante sovrano, ma come amministratore di una transizione nazionale verso la democrazia” che porti a una riconciliazione nazionale e a un referendum “per determinare la futura forma democratica di governo”. In qualche modo, sostengono alcuni iraniani che vivono all’estero, Pahlavi in questo momento è un simbolo che può unire, anche se sembra improponibile un ritorno della monarchia.

Quello che potrà accadere nei prossimi giorni è anche nella mani di Donald Trump. All’inizio della protesta Trump aveva affermato che gli Stati Uniti sono "pronti a intervenire" qualora il governo iraniano dovesse ricorrere alla forza letale contro i manifestanti, ed è stato informato dai vertici americani n merito a potenziali attacchi militari. Tuttavia Trump resta prudente. Un intervento militare contro l’Iran non è privo di rischi, anche per la minaccia di rappresaglie contro Israele e le basi militari Usa nella regione del Golfo. Un intervento di tipo dimostrativo rischia di essere troppo poco e anche controproducente. Un intervento più deciso potrebbe scatenare una reazione dura del regime, anche a danno dei manifestanti e della popolazione iraniana. Di fronte a questi rischi non sorprende che nelle ultime ore diano arrivati segnali di un possibile dialogo fra Teheran e Washington. “Come ho ripetuto più volte, siamo anche pronti a negoziare, ma solo se si tratta di negoziati equi e dignitosi, condotti su un piano di parità, nel rispetto reciproco e sulla base di interessi comuni”, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Trump ha confermato che i funzionari iraniani lo avevano chiamato "per negoziare", aggiungendo però che "potrebbe essere necessario agire prima di un incontro". Ma nelle ultime ore Trump ha inasprito i toni. Ha dichiarato di aver cancellato gli incontri con i funzionari iraniani, ha incitato i “patrioti iraniani” a continuare a manifestare”, aggiungendo che “l’aiuto è in arrivo”. Ma non ha specificato a quale tipo di aiuto sta pensando.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Roberto Zichittella 12/01/2026 • Ultimo aggiornamento 14/01/2026 • 12:19)

Diritto vs libertà? di Giuseppe Savagnone

Diritto vs libertà? 
di Giuseppe Savagnone


Attacco al Venezuela
Il caso Venezuela ha riempito e continua riempire le pagine dei giornali, letto però in ottiche abbastanza diverse e talora opposte. Poiché ad esserne protagonista è il paese – gli Stati Uniti – che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha costituito, e anche ora continua a costituire, il punto di riferimento delle democrazie occidentali, vale la pena cercare di comprendere meglio il significato di questa vicenda e delle diverse interpretazioni che se ne danno.

In primo luogo, come sempre è giusto fare prima di passare ai commenti, partiamo dai fatti. Da mesi il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro era oggetto di durissime accuse da parte della Casa Bianca. L’imputazione fondamentale era il suo ruolo nel narcotraffico. Maduro sarebbe stato addirittura capo di un cartello della droga denominato «Cartel de los Soles», accusato anche di essere una organizzazione terroristica.

È stato in rapporto a questo che, dai primi di settembre 2025, più di trenta imbarcazioni venezuelane, mentre navigavano nelle loro acque territoriali, sono state oggetto di attacchi da parte di droni americani, con la morte di centodieci persone – pacifici pescatori, secondo il governo venezuelano, pericolosi narco-trafficanti secondo quello statunitense.

In mancanza di prove, impossibile dire chi avesse ragione. Ma diversi membri del Congresso americano hanno fortemente criticato la violenza delle operazioni – per di più sulla base di una indimostrata presunzione di colpa – , evidenziata da un video che mostrava alcuni superstiti dell’attacco a una di queste barche, aggrappati al relitto, colpiti e uccisi da un secondo attacco.

Anche se gli esperti della lotta al narcotraffico hanno sempre dichiarato che il Venezuela ha in esso un ruolo marginale e infatti, dopo la cattura di Maduro e l’avvio del processo nei suoi confronti, l’accusa di capeggiare il traffico della droga è quasi scomparsa dall’elenco delle imputazioni e al centro c’è quella di essere al centro di un «sistema di corruzione»..

Quello che è certo, è che Maduro era un dittatore, come del resto il suo precessore, Chavez, di cui dal 2013 era il successore designato, ma di cui non aveva né il carisma né le capacità. Da qui un regime che ha puntato più sulla repressione che sul vero consenso, che ha messo in prigione gli oppositori, che ha trascinato il Venezuela in una profonda crisi economica e sociale.

È in questo contesto – caratterizzato dalle proteste dell’opposizione, guidata dalla premio Nobel per la pace Maria Corina Machado – che il presidente Trump ha sempre più accresciuto la pressione psicologica e militare su Maduro, schierando di fronte alle coste venezuelane una vera e propria armata, con numerose navi da guerra e truppe pronte allo sbarco. Ma Maduro non si è dimesso. A questo punto, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, è scattato il blitz che lo ha sorpreso nottetempo nella sua residenza e, eliminando la sua guardia personale – si parla di circa ottanta vittime – lo ha arrestato e trasportato negli Stati Uniti, dove è appena cominciato il suo processo.

Le reazioni internazionali
E qui cominciano le divergenze nel valutare l’accaduto. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per il blitz e per la sua «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre la Russia e la Cina – che tra l’altro in Venezuela hanno grossi interessi legati al petrolio – hanno duramente condannato l’attacco.

L’Unione Europea ha reagito con estrema cautela, ricordando di avere «ripetutamente affermato che Nicolás Maduro non ha la legittimità di un presidente democraticamente eletto», ma al tempo stesso sottolineando che «in ogni circostanza devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite» e affermando che «il diritto del popolo venezuelano a determinare il proprio futuro deve essere rispettato». Tutto e nulla.

Diversificate le reazioni dei singoli governi europei. Quello italiano, pur criticando in linea di principio «l’azione militare esterna», ha dichiarato di considerare «al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

La condanna più decisa è venuta dal governo francese: «Nessuna soluzione politica durevole può essere imposta dall’esterno», ha affermato il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot. E, a proposito di Maduro, ha aggiunto: «L’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale».

Il contesto
Come sempre, però, è il contesto della vicenda a indicarne il significato. Trump ha parlato di una «nuova alba» per il Venezuela. E come tale l’hanno salutata molti partiti e giornali di destra in Europa e in Italia, dove i critici dell’operazione americana sono stati accusati di essere per ciò stesso sostenitori di un dittatore. E, anche laddove si è, più correttamente, preso atto che la condanna del blitz statunitense non implicava l’apprezzamento del personaggio Maduro, essa è stata additata come il segno di una distorsione ideologica. Così in un titolo de «il Foglio (6 gennaio): «Questa sinistra venera più il diritto internazionale che la libertà».

Una contrapposizione inquietante, perché il diritto non è un’alternativa alla libertà, ma la sua suprema garanzia. Senza di esso, ad essere liberi sono soltanto i più forti, che sono in grado di imporre la loro volontà senza rispettare alcuna regola. Che è quello che Trump ha a chiare lettere rivendicato, in una lunga intervista fattagli dal «New York Times». Quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», il presidente ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Questa è la libertà senza diritto. Maduro era un dittatore, ma Trump crede di essere Dio. E il secondo non è meno pericoloso del primo. Anche semplicemente dal punto di vista della democrazia. Lo evidenzia il fatto che l’enfasi con cui è stata esaltata dall’opinione pubblica mondiale la liberazione del popolo venezuelano e la sua restituzione ad un regime finalmente democratico sia miseramente naufragata di fronte all’esplicita esclusione, da parte di Trump, della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che in un primo momento aveva esultato, dichiarandosi pronta a «prendere il potere».

In realtà il presidente americano sembra preferire la continuazione del tanto contestato assetto chaveziano finora vigente in Venezuela, ora che la vice-presidente Delcy Rodríguez, subentrata al vertice del governo ha ceduto alle sue minacc e si è sottomessa senza riserve, in particolare riconoscendo agli Stati Uniti il pieno controllo del petrolio venezuelano e, indirettamente, del paese.

Ed è di petrolio che Trump ha parlato celebrando il proprio ennesimo trionfo, molto più che di democrazia. Anche perché è difficile definire democratico un progetto che prevede il controllo degli Stati Uniti sul Venezuela nel prossimo futuro. Per quanto, «solo il tempo ce lo dirà», ha spiegato il Tychoon nell’intervista al «New York Times» Alla domanda se la situazione sarebbe durata tre mesi, sei mesi, un anno o più, il presidente americano ha risposto: «Direi molto più a lungo». E ha continuato: «Useremo il petrolio e lo importeremo. Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, che ne ha disperatamente bisogno».

Insomma, l’avvento della democrazia, per il popolo venezuelano, comporterà l’appropriazione della sua principale risorsa da parte degli Stati Uniti, che hanno sempre aspirato a impadronirsene, e la sottomissione all’arbitrio del più forte. Quali che siano le acrobazie dei sostenitori europei e italiani di Trump, questo non è il progetto di una liberazione, ma di un dominio e di uno sfruttamento coloniale.
Una stella nella notte

Come conferma, del resto, il concomitante ritorno del Tychoon alla rivendicazione della Groenlandia, che certo non ha nulla a che vedere col narcotraffico e con la mancanza di democrazia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia», ha dichiarato, spiegando che non esclude, per questo neppure l’opzione militare. In alternativa, si offre di comprarla da governo danese che però, per bocca della sua premier Mette Frederiksen, ha replicato con fermezza che «la Groenlandia non è in vendita».

Questa volta l’Europa sembra compatta nella decisone di difendere i diritti della Danimarca. Ma circola l’ipotesi che, per evitare che finisca come col Venezuela, si possa ricorrere all’escamotage di concedere l’indipendenza all’isola e lasciare poi che siano gli abitanti a decidere. E già si parla della possibile offerta di centomila dollari a testa in cambio della scelta di aderire agli Stati Uniti.

Il diritto ormai si identifica apertamente con la forza, quella delle armi e quella del denaro, nel venir meno di ogni criterio etico e perfino del pudore che in passato mascherava questo cinismo. Ciò riguarda l’Italia in modo particolare perché, come si è visto, mentre altri paesi, come la Francia, hanno preso le distanze dallo stile di Trump, la nostra premier – che se ne è sempre dichiarata ammiratrice, rivendicando il «rapporto privilegiato» che li lega – , non lo ha fatto, fedele al proposito, espresso più volte, di collaborare con lui per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Una piccola stella, in questa notte, è stata la parola di papa Leone che, nell’omelia della veglia di Natale, ha contrapposto la logica del vangelo a un sistema economico che non è a servizio della persona, ma la riduce ad oggetto. «Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù». Il papa non ha detto a chi si riferiva. I fatti si sono incaricati di mostrarlo.

(Fonte: Rubrica "I CHIAROSCURI" - 09.01.2026)

martedì 13 gennaio 2026

Polizie morali di Tonio Dell'Olio

Polizie morali 
di Tonio Dell'Olio




I regimi totalitari hanno sempre avuto bisogno di corpi speciali, agenzie di spionaggio interno, reparti di polizia assolutamente affidabile e meglio addestrato… cui assegnare compiti determinanti per la stessa vita del regime.

In Iran questo ruolo, sin dal 1979, all’indomani della cosiddetta “rivoluzione islamica”, è affidato al Gasht-e Ershad, comunemente chiamato “polizia morale” o Guidance Patrol. Ha il compito di pattugliare le strade e le piazze riservando particolare attenzione ai luoghi di ritrovo più frequentati da donne e trarre in arresto ragazze che non rispettino le norme sull’abbigliamento o che mostrino un comportamento “inopportuno”. Ce l’hanno in particolare con i ciuffi di capelli che spuntano dall’hijab. I luoghi di detenzione sono poi un vero e proprio inferno. Gli Stati uniti d’America che vantano una gloriosa storia di democrazia hanno messo in campo l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che è un’agenzia federale. In questa seconda amministrazione Trump, l’ICE sembra avere assunto tutte le stesse caratteristiche comportamentali e strutturali di un corpo speciale tipico delle dittature. Presidia strade, piazze e possibili luoghi di ritrovo dei migranti, organizza blitz mirati, trae in arresto e “re-immigra” persone che da anni ormai si sono stabilite degli Usa, non sottopongono a processi e non tengono conto delle particolari condizioni (figli piccoli o anziani da accudire, situazioni di precarietà ecc.). Gli Stati Uniti sono ancora una democrazia?

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 13.01.2026)