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venerdì 30 gennaio 2026

Niscemi, la frana non si ferma: "Peggio del Vajont" - Gli sfollati: «La frana ci ha tolto la casa e ha diviso le nostre famiglie. Abbiamo paura»

Niscemi, la frana non si ferma: "Peggio del Vajont"

Agorà 30/01/2026
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A Niscemi la frana con un fronte lungo 4 chilometri, che ha già costretto oltre 1.500 persone ad abbandonare le case, non si ferma. "L'intera collina sta crollando sulla piana di Gela", ha avvertito il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano. Il territorio non è nuovo a questo tipo di fenomeni, strettamente legati alla conformazione geologica dell'area. Un episodio analogo si verificò il 12 ottobre 1997. Niscemi peggio del Vajont", ha sottolineato ancora il capo della Protezione civile Ciciliano. E non è finita: nella zona rossa che si estenderà si sentono boati e la terra scivola ancora verso il basso".

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Tra gli sfollati di Niscemi: «La frana ci ha tolto la casa 
e ha diviso le nostre famiglie. Abbiamo paura»

Oltre 1.500 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni con il centro del paese diventato zona rossa. Tra gli sfollati, Giacomo Brullo racconta: «Siamo senza una casa e senza niente, nostro figlio ha attacchi di panico». Giulia Patti aggiunge: «Dormiamo divisi tra parenti e amici». Nonostante la paura, la comunità si stringe attorno ai più fragili. E in chiesa madre è arrivato il quadro della Madonna del Bosco invocato dai niscemesi durante alcune calamità del passato

Una signora costretta ad abbandonare la propria casa nella zona rossa e un'immagine della frana a Niscemi

«Uscite, c’è la frana, andiamo tutti fuori», il tempo a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, sembra essersi fermato alle 13,30 di domenica 25 gennaio. Quando tutti qui hanno capito che quel leggero tremolio della terra avvertito qualche giorno prima era il segnale di allarme che qualcosa di grave stava per accadere. Le principali strade che collegano il paese con le principali città siciliane Catania e Palermo sono state chiuse, le urla dei cittadini subito fuori di casa in lacrime senza sapere dove andare.

Una casa sulla frana
Giacomo Brullo e Concetta Di Merito insieme a loro figlio Dario affetto da autismo è solo una delle tante famiglie tra gli oltre 1500 sfollati che hanno dovuto lasciare la propria abitazione nel centro di Niscemi, oggi zona rossa. Le case spezzate a metà, i terrazzi sgretolati lungo il fronte della frana – che avanza – e si estende per circa quattro chilometri, raggiungendo in alcuni punti circa 50 metri di profondità.

«Non possiamo più accedere alla nostra abitazione perché avvicinarsi è pericolosissimo, nostro figlio da quanto è cominciato l’incubo ha avuto attacchi di panico, ci troviamo senza una casa e senza niente», racconta Giacomo accanto a Don Giuseppe Cafà, parroco della chiesa del Sacro Cuore che insieme alle altre parrocchie del paese ha dato disponibilità di aprire i propri spazi per ospitare gli sfollati.

«Siamo sconvolti, la nostra famiglia è stata smembrata, io dormo dal mio compagno, mia sorella da mia cugina, mia mamma da mia zia», racconta Giulia Patti accanto alla cugina Claudia.

In mezzo a tanto dolore, alle persone che a stento riescono a recuperare i loro beni, come altre volte successo in occasioni di calamità naturali in Sicilia, è il cuore dei siciliani, in questo caso dei niscemesi ad accogliere.

Il Palasport adibito dalla Protezione civile dove a pranzo e a cena si servono in media 400 pasti al giorno è al momento vuoto. Gli sfollati hanno trovato al momento un alloggio provvisorio in case di parenti, zii, cugini, fratelli, le case vacanze sono state messe a disposizione, i bed and breakfast.

Il parroco don Giuseppe cafà nel centro storico che è zona rossa
Nonostante lo scenario apocalittico, il centro deserto, quasi spettrale, non ci sono stati morti e la situazione all’interno della zona rossa è ora tenuta sotto controllo con un presidio continuo delle forze dell’ordine.

Il rischio di una frana di questa portata a Niscemi era già noto. Da quando il 12 ottobre 1997 un’altra frana aveva minacciato il centro del paese del Nisseno riproponendo uno scenario simile, ma non grave come quello attuale. La premier Giorgia Meloni mercoledì durante un sopralluogo in città ha assicurato che «quanto accaduto per le frane del 1997 non si ripeterà e il governo agirà in maniera celere».

La Procura della Repubblica di Gela ha aperto un procedimento penale allo stato a carico di ignoti per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.

Nel frattempo la frana continua a muoversi. La paura è tanta. In Chiesa Madre alla presenza di migliaia di fedeli e di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, è stato portato il quadro di Santa Maria del Bosco, invocata dai niscemesi durante la peste tra fine ‘800 e inizio ‘900 e durante il terremoto della Val Di Noto del 1693.

Il quadro della Madonna del Bosco nella Chiesa Madre di Niscemi (Alessandro Puglia)

«La gente non chiedeva nulla, ma si rivolgeva a Maria piangendo, portando le proprie lacrime», racconta don Giuseppe Cafà un faro per una comunità distrutta che in queste ore chiede aiuto e ha paura del futuro.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alessandro Puglia 28/01/2026)


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Vedi anche il post precedente:
Il palazzetto di Niscemi è vuoto, ma il cuore dei Niscemesi è grande!


Il palazzetto di Niscemi è vuoto, ma il cuore dei Niscemesi è grande!


Il palazzetto è vuoto.
Le luci sono accese, le brande allineate, le coperte piegate con cura. Tutto è pronto.
Eppure, lì dentro, non ha dormito nessuno. Nemmeno una persona.

A Niscemi la Protezione Civile ha fatto il suo dovere, come sempre: con ordine, responsabilità e rispetto. Ha preparato uno spazio sicuro, dignitoso, pronto ad accogliere chi, da un momento all’altro, si è ritrovato senza una casa. Un lavoro silenzioso, fatto di mani che sistemano, di occhi che controllano, di cuori che sperano di non dover essere davvero utilizzati.

E quel palazzetto, paradossalmente, è rimasto vuoto.
Non perché il bisogno non ci fosse.
Ma perché il bisogno è stato accolto altrove.

In questo angolo di Sicilia interna, 1.500 persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Case vere, non numeri: cucine con il profumo del caffè del mattino, letti disfatti in fretta, fotografie rimaste appese alle pareti. La parola “sfollati” prova a contenerle tutte, ma non ci riesce. Perché dietro quella parola ci sono famiglie, anziani, bambini, storie che all’improvviso si sono fermate.

E quando tutto si ferma, succede qualcosa di sorprendente.
C’è chi ha preso la strada verso la casa in campagna, magari chiusa da mesi.
Chi ha trovato posto nei pochi B&B disponibili.
Ma la maggioranza ha trovato rifugio nelle case degli altri.
Case che si sono allargate senza fare rumore.
Divani diventati letti.
Tavoli apparecchiati per qualcuno in più.
Stanze cedute senza fare domande.
Parenti, amici, conoscenti.
E a volte persone che fino al giorno prima erano solo volti incrociati per strada.

Più di mille persone oggi mangiano e dormono sotto un tetto che non era il loro.
E nessuno ha chiesto: “Per quanto?”
Nessuno ha detto: “Solo per stanotte”.
C’è stato solo un gesto semplice, antico: “Vieni da noi.”
Non ci sono state direttive.
Non ci sono state attese.
Non ci sono stati proclami.
È successo tutto così, come succede al Sud: senza organizzarlo, ma facendolo.

Il Sud avrà mille difetti, è vero.
Li conosciamo bene, li raccontiamo spesso.
Ma ha un pregio che resiste al tempo, alle difficoltà, alle ferite: quando c’è bisogno, nessuno resta solo.
Qui la solidarietà non è un post, è una sedia spostata.
Non è una parola, è un piatto in più.
Non è un’emergenza, è un riflesso.
È la memoria di quando non c’era nulla e si divideva tutto.
È la consapevolezza che oggi aiuti tu, domani potresti averne bisogno tu.

E mentre il palazzetto resta vuoto, Niscemi dimostra che una comunità non si misura dagli spazi che prepara, ma dalle porte che apre.
Forse non farà notizia.
Forse non finirà nei titoli grandi.
Ma è in queste storie che si riconosce la parte migliore di questo Paese.
Una solidarietà che non fa rumore.
Che non aspetta istruzioni.
Che non chiede nulla in cambio.
Grande quanto una casa.
Forte quanto un popolo che, anche nei momenti più duri, sceglie ancora di condividere il pane, il letto e l’umanità.
(fonte: Resilienza bacheca Facebooke 28/01/2026)

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giovedì 29 gennaio 2026

Un appello umanista in tempi di crisi


Un appello umanista in tempi di crisi
 
Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco


Con una potente dichiarazione che esorta alla difesa dei diritti umani, alla democratizzazione reale e alla nonviolenza attiva come metodo di azione e stile di vita, si è conclusa domenica (25) la Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale.

Durante la seconda giornata della Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale, gli attivisti hanno lavorato al consolidamento delle proposte e alla pianificazione di azioni concrete in diciassette aree tematiche, con l’impegno di amplificare e articolare le voci delle maggioranze che chiedono e desiderano una trasformazione globale radicale.

La diagnosi elaborata durante la prima giornata è stata chiara e incisiva. Esiste un divario crescente tra le aspirazioni dei popoli e le decisioni dei leader politici ed economici. L’incoerenza della leadership, i deficit democratici, la disuguaglianza, la crisi climatica, l’autoritarismo e la disinformazione stanno intensificando l’instabilità globale.

Come ha affermato con estrema chiarezza uno dei partecipanti: «Il sistema ci sta uccidendo». E non era una frase retorica. La fame e la miseria, la corsa sfrenata agli armamenti, il razzismo e la discriminazione, la violenza contro le donne e i bambini, l’espansione della criminalità e del crimine organizzato, la proliferazione dell’incitamento all’odio, le catastrofi ambientali, tra gli altri indicatori, mostrano la brutale inefficacia del sistema e dei suoi promotori nel fornire una vita migliore alle persone nella società attuale.

Ciononostante, l’analisi collettiva ha sottolineato che le iniziative della società civile e delle associazioni umaniste in tutto il mondo dimostrano alternative costruttive e offrono motivi di speranza. Sta emergendo un mondo nuovo e sono questi i segnali che devono essere resi visibili e rafforzati.

La posizione e l’atteggiamento del Forum Umanista Mondiale di fronte all’attuale crisi globale

I partecipanti al convegno hanno sottolineato l’importanza di affermare i diritti umani come base per approfondire le relazioni umane, come garanzia di sopravvivenza e orizzonte rivoluzionario per politiche pubbliche che assicurino in modo equo ed efficace la qualità della vita per tutte le persone.

Insieme a ciò, hanno valutato la necessità di modificare i modelli oggi prevalenti, residui dell’ascesa della borghesia dei secoli precedenti, a favore di un’organizzazione politica decentralizzata in cui la democrazia e il pluralismo siano reali e provengano dalla base sociale stessa, includendo sistemi di governance inclusivi, trasparenti e responsabili.

Hanno posto al centro delle deliberazioni l’urgenza di affrontare sfide globali urgenti, come il cambiamento climatico attraverso misure immediate e la responsabilità ambientale a lungo termine, e di lasciarsi alle spalle le disuguaglianze, la repressione, i conflitti e le catastrofi attraverso la solidarietà e la cooperazione globale.

Nulla deve ostacolare il raggiungimento della pace, con riferimento alla mentalità distruttiva evidenziata oggi dalla crescita degli arsenali bellici e dall’aggressività manifesta della potenza in declino. Tuttavia, per raggiungere una pace vera e duratura, sarà necessario che i popoli adottino la non violenza come stile di vita quotidiano.

Un’altra delle priorità sottolineate da questa Quarta Assemblea è lo sforzo di emancipare i gruppi emarginati, dando priorità alle donne, alle minoranze e alle comunità LGBTQ+. Allo stesso tempo, in un’ottica di processo più ampio, è stata sottolineata l’importanza di porre un forte accento sull’istruzione come strumento di emancipazione, giustizia e trasformazione.

L’umanesimo, presente con nomi e modalità diverse in culture diverse in epoche diverse, è per sua natura inclusivo e universale, e il suo significato deve superare ogni divisione identitaria, basandosi sulla dignità umana condivisa.

Inoltre, è stato sottolineato che l’umanesimo non un semplice ideale astratto, ma una pratica di vita che promuove l’istruzione, la solidarietà e l’azione comunitaria.

Azione strategica

Oggi è necessario rinnovare le forme organizzative e le modalità di azione collettiva. Un’azione globale coordinata richiede l’articolazione con molteplici organizzazioni e l’adattamento al vertiginoso progresso tecnologico. Tuttavia, la chiave sta nel promuovere l’approccio comunitario dalla base sociale e valorizzare i giovani come principali agenti di cambiamento. È fondamentale creare spazi accoglienti che generino fiducia, affetto, inclusione e speranza.

Per gli umanisti, le alleanze, il lavoro in rete e la collaborazione reciproca con altre organizzazioni sono aspetti molto importanti, ma ciò non significa diluire le proprie proposte. Al contrario, il momento richiede immagini traccianti, innovative ed esempi dimostrativi che aiutino a superare l’indecisione e lo sconforto. Costruire l’utopia partendo da un “noi” è oggi la strada da seguire.

La forza dei popoli e delle civiltà è sempre scaturita dai loro miti fondatori. Miti che si trovano nel profondo della coscienza umana. Pertanto, le migliori aspirazioni si realizzeranno se gli attivisti riusciranno a connettersi con questa fonte e, da lì, a raggiungere le comunità con un mito sociale rinnovato.

Dal dialogo all’azione

Tra le principali azioni proposte in questa Quarta Assemblea vi è in primo luogo la partecipazione e la generazione di azioni a livello sociale, sostenendo e lavorando con i settori discriminati e generando soluzioni in tutti i campi “dal basso”, dal particolare e dal locale al generale.

Allo stesso modo, la costruzione di reti di comunità e alleanze nonviolente, insieme allo sviluppo di alleanze per l’accesso all’istruzione e l’azione a favore della cura del pianeta e il sostegno a nuovi modelli di democrazia, sono tra le priorità concordate.

Rifiutare la militarizzazione, promuovere la decolonizzazione e contribuire attivamente alla Settimana della Nonviolenza e alla 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza sono altre delle prossime linee guida d’azione. Allo stesso modo, promuovere iniziative di solidarietà internazionale e aderire alla convocazione di un’Assemblea Mondiale dei Cittadini nel quadro di una riorganizzazione democratica delle Nazioni Unite, sono state altre delle azioni menzionate in questa Assemblea.

Infine, continuare a rafforzare il tessuto interno del Forum Umanista Mondiale attraverso l’ampliamento e la costituzione di nuovi tavoli tematici, insieme ad aumentare la visibilità del Forum attraverso i media e i social network, sono priorità affinché questo ambito ampliasse il suo carattere di riferimento nell’ambito sociale.

La Quarta Assemblea si è conclusa con un’emozionante dichiarazione che riportiamo integralmente di seguito.

Un appello umanista in tempi di crisi

Viviamo in un mondo in cui le speranze dei popoli sono sempre più ignorate da chi detiene il potere. Le disuguaglianze si aggravano, la democrazia si indebolisce, il pianeta è minacciato e la paura viene spesso utilizzata per dividerci. Tuttavia, ovunque le persone si organizzano, si prendono cura, resistono e creano nuove possibilità.

Il Forum Umanista Mondiale difende un umanesimo che include tutti e tutte. Al di là delle identità, dei confini e delle credenze, affermiamo la dignità di ogni essere umano. L’umanesimo non è una filosofia astratta: è ciò che viviamo, ciò che costruiamo insieme e il modo in cui ci trattiamo.

Crediamo nella nonviolenza attiva come stile di vita e forza di trasformazione. Difendiamo i diritti umani come fondamento della libertà, della giustizia e della sopravvivenza. Scommettiamo su una democrazia capace di ascoltare, un’istruzione che responsabilizza e la scienza e il pensiero critico come guide per le nostre decisioni.

Proteggere il pianeta non è facoltativo: è essenziale per la nostra sopravvivenza. L’azione per il clima, la cura della natura e la solidarietà con coloro che soffrono maggiormente le crisi sono imperativi morali. Rifiutiamo la militarizzazione e l’autoritarismo e scegliamo la cooperazione, l’empatia e il coraggio.

Il cambiamento inizia vicino a casa: nelle nostre comunità, negli spazi condivisi, nelle piccole azioni collettive che crescono fino a diventare movimenti. I giovani non sono il futuro: sono il presente. Insieme, dalla base, possiamo passare dalla necessità alla libertà, dall’isolamento a un “noi” condiviso.

Un altro mondo non solo è possibile: sta già emergendo.

Il Forum Umanista Mondiale invita tutte le persone che credono nel potere dell’umanità a costruirlo collettivamente.
(fonte: Pressenza IPA 26.01.26)

Tonio Dell'Olio: A 85 secondi dal baratro

Tonio Dell'Olio
 
A 85 secondi dal baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 Gennaio 2026


Riporto il comunicato stampa diffuso ieri dal Bulletin of the Atomic Scientists' Science and Security Board (SASB), ovvero il team di scienziati che regola l’orologio del rischio dell’annientamento globale, Doomsday Clock:

Un anno fa, avevamo avvertito che il mondo era pericolosamente vicino al disastro globale e che qualsiasi ritardo nell'inversione di rotta aumentava la probabilità di catastrofe. 

Piuttosto che prestare attenzione a questo avvertimento, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e altri grandi paesi sono invece diventati sempre più aggressivi, contraddittori e nazionalisti. 
Le intese globali duramente conquistate stanno crollando, accelerando una competizione per il grande potere vincente e minando la cooperazione internazionale fondamentale per ridurre i rischi di guerra nucleare, cambiamenti climatici, un uso improprio della biotecnologia, la potenziale minaccia dell'intelligenza artificiale e altri pericoli apocalittici. 
Troppi leader sono diventati compiacenti e indifferenti, in molti casi adottando retorica e politiche che accelerano piuttosto che mitigare questi rischi esistenziali. 

A causa di questo fallimento della leadership, il Bulletin of the Atomic Scientists Science and Security Board oggi fissa l'orologio del giorno del giudizio a 85 secondi a mezzanotte, il più vicino che sia mai stato alla catastrofe... Anche se le lancette dell'orologio del giorno del giudizio si avvicinano a mezzanotte, ci sono molte azioni che potrebbero far indietreggiare l'umanità dall'orlo. (www.thebulletin.org)


mercoledì 28 gennaio 2026

UDIENZA GENERALE 28/01/2026 Leone XIV: Per un mondo senza più antisemitismo

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 gennaio 2026


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All’udienza generale la preghiera di Leone XIV
all’indomani della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto

Per un mondo
senza più antisemitismo


Il Papa prosegue le catechesi sulla “Dei Verbum”
soffermandosi sul legame tra Scrittura e Tradizione

«Chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana». È la preghiera elevata stamane da Leone XIV al termine dell’udienza generale in Aula Paolo VI, all’indomani della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto.

Già ieri sera, a Castel Gandolfo, dove aveva trascorso il martedì, il Pontefice aveva esortato a lottare «contro ogni forma di antisemitismo». Oggi, dunque, il nuovo appello affinché «l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune».

In precedenza, proseguendo il ciclo di catechesi sulla Costituzione dogmatica conciliare Dei Verbum , il vescovo di Roma si era soffermato sul legame tra Scrittura e Tradizione. Esse, ha detto, «costituiscono un solo deposito della Parola di Dio» che oggi è «nelle mani della Chiesa». Di qui, l’esortazione rivolta a tutti, secondo i «diversi ministeri», a continuare a custodire la fede «nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza».

Infine, nell’odierna memoria liturgica di san Tommaso d’Aquino, il Papa ha invitato i giovani, i malati e gli sposi novelli a lasciarsi guidare dal Dottore della Chiesa nella comprensione delle Scritture.
(fonte: L'Osservatore Romano 28/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 
3. Un solo sacro deposito. Il rapporto tra Scrittura e Tradizione


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguendo nella lettura della Costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione, oggi riflettiamo sul rapporto tra la Sacra Scrittura e la Tradizione. Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. […] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13).

La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli.

È ciò che il Concilio Vaticano II afferma ricorrendo a un’immagine suggestiva: «La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine» (Dei Verbum, 9). La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr n. 113) rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: «La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali», cioè nel testo sacro.

Sulla scia delle parole di Cristo che abbiamo sopra citato, il Concilio afferma che «la Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (DV, 8). Questo avviene con la comprensione piena mediante «la riflessione e lo studio dei credenti», attraverso l’esperienza che nasce da «una più profonda intelligenza delle cose spirituali» e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto «un carisma sicuro di verità». In sintesi, «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede» (ibid.).

Famosa è, al riguardo, l’espressione di San Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono». [1] E già Sant’Agostino aveva affermato che «uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi». [2] La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia.

Suggestivo, in questa linea, è quanto proponeva il santo Dottore della Chiesa John Henry Newman, nella sua opera dal titolo Lo sviluppo della dottrina cristiana. Egli affermava che il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme (cfr Mc 4,26-29): una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore. [3]

L’apostolo Paolo, esorta più volte il suo discepolo e collaboratore Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12.14). La Costituzione dogmatica Dei Verbum riecheggia questo testo paolino là dove dice: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa», interpretato dal «magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (n. 10). “Deposito” è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto.

Il “deposito” della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza.

In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse – afferma – sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (cfr n. 10).

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[1] Homiliae in Ezechielem I, VII, 8: PL 76, 843D.
[2] Enarrationes in Psalmos 103, IV, 1
[3] Cfr. J.H. Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, Milano 2003, p. 104.

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Saluti

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APPELLO

Ieri ricorreva la Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone. In questa annuale occasione di doloroso ricordo, chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana. Rinnovo il mio appello alla comunità delle Nazioni affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana ...
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Celebriamo oggi la memoria liturgica di San Tommaso d’Aquino. Il suo esempio spinga voi, cari giovani, specialmente voi studenti della scuola Flavoni di Civitavecchia e dell’Istituto Tirinnanzi di Legnano-Cislago, a seguire Gesù come autentico maestro di vita e santità. L’intercessione di questo Santo Dottore della Chiesa ottenga per voi, cari malati, la serenità e la pace che si attingono al mistero della croce, e per voi, cari sposi novelli, la sapienza del cuore perchè compiate generosamente la vostra missione nella società.

A tutti la mia benedizione!



Le due vie di Alessandro D'Avenia

Le due vie 
di Alessandro D'Avenia


pubblicato su il Corriere della Sera - 12.01.2026


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall’età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l’istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c’è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell’incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c’è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c’è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita.

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell’amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all’umile amore? Decidi sempre per l’umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L’umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c’è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell’essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l’amore e non attraverso la potenza. Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell’esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l’età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore».

Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell’amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l’amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

(Fonte: blog dell'autore)

BREVIARIO - #LE CONVENZIONI di Gianfranco Ravasi

BREVIARIO
#LE CONVENZIONI 
di Gianfranco Ravasi


Quando i tuoi amici cominciano a complimentarsi con te per la tua aria giovanile,
puoi star certo che pensano che stai invecchiando.

Che ormai sia vecchio, lo capisco anche dal fatto che, quando ci si incontra tra amici, la prima battuta è sempre la stessa che ci scambiamo: «Come ti trovo bene!». Qualcuno arriva al punto di dire all’altro: «Ma tu ringiovanisci, invece di invecchiare». Ho formalizzato questa prassi scontata con le parole di uno scrittore che può essere considerato il padre della letteratura umoristica americana, Washington Irving, nato a New York nel 1783 e morto nel 1859 (la citazione è desunta dalla sua opera Bracebridge Hall). La sua osservazione induce, però, a parlare non tanto della vecchiaia quanto delle convenzioni. Ci sono, infatti, espressioni, modi di dire e di fare che sono parte della nostra  comunicazione normale e che vengono adottati per tradizione e spesso per educazione e stile comportamentale.

Si sa che non rappresentano la realtà, ma sono destinati a fungere quasi da tappeto per far correre i rapporti umani. In qualche caso, però, si può essere tentati di aggrapparsi a essi e di ritenerli fondati: così, da un lato, in chi li usa si ha ipocrisia e, d’altro lato, in chi li accoglie si genera illusione. Pensiamo
al rituale dei complimenti, delle congratulazioni, delle lodi. Tuttavia, vogliamo spezzare una lancia a favore delle convenzioni: dopo tutto, ci assicurano relazioni interpersonali un po’ fini ed eleganti, prive di quella volgarità e sbracataggine a cui oggi si ama indulgere. Certo è però che, con realismo, non ci si deve affidare a esse come a un unico sostegno per avere fiducia in sé e nel prossimo.

(Fonte: Il Sole 24 ore  - Domenica - 18.01.2026) 



martedì 27 gennaio 2026

C’è il Giorno della Memoria, non dimentichiamoci di Gaza di Tommaso Montanari

C’è il Giorno della Memoria, 
non dimentichiamoci di Gaza 
di Tommaso Montanari


Domani ricorderemo che il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa scardinò i cancelli di Auschwitz. E qui c’è una risposta a chi ripete a macchinetta “e allora il comunismo?” quando si fa notare (con il Primo Levi dei Sommersi e i salvati) che “in effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler”.

La legge istitutiva del Giorno della Memoria stabilisce di ricordare, specie nelle scuole, “quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti … affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Accanto agli ebrei, agli antifascisti e a chi si era rifiutato di aderire a Salò ricordiamo il popolo Rom, le persone omosessuali, con disabilità o con la pelle nera e tutte e tutti coloro che, solo per la loro ‘diversità’, furono assassinati dai nazisti. E dal fascismo italiano: la legge prescrive di riflettere sulle “leggi razziali, e la persecuzione italiana dei cittadini ebrei”, ricordandoci che non fummo affatto meno colpevoli dei tedeschi. Non è un giorno dedicato a lezioni di storia, ma a un esercizio pubblico e solenne della memoria, cioè alla costruzione di un giudizio collettivo sul passato che impedisca che qualcosa di analogo torni ad accadere: “incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire” (Primo Levi).

Non è un messaggio difficile da capire nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da “un istrione la cui figura oggi muove al riso”, e che usa la violenza dello Stato contro i diversi. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare appunto al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.

Onorare le vittime della Shoah e del nazismo significa impedire che altri umani possano fare una fine analoga. Per questo, non citare la parola ‘Gaza’ nelle cerimonie ufficiali di domani significa tradire la memoria di quelle vittime, e il senso stesso del Giorno della Memoria. Il Laboratorio ebraico antirazzista ha espresso questo concetto nel modo più limpido e coraggioso: “nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio, guardiamo a come fermarne un altro che è in corso”. Dopo la Shoah, e pensando alla Shoah, fu un giurista ebreo a definire il reato di genocidio, fissandone le cinque caratteristiche essenziali.

Oggi la comunità scientifica mondiale dei giuristi e quella degli storici si sono espresse – a larghissima maggioranza, nelle sedi più prestigiose e ufficiali –, concordando sul fatto che quello che Israele sta perpetrando a Gaza è un genocidio: e non è possibile celebrare la memoria di un genocidio passato tacendo di un genocidio presente. Allo stesso modo, domani sarà impossibile tacere sul fatto che alcuni disegni di legge presentati al Parlamento italiano – da Romeo (Lega), Scalfarotto (Italia Viva), Delrio e altri (PD), Gasparri (Forza Italia), Malan (FdI) – hanno l’obiettivo di “tacciare le critiche all’ideologia sionista e allo Stato di Israele come antisemitismo … equiparazione che serve a proteggere uno Stato e le sue politiche, colpendo e criminalizzando chi denuncia il colonialismo, l’apartheid, la violenza sistematica e le pratiche genocidarie esercitate in questi anni contro il popolo palestinese. Serve a trasformare l’antisemitismo e la memoria delle persecuzioni vissute anche dai nostri familiari da problema reale in arma politica di censura” (è ancora il Laboratorio ebraico antirazzista).

Quando, nel 1972, i terroristi palestinesi di Settembre nero uccisero 11 atleti israeliani a Monaco, Natalia Ginzburg scrisse un lungo articolo, in cui (dopo aver affermato: “Io sono ebrea”), diceva: “A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita, non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi, non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro e armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente”.

Ricordarlo, e ricordarlo domani, serve ad evitare il terribile rovesciamento per cui proprio la Giornata della Memoria possa servire a coprire ciò che sta accadendo di nuovo.

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 26 gennaio 2026)

Il card. Zuppi, pastore nel tempo delle crisi sociali. Alla Cei chiarisce su migrazioni, fine vita e femminicidi

Il card. Zuppi, pastore nel tempo delle crisi sociali.
Alla Cei chiarisce su migrazioni, fine vita e femminicidi


Dal salvataggio dei migranti al diritto di voto responsabile, dalla difesa della vita alla promozione di una scuola aperta e pluralista, fino alla richiesta di una società che protegga realmente donne e giovani: la Cei rimane radicata in una visione di umanità integrale, che non separa fede cristiana e partecipazione attiva alla vita pubblica.

E il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente dei vescovi italiani si conferma una delle voci più ascoltate nel dibattito pubblico italiano su temi etici e sociali.

Migranti: «salvare tutti» e promuovere integrazione

Sulla questione delle migrazioni, Zuppi mantiene una posizione chiara e coerente: «non possiamo rassegnarci alla logica della morte» che continua a mietere vittime nel Mediterraneo. L’arcivescovo invita a salvare le persone in pericolo e a costruire un sistema di accoglienza serio, fondato sui diritti e i doveri che non si limiti a slogan ideologici ma promuova percorsi reali di integrazione e legalità. La sua visione richiama la necessità di una risposta europea coesa, perché «i migranti si devono salvare tutti», afferma, rifiutando tanto un approccio di totale apertura indiscriminata quanto soluzioni di esclusione categorica.

I ragazzi migranti di seconda generazione

L’ apertura del Consiglio Episcopale ha visto Zuppi intervenire anche sul tragico omicidio di un giovane di origine nordafricana molto ben integrato da parte di un ragazzo che ha la medesima origine ma con più difficoltà a integrarsi, a La Spezia, un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica nazionale e che il cardinale ha letto come un campanello d’allarme per tutta la società. In proposito, Zuppi ha sottolineato quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli nelle loro fragilità e affiancarli nelle difficoltà, al fine di prevenire l’escalation di violenza e di disagio che, in casi estremi, può condurre a gesti tragici. Parallelamente, ha collegato questo episodio anche al fenomeno dei femminicidi, richiamando la comunità civile e educativa a una responsabilità condivisa nel costruire ambienti positivi, sicuri e inclusivi.

Due i fenomeni, “tra loro non contraddittori”, segnalati nel mondo giovanile, durante la sua introduzione al Consiglio permanente della Cei, in corso a Roma fino al 28 gennaio. “Il primo, assai preoccupante, riguarda il fatto che i minori segnalati per porto di armi improprie sono passati da 778 del 2019 a 1946 del 2024 e nel primo semestre del 2025 sono già 1096”. Ha detto il cardinale: “D’altra parte, il tasso dei minori in contatto con il sistema giudiziario è uno dei più bassi di Europa”. Di qui il grazie ai “tanti preti, religiosi e laici che dedicano la loro vita per offrire ai giovani alternative di senso e di educazione senza le quali ci sono solo la strada, le dipendenze, la pornografia”: per tutti, Zuppi ha citato padre Pino Puglisi, “e con lui tantissimi padri e madri della porta accanto”. “Dobbiamo tutti fare di più e compiere scelte coraggiose, continuative, con i collaboratori indispensabili ma anche le necessarie coperture giuridica ed economica perché quanti se ne occupano – ad esempio gli educatori – e si assumono grandi responsabilità possano farlo nel giusto riconoscimento delle loro competenze e professionalità”.

Femminicidi e violenza: guardare alla radice del disagio sociale

Il tema dei femminicidi e della violenza contro le donne è un’altra grave ferita che Zuppi richiama con urgenza. La violenza domestica e quella di genere «non possono essere lette solo come cifre statistiche»: per il cardinale, essa riflette un profondo disprezzo del debole e relazioni familiari disfunzionali. Per questo, oltre alle azioni repressive, è necessario promuovere cultura, educazione al rispetto e strumenti di tutela per le vittime e potenziali vittime.

Scuole cattoliche: un fattore di inclusione e di sviluppo educativo

Impegnato anche nella difesa della libertà educativa, Zuppi ha ribadito più volte l’importanza delle scuole cattoliche e paritarie per il pluralismo educativo italiano. Secondo il presidente della CEI, queste scuole svolgono una funzione fondamentale di integrazione sociale e di “ascensore sociale” soprattutto nei contesti economicamente fragili, e meritano un sostegno non come privilegio ma come contributo alla comunità e all’intera società.

Referendum e impegno civico: votare è un dovere

Su temi di vita civile come il referendum sulla giustizia, Zuppi ha invitato apertamente i cittadini ad andare a votare, sottolineando l’importanza di preservare l’equilibrio tra i poteri della Costituzione e di difendere autonomia e indipendenza della magistratura come pilastri di un sistema giusto. Per il cardinale, la partecipazione al voto non è un atto neutro ma parte integrante di una cittadinanza responsabile.

Fine vita: difendere il valore intrinseco della vita umana

Sul delicato tema del fine vita, Zuppi è stato altrettanto netto. Ha detto «no» a qualsiasi legge che introduca il suicidio assistito, definendo fuorviante l’idea di delegare a norme legislative decisioni che coinvolgono la fragilità e la dignità dell’esistenza umana nella fase finale della vita. Per lui la risposta alla sofferenza deve passare attraverso le cure palliative e l’assistenza umana, non la morte anticipata.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/01/2026)

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Leggi anche il testo integrale dell’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente: 


Alle radici della violenza dei giovani di Giuseppe Savagnone

Alle radici della violenza dei giovani 
di Giuseppe Savagnone



Inadeguate misure repressive
Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei limiti.

Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti.

In realtà, però, il problema non riguarda solo gli stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione».

Si parla anche di nuove norme che puniscano non solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.

La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi, o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.

Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono, più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire da cui essi scaturiscono.

I mezzi e i fini
Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.

Il problema della nostra società è che l’utile viene presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.

Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la ricerca in questa prospettiva più ampia.

Solo così, peraltro, si può educare al bene comune – tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno a scapito di qualcun altro e risultano perciò inevitabilmente divisivi, mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere nessuno.

Al di là del bene e del male
E proprio la ricerca del bene comune della società definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il frutto di valutazioni puramente soggettive.

Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forte domini il più debole e abbia più di lui (…) Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi».

È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan «Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il più debole».

Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessant, il quale – per giustificare l’arbitraria pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca -ha spiegato: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».

Di questo modello, che non è solo politico, ma culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore, differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può minare la sintonia sostanziale che li unisce.

Oltre la logica della violenza
C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso non servono decreti legge e forze di polizia. È necessario un paziente sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da questo punto di vista, profondamente in crisi – devono tornare coraggiosamente a farsi carico.

Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano, alleato di ferro di Netanyahu.

Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra, di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace, trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la denunciano e la condannano.

E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se non vogliamo continuare a lasciare il campo a misure meramente repressive palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.

(Fonte: Rubrica I CHIAROSCURI  del  23.01.2026)

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