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mercoledì 3 giugno 2026

Le parole forti e chiare di mons. Francesco Savino: Quattro corpi, un silenzio che grida, una coscienza in cenere. Ma quella cenere ora parla e ci consegna una sola parola: basta.


Quattro Corpi, un silenzio che grida


Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?

Le notizie che giungono sono ancora frammentarie, le indagini in corso. Ma quello che già sappiamo basta a ferire la coscienza: sarebbero cittadini pakistani, migranti da tempo presenti sul territorio, persone che avevano attraversato il Mediterraneo portando sulle spalle la speranza di una vita degna. Sono morti in una mattina qualunque, in un distributore di carburante, tra le fiamme di un rogo che gli investigatori ritengono difficilmente accidentale. Quattro nomi che ancora non sappiamo. Quattro famiglie che da qualche parte nel mondo aspettano una telefonata che non arriverà mai.

Non mi appartiene il compito di anticipare la giustizia degli uomini, né di sostituirmi agli inquirenti. Ma mi appartiene, come pastore, come credente, come uomo che vive su questa terra, il dovere di alzare la voce. Il dovere di dire che questa violenza, se violenza è stata, come sembra, è un’offesa a Dio, che in ogni volto umano ha impresso la propria immagine. È un atto che grida vendetta al cielo, nel senso più biblico e più vero di quella espressione.

Viviamo in un tempo in cui il corpo del migrante è diventato merce di scambio, strumento di sfruttamento, oggetto di paura politica. Le nostre coste sono il confine tra due mondi che non riescono a parlarsi, e spesso quel confine è segnato dal dolore. Queste quattro persone erano arrivate fin qui. Avevano attraversato il mare. Avevano trovato un posto in cui vivere. Eppure non è bastato per salvarle.

Chiedo alle autorità competenti di fare luce su questa vicenda con la massima determinazione e senza indugi. Chiedo che si faccia tutto il possibile per dare un nome, un volto, una storia a ciascuna di queste vittime, perché non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Ogni vittima ha diritto alla verità. Ogni vittima ha diritto che la sua morte non sia sepolta sotto il silenzio o l’indifferenza.

Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di se stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra. Quella cenere è la nostra cenere. E il silenzio complice è sempre, in qualche misura, una forma di corresponsabilità.

Prego per queste quattro persone. Prego per chi li amava e ancora non sa. Prego perché la verità venga a galla, integra, senza compromessi. E prego, con dolore e con speranza insieme, perché questa terra torni a essere terra di accoglienza e non di morte.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. E illumini le coscienze di chi ha ancora la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre.

Cassano all’Jonio, 01/06/2026

✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI


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Quattro corpi nel fuoco, una coscienza in cenere


Quattro uomini hanno trovato la morte tra le fiamme. Quattro vite sono state consegnate al rogo sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza finiscono troppo spesso per diventare un’unica ferita aperta.

Dinanzi a quanto è accaduto ad Amendolara non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Non bastano le parole educate, i comunicati composti, le frasi di rito che durano un giorno e poi vengono inghiottite dalla polvere della cronaca.

Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, civile, necessaria: basta.

Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione.

Oggi, davanti a quattro corpi ridotti in cenere, non possiamo rifugiarci nel linguaggio neutro della cronaca. Non possiamo lasciare che l’orrore venga addomesticato da parole prudenti, come se bastasse registrare il fatto e attendere che il tempo lo consumi. Quanto è accaduto ad Amendolara non è soltanto un evento terribile da chiarire fino in fondo: è una ferita morale, sociale, spirituale. È una lama piantata nella coscienza di questa terra. È una domanda rovente rivolta alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa, alle comunità locali, al mondo agricolo, alle imprese, ai cittadini.

Non possiamo continuare a fingere di non sapere. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto.

E troppo spesso questi meccanismi non camminano da soli. Crescono nelle zone grigie. Si alimentano di omertà minute, connivenze opache, silenzi interessati. Si allargano dove la legge arriva tardi, dove il controllo sociale è debole, dove il timore chiude le bocche, dove poteri criminali o paracriminali lasciano fare, orientano, tollerano, proteggono, lucrano. La violenza non è sempre un urlo: a volte è una rete muta. Non sempre spara. Non sempre minaccia a volto scoperto. Talvolta organizza il bisogno, amministra il ricatto, distribuisce permessi invisibili, decide chi può lavorare, chi deve tacere, chi può restare ai margini.

Io dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità.

Questi uomini non erano esistenze sacrificabili. Non erano manodopera anonima. Non erano ombre passate per caso sulla nostra terra. Erano figli, fratelli, forse padri. Avevano un nome, una lingua, una memoria, una casa lontana, una madre che li ha attesi, qualcuno che forse ancora spera in una telefonata. La loro morte ci impedisce ogni neutralità. Perché quando un essere umano viene ridotto in cenere, l’umanità intera viene offesa. E quando questo accade qui, quella polvere resta anche sulle nostre mani.

Chiedo con fermezza che si faccia piena luce. Una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo.

Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore.

Per questo invoco una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto.

Da questa tragedia deve nascere un soprassalto pubblico. Chi sfrutta va fermato. Chi copre va smascherato. Chi sa e tace deve interrogare la propria coscienza. Chi ha responsabilità istituzionali, sociali, economiche, pastorali non può più limitarsi a presidiare il lutto: deve abitare i luoghi dove l’ingiustizia viene prodotta, dove il lavoro diventa ricatto, dove la povertà viene reclutata, dove la paura tiene gli uomini in ginocchio.

Non lasciamo che questo strazio si consumi nella cronaca. Da ciò che resta di quelle vite deve nascere un patto nuovo per la dignità del lavoro, per la tutela dei migranti, per la liberazione dei territori da ogni forma di dominio criminale, di sfruttamento e di intimidazione. Perché una comunità che non protegge i più fragili diventa essa stessa vulnerabile; e una terra che accetta lo sfruttamento come destino tradisce la propria anima.

Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.

«Ero forestiero e mi avete accolto»: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. È una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?

In questa ora di dolore sento anche di chiedere a tutti un passo in più: non basta accogliere, occorre integrare. L’integrazione è un cammino concreto e quotidiano che riguarda le nostre scuole, le parrocchie, le istituzioni, il mondo del lavoro, le famiglie. Non possiamo limitarci a offrire un letto o un contratto precario, mentre manteniamo questi fratelli ai margini della nostra vita sociale, culturale e spirituale. L’integrazione chiede che chi arriva da lontano possa imparare la lingua, avere accesso ai servizi, conoscere e rispettare le leggi, ma anche sentirsi riconosciuto e valorizzato, non tollerato come un peso necessario. Significa creare luoghi di incontro, percorsi formativi, alleanze educative in cui italiani e stranieri possano camminare insieme, superando paure e diffidenze. Significa che i bambini dei migranti siedano accanto ai nostri figli nelle aule, che le comunità cristiane aprano i loro spazi e il loro tempo, che le amministrazioni locali non si limitino alla gestione dell’emergenza ma promuovano politiche lungimiranti di inclusione. Senza integrazione, l’accoglienza resta un gesto incompiuto, una porta socchiusa che non si apre davvero alla possibilità di diventare un solo popolo, pur nella diversità delle culture e delle provenienze.

Alla Calabria dico: rialzati. Ma non nella retorica dell’orgoglio ferito. Rialzati nella rivolta morale delle coscienze. Rialzati contro la rassegnazione, contro l’omertà, contro la normalizzazione dell’illegalità, contro quella cultura malata per cui tutto si sa e nulla si dice. Rialzati perché nessuna terra è condannata per sempre, ma ogni comunità si perde quando smette di vergognarsi del male e di combatterlo.

Quanto è accaduto ad Amendolara non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti. Deve diventare uno spartiacque. Da oggi nessuno potrà dire: non sapevo. Nessuno potrà dire: non riguarda me. Nessuno potrà dire: sono soltanto stranieri. Quelle fiamme hanno parlato a tutti. Hanno divorato quattro uomini, ma hanno illuminato una verità che troppi preferivano lasciare al buio.

Prego per questi quattro fratelli. Prego per le loro famiglie lontane. Prego perché la verità venga fuori intera, senza sconti, senza protezioni, senza zone d’ombra. Ma pregare, oggi, significa anche denunciare. Significa disturbare. Significa gridare. Significa non permettere che il sangue dei poveri venga assorbito dalla terra senza conversione, giustizia, responsabilità.

Quattro corpi sono stati ridotti in cenere. Ma quella cenere ora parla. Parla a noi. Parla alla Calabria. Parla alla Chiesa. Parla allo Stato.

E ci consegna una sola parola: basta.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. Illumini le coscienze di chi cerca la verità. Sostenga chi serve la giustizia. Scuota chi tace. Converta chi sfrutta. E renda questa terra finalmente capace di scegliere la vita contro la morte, la luce contro le tenebre, la dignità contro ogni forma di disumanizzazione.

Cassano all’Jonio, 02/06/2026

✠ Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI
(fonte: Diocesi di Cassano all'Jonio)


Enzo Bianchi: Siamo tempio vivo di Dio nel mondo

Enzo Bianchi
Siamo tempio vivo di Dio nel mondo

Lo Spirito Santo trasfigura l’universo e dimora stabilmente in noi: invocarlo significa diventare sempre più segni vivi di amore e comunione


Famiglia Cristiana - 24 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Cristiano, la Pentecoste che celebri è una grande festa, è la pienezza della Pasqua!

Le energie del Risorto, della vita che vince la morte, si effondono in tutto l’universo. È lo Spirito di Dio, che dà la vita a ogni essere animato o inanimato, che penetra nell’inferno e resuscita i morti, che fa cantare i cori degli angeli e la comunità dei santi dell’antica e della nuova alleanza. È Gesù quale Kýrios, Signore, che effonde lo Spirito santo e trasfigura l’universo facendo di questo cielo e di questa terra un cielo nuovo e una terra nuova in cui abita il Regno.

Cristiano, ma tu sei consapevole che questo Spirito di Dio abita in te, nel tuo corpo, che tu sei tempio di Dio nel mondo e tra gli uomini? Sai che quando passi in mezzo agli altri puoi spargere benedizioni e misericordia? Sai che il profondo del tuo essere, l’intimo dove tu dichiari di possedere la coscienza, è il luogo segreto e inviolabile dove Dio, se tu accogli la sua voce, può parlarti? Sei consapevole che quando fai comunità costruisci la koinonía, comunione dello Spirito santo, e che nella storia d’amore benedetta da Dio, nelle nozze, lo Spirito è il vincolo che sigilla la comunione in una liturgia dei corpi e dei cuori? Se i cristiani fossero coscienti di essere tempio dello Spirito sarebbero portatori dello Spirito e comunicherebbero lo Spirito a tutti quelli che incontrano.

Vieni Spirito santo, vieni! Sia questa l’invocazione segreta, silenziosa, continua!
(fonte: blog dell'autore)


martedì 2 giugno 2026

2 GIUGNO. Il voto conquistato, non concesso di Selene Zorzi

2 GIUGNO.
Il voto conquistato,
non concesso
di Selene Zorzi


Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta alle elezioni politiche, avendo ottenuto diritto di voto anche passivo. Solo un anno prima, un decreto legislativo aveva riconosciuto loro il diritto di voto attivo. Furono le pratiche delle donne della Resistenza a costringere in tal senso le leggi italiane, perché la prima richiesta al Governo per il suffragio femminile era arrivata quasi un secolo prima, nel 1877, da Anna Maria Mozzoni, ma era stata respinta con ironia come eccentrica e pericolosa. Nemmeno quando il voto si estese agli analfabeti maschi, nel 1912, Giolitti volle includere le donne, respingendo la proposta con l’idea che si sarebbe trattato di un «salto nel buio». Come sappiamo il fascismo concesse nel 1925 un “simulacro” di diritto di voto amministrativo “alle signore” ma solo quelle «meritevoli», che però sarà svuotato di fatto dalla riforma podestarile perché l’elezione dal basso del podestà sarà annullata dalla sua nomina diretta da parte del Governo. Dietro ogni respingimento delle numerose richieste che andarono avanti per più di mezzo secolo si nascondeva sempre la stessa paura: che le donne portassero criteri diversi di giudizio, priorità che l’ordine patriarcale non poteva ammettere. «Potrebbe avvenire che una maggioranza di donne venisse a formarsi in Parlamento, che coalizzandosi contro il sesso maschile, obbligasse il capo dello Stato, scrupoloso osservatore delle buone norme costituzionali, a scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona, e dare così al mondo civile il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio e utilità del nostro Paese è facile ad ognuno immaginarsi». Così la Corte d’appello di Firenze giustificò il respingimento della richiesta di alcune commissioni elettorali nel 1906. Prima ancora che nelle urne, le donne italiane ebbero voce attiva e passiva nella Resistenza. Secondo i dati Anpi, le donne combattenti che presero le armi furono circa 35.000, le partigiane con funzioni di supporto logistico e informativo circa 20.000, e 70.000 quelle organizzate nei Gruppi di difesa della donna. Circa 5.000 furono arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; quasi 3.000 deportate in Germania. Un esercito invisibile che la storia ha impiegato decenni a nominare. Ancora oggi si fa fatica a spiegare a scuola che le partigiane rischiarono la vita portando bombe nei tubi delle biciclette — non solo bigliettini e cesti di fiori — e che pagarono con la tortura specifica dello stupro la loro militanza. Le donne della Resistenza imbracciarono armi, portarono messaggi cifrati, organizzarono scioperi, raccolsero fondi, gestirono reti clandestine di comunicazione. Erano soggetti politici senza avere ancora il diritto formale di essere tali: tanto le istituzioni erano lontane dal vederle. Il decreto del febbraio 1945 non concesse loro qualcosa, bensì riconobbe con colpevole ritardo il contributo determinante che esse avevano dato alla liberazione del Paese.

LE MADRI COSTITUENTI
Delle 556 persone elette all’Assemblea costituente, come si sa, 21 erano donne. Quattordici laureate, molte reduci dalla Resistenza con il prezzo del carcere e della deportazione già pagato. Venivano da partiti in conflitto frontale, da culture politiche e religiose profondamente diverse (nove del Pci, nove della Dc, due del Psi, una dal movimento dell’Uomo qualunque). Eppure crearono un fronte comune sui temi dell’emancipazione, della famiglia (art. 29-31), della tutela del lavoro femminile (art. 37), sulla scuola (33-34). Talvolta concordarono emendamenti in riunioni informali fuori dalle sessioni ufficiali. Il caso più emblematico è quello dell’articolo 3: fu grazie a un emendamento proposto da Maria Federici (Dc) e da altre costituenti che entrò l’esplicita menzione del «sesso» tra i divieti di discriminazione. Che oggi appaia ovvia è il segno di quanto la loro battaglia fosse necessaria e il loro metodo profetico. Ma oggi facciamo fatica a inserire «genere».

Le cattoliche — Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio — non si limitarono a rappresentare la posizione del loro partito. Maria Federici fu decisiva nel riformulare la famiglia non come struttura gerarchica fondata sulla «potestà maritale», ma come unità basata sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29). Si alleò con Nilde Iotti (quasi un’anteprima del compromesso storico!) per ottenere protezione per i figli nati fuori dal matrimonio (art. 30), rompendo un tabù sociale e religioso che la Dc faceva fatica a riconoscere. Le 21 contribuirono insieme agli emendamenti sulla parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive (art. 51); votarono insieme nelle sedute più cruciali al di là delle appartenenze politiche: è forse la più bella lezione di politica che il Novecento italiano abbia lasciato in eredità.

UNA COSTITUZIONE ANCORA INCOMPIUTA
La nostra Costituzione, la più «avanzata» d’Europa, nata da quel lavoro straordinario è ancora, in larga misura, un programma che resta da attuare. L’articolo 37 garantisce parità salariale: il gender pay gap nel 2025 supera il 16%. L’articolo 51 garantisce pari accesso alle cariche pubbliche: le donne rappresentano il 35% del Parlamento e una minoranza dei vertici aziendali. L’articolo 3 promette la rimozione degli ostacoli «di fatto» alla libertà e all’eguaglianza, ma il carico del lavoro di cura non retribuito rimane oggi ancora distribuito in modo diseguale come ottant’anni fa. Così come alcune clausole del Manifesto di Ventotene — il superamento dei nazionalismi e del colonialismo imperialista, l’idea di una federazione europea, la superiorità del diritto sulla forza — rimangono promesse parzialmente disattese nella congiuntura attuale, allo stesso modo i principi che le madri costituenti incisero nella Carta attendono ancora piena attuazione.

Anche la Chiesa, che pure in quelle aule aveva voce attraverso le sue rappresentanti più illuminate, non ha ancora compiuto al proprio interno le riforme che quelle donne pensarono come universali: la parità di accesso alle responsabilità di governo, il riconoscimento pieno della soggettività femminile nelle strutture decisionali, la revisione di norme canoniche che perpetuano esclusioni che non si differenziano molto — nel lessico — da quelle che la Corte di appello di Firenze usava nel 1906.

In questo contesto, le teologhe di tutte le confessioni sono schierate nella difesa della dignità femminile e nella denuncia di strutture che continuano a produrre disuguaglianza e abusi e chiamano le Chiese stesse al banco degli imputati: in che misura possono rivendicare autorità morale su ciò che non praticano al proprio interno?

A ottant’anni da quel decreto, il dibattito sui diritti delle donne rischia un arretramento anche nei Paesi che si richiamano alla democrazia. Il mondo oggi è ancora nelle mani di chi considera le donne una questione da gestire piuttosto che soggetti da riconoscere. D’altra parte i sistemi più efficaci operano per omissione, cioè perpetuando le gerarchie come se fossero “normali”, senza nominarle quindi senza identificarle. Succede nei Parlamenti dove le donne sono minoranza, nei consigli di amministrazione, nei tribunali ecclesiastici, nelle curie, nelle assemblee sinodali dove si discute delle donne senza averle tra chi decide o avendole un una rappresentanza minimale, tanto per togliersi i sensi di colpa.

Ricordiamo che le donne nel ’46 votarono con una rappresentanza di un milione di voti in più rispetto agli uomini. Stupisce che oggi la questione femminile venga usata come prima arma contro regimi come quello iraniano, mentre venga relegata a sfondo quando si tratta di strutture di potere occidentali — come quelle rivelate dai file Esptein (che non è altro che la versione 2.0 di un certo berlusconismo) — che considerano le donne al pari delle risorse come materiale a disposizione da sfruttare.

L’islamofobia si ammanta di cattolicesimo per parlare il linguaggio dei diritti delle donne, ma non mostra la stessa coerenza nella lotta al sessismo e nell’attuazione della radicalità del messaggio evangelico quanto ai poveri e agli immigrati. Così, dietro politiche che si ammantano di una vernice cattolica e democratica, si sdoganano pregiudizi nazionalistici, identitari, religiosi, omofobici e razzisti, che sono tutti fondamentalmente sessisti: perché le donne sono la più grande delle minoranze oppresse.

Le forze che si oppongono all’emancipazione femminile sono diverse: c’è il conservatorismo esplicito di certi Governi di destra, ma c’è anche il progressismo che dichiara la parità e poi la svuota nella pratica del potere. Le Chiese non fanno eccezione. Le organizzazioni ecclesiastiche conservatrici invocano ora la «complementarità» dei sessi, ora la «tradizione apostolica», ora il «bene della famiglia» ora il «principio mariano»: tutte formule che funzionano come il «salto nel buio» di Giolitti, traducendo il timore del cambiamento in argomento di principio.

Il caso più evidente è costituito dalla questione della leadership: quando le Chiese affermano il pieno valore spirituale delle donne negando loro l’accesso alle posizioni di governo, ripetono la struttura argomentativa che per secoli ha tenuto le donne fuori dalla magistratura, dal voto, dalle professioni. C’è silenzio colpevole da parte di molte Chiese sui meccanismi di potere che permettono abusi e che mantengono le donne in condizione di vulnerabilità.

Le ventuno costituenti non lasciarono soltanto i loro discorsi: ci hanno lasciato in eredità un metodo. Quello di attraversare le differenze senza negarle, di costruire convergenze su ciò che è essenziale, di non aspettare il permesso di poter essere ciò che si è già. Queste donne che continuano ad abitare il nostro futuro — comprese le cattoliche, che lo capirono prima delle loro gerarchie — non aspettarono l’autorizzazione per affermare che il «sesso» non doveva esistere come categoria di discriminazione giuridica.

Raccogliamo il loro metodo e facciamone un compito: in quanto teologhe, predicando «a tempo opportuno e non opportuno» quelle verità che abbiamo meditato ed elaborato nel contatto con le Scritture e nell’approfondimento della tradizione; costringiamo le istituzioni con le nostre pratiche a riconoscere di diritto ciò che siamo di fatto. Siamo Chiesa senza il bisogno di riconoscimento di papi, vescovi o preti. Come donne, credenti e non credenti, lasciamoci ispirare anche dai visionari di Ventotene, lavorando per una Europa che sia federale e compatta anche sui diritti delle donne, per blindarli a livello sovranazionale.

(Fonte: Rocca)

2 giugno. Cappellani alla parata. La protesta di Pax Christi. Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi


2 giugno. Cappellani alla parata. 
La protesta di Pax Christi. 
Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, 
il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi 


La decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata della Festa della Repubblica riaccende una controversia antica nella Chiesa italiana. Pax Christi denuncia una scelta “antievangelica” e richiama la lezione di don Lorenzo Milani, processato negli anni Sessanta proprio per aver contestato il ruolo dei cappellani militari e difeso il diritto all’obiezione di coscienza.

La presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno rischia di trasformarsi in uno dei temi più controversi di questa Festa della Repubblica. A sollevare la protesta è Pax Christi, che attraverso una presa di posizione del proprio Consiglio nazionale ha espresso “sconcerto e indignazione” per la decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare un drappello di sacerdoti inquadrati nelle Forze armate.

Secondo quanto riportato dal giornalista Luca Kocci sul Manifesto e rilanciato da don Tonio Dell’Olio sulle pagine di Mosaico di Pace, ai cappellani è stata richiesta la divisa d’ordinanza completa: veste talare con stellette, fascia, basco nero con il fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri. Un’immagine che per il movimento cattolico per la pace rappresenta molto più di una questione formale: diventa il simbolo di un rapporto mai completamente risolto tra l’annuncio evangelico della pace e l’integrazione della figura sacerdotale negli apparati militari.

La polemica arriva in un contesto internazionale segnato dall’aumento dei conflitti armati, dal riarmo di molti Paesi europei e dal rilancio, da parte della Chiesa cattolica, di un messaggio sempre più netto contro la logica della guerra. Per questo motivo la decisione assume una portata che va oltre la semplice partecipazione a una cerimonia istituzionale.

L’appello per una Festa della Repubblica senza armi

Già nelle settimane precedenti Pax Christi aveva rilanciato una proposta che da anni accompagna la ricorrenza del 2 giugno: trasformare la tradizionale parata militare in una manifestazione civile, più coerente con lo spirito della Costituzione repubblicana.

Secondo il movimento, la Repubblica nata dal referendum del 1946 e fondata dalla Costituzione del 1948 celebra il lavoro, la partecipazione democratica e i diritti dei cittadini, non la forza militare. Quest’anno la richiesta era stata rafforzata anche da un appello pubblicato sulle pagine di Avvenire da personalità provenienti da esperienze culturali differenti ma accomunate dall’idea che la pace non possa essere invocata mentre si esibiscono armamenti e strumenti di guerra.

Tra le proposte avanzate vi era quella di dare spazio simbolico ai partecipanti italiani della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale di solidarietà e presenza nonviolenta nelle aree di conflitto, in particolare nel Mediterraneo e nei territori segnati dalla guerra.

La scelta di inserire invece un reparto di cappellani militari viene letta da Pax Christi come una risposta di segno opposto.

Il richiamo a Papa Leone XIV

La critica assume una valenza ancora più forte alla luce delle parole pronunciate più volte da Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha ripreso l’espressione di una pace “disarmata e disarmante”, già evocata da Papa Francesco.

Per i responsabili di Pax Christi, la sfilata dei cappellani rischia di apparire in contraddizione con questo orientamento pastorale. La contestazione non riguarda infatti l’assistenza spirituale ai militari in quanto tale, ma il significato simbolico dell’identificazione pubblica tra ministero sacerdotale e struttura militare.

Nel documento di protesta si richiama inoltre il percorso avviato dalla Chiesa italiana durante il Cammino sinodale. Sia il Documento finale del Sinodo delle Chiese in Italia sia la Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana Educare a una pace disarmata e disarmante invitano infatti a una riflessione profonda sul ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate e sulla testimonianza della pace in un mondo attraversato da conflitti sempre più devastanti.

La questione dei cappellani militari nella storia italiana

La polemica odierna riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più significative del cattolicesimo italiano del Novecento: quella che vide protagonista Lorenzo Milani.

Nel febbraio del 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana diffuse un comunicato nel quale l’obiezione di coscienza veniva definita “espressione di viltà”. Era un’epoca in cui il servizio militare era obbligatorio e gli obiettori finivano spesso in carcere.

Don Milani reagì con una durissima lettera di risposta, destinata a diventare uno dei testi più importanti della riflessione italiana sulla pace e sulla coscienza individuale. Il priore di Barbiana contestò apertamente la posizione dei cappellani militari, accusandoli di aver tradito il Vangelo e ricordando come la guerra fosse incompatibile con il messaggio cristiano.

Quelle parole provocarono uno scandalo enorme. La lettera fu pubblicata dalla rivista Rinascita e il sacerdote venne denunciato per apologia di reato e istigazione alla disobbedienza militare.

Il processo si aprì nel 1966. Don Milani, già gravemente malato, non poté partecipare personalmente a tutte le udienze ma inviò una lunga memoria difensiva destinata a entrare nella storia civile del Paese. In quel testo rivendicò il primato della coscienza, il diritto-dovere di opporsi alle leggi ingiuste e la necessità di educare i giovani alla responsabilità morale.

In primo grado il sacerdote venne assolto. Dopo la sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, la Procura fece appello e il processo proseguì nei confronti della sua memoria. La Corte d’Appello dichiarò estinto il reato per morte dell’imputato ma, contestualmente, riformò la sentenza assolutoria. Una conclusione che per decenni rimase oggetto di dibattito giuridico e storico.

Con il passare degli anni, tuttavia, le posizioni di don Milani sarebbero state progressivamente riconosciute. Nel 1972 l’Italia approvò la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Molte delle sue intuizioni entrarono nel patrimonio culturale e civile del Paese e furono successivamente valorizzate anche dalla Chiesa.

La straordinaria forza del “Tu non uccidere” di don Mazzolari

L’attuale dibattito richiama anche la figura di Primo Mazzolari, uno dei grandi profeti della pace del cattolicesimo del Novecento. Paradossalmente, Mazzolari conosceva la guerra dall’interno: durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come cappellano militare e condivise la vita dei soldati nelle trincee. Fu proprio quell’esperienza diretta dell’orrore bellico a maturare in lui una riflessione sempre più radicale sulla pace, fino a farne uno dei più autorevoli critici della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Le sofferenze viste al fronte lo convinsero che nessuna ragione politica o nazionale poteva giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani.

Questa convinzione trovò la sua espressione più alta nel piccolo libro Tu non uccidere, pubblicato nel 1955, un testo che anticipò di molti anni le aperture del Concilio Vaticano II e il successivo magistero dei papi sulla pace. In quelle pagine Mazzolari affermava che il comandamento “Non uccidere” non conosce eccezioni e rappresenta un imperativo che interpella la coscienza cristiana anche di fronte alla guerra. Il parroco di Bozzolo (del clero cremonese) non negava la complessità della storia, ma denunciava l’illusione secondo cui la violenza possa generare una pace autentica. Le sue riflessioni, inizialmente accolte con diffidenza in alcuni ambienti ecclesiastici, sarebbero poi diventate un punto di riferimento per il pacifismo cattolico, influenzando generazioni di credenti, da don Milani fino ai movimenti ecclesiali contemporanei impegnati per il disarmo e la nonviolenza.

Una discussione ancora aperta

A oltre sessant’anni di distanza, la questione sollevata da don Milani e don Mazzolari continua dunque a interrogare il cattolicesimo italiano. Da una parte vi è chi considera i cappellani militari una presenza necessaria per accompagnare spiritualmente uomini e donne impegnati nelle Forze armate. Dall’altra vi è chi ritiene che l’attuale assetto dell’Ordinariato militare, con gradi, stipendi e integrazione nella struttura gerarchica militare, finisca per compromettere la libertà profetica della testimonianza evangelica.

La partecipazione alla parata del 2 giugno assume così un valore che va oltre il protocollo. Diventa il simbolo di una domanda che attraversa la Chiesa contemporanea: come annunciare una pace “disarmata e disarmante” senza essere percepiti come parte integrante degli apparati della guerra?

È la stessa domanda che animò la battaglia civile di don Milani e che oggi, nelle parole di Pax Christi, torna con forza al centro del dibattito ecclesiale e pubblico. Perché la pace, sostengono i movimenti cattolici nonviolenti, non è soltanto un obiettivo da perseguire, ma anche uno stile da testimoniare. E ogni simbolo, soprattutto in tempi di guerra, acquista un significato che va ben oltre la semplice apparenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 30/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella: "L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa."

80° anniversario della Repubblica:
il messaggio della CEI al Presidente Mattarella



Di seguito il Messaggio che il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha inviato al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella, in occasione dell’80° anniversario della Repubblica.

Illustrissimo Signor Presidente,

nell’80° anniversario della nascita della Repubblica italiana Le invio, a nome mio personale e delle Chiese in Italia, un sentimento di gratitudine, affetto e responsabilità condivisa. Questi ottant’anni racchiudono una storia iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia.

La Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme, diversi eppure uniti da un destino comune e dal senso del bene comune. Alcuni seppero guardare oltre se stessi e consegnare alle generazioni future la Costituzione, che ci ricorda che nessuno si salva da solo e che nessuno può essere lasciato solo. L’articolo 54 richiama il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, e impone a chi esercita funzioni pubbliche di adempierle con disciplina e onore; questo richiamo orienta l’impegno comune per il bene di tutti.

La Repubblica non è solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione. L’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica. A conferma, nel suo intervento all’apertura della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia a Trieste, Ella ha riconosciuto il contributo dei cattolici alla comunità nazionale, sottolineando che la Costituzione ha dato nuovo senso all’unità del Paese e che l’adesione dei cattolici a essa ha rafforzato coesione e unità.

Le Chiese in Italia guardano a questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità.
L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro.

Signor Presidente, in questa ricorrenza Le rinnoviamo la nostra sincera gratitudine per il servizio che presta al Paese. Ricordiamo quanti hanno contribuito alla costruzione della comunità civile e riaffermiamo il nostro impegno a promuovere il bene comune e la solidarietà, a contrastare disaffezione e insoddisfazione pericolosa e a sostenere la dottrina sociale della Chiesa, le cui radici convivono con il dettato costituzionale.
Possa questo anniversario richiamare tutti a custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva europea.

Con profonda stima e riconoscenza, Le assicuriamo la nostra preghiera per Lei, per le istituzioni della Repubblica e per il Paese.
(fonte: CEI 01/06/2026)

lunedì 1 giugno 2026

Jannik Sinner, fuori al secondo turno a Parigi, perché non è la fine del mondo

Jannik Sinner, fuori al secondo turno a Parigi,
perché non è la fine del mondo

La sfida al limite non è solo azzardo, anche questo “insuccesso” tornerà utile

Jannik Sinner in difficoltà al secondo turno del Roland Garros EPA

Avvicinare il più possibile il limite senza andare mai oltre, perché c’è il burrone di là. Ma non conoscerai mai il punto esatto del tuo limite finché non lo superi e non cadi.

Dov’è il limite del corpo di un tennista che vince cinque master 1000 di seguito, dovendo tenere l’intensità per una sequenza cui nessuno era mai arrivato e poi, dopo tre giorni di pausa, cominciare a giocare uno Slam tre su cinque, magari alle 12, col sole a picco in un maggio che sembra luglio inoltrato.

Chi può saperlo? Chi si conosce così? Nessuno, se non dopo esserci passato.

Per due set e tre quarti è stata una partita a senso unico fino al 5-1 nel terzo a favore di Jannik Sinner contro Juan Manuel Cerundolo, fratello di Francisco, e poi s’è messa di traverso questa estate anticipata e tutto s’è rovesciato. In un precipizio.

Col senno di poi, di cui le fosse sono piene, si potrebbe dire che è stato un azzardo infilare Madrid tra Montecarlo e Roma, ma se ti riesce invece passi alla storia. La storia con la minuscola dello sport è vero, ma è una storia che si fa così: andando a caccia di primati, a volte cogliendoli altre volte cadendo. A volte sbagliando, ma la controprova non c’è mai.

Quanto può resistere la mente quando il corpo non ce la fa più? Quanto puoi restare lì a soffrire per provare a risalire? Orizzonti o muri davanti che nessuno sa.

C’è una filosofia che da sempre accompagna Jannik Sinner, che è un razionale non uno che gioca d’azzardo: “o la va o la spacca” non è il suo stile, il suo motto è “se posso vinco, se perdo imparo”.

A posteriori occorrerà analizzare dove sia stato l’errore di programmazione, se c’è stato o se sia stata fatalità o ancora una fragilità fisica di fondo a certe condizioni. Parigi era l’obiettivo della stagione, ha ripetuto Jannik quest’anno. Non è arrivato ma sono arrivati altri obiettivi, forse oltre quello che si pensava di poter dare. Il bilancio sui piatti sarà a fine stagione, a mente fredda. Si tratterà di capire cause, di studiare soluzioni, sapendo a che a nessun corpo e mente si può chiedere di non perdere mai.

Va ammirato il coraggio di provare a resistere, a raschiare l’ultimo residuo di energia: una forma di rispetto per il pubblico e per l’avversario, forse anche il tentativo di sperimentarsi, di testare le proprie risorse fisiche, sportive, mentali, umane.

Perché c’è un momento in cui lo sport cessa di essere un simbolo e chiede chi lo fa al massimo di tirare fuori tutto di sé.

Dopodiché si può vincere, perdere, cedere fisicamente. Ma con il massimo della professionalità e della dignità, avendo messo conoscenza nel bagaglio. Su una cosa Sinner nei giorni scorsi aveva ragione: il punto più alto della sua parabola non è ancora arrivato.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 28/05/2026)


31 Maggio 2026 - Papa Leone XIV all'angelus: "La vita di Dio è meravigliosa e coinvolgente, dà pace al nostro cuore, spesso così inquieto, e ci fa incontrare fratelli e sorelle nella gioia dello Spirito. La Trinità ci fa amare tutto e tutti..."

SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

PAPA LEONE XIV
 
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 31 maggio 2026


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Con la solennità di Pentecoste, una settimana fa, si è concluso il Tempo pasquale. Celebrando oggi il Mistero di Dio Trinità ci è offerta la possibilità di ripensare il cammino percorso, a partire dal suo centro: la vita di Dio che si è donata a noi in Gesù Cristo. Questa vita è una comunione dinamica, inesauribile, feconda, che ora ci coinvolge: lo Spirito che lega il Padre e il Figlio è stato infatti riversato nei nostri cuori, così che nel mondo prende forma la Chiesa, sacramento di comunione, spazio di incontro, di amore e di vita in cui cielo e terra già si toccano.

Il Vangelo della Liturgia odierna (Gv 3,16-18) ci presenta Nicodemo, una personalità di rilievo in Israele che sentì una profonda attrazione per Gesù. Infatti andò a trovarlo – di notte, per non essere visto –, desideroso di conoscere meglio questo misterioso Maestro e di porgli delle domande. Ospitandolo, il Signore diede importanza alla sua ricerca. Lo sorprese, suggerendogli che è possibile anche a un adulto rinascere; gli lasciò intuire che la vita di Dio avrebbe potuto trasformare la sua vita. Gesù parlò a Nicodemo dello Spirito Santo, illuminò la sua notte con la verità che nella festa di oggi risuona in tutte le nostre chiese: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (v. 16). E ancora: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (v. 17).

Carissimi, nel Mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, siamo a casa, come Nicodemo si sentì a casa presso Gesù. La vita di Dio è meravigliosa e coinvolgente, dà pace al nostro cuore, spesso così inquieto, e ci fa incontrare fratelli e sorelle nella gioia dello Spirito. La Trinità ci fa amare tutto e tutti: scopriamo che ogni creatura è fatta per la comunione, la relazione, l’incontro. E, per contrasto, comprendiamo perché le divisioni, le polarizzazioni, il disprezzo delle diversità portano nel mondo distruzione, tristezza e aridità.

Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo. Aveva ricevuto da Dio, attraverso Cristo stesso, lo Spirito della comunione, che apre il cuore alla nuova verità e alla vera novità. Chi non accoglie questo Spirito invecchia presto, nel lamento; si trova solo, non ha mai l’animo in festa. Oggi, invece, cari fratelli e sorelle, è festa! La festa di Dio è la nostra festa. Per questo San Paolo scrive ai Corinzi: «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11).

Ed ora, con la preghiera dell’Angelus, ci rivolgiamo alla Vergine Maria: nel suo “sì” alla divina Volontà fiorisca anche il nostro “sì” all’amore della Santissima Trinità.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

in questo mese di maggio da tutta la Chiesa si è levata una corale invocazione di pace. Specialmente attraverso la preghiera del santo Rosario, come una catena ininterrotta ha affidato all’intercessione della Vergine Maria i popoli martoriati dalla guerra. Possa la divina Sapienza illuminare la coscienza di chi ha autorità e orientare le decisioni verso la ricerca sincera di una pace giusta e duratura.

Oggi in Italia si celebra la 25ª “Giornata del sollievo”. Sono vicino alle persone malate e a quanti se ne prendono cura; ringrazio e incoraggio tutti coloro che diffondono la cultura della prossimità e della cura.

Saluto con affetto tutti voi che siete venuti oggi in Piazza San Pietro, romani e pellegrini!

In particolare, do il benvenuto al Vescovo e ai pellegrini della Diocesi di Kumba, in Camerun; come pure al coro parrocchiale di Dunajska Luzna, in Slovacchia. Saluto i polacchi qui presenti e anche i partecipanti al grande pellegrinaggio al Santuario di Piekary, dove Maria è venerata come Madre della Giustizia Sociale.

Saluto il Gruppo Alpini di Rivoli, i ragazzi di San Zeno Naviglio, e i partecipanti alla “Staffetta dell’inclusione” con alcuni vessilli realizzati da studenti di scuole superiori italiane.

Auguro a tutti una buona domenica.



Enciclica “Magnifica Humanitas”. Un manifesto umanista di Josè Tolentino de Mendonça

Enciclica “Magnifica Humanitas”. 
Un manifesto umanista 
di Josè Tolentino de Mendonça



Nomen omen, il nome è un presagio, una sorta di indicazione stradale o di missione annunciata. 
Se possiamo dire che ciò vale per i nomi in generale, a maggior ragione quest’idea è vera in relazione al nome che un Papa sceglie, tanto più che lo fa in totale libertà. Il nome, inatteso, scelto da Papa Prevost ha suscitato perciò una grande curiosità che trova ora una risposta incisiva nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, presentata nel mese in cui si celebra il 135° anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum. Se con la sua coraggiosa presa di posizione sulla questione operaia, Papa Leone XIII apriva la modernità «a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”» (MH, 3), Papa Leone XIV vuole oggi che quell’audacia di visione sulla realtà concreta non vada perduta, perché crede che essa sia parte integrante della vocazione della Chiesa. È questa la convinzione profonda che guida il programma pastorale del suo pontificato e trova nel suo nome una limpida chiave di lettura.

Leone non teme l’enormità del compito di interpretare i problemi del nostro tempo, fissando apertamente lo sguardo su uno scenario ambiguamente carico di speranze e paure. Né teme di apparire profeticamente in controtendenza, con un discorso che alcuni interessati contesteranno come «cupo o pessimista». In realtà, egli interpreta il presente non «come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva» (MH, 210). È questa combinazione profetica di coraggio spirituale e intelligenza storica che, va detto, fanno di questa enciclica uno dei testi più importanti del XXI secolo, un manifesto umanista che mette a fuoco la domanda epocale su cui siamo oggi chiamati a decidere il futuro stesso dell’umanità: che «cosa voglia dire custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Nella passività generalizzata di opinioni pubbliche disinformate e indifferenti e nel ritardo di governanti in affanno di discernimento, la voce della chiesa si leva, attraverso l’enciclica, al servizio di tutta l’umanità, testimone disarmato e disarmante ma potente del dovere di non subordinare l’essere umano alla potenza della macchina: il dovere inderogabile di rimanere umani.

Il pericolo è che i vantaggi economici del formidabile progresso tecnologico in atto rendano ciechi nei confronti dei rischi di un suo decorso privo di regole: non possiamo ignorare, mette in guardia il Papa, che in questa quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo con la transizione digitale, la dignità umana sia esposta ad una minaccia radicale. Le potenzialità di questo nuovo strumento sono tante, ma altrettanti sono i pericoli. Per questo, sin dalla prima frase dell’enciclica si afferma che ci troviamo confrontati con «una scelta decisiva» (e la parola «scelta» ricorre undici volte nel testo). Scelta tra il sistema della meritocrazia (che il Papa definisce un’ideologia particolarmente insidiosa, perché sostituisce l’ontologia con l’efficacia della prestazione) e il riconoscimento della dignità inalienabile della persona umana; scelta tra la concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochi (aziende e piattaforme tecnologiche…) e la destinazione universale dei beni; scelta tra il duplice errore di demonizzare o idolatrare gli strumenti da un lato e la strategia pubblica di governarli con criteri trasparenti e democratici dall’altro; scelta tra l’accelerazione del paradigma tecnocratico puro e duro e l’impegno per lo sviluppo umano integrale. Investire semplicemente la tecnologia di un potere messianico (l’enciclica parla del rischio di una «divinizzazione») significa pretendere surrettiziamente che essa possa sostituire o trascendere l’umano. La tecnologia non è neutra, perché assume la posizione ideologica e gli interessi di chi la concepisce, la finanzia, la possiede, la regola o la utilizza. In quanto tale, «non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito» (MH, 206).

Si comprende, quindi, come l’approccio metodologico della Magnifica Humanitas sia promuovere una riflessione di natura culturale, analizzando ad esempio alcuni dei dispositivi teorici che fungono da bandiera per i centri di potere tecnologico e colonizzano gli immaginari espressi sui social network e nei media. Il messaggio veicolato da quest’ideologia tecnologica è un’allucinazione del futuro, in cui si vendono sempre più i vantaggi dell’indiscriminato potenziamento meccanico dell’uomo e della sua ibridazione con l’automazione e si confeziona un’idea contraffatta di progresso come superamento dell’umano. È un insidioso humus ideologico che trova crescente espressione e nelle diverse correnti del transumanesimo e del postumanesimo.

Di fronte a questo scenario distopico, una delle proposte forti del Papa è quella di sottolineare il ruolo chiave dell’educazione, poiché al momento ci troviamo impreparati a governare la svolta storica che stiamo vivendo. L’educazione è davvero centrale, perché se non ci educhiamo come esseri umani, liberi, consapevoli e responsabili, la macchina finirà presto per educarci come utenti e manipolarci come algoritmi, senza che ce ne rendiamo conto. È urgente, quindi, un’educazione alla convivenza responsabile con il digitale, senza temere di introdurre misure regolative di sobrietà, protezione e limitazione. La difesa dell’umano nell’era digitale è una questione pubblica, poiché l’Intelligenza Artificiale può essere un’alleata o un acceleratore di catastrofi sociali. Sta alle società e a ciascuno di noi fare la propria parte. Papa Leone XIV fa appello alla coscienza globale. Ed è essenziale il modo in cui lo fa. Contrariamente agli autoritarismi esasperati di tante leadership contemporanee, con il suo stile umile e fermo, Leone ci offre un documento epocale che non procede per diktat e ultimatum ma fornisce strumenti di riflessione e decisione autonoma e creativa: una piattaforma spirituale e culturale per cominciare a lavorare seriamente tutti insieme sul nostro comune futuro.

(Fonte:  “La Stampa” - 26 maggio 2026)

Leggi anche il post già pubblicato:
- Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica Magnifica humanitas

domenica 31 maggio 2026

Leone XIV, il Rosario è una preghiera che diventa missione e profezia

Recita del Rosario con Papa Leone XIV

Grotta di Nostra Signora di Lourdes nei Giardini Vaticani
Sabato, 30 maggio 2026




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Leone XIV, il Rosario è una preghiera che diventa missione e profezia

La conclusione del Mese Mariano nei Giardini Vaticani e la preghiera per la pace




E’ della più belle tradizioni vaticane quella della recita del Rosario alla Grotta di Lourdes nei Giardini. E Papa Leone XIV per il secondo anno partecipa a questo momento speciale davanti alla copia della Grotta di Massabielle che i francesi regalarono a Leone XII.

E in questo 2026 si prega per la pace, perché “Contemplare con Maria i misteri del Rosario ci conduce a riconoscere in Gesù Cristo l’unica definitiva Parola, che il Padre ha pronunciato, Parola di pace per tutti coloro che ritornano a Lui con il cuore pentito”.

Un Rosario al quale si sono collegati tanto santuari mariani in ogni parte del mondo.

I Misteri Gaudiosi, le preghiere alternate ai canti, l’omaggio dei fiori bianchi all’altare della Grotta da parte del Papa, e il tramonto estivo di Roma portano i fedeli ad ascoltare la riflessione di Leone XIV che spiega che la pace “non è una teoria da verificare in laboratorio, né un’ingenua illusione, né un affare da gestire per interesse. Quando la si ricerca con cuore sincero, essa è piuttosto un impegno quotidiano della nostra vita: scaturisce dalla giustizia e dall’amore, come armonia che unisce le persone, le famiglie, le comunità, i popoli. Anche in questo tempo di tensioni e conflitti, la pace diventa possibile quando si vuole ascoltare il grido di chi ne è privato: bambini innocenti, madri e padri angosciati, prigionieri maltrattati, profughi, persone sofferenti di ogni età. Tutti costoro hanno sulle labbra una sola parola: pace!”.

Una invocazione a Maria che “porge l’orecchio” perché la pace è dono di Dio che “abbatte i muri dell’inimicizia, che vince l’arroganza con l’umiltà e riscatta dal peccato l’intera creazione”.

E allora “ogni volta che ritorniamo al Signore, la sua pace diventa il nostro impegno, secondo i compiti e le responsabilità di ciascuno”.

Il Rosario è una preghiera che “diventa così missione e profezia: non dovrà più esserci pianto di innocenti nelle nostre città; nessuno dovrà fuggire dalla propria casa per la minaccia delle bombe; la bramosia di potere e la violenza delle parole lasceranno il passo alla sete di giustizia e di verità. Ma ognuno può e deve fare la sua parte, cominciando da cose piccole ma importanti, astenendosi da ogni violenza verbale o fisica, nella vita di ogni giorno e anche nei social media”.

Ognuno può diventare un pacificatore, perché “la pace vera inizia in un cuore che ama; viene testimoniata da labbra che pronunciano parole di riconciliazione; si riflette negli occhi che guardano al mondo con mitezza e saggezza. Questa è la vera forza, la forza della verità e dell’amore.

Dio cerca costruttori di pace! La nostra Madre Santissima ci aiuti a rispondergli ogni giorno il nostro “eccomi”, non a parole ma con i fatti”.

Nelle preghiere si pensa alle vittime delle guerre e anche per le famiglie lacerate. Ma anche per “quanti soffrono la violenza della guerra, per i prigionieri e quanti subiscono umiliazioni che attentano la dignità della persona, perché non perdano la speranza e trovino il conforto di quanti si dedicano al superamento della violenza”.

Negli schermi le immagini dai santuari collegati. Dopo aver impartito la Benedizione il Papa si è intrattenuto a lungo a salutare anziani e malati.

Moltissimi coloro che hanno seguito la recita del Rosario dai maxi schermi in Piazza san Pietro.
(fonte: ACIStampa, articolo di Angela Ambrogetti 30/05/2026)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AL TERMINE DEL ROSARIO NEI GIARDINI VATICANI



«Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia» (Sal 85,9). Le parole del Salmo accompagnano bene la nostra preghiera del Rosario questa sera, perché esprimono la speranza della quale sentiamo il bisogno, soprattutto davanti alle difficoltà e alle violenze del tempo presente.

Disponiamo allora il nostro cuore all’ascolto della Parola di Dio, così che nella preghiera possiamo comprendere il senso di quanto accade nella storia, riconoscendo la provvidenza di Dio che sempre la guida e ci soccorre. La Vergine Maria è modello del credente, che porge l’orecchio del cuore per ascoltare “che cosa dice Dio”. Ella ci è di esempio con la sua obbedienza, che accoglie l’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo.

Contemplare con Maria i misteri del Rosario ci conduce a riconoscere in Gesù Cristo l’unica definitiva Parola, che il Padre ha pronunciato, Parola di pace per tutti coloro che ritornano a Lui con il cuore pentito. Il Signore non ci abbandona mai, anche quando noi lo dimentichiamo, anche quando perdiamo la via, Egli viene a cercarci e si fa vicino con l’amore di sempre. Come ricorda il profeta Isaia: «Io pongo sulle labbra: pace, pace ai lontani e ai vicini» (Is 57,19). Chi ha fiducia in Dio comprende questo annuncio di pace e ne diventa artefice, costruendola con le sue stesse mani (cfr Mt 5,9).

La pace, infatti, non è una teoria da verificare in laboratorio, né un’ingenua illusione, né un affare da gestire per interesse. Quando la si ricerca con cuore sincero, essa è piuttosto un impegno quotidiano della nostra vita: scaturisce dalla giustizia e dall’amore, come armonia che unisce le persone, le famiglie, le comunità, i popoli. Anche in questo tempo di tensioni e conflitti, la pace diventa possibile quando si vuole ascoltare il grido di chi ne è privato: bambini innocenti, madri e padri angosciati, prigionieri maltrattati, profughi, persone sofferenti di ogni età. Tutti costoro hanno sulle labbra una sola parola: pace!

Noi lo sappiamo: la pace è sempre possibile perché è dono di Dio. Questa pace, la sua pace, ha il volto di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che nella sua vita donata per noi ha riconciliato il cielo e la terra. Come scrive l’Apostolo Paolo: «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14): Colui che abbatte i muri dell’inimicizia, che vince l’arroganza con l’umiltà e riscatta dal peccato l’intera creazione.

Quando il Signore Gesù è con noi e ci comportiamo da veri discepoli del suo amore, allora lo Spirito Santo può realizzare ciò che appare umanamente impossibile. Quando invece ci si allontana da Dio, ci si allontana anche dall’uomo, dal nostro prossimo, restando indifferenti al suo dolore. Ogni volta che ritorniamo al Signore, la sua pace diventa il nostro impegno, secondo i compiti e le responsabilità di ciascuno.

La nostra preghiera diventa così missione e profezia: non dovrà più esserci pianto di innocenti nelle nostre città; nessuno dovrà fuggire dalla propria casa per la minaccia delle bombe; la bramosia di potere e la violenza delle parole lasceranno il passo alla sete di giustizia e di verità. Ma ognuno può e deve fare la sua parte, cominciando da cose piccole ma importanti, astenendosi da ogni violenza verbale o fisica, nella vita di ogni giorno e anche nei social media.

Cari fratelli e sorelle, la pace vera inizia in un cuore che ama; viene testimoniata da labbra che pronunciano parole di riconciliazione; si riflette negli occhi che guardano al mondo con mitezza e saggezza. Questa è la vera forza, la forza della verità e dell’amore.

Dio cerca costruttori di pace! La nostra Madre Santissima ci aiuti a rispondergli ogni giorno il nostro “eccomi”, non a parole ma con i fatti.

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