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giovedì 5 marzo 2026

“UNA CAREZZA E UNA LACRIMA” Messaggio di Don Mimmo Battaglia per il piccolo Domenico

UNA CAREZZA E UNA LACRIMA” 
Messaggio di Don Mimmo Battaglia
per il piccolo Domenico



     “I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi. Come se stringessero qualcosa di prezioso che nessuno deve portar loro via. Domenico aveva due anni. Ha stretto così la vita, con quella stessa ostinazione tenace e silenziosa, per due mesi interi, circondato dall’amore dei suoi genitori. Poi i pugni si sono aperti. E Domenico è andato.
         Quei pugni chiusi sono un Vangelo che nessun discorso riesce a scrivere. Dicono che la vita – ogni vita,anche la più piccola, anche quella che il mondo fatica a guardare negli occhi – vale la pena di essere difesa fino in fondo. Non è una scelta ideologica: è qualcosa di più antico, di più profondo, che viene da prima di noi, da Qualcuno che ci ha voluti a sua immagine, ha benedetto ogni esistenza con la carezza che si riserva ai figli amati, desiderati, nella cui somiglianza ci si rispecchia. Secondo me Domenico sapeva di assomigliare a Dio, con quel sapere muto e assoluto dei bambini. Lo hanno saputo anche i suoi genitori, che non hanno mai smesso di lottare accanto a lui. Lo ha saputo il personale della terapia intensiva: ognigesto, una preghiera silenziosa; ogni presenza al capezzale, un atto d’amore verso una vita piccola e sacra.
           Eppure c’è un momento – e chi ha attraversato certe stanze di ospedale lo riconosce, lo porta dentro di sé anche quando non riesce a nominarlo – in cui l’amore cambia forma. In cui custodire la vita non significa più prolungarla a ogni costo, ma accompagnarla con un’altra qualità di cura: più silenziosa, più intima, più simile al tenere per mano che al combattere. È il momento in cui i genitori del piccolo Domenico hanno compreso che non andava più trattenuto, ma accompagnato.
              Non una resa, non un abbandono, ma una decisione maturata nel silenzio, tra lacrime e lucidità. A volte tra notizie contrastanti ed emozioni confuse. La scelta di accogliere ciò che stava accadendo, senza più forzare il tempo, senza pretendere risposte diverse da quelle che la realtà stava consegnando. Restare accanto non per trattenere, ma per accompagnare: con lucidità, con tenerezza, con un amore capace di affidarsi.
          Patrizia, sua madre, lo diceva con una semplicità disarmante: in quella casa verso cui stava andando, suo figlio aveva un nuovo compito, diventare un angelo. È un linguaggio che nasce dalla fede, certo, ma anche dal bisogno profondo di dare un senso a un passaggio così grande, di continuare a sentirlo dentro una storia che non finisce, ma cambia forma.
             Riconoscere quel momento non è una sconfitta. È forse il gesto d’amore più difficile e più vero che esista: quello che si fa piccolo, che si consegna, che rinuncia a sé stesso per il bene dell’altro, anche quando l’altro è così piccolo da non potertelo chiedere a parole.
           Nelle ultime due settimane sono tornato più volte in ospedale. Camminavo lungo quei corridoi con le mani vuote, niente, se non la mia presenza. A volte è l’unica cosa che si può offrire. E forse è anche la più necessaria. Ho stretto quelle mani segnate dall’attesa. Ho pregato con loro nel silenzio: con quella preghiera che non chiede spiegazioni, che non negozia, che semplicemente si consegna.
C’è qualcosa che porto nell’anima e stento a descrivere. Ogni volta che accarezzavo la sua manina,
           Domenico, anche nel silenzio del coma, versava una lacrima. Una sola. Trattenuta a fatica, come un segreto che il corpo non riesce a custodire. Come se quella carezza raggiungesse un luogo che nessun farmaco sa addormentare davvero: quel centro ultimo dove la persona, tutta intera, non smette mai di amare e di essere amata. Era la sua voce. Era il suo “ci sono”. E in quella lacrima c’era più presenza che in mille parole dette ad alta voce. C’era una soglia attraversata, un filo sottilissimo tra due mondi che non si spezza, ma vibra. Io lo sentivo. Non con le orecchie, ma con qualcosa di più antico: con quella parte di noi che riconosce l’altro anche quando l’altro non può rispondere.
          Una carezza e una lacrima: un alfabeto fatto di pelle, di silenzi, di attesa, di acqua pura. Non sapevo se mi sentisse. Non sapevo dove fosse la sua coscienza in quel mare immobile. Ma sapevo che qualcosa arrivava. Perché il corpo non mente quando l’anima viene toccata. Una lacrima sola. Mai un pianto. Mai uno scatto. Solo quel segno leggero, come un “sì” sussurrato. E allora ho compreso che l’amore non ha bisogno di condizioni favorevoli per esistere. Non ha bisogno di risposte articolate, di occhi aperti, di parole coerenti. L’amore resta anche quando tutto sembra sospeso.
Resta come brace sotto la cenere. Resta come un battito ostinato.
           Forse la medicina misura i parametri, i riflessi, le reazioni. Ma c’è un luogo che non si lascia monitorare: quello in cui la persona è ancora relazione, ancora legame, ancora storia. Lì, Domenico non era un corpo in coma. Era un figlio. Il figlio di Patrizia e Antonio. Era mio, nostro figlio. E io, accarezzando quella manina, sentivo che non stavo solo consolando lui. Stavo imparando qualcosa sull’essere umano. Che c’è un nucleo inviolabile che non si spegne facilmente. Che la coscienza forse si assottiglia, ma la relazione resta come un’impronta indelebile.
           Quella lacrima mi ha insegnato più di molti libri. Mi ha insegnato che la persona non coincide mai del tutto con la sua condizione clinica. Che anche nell’ombra più fitta c’è un varco. Un passaggio minuscolo attraverso cui l’amore continua a circolare.
           Ed è in quella stanza che ho percepito come certe parole del Vangelo tornano a pesare come pietre. La compassione, non la parola, ma la realtà viva che porta dentro: patire con, farsi carico del dolore dell’altro senza cercarne l’uscita, senza proteggersi. Ho pregato per Domenico. L’ho fatto nell’unico modo in cui si riesce a pregare davanti a certi misteri: col silenzio, con la presenza, con quella fede nuda che non argomenta e non pretende, ma si consegna. Perché la preghiera non è convincere Dio a stare dalla nostra parte. È scoprire, con stupore, che ci stava già, prima ancora che aprissimo la bocca, prima ancora che trovassimo le parole. Pregare era custodire Domenico dentro quella luce, non perché la luce potesse cambiare il decorso di una tragedia, ma perché nessuna vita, nemmeno quella che la medicina non riesce a salvare, rimane fuori dall’abbraccio di Dio.
               Viviamo in un tempo che ha paura del limite. Lo combatte, lo nega, lo aggira con accanimento. Come se ammettere che c’è qualcosa di fronte a cui non possiamo nulla fosse una sconfitta. Ma il limite non è ilcontrario della vita: ne è la forma. La misura sacra entro cui ogni cosa riceve un nome, un volto, un peso.E imparare ad abitarlo – senza rassegnarsi, senza arrendersi, ma anche senza la pretesa di essere noi l’ultima parola su tutto – è forse il gesto più umano e più cristiano che esista.
         Eppure la morte di un bambino è un abisso. Non c’è altra parola. Non c’è teologia che la addomestichi, non c’è spiegazione che la renda accettabile, non c’è discorso che chiuda quella ferita. La morte innocente, quella che urla verso il cielo come il grido di Giobbe, come il pianto di tutte le madri del mondo, è il punto in cui la fede smette di essere un sistema e diventa o un abbandono o una resa.
Io scelgo l’abbandono. Non la resa. L’abbandono fiducioso di chi sa che al centro del Vangelo c’è un Dio che al dolore del mondo non ha risposto con una spiegazione, ma con una presenza: un Figlio sceso fino al grido del Venerdì Santo, per dirci che anche nell’abisso, soprattutto nell’abisso, c’è Qualcuno che ci aspetta con le mani aperte.
              Oggi gli diciamo addio. Due anni: pochi, al conto del mondo. Ma interi, pienissimi. Ha ricevuto amore, tanto amore. Lo ha restituito, come sanno fare soltanto i bambini: semplicemente essendo lì, semplicemente esistendo. La sua vita breve non era una vita incompiuta: era intera. E adesso è Oltre, in quella pienezza che noi intravediamo solo di sbieco, solo per lampi, nei momenti rari in cui la realtà si fa così sottile da lasciar passare qualcosa dall’altra parte.
         I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi. È un gesto antico, istintivo, come se volessero trattenere il mondo, come se temessero che qualcosa possa sfuggire. Domenico adesso ha le mani aperte. Non stringe più nulla. Non trattiene. Non difende. Le sue dita sono distese come chi ha smesso di opporsi e ha scelto, senza parole, di affidare. E da quelle mani aperte c’è qualcosa che ci è stato consegnato: una lacrima. Una sola. Non un grido. Non una richiesta. Una lacrima come eredità.
           Allora la domanda resta sospesa tra noi, più esigente di qualunque risposta: sappiamo custodire ciò che ci è stato affidato? Sappiamo custodire i più fragili, quando non possono difendersi, quando non possono spiegarsi, quando l’unico linguaggio che resta è una vibrazione impercettibile? Le mani aperte di Domenico non chiedono spiegazioni. Chiedono coscienza, delicatezza, un amore capace di non voltarsi dall’altra parte.
            Forse i bambini chiudono i pugni perché la vita è ancora tutta da afferrare. Forse le mani aperte, invece, sono il segno di chi ha già consegnato tutto. Saremo capaci di accogliere la consegna di Domenico senza lasciarla cadere? Perché in quella consegna, in quella lacrima c’è un mandato. C’è la responsabilità di diventare custodi. E se sapremo farlo – con tenerezza, con rispetto, con fedeltà – allora quella lacrima non sarà stata solo un segno. Ma il sogno del piccolo Domenico: quello di un mondo capace di custodire i bambini, di accompagnare il dolore, di ritrovare senso anche nei momenti più bui. Senza aver bisogno di molte parole.
             Affidandosi a un alfabeto silenzioso. Quello di una carezza e di una lacrima.”

+ don Mimmo Card. Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
(Fonte: sito della diocesi)

#medio o mediocre - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Medio o mediocre
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Stanco dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente medio.

Sempre graffiante nella sua ironia, Ennio Flaiano (1910-1972), scrittore e giornalista tra i più ascoltati e letti durante la sua vita trascorsa a Roma (era originario di Pescara), ha affidato al suo Diario notturno questa feroce notazione sulla “medietà” che ovviamente non è solo una questione scientifica. Essa, infatti, è soprattutto un modello sociale vincente, con buona pace dell’esaltazione ufficiale del merito e dell’eccellenza. È molto più facile omologarsi lungo una linea di mezzo, che spesso non è segno di equilibrio ma di mediocrità. Quest’ultima è di solito accompagnata dall’aggettivo latino aurea, perché così la definiva Orazio nei suoi Carmina (II, 10,5). In realtà il poeta si riferiva a una sorta di qualità morale, capace di non lasciarsi attrarre dall’opulenza sfrenata, ma anche attenta a evitare la povertà indecorosa. Da qui è nato l’altro motto latino di ascendenza aristotelica, In medio stat virtus, nella convinzione che il giusto stia nel mezzo, evitando le scelte estreme.

Diversa è la mediocrità a cui ci riferiamo: è orgogliosa di sé stessa, disprezza ogni impegno serio che costi sacrificio, si lascia guidare dal vantaggio immediato, detesta ogni scelta che esiga donazione di tempo e di energia. È una sorta di grembo rassicurante in cui stare quieti senza rischiare le sfide della società; è il minimo che sempre più viene chiesto a scuola, ma anche nel lavoro, pur di avere tempo libero e sforzo ridotto. Nelle sue Affinità elettive Goethe annotava: «La mediocrità ha come sua consolazione più grande il pensiero che anche il genio non è immortale».

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 22 febbraio 2026)

mercoledì 4 marzo 2026

Terza guerra mondiale? Il vero rischio nasce qui: Medio Oriente fuori controllo e ONU impotente

Terza guerra mondiale? Il vero rischio nasce qui:
Medio Oriente fuori controllo e ONU impotente

Guterres avverte che l’azione militare USA-Israele contro l’Iran può innescare una sequenza di eventi “che nessuno può controllare”. Russia e Cina si schierano contro i raid, Mosca convoca l’AIEA sul nucleare. Il rischio non è uno slogan: è una catena di escalation che può allargarsi e travolgere sicurezza, energia ed equilibri globali.


Quando il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres parla di “rischi incontrollabili”, non sta usando una formula diplomatica. Sta descrivendo il punto esatto in cui un conflitto smette di essere “locale” e diventa una macchina che si alimenta da sola. Ed è proprio questo, oggi, il pericolo reale: non l’annuncio ufficiale di una “Terza guerra mondiale”, ma una catena di escalation in Medio Oriente che trascina dentro grandi potenze, istituzioni internazionali sempre più impotenti, rotte energetiche strategiche e – sullo sfondo – l’ombra dell’arma nucleare.

C’è una frase, nel testo del discorso di Guterres, che vale più di mille analisi: “una serie di eventi che nessuno può controllare”. Non è retorica. È la definizione tecnica del momento in cui una crisi smette di essere “gestibile” e diventa una spirale. E il problema, oggi, è proprio questo: la crisi Medio Oriente-Iran non è più solo uno scontro tra avversari regionali. Sta diventando un confronto di sistema, dove entrano in gioco grandi potenze, diritto internazionale, nucleare e credibilità politica.

L’innesco è chiaro. L’operazione decisa dagli Stati Uniti con Israele contro l’Iran viene descritta dall’ONU come una torsione dei principi della Carta delle Nazioni Unite: gli Stati dovrebbero astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro integrità territoriale e indipendenza politica di altri Paesi. Guterres, davanti al Consiglio di sicurezza, condanna tanto gli attacchi quanto la risposta iraniana. Ma la sua condanna suona “necessaria quanto spuntata”, perché il messaggio politico che arriva da Washington è: le parole non fermano le guerre.

E qui nasce il primo pericolo: quando le regole internazionali diventano “opinioni”, le crisi accelerano. Perché se le istituzioni non riescono più a fare da freno, ogni parte si sente autorizzata ad alzare l’asticella. Non è solo una questione morale: è una questione di calcolo. Se penso che non esista più un arbitro credibile, mi preparo a giocare duro. E quando tutti giocano duro, gli incidenti diventano inevitabili.

Il secondo pericolo è la logica della ritorsione, quella che trasforma un conflitto in un domino. In queste crisi non esiste il “colpo finale” che risolve tutto. Esiste il colpo che crea la risposta. E la risposta che crea un altro colpo. A ogni passaggio, i leader hanno addosso una pressione interna gigantesca: se ti fermi, vieni accusato di debolezza; se continui, rischi di perdere il controllo. È una trappola. Ed è così che una guerra “limitata” diventa una guerra lunga, sporca e imprevedibile.

Il terzo pericolo è lo scontro tra blocchi. Cina e Russia criticano duramente l’operazione USA-Israele. Pechino, tramite l’ambasciatore Fu Cong, richiama la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran e degli altri Paesi della regione. Mosca parla di “tradimento della diplomazia” e di “aggressione armata non provocata”. Tradotto: non è più solo un fatto militare, è un caso politico globale. E quando due potenze come Russia e Cina prendono posizione, anche se non entrano direttamente in guerra, la crisi cambia livello: diventa un test di credibilità internazionale, di influenza e di deterrenza.

Qui scatta un meccanismo pericolosissimo: la “credibilità” ti spinge a non arretrare. È il carburante dell’escalation. Se arretri, perdi faccia; se avanzi, rischi l’incidente. È uno dei motivi per cui le grandi crisi finiscono spesso male: non perché qualcuno voglia davvero “la guerra mondiale”, ma perché nessuno vuole essere quello che “ha ceduto”.

Il quarto pericolo è il fattore nucleare, che nel testo entra dalla porta principale. La Russia chiede una riunione straordinaria dell’AIEA, e sullo sfondo c’è l’accusa che l’Iran potesse arrivare alla bomba “in due settimane”. Anche se questa è una valutazione politica e non un dato neutro, l’effetto è immediato: quando la parola “nucleare” entra nella discussione, cambiano i tempi e cambiano i nervi. Le decisioni diventano più rapide, più “preventive”, più drastiche. Perché la paura di arrivare tardi spinge a colpire prima. E la dottrina del “colpire prima” è la madre di tutte le escalation.

Il quinto pericolo è l’effetto “contagio” regionale. Nel testo si capisce che lo scontro non resta mai dentro un perimetro. Ogni attore ha alleati, interessi, bersagli, linee rosse. Ogni risposta produce conseguenze su altri teatri: sicurezza delle basi, attacchi indiretti, pressioni sui governi vicini, instabilità interna. È la caratteristica delle guerre contemporanee: non si combattono solo sul fronte, si combattono nelle rotte, nelle infrastrutture, nella propaganda, nei cyberattacchi, nelle piazze.

E poi c’è un punto che, per il pubblico, rende tutto ancora più concreto: l’energia. Quando una crisi riguarda l’Iran e il Golfo, non riguarda “lontano”. Riguarda benzina, gas, prezzi, trasporti, inflazione. Riguarda quanto costa vivere. Ed è anche per questo che una crisi così diventa globale: perché colpisce l’economia mondiale e, con l’economia, colpisce la stabilità politica dei Paesi che guardano e dicono “non è affar nostro”. Spoiler: lo diventa.

Dentro questo quadro, lo “spettro della Terza guerra mondiale” va capito per quello che è: non un titolo urlato, ma un rischio strutturale. Il rischio che una crisi ad alta intensità, con grandi potenze schierate, nervo nucleare scoperto e istituzioni internazionali indebolite, finisca per allargarsi senza che qualcuno riesca più a mettere il piede sul freno.

In altre parole: non è che domani mattina qualcuno dichiarerà “è iniziata la Terza guerra mondiale”. Il pericolo vero è molto più moderno e molto più subdolo: un susseguirsi di mosse “necessarie”, “inevitabili”, “proporzionate” secondo ciascuna parte, fino al momento in cui l’errore, l’incidente o la scelta presa sotto pressione diventa irreversibile.
(fonte: La legge per tutti, articolo di Angelo Greco 02/03/2026)


Fino a dove? Fino a quando?


Le pesanti incognite del conflitto che sta incendiando il Medio Oriente. E non solo

Fino a dove?
Fino a quando?


Fin dove e fino a quando: sono queste le incognite del conflitto scatenato dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Non è chiaro quanto chi ha pianificato l’ennesima guerra abbia previsto le conseguenze che si stanno verificando sul campo. La risposta dell’Iran, infatti, si sta concentrando su Israele — che peraltro ha ripreso a colpire Hezbollah in Libano in risposta agli attacchi dal movimento sciita— e sulle basi statunitensi dislocate in Medio Oriente, attaccando però anche alcuni Paesi del Golfo e persino l’Europa, precisamente Cipro, dove è stata attaccata con un drone la base britannica che Londra ha concesso alle forze militari degli Usa. Ed è la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che un Paese dell’Unione europea viene toccato da un conflitto. Un coinvolgimento che ha colto di sorpresa l’Ue — peraltro nessuno dei 27 era stato avvertito da Washington dell’attacco all’Iran — al quale non si sa come reagire. Di fatto solo la Spagna si era subito sfilata dal conflitto, dicendo no all’uso di proprie basi.

Questa nuova guerra, scoppiata mentre erano in corso negoziati tra Stati Uniti e Iran sulla questione del nucleare di Teheran, sta nuovamente incendiando una parte di mondo che soffre già da decenni una situazione di grande e pericolosa instabilità. E non è possibile dire con certezza quando finirà. Chi l’ha iniziata ipotizza quattro, cinque settimane, ma non esclude che possa andare oltre e portare soldati sul terreno. Così come non sembra si siano valutate a fondo le conseguenze qualora non si raggiungesse l’obiettivo ultimo, ovvero un cambio di regime a Teheran.

Intanto morti si aggiungono a morti, distruzioni a distruzioni, mentre cresce il timore per un conflitto ben più ampio e dalle conseguenze imprevedibili. Per questo, come ha detto domenica Papa Leone XIV, occorre «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». 
(Fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Gaetano Vallini 03/03/2026)

martedì 3 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: La gente in Iran

Tonio Dell'Olio
 
La gente in Iran

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  3 Marzo 2026


“Lo so bene – mi scrive un’amica da Teheran - la pena di morte è un abisso che va cancellato. Eppure mentre diciamo questo, il mondo assiste inerme a un’altra vertigine.

“Bibi” ha dichiarato di aver atteso quarant’anni per distruggere l’Iran”. Quarant’anni di rancore covato come destino. 

Ma se il criterio fosse davvero la giustizia, perché non “radere al suolo” anche il Pakistan, che ha l’atomica e la pena capitale? O la Cina? “La verità è più nuda e più crudele – mi fanno notare sempre da Teheran -: l’Iran è il secondo Paese al mondo per riserve di gas, il terzo per petrolio, ricchissimo di minerali rari. Questa è la sua condanna”. 
Michele Serra ha scritto bene: “Gli americani sono molto fortunati, perché dovunque vanno per esportare la libertà trovano il petrolio”. È una battuta che brucia. 

Milleottocento bombe in tre giorni, un’operazione che gli stessi Stati Uniti paragonano al Vietnam. E tutto sembra normale. Le immagini scorrono, le cancellerie parlano, gli analisti spiegano. Intanto la gente in Iran muore. Ma non sotto i nostri occhi. E ciò che non vediamo ferisce meno la nostra coscienza. 

La gente di Iran soffre troppo. Soffre nel silenzio globale, in quella distanza che anestetizza l’empatia e smorza l’indignazione. La guerra diventa cifra geopolitica, non più carne e sangue. E così l’ingiustizia passa, quasi invisibile. Finché non bussa anche alla nostra porta.


Ibrahim Faltas: Il rumore che spegne il suono

Ibrahim Faltas

Il rumore
che spegne il suono


A Gerusalemme la paura si sente e quasi si tocca. Le strade vuote, i luoghi di culto inaccessibili e i negozi chiusi della Città vecchia, i feriti e la distruzione di tante città della Terra Santa sono tornate ancora ad essere le immagini della sofferenza di questa terra martoriata. Sono cicatrici tangibili e ferite invisibili che rivelano il dolore e i traumi di quello che è accaduto con il nuovo e ripetuto inizio di una guerra infinita. A rompere il silenzio di una città deserta è il suono delle sirene che provoca angoscia nell’attesa di missili che porteranno ancora morte e distruzione. 
La paura è tornata con forza, o forse non era mai scomparsa, sabato mattina scorso, era sabato come quel tragico 7 ottobre 2023. 

Insieme agli insegnanti e al personale scolastico siamo riusciti a mantenere la calma necessaria per tranquillizzare i bambini in attesa dei genitori che avevano lasciato da poco i loro figli all’ingresso della scuola. Non è stato facile per le insegnanti trattenere le lacrime mentre rassicuravano i bambini che avevano appena recitato insieme la preghiera semplice di San Francesco prima di entrare in classe. Guardavo i bambini, il trauma nascosto nei loro occhi tristi, sentivo la consapevolezza e la responsabilità degli adulti, la loro sofferenza perché il ritorno alla violenza avrebbe portato ad un rinnovato allontanamento dalla serenità accogliente della scuola: questi pensieri e queste preoccupazioni mi affollano mente e cuore. 

Vicino ai Luoghi Santi viviamo una apparente normalità perché crediamo, preghiamo e speriamo ma il rumore assordante della guerra ci fa ritornare sempre alla realtà dolorosa. 
I bambini non conoscono la violenza, non conoscono le ragioni disumane della violenza e continuano ad essere le vittime innocenti dell'assurdità del male. I bambini conoscono e riconoscono solo il bene.

In questi momenti tremano ed è il male a farli tremare, è la paura di qualcosa che non conoscono a spegnere i loro sorrisi, i sorrisi di tutti i bambini che soffrono e muoiono nei paesi scenario di guerra. Muoiono e soffrono a Gaza, a Teheran, a Kyiv, a Tel Aviv. Sono spaventati, sono tristi, soffrono per la fame e per il freddo, hanno paura al riparo di tende bagnate, sono isolati nel buio di rifugi e di bunker, sono sepolti sotto le macerie di scuole e di case, non giocano, non usano penne e matite colorate. È questo il disumano risultato delle guerre. 

Dopo il 7 ottobre 2023 numerosi sono stati gli appelli e le richieste alla comunità internazionale di tornare ad essere umani. Lo hanno chiesto con forte intensità due Pontefici, autorità civili e religiose, uomini e donne semplici, personalità di rilievo. Le risposte non ci sono state e se ci sono state non hanno prodotto finora risultati e soluzioni a Gaza, in Terra Santa e in altre zone afflitte da anni di guerre e di violenza. 

Chi avrebbe dovuto rispondere alle richieste di pace? Quale umanità risponde all’umanità ferita? Sono domande che non riescono ad avere risposte se da anni continuano ad essere calpestati i diritti essenziali degli innocenti e se i doveri della comunità internazionale sono gestiti da interessi di economia bellica e da disinteresse per chi soffre. 

A Gaza bambini privati del diritto alla serenità invece di ricevere assistenza e istruzione sono costretti a cercare fra le macerie oggetti da poter rivendere in cambio di cibo e coperte. Quale umanità li sostiene e li aiuta mentre scavano fra la polvere e i ricordi di altri innocenti? Chi si ricorda ancora di loro? Quale umanità non consente di soccorrere chi stava cercando la salvezza e ha perso la vita nel mare che ora fa riemergere corpi e sogni di speranza? Quale umanità non rispetta i tempi e i modi di accordi che potrebbero dare tregua e respiro a chi aspetta la fine di violenze e di sofferenze non immaginabili? Domande a cui non abbiamo risposte, domande a cui non risponde l’umanità di chi, come afferma Papa Leone, ha la responsabilità morale di evitare che il male sia il protagonista assoluto di questi nostri tempi. 

La mia esperienza di vita in Terra Santa mi fa ancora credere e sperare nel cuore di esseri umani che amano il prossimo senza preclusioni e senza limiti, che offrono una mano amica, un ascolto attento, un abbraccio che riscalda l’anima. È questa l’umanità in cui dovrebbe riconoscersi ogni essere umano, è questa l’umanità che la comunità internazionale deve rappresentare. Diritti e doveri, responsabilità e rispetto sono elementi essenziali per restare umani, per credere, per avere fiducia e speranza nell’umanità, per eliminare il rumore della guerra e rappresentare il suono della pace.
(fonte: L'Osservatore Romano 02/03/2026)


Tonio Dell'Olio: Guerre ipocrisia e altro ancora

Tonio Dell'Olio
 
Guerre ipocrisia e altro ancora
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  2 Marzo 2026


Ve la ricordate la guerra scatenata contro l’Iraq di Saddam Hussein? Le armi di distruzione di massa, le prove sventolate come verità inconfutabili, poi rivelatesi sabbia nel vento a detta degli stessi protagonisti.

Una lezione che avrebbe dovuto vaccinarci per sempre contro le menzogne belliche. E invece no. Oggi quasi nessuno osa mettere in dubbio la solidità delle ragioni addotte da Israele e Stati Uniti per colpire l’Iran. 
La storia non insegna: si limita a ripetersi, con più cinismo. 

Ancora più sconcertante è stato il discorso di Benjamin Netanyahu: “Non siamo nemici, non perdete questa occasione”. Parole rivolte agli iraniani come un ramoscello d’ulivo brandito dopo aver incendiato la foresta. 

Da quale pulpito giunge l’invito al rispetto dei diritti umani, dopo aver ridotto la Striscia di Gaza a macerie e lutto? La memoria delle vittime non può essere selettiva. 

L’allargamento del conflitto è un baratro. È la “voragine irreparabile” evocata da Papa Leone XIV: un esito tragico e perverso da arginare ora, non domani. Perché la verità resta semplice e disarmante: “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi… ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. Eppure continuiamo a professare la nostra fede nella guerra e nelle armi, mentre le aziende che le producono festeggiano sui sudari. E noi, distratti fedeli, diciamo amen.


lunedì 2 marzo 2026

VISITA PASTORALE Parrocchia "Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo" (Roma) - Leone XIV: «Bisogna essere maestri del bene per i più piccoli» - «Preoccupato per il Medio Oriente»

VISITA PASTORALE DI LEONE XIV

Parrocchia "Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo" (Roma)
II Domenica di Quaresima, 1° marzo 2026

Il Papa nella parrocchia romana dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo al Quarticciolo

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Il Papa al Quarticciolo:
«Bisogna essere maestri del bene per i più piccoli»

Leone XIV ha visitato il quartiere popolare romano rispondendo alle domande dei più piccoli sul male e in particolare sulla guerra e sulla droga

Papa Leone XIV durante la sua visita alla parrocchia romana dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo al Quarticciolo

L’ultimo Papa in visita al Quarticciolo era stato Giovanni Paolo II nel 1980. C’era quindi grande attesa oggi pomeriggio in questo quartiere della periferia est di Roma segnato dalle case popolari costruite durante il fascismo e che solo pochi giorni fa è stato circondato dai carabinieri che hanno condotto una maxi-operazione anti-droga.

E nel pomeriggio di domenica 1 marzo papa Leone XIV è arrivato per visitare la parrocchia dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo al Quarticciolo, nella periferia est di Roma, accolto dal cardinale vicario Baldo Reina e dal parroco padre Daniele Canali. Tra canti e striscioni di benvenuto come “È giusto che tutti abbiano una casa” e "Daje Papa Leone: Sei un grande!", Leone XIV, ha salutato i fedeli, benedetto i bambini e ascoltato le loro domande, in particolare sul senso del male: “Sappiamo che esiste il male, ma più importante è che esista il bene, esiste l'amore, e che in questa parrocchia ci sia la luce dell'amore". Il contrario della droga: “Il problema della droga che esiste anche in tanti luoghi, anche qui in questa zona. Rifiutare sempre quello che fa male e cercare di dire “sì” alla salute, “sì” a quello che fa bene. Sempre “no” alla droga, però sempre “sì” a quello che fa bene... Essere maestri in questo senso, con la testimonianza che può aiutare tanto i ragazzi, i bambini, i giovani, cercando anche di eliminare dalle strade questi problemi, che sono tanto gravi”, ha scandito il Papa.

Leone XIV ha poi espresso la sua forte preoccupazione per la situazione internazionale, come aveva fatto durante l’Angelus.

“Da questo momento che io sono molto preoccupato per ciò che succede nel mondo: specialmente ieri, oggi e non sappiamo per quanti giorni, nel Medio Oriente. La guerra, di nuovo! Anche noi dobbiamo essere annunciatori del messaggio di pace, la pace di Gesù, la pace che Dio vuole per tutti. Allora bisogna pregare molto per la pace e cercare come vivere l’unità e come rifiutare sempre quella tentazione di far male all’altro. La violenza non è mai la scelta giusta. E dobbiamo scegliere sempre il bene”.

“In questo mondo tanti bambini non hanno famiglia, casa, da mangiare e da bere, un letto dove dormire. Questa davvero è una tragedia che esiste in mezzo a noi”, ha aggiunto il Papa. “Abbiamo visto tutti in questi ultimi anni la tragedia per esempio a Gaza, dove tanti bambini sono morti, dove tanti bambini sono rimasti senza i genitori, senza la scuola, senza un posto dove vivere”.

Leone XIV ha quindi invitato a trovare delle strade per: “essere promotori noi di pace, di riconciliazione, cercando soluzioni non con la violenza, ma con il dialogo".
(fonte: Famiglia Cristiana 01/03/2026)

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Papa al Quarticciolo: “preoccupato per il Medio Oriente”

Nella parrocchia dell'Ascensione al Quarticciolo, il Papa ha rilanciato l'appello dell'Angelus e ha chiesto di "diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo".

(Foto Vatican Media/SIR)

“Sono molto preoccupato per ciò che succede nel mondo: specialmente ieri, oggi e non sappiamo per quanti giorni, nel Medio Oriente. La guerra, di nuovo”. Incontrando i bambini nel campo sportivo della parrocchia dell’Ascensione di nostro Signore Gesù Cristo al Quarticciolo, durante la sua terza visita pastorale ad una parrocchia romana, Leone XIV ha rilanciato l’appello di poche ore prima all’Angelus, quando aveva chiesto alle parti coinvolte di “assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. “Anche noi dobbiamo essere annunciatori del messaggio di pace, la pace di Gesù, la pace che Dio vuole per tutti”, l’invito del Pontefice, che ha esortato a “pregare molto per la pace e cercare come vivere l’unità e come rifiutare sempre quella tentazione di far male all’altro”.

“La violenza non è mai la scelta giusta. E dobbiamo scegliere sempre il bene”,

ha raccomandato inoltre il Papa citando Gaza, “dove tanti bambini sono morti, dove tanti bambini sono rimasti senza i genitori, senza la scuola, senza un posto dove vivere”. “Tutti dobbiamo cercare anche lì la stessa risposta secondo quello che ci dice Gesù”, ha affermato:

“come essere promotori noi di pace, di riconciliazione, cercando soluzioni non con la violenza, ma con il dialogo”.

“Ci sono differenze, bisogna imparare a rispettarci gli uni gli altri, a dire no alle cose che fanno male, e scegliere sempre il bene, rifiutando quel che danneggia la salute”, le parole a braccio del Papa: “Per esempio, il problema della droga che esiste anche in tanti luoghi, anche qui in questa zona. Rifiutare sempre quello che fa male e cercare di dire ‘sì’ alla salute, ‘sì’ a quello che fa bene. Sempre ‘no’ alla droga, però sempre ‘sì’ a quello che fa bene”. Incontrando gli ammalati e gli anziani, Leone ha poi definito un fatto “importante che la voce della parrocchia svegli un po’ le risposte delle autorità – la Polizia, lo Stato – che molte volte potrebbero fare di più per aiutare a superare i problemi che esistono qui. Allora anche questa voce che viene da una comunità di fedeli di una parrocchia può alzarsi e si può cercare di fare cambiamenti importanti per il bene di tutti”. Al centro dell’omelia, il brano evangelico della Trasfigurazione. simbolo della “logica dell’amore incondizionato, dell’abbandono di ogni difesa che diventa offesa”. “Ascoltiamolo, entriamo nella sua luce per

diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo”,

l’appello del Pontefice , secondo il quale “tutta la vita della parrocchia e dei suoi gruppi esiste per questo: è un servizio alla luce, un servizio alla gioia”. “Anche la Chiesa, anche la vostra parrocchia riceve da questo Vangelo una missione”, ha assicurato il Papa: “A fronte dei numerosi e complessi problemi di questo territorio, che incombono sui giorni del vostro abitare qui, a voi è affidata la pedagogia dello sguardo di fede, che trasfigura di speranza ogni cosa, mettendo in circolo passione, condivisione, creatività come cura delle tante ferite di questo quartiere”. “Sono molto contento di aver appreso che questa comunità parrocchiale è una comunità viva e vivace e che, nonostante i gravi problemi del contesto territoriale, testimonia il Vangelo con coraggio”, l’omaggio finale: “Sotto il motto programmatico ‘Facciamo Comunità’, questa parrocchia ha intrapreso un cammino per rafforzare il senso di appartenenza e l’accoglienza, con le braccia aperte, di tutti. Sono contento e vi incoraggio:

andate avanti in questo cammino di apertura al territorio e di cura delle sue ferite.

E spero che altri si uniscano a voi per essere qui al Quarticciolo lievito di bene e di giustizia”. “Quando ci accorgiamo che tante cose attorno a noi non vanno, a volte viene da chiedersi: ma avrà un senso quello che stiamo facendo?”, l’obiezione a cui rispondere: “Si insinua la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e di slancio. Invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani, di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono. È il mio augurio per tutti voi, per questa comunità parrocchiale e per i tanti fratelli e le tante sorelle che ancora non hanno riconosciuto in Gesù la vera luce e la vera gioia”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 02/03/2026)

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Incontro con i bambini nel Campo sportivo


Il Papa accolto nella parrocchia dell'Ascensione (@Vatican Media)

Innanzitutto buonasera a tutti e bentrovati. Grazie per questa accoglienza! Grazie davvero! Prima di rispondere alle vostre domande che mi hanno dato qui, voglio dire che sinceramente sono molto contento di trovarmi con voi stasera. Grazie per essere qui, grazie per aver reso possibile questo incontro. Al vostro parroco, ai padri dehoniani, a tutti coloro che collaborano nella parrocchia rivolgo un saluto molto grande, molto sincero e fraterno. Il nome della vostra parrocchia, “Ascensione”, dice tanto perché è quando Gesù ascende al cielo. La parte migliore della nostra umanità, Gesù la porta a Dio Padre, in cielo.

In un certo senso, è la missione di questa parrocchia e risponde a una delle domande: perché esiste il male? Nel mondo, sappiamo che esiste il male, ma più importante è che esiste il bene, esiste l’amore e questa parrocchia è la luce dell’amore qui, in questo quartiere! Siete voi!

E allora questa visita stasera rappresenta almeno un momento, di tanti momenti che voi vivete, per sperimentare quanto è bella la fraternità, l’amore, la carità, quando tutti facciamo non il male ma il bene gli uni per gli altri. Allora questo davvero è causa di una bellissima celebrazione, bisogna festeggiare.

Perché esiste il male, purtroppo? L’uomo che è libero può scegliere, come dice la Scrittura: la Bibbia dice che può scegliere la vita o la morte, il bene o il male. Abbiamo questa libertà, che è un dono molto grande. Noi siamo qui per dare l’esempio e cominciando con voi bambini. Dovete scegliere sempre il bene e mai il male, perché così possiamo pian piano trasformare il nostro mondo, possiamo fare una differenza!

Poi come i giovani, sono veramente contento di vedere tanti giovani nel movimento Magis: un applauso anche per voi, perché abbiamo bisogno di voi, la parrocchia, la diocesi, l’Italia, il mondo ha bisogno di queste testimonianze perché è così che possiamo davvero cambiare il mondo. Vi dico, da questo momento che io sono molto preoccupato per ciò che succede nel mondo: specialmente ieri, oggi e non sappiamo per quanti giorni, nel Medio Oriente. La guerra, di nuovo! Anche noi dobbiamo essere annunciatori del messaggio di pace, la pace di Gesù, la pace che Dio vuole per tutti. Allora bisogna pregare molto per la pace e cercare come vivere l’unità e come rifiutare sempre quella tentazione di far male all’altro. La violenza non è mai la scelta giusta. E dobbiamo scegliere sempre il bene.

E allora anche da voi bambini, con le parole, con l’ubbidienza a mamma e papà in casa, col gesto di fare una cosa buona… tutte le cose che fate voi e che facciamo noi grandi devono essere sempre una scelta per il bene, per la pace, per la riconciliazione, per la comunione, per l’amicizia e cercare così con Gesù, come cattolici, come discepoli di Gesù, di costruire la pace nel nostro mondo.

L’altra domanda che mi avete fatto - e che so che è una preoccupazione per molti - è proprio perché in questo mondo tanti bambini non hanno famiglia, casa, da mangiare e da bere, un letto dove dormire. Questa davvero è una tragedia che esiste in mezzo a noi. Abbiamo visto tutti in questi ultimi anni la tragedia per esempio a Gaza, dove tanti bambini sono morti, dove tanti bambini sono rimasti senza i genitori, senza la scuola, senza un posto dove vivere.

E allora noi tutti dobbiamo cercare anche lì la stessa risposta secondo quello che ci dice Gesù: come essere promotori noi di pace, di riconciliazione, cercando soluzioni non con la violenza, ma con il dialogo. Ci sono differenze, bisogna imparare a rispettarci gli uni gli altri, a dire no alle cose che fanno male, e scegliere sempre il bene, rifiutando quel che danneggia la salute. Per esempio, il problema della droga che esiste anche in tanti luoghi, anche qui in questa zona. Rifiutare sempre quello che fa male e cercare di dire “sì” alla salute, “sì” a quello che fa bene. Sempre “no” alla droga, però sempre “sì” a quello che fa bene.

E anche voi, giovani, avete una responsabilità: essere maestri in questo senso, con la testimonianza che può aiutare tanto i ragazzi, i bambini, i giovani, cercando anche di eliminare dalle strade questi problemi, che sono tanto gravi. Bene, io vorrei salutare qui accanto a me da questa parte, il cardinale Baldo Reina, vicario della diocesi di Roma: siamo contenti per la sua presenza. È qui mons. Alessandro Zenobbi, che è stato nominato vescovo ausiliare di Roma. E allora auguri e grazie, benvenuti. Bene! Così, in rappresentanza di tutta la famiglia, ci sono anche suore di diverse Congregazioni: grazie per il vostro lavoro, per il vostro servizio. Grazie alle tante persone che collaborano nel bene, qui nella parrocchia: è molto bello trovarci insieme.

Che questa parrocchia sia una luce, che questa parrocchia sia la testimonianza che è importante vivere la fede, portare nel cuore questa presenza di Dio, imparare e poi insegnare l’amore agli altri e avere sempre il coraggio di dire “sì” a Gesù Cristo e “no” al male, “no” al peccato, però “sì” all’amore di Dio. Grazie, grazie: continueremo questa celebrazione.

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Incontro con ammalati e anziani

Che bello avere questo incontro e regalare a me la possibilità di salutarvi, di ascoltare qualche testimonianza, di salutare anche uno per uno, ognuno di voi che in un certo senso rappresentate tutta la parrocchia. C’è un tesoro molto grande scritto qui in una parola, da questa parte, che dice “facciamo comunità”. Una comunità dove possiamo trovarci tutti insieme con le debolezze, con i problemi di salute, con la questione della disabilità, con i figli che si trovano male, i detenuti che hanno tanti problemi, anche psicologici, personali e di salute spirituale. Ma quando ci troviamo insieme in comunità, c’è una forza molto più grande di ognuno di noi: è la forza che viene dall’amore di Dio, che ci fa davvero una famiglia dove gli uni con gli altri facciamo famiglia, dove anche quando uno sta male, uno è detenuto, uno ha perso la salute, soffre, se siamo tutti insieme, lì ci sosteniamo e possiamo continuare a camminare e questo davvero è molto bello.

Ho parlato prima della necessità di pregare per la pace nel mondo – per i problemi nel Medio Oriente e in Ucraina e in tanti altri posti - ma davvero è importante pregare per la pace qui, in casa. Ed è anche importante che la voce della parrocchia “svegli” un po’ le risposte delle autorità - la Polizia, lo Stato - che molte volte potrebbero fare di più per aiutare a superare i problemi che esistono qui. Allora anche questa voce che viene da una comunità di fedeli di una parrocchia può alzarsi e si può cercare di fare cambiamenti importanti per il bene di tutti. Lavoriamo insieme. Cerchiamo di vivere la fede insieme e cerchiamo di essere sempre questa testimonianza.

Forse in questo momento, anche se dopo c’è la Messa, chiediamo al Signore la sua benedizione per ognuno di voi, per i vostri figli, i vostri parenti, tutti i vostri cari, con questa fiducia: che la grazia di Dio ci accompagna e sempre ci aiuta. Viviamo davvero con una fiducia molto grande nella grazia di Dio, ma anche nella forza dell’amore che troviamo quando siamo davvero uniti in comunità. Preghiamo insieme. [recita del Padre Nostro e benedizione]
 
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Incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale


Grazie per queste parole, come si chiama il segretario? Ah Daniele Daniele! Così! Uno pensa di vedere doppio. Bene! Grazie per aver spiegato un po’ la realtà che vivete e quel che fate come consiglio. Una delle cose che lei ha detto, sperando che mi trovi come a casa, è proprio vera: mi sento a casa e vi ringrazio per questo, per l’accoglienza.

Poi vedo che avete messo la Madonna del Buon Consiglio, non so se è sempre lì o è per me! Però grazie perché la mamma ci accompagna sempre, questa devozione è davvero cara.

Abbiamo condiviso già alcune parole, sia nell’omelia, sia qualche parola prima della Messa, poi adesso ascoltando: ho l’impressione che qui davvero ci sia una comunità di fede che è forte, “tosta” - mi piace quest’espressione! – che ha la forza che viene soprattutto dalla fede e da una convinzione che nonostante tutte le difficoltà, vive in un quartiere che evidentemente ha problemi seri e allo stesso tempo c’è questa comunità che è testimonianza viva, testimonianza che è possibile trovare vita, amore, carità e questa fraternità.

Quest’espressione, anche per me tanto bella: “facciamo comunità”, voi la state vivendo. E davvero questo è grande, questo è grande.

Qualche volta nella Chiesa troviamo piccoli gruppi, diciamo così, o tendenze che un po’ promuovono una spiritualità molto individualista: “Dio e io… non sono importanti le altre persone, le altre situazioni…”. Clima molto chiuso, in questo senso. E questo non è quello che Gesù ha voluto lasciarci quando ha chiamato un gruppo di amici e ha detto: “Fate questo in memoria di me”, cominciando con l’Eucaristia e anche arrivando alla sua pienezza che è la comunione. Comunione proprio in questo senso, dell’amore fraterno, del nostro stare insieme, del nostro incontro.

Nessuno dovrebbe dunque sentirsi solo. Con le visite agli anziani, ai malati, nonostante tutte le difficoltà, lì stiamo davvero vivendo quello che Gesù ha voluto. In questa diocesi di Roma sono nuovo come vostro vescovo: davvero mi sento felice di trovare voi, questa comunità, e sentire anche questo spirito vivo nella celebrazione eucaristica, che è espressione della vita che voi avete e condividete e che spero che oggi, domani nel futuro, ancora potrete sempre offrire. Grazie davvero per questa testimonianza! Bene, allora ci mettiamo in piedi, chiediamo la benedizione del Signore. Il giorno del Signore è vivere così in questa maniera tanto speciale, è dono per tutti noi. [benedizione]

Grazie a tutti, spero di ritrovarci alla prossima opportunità, sempre avanti! Grazie.


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Saluto all’uscita dalla Parrocchia


Bene! Grazie, grazie! Ancora una volta un saluto molto grande a tutti voi! Grazie per essere qui, grazie per l'accoglienza! Dicono che le persone che escono di notte lo possono fare perché portano la luce dentro e in ognuno di noi Cristo, nella fede, ci ha regalato la luce: la luce che ci accompagna giorno e notte e che ci aiuta a essere anche testimonianza. Grazie a voi per la testimonianza che date in questo quartiere. Continuate con questo coraggio, con questa convinzione a essere “luce del mondo, sale della terra”. Dio vi benedica sempre! Grazie, grazie a tutti voi!

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SANTA MESSA 
OMELIA DI LEONE XIV


Carissimi fratelli e sorelle,

sono lieto di essere tra voi e di poter ascoltare, insieme con voi, la Parola di Dio con tutta la vostra comunità parrocchiale. Questa domenica ci pone di fronte al viaggio di Abramo (cfr Gen 12,1-4) e all’evento della Trasfigurazione di Gesù (cfr Mt 17,1-9).

Con Abramo ognuno di noi può riconoscersi in viaggio. La vita è un viaggio che chiede fiducia, chiede affidamento alla Parola di Dio che ci chiama e che ci domanda talvolta di lasciare tutto. Allora si può essere tentati di fuggire la precarietà come vertigine che sconvolge, mentre è proprio dal suo interno che si può apprezzare una promessa di grandezza inattesa. Accade ogni giorno – perché il mondo ragiona così – che prendiamo le misure di ogni cosa, ci affanniamo ad avere tutto sotto controllo. Ma in questo modo perdiamo l’occasione di scoprire il vero tesoro, la perla preziosa, come ci insegna il Vangelo, che a sorpresa Dio ha nascosto nel nostro campo (cfr Mt 13,44).

Il viaggio di Abramo comincia con una perdita: la terra e la casa che custodiscono le memorie del suo passato. Si compirà, però, in una nuova terra e in una immensa discendenza, in cui tutto diventa benedizione. Anche noi, se dalla fede ci lasciamo chiamare al cammino, a rischiare nuove decisioni di vita e di amore, smetteremo di temere di perdere qualcosa, perché sentiremo di crescere in una ricchezza che nessuno può rubare.

Accadde anche ai discepoli di Gesù di misurarsi con un viaggio, quello che li avrebbe portati a Gerusalemme (cfr Lc 9,51). Là, nella Città santa, il Maestro avrebbe compiuto la sua missione, donando la vita sulla croce e diventando per tutti e per sempre benedizione. Sappiamo quanta resistenza fecero Pietro e tutti gli altri a seguirlo. Ma dovevano capire che si può essere benedizione solo superando l’istinto di difendere sé stessi e accogliendo quanto Gesù affida al gesto eucaristico: la volontà di offrire il proprio corpo come pane da mangiare, di vivere e morire per dare vita. Ecco la domenica, cari fratelli e sorelle: è la sosta nel cammino che ci raduna attorno a Gesù. Gesù ci incoraggia, per non fermarci e per non cambiare direzione. Non c’è promessa più grande, non c’è tesoro più prezioso che vivere per dare la vita!

Poco prima del giorno della Trasfigurazione, Gesù aveva confidato ai suoi discepoli quale sarebbe stato il punto di arrivo del viaggio che stavano facendo, e cioè la sua passione, morte e risurrezione. Ricorderete l’opposizione di Pietro e la reazione di Gesù che gli dice: «Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mt 16,23). Ed ecco che, sei giorni dopo, Gesù chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di accompagnarlo sulla montagna. Hanno ancora negli orecchi quelle parole difficili da sentire; hanno ancora in mente l’immagine per loro inaccettabile del Messia condannato a morte.

È questa oscurità interiore dei discepoli che Gesù infrange quando, sulla cima del monte, si mostra ai loro occhi trasfigurato in una luce abbagliante, inimmaginabile. E in questa visione gloriosa appaiono accanto a Lui anche Mosè ed Elia, testimoni del fatto che in Gesù si compiono tutte le Scritture (cfr Mt 17,2-3).

Ancora una volta Pietro diventa il portavoce del nostro vecchio mondo e della sua disperata necessità di fermare le cose, di controllarle. Un po’ come quando non vorremmo finisse un sogno in cui ci rifugiamo. Qui però non si tratta di un sogno, ma di un mondo nuovo in cui entrare: la meta del nostro viaggio, una meta piena di luce e che ha i contorni umani e divini di Gesù. Piantando delle tende, Pietro vorrebbe fermare questo viaggio, che invece deve continuare fino a Gerusalemme (cfr v. 4).

La voce che esce dalla nube è quella del Padre e sembra un’implorazione: «Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo» (v. 5). Quella voce risuona oggi per noi: “Ascoltate Gesù!”. E io, carissimi, in mezzo a voi, voglio farmi eco di quell’appello e dirvi: Vi prego, sorelle e fratelli, ascoltiamolo! Lui viaggia con noi, ancora oggi, per insegnarci in questa città la logica dell’amore incondizionato, dell’abbandono di ogni difesa che diventa offesa. Ascoltiamolo, entriamo nella sua luce per diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo. Tutta la vita della parrocchia e dei suoi gruppi esiste per questo: è un servizio alla luce, un servizio alla gioia.

Dopo la Trasfigurazione sul monte, il viaggio di Gesù non si ferma (cfr v. 9). E anche la Chiesa, anche la vostra parrocchia riceve da questo Vangelo una missione. A fronte dei numerosi e complessi problemi di questo territorio, che incombono sui giorni del vostro abitare qui, a voi è affidata la pedagogia dello sguardo di fede, che trasfigura di speranza ogni cosa, mettendo in circolo passione, condivisione, creatività come cura delle tante ferite di questo quartiere.

Sono molto contento di aver appreso che questa comunità parrocchiale è una comunità viva e vivace e che, nonostante i gravi problemi del contesto territoriale, testimonia il Vangelo con coraggio. Sotto il motto programmatico “Facciamo Comunità”, questa Parrocchia ha intrapreso un cammino per rafforzare il senso di appartenenza e l’accoglienza, con le braccia aperte, di tutti, davvero di tutti! Sono contento e vi incoraggio: andate avanti in questo cammino di apertura al territorio e di cura delle sue ferite. E spero che altri si uniscano a voi per essere qui al Quarticciolo lievito di bene e di giustizia.

Anche l’impegno di voi giovani merita di essere incoraggiato. Nel percorso “Magis”, che voi mi avete presentato qualche minuto fa e che è proposto qui da alcuni anni, si fa riferimento al “di più”, di cui parla Sant’Ignazio di Loyola negli Esercizi Spirituali. È uno stimolo per gli adolescenti a superare la mediocrità scegliendo una vita coraggiosa, autentica e buona, che trova in Gesù Cristo il suo “Magis” per eccellenza.

Cari fratelli e sorelle, voi siete segno di speranza. La luce della Trasfigurazione è già presente in questa comunità, perché qui opera il Signore e perché in tanti credete nella sua dolce potenza che tutto trasforma. Quando ci accorgiamo che tante cose attorno a noi non vanno, a volte viene da chiedersi: ma avrà un senso quello che stiamo facendo? Si insinua la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e di slancio. Invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani, di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono. È il mio augurio per tutti voi, per questa comunità parrocchiale e per i tanti fratelli e le tante sorelle che ancora non hanno riconosciuto in Gesù la vera luce e la vera gioia.

Di fronte a tutto ciò che sfigura l’uomo e la vita, noi continuiamo ad annunciare e testimoniare il Vangelo, che trasfigura e dona vita. La Vergine Santissima, Madre della Chiesa, ci accompagni sempre e interceda per noi.

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ANGELUS 1 marzo 2026 Papa Leone XIV: Cristo trasfigura le piaghe della storia e illumina il cuore dell’uomo - Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.

ANGELUS

Piazza San Pietro
II Domenica di Quaresima, 1 marzo 2026

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Leone XIV:  Cristo trasfigura le piaghe della storia 
e illumina il cuore dell’uomo

All’Angelus della seconda Domenica di Quaresima, Leone XIV riflette sulla rivelazione del volto di Dio, risposta alla disperazione dell’ateismo e alla solitudine agnostica e anticipo della luce pasquale sui corpi che patiscono violenza, dolore e miseria

Leone XIV durante l'Angelus

Su tutti i corpi “flagellati dalla violenza”, “crocifissi dal dolore”, “abbandonati nella miseria” con la Trasfigurazione Cristo irradia un anticipo della luce della Pasqua, “evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova”.

Così Leone XIV all’Angelus del 1° marzo, seconda domenica di Quaresima, ha commentato il Vangelo del giorno nel quale l’evangelista Matteo (17,1-9) racconta l’episodio di Gesù che sul monte Tabor mostra la sua gloria divina ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni.

Mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio.

Fedeli in piazza San Pietro per l'Angelus (@Vatican Media)

Lo splendore umano di Dio

Parlando dalla finestra dello studio privato del Palazzo apostolico ai fedeli presenti in piazza San Pietro nell’uggiosa giornata invernale e a quanti lo seguivano attraverso i media, il Pontefice ha evidenziato il cuore del racconto evangelico, quando lo Spirito Santo avvolge di una “nube luminosa” Gesù – dal volto brillante “come il sole” e le vesti “candide come la luce” – consentendo ai discepoli di ammirare lo “splendore umano” di Dio.

Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano una gloria umile, che non si esibisce come uno spettacolo per le folle, ma come una solenne confidenza.

Leone XIV affacciato alla finestra dello studio privato del Palazzo Apostolico (@Vatican Media)

Contro disperazione e solitudine

A partire da questo gesto, Gesù trasfigura le “piaghe della storia”, e “illuminando la nostra mente e il nostro cuore” svela con la sua rivelazione “una sorpresa di salvezza”.

Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?

Sono le domande del vescovo di Roma, che riflette su come alla “disperazione dell’ateismo” il Padre risponda con il dono di suo figlio, dalla “solitudine agnostica” lo Spirito Santo riscatti con l’offerta di una “comunione eterna” di vita e grazia; e davanti alla “debole fede” stia l’annuncio della risurrezione futura.

Una veduta di piazza San Pietro (@Vatican Media)

Tempo di silenzio e conversione

Tutto ciò, rimarca, i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma “per capirlo occorre tempo”: di “silenzio” per ascoltare la Parola e di “conversione” per gustare la compagnia del Signore.

Mentre sperimentiamo tutto questo durante la Quaresima, chiediamo a Maria, Maestra di preghiera e Stella mattutina, di custodire nella fede i nostri passi.
(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 01/03/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo della liturgia compone per tutti noi un’icona piena di luce, narrando la Trasfigurazione del Signore (cfr Mt 17,1-9). Per rappresentarla, l’Evangelista intinge il suo stilo nella memoria degli Apostoli, dipingendo il Cristo tra Mosè ed Elia. Il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente, che porta a compimento ogni parola divina. Tutto ciò che Dio ha comandato e ispirato agli uomini trova in Gesù manifestazione piena e definitiva.

Come nel giorno del battesimo al Giordano, così anche oggi sul monte sentiamo la voce del Padre, che proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato», mentre lo Spirito Santo avvolge Gesù di una «nube luminosa» (Mt 17,5). Con tale espressione, davvero singolare, il Vangelo descrive lo stile della rivelazione di Dio. Quando si fa vedere, il Signore mostra la sua eccedenza al nostro sguardo: davanti a Gesù, il cui volto brilla «come il sole» e le cui vesti diventano «candide come la luce» (cfr v. 2), i discepoli ammirano lo splendore umano di Dio. Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano una gloria umile, che non si esibisce come uno spettacolo per le folle, ma come una solenne confidenza.

La Trasfigurazione anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio. Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?

Alla disperazione dell’ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9). Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore.

Mentre sperimentiamo tutto questo durante la Quaresima, chiediamo a Maria, Maestra di preghiera e Stella mattutina, di custodire nella fede i nostri passi.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile.

Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.

In questi giorni arrivano, inoltre, notizie preoccupanti di scontri tra Pakistan e Afghanistan. Elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.

Sono vicino alle popolazioni dello Stato brasiliano di Minas Gerais, colpite da violente inondazioni. Prego per le vittime, per le famiglie che hanno perso la casa e per quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare il gruppo di Camerunesi che vivono a Roma, accompagnati dal Presidente della Conferenza Episcopale di quel Paese, che, a Dio piacendo, avrò la gioia di visitare nel mese di aprile.

Do il benvenuto ai fedeli della Diocesi di Iaşi in Romania, a quelli di Budimir presso Košice in Slovacchia, del Massachusetts negli Stati Uniti e alla Confraternita del Santísimo Cristo de la Buena Muerte di Jaén, in Spagna.

Saluto i fedeli di Napoli, Torre del Greco e Afragola, di Caraglio e Valle Grana, di Comitini, Crotone, Silvi Marina e della parrocchia San Luigi Gonzaga in Roma; come pure i capi scout del gruppo “Val d’Illasi”, presso Verona, e i ragazzi di Faenza che hanno ricevuto la Cresima.

A tutti auguro una buona domenica!

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