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venerdì 27 marzo 2026

Avviato l’iter canonico per il riconoscimento del martirio di Don Peppe Diana - Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza


Mons. Angelo Spinillo ha dato l'atteso annuncio a Casal di Principe nel giorno del 32° anniversario dell'uccisione del sacerdote

Don Peppe Diana, la Diocesi di Aversa avvia l’iter canonico per il riconoscimento del martirio

Aversa, 19 marzo 2026

Un passo storico per la Chiesa aversana e per l’intero territorio campano. Questa mattina, durante la solenne celebrazione eucaristica tenutasi presso la Parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe in occasione del 32° anniversario dell’omicidio di don Peppe Diana, il Vescovo di Aversa, Mons. Angelo Spinillo, ha annunciato ufficialmente l’avvio del cammino che porterà all’apertura dell’inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del sacerdote.

L’obiettivo dell’iter canonico è il riconoscimento del martirio in odium fidei. Come sottolineato durante l’annuncio, la figura di don Peppe Diana non deve essere relegata esclusivamente a quella di “eroe sociale”. Il suo impegno, la sua consapevolezza del pericolo e la sua ferma opposizione alla prevaricazione della camorra sono stati la diretta espressione della sua profonda vocazione sacerdotale. Don Diana è stato protagonista del riscatto del suo territorio proprio in virtù del suo essere ministro di Dio, compiendo un autentico atto di fede che lo ha portato fino al sacrificio supremo: una visione del martirio in piena sintonia con il magistero di Papa Francesco.

A differenza dei passati tentativi, che si erano limitati a raccogliere materiale attraverso una commissione storica, l’attuale inchiesta diocesana rappresenta un vero e proprio atto pubblico e ufficiale della Chiesa. L’avvio di questo cammino, infatti, si articola in alcuni passaggi precisi: lo scorso settembre, la Conferenza Episcopale Campana ha concesso il parere favorevole (Nulla Osta) sull’opportunità di avviare l’inchiesta sul martirio e sulla fama di martirio del sacerdote. In seguito, la Diocesi ha inoltrato formale richiesta al Dicastero delle Cause dei Santi.

Si resta ora in attesa del via libera definitivo da Roma prima della pubblicazione dell’Editto ufficiale. Verrà poi nominato un tribunale che – accompagnato dal Postulatore della causa, dott. Paolo Vilotta – procederà ad ascoltare le testimonianze viventi e ad acquisire le fonti documentali sulle virtù, la vita e il percorso di fede di don Peppe.

Attori della causa sono congiuntamente la Diocesi di Aversa e l’Associazione dei familiari e amici di don Peppe Diana. Questo percorso risponde a un’esigenza profonda dell’intera comunità, che da anni assiste a una continua crescita della “fama di santità” di don Peppe e che chiede a gran voce che questo iter giunga a compimento. Un legame speciale confermato anche dal Vescovo Spinillo, che proprio sulla tomba di don Diana volle recarsi all’inizio del suo mandato episcopale ad Aversa.

Oggi, quel seme caduto nella terra continua a germogliare, tracciando una via luminosa di fede, legalità e speranza.
(fonte: Diocesi di Aversa 19/03/2026)

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In occasione dell'avvio ufficiale del percorso per la beatificazione di don Peppe Diana pubblichiamo di seguito la bella e sempre attuale riflessione di don Mimmo Battaglia nel 28° anniversario del suo martirio. 

Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza

Intervento dell’Arcivescovo di Napoli a Casal di Principe al Convegno in ricordo di don Peppe Diana



Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza

“Quando ero ragazzo una suora diceva di me che io ero molto irrequieto ma attento e diligente… Solo ora capisco cosa voleva dire irrequieto: ricerca del perché della mia fede…. L’ansia di Dio mi attanagliava”.

Sono le parole con le quali don Peppe Diana raccontava se stesso alla fine del suo percorso di formazione in Seminario, e che Mons. Spinillo, vescovo di Aversa, tre anni fa ha riportato nella sua Lettera pastorale in occasione del venticinquesimo anniversario dell’omicidio.

Certo, sarei troppo riduttivo se dicessi che don Peppe sta tutto in queste parole, nello stesso tempo però penso sia altrettanto riduttivo affermare che uno come lui stia solo nel suo martirio.

Io penso che queste due dimensioni – l’irrequietezza e il martirio – siano inesorabilmente intrecciate fra di loro, l’una non può stare senza l’altra, l’una trova compimento nell’altra. Penso che se non ci fosse stata quella irrequietezza non ci sarebbe stato il martirio, e che il martirio è solo la tappa finale e la logica conseguenza dell’irrequietezza di don Peppe.

Mi piace pensare, infatti, che “irrequietezza” se etimologicamente significa “non trovare quiete”, in fondo non può non significare anche “non accettare la quiete”: non accettarla quando vedi che sei circondato dalle ingiustizie, non accettarla quando quiete è sinonimo di uno status quo che sta bene a tutti ma danneggia solo e sempre i più deboli, non accettarla quando quiete significa fare finta di nulla, non ascoltare il grido degli oppressi, chiudere gli occhi sulle fatiche di chi vive ai margini, e girarsi dall’altra parte.

Ecco perché penso che per don Peppe essere irrequieto significava semplicemente vivere il Vangelo e dire con tutto se stesso che Vangelo e quieto vivere sono agli antipodi, soprattutto in terre di frontiera e laddove la dignità umana è calpestata tutti i giorni.

Ora, forse, capisco cosa voleva dire quando affermava: “a me non importa sapere chi è Dio, a me importa sapere da che parte sta”. E lui lo aveva capito.

E così ha fatto la sua scelta, che si coniugava poi con le sue attività di tutti i giorni: darsi da fare per accogliere gli extracomunitari, come questi fratelli e queste sorelle venivano chiamati a quei tempi, condividere le ansie e le fatiche di quel pianeta giovanile per il quale aveva un’ascendenza particolare e che andavano dai ragazzi delle scuole agli inseparabili scout ma anche a quelli più in difficoltà e ai margini, raccogliere le confidenze di chi era vessato dalla prepotenza criminale, indignarsi dinanzi ai morti ammazzati – e in quegli anni se ne contavano tutti i giorni –, non nascondere la propria impotenza dinanzi alle giovani vittime senza riuscire a trovare le parole giuste per consolare il dolore di chi restava, partecipare senza mai un attimo di respiro ai tanti dibattiti nelle scuole, alle marce, alle manifestazioni sulla legalità e contro la camorra.

Un impegno quotidiano e instancabile che affondava le proprie radici proprio in quella sete di giustizia, in quella fame di diritti, in quella inquietudine esistenziale che don Peppe aveva pensato bene di sintetizzare in tre semplici parole: “ansia di Dio”!

Come si può non dire, allora, che il suo omicidio, la spogliazione cioè della sua vita per opera di mani criminali, sia stata solo il porto di approdo di un’altra spogliazione, quella quotidiana, esuberante, certo, fatta di una molteplicità di attività, ma spesso e il più delle volte silenziosa, anonima e nascosta! E come si può non convincersi che mentre i più chiamano martirio solo la tappa finale, e cioè quel conto salato che una volontà assassina ti presenterà per il tuo esserti schierato e per le tue scelte coraggiose, proprio quelle stesse scelte e quegli stessi percorsi finché sono rimasti nell’ombra, per te che li vivi, e per te soltanto, significano invece spesso “bocconi amari”, “incomprensioni”, “solitudini”, “ingratitudine”!

È quel coacervo di sentimenti che quel grande uomo di Dio che fu padre David Turoldo esprimeva con queste parole: “se vuoi liberare i poveri, non avrai una notte sicura e il giorno sarà come notte. Se ti metti dalla parte dei poveri ogni pezzo di pane può essere veleno”.

Io non lo so se don Peppe leggeva Turoldo e se pregava con le sue poesie, mi piace però immaginarlo nei momenti più difficili, seduto in fondo alla sua chiesa di San Nicola, dinanzi al suo tabernacolo, e abbandonarsi al suo Signore proprio con queste parole. E mi piace pensare che sarà stato proprio in uno di quei momenti che avrà appuntato su un pezzo di carta quella frase che poi ritroveremo nel famoso Documento di Natale del 1991: “coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, come credenti in Gesù Cristo il quale al finir della notte si ritirava sul monte a pregare, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra speranza”.

Don Peppe, dunque, sul Golgota non ci è arrivato all’improvviso e neanche sbagliando strada; era quella la strada, l’aveva scelta lui giorno dopo giorno, curva dopo curva, percorrendola e inerpicandosi lungo i ripidi tornanti di quell’altro martirio, di quell’altra spogliazione, quella della quotidianità, laddove spariscono le sicurezze, per dirla con Turoldo, dove tutto è spesso incomprensibile, dove il giorno diventa notte e non poche volte ti tocca sorseggiare veleno goccia dopo goccia.

Come si fa a non pensare alle chiacchiere, al malessere e alle incomprensioni che pure avranno caratterizzato la sua vita di tutti i giorni e che derivavano dal suo prodigarsi per i migranti, dalle sue battaglie per la legalità, dalla sua esuberanza di giovane prete appassionato ed entusiasta? E non si può certo dimenticare il veleno sparso addirittura proprio mentre il suo sangue era ancora caldo sul pavimento della sua chiesa, con l’obiettivo non solo di macchiarne la memoria ma anche perché un’intera comunità non facesse mai più memoria.

E allora, io ne sono convinto: è lì, è in quell’irrequietezza che non gli permetteva sonni tranquilli solo al pensiero di quanto gli accadeva intorno, e che non lo faceva sentire in pace “finché non sorge come aurora la giustizia”, come dice Isaia, è in quella sua permanente “ansia di Dio” che lo attanagliava fino a togliergli il respiro, è lì che affonda le proprie radici il martirio di don Peppe Diana.

Oscar Romero, vescovo “irrequieto” dinanzi alle ingiustizie che subiva il suo popolo, vescovo che di martirio se ne intende, ucciso anche lui in chiesa, e che come ricorderete il giorno stesso del 19 marzo 1994 fu paragonato a don Peppe in quel manifesto con cui la Parrocchia di San Nicola decise di ribellarsi immediatamente alla violenza della camorra, affermava: “noi siamo disponibili, quando giungerà la nostra ora, a dire al Signore: Signore, io ero disposto a dare la vita per te e l’ho data. Perché dare la vita non significa soltanto essere uccisi. Dare la vita, avere lo spirito del martirio, è dare nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio”.

Don Peppe ha fatto proprio questo: ha dato la sua vita “poco a poco”, nella quotidianità, “nel compimento onesto del proprio dovere”, ed è quindi caduto per sempre sotto i colpi del killer semplicemente perché ha vissuto una beatitudine che seppure non è scritta nei Vangeli, a pensarci bene attraversa tutte le altre beatitudini facendo da architrave a tutte: la beatitudine dell’irrequietezza, e cioè dell’opposizione al male, della non accettazione della quiete complice, del rifiuto delle ingiustizie.

Tutti i martiri hanno vissuto questa beatitudine, ecco perché sono martiri: perché non hanno accettato quella quiete che tutto copre, tutto asseconda, su tutto tace, nulla vede, che si gira dall’altra parte, mette la testa sotto la sabbia. Chi non accetta questa quiete è come Mosè che nella quiete del deserto si sente interpellato da un roveto che arde senza mai consumarsi, e non importa se il roveto è fuori o è dentro di lui, ma non ce la fa proprio a far finta di niente, deve avvicinarsi, una risposta la deve pure dare. Chi non accetta questa quiete si sente inviato come Mosè a liberare il proprio popolo, ad affrontare i faraoni di turno, ieri come oggi, e dinanzi ad essi non riesce a stare in silenzio, chiama i problemi per nome, la camorra la chiama camorra e non esita a definirla “dittatura” e “terrorismo”. Come fece don Peppe.

Non nasce proprio da questa beatitudine, condivisa e vissuta insieme con gli altri parroci della Forania di Casale di Principe, quella lettera profetica di trent’anni fa: “Per amore del mio popolo non tacerò”? Non è il non accettare ogni forma di violenza che spoglia le persone di ogni dignità e ruba il futuro di tanti, questo amore che ti obbliga a non tacere? E quel sentirsi senza fiato dinanzi alla violenza che deturpa il volto di un’intera comunità non è forse quell’“ansia di Dio che ti attanaglia”, a cui faceva riferimento proprio don Peppe?

Ricordare oggi don Peppe Diana e ricordare quel grido profetico del Natale del 1991 penso significhi prima di tutto ereditare quell’ansia e farsi attanagliare da quella stessa preoccupazione che portò lui e gli altri preti a scrivere quel memorabile Documento.

“Siamo preoccupati”, iniziava così, in questo modo scarno e franco. Preoccupazione è segno di attenzione e di condivisione, è l’opposto di indifferenza e di superficialità, ma soprattutto è segno di non accettazione delle cose che non vanno e quindi di partecipazione alle fatiche e alle sofferenze di chi ti sta intorno, che dunque metti in cima ai tuoi pensieri. Appunto, etimologicamente, li metti “prima di ogni altra occupazione”. Un percorso di liberazione inizia sempre da qui, dalla capacità di dare priorità alle situazioni alle quali nessuno da retta, dalla capacità di guardare la realtà in profondità, di avere occhi per tutti e per ciascuno, e soprattutto per i più oppressi e i più deboli, e di farsi interpellare dalle domande scomode e spesso senza risposte.

Se non ti preoccupi non potrai mai renderti conto del dolore che ti cammina affianco, semplicemente perché non lo vedi, e così non potrai mai sperimentare la tua impotenza dinanzi a quelle lacrime, a quel sangue, a quella violenza.

Ed invece mai come oggi noi abbiamo bisogno di una Chiesa che si “preoccupi” perché questa è l’unica condizione che ci permette di scorgere il dolore e di guardarlo in faccia, e non importa se dinanzi ad esso sperimentiamo la nostra impotenza, come scrivevano quei preti in quel Documento, ma è proprio l’impotenza che ci rende davvero e fino in fondo compagni di strada di tanta umanità dolente e sofferente.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”.

Non è così anche oggi? Le nostre meravigliose comunità non sono attraversate anche oggi spesso da una violenza senza spiegazioni e senza senso? E non assistiamo anche noi purtroppo impotenti alle manifestazioni cruenti di una camorra sempre più negazione di ogni dignità umana?

Io quella dichiarazione di impotenza di quel Documento non la leggo come una forma di resa dinanzi agli artigli del mostro, ma piuttosto come l’ennesima denuncia di un non senso al quale mai nessuno potrà restituire una risposta. Perché risposta non c’è e perché la violenza, e la violenza camorrista non ha e non ha mai avuto un senso!

Però ci vedo una chiamata alla responsabilità.

“Come battezzati in Cristo, – scrivevano i parroci – come Pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere segno di contraddizione”. È questa la sfida, e da questa sfida in modo particolare come Chiesa, “come battezzati in Cristo”, non possiamo tirarci indietro.

In questo tragico teatro del non senso che è la violenza e la cultura camorrista siamo chiamati a porci come “segno di contraddizione”, “irrequieti” direbbe don Peppe.

E lasciatemi aggiungere: “fuori luogo” quando nel luogo in cui viviamo tendono a prevalere “corruzione, lungaggini e favoritismi”, “fuori luogo” quando nel luogo in cui ci muoviamo assistiamo continuamente a “schiere di giovani emarginati” e “laboratori di violenza” a cielo aperto; insomma, perennemente in contraddizione rispetto alla quiete a cui tende la camorra cercando di diventare – come si denunciava nel Documento – “componente endemica nella società campana”.

Parole profetiche, che già trent’anni fa ci dicevano che è proprio questo il pericolo da cui guardarsi, soprattutto oggi: una camorra che da pandemia si trasforma in endemia finendo col farsi accettare come componente normale della nostra società!

Una chiamata alla responsabilità oggi per tutta la Chiesa, dunque.

Ma se responsabilità significa sentirsi “attanagliati dall’ansia di Dio” come diceva don Peppe – e non può che significare questo – allora vale anche per noi Chiesa campana oggi, quello che quei nostri confratelli coraggiosamente scrivevano nel 1991, e cioè sentirci chiamati a “un’azione più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una ministerialità di liberazione, di promozione umana e di servizio”.

Insomma, una Chiesa “ospedale di campo”, direbbe Papa Francesco.

Don Peppe non ha avuto la fortuna di conoscerlo ma sono certo che nel marzo del 2013 all’indomani della Messa Crismale celebrata dal neo eletto Papa a San Giovanni in Laterano avrebbe tappezzato la sua chiesa e l’intero suo quartiere di migliaia e migliaia di manifestini per far arrivare a tutti le parole di Bergoglio durante quell’omelia: “bisogna uscire a sperimentare la nostra azione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle periferie dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.

Io non so cosa si dissero in quei giorni quei preti coraggiosi quando si convocarono per scrivere quel Documento, ma sono convinto che oggi in queste parole di Papa Francesco avrebbero trovato la consacrazione definitiva al manifesto che stavano per scrivere.

E nello stesso tempo sono convinto che se quel documento fosse stato redatto oggi, quando quei preti scrivevano che “Dio ci chiama ad essere profeti”, e poi rivolgendosi ai propri confratelli li invitavano a “parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa”, non avrebbero esitato neanche un attimo ad aggiungere le parole ancora di Papa Francesco pronunciate alla solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo del 2020: “oggi abbiamo bisogno di profezia, ma di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. Servono vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Incomincia a servire e stai zitto. Non teoria, ma testimonianza”.

Oggi, come Chiesa della Campania non possiamo non sentire rivolte a noi queste forti parole così come non possiamo non sentire rivolto a noi l’Appello con il quale si chiudeva il Documento del 1991: “alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”.

Non è consistito forse in questa incessante opera di coscientizzazione il lavoro quotidiano di don Peppe Diana?

Io penso che per noi – e non solo come Chiesa ma come comunità civile nella sua interezza – ricordare e fare memoria di questo prete martire deve significare sentirci sempre inadeguati dinanzi a qualunque contesto ci privi di speranza e ruba il sorriso ai nostri figli; deve significare non accettare mai quel quieto vivere che spesso è frutto di omertà, superficialità, semplificazioni, indifferenza; deve significare continuare a scrivere la storia sullo spartito delle Beatitudini ma deve soprattutto significare sentire rivolte a noi quelle stesse parole che di certo don Peppe nel suo dialogo intimo con il Padreterno sentiva ogni giorno risuonare nel profondo del proprio animo: “beato te irrequieto, perché Dio è dalla tua parte”.

† don Mimmo Battaglia

(fonte: Chiesa di Napoli 16/03/2022)


La “casa della pace” e le voci di denuncia di Don Luigi Ciotti

La “casa della pace” e le voci di denuncia
di Don Luigi Ciotti


La pace è oggi “terra di conquista”: terreno di scontro fra i potenti anziché di incontro fra i popoli. Un paradosso estremo. Chi governa i Paesi con maggiore peso geopolitico persegue la pace come successo personale, la rivendica in quanto frutto della propria capacità di piegare gli altri capi di Stato con intimidazioni e ricatti. In altri casi si fanno proclami di pace quando la guerra ha esaurito il suo combustibile, non avendo più nulla da distruggere. Riecheggia così la famosa frase di Tacito: «Dove fanno il deserto la chiamano pace».

Il primo passo, allora, è imparare a rinominarla questa pace, non come accordo lucroso fra potenti, né come sospensione temporanea delle ostilità, ma come terreno faticosamente dissodato, dove seminare relazioni di amicizia durature. Nei contesti vicini e lontani. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che la pace non è una “vittoria” per chi la costruisce. In qualsiasi conflitto non si può “vincere” in due, ma soltanto “perdere” insieme. La pace è il frutto di questa “sconfitta”, di questo cedimento parziale alle ragioni dell’altro. Educare alla pace significa accettare di entrare in una logica di sconfitta, di arretramento rispetto ai propri interessi o desideri, per arrendersi alla logica dell’amore che concede spazio ai diritti e ai desideri dell’altro.

Dobbiamo lasciare sguarniti i nostri confini interiori ed esteriori; lasciarci invadere dall’altro che ci viene incontro, che significa lasciarci vincere dall’amore sconfinato di Dio per entrambi
Non parlo del contesto geopolitico, i cui equilibri sono determinati da fattori economici, culturali e sociali in gran parte fuori dal nostro controllo. Parlo della dimensione umana, quotidiana, dell’aspirazione alla pace come qualcosa che deve permeare i nostri rapporti a livello familiare e sociale. Parlo di quella “casa della pace” invocata da Leone XIV nel discorso ai vescovi della Cei: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa».

È in questa dimensione che possiamo incidere! Educare alla pace significa concimare il terreno delle relazioni fra i singoli, affinché la pace possa affondarvi le radici per nutrire le relazioni fra i popoli. Significa, con le parole del Papa, far sentire «una voce che denuncia» perché «le strutture di ingiustizia vanno distrutte con la forza del bene». La pace vera e duratura non è il prodotto dei rapporti fra potenti, che come cani da dietro i recinti fanno a chi abbaia più forte, e infine tacciono sfiniti dal proprio stesso abbaiare. La pace è figlia della volontà di mediazione e comprensione reciproca fra le persone comuni, quando con fatica mettono da parte ideologie, egoismi e paure per accogliere i bisogni di chi vive al di là di un confine che prima di essere politico è spesso spirituale.

Ecco perché la pace va costruita, prima di tutto, nel pensiero. Dobbiamo pensarla possibile, dunque pensarci capaci di dialogare in un’ottica pacifica con chi è diverso da noi. A partire dalle famiglie, dove spesso tensioni e conflitti nascono dalla mancanza di ascolto. E poi nei quartieri, superando le diffidenze verso chi viene da lontano e porta altri riferimenti religiosi o culturali. Infine nei rapporti politici e sociali, dove ormai la tentazione è trasformare qualsiasi differenza in uno scontro polarizzato e violento. Scegliere parole “disarmate e disarmanti” Dobbiamo costruire la pace nel linguaggio. Scegliere parole “disarmate e disarmanti”. Difendere le nostre posizioni con la forza della gentilezza, tenendo sempre aperta la strada del dubbio e del confronto. E, semmai, convertire il lessico della violenza in una lingua di pace.

Combattere per la pace in tutte le sedi; assediare le istituzioni, nazionali e internazionali, chiamate a renderla possibile; riarmare la diplomazia, cioè restituirle spazi, dignità, strumenti; vendicare il diritto internazionale, sempre calpestato dalla prepotenza politica e militare; disertare le discussioni che vedono nella guerra un “male necessario”, qualcosa che non si può estirpare dalla storia umana; onorare gli eroi di pace, che significa contrastare la retorica degli “eroi di guerra”. Non esistono eroi di guerra, soltanto vittime della guerra.

Gli unici eroi sono quelli che la guerra decidono di non farla, pagandone spesso a caro prezzo le conseguenze («Ci salverà il soldato che non la farà», cantava De André). Dobbiamo, infine, costruire la pace con le mani. Anzi, prendere la pace per mano. Cioè praticare quella solidarietà che è la forma politica dell’amore, l’azione concreta che la fa camminare nelle periferie geografiche e in quelle esistenziali, dove persone fragili, povere, vulnerabili non soffrono solo di bisogni trascurati, ma di diritti negati. Gli eroi di pace, o costruttori di pace, sono tutti coloro che si sporcano le mani nelle pieghe e nelle piaghe del presente, curando senza clamore le ferite dei vinti della storia.

Il Signore vede quest’opera silenziosa di pace, fatta dai suoi figli e figlie più cari (cfMt 5,9)
La vede e la sostiene in forme per noi non sempre facili da cogliere. Di fronte alle vittime innocenti di ogni guerra proviamo un senso di smarrimento e impotenza. Ma la ragione, insieme alla fede, ci viene in soccorso. Scriveva il grande filosofo Norberto Bobbio in un testo sulle “vie della pace”: «Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una macchina».

Dobbiamo, allora, sconfiggere qualsiasi forma di pigrizia, scoraggiamento e inerzia. Uscire dalla “sonnolenza spirituale” che contraddistingue questo nostro tempo. E diventare granelli di polvere che si affidano al vento. Quel vento è la Provvidenza divina. Non sappiamo per quali vie e con quali tempi, ma forse lo Spirito si servirà di noi, invisibili granelli di polvere, per bloccare la macchina infernale. E costruire la pace, un granello per volta.

(Fonte: “Vita Pastorale” - aprile 2026)

giovedì 26 marzo 2026

TONIO DELL'OLIO: Restituzione di memoria

Restituzione di memoria
di Tonio dell'olio


C’è una buona notizia che arriva dalle Nazioni Unite, e non ha il sapore del riscatto facile, ma quello più sobrio e necessario della verità. La risoluzione promossa dal Ghana, approvata con 123 voti favorevoli, riconosce la tratta degli schiavi africani come il più grave crimine contro l’umanità e invita ad avviare percorsi di riparazione.

Non è una sentenza giuridica, ma è un passaggio storico: chiamare per nome le ferite significa iniziare a curarle. Qui non si tratta di rivincite, ma di memoria restituita e di responsabilità condivisa. La richiesta di restituire beni culturali sottratti, insieme all’apertura a scuse ufficiali e compensazioni, allarga lo sguardo: la giustizia non è solo economica, ma riguarda la dignità e l’identità dei popoli. Eppure il voto racconta anche le resistenze. I tre “no” di Stati Uniti, Israele e Argentina segnano una chiusura netta. Ancora più eloquenti sono le 52 astensioni, tra cui quelle del Regno Unito e sei Paesi membri dell’UE: astensioni che suonano “pilatesche”, soprattutto da parte di nazioni ex coloniali, come se la storia potesse essere riconosciuta senza pagarne il prezzo. Resta però un varco aperto. Non è il trionfo della giustizia, ma un passo verso di essa. E, forse, verso una riconciliazione che non nasca dall’oblio, ma dalla verità finalmente condivisa.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 26.03.2026)

UDIENZA GENERALE 25/03/2026 Papa Leone XIV: Vescovi e preti siano ardenti di carità dediti al bene e coraggiosi missionari (Testo e video)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 marzo 2026

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Papa Leone XIV: Vescovi e preti siano ardenti di carità dediti al bene e coraggiosi missionari


Il Papa prosegue le catechesi sul documento conciliare «Lumen gentium» e si sofferma sulla forma gerarchica della Chiesa

«Preghiamo il Signore, affinché mandi alla sua Chiesa ministri che siano ardenti di carità evangelica, dediti al bene di tutti i battezzati e coraggiosi missionari in ogni parte del mondo». 
Lo ha auspicato Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 25 marzo, in piazza San Pietro. Proseguendo le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II e in particolare sulla Costituzione dogmatica «Lumen gentium», il Papa ha approfondito il tema: «Sul fondamento degli Apostoli. La Chiesa nella sua dimensione gerarchica». 

LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 5. Sul fondamento degli Apostoli. La Chiesa nella sua dimensione gerarchica
 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguiamo le catechesi sui Documenti del Concilio Vaticano II, commentando la Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa (LG). Dopo averla presentata come popolo di Dio, oggi consideriamo la sua forma gerarchica.

La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra. Questo Ordine sacro è permanentemente fondato sugli Apostoli (cfr Ef 2,20; Ap 21,14), in quanto testimoni autorevoli della risurrezione di Gesù (cfr At 1,22; 1Cor 15,7) e inviati dal Signore stesso in missione nel mondo (cfr Mc 16,15; Mt 28,19). Poiché gli Apostoli sono chiamati a custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro (cfr 2Tm 1,13-14), essi trasmettono il loro ministero a uomini che, fino al ritorno di Cristo, continuano a santificare, guidare e istruire la Chiesa «grazie ai loro successori nella missione pastorale» (CCC, n. 857).

Questa successione apostolica, fondata nel Vangelo e nella Tradizione, viene approfondita nel capitolo III della Lumen gentium, intitolato «La costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare dell’episcopato». Il Concilio insegna che la struttura gerarchica non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale (cfr LG, 8), ma una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi.

Il fatto che questa tematica sia affrontata nel III capitolo, dopo che nei primi due si è contemplata l’essenza vera e propria della Chiesa (cfr Acta Synodalia III/1, 209-210), non implica che la costituzione gerarchica sia un elemento successivo rispetto al popolo di Dio: come nota il Decreto Ad gentes, «gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia» (n. 5)», in quanto comunità dei redenti dalla Pasqua di Cristo, stabilita come mezzo di salvezza per il mondo.

Per cogliere l’intenzione del Concilio, è opportuno leggere bene il titolo del III capitolo di Lumen gentium, che esplicita la struttura fondamentale della Chiesa, ricevuta da Dio Padre mediante il Figlio e portata a compimento con l’effusione dello Spirito Santo. I Padri conciliari non vollero presentare gli elementi istituzionali della Chiesa, come potrebbe far intendere il sostantivo “costituzione” se intesa in senso moderno. Il Documento si concentra invece sul «sacerdozio ministeriale o gerarchico», che differisce «essenzialmente e non solo di grado» dal sacerdozio comune dei fedeli, ricordando che questi sono «ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo» (LG, 10). Il Concilio tratta dunque del ministero che viene trasmesso a uomini investiti di sacra potestas (cfr LG, 18) per il servizio nella Chiesa: si sofferma in particolare sull’episcopato (LG, 18-27), quindi sul presbiterato (LG, 28) e sul diaconato (LG, 29) come gradi dell’unico sacramento dell’Ordine.

Con l’aggettivo “gerarchica”, pertanto, il Concilio vuole indicare l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, nonché i suoi rapporti interni. I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di «tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio», affinché «tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (LG, 18).

La Lumen gentium ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’«ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente “diakonia”, cioè ministero» (LG, 24). Si capisce allora perché San Paolo VI ha presentato la gerarchia come realtà «nata dalla carità di Cristo, per compiere, diffondere e garantire la trasmissione intatta e feconda del tesoro di fede, di esempi, di precetti, di carismi, lasciato da Cristo alla sua Chiesa» (Alloc. 14 sept. 1964, in Acta Synodalia III/1, 147).

Care sorelle e cari fratelli, preghiamo il Signore, affinché mandi alla sua Chiesa ministri che siano ardenti di carità evangelica, dediti al bene di tutti i battezzati e coraggiosi missionari in ogni parte del mondo.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La solennità dell’Annunciazione del Signore, che oggi celebriamo, sia per tutti un invito a seguire l’esempio di Maria Santissima per essere pronti a compiere sempre la volontà di Dio.

A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 25 marzo 2026

PADRE ROBERTO PASOLINI: in un mondo di guerre la fraternità non è un ideale ma responsabilità - Seconda meditazione di Quaresima 2026 (Testo e video)

In un mondo di guerre
la fraternità non è un ideale
ma responsabilità
Padre Roberto Pasolini



La grazia e l’onere della comunione sono al centro della seconda meditazione di Quaresima si è tenuta il 13 marzo, nell’Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sull'intuizione di san Francesco nel vedere i rapporti interpersonali come un’opportunità per imparare la logica del Vangelo: “Non siamo soli e non siamo tutto – afferma – e quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile”

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La fraternità 

            La grazia e la responsabilità della comunione fraterna Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia. 
              Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.
         Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

 1. Il dono dei fratelli 
       All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così: 

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (Testamento 14, FF 116). 

      Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una II meditazione Quaresima 2026 2 chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.          Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9). 
       Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete: 

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» (Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20). 

E ancora: 

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

      In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). 
        Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37). 
         Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.
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Il mondo in rivolta di Massimo Cacciari

Il mondo in rivolta 
di Massimo Cacciari


Il Presidente della Vittoria del 1918, il grande studioso di diritto pubblico Vittorio Emanuele Orlando, ritorna alla cattedra che aveva lasciato nel 1931 per non prestare il giuramento di fedeltà al fascismo e a 87 anni tiene una straordinaria prolusione sul significato epocale della tragedia europea, sulla distruzione dell’ordine politico e del diritto precedenti le due Grandi Guerre, sulle prospettive realisticamente concepibili per la nostra civiltà. La rivoluzione mondiale e il diritto si intitola questo documento di dottrina altissima, di lungimiranza storica, di tragica coscienza delle responsabilità che pesano sull’agire politico, documento che Natalino Irti oggi ripresenta e, vorrei dire, impone alla nostra attenzione (edito da La Nave di Teseo).

Le immani tragedie del “secolo breve” hanno manifestato una tendenza di fondo, inesorabile: il vecchio ordinamento della Terra fondato sulla piena sovranità degli Stati, stretti nei loro confini territoriali e dotati di un proprio, singolare diritto, è non solo tramontato, ma distrutto. Non solo sotto i colpi delle potenze economiche e finanziarie, del carattere intrinsecamente globale del sistema di produzione capitalistico, ma per ragioni intrinseche alla natura di questi stessi Stati. Il loro spazio vitale non può auto-limitarsi; la tendenza alla supremazia, ovvero ad assumere una prospettiva imperiale, sorge di necessità dalla stessa efficacia che essi raggiungono nell’amministrare e governare il proprio territorio. La tragedia europea ha insegnato questo: agiscono nel nostro mondo potenze aggregative irreversibili, che spingono a superare in sé i precedenti ordinamenti statuali, a crearne di nuovi sempre più complessi. Quale forma assumeranno? Hic Rhodus, hic salta – qui sta il dilemma. O forse, più semplicemente, l’aut-aut. O si darà vita a un Ordine, a un Nomos della Terra, di tipo federale-cooperativo, in cui diversi spazi imperiali definiscono tra loro un sistema di trattati e patti che ciascuno ha interesse a osservare, oppure si realizzerà un Weltstaat, l’impero mondiale di una sola potenza (che nulla vieta possa poi articolarsi in termini federali al proprio interno, diventato l’intero pianeta o l’intera biosfera).

Come dopo la prima Grande guerra così dopo la Seconda ci si è illusi di poter procedere pacificamente lungo la prima prospettiva. I principi della rinuncia a ogni violenza contro altri Stati e del diritto dei popoli a decidere del proprio destino venivano “personificati” nell’Onu: i diversi Stati riconoscevano un Ordine che aveva l’effettivo potere di limitarne la sovranità. Ma quali contraddizioni già allora nell’affermarlo! Il diritto di veto sanciva una disparità incolmabile tra Stati di serie A e Stati di serie B. Fin dall’inizio l’Onu mostrava una qualche efficacia soltanto in base alle decisioni assunte dal più forte o dall’intesa tra i più forti. E tuttavia durante la Guerra fredda l’impulso a soluzioni coordinate, la speranza di un’evoluzione dell’Ordine internazionale in forme se non federali almeno cooperative intorno alla questioni di fondo (sistema militare, energia, ambiente) non vennero meno.

Impulsi, speranze, Onu – oggi tutto giace a terra in rovina? Il realismo più brutale tiene il campo. La guerra, in questo quadro, viene concepita come il perseguimento di un criminale e la sua conclusione come la pena decisa da un Giudice terzo. Nessun negoziato previsto, a nessun criminale è lecito trattare i termini della sua pena col Giudice che gliela infligge. Ogni trattato non è che la legge imposta dal più forte. Se è così, come Orlando già prevedeva dovesse accadere, è possibile sollevare il nostro animo al di sopra «dell’accorato pessimismo, che qualche volta rasenta la disperazione»?

In qualche misura sì, è possibile, poiché anche le tragedie che viviamo alla fine dimostrano quell’inarrestabile tendenza a un nuovo, unitario Nomos della Terra che ha travolto la vecchia forma-Stato. Tuttavia, le possibilità che esso possa realizzarsi attraverso la cooperazione e l’accordo dei grandi Imperi sembrano dileguare di ora in ora. La stessa ideologia sottesa all’azione delle grandi potenze economico-finanziarie che guidano i formidabili processi di innovazione sembra dare per scontato che l’unità del Mondo potrà avvenire soltanto in base a una pax romana, a una pace imposta dalla potenza vittoriosa. Se le élite politiche si muoveranno in questo senso ritenendolo l’unico realistico, la possibilità più concreta è quella che il nuovo Ordine della Terra sia il prodotto della catastrofe globale.

E allora forse sarebbe preferibile affidarsi all’intelligenza artificiale. Molti la temono come possibile decisore della Guerra, poiché le manca senso del dolore e della compassione. Sentimenti nobili, che non mi sembra però abbondino nelle umane case dei Trump e dei Netanyahu. Rileggiamo quell’operetta del nostro Leopardi (nostro? Di quest’Italia in preda alla chiacchiera propagandistica più volgare? Per carità!),  in cui si immagina l’istituzione di un premio per la creazione di una macchina che ci liberi «dal predominio delle mediocrità, dalla prospera fortuna degl’insensati, de’ ribaldi e de’ vili». Perché non sperare in una intelligenza artificiale atta e ordinata «a fare opere virtuose e magnanime», a esserci amica in questo mondo dominato da egoismo, invidia, mimetismo scatenato? Se l’umanità è quella che vediamo oggi all’opera, siamo quasi costretti a credere nel disperato paradosso leopardiano. L’intelligenza artificiale non è che un immenso armadio di nomi, meri flatus vocis, di cui essa ignora il senso e che proprio perciò riesce a elaborare, combinare e svolgere con una potenza che non si dà alcun limite. Ma per i nostri politici e i nostri potenti sono qualcosa più che fantasmi Giustizia, Virtù e via declamando? E tra questi fantasmi, il più fantasma di tutti non è proprio Amore? 
Ah, donaci Scienza una buona e pacifica intelligenza artificiale!

(Fonte:  “La Stampa” - 22 marzo 2026)


martedì 24 marzo 2026

“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti

“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti

Non spettatori né pedine: studenti in cerca di verità e di responsabilità a scuola


Al di là del risultato del referendum, c’è qualcosa di bello e forse anche un po’ sorprendente nell’aver visto la politica entrare a scuola non come imposizione ma come domanda, poiché ha superato i timori della propaganda per il “sì” per il “no” e degli interventi degli ispettori del ministero. È ciò che è accaduto in questi giorni in vista del referendum non tanto per le posizioni espresse, spesso ancora acerbe o in via di formazione, quanto per il desiderio autentico degli studenti di capire, di chiedere, di confrontarsi. In un tempo in cui si tende a liquidare generalmente i giovani come disinteressati o superficiali, colpisce invece la loro sete di senso. Vogliono sapere cosa c’è dietro una scelta, quali conseguenze porta, quali valori la sostengono, e lo fanno con gli strumenti che hanno, a volte in modo confuso, altre volte lucido; è un segnale che non va sottovalutato, bensì accompagnato.

Se è vero che la politica può e deve essere “la più alta forma di carità”, allora non va lasciata all’improvvisazione né tantomeno alla manipolazione. C’è un bisogno urgente di educazione alla politica, non alla militanza cieca, non all’adesione acritica a slogan o schieramenti; bisogna puntare sulla capacità di pensare, di discernere, di dialogare, di proporre e di partecipare. Educare alla politica significa aiutare a distinguere tra il bene comune e l’interesse di parte, tra la complessità dei problemi e la semplificazione ideologica, tra il confronto e lo scontro. In questo senso la scuola si rivela ancora una volta uno spazio prezioso, non pericoloso.

L’assemblea di istituto, spesso sottovalutata o ridotta a momento informale, può diventare invece un laboratorio di cittadinanza viva. È stato bello ascoltare gli studenti mentre provavano ad affrontare questioni più grandi di loro: temi intricati, talvolta resi ancora più confusi da noi adulti, da una comunicazione frammentata, urlata, non sempre onesta; dentro quelle parole incerte da adolescenti, dentro quelle domande magari ingenue, c’era un tentativo sincero di andare oltre la superficie. Va custodita non tanto la correttezza immediata delle risposte, quanto la qualità delle domande, perché è da lì che nasce una coscienza critica, capace un giorno di abitare la politica non come campo di battaglia, bensì come spazio di servizio.

A noi adulti spetta, allora, la responsabilità di non tirare gli studenti “di qua o di là”, di non usarli a mo’ di terreno di consenso o eco delle nostre convinzioni; al contrario offriamo strumenti, chiavi di lettura, occasioni di confronto autentico, accompagnandoli senza sostituirli, provocandoli senza indirizzarli, educandoli senza manipolarli. Se sapremo fare questo, forse scopriremo che la politica a scuola non è un problema da gestire, al contrario sarà una possibilità da far crescere. In questi ragazzi che discutono, si interrogano, a volte si contraddicono, c’è già una generazione che non si accontenta di subire il presente e che prova con fatica e con speranza a costruirlo.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Marco Pappalardo 23/03/2026)


24 marzo 2026 Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri - Missionari martiri, gente di primavera

24 marzo Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri 

Missionari martiri, gente di primavera


Fare memoria di uomini e donne di “ordinario coraggio quotidiano” nel loro servizio del Vangelo: è lo scopo della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri, promossa da Missio Giovani e giunta alla 34esima edizione. E’ un appuntamento della Chiesa italiana nel cuore della Quaresima, come ricorda in questa riflessione Elisabetta Vitali, segretaria di Missio Giovani.

Il 24 marzo 2026 celebriamo la 34esima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri. Questo giorno ci invita a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate.

La data scelta, il 24 marzo, è il giorno in cui, nel 1980, fu assassinato l’arcivescovo di San Salvador, monsignor Óscar Romero, mentre celebrava la Messa. Romero è stato un simbolo del martirio vissuto per la giustizia sociale e per i più poveri.

Ancora oggi per i giovani rappresenta un esempio di una vita cristiana attenta alla preghiera e alla Parola, così come all’attenzione per le sorelle e i fratelli rimasti ai margini della società.

Per questo il Movimento Giovanile Missionario (MGM) delle Pontificie Opere Missionarie, oggi Missio Giovani, ha voluto istituire questa Giornata per ricordare i tanti missionari che donano la propria vita a servizio del Vangelo e degli ultimi, facendosi testimoni di una Parola viva.

La loro testimonianza diventa seme fecondo e ci interpella, spingendoci a rinnovare il nostro impegno battesimale, a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. Ci insegna che la vera missione è spendersi totalmente per amore e che il Vangelo si vive e si testimonia nelle periferie esistenziali e geografiche, mostrandoci la via di una fede che non ha paura di sporcarsi le mani e che si mette a servizio dei fratelli e delle sorelle.

Il tema della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri 2026 è “Gente di primavera” e si ispira al messaggio di papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale 2025. Il papa ci ricorda che la missione è un’azione comunitaria: tutta la Chiesa è chiamata a dare continuità alla missione di Cristo. Superando difficoltà e debolezze, essa è spinta dall’amore di Cristo a camminare unita a Lui e a farsi carico, insieme a Lui, del grido che sale dall’umanità.

Così come in inverno la natura sembra morire, ma nella speranza fiduciosa della primavera continuiamo a curare le piante aspettando i primi germogli, allora come missionari siamo chiamati a prenderci cura, con fede, dell’umanità ferita, consapevoli che anche nel dolore, nelle difficoltà, nella dignità umana calpestata c’è sempre un seme pronto a rifiorire.

Lo slogan scelto per la Giornata 2026 ci sprona ad essere gente che porta speranza e amore in questi contesti, soprattutto dove giovani nostri coetanei vivono in situazioni di grande difficoltà.

Nello specifico Missio Giovani ha scelto di sostenere il progetto “Napenda Kuishi” nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi (Kenya). Questo progetto mira ad accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita (clicca qui per maggiori info).

Per la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri 2026, la Fondazione Missio mette a disposizione molti materiali per l’animazione di gruppi giovanili, parrocchie, diocesi. Clicca qui per l’offerta completa.
(fonte: Missio Italia, articolo di Elisabetta Vitali 23/03/2026)

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lunedì 23 marzo 2026

Don Luigi Ciotti: "Abbiamo sete di verità e giustizia"

"Abbiamo sete di verità e giustizia"
Don Luigi Ciotti

21.03.2026 - Grande partecipazione, in cinquantamila, per la XXXI Giornata della memoria e dell'impegno, organizzata da Libera a Torino.
Dopo la lettura dei nomi delle 1117 vittime innocenti delle mafie, il discorso di don Luigi Ciotti: "Abbiamo sete di verità e giustizia"



La nostra Memoria, quella che oggi ci dà appuntamento qui, è una memoria viva e la memoria vera ha un costo. Costa fatica, inquietudine. Perché la memoria onesta chiede cambiamento, ci provoca, ci converte, ci mette in discussione. La memoria ci chiede di risarcire il dolore innocente, di dare corpo alla giustizia negata, di portare alla luce le verità nascoste per decenni.

Oggi noi soffriamo di una emorragia di Memoria. E quando perdiamo memoria perdiamo noi stessi, perdiamo l’anima. Ecco perché torniamo a dirlo forte, oggi, proprio oggi: abbiamo fame di verità.

Le mani pulite da sole non bastano. Possiamo avere le mani pulite e tenerle in tasca. Possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Non basta. Perché se abbiamo le mani pulite ma le teniamo in tasca siamo complici. Siamo complici dell’indifferenza. Siamo complici dell’ingiustizia che avanza. E colpisce duro, come sempre, i più deboli, i meno tutelati.

Abbiamo letto dei nomi. Uno per uno. Non sono numeri. Non sono statistiche. Sono volti. Sono storie. Sono madri, padri, figli, fratelli, sorelle, nonni, bambini. Sono persone a cui è stata strappata la vita perché hanno avuto il coraggio di dire no o perché hanno fatto il loro dovere. Noi diciamo a loro, e diciamo a noi stessi: non vi dimenticheremo. Non permetteremo che la vostra morte sia stata inutile. Il vostro sangue fecondi la nostra lotta.

E allora, amici miei, rigeneriamo i legami. È questo il nostro compito. È questa la nostra missione. Rigenerare i legami. Ricostruire relazioni autentiche. Prenderci cura gli uni degli altri. Perché la mafia, la corruzione, l’indifferenza, vincono quando siamo soli. Quando ciascuno pensa per sé. Quando il «noi» si dissolve in una polvere di individui spaventati.

Noi invece crediamo in un «noi» più grande. Crediamo in una comunità che si sostiene, che si aiuta, che non lascia indietro nessuno. Che non scarica i suoi problemi sui più deboli, ma li affronta insieme. E per questo saremo sempre un po’ sovversivi. Sì, lo ammetto senza pudore. Forse è per questo che i potenti, da sempre, non si fidano di me, non si fidano di noi. Perché siamo ostinatamente fedeli a un sogno. Il sogno che la nostra Costituzione non resti scritta solo sulla carta, ma diventi carne. Carne viva. Pane quotidiano. Dignità e rispetto per tutti. Lavoro. Casa. Futuro. Salute. Istruzione. Cultura. Tutela del Creato. La nostra Casa Comune.

Questo è il nostro sovversivismo pacifico. Questa è la nostra rivoluzione gentile. E allora, andiamo. Con le mani pulite, per costruire. Con gli occhi limpidi, per vedere chi ha bisogno. Con il cuore puro, per non smettere mai di sperare. Grazie Piemonte, Torino. Grazie, ragazze e ragazzi. Grazie, donne e uomini di libertà. Che il 21 marzo non finisca qui. Che la nostra fame non si spenga con questo giorno. La fame di verità e giustizia diventi il pane di ogni nostro giorno. Sempre. Insieme. LIBERI.

(Fonte: sito di Libera)

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Servizio del TG3 RAI

ANGELUS 22 marzo 2026 Papa Leone XIV: liberare i cuori da egoismo, materialismo e violenza (Sintesi/commento, testo integrale e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
V Domenica di Quaresima, 22 marzo 2026


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Il Papa: liberare i cuori da egoismo, materialismo e violenza

All’Angelus in Piazza San Pietro a cui partecipano, come da tradizione, anche i partecipanti alla Maratona di Roma, Leone XIV commenta il Vangelo della resurrezione di Lazzaro e invita a uscire dai sepolcri che provocano solitudine e insoddisfazione e inducono a mettere in atto comportamenti contrari alla vita. Fama, beni materiali, relazioni effimere, dice il Pontefice, non rendono immortali


Lazzaro risorge nel corpo, esce da quella tomba per comando di Cristo con le mani e i piedi avvolti in bende e il volto coperto da un sudario, ma chiunque ha fede può risorgere nello spirito e uscire dai sepolcri della violenza, della superficialità, del materialismo. Luoghi virtuali e reali in cui non c’è vita, solo smarrimento e solitudine. A pochi giorni dall’inizio della Settimana Santa, il Papa nell’Angelus di questa domenica, 22 marzio, commenta il Vangelo di Giovanni che narra appunto l’episodio celebre in cui Gesù resuscita l’amico caro, fratello di Marta e Maria, morto in seguito ad una malattia.

Non affidarsi a ciò che passa

La resurrezione di Lazzaro “è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna”, dice Papa Leone nella catechesi. E questa resurrezine non si raggiunge attraverso cose effimere, non ha nulla a che vedere con il successo, il possesso di beni materiali, le relazioni fugaci.

La sua grazia illumina questo mondo, che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali. È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa.

Liberare il cuore

Niente di finito può davvero estinguere la nostra sete interiore perché, ripete Leone XIV, “noi siamo fatti per Dio”. Solo Cristo è resurrezione e vita, solo chi crede in Lui non morirà in eterno, perciò il cristiano è chiamato ad un cambio radicale di mentalità.

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, allora, ci invita a metterci in ascolto di tale profondo bisogno e, con la forza dello Spirito Santo, a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine.

Amare sul modello di Cristo

L’invito del Pontefice in questa quinta domenica di Quaresima è allora quello di uscire fuori da noi stessi e dalle tombe in cui ci rinchiudiamo per fare l’esperienza luminosa della resurrezione, dell’incontro con il Risorto, che cambia il nostro modo di essere, di agire e soprattutto di amare.

Anche a noi Gesù grida: «Vieni fuori!», spronandoci a uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura.
(fonte: Vatican News, articolo di Cecilia Seppia 22/03/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa quinta domenica di Quaresima, nella Liturgia viene proclamato il Vangelo della risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45).

Nell’itinerario quaresimale, questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1265). Gesù oggi dice anche a noi, come a Marta, la sorella di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

La Liturgia ci invita così a rivivere in questa luce, nella Settimana Santa ormai imminente, gli eventi della Passione del Signore – l’ingresso a Gerusalemme, l’ultima Cena, il processo, la crocifissione, la sepoltura – per coglierne il senso più autentico e aprirci al dono di grazia che racchiudono.

È infatti in Cristo Risorto, vincitore della morte e vivente in noi per la grazia del Battesimo, che tali avvenimenti trovano il loro compimento, per la nostra salvezza e pienezza di vita.

La sua grazia illumina questo mondo, che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali. È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui (cfr Confessiones, I, 1.1).

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, allora, ci invita a metterci in ascolto di tale profondo bisogno e, con la forza dello Spirito Santo, a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine.

Anche a noi Gesù grida: «Vieni fuori!» (Gv 11,43), spronandoci a uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura.

La Vergine Maria ci aiuti a vivere così questi giorni santi: con la sua fede, con la sua fiducia, con la sua fedeltà, perché si rinnovi anche per noi, ogni giorno, l’esperienza luminosa dell’incontro col suo Figlio risorto.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

continuo a seguire con sgomento la situazione in Medio Oriente, così come in altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e della violenza. Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità. La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio! Rinnovo con forza l’appello a perseverare nella preghiera, affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana.

Oggi a Roma si svolge la grande Maratona, con tantissimi atleti provenienti da tutto il mondo. Questo è un segno di speranza! Possa lo sport tracciare sentieri di pace, di inclusione sociale e di spiritualità.

Rivolgo di cuore il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare a quelli venuti dalla diocesi di Córdoba in Spagna.

Accolgo con gioia i fedeli di Belluno e Pordenone, di Crotone e della parrocchia di Santa Maria delle Grazie in Roma. Saluto i giovani di Nave, diocesi di Brescia, il gruppo di cresimandi della diocesi di Firenze e i rappresentanti dell’Associazione Direttori di Albergo.

Auguro a tutti una buona domenica!

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