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mercoledì 26 agosto 2026

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato

Il 26 agosto ricorre la memoria liturgica del beato Papa Albino Luciani
nell’anniversario della sua elezione al Soglio di Pietro nel 1978

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato



di Stefania Falasca*

Un dispaccio riservato del Dipartimento di Stato americano aveva subito rilevato la nota caratterizzante di quella elezione: la rapidità. E, in quella rapidità, l’addetto dell’Ambasciata statunitense a Roma non vi leggeva che «la convergente volontà del Collegio dei cardinali di dimostrare unità», un’unità che veniva ribadita anche dallo stesso neoeletto nell’inedita scelta di unire i nomi dei due predecessori: Giovanni Paolo. Unità che certamente intendeva coniugare, nella volontà di slancio, il «balzo innanzi» di un’eredità comune: quella del Concilio Vaticano II.

Con un consenso «che aveva il sapore dell’acclamazione» — secondo l’espressione attribuita al cardinale belga Léon-Joseph Suenens — dopo un Conclave rapidissimo, durato soltanto ventisei ore — il 26 agosto 1978 Albino Luciani - Giovanni Paolo I saliva al Soglio di Pietro, siglando in calce l’essere ministri nella Chiesa con le parole del santo vescovo del VI secolo Avito di Vienne: «Servi, non padroni della Verità». Aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. «Fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine» (splende non di propria luce, ma di quella di Cristo) che, al pari di Paolo VI, aveva ripreso da sant’Ambrogio. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire ad essa conveniente che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio Vaticano II e che era divenuta decisiva e feconda nell’agire pastorale di Albino Luciani, già molto tempo prima di essere elevato al Soglio di Pietro.

Nei giorni successivi l’elezione di quel 26 agosto, anche i cardinali elettori — salva sempre la rigorosa disciplina del segreto — diedero così rilievo alla convergenza raggiunta e alla prospettiva «eminentemente ecclesiale e non politica» che aveva animato la loro azione fino a guidarli a un consenso rapido e, come qualcuno disse, «quasi moralmente plebiscitario». Il Conclave radunato per eleggere il successore di Paolo VI era stato il primo dopo la conclusione del Concilio. Non fu dunque senza significato quella convergenza massiccia dei centoundici elettori, per la maggior parte dei quali si trattava della prima esperienza di Conclave. La scelta era stata espressione di una comune mentalità ecclesiale e l’elezione del patriarca di Venezia Albino Luciani veniva a significare la volontà di progredire nell’attuazione degli orientamenti conciliari. È noto come la prima decisione presa appena eletto sia stata quella di non aprire immediatamente il Conclave invitando i cardinali anziani rimasti fuori ad ascoltare con il resto del collegio il primo messaggio.

Riguardo agli interventi pronunciati, ampia considerazione — trattandosi del testo programmatico del pontificato — merita dunque il primo, il Radiomessaggio Urbi et Orbi, pronunciato domenica 27 agosto 1978 nella Cappella Sistina, l’indomani dell’elezione. La rotta del pontificato si delineava con chiarezza e coerenza nei sei programmatici «vogliamo» del Radiomessaggio pronunciato in latino e nei suoi primi interventi, nei quali a più riprese dichiarava di continuare l’attuazione del Concilio Vaticano II, preservandone l’eredità e impedendo derive interpretative. I sei volumus si aprono pertanto con l’affermazione 1) di «perseguire senza intermissione l’eredità del Concilio Vaticano II», sulla scia tracciata dagli immediati predecessori; 2) conservare intatta nella vita dei sacerdoti e dei fedeli la grande disciplina della Chiesa; 3) la priorità dell’evangelizzazione nella missione ecclesiale; 4) continuare e mantenere sempre vivo l’impegno ecumenico; 5) continuare il dialogo con il mondo contemporaneo avviato da Paolo VI; 6) incoraggiare le iniziative per la pace «affinché possano arginare, all’interno delle Nazioni, la violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti».

L’intero spettro delle fonti archivistiche e della loro elaborazione oggi acquisite e disponibili — grazie alla ricerca omnino plena sostenuta per oltre un decennio dalla Causa di canonizzazione di Albino Luciani - Giovanni Paolo I, e della quale si è fatta erede la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I dal 2020 — hanno aperto una nuova pagina nella storiografia, mostrando come l’analisi storico-archivistica può illuminare la genesi di un progetto di governo pontificio e consenta una riconsegna puntale degli insegnamenti e della memoria di Giovanni Paolo I. Attraverso le Giornate di Studio promosse dalla Fondazione in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana dedicate alle fonti del Magistero di Giovanni Paolo I — la prima il 13 maggio 2022 sulle carte del suo Archivio Privato (APAL), oggi patrimonio della Fondazione, la seconda il 24 novembre 2023 sulla Biblioteca personale e la terza il 12 novembre 2024 sul primo dei «Vogliamo» riguardante la prosecuzione del Concilio Vaticano II, dei quali sono pubblicati gli Atti — la Fondazione ha proseguito l’attività scientifica di studi concentrandosi proprio sui sei volumus del programma di pontificato di Papa Luciani, a ognuno dei quali intende dedicare, negli anni, un convegno di studi.

L’ultimo dei sei volumus: «Vogliamo infine favorire tutte le buone e lodevoli iniziative che possano tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato» sarà il tema che suona attualissimo, considerate le presenti contingenze storiche, del prossimo Convegno internazionale che si svolgerà martedì 13 ottobre 2026 in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, presso l’Aula magna della Pontificia Università Gregoriana.

Il 1° settembre 1978 il presidente sovietico Leonid Brežnev, augurava al nuovo Papa un buon esito dei suoi sforzi per «consolidare la pace e la distensione internazionale e rafforzare l’amicizia e la cooperazione fra i popoli». Giovanni Paolo I svolse un ruolo di forte impatto simbolico e diplomatico proprio in quelle settimane di settembre che videro in fieri l’esito positivo degli Accordi di pace di Camp David, mediati dal presidente statunitense Jimmy Carter.

Pur ribadendo che il Papa e la Santa Sede non possiedono «soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali» — ma possono «tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale... perché la Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della Terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere» — il sostegno alla costruzione di una pace possibile, imprescindibile dalla propria missione, è stato il filo conduttore dei trentaquattro giorni del pontificato di Luciani. Come documentato a cura della Fondazione nell’edizione critica dei Testi e documenti del Pontificato, Giovanni Paolo I ebbe uno scambio epistolare riservato e diretto con il presidente Carter e un costante contatto con le cancellerie internazionali per favorire il superamento del conflitto arabo-israeliano. Papa Luciani dedicò reiterati messaggi pubblici e l’Angelus del 10 settembre 1978 nel quale, sul terreno della fede, con intento ecumenico e interreligioso, intervenne strategicamente per sbloccare i negoziati chiedendo di pregare insieme per la pace rivolgendosi al presidente Usa Jimmy Carter, al presidente egiziano Anwar Sadat e al primo ministro israeliano Menachem Begin, leader storico del sionismo revisionista della destra nazionalista del partito Herut, poi confluito nel Likud, da cui proviene l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

I sei «vogliamo» dell’Urbi et Orbi non costituiscono dunque una semplice dichiarazione d’intenti, ma la sintesi di un percorso maturo e maturato nelle dinamiche ecclesiali non solo degli anni Sessanta-Settanta. Ogni passaggio merita una rilettura in contesto e uno studio approfondito alla luce del pensiero di Giovanni Paolo I, attraverso le fonti oggi disponibili e le carte di un Archivio Privato (APAL) che restituisce — a volte anche nel dettaglio — il quadro completo della vita e del ministero del Pontefice. Pagine ricche di prospettive per la conoscenza tanto di Giovanni Paolo I che di una stagione complessa della Chiesa e del mondo, non ancora approfondita a dovere.

Qui — nella ricorrenza della sua elezione al Soglio di Pietro nel giorno deputato, in quanto beato, alla sua memoria liturgica — basta averli rammentati, non tanto per vagheggiare come sarebbe stata la Chiesa di Giovanni Paolo I, ma per verificare quanto quelle prerogative di interesse storico siano anche tuttora estremamente attuali. La forza che emana dai sei volumus chiama la Chiesa di oggi a riscoprire l’eredità di quel breve pontificato, poiché questa brevità non può essere considerata come un’interruzione della storia, ma un momento, semmai, in cui la storia diventa più visibile. Per quanto infatti i trentaquattro giorni di pontificato siano stati stretti tra due grandi pontificati, è la distanza tra Paolo VI e Giovanni Paolo II che obbliga a tornare su quel pontificato e proprio la sua brevità rappresenta un momento rivelatore, consentendo di osservare in forma concentrata le tensioni del cattolicesimo postconciliare. Esistono tornanti della storia che vedono una concentrazione di eventi in grado di incidere profondamente sul suo corso. Il 1978 — l’anno dei tre Papi e perciò di due Conclavi — è uno di quei tornanti: sondare il pontificato di Papa Luciani come un passaggio decisivo per l’esercizio del ministero petrino, con riflessi enormi sulla vita della Chiesa, aiuta non solo a ricostruire pienamente il profilo di Giovanni Paolo I, ma a comprendere le istanze con le quali la Chiesa era ed è chiamata a misurarsi.

*Postulatrice della causa di canonizzazione di Papa Giovanni Paolo I
(fonte: L'Osservatore Romano 25/08/2026)


I custodi silenziosi della storia di Gennaro Matino


I custodi silenziosi 
della storia 
di Gennaro Matino



Ogni sera, quando il sole comincia lentamente a piegare verso l’orizzonte, c’è qualcuno che esce in giardino con un annaffiatoio. Lo fa quasi senza pensarci. Bagna la terra con pazienza, raccoglie una foglia caduta, rialza un ramo piegato dal vento, osserva una pianta che fatica a rifiorire. Nessuno applaude quel gesto. Nessuno lo fotografa. Eppure, se quel giardino continuerà a fiorire, sarà soprattutto grazie a quelle mani che hanno avuto cura di ciò che sembrava troppo piccolo per meritare attenzione. Forse la vita assomiglia molto più a un annaffiatoio che a un palcoscenico. I fiori non crescono dove qualcuno li guarda. Crescono dove qualcuno, ogni giorno, se ne prende cura. 
Nelle ultime settimane abbiamo provato ad allargare il desiderio, a ritrovare il coraggio della sosta, a guardare il mondo con occhi meno distratti. Oggi il cammino ci conduce a una domanda diversa. Che cosa facciamo di ciò che abbiamo finalmente imparato a vedere? Perché vedere, da solo, non basta. Perché vedere è un fatto degli occhi. Guardare è una scelta del cuore. Osservare è concedere tempo a ciò che potrebbe cambiarci. Viviamo in un tempo che ammira chi conquista. Celebriamo chi arriva per primo, chi accumula, chi occupa la scena, chi conquista spazio, consenso, successo. 
Molto meno ci accorgiamo di chi, nel silenzio, continua semplicemente a tenere acceso un lume. Una madre che veglia il figlio durante la notte.
 Un insegnante che non rinuncia all’alunno più difficile. 
Un medico che resta qualche minuto in più accanto al letto di un malato. 
Un volontario che torna ogni settimana nello stesso luogo senza aspettarsi riconoscimenti. 
Un vicino che continua a salutare chi ha smesso perfino di rispondere. 
Sono gesti piccoli. Così piccoli da sembrare irrilevanti. Eppure la storia ricomincia quasi sempre da lì. Ci siamo abituati a credere che il mondo cambi soltanto attraverso i grandi eventi. Le rivoluzioni, le elezioni, le guerre, le scoperte, le crisi. È vero. Ma esiste una storia più silenziosa che non compare nei titoli dei giornali. È la storia di chi ogni giorno impedisce alle cose preziose di andare perdute. Di chi ricuce invece di strappare. Di chi ripara invece di sostituire. Di chi resta quando sarebbe molto più facile andarsene. C’è un nome che tiene insieme tutti questi gesti. 
Si chiama custodia. Non è possedere. Non è trattenere. Non è difendere per paura
Custodire significa amare qualcosa abbastanza da non permettere che venga consumato dall’indifferenza. Custodire un paesaggio senza sfruttarlo. Custodire una relazione senza possederla. Custodire una parola senza svuotarla. Custodire una memoria senza trasformarla in nostalgia. Custodire una coscienza senza venderla alla convenienza. Ci sono cose che chiedono forza. Altre chiedono intelligenza. Le più importanti chiedono cura. Una promessa. Un bambino. Un anziano. Un’amicizia. La fiducia. La pace. Nulla di tutto questo sopravvive da solo. Ogni cosa preziosa continua a vivere perché qualcuno, quasi sempre nell’ombra, decide ogni giorno di non lasciarla morire. Le cose più fragili non fanno rumore. Restano sulla soglia. Aspettano. Come un seme affidato alla terra. Come una lampada lasciata accesa nella notte. Come una porta che continua a restare socchiusa nell’attesa di un ritorno. Anche la vita è così. Non ci domanda anzitutto di essere straordinari. Ci domanda di essere fedeli. Forse è questo il dono più vero dell’estate. Dopo avere riallargato i desideri, imparato a sostare e ritrovato lo stupore, possiamo finalmente accorgerci di ciò che la vita ci affida. Una pianta dimenticata sul balcone. Una telefonata rimandata troppo a lungo. Un libro lasciato a metà. Un’amicizia che aspetta un passo. Una parola che chiede di essere mantenuta. 
Le grandi rivoluzioni cominciano quasi sempre da attenzioni minuscole che nessuno considera abbastanza importanti. Quando, un giorno, ripenseremo alla nostra vita, forse la domanda decisiva non sarà: “Che cosa hai costruito? Sarà un’altra. “Che cosa hai custodito perché altri potessero continuare a sperare?”. Perché il futuro non appartiene a chi avrà posseduto di più. Apparterrà sempre a chi avrà avuto cura di ciò che tutti gli altri consideravano troppo fragile per essere salvato.

(Fonte: La Repubblica - Napoli  del 23.08.2026)



martedì 25 agosto 2026

“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”, ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi


“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”,
ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi

Citare frasi dell’apostolo (Chi non lavora neppure mangi) fuori dal loro contesto per sostenere la propria tesi politica è inappropriato e fuorviante. La Bibbia racconta invece di un seguace di Cristo impegnato a favore di chi è in difficoltà. Il generale scherzi con i fanti, ma lasci stare i santi...

L'eurodeputato Roberto Vannacci durante la conferenza stampa di Futuro Nazionale "Immigrazione e Crisi Energetica". ANSA

Ora anche san Paolo si trova arruolato nell’“armamentario” concettuale del generale Vannacci. E addirittura con il titolo di «camerata». Ossia “commilitone”, l’appellativo – per chi conosce un po’ la storia – con cui si designavano gli iscritti al partito fascista tra di loro. E con una citazione – «Chi non lavora neppure mangi» – tratta da una lettera dell’Apostolo (Seconda ai Tessalonicesi 3,10), trasportata di peso da un contesto di 2.000 anni fa, che nulla ha a che fare con la questione (la proposte di modifica ai sussidi per i migranti previsti oggi in Italia) affrontata dal generale nella conferenza stampa di presentazione delle proposte di Futuro Nazionale su energia e immigrazione lo scorso 6 agosto.

In questione non è qui la manifestazione delle idee (sempre passibili di discussione e contraddittorio) ma il “tirare per la giacchetta” un santo – e non proprio uno qualsiasi – a proposito di questioni molto distanti tra di loro. San Paolo è un teologo, un grande pensatore cristiano, non certo un politico (e men che meno l’adepto di un partito, qualsiasi esso sia!). Citare una sua frase, in un evidente anacronismo e fuori contesto, per puntellare un’idea politica è per lo meno problematico, oltre che non rendere giustizia a san Paolo. Una lettura della Bibbia decontestualizzata dalla storia, senza alcuna mediazione culturale, la piega a contesti e messaggi che non le appartengono.

Nel passo richiamato san Paolo invita sì a lavorare per mantenersi, a «guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità», ma la motivazione dell’esortazione viene da una situazione totalmente diversa: «L’attesa della venuta imminente del Signore crea un clima di emergenza e disimpegno da parte di alcuni, che abbandonano il lavoro e si fanno mantenere dalla comunità (cristiana, ndr)». È un’indicazione, quella dell’Apostolo, che non riguarda la politica ma la vita della comunità cristiana e che si spiega con l’attesa “entusiastica” di alcuni convinti che il ritorno di Cristo fosse vicino e che, per questo, rimanevano “oziosi” senza far nulla.

Se proprio vogliamo cercare una traccia di “pensiero sociale” di san Paolo, dovremmo guardare piuttosto al suo impegno per raccogliere fondi (la famosa “colletta”) per i poveri della comunità di Gerusalemme, accettando la richiesta degli apostoli: «(Pietro, Giacomo e Giovanni) ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Galati 2,10). A tale impresa – e per esortare i suoi fedeli di Corinto a essere generosi nelle offerte – dedica ben due capitoli della Seconda lettera ai Corinzi (8 e 9). L’attenzione ai poveri, agli svantaggiati e agli “esclusi” è ben presente all’Apostolo come alle altre autorità cristiane.

La statua di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura. (Getty Images)

Trasportare questo pensiero nella discussione sui sussidi ai migranti nei primi anni di permanenza è evidentemente una forzatura. La Bibbia non può – e non deve – essere letta in questo modo. Per dirla in sintesi con le parole di 11 sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che hanno protestato contro il generale, esprimendo «profondo dissenso e sconcerto, «san Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». Quanto all’Apostolo, scrivono ancora, «associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». Quanto alla citazione («Chi non vuol lavorare, neppure mangi»), continuano, «è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale.

Diceva la saggezza del detto popolare: «Scherza coi fanti e lascia stare i santi». Per arruolare fanti nel proprio schieramento, (ex-)generali o no, meglio rivolgersi altrove.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Vincenzo Vitale 20/08/2026)


APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

lunedì 24 agosto 2026

ANGELUS 23/08/2026 - Leone XIV: la fede non è abitudine o "sentito dire" ma risposta personale a Dio

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 23 agosto 2026


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Leone XIV: la fede non è abitudine o "sentito dire"
ma risposta personale a Dio

All’Angelus in Piazza San Pietro, il Papa esorta a non chiudersi in convinzioni e sicurezze religiose. La chiamata di Gesù, infatti, “non ci è data una volta per tutte”, ma deve essere rinnovata e approfondita perché si rimanga coerenti con quanto è professato, “vincendo la tentazione di sapere già tutto”

I fedeli in Piazza San Pietro per l'Angelus (@Vatican Media)

La trasmissione della fede è necessaria, spesso guidata da intenzioni propositive. Ma il “sentito dire” non è sufficiente. Circoscrive la risposta personale che ciascuno è chiamato a dare a Gesù, che non è fornita “una volta per tutte”, ma viene reiterata ed esplorata per non cadere in una professione abitudinaria o viva solo nell’illusione “di sapere già tutto”. È questo il cuore della catechesi che Papa Leone XIV offre questa mattina, 23 agosto, guidando la preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro.

Rinnovare le scelte della vita

“Chi è davvero Gesù per me?”, è la domanda che il Vangelo di questa domenica pone in rilievo. Interrogativo già decisivo per le prime esperienze di discepolato e posto proprio da Cristo, senza dare nessuna risposta per scontata, ai dodici apostoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”

Fratelli e sorelle, questo è un passaggio fondamentale per i discepoli di ogni tempo, per ciascuno di noi. La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e rinnovare le scelte della nostra vita, perché siano coerenti con quanto professiamo, vincendo la tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un’abitudine.

Gesù, personaggio storico o il Cristo di Dio?

L’interrogativo posto da Gesù si interfaccia, nella vita del credente, specialmente attraverso la preghiera e meditazione del Vangelo. Ma si incarna anche chinandosi sui bisognosi, lavorando per la costruzione di una rete di relazioni, e nei contesti che più interpellano la propria coscienza.

Nel campo della nostra vita, insomma, possiamo verificare se per noi il Signore Gesù è soltanto un grande personaggio della storia che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo.

Non accontentarsi

Leone XIV esorta quindi a non chiudersi in “convinzioni e sicurezze religiose”, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo.

A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate.

Percorrere nuove strade

Tali vie sono sia personali che comunitarie. Ma il loro tratto comune consiste nell’avanzare senza affidarsi esclusivamente al come si è fatto nel passato.

È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 23/08/2026)


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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di questa domenica (Mt 16,13-20) ci mette davanti a un interrogativo che interpella ciascuno di noi nel cammino della nostra fede: chi è davvero Gesù per me?

Dal racconto evangelico si comprende quanto questo interrogativo sia decisivo per l’esperienza del discepolato. Infatti, nonostante i dodici apostoli avessero già condiviso molto della vita e del ministero del Maestro, Gesù non ha voluto dare per scontato che lo conoscessero davvero e che avessero compreso il mistero del Regno di Dio. Allora, dopo aver chiesto quali erano le opinioni della gente su di Lui, si rivolge direttamente a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Fratelli e sorelle, questo è un passaggio fondamentale per i discepoli di ogni tempo, per ciascuno di noi. La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e rinnovare le scelte della nostra vita, perché siano coerenti con quanto professiamo, vincendo la tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un’abitudine.

La domanda che ogni giorno ci viene posta – chi è Gesù per me e qual è il significato della sua presenza nella mia vita – emerge specialmente nella preghiera e quando meditiamo sul Vangelo; ma anche quando ci troviamo davanti alle ferite e ai bisogni dei fratelli, oppure nelle relazioni e nelle situazioni che più interpellano la nostra coscienza. Nel campo della nostra vita, insomma, possiamo verificare se per noi il Signore Gesù è soltanto un grande personaggio della storia che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo.

Carissimi, impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo. A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate. Questo vale sia per il nostro percorso personale, sia per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?

Invochiamo la Vergine Maria, che nel suo cuore cercava la volontà di Dio attraverso il Figlio suo, perché ci guidi sempre nel cammino della fede.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

nella mia preghiera ricordo spesso la Repubblica Democratica del Congo, in particolare per il diffondersi dell’epidemia di Ebola che purtroppo sta provocando molte vittime. Incoraggio una risposta da parte della Comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione, per salvare tante vite umane.

Sono vicino anche alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zamboyé. Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari.

Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il Centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche. Prego per i defunti e per le loro famiglie, e per tutte le comunità coinvolte. La fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi.

In particolare, do il benvenuto al Coro Primaziale della Cattedrale di Gniezno, in Polonia; come pure ai seminaristi e ai superiori del Pontifical North American College; e ai giovani di Bormio e della Valfurva.

Auguro a tutti una buona domenica!



Enzo Bianchi: Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»

Enzo Bianchi
 Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»  
 
Lo strappo è avvenuto nonostante gli appelli di papa Leone XIV 
a «non lacerare la tunica di Cristo»


Pubblicato in Vita Pastorale - agosto/settembre 2026

Ormai lo scisma è avvenuto. Com’era stato annunciato – e noi su queste colonne avevamo sottolineato che sarebbe stata una grave ferita al corpo di Cristo – il 2 luglio scorso la Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha ordinato senza mandato pontificio quattro nuovi vescovi incorrendo così nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Papa Leone, alla vigilia di questo atto scismatico ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo”, di non spezzare la rete ecclesiale riconoscendo i meriti di questa porzione di chiesa nella fedeltà alla tradizione. Questo avveniva in continuità con gli atteggiamenti molto benevoli di Benedetto XVI e quelli misericordiosi di Papa Francesco, ma tale sforzo è risultato inutile con grande dolore non solo del Papa ma della chiesa tutta. Io come monaco ho imparato dal monachesimo antico che se qualcuno se ne va dalla comunione tutta la comunità ne soffre e da quell’ora la comunità deve farsi domande sulle ragioni di tale uscita.

Analogamente credo che la chiesa debba fare innanzitutto un esame di coscienza sincero e penitenziale su quei “vissuti” che sono contestati da coloro che rifiutano la realizzazione avvenuta nel post-concilio. Quando osservo la sciatteria con cui spesso sono celebrate molte messe, la trasformazione in happening delle cosiddette messe per i giovani e, mi si permetta, le liturgie (ma liturgie non sono e non sono neanche degne di essere chiamate devozioni) nelle feste popolari, numerosissime in Italia, allora anch’io provo disagio grande, non riesco a rimanere a tutta la liturgia e me ne esco di chiesa intristito e amareggiato.

Quando ormai alcuni “addetti al dialogo interreligioso” che si definiscono teologi improvvisano preghiere con credenti di altre religioni o affermano che tutte le religioni portano a Dio, allora anch’io mi irrigidisco e giudico queste posizioni non più cattoliche! E che dire dei canti che si fanno nelle nostre chiese? Talvolta più mondani che cristiani, allora decisamente meglio il gregoriano!

Sì, molti sono gli interrogativi che la chiesa deve farsi. Ma ce ne sono altri: perché non biasimare anche le ordinazioni fatte da cardinali che si presentano con uno strascico lungo sette metri? Queste sì che sono messe in scena, non liturgie evangeliche ma teatri faraonici con profili assiri in chiese trasformate in passerelle. E perché poi si permette ad alcuni istituti presbiterali o religiosi non solo di praticare il Vetus Ordo ma di praticarlo in un modo che certamente i benedettini di Barroux e di Solesmes mai approverebbero. E infine occorrerà interrogarci anche sulle molte ambiguità che in passato ci sono state nelle trattative tra lefebvriani e Santa Sede, dicendo la verità e confessando che si è giunti talora “al doppio gioco”, non favorendo la sincerità, la parresia, la libertà.

Ma fatto l’esame di coscienza, e quello che abbiamo indicato non è certo esaustivo, “bisogna andare avanti”, come ha detto Papa Leone, ma con intelligenza, discernimento e sapienza. Questi fratelli che se ne sono andati sono e restano nostri fratelli; “fratelli separati” ma fratelli nei confronti dei quali deve esserci sempre attenzione, dialogo, confronto e mai disprezzo o condanna definitiva. Il Signore che ci ha fatto comprendere di più il Vangelo e ci ha indotto con il Concilio Vaticano II a contraddire i concili lateranensi, che condannavano per l’eternità i cristiani fuori dalla chiesa, ci spinge al dialogo, all’ospitalità reciproca, alla fraternità assoluta per una chiesa che sia una comunione plurale secondo la preghiera di Gesù nel suo esodo pasquale. Dunque dobbiamo sentirci debitori di dialogo e ospitalità verso tutti, tutti ma mai rinunciando alla differenza cristiana.

E infine che dire dei nostri fratelli che continuano a praticare il Vetus Ordo? La situazione oggi è chiara ma non esente da problemi: è chiara perché Papa Francesco nel 2021 ha emanato Traditionis custodes, una lettera apostolica che stabilisce che nella chiesa ci sia un unico rito, quello scaturito dalla riforma conciliare e promulgato da Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’unica lex orandi stabilisce l’unica lex credendi, e solo al vescovo spetta autorizzare messe secondo il Vetus Ordo all’interno di qualche chiesa.

E tuttavia Papa Francesco, nei giorni immediatamente successivi dava la facoltà di celebrare nel Vetus Ordo (prima del 1962) ai monaci di Fontgombault, e di conseguenza a quelli della Congregazione di Solesmes, che praticano questo venerabile rito (Barroux, Randol, Triors, etc). Conosco sufficientemente bene questi monasteri per attestarne la qualità evangelica, la radicalità della vita: non sono preoccupati di avere “la griffe monastic” ma di fare un’umile sequela Christi lavorando la vigna, facendo pane, aiutando i poveri della regione e accogliendo gli scarti della società. Tunc veri monachi sunt, dice la regola di Benedetto. Chi va a visitarli si ritrova in un’abbaziale di Cluny, con la liturgia delle ore cantata in gregoriano ed eseguita creando un clima che invita alla preghiera quanto la liturgia della chiesa ortodossa. E resto convinto che conservino un tipo prezioso di eucologia e di canto della chiesa latina che non deve andare perduto. All’abate di Solesmes che chiedeva a Papa Francesco: “Cosa devo fare? Posso continuare con il Vetus Ordo?”, il Papa rispondeva: “Discerni tu! E decidi tu che sai cosa è necessario!”.

E accanto a queste abbazie c’è la galassia di gruppi e comunità “amanti il vecchio rito”, “osservanti la liturgia nel Vetus Ordo”. Ce ne sono anche in Italia, poche, ma sono invece molte all’estero, specie in Nord America. Questi fedeli si calcola siano circa 500.000 e i presbiteri che assicurano loro i sacramenti sono più di 500.

Per ora sono realtà in comunione con Roma ma questa comunione è fragile e su di essa occorre vegliare perché è facile scivolare da queste realtà alle posizioni dei lefebvriani e di fatto vivono la condizione scismatica anche se non dichiarata e visibile. A questi occorre chiedere con molta forza il riconoscimento della legittimità e della validità della liturgia di Paolo VI, il riconoscimento delle tre costituzioni dogmatiche del Vaticano II, e del ministero di Pietro esercitato nella sinodalità. Non si deve chiedere di accogliere altro del Concilio Vaticano II, perché di questo Concilio non va fatto un idolo. Noi non accogliamo e non osserviamo le ingiunzioni dei concili lateranensi e quindi questo limite può essere riconosciuto anche al Vaticano II.

La costituzione Gaudium et spes soprattutto, un testo frutto dell’ottimismo del tempo, non dei segni dei tempi, sociologico più che ispirato dalla parola di Dio, non può essere normativo. Già fin da quando fu emanato ricevette le critiche di Giuseppe Dossetti, Giuseppe Alberigo, Divo Barsotti e le mie, memori delle parole di Giovanni tralasciate nella costituzione: “Questo mondo è tutto sotto il maligno” (1Gv 5,19).

Sì, non è un cammino facile quello della comunione nella verità e vorremmo che fosse un cammino sul quale esercitano la loro responsabilità tutti i battezzati, non solo il Papa. È vero che compete a Pietro e ai suoi successori essere servo della comunione, è vero che spetta a lui per dovere cercare l’unità nella chiesa e con le altre chiese, ma il Papa non è il sacramento della chiesa, non è tutta la chiesa, né la sua sintesi: si trova al fondo della piramide rovesciata, come ha insegnato Papa Francesco, per aprire la chiesa alla sinodalità. Purtroppo, anche in questa rottura scismatica l’accento ripetuto solo sull’obbedienza al sommo pontefice come condizione di comunione non è coerente con un’ecclesiologia che può aiutare il cammino verso l’unità. Il Papa è amato dai cattolici perché credono al ministero di Pietro, ma un ministero voluto da Cristo in mezzo a quello dei Dodici, non senza i Dodici e non contro i Dodici! È il servo dei servi di Dio ed è chiamato ad esserlo non solo simbolicamente.
(fonte: blog dell'autore)


domenica 23 agosto 2026

E se anch’io fossi Pietro?

 XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A
 
E se anch’io fossi Pietro?

La confessione di Cesarea è uno dei momenti chiave del rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. Ma forse l’attenzione a “chi” sta parlando ci ha portato troppo velocemente a sottovalutare “cosa” è stato detto.


Dal Vangelo di Matteo 16,13-20
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. 

Il vangelo è sempre “secondo…”

Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo: una narrazione non è mai oggettiva. Tutti lo dicono, anche se spesso non ci soffermiamo abbastanza per metterlo a fuoco: chi volesse fare un resoconto preciso e dettagliato di qualcosa che è successo, anche con tutta la buona volontà, non potrebbe avere la pretesa di dire l’unica versione veritiera e certa dell’accaduto. La sua infatti rimarrà sempre una testimonianza a partire dal proprio punto di vista, che dunque può accentuare un aspetto e trascurarne un altro.

Tutto questo è ancora più evidente se ci confrontiamo con un testo come il vangelo, che non ha la pretesa di essere una cronaca storica e oggettiva, tutt’altro. Giovanni, come gli altri, ce lo dice chiaramente: il vangelo vuole suscitare la fede, è interessato affinché l’ascoltatore creda che Gesù è il Cristo. E ogni vangelo ha questa preoccupazione rivolta a un pubblico preciso, e per questo utilizza un linguaggio ogni volta diverso, perché convincere un ebreo non è come convincere un pagano. Servono mezzi, strategie e linguaggi differenti.

Un’aggiunta di troppo?

Questa ampia premessa era indispensabile per non sorridere di fronte al brano che ci viene offerto oggi. Nella cosiddetta “confessione di Cesarea”, Gesù pone la domanda decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?», alla quale Pietro prontamente risponde: «Tu sei il Cristo». Questo è quello che ci viene detto da tutti i sinottici. Matteo, però, proprio perché scrive dal proprio punto di vista, vuole dare il giusto riconoscimento alla bella risposta di Pietro e così inserisce una sorta di “investitura” di Pietro, come roccia su cui la comunità può crescere. In sé, questa inserzione è quasi ironica. Alla fine del brano, infatti, leggiamo: «Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo». Insomma, sembra che le parole di Gesù rivolte a Pietro siano finite nel vuoto. Non sarebbe stato il caso di commentarle, di dire qualcosa anche agli altri discepoli? Ad esempio: «Mi raccomando, aiutatelo, ascoltatelo, lui sarà il primo ecc.». Niente: se noi togliamo i versetti che si rivolgono a Pietro (vv. 17-19) il racconto sta comunque in piedi e, di fatto, sarebbe uguale a quello che troviamo in Marco e in Luca.

La roccia della chiesa

Questo fatto, dunque, mi porta a una considerazione, forse banale ma credo importante: non darei troppo peso a questi versetti. Inoltre, domenica prossima leggeremo come la vera prova di bravura non sia dare la “risposta esatta” ma saperne portare il peso, essere consapevoli di quale Cristo è Gesù. Il vero cuore della chiesa, allora, è la confessione di Pietro, non Pietro. Per secoli si è costruita una teologia attorno a questi versetti, sentendo forse la necessità di trovare un baricentro, un punto fermo attorno al quale costruire la chiesa. Purtroppo ci siamo dimenticati che il vero centro, il vero punto fermo era pochi versetti prima: non in Pietro ma nelle sue parole, nella sua fede nel Figlio di Dio. Perché è questo l’unico fondamento che ciascuno deve riconoscere per potersi salvare. Ricordiamoci del finale, il famoso segreto messianico. È questo lo spoiler da non fare, perché la fede non dev’essere imposta ma dev’essere testimoniata e accolta da ciascuno liberamente. Per questo, forse, Gesù non dice di non dire a nessuno che Pietro è la pietra, perché non è questo che dev’essere riconosciuto e, anche se proclamato, difeso o annunciato, non è questo che tiene insieme la chiesa. La roccia della chiesa, la chiave per il Regno è colui o colei che, illuminato/a dal Padre, confessa: «Non io, ma Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Stefano Fenaroli 22/08/2026)


VISITA PASTORALE DI LEONE XIV NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO, AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI E ALLA CITTÀ DI RIMINI 22/08/2026 - Leone XIV: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme” (commento, testi e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO,
AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI
E ALLA CITTÀ DI RIMINI

22 AGOSTO 2026
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Leone XIV a San Marino e al Meeting di Rimini:
“Libertà e comunione stanno o cadono insieme”

Dal Monte Titano al porto di Rimini, Leone XIV ha riletto in una sola giornata il motto Libertas: libertà di coscienza, rifiuto di ogni arruolamento, autorità come servizio. Nel mezzo il Meeting con 60mila persone, la misericordia opposta al "falso realismo" che riarma, i malati e i poveri in cattedrale

(Foto Vatican Media/SIR)

La libertà non è un’autonomia da difendere, ma un legame da costruire. Sul Monte Titano, dove Libertas è insieme motto e atto di nascita, Leone XIV ha aperto quella parola come si apre una chiave: “Una parola sola, ma di quale densità!”. Nella sala del Consiglio grande e generale, si è aperta così oggi una giornata che ha portato il Papa dalla Repubblica di San Marino al Meeting per l’amicizia fra i popoli e alla città di Rimini. “Non c’è vera libertà civile senza libertà personale”, ha spiegato ai capitani reggenti Alice Mina e Vladimiro Selva e alle autorità, “cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana”. Poi la frase che avrebbe retto l’intera giornata: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme”.


Coscienza, potere e cura: le prove della libertà

Promuovere la libertà, ha proseguito il Papa, comporta “difendere gli spazi della coscienza”. Il pensiero è andato ai “martiri della libertà”, con San Tommaso Moro, e a quanti oggi “pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza”. Poi la dimensione pubblica: i progetti politici ed economici “che si presentano in nome della libertà” sono spesso “schiavi degli idoli e del potere”. Alla più antica Repubblica del mondo, che si prepara a rendere operativo l’Accordo di associazione con l’Unione europea, Leone XIV ha riconosciuto la possibilità di essere un “laboratorio” di buona politica: uno Stato piccolo, “a misura d’uomo”, dove la prossimità tra istituzioni e cittadini rende “una democrazia più effettiva”. Nel centenario delle relazioni diplomatiche, formalizzate nell’aprile 1926, ha espresso apprezzamento per la scelta sammarinese del multilateralismo, vocazione che chiede di “favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più ‘scomodi’”. Con un criterio ripreso dall’enciclica Magnifica humanitas: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire”. I padroni di casa lo avevano detto: la libertà “non innalza muri, ma costruisce ponti”, hanno affermato i capitani reggenti, ricordando i profughi ucraini accolti e le famiglie palestinesi che la Repubblica si è impegnata ad ospitare. Nella basilica che custodisce le reliquie del santo diacono Marino, mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro, ha definito la libertà “il dono che ci definisce come uomini e donne responsabili davanti a Dio e alla storia”. Ai giovani riuniti in piazza il Papa ha lasciato una consegna: “L’autentica libertà la troviamo solo in Gesù Cristo”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Dal Meeting al porto: misericordia, giovani e servizio

A Rimini, dove l’elicottero è atterrato dopo il pranzo nel monastero delle agostiniane di Pennabilli, attendevano circa 60mila persone. Al Meeting la stessa parola ha cambiato veste. “Il male non si combatte col male”, ha ricordato Leone XIV: “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia”, per il quale “non possono esistere nemici”. L’invito è a liberare “il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte” e a disarmare “lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”. Il metodo, ha aggiunto, resta “il rischio educativo” indicato da don Luigi Giussani: promuovere il bene nel mondo, non fuggirne. Ai giovani ha detto che sono “segno che il futuro è una promessa, non una minaccia”. Al movimento di Comunione e Liberazione ha consegnato una misura esigente: “Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé”. In cattedrale, davanti a malati, persone con disabilità e poveri assistiti dalla Caritas, il registro è cambiato: “Qui voi siete a casa”, perché Gesù metteva al centro le persone ferite. La giornata si è chiusa al porto, con la messa e il Vangelo delle chiavi a Pietro: “Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio”, ha ribadito il Papa, rileggendo la destituzione di Sebna, il funzionario che abusò dell’autorità. Legare e sciogliere, ha concluso, è compito di ogni battezzato: “Abbracciare, riunire, accogliere, liberare, perdonare, emancipare chiunque sia prigioniero del peccato e delle sue conseguenze”.
(fonte: Sir, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)

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Per saperne di più:


Visita Pastorale nella Repubblica di San Marino:
Incontro con le Autorità e la Società civile





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INCONTRO DEL SANTO PADRE
CON I PARTECIPANTI AL
47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”





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RIMINI

INCONTRO CON AMMALATI, DISABILI E POVERI
ASSISTITI DALLA CARITAS
Cattedrale di Rimini

Carissimi fratelli e sorelle,

ringrazio il Vescovo e la Caritas di Rimini per aver organizzato questo incontro con voi, e ringrazio ciascuno di voi per aver risposto all’invito.

Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli.

Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte.

E allora, cari fratelli e sorelle, io vi ringrazio e vi incoraggio a seguire sempre il Signore partecipando attivamente alla vita della Chiesa, nella parrocchia, nelle associazioni, nei luoghi di accoglienza e di servizio, dove si impara e si sperimenta che il nostro Padre è grande nell’amore e noi siamo figli suoi e fratelli tra noi. A Lui ci rivolgiamo ora con la preghiera, quella preghiera che Gesù ci ha insegnato e diciamo insieme:

[Padre nostro…]

[Benedizione]



SANTA MESSA CON I FEDELI DELLA DIOCESI
Porto di Rimini

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
23 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nel nostro dirci cristiani spesso dimentichiamo lo stretto legame che intercorre tra noi e Cristo, il Messia. In Lui noi tutti formiamo il popolo messianico, il popolo chiamato a dar vita ad una storia nuova, tutta incentrata sul comandamento dell’amore. Consapevoli delle nostre fragilità, innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo: 


R/   Accresci, Signore, la nostra fede e la nostra umanità

 

Lettore


- Ti preghiamo, Signore Gesù, per tutta la Chiesa e per ogni singola comunità cristiana, che si raduna nel tuo Nome. Fa’ che la gioia del Vangelo e della tua presenza amorevole pervada tutta la loro vita. Dona loro di saper perseverare nell’ascolto della tua Parola, perché il loro agire diventi sempre più una vera trasparenza del tuo amore misericordioso. Preghiamo.

- Tu, Signore Gesù, che scruti mente e cuore, disperdi i progetti ed i pensieri di violenza e di guerra dei vari potenti della terra. Ascolta il grido ed il dolore dei popoli, costretti a subire distruzione e morte. Fa’, o Signore, che l’umanità di oggi abbandoni la seduzione delle armi per ritrovare il gusto della parola e del dialogo. Preghiamo

- Ferma Tu, o Signore Gesù, questa folle corsa dei politici, dei partiti e di alcuni movimenti, che spingono i paesi dell’Europa a fare della persona migrante, proveniente da altri luoghi, un vero “capro espiatorio”, considerato strumentalmente la causa di tutti i nostri mali verso cui lottare, al fine di ritrovare un’apparente e ipocrita unità politica europea fondata sulla pratica sistematica della disumanità. Aiuta invece, Signore Gesù, questa nostra Europa a ritornare ai suoi veri valori fondanti, per diventare oggi più umana e più solidale nel bene. Preghiamo

- Accompagna, o Signore Gesù, quanti ritornano dalle ferie per riprendere il loro lavoro. Sii vicino a chi troverà la sorpresa del licenziamento e a tutti coloro che hanno difficoltà a trovare un lavoro adeguato per potersi pagare l’affitto di casa. Benedici e sostieni tutti quei giovani, che scelgono di andare a lavorare fuori del nostro Paese. Preghiamo

- Davanti a te, Signore Gesù, Figlio del Dio vivente, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dei disastri naturali e ambientali, e delle vittime del disagio mentale e sociale. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Amore e di Pace. Preghiamo.



Per chi presiede

Ti rendiamo grazie, o Signore Gesù, perché sei accanto a noi e ascolti la voce della tua Chiesa in preghiera. Guidala e sostienila nel cammino della fede. Te lo chiediamo perché tu sei il Figlio del Dio vivente e il Messia compassionevole, presente in mezzo a noi, nei secoli dei secoli.

AMEN.