Mario Roggero, la legittima difesa
e il valore inviolabile della vita
La paura e la rabbia del gioielliere meritano comprensione, ma non giustificano l’uccisione di chi ormai non era più un pericolo. La condanna ricorda che, anche dentro una tragedia, la vita resta il bene supremo. La riflessione del magistrato Adriano Sansa

Il gioielliere Mario Roggero al suo arrivo nel carcere di Bollate a Milano ANSA
Abbiamo perso il senso del tragico, dell’invincibilità di certi dilemmi, dell’irrevocabilità delle scelte. Diciamo comunemente, e ancora forse crediamo, che la persona e la vita siano i valori preminenti. Ma davanti a diverse vicende formuliamo altre verità, diamo la precedenza ad altri beni. In questi anni sembra prevalere quello della sicurezza, che è minacciato in molti modi, per quanto non più numerosi e gravi rispetto ad altre epoche.
Il gioielliere Mario Roggero ha subìto una rapina, quindi una sottrazione di oggetti di valore attuata con violenza e minaccia. Egli ha patito una sofferenza fatta di paura, smarrimento, ira.
È stata una orribile esperienza, che avrebbe provato chiunque. Vedendo i rapinatori fuggire con la refurtiva, li ha inseguiti e ha sparato quando ormai non era più in atto un grave pericolo per la sua persona e quella dei suoi cari. Non ha mirato all'auto, alle gomme ma, fuori di sé, ha colpito un corpo, poi un altro, poi ancora preso a calci un morente.
Da una parte la patita minaccia e la possibile perdita dei gioielli, dall'altra la perdita della vita: a lui, la vittima della rapina, è sembrato di poter dare la precedenza al proprio male. Agli altri è toccato morire per la sciagurata decisione di rapinare.
A noi, che comprendiamo e compatiamo la sorte del Roggero, ma più ancora quella degli uccisi, tocca scegliere, come abbiamo collettivamente fatto dando la preminenza al valore della vita.
Contempliamo una tragedia, dalla quale non è umanamente lecito uscire indenni, né certo smentendo i tribunali che ne attestano l’inesorabile necessità.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Adriano Sansa 18/07/2026)
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Roggero non è un martire:
trasformare un duplice omicidio in una bandiera politica
è una sconfitta dello Stato
C’è una linea che una democrazia costituzionale non può permettersi di oltrepassare. È quella che separa il diritto alla legittima difesa dalla vendetta privata, il rispetto delle sentenze dalla loro delegittimazione politica, la solidarietà umana verso una persona condannata dalla celebrazione di un fatto che la magistratura ha qualificato come duplice omicidio.
Il caso di Mario Roggero rischia di segnare un precedente gravissimo. Non tanto per la richiesta di grazia, istituto previsto dalla Costituzione e affidato esclusivamente alla valutazione del Presidente della Repubblica, quanto per la trasformazione di un condannato definitivo in un simbolo politico, visitato in carcere da ministri della Repubblica e indicato addirittura come possibile candidato alle elezioni.
All’ingresso del carcere di Bollate, Roggero non ha espresso parole di dolore per le due vite spezzate. Ha invece ironizzato sull’ipotesi di una candidatura politica – “Adesso l’ultima cosa è candidarmi” – e ha rilanciato la polemica sulla grazia, chiamando direttamente in causa il Capo dello Stato.
Il giorno successivo è arrivata la visita del vicepremier Matteo Salvini, che ha trascorso oltre un’ora con il detenuto. All’uscita ha riferito che Roggero “sta bene”, “dorme, mangia, studia e legge”, aggiungendo che la Lega continuerà a lavorare “per estendere ancora di più il concetto e il perimetro della legittima difesa” e valutando perfino una sua candidatura politica. All’esterno del carcere, militanti del Carroccio esponevano lo striscione “Grazia per Mario Roggero”.
Nelle stesse ore la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata sul tema rilanciando sui social il principio secondo cui “Chi commette reati non va risarcito. Se mi aggredisci, mi difendo”. Un’affermazione che richiama il principio della legittima difesa, ma che nel dibattito pubblico è stata immediatamente associata al caso Roggero, nonostante le sentenze abbiano escluso che ricorressero i presupposti della legittima difesa, ritenendo che i rapinatori fossero ormai in fuga e non costituissero più un pericolo attuale.
Ed è proprio qui il punto che non può essere rimosso. La Cassazione non ha condannato un uomo perché si è difeso durante una rapina. Ha confermato la responsabilità penale per avere inseguito i rapinatori ormai in fuga e aver sparato fino a provocare la morte di due di loro e il ferimento di un terzo. È questa la ricostruzione giudiziaria definitiva, non un’opinione politica.
Si può discutere sulla misura della pena. Si può persino sostenere, legittimamente, una richiesta di grazia per ragioni umanitarie. Ma è profondamente diverso trasformare un condannato definitivo in un eroe nazionale, in un simbolo identitario o addirittura in un futuro parlamentare.
Una democrazia vive del monopolio della forza affidato allo Stato e del rifiuto della giustizia privata. Se passa il messaggio che chi uccide, purché la vittima sia un criminale, meriti applausi, candidature e visite ufficiali, il confine tra diritto e vendetta si dissolve.
La sofferenza di un commerciante aggredito è reale e merita rispetto. Ma altrettanto reale è il valore della vita umana, anche quando appartiene a chi ha commesso un reato. È questo il principio che distingue uno Stato di diritto da una società governata dalla legge del più forte.
Per questo la gara tra esponenti politici nel rendere omaggio a Roggero appare inquietante. Non perché un detenuto non possa ricevere visite, ma perché quelle visite assumono il significato di una legittimazione politica di un duplice omicidio accertato con sentenza definitiva.
Quando rappresentanti delle istituzioni sembrano mettere in discussione, nei fatti, una decisione definitiva della magistratura attraverso una campagna di consenso costruita attorno a un condannato per omicidio, il rischio non riguarda soltanto il caso Roggero. Riguarda il rapporto tra politica, giustizia e Costituzione.
In uno Stato democratico si può contestare una legge e proporne una diversa. Non si dovrebbe mai trasformare una sentenza definitiva in un’occasione di propaganda, né lasciare intendere che uccidere chi fugge possa diventare un modello da premiare. È una deriva che indebolisce la fiducia nella giustizia e banalizza il valore della vita umana.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Aurelio Tarquini 18/07/2026)
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