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giovedì 31 agosto 2023

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN MONGOLIA 31 AGOSTO - 4 SETTEMBRE 2023 - Francesco è partito per la Mongolia, una visita "per sperare insieme"

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN MONGOLIA

31 AGOSTO - 4 SETTEMBRE 2023

 

Giovedì, 31 agosto 2023

ROMA - ULAANBAATAR
18:30 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino per Ulaanbataar

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Francesco è partito per la Mongolia,
una visita "per sperare insieme"

Il volo papale, con a bordo il seguito e una settantina di giornalisti, è decollato alle 18.41 dall'aeroporto di Fiumicino. L'arrivo nella capitale mongola Ulaanbaatar previsto alle 4 del primo settembre (ora italiana), il 2 settembre i primi appuntamenti del 43.mo viaggio apostolico


Con il decollo alle 18.41 dall'aeroporto romano di Fiumicino, è cominciato il 43.mo Viaggio apostolico di Papa Francesco per Ulaanbataar, capitale della Mongolia. Un volo di settemila chilometri per visitare un'altra 'periferia' del mondo, dove lo attende la piccola ma fervente comunità cattolica che qui vive, circa 1.500 fedeli. La rotta, che potrà anche subire variazioni, prevede il sorvolo di Italia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia/Montenegro, Bulgaria, Turchia, Georgia, Azerbaijan, Kazakistan, Cina. L'arrivo in Mongolia è previsto alle 10 (ora locale), in Italia sarà piena notte (fuso orario di 6 ore). Oltre al seguito papale, quasi settanta giornalisti accompagnano il Papa.

Lo sguardo costante del Papa sull'Asia

Dalla Corea allo Sri Lanka, dalle Filippine al Myanmar, dal Bangladesh alla Thailandia, e ancora dal Giappone al Kazakhstan. L'attenzione di Francesco all'Asia resta altissima, nell'assai vasto continente che è terra di missione perché offre continuamente giovani evangelizzatori per altre regioni del mondo, ma anche perché le sue zone più remote sono luogo di instancabile annuncio e opere di carità evangelica da parte di religiosi e religiose. Qui spendono la propria vita, nonostante le difficoltà ambientali. Il Papa torna dunque nel cuore dell'Asia a quasi un anno di distanza dal suo viaggio apostolico in Kazakhstan dove - sempre limitando il suo viaggio alla capitale, come accade in questi giorni in Mongolia - aveva partecipato al Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali e aveva fatto risuonare ancora una volta l'appello alla pace e al dialogo tra le nazioni. E anche in questi giorni l'anelito alla pace sarà un tema fondante, così come il dialogo interreligioso che è qui a un tempo una realtà e una sfida continua. A questo proposito, domenica 3, il Papa presiederà un evento ecumenico e interreligioso nell’Hun Theatre cui prenderanno parte tutti i gruppi religiosi nonché osservatori del governo ed esponenti del mondo universitario.

Massimiliano Menichetti introduce il viaggio del Papa in Mongolia

A Mattarella l’auspicio di un fruttuoso impegno per il bene comune

Nel telegramma indirizzato al Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella il Papa afferma che sta per incontrare quello che definisce “nobile popolo”. Il Pontefice visiterà, scrive, “la piccola ma vivace comunità cattolica”; agli italiani fa giungere il suo cordiale saluto, che accompagna “con auspici di fruttuoso impegno per il bene comune e con la preghiera a Dio affinché sostenga – si legge - quanti operano con iniziative di solidarietà”.


Primo pontefice in terra mongola

Francesco è il primo pontefice a mettere piede sul suolo mongolo, e l'ambasciatrice presso la Santa Sede, Gerelmaa Davaasuren, agli inviati dei media vaticani, sottolinea la fecondità delle relazioni interreligiose e il rispetto per la diversità evidenziati dalla sua presenza; alte le sue aspettative per questo "storico" viaggio, che considera "un grande contributo al mantenimento della pace e della stabilità nella nostra regione e nel mondo". Proprio in Kazakhstan Francesco aveva detto che c'è una grazia nell’essere come Chiesa un piccolo gregge. In Mongolia il gregge è numericamente poco consistente ma in questa marginalità e apparente irrilevanza c'è una preziosità e un peso specifico che il Papa vuole mettere in risalto con questa visita.

Prima di partire, l'incontro con giovani del "Dono di Misericordia"

Questo pomeriggio, prima di lasciare Casa Santa Marta, diretto all'aeroporto, Papa Francesco ha salutato 12 ragazzi di varie nazionalità, ospiti del Dormitorio "Dono di Misericordia", che nei giorni scorsi hanno aiutato il Dicastero per la Carità nei preparativi per l’invio di viveri in Ucraina. Era presente anche il cardinale Konrad Krajewski. Un gesto di prossimità, quello del Successore di Pietro, a chi vive in condizioni di indigenza, a chi sperimenta varie forme di privazione, che si ripete ormai prima di ogni viaggio papale, quasi una sorta di sigillo che tiene costantemente unito il ministero petrino con gli ultimi, con la strada, con il povero.
(fonte: Vatican News 31/08/2023)


«Pazienza e cuore aperto a Gesù, questa è una ricetta per vivere bene... Impariamo a compiere le azioni ordinarie in modo straordinario...» Papa Francesco Udienza Generale 30/08/2023 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 30 agosto 2023












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Catechesi. La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente. 19. Pregare e servire con gioia: Kateri Tekakwitha, prima santa nativa nordamericana


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Adesso, proseguendo la nostra catechesi sul tema dello zelo apostolico e della passione per l’annuncio del Vangelo, guardiamo oggi a Santa Kateri Tekakwitha, la prima donna nativa del Nord America ad essere canonizzata. Nata intorno all’anno 1656 in un villaggio nella parte alta dello Stato di New York, era figlia di un capo Mohawk non battezzato e di madre cristiana Algonchina, la quale insegnò a Kateri a pregare e a cantare inni a Dio. Anche molti di noi siamo stati presentati al Signore per la prima volta in ambito familiare, soprattutto dalle nostre mamme e nonne. Così inizia l’evangelizzazione e anzi, non dimentichiamo questo, che la fede sempre è trasmessa in dialetto dalle mamme, dalle nonne. La fede va trasmessa in dialetto e noi l’abbiamo ricevuta in questo dialetto dalle mamme e dalle nonne. L’evangelizzazione spesso inizia così: con gesti semplici, piccoli, come i genitori che aiutano i figli a imparare a parlare con Dio nella preghiera e che raccontano loro il suo amore grande e misericordioso. E le basi della fede per Kateri, e spesso anche per noi, sono state poste in questo modo. Lei l’aveva ricevuta dalla mamma in dialetto, il dialetto della fede.

Quando Kateri aveva quattro anni, una grave epidemia di vaiolo colpì il suo popolo. Sia i suoi genitori che il fratello minore morirono e la stessa Kateri rimase con cicatrici sul viso e problemi di vista. Da quel momento in poi Kateri dovette affrontare molte difficoltà: certamente quelle fisiche per gli effetti del vaiolo, ma anche le incomprensioni, le persecuzioni e perfino le minacce di morte che subì in seguito al suo Battesimo, la domenica di Pasqua del 1676. Tutto ciò diede a Kateri un grande amore per la croce, segno definitivo dell’amore di Cristo, che si è donato fino alla fine per noi. La testimonianza del Vangelo, infatti, non riguarda solo ciò che è piacevole; dobbiamo anche saper portare con pazienza, con fiducia e speranza le nostre croci quotidiane. La pazienza, davanti alle difficoltà, alle croci: la pazienza è una grande virtù cristiana. Chi non ha pazienza non è un buon cristiano. La pazienza di tollerare: tollerare le difficoltà e anche tollerare gli altri, che alle volte sono noiosi o ti mettono difficoltà … La vita di Kateri Tekakwitha ci mostra che ogni sfida può essere vinta se apriamo il cuore a Gesù, che ci concede la grazia di cui abbiamo bisogno: pazienza e cuore aperto a Gesù, questa è una ricetta per vivere bene.

Dopo essere stata battezzata, Kateri dovette rifugiarsi tra i Mohawk nella missione dei Gesuiti vicino alla città di Montreal. Lì partecipava alla Messa ogni mattina, dedicava tempo all’adorazione davanti al Santissimo Sacramento, pregava il Rosario e viveva una vita di penitenza. Queste sue pratiche spirituali impressionavano tutti alla Missione; riconobbero in Kateri una santità che attraeva perché nasceva dal suo profondo amore per Dio. È proprio della santità, attrarre. Dio ci chiama per attrazione, ci chiama con questa voglia di essere vicino a noi e lei ha sentito questa grazia dell’attrazione divina. Allo stesso tempo, insegnava ai bambini della Missione a pregare e, attraverso il costante adempimento delle sue responsabilità, compresa la cura dei malati e degli anziani, offrì un esempio di servizio umile e amorevole a Dio e al prossimo. Sempre la fede si esprime nel servizio. La fede non è per truccare se stessi, l’anima: no; è per servire.

Sebbene fosse incoraggiata a sposarsi, Kateri voleva invece dedicare completamente la sua vita a Cristo. Impossibilitata ad entrare nella vita consacrata, emise voto di verginità perpetua il 25 marzo 1679. Questa sua scelta rivela un altro aspetto dello zelo apostolico che lei aveva: la dedizione totale al Signore. Certo, non tutti sono chiamati a fare lo stesso voto di Kateri; tuttavia, ogni cristiano è chiamato ogni giorno a impegnarsi con cuore indiviso nella vocazione e nella missione affidatagli da Dio, servendo Lui e il prossimo in spirito di carità.

Cari fratelli e sorelle, la vita di Kateri è un’ulteriore testimonianza del fatto che lo zelo apostolico implica sia un’unione con Gesù, alimentata dalla preghiera e dai Sacramenti, sia il desiderio di diffondere la bellezza del messaggio cristiano attraverso la fedeltà alla propria vocazione particolare. Le ultime parole di Kateri sono bellissime. Prima di morire ha detto: “Gesù, ti amo”.

Anche noi, dunque, traendo forza dal Signore, come ha fatto Santa Kateri Tekakwitha, impariamo a compiere le azioni ordinarie in modo straordinario e così a crescere ogni giorno nella fede, nella carità e nella zelante testimonianza di Cristo.

Non dimentichiamoci: ognuno di noi è chiamato alla santità, alla santità di tutti i giorni, alla santità della vita cristiana comune. Ognuno di noi ha questa chiamata: andiamo avanti su questa strada. Il Signore non ci mancherà.

Guarda il video della catechesi



Saluti
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APPELLO

Dopo domani, 1° settembre, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del creato, inaugurando il “Tempo del creato” che durerà fino al 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi. In quella data ho intenzione di pubblicare un’Esortazione, una seconda Laudato si’. Uniamoci ai nostri fratelli e sorelle cristiani nell’impegno di custodire il creato come dono sacro del Creatore. È necessario schierarsi al fianco delle vittime dell’ingiustizia ambientale e climatica, sforzandosi di porre fine alla insensata guerra alla nostra Casa comune. Esorto tutti a lavorare e pregare affinché essa abbondi nuovamente di vita.

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Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana. In particolare, i cresimati della diocesi di Chiavari. Cari ragazzi, da poco avete ricevuto l’effusione dello Spirito Santo, impegnatevi a trovare quotidianamente la forza e il coraggio in Dio. Accolgo con piacere la parrocchia di San Giovanni apostolo in Barletta, che celebra il 25° anniversario di istituzione: questa ricorrenza rafforzi in ciascuno lo spirito di fede e di comunione ecclesiale. Saluto inoltre il complesso bandistico di Castelvenere e li ringrazio per il loro impegno culturale e sociale.

Rivolgo un pensiero ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli. Solo Cristo ha parole di vita eterna: vi auguro pertanto di seguirlo sempre con cuore aperto ed entusiasta e di testimoniarlo ogni giorno della vostra vita.

E per favore, rinnoviamo la nostra vicinanza e la nostra preghiera per la cara e martoriata Ucraina, così provata da grande sofferenza.

A tutti voi la mia benedizione.

Guarda il video integrale



mercoledì 30 agosto 2023

Mascolinità tossica vs. virilità autentica

Mascolinità tossica vs. virilità autentica

Insegniamo ai nostri ragazzi a essere veri uomini e alle nostre ragazze a essere vere donne: insomma, insegniamo ai nostri giovani a crescere e ad accogliere la dimensione adulta dell’amore e daremo alla nostra società la possibilità di un futuro di pace e di comunione che la cronaca attuale ci descrive come quotidianamente compromesso a causa delle più violente espressioni di un’umanità immatura e futilmente edonista

(Foto Canva)

In questa ardente fase finale dell’estate, anche per l’orrenda gravità dello stupro perpetrato a Palermo da sette ragazzi ai danni di una diciannovenne, la questione delle violenze di giovani su giovani è l’hot topic quotidiano di praticamente tutti i mezzi di comunicazione. Ogni giorno i giornali riportano casi di ragazze che hanno subito violenze o molestie in feste, su spiagge, in locali, ecc. Si percepisce che questo problema sociale ci tocca e ci indigna, e ognuno in questo periodo si sente in dovere di dare il suo contributo. Persino Rocco Siffredi, che non richiede certo presentazioni, ha fatto un accorato appello affinché, per salvare i giovani dalla corruzione, si chiudano quanto prima i siti porno gratuiti, limitando molto l’accesso a quelli a pagamento. C’è da chiedersi se il suo appello sia del tutto disinteressato, visto che lui opera principalmente nel secondo tipo di canali, ma è pur vero che la sua denuncia del pericolo per i più giovani di confondere realtà e finzione è importante, rimarcando, con una dovizia di dettagli da par suo, che tutto nella pornografia è fittizio, abusante, distorto, e che questo non può che danneggiare la crescita psico-affettiva dei ragazzi. Ovviamente la soluzione proposta da Siffredi non ci convince, perché secondo quella mentalità paternalistica per cui se i giovani si drogano, anziché aiutarli a capire perché lo fanno, si prova a regolamentare lo spaccio di droga, lui pensa di poter aiutare i ragazzi facendo pagare l’accesso ai siti.

Capiamo che il sig. Rocco Siffredi di meglio non saprebbe proporre, ma la vera soluzione a questa piaga di cui temiamo non si parlerà più al mutare dei trend, come già dicevamo in un precedente articolo, non è nell’arginare i consumi devianti, ma nello sfidare i giovani a un radicale mutamento di prospettiva, mutamento che non può avvenire in un giorno, ma che richiede un percorso e un accompagnamento competente sia psicologico che spirituale che dura tutta la vita, e che corrisponde all’esperienza cristiana quale maturazione ed evoluzione dell’uomo in quanto persona, ovvero essere fatto di relazioni a immagine del Dio fatto di relazioni, la Trinità.

Si tratta, in altri termini, di aiutare i ragazzi (e le ragazze) a crescere, perché nel lessico cristiano autentico “spirituale”, “adulto” e “maturo” sono sinonimi: la persona spirituale è la persona libera dalla tirannide della sua puerile carne e, in quanto libera, capace di disporre di sé e di amare, cioè di dare la vita anziché prenderla. “Dare la vita” significa anzitutto “generare”, cioè “produrre una nuova vita”, ma anche “dare via la vita”, ovvero “morire per”. La persona matura, cioè adulta, cioè capace di prendersi cura, cioè spirituale, è quella che ha imparato a dare la propria vita perché altri abbiano la vita.

Non si deve dare a questa idea un’accezione necessariamente supereroistica, idealizzante, che sarebbe utile soltanto a non considerare per sé questa opzione. È spiritualmente adulta la persona che, avendo imparato a immedesimarsi negli stati altrui, sa spostare il baricentro della sua attenzione sull’altro; è maturo chi impara a prendersi cura, chi subordina la gratificazione immediata a un bene che vede in prospettiva. Quando ci siamo sentiti amati, è perché abbiamo incontrato qualcuno così.

E questo ci porta a dover smascherare un grande equivoco inoculato da un certo paradigma deviante che non di rado infetta anche non pochi sedicenti credenti. Se infatti è vero che gli stupri (e tutte le forme di abuso) esprimono una mascolinità tossica, l’errore di certe letture è l’equazione “mascolinità = mascolinità tossica”, e dunque l’unica soluzione sarebbe l’evirazione di fatto dei maschi.

Il maschio agognato da questa prospettiva che trae forza dalla paura suscitata dai violenti casi di cronaca, è quello che chiede scusa in continuazione, che si vergogna di essere un uomo, che ha paura della sua stessa forza: basta vedere qualunque prodotto mediatico attuale, ed è chiaro che essere un uomo significa essere colpevole. Si vuole un uomo che della sua forza mantenga solo gli aspetti estetici, eventualmente accettabili per le donne, un uomo addomesticato, carino e innocuo.

Paradossalmente è proprio questa concezione a favorire la crescita di maschi devianti e pericolosi, perché se si cresce un ragazzo insegnandogli ad avere paura della propria forza, questa diverrà un’energia ingestibile in lui e potrebbe portarlo a vere e proprie scissioni.

In modo analogo, è il maschio imbellettato, coccolato, portato ad accentuare aspetti estetici di superficie, sempre e solo circondato da donne che occupano interamente il suo orizzonte, e tenuto alla larga dai “maschiacci” sistematicamente denigrati ai suoi occhi (spesso a partire dalla squalifica delle figure paterne), quello che rischia di più di rimanere infantile e di strutturare una mentalità narcisistica, per la quale lui è l’unico e il suo piacere un diritto – e i diritti, si sa, non si possono negare… anche quando lei dice di no.

La verità è che l’unico antidoto alla mascolinità tossica tipica dei maschi che non sono mai cresciuti è una virilità autentica, per quale l’uomo impari ad abitare se stesso e la sua forza con fiducia e comprenda che quella forza gli è data per proteggere chi gli è caro, fino al costo della propria vita. Non saranno mai gli uomini veri a perpetrare stupri, ma le parodie di uomini soggiogati da desideri che avvertono come più grandi di loro, oppure pieni di rabbia segreta e inascoltata verso le donne che ritengono colpevoli di averli “castrati”.

La vera mascolinità e la vera femminilità vanno ben oltre la mera affermazione dei propri caratteri, sono espressioni positive e complementari di cura, quella cura di quel “giardino di Dio” che è il mondo, e che proprio agli archetipi del maschio e della femmina, Adamo ed Eva, Dio aveva affidato come compito originario.

Insegniamo ai nostri ragazzi a essere veri uomini – e alle nostre ragazze a essere vere donne –, insomma, insegniamo ai nostri giovani a crescere e ad accogliere la dimensione adulta dell’amore, e daremo alla nostra società la possibilità di un futuro di pace e di comunione che la cronaca attuale ci descrive come quotidianamente compromesso a causa delle più violente espressioni di un’umanità immatura e futilmente edonista.
(fonte: Sir, articolo di Alessandro Di Medio 29/08/2023)

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martedì 29 agosto 2023

Perché nella Chiesa i numeri non contano

Andrea Tornielli
Perché nella Chiesa i numeri non contano


Papa Francesco sta per partire per la Mongolia, una visita da lui «tanto desiderata», che era già nei programmi irrealizzati di san Giovanni Paolo II , dopo che nei primi anni Novanta la presenza di missionari aveva fatto rinascere una comunità cristiana. Quella che riceverà l’abbraccio del Successore di Pietro nel cuore dell’Asia è una Chiesa «piccola nei numeri, ma vivace nella fede e grande nella carità». Francesco incontrerà non soltanto i 1.500 cattolici del Paese, ma tutto quel popolo «nobile» e «saggio» con la sua grande tradizione buddista.

Perché il Papa va in Mongolia? Perché dedica cinque giorni della sua agenda (due di viaggio più tre di permanenza) per visitare un gruppo così sparuto di cattolici? C’entra la “geopolitica” trattandosi di viaggio in un Paese che confina con la Federazione Russa e con la Repubblica Popolare Cinese? In realtà la motivazione del pellegrinaggio nelle periferie dell’Asia non ha risvolti “geopolitici” e non è certo prerogativa del pontificato di Jorge Mario Bergoglio.

Lunedì 30 novembre 1970 san Paolo VI compì un lungo viaggio arrivando fino alle isole Samoa, nell’oceano Pacifico. Durante la celebrazione della Messa nel villaggio di Leulumoega Tuai, sulla costa nord-occidentale dell’isola di Upolu, Papa Montini mise da parte il “noi” maiestatico allora usato dai pontefici e disse: «Non è il gusto di viaggiare e neppure un interesse qualsiasi che mi hanno portato presso di voi: io vengo, perché noi tutti siamo fratelli, o meglio perché voi siete miei figli e figlie, ed è giusto che, come padre di famiglia, di questa famiglia che è la Chiesa cattolica, mostri a ciascuno ch’egli ha diritto ad un eguale affetto. Sapete che cosa significa “Chiesa Cattolica”? Significa che è fatta per l’intero universo, che è fatta per tutti, che non è estranea in nessuna parte: ciascun uomo, qualunque sia la sua nazione, la sua razza, la sua età o istruzione, trova posto in lei».

La Chiesa, un posto per tutti. La Chiesa, dove la priorità non sono i numeri e dove nessuno è straniero, a qualsiasi lingua, cultura, popolo o nazione appartenga. È la Chiesa «para todos», per tutti, di cui Francesco ha parlato a Lisbona. Meno di un mese dopo la GMG , il Vescovo di Roma si rimette in marcia, dicendo ai suoi «fratelli e sorelle della Mongolia» che è «felice di viaggiare per essere tra voi come fratello di tutti».

Don Luigi Ciotti: Contro le mafie. Il Vangelo è strumento di giustizia

L’intervento di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera - Associazione contro le mafie, a Castel Gandolfo in occasione dell’Incontro delle presidenze diocesane dell'Azione Cattolica

Contro le mafie.
Il Vangelo è strumento di giustizia


Sono molto grato all’Ac, sono emigrato dal veneto a Torino, la mia famiglia era molto povera. Credo che mi abbia salvato la parrocchia, e credo che mi abbia salvato nell’adolescenza essere in Ac – cosi don Luigi Ciotti, presidente di Libera – Associazione contro le mafie, intervenendo all’Incontro delle presidenze diocesane di Azione cattolica. Credo che mi abbia insegnato molto nell’adolescenza, mi ha dato il desiderio di lasciarmi mangiare dai poveri. Ho imparato grazie a dei punti di riferimento che ho trovato in quegli anni in quella parrocchia, nell’associazione dove sono cresciuto, e oggi nel sacerdozio, che non siamo noi che salviamo e convertiamo, è Dio che fissa gli appuntamenti con la gente. A Dio chiedo di aiutarci a fissare questi appuntamenti. Io credo che Dio ci chieda questo. È per questo che con il Gruppo Abele noi siamo al servizio della gente. Qui sono nati molti Noi, tra cui Libera.

Oggi le mafie sono ancora più forti

Libera è associazione di associazione e l’Ac fin dalla prima ora ne ha fatto parte. Oggi sono 1600 le associazioni che ne fanno parte e l’Ac ne fa parte dalla prima ora. Tante associazioni diverse, perché c’è bisogno di mettere insieme tutte le nostre forze per diventare una forza. Il problema delle mafie si è globalizzato. Oggi le mafie sono più forti di prima, e sono più forti di ieri nel nostro Paese; ma l’immaginario della gente si è fermato a Capaci. Grazie al sacrificio della gente molte cose sono cambiate, c’è meno sangue, c’è meno avvertimento di violenza, ma loro sono ancora più forti.

Nel nostro Paese a fare la differenza è l’indifferenza

Oggi nel nostro Paese a fare differenza è l’indifferenza. Siamo passati dal crimine organizzato al crimine normalizzato, perché nella testa degli italiani è diventato uno dei tanti problemi, ed è inquietante perché le mafie si alimentano della droga, che cattura fasce di giovani, nuove sostanze, poteri forti. Lo scandalo di leggi inadeguate, furbe, di parte come quelle sul gioco d’azzardo che mina la vita di tanti.

Le mafie sono forti in tante forme, dove annusano che possono investire, loro ci sono. Sono più forti perché ormai viaggiano sul piano dell’alta finanza. Nel nostro Paese siamo fermi a 31 anni fa, siamo andati indietro, loro sono più forti, li troviamo ovunque, in Italia le troviamo fortissime al Nord; restano le forme tradizionali, i grandi boss sono diventati manager, imprenditori, c’è una grande commistione tra la massoneria, i poteri politici e mafia.

L’idolatria del denaro e le mafie impoveriscono tutti

Allora capite che questa idolatria del denaro, che è molto forte nel nostro Paese, che ci impoverisce tutti, che chiede a tutti uno scatto in più, perché non si uccide solo con le armi. Si uccide bloccando una serie di politiche e servizi di opportunità per le persone. Non possiamo dimenticarci che finché non ci sarà una presa di coscienza collettiva delle gravi ricadute della peste corruttiva sulla vita di ciascuno non si faranno veri pasi avanti. Deve esserci uno scatto da parte di tutti, ognuno per la propria parte, che comincia dalla voglia di conoscenza, della consapevolezza, della corresponsabilità.

Le persone più pericolose sono i neutrali

Ma le persone più pericolose sono i neutrali. Aveva ragione don Tonino Bello quando diceva: “Non mi serve sapere chi sia Dio, mi basta sapere da che parte sta!” Questo è un tempo difficile, ma a Dio nulla è impossibile. Noi dobbiamo estirpare il male alla radice, noi tagliamo l’erba in superficie. La missione della Chiesa è essere coscienza critica e voce propositiva di valori più alti e vitali. Noi dobbiamo essere coscienza critica di questi valori e voce propositiva.

Contro le mafie dobbiamo sentirci con-sorti

Il Vangelo è strumento di giustizia. Vi sono momenti in cui tacere è una colpa e parlare è un obbligo, un imperativo categorico al quale non possiamo sottrarci, perché la nostra libertà è figlia della giustizia che sapremo conquistare. Dobbiamo sentirci con-sorti. Dobbiamo impegnarci tutti. Non basta delegare. Facciamolo di più insieme.
Quando è necessario non si può tacere, impegniamoci perché la politica si riappropri della speranza, perché è nata per dare dignità alle persone. Intendiamo la politica come servizio, perché vinca la forza della legge.

Parlano di ponti ma costruiscono muri

Anche se da noi – diciamolo – certe leggi che abbiamo calpestano le persone. Come quella sui migranti che è davanti agli occhi di tutti. Come le ONG che sono costrette a portarli lontani. Mentre qualcuno vuole fare ponti, ma in realtà costruiscono muri, stanno respingendo. Dobbiamo dirlo, perché tocca anche a noi vigilare, alzare la voce.
È pericoloso quello che sta avvenendo sull’autonomia differenziata. Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie differenziate, non può esserlo perché la libertà è un bene comune, perché le libertà devono essere uguali per tutti secondo la nostra Costituzione.

Vigiliamo perché la politica non sia ambizione e poltrone

Dobbiamo vigilare perché la politica non resti ambizione e poltrone. Ci sono persone non degne di rappresentare la sacralità delle istituzioni. Dobbiamo rendere visibile il nostro amore per Dio nelle scelte quotidiane, amore richiede umiltà e sacrificio, responsabilità e impegno. Un mondo in cui l’amore sia inseparabile dalla volontà di giustizia. Non è vero che i giovani non ci sono. Ci sono e hanno bisogno di esser ascoltati e riconosciuti. Vanno ascoltati e riconosciuti. Bisogna dotarli degli strumenti necessari per realizzare le loro capacità. Hanno bisogno di politiche che valorizzino, che gli diano strumenti. Dalla scuola al lavoro, che sono priorità di una società aperta al futuro. La domanda forte è quella di essere ascoltati, chiedono, hanno il bisogno di autenticità, di credibilità, di giustizia. Hanno fame di relazioni autentiche, hanno bisogno di luoghi di incontro, confronto, opportunità. Hanno bisogno di un dialogo intergenerazionale, devono sentirsi presi sul serio. E noi dobbiamo aiutarli a resistere, a non perdersi di animo.
(fonte: Azione Cattolica Italiana 27/08/2023)

Guarda il video


lunedì 28 agosto 2023

Stupri di gruppo - Le considerazioni di Pellai, Patriciello, Fantoni, Lazzari e Valditara

Stupri di gruppo
Le considerazioni di 
Pellai, Patriciello, Fantoni, Lazzari e Valditara

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Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, scrittore e ricercatore: 
“Educare i ragazzi ad essere non ‘veri uomini’, ma uomini veri” -  
Don Maurizio Patriciello, parroco del parco Verde di Caivano: 
"Abbiamo abdicato alla fatica dell'educare" - 
Fabrizio Fantoni, psicologo e psicoterapeuta: 
«La crisi del modello “tradizionale” maschile, fondato su imposizione della forza e evitamento dei sentimenti, si manifesta con desiderio di dominio e possesso.» -
 David Lazzari, presidente dell’Ordine degli psicologi scrive alla Meloni: 
“Rendere strutturale l’educazione alla psiche nelle scuole” -
Giuseppe Valditara, Ministro dell'istruzione e del merito: 
"Da settembre anche i ragazzi in cattedra con la peer education"

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Stupro di gruppo a Palermo. Pellai: 
“Educare i ragazzi ad essere non ‘veri uomini’, ma uomini veri”

Oggi assistiamo ad un “deserto educativo, in particolare nei confronti dei nostri figli maschi, privi di accompagnamento nel percorso di maturazione emotiva, affettiva, sentimentale e sessuale”, a fronte di un modello maschile “predatorio” sostenuto dal dilagare del porno anche tra i giovanissimi. È l’allarme lanciato in questa intervista dallo psicoterapeuta e scrittore

foto SIR/Marco Calvarese

Alberto Pellai è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli studi di Milano, ma è anche scrittore. “Ragazzo mio. Lettera agli uomini veri di domani” (De Agostini, 2023) è il titolo del suo ultimo volume, appena arrivato in libreria. “Oggi – ci spiega – occorre educare i nostri ragazzi ad essere uomini veri, non veri uomini”. Abbiamo parlato con lui dello stupro di gruppo di Palermo.

Professore, che cosa legge dietro questo tristissimo episodio?

Vedo un autentico deserto educativo, in particolare nei confronti dei nostri figli maschi.

Un deserto che li priva di accompagnamento e sostegno nel percorso di maturazione emotiva, affettiva, sentimentale e sessuale, e di capacità di costruire sane relazioni tra i generi, a fronte di una fortissima adesione ad un modello predatorio nell’ambito della sessualità. Del resto, gran parte dell’educazione sessuale dei nostri ragazzi avviene attraverso la pornografia, terreno nel quale non esiste l’intimità ma solo l’eccitazione che porta alla predatorietà del corpo dell’altro per il proprio esclusivo piacere. Un porno sempre più violento, come dimostrano i video spesso condivisi sulle chat di adolescenti e pre-adolescenti anche di 12-13 anni: scene di violenze, di stupri ed anche pedopornografiche.

Quale pericolo corrono questi giovanissimi?

Quello di addentrarsi in un territorio di cui non conoscono regole, confini, limiti, fattori di rischio e fattori di protezione, e nel quale sono assenti le categorie del bene e del male. Una diseducazione che li lascia confusi e smarriti. Il mondo adulto non può sottovalutare questo allarme:

per i maschi, l’idea di essere dei veri uomini passa attraverso un modello più predatorio che intimo all’interno delle relazioni affettive e sessuali.

E questi episodi, che diventano notizia da prima pagina, sono la punta dell’iceberg di un fenomeno che chiama in causa proprio le loro modalità di crescita.

All’universo del porno possono accedere anche bambini di 8-10 anni…

Su questo tema lavoro molto con i genitori per renderli consapevoli che, mettendo in mano uno smartphone ad un bambino o ad una bambina, non consegnano loro semplicemente uno strumento, ma

un ambiente pieno di tossicità con milioni di porte di accesso a modelli, immagini, suggestioni che colpiscono il bambino senza alcun rispetto dei suoi bisogni evolutivi.

Un territorio privo di supervisione e monitoraggio educativi, del quale, purtroppo, i genitori sottovalutano spesso i pericoli ritenendo che i figli, più smart di loro, lo sappiano gestire da soli.

In questi giorni si è scatenata su Telegram la caccia al video di Palermo…

Qui tocchiamo con mano l’effetto della diseducazione affettiva e sessuale: anziché percepire questa vicenda come qualcosa da cui prendere una giusta distanza, scattano il desiderio e la convinzione di poter vedere e guardare tutto. Una sorta di de-sensibilizzazione nei confronti dell’orrore, una curiosità morbosa che si traduce quasi in desiderio di essere sulla scena del crimine.

Quali, allora, i pilastri sui quali rifondare quella sana educazione affettiva, emotiva e sessuale dei nostri figli maschi, oggetto del suo ultimo libro?

Il mio intento è smontare il falso mito del cosiddetto “vero uomo” che non deve mai avere avere paura o chiedere aiuto, per educare a diventare un uomo vero.

Un percorso che si snoda in cinque punti. Il primo è una buona educazione emotiva che permetta al maschio di avere accesso a tutti gli stati emotivi, senza considerare femminili emozioni che mettono in gioco la dimensione della vulnerabilità come tristezza e paura, che nel maschile non si possono esprimere. Il secondo è un’educazione sentimentale incentrata sul creare relazioni caratterizzate da un attaccamento sano e da una costruzione del noi non come possesso dell’altro, bensì come condivisione di un senso di appartenenza reciproca per una relazione valida e funzionale.

I successivi?

Una buona educazione sessuale che aiuti i ragazzi a cogliere l’enorme differenza tra fare sesso e fare l’amore, ossia ad usare la sessualità anche per costruire un percorso di intimità; un’intimità responsabile, empatica, rispettosa, condivisa.

Un tema delicato: chi può farsene carico?

Deve essere un lavoro di tutta la comunità educante portando testimonianze, narrazioni, storie reali, informazioni per “allenare” i ragazzi a queste competenze.

Gli ultimi due?

Il quarto pilastro è l’avere cura della vita. Spesso nel vissuto del giovane maschio è prevalente il concetto di challenge, sfide folli e insensate che, come ci hanno riportato le cronache estive, hanno provocato lutti che i ragazzi non avrebbero mai immaginato di causare. Ma per educare alla cura della vita occorre saper parlare anche della morte, uno dei tabù in assoluto più rimossi in ambito educativo.

L’ultima parola è rispetto. Imparare che diventare adulti significa coniugare rispetto e responsabilità attraverso il passaggio dall’io al noi. Così l’altro diventa per me qualcuno del quale devo prendermi cura, e la responsabilità si esprime nel sentire che per l’affermazione di me stesso, dei miei bisogni e delle mie libertà entra in gioco l’attenzione anche ai bisogni e alle libertà dell’altro.

Questo è il vero senso del “noi”.
(fonte: Sir, articolo di Giovanna Pasqualin Traversa 25/08/2023)


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Due cugine stuprate dal "branco".
Don Patricello: a Caivano tutte le povertà

Il fatto sarebbe avvenuto a luglio. I responsabili, tutti coetanei delle vittime, sono stati individuati e saranno sottoposti a misure cautelari. L'intervento del parroco

Don Maurizio Patricello, parroco del Parco di Caivano, nel Napoletano - Ansa

Ancora uno stupro di “branco”. Due cugine di 13 anni sono state violentate da una gang di coetanei e ragazzini di poco più grandi. Teatro dell’orribile aggressione, stavolta, il Parco Verde di Caivano, nel Napoletano ...

Le due bambine sono state abusate all’interno di un capannone poco lontano dai luoghi frequentati da spacciatori e tossicodipendenti. I genitori hanno denunciato il fatto ai carabinieri e, individuati gli autori, sono scattati subito i provvedimenti giudiziari con il sequestro dei cellulari e il trasferimento delle due vittime in una casa famiglia. Pronti i provvedimenti di custodia cautelare per gli autori delle violenze. La vicenda risalirebbe alla prima metà di luglio. "Abbiamo abdicato alla fatica dell'educare" commenta don Maurizio Patriciello, parroco del parco Verde di Caivano, che si dice addolarato dopo aver aver appreso dell’ennesima azione degli “orchi” contro le due cuginette. 
"Di questa vicenda se ne parlerà per qualche giorno, forse per qualche settimana ma poi queste due povere ragazze si porteranno dentro questo trauma per tutta la vita, vivranno questo dolore con le loro famiglie", prosegue don Maurizio. "Se ci sono femminicidi, se ci sono casi di violenza brutale, che avvengono sia in quartieri degradati sia in quelli più agiati vuol dire che noi abbiamo sbagliato, abbiamo deciso di non educare", aggiunge don Patricello. ... "Mi dispiace dirlo ma questo è un quartiere che non doveva mai nascere: qui sono state ammassate tutte le povertà. E poi cosa si è fatto?". Il sacerdote rivolge infine anche un pensiero ai presunti stupratori. "Sono vittime della povertà educativa" e poi lancia l'allarme: "La pornografia è ormai una vera emergenza. Ma cosa si fa?"

E non si è ancora placata la polemica sul "caso" di Palermo dove a luglio sette giovanissimi hanno stuprato in un capannone una 19enne, con il più piccolo di loro, minorenne al momento del fatto, che ieri è tornato in carcere dopo aver postato sui social dei video nei quali si vantava del fatto. Si trovava in una comunità di recupero ed è stato rimesso in cella, nel carcere minorile. "Nessuna consapevolezza del reato commesso e quindi nessun ravvedimento" ha commentato il giudice. Gli altri sei indagati invece sono stati trasferiti in diverse strutture carcerarie della regione dopo aver ricevuto minacce da loro compagni di cella dell'istituto di pena "Pagliarelli".



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«Quando non viene ascoltato il grido di dolore della donna»

«La crisi di un modello “tradizionale” maschile, fondato sull’imposizione della forza e sull’evitamento dei sentimenti si manifesta con un desiderio di dominio e possesso. L’educazione sessuale, inoltre, è lasciata alla pornografia a portata di smartphone. Le ragazze devono difendersi anche preventivamente, evitando situazioni che possono diventare pericolose»


«In questa vicenda emerge tutta la crisi di un modello “tradizionale” di maschio, fondato sull’imposizione della forza e sull’evitamento dei sentimenti. Rimane un desiderio di dominio, in cui il piacere del sesso è principalmente il piacere del pos-sesso, che fa sentire potente. Non sottovaluterei poi il peso del gruppo, con la sua forza rassicurante, che amplifica il senso di potenza attraverso la riduzione della responsabilità personale. Attraverso l’”impresa” nefasta dello stupro consumato in gruppo, si realizza una iniziazione alla virilità condivisa pubblicamente sui social, che forniscono una patente riconosciuta di vero macho». Così spiega Fabrizio Fantoni, psicologo e psicoterapeuta, esperto di adolescenza, nonché uno degli esperti che ogni settimana rispondono su Famiglia Cristiana alle domande dei lettori, interpellato sugli stupri commessi da giovanissimi.

Com’è possibile che nessuno in un gruppo provi pietà per una giovane che subisce violenza?

«Il problema del riconoscimento dell’alterità in vicende di questo tipo è prima di tutto accettazione dell’alterità di genere: l’altro è appartenente al genere femminile, verso cui non si prova empatia. La ragazza non è considerata un essere umano di cui ascoltare il grido di dolore: probabilmente lo stesso dolore verrebbe ascoltato se fosse la sorella o la fidanzata di uno di questi, cioè appartenente al clan, e susciterebbe una reazione di difesa in questi maschi. Perché? Perché la donna va difesa solo quando è in gioco l’appartenenza al proprio gruppo, e il possesso che ne deriva: è la mia ragazza, mia sorella ecc.. Chi la offende, offende me e il mio diritto di proprietà. Sembra essere questa la logica che opera in queste situazioni. Se invece è di un altro gruppo, non mi interessa, non è come me: è una cosa, non una persona. In questo riconoscimento e valorizzazione dell’alterità si colloca il problema del consenso, che è prima di tutto rispetto profondo dell’altro. Un rispetto che si dovrebbe esprimere ad esempio nel rinunciare a fare sesso con una ragazza ubriaca non si fa sesso, perché occorre difenderla anche da se stessa e dal suo mettersi in pericolo».

E cosa si può dire quindi alle ragazze ?

«Ci sarebbe anche una delicata riflessione da fare, riguardo alle ragazze, che devono difendersi anche preventivamente, evitando situazioni che possono diventare pericolose. Non è questione di dare loro la colpa, ovviamente: la responsabilità diretta ricade su chi commette violenza. Però bisogna anche imparare a essere prudenti ed evitare le situazioni che riducono la propria capacità di controllo e di difesa. Occorre dirlo con chiarezza: l’alcol e le “canne” riducono la capacità di esser padroni delle situazioni, che siano la guida di un’auto, la capacità di sventare un furto o di difendersi dalle molestie o, come in questo caso, dalla violenza sessuale. Ripeto: senza ovviamente nulla togliere alla responsabilità dei maschi che se ne approfittano».

A chi il compito di educare ragazzi e ragazze?

«Manca un’educazione sessuale: spesso anche per un immotivato timore di “indottrinamento gender”, credo si parli molto meno a scuola di relazioni tra maschi e femmine, sul piano fisico e psicologico. A questo silenzio risponde il grande rumore della pornografia, a portata di smartphone per ogni ragazzino di scuola media, con i suoi messaggi di prevaricazione e di piacere immediato. Mi sembra che spesso anche in famiglia se ne parli poco e in modo generico; alcuni poi minacciano punizioni a parole, senza un solido riferimento morale. Come quell’uomo politico che prima dichiara che se avesse un figlio che manca di rispetto ad una donna gli mollerebbe dei ceffoni, ma quando poi capita che il figlio venga denunciato per abuso, rilascia dichiarazioni negative sulla ragazza…».

In tutto questo che ruolo hanno i professionisti della comunicazione?

«Il loro ruolo spesso si riduce alla ricerca di sensazionalismo, che suscita perlopiù risposte emotive e isteriche (castrazione, pene dure ed esemplari: sarebbe meglio chiedere una pena sicura!). Di qui la pubblicazione delle chat, con lo scopo di suscitare orrore, e non quello di far riflettere sul linguaggio che si utilizza e magari dare informazioni sulle iniziative di prevenzione e sui centri di supporto per le vittime, e anche per i maschi stupratori. A che servono alla fine i titoloni e le foto?

E i social?

«Hanno un ruolo deleterio. Alcuni degli inquisiti continuano a pubblicare, affidano la difesa alle loro dichiarazioni social; sembra però che alcuni profili siano però finti, e facciano dire a questi ragazzi cose che non hanno detto. Inoltre ci sono canali Telegram con centinaia di migliaia di utenti che chiedono lo scambio dei video dello stupro. Bisogna chiedersi come è possibile tutto ciò e chi esercita un controllo, sia nel pubblico che nel privato delle famiglie».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Orsola Vetri 25/08/2023)


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Violenza sulle donne, psicologi scrivono a Meloni:
“Rendere strutturale l’educazione alla psiche nelle scuole”


“Storie atroci come quella di Palermo raccontano di una violenza e uno smarrimento del quale come terapeuta e come guida della nostra comunità professionale potrei raccontarti a lungo: rende i percorsi problematici e difficili, le mete e gli obiettivi vaghi e confusi, impoverisce il presente e sbarra la strada verso il futuro”: inizia così la lettera firmata da David Lazzari presidente dell’Ordine degli psicologi inviata al presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Ma non ti scrivo per proporti analisi – continua -. Voglio limitarmi a sottolineare che la dimensione psicologica, cioè la nostra soggettività, ciò che siamo e chi siamo, io, tu, tutti, come individui e membri di una comunità, non è qualcosa di scontato ed automatico. Ha necessità, come il nostro corpo, di nutrimento. Di fronte alla complessità del mondo abbiamo bisogno di una psiche aperta, accesa, responsabile, e invece assistiamo a un diffuso impoverimento delle risorse psicologiche che ha ricadute sui singoli e sulle relazioni, la vita sociale, la comunità.

Non è solo questione di salute – spiega -, di limitare il dilagare del disagio e dei disturbi, ma di pieno sviluppo della persona umana. Il rispetto di se stessi, degli altri, delle regole comuni, i valori, l’etica non si improvvisano ma si costituiscono su una soggettività consapevole e responsabile.

Come un secolo fa non c’era bisogno dell’educazione motoria perché la si faceva vivendo, prima che la società diventasse sedentaria, oggi la scuola è chiamata nei fatti ad occuparsi della dimensione psicologica dei ragazzi, perché i giovani portano tutta la loro realtà nel contesto scolastico. Credo che sia venuto il momento di rendere sistematica e strutturale l’educazione alla psiche nelle scuole, di aiutare studenti e docenti nella promozione delle risorse psicologiche, delle competenze per la vita

Abbiamo una proposta concreta e se vorrai ascoltarla te ne parleremo. Smettiamola di inseguire la cronaca, cambiamo la storia e tutte le storie di violenza che aspettano di accadere” si conclude la lettera.
(fonte Orizzontescuola 25/08/2023)

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Valditara: violenza di genere.
Da settembre anche i ragazzi in cattedra con la peer education

Al primo giorno utile, dopo la riapertura delle scuole superiori, arriverà una circolare del ministro Valditara con le linee guida per portare il tema dell’educazione al genere e della lotta agli abusi sessuali tra i banchi.

Oltre alla settimana del 25 novembre, la giornata scelta per riflettere sulla violenza contro le donne, si inizierà subito con un approccio finora poco battuto, lasciando che siano i ragazzi stessi a “salire in cattedra”.

Il Messaggero riporta che Valditara, dopo i casi di Palermo e Caivano, e raccogliendo l’appello proveniente da un po’ tutte le parti, ha deciso, per combattere le violenze di genere, di agire (anche) nel campo della formazione dei giovani, individuando pure conseguenze molto serie per chi non rispetta la dignità e la sfera affettiva degli altri.

Valditara, dopo una serie di riunioni tecniche coi collaboratori, ha formalizzato un progetto, che dovrebbe riguardare solo le scuole secondarie di secondo grado, affinché in classe si facciano lezioni di “educazione alla sessualità”, nel senso di corsi formazione specifica sulla parità di genere, il rispetto dell’altro sesso e contrasto a ogni residuo di “machismo e maschilismo”.

Un percorso che dovrà iniziare già a settembre e protrarsi almeno fino alla giornata contro la violenza sulle donne.

Pronte, secondo quanto pubblica il Messaggero, le linee guida del documento che verrà recapitato a tutti i presidi.

Le lezioni, e questo è importante, potranno essere tenute da esperti del settore (psicologi, rappresentanti di associazioni in difesa delle vittime di violenza, avvocati), ma dovranno prevedere un forte coinvolgimento degli studenti.

Secondo il ministro la partecipazione dei ragazzi deve essere attiva, seguendo il modello, poco sperimentato, della “peer education”, l’educazione tra pari. A tenere la lezione, in pratica, saranno gli stessi studenti, divisi in gruppi. Ogni gruppo dovrà approfondire un certo aspetto della violenza di genere.

In questo modo, secondo Valditara, da un lato si responsabilizzano gli studenti che devono tenere la lezione e dall’altro si mantiene alta la soglia di attenzione in classe, visto che gli argomenti vengono spiegati in modo diretto e comprensibile.

A fianco di questi spazi “autogestiti” gli interventi degli esperti che chiariscano non solo le conseguenze che un atto di violenza fisica o psicologica comporta per la vittima, ma anche le implicazioni penali di quelle azioni, compreso il valore della denuncia, perché i colpevoli non restino impuniti.
(fonte: La Tecnica della Scuola, articolo di Pasquale Almirante 28/08/2023)

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«Cari fratelli e sorelle, sulla strada della vita non siamo soli, perché Cristo è con noi, Cristo ci aiuta a camminare... Non scoraggiamoci... guardiamo a Gesù che cammina accanto a noi... con Gesù quel che da soli sembra impossibile non lo è più, con Gesù si può andare avanti!» Papa Francesco Angelus 27/08/2023 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 27 agosto 2023


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi nel Vangelo (cfr Mt 16,13-20) Gesù chiede ai discepoli – una bella domanda: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13).

È una domanda che possiamo farci anche noi: cosa dice la gente di Gesù? In genere cose belle: molti lo vedono come un grande maestro, come una persona speciale: buona, giusta, coerente, coraggiosa… Ma questo basta per capire chi è, e soprattutto basta a Gesù? Sembra di no. Se Egli fosse solo un personaggio del passato – come lo erano per la gente del tempo le figure citate nello stesso Vangelo, Giovanni Battista, Mosè, Elia e i grandi profeti – sarebbe solo un bel ricordo di un tempo che fu. E questo a Gesù non va. Perciò, subito dopo, il Signore pone ai discepoli la domanda decisiva: «Ma voi – voi! –, chi dite che io sia?» (v. 15). Chi sono io per voi, adesso? Gesù non vuole essere un protagonista della storia, ma vuole essere protagonista del tuo oggi, del mio oggi; non un profeta lontano: Gesù vuole essere il Dio vicino!

Cristo, fratelli e sorelle, non è un ricordo del passato, ma il Dio del presente. Se fosse solo un personaggio storico, imitarlo oggi sarebbe impossibile: ci troveremmo davanti al grande fossato del tempo e soprattutto di fronte al suo modello, che è come una montagna altissima e irraggiungibile; vogliosi di scalarla, ma privi della capacità e dei mezzi necessari. Invece Gesù è vivo: ricordiamo questo, Gesù è vivo, Gesù vive nella Chiesa, vive nel mondo, Gesù ci accompagna, Gesù è al nostro fianco, ci offre la sua Parola, ci offre la sua grazia, che illuminano e ristorano nel cammino: Egli, guida esperta e saggia, è felice di accompagnarci nei sentieri più difficili e nelle scalate più impervie.

Cari fratelli e sorelle, sulla strada della vita non siamo soli, perché Cristo è con noi, Cristo ci aiuta a camminare, come ha fatto con Pietro e con gli altri discepoli. Proprio Pietro, nel Vangelo di oggi, lo comprende e per grazia riconosce in Gesù «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16): “Tu sei il Cristo, Tu sei il Figlio del Dio vivente”, dice Pietro; non è un personaggio del passato, ma il Cristo, cioè il Messia, l’atteso; non un eroe defunto, ma il Figlio di Dio vivente, fatto uomo e venuto a condividere le gioie e le fatiche del nostro cammino. Non scoraggiamoci se a volte la cima della vita cristiana sembra troppo alta e la via troppo ripida. Guardiamo a Gesù, sempre; guardiamo a Gesù che cammina accanto a noi, che accoglie le nostre fragilità, condivide i nostri sforzi e appoggia sulle nostre spalle deboli il suo braccio saldo e gentile. Con Lui vicino, anche noi tendiamoci la mano gli uni gli altri e rinnoviamo la fiducia: con Gesù quel che da soli sembra impossibile non lo è più, con Gesù si può andare avanti!

Oggi ci farà bene ripeterci la domanda decisiva, che esce dalla sua bocca: «Voi chi dite che io sia?» (cfr v. 15). Tu – Gesù ti dice – tu, chi dici che io sia? Sentiamo la voce di Gesù che ci domanda questo. In altre parole: per me chi è Gesù? Un grande personaggio, un punto di riferimento, un modello irraggiungibile? Oppure è il Figlio Dio, che cammina al mio fianco, che può portarmi fino alla vetta della santità, là dove da solo non riesco ad arrivare? Gesù è davvero vivo nella mia vita, Gesù vive con me? È il mio Signore? Io mi affido a Lui nei momenti di difficoltà? Coltivo la sua presenza attraverso la Parola, attraverso i Sacramenti? Mi lascio guidare da Lui, insieme ai miei fratelli e sorelle, nella comunità?

Maria, Madre del cammino, ci aiuti a sentire il suo Figlio vivo e presente accanto a noi.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Giovedì partirò per un viaggio di alcuni giorni nel cuore dell’Asia, in Mongolia. Si tratta di una visita tanto desiderata, che sarà l’occasione per abbracciare una Chiesa piccola nei numeri, ma vivace nella fede e grande nella carità; e anche per incontrare da vicino un popolo nobile, saggio, con una grande tradizione religiosa che avrò l’onore di conoscere, specialmente nel contesto di un evento interreligioso. Desidero ora rivolgermi proprio a voi, fratelli e sorelle della Mongolia, dicendovi che sono felice di viaggiare per essere tra voi come fratello di tutti. Ringrazio le vostre Autorità per il cortese invito e quanti, con grande impegno, stanno preparando la mia venuta. A tutti chiedo di accompagnare questa visita con la preghiera.

Assicuro il ricordo nella preghiera per le vittime degli incendi divampati in questi giorni nel nord-est della Grecia, ed esprimo solidale vicinanza al popolo greco. E restiamo sempre vicini anche al popolo ucraino, che soffre per la guerra, e soffre tanto: non dimentichiamo l’Ucraina!

Saluto tutti voi, romani e pellegrini d’Italia e di tanti Paesi.

In particolare saluto il gruppo parrocchiale venuto da Madrid; i sacerdoti della Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, con il loro Vescovo; i fedeli di San Gaetano da Thiene in Melìa; le famiglie del quartiere Pizzo Carano di San Cataldo e i ciclisti della Ciociaria. Saluto i ministranti dell’unità pastorale di Codevigo, nella diocesi di Padova, in pellegrinaggio a Roma con il loro parroco.

Oggi si ricorda Santa Monica, madre di Sant’Agostino: con le sue preghiere e le sue lacrime chiedeva al Signore la conversione del figlio; donna forte, donna brava! Preghiamo per tante mamme, che soffrono quando i figli si sono un po’ perduti o stanno su strade difficili nella vita.

E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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