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domenica 29 aprile 2018

“Gesù cresceva in sapienza, età e grazia”: Lc 2,52 a cura di Egidio Palumbo, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

“Gesù cresceva in sapienza, età e grazia”: 
Lc 2,52 
a cura di Egidio Palumbo, carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)

Sesto e ultimo dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2018
"Trasmettere è generare 
Il compito degli adulti verso le nuove generazioni"
promossi 
dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

14 marzo 2018


La Chiesa nel IV Concilio Ecumenico, celebrato a Calcedonia nel 451, confessa Gesù Cristo «vero Dio e vero uomo». Riunite nella persona di Cristo riconosce – «senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione» – la natura divina e la natura umana, la sua unicità di figlio di Dio e normalità di figlio dell’uomo pari a tutte le altre persone nella crescita umana e di fede, nella fragilità creaturale («si è fatto carne»: Gv 1,14; «nato da donna, nato sotto la Legge»: Gal 4,4), nelle prove della vita, fuorché nell’esperienza del fallimento del peccato (Eb 4,15; 5,7-9). 

È una confessione in conformità sostanziale alla fede biblica neotestamentaria, che mette in risalto non solo la relazione unica di Gesù con Dio Padre, che chiama Abbà, Papà, ma anche l’umanità di Gesù, perché è nella sua umanità, nel suo stile di vita, nelle sue scelte, nel suo modo di tessere relazioni, di agire, di parlare e di pregare che egli ci ha mostrato, rivelato e spiegato il vero Volto di Dio (Gv 1,18; 14,9). E, possiamo aggiungere, ci ha rivelato anche il vero volto dell’uomo, come afferma il Concilio Ecumenico Vaticano II in Gaudium et spes n. 22: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l'uomo all’uomo e gli manifesta la sua altissima vocazione».

Dentro questa prospettiva vogliamo provare ad evidenziare, tenendo conto dei vangeli, il cammino di crescita umana e di fede di Gesù e la sua capacità di trasmettere i valori umani e la fede – ricevuta e pienamente vissuta (Eb 12,2) – negli anni del suo ministero pubblico.
...
      In obbedienza ai suoi genitori («stava loro sottomesso»: Lc 2,51), Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). È una crescita integrale che riguarda soprattutto l’età, cioè la maturità umana; che riguarda la sapienza, cioè all’arte del saper vivere bene in conformità al volere di Dio e alla sua Parola; che riguarda la grazia, cioè l’esperienza della presenza di Dio come presenza di gratuità, presenza che orienta le scelte della vita e rende più “aggraziati” il portamento e il comportamento delle persone nel loro modo di tessere relazioni, di stare e di abitare questo mondo. 


Se seguiamo la narrazione dei Vangeli, a partire da quando Gesù a circa trent’anni (Lc 3,23) inizia il ministero della sua vita pubblica, ritroviamo pienamente presenti in lui i valori umani e di fede ricevuti dai genitori e dall’ambiente religioso e socio-culturale in cui visse. Certo, maturando gradualmente la sua coscienza di Figlio di Dio, Gesù assimilò e interiorizzò in modo originale e profetico i valori che gli erano stati trasmessi, A sua volta poi li trasmise nel suo annuncio, in parole e opere, del Regno di Dio, della presenza paterna e materna del Dio Misericordioso nella storia umana, assumendo sempre di fronte ai suoi interlocutori, in particolare i deboli e i poveri, uno stile ospitale e accogliente, e continuando sempre a stare in ascolto della Parola del Padre, in ascolto di tutte le persone, uomini e donne, e non smettendo mai di imparare dalla vita (Eb 5,8) e di coltivare passioni gioiose (Lc 12 ,49).

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- “Ciò che abbiamo udito e conosciuto, lo racconteremo ai nostri figli”: Sal 78,3-4 a cura di Egidio Palumbo, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

- L’ANZIANO ELI E IL GIOVANE SAMUELE Aurelio Antista, carmelitano

- "L’anziano Tobi e il giovane Tobia" - Gregorio Battaglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)


sabato 28 aprile 2018

L’itinerario del “discepolo amato” a cura di Alberto Neglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

L’itinerario del “discepolo amato”
a cura di Alberto Neglia,
carmelitano
 (VIDEO INTEGRALE)



                               Quinto dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2018
"Trasmettere è generare 
Il compito degli adulti verso le nuove generazioni"
promossi 
dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

7 marzo 2018


Parlare di “discepolo amato” o di “discepolo che Gesù amava” può sembrare strano, perché sorge subito la domanda: Gesù non amava forse tutti i suoi discepoli? E poi: chi è questo “discepolo amato”? Una certa tradizione l’ha identificato con Giovanni l’evangelista, adesso parecchi esegeti dissentono e preferiscono indicare un'altra persona sconosciuta. Proprio per questo, cercare di capire è interessante perché vedremo è coinvolgente.

La dizione “il discepolo che Gesù amava”, scriveva C. M. Martini, ci porta alla radice del nostro essere uomini e cristiani. Gli altri personaggi, presenti nei Vangeli, sono già un po' costruiti; questo invece è talmente esile, talmente sottile, che ci rappresenta la soglia, il fondamento, la roccia di base.

1. Il discepolo amato è “l’io interiore”
È un discepolo che è dentro a tutti i discepoli: è il discepolo interiore. Nel frammento di ognuno di noi, c’è un altro discepolo che è già in rapporto d’amicizia con il Signore, anche se non si esprime a parole. È l’io interiore, intimo di noi stessi che piano piano si rende conto di essere amato per primo nella pura gratuità, non per suo merito, anzi si sente raccolto nella sua fragilità e nel suo tradimento e rifatto nuovo dall’amore di Dio. 

Ce lo ricorda Giovanni nella sua prima lettera: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (5,7-10).

2. “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”

La verità basilare, fondamentale, radicale della nostra vita è che siamo amati da Dio in Gesù. È ciò da cui dobbiamo sempre partire senza mai dubitare, su cui sempre ritornare quale punto di avvio. Tutto ciò che possiamo fare per Gesù sarà semplicemente la conseguenza del fatto che lui ci ha scelti e amati prima di qualunque nostro merito, di qualunque nostra azione, di qualunque corrispondenza al suo amore. 


Nel suo discorso dopo l'ultima cena, egli ci ha consegnato una parola decisiva: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Giovanni 15,16). Il primato è del suo amore, della sua scelta. Della solidità di questa roccia, sulla quale costruire tutto il resto, possiamo avere totale certezza. 



Ce lo richiamano pure tante figure bibliche, ciascuna delle quali è immagine della predilezione di Gesù e insieme immagine di ciascuno di noi. Ricordiamo per esempio che già il libro del Deuteronomio così fa parlare Mosè a Israele: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama»(7,7 8)

sabato 24 marzo 2018

L’apostolo Paolo e Tito - a cura di Gregorio Battaglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

L’apostolo Paolo e Tito
a cura di Gregorio Battaglia,
carmelitano

(VIDEO INTEGRALE)

Quarto dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2018
"Trasmettere è generare 
Il compito degli adulti verso le nuove generazioni"
promossi 
dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

28 febbraio 2018



PAOLO, LA SUA PATERNITÀ E IL “BEL DEPOSITO” DA CONSEGNARE
     Nella sua prima lettera ai Tessalonicesi Paolo parla del suo rapporto con la comunità di Tessalonica in chiave di paternità e di maternità. Egli si sente davvero ‘padre’ e ‘madre’ di tutte quelle persone, che sono giunte alla fede grazie all’ annuncio della parola del Vangelo. In questa lettera egli dice esplicitamente che la sua opera di annunzio dell’Evangelo non è stata per nulla inquinata da nessuna ricerca di successo, ma tutto è avvenuto nella logica generativa di un padre e di una madre. 

Egli sente verso i membri della comunità una responsabilità, che non può essere qualificata altrimenti se non genitoriale, perché è proprio del padre e della madre prendersi cura della crescita dei figli. Questa modalità di rapportarsi con la comunità dei credenti dà ragione del fatto che Paolo abbia portato avanti la sua opera di evangelizzazione in modo totalmente gratuito e preoccupandosi allo stesso tempo di non pesare su alcuno, ma comportandosi come può fare un vero genitore: lavorando per il bene della casa.
...
           Nei confronti dei Tessalonicesi Paolo si sente impegnato, come una madre, a nutrire i figli, perché possano crescere nella loro statura di credenti, ma allo stesso tempo vive la sua responsabilità di padre, che si preoccupa di trovare il nutrimento per la casa attraverso il lavoro e si propone ai propri figli come colui che segna la strada, educando e correggendo: “Sapete pure che come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1Ts 2,11-12). 

Questa relazione di paternità/maternità è stata vissuta da Paolo non soltanto con quelli di Tessalonica, ma con tutte le comunità da lui fondate. Egli ha compreso tutta la sua azione evangelizzatrice come opera rigeneratrice, perché la Parola da lui annunciata è “seme” che genera a vita nuova. Essa ha in sé la forza di rendere nuovo colui che si dispone all’ascolto di chi si presenta come “apostolo”, come inviato dal Signore.
...
         Ogni genitore deve avere chiaro nella sua mente e nel suo cuore che non è lui l’autore della vita, ma che la vita passa attraverso di lui e di questa egli è responsabile. Tutto quello che egli farà in favore del figlio non potrà essere motivato da secondi fini, ma dovrà rispondere unicamente a quella voce interiore, che lo spinge a non risparmiarsi, perché la nuova vita possa trovare un ambiente favorevole per la sua crescita. 

Così è di Paolo, che sente realmente di aver generato dei figli nella fede, per cui può dire con animo vibrante scrivendo ai fedeli di Corinto: “Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (1Cor 4,15). In Paolo agisce unicamente la forza dell’amore, che è il fondamento e l’anima del suo atteggiamento paterno e materno. Scrivendo alla comunità dei Galati, egli non si limita a sottolineare la sua relazione genitoriale nei loro confronti, ma ci tiene a ribadire che egli li porta ancora nel grembo, sentendo in sé i dolori del parto: “figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché Cristo non sia formato in voi” (Gal 4,19). 

Il compito di evangelizzare, che Paolo ha ricevuto, trova ostacoli non soltanto all’esterno, ma nel cuore degli stessi fedeli, per cui egli può parlare di paternità e maternità dolorosa. Sono le doglie messianiche, che, nell’oscurità dei giorni degli uomini, annunciano l’arrivo degli ultimi tempi, quando l’umanità sarà pienamente configurata al volto del nuovo Adamo, il Cristo Signore, crocifisso e risorto. Paolo nel rapportarsi con le comunità da lui fondate si sente investito della stessa misericordia di Dio, che non smette di portare nel suo grembo la creatura uscita dalle sue mani. Egli considera tutte le sofferenze che sopporta per l’annuncio del Vangelo come il fondamento della nascita del Cristo nella vita degli uomini e delle donne. 

Tutta la fatica apostolica di Paolo trova la sua ragion d’essere in questo sentirsi docile strumento dello Spirito del Signore per ri-partorire l’umanità a quella vita che non muore più, perché è vita di Dio e in Dio. 
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sabato 17 marzo 2018

"L’anziano Tobi e il giovane Tobia" - Gregorio Battaglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

"L’anziano Tobi e il giovane Tobia" 
a cura di Gregorio Battaglia, 
carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)


Terzo dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2018
"Trasmettere è generare 
Il compito degli adulti verso le nuove generazioni"
promossi 
dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


21 febbraio 2018


         Il libro di Tobia è collocato tra i libri storici ed è un libro particolare, perché l’originale in ebraico si è perduto o, forse ancora meglio, è stato volutamente distrutto. Esso racconta la storia di una famiglia, che è stata deportata in esilio e che si trova a vivere nella grande città di Ninive. Questa famiglia è formata da Tobi, il padre, da Anna, la madre e da Tobia, il figlio. Una parte del racconto è dedicata al viaggio di Tobia, che dovrebbe andare a recuperare presso dei parenti una ingente somma di denaro, che Tobi, il padre, aveva depositato presso un parente. Ed è proprio nella casa di questo parente che Tobia troverà la sua sposa, che si chiama Sara e che ha già alle spalle l’esperienza di sette matrimoni, andati in fumo per la morte immediata di questi partners.

... Le prime parole di quest’uomo costretto a vivere in terra non sua sono queste: “Io, Tobi, passavo tutti i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia” (Tb 1,3). In poche battute egli fa la sintesi della sua vita trascorsa ed ora si sente in grado di presentarsi dicendo “Io” davanti al figlio e davanti a quanti sono disposti ad ascoltarlo. Egli si rivolge al figlio e a quanti come lui intendono vivere la propria esistenza in prima persona senza nascondersi dietro a nessun attenuante o pretesto. Il suo percorso esistenziale è tutto racchiuso in quel “seguire le vie della verità e della giustizia” e tutto questo nonostante il trauma della distruzione di Gerusalemme e della deportazione in Assiria. Seguire “le vie della verità e della giustizia” significa sostanzialmente dare pieno ascolto alla Parola rivelata di Dio e su questa Parola imparare a giocare la propria vita, in modo tale che all’ascolto si possa rispondere con “le opere della giustizia”
... Imparare a vivere nell’orizzonte della ‘zedaqà’ (giustizia/elemosina) significa voler vivere la propria vita riconoscendo l’uguaglianza di tutte le creature umane, ma soprattutto rendersi conto della comune condizione di pellegrini sulle strade di questo mondo. Essa esprime l’atteggiamento di chi scopre che non c’è creatura umana che non provi nella sua esistenza il bisogno di accoglienza, di ospitalità, di misericordia e di pietà. La ‘zedaqà’ diventa, davvero, un modo profondamente umani di vivere le relazioni con il mondo circostante. 

Tutto questo Tobi lo sta dicendo al figlio che deve intraprendere questo viaggio, perché si può scoprire il valore della giustizia/elemosina soltanto quando si fa esperienza sulla propria pelle di cosa voglia dire trovarsi nel bisogno alla mercé degli altri, sperando nella apertura del loro cuore. Vivendo la condizione di viandante si va imparando a guardare in faccia coloro che si incontrano, a saper cogliere il mistero che si cela in ognuno di loro ed alla fine a saper instaurare un rapporto di comunione fondato sulla misericordia e sulla pietà. 

Chi ama la ‘zedaqà’ si lascerà guidare con grande intelligenza da quella che viene chiamata “la regola aurea” e che si ritrova nelle varie fedi e culture. Così Tobi può dire al figlio: “Poni attenzione, o figlio, a tutto ciò che fai e sii ben educato in ogni tuo comportamento. Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4,14-15). Illuminato da quello sguardo di misericordia e di pietà, il figlio che affronta il viaggio della vita coltiverà in sé quegli atteggiamenti di correttezza, di sobrietà e di rispetto per la fatica altrui. In lui non ci sarà posto per la menzogna o per il sotterfugio, perché il volto dell’altro è, in fondo, appello alla propria responsabilità.
... 

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lunedì 12 marzo 2018

L’ANZIANO ELI E IL GIOVANE SAMUELE Aurelio Antista, carmelitano

L’ANZIANO ELI E IL GIOVANE SAMUELE
a cura di Aurelio Antista,
carmelitano

P. Aurelio Antista
(foto di repertorio)

Secondo dei 
MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2018
"Trasmettere è generare 
Il compito degli adulti verso le nuove generazioni"
promossi 
dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

7 febbraio 2018





Samuele è uno dei personaggi più singolari e determinanti del Primo Testamento perché si colloca all’origine di due istituzioni fondamentali di Israele: il Profetismo e la Monarchia.
Samuele vive in un tempo di crisi e di incertezza, quando il passato non è ancora tramontato e il nuovo, il futuro non lo si intravede ancora con chiarezza. Questo periodo di transizione richiede la presenza e l’azione di una personalità carismatica e ricca come quella di Samuele, appunto.
Egli è una figura complessa e multiforme: citata 123 volte nell’AT e 3 volte nel NT, riveste ruoli diversi: Sacerdote (1Sam 7,9), Giudice (1Sam 7,15), e soprattutto Profeta. Quest’ultima funzione gli si attacca addosso come un nome proprio, così da rendere familiare a tutto il popolo il titolo Nabì Samuel, il Profeta Samuele. E’ il profeta più ascoltato nella storia di Israele. In questa molteplicità di ruoli Samuele mostra una personalità matura ed equilibrata. E questo perché egli è “uomo di Dio”. Più tardi, infatti, nel libro del Siracide, Samuele è chiamato “L’amato dal Signore” (Sir 46,3).

1.  Samuele: un figlio domandato e donato
Cerchiamo, allora, di conoscere da vicino quest’uomo maturo, saggio, amato dal Signore di nome Samuele. Come spesso avviene nella tradizione biblica, all’origine di personaggi famosi e illuminati, c’è un intervento diretto di Dio: ad esempio, il dono della maternità ad una donna sterile. E’, appunto, il caso di Anna, madre di Samuele.
Anna è moglie di Elkana un uomo che ha due mogli. L’altra si chiama Peninna. Anna vive con dolore la sua condizione anche perché è sterile, e in più si sente frustrata perché incapace di competere con la rivale, la quale ha figli e figlie e non manca di umiliarla a motivo della sua sterilità. Ogni anno Elkana con tutta la famiglia si reca al Tempio di Silo dove c’è il sacerdote Eli e i suoi figli Cofni e Pincas. In uno di questi pellegrinaggi Anna si prostra alla presenza del Signore e lo prega con intensità; gli chiede il dono di un figlio con questo voto: “Signore, se darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore tutti i giorni della sua vita” (1Sam 1,10-11). Anna prega sottovoce muovendo solo le labbra. Eli, che la osserva da lontano, ritiene che sia ubriaca, le si avvicina e la rimprovera: “Fino a quando rimarrai ubriaca? Liberati dal vino che hai bevuto”. Ma Anna gli risponde: “Io sono una donna affranta e non ho bevuto vino; sto solo sfogandomi davanti al Signore”. Ricevuta la spiegazione della donna, Eli le dice una parola di consolazione e di speranza: “Va’ in pace e il Dio di Israele ascolti la domanda che gli hai fatto”. “Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi”, gli risponde la donna.
Anna è molto credente. La sua sarà, magari, una religiosità popolare che si esprime nel voto; però ha il senso profondo di Dio come di colui che è al di là di tutto e può tutto, e a lui si affida con abbandono totale. Con fede, appunto.
Eli mostra di essere un sacerdote maggiormente preoccupato di assicurare il buon ordine nel Tempio, che di star vicino alla gente e di comprenderne i problemi e le esigenze. Quando vede Anna comportarsi in quel modo, invece di accertarsi di ciò che sta accadendo, la rimprovera. Tuttavia Eli è un uomo la cui parola è determinante; infatti, la fede di Anna è tanto grande che, quando il sacerdote le dice di andare in pace, si sente riempire il cuore di serenità: “Se ne andò per la sua strada, mangiò e il suo volto non fu più come prima”. La sua certezza di essere esaudita dal Signore è stata confermata dalle parole del sacerdote.
Nel prosieguo del racconto è detto che “tornato a casa Elkana si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. Perché –diceva- dal Signore l’ho impetrato” (1,19-20). Per alcuni anni la madre cresce ed educa il figlio; poi, dopo averlo svezzato, lo porta al Santuario di Silo lo affida al sacerdote Eli dicendogli: “Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo dono al Signore. Per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore” (1,27-28).
Per ben 4 volte il testo fa riferimento allo “svezzamento” del bambino. “L’essere svezzato”, nel linguaggio biblico indica l’età e la condizione di uno che si apre alla vita ed è in grado di assumersi delle responsabilità. Ovviamente aiutato da una guida, da qualcuno che lo accompagni.
Samuele diventa il segno della nuova presenza di Dio in mezzo al suo popolo: infatti, egli viene “chiesto” al Signore perché possa essere “donato” al Signore. L’autore sacro ripete più volte il verbo donare. Samuele, quindi, è “frutto” del dono reciproco che si fanno l’uno all’altra il Signore e Anna; ma questo riguarda anche il popolo di cui Dio è il Signore. La scena della “presentazione” lo evidenzia in modo chiaro: “Per tutti i giorni della sua vita, egli è ceduto al Signore” (1,28) e così “il fanciullo rimase a servire il Signore” (2,11). Si intuisce, quindi, che Samuele non solo colma il bisogno di maternità di Anna, ma anche l’esigenza che c’è in Israele di un profeta che trasmetta al popolo la parola del Signore.
La crescita e la formazione di Samuele avviene nel Tempio sotto la guida di questo anziano sacerdote il quale trasmette al giovane la fede nel Signore e le tradizioni dei Padri.

2. Una voce nella notte
Fermiamo la nostra attenzione sul cap. 3 del primo libro di Samuele che contiene il racconto del suo incontro con il Signore, la missione che da lui riceve e il ruolo di guida e di discernimento di Eli.
Ascoltiamo la pagina di 1 Sam 3, 1-21.
E’ un testo che cattura l’attenzione di chi lo legge o lo ascolta. Un testo che si gusta già al primo contatto per la sua semplicità e il chiaro svolgimento. 
In apertura ci viene offerto un quadro deprimente che descrive la realtà: “La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti”. Il Signore tace, non fa sentire la sua voce perché non c’è chi lo ascolta: né il popolo, né i custodi primari dell’Alleanza: i sacerdoti. Il popolo è distratto perché coltiva altri interessi e perché impegnato in lotte intestine e divisioni tra le tribù; mentre i sacerdoti Cofni e Pincas, figli di Eli, “erano uomini perversi; non riconoscevano il Signore né le usanze dei sacerdoti nei confronti del popolo” (2,12). Ad esempio: nei sacrifici prendevano dalla pentola, con un forchettone, quella parte di carne che non spetta a loro (cf. 2,12-14). Ma facevano anche di peggio: “Essi giacevano con donne che prestavano servizio all’ingresso della tenda del convegno” (2,22). L’anziano padre li rimprovera ripetutamente ma senza la necessaria determinazione e autorevolezza. Ed essi non lo ascoltano. Come dire che i figli di Eli sono sacerdoti immorali e lontani dal popolo; invece di aiutarlo a onorare il Signore, danno cattivo esempio e sfruttano la gente che si reca al Tempio per offrire i sacrifici.
Le visioni non erano frequenti”, come dire che manca nel popolo e in chi lo guida una visione di futuro illuminato dalla Parola di Dio; manca un progetto di vita per il quale spendersi.
In questo contesto di sterilità morale, spirituale e sociale, e di povertà di relazioni umane, il fanciullo Samuele è affidato alle cure e alla formazione di Eli. Samuele è addetto al servizio del Tempio nelle vesti di “ministrante” o “chierichetto”, diremmo oggi; e lo fa con dedizione e diligenza.
Il Tempio di Silo custodisce l’Arca del Signore, segno quasi sacramentale della presenza di Dio in mezzo al popolo. Il giovane vivendo nel Tempio ha quindi occasione di stare particolarmente vicino a Dio, ma senza avere esperienza diretta di lui. Vale anche per Samuele l’affermazione che “in quel tempo la parola del Signore era rara, le visioni non erano frequenti”.
Ma proprio in questa situazione di buio e di sterilità, tempo di decadenza religiosa e morale, avviene qualcosa di nuovo e di inatteso: il Signore prende l’iniziativa per rivelarsi al giovinetto e, tramite lui, a tutto il popolo. E’ notte, Eli riposa nella sua stanza. Anche Samuele è coricato al suo posto. Il Signore lo chiama per nome: “Samuele”. Il ragazzo prontamente risponde “eccomi”, poi si alza e corre da Eli e gli dice: “Mi hai chiamato, eccomi!” Il sacerdote, a sua volta, lo rassicura: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire”. La scena si ripete allo stesso modo per tre volte. Questo fatto si presta a qualche sottolineatura: da parte di Dio, la paziente attesa del ritmo di crescita e di apertura del giovane; da parte di Samuele, la prontezza all’ascolto e la piena disponibilità all’obbedienza espresse in quell’eccomi ripetuto più volte; da parte dell’anziano sacerdote, l’incapacità, sulle prime, di cogliere l’azione di Dio e, in un secondo tempo, il suo discernimento dell’intervento divino e l’apertura a coglierne il messaggio.
Da qui il suggerimento a Samuele, circa la risposta da dare alla voce se lo chiamerà ancora: “Parla, Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Consegnando questa risposta, Eli fa di Samuele “un discepolo di Dio”, e non più “un discepolo proprio”. Quando il Signore lo chiama per la quarta volta, Samuele prontamente risponde: “Parla perché il tuo servo ti ascolta”. E così avviene l’incontro a tu per tu con il Signore, un incontro, una esperienza che cambia totalmente la vita di Samuele e lo rende profeta e portavoce di Dio in mezzo al popolo.
Singolare la forza di questa espressione: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Samuele la riceve da Eli che, a sua volta, la riceve dalla tradizione religiosa di Israele. “Parla”: è Dio colui che parla; “il tuo servo ti ascolta”: l’uomo è anzitutto ascolto e accoglienza. In una brevissima frase è descritta tutta l’antropologia teologica della Bibbia: l’uomo è ascolto di una parola che Dio pronuncia.
Così, il giovane Samuele passa da una esistenza buona, di servizio, ad una coscienza profonda del mistero dell’uomo e di Dio: l’uomo è accoglienza, Dio è iniziativa, parola, comunicazione, dono di sé, amore.
Il senso della Parola di Dio che Samuele acquisisce con il passare del tempo, diventa per lui qualcosa di connaturale: “In seguito il Signore si mostrò altre volte a Samuele, dopo che gli si era rivelato in Silo”  (3,21). Pertanto, a partire da una religiosità devozionistica, Samuele giunge alla familiarità col mistero di Dio. E’ il cammino attraverso il quale si va formando in lui “il profeta”, un cammino di bontà, di onestà sincera, di ascolto, di accoglienza della Parola al cui servizio pone tutta la sua vita e le sue energie.

3.  Il contenuto della rivelazione
Torniamo per un attimo al dialogo notturno tra il Signore e il giovane Samuele. Il contenuto della rivelazione di Dio ci appare deludente oltre che amaro. Ci saremmo aspettati un oracolo riguardante il suo futuro di profeta, la promessa di grandi opere che avrebbe compiuto nel tempo, o altro di particolarmente significativo. E invece no! Il contenuto di quanto gli viene rivelato in quella notte, riguarda la fine del santuario di Silo e della famiglia di Eli. Una notizia che proprio lui, l’allievo, il discepolo deve comunicare al maestro. Un compito davvero ingrato e difficile da assolvere, per Samuele.
“Che cosa significa per la vita di Samuele” questo annuncio difficile da dare?, si chiede il card. Martini nel suo commento di questa pagina biblica: “A me sembra che sia importante. Il ragazzo ha vissuto fino a quel momento quasi sotto il timore di Eli, nella minorità, nell’obbedienza e forse nella paura di esprimersi. Il Signore gli chiede di prendere posizione come adulto, di saper dire delle cose spiacevoli.
E’ una tappa determinante per l’esistenza di una persona passare da una condizione passiva ad una condizione nella quale si devono affrontare situazioni difficili uscendo da un ordinamento ricevuto. E in questo consiste proprio la missione profetica: non accontentarsi di ciò che pensa l’opinione comune, ma avere la libertà e il coraggio di pronunciare, quando è necessario, parole diverse e scomode. Naturalmente occorre una grazia particolare di Dio, ed è la grazia con la quale inizia la missione profetica di Samuele!” (C.M. Martini, Samuele, Profeta religioso e civile, p. 47).
Il mattino dopo, Eli chiede a Samuele: “Che discorso ti ha fatto il Signore? Non tenermi nascosto nulla”. Dopo un attimo di esitazione Samuele gli racconta tutta la verità. La reazione di Eli alla rivelazione manifesta la sua grandezza d’animo e la serena obbedienza a Dio: “E’ il Signore! , commenta, faccia ciò che a lui pare bene”(3,18).
E così avviene la “consegna”: con la poca autorità che gli rimane, Eli fa l’investitura ufficiale di Samuele quale “profeta del Signore”, e lo proclama davanti a tutto il popolo, “da Dan fino a Bersabea”, cioè dal nord al sud del paese. “Samuele acquistò autorità perché il Signore era con lui, né  lasciò andare a vuoto una sola delle sue parola (3,19).

4.  Quale trasmissione da Eli a Samuele?
Alla luce di questi eventi, mi sembra opportuno delineare meglio la figura e il magistero di Eli nei confronti del giovane Samuele lungo il cammino della sua formazione.
Eli ci viene presentato come un sacerdote tradizionale: uomo del culto, dell’osservanza, custode e gestore del Tempio e delle sue liturgie. La sua attenzione è rivolta al passato: le solite cerimonie, i soliti sacrifici rituali, tutto scontato secondo il detto “Si è fatto sempre cosi!”. La sua preghiera è formale e, quindi, sterile; infatti, non vive un’esperienza di intimità con il Signore e non è abituato a meditare e a gustare la Parola di Dio da cui attingere la luce necessaria che illumina il cammino della vita.
Certo, nel contesto del servizio liturgico Eli proclama e spiega la Parola, ma non crede realmente alla sua trascendenza, né alla sua aderenza alla storia e alla vita concreta del popolo e del singolo credente.
Però Eli è un uomo onesto e integro, fedele alle osservanze della Legge e aperto ad accogliere il divino, anche se personalmente non ha mai fatto l’esperienza di un vero incontro con Dio. Egli rimane chiuso in un orizzonte che sa guardare solo al passato, incapace di aprirsi al futuro e alle novità che Dio prepara e propone a tutti con la sua Parola e con gli eventi della storia.
Eppure, Eli è preoccupato di tenere accesa la lampada nel Tempio: “La lampada di Dio non era spenta”. Questa simboleggia la presenza del Signore in mezzo al suo popolo e la fede del popolo nel Dio dell’Alleanza. La lampada del Tempio, seppure smorta e flebile, tuttavia resiste e rimane accesa.
L’autore sacro ci ha detto che al tempo dei fatti, quando Samuele viene affidato alle sue cure, Eli è molto anziano, “i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere” (3,2 ). La sua miopia non è solo fisica ma soprattutto spirituale; tale condizione è determinata sia dall’età avanzata, e ancor più dalla grande amarezza che gli procurano i figli Cofni e Pincas, i quali con i loro comportamenti scorretti disonorano il sacerdozio e la dignità del loro ministero al servizio del popolo di Dio. Eli, quindi, è un uomo spiritualmente depresso, ma anche deluso e impotente di fronte alla situazione di degrado morale che si è venuto a creare nella sua famiglia e nel Tempio. L’oscurità dei suoi occhi è riflesso del vuoto di senso che ha assunto la sua vita.
L’arrivo e l’affidamento di Samuele alla sua guida cambia radicalmente la situazione nella vita di Eli: la prima cosa che risalta con evidenza ai suoi occhi è il contrasto tra l’atteggiamento docile e disponibile del giovane sempre pronto a obbedire, a confronto con gli scandali dei figli nell’esercizio del loro ministero di sacerdoti. Questi comportamenti così distanti tra loro, per un verso accrescono in Eli il dolore e il rammarico per il suo fallimento di padre, per altro verso gli procurano gioia e soddisfazione per la crescita in bontà di Samuele. Si affeziona a lui in modo viscerale, tanto da chiamarlo “figlio mio”: “Torna a dormire figlio mio” (3,6). Questa presenza è per Eli una sfida a ritrovare in sé nuova energia vitale e gli restituisce la capacità di essere padre, educatore e maestro.
L’evento più significativo in tal senso è, ovviamente, il discernimento della chiamata del Signore. Questa avviene nella notte, dice il testo. L’indicazione non è solo meteorologica, ma indica quel tempo di oscurità, quella situazione storica priva di luce e di prospettive per il futuro.
La voce di Dio, quella notte, sveglia Samuele e apre gli occhi a Eli. Il giovane sente una voce che sussurra il suo nome: “Samuele!” Pronto e disponibile, come sempre, egli balza in piedi e corre da Eli: “Mi hai chiamato, eccomi!” Questi gli risponde: “Non ti ho chiamato, torna dormire”. Questo perché Eli fino a questo momento non ha esercitato una vera paternità spirituale verso Samuele che lo introduca nell’esperienza di Dio. La cosa singolare è che la scena si ripete – sempre uguale – per ben tre volte. E, puntualmente, Samuele attribuisce la chiamata ad Eli e da lui si reca. Tale ripetizione esprime la lenta gradualità con cui Eli comprende ciò che sta avvenendo. E da parte sua, Samuele, con il suo chiedere martellante: “Mi hai chiamato, eccomi!” contribuisce a risvegliare in Eli la responsabilità di padre spirituale nei suoi confronti e il compito essenziale dell’educazione all’ascolto della Parola di Dio. Paradossalmente, Samuele, in questo frangente si comporta da “profeta” nei confronti di Eli. E’ “il figlio” che stimola “il padre”!
Finalmente Eli comprende che quella “voce” è il Signore. E’ lui che sta agendo. E suggerisce al ragazzo di non cercare lui, ma il Signore: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà ancora, rispondi: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Queste parole esprimono l’esercizio di una paternità finalmente non centrata su di sé, ma orientata verso Dio.
In conclusione, il sacerdote Eli ci appare una personalità in chiaro e oscuro, con zone di ombre e di luci. Egli è un tradizionalista dagli occhi quasi spenti, rivolto al passato e incapace di intravedere o sognare nuovi orizzonti per il futuro della sua famiglia e del popolo, perché è incapace di un vero ascolto della Parola di Dio e di ricercare una profonda intimità con il Signore.
Inoltre, Eli si porta addosso tutto il peso del fallimento nel suo ruolo di padre, perché incapace di autorevolezza e di correzione nei confronti dei figli che hanno intrapreso cammini devianti.
Ma, al tempo stesso, Eli è un uomo onesto e corretto, un sacerdote pio e devoto, osservante della Legge e delle tradizioni dei padri. Questi valori egli li annuncia e li testimonia al giovane Samuele con la parola e con l’esempio di vita. E quando, nella notte, Samuele si sente chiamare dalla voce, Eli, anche se non immediatamente, riconosce l’opera di Dio ed esercita la sua paternità spirituale invitandolo a porsi in ascolto di quanto il Signore gli rivela. Da quel momento, Eli accredita Samuele davanti a tutto il popolo quale “Profeta” perché faccia giungere a tutto Israele la Parola del Signore.

La storia del rapporto tra Eli e Samuele, in definitiva, ci offre un messaggio sempre valido e attuale: anche da un ministro di Dio non sempre all’altezza del suo compito educativo può venire a noi un raggio di luce e una testimonianza portatrice di vita e di futuro.
Come pure: una comunità familiare o ecclesiale, per certi versi inadeguata e zoppicante, può rivelarsi uno strumento autentico per incontrare ancora oggi il Signore della vita.
Questo avviene se c’è un giovane che, facendo domande profonde e scomode, risveglia nell’adulto l’urgenza e la responsabilità dell’esercizio di una paternità autentica.



domenica 4 marzo 2018

“Ciò che abbiamo udito e conosciuto, lo racconteremo ai nostri figli”: Sal 78,3-4 a cura di Egidio Palumbo, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

“Ciò che abbiamo udito e conosciuto, 
lo racconteremo ai nostri figli”: 
Sal 78,3-4 
a cura di Egidio Palumbo, 
carmelitano
 (VIDEO INTEGRALE)



Primo dei MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2018
"Trasmettere è generare 
Il compito degli adulti verso le nuove generazioni"
promossi 
dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto




31.01.2018 - La prospettiva che guida i nostri incontri dei “Mercoledì della Bibbia 2018” si muove in sintonia con il prossimo sinodo dei Vescovi, convocato da Papa Francesco a Roma dal 3 al 28 ottobre c.a. L’assemblea sinodale si confronterà, a livello teologico e pastorale, sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Guardando alla situazione attuale, a noi sembra che oggi la “questione giovani” includa la “questione adulti”, vale a dire interpelli anche la responsabilità dei genitori, degli educatori e dei pastori delle comunità ecclesiali a saper esercitare la loro paternità-maternità genitoriale, spirituale ed educativa – spesso assente o insipientemente vissuta –, al fine di trasmettere alle nuove generazioni valori autenticamente umani e umanizzanti, e agli adulti cristiani di trasmettere valori autenticamente evangelici ed in conformità con la fede ricevuta, professata e vissuta nella Chiesa del Signore. 

È necessario che oggi venga risvegliata tale paternità-maternità, che, lo ripeto, non è soltanto genitoriale ma, riguardando tutti gli adulti, anche spirituale ed educativa, ed è altresì necessario che per noi credenti venga risvegliata innanzitutto dal confronto con la Parola di Dio contenuta nelle S. Scritture: solo così noi adulti cristiani mostreremo di essere sapienti e autorevoli (altra cosa dall’essere intellettuali da sbarco e autoritari), capaci di accompagnare le nuove generazioni a ricercare con passione il senso vero della vita e la presenza del Dio di Gesù Cristo che accompagna, dà sostegno, speranza, umanizza le relazioni e il mondo, e apre nuovi orizzonti alla nostra esistenza in cammino.
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         La trasmissione dei valori umani autentici e della fede cristiana non è un processo scolastico meccanico, freddo, asettico di comunicazione di concetti e di aride formule sintetiche, bensì si configura, già è stato accennato, come un’esperienza relazionale tra padre-madre e figlio/a, tra maestro e discepolo/a, tra educatore e giovane. La qualità o lo stile della relazione è altrettanto importante quanto il contenuto da trasmettere, perché è lo stile della relazione che rende credibile l’atto stesso del trasmettere come atto gratuito di amore, quindi come atto generativo.
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