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giovedì 6 agosto 2026

6 Agosto Trasfigurazione del Signore - Siamo altro

Antonio Savone
Siamo altro – Trasfigurazione del Signore


Erano rimasti tramortiti. Interpellati da Gesù su cosa pensassero di lui, i discepoli avevano abbozzato una risposta vera – il Cristo – ma non sapevano cosa significasse realmente un tale appellativo e la relativa missione. Aveva poi raccontato loro in che modo egli sarebbe stato il Cristo: lo attendeva, infatti, una prospettiva di sofferenza e di morte. Aveva anche parlato di risurrezione, ma cos’era e chi ne aveva mai fatto esperienza? Sapevano bene, invece, cos’è la passione e cos’è la morte. Come se non bastasse, quello che attendeva il Cristo era, in realtà, la stessa sorte del discepolo. Era stato perentorio mentre affermava: “Chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce”.

Per otto giorni questi discorsi devono aver lasciato il segno gettando nello sconforto i discepoli che pure con tanta generosità avevano accettato di fidarsi della parola del Maestro che li aveva strappati al loro quotidiano. Si erano ritrovati a fare i conti con la fatica di tenere il passo e con l’incapacità di condividere pensieri e orientamenti di quell’uomo a cui si erano legati. Verosimilmente qualcuno avrà scelto di tornare indietro proprio come accadrà in occasione del lungo discorso sul pane di vita. Qualcuno si era come convinto che la strada intrapresa sarebbe stata senza sbocco.

Eppure, per quanto certe giornate siano particolarmente uggiose, non c’è nebbia che possa oscurare il sole o convincerci che il sole non tornerà a splendere. È necessario attendere. Solo Dio vede noi come siamo al di là di ogni tenebra e oltre ogni peccato. A noi non è dato: subiamo, infatti, non pochi condizionamenti come la paura, l’indolenza, l’angoscia, la delusione, la sfiducia. Quante volte siamo convinti di non avere alcun aspetto di luce! Quante volte riteniamo sgradevole la nostra stessa compagnia.

Per questo Gesù li porta con sé sul monte, per comprendere la bellezza dell’amore vero, la grandezza del farsi dono in modo incondizionato e la fecondità dell’offrirsi senza sperarne il contraccambio. Per quanto ognuno misuri sulla sua pelle la propria piccolezza e il proprio peccato, per quanto sia forte la tentazione di prendere le distanze da certi argomenti, Dio non cessa di farci comprendere a cosa siamo chiamati se solo accettiamo di fidarci.

C’è altro. Siamo altro. Ecco l’annuncio della trasfigurazione.

Sul monte, infatti, accade qualcosa di unico. Il volto di Gesù diventò altro, non già perché non fosse più lui, ma perché l’essenza di ogni volto, anche il nostro, è altro. Per un momento, Gesù apparve nel suo aspetto più vero, quello che gli occhi dei presenti erano in grado di sostenere. La gloria che i discepoli intravedono è quella propria del Figlio di Dio e che, tuttavia, ha assunto una modalità terrena che non la fa apparire in tutto il suo splendore. Accade anche a noi: usi come siamo a vederci in un certo modo, non riusciamo nemmeno a sospettare il nostro vero volto, quello pensato a immagine e somiglianza di Dio.

Si percepisce la voce del Padre che stabilisce una connessione di identità tra il Gesù che sarà rifiutato e sconfitto e il figlio amato. Gesù appare in tutta la sua bellezza, la bellezza propria di chi non è preoccupato di apparire ma di prendersi cura del dolore altrui. È vero: la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Proprio la bellezza che promana da Gesù è ciò che permette a tutti quanti noi di giocare la partita della vita a qualsiasi prezzo, nonostante le sue imperfezioni, nonostante le sue fatiche. Quando gli occhi custodiscono la memoria della bellezza intravista e gustata, non si ha paura di sporcarsi con il fango.

Il volto di Gesù diventa altro perché i suoi amici, nella notte della paura e dello smarrimento, non perdano di vista che Gesù è altro, che essi stessi sono altro e, perciò, non cessino di fidarsi e di affidarsi.

Se è vero che la notte potrà impedire a noi di vedere il sole, non potrà mai spegnerlo. Ecco il senso di questa pagina a cui dobbiamo tornare continuamente. Abbiamo tutti bisogno di riappropriarci della nostra bellezza sorgiva se non vogliamo abituarci al brutto, al decadente, al degrado. Chi non conosce la sua innata bellezza si accontenterà sempre del piccolo cabotaggio. A nulla serve sciogliere le catene se uno non è in grado di gustare la bellezza della libertà: vivrebbe da schiavo anche qualora si ritrovasse libero.

C’è altro. Siamo altro. Non dimentichiamolo.
(fonte: sito dell'autore)



giovedì 25 giugno 2026

Dal 19 al 22 luglio in presenza e in diretta online - LECTIO DIVINA SECONDO LIBRO DEI RE p. Pino Stancari sj

Dal 19 al 22 luglio 2026
 in presenza e in diretta online 
 LECTIO DIVINA 
SECONDO LIBRO DEI RE  
p. Pino Stancari sj

18 (arrivi) - 23 (partenze) Luglio 2026

promossa dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)


Carissime/mi.

Quest’anno la Settimana Biblica con l’amico p. Pino Stancari completa la lectio divina su 1-2 Re.

Come ormai è stile della nostra fraternità, l’ospitalità è gratuita. La partecipazione agli incontri prevede:

- la modalità in presenza, per gli ospiti che risiedono nel convento e per quelli del luogo;

- la modalità in diretta online, per coloro – sia dei fuori-sede sia del luogo – che non possono essere presenti. Gli incontri si tengono nella sala del Convento.

Agli ospiti che risiedono nelle stanze del Convento, ricordiamo di portare la Bibbia, le lenzuola, gli asciugamani e gli effetti personali.




Per seguire la diretta online,

ecco il link della piattaforma “ZOOM” cui collegarsi:


oppure:

Per seguire la diretta su YOUTUBE cliccare su questo link:



Queste due possibilità sono date anche per poter seguire la diretta nel caso vi siano problemi di bassa connessione: se vedete che su zoom non appare nulla, passate su youtube, e viceversa.

Per collegarsi alla diretta, tenere presente che gli incontri delle lectio con p. Pino saranno nei giorni dal 19 al 22 luglio:

- al mattino: h. 9.00 (h. 10.00 solo per domenica 19 luglio) - 11.30 (prevista la pausa);

- al pomeriggio: h. 16.00-18.30 (prevista la pausa).


Per ulteriori informazioni: tel 090 9762800.


sabato 2 maggio 2026

Ecco perché il mese di maggio è dedicato alla Madonna

Ecco perché il mese di maggio è dedicato alla Madonna

Dal Medioevo, quando si diffonde la preghiera del Rosario, alla tradizione nata nel Collegio romano dei Gesuiti per contrastare l’immoralità diffusa tra gli studenti fino alla devozione di San Filippo Neri e al magistero dei Papi, la storia di una delle tradizioni popolari più amate e diffuse

Antonello da Messina, Annunciata, 1476

È una devozione popolare antica e molto sentita dai fedeli quella del mese di maggio dedicato tradizionalmente alla Madonna con vari momenti di preghiera, dalle processioni ai pellegrinaggi nei Santuari alla recita del Rosario.

Ma perché maggio è il mese mariano per eccellenza? Proviamo a rispondere.

Il culto della fertilità nell’antichità greca e romana

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma il mese di maggio era dedicato alle dee pagane collegate alla fertilità e alla primavera (rispettivamente Artemide e Flora). Questo, combinato con altri rituali europei che commemoravano la nuova stagione primaverile, ha portato molte culture occidentali a considerare maggio un mese dedicato alla vita e alla maternità.

La festa della mamma

Non è un caso che in molti Paesi ricorre in questo mese la festa della mamma che è una ricorrenza civile, non religiosa. In Italia cade la seconda domenica di maggio come in gran parte degli Stati europei, negli Stati Uniti, in Giappone, in Australia e in numerosi altri Paesi. In Spagna la prima domenica di maggio, nei paesi balcanici l'8 marzo; in molti paesi arabi la festa cade invece nel giorno dell'equinozio di primavera.

Nel Medioevo, Alfonso X e Maria “Rosa delle rose”

Nel XIII secolo Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in Las Cantigas de Santa Maria celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (...)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medioevo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome.

Papa Leone XIV mentre recita il Rosario per la pace l'11 aprile 2026 nella Basilica di San Pietro (ANSA)

La devozione nata nel Collegio di Roma dei Gesuiti alla fine del XVIII secolo

Ai tempi della Chiesa delle origini ci sono prove dell’esistenza di una grande festa in onore della Beata Vergine Maria che veniva celebrata il 15 maggio di ogni anno, ma solo nel XVIII secolo il mese di maggio è stato associato alla Vergine Maria. In particolare, la devozione di maggio nella sua forma attuale ha avuto origine a Roma, dove padre Latomia del Collegio Romano della Compagnia di Gesù, per contrastare l’infedeltà e l’immoralità diffuse tra gli studenti, fece alla fine del XVIII secolo il voto di dedicare il mese di maggio a Maria. Da Roma la pratica si diffuse agli altri collegi gesuiti, e da lì a quasi ogni chiesa cattolica di rito latino. Dedicare un mese intero a Maria non era una cosa nuova, e c’era una tradizione precedente di dedicare un periodo di trenta giorni alla Vergine, chiamata Tricesimum.

Presto si diffusero nel mese di maggio varie devozioni private a Maria, come viene ricordato nella Raccolta, una serie di preghiere pubblicata a metà del XIX secolo: «È una devozione ben nota consacrare alla santissima Maria il mese di maggio, come mese più bello e pieno di fiori di tutto l’anno. Questa devozione prevale da molto in tutta la cristianità, ed è comune qui a Roma, non solo nelle famiglie private, ma come pubblica devozione in moltissime chiese. Papa Pio VII, per esortare tutti i cristiani alla pratica di una devozione così tenera e gradita alla beatissima Vergine, e ritenuta di tanto beneficio spirituale, ha concesso con un Rescritto della Segreteria dei Memoriali del 21 maggio 1815 (conservato nella Segreteria di sua eminenza il cardinal-vicario) a tutti i fedeli del mondo cattolico di onorare in pubblico o in privato la Beata Vergine con qualche omaggio speciale o preghiere devote o altre pratiche virtuose».

San Filippo Neri e l’usanza di circondare di fiori le icone mariane

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata "Comunella". Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria....». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni.


Il gesuita Annibale Dionisi pubblica nel 1725 “Il mese di Maria”

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica Il mese di Maria o sia di Maggio e di don Giuseppe Peligni.

La devozione di Pio XII

Nel 1945 Pio XII ha avvalorato l’idea di maggio come mese mariano dopo aver stabilito la festa di Maria Regina il 31 maggio. Dopo il Concilio Vaticano II questa festa è stata spostata al 22 agosto, mentre il 31 maggio si celebra la festa della Visitazione di Maria allla cugina Elisabetta. L’invito a non trascurare la recita del Rosario soprattutto nel mese di maggio viene da lontano. Nell’Enciclica Ingruentium malorum del 1951, Pio XII scriveva: «È soprattutto in seno alla famiglia che Noi desideriamo che la consuetudine del santo Rosario sia ovunque diffusa, religiosamente custodita e sempre più sviluppata. Invano, infatti, si cercherà di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile, se la società domestica, principio e fondamento dell’umano consorzio, non sarà ricondotta alle norme dell’Evangelo. Per ottenere un compito così arduo, Noi affermiamo che la recita del santo Rosario in famiglia è un mezzo quanto mai efficace».

Papa Leone XIV durante la recita del Rosario (ANSA)

Mense Maio, l’enciclica del 1965 firmata da Paolo VI

Anche il Magistero recepisce e incoraggia questa devozione nata dal popolo. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».

Nessun fraintendimento però sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria», scrive ancora papa Montini, «è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Anche papa Montini attribuiva una straordinaria importanza al Rosario recitato in famiglia: «Non v’è dubbio», scriveva, «che la Corona della Beata Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci “preghiere in comune” che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che, quando l’incontro familiare diventa tempo di preghiera, il Rosario ne sia l’espressione più gradita». (Marialis Cultus 53).
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 30/04/2026)

sabato 4 aprile 2026

Tra morte e vita, il significato profondo del Sabato Santo, giorno di silenzio e senza celebrazioni

Tra morte e vita, il significato profondo del Sabato Santo,
giorno di silenzio e senza celebrazioni


Il giorno prima della Pasqua è aliturgico, cioè privo di celebrazioni in tutte le chiese, in attesa della Veglia che viene celebrata a partire da qualche ora prima della mezzanotte e durante la quale si celebra solennemente la Risurrezione di Gesù dai morti

Se nel Giovedì Santo predomina la solennità dell’istituzione dell’Eucaristia e nel Venerdì Santo la mestizia, il dolore e la penitenza per la Passione e morte di Gesù, con la sua sepoltura; nel Sabato Santo invece predomina il silenzio, il raccoglimento, la meditazione, per Gesù che giace nel sepolcro prima della gioia della Domenica di Pasqua con l’annuncio della Risurrezione.

A partire dal IV secolo in alcuni luoghi, in questo giorno i candidati al Battesimo (catecumeni), facevano la loro pubblica professione di fede, prima di venire ammessi nella Chiesa, rito che avveniva poi nella Veglia di Pasqua.
Verso il XVI secolo, si cominciò con un’anticipazione della Vigilia alla mattina del Sabato Santo, forse perché non era consigliabile stare di notte fuori casa, ad ogni modo questa anticipazione al mattino del Sabato, è durata fino agli ultimi anni Cinquanta del XX secolo: verso le 10-11 del mattino del sabato si “scioglievano” la campane dai legami messi la sera del Giovedì Santo per l’annuncio della Risurrezione

Poi con la riforma liturgica Conciliare, tutto è ritornato come alle origini e il Sabato ha ripreso il significato del giorno della meditazione e penitenza; l’oscurità nelle chiese è totale, non vi sono celebrazioni liturgiche, né Sante Messe; è l’unico giorno dell’anno che non si può ricevere la Comunione, tranne nel caso di Viatico per gli ammalati gravi.

Tutto è silenzio nell’attesa dell’evento della Resurrezione. Quanto tempo restò sepolto nel sepolcro Gesù? Furono tre giorni non interi, dalla sera del Venerdì fino all’alba del giorno dopo la festa del Sabato ebraico, che oggi è la Domenica di Pasqua, ma che per gli Ebrei era il primo giorno della settimana; in tutto durò circa 40 ore.
Bisogna dire che con la liturgia odierna, la “Veglia Pasquale” è prevista in buona parte delle nostre chiese e cattedrali, con inizio verso le 22 del sabato; ma la Veglia pasquale, madre di tutte le Veglie celebrate dalla liturgia cristiana, pur iniziando nell’ultima ora del sabato, di fatto appartiene alla Liturgia solenne della Pasqua.
Durante la “Veglia” viene benedetto il fuoco, il “cero pasquale”, l’acqua battesimale; cercando di far coincidere il canto del “Gloria”, con il suono delle campane a festa, verso mezzanotte. In altre zone la “Veglia” inizia verso mezzanotte e quindi la liturgia eucaristica prosegue nelle prime ore notturne.
(fonte: Famiglia Cristiana 04/04/2026)


sabato 28 febbraio 2026

CARMELO RUSSO: LA GIUSTIZIA “ECCEDENTE” DI AMORE. Dal “non uccidere” a “l’amare il nemico” (Mt 5,20-48) - VIDEO INTEGRALE

LA GIUSTIZIA “ECCEDENTE” DI AMORE.
Dal “non uccidere” a “l’amare il nemico” 
(Mt 5,20-48)
Carmelo Russo

VIDEO INTEGRALE

11.02.2026 - Secondo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


             " .. La prospettiva gesuana, dunque, non si accontenta dell’osservanza minimale della legge. Non aver commesso un omicidio non significa essere nel giusto se il cuore è pieno di odio e di disprezzo. Il vero obiettivo è la guarigione delle intenzioni del cuore, non solo il contenimento degli atti omicidi. Bisogna passare dalla visione dell’altro come “inferno” o “ostacolo” all’abbraccio dell’altro come fratello. 
             La ridondanza sul “non uccidere” — intesa come “non adirarti” e “non disprezzare” — si fa ancora più esplicita nei due inviti che seguono: verso il “fratello” e persino verso “l’avversario”.
             Gesù prende ad esempio una pia scena al tempio: la presentazione dell’offerta all’altare. Non basta non avere nulla contro qualcuno; conta anche accertarsi se l’altro «ha qualcosa contro di te» (v. 23). Non puoi presentarti al Padre (all’altare) se rifiuti il fratello. L’accesso a Dio è mediato dall’amore verso il prossimo. Negare la disponibilità alla riconciliazione significa, di fatto, negare la propria natura di figli di Dio. Ciò che conta non è il risultato perfetto (l’eventuale pace raggiunta), ma la disponibilità interiore. Chi sposa il messaggio di Cristo ha l’obbligo morale di fare il primo passo, di tentare il dialogo e di offrire la pace. Certo, la riconciliazione effettiva dipende da due volontà. Se l’altro rifiuta, ciò non deve impedire il mio rapporto con Dio, purché io abbia sinceramente abitato il desiderio di pace: «lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (v. 24). Il culto, quale espressione di una fede sincera, non è un esercizio solitario e rituale tra l’individuo e Dio, ma passa necessariamente attraverso il “ponte” della fraternità. Il cristiano è chiamato a tentare sempre la riconciliazione, non perché il successo sia garantito, ma perché avere un cuore aperto all’altro è l’unico modo per essere davvero in comunione con il Padre. 
           Per quanto riguarda il confronto con l’avversario, il testo completa la riflessione introducendo una prospettiva esistenziale e pragmatica, ribaltando il concetto tradizionale di “giustizia”. Il senso profondo della vita non sta nell’aver ragione, ma nella trasformazione della relazione. L’esistenza umana è descritta come un percorso: «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui» (v. 25). Da notare che il testo non entra nel merito della res litigiosa: non importa chi ha ragione o torto. In questo cammino, piuttosto, la presenza dell’avversario (colui che ci contraddice o con cui non andiamo d’accordo) non è un incidente di percorso, ma l’elemento centrale su cui saremo misurati. Finché consideriamo l’altro un nemico, ci condanniamo a presentarci davanti a un Giudice. La vita diventa rivalità e nel giorno in cui vinciamo (eventualmente) la causa, perdiamo tutto il resto; il mondo diventa una scacchiera di cenere, dove l’altro non è più il volto che mi svela, ma l’ombra che oscura il mio cammino. Se l’altro non è fratello, allora nego la paternità di Dio e anch’io smetto di essere figlio. Non resta che pagare «fino all’ultimo spicciolo!» (v. 26). La controproposta di Gesù è esigente, ma “conveniente: se infatti lavoriamo insieme per riconciliarci, l’avversario diventa fratello e compagno. In questo caso, non troveremo più un giudice ad attenderci, ma il Padre, che non commina la pena, ma accompagna nella ricerca della comunione. 
      Negli esempi fatti, Gesù contrappone la giustizia degli uomini (fatta di colpe e di pene) a una giustizia nuova, dettata dall’amore, che cerca il perdono come principio cardine. L’alternativa alla riconciliazione è l’annientamento reciproco: mentre si uccide l’altro (fisicamente o moralmente), si distrugge se stessi.
...

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Incontro integrale
                                                                 

Guarda anche i post già pubblicati: 
- ROBERTO TONI: Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (VIDEO INTEGRALE)

 

giovedì 26 febbraio 2026

Quaresima

Bruna Capparelli*
Quaresima

«Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai»... il monito quaresimale non è una minaccia, ma un promemoria salutare. Ricordati chi sei: terra chiamata a fiorire... Viene allora da dire: polvere sei e solo in amore ritornerai.

Foto di Thays Orrico su Unsplash

«Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai». Con queste parole si apre la Quaresima, il tempo che stiamo vivendo dei quaranta giorni che conduce alla Pasqua, alla Resurrezione. È un richiamo severo, ma non cupo. Credenti o meno, dentro questo cammino si trova una verità elementare: la vita procede attraverso continue morti e resurrezioni.

Non è un caso che qualcosa di radicalmente nuovo compaia nel Paleolitico con le prime sepolture. Quando l’archeologia e l’antropologia scoprono un essere vivente che non si limita a restituire un corpo alla terra, ma lo depone con cura, sono costrette a dire: qui c’è l’uomo. Un animale per il quale la polvere non è soltanto polvere. In quel gesto si affaccia una domanda che attraversa i secoli.

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust lo esprime con parole memorabili: «I miei ricordi, i miei difetti, il mio carattere non si rassegnavano all’idea di non esistere più e non volevano saperne, per me, né del nulla, né di un’eternità da cui rimanessero esclusi». Siamo destinati al nulla o già ora partecipi di un’eternità? La domanda si impone soprattutto nei momenti decisivi, quando cadono le maschere dei ruoli e restiamo nudi davanti al destino. La polvere teme di essere soltanto polvere. Ma è davvero così?

Adamah, in ebraico, significa suolo fertile: da qui il nome Adamo. Se i Greci definiscono l’uomo «mortale», ricordandogli che non è un dio, la tradizione biblica lo chiama «terra di campo», terra abitata dal soffio di Dio. Mortale e insieme aperto all’infinito. Finito eppure attraversato da un desiderio che non ha misura. Un desiderio che, in fondo, si condensa in una domanda semplice: chi mi ama?

Senza amore, torniamo alla polvere anche prima della morte. Lo diciamo con espressioni quotidiane: «mi sento a terra», «sono caduto nella polvere». L’esperienza elementare dell’Avemaria – «prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte» – individua con sobrietà i due momenti decisivi: l’ora presente e l’ora della morte. In realtà sono lo stesso istante, ripetuto di adesso in adesso fino all’ultimo adesso. La questione è se sappiamo esserci davvero.

Anche la lingua latina conserva una traccia eloquente: homo deriva da humus, la terra resa feconda dalla decomposizione, ciò che nasce dalla morte e rende possibile altra vita. L’uomo è humus. Ce lo ricorda ogni notte il sonno, che ci riconsegna all’orizzontalità. Quando ci corichiamo torniamo umili: anche umiltà viene da humus. Non è falsa modestia, ma verità su di sé. Un giorno riposeremo per sempre.

Per questo «ricordati che polvere sei e polvere ritornerai» può essere tradotto così: ricordati che sei fatto per essere amato e per amare. La via è esigente. E spesso la polvere, per non affrontare la fatica dell’amore, sceglie la scorciatoia del potere. Il potere tiene in piedi, dà l’illusione di non dipendere, di sottrarsi alla terra. Ma chi cerca il potere dimentica chi è.

La differenza tra potere e amore si coglie anche nel senso dell’umorismo. Chi sa di essere polvere amata sa ridere di sé. Chi insegue il potere è sempre teso, incapace di leggerezza. La gioia abita il volto degli amati e degli amanti; la serietà rigida è il volto del potere.

Allora il monito quaresimale non è una minaccia, ma un promemoria salutare. Ricordati chi sei: terra chiamata a fiorire. Il resto rischia di essere tempo perduto, come suggerisce lo stesso titolo del capolavoro di Proust: una corsa affannosa a costruire corazze d’argilla.

Adamo, terra fertile, non è chiamato alla guerra ma alla fecondità della cura ricevuta e donata. Lo suggerisce anche Maria Grazia Calandrone in Come si dice amore nella tua lingua, nella raccolta Giardino della gioia: attraversare le lingue per cercare una lingua universale, invisibile, che tutti comprendiamo. È la lingua dell’amore, che supera i confini politici e traduce ogni mondo in relazione. «Io, questo niente / caduto nel sogno della materia, avrò cura di te / fino alla fine del mondo».

Viene allora da dire: polvere sei e solo in amore ritornerai.
(fonte: Settimana News 24/02/2026)

****************

*Bruna Capparelli è professoressa associata di Diritto e procedura penale all’Università Autonoma di Lisbona e Fellow presso la School of Law dell’Università della California, Los Angeles (Ucla).Collabora regolarmente con "Avvenire" ("Bologna Sette") e Settimana News. Autrice di monografie, saggi e articoli scientifici, conduce un progetto di ricerca sul “futuro dell’università” in Italia.


sabato 21 febbraio 2026

ROBERTO TONI: Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (VIDEO INTEGRALE)

Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, 
che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 
Roberto Toni

(VIDEO INTEGRALE)


04.02.2026 - Primo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


(Foto di repertorio) 

1. I mille vuoti della paura: per comprendere la crisi dell’umano

Pochi giorni fa abbiamo celebrato la giornata della memoria e ci siamo chiesti per l’ennesima volta: come è stato possibile? Poi, di fronte a ciò che sta succedendo e nel timore di ciò che potrà accadere ci chiediamo: come è ancora possibile?

Le semplificazioni non aiutano di certo né a comprendere e neppure a cambiare. Tuttavia, con alcuni pensatori che azzardano una diagnosi più ampia del “qui e ora” tipico dei talk show, possiamo identificare che c’è stata una promessa, quella di un progresso globale “win - win” (dove vincono tutti: crescita parallela di benessere e democrazia, di economia e di cultura, di velocità ed equilibrio, di ambiente e mercato) che non è stata mantenuta e che ha determinato il riaffacciarsi massiccio della paura e, conseguentemente, della violenza.

Guardando alle dinamiche non troppo lontane che portarono alla Shoah riconosciamo che è proprio la paura a diventare strumento di manipolazione da parte di chi, malato psichico o astuto calcolatore, si appropria del potere e dilaga per conservarlo. E se in passato parevano essere quantomeno le ideologie a fornire la base teorica alle tirannie, ora assistiamo alla dittatura incontrastata dell’economia, del mercato, il tutto nelle mani di pochi sempre più ricchi, potenti e influenti.

A completare il quadro è un senso di impotenza che si traduce in assuefazione e rassegnazione, sia a livello locale che globale. Con il paradosso che la paura della morte conduce a ricercarla, magari per porre un termine al non senso e all’angosciosa agonia, una cultura di morte che vede nella rabbia cieca e nelle dipendenze la propria espressione.

Il Giubileo della speranza si è scontrato con il muro di gomma di un mondo che segue logiche ormai così profondamente innestate che, divenute totalizzanti, hanno ormai plasmato la percezione in termini di tecnicismo e quantificazione, con sacche di corruzione e di solitudine che divengono oggetto di rimozione. La speranza è diventata così l’eco romantica di un concetto vuoto o un culto di nicchia.

Ne va dell’uomo e della sua consapevole identificazione con se stesso, con l’altro (uguale o diverso che sia) e con il mondo. «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» (Sal 11,3). Anzitutto non sentirsi così giusto, perché nel sistema ci siamo dentro tutti. E poi: continuare a cercare, discernere ed ascoltare. 

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Alle beatitudini non corrisponde soltanto una somma di significati di profonda sapienza. Esse, come l’intera vita del Maestro, suscitano attrazione, movimento, motivazione, entusiasmo. La fede incarnata diventa orizzonte di speranza, di credibilità che orienta verso il Mistero di un Dio presente e vivo.

Un ultima considerazione. Dopo il Giubileo della speranza, non possiamo non fare riferimento ad un altro tempo di grazia che si è aperto nella ricorrenza dell’ottocentesimo anniversario della morte (transito) di San Francesco d’Assisi. Noi Carmelitani, in quanto mendicanti della Parola, non possiamo non sentire questo nuovo Giubileo come anche un poco nostro. Francesco ci insegna una “perfetta letizia” che è completamente aderente allo spirito delle beatitudini, anche e soprattutto nel suo stridere contro il senso comune: lo stesso Cantico delle Creature, altissima espressione contemplativa, fu da lui composto nel periodo di malattia e sofferenza acuta, tanto da avvalorare quell’indicazione di gioia piena che nasce dall’attraversare tutte le situazioni per amore e avendo il Cristo crocifisso e risorto più che come motivazione: come presenza viva.


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giovedì 22 gennaio 2026

Vito Mancuso - Perchè Gesù amava i poveri

Perchè Gesù amava i poveri

«È impossibile dare una sola interpretazione del Discorso delle Beatitudini di Gesù. Di certo, la predilezione per gli ultimi era dovuta alla loro capacità di accettare un regno nuovo».

La Stampa 12 dicembre 2025


Tra le parole più famose e più importanti di Gesù vi sono le beatitudini, di cui però possediamo due versioni differenti e non poco discordanti. Secondo il Vangelo di Matteo infatti esse sono otto e vennero pronunciate da Gesù dopo essere salito “sul monte” all’inizio del celebre “discorso della montagna”; secondo il Vangelo di Luca invece sono quattro e vennero pronunciate “in un luogo pianeggiante”. Come andarono realmente le cose? Non lo sapremo mai. Possiamo però arrivare almeno a stabilire quali furono le parole autentiche di Gesù? …

Il Gesù di Matteo è più spirituale e meno politicamente inquietante rispetto a quello di Luca. Per lui i poveri dichiarati beati sono i poveri “in spirito”, mentre per Luca sono i poveri e basta, materialmente tali: “Beati i poveri”. Questo Gesù giunge a minacciare i ricchi per il solo fatto di essere tali: “Guai a voi ricchi!”, parole che il Gesù di Matteo si guarda bene dal pronunciare. La seconda beatitudine, che in Matteo è “beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”, in Luca è molto più cruda e materiale: “Beati voi che ora avete fame”. Il contrasto si attenua nelle altre beatitudini, ma il bilancio complessivo è chiaro: per il Gesù di Luca la povertà materiale è spiritualmente feconda e la ricchezza è un ostacolo invalicabile, per il Gesù di Matteo invece ciò che è decisivo non è la dimensione materiale ma quella spirituale: è della giustizia che occorre essere affamati, non basta certo lo stomaco vuoto.

Nel suo vangelo Luca insiste sulla dimensione socio-politica fin dall’inizio, visto che nella composizione poetica attribuita alla madre di Gesù detta tradizionalmente Magnificat presenta espressioni di questo tipo: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Carlo Maria Martini definì Luca “provocatore”, aggiungendo persino che è “uno di sinistra” (“ein Linker”, come si legge nell’edizione originale tedesca di “Conversazioni notturne a Gerusalemme” del 2008, espressione cancellata nell’edizione italiana pubblicata da Mondadori). Ma chi tra i due evangelisti ci trasmette più autenticamente il Gesù storico? Gesù era più conservatore come in Matteo o più progressista come in Luca?

L’evangelista più antico, Marco, riporta un detto (ripreso dagli altri due sinottici) che presenta una filosofia della storia assai cupa: “I governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono”. Avere il potere ed essere un oppressore per Gesù era quindi la stessa cosa. La scena delle tentazioni sia in Luca sia in Matteo si muove nella stessa prospettiva perché rivela che per Gesù il successo politico e materiale richiede una sottomissione a Satana. Il quarto vangelo sostiene a sua volta questa visione visto che definisce Satana per ben tre volte “il capo di questo mondo”. Ne viene che non era Luca a essere “di sinistra” ma lo era Gesù, per cui non vi possono essere dubbi sul fatto che le beatitudini di Luca siano più vicine a quelle originarie, forse del tutto coincidenti.

Cosa pensare allora delle beatitudini di Matteo? A mio avviso esse rappresentano una versione più raffinata e spiritualmente più matura che scaturisce da un’analisi più attenta sia della rivelazione biblica nel suo complesso sia della effettiva logica che muove la storia. Sul tema povertà-ricchezza la Bibbia ha una visione ambivalente: da un lato i profeti considerano negativamente la ricchezza, dall’altro lato i libri storici e sapienziali la giudicano un dono di Dio. Ecco per la prima prospettiva il profeta Isaia: “Guai a coloro che aggiungono casa a casa e uniscono campo a campo, al punto da occupare tutto lo spazio, restando i soli abitanti del paese” (Isaia 5,8; un detto che oggi fotografa alla perfezione l’illegale espansione dei coloni israeliani nei territori palestinesi). Ed ecco invece quanto si legge in Proverbi 10,22: “La benedizione del Signore arricchisce”. Siamo quindi in presenza di una palese contraddizione: da un lato la ricchezza è condannata in quanto frutto di ingiustizia, dall’altro è lodata in quanto segno della benedizione divina. A mio avviso Matteo colse tutto ciò e per questo giunse a modificare la versione originaria delle beatitudini.

Non bisogna però pensare che in questo modo egli tradì il pensiero originario di Gesù, ma che semmai lo integrò alla luce della complessiva rivelazione biblica e di altri detti gesuani (si pensi per esempio alla parabola dei talenti o a quella delle mine). Ma soprattutto occorre considerare che la predilezione di Gesù per i poveri (così accentuata da Luca, attenuata da Matteo e del tutto assente in Giovanni) non è da intendere né come un innaturale amore per la miseria, né come solidarietà di classe date le origini umili di Gesù, né tanto meno come un’incipiente lotta di classe che farebbe di Gesù uno dei primi socialisti della storia. Tutto il suo insegnamento infatti, compresa la predilezione per i poveri, va riferito alla sua idea fondamentale: quella del regno di Dio e della sua venuta imminente. Rivolgendosi alle folle, Gesù osservava che i poveri erano insoddisfatti del loro status e per questo desiderosi di cambiamento, per cui prestavano la più grande attenzione al suo annuncio di un cambiamento radicale della storia. Parlando con i ricchi, invece, Gesù si imbatteva in persone soddisfatte della loro condizione e quindi ben poco desiderose di cambiamenti. Per questo egli prediligeva i poveri: non per motivi sociopolitici né per solidarietà di classe, ma per la maggiore apertura al suo annuncio e la conseguente disponibilità al cambiamento di vita.

Il che è esattamente quanto comprese in profondità l’evangelista Matteo quando decise di aggiungere “in spirito” alla prima beatitudine: chi appartiene veramente al regno di Dio, infatti, è chi vive per qualcosa di più importante di sé, è questi il vero “povero in spirito”. È solo nello spirito, infatti, non certo nelle tasche, che si gioca la relazione della nostra anima con l’eternità.
(fonte: sito dell'autore)

mercoledì 7 gennaio 2026

#speranza - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Speranza 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi 


A un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire ma il morire è l’ultima speranza.

Compito dell’arte è spesso quello di inquietare le coscienze o, almeno, metterci davanti agli occhi realtà dalle quali noi distogliamo lo sguardo per quieto vivere o per egoismo È ciò che non di rado ha fatto lo scrittore Leonardo Sciascia: lo conferma questa sua osservazione tratta dall’ultima sua opera, Una storia semplice (1989). Tutti conoscono il proverbio popolare da lui citato, secondo il quale la persona umana sino alla fine si aggrappa alla speranza. Una variante è quella derivata da Cicerone, «finché c’è vita, c’è speranza» (in latino, dum anima est, spes est). È ciò che sperimentiamo davanti a certi malati che si attaccano fino all’ultimo a una promessa di guarigione. Noi stessi istintivamente teniamo viva la scintilla della fiducia nei momenti più cupi di una crisi o di una bufera che stiamo attraversando.

Sciascia, però, getta aspramente sul tappeto un’esperienza antitetica di cui siamo stati tutti testimoni, nella quale è il morire a essere l’ultima speranza. È un tema lacerante a livello etico, rubricato ad esempio sotto una locuzione dura oggetto di discussione come il «suicidio assistito». Ma anche in tanti soggetti sani, di fronte a prove insopportabili, si introduce la mano gelida della disperazione. Il poeta francese Charles Péguy nel poemetto dedicato alla speranza, Il portico del mistero della seconda virtù (1911), dichiarava che «è sperare la cosa difficile, a voce bassa e vergognosamente. E la cosa facile è disperare, ed è la grande tentazione». Spesso questa discesa precipita nella voragine della desolazione che conduce al nulla e potrebbe essere fermata se ci fosse una mano amica che afferra il disperato, cercando di “consolarlo”. Significativo è l’etimo di questo verbo: al “desolato” che è appunto la persona “sola” si avvicina colui che vuole essere “con chi è solo”. Un esercizio, certo, anche “terapeutico”, ma soprattutto un atto di amore sincero.

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica ” - 28 dicembre 2025) 


sabato 13 dicembre 2025

13 Dicembre Santa Lucia: Abbiamo tutti bisogno di occhi nuovi

Antonio Savone
13 Dicembre Santa Lucia
Abbiamo tutti bisogno di occhi nuovi


La festa di S. Lucia evoca il nostro bisogno di vedere, di non conoscere l’esperienza della cecità. Noi, infatti, la invochiamo come patrona della vista degli occhi.

Tuttavia, mi pare, abbiamo bisogno di chiedere la sua intercessione per un altro tipo di cecità di cui siamo affetti un po’ tutti. Ci mancano, infatti, occhi nuovi. Siamo convinti di vedere ma in realtà siamo ciechi. Magari foste ciechi, ripeterà Gesù ai farisei. Ma siccome dite di vedere il vostro peccato rimane (Gv 9,41).

Ci acceca l’invidia, la superbia, l’odio. Non abbiamo occhi per vedere chi, magari, alla porta di casa nostra o, nella nostra stessa casa, attende il gesto di un’attenzione: la cecità provocata dal nostro egoismo ci fa stare a contatto con non poche situazioni di disagio senza sentirci interpellati.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi che guardino le cose e le persone nella giusta luce: lo sguardo impuro finisce per idolatrare o disprezzare ciò che invece va accostato con rispetto e venerazione.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi capaci di guardare lontano: oltre la sofferenza che ci affligge, oltre il dolore che ci mette alla prova, oltre il fallimento che ci umilia, oltre la morte che ci fa credere che nulla abbia più la luce di un senso.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi capaci di valutare con sapienza i beni della terra nella continua ricerca dei beni del cielo.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi capaci di stupore davanti alle meraviglie che la misericordia di Dio suscita continuamente.

Abbiamo bisogno di occhi nuovi che si lascino purificare dal pianto.

Gli occhi di Lucia sono occhi luminosi per la fede, radiosi per la santità, sono occhi impavidi nel martirio, occhi limpidi nella verginità e amorevoli nell’attenzione ai poveri.

Lucia ci attesta che chi accoglie nella sua vita il Signore Gesù non cammina nelle tenebre ma ha la luce della vita (Gv 8,12).

Abbiamo bisogno di occhi capaci di vedere oltre le apparenze. Non è forse la fede che ci permette di non fermarci a una lettura superficiale di situazioni e di persone, mentre in tutto riconosce un segno della presenza di Dio?

Gli occhi della fede sono quelli che ci consentono di riconoscere come il disegno di Dio si manifesti attraverso le vicende anche contorte della nostra storia personale e attraverso gli incontri personali che sempre ci interpellano.

Gli occhi della fede sono gli occhi di chi prova a guardare tutto con lo stesso sguardo di Dio.

Gli occhi della fede sono gli occhi che ci permettono di
  • guardare in alto, non per evadere dal qui e ora della nostra storia ma per non perdere la consapevolezza della nostra meta. Attraverso la contemplazione di ciò che ci attende, comprendiamo meglio il senso e il compito del nostro essere al mondo;
  • guardare dentro di sé per riconoscere che Dio ha scelto di porre la sua dimora in noi. “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso: nel cuore dell’uomo abita la Verità” (S. Agostino);
  • guardare attorno a sé per uscire da quella spirale di egoismo che ci impedisce di guardare gli altri con occhi benevoli e diventare, così, strumenti di comunione;
  • guardare indietro, leggere la propria storia nel segno di una benedizione e intravedere i tanti segni di un amore che sempre ha accompagnato e custodito i nostri passi;
  • guardare avanti, riconoscendo che l’ultima parola non spetta a noi e neppure a ciò che di lieto o triste possiamo vivere in questo frangente. L’ultima parola spetta a Dio.

Guardare alla fortezza di Lucia significa assumere la dimensione del martirio quotidiano, quello che si esprime nella fedeltà al vangelo in ogni circostanza, piccola o grande. Stare nelle relazioni con fortezza non vuol dire usare il linguaggio dell’arroganza o della sopraffazione bensì quello della mitezza. Forte, infatti, non è chi vuole dominare gli altri ma chi riesce a dominare se stesso, chi accetta i tempi dell’attesa e, talvolta, anche quelli della rinuncia. È la fortezza che ci permette di assumere non le scelte più comode ma quelle più giuste.

Forse ci verrà risparmiato il martirio cruento ma non poche volte conosciamo un altro martirio, di certo più subdolo e raffinato ma non per questo meno logorante, quando si vuole attestare la fecondità del vivere secondo il vangelo. C’è un martirio nell’amare chi non ci ama, nel collaborare con chi non ci accetta, nel perdonare chi ci ha fatto del male. Proprio come ha fatto il Signore Gesù. Proprio come ha fatto Lucia.
(fonte: A casa di Cornelio)

Enzo Bianchi - L’importanza della fine per la fede

Enzo Bianchi
 L’importanza della fine per la fede

Nel Giorno del Giudizio sarà ristabilita la giustizia, i violenti saranno abbattuti e le loro vittime risarcite

Famiglia Cristiana - 07 Dicembre 2025
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Sentiamo risuonare nella liturgia di questi giorni di Avvento non solo l’invocazione: “Vieni Signore!”, ma anche la parola “giudizio”. Infatti il Signore Gesù viene nella gloria per giudicare i vivi e i morti, tutta l’umanità e tutta la storia. Lo confessiamo nel Credo e lo crediamo perché è la promessa più volte ripetuta dai profeti e da Gesù. Ci sarà un giorno, anzi il Giorno del Signore, che verrà all’improvviso, quando l’umanità meno l’aspetta, e sarà il giorno della manifestazione di tutto il bene e di tutto il male operato nella storia. Se non ci fosse questo evento la nostra fede sarebbe solo alienazione, illusione terrena. No, è una questione di giustizia: in quel giorno Dio restituirà alle vittime della storia ciò che è stato loro rubato, le risarcirà per ciò che è stato loro impedito dai fratelli e mostrerà tutto il male operato da quanti non hanno né amato i fratelli, né hanno voluto condividere in solidarietà la loro condizione umana fragile e povera. Sarà il giorno in cui Dio abbatterà i potenti dai troni e innalzerà gli umili, in cui gli handicappati ritroveranno vita piena e vedranno restituita la loro integrità, il giorno in cui Cristo porterà i poveri, i piangenti, i sofferenti nel regno di Dio e abbandonerà alla discarica della Geenna quelli la cui vita è stata sopruso e misconoscimento di chi stava loro accanto.

Cari amici, il giudizio c’è e deve destare timore in noi, ma non paura, perché conosciamo la misericordia di Dio più forte della sua giustizia. Basterà davanti a lui arrossire, vergognarci dei nostri peccati, come dice Ezechiele, e saremo perdonati e il Signore non ricorderà più le nostre cadute. Sì, Gesù è un giudice, ma è anche colui che viene a cercare la pecora smarrita e, come canta la sequenza del Dies irae: “Cercando me ti sei seduto stanco!”. Vieni dunque Signore, non abbiamo paura!
(fonte: Blog dell'autore)


martedì 9 dicembre 2025

DA CUORE A CUORE: IL PRESBITERO TRA FRAGILITÀ E SLANCI - Meditazione di don Mimmo Battaglia Arcivescovo di Napoli

DA CUORE A CUORE: 
IL PRESBITERO TRA FRAGILITÀ E SLANCI 
Meditazione di don Mimmo Battaglia,
Cardinale - Arcivescovo di Napoli


Venerdì 28 novembre 2025, a Pompei, i presbiteri delle diocesi della Campania si sono ritrovati per l’incontro regionale «Da cuore a cuore: il presbitero tra fragilità e slanci», promosso dalla Conferenza Episcopale Campana e pensato come primo appuntamento di un cammino annuale di fraternità e formazione.

Al centro della mattinata è stata la meditazione di S.Em. il Cardinale Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, che ha scelto di parlare al “cuore credente” dei presbiteri, partendo dalle parole del Vangelo di Giovanni: «Li amò sino alla fine». Il cuore trafitto di Cristo, ha ricordato, è la sorgente di ogni vocazione: non chiede preti perfetti o invulnerabili, ma «cuori aperti» che si lasciano raggiungere dalla sua misericordia.



        Carissimi Presbiteri, 
con gioia profonda sono qui, insieme a voi e ai nostri fratelli vescovi — che saluto con affetto — e al caro amico Erri. Oggi il mio desiderio è parlare al vostro cuore, non al cuore stanco e ferito, né a quello che si agita nel timore, ma a quel cuore ardente che ancora crede e cerca, quel cuore che, nonostante le tempeste, continua a danzare con la vita. È proprio lì, in quel pulsare tenace, che si nasconde il mistero sublime della nostra vocazione, il segreto sacro che ci sostiene quando tutto intorno pare svanire. È in quel battito, forte e vero, che Dio si fa vicino, perché l’amore primo e eterno, colui che ci chiama e ci sostiene, è sempre Lui! 

Dilexit eos usque ad finem (Gv 13,1): «Li amò sino alla fine». Non solo li amò, ma li amò fino a consumarsi. Fino a lasciare che il proprio cuore si aprisse, diventando sorgente di misericordia. Questo è il punto di partenza di ogni servizio, di ogni vocazione: un cuore aperto. Non un cuore perfetto, non un cuore forte, ma un cuore disponibile a lasciarsi attraversare. Papa Francesco, nella sua lettera Dilexit nos (29 giugno 2024), ci ha ricordato che l’amore di Cristo non si stanca, non si arrende, non pretende nulla in cambio: ci raggiunge e ci abbraccia persino nelle nostre fragilità. È un amore che non si misura, ma si dona. Non si ferma di fronte al peccato, ma lo trasforma in spazio di grazia. E noi, fratelli, siamo chiamati a questo: a non avere paura delle nostre fragilità, ma a farne il luogo dell’incontro con Dio. Perché la fragilità non è il contrario della fede: è invece il terreno in cui la fede fiorisce. Ognuno di noi conosce, come tutti gli uomini e le donne, la fatica di vivere. Le nostre giornate scorrono tra mille impegni, voci, attese, volti. E spesso, quando la sera chiudiamo la porta della canonica, ci resta addosso il silenzio di chi non sa più a chi raccontarsi. Quella solitudine che pesa e che, se non è abbracciata, rischia di diventare amara. Eppure proprio lì, nel vuoto che fa male, Dio ci attende. Non per rimproverarci, ma per ricordarci che la nostra vita è stata scelta, amata, custodita.

      Fratelli, noi non siamo chiamati a essere eroi, ma a essere segni. Segni di un Dio che non si vergogna di noi. Segni di un amore che non chiede di essere capito, ma accolto. Segni di un Cuore che continua a battere nel silenzio delle nostre vite. 

     Ecco, se c’è una cosa che il mondo oggi chiede ai preti è proprio questa: autenticità. Mani che tremano, cuori che si lasciano toccare, parole che nascono dal dolore e dalla speranza. Non si tratta di apparire forti, ma di restare veri. Di imparare a dire: “Ho bisogno anch’io.” Di saperci inginocchiare non solo davanti al tabernacolo, ma davanti alla nostra umanità, riconciliandoci con essa. Perché Dio non si scandalizza delle nostre stanchezze. Le prende sulle sue spalle e le trasforma in luogo di incontro. Perché tutto può diventare spazio di Dio, se lo lasciamo entrare. Per questo dobbiamo sempre ricordare che non siamo chiamati ad essere impeccabili, ma trasparenti. Non siamo votati al successo, ma alla fedeltà. Non siamo destinati al potere, ma al servizio umile e disinteressato. Il mondo non ha bisogno di preti che parlano dall’alto, ma di fratelli che camminano accanto, con la stessa polvere sulle scarpe, lo stesso dolore nel cuore e lo stesso sogno che risplende sul volto. Di uomini che insegnano con la parola e con la vita che ogni ferita può diventare un ponte. Ogni caduta, una nuova possibilità di comunione. Ogni fragilità, una porta spalancata sulla misericordia. Siamo stati amati per amare, e amati nella fragilità per poter accogliere la fragilità degli altri. Alda Merini scriveva: «Sono nata fragile, ma la mia fragilità mi ha insegnato a reggere il mondo» (Vuoto d’amore, Einaudi, 1991, p. 14). 

         Amici miei, vorrei che quest’oggi ci lasciassimo condurre dentro una delle pagine più luminose e disarmanti del Vangelo: la parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). La conosciamo bene, l’abbiamo meditata tante volte, ma forse non abbiamo ancora lasciato che essa ci leggesse nel profondo. Perché ogni volta che ci mettiamo davanti a questo racconto, il rischio è quello di identificarci subito con il Samaritano: quello che scende da cavallo, che si china, che versa olio e vino, che cura e accompagna. È bello pensarsi così: uomini del servizio, ministri della misericordia. Ma forse, fratelli, la parabola ci chiede un passo ulteriore, o meglio, un capovolgimento. «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico» (Lc 10,30): è l’inizio. Un uomo qualsiasi, senza nome, scende dalla città santa alla valle più bassa del deserto. È un cammino reale, ma anche simbolico: la discesa da Gerusalemme a Gerico è la discesa del cuore nella propria umanità, là dove la vita si mostra senza difese. E su quella strada l’uomo viene aggredito, spogliato, lasciato mezzo morto. Fratelli, quell’uomo siamo noi. Noi, preti che scendiamo ogni giorno per incontrare la vita della gente, e che spesso torniamo feriti, stanchi, spogliati. A volte dai giudizi, a volte dalle nostre stesse incoerenze, a volte dal senso di impotenza che ci abita. Quell’uomo è il volto del ministero quando si fa fragile, quando non riesce più a reggere la distanza tra il Vangelo annunciato e la vita vissuta. Il sacerdote e il levita che passano oltre non sono semplicemente esempi negativi; sono lo specchio delle nostre difese. Quante volte, per paura di guardare in faccia la ferita, passiamo oltre? Quante volte, davanti al dolore, cerchiamo di essere efficienti invece che presenti? Quante volte ci nascondiamo dietro il dovere pastorale per non sentire la nostra stanchezza più profonda? Ma ecco, nella polvere di quella strada, «un Samaritano che era in viaggio, vedendolo, ebbe compassione» (Lc 10,33). È la frase centrale. Il verbo greco usato da Luca in greco significa “essere toccato nelle viscere”. È il verbo stesso della compassione di Dio, lo stesso usato per Gesù davanti al dolore dell’uomo (cfr. Lc 7,13; 15,20). Il Samaritano, figura dello straniero, del non appartenente, diventa immagine del Cristo che si fa vicino a ogni creatura ferita.

Cristo è il Samaritano che si china su di noi. È Lui che versa olio e vino sulle nostre piaghe: l’olio della consolazione, il vino dell’alleanza. È Lui che ci solleva e ci conduce alla “locanda” — che i Padri della Chiesa, da Origene ad Agostino, hanno sempre letto come simbolo della Chiesa, il luogo della cura, del tempo e della misericordia: «La locanda è la Chiesa — scrive Agostino — dove Cristo fa condurre i feriti perché siano guariti, e affida il loro custode al locandiere, cioè al pastore» (Sermone 171, 2, PL 38, 933). Sì, fratelli, prima di essere pastori, noi siamo uomini feriti condotti alla locanda. Siamo quelli che Cristo ha raccolto sulla strada, medicato e affidato. E questo non è un’umiliazione: è la verità del ministero. Essere preti non significa non avere ferite, ma imparare a lasciarsi curare. Significa saper dire con umiltà: «Anch’io ho bisogno di essere preso in braccio». Perché solo chi si lascia salvare può diventare segno di salvezza. Solo chi si lascia curare può curare gli altri! Solo chi è fedele alla propria fragilità può essere fedele alla fragilità degli altri, accogliendola senza banalizzare, senza giudicare! Amici cari, In questo tempo, prendersi cura della propria fragilità, “maneggiarla con cura” – come è scritto sui pacchi che contengono cose fragili e preziose - richiede tre fedeltà semplici e essenziali: la fedeltà al corpo, la fedeltà alla fraternità e la fedeltà alla realtà. Tre fedeltà radicate nell’unica fedeltà al Signore!

Fedeltà al corpo. Fratelli miei, non si può servire Dio disprezzando la propria carne. Troppi di noi portano una stanchezza che non nasce solo dal lavoro… ma dall’incuria. Dal non dormire per troppi pensieri. Dal non mangiare per troppa fretta. Dal non concedersi mai un tempo umano… perché imprigionati nel “fare”. Ma il corpo, fratelli, non è un ostacolo. È il primo altare che ci è stato consegnato! Dio abita nei battiti, nei respiri, nei limiti. Non ci ha scelti come angeli, ma come uomini: fatti di polvere e di luce, di stanchezza e di desiderio. 

E il corpo parla anche quando si affaccia la demotivazione, quella stanchezza più profonda che non viene dalle ore di attività, ma dal senso di inutilità che a volte ci raggiunge come un’ombra. La riconoscete: è quel fiato corto dell’anima in cui tutto sembra pesante, e persino il bene diventa un dovere privo di colore. Il corpo la registra prima della mente: ci si sveglia più lenti, si perde slancio, si attenua il gusto delle cose. E spesso questo accade perché viviamo in un mondo che sembra correre senza di noi, un mondo che non ci domanda nulla e ci fa credere di non servire più a niente… come se non avesse bisogno delle nostre mani, delle nostre parole, della nostra presenza. Ma non è così: questo mondo, proprio mentre appare autosufficiente, porta dentro una sete immensa di senso, di giustizia, di tenerezza… una sete di Dio. E quando noi ci sentiamo demotivati, è spesso perché abbiamo smesso di percepire questa sete, o perché nessuno ci ha più ricordato che siamo necessari non per ciò che facciamo, ma per ciò che siamo. Il corpo ci ricorda che non siamo padroni di nulla, neppure di noi stessi. E che anche il servizio a Dio e ai fratelli ha bisogno di misura, di respiro, di umanità. Non si può annunciare il Dio della vita trascurando la propria! La fragilità del corpo è maestra di umiltà: ci insegna che non siamo dèi, ma uomini visitati dalla grazia. Per questo vi ricordo che riposare non è peccato: è atto di fede. È dire a Dio: “Tu puoi portare avanti il mondo anche senza di me.” Mangiare con calma. Camminare. Respirare. Guardare un tramonto. Sono gesti teologici! Ci riconsegnano alla verità del limite, ci liberano dall’ansia di dover sempre fare di più. Il corpo, quando è ascoltato, diventa profeta: ci avverte quando stiamo perdendo la rotta. Perché il corpo, fratelli miei, è il primo strumento dell’amore!

Fedeltà alla fraternità. Nessuno regge da solo il peso della vita. Fin dagli albori il Signore ci ha sempre ripetuto che è bene che l’uomo non sia solo. E questo non vale solo per l’amore coniugale ma anche per l’amicizia, la compagnia, e la fraternità: tutte cose indispensabili. Anche per il nostro ministero. L’individualismo clericale è la malattia più sottile del nostro tempo: ti isola, ti fa credere che la solitudine sia segno di forza, ti convince che chiedere aiuto sia una debolezza.

Ma il Vangelo ci mostra un’altra logica: Gesù manda i discepoli a due a due (Mc 6,7), perché sa che la fede non resiste da sola. Non basta celebrare insieme: bisogna camminare insieme. La fraternità è la casa dove si impara la tenerezza, dove il confronto non umilia ma genera, dove la differenza non divide ma completa. Un confratello che sa restare, che ascolta senza correggere, che non pretende di aggiustare ma di accompagnare, è un dono raro e prezioso. È come un balsamo: non guarisce tutto, ma allevia e sostiene. E noi, fratelli, abbiamo un disperato bisogno di balsami più che di ricette. Abbiamo bisogno di uno sguardo che ci dica: “Non sei solo.” Perché l’isolamento, quando si allunga, diventa deserto interiore, e nel deserto il cuore si inaridisce. 

Coltivare la fraternità significa scegliere di non giudicare, di non competere, di non confrontare i frutti. Significa imparare a vedere il bene dell’altro senza sentirlo come una minaccia. Significa custodire la  speranza del fratello come fosse la propria. La fraternità non è solo convivere, è con-credere: credere insieme, anche quando uno dei due non ce la fa. È reggere il peso della fede a turno. Oggi tocca a me sorreggerti, domani toccherà a te. Così si salva la vocazione: non da soli, ma a due a due, come i discepoli di Emmaus che si tengono compagnia nella notte. E ricordiamolo: l’amicizia tra preti non è tempo perso, è tempo di grazia. È ciò che preserva dal cinismo, che riaccende la fiducia, che ci riporta al cuore della chiamata. Nessuno diventa santo da solo, perché la santità è comunione. Chi vive relazioni autentiche è più resiliente, più capace di accogliere le proprie fragilità senza vergogna. La fraternità è un luogo privilegiato della grazia. Non sostituisce la preghiera, la rende incarnata. E allora, fratelli, impariamo a “perdere tempo” insieme. A cenare senza fretta, a passeggiare, a raccontarci la vita. Il tempo condiviso non è sottratto al Vangelo: è Vangelo vissuto. La Chiesa respira solo se i suoi preti respirano insieme. 

Fedeltà alla realtà. Fratelli miei, questa fedeltà è preziosa perché la tentazione più sottile, quando ci si sente fragili, è fuggire. Rifugiarsi in mondi spiritualistici, nelle devozioni come anestesia, nei ruoli come difesa. Ma il prete non è chiamato a scappare: è chiamato a restare nella realtà, anche quando punge, anche quando smentisce le nostre attese. Il Vangelo non è un’evasione: è un’immersione. Dio non si manifesta nei cieli limpidi, ma nella polvere delle strade. Gesù non ha predicato da lontano, ha toccato, ha ascoltato, ha pianto. La fedeltà alla realtà è una forma alta di amore. È scegliere di non girarsi dall’altra parte, di non rimuovere il dolore della gente, di non spiritualizzare ciò che chiede carne e presenza. 

Non c’è Vangelo senza incarnazione: ogni volta che evitiamo la realtà, evitiamo Cristo. Ogni volta che ci lasciamo ferire dal mondo senza disperarci, portiamo Dio dentro la storia. A volte ci rifugiamo nel pensiero per non sentire, nelle parole per non toccare, nella teologia per non piangere. Ma il ministero non può diventare difesa contro la vita. La realtà, con le sue contraddizioni, è il luogo dove Dio ci parla con verità. Lì ci insegna la compassione, lì ci plasma, lì ci converte. La vera preghiera nasce sempre dal contatto con la terra: non si può amare in astratto. Si ama con mani sporche, con scarpe impolverate, con cuore vivo. Restare fedeli alla realtà significa non perdere contatto con la vita della gente. Significa ascoltare le loro parole, visitare le loro case, respirare il loro mondo. È lì che si gioca la credibilità della Chiesa. Non nelle dichiarazioni, ma nei gesti concreti: un prete che resta, che accompagna, che non fugge davanti al dolore, annuncia il Dio che resta. È la forma più alta di teologia: la teologia dei piedi che camminano, delle mani che curano, degli occhi che vedono. E c’è anche una realtà più piccola, più silenziosa, quella di sé stessi.

Essere fedeli alla realtà significa anche guardarsi dentro senza paura, non negare la propria stanchezza, non coprire i vuoti con l’attivismo. Chi non accoglie la propria realtà interiore finirà per vivere di apparenze. Ma Dio non benedice le apparenze, benedice la verità. E la verità, anche quando è dura, è sempre salvifica. 

      Fratelli miei, prendiamo sul serio queste forme di fedeltà. Non lasciate che il vento delle cose di ogni giorno porti via la fedeltà al corpo, alla fraternità, alla realtà. Custoditele. Con l’aiuto del Signore Gesù, vostro amico, compagno, fratello. E permettetemi, nel concludere, di offrirvi una sorta di decalogo della cura. Perché la cura è la compagna insostituibile della fedeltà: ne è il respiro concreto, il modo in cui ciò che crediamo si traduce in gesti, tempi, attenzioni. Dopo aver guardato in profondità 
dentro la nostra carne, dentro i legami e dentro la realtà che ci abita, la cura diventa il passo quotidiano che tiene insieme tutto: è la forma incarnata della fedeltà. 

Prendetele come parole semplici, consigli fraterni che nascono dal desiderio di restituire alla nostra vita un ritmo più umano, più evangelico, più vero. Capace di prendersi cura della fragilità e di restituirla come benedizione a coloro che ci sono affidati: 

1. Coltivare la semplicità. La semplicità non è povertà di pensiero, ma purezza di cuore. È la libertà di chi non deve dimostrare nulla, di chi non ha più paura di essere sé stesso. Viviamo tra parole complesse e cuori confusi, ma Dio continua a scegliere la via dell’essenziale. Restare semplici significa lasciare che la luce passi attraverso la trasparenza della vita. Il semplice non è ingenuo: è chi ha attraversato il buio e ha scelto la chiarezza. Siate preti semplici, fratelli: capaci di stupore e di pane condiviso. 

2. Imparare a chiedere aiuto. Chiedere aiuto è un atto di coraggio, non di debolezza. È imparare a dire: “Non ce la faccio da solo, ma credo che l’amore dell’altro possa sostenermi.” Siamo abituati a essere pastori, a sostenere, ad ascoltare; ma spesso dimentichiamo che anche noi abbiamo bisogno di essere accompagnati. Nessuno può reggere a lungo senza una spalla su cui appoggiarsi, senza una voce che accolga, senza uno sguardo che contenga. Chiedere aiuto a un confratello, al vescovo, a una persona esperta nello spirito, a un padre che conosce le vie del cuore — non è segno di fragilità, ma di fiducia. È riconoscere che lo Spirito parla anche attraverso l’altro, che la grazia ha voce plurale. Osate la richiesta, fratelli. Non aspettate che il peso diventi troppo grande. Nessuna solitudine è evangelica, nessuna stanchezza va nascosta. La Chiesa non è fatta di eroi, ma di fratelli che si sostengono a vicenda. Un prete che sa chiedere aiuto diventa un testimone credibile dell’umiltà, un maestro di umanità. Perché solo chi accetta di essere custodito può davvero custodire.

3. Coltivare la gratitudine. Anche un solo “grazie” al giorno può cambiare la direzione del cuore. La gratitudine è la lingua dei figli, non dei padroni. È la preghiera silenziosa di chi riconosce che tutto è dono, anche ciò che non ha scelto. Ringraziare non cancella la fatica, ma le restituisce un senso; non nega il dolore, ma lo trasfigura. Il Vangelo ci insegna che la gratitudine è il primo segno della fede autentica: solo uno dei dieci lebbrosi torna indietro a ringraziare, e Gesù gli dice: «La tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19). Dire “grazie” ci libera dal mormorio, dalla pretesa, dall’amarezza che chiude il cuore. È il modo più semplice e più vero per riconoscere la presenza di Dio nella nostra storia. La gratitudine ci riporta alla sorgente, ci fa tornare bambini tra le mani del Padre, ci ricorda che non siamo autori della grazia, ma destinatari: «In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.» (1Ts 5,18). 

4. Custodire l’amicizia. L’amicizia vera è una relazione che non chiede spiegazioni, ma accoglie; è quella presenza discreta che ti ricorda chi sei quando non lo ricordi più. È una comunione che non giudica ma sostiene, che ti salva dall’illusione di bastarti. Gesù stesso ha voluto vivere l’amicizia: ha chiamato i suoi discepoli non servi, ma amici. «Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Abbiate accanto qualcuno che vi ami più per la vostra verità che per la vostra efficienza. Non cercate amicizie perfette, ma vere: amicizie che resistano al tempo, alla distanza, alle stagioni del cuore. Un amico nello Spirito è come un pozzo nel deserto: non lo incontri ogni giorno, ma quando ci arrivi ritrovi la freschezza della vita. 

5. Pregare senza stancarsi. La preghiera non è un compito da assolvere, ma un respiro in cui dimorare. È il luogo in cui la vita si lascia raggiungere da Dio e torna a pulsare secondo il suo ritmo. Non servono parole perfette, ma parole vere; non formule, ma disponibilità del cuore. Pregate come chi si confida,
come chi torna a casa dopo un lungo cammino. Pregate parlando al Signore come un amico parla all’amico, perché «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,8). E quando le parole finiscono, lasciate che il silenzio prenda voce: anche il silenzio può essere preghiera, se è abitato dall’attesa e dall’amore. «Lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). Non pregate per “fare qualcosa”, ma per “lasciarvi fare”: perché la preghiera non cambia Dio, cambia noi, e ci restituisce la verità di essere figli amati. 

6. Non forzare i tempi. Non tutto deve accadere subito. La grazia ha il passo del lievito e il tempo del seme. Nella lentezza si custodisce la profondità, si impara la fedeltà, si purifica l’intenzione. La fretta è la tentazione di chi non si fida del tempo di Dio. Coltivate la pazienza del tempo e dei processi come una insostituibile pedagogia del cuore. «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme sul terreno: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.» (Mc 4,26- 27).

7. Custodire il sorriso. Provate ad immaginare il sorriso del nostro compagno e Signore Gesù: quando benediceva i bambini, quando condivideva il pane con gli amici, quando guardava il giovane ricco. Il sorriso di Dio è il primo perdono che raggiunge il cuore. Il sorriso è un atto di fede nella bontà di Dio. E può aiutarci a vivere quell’ironia che blocca tutti i deliri di onnipotenza: ridere di sé non è mancanza di serietà, ma riconoscimento che la nostra vita è custodita da una misericordia più grande di ogni errore. Chi sa sorridere delle proprie fragilità testimonia che la grazia non umilia, ma rialza; non giudica, ma abbraccia. Forse il mondo ha bisogno di preti che sorridano con Dio, non di uomini che si giudichino senza misericordia. Perché il Vangelo non è una cronaca di dolori, ma una storia di gioia e come afferma la Scrittura «Un cuore allegro è una buona medicina, uno spirito abbattuto inaridisce le ossa» (Pr 17,22).

8. Imparare a riposare. Solo chi sa riposare sa anche ripartire. Il ritmo dell’anima non è quello frenetico del mondo, e chi vive di frenesia continua finisce per perdere la direzione del cuore. Fermarsi non è un lusso, ma un atto di fiducia: è dire “non tutto dipende da me”, e lasciare che Dio torni a essere il Signore del tempo. Nel silenzio, quando smettiamo di correre, si risente il battito di Dio dentro di noi. E la grazia può raggiungerci senza essere soffocata dall’urgenza. Riposare significa rispondere all’invito del Signore: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’.» (Mc 6,31) Ricordate che anche il settimo giorno Dio si fermò, e benedisse il riposo (Gen 2,2-3): fermarsi è dunque entrare nel ritmo stesso della creazione, imparare a guardare la vita con lo sguardo di Dio, che non misura il valore dal fare ma dall’essere.

9. Andare oltre le delusioni. Le delusioni fanno parte della vita e del ministero: arrivano quando le attese non coincidono con la realtà, quando il bene non sembra dare frutto, quando la fiducia non è ricambiata. Ma la delusione, se attraversata nella fede, può diventare una soglia: libera dal bisogno di essere perfetti e restituisce alla verità dell’amore gratuito. Gesù stesso ha probabilmente conosciuto la delusione - dei discepoli addormentati, dell’amico che lo tradisce, della folla che si disperde - ma non si è chiuso: ha trasformato il dolore in offerta, la perdita in dono. Andare oltre le delusioni significa imparare a credere ancora, a seminare anche quando la terra sembra arida, a restare fedeli al bene senza pretendere risultati. Chi attraversa la delusione fidandosi del Vangelo scopre che la fedeltà di Dio non viene mai meno, e che ogni sconfitta, se consegnata, diventa seme di resurrezione.

10. Curare le ferite. Non per dimenticarle, ma per imparare a benedire attraverso di esse. Le ferite, se curate, diventano porte: luoghi dove la grazia entra, dove la compassione si fa più profonda, dove la vita si apre all’amore. Solo chi ha sofferto può accogliere senza giudicare, perché conosce la lingua della misericordia. Gesù risorto non ha nascosto le sue piaghe. Le ha mostrate. Le ha offerte come segni di pace: «E mostrò loro le mani e il fianco.» (Gv 20,20) Le sue ferite non gridano più dolore, ma raccontano fedeltà. Sono trofei d’amore, sorgenti di fede e di riconciliazione. Così anche le nostre ferite, quando vengono consegnate, diventano Vangelo: non cicatrici di vergogna, ma segni di grazia. E allora possiamo comprendere quanto scriveva Georges Bernanos: «La grazia delle grazie sarebbe di amarsi umilmente come una delle piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo.» Amarsi così, con le proprie ferite, è entrare nella Pasqua di Dio: dove il dolore diventa luce, e la fragilità si trasforma in sorgente di vita. 
          Fratelli miei, affido a voi queste parole semplici, nate dal cammino e dall’ascolto, dal condividere le vostre notti e le vostre albe, le vostre domande e i vostri “eccomi”. Dentro le fatiche, le fedeltà quotidiane, le stanchezze e le ferite, Dio continua a passare! Passa e rialza. Passa e guarisce. Passa e ricrea. Là dove noi vediamo la fine, Lui sta già preparando un inizio. Là dove sentiamo il limite, Lui scava una sorgente. Là dove diciamo “non ce la faccio più”, Lui sussurra: “Insieme ce la faremo.” Non lasciamo che la tristezza diventi abitudine, che la paura spenga il desiderio, che la rassegnazione prenda il posto della speranza! Il Signore è fedele: non smette mai di credere in noi, anche quando noi smettiamo di credere in noi stessi. Fratelli miei, lasciamoci sorprendere dalla grazia. Lasciamoci riabbracciare da quella tenerezza che non giudica ma rialza. Fidiamoci di Dio, che non chiede eroi ma cuori aperti. Non serve essere forti: basta restare disponibili. È la disponibilità che diventa miracolo, è la fiducia che spalanca le porte chiuse. 

     E allora forza cari presbiteri! Camminiamo con entusiasmo, con gioia, con il coraggio dei piccoli passi. Non smettiamo di credere che la vita può rifiorire anche dopo il gelo, che Dio può far nascere un canto anche dalle crepe della terra. La grazia non finisce, non scade, non delude. È una linfa che torna, sempre, ogni volta che ci arrendiamo all’Amore. Affido ciascuno di voi alle mani della Vergine Maria, Madre della tenerezza, Regina della Pace, Donna del Sì. A Lei che ha saputo custodire la Parola senza volerla possedere. A Lei che ha creduto anche quando non capiva, che nel riconoscersi fragile e semplice si è chiesta: “Come può lo sguardo di Dio posarsi proprio su di me?” Forse, fratelli, lo chiediamo anche noi. Io stesso, tante volte, me lo chiedo. E ogni volta che la guardo, sento la sua voce che m’invita: “Abbi fiducia e non temere perché ‘quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi’ (Is 40,31). Preparano, perfino nella loro notte, l’alba di un mondo nuovo”. 

Grazie per l’ascolto!
   
                                                                                    † don Mimmo Battaglia

 (Fonte: sito conferenza episcopale campana)