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martedì 11 agosto 2026

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”. Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”.
Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale 

Papa Leone XIV mentre raggiunge il centro del sagrato - Foto: Vatican Media

C’è una parola che attraversa sempre più chiaramente il pontificato di Leone XIV: disarmo. Non soltanto il disarmo degli arsenali, delle armi nucleari e dei sistemi militari, ma un disarmo più profondo, che riguarda la cultura, la politica, l’economia e oggi, in modo sempre più urgente, la tecnologia. È dentro questa prospettiva che assume un significato particolare il tema scelto da Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2027: “Disarmare la tecnica, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva”.

Non è soltanto un titolo. È una direzione precisa, quasi un programma per un mondo nel quale la tecnologia ha smesso da tempo di essere soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo e sta diventando una forza capace di condizionare decisioni, relazioni, economie e persino la guerra. Il riferimento più immediato è all’intelligenza artificiale, ma il discorso di Leone XIV è più ampio: riguarda il rapporto stesso tra potere, tecnica e responsabilità umana.

Il Papa chiede infatti di interrogarsi su chi decide, con quali criteri e per quali finalità vengono progettate e utilizzate le tecnologie. E soprattutto mette in discussione l’idea, sempre più pericolosa, secondo cui ciò che una macchina può fare diventa automaticamente anche moralmente accettabile.

Disarmare la tecnica

È proprio questa la radicalità della proposta di Leone XIV. Il Papa non invita semplicemente a regolamentare l’intelligenza artificiale, né si limita a chiedere prudenza nell’impiego delle nuove tecnologie. Usa deliberatamente un verbo forte: disarmare.

Quando presentò “Magnifica humanitas”, Leone XIV spiegò personalmente la scelta di quella parola: “L’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata”. E aggiunse: “La parola è forte, lo so, ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.

Oggi quella frase acquista un peso ancora maggiore. Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia utilizzata per scrivere testi, produrre immagini, elaborare dati o assistere il lavoro umano. È sempre più presente nei sistemi di sicurezza e di difesa, nell’analisi delle informazioni, nella sorveglianza, nella selezione degli obiettivi e nei processi decisionali legati ai conflitti.

Da qui nasce una domanda che non può essere elusa: fino a che punto possiamo delegare a sistemi automatici decisioni che riguardano la vita e la morte? Leone XIV ha già dato una risposta netta: “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”.

È un passaggio di enorme importanza. La responsabilità morale non può essere trasferita alla macchina. Un algoritmo può calcolare, selezionare, prevedere, classificare, ma non può assumere la responsabilità morale di una decisione che produce sofferenza, morte o distruzione. La macchina non può diventare un alibi. E la pace non può essere affidata alla presunta neutralità della tecnica.

La responsabilità della politica

Il secondo elemento decisivo del tema della Giornata Mondiale della Pace 2027 è la politica. Non una politica ridotta alla gestione dell’emergenza, ma una politica chiamata ad anticipare i pericoli, prevenire i conflitti e costruire condizioni di giustizia.

La formula scelta da Leone XIV, “la politica come responsabilità preventiva”, contiene una critica implicita a una politica che troppo spesso interviene quando la guerra è già iniziata, quando le vittime sono già numerose e quando la macchina militare è ormai in movimento. La prevenzione significa invece agire prima: costruire accordi internazionali, rafforzare il diritto, difendere la dignità delle persone, impedire che le nuove tecnologie diventino strumenti di dominio e stabilire limiti condivisi all’impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti.

È una visione della politica molto diversa da quella fondata sulla deterrenza permanente, sulla corsa agli armamenti e sulla convinzione che la sicurezza possa essere ottenuta accumulando strumenti sempre più sofisticati di distruzione.

Il richiamo alla giustizia

Il nuovo tema si colloca nel solco della riflessione sviluppata da Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica humanitas”. Il Papa afferma che “la pace, non solo l’assenza di guerra, è la giustizia all’opera”.

È una frase che merita di essere presa sul serio. Significa che la pace non può essere ridotta a un semplice intervallo tra due guerre. Non basta che i missili non vengano lanciati, non basta che i bombardamenti cessino. Una pace autentica richiede condizioni sociali, economiche e politiche che rendano possibile la vita dignitosa dei popoli.

Ed è qui che la questione tecnologica si intreccia con quella sociale. Una tecnologia che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi, che aumenta le disuguaglianze, che produce nuove forme di esclusione o che trasforma il conflitto in una fonte di profitto non può essere considerata automaticamente progresso.

Nella stessa “Magnifica humanitas”, Leone XIV contrappone all’”industria della guerra” l’”artigianato della pace”. È una delle immagini più forti della sua riflessione. L’industria della guerra è organizzata, potente, tecnologicamente avanzata, sostenuta da enormi interessi economici e politici. L’artigianato della pace, invece, è fatto di relazioni, ascolto, pazienza, diplomazia, solidarietà, giustizia e ricostruzione. Ma proprio perché è fragile, deve diventare una scelta politica.

Dal disarmo delle armi al disarmo del cuore

La scelta del tema per il 2027 non arriva improvvisamente. È la prosecuzione di un percorso iniziato con il primo messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026, significativamente intitolato “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”.

Già allora il Papa aveva scelto di andare alla radice della questione. “La pace sia con voi!”, aveva scritto, ricordando il saluto di Cristo risorto, e aveva definito quella cristiana “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”.

Il significato di quel “disarmata e disarmante” era già molto più ampio del semplice rifiuto delle armi. Leone XIV parlava di un disarmo del cuore, della mente e della vita. Nel messaggio aveva ricordato che il Giubileo della Speranza aveva sollecitato milioni di persone a riscoprirsi pellegrini e ad avviare dentro di sé proprio “quel disarmo del cuore, della mente e della vita”.

Ora il percorso si allarga alla tecnica: prima il disarmo dell’uomo dalla logica della guerra, poi il disarmo delle tecnologie che rischiano di essere assorbite dalla stessa logica. È una continuità importante, perché per Leone XIV la guerra non nasce soltanto dalle armi. Nasce anche dalle parole, dalla propaganda, dalla disumanizzazione dell’avversario, dall’indifferenza, dalla paura, dalla ricerca del dominio. E nasce anche quando la tecnologia viene separata dalla coscienza.

Disarmare anche le parole

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza un’espressione particolarmente significativa: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. E aggiunge che “la pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri”.

È una riflessione che assume un valore particolare nell’epoca dei social network, dell’informazione istantanea e dei sistemi generativi capaci di produrre in pochi secondi quantità immense di contenuti. La guerra può essere combattuta anche prima che comincino gli spari. Può essere combattuta nelle immagini, nei racconti, nelle manipolazioni, nella costruzione dell’odio. Può essere preparata attraverso la trasformazione dell’altro in un nemico assoluto.

Per questo “disarmare la tecnica” significa anche impedire che la tecnologia venga utilizzata per moltiplicare la paura, diffondere menzogne, alimentare polarizzazioni e rendere più facile la disumanizzazione di interi popoli. La questione non è dunque soltanto che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è: quale società vogliamo costruire attraverso l’intelligenza artificiale?

Babele o Gerusalemme

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza la contrapposizione biblica tra Babele e Gerusalemme. La tecnologia può diventare una nuova Babele quando viene trasformata in strumento di autosufficienza, profitto e dominio, quando l’efficienza diventa più importante della persona e quando il progresso viene separato dalla solidarietà. Ma può diventare anche uno strumento per “ricostruire Gerusalemme”, cioè per ricomporre legami, cooperare e servire il bene comune.

“Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”: in questa frase è racchiusa una delle frontiere etiche del nostro tempo. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnologia. E soprattutto non può essere lasciata senza una responsabilità politica e internazionale.

Il richiamo alla tradizione della Chiesa

Questa posizione si inserisce in una lunga tradizione della Chiesa sul disarmo e sulla pace. Nel messaggio per il 2026 Leone XIV aveva richiamato direttamente Giovanni XXIII e la “Pacem in terris”, enciclica che aveva posto con forza il tema della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla carità e sulla libertà. Aveva inoltre ricordato il Concilio Vaticano II e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.

La linea è dunque chiara: Leone XIV non considera la pace una questione separata dalla dignità umana, dalla giustizia sociale e dalla cooperazione internazionale. E non considera il riarmo una risposta sufficiente all’insicurezza.

Al contrario, invita a spezzare quella che potremmo definire la spirale della paura: più paura, più armi; più armi, maggiore tensione; maggiore tensione, maggiore necessità di nuovi armamenti.

La stessa immagine biblica citata nel messaggio del 2026 resta emblematica: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

È un’immagine antica, ma sorprendentemente contemporanea. Perché oggi le “spade” non sono soltanto carri armati e missili. Sono anche sistemi autonomi, algoritmi militari, droni intelligenti, strumenti di sorveglianza e tecnologie capaci di rendere la guerra più rapida, più impersonale e potenzialmente più difficile da fermare.

Ricostruire, non soltanto disarmare

C’è però un altro aspetto del messaggio di Leone XIV che merita particolare attenzione: disarmare non è sufficiente. “Dobbiamo costruire”, afferma il Papa.

È forse questo il cuore più umano della sua proposta. Leone XIV ricorda la propria esperienza missionaria in Perù e le situazioni di ricostruzione affrontate dopo le inondazioni. “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto”, racconta. “Significa riparare i legami, ripristinare la fiducia e risvegliare la speranza nel futuro”. E soprattutto: “Nessuno ricostruisce da solo”.

Questa frase può essere letta come una vera chiave politica del pontificato. Non basta fermare una guerra se non si ricostruiscono le comunità. Non basta spegnere un conflitto se restano intatte le ingiustizie che lo hanno alimentato. Non basta regolamentare l’intelligenza artificiale se non si costruisce una cultura della responsabilità.

La pace è un’opera collettiva. Per questo Leone XIV parla di istituzioni e cittadini, Paesi ricchi e Paesi poveri, centri di potere e periferie. Tutti devono essere coinvolti nella costruzione del futuro.

La sfida per il mondo

Il messaggio annunciato per il 2027 guarda dunque al futuro, ma parla soprattutto al presente. Parla a un mondo attraversato da guerre, riarmi, crisi umanitarie e profonde fratture internazionali. Parla a una società nella quale l’intelligenza artificiale corre più rapidamente delle regole capaci di governarla. Parla ai governi, alle industrie tecnologiche, agli scienziati, agli eserciti, alle organizzazioni internazionali e alla società civile.

E pone una questione essenziale: chi governerà il futuro?

La risposta di Leone XIV non sembra essere la tecnica stessa. E neppure il mercato lasciato senza regole. Tantomeno la forza militare. Il futuro, nella visione del Papa, deve essere governato dalla responsabilità.

“Le decisioni sulla tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità”, aveva detto già presentando “Magnifica humanitas”. È un principio semplice, ma rivoluzionario, perché restituisce all’essere umano ciò che nessun algoritmo dovrebbe possedere: la responsabilità delle proprie scelte. E restituisce alla politica il compito di orientare la tecnica verso il bene comune.

La pace come scelta concreta

Il nuovo tema della Giornata Mondiale della Pace non è dunque un semplice invito spirituale. È anche una domanda rivolta alla coscienza del nostro tempo. Che cosa facciamo della nostra intelligenza? Che cosa facciamo delle nostre conoscenze? Che cosa facciamo della nostra capacità di creare macchine sempre più potenti?

Possiamo utilizzare la tecnica per curare oppure per distruggere, per avvicinare oppure per sorvegliare, per liberare oppure per dominare. Possiamo trasformare l’intelligenza artificiale in un acceleratore delle disuguaglianze oppure orientarla verso un autentico bene comune.

Per Leone XIV, la scelta non è inevitabile. Dipende dall’uomo, dalla politica e dalla capacità della comunità internazionale di assumersi responsabilità prima che le tecnologie diventino strumenti irreversibili di guerra. E dipende anche da ciascuno di noi.

Perché il disarmo al quale il Papa continua a richiamare non comincia soltanto nei palazzi delle istituzioni internazionali. Comincia dentro la persona: nel modo in cui guardiamo l’altro, nel linguaggio che utilizziamo, nella capacità di ascoltare, nel rifiuto della violenza come metodo per risolvere i conflitti.

Dal “disarmo del cuore” evocato nel messaggio per il 2026 al “disarmo della tecnica” che caratterizzerà la Giornata del 2027, Leone XIV sembra dunque voler costruire un’unica grande riflessione sulla pace. Una pace che non sia semplicemente la pausa tra due guerre, ma giustizia, responsabilità, cura della persona e fraternità.

Una pace che sappia dire no alla trasformazione dell’intelligenza in arma e che sappia invece trasformare l’intelligenza dell’uomo e le sue straordinarie conquiste tecnologiche in strumenti al servizio della vita.

In fondo, il messaggio di Leone XIV può essere riassunto proprio nella logica che attraversa “Magnifica humanitas”: non dobbiamo avere paura del progresso, ma dobbiamo avere paura di un progresso senza coscienza.

Perché una macchina sempre più intelligente non rende automaticamente più intelligente l’umanità.

La vera sfida, allora, è fare in modo che la tecnologia rimanga umana. E che la pace non venga affidata alla potenza delle armi, ma alla forza della responsabilità, della giustizia e della fraternità.

(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 11/08/2026)


martedì 16 giugno 2026

"Io invece non ti dimenticherò mai" - Messaggio di Papa Leone XIV per la VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani (testo integrale e kit con le indicazioni pastorali per la celebrazione)


Messaggio di Papa Leone XIV per la VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani
Disponibile anche il kit con le indicazioni pastorali per la celebrazione


È stato pubblicato oggi il Messaggio di Papa Leone XIV in occasione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, la cui sesta edizione si celebrerà domenica 26 luglio 2026.

Nel testo, il Santo Padre ricorda che il Signore conosce il volto di ciascuno e che il suo amore non viene mai meno, nemmeno nella fragilità della vecchiaia. La Giornata, scrive Papa Leone XIV, «un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio». Rivolgendosi direttamente agli anziani, il Papa li incoraggia a non temere la debolezza – «non abbiate paura della fragilità!» – e a riconoscere in essa una vera e propria vocazione alla preghiera e alla riconciliazione, chiedendo loro di pregare con insistenza «perché giunga presto la pace nel mondo intero».

Un kit pastorale al servizio delle comunità di tutto il mondo

In occasione della diffusione del Messaggio, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita rende disponibile un kit pastorale per sostenere le diocesi, le parrocchie, le congregazioni e le associazioni di tutto il mondo nella celebrazione della ricorrenza. Il sussidio – che contiene il Messaggio del Santo Padre, la preghiera ufficiale, le indicazioni pastorali, un sussidio liturgico e il logo della Giornata – offre strumenti e suggerimenti per mettere in pratica il desiderio espresso dal Papa nel Messaggio: «Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro».

Una celebrazione eucaristica e la visita agli anziani soli

Come di consueto, si propone che la celebrazione della Giornata si articoli attorno a due gesti fondamentali: una liturgia eucaristica dedicata agli anziani e la visita a quelli più soli della propria comunità, ai quali consegnare il Messaggio del Santo Padre insieme a un segno di vicinanza. In questa sesta edizione si sottolinea con particolare forza la dimensione della prossimità verso chi vive solo e chi non riceve visite: quando ci si recano all’interno di una struttura, si raccomanda di raggiungere anche gli anziani allettati nelle proprie stanze, perché a nessuno manchi il messaggio di consolazione che la Giornata vuole esprimere.

La facoltà di spostare la data della celebrazione

Nel sussidio si rende inoltre nota la disposizione del Santo Padre, già comunicata a tutte le conferenze episcopali: la data ordinaria della celebrazione della Giornata continua ad essere la IV domenica di luglio, in prossimità della memoria liturgica dei santi Gioacchino e Anna, nonni di Gesù; tuttavia, qualora le specifiche necessità pastorali lo suggeriscano, le conferenze episcopali hanno la facoltà di spostare la celebrazione in una data differente. In ogni diocesi, il vescovo è invitato a celebrare la Giornata nella chiesa cattedrale.

Farrell: ad ogni età siamo figli, membra vive della comunità cristiana

Il cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, infine invita gli anziani a celebrare la Giornata nella gioia di sentirsi figli amati da Dio e sottolinea che “riscoprirsi figli ad ogni età è un richiamo per tutti gli anziani ad approfondire la propria vocazione e a sentirsi – in ogni stagione della vita – membra vive della comunità cristiana e corresponsabili della sua missione”.

Materiali da condividere per promuovere la Giornata nelle Chiese locali

Il kit pastorale è disponibile sul sito del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Tutti i materiali possono essere scaricati liberamente e sono utili alla condivisione e alla promozione della Giornata in vista della celebrazione nelle parrocchie e nelle diocesi, a livello locale, nazionale o internazionale.

Il Dicastero invita inoltre le comunità a far conoscere le iniziative organizzate per l’occasione scrivendo all’indirizzo anziani[at]laityfamilylife.va o condividendole sui canali social con l’hashtag #NonnieAnziani.
(fonte: Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita 15/06/2026)

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA VI GIORNATA MONDIALE DEI NONNI E DEGLI ANZIANI

[Festa dei Santi Gioacchino ed Anna, 26 luglio 2026]
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Io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15)

Cari fratelli e sorelle,

per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani (cfr Is 49,16) e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio (cfr Is 49,15). Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del “tu”. Anche oggi possiamo leggere queste parole riferite a ciascuno di noi, e ognuno può sentire quel “Non ti dimenticherò mai” rivolto a sé.

Sono parole che riempiono di consolazione e di fiducia. Esse sono la risposta a un angoscioso sentimento che agita il cuore: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14). Quante volte nella Sacra Scrittura, in particolare nei Salmi, la preghiera nasce dallo smarrimento di chi ha l’impressione che la propria vita non rivesta interesse per nessuno e venga trascurata! La dolorosa sensazione di essere dimenticati accomuna purtroppo molte persone, e tra queste non poche sono anziane.

L’amore di Dio, che invece non dimentica nessuno, si offre come atto di giustizia e risposta all’anonimato, nel quale troppo spesso la vita umana finisce per smarrirsi. Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia.

La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio. Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 239).

La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”.

È dolce, ad ogni età, ma specialmente quando non si è più giovani, scoprire, come disse il Beato Giovanni Paolo I, che siamo destinatari «da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre» (Angelus, 10 settembre 1978). Anche se non viene spontaneo pensare così, la verità è che nemmeno da vecchi cessiamo di essere figli e figlie, e perciò resta valido, ogni giorno, l’invito a tornare tra le braccia di Dio, il cui amore è paterno e materno insieme.

La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita. Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale. In questo nuovo cammino si può riconoscere che Dio, come dice Sant’Agostino, «è madre perché riscalda, perché nutre, perché allatta, perché custodisce» (Commento al Salmo 26, II, 18). È una consapevolezza che aiuta a non provare vergogna della fragilità che emerge e anche a comprendere che tutti, sempre, siamo bisognosi gli uni degli altri e mendicanti di attenzione e di cura. A Dio, che si fa prossimo e che impariamo a riconoscere nella sua tenerezza, possiamo ora rivolgerci con fiducia filiale nella preghiera. Non è mai troppo tardi per iniziare a rivolgersi a Lui. Può essere un grande dono per tutti.

Cari anziani e anziane, Papa Francesco parlava di voi come di un “nuovo popolo” (Catechesi, 23 febbraio 2022), in quanto il numero di persone avanti con l’età non è mai stato così alto nella storia umana. È allora quanto mai importante con voi, “nuovo popolo”, riflettere su quale possa essere la nostra vocazione quando la fragilità, compagna dell’uomo fin dalla nascita, sembra prendere il sopravvento. Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita. Infatti, quando è accettata e riconosciuta, la fragilità «apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera» (Incontro con la comunità algerina, Basilica di Nostra Signora d’Africa, Algeri, 13 aprile 2026).

È così che possiamo vivere da cristiani il tempo della vecchiaia: “fragili” ma allo stesso tempo “chiamati”. Un uomo e una donna possono, infatti, rinascere da vecchi (cfr. Gv 3,4- 6) ed esclamare, con il profeta: «Nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la nostra forza» (Is 30,15). Una forza che può diventare invito a non ricorrere alle vie dell’arroganza e della potenza per garantire la convivenza umana, ma alle vie della riconciliazione e della pace vera. In questo tempo, segnato in maniera così dura dalla violenza bellica e sociale, molti si interrogano su come sarà il mondo nel quale cresceranno i propri nipoti. Vi esorto, carissimi, ad unirvi a me nel pregare con insistenza perché giunga presto la pace nel mondo intero.

Sorelle e fratelli anziani, vi ringrazio perché mi sostenete ogni giorno con le vostre preghiere, specialmente quando recitate il santo Rosario. Ricambio di cuore e vi lascio questo augurio: il Signore ci rinnovi sempre nella fede, nella speranza e nella carità, Lui che mai si dimentica di noi!

Dal Vaticano, 15 giugno 2026

LEONE PP. XIV


lunedì 15 giugno 2026

MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DEI POVERI: «Il Signore è il rifugio del povero» - Da Papa Leone XIV forte denuncia contro corruzione, egoismo ed accuse all’indifferenza digitale e alla cultura dello scarto


«La Chiesa deve essere povera e rifugio per i poveri». 
La povertà specchio della crisi spirituale del nostro tempo. 
Da Papa Leone XIV: forte denuncia contro corruzione e egoismo ed accuse all’indifferenza digitale e alla cultura dello scarto 


Oggi sembra prevalere una logica che genera esclusione, umiliazione e sfruttamento, fino a colpire intere popolazioni. Davanti a questo il Papa richiama le parole severe del Salmo: “Divorano il mio popolo come il pane”, nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, che si celebrerà il prossimo novembre.

Nel testo diffuso domenica 14 giugno, Leone XIV affida alla Chiesa e al mondo una riflessione intensa sul rapporto tra fede, giustizia sociale e dignità umana. Il tema scelto, tratto dal Salmo 14, “Il Signore è il rifugio del povero”, diventa la chiave di lettura di un documento che denuncia con forza le nuove forme di esclusione e invita i cristiani a riscoprire il volto di Dio nei più fragili.

Il Pontefice parte dalla drammatica esperienza del popolo d’Israele durante la distruzione del Tempio di Gerusalemme per sottolineare come ogni epoca conosca forme diverse di povertà e smarrimento. “Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere”, scrive Leone XIV, osservando che ancora oggi “è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa”.

Il Papa denuncia una società che sembra aver smarrito il senso della trascendenza e che sempre più spesso vive come se Dio non esistesse. “La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale”, afferma.

Secondo Leone XIV, le conseguenze di questa deriva ricadono anzitutto sui poveri. “L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione”.

Le nuove forme di emarginazione nell’era della tecnologia

Nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, Papa Leone XIV concentra l’attenzione sulle modalità con cui le società contemporanee tendono a silenziare le richieste di giustizia provenienti dagli ultimi. “Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste”, scrive il Pontefice. Una denuncia che si estende anche all’ambiente digitale, accusato di amplificare pregiudizi e disinteresse. “L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause”.

Di fronte a questa situazione, il Papa richiama la fiducia in Dio come unica certezza per chi vive condizioni di esclusione. “Al povero non resta che gridare verso Dio e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia”.

Leone XIV osserva che proprio la povertà permette spesso di cogliere ciò che è essenziale. “Il povero sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale”. Per questo motivo egli è in grado di mantenere viva la speranza anche quando tutto sembra negarla.

Il Pontefice dedica parole di consolazione ai tanti che vivono sofferenza e solitudine. “Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore”. Una riflessione che trasforma il tema della povertà da semplice questione sociale a profonda esperienza spirituale e umana.

«Gesù è il rifugio di Dio per i poveri». Il Papa richiama la Chiesa alla condivisione e alla prossimità: Cristo si identifica con gli ultimi e gli emarginati

Il cuore teologico del Messaggio scritto da Leone XIV si sviluppa nella meditazione sulla figura di Gesù Cristo, presentato come il compimento della promessa contenuta nel Salmo.

“Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo”, afferma il Papa. Con l’Incarnazione, spiega, Dio non resta distante dal dolore umano ma entra nella storia condividendone fino in fondo la fragilità. “Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi”.

Leone XIV sottolinea che Cristo non si limita a proteggere chi soffre ma ne assume la condizione. “In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce”. Da qui nasce l’appello rivolto alle comunità cristiane affinché sappiano riconoscere il volto di Cristo nei dimenticati del nostro tempo.

“I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane”, osserva il Pontefice. E aggiunge: “Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno”.

La Chiesa è chiamata a rendere concreta questa presenza. “Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità”. Un compito che riguarda soprattutto chi è privo di casa, lavoro, istruzione, salute e sicurezza, per i quali il Papa indica nella condivisione la via privilegiata del Regno di Dio.

Un esame di coscienza per tutta la comunità cristiana

Nell’ultima parte del Messaggio, Papa Leone XIV rivolge alla Chiesa una serie di interrogativi che assumono il tono di un vero esame di coscienza collettivo.

“In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero”, scrive. Per il Pontefice, la comunità cristiana non può accettare che milioni di persone restino invisibili. “La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura”.

Richiamando Sant’Agostino e la parabola del ricco e del povero Lazzaro, Leone XIV ricorda che Dio guarda la storia da una prospettiva diversa da quella del successo e del potere. Per questo ripropone la domanda fondamentale: quale posto occupano davvero i poveri nelle nostre comunità?

“Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese?”, domanda il Papa.

Il documento si conclude con il richiamo all’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Leone XIV ricorda l’episodio in cui il Poverello scambiò i propri abiti con quelli di un mendicante per condividere concretamente la sua condizione. “Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro”.

Da qui l’auspicio finale: che la X Giornata Mondiale dei Poveri diventi “una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità”. Un appello che Leone XIV affida all’intercessione della Vergine Maria, perché la Chiesa continui a camminare accanto agli ultimi e a riconoscere in essi il volto stesso di Cristo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 14/06/2026)

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA X GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 15 novembre 2026

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Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6)

1. Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6). Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere in vista della X Giornata Mondiale dei Poveri. Ancora una volta è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa. L’espressione del Salmo diventa criterio di giudizio per l’esistenza cristiana perché rivela il volto di Dio e riconosce la povertà umana. In un momento storico drammatico, infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì privato della presenza di Dio e sperimentò una miseria materiale e morale senza precedenti.

Ad ogni generazione questa Parola appare in tutta la sua attualità. Fin dall’inizio mostra la contraddizione in cui si cade spesso ancora ai nostri giorni. La prima costatazione, in effetti, è questa: «Lo stolto pensa: “Dio non c’è”. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene» (Sal 14,1). Essa evidenzia il contrasto tra quanti si comportano con saggezza e quanti invece trascinano la loro vita come se non ci fosse nulla sopra di loro. Si nota, purtroppo, come sia diffusa anche ai nostri giorni un’ingiustizia sociale che sgorga dalla corruzione tracotante, tanto deplorevole quanto discriminatoria. La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale.

I primi a doverne subire le conseguenze sono i poveri, non a caso in aumento in molte società. L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione. Viene così esibita una dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umilia. In questa condizione si trovano non solo singole persone, ma intere popolazioni. Le parole del Salmo risuonano ancora colme di verità: «Divorano il mio popolo come il pane» (Sal 14,4).

2. Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste. L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause. Al povero non resta che gridare verso Dio (cfr Sal 34,7) e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia. Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa. In questo totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa silenziosamente realtà. Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono negare.

Il povero, però, sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale. Più simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia, che non tarda a manifestarsi. Nella notte dell’abbandono e della solitudine, il povero “abita al riparo dell’Altissimo” (cfr Sal 91,1). Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore.

3. Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo. Dio prende dimora presso di noi con l’incarnazione del Figlio, che rende concreto e visibile il rifugio sperato. Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi. A tutti viene incontro e a ciascuno offre rifugio sicuro: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce.

I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane. Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno. Lo incontrino, anzitutto, in coloro che si dicono cristiani. Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità. Gesù di Nazaret è il dono di Dio ai poveri. In Lui tutte le promesse diventano realtà. Per quanti sono privi di una casa, di un lavoro, dell’istruzione, del cibo, della salute si apre una nuova via: la condivisione come espressione del Regno di Dio (cfr Mt 5,3). All’ossessione di quanti accumulano ricchezze solo per sé si oppone l’ostinazione di Dio che, nella testimonianza di persone in carne e ossa, apre il cuore e accoglie nel suo amore.

4. In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero. La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura. La Chiesa, per sua stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri. Non dimentichiamo il commento di Sant’Agostino alla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro: «Ci ha taciuto il nome del ricco e ci ha detto il nome del povero. Il nome del ricco andava di bocca in bocca, ma Dio l’ha taciuto; il nome del povero passava sotto silenzio, ma Dio ce l’ha rivelato. […] Tu cosa sceglieresti? Essere povero come Lazzaro o essere ricco come l’altro? Non lasciarti ingannare! Ascolta quale fu la fine e nota la scelta cattiva» (Sermo 33A, 4).

Come ho ricordato nell’Esortazione apostolica Dilexi te, «verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato” (n. 21).

Sorgono inevitabili alcune domande, che in questa X Giornata Mondiale dei Poveri abbiamo urgenza di far risuonare nella nostra mente e nel nostro cuore. Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Questi e molti altri interrogativi obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro liberazione. Allora vedremo che i poveri diventano loro stessi rifugio per altri. L’esperienza della povertà rende particolarmente sensibili a una rinnovata solidarietà davanti alle sfide.

L’amore di Cristo ci rende infatti partecipi della vita d’amore di Dio. In questo senso, i cristiani sono chiamati non solo a cercare rifugio in Dio, ma anche a farsi in Dio un rifugio per gli altri, senza «distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio. Ognuno è un dono per gli altri» (Omelia, 17 agosto 2025).

5. L’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi ci sollecita a ricordare come, giunto a Roma pellegrino alla tomba dell’apostolo Pietro, egli fu colto da compassione per i mendicanti. Per comprendere e sperimentare la loro sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno di loro, sedendosi a chiedere l’elemosina e trascorrendo l’intera giornata in mezzo ai poveri con gioia di spirito (cfr Fonti Francescane, 1405-1406). Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro. Chi ha Dio per rifugio è libero di compiere scelte profetiche, che testimoniano come tutto possa essere ripensato dal basso, nell’umiltà e nella fraternità che, sole, riparano un mondo ferito dalla prepotenza.

Confido che questa X Giornata Mondiale dei Poveri possa costituire una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità. Manteniamo viva l’obbedienza alla Parola di Dio, che provoca alla conversione del cuore. La Vergine Maria, che nella carne crocifissa del Figlio ha contemplato l’amore di Dio che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,53), interceda per noi.

Dal Vaticano, 13 giugno 2026, memoria di Sant’Antonio di Padova.

LEONE PP. XIV


venerdì 1 maggio 2026

Il lavoro e l’edificazione della pace

Il lavoro e l’edificazione della pace


Pubblichiamo il Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio) dal titolo: “Il lavoro e l’edificazione della pace”.

In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra. Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona.

Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27). Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare. Nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. […] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale».

Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo. Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf. Francesco, Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024).

Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138). Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi» (139). Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili.

Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12 novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».

Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.

Roma, 25 marzo 2026
Solennità dell’Annunciazione del Signore

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace


venerdì 13 febbraio 2026

MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2026 - Leone XIV: in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri - Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione

MESSAGGIO DI LEONE XIV
PER LA QUARESIMA 2026

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Leone XIV:
in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri

Nel suo messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua 2026, dal titolo: “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, il Papa chiede forme di “astensione concreta” come “disarmare il linguaggio” e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre

Papa Leone XIV (foto d'archivio)

Nel suo messaggio per la Quaresima 2026, Papa Leone XIV invita a chiedere la grazia per un tempo che “renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi” e perché tutti abbiano “la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”. Infine invita ad impegnarsi “affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Un tempo per rimettere Dio al centro della nostra vita

Un testo reso pubblico oggi, 13 febbraio, ma firmato il 5 febbraio, memoria di Sant’Agata vergine e martire, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”. Nel tempo di quaranta giorni che precede la Pasqua, e che si apre mercoledì 18 febbraio, ricorda infatti il Papa, la Chiesa “ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno”.

Ascolto della Parola e del grido di chi soffre

In questo cammino di conversione è fondamentale lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, sottolinea Leone XIV, e rinnovare la decisione di seguire Gesù fino a Gerusalemme, “dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”. Per questo richiama l’importanza di dare spazio a questa Parola attraverso l’ascolto, che è un tratto distintivo di Dio stesso. Il Signore che parla a Mosè nel roveto ardente gli dice infatti di aver udito il grido del suo popolo oppresso in Egitto. Un “Dio coinvolgente”, commenta il Pontefice, che ci raggiunge con pensieri “che fanno vibrare il cuore”

Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta.

In questo modo, prosegue Papa Leone, ci lasciamo istruire da Dio ad ascoltare come lui, fino a riconoscere, e qui cita la sua Esortazione apostolica Dilexi te, che “la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa”.

Il digiuno dispone all’accoglienza della Parola

Il Papa ricorda poi che il digiuno, esercizio ascetico “insostituibile nel cammino di conversione”, è una pratica concreta “che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Il digiuno e la fame di giustizia

Quindi Leone XIV cita Sant’Agostino, che ne “L’utilità del digiuno” ricorda che solo gli angeli si saziano del “pane” della giustizia, mentre gli uomini, in vita, “ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso”.

Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Disarmare il linguaggio, rinunciare alle parole taglienti

Il Pontefice ricorda però che nel digiuno va sempre evitato l’orgoglio, e va quindi vissuto “nella fede e nell’umiltà”, in comunione con il Signore, e deve sempre includere “anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio”. Per questo invita tutti “a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme in comunità, compiere un cammino condiviso

Dopo “ascolto” e “digiuno”, la terza parola del messaggio di Papa Leone XIV è “insieme”, perché “la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno”. Ricorda che la Scrittura narra che il popolo d’Israele si radunava “per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge” e praticare il digiuno, “in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale.

Nelle nostre comunità ecclesiali, come pure nell’umanità “assetata di giustizia e riconciliazione”, conclude il Papa, “la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni”, come la qualità del dialogo, e la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà.
(fonte: vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 13/02/2025)

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Ascoltare e digiunare.
La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.

Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare

Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.

Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.

È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». [1]

Digiunare

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità». [2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». [3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana». [4]

Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme

Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.

Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.

Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

LEONE PP. XIV

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[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).






mercoledì 11 febbraio 2026

"La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro" MESSAGGIO DI LEONE XIV PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
11 febbraio 2026

La compassione del samaritano:
amare portando il dolore dell’altro


Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo». [1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. [2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia. [3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare se stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. [4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», [5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo». [6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità». [7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto». [8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini. [9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti. [10]

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» ( Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” ( 1Gv 4,12.16)». [11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e se stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. [12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti. [13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare se stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza [14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio». [15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio». [16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

LEONE PP. XIV