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martedì 11 agosto 2026

Suggerimenti di letture estive: Il folle di Dio alla fine del mondo - Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco


Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco

Un libro dello scrittore non credente Javier Cercas (uscito nel 2025) restituisce il cuore del messaggio e dell’azione di papa Francesco, ed è un bene da non dimenticare. (#letturestive #suggerimenti di letture estive)


Quando ho letto Il folle di Dio alla fine del mondo (Milano, Guanda, 2025) nell’estate scorsa ho avuto conferma di un’idea che avevo da tempo: Papa Francesco è stato compreso più fuori che dentro la chiesa cattolica. Bastava qualche conversazione a darne prova, soprattutto con non credenti o ‘diversamente credenti’. Ma nel libro di Cercas la questione è lampante, e forse anche per questo meriterebbe la lettura (o la rilettura) a distanza di un anno.

Lo scrittore spagnolo compie una sua ‘indagine su Bergoglio’, strutturando il libro come una sorta di giallo, che è anche la ricerca di una risposta, che egli vuole dare alla madre: vedrà lei di nuovo il marito in Paradiso? Come in ogni poliziesco, ci sono l’ascolto dei testimoni, la ricerca di indizi di chi sia il ‘colpevole’, l’interrogatorio: la struttura è, in fondo, questa. Sennonché il ‘colpevole’ è il Papa, e lo sappiamo fin dall’inizio, e lo scrittore spagnolo, incastrando elementi di saggio, interviste, studi, letture e narrazione (come è nel suo stile, si pensi al suo Soldati di Salamina), cerca di mettere a fuoco, con la scusa della domanda, chi sia veramente Papa Francesco (a noi, oggi, viene naturale chiederci: chi sia stato).

L’occasione, poi, è di quelle emblematiche: seguire il Papa in un viaggio in Mongolia, estrema periferia del mondo e della chiesa, dove i cristiani sono una manciata (ci stanno tutti in una foto, ricorda lo scrittore), e dove si incarna il cuore del pontificato bergogliano: andare ai margini, dare loro rilievo e dignità, osservare il centro da laggiù, secondo una follia che dà il titolo al libro.

Nell’indagine, tra i ‘testimoni’, compaiono personaggi reali, dentro la macchina vaticana o fuori: Tornielli, Spadaro, Fazzini, Ruffini, Brunelli e altri. Tutti interrogati da Cercas, per cogliere la ricchezza di Bergoglio, a cui lui, a volte, accosta delle note che ne evidenziano anche i limiti caratteriali, così da non scadere nell’agiografia.

Molto belli sono i racconti dell’incontro con Tolentino de Mendonça, che con finezza e gentilezza, da poeta qual è, mette in luce e dà alcune chiavi di lettura di Francesco, come, ad esempio, il suo essere «sincronico», che egli spiega così: «Di solito un sacerdote fa discorsi inattuali, eterni, discorsi che valgono per qualunque momento e circostanza e che sfuggono all’agenda dei temi urgenti, quotidiani. Invece papa Francesco ha una grande capacità di sintonizzarsi con il presente, per intervenirvi, e per di più non ha paura di farlo. Non si rifugia in questioni astratte; no: ed ecco tutto il discorso sull’ecologia, sugli emigranti. Sono discorsi che incidono sul qui e ora. Lui avverte l’urgenza di parlare di questi temi, la sfida. È questo che chiamo essere sincronico: sincronizzarsi con l’attualità…».
E altrettanto belli gli incontri con i missionari in Mongolia, quali padre Ernesto, padre Giovanni, suor Lucille, persone che con missioni e carismi diversi sentono e comunicano la freschezza del messaggio cristiano, la forza del Vangelo: essi sentono l’estrema importanza del viaggio del Papa in Mongolia, il loro essere visti pur essendo ai margini, avvertendo la forza di una speranza e di una testimonianza che rincuora e conforta.

Alla fine Cercas riuscirà a porre la sua domanda al Papa, ne avrà una risposta alla Bergoglio: semplice, disarmante, immediata, umana, senza dubbio alcuno. Ma, cosa ancora più rilevante, alla fine del libro comparirà un altro dei gesti spontanei del Papa: una telefonata allo scrittore per esprime la sua vicinanza dopo la morte della madre.

Il libro, che forse avrebbe giovato di qualche pagina in meno, ci restituisce papa Francesco, molte delle sue ricchezze, dei doni che ha dato alla Chiesa, e tra le righe spiega perché la sua umanità («il segreto di Bergoglio è che non ha nessun segreto; il segreto di Bergoglio è che è un uomo comune») e la sua spontaneità, insieme alla sua lettura dei tempi e la sua esperienza di fede , possano aver generato ostilità in ambienti più paludati e retorici, più abituati alla gestione del potere dal centro che non allo sguardo da fuori. Come si diceva all’inizio: Cercas coglie molti aspetti di una personalità straordinaria, senza apologetica, senza polemiche: il cuore di un uomo, il cuore di un cristiano, il cuore di un pastore.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 03/08/2026)


mercoledì 22 luglio 2026

Disarmata e disarmante. La pace è un dono - Leone XIV: Non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

Pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana un nuovo volume di Leone XIV

Non le armi atomiche
ma il disarmo genera la pace

È disponibile dal 21 luglio in libreria il volume di Leone XIV Disarmata e disarmante. La pace è un dono (Libreria Editrice Vaticana, pp. 192, euro 16), introdotto da un suo testo inedito, che pubblichiamo di seguito. 
Il libro, curato da Alessandro Banfi, è la prima antologia che attinge a vari interventi di Papa Prevost sul tema della pace dal giorno della sua elezione, l’8 maggio 2025. Articolata in dodici capitoli, l’opera raccoglie quanto il Pontefice ha affermato riguardo ai conflitti, al rifiuto della guerra, alla ricerca di soluzioni pacifiche, al ruolo della diplomazia, con la sottolineatura centrale che la pace è un dono di Dio e che il primo frutto della Risurrezione di Gesù Cristo è la pace da Lui offerta ai suoi discepoli e al mondo intero.


«Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20, 19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva “a buon mercato”: il corpo glorioso del Maestro di Nazaret mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa.

La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra (1). Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni.

Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore.

Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi.

Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi» (2). Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona.

Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire “in nome” della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II (3).

Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!» (4).

Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia» (5).

La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione.

La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia.

Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da “protagonisti non famosi” che hanno seguito la propria coscienza. È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti.

Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero.

La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non-violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita.

Dal Vaticano, 19 giugno 2026
Leone PP. XIV
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1 Cfr. Global Peace Index 2026, Sydney 2026.
2 Sant’Agostino d’Ippona, Discorsi, 311, 8.8.
3 San Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991.
4 San Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965.
5 Bob Dylan, Go Away You Bomb, 1963.

mercoledì 6 maggio 2026

Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo

Roberto Cutaia
Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo


A un anno dalla morte di Papa Francesco (21 aprile 2025-2026), il volume dal titolo Francesco. Il Papa venuto dalla fine del mondo (a cura di Roberto Cutaia, Nisroch, Macerata 2026, pp. 165, euro 20,00), ne ripercorre il magistero alla luce delle sfide del presente. Il libro riunisce voci diverse, esperti dei rispettivi ambiti del magistero di Papa Francesco, per interrogare una figura che ha saputo parlare al cuore del nostro tempo.

«Papa Francesco ha lasciato questo mondo da quasi un anno – scrive nella prefazione al volume il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano -. Nel tempo che scorre, emergono con più nitidezza i tratti essenziali del suo Magistero, quello che ha donato a tutti attraverso i suoi documenti, le catechesi, le omelie, comprese le tante pronunciate a braccio nella cappella della residenza di Santa Marta. Nei 12 anni, un mese e 8 giorni del suo Pontificato, Papa Bergoglio ci ha aiutato a percepire e riconoscere che anche nei tempi difficili e confusi il Cuore di Gesù salva i cuori di uomini e donne, giovani e anziani abbracciandoli col suo perdono e la sua misericordia. Ha ripetuto che i sacramenti, a cominciare dal Battesimo, sono gesti del Signore, con cui la sua misericordia ci dona vita, ci sostiene e ci guarisce nel nostro cammino, medicine per noi peccatori, non benemerenze riservate ai perfetti. Papa Francesco ha ripetuto tante volte e ci ha aiutato a riconoscere che la Chiesa non vive per sé stessa, e non brilla di luce propria, ma può riflettere solo la luce di Cristo, “luce delle genti”, proprio come accade alla luna, che riflette la luce del sole. Per questo ha citato tante volte l’immagine cara agli antichi Padri della Chiesa, che suggerisce come mistero intimo della Chiesa quello del Mysterium Lunae, il “mistero della luna” […]».

Nell’introduzione, Arturo Sosa Abascal (Generale dell’Ordine dei Gesuiti), scrive: «Ci sono molti modi di avvicinarsi allo stile della vita di papa Francesco data la ricchezza straordinaria della sua umanità di cui siamo stati tutti (o quasi) ammirati testimoni. Uno stile maturato, secondo la secolare tradizione della Compagnia di Gesù, prima in tanti anni di formazione umana, culturale e spirituale e insieme di esperienze pastorali in mezzo al Popolo di Dio. Poi nel ministero episcopale all’Arcidiocesi di Buenos Aires e alla Chiesa latino-americana. Infine, il servizio alla Chiesa universale come Vescovo di Roma, cioè nell’esercizio del ministero petrino di presiedere le Chiese nel mondo edificando l’unità nella carità al servizio della missione del Signore Gesù […]».

Il libro attraversa i nodi essenziali del suo pontificato: la misericordia, il dialogo, la pace, la fraternità universale. Non un bilancio conclusivo, ma un invito a comprendere un’eredità ancora aperta. I contributi sono di Alessandro Andreini, Fernando Bellelli, Fulvio De Giorgi, Cristiana Dobner, Arianna Dutto, Bruno Forte, Markus Krienke, Le Monache Benedettine dell’Isola San Giulio, Silvia Magistrini, Gianni Maritati, Vito Nardin, Fernando Rivas, Suore della Provvidenza Rosminiane, Paolo Usellini.

«Il libro che il lettore ha tra le mani − si legge nell’introduzione del curatore − è una pubblicazione agile e dinamica su un “grande” protagonista della scena mondiale dei primi decenni del terzo millennio. Si tratta di papa Francesco, il 266° papa della Chiesa cattolica (13 marzo 2013 – 21 aprile 2025) al secolo Jorge Mario Bergoglio (1936-2025). Papa Francesco è stato un vero pastore d’anime, schietto (e pertanto non sempre compreso) e soprattutto allergico ai compromessi della tiepidezza e alle ambiguità del doppio gioco […]».
(fonte: Settimana News  02/05/2026) 


mercoledì 25 febbraio 2026

Introduzione di Leone XIV al libro “Peace Be with You!”: Solo cuori pacifici possono costruire una pace giusta e duratura


Introduzione di Leone XIV al libro “Peace Be with You!”

Solo cuori pacifici
possono costruire
una pace giusta e duratura


Da martedì 24 febbraio, nelle librerie degli Stati Uniti d’America e dei Paesi anglofoni esce, edito da Harper Collins, il volume di Leone XIV Peace Be with You!, versione inglese di E pace sia!, pubblicato nell’agosto scorso dalla Libreria Editrice Vaticana. Di seguito diamo, in una nostra traduzione, il testo dell’introduzione inedita scritta dal Papa.

La pace è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è sia un dono sia un impegno: un dono di Dio costruito da uomini e donne nei secoli.

Viviamo in un mondo ferito da troppi conflitti e colpito da ostilità cruente. Un nazionalismo estremo calpesta i diritti dei più deboli. Ancor prima di essere frantumata sul campo di battaglia, la pace viene sconfitta nel cuore umano quando cediamo all’egoismo e all’avidità e quando permettiamo agli interessi di parte di prevalere invece di guardare al bene comune. Molti autori hanno detto che è quando ci rifiutiamo di ascoltare le storie delle altre persone che iniziamo a privarle della loro dignità. Depersonalizzare gli altri è il primo passo verso ogni guerra. Conoscere gli altri, invece, è un pregustare la pace. Ma per conoscere, prima bisogna sapere come amare. Sant’Agostino ha detto che «non si conosce nessuno se non per mezzo dell’amicizia» (Ottantatré questioni diverse, 71).

Vorrei riflettere qui su questa doppia dimensione della pace, che è verticale (la pace come dono dall’Alto) e orizzontale (la pace come responsabilità di ogni persona).

La pace è un dono che Dio ha dato agli uomini e alle donne di ogni tempo attraverso la nascita di Gesù a Betlemme. Gli angeli hanno annunciato pace in terra perché Dio si è fatto uomo. Egli ha abbracciato l’umanità in modo così profondo da distruggere con la sua croce l’ostilità del peccato. Sant’Agostino scrive: «Anche noi saremo gloria a Dio nell’alto dei cieli quando nella risurrezione del corpo spiritualizzato saremo rapiti sulle nubi incontro a Cristo; purché però, ora che siamo sulla terra, ricerchiamo la pace con buona volontà» (Discorsi, 193). La gloria di Dio è discesa sulla terra per renderci partecipi della sua infinita bontà. Questo dono chiama in azione la responsabilità della nostra risposta, della nostra “buona volontà”, come scrive il santo d’Ippona.

Inoltre, la pace è il dono che il Risorto ha offerto ai suoi discepoli. È una pace “ferita” dalle piaghe della crocefissione, perché la pace di Gesù sgorga da un cuore che ama e che si lascia colpire dalla sofferenza di ogni tempo e luogo. «Il Signore dopo la sua risurrezione apparve ai suoi discepoli e li salutò dicendo: La pace sia con voi. Ecco, la pace è il saluto della salvezza, poiché lo stesso termine “salute” prende il nome dalla salvezza» (sant’Agostino, Discorsi, 116).

Tuttavia la pace è anche un impegno e una responsabilità per ognuno di noi. Pace significa insegnare ai bambini a rispettare gli altri e a non bullizzare gli altri quando giocano. Pace significa vincere il nostro orgoglio personale e lasciare spazio all’altro, nella nostra famiglia, sul lavoro, nello sport. Pace è quando il nostro cuore e la nostra vita sono abitati dal silenzio, dalla meditazione e dall’ascolto di Dio; perché Dio non benedice mai la violenza, non approva mai l’approfittarsi degli altri o il frenetico abuso dell’unica Terra che sta sfigurando il Creato, una carezza del Creatore.

Possiamo sentirci impotenti dinanzi alle tante guerre che si stanno combattendo nel mondo. Possiamo rispondere in vari modi a quella che ho definito la «globalizzazione dell’impotenza»: i credenti possono, prima di tutto e anzitutto, dare voce alla preghiera. La preghiera è una forza «disarmata» che cerca solo il bene comune, senza eccezioni. Pregando, disarmiamo il nostro ego e diventiamo capaci di gratuità e sincerità.

Oltretutto, il nostro cuore è il campo di battaglia più importante. È lì che dobbiamo imparare la vittoria incruenta ma necessaria sugli impulsi di morte e le tendenze alla dominazione: solo cuori pacifici possono costruire un mondo di pace. Dobbiamo praticare una cultura di riconciliazione, creando laboratori nonviolenti, luoghi in cui la diffidenza verso gli altri possa diventare un’occasione d’incontro. Il cuore è la fonte della pace; qui dobbiamo imparare a incontrarci invece di scontrarci, a fidarci invece di diffidare, ad ascoltare e a comprendere invece di chiuderci agli altri.

Infine, la politica e la comunità internazionale hanno la responsabilità di agevolare la mediazione nei conflitti, utilizzando l’arte del dialogo e della diplomazia. «Signore Dio, [...] donaci la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto»: con queste parole di sant’Agostino, chiediamo al Padre di concedere al nostro mondo, a tutte le persone, specialmente a quelle più dimenticate e che soffrono di più, la grazia benedetta di una pace giusta e duratura.
(fonte: L'Osservatore Romano 24/02/2026)


venerdì 9 gennaio 2026

Non c’è educazione senza speranza

Non c’è educazione senza speranza

Nel giorno di rientro sui banchi di scuola. è importante tornare a riflettere sul ruolo e sul senso dell'educare oggi...


È sempre difficile parlare di scuola. Tante attese e molteplici visioni affollano i dibattiti intorno a un tema che solitamente viene considerato centrale per il presente e il futuro della nostra società. La scelta che Eraldo Affinati compie per discutere di scuola nel suo ultimo libro – Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo, 2025) – si concentra sul richiamo all’essenziale. Rifacendosi alla celebre acquisizione di don Lorenzo Milani, Affinati – insegnante, scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti – conduce il lettore ad una riflessione che si focalizza sul “come essere” a scuola anziché sul “come farla”. Da qui emerge il profilo dell’insegnante-educatore chiamato anzitutto ad interessarsi dell’inquietudine esistenziale degli studenti e delle studentesse.

Si tratta di una scuola che lungi dall’associarsi alle logiche della competizione solitaria mira a far maturare alle giovani generazioni tutte quelle qualità tese ad intendere ciò che siamo e quindi – per dirla con Pavese – ad apprendere «il mestiere di vivere». A parere di Affinati una missione del genere non può riguardare soltanto l’insegnante preparato e visionario ma ha bisogno del sostegno dell’intera comunità: «In mancanza di un rapporto virtuoso fra il mondo della scuola e la società tutta, ogni iniziativa anche carismatica dei singoli maestri è destinata a fallire» (p. 58). Per via di questo approccio, ancor prima di certificare i risultati raggiunti in termini di conoscenze, abilità e competenze la scuola diventa un punto di passaggio, di incrocio, di scontro e di mediazione fra le generazioni.

In questo “luogo” tanto fisico quanto emotivo, umano, valoriale e spirituale l’insegnante non può che porsi nell’ottica del provare a fornire un contributo ad un lavoro comune che investe sia tutto il personale della scuola sia l’intera comunità sociale. Secondo Affinati, il primo apporto dei docenti è quello che nasce dalla consapevolezza della singolarità di ogni apprendimento dovuta alle variabili ambientali, familiari, sociali, individuali che rendono ogni gruppo classe una comunità con specifiche caratteristiche. Così l’educatore – al di là di quanto stabilito sul piano delle consuetudini burocratiche e legislative – ha la responsabilità di prendersi carico dello sguardo altrui, quello degli allievi che gli sono stati affidati.

Secondo l’autore attraverso un’apertura fiduciosa verso gli studenti e un’opportuna gestione del tempo, l’insegnante-educatore è chiamato a scendere nel gorgo della complessità degli incontri, della gestione del dissenso, della propria fragilità: «Così come il Nazareno, che non si accontentava di restare in mezzo agli amici e alla gente pia, fra rose e gigli, l’educatore dovrà essere pronto a fronteggiare gli intralci che danneggeranno i suoi progetti» (p. 112). Quello del maestro allora è un atteggiamento interiore – ancor prima di un profilo giuridico-amministrativo – sorto dall’aver fatto bene i conti con se stesso e con i relativi limiti dovuti al narcisismo, all’autosoddisfazione, alla schiavitù dei risultati e delle attività routinarie da compiere.

Alla luce del suo percorso umano e professionale, Affinati delinea un’idea di scuola lontana dai meccanismi degenerativi e onnicomprensivi del capitalismo occidentale. Per lui l’educazione e la formazione devono fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare il mondo nella consapevolezza di trovare negli insegnanti delle guide, dei punti di riferimento, dei compagni di viaggio. Da ciò deriva la ferma convinzione secondo la quale l’istruzione: «non rappresenta un semplice passaggio di consegne da una generazione all’altra. È piuttosto un pane da spezzare e condividere insieme nella speranza di poter realizzare azioni sensate e pronunciare parole che siano legittimate dalla nostra vita» (p. 61).
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Rocco Gumina 07/01/2026)


martedì 11 novembre 2025

“Esci da quella stanza”. Alberto Pellai e Barbara Tamborini: “Riportiamo i nostri figli nella vita reale”


“Esci da quella stanza”. Alberto Pellai e Barbara Tamborini:
“Riportiamo i nostri figli nella vita reale”

Alberto Pellai e Barbara Tamborini lanciano un appello urgente ai genitori: il mondo digitale sta risucchiando i nostri figli. Tra social, videogame e manipolazioni, occorre restituire loro l’infanzia e l’adolescenza favorendo esperienze e relazioni in presenza per proteggerli dai rischi invisibili e riportarli nel mondo reale

Foto Università Cattolica/SIR

Nel saggio Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo (Mondadori, 2025), Alberto Pellai e Barbara Tamborini affrontano con lucidità una delle sfide educative più urgenti del nostro tempo: l’impatto del digitale sulla crescita emotiva, cognitiva e relazionale di bambini e adolescenti. Il libro è un grido d’allarme, ma anche una guida concreta per genitori e educatori che vogliono agire in modo consapevole.

Adolescenza digitale: chiusi in cameretta, lontani dal mondo. Il titolo stesso è una provocazione. Oggi, il comando “va’ in camera tua” non è più una punizione, osservano gli autori, ma un premio. I ragazzi si rifugiano volontariamente nelle loro stanze, immersi in smartphone, social e videogame. Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, e Tamborini, psicopedagogista, marito e moglie genitori di quattro figli, spiegano come questo isolamento volontario nasconda pericolose insidie:

contenuti estremi, relazioni tossiche, esperienze emotive precoci e destabilizzanti.

Le relazioni tra pari, mediate da chat e social, diventano terreno fertile per bullismo, esclusione e vergogna. Il confine tra reale e virtuale si dissolve, e il ritiro sociale si diffonde silenziosamente.

“Adolescence”: quando il virtuale contamina il reale. Gli autori citano la serie TV Adolescence, in cui un tredicenne è sospettato dell’omicidio di una compagna. La trama evidenzia come i giovanissimi della Gen Z siano immersi in dinamiche aggressive, spesso senza comprenderne il senso.

Il virtuale – avvertono – anticipa esperienze che dovrebbero arrivare più tardi, mentre gli adulti, inconsapevoli o distratti, non ne colgono i segnali.

Videogame e dipendenza, la trappola dopaminergica. Una sezione cruciale del libro è dedicata ai videogame, in particolare a titoli come Fortnite. Gli autori spiegano come questi giochi siano progettati per attivare i circuiti della gratificazione istantanea, generando dipendenza.

Il cervello produce dopamina, e il giocatore entra in un circolo vizioso difficile da interrompere.

Le testimonianze di genitori di preadolescenti raccontano di crisi emotive e reazioni violente quando si tenta di limitare il tempo di gioco.

Alberto Pellai (Foto Federica Davoli)
Tra glamour e manipolazione. Pellai e Tamborini analizzano quindi tre processi cognitivi amplificati dai social media. Anzitutto la “desensibilizzazione”, che avviene quando l’esposizione continua a contenuti contrari ai propri valori riduce la sensibilità emotiva. Quindi la “normalizzazione”, quando ciò che è estremo (nudità, turpiloquio, bestemmie) diventa “normale”. Infine la “glamourizzazione” che avviene quando pratiche nocive come chirurgia estetica estrema, gioco d’azzardo, comportamenti pericolosi, alcol e droghe vengono presentate come buone e desiderabili. Secondo i due autori, questi meccanismi alterano la percezione dei giovanissimi, rendendoli vulnerabili a messaggi manipolatori e a modelli distorti.

Il Gatto e la Volpe. Una potente metafora irrompe a questo punto nel libro:

“Gli occhi con cui vengono guardati i nostri figli sono quelli del Gatto e della Volpe”.

Il sistema digitale, con il suo marketing strategico, sfrutta in modo predatorio la vulnerabilità dei minori per generare profitti. I social non sono solo strumenti di comunicazione, ma vere e proprie macchine di manipolazione, avvertono Pellai e Tamborini.

Pensiero critico e consapevolezza. Dopo quest’articolata analisi, gli autori incoraggiano i genitori a mettere in campo una strategia educativa chiara, capace di decodificare i social come strumenti di marketing aggressivo. Il pensiero critico diventa antidoto:

solo comprendendone i meccanismi di manipolazione è possibile contrastare l’insicurezza e la bassa autostima alimentate nei giovanissimi dal mondo digitale.

Barbara Tamborini
Foto da Festival “Pordenone legge”
Indicazioni pratiche. Il volume non si limita alla denuncia, ma offre strumenti concreti: stabilire regole chiare sull’uso di smartphone e social; introdurre il pensiero critico; monitorare i contenuti frequentati dai figli mantenendo un dialogo aperto e non giudicante; promuovere esperienze nel mondo reale: sport, volontariato, oratorio, amicizie vissute in presenza. Importante, inoltre “fare squadra” tra genitori e adulti di riferimento condividendo esperienze educative efficaci per sostenersi reciprocamente. “Esci da quella stanza” è molto più di un libro: è un manifesto educativo, un invito urgente a riaprire le porte delle camerette e a costruire ponti tra generazioni. Non offre soluzioni magiche, ma una bussola per orientarsi nel caos digitale. Pellai e Tamborini ci ricordano che educare oggi significa conoscere il mondo virtuale, decodificarlo e aiutare i nostri figli a viverlo con consapevolezza, senza che diventi un abisso in cui perdersi.
(fonte: SIR, articolo di Giovanna Pasqualin Traversa 07/11/2025)


giovedì 11 settembre 2025

Francesco e San Francesco, un libro postumo. Leone XIV: sembra di risentire la sua voce

Francesco e San Francesco,
un libro postumo. 
Leone XIV: sembra di risentire la sua voce

Nella Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi presentato oggi (10/09/2025) il libro postumo di Jorge Mario Bergoglio “Il mio San Francesco”, che esce il 18 settembre, frutto di un colloquio con il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi. Nel testo anche una lettera di Papa Prevost e la prefazione del segretario di Stato Parolin.

Il libro postumo di Papa Francesco "Il mio san Francesco"

Una pubblicazione “che permette quasi di riascoltare la voce di Papa Francesco”, e noi “ringraziamo il Signore per quanto attraverso di lui ci ha donato”. Sono queste le parole con cui Leone XIV ricorda il predecessore scomparso lo scorso 21 aprile, in una lettera che compare nel libro postumo di Bergoglio “Il mio san Francesco”, frutto di un colloquio avvenuto negli ultimi mesi del 2024 con il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei santi. Il testo (Edizioni Messaggero Padova, pp.160), che contiene anche una prefazione del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ripercorre il profondo legame tra Papa Francesco e il santo di Assisi da cui ha scelto il nome. Sarà disponibile nelle librerie a partire dal 18 settembre ed è stato presentato oggi pomeriggio ad Assisi nella Sala Stampa del Sacro Convento nell'ambito della rassegna culturale "Il Cortile di Francesco". Erano presenti all’evento il cardinale Semeraro in dialogo con fra Giulio Cesareo, direttore dell'Ufficio Comunicazione del Sacro Convento, e fra Massimiliano Patassini, direttore editoriale del Messaggero di Sant’Antonio.

La presentazione del libro ad Assisi

Leone XIV: dalla scelta del nome la sua missione

Nella lettera datata il 22 maggio, festa di santa Rita da Cascia, il Papa ringrazia il prefetto delle Cause dei Santi per questa pubblicazione ed evidenzia come Francesco non solo “ha assunto” quel nome, “ma con esso ha pure cercato di identificarsi per farne il volto della sua nuova missione”. Inoltre nel testo, scritto un mese dopo la scomparsa di Bergoglio, Prevost sottolinea che “non è ancora scomparso dal nostro animo l’effetto provocato” dalla sua morte, tema che viene affrontato anche nel libro. Leone XIV infatti cita una risposta del Papa argentino alla domanda se avesse paura di morire: “Quando si è anziani ci si rende conto che non manca molto alla fine, e allora diventa anche una grazia poter prepararsi alla morte, poter rileggere il proprio passato ringraziando il Signore per tutto ciò che ci ha donato”.

Il cardinale Parolin: le tracce di san Francesco nella vita di Bergoglio

“Quando ci si affeziona a un santo è perché lo si scopre come amico e come fonte di ispirazione” per “vivere con gioia il Vangelo” e “così è accaduto per Papa Francesco” con il Poverello di Assisi, scrive Parolin nella prefazione. Per il cardinale l’influenza di questo santo su Jorge Mario Bergoglio si vede “tra le pieghe della sua esistenza, nel suo comportamento, nelle sue scelte preferenziali, nei suoi affetti e desideri, anche negli incontri e nei fatti da lui vissuti”. Nel libro Papa Francesco richiama vari momenti ed esperienze vissute nella sua vita e “sembra quasi riassaporare le tracce benedette che l’esempio di San Francesco aveva lasciato nel suo animo, aiutandolo a essere un po’ come lui, tanto grato al Signore e desideroso di scoprirlo presente nei poveri, di volergli bene in chi soffre ed è solo”. E infatti, per il segretario di Stato, questa “testimonianza” raccolta negli ultimi mesi della vita di Francesco è quasi “un suo ‘testamento spirituale’ fatto di memorie vive e di rendimenti di grazie”. “Lo sguardo luminoso e sereno" del Papa, negli ultimi giorni della sua vita, sembra anch’esso "collocarsi in sintonia" con la gioia e la gratitudine a Dio che il santo di Assisi espresse quando ormai era vicino alla fine della sua vita.

La presentazione del libro "Il mio San Francesco"

Il cardinale Semeraro: san Francesco, una chiave interpretativa del pontificato

Durante la conferenza stampa ad Assisi, il cardinale Semeraro ha ribadito che “Papa Francesco ha introiettato la figura del santo di Assisi” e questo si è riflettuto sia nello stile con cui ha condotto il suo pontificato, ma anche nel suo modo di affrontare le situazioni. “La santità di san Francesco può essere una chiave interpretativa del ministero petrino” di Jorge Mario Bergoglio. Il porporato ha citato come esempio le varie encicliche scritte dal Pontefice e ispirate dal Poverello di Assisi, come Laudato Si’ e Fratelli Tutti, spiegando che il libro tocca anche temi come il dialogo con l’islam e le altre religioni e la cura del creato. Semeraro ha menzionato anche l’insistenza di Papa Francesco nell’osservare il mondo a partire dalle periferie, “dagli scartati”, e di promuovere una “Chiesa in uscita” come un comportamento di “stile francescano”, perché porta a comprendere la realtà da una prospettiva diversa. Il Papa “ha in qualche maniera fatto vedere la figura di Francesco di Assisi come un orientamento per la Chiesa di oggi”, ha detto il cardinale.

Il cardinale Marcello Semeraro

L’impegno per la pace e le riflessioni sulla morte

Sempre il capo Dicastero ha insistito sull’impegno per la pace di Francesco, portato avanti con lo stesso sentimento da Leone XIV. “Ambedue hanno detto che questa situazione di sconfitta non deve scoraggiarci dal parlare di pace. Hanno usato uno e l’altro l’immagine del seme, quando noi parliamo di pace gettiamo dei semi che devono entrare nel cuore dell’uomo nella fiducia che germogli”, ha sottolineato il cardinale. Infine, in risposta alla domanda se ci fosse un elemento del testo che gli stesse particolarmente a cuore, il porporato ha affermato che ancora lo “commuove” il fatto che nel libro si parli del diventare anziani e prepararsi alla morte. E ha aggiunto che nel 2024, anno di stesura del libro, non poteva immaginare che, l'anno successivo, una settimana dopo aver saputo che le bozze erano pronte, Francesco sarebbe morto. "Nel libro parlò anche di questo: di essere disposti a lasciare e di riallacciare le relazioni per vivere nella pace”.

La presentazione del libro ad Assisi
(fonte: Vatican News, articolo di Isabella H. de Carvalho – 10/09/2025)

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Guarda il video della presentazione del libro

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lunedì 1 settembre 2025

Il Dio in cui non credo


Carlo Silini*
Il Dio in cui non credo


Non credo nel Dio di Vladimir Putin e del suo tirapiedi spirituale, il patriarca di Mosca Kirill, secondo i quali l’invasione dell’Ucraina è una guerra santa, una sacra battaglia contro la decadenza morale dell’Occidente che lascia sfilare masse debosciate di LGBTQ+ e abbandona i veri valori, e che presentano piamente il conflitto contro Kiev come una crociata necessaria per la salvezza spirituale del mondo.

Non credo neppure nel Dio di Benjamin Netanyahu e dei suoi sodali ultraortodossi e teo-nazionalisti che ordinano lo sterminio dei palestinesi e al tempo stesso esentano dal servizio militare i loro studenti delle yeshivot (scuole religiose) perché devono occuparsi di un servizio divino superiore. Né in quello dei terroristi di Hamas che predicano il dovere morale dello sterminio degli israeliani facendosi scudo dei corpi dei civili palestinesi e abusano del suo nome per commettere i peggiori crimini contro le persone e contro il loro stesso Dio.

Però credo nel messaggio radicale del cristianesimo e del suo fondatore, così follemente pacifico da invitare a non distruggere mai i nemici, per pessimi che siano, ma – addirittura – ad amarli e, quando scatta l’onda cieca della violenza, a riporre la spada nel fodero. Perché «chi di spada ferisce, di spada perisce» (Matteo 26:52). Credo anche alle parole illuminate del Corano, laddove recita che «chi uccide una persona innocente, è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chi salva una vita, è come se avesse salvato tutta l’umanità» (Surat al-Ma’ida, 5:32). Stesso messaggio: «Chi salva una vita, è come se avesse salvato il mondo intero», leggo nel Talmud (testo rabbinico), Sanhedrin 37a.

Non credo nel Dio di Donald Trump, seguace della teologia della prosperità, che – anche se non lo dice – detesta i poveri, perché se son poveri è colpa loro: non hanno abbastanza fede o non hanno «seminato» abbastanza (cioè donato denaro alla Chiesa), e quindi meritano l’indigenza, mentre la ricchezza materiale è il segno distintivo del vero credente. Non credo neppure nel Dio di J.D. Vance, vicepresidente Usa, che reinterpreta il concetto teologico di S. Agostino dell’ordo amoris, sostenendo che l’amore e l’aiuto debbano seguire una precisa scaletta: prima i più vicini – la famiglia, la comunità, la Nazione – poi, ma anche no, gli stranieri e i migranti.

Però credo nel Dio del capitolo 25 del Vangelo di Matteo che non ha in uggia i poveri Cristi, al contrario. E non stabilisce alcuna gerarchia tra chi merita la salvezza e chi no, il criterio è la vulnerabilità, e dice: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Una visione in cui sono gli ultimi i più vicini a Dio, non il contrario.

Non credo, infine, nei rosari del leader italiano Matteo Salvini, che li bacia nell’aula laica del Senato a Roma, e li brandisce come un’arma contro la decadenza identitaria dell’Europa cristiana (toh, mi ricorda il patriarca Kirill e il presidente Putin) e contro i migranti provenienti dal sud di religione islamica. Ma credo al dolore di quella madre di duemila anni fa, invocata come un mantra nei rosari, che piangeva sotto la croce di un figlio innocente, condannato, torturato e ucciso e a tutte le madri israeliane, palestinesi e di ogni parte del mondo che oggi versano silenziose lacrime per i propri cari spariti per guerra, per fame o per annegamento in un mare d’acqua o di ostilità in nome di Dio.
(fonte: Azione 18/08/2025) 

*Carlo Silini Giornalista e scrittore, nato a Mendrisio nel 1965. Laureato in teologia a Friburgo nel 1989 è sposato e ha un figlio. Editorialista e caporedattore al Corriere del Ticino e dal 2023 dirige Azione, settimanale di cronaca e cultura della Cooperativa Migros Ticino. Ha vinto lo Swiss Press Award, il più importante premio svizzero di giornalismo, nel 2015 per la categoria carta stampata e nel 2017 per la categoria local. Uscito nel 2015, Il ladro di ragazze, sua prima prova narrativa, è stato per mesi ai primi posti delle classifiche della Svizzera italiana. Stessa sorte per il sequel del 2019 Latte e sangue. Con Le ammaliatrici del 2021 chiude la trilogia.


venerdì 15 agosto 2025

Maria donna di frontiera


Maria donna di frontiera



Ermes Maria Ronchi, frate dei Servi di Maria, è un autore spirituale molto conosciuto e apprezzato per i suoi commenti ai vangeli domenicali e per i suoi libri di profonda spiritualità e umanità. In questo volume si avvicina con estrema delicatezza e venerazione alla figura di Maria così come è presentata nei testi del Nuovo Testamento.

Oltre al nome di Maria e al fatto che fosse madre di Gesù, gli autori del NT hanno ciascuno un proprio approccio alla figura di Maria.

Paolo si è interessato del tema cristologico e, di fatto, oltre al breve accenno di Gal 4, ignora in sostanza la figura di Maria.

Marco si interessa del cammino del discepolo e Maria appare appunto solo come discepola.

Matteo si interessa della storia di Israele fedele e Maria appare come sposa del giusto israelita.

Luca scrive con tenerezza, fa di Maria l’amata di Dio, un modello di canto e di stupore, e lo snodo del tempo, colei che partecipa personalmente alla storia della salvezza.

Giovanni è complesso, simbolico, teologo del cuore, fa di Maria la donna universale, la madre nuova. In una sintesi approfondita e matura, Maria riconosce la trascendenza messianica del figlio e riceve da lui la missione materna nei riguardi del discepolo amato.

Tutti gli scritti del Nuovo Testamento concordano sull’esistenza storica di una donna dalla quale è nato Gesù. I primi tre evangelisti e l’autore deli Atti ne trasmettono il nome: Maria. L’unica cosa da tutti condivisa, da tutti citata, da Paolo a Marco e a tutti gli altri evangelisti, è che è madre. Maria è la madre di Gesù.

La parabola Maria nel NT sottolinea dapprima la maternità fisica, quindi il discepolato e, infine, una maternità nuova e definitiva. Marco e Matteo riportano solo parole su Maria, Luca e Giovanni anche parole di Maria. Maria ha parlato sette volte e il suo silenzio è il luogo «dove si condensano le presenze, dove è possibile riandare alla memoria, riascoltare, riaccendere, confrontare parole e avvenimenti alla ricerca del loro senso profondo (cf. Lc 2,29.51). Il silenzio di Maria non è volto al tacere, ma all’ascolto. Ci vuole molto silenzio per ascoltare il silenzio di Dio» (p. 27). Maria è la creatura evangelizzata per prima.

Secondo Ronchi, Maria appare come una donna di frontiera: madre di cielo e di terra. Il cammino della donna di Nazaret tocca le regioni del cielo: va dalla riflessione, alla contemplazione, fino alla dossologia. E abbraccia anche le regioni della terra: diventa subito servizio all’umanità disorientata, presenza generativa, accoglienza e cura.

Inserita nella duplice dinamica tra mistero e quotidianità, Maria diventa paradigma di apertura e della porta di umanità: lei, la prima della lunga carovana dei credenti che attraversa la storia, si pone al servizio tanto della Gloria quanto della vita.

Dal volume di Ronchi il lettore è sfidato a comprendere che la devozione a Maria non può significare estetismo o sentimentalismo. Sarà invece rispetto, difesa, amore della vita. E sarà invitato a denunciare tutto ciò che offusca l’immagine di Dio o attenta alla dignità di qualsiasi figlio o figlia, diminuendo la nostra comune umanità.

L’opera di Ronchi invita a un incontro personale con Maria, donna del sì e della speranza: non modello distante, ma presenza trasformante nel cammino di credenti e cercatori spirituali.

Il Vangelo di Luca

La presenza di Maria nel Vangelo di Luca impegna varie pagine dello studioso (pp. 29-82). Fanno la parte del leone il momento dell’annunciazione (1,26-38) e quello del cantico di Maria (1,46-55).

Del primo evento si presenta lo schema narrativo, il dialogo, i tre interventi dell’angelo, il clima di ascolto, silenzio e stupore.

Ronchi riflette sull’emozione che coglie ogni lettore. Riportiamo un brano che ben esprime il dettato spirituale e poetico dell’autore:

«La mia annunciazione è ogni giorno di vita che mi è dato, è la capacità di meravigliarmi ancora. La mia annunciazione è nella distanza tra la vita come realtà quotidiana e la vita come appello, che mi chiama oltre, nel bisogno di estasi. La mia annunciazione è nella fame di felicità, ma condivisa, nella fame di comunicare, nella fame di un Dio generatore di vita e di creature che siano come lui, che mandino solo segnali di vita attorno a sé. La mia annunciazione è nella fame di verginità come per Maria; di essere cioè terra vergine, protesa, granello per granello, solo all’inseminazione dello Spirito. La mia annunciazione è nell’ascolto dell’altro: ognuno messaggero dell’invisibile, angelo annunziatore di infinito» (pp. 45-46).

Ronchi riflette a lungo sul cantico di Maria, che nasce in uno spazio di affetto. Dio viene incontro nelle relazioni, è mediato dagli uomini, da incontri, da dialoghi, da abbracci. C’è il momento dell’incontro tra Maria ed Elisabetta. Quest’ultima benedice Maria, la loda, riconosce il motivo nel fatto che ha creduto alla parola di Dio. Il canto di Maria è riletto con parole di traduzione nuove.

Il Magnificat è il vangelo che pone al centro della religione non quello che l’uomo fa per Dio, ma quello che Dio fa per l’uomo. La religione del Magnificat si fonda sul comportamento di Dio, non si fonda sul dovere ma sul dono. Il soggetto di tutto il canto è Dio e l’essenza della religione è la relazione tra Dio e me. La nuova Torah, il nuovo decalogo, non è più prescrittiva di comportamenti dell’uomo verso Dio e i fratelli, ma narrativa di un Dio che è per l’uomo.

Lo scandalo presente nel cantico è dato dal fatto che Maria canta una speranza contro ogni speranza, canta contro l’evidenza. Ella dice: chi fa la storia non sono i potenti per denaro o per intelligenza, ma gli affamati e gli umili. «Dio scommette proprio su coloro sui quali la storia non scommette, su quelli che sono stati sbalzati a terra dal convoglio troppo rapido del progresso» (p. 55). «Coloro che si fidano della forza sono senza troni. Coloro che non contano nulla hanno il nido nella sua mano… ha saziato la fame degli affamati di vita, ha lasciato a sé stessi i ricchi: le loro mani sono vuote, i loro tesori sono aria» (ivi, così Ronchi traduce Lc 1,52-53).

Maria usa i verbi dell’agire di Dio al passato, ma indicano, invece, un tempo nuovo, che inizia. «Ma il futuro entra in noi molto prima che accada» (R.M. Rilke). «Dio sta per intervenire e Maria usa il verbo al passato perché il futuro di Dio, l’esito dell’azione di Dio è sicuro. Sicuro quanto il passato» (p. 57).

Nella profezia e nel canto di Maria appare una teologia del capovolgimento che è sottesa a tanti eventi dell’Antico Testamento, ma non secondo lo schema delle nostre favole. La visita di Dio non comporta la fine della povertà, non dispensa prestigio e ricchezza, ma porta gioia e canto dentro la povertà. Il canto è direttamente proporzionale alla nostra capacità di stupore e di futuro, alla nostra capacità non di attendere, ma di generare il futuro. Quel futuro che, allora, entra in noi prima che accada.

Maria è la donna della periferia, povera di tante realtà perché nessuno ha meno di lei e tutti possono riconoscersi in lei. E allora ciò che è stato possibile per lei, nella fede, può esserlo anche per me. Il Magnificat ci aiuta a capire quali sono le strade che Dio preferisce, e ci chiama a ripartire ciascuno dalle nostre periferie, dai nostri esclusi […] Il segreto della speranza è che Dio entra nel mondo non dal punto più alto, ma dal punto più basso. E la prospettiva del “punto basso” – la devozione alla causa dei poveri – deve essere quella dei veri devoti» (p. 60).

Il cantico si chiude con un verbo di ricordo, che sorge all’improvviso, all’infinito, senza legami sintattici. «Ricordarsi della misericordia!». La misericordia è la perfezione di Dio. «Ricordarsi» è un verbo rivolto a tutti. «Vera devozione – rammenta Ronchi – è ricordare il Magnificat scritto in filigrana dentro i nostri giorni con gli eventi della nostra stessa vita; contemplare il volto della misericordia, ridipingere la nostra icona di Dio; dedurre dall’agire di Dio il nostro agire nelle periferie della storia e del cuore; diventare prolungamento della speranza; fare entrare in noi il futuro. E, infine, diventare esegesi vivente del primo canto veramente cristiano, il canto di santa Maria, con il suo stile fatto di stupore, di misericordia, di futuro gioioso» (p. 62).

Ronchi propone al lettore una scommessa. «La grande scommessa è riscoprire Maria come sorella, come compagna di pellegrinaggio nei dubbi e nella gioia della fede, nella ricerca dell’amore, nella capacità di vivere il dolore e la speranza. La vera devozione consiste nel vedere in lei una di noi che è andata avanti, la maestra del cristianesimo, la sorella della fede, la prima dei credenti che ha imparato a credere con fatica e ad amare con castità e tenerezza, che ha imparato a gioire della vita e del suo Signore. Perché è questo che deve insegnarci: a gioire» (ivi).

La riflessione dell’autore si prolunga sulla Natività del Signore (Lc 2,1-7), sull’atteggiamento di Maria di custodire eventi e parole nel cuore (Lc 2,19 e 2,51), sulla profezia di Simeone (Lc 2,22-39) e su Gesù che viene smarrito nel tempio (Lc 2,41-51).

I Vangeli di Matteo e di Marco

La presenza di Maria nel Vangelo di Matteo appare nella genealogia di Gesù (Mt 1,1-16), nei dubbi di Giuseppe (Mt 1,18-25), e negli episodi riguardanti i magi, l’Egitto e Nazaret.

Il ritmo della genealogia viene spezzato al suo termine. Si spezza il ritmo della storia; la vicenda umana, il cui culmine è l’atto del generare vita, si arresta: «dalla quale», non «dai quali»! Viene quel di più che la storia da sola non può darsi; viene ciò che l’umanità non può generare.

La verginità di Maria riporta la storia fuori di essa, all’origine. Da Maria nasce l’uomo nuovo, il Cristo, perché Dio riprende da capo la sua creazione, ritorna alla storia, e trae il nuovo Adamo, il somigliantissimo al Padre, da Maria, senza intervento d’uomo. È la pienezza e il compimento della Genesi: ognuno nasce dall’altro e, al tempo stesso, ognuno nasce da Dio.

Gesù è un Dio «nato da donna», così noi siamo uomini nati da Dio. Si chiude il grande cerchio: come da Adamo è nata Eva, per intervento divino, così dalla nuova Eva è nato il nuovo Adamo, per intervento divino. E riparte la storia più antica e solo interrotta. Ogni uomo ormai nascerà così: da donna e dall’alto. «Nascere dall’alto significa nascere con dentro non un silenzio, ma una Parola; con dentro non un labirinto, ma un orizzonte. Vuol dire nascere con un cuore già malato di altezza, inquieto finché non riposa in Dio» (p. 85).

L’importanza di Maria per la prima comunità cristiana appare da questo salto storico che in lei si opera. Maria è davvero l’«estasi della storia». La vicenda umana non basta a sé stessa, ha bisogno di uscire – ex-stare –, di andare oltre. Viene nel mondo ciò che l’umanità non può darsi. L’uomo Gesù ha radici nel cielo. Gesù è figlio dello Spirito e della vergine. Non è frutto della nostra storia; anzi, proprio questa storia egli viene a cambiare. «Questo è possibile perché Maria è vergine tutta disponibile a Dio. Lo Spirito Santo è colui che unisce verginità e maternità. La verginità di per sé non è una gloria, un vanto; è diminuzione, è povertà, è debolezza» (ivi).

Il senso della verginità di Maria è l’aprirsi a ciò che è oltre l’umano, per mescolare un po’ di infinito alla nostra storia limitata. L’importanza di Maria appare anche dal fatto che lei è uno dei luoghi di incontro tra la materialità della nostra vita e Dio. Ci indica che Dio viene nella vita e la modifica.

Giuseppe è l’uomo giusto che cerca la volontà di Dio. «Ed è qui forse la radice segreta della verginità della coppia di Nàzaret. Grandezza umana che fa dire: l’amore è più forte. Grandezza della fede che fa dire: accetto di non appartenermi, di non essere io la misura della mia vita, perché qualcosa vale più della mia vita» (p. 90).

Soprapponendo i Vangeli di Matteo e di Luca si scopre che «l’annuncio in realtà è fatto alla coppia, cioè allo sposo e alla sposa, dentro il matrimonio, A tutti e due, al giusto e alla vergine, sposi» (ivi).

Il Vangelo di Marco cita una volta sola Maria, implicitamente, all’interno del tentativo dei familiari di Gesù di andare a prenderlo perché lo consideravano fuori di sé (cf. Mc 3,30-35 e parr. Mt 12,46-50 e Lc 8,19-21).

Anche Maria ha faticato a comprendere il cammino di Gesù e vuole proteggerlo da chi intende fargli del male. Gesù afferma che la sua vera madre e i suoi veri fratelli sono coloro che compiono la volontà di Dio. Gesù non vuol disprezzare la propria famiglia, ma la vuole allargare all’infinito, su un piano spirituale, di modo che diventi lo spazio ampio di una famiglia nuova, quella dei discepoli di Gesù. Maria è presentata come la prima dei discepoli e modello da seguire. Vale più il suo essere discepola che madre biologica. Qual è la volontà di Dio? «Fare l’uomo – risponde Ronchi –, farlo sempre più simile al suo Signore e dargli compagni di strada e di amore. Dargli Gesù Cristo, che sia fratello e amico e modello di uomo finalmente riuscito, e farlo crescere nella statura di Cristo (cf. Ef 4,139 […] fino a che abbia in sé persino gli stessi sentimenti che furono in lui (cf. Fil 2,5), fino a che possa dire: non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me (cf. Gal 2,20)» (p. 101).

I fratelli di Gesù sono il gruppo dei suoi parenti, che avranno un ruolo privilegiato nella primitiva comunità cristiana di Gerusalemme. Mai i fratelli-sorelle di Gesù sono chiamati «figli di Maria». Della Vergine si dice solo che è «madre di Gesù».

Il Vangelo di Giovanni

Ronchi riflette innanzitutto sulla presenza di Maria alle nozze di Cana (Gv 2,1-11).

I «tre giorni» rimandano alla Pasqua e al dono della Torah al Sinai. Con tutte le situazioni di dolore e di povertà esistenti, nel Vangelo di Giovanni Gesù inizia la sua missione durante una festa di nozze. Egli si manifesta come il vero sposo, colui che condivide la gioia e la ricerca di tutti gli uomini. È lui il vino nuovo della nuova alleanza, che porta il cuore dell’uomo a realizzare la comunione con Dio impossibile alla pura osservanza delle leggi rituali dell’Antico Testamento. L’acqua diventa vino nel trasporto, nella sequela di fiducia dei servi.

Maria intercede per la gioia degli sposi, si accorge prima di tutti della tristezza incombente su di loro («non hanno vino»). Maria indirizza i servi a compiere tutto quello che Gesù dirà, portando a compimento l’impegno preso dal popolo di Israele sul monte Sinai.

Gesù non vuole dare il vino materiale ma il vino spirituale e di un’ora alta e gloriosa, di morte e rivelazione.

L’epiteto «donna» rivolto da Gesù alla madre rimanda «dalla parte di colei che, nel racconto delle origini, è la madre di tutti i viventi: il senso di questa parola sta dalla parte di Eva. Perciò dire “donna” significa: Maria modello di umanità nuova, grembo del futuro, madre per sempre di un uomo nuovo. Dio ha un progetto d’uomo, un progetto di un mondo: in questo progetto Maria è madre, come Eva era madre del vecchio concetto di uomo. Quindi, dire “donna” significa mettere dentro questa parola l’umanità femminile, ma anche tutta intera l’umanità» (p. 112).

A Cana Maria appare come donna di relazioni aperte e creative che non si isola, ma fa da collante tra le persone, pronta a mediare dall’uno all’altro, dai servi al figlio, dal figlio ai servi. Maria nel Vangelo non appare mai sola. «Donna d’incontri, connessione delle vite, in nome di un vincolo più alto. È il nexus amantium, come dicevano gli inni medievali, legame, intreccio, nodo di chi ama» (p. 113).

Le parole di Maria ai servi di Cana permettono all’evangelista un’identificazione indiretta fra tutto il popolo di Israele e la madre di Gesù: sulle sue labbra è posta la professione di fede che tutto il popolo ha pronunciato sul Sinai (cf. Es 19,8; 24,3.7). Maria porta a Gesù, è scala, porta, via. Mentre si serve con fiducia, l’acqua diventa vino e i servi diventano uomini e donne irradianti vita. Gesù dona il vino della nuova alleanza, della gioia messianica.

Maria è profezia del volto gratuito e gioioso di Dio. «Cana e il ruolo di Maria ci rivelano un Dio attento al gratuito, che sta dalla parte del vino, che ama il profumo, come a Betania, come al banchetto in casa di Simone (cf. Mt 26,6), un Dio attento – e intento – alla tua felicità» (p. 119). Gesù rivela un Dio che non è la spiegazione del cosmo e onnipotente, ma un Dio attento al gratuito (come lo è il vino), attento all’amore, all’amicizia, alla fede, alla gioia, alla bellezza: al superfluo-necessario (cf. ivi).

L’amore dell’uomo è luogo di evangelizzazione. Belle le riflessioni di Ronchi sull’amore umano e sul matrimonio come emergenza trasparente dell’amore di Dio per l’umanità tutta. «Il matrimonio è come l’affacciarsi alla superficie di un pozzo profondissimo da dove riluce qualche barlume d’oro dell’icona di Dio» (p. 124). L’amore e la sessualità sono luogo di evangelizzazione è non campo di pesantezza morale/moralistica.

Ronchi sintetizza il suo pensiero con una poesia: «Il Dio di Cana è il Dio della festa, / del vino, del gioioso amore danzante/ e io credo in Dio perché è un Dio felice, / che dà il piacere di esistere, / perché altro non fa che eternamente/ considerare ogni uomo/ più importante di lui stesso. / Io sono quell’uomo. / E sono un uomo grato» (ivi).

Il secondo brano che ricorda la presenza di Maria nel Vangelo di Giovanni la vede ai piedi della croce (Gv 19,25-26).

Maria è l’immagine della prossimità ed è invitata all’esodo dal dolore. Le parole di Gesù dicono a Maria: «Deponi un po’ del tuo dolore e riapri la tua capacità di andare incontro, di stare accanto, di innestarti non più sulla mia ma su qualche altra vita: ecco un altro figlio» (p. 130). È come se dicesse: «Rendi questo dolore periferico alla tua vita, e cerca un altro centro, un altro figlio» (p. 131).

La libertà dal dolore, l’esodo dal dolore ha in sé questa certezza – afferma Ronchi –: che il dolore non deve essere determinante né per le nostre scelte, né per le nostre fughe. Ogni sensazione di sofferenza è una minaccia di egocentrismo. «Il dolore è fondamentalmente egoistico. La felicità invece è contagiosa, altruista, si comunica come la luce del sole, fino agli angoli più remoti. Solo nella felicità dell’altro diviene reale e completa la nostra felicità, disinteressata, magnanima, prodiga, partecipe» (ivi).

Origene diceva: «Caritas est passio». «Il Calvario è nodo di amore e di dolore. Il dramma non è la morte, ma non avere nessuno per cui valga la pena patire e appassionarsi, nessuno per cui valga la pena morire» (ivi).

Maria vive una maternità ferita. «Ciò che resta fisso è la maternità e, tuttavia, prima è sua madre, poi Maria è madre quasi senza figli, maternità ferita, poi diventa tua madre. Quasi a dire – annota Ronchi –: “Donna, deponi il tuo dolore e riscopri la tua maternità”, riscopri la tua capacità di amore. Un figlio muore, ma un figlio ti è dato. Dolore di agonia e dolore di parto intrecciati insieme. E a ciascuno di noi è detto: “Ecco la tua vocazione, essere madre. Ecco il tuo futuro, generare vita, anche quando la vita attorno muore”. La tua vocazione conta più del tuo dolore, e questo vale per tutte le nostre vocazioni – ricorda ancora l’autore –. La tua vocazione, che è maternità, che è proteggere, custodire e far rifiorire la vita, conta più del tuo dolore» (p. 133).

La nostra vocazione è la stessa di santa Maria – prosegue lo studioso –, la maternità: custodire, proteggere, prendere cura, amare» (p. 135). La parola di Cristo alla madre è parola dura ed esigente, secondo Ronchi. Spesso è spada di fuoco che incide la zolla del cuore, trapassa l’anima. «Maria, non più madre perché suo figlio sta morendo, ritorna ad essere madre: “Ecco tuo figlio”; madre di maternità ferita, un figlio muore; maternità risanata: “Ecco tuo figlio”; maternità moltiplicata: tutti noi siamo suoi figli» (ivi).

Maria è la donna del terzo giorno. Come Maria, «i cristiani accanto alla croce sono uomini e donne del terzo giorno, che sperano in quella parola: “Il terzo giorno io risorgerò” (cf. Mt 20,19); “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19)» (p. 136).

L’inizio di risposta al dramma del dolore sgorga da una sola parola: risurrezione. Per accettare, come Maria, la mia sofferenza, il mio calvario, io devo sapere, io voglio sapere che Cristo è risorto.

Maria continua comunque a soffrire anche adesso: si addolora e ha compassione delle paure degli uomini, vede finire il vino della gioia, partecipa al mistero della sofferenza di Dio, alla «passione d’amore».

La nostra vocazione è la stessa di Maria: è la prossimità alle infinite croci della terra dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli – scrive Ronchi –, è l’esodo dal nostro dolore personale per farci carico delle ferite del mondo e innestarci sugli altri. «Nel cuore del dolore, in prossimità della morte, dentro il sole nero del giorno dell’abbandono, questa follia rimane: continua la potenza dell’amore. Anche se non ho niente, anche se ho le mani vuote o svuotate dall’angoscia, rimane in un luogo che non so, sorgente della mia sorgente, cielo del mio cielo, terra profonda delle mie radici, rimane la potenza dell’amore. L’unica cosa che non sarà distrutta, capace di tutte le primavere, capace di tutte le risurrezioni, capace di tutte le nuove maternità ferite» (pp. 138-139).

«E da quell’ora il discepolo la prese con sé». «Maria sul Calvario rappresenta l’amore – annota l’autore –, impersona il “sì” che segue, che incoraggia il figlio nella sua vocazione di dono senza riserve. Giovanni rappresenta il discepolo fedele che non è fuggito, che nell’apparente fallimento di Cristo ha ancora la fede nell’incredibile. Maria rappresenta l’amore, Giovanni la fede, e tutti e due insieme anticipano la Chiesa costituita dall’amore e dalla fede. Amore intenso e fecondo di madre, fede anche nell’impossibile come in Giovanni» (p. 140). Per volontà formale di Gesù la maternità fisica di Maria diventa maternità spirituale. Non è lei che riceve ospitalità in casa dei discepoli, è lei che viene come ricchezza in deposito nelle case, come identità nella tua ricerca di identità. Noi abbiamo una madre che ancora, in questo momento e continuamente, genera la nostra identità di credenti (cf. p. 141).

La presenza di Maria negli Atti degli Apostoli

A Pentecoste Maria è presente (At 1,14). Maria non abbandona coloro dai quali è stata abbandonata, gli apostoli, ma li raccoglie con sé, prega con loro, dona loro qualcosa. La forza dello Spirito che sarebbe discesa sugli apostoli e sui fratelli e che li avrebbe investiti dall’alto era la stessa che si era posata sulla Vergine e l’aveva sedotta (cf. Lc 1,35) abilitandola alla divina maternità.

Il dono dello Spirito a Pentecoste ha valore inaugurale solo per la prima comunità, non per Maria. La Vergine costituisce invece un polo nascosto, ma vivo, di attrazione dello Spirito in seno alla comunità. Lei è già, in tensione dinamica, il supremo luogo dello Spirito. La linea dell’invisibile e quella del visibile nella storia della salvezza si incontrano in Maria (cf. p. 144).

Negli Atti si descrive la nascita e l’infanzia della Chiesa. E Maria è presente alla nascita e all’infanzia di Cristo come anche a quella della Chiesa. Maria è la prima cellula della Chiesa, colei che ha già ricevuto lo Spirito, ne è già ricolma. Lei accompagna la preghiera della Chiesa e mostra anticipata l’azione dello Spirito perché nella Chiesa si compia quello che fu il cammino del Cristo» (p. 145).

La preghiera della Chiesa è unanime e perseverante. «Maria è lì per creare una comunità autentica, per mostrare in sé cosa significhi sostenere la preghiera di ciascuno perché sia preghiera comune e la preghiera comune sostenga la crescita di ciascuno verso l’unità» – scrive Ronchi (pp. 145-146).

Dio stanca, pregare stanca. Il «per sempre» fa paura. Santa Maria è la donna della perseveranza: nella gravidanza, nella fede ai piedi della croce, nei tre giorni di silenzio del sepolcro. Perseverante nella preghiera con i discepoli nell’attesa della Pentecoste. «Maria ci richiama all’umile virtù contadina della perseveranza: nel tempo dell’inverno il grano germina sotto terra. La perseveranza è il sigillo umile e fortissimo della speranza» (p. 147).

La presenza di Maria nell’Apocalisse

L’Apocalisse descrive a lungo la donna vestita di sole che partorisce fra i dolori il figlio maschio destinato a governare tutte le nazioni e come il figlio e la donna siano liberati dalle sgrinfie omicide del drago rosso, trovando rifugio l’uno verso Dio e l’altra verso il nascondiglio preparatole da Dio nel deserto.

Secondo la tradizione dei padri e in accordo con l’esegesi moderna, Ap 12 si riferisce innanzitutto alla Chiesa. Solo in seguito, come in filigrana, la figura della donna vestita di sole può essere riferita a Maria, la madre del Messia.

Secondo Ronchi, la parola «donna» impiegata da Giovanni e da Luca per designare Maria, rende possibile per il brano di Ap 12 un’interpretazione mariologica. «In ogni caso la mariologia di Ap 12 è totalmente cristocentrica: la “donna” è tutta riferita al figlio» (p. 150).

L’immagine della donna di Ap 12 può essere riferita a Maria ma anche a ciascun credente in cammino, il simbolo del futuro che già abita in lui. Una donna vestita di sole, generante e pronta a lottare contro il male è una figura in cui «tutti siamo richiamati a riconoscerci, per essere a nostra volta creature solari, luminose, vestite di luce; in questa donna incinta, per essere creature generanti vita, capaci di sostenere, di consolare, perfino di moltiplicare la vita intorno a noi. La Chiesa non si pone come primo obiettivo quello di insegnare, o di pregare, o di organizzare, ma di generare vita. La pastorale è un atto generativo (cf. Gal 4,19) e il cristiano è un rigenerato, nuova creatura, non un sapiente o un filosofo o un asceta» (p. 150).

«Che cosa sta nascendo da Maria-Chiesa-umanità? – si chiede Ronchi –. L’Apocalisse, la nostra storia presente, vuole attenzione a tutti i segni di vita. La nostra vocazione è migrazione verso la vita» (p. 151).

«Oggi il drago è il simbolo dei conflitti, dei genocidi, di tutta la violenza, della corruzione, del crollo degli ideali, del vuoto che spegne la vita e della minaccia di morte allevata dentro di noi con i nostri stessi amori, con il nostro stesso sangue. Maria partecipa maternamente al duro combattimento contro i poteri delle tenebre, che si svolge lungo tutta la storia umana» (p. 151) – commenta l’autore, che cita la Redemptoris Mater di Giovanni Paolo II, 47,3.

La donna vestita di sole dice come anche noi siamo creature luminose, il cui compito è la fatica aspra e gioiosa di liberare tutta la luce sepolta in noi. «Caratteristica dell’uomo nuovo, dell’uomo incamminato nella migrazione verso la vita è il coraggio di lottare, perché l’odio si può vincere, si può disgregare, si può consumare di fronte all’amore» (p. 152).

Nel segno della misericordia

Ronchi conclude il suo volume con alcune pagine molto belle e importanti dedicate ai temi della passione di Dio e della misericordia, rapportandoli alla figura di Maria.

Il dolore patito da Gesù è il dolore dell’amore. «Caritas passio est». «A partire dal Crocifisso, allora, il cuore dell’esperienza cristiana è che il nostro Dio è amore che fa misericordia, partecipando al dolore altrui, quali che siano le sue ragioni, e poi amore che gioisce dinnanzi alla bellezza dei suoi amici. Amore che fa misericordia, amore che gioisce» (p. 156).

«In Gesù, vero uomo, è concentrata la risposta che Dio attende da noi, incontrati attraverso di lui, suo santuario. La risposta è un sì appassionato e incondizionato all’uomo e a Dio fino a morirne. Ecco, tutti abbiamo conosciuto l’esperienza di Cristo come il commuoversi delle sue viscere» (ivi). I vangeli riportano varie testimonianze di ciò.

«Noi siamo santuari di carne della misericordia. Ed è in questo il processo teologico per capire il ruolo di santa Maria – scrive Ronchi in alcune pagine molto importanti anche in rapporto alla pietà popolare –. Quindi non dobbiamo mai trasferire a Maria l’attributo della bontà misericordiosa propria di Cristo, altrimenti si viene a vanificare il grande paradosso cristiano della salvezza. Cristo misericordioso è Dio misericordioso, Dio che si curva dall’alto sulla colpa e sul dolore umano fin al punto di assimilarsi ad essi, di prenderne il carico. Maria non è divina: per definizione è puramente umana. Allora la misericordia di Maria è semplicemente la pietà dell’umanità verso sé stessa, e questa sì che può essere commovente e consolante, ma non ha nulla di rivelatore, di paradossale […] Non si deve delegare alla pura umanità della Vergine la funzione di simbolizzare una grazia al di là del merito, perché allora davvero, come dice Dante “mestier non era parturir Maria” (Purgatorio, III, 37), cioè sarebbe stato inutile che Maria partorisse, sarebbe stato sufficiente domandare al cuore di una sorella, di Eva, il patrocinio dei poveri peccatori preso il trono della giustizia. […] Maria non può essere il femminile misericordioso cui si ricorre per placare il maschile giudice. Non è la madre misericordiosa contro il Cristo iudex. Non è il femminile complice cui si ricorre per ottenere favori dal maschile severo o nonostante il maschile severo. […] È la cultura del femminile, diffusa in uomo e donna, che – sempre secondo Ronchi – è mistificante e menzognera se non è coniugata con l’altro polo: il maschile. Il Dio biblico è colui che con viscere materne è all’uomo, è per te, quella parola che dice: “Esci e va’”, ti strappa da te stesso in un rapporto di alleanza dialogica con lui, non ti tiene inglobato, ti rimanda alla tua responsabilità. In breve, Maria non è la versione misericordiosa, graziante e protettiva di Dio, non è il volto materno di Dio, come dice il titolo di un libro di Leonardo Boff, non è questo. Ciò equivarrebbe a dissolvere il volto del Padre apparso nel Figlio e confermato in noi dallo Spirito Santo che è consolatore e paraclito, che conforta e ne difende» (pp. 158-159).

«Maria – secondo Ronchi – non può essere assunta ad emblema di una religione a basso prezzo, perché il Dio che ti ama con passione materna è il Dio che non dimissiona il suo compito paterno indicandoti la via e dicendoti, come annuncia Isaia: “Su, venite, discutiamo” (Is 1,18). Questo è il ruolo paterno. In nome della pietà popolare non dobbiamo sorvolare su questo» (p. 159).

«Maria è il santuario di Dio, deve essere vista come la casa dove si va, come i magi pellegrini dell’Assoluto, per trovare il Figlio e accoglierlo da lei. E i mendicanti di perdono trovano il perdono del Padre e del Figlio e i mendicanti di senso trovano la parola che colora le esistenze e i mendicanti di vita trovano l’eternità e adorano. Luogo di incontro di due mendicanti è santa Maria: l’uno d’amore che è Dio, l’altro d’amore che è l’uomo» (p. 159).

«Allora nasce naturale la celebrazione. Con Maria si loda, si ringrazia, si canta il Magnificat per i mirabilia Dei: è la celebrazione di un incontro trasformante che rimanda alla quotidianità della compagnia umana quei piccoli santuari viventi che siamo noi, luoghi in cui il Padre continua a dirsi come misericordia nel Figlio, nella comunione dei santi. Santa Maria allora è il typos et exemplar di ogni santuario vivente che è l’uomo, in cui Dio si dice come misericordia» (p. 159).

«Maria dona la fonte della compassione – annota ancora Ronchi –, è la prima redenta della compassione, è la prima che trasmette compassione, esempio di una possibilità per tutti. Maria è evento di misericordia, figlia della misericordia, sorella di misericordia e madre di misericordia» (p. 160. Il Magnificat dà questa chiave di lettura.

«Quando Maria è chiamata madre della misericordia, vuol dire che lei è oggetto della misericordia di Dio ed è lei stessa misericordiosa con i fratelli e le sorelle, cioè è figlia e sorella di misericordia, ma è anche misericordiosa con Dio. Sì, Maria è misericordiosa con Dio, cioè lo riceve nel suo grembo […] Davanti a lei Dio si inchina e da lei attende la misericordia primordiale che solo lei può concedergli, la misericordia primordiale che è il grembo in cui farsi carne […]. Maria è la figura del credente abitato da Dio, da Cristo. Potremmo allora anche noi rivolgere il saluto dell’angelo a quelli che ci sono vicini, nel silenzio […]. In Maria ciascuno può vedere sé stesso come carne in cui il Misericordioso senza casa ha trovato casa, come cuore di pietra che il Padre converte in viscere di tenerezza» (p. 161).

In Maria – conclude l’autore – «l’uomo è reso grembo capace di tenerezza, di commozione, di compassione, di pietà e di grazia, bocca che si dischiude al Magnificat, occhi aperti sul dolore dell’uomo fino a piangerne, udito attento a percepire il gemito della storia e del creato fino al fremito, piedi pronti a fare passi incontro all’altro, mano aperta all’amicizia. In Maria i credenti prendono coscienza di sé come figli di misericordia, come madri di misericordia, cantori di misericordia, artefici di opere di misericordia. Maria, perfetta icona del Figlio e quindi del Padre, ci indica la via per essere a nostra volta icone: essere misericordiosi. Farsi ponte attraverso cui la grazia e la pietà del Padre continuano a incarnarsi nella storia, farsi casa di carne della misericordia, madre di misericordia. Essere creature dal cuore tenero sempre più simili al “Molto Tenero”» (pp. 161-162).

Il volume di Ronchi contiene pagine ricche di spiritualità innovativa, che illuminano anche una sana pietà popolare.
ERMES MARIA RONCHI, Donna di frontiera, porta dell’umano. Presenze di Maria nel Nuovo Testamento (Spiritualità 232), Queriniana, Brescia 2025, pp. 168, € 15,00, ISBN 9788839938329.
(fonte: Settimana News, articolo di Roberto Mela 25/06/2025)