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lunedì 4 maggio 2026

Raniero La Valle - Invece degli idoli

Raniero La Valle
Invece degli idoli

Immagine generata con IA

Cari amici,

ci siamo lasciati nell’ultima newsletter con la tesi che ci giunge dal Novecento, secondo cui oggi le sole forze umane non bastano a scongiurare il peggio, e che “solo un Dio ci può salvare”: ciò non vuol dire che debba avvenire in virtù di un evento straordinario, di un “Deus ex machina” che irrompa dall’alto, bensì grazie a una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo.

Le cose accadute in questi giorni dimostrano quanto sia necessario uno sforzo straordinario. I dirigenti europei e i governanti di tutti gli Stati membri dell’Unione, venuto meno il dissenso dell’Ungheria, hanno stanziato un credito di guerra di 90 miliardi per l’Ucraina, finora a lungo bloccato, di cui a carico dell’Italia sono 13 miliardi (ovvero 13.000 milioni, venti volte di più del presunto sforamento del nostro bilancio, un importo che rappresenta più di un terzo della legge finanziaria 2026). Che si tratti di un intervento per finanziare la guerra in Ucraina è dimostrato dal fatto che contemporaneamente è stato deciso dalla UE un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per impoverirla e così affrettarne la sconfitta, che è il solo modo in cui finora l’Unione Europea ha concepito che possa finire la guerra. Naturalmente si tratta di un calcolo sbagliato, perché quando mancano i soldi gli Stati non li tolgono alle spese militari e agli armamenti, ma alle spese sociali e civili, tanto più quando c’è una guerra in corso; anche Meloni che deve ridurre le spese per scendere sotto il 3 per cento del rapporto tra debito e PIL, nello stesso tempo incrementa i fondi per il riarmo fino al 5 per cento del PIL.

Cosa c’entra Dio in tutto questo? Naturalmente non c’entra niente, la politica economica e militare non è affar suo. Però “è infelice per la nostra sorte”, dice il poeta David Maria Turoldo; finanziare la guerra dell’Ucraina è un atto di straordinaria crudeltà, visto il carico immenso di dolori e di lutti in ambedue i campi che la guerra comporta, e data la insensatezza della presunzione che per terminarla la Russia accetti o subisca la sconfitta, mentre è precluso il negoziato. Naturalmente è possibile che quanti così agiscono non lo facciano per crudeltà, e che lo stesso Zelensky non sia guidato dall’odio ma non voglia perdere la guerra per non perdere la sua gloria. Altrettanto è a dirsi per i responsabili della disperata situazione del Medio Oriente con la guerra all’Iraq, lo sterminio del popolo palestinese e le attuali politiche dello Stato di Israele, nonché per le conseguenze su tutta la popolazione mondiale della chiusura dello stretto di Hormuz. Non tutto si può attribuire all’iniquità personale di quanti provocano tutto ciò: chi siamo noi per giudicare? Se però si fosse disponibili a una cooperazione con Dio, facendolo entrare nelle nostre scelte umane, soprattutto quelle che hanno impatto sulla vita di molti, e ci fosse una corrispondente docilità al cambiamento, la corsa del mondo verso l’abisso e la sofferenza di milioni di persone potrebbero finire.

Questa ipotesi non comporta che tutti pensino Dio allo stesso modo. Dio non è conoscibile; a un “Dio ignoto” innalzavano altari i Greci nell’Areopago; e Michea, un profeta ebreo che sapeva benissimo che Dio è uno solo, gioiva contemplando i popoli salire alla montagna del Signore ciascuno camminando “con il suo Dio”; nella dichiarazione comune di Abu Dhabi di papa Francesco e del grande Imam di Al Azhar si diceva che la diversità di religione è una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. E nella Repubblica di Utopia, descritta da Tommaso Moro, vigeva l’ipotesi che fosse Dio stesso, “per ottenere una gran varietà e molteplicità di culti, a ispirare a chi una cosa e a chi un’altra”. Per i cristiani vale l’“esegesi” fattane dal Cristo. Questo non è politeismo, perché si tratta di uno stesso Dio compreso in molteplici modi, una sorta di monoteismo pluralistico, nel pluralismo delle molte culture. Anche le religioni monoteiste sono nate da diverse rivelazioni del medesimo Dio.

Certo non può essere un Dio per tutti gli usi, non può essere un Dio che, come dice papa Leone, “ascolti le preghiere di chi ha mani che grondano sangue". Se si coopera con un Dio ai fini della salvezza non si possono fare guerre, embarghi, sanzioni, soprusi, scacciare o far annegare gli immigranti, e così via. E in ogni caso l’avere anche solo come ipotesi un Dio con noi, e scendere in campo con lui e con il cuore di lui porta con sé il gran bene di destituire gli idoli, che rischiano di sopraffare l’uomo, di dilaniare i popoli, di devastare il mondo, di interrompere la storia: idoli quali l’Intelligenza artificiale incontrollata nel suo sviluppo, lo Stato Leviatano, nato per definizione come il “Dio mortale”, la guerra, proclamata da millenni, da Troia a Gaza, come padre e re di tutte le cose, il denaro che giudica tutti e pretende di non essere giudicato da nessuno.

Tornando dal suo viaggio in Africa, a una domanda sul perché abbia incontrato anche “alcuni dei leader più autoritari del mondo” papa Leone ha risposto che lo fa “per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli”, per dire ai capi che di fronte a certe situazioni la risposta non è subito che “bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando”. Per esempio nel caso dell’Iran la questione “non è il cambio di regime”, è che tanti innocenti sono morti, “c'è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra”. Se si avesse “la capacità di pensare in questo modo” non accadrebbe quello che è successo tra l’uno e l’altro viaggio del Papa: “Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: ‘Benvenuto Papa Leone!’, e poi, in quest'ultima parte della guerra, è stato ucciso lui”.

Nel sito riportiamo questa conferenza stampa in aereo del Papa, un intervento di Raniero La Valle al “Punto de réunion”, incontro promosso a Roma da “Il coraggio della pace” e “Disarma”, e un articolo di Fawaz Gerges del “Guardian”, sulla vittoria iraniana.

Con i più cordiali saluti,

Raniero La Valle
(da “Prima Loro”)


giovedì 30 aprile 2026

Raniero La Valle: E dopo Trump?

Raniero La Valle

UN DISCORSO AL “PUNTO DE REUNION”

E dopo Trump?

Non si tratta di tornare al passato, che è stato altrettanto perverso. La vera alternativa per l’Europa e per il mondo


Ci incontriamo per la prima volta a Roma dopo un evento straordinario intervenuto in questi giorni nella storia dell’umanità: la fine del diritto internazionale. Anzi potremmo dire, come il folle di Nietzsche, dato che viviamo in un tempo in cui, per citare Giorgio Colli, Nietzsche si respira nell’aria, che il diritto internazionale è morto e noi lo abbiamo ucciso.

Ne abbiamo avuto più volte l’attestazione formale, come quando è venuto a Roma il grande imprenditore americano Peter Thiel ad annunziare, in una conferenza segreta a palazzo Taverna, l’avvento dell’anomos, cioè dell’uomo senza legge di cui aveva parlato san Paolo in una lettera ai fedeli di Salonicco, o come quando Donald Trump, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano in base a quale diritto voleva annettersi quel pezzo di ghiaccio, come la chiama lui, che è la Groenlandia, rispondeva di non avere bisogno del diritto, gli bastava ciò che gli dettava la sua mente e la sua morale. E il diritto è ucciso quando la premier di un Paese come l’Italia dice che il rapimento di Maduro in Venezuela è legittimo.

Ma questa morte del diritto internazionale vuol dire soprattutto la fine delle grandi istituzioni create dal diritto internazionale. Prima di tutto le Nazioni Unite. Ha cominciato Israele quando nel 2024 in piena assemblea dell’ONU il suo ambasciatore, che si era portato in aula un tritacarte, ha ridotto in briciole il suo Statuto; poi il premier Netanyahu ha licenziato l’ONU, il suo segretario generale e scacciato i suoi funzionari sostenendo che l’ONU è una “palude antisemita”: poi c’è stato Zelensky che all’inizio della guerra d’Ucraina ha dichiarato che l’ONU doveva essere abolita.

A loro volta gli Stati Uniti si sono ritirati dalClimate Treaty, il Trattato sul clima ratificato dal Senato americano nel 1992 e dal più recente protocollo di Parigi del 2016; nel gennaio scorso Trump ha emesso un ordine esecutivo per annunciare il ritiro americano da 66 accordi, organizzazioni, enti e commissioni internazionali. come “non più corrispondenti agli interessi del Paese”. I giudici della Corte Penale Internazionale e la relatrice dell’ONU per i territori occupati della Palestina sono stati interdetti dall’entrare negli Stati Uniti e radiati da tutti i circuiti bancari; e infine Trump dice di voler liquidare la NATO.

La guerra non è più quella

Tra queste istituzioni messe in crisi, ce n’è una particolarmente importante che è stata stracciata, e questa istituzione è proprio la guerra. È un’istituzione tra le prime e più decisive codificate dal nascente diritto internazionale, e che Alberico Gentile, che del diritto internazionale moderno è stato tra i fondatori, così definiva: publicorum armorum iusta contentio, che vuol dire: “Una giusta contesa combattuta con armi pubbliche”. Si tratta, come ben sappiamo, di un’istituzione perversa, divenuta negli ultimi tempi pervasiva e sistemica, e tuttavia era ancora rispondente a una certa sia pur distorta razionalità e, quando non interdetta come crimine, ancora regolata dal diritto. Questa istituzione non è più riconoscibile nelle guerre oggi in corso. Prima di tutto ci sono guerre che non derivano da nessuna contesa esistente tra i due protagonisti: la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è stata scatenata senza che vi fosse alcuna contesa tra loro, e quindi senza ragione, come non c’era alcuna contesa diretta tra Israele e Libano; né c’era una contesa tra Russia e Ucraina, mentre la contesa era semmai tra la NATO, o meglio l’America, e la Russia. In secondo luogo non ci sono contese giuste tra tutte le guerre in atto: non è una giusta contesa quella della guerra permanente di Israele contro i palestinesi, decisa prima ancora della fondazione dello Stato sionista; non è giusta la contesa per la conquista russa di territori in Ucraina, non è giusta la sfida della Nato portata fino alle frontiere della Russia rimasta scoperta dopo la scomparsa delle antiche Repubbliche sovietiche, e tanto meno sono giuste le altre decine di guerre, note ed ignote, che si stanno combattendo nel mondo.

Ma oltre che infondate ed ingiuste, le guerre non sono più nemmeno combattute con armi pubbliche: i sistemi d’arma, l’Intelligenza artificiale che decide strategie ed obiettivi, cioè le persone o le moltitudini da uccidere, sono in mani private, prodotti e gestiti da aziende private; molti combattenti sono deicontractorsprivati, cioè dei mercenari, e privati sono perfino quelli che negoziano o fingono di decidere la fine di una guerra, come Kushner e Witkoff, uno il genero, l’altro un amico di Trump.

Dalla “guerra giusta” alla “Furia epica”, al genocidio

La scomparsa della guerra non ha però lasciato un vuoto: è stata sostituita dal genocidio. Quello che mai più doveva avvenire dopo il genocidio nazista degli Ebrei, è diventato un crimine di ordinaria follia, mentre per i loro strumenti, metodi, intendimenti ed effetti tutte le guerre sono diventate genocidi. È significativo che Israele abbia voluto strenuamente negare che quello di Gaza fosse un genocidio, nonostante l’evidenza e le ingiunzioni per impedirlo della Corte Penale Internazionale; in effetti la soluzione voluta dal sionismo politico di Netanyahu del problema palestinese non può che passare attraverso il genocidio; di fatto e di diritto poi, la definizione della Convenzione internazionale contro il genocidio non può non applicarsi alle guerre oggi in corso. Esse non conoscono più “danni collaterali”, sono tutte trasformate nella pura e semplice uccisione del nemico, capi e popolo, e nella pura e dichiarata cancellazione di città e civiltà. Tutte le guerre comprendono atti intesi a “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale”, mediante omicidi e infanticidi, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, imposizione di condizioni distruttive di vita, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, tutti i modi di esecuzione del genocidio previsti dal diritto. È insomma il trionfo della morte, come scrive magnificamente Domenico Gallo ricordando il quadro di Bruegel. Perciò genocidio è il nuovo nome della guerra. Ed essa che nel diritto internazionale era definita come una giusta pubblica contesa, e che a certe condizioni la morale naturale e perfino quella cattolica poteva definire come giusta, è ora definita da Trump “Furia Epica”, per non parlare dei nomi che Israele dà ai suoi genocidi, come “i carri di Gedeone”, “Ruggito del leone”, “ira di Dio”, «Piombo fuso», «Margine protettivo», «Spade di ferro» «Freccia di Bashan», e così via.

Da Biden a Trump

Il passaggio dalla giusta contesa alla guerra senza contesa, e dalla guerra al genocidio dice che siamo giunti a un grado di crudeltà e di dolore del mondo come mai si era visto prima; ci manca solo l’ecocidio, cioè l’attacco alla Terra come tale; intanto è venuto Peter Thiele, il padrone di Palantir, che mentre vaticina la fine ci propone la sua azienda di Intelligenza artificiale, ovvero il tecnofascismo montante, come rimedio o “katécon”, come lui dice sempre citando san Paolo.

Perciò è molto importante non sbagliare diagnosi, e capire bene a che punto siamo della politica internazionale, per impostare i veri rimedi e venire a salvezza.

Il tracotante intervento di Giorgia Meloni alle Camere, il 9 aprile, se lo sappiamo leggere, ci permette di fare questa diagnosi.

Del discorso di Giorgia Meloni è stato soprattutto notato come ella non sia stata in grado di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, in modo da non coinvolgere l’Italia nel baratro delle loro politiche disumane. La critica va però articolata. È vero per esempio che Meloni e Trump combaciano, ma non del tutto; sono eguali quando dicono che tutto quello che c’è stato prima di loro, che si tratti di Biden o di Conte, è da buttare: gli Stati Uniti, si sono impoveriti e svenati per gli altri, e la Nazione italiana sarebbe stata depredata e danneggiata per il reddito di cittadinanza o per la gestione del Covid. Eguali sono apparsi l’una con l’altro anche per l’assenza di ogni pietà per il dolore dei popoli e i genocidi di Gaza e dell’Iran; e identici sono anche nel “metterci la faccia” perché ambedue sprezzanti del giudizio altrui. Però c’è anche una contraddizione tra loro perché Trump ha bisogno di non scontrarsi con Putin, e la Meloni invece vuole sconfiggerlo, e perché gli Stati Uniti fanno secessione dall’Occidente, mentre per la Meloni l’Occidente resta l’idolo da venerare.

Però c’è un passaggio del discorso di Giorgia Meloni che non è stato oggetto di particolare attenzione e che è invece cruciale perché ci aiuta a scoprire la vera realtà della situazione internazionale odierna e richiede una ben più alta risposta politica che quella di una scontata opposizione polemica. È nel punto in cui ci dice che Trump è Trump, ma la politica degli Stati Uniti è la stessa dei precedenti governi, democratici o repubblicani che fossero, solo che i responsabili in Europa sono stati abbastanza sprovveduti da non accorgersene. Ha detto la Meloni: “È innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l’attuale amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane, quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa, per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario. Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente e, a mio avviso, colpevolmente preferito non cogliere, comprese quelle che governavano in Italia e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di untweetdiendorsementquando formavano un nuovo Governo”. E ha avuto buon gioco nel dire che l’attuale collocazione internazionale dell’Italia, che si imputa a lei, è la stessa da 80 anni a questa parte.

Il problema è precisamente quello di una rivisitazione critica di queste politiche, che hanno preceduto, se non causato, l’immane flagello che oggi sconvolge il mondo, per decidere con nuova responsabilità quali politiche adottare e che mondo vogliamo costruire.

Perché il vero problema posto da Trump, non è Trump, ma è la visione del mondo e la strategia a lungo termine degli Stati Uniti, e delle classi dirigenti dell’Occidente e dell’Europa, di cui Trump è la grottesca rappresentazione; ma egli è anche la manifestazione del loro possibile compimento nelle forme distruttive e genocide di cui le guerre di Gaza e dell’Iran sono già un’anticipazione.

Il problema politico è proprio la generale esecrazione da cui Trump è oggi investito a destra e a sinistra, sia dall’Europa dei volenterosi sia dalle classi dirigenti che anche dopo questi 80 anni di fedeltà adorano il patto atlantico e inalberano i valori e gli interessi dell’Occidente allargato, come oggi si dice. Ammesso che Trump non ci porti oggi alla catastrofe, Il rischio è che, venuta meno l’anomalia demenziale di Trump, si pensi come a un grande progresso il ritorno alle belle pratiche di prima. Ma con quali risultati? Certo non ci sarà più alla Casa Bianca chi farnetichi di cancellare una civiltà, ma potrebbe esserci un compassato signore che vada in guerra per “ridurre la Russia alla condizione di paria”, come voleva fare Biden sacrificando l’Ucraina, o potrà esserci qualcuna che in Medio Oriente voglia “riportare l’Iraq all’età della pietra”, come voleva fare la signora Thachter, o un Bush che scateni una “tempesta nel deserto”, o un Kissinger che voglia far fuori un Moro, mentre continuerà a esserci un Israele pronto alla guerra santa per far trionfare “il mondo della benedizione” voluto da Mosè sul “mondo della maledizione”, come ha mostrato sulle mappe Netanyahu all’ONU mentre pianificava il “lavoro” per l’estinzione del popolo palestinese. E se Israele continuerà a perseguire questo obiettivo, il Libano farà la fine di Gaza, in Cisgiordania ci sarà una nuova Nakba, e la guerra cominciata in Iran non avrà mai fine.

Perciò, al di là della facile opposizione di oggi, è bene vedere come l’attuale politica di Trump, nonostante il suo falso richiamo alla dottrina Monroe, sia in continuità con la politica interventista delle amministrazioni precedenti, e come questa politica di recente abbia subito una torsione ancora più egemonica e aggressiva sul piano mondiale. Per farlo basta leggere due documenti programmatici in cui, in piena guerra d’Ucraina, nell’ottobre 2022, la leadership americana aveva enunciato le due strategie fondamentali degli Stati Uniti: il primo è la “National Security Strategy” del Presidente Biden, il secondo ne era la pianificazione operativa sul piano militare del capo del Pentagono Lloyd Austin, corredata da un dettagliato aggiornamento della “postura” o visione nucleare americana. Tale postura ribadiva la decisione già presa dinonadottare la politica del “Non Primo Uso” dell’arma nucleare perché essa “comporterebbe un livello di rischio inaccettabile”. La vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui non funzionava più. Questa opzione non si può più fare, secondo gli americani, perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi era previsto, di fronte a una minaccia, di ricorrere se necessario per primi all’arma nucleare, scudo al cui riparo si possono poi condurre senza rischi per gli Stati Uniti tutte le guerre convenzionali necessarie.

Quale visione del mondo?

La visione del mondo proposta in questi documenti era quella, considerata propria dell’Occidente, che ha il suo centro in America, la sua potenza militare negli Stati Uniti, e nella NATO la vocazione a estendersi fino agli estremi confini della terra.

Per quanto strettamente americani, questi due documenti riguardavano tutti, perché investivano non solo l’una o l’altra regione del globo, ma il destino del mondo come tale, di cui gli Stati Uniti rivendicavano globalmente la leadership, con l’affermazione che “non c’è nulla che vada oltre le nostre capacità: possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”.

Si postulava dunque un unico potere che si protenda alla totalità del mondo, nella presunzione che il mondo debba avere un unico ordinamento politico, economico e sociale, corrispondente a un unico modello di convivenza umana; del resto questo era un presupposto che da tempo gli Stati Uniti avevano messo a base della loro relazione col mondo, da quando, dopo l’11 settembre 2001 e lo shock dell’attacco alle Due Torri, avevano enunciato l’ideologia secondo la quale il solo modello valido per ogni nazione sarebbe riassumibile in tre termini: Libertà, Democrazia e Libera Impresa; dunque un modello che mette insieme una definizione antropologica, una indicazione di regime politico ed una forma obbligatoria di organizzazione economico-sociale, sulla scia del “progetto”, pubblicato nell’ottobre del 2000, del “nuovo secolo americano”. Dunque non venivano contemplati tanti possibili regimi politici, economici e sociali, corrispondenti eventualmente a diverse teorie. Ce ne sarebbe uno solo che comporta un modello umano, quello dell’individualismo liberale, un modello politico, quello della democrazia occidentale, ed un modello economico, quello del capitalismo d’impresa. Altri modelli non venivano ammessi e compito degli Stati Uniti sarebbe di diffondere questo modello in tutto il mondo.

Questa strategia, secondo Biden, si sarebbe dovuta realizzare entro il successivo decennio, a partire da quel 2022. Né si trattava solo di una pia intenzione, dato che a questa impostazione aveva corrisposto tutta la politica estera e militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, cioè dopo l’attacco alle Due Torri. Scriveva Biden: “Non lasceremo il nostro futuro vulnerabile ai capricci di chi non condivide la nostra visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”. Dovevano essere pertanto gli Stati Uniti a vincere nella competizione strategica che così veniva promossa: “Essi guideranno con i nostri valori” e “nessuna nazione è meglio posizionata degli Stati Uniti per avere successo”.

E subito, sia nel documento della Casa Bianca, sia in quello del Pentagono, venivano designati I due “competitori strategici” da battere per realizzare questo progetto, il primo dei quali sorprendentemente non era più la Russia, i cui “limiti strategici” erano stati messi in luce dalla guerra d’Ucraina, ma era la Cina. “La Russia – diceva Biden – non ha le capacità trasversali della Repubblica Popolare Cinese”. Pertanto era la Cina a rappresentare la “sfida culminante” (pacing challenge) a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”.

“La Repubblica Popolare Cinese (RPC) – precisava Lloyd Austin – rimane il nostro competitore strategico più importante per i prossimi decenni. Ho raggiunto questa conclusione sulla base delle crescenti azioni di forza della Repubblica Popolare Cinese per rimodellare la regione dell’Indo Pacifico e il sistema internazionale per adattarlo alle sue preferenze autoritarie, insieme sulla base di una profonda consapevolezza delle intenzioni chiaramente dichiarate della RPC e della rapida modernizzazione ed espansione delle sue forze armate”. “La Cina è quindi la sfida suprema per il Dipartimento della Difesa”.

I nemici però non finivano qui, e Biden citava tutti gli scenari politici del mondo, a cominciare dall’Iran, dalla Repubblica Popolare di Corea, dal Medio Oriente: “Gli autocrati – scriveva Biden presentando il suo documento – fanno gli straordinari per minare la democrazia ed esportare un modello di governance caratterizzato dalla repressione in patria e dalla coercizione all’estero.“ Pertanto, gli Stati Uniti continueranno a difendere la democrazia nel mondo, e continueremo ad aumentare la competitività americana a livello globale, “attirando sognatori e aspiranti da tutto il mondo”.

Ed ecco che ora arriva Trump, dice che Biden è stato il peggior presidente degli Stati Uniti, perché non ha realizzato quel progetto, non ha fatto grande l’America, come invece farà lui, che farà degli Stati Uniti il vero sovrano del mondo. Questa è l’ “accelerazione” di Trump, di cui ha parlato la Meloni al Parlamento. Altrimenti perché portare le spese militari a 1.500 miliardi di dollari, quando la Russia spende 80 miliardi e la Cina 238? Ma l’America di Trump lo farà non più con l’Occidente ma facendo secessione dall’Occidente, accusando l’Europa di codardia e addirittura pensando di sciogliere la NATO; ma questo Trump non potrà farlo da solo: ha bisogno di Israele, perché senza la forza incondizionata da limiti e regole di Israele non si conquista il mondo, e perché l’attuale Stato di Israele fornisce l’alibi di un messianismo blasfemo di cui quello americano è solo una caricatura.

Naturalmente questo disegno fallirà. Il mondo non è una terra di conquista, non è un’entità amorfa, primitiva, disponibile al dominio, non è affatto pronto ad essere espropriato delle sue meravigliose, poliedriche varietà. Questo disegno cadrà perché o l’America cadrà su se stessa, sconfitta e umiliata, tigre di carta, oppure qualcuno la fermerà: ma in questo caso grande è il rischio che si passi attraverso una guerra nucleare.

L’alternativa

Qui allora c’è il problema di quali debbano essere le nostre scelte. Quella della Meloni, che se non sarà rovesciata sarà quella dell’Italia, è di salire sul carro del conquistatore, tenendogli legato l’Occidente, e facendo dell’Europa una potenza militare di supporto nella “competizione strategica” per concorrere all’assoggettamento del cosiddetto “resto del mondo”, come lo chiama ilCorriere della Sera, o almeno per qualificarsi come la migliore cliente dell’Impero. Questo vorrebbe dire arruolarsi alla guerra mondiale a pezzi per istituire un mondo unipolare a conquista compiuta.

Di fronte a questo progetto l’alternativa non può che essere radicale. La scelta, da fare fin da ora, deve essere quella di un mondo multipolare, che per la sua stessa natura non si può realizzare con le armi, con la mitologia della difesa, con gli eserciti comuni, con i Panzer europei ed atlantici nei territori contesi d’Ucraina, ma si può realizzare solo con la politica, con la cultura, col pluralismo delle religioni e delle fedi, con gli scambi, con un’economia non predatoria secondo il modello del capitalismo selvaggio, e con l’accoglienza reciproca tra popoli residenti e migranti. E l’Europa, di cui va ripreso il cammino verso l’unità, non può che essere ripensata secondo queste finalità e secondo questo modello. E per prima cosa dovrà fra coincidere la sua estensione fisica con la sua unità politica, sanando la separazione e contrapposizione tra l’Unione Europea e la Russia, la quale fa parte non solo del corpo, ma dell’anima dell’Europa. Così finalmente ci si potrà dire europei, senza la clausola che si debba essere nemici di altri europei. E quanto a Tel Aviv dovrà uscire dalla sindrome dell’assedio, e prendere l’unica strada possibile, che è quella della riconciliazione tra israeliani e palestinesi restituendo agli Ebrei la loro identità, che è la vera terra promessa, di essere un seme di benedizione per tutti i popoli della Terra. E anche nelle politiche interne occorre uscire dalla sindrome della contrapposizione amico-nemico, e quindi tornare alla proporzionale.

Naturalmente resta un problema: come è possibile che tutto questo possa avvenire, quando la politica sembra impotente, i popoli soggiogati, e i demoni, promessi da Trump, in libera uscita?

Se voi siete qui oggi, e se ovunque c’è chi resiste e chi lotta, e maggioranze che gridano “non in mio nome”, vuol dire che la partita è aperta, che la liberazione è possibile. Ma se invece non ce la facciamo? Se con le forze oggi disponibili il coraggio della pace non fosse in grado di rovesciare gli idoli della guerra?

Sabato scorso, 11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha fatto un discorso che ha suscitato enorme impressione, non una pia esortazione alla pace, ma una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché mantengano la loro parola, la morte sia vinta e la pace sia fatta. Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso vale tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, come diceva Heidegger al culmine del Novecento e molti altri con lui, che a questo punto drammatico a cui il corso storico è arrivato, solo un Dio ci può salvare. È chiaro però che questo contraddice tutta la modernità fondata sull’unica ipotesi dell’autosufficienza dell’umano. Forse è venuto il momento di rimettere in discussione questa ipotesi, è venuto il tempo non solo di dare alla ragione dell’uomo l’artificio di un’intelligenza che la integri e la sostituisca, ma dare al cuore dell’uomo lo spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio, un’alleanza da ristabilire tra le due sponde del cielo.

Roma, 18 aprile 2026
(fonte: Prima loro 29/04/2026)


mercoledì 22 aprile 2026

Come se Dio non ci fosse di Raniero La Valle

Come se Dio non ci fosse 
di Raniero La Valle


Stiamo vivendo una svolta storica, carica di simboli e presagi, che nell’ultima settimana ha raggiunto probabilmente il punto di caduta più vicino all’abisso. Noi però abbiamo l’impressione che la fase stia cambiando e che forse nei prossimi mesi comincerà la risalita e torneremo a vedere la luce.

Nell’incontro per la pace nella cattedrale di Bamenda in Camerun, papa Leone ha fatto un discorso in cui ha denunciato (in inglese) che il mondo è devastato da una manciata di tiranni (nelle altre lingue tradotto però in “dominateurs”, “dominatori”, “oppressori”, “signori della guerra”, come se “a handful of tyrans” fosse detto solo per qualcuno che parla in inglese) discorso che è stato considerato come una svolta del pontificato.

Non si tratterebbe però di una svolta, a prendere per buona la verità proclamata da Trump nella sua invettiva contro il Papa, e cioè che non ci sarebbe un papa Leone in Vaticano, se non ci fosse stato lui, Trump, alla Casa Bianca. Detta da Trump è una millanteria, ma non è affatto escluso che il Conclave o la Provvidenza abbiano inteso suscitare il primo Papa americano della storia per metterlo di fronte al primo antipapa americano della storia. Un Papa che doveva essere tanto più autentico e credibile, quanto più l’antipapa fosse stato grottesco e arrogante e addirittura avesse giocato a fare il messia; lo abbiamo visto infatti nei fumetti della Casa Bianca presentarsi ed essere presentato come l’“alter Christus”, evocando l’anomos, l’uomo senza legge di cui parla san Paolo in una lettera ai Tessalonicesi (la seconda), “colui che s’innalza sopra ogni essere, pretendendo di essere Dio”. Si profilava dunque in quel Conclave un contrasto tra Vaticano e Casa Bianca.

Non avremmo mai pensato di assistere di nuovo nel nostro tempo a un conflitto tra Papato e Impero. In realtà però non stava per ripetersi il vecchio conflitto tra Chiesa e potere politico, non si trattava infatti di un contrasto per il potere come nella lotta per le investiture, stava invece per andare in scena un dramma storico e religioso in cui ne va del futuro dell’umanità. E questa antitesi, rimasta a lungo coperta, si è alfine manifestata in tutta la sua portata quando il Giovedì santo, nella liturgia della lavanda dei piedi, il Papa ha fatto il ritratto dell’“l’uomo che si crede potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene potente quando è temuto”; a sua volta Trump minacciava poi di cancellare la civiltà persiana in una notte; allora il Papa gli ha mandato a dire, in inglese, che questo non era accettabile, che c’era di mezzo ben più che il diritto internazionale, c’era una questione morale, c’erano i bambini, gli anziani, gli innocenti; e allora Trump lo ha attaccato apertamente accusandolo di essere debole contro il crimine e pessimo in politica estera, e il Papa ha detto di non aver paura, che avrebbe continuato ad annunciare il Vangelo e a testimoniare la pace, e poi è arrivato il vicepresidente Vance che gli ha contestato la sua idea del Dio che rifiuta la guerra e gli ha consigliato di andare a lezione di teologia.

E allora si è visto come fosse un presagio la scelta che il mite cardinale Prevost aveva fatto al momento della sua elezione al pontificato prendendo il nome di Leone. I simboli hanno una forza potente, simbolo viene dal greco sun-ballo, vuol dire mettere due cose insieme, una cosa che richiama l’altra, in un reciproco rinvio. Nel simbolo del nome prescelto, papa Leone intendeva riferirsi a Leone XIII, alla sua enciclica Rerum novarum, e invece l’incognita della storia doveva far sì che il simbolo lo accomunasse all’altro Leone, al primo Leone, quel Leone Magno, che alla periferia dell’Impero, a Mantova, sul Mincio, 1600 anni fa aveva fermato Attila, il re dei barbari Unni, più predone che “flagello di Dio”, come dice Wikipedia, ma meno pericoloso di Trump che ha un esercito senza eguali. E poiché improvvisamente tutto il mondo è stato posto di fronte a questo spettacolo del Papa americano che si mette di contro al presidente americano e il mondo ne è stato profondamente turbato, noi pensiamo che questo evento non sarà senza conseguenze, che qualcosa accadrà, che crescerà la resistenza, che da qui possa cominciare la risalita, che la corsa al precipizio possa fermarsi e “si pieghi la durezza dei potenti”.

Ancora con la forza dei simboli è successo che proprio in questi stessi giorni dovesse aversi il viaggio che il papa ha fatto in Algeria e si recasse ad Ippona, dove fu vescovo quell’Agostino che è alla fonte della sua ispirazione. Agostino esacerbò il contrasto tra salvezza e dannazione, ma non separò la città di Dio dalla città degli uomini, non mise la città di Dio sull’altra sponda del cielo, ma la riconobbe qui sulla terra a incrociare quella degli uomini. E allora forse c’è qui la risposta a una questione che era rimasta aperta per noi. Un grande filosofo del Novecento, Martin Heidegger, ci aveva lasciato il presagio che ormai, a questo grado di crisi cui è pervenuto il corso storico, in balia com’è di una tecnica incontrollata, che non è più (solo) uno strumento ma è un grande artificio di dominio sull’uomo, “solo un Dio ci possa salvare”.

Ma quale Dio, se il cimento della modernità è stato proprio di fare “come se Dio non ci fosse”, fondandosi sull’unica ipotesi dell’autosufficienza umana? Questo è il problema che abbiamo ereditato dal Novecento. Ma che cosa davvero ci ha lasciato detto Heidegger? Certamente non si tratta di far conto su un miracolo di salvezza che piombi dall’esterno, che scenda dall’alto di una trascendenza divina; ed ecco che l’11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha detto un’altra cosa, ha espresso una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché insieme mantengano la loro parola, che è di vita e non di morte, e Caino sia vinto e la pace sia fatta. Cioè ha proposto una partnership tra Dio e l’uomo. quella che il laico Claudio Napoleoni chiamava “una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo, una rinnovata cooperazione”.

Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso valeva tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, che a questo punto solo un Dio ci può salvare. Per la cultura moderna è un trauma, che infatti essa rifiuta. Con molto acume in una recente trasmissione televisiva il prof. Zagrebelsky ha chiamato a convalida il pastore martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer, un padre dell’evangelizzazione moderna, che rivendicava l’età adulta dell’uomo, secondo il quale gli uomini devono vivere come uomini che se la cavano senza Dio, etsi Deus non daretur”. Questa è infatti l’ipotesi formulata 300 anni prima di lui dal cristiano calvinista olandese Ugo Grozio, che ne fece il fondamento del diritto naturale, comunque valido “anche nella blasfema ipotesi che Dio non ci sia o non si occupi dell’umanità”.

Ma Bonhoeffer disse qualche cosa di più: che “il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio al cospetto del quale siamo in ogni momento. Con e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio”: il che non vuol dire affermare che Dio non ci sia e che ogni comportamento umano sia indifferente all’esserci o non esserci di Dio. Ma è un esserci in modo diverso da quello che avevamo sospettato, e diversa è la sua trascendenza: Dio non è «l’Essere più alto, più potente, più buono, questa non è vera autentica trascendenza, non è autentica esperienza di Dio, ma un pezzo di mondo prolungato; il nostro rapporto con Dio è una nuova vita nell’”esistere per gli altri” (il riferimento è all’essere di Cristo). «“Il trascendente non è doveri infiniti, irraggiungibili, ma il prossimo dato volta per volta, raggiungibile. Dio in forma umana, non l’uomo in e per sé, ma “l’uomo per gli altri”, quindi il Crocefisso. L’uomo che vive del trascendente”». E vai a fare la guerra con questa ipotesi del Dio che non c’è! Se così è da pensarsi la salvezza possibile, è chiaro che questo vuol dire ammettere che oggi, per uscirne, non basta dare alla ragione dell’uomo il soprappiù dell’intelligenza artificiale, che anzi può essere perfino alienante, ma che occorre dare al cuore dell’uomo il soprappiù dello Spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio.

Ma allora qui si manifesta il vero divario tra il papa Leone e il falso messia dell’ideologia trumpiana e del MAGA; la differenza tra un Dio che non è il Dio degli eserciti e nemmeno il Dio delle forze armate americane che combattevano contro i nazisti in Francia, il Dio cioè uscito dalla teologia di Vance, ma è il Dio uscito dal Vangelo di papa Leone, che rifiuta la guerra e non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue, è il Dio dell’iperbole di papa Francesco, che “primerea”, cioè arriva prima nell’amore, prima ancora che l’uomo lo invochi, ed è talmente buono da potersi pensare perfino che l’inferno sia vuoto, anche gli inferni che Trump promette di scatenare ad ogni ultimatum.

(Foto: “Prima Loro” - 20 aprile 2026)

giovedì 12 marzo 2026

Uccideremo anche lui - Riflessione di Tonio Dell' Olio

Uccideremo anche lui 
Riflessione di Tonio Dell'Olio


La riflessione di Raniero La Valle, intitolata “Promessa di uccidere”, si apre con parole che gelano il sangue: “Uccideremo anche lui”. È l’annuncio con cui Israele saluta il nome del possibile successore di Khamenei. Poco dopo arriva la conferma di Donald Trump: “Non durerà a lungo”. Per La Valle queste frasi condensano una stagione storica in cui la guerra diventa linguaggio politico esplicito, un progetto dichiarato di eliminazione del nemico che passa “di padre in figlio”, nel nome del “regime change”.

Nel suo sguardo profetico, il Medio Oriente appare come una terra attraversata da popoli in fuga “con il piede straniero sopra il cuore”. Là dove la promessa biblica annunciava “latte e miele”, oggi scorre sangue. Anche le religioni vengono trascinate nel conflitto: l’ebraismo è “mistificato e oltraggiato” dall’uso politico che ne fa il potere; l’evangelismo americano viene dileggiato da riti di potere celebrati alla Casa Bianca; l’islam è provocato a riprendere “la spada del Profeta”. Intanto la guerra viene esibita come spettacolo, quasi un videogioco “disgustoso” che banalizza la sofferenza degli innocenti. Davanti a questo abisso, scrive La Valle, resta soprattutto il dolore e l’umiliazione di appartenere a un mondo che non insorge quanto dovrebbe. Ancora più amaro appare il silenzio dell’Italia, incapace di pronunciare parole all’altezza della tragedia e di difendere con forza diritto e giustizia sulla scena internazionale.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 11.03.2026)


Promessa di uccidere
di Raniero La Valle

Cari amici,

“Uccideremo anche lui”, ha detto Israele: mai programma di governo è stato espresso in modo più succinto e brutale. “Non durerà a lungo”, ha confermato Trump. Così Israele e la Casa Bianca hanno salutato il nome del successore di Khamenei, come a dire che la macelleria da Premio Nobel installata in Iran continuerà a lavorare a pieno regime (il “regime change”, come viene chiamato) passando di padre in figlio fino a estirpare l’ultimo nemico.

Dai fiumi di Babilonia fino al mare, dal Libano a Gaza, popoli interi sono straziati e in fuga, “con il piede straniero sopra il cuore”; nella terra dove secondo le promesse messianiche doveva scorrere latte e miele, il vino è tramutato in sangue e questo discende a torrenti da tutte le croci; le religioni sono gettate nell’agone: l’ebraismo, questo istinto di Dio messo nel cuore dell’umanità, è mistificato e oltraggiato dall’uso che ne fa il governo di Tel Aviv; l’imposizione delle mani sul satrapo di Dio nella cerimonia blasfema della Casa Bianca dileggia l’evangelismo americano e rovescia in farsa i riti di iniziazione di tutte le liturgie; l’Islam è provocato a riprendere in mano la spada del Profeta e a scatenare la violenza.

La guerra, questa costante serissima e tragica che ha percorso tutta la storia, mentre infierisce sugli innocenti è ridotta a spettacolo hollywoodiano; come ha deprecato l’arcivescovo di Chicago, è mostrata dalla “White House” come un video-gioco “disgustoso” e sprezzante della sofferenza umana, per di più gestita da una Intelligenza non più umana.

E tutto ciò accade dopo il buco nero che si è aperto sotto la superfice rispettabile dell’America e dell’Occidente, che è il caso Epstein, che spiega più cose di quante ne nasconda.

Dopo tanto riflettere e combattere come abbiamo fatto su guerra e pace, su diritto e politica, ci sembra ora quasi che non sia più tempo di analisi, ma solo di partecipazione e dolore, mentre resta l’umiliazione di essere coinvolti in un mondo che non insorge, che non protesta quanto dovrebbe.

Un’umiliazione ancora maggiore in Italia, che non ha trovato nel suo governo parole che fossero all’altezza della gravità dell’ora, che rivelassero l’averne coscienza; il politicismo del dire e non dire, del farsi complici e insieme notai della fine del diritto, di parlare e nascondersi, di vantarsi dell’ovvietà che l’Italia non entra nella guerra, ha tolto ogni dignità alla figura dell’Italia sulla scena internazionale. Anche l’espediente polemico usato nel tentativo di coprire l’amico americano non ha retto: evocare l’impresa di Putin in Ucraina per legittimare la negazione trumpiana del diritto non ha alcun senso: non perché c’era stato il caso Dreyfus in Francia Hitler poteva massacrare sei milioni di Ebrei, e a voler risalire indietro nelle aggressioni, a giustificazione delle attuali, si può arrivare fino ad Atene e Sparta. Il mito della Meloni statista e presente sulla scena internazionale è caduto alla prova del confronto con i crimini congiunti di Netanyahu e Trump; una carriera politica giunge alla fine non a causa della irrilevanza attribuita all’Italia nella crisi, come l’opposizione ripete, ma sulla incapacità di chi governa l’Italia di esprimerne al meglio lo sdegno per le sofferenze arrecate agli altri popoli e la volontà di rivendicare giustizia e diritto. Per questo la Meloni perderà il referendum.

Nel sito pubblichiamo un articolo sui rischi per Trump della guerra contro l’Iran e un appello della figlia di Gheddafi a non dimenticare l’uccisione del padre.

Con i più cordiali saluti.

martedì 20 gennaio 2026

Raniero La Valle Il 3 gennaio

*immagine generata da IA

Raniero La Valle
Il 3 gennaio

Newsletter n. 43 da Prima Loro del 16 gennaio 2026‌

Carissimi,

nel suo discorso d’inizio d’anno agli ambasciatori (un discorso inusuale, da leggere), papa Leone ha ricordato e fatto propria la diagnosi che papa Francesco aveva espresso nel 2025 a un Convegno nazionale della Chiesa italiana, secondo la quale ci troviamo non in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Con due papi che lo sostengono, lo dobbiamo credere anche noi: così come dobbiamo affrettarci a capire che papa è questo papa americano. Infatti non ha smesso di sorprenderci, da quando si è presentato invocando non solo una pace disarmata, ma una pace disarmante e, con sant’Agostino, ha detto che «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». Ed è proprio in quanto agostiniano che va scoperta la sua novità, perché il suo Agostino è molto diverso dall’Agostino che un po’ troppo superficialmente sta nella vulgata dell’attuale popolo cristiano. Noi siamo abituati a pensare ad Agostino come al teologo delle due città: la città di Dio, inevitabilmente confinata nella sfera celeste, e quindi improduttiva per la vita di quaggiù, e la città terrena dominata dal male: da qui quello che veniva considerato e divulgato come il “pessimismo” agostiniano; e questa non era solo la vaga nozione del popolo minuto, ma anche la lettura dei teologi più illustri: nel 1979, facendo un primo bilancio sul significato permanente del Vaticano II, a quindici anni dalla sua conclusione, il gesuita Karl Rahner scriveva che “prima del Concilio i non cristiani erano considerati semplicemente come quelli che giacevano nelle tenebre del paganesimo, che potevano essere salvati con la predicazione del Vangelo e solo così… Possiamo dire che Agostino ha introdotto una visione della storia universale secondo la quale, per l’impossibilità di conoscere il disegno di Dio, la storia del mondo era ed è storia di una massa dannata, nella quale solo a pochi è dato di salvarsi per una grazia di elezione raramente concessa. Per lui il mondo era nelle tenebre, solo raramente e debolmente rischiarate dalla luce della grazia divina, la quale manifesta la sua purezza nella rarità con cui viene concessa. Anche se Agostino – proseguiva il teologo tedesco - a volte dimostra di sapere che sono dentro la Chiesa molti di quelli che sembrano stare fuori, tuttavia per lui era pratico e concreto quasi identificare il circolo di quelli che saranno salvati e beati con quelli che si professano esplicitamente cristiani e fedeli alla Chiesa, mentre gli altri per un misterioso giusto giudizio costituiscono la massa dannata dell’umanità. Il risultato della storia è sostanzialmente l’inferno”.

Ma questa non è affatto la lettura che di s. Agostino fa papa Leone, che nel discorso ai movimenti popolari ha detto che l’“umano” è al centro della visione di sant’Agostino, che «ci insegna come la responsabilità, specialmente nei confronti dei poveri e di coloro che hanno bisogni materiali, nasce dall’essere umani con i propri simili e, quindi, dal riconoscimento della nostra “comune umanità”»; e quando al corpo diplomatico ha spiegato che «Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte»: ma «nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi» e «ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia”. E siccome il primo papa agostiniano si chiama anche Leone, ha detto che oggi la prima delle “rerum novarum”, delle cose nuove, è che non bisogna escludere nessuno, e che “in ogni ricerca religiosa sincera, c’è un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”.

Quanto al “cambiamento d’epoca”, esso è prodotto da molteplici fattori, anche se talvolta si può perfino identificare una data in cui un passaggio d’epoca è avvenuto: e noi ora una data ce l’abbiamo, ed è il 3 gennaio scorso, il giorno dell’azione terroristica in Venezuela, quando il potere sovrano ha messo a nudo se stesso, confessando ed anzi professando il suo crimine. Noi in Italia già conoscevamo un 3 gennaio: e fu il 3 gennaio 1925 quando Mussolini in pieno Parlamento assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti, dicendo che proprio quello era il concetto e la moralità del fascismo, del suo fascismo, e ne seguirono le “leggi fascistissime”. Adesso è il mondo, nella figura del sovrano ritenuto più potente per bottino e per armi, che in diretta mondiale rivendica di ripudiare il diritto internazionale, cioè lo stadio più alto raggiunto fin qui dalle nozze di diritto e giustizia, per imporre al mondo il proprio volere. E come per l’Italia ci fu un prima e un dopo un 3 gennaio, così per il mondo si pone oggi un prima e un dopo il 3 gennaio 2026, giunti come siamo alla fine del primo quarto di secolo del terzo millennio della nostra era, ovvero dopo 3000 anni, a sentire lo stesso Trump e Netanyahu: e parliamo di millenni proprio perché si tratta di un cambiamento d’epoca. La novità è che il potere politico sovrano, che finora molte volte si è macchiato dei peggiori delitti (per tutti: la guerra) ma sempre accampando le buone ragioni della ragion di Stato, della giustizia e del diritto, ora rivendica il delitto come sua cultura e moralità, cioè il non riconoscere alcun limite alla propria stessa volontà se non la sua potenza. E non è Trump: perché bisogna finirla con questa benevolenza mediatica per cui si tratterebbe di un bullo da trattare con compatimento e sufficienza, perché tanto alla fine ci siamo noi che stiamo alle regole e mandiamo perfino un po’ di soldati in Groenlandia e riempiamo di anno in anno di armi l’Ucraina, per un’inutile strage che chiamiamo “difesa”. Non si tratta di Trump, ma degli Stati Uniti con tutto il loro Congresso, il Pentagono, la CIA, la Segreteria di Stato e quant’altro: una Nazione “sovrana”, modello e regime del mondo, che fa questo identikit del potere degli Stati “sovrani”. A una domanda del New York Times, se ci sia qualche limite che la Casa Bianca riconosca al suo potere, Trump ha risposto infatti testualmente: “C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (degli Stati Uniti, cioè) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni”.

È chiaro che ciò può fungere da legittimazione di ogni futura aggressione di poteri "autocratici", cioè di tutti i poteri “sovrani”. Certamente il diritto internazionale non è perfetto, né adeguatamente attuato, ma è un patrimonio dell’umanità; si tratta quindi di un attentato non solo contro un Paese (ricco di petrolio), e domani contro la Groenlandia e tutta la lista, ma contro il mondo tutto. Essendo il diritto internazionale un patrimonio dell’umanità, ciò che non si può non fare, prima che ci venga sottratto, è di resistere. Ma con e dopo la Resistenza, ci vuole una grande rivoluzione culturale, un Sessantotto delle Nazioni: ma su questo dovremo ben presto cominciare a ragionare.

Nel sito pubblichiamo il discorso del Papa agli ambasciatori, un articolo di Riccardo Petrella, “Sovrano è il crimine”, e uno di Boaventura do Santos: “È il colonialismo”.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle)
(fonte: Adista 18/01/2026)



giovedì 21 agosto 2025

Resistenti alla Guerra - Raniero La Valle e Gianni Vacchelli. Modera Francesco Comina.


Bolzano 14 agosto 2025:
Resistenti alla Guerra
Raniero La Valle e Gianni Vacchelli. 
Modera Francesco Comina.



Raniero La Valle: "... A Gaza non è a rischio solo il popolo palestinese, ma ci siamo tutti; questa è una guerra in qualche modo diversa da tutte le altre... quella di Gaza rischia di essere una guerra 'ultima', perché qui c'è una rottura della storia... è rotto il diritto internazionale, è rotta qualsiasi etica, è rotta qualsiasi apparenza di buonsenso, di ragionevolezza, di eticità e quindi qualunque cosa può succedere da ora in poi se questa cosa non si arresta quindi... Gaza siamo noi, siamo in pericolo anche noi!...."
Per la soluzione l'unica strada percorribile è quella del 'perdono'.



Guarda il video

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Vedi anche il post precedente:



venerdì 8 agosto 2025

Raniero La Valle “Su Gaza l’Europa ha perso testa e cuore, riconoscere oggi la Palestina è vano perché Israele l’ha reso impossibile”

Intervista di Umberto De Giovannangeli a Raniero La Valle

“Su Gaza l’Europa ha perso testa e cuore, riconoscere oggi la Palestina è vano perché Israele l’ha reso impossibile”

«L’iniziativa di prendere il domicilio simbolico nella Striscia è un atto di speranza: un popolo, ucciso, risorge. L’Europa? Ha perso la testa e anche il cuore. Riconoscere lo stato palestinese è vano nella realtà»


Raniero La Valle, scrittore saggista, politico, una delle grandi firme di una Rai che, ahinoi, non c’è più. La Valle ha scritto un bellissimo libro Gaza delle genti. Israele contro Israele (Bordeaux, 2024), ed è tra gli ispiratori di importanti iniziative a favore del popolo palestinese. Ne parla con l’Unità.

Eleggere il proprio domicilio a Gaza. L’iniziativa che la vede tra i promotori sta avendo un importante riscontro. Quale ne è il senso nel momento in cui  Benjamin Netanyahu annuncia che Israele occuperà la Striscia di Gaza?

Il genocidio è compiuto, Netanyahu ha deciso di “finire il lavoro”. Gaza è condannata. La decisione viene da lontano, sta scritta nella legge costituzionale del 2018, altrimenti non si andava a festeggiare i “rave party” sul confine di Gaza. L’iniziativa di prendere il domicilio simbolico a Gaza è un atto di speranza contro la speranza. Un popolo, ucciso, risorge. La proposta è partita da un piccolo gruppo di persone la sera del 23 luglio. Nella notte giunsero 50 adesioni, il 24 ne arrivarono 1.500, il 25 luglio 2.318, il 26 furono 1960, al 29 luglio i nomi erano arrivati a 5235, tutti pubblicati sul sito “Prima loro”; poi abbiamo perduto il conto, perché per mille rivoli, dai commenti agli articoli del sito, ai Facebook, ai social, se ne sono aggiunti altre migliaia, e ne giungono ancora (lo si può fare all’indirizzo: domiciliatiagaza@primaloro.com). Ciò vuol dire che la proposta ha risposto a un’esigenza diffusa, molto spesso angosciata, di gridare contro il genocidio, di fare qualcosa, anche se solo di poter dichiarare la propria immedesimazione nella tragedia delle vittime, contro l’omertà dei governi, la complicità dei giornali, l’indifferenza dei partiti. Era come se tutti ricordassero il monito lanciato da un martire dei nazisti, il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, quando dal carcere di Tegel aveva ammonito: “Chi non grida per gli Ebrei, non può cantare il gregoriano”, ossia non si può tornare alle cure e alla vita quotidiana se non si grida contro lo sterminio; così ora non si può assistere ogni sera, alla televisione, ai bambini amputati, affamati, scheletriti, alle folle prese a fucilate con le scodelle vuote in mano in cerca di cibo, alla folla degli uccisi, degli scacciati, dei profughi senza fare altro che assistere, o passare alla pubblicità. L’obiezione è che l’elezione di domicilio a Gaza è solo simbolica, non vuol dire trasferire armi e bagagli a Gaza, come irridono, per criticare sui giornali questa iniziativa, gli analfabeti dell’umano. Tutti sanno che il domicilio è una cosa diversa dalla residenza; lo dice anche il Codice civile, il domicilio è il luogo di elezione che uno dichiara come “sede principale dei suoi affari e interessi”, ed eleggerlo lì dove non si abita non comporta né obblighi né formalità, mentre la residenza è lì dove si ha la residenza abituale. Ma oggi l’irrompere di questo simbolo, pur in un ambito ristretto come il nostro, è il sintomo che ove lo si chiedesse, milioni di persone in tutto il mondo direbbero che Gaza è il proprio luogo d’elezione, l’oggetto principale delle proprie cure; come alcuni ci hanno scritto: “Sotto le macerie batte il mio cuore insieme ai familiari palestinesi sepolti vivi” o “la situazione di quei disperati, prigionieri, uccisi ed affamati, mi impedisce di dormire serenamente”.

C’è chi potrebbe obiettare: sono solo gesti simbolici.

I simboli hanno una carica potente, perché vogliono dire mettere insieme una realtà e la sua figura. E se la figura fosse che prima centinaia, poi migliaia, poi innumerevoli persone in tutto il mondo si unissero alla popolazione di Gaza, così da far diventare idealmente i figli e abitanti di quella terra numerosi “come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare”, come degli Ebrei dice la Bibbia, ciò trasposto nella realtà renderebbe impossibile per chiunque pensare di sradicarli, di ucciderli, o di trasformarli in servitori di ricchi bagnanti. E verrebbe così annunziata la sconfitta di tutti i poteri indiscriminati e genocidi. Questo è il significato di questa iniziativa, vista dalla parte delle vittime e di quanti prendono parte per loro. Ma per Israele il significato è ancora maggiore, perché il segnale di questa condanna di massa di quanto esso sta compiendo a Gaza rivela la profondità dell’abisso in cui sta cadendo. Anzitutto è caduta la barriera linguistica che artatamente Israele aveva eretto per sventare ogni critica alle sue politiche; l’espediente era che non si potesse parlare di genocidio, e che ogni dissenso dalla condotta di Israele fosse un rigurgito di antisemitismo (la stessa Onu come “palude dell’antisemitismo”, nelle parole di Netanyahu all’Assemblea delle Nazioni Unite). Era stato il ministro degli Esteri Abba Eban che, dopo la guerra dei Sei Giorni, aveva scritto a tutte le ambasciate di opporre l’accusa di antisemitismo a ogni dissociazione dalle scelte dello Stato ebraico. Ed ora quest’argine è caduto, per mano di Netanyahu, che degli antisemiti è il peggiore, il quale ha trascinato nell’orrore e nel discredito lo Stato di Israele e messo a rischio anche la diaspora ebraica, che non ce la fa a esprimere il proprio dissenso da lui in modo politicamente efficace. Ma al genocidio ormai si grida nello stesso Israele. David Grossman, che alle guerre di Israele ha sacrificato un figlio, ora dice: “Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. Genocidio. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto”.

Non solo Grossman…

Il genocidio è ammesso anche da due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Physicans, che denunciano e descrivono nei loro rapporti per “for Human Rights” un “intento genocida in tutto e per tutto”. E ancora più lancinante per il governo di Israele è la rivolta di piazza, gli israeliani che agitano cartelli con la scritta “Libero il ghetto di Gaza”, le madri che dicono: “quando mia figlia mi chiederà: e tu dov’eri?” potrò dire “io c’ero”, e le donne che fanno chiasso con le pentole vuote come gli affamati di Gaza, come ha documentato Lucia Goracci, l’inviata del Tg3 in Israele. Un altro rovescio per il governo Netanyahu e i suoi accoliti, più o meno “religiosi” o “ortodossi”, è l’eterogenesi dei fini che si è realizzata nel perseguire l’azione su Gaza. La Striscia di Gaza è stata una preoccupazione costante di Israele, perché, con la sua popolazione esclusivamente palestinese, rende difficile una colonizzazione o uno sbriciolamento come in Cisgiordania. Per rendere sicuro Israele dal pericolo rappresentato dalla spina nel fianco di Gaza, la prima scelta del governo era stata perciò di isolarla, ed evitare ogni contiguità o rapporto con i palestinesi, al punto che Sharon ordinò ai coloni già insediativisi di ritirarsi e rientrare in Israele: ciò provocò una sollevazione contro di lui dei rabbini che vietarono all’esercito di obbedirgli, e dei coloni e dei sionisti per i quali Israele non doveva rinunziare a nessun lembo della terra di Israele, fino al punto che Sharon fu raffigurato con la divisa da nazista e ripudiato. Netanyahu e i suoi governi hanno fatto invece la scelta opposta: si sono compromessi con Hamas coadiuvandola per usarla contro l’ANP e, quanto alla contaminazione con i palestinesi, gli Ebrei, anche non israeliani, sono andati a fare i loro rave party fin sul confine di Gaza, ciò che era una provocazione. Ne è seguito lo scempio del 7 ottobre, usato poi da Israele per vendere al mondo, sempre più inorridito, la sua soluzione finale: così Gaza, da sterilizzata che era, è diventata la pietra d’inciampo, il massimo rischio nel quale sta precipitando Israele.
Macron ha annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia, così la Gran Bretagna del premier britannico Keir Starmer e altri Paesi europei. L’Italia, invece, non lo farà, mentre continuiamo a vendere armi a Israele.
Forse di più è quello che ha fatto Mattarella, dicendo che in ciò che Israele sta compiendo a Gaza «è difficile non ravvisare l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente». Gli ha risposto il Presidente israeliano Herzog, che ha detto di nutrire grande rispetto per Mattarella, ma “Israele non ha alcuna ‘intenzione di uccidere indiscriminatamente’”. Eppure, lo stesso Herzog, il 18 marzo scorso quando Israele ruppe la tregua durata due mesi a Gaza, aveva detto che era “impossibile non rimanere profondamente turbati per quello che sta accadendo sotto i nostri occhi” e di essere profondamente preoccupato per il suo “impatto sull’equilibrio della nostra Nazione”. È impensabile riprendere i combattimenti per portare a compimento la sacra missione di riportare in patria gli ostaggi.

Lei è stato anche senatore della Repubblica. Cosa ha provato quando nell’Aula della Camera dei deputati Matteo Salvini ha ricevuto il premio Italia-Israele?

Mi pare una cosa priva della minima importanza. Se non me lo diceva lei, neanche lo sapevo.

A Gaza, oltre l’umanità, è morto anche l’ultimo sussulto di dignità dell’Europa?

L’Europa ha perso la testa ed anche il cuore. Ora tre Stati dicono di voler riconoscere lo Stato palestinese. Va benissimo come pressione politica, ma è del tutto vano nella realtà, perché Israele lo ha ormai reso fisicamente impossibile. Ha ragione la Meloni quando dice che non si può riconoscere uno Stato che non c’è. Ha ragione anche Caracciolo quando dice: “Si va dritti alla soluzione finale secondo Netanyahu: noi o loro. Illusione: sarà loro e noi. I vinti palestinesi e gli israeliani vincitori barricati nel piccolo Grande Israele allargato a Gaza e Cisgiordania più coriandoli di Siria e Libano. Giungla nella giungla. Noi, “neo-domiciliati a Gaza”, diciamo che “se dopo il crimine ci fosse un futuro”, la soluzione sarebbe la riconciliazione tra Israeliani e Palestinesi, il perdono come culmine dell’umano, l’abolizione volontaria e consapevole della memoria del male ricevuto, la costituzione di un ordinamento, uno o due Stati, con pieni diritti in ciascuno per ambedue i popoli, secondo quanto essi stessi decideranno. Una sorta di “Stati Uniti di Gerusalemme” in una comunità mediterranea ed europea.
(fonte: L'Unità 06/08/2025)

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giovedì 26 giugno 2025

Raniero La Valle Quale Dio dopo Gaza


Raniero La Valle 
Quale Dio dopo Gaza

Foto ritagliata di Jonathan Fernandes tratta da Pexels, immagine originale e licenza

Newsletter n. 22 da Prima Loro del 24 giugno 2025‌

Cari amici,

“Dio mio, Dio mio, perché ti abbiamo abbandonato?”. Questo rovesciamento del Salmo 22 sarebbe, come ci viene suggerito, la preghiera più appropriata a questo punto della storia umana: dovrebbe essere unanime, oltre ogni distinzione tra credenti e non credenti, perché dopo Francesco l’umanità non può che essere riconosciuta come una cosa sola, amata nella sua integrità, non condannata a essere divisa tra “benedizione” e “maledizione” secondo la sorte che ne ha preconizzato Netanyahu all’ONU.

Tanto più questa unità si impone, quando nel pieno del genocidio di Gaza, compare la bomba più grande del mondo, che non ha neanche bisogno di essere nucleare per soggiogare e mettere a repentaglio la terra; una bomba che eventualmente, bontà sua, può cancellare il Cremlino, la piazza della Pace celeste a Pechino o il “Berlaymont” di Bruxelles, mentre provoca l’ovvia ritorsione dell’Iran. Allusivamente si chiama B2 (Bibi) Spirit, ispirata al patto d’acciaio che unisce il Pio Torturatore (in preghiera al Muro del Pianto) e il grande Mentitore che assicura due settimane di attesa mentre i suoi bombardieri sono già in volo senza scalo. Non c’è pietà, mentre il diritto, più che trasgredito, è oltraggiato, e la volontà di morte, che papa Francesco nelle sue ultime parole del messaggio di Pasqua sperava si rovesciasse in una umanità risorta, dilaga nel mondo.

La società del Novecento è stata scossa dalla domanda “dov’era Dio?” quando Egli taceva durante l’olocausto, e su quale fosse “il concetto di Dio dopo Auschwitz”, nell’angoscia del grido: “mai più!”.

Oggi la domanda è: “Qual è il concetto di Dio dopo Gaza?”, dov’è, e perché il suo silenzio perfino dinanzi agli uccisi in ricerca del cibo? Questa volta la domanda è ancora più sgomenta, perché Dio starebbe di casa non tra le vittime, ma tra gli autori del crimine, che ne eseguirebbero il presunto mandato.

Allora la risposta ebraica fu quella richiamata da Elie Wiesel ne “La notte”: Dio era lì, appeso alla forca con il ragazzino impiccato dai nazisti nel campo di Auschwitz. Non era un Dio che abbandona.

La risposta cristiana era la stessa e fu approfondita da Giuseppe Dossetti nella Introduzione a Le querce di Monte Sole di Luciano Gherardi, sulla linea di Basilio di Cesarea e del libro di Jürgen Moltmann Il Dio crocefisso: il Dio che ad Auschwitz pendeva dalla forca era il Dio crocefisso, la divinità di Dio presente nel suo abbassamento alla misura della carne dell’uomo, fin dell’ultimo uomo.

Ma allora dov’è la salvezza da un Dio che spoglia se stesso? «Mistero della fede», dice la liturgia cattolica. Ma non senza di noi. La salvezza è che neanche noi lo abbandoniamo. Il Dio che non dobbiamo abbandonare non è l’onnipotente, onnisciente, perfettamente buono ed eterno, che inaugura «il monoteismo come problema politico» (dall’omonimo libro di Erik Peterson, ndr), ma è il Dio assetato, vilipeso, povero e crocefisso che sussiste anche nell’ultimo dei migranti e delle vittime. Se non lo abbandoniamo nella sua angoscia, se ne riconosciamo l’innocenza, se non smettiamo di parlare con lui, saremo con lui nel suo regno, comunque si voglia chiamare il paradiso. Se non abbandoniamo i martirizzati di Gaza, se salviamo i deportati di Trump, se preserviamo i candidati a essere uccisi di tutte le guerre, se mettiamo per primi i poveri, se lo Stato sociale sceglie “prima loro”, come in Italia sta scritto anche in Costituzione, ci salviamo anche noi, si salvano tutti.

Nel sito pubblichiamo il rapporto della Commissaria per la politica estera dell’Unione Europea sulla violazione dei diritti umani e dei principi democratici da parte di Israele e il discorso di Tomaso Montanari nella marcia a Monte Sole.

Con i più cordiali saluti,
Raniero La Valle
(da “Prima Loro”)

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sabato 21 giugno 2025

Raniero La Valle: Sgomento


Raniero La Valle
Sgomento

Immagine creata con IA

Newsletter n. 21 da Prima Loro del 17 giugno 2025‌

Cari amici,

sgomento. Purtroppo, non c’è altra parola che questa per esprimere la nostra reazione di fronte alla turpitudine a cui, abusando dello Stato che tengono in mano, sono giunti gli autori del genocidio di Gaza e ora della guerra terroristica, “prossima alla vittoria” ma senza essere stata dichiarata, contro i fratelli iraniani.

Ma lo sgomento non è tanto per il pericolo a cui sono ormai esposte le nostre vite, come le vite di tutti, in questo ritorno alla “stato di natura” di uccidibilità generalizzata a cui ci hanno riportato i signori della fame e della guerra, ma soprattutto per l’identità di questi governanti e dei popoli che se ne fanno complici.

Anzitutto dei fautori dei valori dell’Occidente. Non li mettiamo tra virgolette - “valori” - perché sono veri valori: ad essi siamo stati allevati fin da bambini; abbiamo anche cercato di fare qualcosa per alimentarli e farli crescere fino a più alta statura; e non sono “nostri” perché proprio in quanto non sono “nostri” sono valori. Essi sono per noi non solo perché ce li hanno trasmessi Giustiniano, Fichte e Sturzo, ma perché sono stati portati sulle spalle di milioni di martiri, di servi signori ed operai, ed ecco ora parlano solo di morte, con la bella e dirimente legittimazione che gli altri sono pericolosi e cattivi, e forse un giorno avranno perfino l’atomica e si metteranno ad abbaiare. E lo si fa con la noncuranza di chi opera dall’alto di una sorta di superiorità castale, come diceva Dossetti a proposito della strage di Marzabotto.

Ma ancora di più siamo sgomenti (benché di questo non parli nessuno) per il nome oggi associato all’epicentro della crisi e del suo rischio estremo, che abbiamo sempre pensato non covasse in Ucraina e in Europa, ma tra il mare e il Giordano. Siamo profondamente addolorati cioè per il protagonismo egemone che in questa corsa alla rovina hanno assunto quanti non solo sono aggressori come gli altri ma agiscono in obbedienza e in difesa del sacro nome di Ebrei, esponendolo al pubblico oltraggio. Qui noi siamo accomunati alle vittime dell’antisemitismo, e vittime noi stessi, non perché andiamo a misurare in che proporzione la fede ebraica sia inclusa nella nostra fede, e tanto meno quale tasso di identità semitica sia presente nella nostra eredità genetica o spirituale (anche come figli di Abramo), ma perché per nessuno, per nessuno, deve venir meno (né qui né nel “resto del mondo”) quel patrimonio prezioso che è il giudaismo, come del resto il cristianesimo, l’Islam, il giainismo.

Che deperiscano, è nell’andamento attuale delle cose, in questi tempi di modernità, ed è capitato a tutti, benché in forme diverse e in tempi diversi: certo oggi l’Ayatollha Khamenei non ha alcuna intenzione di venire a Roma per uccidere il Papa. Ma non si era mai visto che una religione della salvezza, e di una salvezza promessa a tutti, fosse alacremente allestita come veicolo all’abisso (“i carri di Gedeone”!) e come agente della fine; così come nessuno Stato confessionale era mai andato all’ONU a impartire la maledizione a metà del mondo lì presente. E meno male che si può lasciar fuori il nome di Dio, grazie all’escamotage moderno del “post-teismo”.

Ma il gioco potrebbe sfuggire di mano, e la stessa esistenza dello Stato di Israele potrebbe non più essere possibile. “Il suicidio di Israele”, questo grido d’allarme, lanciato da una eminente personalità ebraica come Anna Foa e da molti altri, purtroppo non è stato raccolto né dallo Stato Sionista né dalla Diaspora. La malattia letale ben nota in natura è la malattia autoimmunitaria, si scatenano tanti anticorpi per la propria difesa: antinucleari, antimissili, antiterrorismo, antislamismo, che ti uccidono perché si rivolgono contro te stesso, e l’onda d’urto potrebbe investire anche al di là dello Stato, tutto il popolo ebraico. Si avvererebbe così il paradosso che proprio l’ipotesi sionista, di rendere sicuro il popolo ebraico nel mondo attribuendo il monopolio della violenza per la sua difesa allo Stato-nazione degli Ebrei, si risolverebbe nella causa del suo massimo pericolo; e troverebbero verifica, ma troppo tardi, le tesi di quella larga parte dell’ebraismo religioso e rabbinico secondo le quali le promesse messianiche non dovessero intendersi come volte a realizzarsi in uno Stato, se non al rischio di “una fiammeggiante apocalisse” (Taubes).

Questo rischio è stato corso anche dalla Chiesa cattolica in Occidente con il suo regime costantiniano o “di cristianità”, ma per fortuna ne è uscita con la perdita del potere temporale, il Concilio Vaticano II e papa Francesco.

Di tutto questo portiamo il dolore. Convinti, però, che la partita della salvezza non è chiusa. E nemmeno della pietà.

Nel sito pubblichiamo l'estratto di un articolo del prof. Sachs e di Sybil Fares sulla vera storia del nucleare iraniano e l'estratto di un manifesto per la pace di un'ala del SPD tedesco.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” 
Raniero La Valle