Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta disabilità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disabilità. Mostra tutti i post

martedì 3 dicembre 2024

3 dicembre Giornata internazionale delle persone con disabilità - Famiglia Avesani: “Francesco ci ha donato un amore immenso. È stata una grazia servire in lui Gesù”

3 dicembre Giornata internazionale delle persone con disabilità. 
 
Famiglia Avesani: 
“Francesco ci ha donato un amore immenso.
È stata una grazia servire in lui Gesù”

Francesco, un bimbo di 8 mesi cerebroleso al 100%, era stato abbandonato dalla madre alla nascita e ricoverato in ospedale. “Ci mettemmo in preghiera per tre giorni e notti e il Signore ha sciolto ogni nodo e paura, così che contattammo gli assistenti sociali per prendere in affido Francesco. Ottenemmo quasi subito l’autorizzazione a conoscerlo in ospedale: fu amore a prima vista, era mio figlio!”, racconta Raffaella


Aprirsi alla vita, anche dei più fragili, a quella degli “scartati” molto spesso in una società sempre più egoista, edonista e individualista. E ricevere, in cambio di un po’ d’amore, un amore a dismisura. Nella Giornata internazionale delle persone con disabilità abbiamo raccolto la testimonianza della famiglia Avesani di Verona. Il papà, Giovanni, oggi ha 72 anni ed è avvocato. Nel 1979 si è sposato con Leila e hanno avuto 5 figli: Lorenzo (1980), Zeno (1981), Maria (1984), Enrica (1987), Elena (1989), tutti sposati, che hanno portato in famiglia 15 nipoti. Nel 1993 Leila si è ammalata di tumore ed è salita in cielo nell’aprile del 1995. 
Nel 1996 Giovanni si è sposato con Raffaella, che ha ora 69 anni ed è casalinga, e sono nati 3 figli: Filippo (1997), Eleonora (1998) e Pietro (2000). 
Poi nel 2006 è arrivato Francesco, un bambino cerebroleso al 100%, abbandonato in ospedale perché nessuno lo voleva prendere né in affido, né in adozione. “La disabilità, anche la più grave, è una grazia per chi, come noi, la accoglie. Certo c’è la fatica, i ricoveri, la paura di perderli, ma c’è molto di più che si riceve in momenti bellissimi, indimenticabili”, ci dice Raffaella. “Se il mondo sapesse quanta ricchezza e felicità danno la cura di un disabile… Noi non lo sapevamo e quindi siamo stati grati a Dio per averci fatto vivere questa esperienza, che è alla portata di tutti”, commenta Giovanni.

La vostra famiglia, già benedetta dal Signore con 8 figli, ha avuto un’ulteriore svolta grazie all’Anfn, di cui fate parte. Cosa è successo nel settembre 2006? Avevate mai pensato all’affido prima?

Giovanni: Nel settembre del 2006 alla festa Anfn di Ferrara abbiamo visto Andrea Botti con in braccio un bambino di qualche mese che lui e la moglie avevano in affido. Ricordo che la cosa mi colpì, perché non avevamo mai preso in considerazione l’opportunità di prendere in affido qualche bambino. Ma non ci pensammo poi più, ritenendo di aver già dato abbastanza quanto all’apertura alla vita.

Cosa vi ha spinto a prendere in affido Francesco? Non avevate paura a prendere con voi un bimbo con queste gravissime difficoltà?

Raffaella: Con amici che avevano già adottato 2 bambini con seri problemi, oltre ai 6 figli naturali, e altri fratelli della nostra comunità parrocchiale, ci siamo uniti nella preghiera perché si trovasse una famiglia disposta ad accogliere Francesco, un bimbo di 8 mesi cerebroleso al 100% abbandonato dalla madre alla nascita e ricoverato in ospedale. Una sorella della comunità (madre adottiva di 2 bambini russi con problemi), che si era detta disposto ad accoglierlo, ci telefonò una sera dicendo di non poterlo fare perché aveva saputo quel giorno che sua madre aveva un tumore che avrebbe richiesto continua assistenza e ci chiese perché non lo prendevamo noi. Io ho avuto tardi i miei 3 figli naturali (l’ultimo Pietro a 45 anni) e avevo il terrore che mi nascesse un figlio disabile. Ma ci ritornò l’immagine di Andrea Botti. Ci mettemmo in preghiera per tre giorni e notti e il Signore ha sciolto ogni nodo e paura, così che contattammo gli assistenti sociali per prendere in affido Francesco. Ottenemmo quasi subito l’autorizzazione a conoscerlo in ospedale: fu amore a prima vista, era mio figlio!

Che possibilità aveva di vivere?

Raffaella: Francesco aveva nove mesi, era cresciuto poco, ma era bellissimo. I medici dicevano che era un “vegetale” e che sarebbe vissuto solo qualche mese.

Com’è cambiata la vita familiare con la presenza di Francesco? La vostra di genitori e quella dei vostri figli?

Giovanni: Francesco non ha portato grandi cambiamenti, se non la precarietà di non poter mai fare programmi a media o lunga scadenza per le sue precarie condizioni di salute e per i suoi improvvisi e frequenti ricoveri ospedalieri. Per noi genitori (soprattutto per Raffaella) la fatica di accudirlo e assisterlo nei molteplici ricoveri ospedalieri. Per i figli più grandi poco è cambiato perché nel giro di qualche anno si sono tutti sposati. Per i più piccoli è stato un fratellino amato e da coccolare; si sono sentiti importanti perché con loro Francesco era felice.
Si sono volentieri adattati a dover spesso rinunciare a svaghi o vacanze, perché capivano che Francesco era più importante.

Come avete accolto questo fratellino speciale?

Eleonora: Io personalmente l’ho accolto con immensa gioia! Quando mamma e papà ci hanno detto che sarebbe arrivato un altro fratellino, io ero al settimo cielo. Ricordo ancora la prima volta che siamo andati a vederlo per conoscerlo, me ne sono innamorata al primo sguardo. Dentro di me è nato un legame profondo che mi lega tuttora a lui. Era un fratellino, non importava se non era stata mamma a portarlo in grembo e non vedevo l’ora di prendermene cura, di essere la sorella maggiore. Lo sono stata per i successivi 11 anni e ho avuto l’onore di stargli accanto sino al suo ultimo respiro. 

L’amore che Francesco mi ha donato è incredibile. In poche parole, è stato tanto e ringrazio ogni giorno il Signore di aver ispirato i miei genitori ad accoglierlo in famiglia perché se non lo avessero fatto mi avrebbero privato del rapporto d’amore più speciale che io abbia mai avuto.

Avete anche adottato Francesco? Quanto è vissuto?

Raffaella: Abbiamo adottato Francesco poco prima che salisse in cielo ed è vissuto 11 anni e 5 mesi. È salito in cielo il 27 giugno del 2017, un mese dopo aver ricevuto la prima comunione. Per l’adozione, abbiamo atteso che i figli più grandi fossero usciti di casa per non sembrare di dover dare a loro un peso. Abbiamo voluto adottarlo perché era ed è nostro figlio e quando il Signore l’avesse chiamato doveva avere il cognome della famiglia alla quale apparteneva.

Come vi ha cambiati la storia con Francesco? Cosa ha lasciato alla vostra famiglia? E anche all’Anfn?

Raffaella: Come ci ha cambiato? Ci ha arricchiti. Francesco ci ha inondato d’amore.
Lui per noi era Gesù Cristo (il “Gesù portatile” come diceva Giovanni) ed era una grazia poter servire in lui Gesù.
Cosa ci ha lasciato? Subito un grande vuoto e dolore: i figli, come dicono al Sud, son pezzi di cuore. Ma poi è subentrata la certezza che, come mi disse con fermezza un sacerdote, Francesco è già tra i santi.

Questi bambini quando nascono hanno una missione importante prima di tornare al Padre: quella di convertire il cuore di coloro che li incontrano.

Credo che anche nella “vecchia guardia” (le prime famiglie iscritte) di Anfn Francesco abbia lasciato un segno forte perché ci accompagnava sempre, a parte gli ultimi anni, agli incontri, tanto che era diventata la “mascotte” dell’Associazione.

Don Filippo, l’esperienza accanto a Francesco ha inciso nella sua vocazione sacerdotale?

Don Filippo: Mi appare indubitabile il ruolo prezioso di mio fratello nella strutturazione della mia identità, poiché attraverso di lui, negli anni delicati dell’adolescenza, ho appreso profondamente il significato di donare la vita. L’essere chiamato a servirlo e accudirlo mi ha permesso, in un’ottica di fede, di contemplare in lui la presenza di Cristo Crocifisso. Non so dire se e come il nostro legame sia stato alla base della mia chiamata al sacerdozio, certamente vedo ora come la memoria della vita trascorsa assieme e la consapevolezza della sua presenza nella Chiesa Celeste siano per me un sostegno attivo e vitale nel mio ministero appena cominciato.

Mi piace pensare che, dopo averlo tenuto spesso in braccio per 11 anni, ora sia lui a portare in braccio me quando la strada si fa più faticosa.

(Foto famiglia Avesani)
(fonte: Sir, articolo di Gigliola Alfaro 03/12/2024)

mercoledì 11 settembre 2024

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN ASIA E OCEANIA (2-13 settembre 2024) - Francesco a Dili - Dove la sofferenza tocca il cuore e sperimenta l’amore (cronaca, testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN INDONESIA, PAPUA NUOVA GUINEA,
TIMOR-LESTE, SINGAPORE

(2-13 settembre 2024)


Martedì, 10 settembre 2024

DILI

8:45 VISITA AI BAMBINI CON DISABILITÀ DELLA SCUOLA “IRMÃS ALMA”

9:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE, I SEMINARISTI E I CATECHISTI nella Cattedrale dell'Immacolata Concezione

10:45 INCONTRO PRIVATO CON I MEMBRI DELLA COMPAGNIA DI GESÙ presso la Nunziatura Apostolica


***********

Dove la sofferenza tocca il cuore e sperimenta l’amore


Un momento di grande commozione, in un luogo in cui la sofferenza tocca il cuore e sperimenta l’amore, la scuola “Irmãs Alma” di Díli. Un luogo dove è la sofferenza dei bambini, quella per la quale i perché si perdono nel mistero del dolore innocente, ad essere toccata dalle mani amorevoli di quaranta suore che ogni giorno, instancabilmente, si prendono cura di loro. E qui nella mattinata di  martedì 10 settembre è venuto Papa Francesco nel secondo giorno a Timor Leste, per dire grazie per questo amore gratuito.

Affidato alle cure della Congregazione delle Suore Alma, acronimo che sta per “Asosiasi Lembaga Misionari Awam” (Associazione delle istituzioni missionarie laiche), l’istituto assiste bambini con disabilità fisiche e mentali, offrendo loro sedute di terapia e cure mediche più volte alla settimana, accompagnando anche le famiglie in un percorso di accettazione della condizione di un figlio disabile. Un’opera preziosa in un Paese in cui i bambini sono tantissimi e le possibilità di offrire cure ai malati limitate.

Salutato al suo passaggio dalla folla accalcatasi lungo la strada, all’arrivo il Papa è stato accolto all’ingresso dalla superiora della congregazione, suor Gertrudis Bidi, e da tre piccoli ospiti, che gli hanno offerto dei fiori e una tais, la sciarpa tradizionale timorese. Poi ha assistito a un canto di benvenuto da parte di un coro di suore, mentre alcune bambine e religiose in abiti tradizionali eseguivano una danza locale. E ancora un canto ha accolto il Pontefice nella sala intitolata a san Vincenzo de’ Paoli, dove ad attenderlo c’erano molti dei bambini assistiti, tutti in maglietta azzurra, e le religiose.

A presentare le attività dell’istituto è stata la superiora, sottolineando che appena due giorni prima era stato celebrato il 60° della fondazione. “Il carisma-stile di vita dell’associazione — ha detto visibilmente commossa — è restare accanto ai poveri, ai disabili e agli abbandonati, nella stessa casa, nella stessa stanza, condividendo la stessa tavola, con un solo cuore e una sola anima, senza nessun favoritismo, e diventando madri e padri dei bambini che Dio ci ha affidato».

Nel suo discorso a braccio, in spagnolo, Francesco ha ringraziato le suore per la loro opera, ma anche i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze «che ci danno la testimonianza di lasciarsi curare. Perché loro insegnano a noi come dobbiamo lasciarci curare da Dio. Lasciarci curare da Dio e non da tante idee, o progetti, o capricci. Lasciarci curare da Dio. E loro sono i nostri maestri».

E per spiegare il suo pensiero il Papa ha voluto che gli portassero accanto un bambino in carrozzina, Silvano. Lui, ha detto Francesco, «ci insegna a prenderci cura: prendendoci cura di lui, impariamo a prenderci cura. E se guardiamo il suo volto, è tranquillo, sereno, dorme in pace. E così come lui si lascia curare, anche noi dobbiamo imparare a lasciarci curare. Lasciarsi curare da Dio, che ci ama tanto; lasciarsi curare dalla Madonna, che è nostra Madre».

Prima di impartire la benedizione, il Pontefice ha quindi invitato a pregare proprio con un’Ave Maria. Poi ha salutato le suore, i bambini e i ragazzi presenti. Uno in particolare, in carrozzina, Adriano Arcangelo, 24 anni, gli ha chiesto di firmargli il diario, cosa che Francesco ha fatto con una dedica, intrattenendosi a parlare con lui. E una firma il Papa l’ha messa anche su una targa a ricordo della visita, offrendo in dono alle suore una statua della Sacra Famiglia.

Ma prima di lasciare la Scuola Irmãs Alma, un altro intenso momento, di forte commozione: il saluto ad alcuni bambini gravemente malati, accompagnati dai genitori, alcuni dei quali si sono inginocchiati davanti a Francesco, mentre chiedevano una benedizione per i figli. Tante le lacrime, ricambiate da una carezza e un sorriso di conforto che porteranno per sempre nei cuori.

Così come porteranno nel cuore il ricordo dell’incontro con il Pontefice quanti hanno partecipato al secondo appuntamento della mattinata, quello con i vescovi, sacerdoti, consacrati, religiose, seminaristi, catechisti e alcuni laici nella cattedrale dell’Immacolata Concezione, «la madre di tutte le Chiese di Timor Leste».

Un incontro a lungo atteso. All’arrivo di Francesco, infatti, ogni posto nella chiesa — inaugurata il 2 novembre 1988 — era occupato. Il Pontefice è arrivato nel cortile antistante, dove è stato accolto dal cardinale arcivescovo di Díli, Virgilio do Carmo da Silva, dal presidente della Conferenza episcopale, monsignor Norberto do Amaral, vescovo di Maliana, e dal parroco della cattedrale. Dopodiché ha assistito a una danza offertagli sul sagrato da un gruppo nei costumi tradizionali e ha ricevuto alcuni doni da parte di tre bambini.

All’ingresso principale della cattedrale, il parroco ha porto a Francesco la croce per il bacio e l’acqua benedetta per l’aspersione. Salutato da un canto, prima di raggiungere l’altare, il Papa si è intrattenuto con alcune suore malate in sedia rotelle, tra cui una canossiana di quasi cento anni.

All’inizio dell’incontro il presidente dell’episcopato timorese ha ricordato quando Giovanni Paolo II benedì la cattedrale nel suo viaggio del 1989 «durante i tempi difficili in cui la nazione era soggiogata». Una Paese che è riuscito «a rialzarsi e a restare in piedi».

Una nazione piccola e nuova che oggi, pur essendo «alla periferia del mondo qui è chiamata a essere sale e luce».

Una Chiesa salda nella fede, che si è presentata al Successore di Pietro attraverso alcune testimonianze che hanno ripercorso la storia recente di Timor Leste e sottolineato la realtà e le sfide del presente. Suor Rosa Sarmento ha ricordato la storia e la missione delle canossiane — qui giunte alla fine del xix secolo —, rilevando come mentre «in passato i missionari venivano dall’Europa per evangelizzare, oggi sta accadendo il contrario: Timor va ad evangelizzare l’Europa e altre parti del mondo».

Don Sancho Amaral ha invece ricordato il coinvolgimento personale nel processo di indipendenza di Timor Leste, scoprendo nelle tante esperienze difficili della guerra come «Dio sa sempre prendersi cura di coloro che ha chiamato e mandato in missione». E delle sfide dell’evangelizzazione ha anche parlato l’anziano catechista, Florentino de Jesus Martins, che oggi ha 89 anni. Ha raccontato la propria esperienza e come fosse difficile spostarsi nei primi anni del suo servizio, le camminate di ore anche tra le intemperie. «Ma non mi sono mai scoraggiato» ha detto, aggiungendo che, pur essendosi ritirato sette anni fa, ancora continua a dare «sostegno morale agli altri catechisti». Una testimonianza simpaticamente commentata dal Papa: «Sembra che questo ha fatto la concorrenza a san Paolo», ha detto in italiano.

Nel suo discorso, ringraziando i presenti per la loro opera, ha detto che anche Timor Leste «radicato in una lunga storia cristiana, ha bisogno oggi di un rinnovato slancio nell’evangelizzazione, perché a tutti arrivi il profumo del Vangelo: un profumo di riconciliazione e pace dopo gli anni sofferti della guerra». Un invito che è entrato nel concreto dei problemi di oggi, mettendo in guardia da ciò che «umilia, deturpa e a volte addirittura distrugge la vita umana», come l’alcolismo, la violenza, il mancato rispetto della dignità delle donne. Perciò, ha aggiunto il Pontefice, «c’è bisogno di sacerdoti, religiosi e catechisti appassionati».

Al termine, il Papa ha benedetto alcune prime pietre provenienti dalle tre diocesi di Timor Leste. Infine prima di salire in auto per tornare in nunziatura, si è fermato qualche istante all’uscita laterale della cattedrale per salutare un gruppo di malati.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Gaetano Vallini 10/09/2024)


***********

VISITA AI BAMBINI CON DISABILITÀ DELLA SCUOLA “IRMÃS ALMA”

PAROLE DEL SANTO PADRE

Scuola “Irmãs Alma” (Dili, Timor Leste)
Martedì, 10 settembre 2024


C’è una cosa che sempre mi fa pensare: quando Gesù parla del giudizio finale, dice ad alcuni: “Venite con me”, ma non dice: “Venite con me perché siete stati battezzati, perché siete stati cresimati, perché vi siete sposati in chiesa, perché non avete detto menzogne, perché non avete rubato”. No. “Venite con me perché vi siete presi cura di me”. Vi siete presi cura di me. E Gesù dice: “Venite con me perché vi siete presi cura di me quando avevo fame e mi avete dato da mangiare, quando avevo sete e mi avete dato da bere, quando ero malato e mi avete visitato”, e così via. Questo lo chiamo il sacramento dei poveri. Un amore che incoraggia, che costruisce e che rafforza.

E questo è ciò che si trova qui: amore. Senza amore questo non si capisce. E così comprendiamo l’amore di Gesù che ha dato la sua vita per noi. Non possiamo capire l’amore di Gesù se non ci mettiamo a praticare l’amore. Condividere la vita con le persone che hanno più bisogno è un programma, un vostro programma, è un programma di ogni cristiano. Voglio ringraziarvi per quello che fate; e voglio ringraziare anche le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze che ci danno la testimonianza di lasciarsi curare. Perché loro insegnano a noi come dobbiamo lasciarci curare da Dio. Lasciarci curare da Dio e non da tante idee, o progetti, o capricci. Lasciarci curare da Dio. E loro sono i nostri maestri. Grazie a voi per questo!

Sto vedendo questo [bambino], come si chiama? Silvano. Portalo qui. E cosa ci insegna Silvano, cosa ci insegna? Ci insegna a prenderci cura. Prendendoci cura di lui, impariamo a prenderci cura. E se guardiamo il suo viso, è calmo, paziente, dorme in pace. E così come lui si lascia curare, anche noi dobbiamo imparare a lasciarci curare. Lasciarsi curare da Dio, che ci ama tanto; lasciarsi curare dalla Madonna, che è nostra Madre.

E adesso recitiamo alla Madonna un’Ave Maria e vi do la benedizione.


[dopo la preghiera e la benedizione]

E non dimenticatevi, non dimenticatevi che dobbiamo imparare a lasciarci curare, tutti, come loro si lasciano curare. Grazie!


[Scambio di doni]

Questo è il regalo che lascio a questa casa. Guardate bene: San Giuseppe si prende cura della Madonna, la Madonna si prende cura di Gesù. Il più importante è Colui che si lascia curare di più: Gesù. Si lascia curare da Maria e da Giuseppe.

***********

Foto e video















***********

INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI,
I CONSACRATI, LE CONSACRATE, I SEMINARISTI E I CATECHISTI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

   Cattedrale dell'Immacolata Concezione (Dili, Timor Leste)
Martedì, 10 settembre 2024


Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti e diaconi, religiose, religiosi e seminaristi,
cari catechisti, fratelli e sorelle, buongiorno!

Molti tra i più giovani – seminaristi, religiose, giovani – sono rimasti fuori. E adesso, quando ho visto il Vescovo, gli ho detto che deve ingrandire la cattedrale, perché è una grazia avere tante vocazioni! Ringraziamo il Signore, e ringraziamo anche i missionari che sono venuti prima di noi. Quando vediamo quest’uomo [Florentino de Jesús Martins, di 89 anni, al quale il Papa ha detto che “gareggiava con l’apostolo Paolo”], che è stato catechista per tutta la vita, possiamo capire la grazia della missione affidata. Ringraziamo il Signore per questa benedizione a questa Chiesa.

Sono felice di trovarmi in mezzo a voi, nel contesto di un viaggio che mi vede pellegrino nelle terre d’Oriente. Ringrazio Mons. Norberto de Amaral per le parole che mi ha rivolto, ricordando che Timor Est è un Paese “ai confini del mondo”. Anch’io vengo dai confini del mondo, ma voi più di me! E mi piace dire: proprio perché è ai confini del mondo sta al centro del Vangelo! Questo è un paradosso che dobbiamo imparare: nel Vangelo, i confini sono il centro e una Chiesa che non è capace di andare ai confini e che si nasconde nel centro è una Chiesa molto malata. Invece, quando una Chiesa guarda fuori, manda missionari, si mette su quei confini che sono il centro, il centro della Chiesa. Grazie perché state ai confini. Perché sappiamo bene che nel cuore di Cristo le periferie dell’esistenza sono il centro: il Vangelo è popolato da persone, figure e storie che sono ai margini, ai confini, ma vengono convocate da Gesù e diventano protagoniste della speranza che Egli è venuto a portarci.

Gioisco con voi e per voi, perché siete i discepoli del Signore in questa terra. Pensando alle vostre fatiche e alle sfide che siete chiamati ad affrontare, mi è ritornato in mente un brano del Vangelo di Giovanni, molto suggestivo, che ci racconta una scena di tenerezza e di intimità accaduta nella casa degli amici di Gesù, Lazzaro, Marta e Maria (cfr Gv 12,1-11). A un certo punto, durante la cena, Maria «prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo» (v. 12,3).

Maria unge i piedi di Gesù e quel profumo si diffonde nella casa. Vorrei soffermarmi con voi proprio su questo: il profumo, il profumo di Cristo, il profumo del suo Vangelo, è un dono che voi avete, un dono che vi è stato dato gratuitamente, ma che dovete custodire e che tutti insieme siamo chiamati a diffondere. Custodire il profumo, questo dono del Vangelo che il Signore ha dato a questa terra di Timor Est, e diffondere il profumo.

Prima cosa: custodire il profumo. Abbiamo sempre bisogno di tornare all’origine, all’origine del dono ricevuto, del nostro essere cristiani, sacerdoti, religiosi o catechisti. Noi abbiamo accolto la vita stessa di Dio per mezzo di Gesù, suo figlio, che è morto per noi e ci ha donato lo Spirito Santo. Siamo stati unti, siamo unti con Olio di letizia e l’apostolo Paolo scrive: «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo» (2 Cor 2,15).

Care sorelle, cari fratelli, voi siete il profumo di Cristo! E questo simbolo a voi non è estraneo: qui a Timor, infatti, cresce in abbondanza il legno di sandalo, con la sua fragranza molto apprezzata e ricercata anche presso altri popoli e Nazioni. La Bibbia stessa ne loda il valore, quando racconta che la regina di Saba fece visita al re Salomone offrendogli in dono il legno di sandalo (cfr 1 Re 10,12). Non so se la regina di Saba, prima di andare da Salomone, fece scalo a Timor Est, forse, e prese il sandalo da qui!

Sorelle, fratelli, voi siete il profumo di Cristo, un profumo molto più prezioso dei profumi francesi! Voi siete il profumo di Cristo, voi siete il profumo del Vangelo in questo Paese. Come un albero di sandalo, sempreverde, sempre forte, che cresce e produce frutti, anche voi siete discepoli missionari profumati di Spirito Santo per inebriare la vita del santo popolo fedele di Dio.

Tuttavia, non dimentichiamo una cosa: il profumo ricevuto dal Signore va custodito, va curato con molta attenzione, come Maria di Betania la aveva messo da parte, lo aveva serbato, proprio per Gesù. Allo stesso modo noi dobbiamo custodire l’amore, custodire l’amore. Non dimenticate questa frase: dobbiamo custodire l’amore, con cui il Signore ha profumato la nostra vita, perché non si dissolva e non perda il suo aroma. E questo cosa significa? Significa essere consapevoli del dono ricevuto –tutto quello che abbiamo è un dono, essere consapevoli di questo –, ricordarci che il profumo non serve per noi ma per ungere i piedi di Cristo, annunciando il Vangelo, servendo i poveri, significa vigilare su stessi perché la mediocrità e la tiepidezza spirituale sono sempre in agguato. E mi viene in mente una cosa che diceva il cardinale De Lubac sulla mediocrità e sulla mondanità: “La cosa peggiore che può succedere alle donne e agli uomini di Chiesa è cadere nella mondanità, nella mondanità spirituale”. State attenti, conservate questo profumo che ci dà tanta vita.

E aggiungo un’altra cosa: noi guardiamo con gratitudine alla storia che ci ha preceduto, al seme della fede gettato qui dai missionari. Questi tre che ci hanno parlato: la religiosa che tutta la sua vita consacrata l’ha vissuta qui; questo sacerdote che ha saputo accompagnare il suo popolo nei momenti difficili della dominazione straniera; e questo diacono al quale non si è bloccata la lingua per annunciare il Vangelo e per battezzare. Pensiamo a questi tre esempi che sono rappresentativi della storia della nostra Chiesa, e amiamo la nostra storia. È il seme gettato qui. [Lo sono anche] le scuole per la formazione degli operatori pastorali e tanto altro. Ma questo può bastare? In realtà, sempre dobbiamo alimentare la fiamma della fede. Pertanto vorrei dirvi: non trascurate di approfondire la dottrina del Vangelo, non trascurate di maturare nella formazione spirituale, catechetica e teologica; perché tutto questo serve ad annunciare il Vangelo in questa vostra cultura e, nello stesso tempo, a purificarla da forme arcaiche e talvolta superstiziose. La predicazione della fede deve inculturarsi nella vostra cultura, e la vostra cultura dev’essere evangelizzata. E questo vale per tutti i popoli, non solo per voi. Se una Chiesa non è capace di inculturare la fede, non è capace di esprimere la fede nei valori propri di quella terra, sarà una Chiesa eticista e senza fecondità. Ci sono tante cose belle nella vostra cultura, penso specialmente alla fede nella risurrezione e nella presenza delle anime dei defunti; però tutto questo va sempre purificato alla luce del Vangelo, alla luce della dottrina della Chiesa. Impegnatevi, per favore, in questo, perché «ogni cultura e ogni gruppo hanno bisogno di essere purificati e di maturare.

E veniamo al secondo punto: diffondere il profumo. La Chiesa esiste per evangelizzare, e noi siamo chiamati a portare agli altri il dolce profumo della vita, la vita nuova del Vangelo. Maria di Betania non usa il nardo prezioso per abbellire sé stessa, ma per ungere i piedi di Gesù, e così sparge l’aroma in tutta la casa. Anzi, il Vangelo di Marco specifica che Maria, per ungere Gesù, rompe il vasetto di alabastro che contiene l’unguento profumato (cfr 14,3). L’evangelizzazione avviene quando abbiamo il coraggio di “rompere” il vaso che contiene il profumo, rompere il “guscio” che spesso ci chiude in noi stessi e uscire da una religiosità pigra, comoda, vissuta soltanto per un bisogno personale. E mi è piaciuta molto l’espressione che ha usato Rosa, quando ha detto: “una Chiesa in movimento, una Chiesa che non sta ferma, che non ruota attorno a sé stessa, ma è bruciata dalla passione di portare la gioia del Vangelo a tutti”.

Anche il vostro Paese, radicato in una lunga storia cristiana, ha bisogno oggi di un rinnovato slancio nell’evangelizzazione, perché a tutti arrivi il profumo del Vangelo: un profumo di riconciliazione e di pace dopo gli anni sofferti della guerra; un profumo di compassione, che aiuti i poveri a rialzarsi e susciti l’impegno per risollevare le sorti economiche e sociali del Paese; un profumo di giustizia contro la corruzione. State attenti! Tante volte la corruzione può entrare nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie. E, in particolare, il profumo del Vangelo bisogna diffonderlo contro tutto ciò che umilia, ciò che deturpa e addirittura distrugge la vita umana, contro quelle piaghe che generano vuoto interiore e sofferenza come l’alcolismo, la violenza, la mancanza di rispetto per la donna. Il Vangelo di Gesù ha la forza di trasformare queste realtà oscure e di generare una società nuova. Il messaggio che voi religiose offrite di fronte al fenomeno della mancanza di rispetto per le donne è che le donne sono la parte più importante della Chiesa, perché si occupano dei più bisognosi: li curano, li accompagnano. Ho appena fatto visita a quella bella casa d’accoglienza per i più poveri e i più bisognosi [Scuola “Irmãs Alma” per bambini con disabilità]. Sorelle, siate madri del popolo di Dio; sappiate “partorire” comunità, siate madri. È questo che voglio da voi.

Care sorelle, cari fratelli, c’è bisogno di questo sussulto di Vangelo; e oggi, perciò, c’è bisogno di religiose, religiosi, sacerdoti, di catechisti appassionati, catechisti preparati e creativi. Serve creatività nella missione. E ringrazio per la sua testimonianza come catechista il Sig. Florentino, edificante, ha dedicato gran parte della sua vita a questo bellissimo ministero. E ai sacerdoti, in particolare, vorrei dire: ho appreso che il popolo si rivolge a voi con tanto affetto chiamandovi “Amu”, che qui è il titolo più importante, significa “signore”. Però, questo non deve farvi sentire superiori al popolo: voi venite dal popolo, siete nati da madri del popolo, siete cresciuti con il popolo. Non dimenticate la cultura del popolo che avete ricevuto. Non siete superiori. Non deve neanche indurvi nella tentazione della superbia e del potere. E sapete come incomincia la tentazione del potere? Avete capito, vero? Mia nonna mi diceva: “Il diavolo entra sempre dalle tasche” [in italiano]; da qui entra il diavolo, entra sempre dalle tasche. Per favore, non pensate al vostro ministero come a un prestigio sociale. No, il ministero è un servizio. E se qualcuno di voi non si sente servitore del popolo, vada a chiedere consiglio a un sacerdote saggio affinché lo aiuti ad avere questa dimensione tanto importante. Ricordiamoci questo: col profumo si ungono i piedi di Cristo, che sono i piedi dei nostri fratelli nella fede, a partire dai più poveri. I più privilegiati sono i più poveri, e con questo profumo dobbiamo prenderci cura di loro. È eloquente il gesto che qui i fedeli compiono quando incontrano voi sacerdoti: prendono la vostra mano consacrata e la avvicinano alla fronte come segno di benedizione. È bello cogliere in questo segno l’affetto del Popolo santo di Dio, perché il prete è strumento di benedizione: mai, mai, il sacerdote deve approfittare del ruolo, sempre deve benedire, consolare, essere ministro di compassione e segno della misericordia di Dio. E forse il segno di tutto questo è il sacerdote povero. Amate la povertà come la vostra sposa.

Cari fratelli, un diplomatico portoghese del 1500, Tomé Pires, ha scritto così: «I mercanti malesi dicono che Dio creò Timor per il legno di sandalo» (The Summa Oriental, Londra 1944, 204). Noi, però, sappiamo che c’è anche un altro profumo: oltre al sandalo ce n’è un altro, che è il profumo di Cristo, il profumo del Vangelo, che arricchisce la vita e la riempie di gioia.

Voi, sacerdoti, diaconi, religiose: non scoraggiatevi! Come ci ha ricordato Padre Sancho nella sua toccante testimonianza: «Dio sa come prendersi cura di coloro che ha chiamato e inviato nella sua missione». Nei momenti di grande difficoltà, pensate a questo: Lui ci accompagna. Lasciamoci accompagnare dal Signore con spirito di povertà e con spirito di servizio. Vi benedico di cuore. E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me. Ma pregate a favore, non contro! Grazie.

E vorrei finire con un grazie, un grande ringraziamento per i vostri anziani, sacerdoti anziani che hanno speso la loro vita qui; religiose anziane che sono qui, che sono straordinarie, che hanno speso la vita. Loro sono il nostro modello. Grazie!

***********

Foto e video














***********

Il Papa a colloquio con i gesuiti di Dili,
omaggio ad un confratello di 103 anni

Secondo appuntamento con i membri della Compagnia di Gesù, durante il viaggio apostolico nel Sud-Est asiatico e in Oceania. A conclusione della mattinata di oggi, Francesco ha ricevuto in Nunziatura 41 gesuiti di diverse regioni asiatiche: con loro un colloquio di 45 minuti su diversi temi, tra i quali l'inculturazione. Presente padre João Felgueiras, religioso portoghese a Timor-Leste dai tempi dell’occupazione indonesiana, che il Papa ha abbracciato e ringraziato per il suo servizio


Il primo gesto di Francesco appena entrato nel salone della Nunziatura di Dili, a Timor-Leste, dove questa mattina lo attendevano 41 gesuiti, subito dopo l’incontro col clero nella Cattedrale dell’Assunzione, è stato abbracciare padre João Felgueiras, confratello di 103 anni, uno dei tre più anziani nella Compagnia di Gesù di tutto il mondo.

La testimonianza di padre João

A questo religioso portoghese che vive a Timor-Leste dai tempi dell’occupazione indonesiana e che non ha mai lasciato il Paese e la sua gente, neanche nei momenti più difficili, il Papa ha voluto rendere pubblicamente omaggio. Era stato avvertito della sua presenza, quindi, appena entrato, si è diretto immediatamente da lui: “Lo ha ringraziato e lo ha abbracciato. Padre João era molto commosso”, racconta ai media vaticani padre Nuno da Silva Gonçalves, direttore de La Civiltà Cattolica e membro del seguito papale nel viaggio ancora in corso nel Sud-Est asiatico e in Oceania.

Papa Francesco saluta padre padre João Felgueiras, 103 anni, uno dei tre più anziani gesuiti di tutto il mondo.. @VaticanMedia

Secondo incontro con i confratelli

Quello di oggi, 10 settembre, è stato il secondo incontro di Papa Francesco con i gesuiti, dopo il colloquio di circa un’ora dello scorso 4 settembre a Jakarta con 200 confratelli. Un altro lo attende mercoledì 11 settembre, presso il Centro per ritiri “San Francesco Saverio” di Singapore. Questa mattina nella Nunziatura della capitale timorese erano presenti 41 membri della Compagnia di Gesù, provenienti anche da altre regioni ma residenti e attivi a Timor-Leste. Tra questi, 8 novizi.

Gruppo internazionale

“Come sempre in questi incontri - racconta padre Gonçalves - si è respirata un’aria di famiglia”. Davanti al Papa c’era “un gruppo molto internazionale” con gesuiti provenienti da Vietnam, Malesia, Filippine. Quindi “un gruppo diversificato impegnato in lavori differenti, ad esempio l’educazione dei giovani o in un istituto di formazione per insegnanti. Un lavoro che considerano importante alla pari del lavoro di esercizi spirituali nelle parrocchie”.

Un momento dell'incontro del Papa con i gesuiti timoresi, nel salone della nunziatura. @VaticanMedia

Quasi un’ora di colloquio

Circa 45 minuti la durata del colloquio, come sempre scandito da domande, risposte, confidenze, battute. Tra i temi affrontati, “sempre collegati alla vita della Compagnia di Gesù”, sottolinea il direttore de La Civiltà Cattolica, c’erano “come il Papa vede il lavoro dei gesuiti in ogni luogo e in ogni Paese, temi comuni quali l’impegno nella giustizia sociale, la Dottrina sociale della Chiesa e la sua importanza”.

L’importanza dell'inculturazione

In particolare, spiega padre Nuno, come in altri interventi qui a Timor-Leste, Papa Francesco “parlando del Vangelo e della cultura, ha sottolineato il valore della inculturazione. Cioè del Vangelo che si deve inculturare e della cultura che va evangelizzata”. Una tematica, questa, ricorrente nella tappa timorese, al centro anche del motto scelto Que a vossa fé seja a vossa cultura. Che la vostra fede sia la vostra cultura.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 10/09/2024)

***********

Vedi anche il post precedente:


venerdì 30 agosto 2024

PARALIMPIADI 2024 - Strisciando per scendere dal treno

Simul currebant
Giochi di pace

Strisciando per scendere dal treno 



Se Tanni Grey-Thompson — star paralimpica britannica con un quintale di medaglie e membro della Camera dei Lord — arrivando a Parigi per i Giochi è costretta a scendere dal treno «strisciando» (parola sua, letterale) perché non c’era l’assistenza prevista per le persone con disabilità, vuol dire che è ancora lontana quella «rivoluzione sociale e culturale» che dovrebbe rappresentare proprio le Paralimpiadi, così come si sono presentate ieri sera al mondo con la cerimonia di apertura.

Grey-Thompson è un’atleta di punta, sa muoversi con agilità anche tra gli ostacoli. Eppure per scendere dal suo treno ha dovuto «strisciare» lanciando i bagagli dal finestrino, lei che per la spina bifida è su una sedia a rotelle. Ma una persona con disabilità, senza il talento sportivo di Tanni, come avrebbe fatto a scendere da quel treno?

E da tutti i “treni” della vita quotidiana?

La cerimonia di apertura delle Paralimpiadi è stata una forte testimonianza di volontà di inclusione, di giustizia, con una esposizione mediatica travolgente. A Parigi hanno sfilato atlete e atleti, con i loro allenatori, che non si vergognano della disabilità. Anzi, la “sbandierano” persino con fierezza. Certi di non rappresentare solo se stessi ai Giochi, di gareggiare anche per ogni persona in cerca di un riscatto. Insomma, non ci si deve più nascondere perché disabili.

Lo sport può essere una forza sociale inarrestabile. Tra pochi giorni in Italia, e non solo, iniziano le scuole: la medaglia d’oro da vincere — e che le Paralimpiadi possono incoraggiare, con le loro storie appassionanti — è che non ci siano alunne e alunni con disabilità senza insegnanti (preparati, motivati) di sostegno. E sì, le emozioni suscitate dalle Paralimpiadi possono servire anche a fare in modo che provvedere agli insegnanti di sostegno sia una priorità (assoluta). Perché è un diritto, un fatto di civiltà.

In questa prospettiva, la storica presenza del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Parigi per la cerimonia inaugurale dei Giochi paralimpici è un segno forte. Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico, rilancia: «Utilizziamo lo sport per accendere i riflettori sul diritto della piena cittadinanza delle persone con disabilità, anche e soprattutto per gli anziani e per coloro che non potranno mai praticare sport».

Significa che lo sport può trascinare la società a garantire a tutti (nessuno escluso) un percorso scolastico regolare, l’avviamento al mondo del lavoro, una vita piena e degna (cure mediche, divertimento e sport compresi). È sì questione pratica di barriere architettoniche gravi (ce ne sono anche nella Parigi paralimpica, figuriamoci in luoghi non sotto i riflettori). Ma, soprattutto, di ingiuste barriere culturali e sociali.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giampaolo Mattei 22/08/2024)

************

Vedi anche il post precedente:


giovedì 29 agosto 2024

Via alla Paralimpiade parigina: “E’ una rivoluzione, quella dell’inclusione”

Via alla Paralimpiade parigina:
“E’ una rivoluzione, quella dell’inclusione”

Con la cerimonia di apertura tenutasi fra gli Champs Elysée e Place de la Concorde si sono aperti i Giochi Paralimpici. Parsons (Ipc): “Questi atleti mostreranno cosa possono realizzare le persone con disabilità quando vengono rimossi gli ostacoli”

Foto: Cip/Alegni

“Nessuna presa della Bastiglia, nessuna ghigliottina, inizia la più bella di tutte le rivoluzioni: la rivoluzione paralimpica”. Le parole di Tony Estanguet, presidente del Comitato Organizzatore di Parigi 2024, provano a dare profondità storica all’inaugurazione dei 17esimi Giochi Paralimpici, iniziati ieri con una spettacolare cerimonia di apertura in Place de la Concorde cui hanno assistito 50 mila persone. Un’arena all’aperto nel cuore di Parigi, con gli atleti di 168 delegazioni a sfilare per mostrare al mondo la forza e la potenza del messaggio paralimpico.

“Stasera - dice Estanguet agli atleti, fra gli applausi del pubblico - i rivoluzionari siete voi. Come i nostri antenati, avete audacia, coraggio e determinazione, e state lottando per una causa più grande di voi. Nel vostro caso, le armi sono le vostre performance, sono i vostri record, sono le emozioni dello sport. Spesso avete vissuto con persone che vi elencavano tutte le cose che non eravate in grado di fare, finché un giorno sei entrato per la prima volta in una società sportiva. Quel giorno - ha continuato Estanguet come parlando a ciascuno degli atleti presenti - hai capito che lo sport non ti avrebbe imposto limiti, che non ti avrebbe mai inserito in uno schema. Come tutti gli atleti, ti sei allenato, hai sudato, hai fallito e ti sei rialzato. Così voi tutti siete diventati i grandi campioni che siamo onorati di avere con noi stasera. Ciò che vi rende rivoluzionari è che, quando vi hanno detto "no", avete continuato. Quando vi hanno detto "disabilità", avete hai risposto "prestazione". Quando vi hanno detto che era impossibile, voi l'avete fatto. E stasera ci invitate a unirci a voi in questa rivoluzione paralimpica. Stasera ci invitate a cambiare le nostre prospettive, a cambiare i nostri atteggiamenti, a cambiare la nostra società per dare finalmente a ogni persona il suo pieno posto. Perché quando lo sport inizierà, non vedremo più uomini e donne con disabilità, vedremo voi: vedremo campioni. E insieme a voi rivivremo tutto ciò che di più bello lo sport ha da offrire”, così come è stato un mese fa per i Giochi Olimpici.

Sono i discorsi del presidente del Comitato organizzatore Tony Estanguet e del presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, Andrew Parsons, ad evidenziare il significato e la potenza dell’evento: “Gli atleti paralimpici - ha detto - non sono qui per partecipare: non stanno giocando, sono qui per competere, vincere e infrangere i record mondiali. Ma essi - ha precisato - sono qui per raggiungere qualcosa di molto più grande della gloria personale: vogliono uguaglianza e inclusione per se stessi e per gli 1,3 miliardi di persone con disabilità nel mondo. Attraverso le loro performance, gli atleti paralimpici sfideranno lo stigma, cambieranno gli atteggiamenti e ridefiniranno i limiti di ciò che pensiamo sia possibile. I Giochi Paralimpici di Parigi 2024 mostreranno cosa possono realizzare le persone con disabilità ai massimi livelli quando vengono rimossi gli ostacoli al successo. Il fatto che queste opportunità esistano in gran parte solo nello sport nel 2024 è scioccante. È la prova che possiamo e dobbiamo fare di più per promuovere l'inclusione della disabilità, che sia sul campo da gioco, in classe, in sala concerti o in sala riunioni. Ecco perché, a 225 anni di distanza da quando Place de la Concorde fu al centro della Rivoluzione francese, spero che i Giochi Paralimpici di Parigi 2024 inneschino una rivoluzione dell'inclusione”. E ha rimarcato: “Ogni persona con disabilità merita l'opportunità di prosperare e vivere una vita libera da barriere, discriminazioni ed emarginazioni”.

E’ il presidente Emmanuel Macron a dichiarare aperti i Giochi Paralimpici nel mezzo di uno spettacolo inaugurale durato oltre tre ore e mezzo e caratterizzato da cinque quadri che giocando con il luogo e il nome della piazza sono passati dalla “discordia” (simboleggiando l’esclusione sociale delle persone con disabilità) alla “concordia” finale, caratterizzata da una realtà inclusiva in cui tutti hanno diritto ad un posto nella società. Sono andati in scena, sul palco costruito intorno all’obelisco, circa 500 artisti, fra cui oltre 140 ballerini e 16 performer con disabilità, con un mix di musica che ha alternato musiche di più generi.

La sfilata degli atleti, durata oltre due ore, ha rappresentato il cuore della celebrazione: l’Italia, applaudita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con i due portabandiera Luca Mazzone e Ambra Sabatini, ha portato una delegazione che complessivamente conta 141 atleti. Hanno sfilato anche gli atleti di Israele e la delegazione della Palestina - applausi per entrambi - e un’ovazione ha accolto, sul finale, l’ingresso nella piazza della squadra ucraina, con tutta la tribuna autorità in piedi.

“Ci troviamo - ha detto Parsons nel suo discorso - nella città più bella del mondo, in uno dei momenti più critici della nostra storia recente. In un'epoca di crescenti conflitti globali, di crescente odio e di crescente esclusione, lasciamo che lo sport sia il collante sociale che ci unisce. Qui, ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024, celebreremo ciò che ci rende diversi, dimostreremo che c'è forza nella differenza, bellezza nella differenza e che la differenza è una potente forza per il bene”. Per concludere: “Attraverso il potere dello sport, dimostriamo ai leader mondiali che l'unità è possibile, che possiamo unirci come rivali in pace, giocare secondo le regole e avere un impatto positivo sulla società”.

Dopo la sfilata degli atleti, due atleti paralimpici francesi hanno pronunciato il giuramento paralimpico: Sandrine Martinet, tripla medaglia di bronzo paralimpica francese e campionessa di para judo a Rio 2016, e Arnaud Assoumani, campione paralimpico francese di salto in lungo a Pechino 2008, che è anche due volte medaglia d'argento e due volte medaglia di bronzo. John Mc Fall, paralimpico e primo astronauta con disabilità a entrare nell'Agenzia spaziale europea, ha portato la bandiera paralimpica a Place de la Concorde, insieme a Damien Seguin, tre volte medaglia paralimpica francese e primo atleta paralimpico a navigare in solitaria intorno al mondo, classificandosi 7° nell'edizione 2020-2021 del Vendée Globe. Dodici campioni paralimpici francesi e internazionali hanno poi portato la fiamma al braciere, accompagnati da una coreografia al ritmo del Bolero di Ravel.

Il legame fra i Giochi Olimpici e Paralimpici è stato sottolineato anche in questa circostanza, così come era avvenuto in entrambe le cerimonie olimpiche. Stavolta, per simboleggiare questo legame, è stato Florent Manaudou, portabandiera della delegazione francese e vincitore di 2 medaglie di bronzo ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, a portare la Fiamma in Place de la Concorde e a passarla a Michael Jeremiasz, campione paralimpico di tennis in carrozzina a Pechino 2008 e ora capo missione della Federazione Francese.

Poi la scelta di onorare tre campioni in carica internazionali e leggende dello sport paralimpico per celebrare i grandi atleti da tutto il mondo: ecco allora un volto noto al pubblico italiano ma anche a quello francese ed internazionale, Beatrice Vio, due volte vincitrice ai Giochi di Tokyo e quattro volte medaglia in assoluto, insieme all'americana Oksana Masters, 17 volte medaglia paralimpica in quattro diversi sport paralimpici (sci di fondo, biathlon, ciclismo e canottaggio) e infine Markus Rehm, icona tedesca dell'atletica paralimpica e tre volte campione paralimpico di salto in lungo.

La Fiamma Paralimpica è stata poi portata nell’adiacente Giardino delle Tuileries da Assia El Hannouni, l'atleta francese di maggior successo nell'atletica paralimpica con otto titoli, tra cui quattro medaglie d'oro eccezionali ad Atene 2004, da Christian Lachaud, l'atleta paralimpico francese di maggior successo ai Giochi Paralimpici, con 10 medaglie d'oro e un totale di 14 medaglie nella scherma in carrozzina, e infine da Béatrice Hess, l'atleta francese di maggior successo e più impegnata ai Giochi Olimpici, Paralimpici, estivi e invernali combinati, con 26 medaglie tra cui 20 d'oro.

Al termine di questa staffetta della fiaccola paralimpica, il braciere di Parigi 2024 - rappresentato da un grande pallone con le fattezze di una mongolfiera - è stato infine acceso insieme dagli ultimi cinque tedofori, tutti della squadra francese in gara ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024: Alexis Hanquinquant, campione paralimpico di triathlon paralimpico a Tokyo 2020; Nantenin Keita, campione paralimpico di atletica paralimpica, 400 m, a Rio 2016 e quattro volte medaglia nella classifica generale; Charles-Antoine Kouakou, campione paralimpico in carica nella categoria 400 m T20 a Tokyo 2020, di atletica paralimpica; Elodie Lorandi, l'atleta attiva più decorata con sette medaglie nel nuoto paralimpico, tra cui un oro nei 400 m stile libero a Londra 2012 e Fabien Lamirault, l'atleta francese di maggior successo della delegazione di Parigi 2024, quattro volte medaglia d'oro nel tennistavolo paralimpico e sei volte medaglia in assoluto. E a quel punto, fuochi d’artificio in cielo e la Torre Eiffel sullo sfondo del panorama parigino che si illumina ancor più. Spazio alle gare, la parola ora passa alla competizione sportiva.
(fonte: Redattore Sociale, articolo di Stefano Caredda 29/08/2024)

***************