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giovedì 19 maggio 2022

TITO BRANDSMA NELLA FEDE RIMANE UMANO IN UN MONDO DISUMANO a cura di Alberto Neglia, o. carm (VIDEO INTEGRALE)

TITO BRANDSMA
NELLA FEDE RIMANE UMANO
IN UN MONDO DISUMANO
a cura di Alberto Neglia, o. carm
(VIDEO INTEGRALE)

14 maggio 2022
presso la Chiesa di S. Maria Assunta 







       Tito Brandsma è un frate carmelitano Olandese, nasce nel 188l, entra fra i Carmelitani nel 1898. Nel 1905 è ordinato presbitero. Dal 1906 al 1909 studia filosofia all’Università Gregoriana di Roma ove consegue il dottorato e nello stesso tempo segue dei corsi di sociologia al Collegio Leoniano animati da monsignor Pottier.

       Rientrato in Olanda insegna filosofia nello studentato carmelitano e, più tardi nel 1923, quando a Nimega si dà vita all'Università Cattolica viene invitato ad insegnare varie discipline di filosofia e storia della mistica, in particolare della mistica dei Paesi Bassi.

       Si troverà ad affrontare, dapprima alla lontana e poi in uno scontro sempre più diretto e frontale, l'ideologia e la violenza nazista. Per le posizioni che prende viene arrestato il 19 gennaio 1942.

       Passa attraverso vari carceri: Scheveningen dal 20 gennaio al 12 marzo 1942, Amersfoort dal 12 marzo al 28 aprile, di nuovo a Scheveningen dal 28 aprile al 16 maggio, poi a Kleve dal 16 maggio al 13 giugno, e infine viene deportato nel lager di Dachau, dove viene ucciso il 26 luglio 1942 con una iniezione di acido fenico.

      Il 3 novembre 1985, viene proclamato beato come martire della fede. Il 15 maggio 2022 papa Francesco lo ha proclamato santo.
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In difesa della libertà dell’uomo

     Soprattutto p. Tito si fa difensore dei diritti degli ebrei, difende l’autonomia dell'Università di Nimega e si oppone, con tutte le forze, al progetto del nazismo di voler mettere le mani sulla stampa cattolica olandese. Già nel 1936, in un libro, a più voci, dal titolo “Voci olandesi sul trattamento degli ebrei in Germania”, p. Tito scriveva:



«Ciò che ora si fa contro gli ebrei è un atto di vigliaccheria. I nemici e gli avversari di quel popolo sono ben piccoli se ritengono di dover agire così inumanamente; e se questo (sopprimere gli ebrei) è il mezzo per rinforzare le energie del loro popolo, commettono un errore di debolezza».



    Di fronte a questa sua presa di posizione un anonimo, nel giornale tedesco “Fridericus”, rispose con un articolo denso di insulti, il cui titolo era: Il professore maligno.

    L'azione comunque che determina l’arresto e la condanna di p. Tito è senz'altro il suo impegno in difesa della libertà di stampa. P. Tito, da molti anni ormai, scrive settimanalmente articoli per giornali e periodici, intervenendo sui problemi più scottanti del tempo. Inoltre, in qualità di consulente della stampa cattolica in Olanda, propone ai periodici cattolici di non pubblicare i comunicati del movimento nazionalsocialista olandese.

      Quest’azione coraggiosa e non violenta, viene seguita con irritazione dai gerarchi nazisti. E, P. Tito, la sera del 19 gennaio ’42 viene prelevato dal convento di Nimega e messo agli arresti. Inizia così il suo calvario.

Rimane umano nell’ambiente violento dei campi di sterminio

    Progetto diabolico dei nazisti, nei vari campi di concentramento, è quello di disumanizzare totalmente le loro vittime prima di sterminarle. Il campo di concentramento, testimonia un sopravvissuto, il medico psicologo P. H, Ronge, di confessione luterana, era il luogo dove «il carattere veniva collaudato come un aeroplano in un tunnel al vento. Allora molte cose vengono a galla sfrontatamente, egoismo brutale, camuffato nella vita normale, ma qui evidente e nudo» (Sum, 291).

     L'uomo messo alle strette, spogliato di tutte le sicurezze sociali che lo garantiscono, facilmente si chiude a riccio, si concentra in se stesso e sfodera le unghie nella disperata difesa di un'esistenza tradita e avvilita. Solo l'uomo animato da un ideale, da una presenza che lo trascende, affrancato e liberato da se stesso, può guardare all'altro, anche all'aguzzino, con sguardo amabile,

      Ebbene, p. T. Brandsma attraversa questo inferno di disperazione e di morte conservando integri gli spazi interiori di libertà, restando maestro di umanità e lasciando a tutti testimonianza di altruismo, di attenzione amabile all'uomo, e di speranza. P. Tito, in questo ambiente di morte, riesce a dare questa testimonianza di amabilità e di speranza perché è impiantato in Cristo e, nel suo itinerario doloroso, intensifica questo radicamento in Cristo con la preghiera
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Incontro integrale


sabato 14 maggio 2022

Titus Brandsma - Un frate carmelitano giornalista e martire nel campo di Dachau di Giovanni Grosso - Lettera Titus Brandsma La Croce é la mia gioia di Fr. Míċeál O’Neill, O. Carm.

Titus Brandsma
Un frate carmelitano
giornalista e martire
nel campo di Dachau
di Giovanni Grosso
Preside dell’Institutum Carmelitanum di Roma




Domenica 15 maggio, il beato Titus Brandsma verrà iscritto come martire nell’albo dei santi insieme ad altri nove beati. Si concluderà così il lungo iter iniziato nel 1955, non molto tempo dopo la sua morte in nome della verità evangelica nei confronti del paganesimo antiumano nazista.

Lo uccise l’acido fenico iniettatogli da una giovane olandese a servizio delle ss nel campo di Dachau, il 26 luglio 1942. Poco prima di morire, il carmelitano le aveva donato il rosario che un compagno di prigionia gli aveva fabbricato con dei pezzetti di legno e dei bottoni, ad Amersfoort.

Era l’ultimo atto della vita di Anno Sjoerd Brandsma, nato a Ugoklooster, nella Frisia olandese, il 23 febbraio 1881, da Titus e Tjitsje Postma. Dalla loro unione nacquero sei figli, quattro femmine e due maschi; tutti, eccetto una, sarebbero divenuti religiosi. La famiglia profondamente cattolica fu la culla della primissima formazione umana e religiosa di Anno. Durante il ginnasio, frequentato presso la scuola francescana di Megen, maturò la vocazione del ragazzo, ma i Frati minori non lo accolsero per via della costituzione gracile. Egli, dunque, si orientò al Carmelo, a lui noto per via di un cugino della mamma frate carmelitano, ma anche per la forte devozione mariana. Il 22 settembre 1898, iniziò il noviziato col nome di Titus ed emise i voti il 3 ottobre 1899; il 17 giugno 1905 fu ordinato presbitero.

Dal 1906 al 1909 fu inviato al collegio internazionale Sant’Alberto di Roma in vista del dottorato in filosofia presso la Pontificia università Gregoriana; lo avrebbe ottenuto il 25 ottobre 1909, a fatica, soprattutto a causa dei risorgenti disturbi allo stomaco. Durante il soggiorno romano poté seguire anche alcuni corsi di sociologia presso l’istituto Leoniano.

Benché fosse disponibile a restare a Roma per insegnare, Titus fu richiamato in patria come docente nel collegio carmelitano di Oss. In quel periodo consolidò il proprio impegno nel giornalismo, in realtà già iniziato durante il noviziato. Non avrebbe più abbandonato la scrittura: numerosissimi articoli uscirono su riviste interne all’ordine e su testate laiche. La penna facile divenne lo strumento per un’efficace predicazione intrisa di autentica spiritualità vissuta nella piena osservanza dei suoi doveri di carmelitano e di verità quanto all’informazione e alla lettura dei segni del tempo.

Uno dei principali interessi di Titus fu lo studio della mistica; oltre ad approfondire i maestri carmelitani si rivolse ai grandi mistici renano-fiamminghi medievali. Fu però la riformatrice del Carmelo, santa Teresa di Gesù, la vera compagna della sua vita religiosa. Ne aveva tradotto alcuni testi già da novizio e in seguito promosse una nuova edizione in olandese delle opere della santa e, durante la prigionia a Scheveningen, ne scrisse la vita come aveva desiderato fare da tempo.

Nel 1923, fu tra i fondatori dell’Università cattolica di Nimega, in cui insegnò Filosofia e Storia della mistica. Nel 1932, ne divenne rettore; all’inizio del mandato pronunciò un discorso «Sul concetto di Dio», un invito a riconsiderare la prospettiva teista in cui rileggere l’antropologia nel senso di libertà donata e interpellata a rispondere. D’altra parte, benché molto attivo e impegnato su vari fronti, non tralasciò la vita di preghiera e la vita comunitaria; per lui «la preghiera è vita, non un’oasi nel deserto della vita».

Viaggiò in Europa e negli Stati Uniti per tenere corsi e conferenze oppure per partecipare a congressi. Nell’estate del 1935, tenne una serie di lezioni all’Università cattolica di Washington d.c., in seguito pubblicate con il titolo Carmelite Mysticism. Historical Sketches (Chicago 1936). Titus ebbe una grande sensibilità ecumenica; non solo prese parte a incontri ma soprattutto durante la prigionia conservò sempre un clima di dialogo e di profonda amicizia spirituale con i compagni di prigionia di altre confessioni cristiane. La meditazione del Venerdì Santo del 1942 restò nel cuore di molti di loro. In questo senso è interessante ricordare l’adesione al movimento esperantista iniziato dall’oculista polacco Zamenhof.

Innamorato di Maria, promosse e partecipò a incontri di studio in campo mariologico: era convinto che un carmelitano, e in genere un cristiano, deve essere un «generatore di Dio» come Maria.

Il motivo del martirio di Titus Brandsma va ricercato nella sua ferma opposizione all’ideologia e alla politica nazionalsocialista. Egli ne colse con chiarezza il fondamentale neopaganesimo. Già prima dell’occupazione nazista dei Paesi Bassi, nel giugno 1940, in diversi discorsi e sulla stampa Titus denunciò il pericolo della montante onda nazionalista e soprattutto il pericolo che il nazismo rappresentava per la pace e la verità dei rapporti sociali e umani. Da assistente delle scuole cattoliche Titus fece di tutto per difendere l’accoglienza dei bambini ebrei. Il conflitto diventò insanabile nel 1941 dopo che, su ordine dell’arcivescovo di Utrecht, in quanto assistente dei giornalisti cattolici, Titus girò il Paese per convincere i direttori a non cedere alle pressioni del governo occupante.

Il 19 gennaio 1942 fu arrestato e internato a Scheveningen, dove venne interrogato. Di quel periodo, oltre ai testi degli interrogatori salvati dalla distruzione dall’ufficiale nazista che lo interrogò, ci restano una poesia scritta di fronte al crocifisso e una sorta di diario in cui Titus descrive la sua vita da recluso, finalmente fermo dopo tanti anni di attività frenetica. In certo senso, quello fu un breve periodo di calma prima della tragedia finale, un tempo di preghiera e contemplazione oltre che di ulteriore riflessione sull’inconciliabilità tra cristianesimo e nazismo. Il carmelitano venne quindi trasferito in diversi luoghi di detenzione: ad Amersfoort, di nuovo a Scheveningen, poi nel campo di trasferimento di Kleve e infine a Dachau, dove giunse il 19 giugno. Stanco e malato, il 18 luglio entrò nel Revier, l’infermeria del campo, dove morì.

Il 3 novembre 1985, san Giovanni Paolo II lo dichiarò beato come martire; il 9 novembre 2021 la sessione ordinaria della Congregazione delle cause dei santi ha riconosciuto miracolosa la guarigione di un carmelitano statunitense e Papa Francesco, dopo aver autorizzato il cardinale prefetto Marcello Semeraro a pubblicare il decreto, il 4 marzo di quest’anno ha fissato la data della canonizzazione.

(Fonte: L'Osservatore Romano - 12 maggio 2022) 

Lettera Titus Brandsma
La Croce é la mia gioia 
di Fr. Míċeál O’Neill, O. Carm.
 Priore Generale

       Cari fratelli e sorelle della Famiglia Carmelitana, Sua Santità il Papa Francesco ha presieduto, lunedì 4 marzo 2022, il Concistoro Ordinario dei Cardinali e ha approvato, con grande gioia di tutta la Famiglia Carmelitana, la canonizzazione del Beato Titus Brandsma, O.Carm. Ha anche stabilito che la data in cui sarà ufficialmente iscritto nell’Albo dei Santi sarà il 15 maggio 2022. Colgo l'occasione per rivolgermi con entusiasmo a tutta la Famiglia Carmelitana. La testimonianza del p. Titus è stimolante e illuminante non solo per l'Ordine Carmelitano ma anche per la nostra società. Troviamo in lui, in mezzo a questi giorni agitati dallo spettro della guerra, un profeta di speranza e un testimone di pace, mentre guardiamo milioni di persone costrette a lasciare la loro patria a causa della devastazione dell'Ucraina. Oggi siamo anche invitati a guardare le ferite della guerra - a volte indifferentemente dimenticate - che continuano a sanguinare in altre parti del mondo. La Chiesa, in queste circostanze, ha l'opportunità di portare l'enciclica Fratelli tutti al mondo e di farla diventare realtà, scommettendo sulla speranza di un Dio che sogna e crede nella fratellanza universale dei suoi figli. Uniamo le nostre voci a quelle di uomini e donne di buona volontà che, di fronte alla sofferenza degli innocenti, gridano per la pace, la libertà, la difesa della dignità di ogni persona. Titus, esperto della condizione umana, ci ha insegnato, con il suo sangue versato per amore (cfr. Mc 14,24), che essere discepoli di Cristo non è solo ammirarlo o sapere molte cose di Lui, ma essere pronti a condividere il suo stesso destino di amore. 

1. Testimone della verità. 
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QUANDO TI GUARDO, GESÙ 
Preghiera del B. Tito Brandsma 
Adattamento e musica 
di fr. Egidio Palumbo ocarm


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- Papa Francesco canonizzerà il 15 maggio 2022 il martire del nazismo Titus Brandsma

TITO BRANDSMA: PROFETA ED EDUCATORE DI PACE a cura di P. Gregorio Battaglia, ocarm (VIDEO INTEGRALE)

TITO BRANDSMA:
PROFETA ED EDUCATORE
DI PACE
a cura di P. Gregorio Battaglia, 
ocarm

(VIDEO INTEGRALE)

12 maggio 2022 


    Tra noi e p. Tito c’è un particolare in comune: come lui anche noi ci ritroviamo ad attraversare gli anni ‘venti’ di secoli diversi, ma caratterizzati in Europa da una crescente spinta al nazionalismo, alla corsa al riarmo, al bisogno di un governo forte e, possibilmente, dittatoriale. Gli anni ‘venti’ di p. Tito avevano alle spalle la memoria molto recente della prima guerra mondiale, ma il continente europeo era già in fermento e si andavano addensando i primi segnali di un prossimo conflitto grazie al movimento fascista in Italia e a quello nazifascista in Germania, mentre in Russia si andava affermando la dittatura di Stalin. 
    
 Per meglio descrivere lo stato d’animo di p. Tito, che si è ritrovato a vivere in un contesto, che egli non ha mancato di descrivere come un tempo di vera follia, vorrei rifarmi al Salmo 120, che di fatto apre una piccola raccolta, che va sotto il nome di Salmi graduali o delle ascensioni. Il salmo è molto breve e si compone di soli 7 versetti. Esso si chiude con queste parole: “Troppo tempo ho abitato con chi detesta la pace. Io sono per la pace, ma essi appena parlo sono per la guerra”. L’orante del salmo avverte l’urgenza di prendere le distanze da un mondo, da una mentalità, che mostra una scala di valori, che portano lontano dalla pace. C’è un modo di pensare e di agire attorno a lui che ritiene che la guerra sia ineliminabile dalle relazioni umane e che non ci sia altro modo di abitare su questa terra se non provvedendo a diventare più forte dell’altroe degli altri. 


      In una conferenza tenuta a Deventer l’11 Novembre del 1931 p. Tito avverte l’urgenza di dire ad alta voce, che egli non intende far sue le idee, che percorrevano la società del suo tempo. Egli non vuole dare diritto di cittadinanza alle ragioni della guerra, mentre ritiene che per i cristiani sia quanto mai urgente riascoltare e riproporre il progetto di Dio, così come si è reso visibile nella carne e nell’insegnamento di Gesù di Nazareth. Dio non è il Dio della violenza e della guerra e non è nemmeno il dio che benedice gli eserciti, ma è il Dio che ama questo mondo e che intende radunare tutti i popoli nell’unico abbraccio del suo Figlio crocifisso.
     P. Tito è davvero un profeta di pace, che nella confusione dei tempi resta ben radicato nell’ascolto del Vangelo ed in modo particolare del Discorso della montagna, come è riportato nel Vangelo di Matteo. Così facendo egli ha potuto indicare ai suoi contemporanei, ma può indicare anche a noi, che viviamo tempi di incertezze e di grandi tentazioni, quale sia la strada da intraprendere, costi quel che costi. Nella conferenza di Deventer egli così esordisce: «Voglio iniziare esprimendo il mio amore per la pace, proclamando la mia fiducia nella pace e la speranza in una pace rinnovata non solo nel mio cuore, ma in tutti voi, che volete vederla regnare sovrana nel mondo in luogo di un susseguirsi di una guerra dopo l’altra»
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    Dice p. Tito in modo molto lapidario: «L’egoismo e l’avidità sono i grandi mali di questi tempi e le cause più profonde della guerra. Dobbiamo prendere posizione contro di essi; solo allora lavoreremo effettivamente per la pace»5 . Dedicare più attenzione ai processi produttivi e agli scambi commerciali permetterebbe di non lasciarsi intrappolare nella semplice propaganda, che cerca di rendere necessario e ragionevole ciò che è motivato da altri interessi. 
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      Tutto questo fa dire a papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”: “Oggi dobbiamo dire ‘no’ ad un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. (…) Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole” (EG 53). Qualche paragrafo più avanti il papa aggiunge: “In tal modo la disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti non risolve, né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessero che le armi e la repressione violenta invece di apportare soluzioni creano nuovi e peggiori conflitti” (EG 60). 
      Di fronte al diffondersi di una mentalità, che ritiene ragionevole il predominio del più forte a scapito dei più deboli p. Tito ritiene che sia quanto mai necessaria l’azione degli intellettuali volta a smascherare le contraddizioni e i pregiudizi delle ideologie correnti. Non mancano, infatti, i cosiddetti benpensanti, che pur dichiarandosi fautori della pace, ritengono necessario nel contesto attuale il ricorso agli armamenti. Annota p. Tito: «Si ripete da più parti: se il male, l’egoismo, l’arroganza sono una realtà, non bisogna, forse, resistere armandosi? Rinunziare alla forza delle armi non significa soccombere?»6 . 
     Secondo questo modo di pensare non ci sarebbe altro modo di affrontare i vari conflitti, che interesserebbero le relazioni tra gli Stati e le varie economie, se non quello di ricorrere alla guerra, che in questo senso è da accogliere come una legge della storia. Bisogna allora rassegnarsi? P. Tito, riprendendo il pensiero di Langer Wendels dice: «Questi ha capito bene che è impossibile promuovere con frutto la pace se non si cerca di influire sulla società e non si combattono i mali di una società, che reca in sé i germi della guerra»7 . Si tratta, cioè, di andare controcorrente, di non lasciarsi sommergere da un’opinione pubblica, spesso manipolata da chi detiene il potere, qualunque esso sia, perché tutto questo impedisce al cristiano credente di fare del messaggio di Cristo la pietra d’angolo, su cui fondare una società meno indifferente e meno escludente, ma più disponibile a dar vita a relazioni sociali ispirate alla pace.
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Incontro del 12 maggio 2022

QUANDO TI GUARDO, GESÙ 
Preghiera del B. Tito Brandsma 
Adattamento e musica 
di fr. Egidio Palumbo ocarm

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- P. TITO BRANDASMA, CARMELITANO, MARTIRE A DACHAU PER LA LIBERTÀ E LA PACE - Incontri del 12 e 14 maggio 2022 in preparazione della proclamazione della sua santità esemplare

venerdì 6 maggio 2022

P. TITO BRANDASMA, CARMELITANO, MARTIRE A DACHAU PER LA LIBERTÀ E LA PACE - Incontri del 12 e 14 maggio 2022 in preparazione della proclamazione della sua santità esemplare

P. TITO BRANDASMA,
 CARMELITANO,  
MARTIRE A DACHAU
 PER LA LIBERTÀ E LA PACE 
Incontri del 12 e 14 maggio 2022 

In preparazione della proclamazione della sua santità esemplare
Domenica 15 maggio 
Piazza S. Pietro - Roma  

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


  • Giovedì 12 maggio 2022 ore 20,00
In presenza presso il Santuario del Carmine di Barcellona P.G.

In diretta online* YOUTUBE al seguente link: https://www.youtube.com/user/QdV100/live

Amore e giustizia per un mondo senza guerre 
p. Gregorio Battaglia, carmelitano


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  • Sabato 14 maggio 2022 ore 20,00
In presenza presso la Parrocchia di S. Maria Assunta di Barcellona P.G.

In diretta online* YOUTUBE al seguente link: https://www.youtube.com/user/QdV100/live

Nella fede rimanere umani in un mondo disumano 
p. Alberto Neglia, carmelitano



*AVVISO: La trasmissione live degli incontri si svolgerà solo nelle date e negli orari previsti, in assenza di eventi trasmessi in diretta, nella pagina indicata si troverà l'archivio dei video pubblicati in precedenza. 



QUANDO TI GUARDO, GESÙ 
Preghiera del B. Tito Brandsma 
Adattamento e musica 
di fr. Egidio Palumbo ocarm

Per approfondire guarda i post già pubblicati:

sabato 5 marzo 2022

Papa Francesco canonizzerà il 15 maggio 2022 il martire del nazismo Titus Brandsma

Papa Francesco canonizzerà
il 15 maggio 2022
il martire del nazismo 
Titus Brandsma

Concistoro ordinario pubblico per tre beati: oltre al carmelitano olandese, ucciso a Dachau, anche la suora francese Maria Rivier e la religiosa italiana Maria di Gesù. Nella cerimonia di canonizzazione, programmata tra due mesi a San Pietro, saranno elevati agli onori degli altari anche gli altre sette beati la cui data non era stata fissata per la pandemia. Tra loro, Charles de Foucauld


“Pregherò per lei”. L’acido fenico cominciava già a scorrergli nelle vene, quando il carmelitano Tito Brandsma pronunciò queste tre parole, le ultime della sua vita, all’infermiera che, su ordine delle SS del lager di Dachau, gli somministrò un’iniezione letale. Un perdono, invocato dal religioso, professore e giornalista, in mezzo agli ultimi respiri, a conclusione di una vita di santità tradotta in coraggio e determinazione durante gli anni bui dell’invasione nazista.

Santità che ora viene riconosciuta dalla Chiesa universale, che lo canonizzerà il prossimo 15 maggio insieme a due suore, la francese Maria Rivier e l’italiana Maria di Gesù, in una grande cerimonia a San Pietro che vedrà elevati agli onori degli altari anche i sette beati dei quali il Pontefice, nel Concistoro del 3 maggio 2021, aveva decretato la canonizzazione, senza fissarne la data a motivo della pandemia. La cerimonia era stata poi calendarizzata per maggio. Tra i beati in questioni figura anche Charles De Foucauld, il religioso francese esploratore del Sahara e della cultura dei Tuareg, ponte del dialogo tra le religioni.

Dieci nuovi santi il 15 maggio prossimo
Il 15 maggio saranno quindi dieci, in tutto, i nuovi santi proclamati da Papa Francesco. All’inizio della cerimonia di oggi, il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, ha letto i nomi e presentato un breve profilo dei tre beati, “fratelli e sorelle che hanno accolto la luce di Dio nel loro cuore e l’hanno trasmessa al mondo, ciascuno secondo la propria tonalità”. I miracoli a loro attribuiti e riconosciuti dal Papa, ha aggiunto il porporato, “sono il segno che il popolo di Dio non solo ne ha ammirato il martirio o l’esercizio eroico delle virtù, ma ne ha anche riconosciuto una tale vicinanza a Dio da affidarsi con fiducia alla loro intercessione”.

Brandsma, professore e giornalista contro il nazismo
“Uomo mite ma determinato”, Brandsma, originario dei Paesi Bassi, dove la devozione nei suoi confronti è profonda e diffusa, in virtù del ruolo di assistente ecclesiastico dei giornalisti cattolici, così nominato dei vescovi olandesi nel 1935, usò la rete delle testate cattoliche per difendere la libertà d’informazione e la dignità di ogni persona e stigmatizzare le ideologie naziste, di cui criticò duramente l’impostazione anti-umana. I suoi scritti coraggiosi divennero punto di riferimento per la resistenza morale e culturale del popolo olandese, ma urtarono il Reich che temeva “quel professore maligno” - come recitava un titolo sul quotidiano berlinese Fridericus - e che decise pertanto di metterlo a tacere.

Il pretesto fu la circolare che Brandsma inviò il 31 dicembre 1941 a tutti i quotidiani cattolici, su spinta del locale episcopato, per esortarli a non pubblicare gli annunci del Movimento Nazionalsocialista che inneggiavano alla “razza”. In caso contrario, scriveva, “non dovranno più essere considerati cattolici e non dovranno né potranno più contare su lettori e abbonati cattolici”. Padre Tito fu arrestato nel gennaio 1942 come pericoloso sovversivo e condotto ad Amersfoort, “campo di passaggio” in attesa della deportazione. Dei giorni della prigionia si conoscono i dettagli grazie a un diario e alcune lettere inviate a superiori, confratelli, familiari, amici. In esse il carmelitano raccontava dello spazio angusto nella cella, dei maltrattamenti, senza mai però esprimere tristezza o lamentele. Pur impossibilitato a ricevere la comunione, diceva di sentirsi a casa sua in prigione perché Dio era al suo fianco.

La morte a Dachau
La stessa serenità la mantenne fino alla morte, avvenuta a Dachau con un’iniezione di veleno. Fu l’infermiera che gli inoculò l’acido fenico a raccontare gli ultimi istanti di vita, nel corso degli interrogatori per il processo di canonizzazione: “Mi prese la mano e disse: ‘Povera ragazza che è lei, io pregherò per lei!’”. Il cammino terreno di Brandsma si è concluso il 26 luglio 1942, a 61 anni. Giovanni Paolo II il 3 settembre 1985 lo proclamò beato e martire per la fede. Ora, con Francesco diventa santo. Il miracolo a lui riconosciuto riguarda la guarigione di un padre carmelitano da “melanoma metastatico ai linfonodi”, avvenuta nel 2004 a Palm Beach (Usa).
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Leggi:


QUANDO TI GUARDO, GESÙ 
Preghiera del B. Tito Brandsma 
Adattamento e musica 
di fr. Egidio Palumbo ocarm


Per approfondire:
- SENTINELLA NELLA NOTTE DELLA STORIA Beato Tito Brandsma (1881- 1942) Frate carmelitano olandese Martire del Nazismo - A CURA DELLA FRATERNITÀ CARMELITANA DI POZZO DI GOTTO

- L’umanità del B. Tito Brandsma nel lager nazista a cura di p. Alberto Neglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

mercoledì 11 novembre 2020

Sorelle tutte - Il (non) ruolo delle donne nella nuova enciclica del Papa

Sorelle tutte 
Il (non) ruolo delle donne 
nella nuova enciclica del Papa

A Linkiesta Festival, la sociologa Paola Lazzarini e l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, hanno discusso con Francesco Lepore sulla forma e il contenuto di Fratelli. Nelle 280 note del testo non viene citata nessuna teologa o intellettuale di sesso femminile, ma Bergoglio più volte ha denunciato la mancata inclusione nella politica e nelle istituzioni


Mentre i media erano ancora alle prese con le dimissioni (in realtà una decardinalizzazione) del cardinale Giovanni Angelo Becciu, Papa Francesco ha pubblicato un documento che chiarisce, approfondisce e sviluppa i punti cardine del suo pontificato: l’enciclica Fratelli Tutti.

È passato oltre un mese da quel 3 ottobre ma quel documento è ancora centrale nel dibattito per capire il ruolo della Chiesa nel presente alle prese le critiche dei vescovi americani per alcune posizioni di Bergoglio sulla proprietà privata e le unioni omosessuali. Per non parlare delle proteste contro i vescovi polacchi per la loro posizione a favore di una legge che di fatto impedisce qualsiasi aborto nel Paese. 

Di questo e altro si è parlato durante il Festival de Linkiesta nell’incontro moderato da Francesco Lepore con i suoi due ospiti: il cardinale Matteo Zuppi arcivescovo di Bologna e Paola Lazzarini, sociologa e fondatrice di Donne per la Chiesa. Si parte subito da un dettaglio: per la prima volta in oltre duecento anni il Papa non ha firmato la sua enciclica nel Vaticano. L’ultimo era stato Pio VII quando a Cesena, il 4 maggio 1814, aveva pubblicato “Il trionfo”, una enciclica legata al riottenimento dei territori dello Stato Pontificio da parte dei francesi. Tutt’altra storia e finalità.

Bergoglio invece ha deciso di firmare la sua enciclica ad Assisi, quasi in silenzio, dopo aver celebrato la messa sulla tomba di san Francesco, limitandosi soltanto a ringraziare i collaboratori. «Purtroppo è passato in secondo piano rispetto alla cronaca la scelta di Papa Francesco di avere un atteggiamento severo di ascolto e di confronto con una dimensione ulteriore e di indicare il testo come la vera consegna», spiega il cardinal Zuppi.

«Questo è un documento importante perché sistematizza e rilancia tanti temi che sono stati affrontati in questi anni di pontificato da Papa Francesco in un momento peraltro così importante quale quello che stiamo vivendo della pandemia. Papa Francesco non ha voluto che questa enciclica sia un “vogliamoci bene” per poi continuare a farci la guerra, come sempre. Fratelli tutti non vuole essere affatto un immagine inutilmente romantica ma semmai un romanticismo che diventa un impegno. Una scelta anche politica, una visione su cui guardare e su cui impegnare la Chiesa i credenti e tutti gli uomini».

Già tutti gli uomini. Proprio il titolo “Fratelli Tutti” è stato contestato da numerose teologhe e femministe per l’uso del maschile. Vorrei però ricordare che fa riferimento a un testo di San Francesco, la sesta Admonitio, in cui il poverello di Assisi si rivolge ai frati minori con l’appellativo fratres omnes», ricorda Lepore.

La stessa Lazzarini, assieme ad altre donne del Catholic Women’s council, ha scritto al Papa una lunga lettera per criticare questo titolo considerato poco rispettoso delle donne e del soprattutto del concetto di sorellanza, tutt’altra cosa rispetto alla fratellanza, ma comunque un concetto centrale per il destino della Chiesa. «Abbiamo reagito con la lettera prima di conoscere il testo dell’enciclica, avendo saputo solo il titolo, ma la sostanza non cambia. Lo sappiamo, il linguaggio non soltanto descrive ma crea la realtà», spiega Lazzarini. «La scelta precisa del Papa di usare questa citazione per aprire il suo discorso non coinvolge le donne che sono la metà dell’umanità a cui si rivolge. Quando si riassume il femminile in un maschile utilizzato come se fosse neutro, ma neutro non è, le donne spariscono. E invece noi non solo ci siamo, ma rappresentiamo la spina dorsale della Chiesa. Fa sorridere il fatto che il Papa chieda una conversione così coraggiosa al mondo, ma allo stesso tempo non voglia fare questa modifica perché l’enciclica si inizia per tradizione con le prime parole».

Una scelta che ha lasciato insoddisfatte le donne del Catholic Women’s Council, ma si poteva davvero cambiare il titolo? Secondo Zuppi no, perché il testo non presta alcun fianco a una lettura maschilista. Bergoglio è inclusivo nel testo. L’esempio più lampante sarebbe il paragrafo 23 dell’enciclica: “l’organizzazione delle società in tutto il mondo è ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini. A parole si affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà gridano un altro messaggio. È un fatto che doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti”.

Lazzarini però fa notare il fatto che nessuna donna sia mai stata menzionata nelle 280 note dell’enciclica, così come nessuna donna è stata citata come fonte di ispirazione del Papa: «Cita Martin Luther King, Desmond Tutu, Gandhi e il Beato Charles de Foucauld, ma mai una donna. In realtà il paragrafo 23 è il più critico per noi. Il Papa denuncia una inclusione solo a parole delle donne, ma tace sul fatto che la Chiesa per prima non include le donne. La gerarchia cattolica è completamente maschile».

La critica all’indifferenza

Uno degli aspetti più innovativi di questa enciclica è la condanna dell’indifferenza. Perché secondo Bergoglio questa pandemia ha fatto capire ancora di più all’umanità che siamo tutti sulla stessa barca, che nessuno si può salvare da solo.

Per spiegare questo concetto Papa Francesco cita la parabola del buon samaritano, narrata nel Vangelo secondo Luca. Ovvero la storia di un uomo ferito e derubato da dei briganti che viene soccorso da un samaritano (un eretico per i giudei a cui parlava Gesù) e invece ignorato da un sacerdote del tempio e da un levita (i leviti erano una delle tribù di Israele che frequentavano più assiduamente il tempio, e quindi formalmente religiosi). «L’aspetto più interessante è che Papa Francesco faccia notare che ad aver ignorato il loro prossimo erano state due persone religiose. La sua capacità di essere così libero nel segnalare il peccato anche all’interno della Chiesa mi ha colpito», spiega Lazzarini.

Il Papa più volte in questi anni ha attaccato il populismo che va a braccetto con il sovranismo, difendendo invece un concetto diverso: quello del cosiddetto “popolarismo” che si ispira alla teologia del popolo di cui il teologo gesuita Juan Carlos Scannone, morto lo scorso anno e maestro del Papa, è stato uno dei massimi artefici. Ma qual è la differenza fra il popolarismo di cui parla Bergoglio e il populismo di oggi? «Il Papa mostra i rischi del populismo la cui degenerazione è pericolosa, a prescindere dall’ideologia di fondo, perché diventa strumento dei progetti personali del leader di turno che pensa solo alla permanenza al potere», spiega il cardinal Zuppi.

Bergoglio lo spiega bene nel paragrafo 159 quando dice che il leader tipo populista “altre volte mira ad accumulare popolarità fomentando le inclinazioni più basse ed egoistiche di alcuni settori della popolazione. Ciò si aggrava quando diventa, in forme grossolane o sottili, un assoggettamento delle istituzioni e della legalità”. Per questo secondo Zuppi serve una politica che sia davvero popolare: che interpreti le ansie, le aspettative e le richieste del popolo. E questo insegnamento non vale solo per i sovranisti: «Quando la politica si rinchiude nei salotti e diventa gestione del potere anche in quel caso non è popolare».

Il voto delle donne nel sinodo

Un altro tema spinoso toccato durante l’evento è stato quello del Sinodo dei Vescovi dove molte donne teologhe vengono invitate ma non hanno diritto di voto. «Il Papa sta insistendo molto sulla sinodalità come esercizio del nostro camminare insieme. Credo che si troveranno dei meccanismi per cui chi partecipa al Sinodo abbia poi piena responsabilità di esprimere il proprio pensiero anche con i voti. Il problema non riguarda solo le donne, perché io stesso ho partecipato a un sinodo sui giovani e molte persone coinvolte a pieno titolo nella discussione non hanno potuto votare», spiega Zuppi.

La legge sull’aborto in Polonia

Il 22 ottobre la Corte Costituzionale polacca con una sentenza ha reso illegittimo l’aborto per gravi malformazioni del feto, rendendo in pratica di fatto impossibile alle donne polacche abortire costringendole indirettamente a ricorrere alle pratiche clandestine o recarsi all’estero. Formalmente la sentenza non è ancora stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale polacca, ma secondo Lepore una tattica per prendere tempo perché si arriverà con una legge più restrittiva il 18 prossimo al Sejm, la Camera dei deputati polacca. Il tema è controverso e più volte Papa Francesco ha ribadito la difesa della vita sin dal concepimento. Ma l’intransigenza dell’episcopato polacco sul tema e il suo stretto rapporto col partito sovranista al governo, Diritto e Giustizia, ha portato molti polacchi a protestare in piazza anche contro la Chiesa. Cosa dovrebbe fare la Santa Sede?

«Ho tante amiche in Polonia anche teologhe che in questo momento sono in piazza con le altre donne. Perché quello che sta provocando questa sentenza è che le donne in difficoltà dovranno ricorrere ad aborti clandestini, quelle con più mezzi andranno in Austria o in Germania. Ancora una volta si scarica il peso sulle spalle delle donne», spiega Lazzarini. «Stiamo assistendo a delle vere proteste contro l’Episcopato polacco che non brilla per attenzione ai temi sociali e ai diritti delle donne. Ho visto un’immagine per me straziante: una locandina nella quale c’era una donna incinta sulla croce con scritto “tua colpa, tua colpa, tua massima colpa” in polacco. Ecco questa è la percezione che le donne hanno della Chiesa. Facciamoci una domanda: perché vedono così la Chiesa che dovrebbe essere la loro comunità la loro famiglia la loro casa?».

lunedì 28 settembre 2020

«La vita cristiana, che non è fatta di sogni e belle aspirazioni, ma di impegni concreti, per aprirci sempre alla volontà di Dio e all’amore verso i fratelli.» Papa Francesco Angelus 27/09/2020 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 27 settembre 2020


Cari fratelli e sorelle,

nella mia terra si dice: “A tempo brutto buona faccia”. Con questa “buona faccia” vi dico: buongiorno!

Con la sua predicazione sul Regno di Dio, Gesù si oppone a una religiosità che non coinvolge la vita umana, che non interpella la coscienza e la sua responsabilità di fronte al bene e al male. Lo dimostra anche con la parabola dei due figli, che viene proposta nel Vangelo di Matteo (cfr 21,28-32). All’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna, il primo figlio risponde impulsivamente “no, non ci vado”, ma poi si pente e ci va; invece il secondo figlio, che subito risponde “sì, sì papà”, in realtà non lo fa, non ci va. L’obbedienza non consiste nel dire “sì” o “no”, ma sempre nell’agire, nel coltivare la vigna, nel realizzare il Regno di Dio, nel fare del bene. Con questo semplice esempio, Gesù vuole superare una religione intesa solo come pratica esteriore e abitudinaria, che non incide sulla vita e sugli atteggiamenti delle persone, una religiosità superficiale, soltanto “rituale”, nel brutto senso della parola.

Gli esponenti di questa religiosità “di facciata”, che Gesù disapprova, erano in quel tempo «i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» (Mt 21,23) i quali, secondo l’ammonizione del Signore, nel Regno di Dio saranno sorpassati dai pubblicani e dalle prostitute (cfr v. 31). Gesù dice loro: “Saranno i pubblicani, cioè i peccatori, e le prostitute a precedervi nel Regno dei cieli”. Questa affermazione non deve indurre a pensare che fanno bene quanti non seguono i comandamenti di Dio, quelli che non seguono la morale, e dicono: «Tanto, quelli che vanno in Chiesa sono peggio di noi!». No, non è questo l’insegnamento di Gesù. Gesù non addita i pubblicani e le prostitute come modelli di vita, ma come “privilegiati della Grazia”. E vorrei sottolineare questa parola “grazia”, la grazia, perché la conversione sempre è una grazia. Una grazia che Dio offre a chiunque si apre e si converte a Lui. Infatti queste persone, ascoltando la sua predicazione, si sono pentite e hanno cambiato vita. Pensiamo a Matteo, ad esempio, San Matteo, che era un pubblicano, un traditore alla sua patria.

Nel Vangelo di oggi, chi fa la migliore figura è il primo fratello, non perché ha detto «no» a suo padre, ma perché dopo il “no” si è convertito al “sì”, si è pentito. Dio è paziente con ognuno di noi: non si stanca, non desiste dopo il nostro «no»; ci lascia liberi anche di allontanarci da Lui e di sbagliare. Pensare alla pazienza di Dio è meraviglioso! Come il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci; ma rispetta la nostra libertà. E attende trepidante il nostro “sì”, per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza limiti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispetto alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispetto all’egoismo. Chi si converte a questa scelta, dopo aver sperimentato il peccato, troverà i primi posti nel Regno dei cieli, dove c’è più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti (cfr Lc 15,7).

Ma la conversione, cambiare il cuore, è un processo, un processo che ci purifica dalle incrostazioni morali. E a volte è un processo doloroso, perché non c’è la strada della santità senza qualche rinuncia e senza il combattimento spirituale. Combattere per il bene, combattere per non cadere nella tentazione, fare da parte nostra quello che possiamo, per arrivare a vivere nella pace e nella gioia delle Beatitudini. Il Vangelo di oggi chiama in causa il modo di vivere la vita cristiana, che non è fatta di sogni e belle aspirazioni, ma di impegni concreti, per aprirci sempre alla volontà di Dio e all’amore verso i fratelli. Ma questo, anche il più piccolo impegno concreto, non si può fare senza la grazia. La conversione è una grazia che dobbiamo chiedere sempre: “Signore dammi la grazia di migliorare. Dammi la grazia di essere un buon cristiano”.

Maria Santissima ci aiuti ad essere docili all’azione dello Spirito Santo. Egli è Colui che scioglie la durezza dei cuori e li dispone al pentimento, per ottenere la vita e la salvezza promesse da Gesù.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Sono giunte preoccupanti notizie di scontri nell’area del Caucaso. Prego per la pace nel Caucaso e chiedo alle parti in conflitto di compiere gesti concreti di buona volontà e di fratellanza, che possano portare a risolvere i problemi non con l’uso della forza e delle armi, ma per mezzo del dialogo e del negoziato. Preghiamo insieme, in silenzio, per la pace nel Caucaso.

Ieri, a Napoli, è stata proclamata Beata Maria Luigia del Santissimo Sacramento, al secolo Maria Velotti, fondatrice della Congregazione delle Suore Francescane Adoratrici della Santa Croce. Rendiamo grazie a Dio per questa nuova Beata, esempio di contemplazione del mistero del Calvario e instancabile nell’esercizio della carità.

Oggi la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Saluto i rifugiati e i migranti presenti in Piazza intorno al monumento intitolato “Angeli senza saperlo” (cfr Eb 13,2), che ho benedetto un anno fa. Quest’anno ho voluto dedicare il mio messaggio agli sfollati interni, i quali sono costretti a fuggire, come capitò anche a Gesù e alla sua famiglia. «Come Gesù costretti a fuggire», così gli sfollati, i migranti. A loro, in modo particolare, e a chi li assiste va il nostro ricordo e la nostra preghiera. 

Oggi ricorre anche la Giornata Mondiale del Turismo. La pandemia ha colpito duramente questo settore, così importante per tanti Paesi. Rivolgo il mio incoraggiamento a quanti operano nel turismo, in particolare alle piccole imprese familiari e ai giovani. Auspico che tutti possano presto risollevarsi dalle attuali difficoltà.

E saluto ora voi, cari fedeli romani e pellegrini di varie parti d’Italia e del mondo. Ci sono tante bandiere diverse! Un pensiero speciale alle donne e a tutte le persone impegnate nella lotta ai tumori del seno. Il Signore sostenga il vostro impegno! E saluto i pellegrini di Siena venuti a piedi fino a Roma.

E a tutti voi auguro una buona domenica, una domenica in pace. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

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lunedì 30 marzo 2020

Il Crocifisso bagnato dalle lacrime del Cielo, il Papa solo nella piazza vuota



Il Crocifisso bagnato dalle lacrime del Cielo,

il Papa solo nella piazza vuota
di Andrea Tornielli


Immagini, segni e parole della preghiera per il mondo che Francesco ha voluto celebrare per implorare la fine della pandemia


Il Protagonista della preghiera che la sera del 27 marzo - anticipo del Venerdì Santo - Papa Francesco ha celebrato in una Piazza San Pietro vuota e sprofondata in un silenzio irreale, è stato Lui. Il Crocifisso, con la pioggia battente che gli irrigava il corpo, così da aggiungere al sangue dipinto sul legno quell’acqua che il Vangelo ci racconta essere sgorgata dalla ferita inferta dalla lancia. 

Quel Cristo Crocifisso sopravvissuto all’incendio, che i romani portavano in processione contro la peste; quel Cristo Crocifisso che san Giovanni Paolo II ha abbracciato durante la liturgia penitenziale del Giubileo del 2000, è stato protagonista silenzioso e inerme al centro dello spazio vuoto. Persino Maria, Salus populi Romani, incapsulata nella teca di plexiglass divenuta opaca a causa della pioggia, è sembrata cedere il passo, quasi scomparire, umilmente, di fronte a Lui, innalzato sulla croce per la salvezza dell’umanità.

Papa Francesco è apparso piccolo, e ancora più curvo mentre saliva non senza fatica e in solitudine i gradini del sagrato, facendosi interprete dei dolori del mondo per offrirli ai piedi della Croce: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. L’angosciante crisi che stiamo vivendo con la pandemia “smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità” e “ora mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: Svegliati Signore!”.

La sirena di un’ambulanza, una delle tante che in queste ore attraversano i nostri quartieri per soccorrere i nuovi contagiati, ha accompagnato insieme alle campane il momento della benedizione eucaristica Urbi et Orbi, quando il Papa, ancora solo, si è riaffacciato sulla piazza deserta e sferzata dalla pioggia tracciando il segno della croce con l’ostensorio. Ancora, il Protagonista è stato Lui, quel Gesù che immolandosi ha voluto farsi cibo per noi e che anche oggi ci ripete: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?... Voi non abbiate paura”.




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sabato 10 novembre 2018

QUANDO TI GUARDO, GESÙ Preghiera del B. Tito Brandsma Adattamento e musica di fr. Egidio Palumbo ocarm

QUANDO TI GUARDO, GESÙ

Preghiera del B. Tito Brandsma

Adattamento e musica di fr. Egidio Palumbo, ocarm

















Quando ti guardo, Gesù, comprendo che Tu mi ami
come il più caro degli amici.
E sento di amarti come il mio bene più grande.

“L'AMORE NON È AMATO”. MA BELLO È L'AMORE:
VINCE L’ODIO, LA VIOLENZA, IL TERRORE,
VINCE IL MALE CON IL BENE, I CONFLITTI CON LA PACE.
VINCE L’AMORE.

Casella di testo:  Il tuo amore, lo so, chiede sofferenza e coraggio
come a un testimone fedele.
Sì, patire per Te conduce alla tua Gloria.

Se ancora nuovi dolori affliggono il mio cuore,
sono per me un dolce dono:
mi fan simile a Te, in comunione con Te.

Solo in questo freddo paura io non ho,
perché Tu sei accanto a me.
Non lasciarmi, Gesù, bella è la tua presenza.




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La preghiera è stata composta e pregata dal B. Tito Brandsma nel carcere di Scheveningen (20 gennaio-12 marzo 1942), cella 577, davanti ad una immagine del Cristo crocifisso del Beato Angelico. 

Il ritornello non fa parte del testo della preghiera, ma è stato inserito da fr. Egidio Palumbo e si ispira ad un passaggio di una predica tenuta da p. Tito il 16 luglio 1939, nella memoria dei santi olandesi Willibrodo e Bonifacio: «Dicono che la religione cristiana con la predicazione dell'amore abbia fatto il suo tempo e debba essere sostituita dall’antica potenza germanica. [...] L’amore viene disconosciuto. Amor non amatur, diceva S. Francesco di Assisi, ed alcuni secoli più tardi, a Firenze, anche S. Maria Maddalena de’ Pazzi suonava, in estasi la campana del monastero delle monache carmelitane per dire alla gente come sia bello l’amore. Oh! anch'io vorrei far suonare le campane per dire al mondo com'è bello l'amore. Benché il neopaganesimo (nazionalsocialismo) non voglia più l'amore, nondimeno noi vinceremo con l'amore questo paganesimo. La storia lo insegna».