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mercoledì 30 giugno 2021

Intenzione di preghiera per il mese di Luglio 2021: Preghiamo affinché, nelle situazioni sociali, economiche e politiche conflittuali, siamo coraggiosi e appassionati artefici del dialogo e dell'amicizia.

Intenzione di preghiera per il mese di Luglio 2021:

Preghiamo affinché, nelle situazioni sociali, economiche e politiche conflittuali, 
siamo coraggiosi e appassionati artefici del dialogo e dell'amicizia.


Con questo tweet viene diffuso il video con l'intenzione di preghiera per il mese di Luglio 2021


Il “Video del Papa” con le intenzioni di preghiera per ogni mese, lo ricordiamo, nasce nel 2016 ed è tradotto in 23 lingue per 114 Paesi, oltre 156 milioni di visualizzazioni nel mondo


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa


La Bibbia dice che chi trova un amico trova un tesoro.

Vorrei proporre a tutti di andare oltre i gruppi di amici e 
di costruire l'amicizia sociale 
tanto necessaria per la buona convivenza. 

Ritrovarci soprattutto con i più poveri e vulnerabili. 
Quelli che vivono nelle periferie. 
Allontanarci dai populismi che sfruttano l'angoscia del popolo senza dare soluzioni, 
proponendo una mistica che non risolve nulla. 

Fuggire dall'inimicizia sociale, che distrugge soltanto, 
e uscire dalla “polarizzazione”. 

E questo non è sempre facile, 
soprattutto oggi, quando una parte della politica, della società e dei media 
si impegna a creare nemici per poi sconfiggerli in un gioco di potere. 

Il dialogo è il cammino per guardare la realtà in modo nuovo, 
per vivere con passione le sfide nella costruzione del bene comune. 

Preghiamo affinché, nelle situazioni sociali, economiche e politiche conflittuali, 
siamo coraggiosi e appassionati artefici del dialogo e dell'amicizia,
 uomini e donne che tendono sempre la mano,
 e perché non ci sia più spazio per l’inimicizia e la guerra.


SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO 2021 «Gesù chiede: Chi sono io per te? Diamogli oggi una risposta, ma una risposta che venga dal cuore. ... Questo interessa al Signore: stare al centro dei nostri pensieri, diventare il punto di riferimento dei nostri affetti; essere, in poche parole, l’amore della nostra vita.» Papa Francesco Angelus (testo e video)

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Martedì, 29 giugno 2021



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Al centro del Vangelo della liturgia di oggi (Mt 16,13-19), il Signore pone ai discepoli una domanda decisiva: «Voi chi dite che io sia?» (v. 15). È l’interrogativo cruciale che Gesù ripete anche a noi oggi: “Chi sono io per te?”. Chi sono io per te, che hai accolto la fede ma hai ancora paura a prendere il largo sulla mia Parola? Chi sono io per te, che sei cristiano da tanto tempo ma, logorato dall’abitudine, hai smarrito il primo amore? Chi sono io per te, che vivi un momento difficile e hai bisogno di scuoterti per ripartire? Gesù chiede: Chi sono io per te? Diamogli oggi una risposta, ma una risposta che venga dal cuore. Tutti noi, diamogli una risposta che venga dal cuore.

Prima di questa domanda, Gesù ne ha posta ai discepoli un’altra: “La gente chi dice che io sia?” (cfr v. 13). Era un sondaggio per registrare i pareri su di Lui e la fama di cui godeva, ma la notorietà a Gesù non interessa, non era un sondaggio del genere. E allora, perché ha fatto quella domanda? Per sottolineare una differenza, che è la differenza fondamentale della vita cristiana. C’è chi resta alla prima domanda, alle opinioni, e parla di Gesù; e c’è chi, invece, parla a Gesù, portandogli la vita, entrando in relazione con Lui, compiendo il passaggio decisivo. Questo interessa al Signore: stare al centro dei nostri pensieri, diventare il punto di riferimento dei nostri affetti; essere, in poche parole, l’amore della nostra vita. Non le opinioni che noi abbiamo su di Lui: non interessa, a Lui. Gli interessa il nostro amore, se Lui è nel nostro cuore.

I Santi che festeggiamo oggi hanno fatto questo passaggio e sono diventati testimoni. Il passaggio dall’opinione ad avere Gesù nel cuore: testimoni. Non sono stati ammiratori, ma imitatori di Gesù. Non sono stati spettatori, ma protagonisti del Vangelo. Non hanno creduto a parole, ma coi fatti. Pietro non ha parlato di missione, ha vissuto la missione, è stato pescatore di uomini; Paolo non ha scritto libri colti, ma lettere vissute, mentre viaggiava e testimoniava. Entrambi hanno speso la vita per il Signore e per i fratelli. E ci provocano. Perché noi corriamo il rischio di rimanere alla prima domanda: di dare pareri e opinioni, di avere grandi idee e dire belle parole, ma di non metterci mai in gioco. E Gesù vuole che noi ci mettiamo in gioco. Quante volte, ad esempio, diciamo che vorremmo una Chiesa più fedele al Vangelo, più vicina alla gente, più profetica e missionaria, ma poi, nel concreto, non facciamo nulla! È triste vedere che tanti parlano, commentano e dibattono, ma pochi testimoniano. I testimoni non si perdono in parole, ma portano frutto. I testimoni non si lamentano degli altri e del mondo, ma cominciano da se stessi. Ci ricordano che Dio non va dimostrato, ma mostrato, con la propria testimonianza; non annunciato con proclami, ma testimoniato con l’esempio. Questo si chiama “mettere la vita in gioco”.

Tuttavia, guardando alle vite di Pietro e Paolo, può sorgere un’obiezione: ambedue sono stati testimoni, ma non sempre esemplari: sono stati peccatori! Pietro ha rinnegato Gesù e Paolo ha perseguitato i cristiani. Però – qui sta il punto – hanno testimoniato anche le loro cadute. San Pietro, per esempio, avrebbe potuto dire agli Evangelisti: “Non scrivete gli sbagli che ho fatto”, fate un Vangelo for sport. Invece no, la sua storia esce nuda, esce cruda dai Vangeli, con tutte le sue miserie. Lo stesso fa San Paolo, che nelle lettere racconta sbagli e debolezze. Ecco da dove comincia il testimone: dalla verità su se stesso, dalla lotta alle proprie doppiezze e falsità. Il Signore può fare grandi cose per mezzo di noi quando non badiamo a difendere la nostra immagine, ma siamo trasparenti con Lui e con gli altri. Oggi, cari fratelli e sorelle, il Signore ci interpella. E la sua domanda è la stessa: Chi sono io per te? Ci scava dentro. Attraverso i suoi testimoni Pietro e Paolo ci sprona a far cadere le nostre maschere, a rinunciare alle mezze misure, alle scuse che ci rendono tiepidi e mediocri. Ci aiuti in questo la Madonna, Regina degli Apostoli. Accenda in noi il desiderio di testimoniare Gesù.


DOPO ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

dopodomani, giovedì 1° luglio, avrà luogo qui in Vaticano una speciale giornata di preghiera e riflessione per il Libano. Insieme con i Capi di tutte le Chiese presenti nel Paese dei Cedri, ci lasceremo ispirare dalla Parola della Scrittura che dice: «Il Signore Dio ha progetti di pace» (Ger 29,11). Invito tutti a unirsi spiritualmente a noi, pregando perché il Libano si risollevi dalla grave crisi che sta attraversando e mostri nuovamente al mondo il suo volto di pace e di speranza.

Il 1° luglio ricorrerà il 160° anniversario della prima edizione de “L’Osservatore Romano”, il “giornale del partito”, come lo chiamo io. Tanti auguri e grazie tante per il vostro servizio. Continuate il vostro lavoro con fedeltà e creatività.

E oggi, per noi, ricorre un anniversario che tocca il cuore di tutti noi: 70 anni fa, Papa Benedetto veniva ordinato sacerdote. [applausi] A te, Benedetto, caro padre e fratello, va il nostro affetto, la nostra gratitudine e la nostra vicinanza. Lui vive nel monastero, un luogo voluto per ospitare le comunità contemplative qui in Vaticano, perché pregassero per la Chiesa. Attualmente, è lui il contemplativo del Vaticano, che spende la sua vita pregando per la Chiesa e per la diocesi di Roma, della quale è vescovo emerito. Grazie, Benedetto, caro padre e fratello. Grazie per la tua testimonianza credibile. Grazie per il tuo sguardo continuamente rivolto verso l’orizzonte di Dio: grazie!

Saluto di cuore tutti voi, pellegrini italiani e di vari Paesi; ma oggi mi rivolgo in modo speciale ai romani, nella festa dei nostri Santi Patroni. Benedico voi, cari romani! Auguro ogni bene alla città di Roma: che, grazie all’impegno di tutti voi, di tutti i cittadini, sia vivibile e accogliente, che nessuno sia escluso, che i bambini e gli anziani siano curati, che ci sia lavoro e che sia dignitoso, che i poveri e gli ultimi siano al centro dei progetti politici e sociali. Prego per questo. E anche voi, carissimi fedeli di Roma, pregate per il vostro Vescovo. Grazie.

Buona festa a tutti! Buon pranzo e arrivederci.

Guarda il video


SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO 2021 «Pietro e Paolo sono liberi solo perché sono stati liberati. ... Toccati dal Signore, anche noi veniamo liberati. E abbiamo sempre bisogno di venire liberati, perché solo una Chiesa libera è una Chiesa credibile.» Papa Francesco Omelia (foto, testo e video)

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Basilica di San Pietro
Martedì, 29 giugno 2021

Papa Francesco celebra la messa per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo nella basilica di San Pietro gremita da fedeli, rispettosi delle normative di sicurezzaentra in processione mentre il coro intona il canto “Tu es Petrus”, sono presenti vescovi e cardinali ed è presente la delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, guidata dal metropolita di Calcedonia Emmanuel, venuta a Roma per il tradizionale scambio di delegazioni nelle feste dei rispettivi patroni. All’inizio della celebrazione, quattro diaconi scendono nella Confessione dell’Apostolo Pietro e prendono i Palli che saranno imposti poi agli arcivescovi metropoliti nominati quest’anno dai nunzi delle diverse sedi. Il Papa benedice questi segni “scelti a simboleggiare la realtà della cura pastorale”, nell’auspicio che coloro che li indosseranno possano “riconoscersi come pastori del tuo gregge”.
Al termine della celebrazione con il metropolita Emmanuel, accompagnato dal metropolita greco ortodosso di Buenos Aires, Iosif Bosch, e dal diacono patriarcale, Barnabas Grigoriadis, si reca alla statua bronzea di San Pietro per soffermarsi alcuni istanti in preghiera.

 


 

OMELIA DI PAPA FRANCESCO


Due grandi Apostoli, Apostoli del Vangelo, e due colonne portanti della Chiesa: Pietro e Paolo. Oggi festeggiamo la loro memoria. Guardiamo da vicino questi due testimoni della fede: al centro della loro storia non c’è la loro bravura, ma al centro c’è l’incontro con Cristo che ha cambiato la loro vita. Hanno fatto l’esperienza di un amore che li ha guariti e liberati e, per questo, sono diventati apostoli e ministri di liberazione per gli altri.

Pietro e Paolo sono liberi solo perché sono stati liberati. Soffermiamoci su questo punto centrale.

Pietro, il pescatore di Galilea, è stato anzitutto liberato dal senso di inadeguatezza e dall’amarezza del fallimento, e questo è avvenuto grazie all’amore incondizionato di Gesù. Pur essendo un esperto pescatore, ha sperimentato più volte, nel cuore della notte, il gusto amaro della sconfitta per non aver pescato nulla (cfr Lc 5,5; Gv 21,5) e, davanti alle reti vuote, ha avuto la tentazione di tirare i remi in barca; pur essendo forte e impetuoso, si è fatto prendere spesso dalla paura (cfr Mt 14,30); pur essendo un appassionato discepolo del Signore, ha continuato a ragionare secondo il mondo senza riuscire a comprendere e accogliere il significato della Croce del Cristo (cfr Mt 16,22); pur dicendosi pronto a dare la vita per Lui, gli è bastato sentirsi sospettato di essere dei suoi per spaventarsi e arrivare a rinnegare il Maestro (cfr Mc 14,66-72).

Eppure Gesù lo ha amato gratuitamente e ha scommesso su di lui. Lo ha incoraggiato a non arrendersi, a gettare ancora le reti in mare, a camminare sulle acque, a guardare con coraggio alla propria debolezza, a seguirlo sulla via della Croce, a dare la vita per i fratelli, a pascere le sue pecore. Così lo ha liberato dalla paura, dai calcoli basati sulle sole sicurezze umane, dalle preoccupazioni mondane, infondendogli il coraggio di rischiare tutto e la gioia di sentirsi pescatore di uomini. Ha chiamato proprio lui a confermare nella fede i fratelli (cfr Lc 22,32). A lui ha dato – lo abbiamo ascoltato nel Vangelo – le chiavi per aprire le porte che conducono all’incontro con il Signore e il potere di legare e sciogliere: legare i fratelli a Cristo e sciogliere i nodi e le catene della loro vita (cfr Mt 16,19).

Tutto ciò è stato possibile solo perché – come ci ha raccontato la prima Lettura – Pietro per primo è stato liberato. Le catene che lo tengono prigioniero vengono spezzate e, proprio come era accaduto nella notte della liberazione degli Israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, gli viene chiesto di alzarsi in fretta, di mettere la cintura e legarsi i sandali per uscire. E il Signore spalanca le porte davanti a lui (cfr At 12,7-10). È una nuova storia di apertura, di liberazione, di catene spezzate, di uscita dalla prigionia che rinchiude. Pietro fa l’esperienza della Pasqua: il Signore lo ha liberato.

Anche l’Apostolo Paolo ha sperimentato la liberazione da parte di Cristo. È stato liberato dalla schiavitù più opprimente, quella del suo io, e da Saulo, nome del primo re di Israele, è diventato Paolo, che significa “piccolo”. È stato liberato anche dallo zelo religioso che lo aveva reso accanito nel sostenere le tradizioni ricevute (cfr Gal 1,14) e violento nel perseguitare i cristiani. È stato liberato. L’osservanza formale della religione e la difesa a spada tratta della tradizione, invece che aprirlo all’amore di Dio e dei fratelli, lo avevano irrigidito: era un fondamentalista. Da questo Dio lo liberò; e, invece, non gli risparmiò tante debolezze e difficoltà che resero più feconda la sua missione evangelizzatrice: le fatiche dell’apostolato, l’infermità fisica (cfr Gal 4,13-14); le violenze, le persecuzioni, i naufragi, la fame e la sete, e, come egli stesso racconta, una spina che lo tormentò nella carne (cfr 2 Cor 12,7-10).

Paolo ha così compreso che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor 1,27), che tutto possiamo in Lui che ci dà forza (cfr Fil 4,13), che niente può mai separarci dal Suo amore (cfr Rm 8,35-39). Per questo, alla fine della sua vita – ce lo ha narrato la Seconda Lettura – Paolo può dire: «il Signore mi è stato vicino» e «mi libererà da ogni male» (2 Tm 4,17.18). Paolo ha fatto l’esperienza della Pasqua: il Signore lo ha liberato.

Cari fratelli e sorelle, la Chiesa guarda a questi due giganti della fede e vede due Apostoli che hanno liberato la potenza del Vangelo nel mondo, solo perché sono stati prima liberati dall’incontro con Cristo. Egli non li ha giudicati, non li ha umiliati, ma ha condiviso la loro vita con affetto e vicinanza, sostenendoli con la sua stessa preghiera e, qualche volta, richiamandoli per scuoterli al cambiamento. A Pietro, Gesù dice teneramente: «Io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede» (Lc 22,32); a Paolo chiede: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Così Gesù fa anche con noi: ci assicura la sua vicinanza pregando per noi e intercedendo presso il Padre; e ci rimprovera con dolcezza quando sbagliamo, perché possiamo ritrovare la forza di rialzarci e riprendere il cammino.

Toccati dal Signore, anche noi veniamo liberati. E abbiamo sempre bisogno di venire liberati, perché solo una Chiesa libera è una Chiesa credibile. Come Pietro, siamo chiamati a essere liberi dal senso della sconfitta dinanzi alla nostra pesca talvolta fallimentare; a essere liberi dalla paura che ci immobilizza e ci rende timorosi, chiudendoci nelle nostre sicurezze e togliendoci il coraggio della profezia. Come Paolo, siamo chiamati a essere liberi dalle ipocrisie dell’esteriorità; a essere liberi dalla tentazione di imporci con la forza del mondo anziché con la debolezza che fa spazio a Dio; liberi da un’osservanza religiosa che ci rende rigidi e inflessibili; liberi dai legami ambigui col potere e dalla paura di essere incompresi e attaccati.

Pietro e Paolo ci consegnano l’immagine di una Chiesa affidata alle nostre mani, ma condotta dal Signore con fedeltà e tenerezza – è Lui che conduce la Chiesa –; di una Chiesa debole, ma forte della presenza di Dio; l’immagine di una Chiesa liberata che può offrire al mondo quella liberazione che da solo non può darsi: la liberazione dal peccato, dalla morte, dalla rassegnazione, dal senso dell’ingiustizia, dalla perdita della speranza che abbruttisce la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo.

Chiediamoci oggi, in questa celebrazione e dopo, chiediamoci: le nostre città, le nostre società, il nostro mondo, quanto hanno bisogno di liberazione? Quante catene vanno spezzate e quante porte sbarrate devono essere aperte! Noi possiamo essere collaboratori di questa liberazione, ma solo se per primi ci lasciamo liberare dalla novità di Gesù e camminiamo nella libertà dello Spirito Santo.

Oggi i nostri fratelli Arcivescovi ricevono il Pallio. Questo segno di unità con Pietro ricorda la missione del pastore che dà la vita per il gregge. È donando la vita che il Pastore, liberato da sé, diventa strumento di liberazione per i fratelli. Oggi è con noi la Delegazione del Patriarcato Ecumenico, inviata in questa occasione dal caro fratello Bartolomeo: la vostra gradita presenza è un prezioso segno di unità nel cammino di liberazione dalle distanze che scandalosamente dividono i credenti in Cristo. Grazie per la vostra presenza.

Preghiamo per voi, per i Pastori, per la Chiesa, per tutti noi: perché, liberati da Cristo, possiamo essere apostoli di liberazione nel mondo intero.

Guarda il video dell'omelia


Guarda il video integrale


martedì 29 giugno 2021

Pietro e Paolo, espressione di pluralità nella Chiesa

Pietro e Paolo, espressione di pluralità nella Chiesa

Due Apostoli alla base della Chiesa Madre ci dicono che non tutti, nella Chiesa, sono chiamati a fare la stessa cosa, perché non tutti sono capaci di fare la stessa cosa, ma che nessuno si può però dimenticare che qualunque cosa faccia, andrebbe fatta per amore

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Sancti Apóstoli Petrus et Paulus, de quórum potestáte et auctoritáte confídimus, ipsi intercédant pro nobis ad Dóminum”: così inizia la formula che il Papa recita nella benedizione Urbi et Orbi. Nella persona del Papa non vige solo il successore di Pietro, ma, in qualche modo, anche quello di Paolo, perché il sangue di entrambi ha fecondato la Chiesa di Roma, Madre e Maestra di tutte le Chiese.

È molto significativo che al fondamento dell’autorità della Chiesa ci sia una duplice radice, e cioè non Pietro soltanto, ma Pietro e Paolo, così come è molto importante che di Vangeli ce ne siano quattro e non uno solo, sebbene qualcuno, spinto dalla smania di semplificare, ci avesse provato con il Diatessaron, nel II secolo.
Due Apostoli, quattro Vangeli: il numero pari apre uno spazio incompiuto e indefinito, dove la trascendenza di Dio rimane non imprigionabile, e ogni cosa si rivela un punto di vista tra altri, massimamente autorevole, ma mai assolutizzabile.

Due Apostoli alla base della Chiesa Madre ci dicono che la Chiesa è nella sua essenza quello che Dio è nella sua essenza: dialogo.

Quattro Vangeli, con la difettosità tipica dei numeri pari, ci dicono che ne mancherà sempre un quinto: il tuo, quello che dovrai scrivere necessariamente tu sulla tua storia con il Signore.

Due Apostoli alla base della Chiesa Madre ci dicono che nella Chiesa ci può essere pluralismo e anche dissenso (non è che andassero proprio d’accordo, Pietro e Paolo…), ma che l’importante è che si cerchi davvero la gloria di Dio, e non il plauso del mondo.
Quattro Vangeli ci dicono che nessuno si potrà permettere mai di dire “Gesù è così e basta”, perché ciò che di Lui vedo io va necessariamente completato da ciò che ne hai visto e capito tu.

Due Apostoli alla base della Chiesa Madre ci dicono che non tutti, nella Chiesa, sono chiamati a fare la stessa cosa, perché non tutti sono capaci di fare la stessa cosa, ma che nessuno si può però dimenticare che qualunque cosa faccia, andrebbe fatta per amore (Gal 2, 10: “Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri”).
Quattro Vangeli ci dicono che anche se ho delle preferenze di paradigma e di impostazione, anche gli altri hanno diritto a esistere, e che senza chi la pensa diversamente, la mia idea rimane incompleta e parziale, fantasmatica.

Dunque nella Chiesa ci può essere pluralismo di visioni, 
perché la pluralità è sintomo di fecondità vitale e di accoglienza rispettosa.

Tuttavia questa pluralità, per non disperdersi nel frammentario e nel molteplice, ma per rimanere piuttosto espressione dell’unità della fede e della comunione ecclesiale, implica anche che si capisca cosa accomuna ciò che per altri versi è diverso e distante (nella sensibilità, nelle priorità, nello stile).
Pietro e Paolo ce lo mostrano chiaramente: la si può pensare molto diversamente, si può anche litigare… l’importante è che si ami di vero cuore il Signore, che non lo si prenda come pretesto per “sistemarsi”, che si sia pronti a versare il sangue per Lui che l’ha versato per noi, e che al di là di ogni dissenso possibile, in fondo ci si voglia bene sinceramente.

Solo con questi elementi essenziali, che dicono la sincerità dell’amore, la Chiesa potrà vagliare tutte le istanze che oggi la provocano dal di dentro e dal di fuori, e accogliere quanto la può arricchire di visioni e intuizioni necessarie all’attualizzazione dell’annuncio, respingendo ciò che potrebbe insidiare la sua fedeltà nuziale a Cristo.
(fonte: SIR, articolo di Alessandro Di Medio 29 giugno 2021)


Il pasticcio sul ddl Zan di Giuseppe Savagnone

Il pasticcio sul ddl Zan 
di Giuseppe Savagnone


La Santa Sede abbassa i toni

«Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali». Così è intervenuto il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nel dibattito sul rapporto tra il Vaticano e lo Stato italiano.

Un intervento che in cui si manifesta l’evidente intento del Vaticano di abbassare i toni della polemica – e forse la presa di coscienza di avere fatto un passo controproducente, almeno davanti all’opinione pubblica –, come conferma anche la precisazione del “ministro degli Esteri” del papa, secondo cui la Nota era destinata a rimanere «un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato».

Peraltro, il cardinale ha ribadito ciò che già si sapeva: «Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare il ddl Zan. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è».

Un problema reale da discutere laicamente

Quale che sia la valutazione della opportunità o meno dell’intervento della Santa Sede, c’è almeno un punto su cui sarebbe bene riflettere, si sia o meno d’accordo con esso nel suo insieme. Discuterlo con equilibrio, al di là del coro di proteste che la Nota ha suscitato – alcune, per la verità, evocanti un laicismo vecchio stampo, come nel caso di Fedez – non è una rinuncia alla laicità, ma il rispetto della sua essenza, che è la disponibilità a confrontarsi razionalmente con chi la pensa in modo diverso.

Nel ddl Zan si prevede un aggravio di pena per chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, come ha fatto notare Parolin, «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo».

Basta cercare nel vocabolario «Treccani»: il significato di “discriminare” è «distinguere, separare, fare una differenza». Ora, è chiaro che chi – come la Chiesa cattolica, ma non solo – non condivide l’equiparazione piena tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali, sta ponendo per ciò stesso una differenza, una discriminazione tra i primi e i secondi. Rientra per questo nella fattispecie criminale prevista dal ddl Zan?

È vero che, per rispondere alle preoccupazioni di chi accusava il ddl Zan di impedire ogni forma di dissenso rispetto alla dibattuta questione del gender, è stato inserito appositamente nel testo l’articolo 4, che esclude dalla punibilità «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». Ma anche questa precisazione contiene, alla fine, una postilla non insignificante: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Mettendo da parte l’ipotesi estrema della violenza, un giudice non potrebbe considerare una omelia, una catechesi – o anche semplicemente una presa di posizione da parte di chiunque sostenga che quello tra uomo e donna è l’unico “vero” matrimonio – come manifestazioni di pensiero «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori», nella misura in cui destinate a convincere gli ascoltatori a fare una netta differenza, e quindi una discriminazione, tra l’unione eterosessuale e quella gay?

Quand’è che la discriminazione – il “fare la differenza” – tra eterosessualità e omosessualità è l’implicazione di una visione dell’essere umano, del corpo, della sessualità, pur nel pieno rispetto delle persone, e quando invece comporta il proseguimento di una secolare, triste tendenza, ancora molto diffusa, a insultare, umiliare, perseguitare, emarginare chi è “diverso”? Questo il ddl Zan non lo precisa.

Il valore della differenza

Qualcuno dirà che già ammettere una diversità è una forma di emarginazione. Non è vero. È proprio questo l’equivoco delle gender theories, quando puntano a “decostruire”, o comunque a minimizzare, la differenza sessuale inscritta nella biologia e nella morfologia dei nostri corpi, considerandola automaticamente fonte di ingiustizia e di violenza. Non è vero che si può rispettare l’altro solo se si elimina la sua diversità. Al contrario, il vero rispetto nasce proprio dall’accettazione delle differenze. La reazione contro l’“omofobia” non può giustificare un’altrettanto disastrosa tendenza all’omologazione indiscriminata, peraltro già presente nella nostra società.

E finché non si faranno queste precisazioni, anche il messaggio culturale ed educativo che il ddl Zan vuole indirizzare alla società, e in particolare alle scuole, con l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia”, rischia di essere estremamente ambiguo e di trasformarsi, in molti casi – pur col lodevolissimo intento di combattere il bullismo e altre forme di cattiva discriminazione –, in un’ esaltazione della in-differenza tra maschile e femminile, tra omo ed eterosessualità, tra famiglie etero e famiglie gay, tra la generazione fondata sull’amore tra uomo e donna e quella che fa ricorso all’utero in affitto.

Particolarmente allarmante è che la prospettiva di questa propaganda capillare gravi su tutte le nostre scuole, di ogni ordine e grado, incluse le elementari. Un emendamento, che prevedeva l’introduzione nel ddl Zan del consenso dei genitori per i bambini della scuola primaria, è stato respinto. Come non vedere il pericolo di una ideologia di Stato, che scavalca la Chiesa, ma anche la famiglia?

Il pasticcio

Detto tutto ciò, bisogna prendere atto che la gestione “politica” di queste legittime esigenze, da entrambe le parti oggi in conflitto, ha lasciato molto a desiderare e ha impedito di affrontare i problemi reali. A lungo la posizione della Cei è stata del tutto negativa verso il ddl Zan, bollato in blocco come suerfluo e liberticida. Non si sono colte le esigenze in sé giuste che esso rappresentava e non si è fatto lo sforzo per distinguerle dalle formulazioni sbagliate. Solo in extremis – quando ormai era chiaro che il testo stava per diventare legge – in una battuta con i giornalisti il card. Bassetti ha precisato che l’intento dei vescovi non era di affossare il testo, ma di modificarlo. Come del resto oggi ribadisce la Santa Sede, che però è intervenuta troppo tardi per avviare un dialogo costruttivo e si è attirata, con il suo passo, accuse di ingerenza del tutto infondate (qui si tratta del rispetto di un accordo tra due Stati e del legittimo confronto tra essi quando nascono dei problemi), ma accolte in blocco da un’opinione pubblica poco abituata (ancora una volta) a fare distinzioni.

Dal lato del Parlamento si è lasciato che gli equivoci del ddl Zan permanessero, dando spazio alle fazioni che vedono nella battaglia sulle questioni etiche un modo per smantellare la tradizione etica del nostro Paese. Particolarmente assordante il silenzio dei deputati e senatori cattolici disseminati sia a destra che a sinistra, con la sola eccezione – purtroppo sospetta – di quelli che da tempo cercano di accaparrarsi l’elettorato cattolico, ostentando una ispirazione evangelica di cui il loro programma complessivo è una evidente smentita. E questa confusione (ancora una volta, si misconoscono le differenze) tra laicità e laicismo non poteva che portare allo scontro.

Il risultato è sotto i nostri occhi. Difficile dire come finirà. Ma non possiamo rinunziare alla speranza che la ragione – non la fede – prevalga, per migliorare il ddl Zan e far sì che le giuste esigenze che esso rappresenta si concilino con il rispetto di un pluralismo esaltato da tutti a parole, ma minacciato nei fatti.
(fonte: Tuttavia 25/06/2021)


lunedì 28 giugno 2021

Papa Francesco: Dio si fa vicino a tutti con cuore di Padre

Papa Francesco: 
Dio si fa vicino a tutti con cuore di Padre

Lettera del Papa a padre James Martin, che svolge la sua opera pastorale tra le persone Lgbt: continua ad essere vicino a tutti e tutte - scrive Francesco - con lo stile compassionevole di Dio


Dio "si avvicina con amore ad ognuno dei suoi figli, a tutti e ad ognuno di loro. Il suo cuore è aperto a tutti e a ciascuno. Lui è Padre". Così Papa Francesco in una breve lettera autografa in spagnolo inviata al padre gesuita James Martin, che svolge il suo apostolato tra le persone Lgbt, in occasione del webinar "Outreach 2021", tenutosi ieri. Il sacerdote ha pubblicato oggi la lettera su Twitter.

"Lo 'stile' di Dio - scrive il Papa - ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi. Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare questo stile di Dio. Tu sei un sacerdote per tutti e tutte, come Dio è Padre di tutti e tutte. Prego per te affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza".

Francesco ringrazia padre Martin per il suo zelo pastorale e per la sua "capacità di essere vicino alle persone con quella vicinanza che aveva Gesù e che riflette la vicinanza di Dio".

"Prego per i tuoi fedeli, i tuoi 'parrocchiani' - conclude il Papa - tutti coloro che il Signore ha posto accanto a te perché tu ti prenda cura di loro, li protegga e li faccia crescere nell'amore di nostro Signore Gesù Cristo".
(fonte: VATICAN NEWS 27/06/2021)



Il Papa: la pace oggi calpestata, i responsabili delle guerre ne risponderanno a Dio


Il Papa: la pace oggi calpestata, 
i responsabili delle guerre ne risponderanno a Dio

Testo inedito di Francesco per il libro “Pace in terra. La fraternità è possibile” di cui oggi Repubblica anticipa ampi stralci. Il volume, della Collana Lev “Scambio dei doni”, raccoglie parole e discorsi del Pontefice sulla pace e la fratellanza. Prefazione del Patriarca copto ortodosso Tawadros II. Il 28 giugno in libreria. "Dimenticare il dolore delle guerre, rende indifesi verso la logica dell’odio"


Gli orrori del Novecento, le due Guerre mondiali, la Shoah, i genocidi, e quelli dei primi due decenni del XXI, il terrorismo, le stragi, la propaganda dell’odio, sembrano non essere valsi a nulla, visto che ancora oggi la pace è “calpestata e disattesa”. Mentre invece “si sta rivalutando pericolosamente la guerra”: un male di cui i responsabili politici risponderanno davanti a Dio e ai popoli. È profondo il rammarico che Papa Francesco esprime in un testo inedito nel volume dal titolo “Pace in terra” (che evoca la storica enciclica di Giovanni XXIII), con sottotitolo “La fraternità è possibile”.

La collana ecumenica della LEV

Si tratta di un libro della collana ecumenica della Libreria Editrice Vaticana “Scambio dei doni”, che vuole evidenziare i legami tra i cristiani delle varie confessioni. I volumi sono infatti sempre introdotti dal contributo di un rappresentante delle Chiese e Comunità separate, con cui si è in cammino verso il ristabilimento della comunione. Questa volta è papa Tawadros II, patriarca della Chiesa Copta Ortodossa di Alessandria d’Egitto, a firmare la prefazione del libro, di cui oggi il quotidiano La Repubblica anticipa ampi stralci. Da domani, 28 giugno, sarà nelle librerie.

La copertina del libro edito dalla Lev "Pace in Terra. La fraternità è possibile"

Il rischio di dimenticare la lezione della storia

Nel testo, ricco di citazioni, ad esempio del rabbino Jonathan Sacks o di don Luigi Sturzo, Papa Francesco snoda la sua riflessione a partire dalla realtà di oggi, quella di milioni di esseri umani che aspirano alla pace ma che sono ancora “minacciati dalla guerra, costretti a lasciare le loro case, colpiti dalla violenza”. “Quest’aspirazione, così legittima, è spesso calpestata o disattesa”, osserva il Papa, che sottolinea come con la scomparsa della generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale, velocemente “dimentichiamo le lezioni della storia”.

“La dimenticanza dei dolori delle guerre rende indifesi verso la logica dell’odio: 
facilita lo sviluppo del bellicismo.
L’oblio soffoca la genuina aspirazione alla pace e porta a ripetere gli errori del passato”

"Oggi si sta rivalutando la guerra"

Francesco riconosce che “oggi si sta pericolosamente rivalutando la guerra: facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione”. Pone, quindi, una serie di interrogativi:

“Siamo consapevoli della sofferenza di tanti per la guerra? Siamo coscienti dei rischi per l’umanità? Cerchiamo in qualche modo di spegnere il fuoco delle guerre e di prevenirle? O siamo distratti e ripiegati sui nostri interessi? O appagati dal fatto che la guerra non ci tocchi da vicino?

Sono domande che “dovrebbero inquietare i responsabili politici che risponderanno davanti a Dio e ai popoli del protrarsi delle guerre”.

I profughi, dolenti ambasciatori della domanda di pace

Francesco torna sul concetto di “una terza guerra combattuta ‘a pezzi’, con crimini, massacri, distruzioni”, e interpella la coscienza di ognuno: “Non possiamo convivere tranquillamente con le guerre in corso come fossero fatali. Sarebbe un ottundimento della coscienza!”. Purtroppo questo avviene, specie nei Paesi non toccati dai conflitti, ma solo da qualche conseguenza come l’arrivo dei profughi. Proprio loro, evidenzia il Papa, sono i “testimoni della guerra, dolenti ‘ambasciatori’ dell’inascoltata domanda di pace” che “ci fanno toccare con mano quanto la guerra sia disumana".

“Ascoltiamo la loro dolorosa lezione di vita! 
Accogliere i rifugiati è anche un modo di limitare le sofferenze della guerra
 e di lavorare per la pace”

No all'indifferenza, no al commercio delle armi

L’invito è perciò a non scivolare nell’indifferenza, ma, anzi, a “provare ad agire per la pace senza stancarsi”. “Anche se non si può agire direttamente sui conflitti, opinioni pubbliche vigilanti possono molto”, assicura il Papa, “possono impegnare il proprio Paese; esercitare pressioni sulla comunità internazionale”.

"L’indifferenza è complice della guerra. Il sangue sparso di una sola creatura è già troppo!”.

Come essere cristiani fabbricando armi?

Papa Francesco denuncia poi le mafie e la criminalità che “conducono oggi vere guerre, distruggendo la pace per i loro interessi” e lancia un appello a non rispondere alla violenza con altra violenza: “Rimetti la spada nel fodero!” dice, citando le parole di Gesù nell’orto degli ulivi.

La vita e il bene non si difendono con la “spada”. È una parola rivolta a chi crede nella violenza, la promuove o la giustifica. Chi impugna la spada sperimenterà, a sua volta, la violenza. E i conflitti, una volta aperti, – lo vediamo ai nostri giorni – si trasmettono talvolta di generazione in generazione

“Basta!”, diceva Cristo ai discepoli. “Basta!”, ripete il Papa: “Basta con le spade, le armi, la violenza, la guerra!”. “Come essere cristiani con la spada in pugno? Come essere cristiani fabbricando “spade” con cui altri si uccideranno? Oggi purtroppo si realizzano armamenti micidiali e sofisticati”. Bisogna allora “smettere di vendere armi”: non esistono “giustificazioni in proposito”, neppure quella della perdita dei posti di lavoro.

Lo spirito di Assisi

Francesco si dice consolato dal fatto che “in tutte le culture e religioni, è stato seminato un seme di pace” testimoniato dall’incontro convocato da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986: “Il mondo è tanto cambiato dal 1986. Ma abbiamo bisogno, come ieri e più di ieri, della collaborazione e della preghiera delle religioni, anche per delegittimare la violenza in nome di Dio”.

L'incontro interreligioso ad Assisi con San Giovanni Paolo II del 27 ottobre 1986

Il sogno di un mondo senza guerre

L’appello finale del Papa è a non rassegnarsi alla guerra “come compagna quotidiana dell’umanità” con tanti bambini che crescono all’ombra dei conflitti. La guerra - afferma - può essere abolita come è accaduto per la schiavitù.

“Non bisogna rinunciare al sogno di un mondo senza guerre. 
Possano tutti i popoli della terra godere della gioia della pace!”

(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 27/06/2021)

Per leggere il testo integrale dell'articolo di Repubblica vedi
oppure

«Gesù ti chiede uno sguardo che non si fermi all’esteriorità, ma vada al cuore; uno sguardo non giudicante, ma accogliente.» Papa Francesco Angelus 27/06/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 27 giugno 2021




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi nel Vangelo (cfr Mc 5,21-43) Gesù si imbatte nelle nostre due situazioni più drammatiche, la morte e la malattia. Da esse libera due persone: una bambina, che muore proprio mentre il padre è andato a chiedere aiuto a Gesù; e una donna, che da molti anni ha perdite di sangue. Gesù si lascia toccare dal nostro dolore e dalla nostra morte, e opera due segni di guarigione per dirci che né il dolore né la morte hanno l’ultima parola. Ci dice che la morte non è la fine. Egli vince questo nemico, dal quale non possiamo liberarci da soli.

Concentriamoci, però, in questo periodo in cui la malattia è ancora al centro delle cronache, sull’altro segno, la guarigione della donna. Più che la sua salute, a essere compromessi erano i suoi affetti. Perché? Aveva perdite di sangue e perciò, secondo la mentalità di allora, era ritenuta impura. Era una donna emarginata, non poteva avere relazioni stabili, non poteva avere uno sposo, non poteva avere una famiglia e non poteva avere rapporti sociali normali perché era “impura”, una malattia che la rendeva “impura”. Viveva sola, con il cuore ferito. La malattia più grande della vita, qual è? Il cancro? La tubercolosi? La pandemia? No. La malattia più grande della vita è la mancanza di amore, è non riuscire ad amare. Questa povera donna era malata sì delle perdite di sangue, ma, per conseguenza, di mancanza di amore, perché non poteva essere socialmente con gli altri. E la guarigione che più conta è quella degli affetti. Ma come trovarla? Noi possiamo pensare ai nostri affetti: sono ammalati o sono in buona salute? Sono malati? Gesù è capace di guarirli.

La storia di questa donna senza nome – la chiamiamo così “la donna senza nome” –, nella quale possiamo vederci tutti, è esemplare. Il testo dice che aveva fatto molte cure, «spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando» (v. 26). Anche noi, quante volte ci buttiamo in rimedi sbagliati per saziare la nostra mancanza di amore? Pensiamo che a renderci felici siano il successo e i soldi, ma l’amore non si compra, è gratuito. Ci rifugiamo nel virtuale, ma l’amore è concreto. Non ci accettiamo così come siamo e ci nascondiamo dietro i trucchi dell’esteriorità, ma l’amore non è apparenza. Cerchiamo soluzioni da maghi, da santoni, per poi trovarci senza soldi e senza pace, come quella donna. Lei, finalmente, sceglie Gesù e si butta tra la folla per toccare il mantello, il mantello di Gesù. Quella donna, cioè, cerca il contatto diretto, il contatto fisico con Gesù. Soprattutto in questo tempo, abbiamo capito quanto siano importanti il contatto, le relazioni. Lo stesso vale con Gesù: a volte ci accontentiamo di osservare qualche precetto e di ripetere preghiere – tante volte come i pappagalli –, ma il Signore attende che lo incontriamo, che gli apriamo il cuore, che, come la donna, tocchiamo il suo mantello per guarire. Perché, entrando in intimità con Gesù, veniamo guariti nei nostri affetti.

Questo vuole Gesù. Leggiamo infatti che, pur stretto dalla folla, si guarda attorno per cercare chi lo ha toccato. I discepoli dicevano: “Ma guarda che la folla ti stringe…”. No: “Chi mi ha toccato?”. È lo sguardo di Gesù: c’è tanta gente, ma Lui va in cerca di un volto e di un cuore pieno di fede. Gesù non guarda all’insieme, come noi, ma guarda alla persona. Non si arresta di fronte alle ferite e agli errori del passato, ma va oltre i peccati e i pregiudizi. Tutti noi abbiamo una storia, e ognuno di noi, nel suo segreto, conosce bene le cose brutte della propria storia. Ma Gesù le guarda per guarirle. Invece a noi ci piace guardare le cose brutte degli altri. Quante volte, quando noi parliamo, cadiamo nel chiacchiericcio, che è sparlare degli altri, “spellare” gli altri. Ma guarda: che orizzonte di vita è questo? Non come Gesù, che sempre guarda il modo di salvarci, guarda l’oggi, la buona volontà e non la storia brutta che noi abbiamo. Gesù va oltre i peccati. Gesù va oltre i pregiudizi, non si ferma alle apparenze, arriva al cuore Gesù. E guarisce proprio lei, che era scartata da tutti, un’impura. Con tenerezza la chiama «figlia» (v. 34) – lo stile di Gesù era la vicinanza, la compassione e la tenerezza: “Figlia…” – e loda la sua fede, restituendole fiducia in se stessa.

Sorella, fratello, sei qui, lascia che Gesù guardi e guarisca il tuo cuore. Anch’io devo fare questo: lasciare che Gesù guardi il mio cuore e lo guarisca. E se hai già provato il suo sguardo tenero su di te, imitalo, e fai come Lui. Guardati attorno: vedrai che tante persone che ti vivono accanto si sentono ferite e sole, hanno bisogno di sentirsi amate: fai il passo. Gesù ti chiede uno sguardo che non si fermi all’esteriorità, ma vada al cuore; uno sguardo non giudicante – finiamo di giudicare gli altri – Gesù ci chiede uno sguardo non giudicante, ma accogliente. Apriamo il nostro cuore per accogliere gli altri. Perché solo l’amore risana la vita, solo l’amore risana la vita. La Madonna, Consolatrice degli afflitti, ci aiuti a portare una carezza ai feriti nel cuore che incontriamo sul nostro cammino. E non giudicare, non giudicare la realtà personale, sociale, degli altri. Dio ama tutti! Non giudicare, lasciate vivere gli altri e cercate di avvicinarvi con amore.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, in prossimità della festa dei Santi Pietro e Paolo, vi chiedo di pregare per il Papa. Pregate in modo speciale: il Papa ha bisogno delle vostre preghiere! Grazie. So che lo farete.

In occasione dell’odierna Giornata per la pace in Oriente, invito tutti a implorare la misericordia di Dio e la pace su quella regione. Il Signore sostenga gli sforzi di quanti si adoperano per il dialogo e la convivenza fraterna nel Medio Oriente, dove la fede cristiana è nata ed è viva, nonostante le sofferenze. A quelle care popolazioni Dio conceda sempre fortezza, perseveranza e coraggio.

Assicuro la mia vicinanza alle popolazioni del sud-est della Repubblica Ceca colpite da un forte uragano. Prego per i defunti e i feriti e per quanti hanno dovuto lasciare le loro case, gravemente danneggiate.

Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti voi, provenienti da Roma, dall’Italia e da altri Paesi. Vedo polacchi, spagnoli… Tanti sono lì e là… La visita alle tombe dei Santi Pietro e Paolo rafforzi in voi l’amore per Cristo e per la Chiesa.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci! Bravi i ragazzi dell’Immacolata!

Guarda il video


domenica 27 giugno 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIII Domenica T.O. - B






Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XIII Domenica T.O. Anno B

27 giugno 2021  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, il nostro Dio è il Dio dei vivi e non dei morti, per questo nel suo Figlio Gesù Egli ha fatto sua la morte degli uomini, perché si aprisse per loro la porta della vita che non muore più. Pienamente fiduciosi nel Dio della vita, innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Signore della vita, ascoltaci


Lettore 

- Tu, Signore Gesù, hai voluto che la tua Chiesa fosse il prolungamento della tua umanità, per essere in mezzo all’umanità quel mantello da toccare per incontrare la tua potenza di vita. Fa’ che essa con la sua vita evangelica e con la celebrazione dei sacramenti dia a tutti la possibilità di ricevere il dono della fede e della salvezza. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per tutti quei popoli tentati di ritrovare e difendere la propria identità a discapito degli altri, visti sempre più come nemici da annientare. Converti il cuore dei vari parlamenti nazionali, perché smettano di finanziare la guerra e la vendita delle armi e perché trovino più ragionevole scommettere sul valore della pace, della cooperazione e sui gruppi di intervento per mantenere la pace tra gli Stati. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signor Gesù, il nostro Paese, impegnato a far ripartire l’economia, ma poco attento a quanti restano tagliati fuori da una vera possibilità di lavoro. Ti preghiamo per quanti sono ricattati e costretti ad accettare un lavoro precario e malpagato. Ti preghiamo, inoltre, per quanti sono in viaggio per lavoro o per ferie. Dona a tutti prudenza e attenzione verso gli altri. Preghiamo.

Dona a tutti noi, Signore Gesù, che riceviamo la tua Parola e mangiamo il tuo Corpo, di avere la forza di toccare, abbracciare la tua carne, quella degli intoccabili, quella dei sofferenti, dei peccatori, quella di tutti gli uomini e delle donne, che con grida forti o silenziose invocano la salvezza delle loro vite. Preghiamo.

- Signore Gesù, che risollevi chi sprofonda nella morte, davanti a te ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche di tutte le vittime dell’omofobia e della misoginia, dell’inquinamento e delle calamità naturali. Dona a tutti di contemplare la luce del tuo Volto. Preghiamo.


Colui che presiede 

O Cristo Gesù, che ci hai resi ricchi con il dono della tua vita, donaci la grazia di vivere come uomini e donne rinnovati dal tuo amore e di crescere nella fede secondo la tua statura. Te lo chiediamo perché tu sei Dio che vive e regna nei secoli dei secoli.  AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 35/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:



Questo brano, abbastanza lungo, contiene al suo interno due narrazioni di miracoli disposte 'a sandwich', cioè l'uno all'interno dell'altro. I due episodi si illustrano a vicenda mettendo in risalto i vari aspetti di un unico contenuto teologico: Gesù è colui che suscita la fede che dà la salvezza. Una fede che ha la sua scaturigine nell'incontro personale con Lui, un contatto fisico che manifesta un'intima relazione d'amore: l'Amante ha finalmente incontrato l'amata. Da questo incontro, da questa relazione amorosa scaturisce la Vita Eterna, una vita che ha un sapore e una qualità divine, la sola vita che vince e sconfigge la morte per sempre. I due personaggi femminili del brano simboleggiano la comunità dei credenti, sia Israele come pure la Chiesa, unite insieme dal numero dodici. L'una e l'altra fanno quotidianamente esperienza della finitudine e della morte, malattie queste che nessun medico al mondo può guarire se non lo Sposo soltanto perché egli è l'autore della vita innamorato della sua sposa. Sfiorare il lembo del suo mantello (simbolo della Parola di Dio), essere afferrati dalla sua mano che ci trae fuori dalla fossa della morte è dimorare in questa relazione d'amore. Avere fede significa fidarsi di Lui, aderire al suo progetto d'amore, lasciarsi immergere nell'abisso del cuore del Padre che, attraverso il Figlio Gesù , restituisce vita alla nostra esistenza purificando le nostre relazioni.



sabato 26 giugno 2021

IL SOLE RUBATO - Gesù non spiega il male, ci entra, lo invade con la sua presenza, dice: io ci sono. - XIII Domenica T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

IL SOLE RUBATO
 

Gesù non spiega il male, ci entra, 
lo invade con la sua presenza, dice: io ci sono.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. (...) Marco 5, 21-43

per i social

IL SOLE RUBATO

Gesù non spiega il male, ci entra, lo invade con la sua presenza, dice: io ci sono.

Gesù cammina accanto al dolore di Giairo, padre di una bambina morta a 12 anni, l’età in cui è d’obbligo fiorire, non soccombere.

Co­me è possibile non temere quando la morte è entrata in casa mia, e si è portata via il mio sole?

Così una donna che aveva molto sofferto, ma che si ribella al suo dolore, si avvicina a Gesù, e come mezzo per guarire vuole credere nel tocco della mano. L'emorroissa, la donna impura, condannata a non essere toccata da nessuno - mai una carezza, mai un abbraccio - scardina la regola con il gesto più tenero e umano: un tocco, una carezza per dire: ci sono anch'io! L'esclusa scavalca la legge perché crede in una forza più grande della legge. Si illude?

La fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridono. Tu credi nella vita dopo la morte? Sei un illuso. E Gesù a ripetere: "tu abbi fede", lascia che la Parola salga alle labbra con l'ostinazione degli innamorati. Dio è il Dio dei vivi e non dei morti.

Allora Gesù cacciò tutti fuori di casa. Bellissimo e tremendo questo “cacciare” ciò che non vive, ciò che non crede alla vita. Costoro resteranno fuori, con i loro flauti inutili, fuori dal miracolo, con tutto il loro realismo. La morte è evidente, ma l'evidenza della morte è una illusione, perché Dio inonda di vita proprio le strade più nere.

Gesù prende il padre e la madre, i due che amano di più, e non ordina cose da fare, ma li prende con sé; crea comunità e vicinanza. Ricrea il cerchio degli affetti attorno alla bambina, perché ciò che vince la morte non è la vita, è l'amore. E il tempo dell’amore è infinitamente più lungo del tempo della vita.

E mentre si avvia a un corpo a corpo con la morte ed entra nel suo mistero silenzioso, Gesù porta i suoi tre discepoli alla scuola dell'esistenza, vuole che si addossino, anche solo per un'ora, il dolore di una famiglia, per acquisire quella sapienza del vivere che viene dalla ferite vere, dalla sapienza sulla vita e sulla morte, sull'amore e sul dolore che non avrebbero mai potuto apprendere dai libri: c'è molta più “Presenza”, molto più “Cielo” presso un corpo o un'anima nel dolore che presso tutte le teorie dei teologi.

Ed entrò dove era la bambina. Una stanzetta interna, un lettino, una sedia, un lume, sette persone in tutto, e il dolore che prende alla gola. Quella non è solo la stanza interna della casa di Giairo, ma è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce.

Gesù entrerà nella morte perché là va ogni suo amato. E non spiega il male, ci entra, lo invade con la sua presenza, dice: io ci sono.

Su ciascuno di noi, qualunque sia la porzione di dolore che portiamo dentro, qualunque sia la nostra porzione di morte, il Signore fa scendere la benedizione di quelle antiche parole: Talità kum. Giovane vita alzati, riprendi la fede, la lotta, la scoperta, la vita.

per Avvenire

C'è una casa, a Cafarnao, dove la morte ha messo il nido; una casa importante, quella del capo della sinagoga. Casa potente, eppure incapace di garantire la vita di una bambina. (...)

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