Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta MERCOLEDI DELLA SPIRITUALITA' 2022. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MERCOLEDI DELLA SPIRITUALITA' 2022. Mostra tutti i post

venerdì 9 dicembre 2022

DOV’È L’UOMO, OGGI? L’odierno contesto culturale e biotecnologico di postumanesimo e transumanesimo ci interpella

DOV’È L’UOMO, OGGI?
L’odierno contesto culturale e biotecnologico
di postumanesimo e transumanesimo ci interpella
Maurilio Assenza 

(VIDEO INTEGRALE)



Settimo e ultimo dei Mercoledì della Spiritualità 2022
tenuto solo online il 30 novembre 2022
e promosso dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto 
                                                                            Foto di repertorio

Dov’è l’uomo, oggi?
Nietzsche affida l’annuncio della “morte di Dio” (ovvero della fine di tutte le certezze) al profeta Zaratustra che sfida, con la sua lanterna accesa in pieno giorno, la folla che, sulla piazza del mercato è in attesa del funambolo, gridando “Cerco l’uomo!”. Mi sembra un’immagine efficace e ‘profetica’ per dire dov’è l’uomo oggi. Sono finite le certezze, e per questo l’uomo è al tempo stesso uno che deve oltrepassare l’esistente (ma solo il profeta se ne rende conto), oppure uno che facilmente cade in un vuoto e nello stordimento. Ed ecco come si diventa massa, come il centro di tutto diventa il mercato e, l’attesa, non è più di un Messia, ma di un funambolo.

La storia ci insegna che ogni svolta è complessa e lenta, e va letta cautamente. Per questo mi sembra anzitutto importante cogliere il contesto più ampio in cui si sviluppano post-umanesimo e trans-umanesimo e guardarlo in tutta la sua problematicità, ma anche in tutte le prospettive che si possono intravedere nella misura in cui – lasciandoci interpellare! – non ci lasciamo impaurire ma comprendiamo a quale bisogno di fondo rimandano e quali vie ‘altre’ sono possibili rispetto all’attesa di un funambolo.

Nietzsche stesso, dopo una fase destruens, affida la pars costruens a un uomo che deve superare se stesso (l’oltreuomo) e percorrere una corda tesa su un abisso tra due sponde.

Dov’è l’uomo? Ora sulla piazza del mercato, ora – in coloro che hanno consapevolezza dei tornanti della storia – a camminare su un filo di corda posto sull’abisso. O anche nel deserto a cercare una via, «un deserto che avanza, temo – dice Nietzsche – soprattutto dentro di noi». E sono belle le immagini che usa per andare oltre attraverso le tre “metamorfosi dello spirito”: il cammello che porta pesi, il leone che toglie squame al drago, il bambino che gioca a dadi attaccato alla ruota del carro.

E l’uomo credente? Per Nietzsche, è attorno al cadavere di Dio in chiesa … È colto il rischio di un cristianesimo inconsapevole e infecondo quando si allontana dalle fonti evangeliche, mentre nella sostanza si coglie come il tema della vita sia la rinascita, che ha bisogno in un cristianesimo maturo nell’apertura allo Spirito che si apprende dal rapporto tra Cristo e il Padre. Diventa un’esistenza che, nel dono di se stessi, trova la sua pienezza fino alla gioia.
...


5. “Essere uomini diversi da come siamo stati”

Cerco allora di dare il giusto posto e anche il giusto tono a quanto trattiamo: un punto per il contesto, tre punti per descriverlo (e ritrovarci con interrogativi che ci interpellano in profondità) e altrettanti, altri tre punti, per cercare vie che permettano di “guardare oltre”. Senza lasciarsi catturare dal moralismo o da narcisistiche repulsioni-attrazioni, che fanno intravedere strade semplici di uscita ma sempre nel surreale, e cogliendo l’importanza di lavorare su due elementi che restano fondamentali per restare umani a contatto con la realtà: il discernimento, la sapienza; il corpo, la relazione. E del postumano riprendere l’interpellanza a una pienezza di umanità, però ritrovata su strade più sicure.

A cosa in fondo siamo interpellati? Quale punto – seppur in opposizione dialettica – possiamo trovare in comune? A me pare quello di cercare – lo dico con il poeta Mario Luzi – di «essere uomini altri da come siamo stati».
...

6. La ‘necessità’ dei corpi e dell’empatia

Per portare a pienezza la nostra umanità abbiamo la necessità dei corpi, punto di partenza opposto al transumano, ma che i bambini ci donano con il loro esserci. Abbiamo bisogno di cogliere il debito reciproco che ci fa umani e attraversare le prove “temprandoci senza indurirci” e quindi di affrontare con pienezza e integrità l’impegno di ogni giorno, come afferma Etty Hillesum, che aggiunge: «Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica».

Anche per Edith Stein il corpo, la corporeità è la prima stratificazione dell’uomo, che apre al contatto con gli altri e con se stessi e quindi alla pienezza di vita, formando un “uomo plastico”, capace di energie per tessuti vivi di comunità. Possiamo così meglio comprendere la “struttura della persona umana” che dipende dal fluire degli atti intenzionali – tutto l’opposto di una vita meccanizzata, ma motivo di pienezza! – che accade nella misura in cui l’apertura all’altro interrompe la continuità dell’ordinario.

 

«Cosa vuol dire che l’essere umano è responsabile di se stesso? Vuole dire che da lui dipende ciò che egli è e che gli si chiede di dare di se stesso qualcosa di determinato: egli può e deve formare se stesso. Nessun animale può farlo. Guardo negli occhi un animale e vedo qualcosa che mi guarda, ma la sua anima è muta e prigioniera, incapace di uscire e giungere a me. Guardo un essere umano negli occhi e il suo sguardo mi risponde. Mi lascia penetrare nella sua interiorità o mi respinge. Egli è signore della sua anima e può chiudere e aprire le sue porte. Quando due essere umani si guardano, un io sta di fronte a un altro io. Può essere un incontro che viene sulla porta o nell’interiorità. Se è un incontro che avviene nell’interiorità, l’altro io è un tu. Lo sguardo dell’uomo parla. Un io padrone, vigile di sé, mi vede».

 

Non siamo solo all’opposto di una vita meccanica e tutta esteriore, come prevede il post/trans-umanesimo, con una chiara freddezza al di là della (meccanica) effervescenza, ma siamo in presenza di una vita in cui si intrecciano gli sguardi e si attivano incontri, fortemente legati alla capacità di scendere in profondità e così di raggiungere una pienezza ricca di calore e di relazionalità.

 

«La mia anima ha estensione e profondità, può essere riempita da qualcosa, qualcosa può penetrare in essa. In essa io sono a casa, in modo totalmente diverso da come lo sono nel mio corpo vivente. Nell’io io non sono a casa, solo un io che ha un’anima può sentirsi a casa. A seconda degli atti in cui, di volta in volta, l’io vive, esso occupa una posizione nell’anima. Vi è però un punto dell’anima in cui l’io trova il suo luogo proprio, il luogo della sua pace, che egli deve sempre cercare finché non l’abbia trovato e a cui sempre, se l’ha abbandonato, deve ritornare, questo è il punto più profondo dell’anima. Solo qui l’anima può ‘raccogliersi’ poiché da nessun altro punto può abbracciare se stessa totalmente. Solo da qui può prendere decisioni in piena coscienza, da qui può impegnarsi per qualcosa, può sacrificarsi e donare se stessa. Si unifica nella sua profondità, che è il luogo proprio dell’io personale».


...



GUARDA IL VIDEO


Leggi anche:
- La traccia integrale (pdf)


Leggi anche i post già pubblicati:

sabato 26 novembre 2022

Dietrich Bonhoeffer. La fede tra resistenza e resa, lotta e dono di sé - Egidio Palumbo (VIDEO INTEGRALE)

Dietrich Bonhoeffer.
 La fede tra resistenza e resa, 
lotta e dono di sé
Egidio Palumbo, Carmelitano

(VIDEO INTEGRALE)


Sesto dei Mercoledì della Spiritualità 2022
tenuto il 16 novembre 2022
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

(Foto di repertorio)

1. La famiglia
Dietrich Bonhoeffer (1) nasce a Breslavia (oggi Wroclaw in Polonia) il 4 febbraio 1906, sesto di otto figli. Sua madre, Paula von Hase, è figlia di un professore di teologia. Suo padre, Karl Bonhoeffer, è professore di psichiatria e neurologia, proviene da una famiglia di giuristi e teologi. La madre si assume in prima persona l’insegnamento primario dei suoi figli maggiori. Anche se la famiglia non frequenta assiduamente il culto nella parrocchia luterana, tuttavia la madre si preoccupa di educare i figli al protestantesimo con la preghiera, il canto corale e la lettura della Bibbia in famiglia. Tutti ricevono anche una formazione musicale e Dietrich diventa un validissimo pianista, tanto che per un certo periodo i genitori lo incoraggiano ad intraprendere la carriera musicale. Nel 1912 il padre viene chiamato ad insegnare all’ospedale della Carità a Berlino. La famiglia così si trasferisce nella capitale presso “il quartiere dei professori”. Dietrich quindi riceve un’educazione da intellettuale pienamente integrato nella borghesia colta di Berlino. Cresce in un ambiente famigliare laico, aperto, ma poco incline alla pratica religiosa, e non favorevole all’ascesa del nazismo, che considera una catastrofe per la Germania e per l’Europa
...
5. Il carcere, il campo di concentramento, la morte 
Il 5 aprile 1943 Bonhoeffer viene arrestato dalla Gestapo con l’incriminazione per alto tradimento, vale a dire per essersi sottratto al servizio militare e di aver aiutato gli ebrei a rifugiarsi in Svizzera. Viene imprigionato nel campo militare di Tegel. Vede i suoi famigliari, la sua cara fidanzata Maria. Scrive molte lettere ai famigliari, alla fidanzata, agli amici, in particolare al suo amico E. Bethge (autore di una imponente biografia Bonhoeffer), scrive frammenti di un romanzo, studi sul tempo e sulla verità, legge romanzi. Dopo un primo periodo di depressione, riprende a sperare per la libertà. Nelle lettere – pubblicate postume nel 1951 col titolo Resistenza e resa –, in particolare in quelle indirizzate all’amico Bethge, tratta vari temi, pensando al futuro della Chiesa
I temi principali che tratta sono i seguenti: 

— l’appartenenza al mondo: rimette al centro della fede il mondo reale, sensibile, storico, prendendo le distanze da una fede idealizzata e astratta (Lettera del 21 luglio 1944); 

— l’idea di un cristianesimo non religioso (Lettera del 30 aprile 1944): considera il “tempo della religione” una fase storica del cristianesimo che non ritornerà più; per lui la religione ha le seguenti caratteristiche: ricorre alla metafisica, è individualista, evoca un deus ex machina, dipende dai gruppi elitari della borghesia; con religione intende la forma occidentale del cristianesimo, e quindi prospetta altre forme inedite di cristianesimo; ma non avrà il tempo di sviluppare questa tematica; 

— l’umanità di Gesù: il suo intento è di ripensare la presenza e l’azione di Cristo oggi, in un mondo che è cambiato rispetto al mondo antico; Gesù non fa della metafisica, ma parla in parabole, non è un individualista, bensì uomo-per-gli-altri, non cerca privilegi, ma siede alla mensa degli esclusi, non invoca un dio ex machina, ma fa appello alla responsabilità personale e muore sulla Croce gridando il suo abbandono al Padre; 

— il mondo diventato adulto: nel mondo diventato adulto è necessario un cristianesimo adulto, una fede cristiana che trovi Dio non nelle questioni irrisolte della vita  – un Dio “tappabuchi” – ma in quelle risolte, non nella sofferenza ma nella salute (Lettera del 30 aprile 1944; Lettera del 29 maggio 1944). Colpisce che queste riflessioni sono fatte in un momento tragico della sua vita.
...

GUARDA IL VIDEO
Incontro integrale



Leggi anche i post già pubblicati:

sabato 19 novembre 2022

Etty Hillesum: “Lasciatemi essere il cuore pulsante di questa baracca” - Aurelio Antista (VIDEO INTEGRALE)

Etty Hillesum:
“Lasciatemi essere il cuore
pulsante di questa baracca”
Aurelio Antista, Carmelitano

(VIDEO INTEGRALE)


Quinto dei Mercoledì della Spiritualità 2022
tenuto il 9 novembre 2022
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



1. Gli inizi del suo percorso di crescita
Il 1°settembre 1939 la Germania nazista invade la Polonia: scoppia la seconda guerra mondiale. Il 10 maggio 1940 la Germania aggredisce l’Olanda. Il porto di Amsterdam è in fiamme, e tutto il paese in subbuglio. Il 15 maggio l’esercito olandese si arrende alla furia inarrestabile delle armate tedesche. Le autorità militari e le SS. di Hitler prendono in mano la gestione politica e sociale delle città. Subito vengono emanati i decreti che limitano la libertà degli ebrei. Il paese non assiste inerte alla violenza nazista: professori, studenti e operai protestano e scioperano. Ma la reazione degli occupanti è immediata e violenta, ci sono scontri e arresti in massa. Viene instaurata la legge marziale. Gli olandesi sono costretti con la violenza al silenzio. Questa la situazione in Olanda durante l’occupazione nazista: il momento è uno dei più cupi di tutta l’Europa. In questo clima, l’8 marzo 1941, ad Amsterdam, Etty Hillesum, una ragazza ebrea di 27 anni, inizia a scrivere il suo Diario. È nata nel 1914 a Widdelburg in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. Il padre, Luis, insegna lettere al liceo locale. La madre, Riva, è una profuga dalla Russa. Etty ha due fratelli: Jaap e Mischa. Nel 1932, finito il liceo si trasferisce ad Amsterdam e si iscrive in Giurisprudenza. Consegue la laurea, ma non è soddisfatta degli studi fatti, quindi si iscrive in Lingue Slave. Predilige la lingua e la letteratura russa. Dà lezioni private per mantenersi agli studi. Si interessa alla psicologia
...
6. Etty, figura attualissima per il nostro tempo
 La figura e la testimonianza di Etty Hillesum è oggi studiata da psicologi e teologi, da pedagogisti e antropologi; tutti restano meravigliati della sua personalità, della sua crescita interiore e dell’attualità del suo messaggio. Vorrei sottolineare alcuni punti-forza del suo cammino. Etty è una creatura debole e fragile, come tanti giovani (e meno giovani) di oggi. La sua psiche è in disordine e ridotta in macerie, «un gomitolo aggrovigliato», si definisce lei stessa. Eppure è animata da una grande determinazione nel voler risalire la china: «Devo lavorare molto per diventare una persona adulta». Condotta per mano da un educatore (Julius Spier), impara ad ascoltare e a coltivare la sua interiorità, impara ad unificare e armonizzare i moti e le esigenze del corpo e dello spirito. In questo lavorìo interiore, Etty incontra Dio che le si rivela presente nel suo intimo più profondo come sorgente da cui zampilla vita, gioia, pace. Primo frutto di questo incontro è la preghiera che lei vive come un colloquio ininterrotto con il Signore il quale la apre all’amore e al servizio verso i fratelli: «Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami dispensare agli altri a piene mani». Etty rende la sua anima un “campo di battaglia” dove ogni giorno affronta la lotta per estirpare ogni erbaccia: l’odio, la rivalsa, il risentimento. «Ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri!», dice a se stessa e agli amici. Questa consapevolezza e decisione genera in lei “una grande forza interiore” che le consente di affrontare con maturità ed equilibrio quel grande fiume di dolore che è l’Olocausto e a vivere con serenità e forza d’animo nel campo di Westerbork dove sceglie di svolgere un servizio di volontariato. Qui Etty accoglie i deportati, una marea di gente dolente e sbandata. Per ogni persona ha una parola e un gesto di attenzione e di conforto; partecipa al loro dolore, soffre della loro sofferenza. Aiuta tutti a tenere accesa la fiammella della speranza. Con la medesima forza d’animo affronta il suo viaggio verso Auschwitz: «Abbiamo lasciato il campo cantando!». Confrontarci con la personalità e le conquiste di Etty, può risultare anche per noi, oggi, motivo di consolazione e di sfida per diventare più umani e per non perdere la speranza in questi giorni bui che stiamo vivendo
...

GUARDA IL VIDEO


Leggi anche:
- La traccia integrale (pdf)
- il calendario completo dei prossimi incontri

Leggi anche i post già pubblicati:
- Edith Stein. Si assimila la “Scientia Crucis”,se si vive il peso della Croce AlbertoNeglia, Carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

sabato 29 ottobre 2022

Tito Brandsma. Nella gratuità del dono la vera grandezza dell’uomo - Gregorio Battaglia (VIDEO INTEGRALE)

Tito Brandsma.
Nella gratuità del dono
la vera grandezza dell’uomo
Gregorio Battaglia, Carmelitano
(VIDEO INTEGRALE)

Terzo dei Mercoledì della Spiritualità 2022
tenuto il 26 ottobre 2022
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



TESTIMONI DI SPERANZA NEGLI INFERI DELLA STORIA
Esperienze a confronto e attualità


... In un discorso tenuto il 16 luglio 1939 p. Titus attaccò in modo aperto la tentazione di accogliere come novità i nuovi principi veicolati dal nazismo, definendo questo movimento come vero e proprio nuovo paganesimo, che poteva costituire una minaccia ben più grave del vecchio paganesimo, che si trovarono ad affrontare i missionari dei primi secoli del cristianesimo. «Nella nuova versione – diceva p. Titus – l’amore è condannato e chiamato debolezza; solo lo sforzo personale e la forza fisica prevarrebbero. È detto che “la cristianità, con la sua professione di amore, ha fatto i suoi giorni e deve essere rimpiazzata dall’ancestrale potenza germanica”».

Egli era ben convinto che questa ondata di paganesimo aveva i giorni contati e che «alla fine i nuovi pagani dovrebbero di nuovo dire: “Guarda come si amano l’un l’altro”. Solo allora vinceremo il mondo».

Questo impegno a contrastare l’avanzata del nazismo, bollato come neo-paganesimo, p. Titus lo portò avanti sia nell’ambito culturale tra lezioni universitarie e conferenze, sia sul piano operativo, in quanto responsabile della pastorale dell’informazione e delle scuole cattoliche....


Nell’esaminare questa ideologia nazista P. Titus coglie benissimo il lavoro di mistificazione compiuto nei confronti dell’etica, per cui il male, che sarebbe l’eliminazione dell’altro, del diverso, si tramuta in bene, perché solo così questo popolo può brillare della propria luce e rispondere alla propria vocazione divina. Chiamare il male bene e far diventare virtù quello che in altri discorsi P. Titus chiama “codardia”, come la gratuita violenza esercitata verso chi è di fede ebraica, o verso il disabile e comunque verso l’altro, questo è il grande dramma del nazismo, che ha condotto alla seconda guerra mondiale.

La via della grandezza dell’uomo, invece, va collocata altrove, perché essa passa attraverso la capacità di prendersi cura dell’altro in un gesto di pura gratuità. È la via dell’amore o, come direbbe Paolo, è la via dell’agàpe, fatta di misericordia, di pazienza, di benevolenza, di dono disinteressato di sé. Per i nazisti questa sarebbe la via della debolezza, ma in effetti la loro esaltazione della forza, che distrugge ed annienta l’altro, è l’espressione più evidente della loro meschinità e della loro incapacità di rispondere alla vera vocazione alla vita. Così p. Titus pensa che sia opportuno proporre a questi studenti non tanto delle riflessioni teoriche su ciò che costituisce la vera grandezza dell’uomo, quanto piuttosto proporre dei modelli di vita vissuta, che possano costituire per loro veri punti di riferimento e di confronto

...

GUARDA IL VIDEO
Leggi anche:
- La traccia integrale  (pdf)


Guarda anche:



I nostri post con gli incontri precedenti:

- Dov’è Dio e dov’è l’uomo, quando i cristiani si fanno la guerra?(Egidio Palumbo)

- Nazionalismi di ieri e di oggi (Maria Grazia Recupero)

I nostri post già pubblicati:


sabato 22 ottobre 2022

Dov’è Dio e dov’è l’uomo, quando i cristiani si fanno la guerra? - Egidio Palumbo (VIDEO INTEGRALE)

Dov’è Dio e dov’è l’uomo,
quando i cristiani si fanno la guerra? 
Egidio Palumbo, Carmelitano
(VIDEO INTEGRALE)

Secondo dei Mercoledì della Spiritualità 2022
tenuto il 19 ottobre 2022
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


TESTIMONI DI SPERANZA NEGLI INFERI DELLA STORIA
Esperienze a confronto e attualità


1. Il “grido” che sale dall’umanità nella notte oscura della storia «Dov’è Dio?». 
È la domanda, spesso rivolta come un grido, che drammaticamente affiora nella coscienza e sulle labbra dei cristiani di fronte alle catastrofi umane causate dalla guerra o da altri tragici avvenimenti (pandemie, terremoti, alluvioni, terrorismo, stragi, genocidi…). È una domanda che interpella direttamente Dio, esigendo da Lui una giustificazione (“teodicea”) riguardo alla sua assenza, al suo mancato intervento nel mondo e nella storia. Le risposte a tale domanda sono varie e riflettono per lo più l’immagine di Dio che ognuno ha o pensa di avere; come pure riflettono la propria maturità (o immaturità) di fede, il proprio cammino di ricerca o anche la propria presunzione di avere pronta una risposta (spesso di comodo e strumentale) per ogni tragedia... Tuttavia, accade anche di non saper trovare una risposta adeguata e convincente, di rimane muti e silenziosi, come di fronte ad un enigma ad un mistero. E questo non è sempre un male… Ma, assieme alla domanda «Dov’è Dio», affiora drammaticamente anche un’altra domanda, anche un altro “grido”: «Dov’è l’uomo?», «Che ne abbiamo fatto della nostra umanità?». È una domanda che interpella la nostra responsabilità, il nostro modo di essere e di agire; è una domanda che esige da noi umani – ieri come oggi – una giustificazione (“antropodicea”) riguardo ai nostri silenzi, omissioni e irresponsabilità, alla nostra indifferenza e al nostro cinismo. Qui la risposta non può essere elusa o ignorata da nessuno. E va anche detto: per un credente le due domande si tengono insieme, perché la passione per Dio non può essere separata dalla passione per l’umanità e dal ricordo delle vittime dell’ingiustizia e dell’oppressione, di ieri e di oggi. Se infatti guardiamo al secolo passato e a quello presente, forte è la sensazione di essere avvolti da una “notte oscura” che rende stanca la nostra fede e arido il nostro amore, il nostro senso di umanità e di ospitalità. Facciamo, allora, memoria delle vittime che giorno e notte gridano davanti a Dio (cf. Lc 18,7).
Raccogliamo questo “grido”, e ascoltandolo, lasciamoci liberare, noi cristiani dell’Occidente, dalla tentazione di continuare a fare del cristianesimo una religione per “smemorati”.
... 
b) Pregare per cambiare il proprio stile di vita 
Tra coloro che hanno maturato di più la consapevolezza che da Auschwitz in poi il vissuto della fede cristiana e la riflessione teologica non possono rimanere più gli stessi, vi è il teologo cattolico Johann Baptist Metz (1928-2019). Egli ha interpellato l’occidente cristiano, affinché si liberasse da quella sorta di trionfalismo borghese che inneggia all’Onnipotenza di Dio6 , rimanendo apatico e insensibile di fronte alla sofferenza umana, per riaprirsi invece alla “memoria passionis” delle vittime della Shoah e di ogni altra tragica catastrofe causata dagli umani (7) . Solo a questa condizione, dopo Auschwitz – da Metz considerata cifra simbolica di ogni catastrofe – diventa credibile il nostro parlare di Dio. Noi possiamo ancora parlare di Lui, rendere testimonianza a Lui e alla sua Parola e continuare ad invocarLo nella preghiera, perché numerosi uomini e donne – ebrei, cristiani e altri – l’hanno nominato e pregato nell’inferno di Auschwitz e di altri campi di sterminio. Questa, dopo la Shoah, è la certezza che dà ancora senso al nostro invocare Dio, al nostro vivere in Lui e per Lu i8) . Fare memoria e pregare con le vittime delle catastrofi causate dall’insipienza e dall’ingiustizia umane, impegna oggi noi cristiani, persone e comunità ecclesiali, a domandare a Dio Padre, al suo Figlio Gesù e allo Spirito Consolatore il dono della conversione e della responsabilità, affinché ci sia dato il coraggio di cambiare il nostro stile di vita, fondandolo sul vangelo della nonviolenza e della pace, della compassione per il dolore degli altri, della solidarietà e dell’ospitalità
...

GUARDA IL VIDEO

Leggi anche:

Guarda anche:
- il calendario completo dei prossimi incontri

lunedì 17 ottobre 2022

Nazionalismi di ieri e di oggi - Maria Grazia Recupero (VIDEO)

Nazionalismi di ieri e di oggi 
Maria Grazia Recupero 
(VIDEO INTEGRALE)

Primo dei Mercoledì della Spiritualità 2022
tenuto il 12 ottobre 2022
e promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


TESTIMONI DI SPERANZA NEGLI INFERI DELLA STORIA
Esperienze a confronto e attualità


Ci sono tantissime cose da dire a favore del nazionalismo 
e del fatto che esso mantiene le diversità, nella letteratura, nell’arte,
nel linguaggio e in tutto ciò che riguarda la cultura. 
Ma quando si tratta di politica, penso che il nazionalismo sia soltanto un male.
B. Russell

1. Nazione e nazionalismo 
Il “nazionalismo” è l’indirizzo culturale che, in formulazioni molteplici e talvolta contrastanti, attribuisce un ruolo centrale all’idea di nazione e sostiene la necessità di promuovere lo sviluppo autonomo delle singole nazioni. «Tutte le costituzioni politiche, repubblicane o di altro tipo, hanno come unico fine – se sono legittime – d’impedire o almeno limitare l’oppressione verso la quale la forza inclina naturalmente. E quando c’è oppressione non è una nazione ad essere oppressa. È un uomo, e un uomo, e un uomo. La nazione non esiste; come potrebbe essere sovrana?» (1) . In queste parole lapidarie di Simone Weil, scritte durante la Seconda Guerra Mondiale, si condensa la sua critica alla sovranità astratta e impersonale della nazione, che oggi appare profondamente colpita. Si pensi alla violenza di certi populismi contro le categorie politiche classiche, in primis quella di sovranità, ma anche quella di rappresentanza. Ancor più di recente, una guerra che sembra essere scoppiata improvvisamente, quando piuttosto è scaturita dal disinteresse globale nei confronti di popoli a lungo travagliati da confini incandescenti. Simili escalation, dai risvolti drammatici quando non tragici, si esprimono sotto il segno comune di nazionalismi risorgenti. Per cogliere il nazionalismo come problema del nostro tempo, riprendo il termine “nazione” che nel suo significato originario affiora dal fenomeno della vita, connotando dimensioni naturali, impolitiche per eccellenza. Deriva infatti dal latino natio – a sua volta forma sostantivata del verbo nascor, ossia ‘nascere’(2) . Come si dirà in seguito, la massima degenerazione dell’intreccio tra la matrice biologica da cui deriva il nazionalismo e le sue declinazioni politiche si manifesterà col nazismo. Ma facciamo un passo indietro. Perché l’idea di nazione assuma la potente carica identitaria che la connota politicamente, occorre attendere le grandi trasformazioni seguite alla Rivoluzione francese del 1789. Nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino leggiamo, in effetti, che «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione; nessun corpo, nessun individuo, può esercitare un’autorità che non emani direttamente da essa» (3) . Contemporaneamente in Europa si stavano diffondendo dottrine che criticavano gli ideali democratici e liberali, pensati dagli illuministi e affermati con la rivoluzione, poiché rischiavamo di disperdere in un intangibile concetto di uomo universale le concrete tradizioni radicate nelle diverse culture particolari. Il tedesco Johann Gottfried Herder, considerato il fondatore del nazionalismo, era un teorico del linguaggio che aveva coniato il neologismo “Nationalismus” per indicare, in particolare attraverso l’omologazione linguistica, l’attaccamento della comunità alla «terra dei padri», e il sangue versato per conquistare e difendere il territorio (4) . Entro tale impostazione si considera necessario un continuo lavoro di purificazione e sorveglianza contro l’intrusione di elementi culturali estranei; viene invece condannata la strategia dell’espansione, della conquista e dell’assimilazione culturale, in una parola la logica imperialista che pure si sarebbe consolidata a partire dall’età napoleonica. Potremmo allora sostenere che il nazionalismo è sia una rivoluzione che una controrivoluzione: da un lato, esprime l’istanza di liberazione, progresso, ed emancipazione dalle ingiustizie di un potere autoritario in favore di un potere democratico (fondato cioè su basi diverse dalla tradizione e dal diritto divino premoderni); in tal senso è uno strumento ideale, capace di alimentare la cooperazione tra le nazioni nonché di veicolare coesione e solidarietà all’interno dello Stato, integrando diversi gruppi sociali ed istanze contrastanti altrimenti destinati ad una conflittualità senza sintesi. Dall’altro lato, rappresenta la pretesa superiorità da parte di una nazione sulle altre, la sovranità esclusiva come valore, la supremazia a tutti i costi; in tal senso costituisce uno strumento ideologico, con effetti divisivi piuttosto che inclusivi; reazionari piuttosto che riformatori; omologanti piuttosto che pluralisti. Possiede dunque due anime il nazionalismo, che si combinano continuamente: quella universalista aperta alla solidarietà internazionale, diremmo simbolica; quella imperialista, aggressiva verso l’esterno, che nega qualsivoglia autorità al di sopra della nazione stessa, diremmo diabolica (5) .

2. Nazionalismo e nazismo
 Con queste premesse, l’indirizzo politico del nazionalismo quale criterio di legittimazione per l’indipendenza e autodeterminazione dei popoli, dischiude necessariamente risvolti paradossali: perché l’indipendenza non coincide con l’uguaglianza, come avrebbero voluto i razionalisti e gli illuministi; perché l’autodeterminazione finisce col comportare l’uso della forza sul piano internazionale, nell’impossibilità di trovare e/o applicare una legge universalmente valida.
...
La promessa su cui – più o meno velatamente – si fonda ogni nazionalismo, su cui ogni nazionalismo crolla, è che in base alla propria nazionalità – questa incarnazione terrena e intimamente pericolosa della Provvidenza – si sarà tra i salvati e non tra i recisi. Il nazionalismo come ideologia dello stato nazionale, storicamente concepita per il progetto politico di unificazione culturale di un territorio e in un territorio restituisce, insieme all’appropriazione e al radicamento, una continua opera di espropriazione e sradicamento fin dentro le frontiere (10). Lo confermano le proposte degli autoritarismi europei – basate sui dualismi noi/loro, dentro/fuori, prima/dopo, etc. – centrate sulla salvezza contro gli altri – che di volta in volta personificano i disperati del mondo. Ma quali sono i confini del mondo? Mentre risuona ancora quel Nessuno si salva da solo in una piazza San Pietro bagnata di pioggia e lacrime il 27 marzo del 2020 (11), la domanda vuole essere una provocazione a ripensare i confini, costruire linguaggi e codici simbolici capaci di rifiutare la costruzione di confini contro – una sorta di contraddizione in termini, di cui si dirà a breve.
...

GUARDA IL VIDEO
Incontro integrale

Guarda anche:


venerdì 23 settembre 2022

TESTIMONI DI SPERANZA NEGLI INFERI DELLA STORIA Esperienze a confronto e attualità - MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ - 2022

Mercoledì della Spiritualità 2022
promossi dalla
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)

Di presenza nel Santuario e online

dal 12 ottobre al 30 novembre

dalle h. 20.00 alle h. 21.00


TESTIMONI DI SPERANZA NEGLI INFERI DELLA STORIA
Esperienze a confronto e attualità


MERCOLEDÌ 12 OTTOBRE
Nazionalismi di ieri e di oggi
(Maria Grazia Recupero).


MERCOLEDÌ 19 OTTOBRE
Dov’è Dio e dov’è l’uomo, quando i cristiani si fanno la guerra?
(Egidio Palumbo)


MERCOLEDÌ 26 OTTOBRE
Tito Brandsma. Nella gratuità del dono la vera grandezza dell’uomo
(Gregorio Battaglia)


MERCOLEDÌ 9 NOVEMBRE
Edith Stein. Si assimila la “Scientia Crucis”, se si vive il peso della Croce
(Alberto Neglia)


MERCOLEDÌ 16 NOVEMBRE
Etty Hillesum: “Lasciatemi essere il cuore pulsante di questa baracca”
(Aurelio Antista)


MERCOLEDÌ 23 NOVEMBRE
Dietrich Bonhoeffer. La fede tra resistenza e resa, lotta e dono di sé
(Egidio Palumbo)


MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE
Dov’è l’uomo? Il post-umanesimo ci interpella
(Maurilio Assenza).


Per informazioni: 
Chiesa del Carmine – Tel. 0909762800

Guarda anche la locandina:
- Mercoledì della Spiritualità 2022 (PDF)