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mercoledì 2 settembre 2026

ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati


ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO

Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati



Caro Angelo,

domani aspetterò la tua telefonata.
So che non arriverà.
Ma la aspetterò lo stesso.

Perché il cuore ha una sua maniera di misurare il tempo, e non conosce la morte. Conosce le attese. Le presenze. Le voci. Conosce quel momento preciso della giornata in cui qualcuno arriva nella nostra vita e, semplicemente, c’è.

Tu c’eri.
Ogni giorno.
Una telefonata. Poche parole. Una benedizione.

Una carezza.

E adesso dovrò imparare una cosa che non volevo imparare: che esistono silenzi che hanno esattamente la forma di una voce che abbiamo amato.

Ma questa sera, Angelo, mentre penso a te, mi attraversa un pensiero diverso.
Forse abbiamo sempre capito male il tempo.

Diciamo che un uomo vive settant’anni, ottanta, novanta, e poi entra nell’eternità.
Come se l’eternità cominciasse dopo.
Come se Dio aspettasse alla fine della strada.
Io invece oggi penso che sia il contrario.
Nel mistero di Dio, ogni giorno della nostra vita quaggiù è un giorno sottratto all’eternità.
Un giorno che Dio prende dall’infinito e consegna al tempo.

Un giorno in più per incontrarci.
Per volerci bene.
Per sbagliare.
Per ricominciare.
Per dire una parola.
Per fare una telefonata.
Per benedire qualcuno.

E allora forse tu non sei entrato oggi nell’eternità.
Ci sei tornato.

E improvvisamente capisco che tutti questi anni non sono stati il tempo che ti separava da Dio.
Sono stati il tempo che Dio ha sottratto a sé per regalarti a noi.
Questo cambia tutto.

Non diminuisce il dolore.
Lo rende, semmai, più preciso.
Perché significa che ogni giorno in cui ci sei stato era un dono che non ci spettava.

Anche ieri.
Anche l’ultima parola.
Anche l’ultima benedizione.
Perfino l’ultima volta in cui abbiamo detto «a domani» senza sapere quanto fosse immensa quella parola.

A domani.
Forse tutta la fede cristiana sta lì.

Quando venni a trovarti, nella tua stanza vidi una fotografia appesa al muro.
Una sola.
David Maria Turoldo.

Eravate stati amici.
Ricordo quella fotografia perché oggi mi sembra quasi una profezia rimasta per anni appesa a una parete.
Lui aveva il fuoco nelle parole.
Tu avevi un altro dono.
La tenerezza.

Turoldo, poeta del fuoco.
Casati, poeta della tenerezza.

Ma la tua tenerezza non era il garbo innocuo degli uomini miti.
Era una cosa molto più seria.
Era il tuo modo di resistere.

Hai attraversato una Chiesa che qualche volta ha avuto paura delle domande continuando a fare domande.
Hai attraversato un mondo che alzava la voce continuando a parlare piano.
Hai incontrato uomini che chiedevano giudizi e hai preferito ascoltare.
Hai incontrato ferite e non hai avuto l’arroganza di spiegarle.

Ti sei avvicinato.

E forse, Angelo, tutto quello che hai scritto, predicato, cercato, alla fine può stare dentro un verbo soltanto:
avvicinarsi.

Perché è questo che fa Dio.
Si avvicina.

Forse il Vangelo è infinitamente più semplice di quanto siamo riusciti a farlo diventare.
Dio si avvicina all’uomo.
E l’uomo, quando finalmente lo comprende, comincia ad avvicinarsi agli altri.

Tu lo facevi.

Anche con una telefonata.
Ogni giorno mi benedicevi.
E oggi quella benedizione mi appare per ciò che veramente era.
Non una formula.
Non il gesto di un prete.

Una carezza.

Era il tuo modo di dirmi: io so che ci sei.
E non c’è forse benedizione più grande.

Per questo oggi non voglio parlare del grande sacerdote, dello scrittore, dell’uomo spirituale, della voce libera della Chiesa.
Altri lo faranno.
Io voglio pronunciare tre parole molto più povere.
E molto più vere.

Amico.
Padre.
Fratello.

Amico, perché con te potevo arrivare senza prepararmi.

Padre, perché non mi hai mai chiesto di diventare simile a te.

Fratello, perché per parlarmi di Dio non sei mai salito un gradino più in alto.

Sei rimasto accanto.
Alla stessa altezza.
Quella degli occhi.

E forse è proprio lì che Dio preferisce farsi incontrare.
Non sopra le nostre teste.
All’altezza degli occhi.

Adesso rimane il silenzio.

Domani verrà il momento della giornata in cui il mio cuore aspetterà la tua voce.

Per un istante dimenticherò.
Poi ricorderò.
E farà male.

Ma proverò a pensare che non manca qualcosa al mio domani.

È stato dato qualcosa a tutti i miei ieri.

Un giorno sottratto all’eternità.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.

Fino a fare una vita.

La tua.

Quella che Dio ha prestato al nostro tempo.
E che ora il tempo gli restituisce.

C’è ancora quella fotografia, Angelo.
Turoldo.
Una sola immagine sulla parete.

Mi piace pensare che adesso quella distanza non esista più.

Il poeta del fuoco e il poeta della tenerezza.

Chissà cosa vi sarete detti.

Anzi, spero niente.

Perché avete passato una vita a cercare parole capaci di dire Dio.
Adesso non servono più.
Adesso sapete.

E forse il Paradiso è proprio questo:
il luogo in cui finalmente tacciono tutte le parole su Dio,
perché resta soltanto Dio.

Vai, Angelo.

O forse no.

Torna.

Torna a quell’eternità alla quale, per tutti questi anni, Dio ti aveva sottratto per donarci un amico, un padre, un fratello.

E domani, quando senza pensarci aspetterò ancora la tua telefonata, non dirò che non sei più qui.
Dirò soltanto che la tua benedizione deve aver trovato un’altra strada.

Perché certe carezze non finiscono.

Cambiano distanza.

Ciao, Angelo.

Grazie per tutto il tempo che l’eternità ci ha regalato di te.

Mimmo
(fonte: Chiesa di Napoli 01/09/2026)

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Vedi anche il post precedente: