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lunedì 15 giugno 2026

MESSAGGIO DI PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DEI POVERI: «Il Signore è il rifugio del povero» - Da Papa Leone XIV forte denuncia contro corruzione, egoismo ed accuse all’indifferenza digitale e alla cultura dello scarto


«La Chiesa deve essere povera e rifugio per i poveri». 
La povertà specchio della crisi spirituale del nostro tempo. 
Da Papa Leone XIV: forte denuncia contro corruzione e egoismo ed accuse all’indifferenza digitale e alla cultura dello scarto 


Oggi sembra prevalere una logica che genera esclusione, umiliazione e sfruttamento, fino a colpire intere popolazioni. Davanti a questo il Papa richiama le parole severe del Salmo: “Divorano il mio popolo come il pane”, nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, che si celebrerà il prossimo novembre.

Nel testo diffuso domenica 14 giugno, Leone XIV affida alla Chiesa e al mondo una riflessione intensa sul rapporto tra fede, giustizia sociale e dignità umana. Il tema scelto, tratto dal Salmo 14, “Il Signore è il rifugio del povero”, diventa la chiave di lettura di un documento che denuncia con forza le nuove forme di esclusione e invita i cristiani a riscoprire il volto di Dio nei più fragili.

Il Pontefice parte dalla drammatica esperienza del popolo d’Israele durante la distruzione del Tempio di Gerusalemme per sottolineare come ogni epoca conosca forme diverse di povertà e smarrimento. “Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere”, scrive Leone XIV, osservando che ancora oggi “è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa”.

Il Papa denuncia una società che sembra aver smarrito il senso della trascendenza e che sempre più spesso vive come se Dio non esistesse. “La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale”, afferma.

Secondo Leone XIV, le conseguenze di questa deriva ricadono anzitutto sui poveri. “L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione”.

Le nuove forme di emarginazione nell’era della tecnologia

Nel Messaggio per la X Giornata Mondiale dei Poveri, Papa Leone XIV concentra l’attenzione sulle modalità con cui le società contemporanee tendono a silenziare le richieste di giustizia provenienti dagli ultimi. “Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste”, scrive il Pontefice. Una denuncia che si estende anche all’ambiente digitale, accusato di amplificare pregiudizi e disinteresse. “L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause”.

Di fronte a questa situazione, il Papa richiama la fiducia in Dio come unica certezza per chi vive condizioni di esclusione. “Al povero non resta che gridare verso Dio e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia”.

Leone XIV osserva che proprio la povertà permette spesso di cogliere ciò che è essenziale. “Il povero sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale”. Per questo motivo egli è in grado di mantenere viva la speranza anche quando tutto sembra negarla.

Il Pontefice dedica parole di consolazione ai tanti che vivono sofferenza e solitudine. “Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore”. Una riflessione che trasforma il tema della povertà da semplice questione sociale a profonda esperienza spirituale e umana.

«Gesù è il rifugio di Dio per i poveri». Il Papa richiama la Chiesa alla condivisione e alla prossimità: Cristo si identifica con gli ultimi e gli emarginati

Il cuore teologico del Messaggio scritto da Leone XIV si sviluppa nella meditazione sulla figura di Gesù Cristo, presentato come il compimento della promessa contenuta nel Salmo.

“Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo”, afferma il Papa. Con l’Incarnazione, spiega, Dio non resta distante dal dolore umano ma entra nella storia condividendone fino in fondo la fragilità. “Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi”.

Leone XIV sottolinea che Cristo non si limita a proteggere chi soffre ma ne assume la condizione. “In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce”. Da qui nasce l’appello rivolto alle comunità cristiane affinché sappiano riconoscere il volto di Cristo nei dimenticati del nostro tempo.

“I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane”, osserva il Pontefice. E aggiunge: “Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno”.

La Chiesa è chiamata a rendere concreta questa presenza. “Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità”. Un compito che riguarda soprattutto chi è privo di casa, lavoro, istruzione, salute e sicurezza, per i quali il Papa indica nella condivisione la via privilegiata del Regno di Dio.

Un esame di coscienza per tutta la comunità cristiana

Nell’ultima parte del Messaggio, Papa Leone XIV rivolge alla Chiesa una serie di interrogativi che assumono il tono di un vero esame di coscienza collettivo.

“In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero”, scrive. Per il Pontefice, la comunità cristiana non può accettare che milioni di persone restino invisibili. “La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura”.

Richiamando Sant’Agostino e la parabola del ricco e del povero Lazzaro, Leone XIV ricorda che Dio guarda la storia da una prospettiva diversa da quella del successo e del potere. Per questo ripropone la domanda fondamentale: quale posto occupano davvero i poveri nelle nostre comunità?

“Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese?”, domanda il Papa.

Il documento si conclude con il richiamo all’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Leone XIV ricorda l’episodio in cui il Poverello scambiò i propri abiti con quelli di un mendicante per condividere concretamente la sua condizione. “Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro”.

Da qui l’auspicio finale: che la X Giornata Mondiale dei Poveri diventi “una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità”. Un appello che Leone XIV affida all’intercessione della Vergine Maria, perché la Chiesa continui a camminare accanto agli ultimi e a riconoscere in essi il volto stesso di Cristo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 14/06/2026)

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA X GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 15 novembre 2026

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Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6)

1. Il Signore è il rifugio del povero (cfr Sal 14,6). Le parole del Salmista suggeriscono il percorso che siamo chiamati a compiere in vista della X Giornata Mondiale dei Poveri. Ancora una volta è necessario ritornare alla Parola di Dio per verificare l’importanza che i poveri hanno nella vita della Chiesa. L’espressione del Salmo diventa criterio di giudizio per l’esistenza cristiana perché rivela il volto di Dio e riconosce la povertà umana. In un momento storico drammatico, infatti, quale fu la distruzione del tempio di Gerusalemme, il popolo si sentì privato della presenza di Dio e sperimentò una miseria materiale e morale senza precedenti.

Ad ogni generazione questa Parola appare in tutta la sua attualità. Fin dall’inizio mostra la contraddizione in cui si cade spesso ancora ai nostri giorni. La prima costatazione, in effetti, è questa: «Lo stolto pensa: “Dio non c’è”. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene» (Sal 14,1). Essa evidenzia il contrasto tra quanti si comportano con saggezza e quanti invece trascinano la loro vita come se non ci fosse nulla sopra di loro. Si nota, purtroppo, come sia diffusa anche ai nostri giorni un’ingiustizia sociale che sgorga dalla corruzione tracotante, tanto deplorevole quanto discriminatoria. La perdita di senso della trascendenza nella vita quotidiana non è più tanto una negazione teorica dell’esistenza di Dio; piuttosto si evidenzia nella mancata considerazione della sua bontà e misericordia per la costruzione della giustizia personale e sociale.

I primi a doverne subire le conseguenze sono i poveri, non a caso in aumento in molte società. L’assenza di Dio pone le persone non più una accanto all’altra nel rispetto reciproco, ma una sopra l’altra nel segno del dominio e della sopraffazione. Viene così esibita una dissacrante logica di prevaricazione e di scarto che emargina e umilia. In questa condizione si trovano non solo singole persone, ma intere popolazioni. Le parole del Salmo risuonano ancora colme di verità: «Divorano il mio popolo come il pane» (Sal 14,4).

2. Il grido di giustizia dei poveri oggi viene spento con molteplici tecniche, sempre più subdole, fino a rendere afono ogni loro sforzo di fare udire le proprie richieste. L’ambiente digitale radicalizza il pregiudizio nei loro riguardi e accresce la cortina di indifferenza che circonda le loro cause. Al povero non resta che gridare verso Dio (cfr Sal 34,7) e far giungere a Lui il lamento, avendo certezza di essere ascoltato perché Dio è fedele e ricco di misericordia. Quanti sono oppressi, umiliati e indifesi crescono anche oggi nella certezza di doversi abbandonare a Dio carichi di fiducia e di attesa. In questo totale affidamento, rifiorisce il senso della propria dignità, si riconoscono sorelle e fratelli con cui organizzare i propri sogni, la speranza diventa silenziosamente realtà. Rifugiarsi in Dio equivale a trovare la protezione vera e sicura, quella che i potenti non possono garantire e preferiscono negare.

Il povero, però, sa riconoscere più di altri l’essenziale, perché vive dell’essenziale. Più simile di tutti a Cristo, riconosce Dio come proprio rifugio anche quando le circostanze sembrano smentirlo, ed è colmo di speranza per la sua giustizia, che non tarda a manifestarsi. Nella notte dell’abbandono e della solitudine, il povero “abita al riparo dell’Altissimo” (cfr Sal 91,1). Quanti sono afflitti, quanti subiscono ingiustizia e vengono offesi, quanti sono nella sofferenza e nel dolore, quanti sono soli e privi di senso della vita possono trovare consolazione e nuova motivazione presso il Signore.

3. Essere rifugio non è solo una promessa, ma diventa realtà nella persona di Gesù Cristo. Dio prende dimora presso di noi con l’incarnazione del Figlio, che rende concreto e visibile il rifugio sperato. Gesù Cristo è realmente il rifugio di Dio per i poveri. Per la sua obbedienza al Padre, discende fino al punto più basso, dove si trovano gli ultimi. A tutti viene incontro e a ciascuno offre rifugio sicuro: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). In Gesù, Dio non solo protegge, ma condivide la povertà umana fino alla croce.

I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane. Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno. Lo incontrino, anzitutto, in coloro che si dicono cristiani. Nella Chiesa, suo Corpo, è Gesù che offre pane e amicizia; porta luce e un orizzonte di speranza; pronuncia il nome di ciascuno e restituisce a tutti dignità. Gesù di Nazaret è il dono di Dio ai poveri. In Lui tutte le promesse diventano realtà. Per quanti sono privi di una casa, di un lavoro, dell’istruzione, del cibo, della salute si apre una nuova via: la condivisione come espressione del Regno di Dio (cfr Mt 5,3). All’ossessione di quanti accumulano ricchezze solo per sé si oppone l’ostinazione di Dio che, nella testimonianza di persone in carne e ossa, apre il cuore e accoglie nel suo amore.

4. In Cristo siamo chiamati dunque anche noi a diventare poveri e a farci rifugio per il povero. La comunità cristiana non può rimanere insensibile davanti ai tanti che oggi sono alla porta e rimangono invisibili a quanti stanno chiusi tra le proprie mura. La Chiesa, per sua stessa natura, è chiamata ad essere povera e rifugio per i poveri. Non dimentichiamo il commento di Sant’Agostino alla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro: «Ci ha taciuto il nome del ricco e ci ha detto il nome del povero. Il nome del ricco andava di bocca in bocca, ma Dio l’ha taciuto; il nome del povero passava sotto silenzio, ma Dio ce l’ha rivelato. […] Tu cosa sceglieresti? Essere povero come Lazzaro o essere ricco come l’altro? Non lasciarti ingannare! Ascolta quale fu la fine e nota la scelta cattiva» (Sermo 33A, 4).

Come ho ricordato nell’Esortazione apostolica Dilexi te, «verso i poveri Dio mostra predilezione: prima di tutto a loro è rivolta la parola di speranza e di liberazione del Signore e, perciò, pur nella condizione di povertà o debolezza, nessuno deve sentirsi più abbandonato. E la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato” (n. 21).

Sorgono inevitabili alcune domande, che in questa X Giornata Mondiale dei Poveri abbiamo urgenza di far risuonare nella nostra mente e nel nostro cuore. Siamo segno di un Dio che è rifugio per i poveri? Abbiamo coscienza della nostra povertà e la preferiamo all’ingiusta ricchezza? Arriviamo là dove si trovano i poveri, sperimentando la loro marginalità? Ne ascoltiamo i pensieri e ne condividiamo le attese? Ne pronunciamo nomi con tenerezza divina? La nostra carità riattiva e sostiene in loro il desiderio di giustizia e di riscatto? Questi e molti altri interrogativi obbligano a un serio esame di coscienza, per verificare quanto ancora siamo chiamati a diventare a favore dei poveri e per la loro liberazione. Allora vedremo che i poveri diventano loro stessi rifugio per altri. L’esperienza della povertà rende particolarmente sensibili a una rinnovata solidarietà davanti alle sfide.

L’amore di Cristo ci rende infatti partecipi della vita d’amore di Dio. In questo senso, i cristiani sono chiamati non solo a cercare rifugio in Dio, ma anche a farsi in Dio un rifugio per gli altri, senza «distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio. Ognuno è un dono per gli altri» (Omelia, 17 agosto 2025).

5. L’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi ci sollecita a ricordare come, giunto a Roma pellegrino alla tomba dell’apostolo Pietro, egli fu colto da compassione per i mendicanti. Per comprendere e sperimentare la loro sofferenza, si tolse i propri abiti e li scambiò coi vestiti stracciati di uno di loro, sedendosi a chiedere l’elemosina e trascorrendo l’intera giornata in mezzo ai poveri con gioia di spirito (cfr Fonti Francescane, 1405-1406). Vogliamo testimoniare che è possibile, anche oggi, sperimentare la medesima letizia nel mettersi nei panni dei poveri e nell’ascoltarli anziché soltanto parlare di loro. Chi ha Dio per rifugio è libero di compiere scelte profetiche, che testimoniano come tutto possa essere ripensato dal basso, nell’umiltà e nella fraternità che, sole, riparano un mondo ferito dalla prepotenza.

Confido che questa X Giornata Mondiale dei Poveri possa costituire una tappa significativa per riscoprire il volto di tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio in Dio e desiderano sentirsi a casa nelle nostre comunità. Manteniamo viva l’obbedienza alla Parola di Dio, che provoca alla conversione del cuore. La Vergine Maria, che nella carne crocifissa del Figlio ha contemplato l’amore di Dio che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote (cfr Lc 1,53), interceda per noi.

Dal Vaticano, 13 giugno 2026, memoria di Sant’Antonio di Padova.

LEONE PP. XIV


sabato 23 maggio 2026

Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta


Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta

(Foto di Quirinale.it)

Nel nostro Paese le disuguaglianze economiche rimangono marcate, più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione non à stata in grado di risparmiare nell’ultimo anno. Quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. E la povertà assoluta continua a interessare soprattutto le famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

E’ quanto certifica uno dei Capitoli (il 2° Capitolo relativo a “Popolazione e società”) del Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, giunto alla sua trentaquattresima edizione, che offre un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. Un Capitolo che delinea un Paese attraversato da profondi cambiamenti demografici, da persistenti disuguaglianze territoriali e sociali e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile. Una situazione che pone sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e che richiede politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. L’Istat specifica che si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi e conferma che un fattore di protezione decisivo sono senz’altro i livelli di istruzione più elevati che si associano a condizioni di vita migliori e a un minore rischio di disagio economico. Il Rapporto, nel considerare la continua diminuzione del numero medio di figli e la costante posticipazione della genitorialità (che determina uno squilibrio demografico, per fortuna attenuato da una dinamica migratoria positiva, con ingressi dall’estero superiori alle uscite, che contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale), si sofferma sulle intenzioni di fecondità, che rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui.

“Più della metà delle persone ritiene, si legge nel Rapporto Istat 2026, che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento). In modo speculare, questi ultimi prevedono un peggioramento delle opportunità lavorative della partner in misura doppia rispetto alle donne (34,7 contro 15,0 per cento). Le preoccupazioni legate al lavoro, all’autonomia personale e alla realizzazione di altri obiettivi di vita possono arrivare a scoraggiare i progetti riproduttivi. A conferma di questi timori, infatti, chi non intende avere figli mostra aspettative di peggioramento associate all’avere un figlio più elevate rispetto a chi invece desidera averne, soprattutto per quanto riguarda aspetti come le opportunità di lavoro (42,6 per cento contro il 33,6 per cento tra chi intende averne), la vicinanza con il partner (14,2 per cento contro 4,0 per cento) e la possibilità di realizzare altri obiettivi nella vita (32,8 per cento contro 24,3 per cento)”.

E’ in atto una trasformazione dei valori e delle priorità individuali, associata alla presenza di barriere strutturali: precarietà lavorativa, difficoltà abitative, carenza di servizi per l’infanzia, squilibri nei carichi di cura, incertezza economica e instabilità delle relazioni. Anche l’impegno di cura verso i propri genitori, in un Paese fatto sempre più di anziani, frena le prospettive genitoriali, ben più di quello verso i propri figli. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani, da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5 per cento: 12,9 tra gli uomini e 10,4 tra le donne). L’impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni (12,0 per cento tra i 35 e i 44 anni) e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Comprendere perché molte intenzioni non si traducano in scelte concrete è, dunque, un passaggio chiave per promuovere condizioni più favorevoli alla realizzazione dei desideri riproduttivi e, più in generale, per sostenere la vitalità demografica del Paese. Anche il 3° Capitolo del Rapporto, relativo a “Capitale umano e sociale” conferma che le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale.

Qui il Rapporto ISTAT 2026
 (fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 22.05.26)



martedì 20 gennaio 2026

Disuguaglianza, la legge del più ricco


La concentrazione estrema della ricchezza 
frena la lotta alla povertà e mina la democrazia globale. 
Il rapporto di Oxfam al Forum di Davos

Disuguaglianza, la legge del più ricco


Nel 2025 la ricchezza dei miliardari ha raggiunto un livello senza precedenti nella storia recente. Secondo il nuovo rapporto di Oxfam, presentato oggi in apertura del World Economic Forum di Davos, i miliardari nel mondo sono ormai oltre 3.000 e detengono un patrimonio complessivo pari a 18.300 miliardi di dollari. Una crescita del 16% in termini reali rispetto all’anno precedente e a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni.

«Il rapporto fotografa ancora una volta i vincitori e i vinti dell’economia globale», spiega Misha Maslennikov, ricercatore e analista di politiche pubbliche per Oxfam-Italia. «Siamo di fronte a un ammontare esorbitante di ricchezza, cresciuto dell’81% rispetto al 2020, che equivale a circa otto volte il Pil di un Paese come l’Italia». Una cifra quasi equivalente alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità ossia 4,1 miliardi di persone, mentre la povertà estrema è di nuovo in aumento in Africa.

Una ricchezza che, sottolinea Oxfam, sarebbe sufficiente a eliminare la povertà estrema nel mondo ben 26 volte. Eppure, alla crescita vertiginosa dei patrimoni dei super-ricchi non corrisponde alcun progresso nella riduzione della povertà globale: «Il tasso di riduzione della povertà resta sostanzialmente invariato da sei anni», osserva Maslennikov. «Se la crescita economica non diventerà inclusiva e meglio redistribuita, rischiamo di mancare l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro il 2030 e di ritrovarci, nel 2050, con ancora un terzo della popolazione mondiale — quasi 3 miliardi di persone — in condizioni di povertà».

Secondo Oxfam, l’accumulo estremo di ricchezza non è un fenomeno neutro, ma alimenta un circolo vizioso che rafforza anche la concentrazione del potere politico. «Nel rapporto mettiamo in evidenza un legame strutturale tra concentrazione di ricchezza e concentrazione di potere», afferma Maslennikov. «Gli individui più ricchi utilizzano il proprio potere economico per orientare le politiche pubbliche a proprio vantaggio, anziché nell’interesse collettivo».

Questa dinamica, prosegue Oxfam, rappresenta un fallimento dei sistemi democratici: le disuguaglianze estreme erodono il patto civico, lacerano il tessuto sociale e alimentano sfiducia e frammentazione. In molti Paesi si rafforza una frattura territoriale tra “luoghi che contano” e “luoghi che non contano”, aree lasciate indietro dove lo sviluppo ristagna e cresce il consenso verso proposte politiche populiste o estremiste, che promettono cambiamenti radicali ma finiscono per consolidare lo status quo.

Oxfam segnala inoltre l’impatto delle disuguaglianze sui sistemi di informazione. «Il controllo dei media è uno dei canali principali attraverso cui il potere economico esercita un’influenza sproporzionata sul dibattito pubblico», spiega Maslennikov. «Sette dei più grandi gruppi mediatici mondiali sono oggi controllati da miliardari, contribuendo a screditare alternative più egualitarie e a legittimare moralmente le disuguaglianze».

Un altro nodo centrale è il debito dei Paesi più poveri. Per Oxfam si tratta di una vera e propria “tegola” che limita lo spazio fiscale necessario per investire in istruzione, sanità e welfare. «Troppi Paesi oggi spendono più per il servizio del debito che per la salute e l’educazione dei propri cittadini», denuncia Maslennikov, evidenziando come ciò accentui ulteriormente le disuguaglianze globali.

Di fronte a questo scenario, Oxfam chiede un cambio di paradigma: ristrutturazione e cancellazione del debito dei Paesi più poveri, un fisco più equo a livello globale e l’introduzione di uno standard internazionale di tassazione dell’estrema ricchezza.

All’Italia, Oxfam chiede di assumere un ruolo più attivo: aumentare le risorse destinate alla cooperazione internazionale fino allo 0,7% del reddito nazionale lordo, sostenere una tassazione globale dei super-ricchi e promuovere l’istituzione di un panel internazionale sulla disuguaglianza, sul modello dell’Ipcc per il clima, capace di valutare con rigore scientifico l’impatto delle politiche pubbliche sulle disparità.

«La via d’uscita dal baratro della disuguaglianza esiste», conclude Oxfam, «ma richiede volontà politica, cooperazione internazionale e la scelta di rimettere uguaglianza, diritti e democrazia al centro delle decisioni economiche globali». 
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Stefano Leszczynski 19/01/2026)


martedì 18 novembre 2025

IX GIORNATA MONDIALE DEI POVERI GIUBILEO DEI POVERI - 16/11/2025 A tavola con il Papa dove la fame trova sollievo, amicizia, speranza (Cronaca, foto, testo e video)

I saluti prima e al termine del pranzo

Una festa di gratitudine
e di fraternità



Dopo aver celebrato la messa in basilica Vaticana e aver guidato la recita dell’Angelus in piazza San Pietro, il Papa si è recato dapprima alla Grotta di Lourdes, per salutare alcuni poveri che hanno pranzato nei Giardini Vaticani, quindi ha raggiunto l’Aula Paolo VI per condividere il pasto con 1.300 bisognosi invitati dal Dicastero per il Servizio della Carità, in occasione del loro Giubileo. 

Pubblichiamo il testo del saluto pronunciato a braccio da Leone XIV prima dell’inizio del pranzo nell’Aula Nervi.

Buongiorno a tutti. Buongiorno!

Con grande gioia ci raduniamo in questo pomeriggio per il pranzo, nella Giornata [dei Poveri] che tanto ha voluto il nostro amato, mio predecessore, Papa Francesco. Un forte applauso per Papa Francesco.

Questo pranzo che adesso riceviamo è offerto, dalla Provvidenza e dalla grande generosità della Comunità di San Vincenzo, i Vincenziani che vogliamo ringraziare. E poi è un anniversario: sono 400 anni dalla nascita del loro fondatore. Loro ci accompagneranno servendo al tavolo. Tanti auguri a tutti voi, i sacerdoti, le religiose, i laici volontari che lavorano in tutto il mondo aiutando tante persone povere e persone che vivono diverse necessità. Siamo davvero, davvero pieni di questo spirito di ringraziamento, di gratitudine in questa giornata.

Adesso, allora, chiediamo che il Signore benedica i doni che riceveremo, che benedica la vita di ognuno di noi qui presente, i nostri cari, i familiari, le persone che tanto hanno fatto per accompagnarci. Diamo anche la benedizione del Signore a tante persone che soffrono a causa della violenza e della guerra, della fame; e che noi oggi possiamo celebrare questa festa in spirito di fraternità.

Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Amen
Benedici Signore noi e questi doni che riceviamo dalla tua provvidenza. Benedici la nostra vita, la nostra fraternità. Aiuta, tutti noi, a camminare sempre uniti nel tuo amore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen

Tanti auguri e buon appetito!

E queste sono le parole con cui Leone XIV si è congedato dall’Aula Paolo VI al termine del pranzo con i poveri.

Adesso vogliamo ringraziare per la musica tutta l’orchestra,
i cantanti, tutti. Grazie!

Prima di andare via potete portare via un po’ di frutta: in tutte le tavole c’è la frutta da Napoli: è buonissima! Portate via anche la frutta.

E poi, alla porta, prima di uscire, c’è un regalo che aspetta ognuno di voi.

Adesso ringraziamo il Signore per i tanti doni che abbiamo ricevuto, anche per la gioia di trovarci qui in famiglia, una bellissima famiglia, in questo giorno di domenica.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Signore ti ringraziamo per tutti i doni ricevuti dalla tua provvidenza, Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Ringraziamo di nuovo i tanti benefattori, la Comunità di San Vincenzo, i Vincenziani che sono qui, il Padre generale, e anche il Cardinale Konrad Krajewski che ci accompagna sempre. Grazie, grazie Eminenza!

Tanti auguri a tutti!

Finiamo con la benedizione.

Il Signore sia con voi.
Dio Padre Onnipotente benedica tutti voi, vi accompagni sempre. E la sua benedizione,
nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

Tanti auguri. Buona domenica!
(fonte: L'Osservatore Romano 17/11/2025)

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A tavola con il Papa dove la fame trova 
sollievo, amicizia, speranza

In Aula Paolo VI, la Giornata mondiale dei Poveri si celebra in un clima di grande familiarità, gioia e unità. Sono 1300 gli ospiti di ogni provenienza che hanno potuto gustare il pranzo offerto dalla famiglia dei Vincenziani, alleggerendo il carico di preoccupazioni che si accompagna a vicende dolorose fatte per lo più di di abbandoni, malattie, disoccupazione. Tra i commensali, storie di fatica e tentativi di risalita


Una giovane suora allatta con un biberon un neonato di origini africane. Lei, Missionaria della Carità, povera tra i più poveri del mondo, indugia sul suo piatto di lasagne con verdure perché prioritario è nutrire il piccolo. In Aula Paolo VI è una festa sulle note della tradizione melodica napoletana eseguita dal vivo dalla piccola orchestra di Forcella ad allietare il convivio nella IX Giornata mondiale dei Poveri. Il Papa, arrivato dopo la recita dell'Angelus in San Pietro, prende posto nella tavolata allestita al centro in prossimità del palco e condivide qualche parola di benvenuto:

Con grande gioia ci raduniamo in questo pomeriggio per questo pranzo, in questa Giornata che tanto ha voluto il nostro tanto amato, il mio predecessore, Papa Francesco. Un forte applauso per il Papa Francesco.

La fraternità è la vita

Arriva dopo una sosta davanti alla Grotta di Lourdes dove ha salutato un gruppo di poveri che pranzano nei Giardini Vaticani. Il suo è un rendere grazie a Dio per i tanti doni ricevuti, la vita, la fede, la fraternità. Insiste sull'importanza della fraternità, che è la vita, esclama. E poi il grazie agli organizzatori e a tutti i benefattori. Che il vero amore, è la preghiera del Successore di Pietro, si riversi nei cuori di ciascuno affinché si sia consapevoli della sorgente dei doni, che è il Signore.

Nutrire i corpi, sfamare l'anima

Il pensiero del Pontefice, nell'atto di benedire la mensa in Aula, è anche per le "tante persone che soffrono a causa della violenza e della guerra, della fame". Anche qui Leone invoca lo spirito di fraternità che sembra proprio vivificarli questi corpi infiacchiti, disorientati, timidi, border line. Ce ne sono altri euforici, molto euforici, altri ancora diffidenti. Girare tra i tavoli rotondi imbanditi dai Vincenziani - che offrono il pranzo ai 1300 ospiti di questa domenica e che nell'atrio hanno preparato per ciascuno di loro un kit per la cura personale contenente anche un piccolo panettone augurale - ha una densità forte. Dal quartiere romano di Primavalle alla Nigeria, dall'Ucraina alla periferia laziale, da Cuba a Barcellona.

La suora di Madre Teresa di Calcutta dice che le foto sì, quelle si possono fare. Accenna alla loro casa alla periferia della capitale dove transitano per brevi periodi mamme con i propri bambini: situazioni di varia difficoltà trovano nella assistenza di queste consorelle, discrete e infaticabili, una possibilità di tregua. Una donna allatta al seno il suo piccolo, con garbo, cura, tenerezza solcata da una malcelata stanchezza. È la maternità biologica che si incrocia con quella spirituale, è la femminilità che si esprime nelle forme più delicate, cariche di sogno, di offerta.

Perdere il lavoro, esporsi alla rassegnazione

L'occasione speciale per la grande famiglia religiosa dei Vincenziani è quella della celbrazione dei 400 anni dalla nascita del fondatore. Sfilano decine e decine di persone che servono ordinatamente le pietanze: al primo segue una cotoletta e il babà come dessert. C'è della frutta "buonissima" che il Papa, alla fine del pranzo, invita tutti i commensali a prendere e portare a casa. Viene da Napoli. Dalla Campania e dalla Basilicata partecipano ospiti che ci tengono a difendere un sano amor proprio: "Io ho perso il lavoro perché mi hanno riscontrato una invalidità. Lavoravo da poco come addetta in una mensa, non ero abbastanza tutelata e hanno pensato senza troppi scrupoli di mandarmi via. Ho sessant'anni, mi arrangio, non è facile ma ci tengo al decoro, bisogna sempre sorridere". Storie di disoccupazione sono riscontrabili un po' ovunque: l'impiego può venir meno nelle fabbriche del Sud andate in crisi o alla morte di un genitore a cui si faceva da badante percependone il reddito. Se si perde la fonte con cui comprare il pane si è più esposti a non trovare un'altra àncora.

Il Papa tra i suoi commensali (@Vatican Media)

Il senso della vita è aiutare gli altri

Molti, tuttavia la trovano un'altra possibilità. Trovano centri di ascolto, luoghi da cui ripartire per rimettersi nei circuiti giusti. Non è facile ma ci si prova. La provvidenza fa il resto. Accade ad Assisi, per esempio, da dove arriva un gruppo della 'Casa di Papa Francesco' gestita dai Frati minori a Santa Maria degli Angeli. Un'accompagnatrice parla di storie di dipendenze, malattie, abbandoni. Talvolta è un mix che travolge una persona e la butta sulla strada. E allora non vengono neppure le parole per raccontarsi, si fermano in gola. "Il senso della vita è aiutare gli altri - dice l'assistente -, i poveri sono Vangelo incarnato". E riecheggia quanto ha detto il Papa alla Messa, che i poveri non sono solo una categoria sociologica. Dalla Somalia, con ironia e un forte accento romanesco, una donna ricorda il suo servizio svolto per anni al Dono di Maria, a due passi dal Vaticano. Arrivata appena dodicenne a Roma, nel '77, il contatto con le suore l'ha avvicinata alla fede cattolica e l'ha portata a ricevere il Battesimo nel 2010 da Benedetto XVI durante la Veglia di Pasqua in san Pietro. Ora è alle prese con un brutto male ma non perde la capacità di scherzare e di rimboccarsi le maniche.

Un popolo di scartati rianimato dallo stare insieme

Da Leopoli c'è una ex badante, i cugini sono al fronte in Ucraina. La nostalgia è immensa, corruga il viso. "Andiamo avanti, che bisogna fare? Non so se la guerra avanzerà ancora, se potrò mai tornare nel mio Paese". Una storia "complicata" e misteriosa è quella dell'artista Francesco Cardillo, in arte Vardel. Di Gaeta, siede accanto a un gruppo della parrocchia romana di San Gregorio VII e mostra un album dove il tratto inconfondibile dei suoi disegni a penna nera si deposita aggrovigliato, come le vicissitudini 'ai margini' che lo hanno attraversato: "Ho casa occupata, mi hanno truffato... Oggi vorrei fare un disegno al Papa, con Francesco sono venuto già, adesso il Papa è nuovo...".

Una famiglia a tavola con Leone XIV (@Vatican Media)

Scout, operatori Caritas, religiose e laici: un popolo di prossimità a chi è vulnerabile solca un'Aula dove si celebra l'unità al di là di ogni appartenenza. Tra i commensali al tavolo del Papa c'è una donna con un libro a fumetti che ripercorre la storia di Pinocchio e che regalerà a Leone; c'è un giovane dalla Costa D'Avorio, di poche parole, non è cattolico: "Che importa, qui è bello perché ci si sente a casa, vengo dalla Calabria...". Poco distanti alcune donne da Chiclayo, in Perù. Sono qui da oltre vent'anni, il Papa lo hanno conosciuto a Roma: "Sono vedova, ho con me mia madre e mia figlia che sta facendo delle terapie mediche. Abbiamo chiesto la casa popolare da tanti anni, adesso siamo saliti nella lista degli assegnatari, speriamo bene. La fede ci aiuta, sono viva per Gesù. Meno male che in giro ci sono delle brave persone, di buona volontà". A fine pasto, il suggello della benedizione papale a cui si accompagna il rinnovato grazie di Leone a tutti, al padre generale dei Vincenziani, in modo particolare, e al cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 16/11/2025)

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lunedì 17 novembre 2025

IX GIORNATA MONDIALE DEI POVERI GIUBILEO DEI POVERI - 16/11/2025 SANTA MESSA L’appello di Leone: «Ascoltare il grido dei più poveri» (Commento/sintesi, foto, testo e video)

IX GIORNATA MONDIALE DEI POVERI
GIUBILEO DEI POVERI
SANTA MESSA

Basilica di San Pietro
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 16 novembre 2025

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L’appello di Leone: «Ascoltare il grido dei più poveri»

Nella basilica di San Pietro la Messa nella IX Giornata mondiale dei poveri. Dal Papa l’invito a formare la «cultura dell’attenzione» per spezzare l’isolamento.
Al termine il pranzo in Aula Paolo VI a 1.300 persone fragili

(foto: diocesi di Roma/Gennari)

Il grazie a chi quotidianamente si impegna per alleviare le sofferenze degli indigenti preceduto dal monito ai leader mondiali a farsi carico delle situazioni di ingiustizia e di disuguaglianza che affliggono il mondo. Su tutto la rassicurazione che, anche nei momenti più dolorosi della storia, il Signore non lascia solo nessuno, egli «ama di amore eterno». Nella IX Giornata mondiale dei poveri, celebrata domenica 16 novembre, Papa Leone XIV ha rilanciato dalla basilica di San Pietro l’importanza della missione caritativa della Chiesa analizzando le tante povertà, che non si possono ridurre a quelle materiali.

Nell’Eucaristia, presieduta dall’altare della Confessione, Prevost ha richiamato i cristiani a scongiurare «il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono il cammino». L’invito, in occasione del Giubileo dei poveri, è quello a formare la «cultura dell’attenzione» per spezzare l’isolamento e a lasciarsi «ispirare dalla testimonianza dei santi che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della spogliazione». In particolare, ha citato san Benedetto Giuseppe Labre, del quale sono state eccezionalmente portate in basilica le reliquie, conservate normalmente nella chiesa di Santa Maria ai Monti. Detto “il vagabondo di Dio”, perché non aveva fissa dimora, e aveva scelto il Colosseo come casa, «ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto».

Prima della celebrazione il Papa ha salutato e benedetto 12mila fedeli che per motivi di spazio non sono riusciti ad accedere in basilica, dove erano presenti 6mila fedeli. «Voi – ha detto dal sagrato – fate parte della Chiesa e potete seguire la Santa Messa anche dagli schermi. Partecipate con molto amore, con molta fede e sappiate che siamo tutti uniti in Cristo».

La Giornata mondiale dei poveri, celebrata per la prima volta nel 2017, è stata istituita da Papa Francesco con la Lettera apostolica “Misericordia et misera”, al termine del Giubileo della Misericordia. Ricorre ogni anno nella XXXIII domenica del tempo ordinario, per far riflettere le comunità e i singoli credenti sulla povertà come parte centrale del Vangelo.

Nell’omelia, Leone ha ricordato le «tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani» soffermandosi sulla solitudine, «il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte. Essa – ha affermato – ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale», prestando attenzione al prossimo in ogni luogo, anche in quello digitale, «fino ai margini», divenendo «testimoni della tenerezza di Dio. Oggi – ha proseguito -, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza». Da qui l’esortazione ai capi di Stato «ad ascoltare il grido dei più poveri, tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino».

Presenti alla liturgia molti operatori delle tante realtà che si occupano dei più vulnerabili, ai quali il Papa ha espresso «incoraggiamento a essere sempre più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica».

Al termine della celebrazione, l’Aula Paolo VI ha ospitato il pranzo dei poveri, quest’anno offerto dalla Congregazione della missione fondata da san Vincenzo de’ Paoli a circa 1300 fragili seguiti da varie realtà: Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Acli, Centro Astalli, Missionarie della Carità. Nella grande sala spiccano il bianco delle tovaglie e il rosso delle sedie intorno a 103 tavoli. Ma soprattutto la gioia sui volti degli ospiti che, increduli, si guardano intorno incapaci di trattenere «l’emozione», come dice Helin, 33enne nigeriana sostenuta dalle Acli. Con lei il più piccolo ospite del pranzo, il figlio Leon, 2 mesi. «Mi sento tanto fortunata a essere qui – dice -. È la prima volta che vengo in Vaticano, non posso descrivere i sentimenti che ho ora nel cuore».

Il pranzo è stato animato da 100 giovani del Rione Sanità di Napoli, che hanno eseguito “‘O sole mio” all’ingresso del Papa, il quale ha chiesto «un forte applauso» per Papa Francesco, che ha voluto questa giornata, e per la famiglia vincenziana. Per gli ospiti quella odierna è stata una «bellissima giornata». Lo affermano Nabil, la moglie Runa e il figlio Jeorge, arrivati dalla Libia in Italia a giugno con i corridoi umanitari e accolti dalla Comunità di Sant’Egidio. «Abbiamo sempre visto il Papa in televisione – dice il capofamiglia -. Mai avrei immaginato di pranzare a un tavolo vicino a lui».

Prima della Messa il Papa ha salutato padre Tomaž Mavrič, superiore generale della congregazione, che quest’anno celebra il 400° anniversario di fondazione, e incontrato diverse famiglie beneficiarie del progetto globale “13 Case”. Il pranzo, lasagne, cotolette, babà e frutta, è stato servito da 70 missionari vincenziani. Al termine del pranzo, la Famiglia Vincenziana d’Italia ha consegnato a ciascun invitato lo “Zaino di San Vincenzo”, contenente alimenti e prodotti per l’igiene personale.
(fonte: RomaSette, articolo di Roberta Pumpo 16/11/2025)

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Saluto a braccio ai fedeli radunati in Piazza San Pietro prima della Messa


Buongiorno, buona domenica!

Buongiorno a tutti e benvenuti!

Quando leggiamo il Vangelo, una delle frasi che tutti conosciamo è «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Noi tutti vogliamo essere fra i poveri del Signore, perché la nostra vita è un dono di Dio e lo riceviamo con tanta gratitudine.

Io vi ringrazio per la vostra presenza. La Basilica diventa un po’ piccola… Voi fate parte della Chiesa e potete seguire la Santa Messa anche dagli schermi. Partecipate con molto amore, con molta fede e sappiate che siamo tutti uniti in Cristo.

Allora, celebriamo l’Eucaristia e dopo ci vediamo per l’Angelus, qui in Piazza.

Dio vi benedica tutti. Buona domenica!


OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

le ultime domeniche dell’anno liturgico ci sollecitano a guardare la storia nei suoi esiti finali. Nella prima Lettura, il profeta Malachia intravede nell’arrivo del “giorno del Signore” l’ingresso nel tempo nuovo. Esso viene descritto come il tempo di Dio, in cui, come un’alba che fa sorgere un sole di giustizia, le speranze dei poveri e degli umili riceveranno dal Signore una risposta ultima e definitiva e verrà sradicata, bruciata come paglia, l’opera degli empi e della loro ingiustizia, soprattutto a danno degli indifesi e dei poveri.

Questo sole di giustizia che sorge, come sappiamo, è Gesù stesso. Il giorno del Signore, infatti, è non solo il giorno ultimo della storia, ma è il Regno che si fa vicino a ogni uomo nel Figlio di Dio che viene. Nel Vangelo, usando il linguaggio apocalittico tipico del suo tempo, Gesù annuncia e inaugura questo Regno: Lui stesso infatti è la signoria di Dio che si rende presente e si fa spazio negli accadimenti drammatici della storia. Essi, perciò, non devono spaventare il discepolo, ma renderlo ancora più perseverante nella testimonianza e consapevole che sempre viva e fedele è la promessa di Gesù: «Neppure un capello del capo perirà» (Lc 21,18).

Questa, fratelli e sorelle, è la speranza a cui siamo ancorati, pur dentro le vicende non sempre liete della vita. Anche oggi «la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunciando la morte del Signore finché Egli venga» (Lumen gentium, 8). E, dove sembrano esaurirsi tutte le speranze umane, si fa ancora più salda l’unica certezza, più stabile del cielo e della terra, che il Signore non farà perire neanche uno dei capelli del nostro capo.

Nelle persecuzioni, nelle sofferenze, nelle fatiche e nelle oppressioni della vita e della società, Dio non ci lascia soli. Egli si manifesta come Colui che prende posizione per noi. Tutta la Scrittura è attraversata da questo filo rosso che narra un Dio che è sempre dalla parte del più piccolo, dalla parte dell’orfano, dello straniero e della vedova (cfr Dt 10,17-19). E in Gesù, suo Figlio, la vicinanza di Dio raggiunge il vertice dell’amore: per questo la presenza e la parola di Cristo diventa giubilo e giubileo per i più poveri, essendo Egli venuto per annunciare ai poveri il lieto annuncio e predicare l’anno di grazia del Signore (cfr Lc 4,18-19).

Di tale anno di grazia partecipiamo in modo speciale ancora noi, proprio oggi, mentre celebriamo, con questa Giornata mondiale, il Giubileo dei poveri. Tutta la Chiesa esulta e gioisce, e in primo luogo a voi, cari fratelli e sorelle, desidero trasmettere con forza le parole irrevocabili dello stesso Signore Gesù: «Dilexi te - Io ti ho amato» (Ap 3,9). Sì, a fronte della nostra piccolezza e povertà, Dio ci guarda come nessun altro e ci ama di amore eterno. E la sua Chiesa, ancora oggi, forse soprattutto in questo nostro tempo ancora ferito da vecchie e nuove povertà, vuole essere «madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia» (Esort. ap. Dilexi te, 39).

Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine. Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio.

Oggi, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza.

La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino.

Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica (cfr Dilexi te, 110). È per questo che «la Chiesa come una madre cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli: dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti» (ivi, 75).

Impegniamoci tutti. Come scrive l’Apostolo Paolo ai cristiani di Tessalonica (cfr 2Ts 3,6-13), nell’attesa del ritorno glorioso del Signore non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi e in un intimismo religioso che si traduce nel disimpegno nei confronti degli altri e della storia. Al contrario, cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso. È sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono con noi il cammino.

In questo Giubileo dei poveri lasciamoci ispirare dalla testimonianza dei Santi e delle Sante che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della spogliazione. In particolare, vorrei riproporre la figura di San Benedetto Giuseppe Labre, che con la sua vita di “vagabondo di Dio” ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto. La Vergine Maria, che nel Magnificat continua a ricordarci le scelte di Dio e si fa voce di chi non ha voce, ci aiuti ad entrare nella nuova logica del Regno, perché nella nostra vita di cristiani sia sempre presente l’amore di Dio che accoglie, perdona, fascia le ferite, consola e risana.

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venerdì 17 ottobre 2025

17 ottobre Giornata mondiale per l’eliminazione della povertà: mentre il mondo parla di pace, la guerra fa nuovi poveri

17 ottobre Giornata mondiale per l’eliminazione della povertà: mentre il mondo parla di pace, la guerra fa nuovi poveri


“In un mondo che parla di pace, le guerre producono nuovi poveri”, denuncia Alleanza contro la povertà, in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della povertà (17 ottobre). “Le crisi internazionali alimentano disuguaglianze, carestie, migrazioni forzate e precarietà economica”.

Il conflitto in Ucraina, la guerra a Gaza e le tensioni diffuse in Medio Oriente e in Africa hanno generato una nuova ondata di povertà globale: l’aumento dei costi energetici e alimentari, le interruzioni delle catene di approvvigionamento e l’incertezza geopolitica spingono milioni di persone verso la marginalità.

Secondo la Banca Mondiale, attualmente oltre 700 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di povertà estrema. La corruzione dei governi, lo sfruttamento coloniale ma soprattutto i numerosi conflitti in diverse parti del mondo, soprattutto nella parte di mondo più fragile. sono tra gli ostacoli principali allo sviluppo socio-economico.

Per questo, Alleanza contro la povertà lancia, in questa Giornata mondiale, anche un forte e accorato appello per una pace vera e giusta, che comprenda il riconoscimento, la ricostruzione e il ripristino della dignità e dei diritti.

La povertà in Europa

Non va meglio in Europa, dove l’inflazione e la crisi abitativa hanno fatto crescere il numero di persone in povertà di oltre 4 milioni in due anni (dati Eurostat 2024). Gli altri Paesi europei, però, sembrano meglio attrezzati rispetto al nostro per sostenere chi non ce la fa: come riportato nell’ultimo documento di Alleanza contro la povertà, infatti, una ricerca della Banca Mondiale del 2024 su 8 nazioni europee rileva che in Germania nell’anno 2022 la misura di reddito minimo assicurava una copertura al 6,4% della popolazione, in Francia al 6,10%, in Grecia 5,7% della popolazione. In Italia i beneficiari del Reddito di Cittadinanza erano il 4,20% della popolazione (2022); nel 2024 i beneficiari dell’ADI sono scesi al 2,50% della popolazione.

Alleanza contro la povertà rilancia quindi un forte appello all’Europa, perché osservi e metta in pratica il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, a partire dall’obiettivo fondamentale di ridurre il numero di persone in condizione di povertà o esclusione sociale di 15 milioni entro il 2030, attraverso una strategia europea di contrasto alla povertà.

Povertà in Italia, l’unica guerra che deve essere combattuta

Per quanto riguarda il nostro Paese, proprio nei giorni scorsi il nuovo rapporto dell’Istat sulla povertà in Italia (La povertà in Italia – Anno 2024) ha confermato una realtà che non cambia: oltre 5,7 milioni di persone (il 9,8% dei residenti) vivono in condizioni di povertà assoluta. Le famiglie coinvolte sono circa 2,2 milioni (8,4%), una quota pressoché identica a quella del 2023. La situazione è stabile, insomma, ma è tutt’altro che una buona notizia: significa infatti che la povertà si è cristallizzata, laddove non sia addirittura aumentata.

La povertà assoluta colpisce in misura particolare i minori (circa 1,3 milioni pari al 13,8% dei minori residenti), le famiglie numerose (l’incidenza supera il 21% dei nuclei con almeno 5 componenti) e gli stranieri (1,8 milioni pari ad oltre il 35% dei medesimi e delle famiglie di soli stranieri residenti).

Nel 2024 la povertà relativa, per esempio, è cresciuta (dal 10,6% al 10,9% delle famiglie), e quella tra gli individui è salita al 14,9%. La condizione è ancora più grave tra i minori — 13,8%, oltre 1,3 milioni di bambini e ragazzi — e tra le famiglie numerose, dove l’incidenza supera il 21% per i nuclei con almeno cinque componenti.

Il Mezzogiorno rimane l’area più colpita (10,5% di famiglie povere), dove peggiora l’intensità della povertà, cioè la distanza media dalla soglia minima vitale (18,4 a livello nazionale e 18,5 nel mezzogiorno, in aumento rispetto al 17,8 del 2023). Colpisce anche il dato delle famiglie non italiane, dove l’incidenza della povertà raggiunge il 35,2% tra le famiglie composte solo da stranieri, e la crescente vulnerabilità di chi lavora: tra gli operai il tasso di povertà è ancora al 15,6%, segno che il lavoro non basta più a proteggere dalla povertà.

Intanto, auspichiamo che l’annunciato aumento delle spese per la difesa , legato agli obblighi comunitari, non produca tagli alla spesa sanitaria e sociale, già nella legge di Bilancio in arrivo. Ogni guerra è anche una guerra contro i poveri, perché erode risorse pubbliche, toglie spazio al welfare e colpisce i più vulnerabili, non chi decide i conflitti”, denuncia Alleanza contro la povertà.

Così, in occasione della Giornata mondiale del 17 ottobre, Alleanza contro la povertà chiede innanzitutto una “inversione di rotta: nella prossima legge di bilancio, non si aumentino le spese militari, ma si incrementino le risorse per le misure di contrasto alla povertà”.

Alleanza contro la povertà torna poi a chiedere con forza una “strategia strutturale contro la povertà, che si fondi su cinque principi irrinunciabili: aumento delle risorse, universalità selettiva delle misure di contrasto, monitoraggio dell’efficacia di queste, analisi della povertà attraverso un tavolo permanente, sostegno alle realtà sociali che ogni giorno affrontano l’emergenza della povertà estrema Molte di queste – aggiunge Alleanza contro la povertà – aderiscono alla nostra rete e sappiamo quanto il loro ruolo sia fondamentale e irrinunciabile, oggi, per affrontare l’emergenza che è sotto i nostri occhi: famiglie che non riescono a sostenere le spese alimentari, alloggiative, educative”.

Se le associazioni sono fondamentali per affrontare l’emergenza, spetta però al governo prevenire e contrastare la povertà attraverso politiche e misure strutturali. Perché “la povertà non è un fatto naturale né un destino genetico – ricorda il portavoce Antonio Russo – ma una conseguenza politica ed economica. E solo scelte politiche diverse possono invertirla. Servono quindi azioni di ampio respiro e di lungo periodo, che mettano mano alle infrastrutture e alle politiche abitative e lavorative, oltre che economiche. Perché la casa e il lavoro sono i pilastri di una vita dignitosa, che in troppi oggi non possono permettersi. La povertà non è un’emergenza da gestire, ma una struttura da cambiare. Serve una visione di lungo periodo, non misure tampone”, ribadisce l’Alleanza.

Oltre la ricorrenza, le 5 richieste di Alleanza contro la povertà

La Giornata mondiale per l’eliminazione della povertà nasce nel 1987, quando a Parigi, davanti al Trocadéro – lo stesso luogo in cui nel 1948 fu firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani – migliaia di persone si riunirono per denunciare l’emarginazione e chiedere dignità per chi viveva nella miseria. Riconosciuta ufficialmente dall’Onu nel 1992, la Giornata non può e non vuole essere una ricorrenza simbolica, ma un invito all’azione concreta. Per questo, Alleanza contro la povertà rivolge al governo cinque richieste:
  1. Aumentare le risorse per le politiche di contrasto alla povertà, garantendo continuità e sostenibilità nel tempo. Nello specifico, destinare alle misure di contrasto almeno il “massimo storico” investito a questo scopo negli anni passati
  2. Ripristinare l’universalismo selettivo delle misure di sostegno, superando le attuali categorizzazioni, che si traducono in discriminazioni o esclusioni arbitrarie
  3. Monitorare costantemente l’efficacia delle politiche sociali, rendendo trasparenti i dati perché se ne possa valutare e migliorare l’impatto
  4. Rafforzare, attraverso i percorsi della programmazione negoziata, la rete pubblica dei servizi sociali territoriali, con il sostegno del terzo settore per co-progettare e co-programmare un welfare di prossimità e di comunità;
  5. Nella legge di bilancio in arrivo, incrementare le risorse per la spesa sociale e sanitaria, affinché il Paese non si trovi a risparmiare sui più fragili
“La povertà non è una ricorrenza da celebrare, né un destino da accettare: è il risultato di politiche sociali, lavorative, economiche che lasciano indietro chi è più fragile. Invertire rotta è possibile ed è un dovere costituzionale per un Paese democratico. Per questo, oggi chiediamo che la lotta alla povertà torni al centro dell’agenda politica nazionale, europea, globale”, conclude Alleanza contro la povertà.
(fonte: Alleanza Contro la Povertà 17/10/2025)

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martedì 14 ottobre 2025

Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: “GRAZIE, PAPA LEONE”

Don Mimmo Battaglia
“GRAZIE, PAPA LEONE”

Don Mimmo Battaglia scrive una Lettera aperta a Papa Leone XIV dopo la pubblicazione della prima Esortazione Apostolica "Dilexi te" sull'amore verso i poveri


Grazie, Papa Leone, grazie per averci confermato nella fede, per averci ripetuto quanto il Signore ogni giorno dice a ciascuno di noi e ad ogni creatura: «Ti ho amato» (Ap 3,9). Sì, ci ha amati. Da sempre, per sempre. E tu ce lo hai ricordato invitandoci a percorrere le strade polverose del mondo, chiedendoci di stare accanto ai poveri, agli ultimi, a chi abita le periferie del cuore. E lo hai fatto non con discorsi solenni, ma con parole che sanno di Vangelo e di terra, di carne ferita e di luce risorta.

Grazie per la tua Esortazione, che nell’incipit stesso fa risuonare la nota più antica e più nuova del Vangelo: quella dell’amore – eterno, fedele, indomabile – l’amore che non conosce mode né stagioni, perché sgorga dal cuore stesso di Dio. Un amore che continua a respirare tra le macerie delle guerre e delle disuguaglianze, e tra i germogli di giustizia e di pace che ostinatamente fioriscono nella storia. Un amore che ci invita, ancora una volta, a scommettere tutto sulla forza mite della carità, l’unica capace di ricostruire ciò che l’odio distrugge, l’unica che non smette mai di credere nell’uomo, perché in essa vi è il respiro stesso di Dio.

Il tuo non è un trattato, non è un proclama, ma una mano che indica la strada, una voce discreta che ci raggiunge oggi, dentro le nostre stanchezze, nelle nostre strade piene di polvere e di sogni, nel cuore di questo tempo e di questa terra dove pochi si spartiscono la ricchezza che il Signore ha donato a tutti. Ho gioito nel leggere le tue parole che non ordinano, ma abbracciano, che non pretendono ma ricordano, come se il Signore, attraverso la tua voce, tornasse a dire a ciascuno: “Ti ho amato, anche nella tua poca forza, anche nel tuo passo incerto, anche quando non sai più pronunciare il mio nome. E anche se non conti nulla per i potenti, conti per me. Perché per me non sei una statistica, un numero, una massa informe ma sei un volto, una storia, una figlia, un figlio amato da sempre e per sempre”. Tra le pieghe delle tue pagine ho sentito risuonare il cuore di una Chiesa che non teme la debolezza. Una Chiesa che sa che la potenza di Dio non si misura in grandezza, ma in vicinanza. E che per questo deve volgere lo sguardo sul luogo dove tutto comincia: la povertà, consapevole che, «il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia» (n°5). Si, Dio sceglie i poveri. Non come trofeo, ma come casa. Non per compassione, ma per appartenenza. Lì, nel poco e nel fragile, Egli trova spazio per abitare, come acqua che cerca la fessura più bassa per scorrere e dare vita. E mentre il mondo corre verso l’alto, correndo con ambizione alla conquista del potere, la voce dello Spirito ci dice che il Signore scende, si abbassa, si contamina con la povertà delle sue creature. Perché la gloria di Dio non risiede in un trono lontano da raggiungere, ma in una ferita da accarezzare e curare. Grazie per la limpidezza con cui affermi che «non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione» (n°5). È come dire: non basta fare il bene, bisogna farsi bene. Perché la carità non è un gesto, ma un volto. Non è ciò che offriamo, ma ciò che diventiamo. E qui mi è tornato in mente il dialogo tra Chiara e Francesco nel film Francesco di Liliana Cavani:

“Perché lo fai?”. “Perché ne hanno bisogno.” “Sì, ma se dai poco, lo fai per te”!

Sì, se diamo poco lo facciamo per noi. Se diamo qualcosa lo facciamo per sentirci meglio ma se condividiamo la vita e l’essenziale allora scriviamo pagine che profumano di grazia. Perché il dono non è vero finché non ci costa, finché non diventa condivisione di carne, e non semplice distribuzione di tempo o di risorse.

Santo Padre, ci confermi nella fede e nell’amore e ci ricordi che «sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo» (n°9).

E allora, guardando la storia, ci accorgiamo che quel volto non è lontano: è quello dei bambini di Gaza, che cercano un pezzo di cielo tra le macerie; delle madri dei soldati in Ucraina, che guardano le finestre con la speranza di un ritorno; dei giovani di Napoli, che resistono al fascino di un guadagno facile inventando il bene e costruendo strade nuove; dei missionari delle favelas, che ogni giorno si sporcano di umanità, piangendo con chi piange; delle famiglie che hanno perso un figlio, la cui fede sofferta diventa un filo sottile, ma indistruttibile; dei malati, che santificano il dolore con la pazienza; dei disabili, che ci insegnano che la vita non si misura in efficienza; dei detenuti, che nel buio attendono un perdono che sappia di futuro; dei migranti, che solcano il mare cercando una terra promessa che sappia di giustizia. In loro, Cristo non è un’idea ma è una ferita viva, un grido che ci consegna alla verità del Vangelo.

Leggendo la tua esortazione c’è un verbo che torna con insistenza, anche quando non lo pronunci: discendere. È la parola chiave di Dio. “Discendere” per liberare, come nel roveto ardente; “discendere” per servire, come nel cenacolo; “discendere” per salvare, come sulla croce.

Lo dici con semplicità: «Dio è amore misericordioso e il suo progetto d’amore è discendere e venire in mezzo a noi per liberarci» (16). E questa è la radice di ogni rivoluzione cristiana: un Dio che non conquista, ma condivide; che non possiede, ma si dona. Da questa discesa nasce la Chiesa dei poveri. Una Chiesa che non parla dall’alto, ma dal di dentro dell’umanità, servendo e accompagnando. Una Chiesa che non misura la fede in prestazioni, ma in ferite guarite. Quando scrivi che «la Chiesa, se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini» (21), la consegni al suo volto più vero: quello che piange e spera, quello che ha fame di giustizia e sete di pace, quello che non teme di perdere consenso pur di restare fedele al Vangelo.

Grazie Papa Leone per averci ricordato che la dottrina sociale della Chiesa, non è un’aggiunta alla teologia, ma la sua carne, il suo corpo. Tu non lo dici con formule accademiche, ma con il tono di chi sa che la fede, se non diventa vita, muore d’asfissia. La giustizia, la pace, la solidarietà con gli ultimi, la dignità del lavoro, la custodia del creato non sono temi accessori: sono le conseguenze di chi decide di seguire Cristo. Perché seguire Cristo significa toccare le piaghe del mondo, prendere parte, non restare spettatori. Significa non parlare di Dio senza parlare dell’uomo. E quando ricordi che «la chiamata del Signore alla misericordia verso i poveri trova la sua pienezza nella parabola del giudizio finale» (n°28), metti il Vangelo davanti a noi come uno specchio: lì si vede se amiamo davvero, lì si misura la coerenza tra l’altare e la strada. Ho sentito, tra le tue righe, una Chiesa che vuole essere madre, che non ha paura di sporcarsi il grembo di misericordia. Una Chiesa che non si accontenta di “parlare dei poveri”, ma che sceglie di vivere con loro e di lasciarsi evangelizzare da loro. Una Chiesa che sa che ogni scelta pastorale, ogni dottrina, ogni gesto liturgico, se non conduce a chinarsi su un volto ferito, rischia di restare senza sapore e senza verità.

E in ultimo consentimi di dirti grazie, Papa Leone, perché la tua voce non si è posta come rottura, ma come continuità. In ogni parola della tua esortazione si sente la gratitudine verso chi ti ha preceduto, la riconoscenza verso Papa Francesco, la cui passione per la Chiesa povera e per i poveri continua a respirare nelle tue pagine. Hai saputo riprendere il suo cammino con discrezione, non per ripetere, non per copiare, ma per continuare a dare voce a ciò che è sempre vero. E così, mentre leggevo le tue parole, mi sembrava di ascoltare non solo l’eco viva di Papa Francesco, ma il soffio stesso del Risorto: la Sua Parola che non passa, la Sua Parola che non invecchia, la Sua Parola che continua a dirci con infinita dolcezza e ferma verità: «Io ti ho amato».

In quel soffio ho riconosciuto la voce di San Francesco, che ci insegna la libertà di chi si spoglia per amore; di Santa Chiara, che con la povertà fece della fiducia la sua ricchezza; di Sant’Agostino, che ci ricorda che solo l’amore sa dare pace all’inquietudine del cuore; di don Tonino Bello, che sognava una Chiesa con il grembiule e non con i paramenti del potere; e di Madre Teresa di Calcutta, che vide Cristo nei più piccoli e ne ascoltò il respiro tra le strade del mondo. Che questi santi della carità e profeti della tenerezza custodiscano il tuo cammino e accompagnino il nostro, perché la Chiesa resti povera e luminosa, madre dei poveri, sempre capace di riconoscere, in ogni volto incontrato lo sguardo del Crocifisso Risorto, che sussurra a tutti, senza distinzione: «Io ti ho amato».

† Don Mimmo Battaglia
(fonte: Chiesa di Napoli 14/10/2025)

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Vedi anche il post precedente:
Esortazione apostolica "Dilexi te". I poveri, un messaggio per la comunità.