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venerdì 6 febbraio 2026

La vita in abbondanza


Lettera di Leone XIV sul valore dello sport
in occasione dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina che si aprono oggi

La vita in abbondanza



«In occasione di passati Giochi Olimpici, i miei Predecessori hanno sottolineato come lo sport possa svolgere un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace». E «in questa linea si colloca la Tregua olimpica». Per tale motivo «incoraggio vivamente tutte le Nazioni a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza». Lo scrive Leone XIV nella Lettera “La vita in abbondanza”, sul valore dello sport, in occasione della celebrazione dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina. Le Olimpiadi iniziano ufficialmente oggi, 6 febbraio, e si concluderanno il 22. Le Paralimpiadi si svolgeranno tra il 6 il 15 marzo.

Il Papa ricorda come «opportunamente, la Tregua olimpica» sia stata riproposta in tempi recenti dal Comitato Olimpico Internazionale e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto».
(fonte: L'Osservatore Romano 06 febbraio 2026)

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martedì 15 ottobre 2024

Papa Francesco scrive ai nuovi cardinali, li incoraggia ad avere “occhi alti, mani giunte, piedi nudi” e prega perché siano più “servi” e meno “eminenze”.

Papa Francesco scrive ai nuovi cardinali,
li incoraggia ad avere “occhi alti, mani giunte, piedi nudi” e prega perché siano più “servi” e meno “eminenze”.


In vista della creazione, nel Concistoro del 7 dicembre, dei 21 nuovi cardinali i cui nomi sono stati resi noti da Papa Francesco al termine dell'Angelus di domenica 6 ottobre, invia loro una breve, ma intensa lettera scritta in spagnolo che viene diffusa sabato 12 ottobre.

Di seguito ne riportiamo il testo integrale in italiano.

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LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI NUOVI CARDINALI 

Caro fratello,

con la creazione a cardinale entrerai a far parte del clero di Roma. Benvenuto! Un’appartenenza che esprime l’unità della Chiesa e il legame di tutte le Chiese con questa di Roma.

Ti incoraggio a far sì che il tuo cardinalato incarni quelle tre attitudini con cui un poeta argentino (Francisco Luis Bernárdez) descriveva San Giovanni della Croce, ma che si addicono anche a noi: “occhi alti, mani giunte, piedi nudi”.

Occhi alti, perché il tuo servizio richiederà di ampliare lo sguardo e dilatare il cuore, per poter guardare più lontano e amare più universalmente con maggiore intensità. Entrare alla scuola del Suo sguardo (Benedetto XVI) che è il costato aperto di Cristo.

Mani giunte, perché ciò di cui la Chiesa ha più bisogno - insieme all’annuncio - è la tua preghiera per pascere bene il gregge di Cristo. La preghiera, che è l’ambito del discernimento per aiutarmi a ricercare e trovare la volontà di Dio per il nostro popolo, e seguirla.

Piedi nudi, toccando la durezza della realtà di tanti angoli del mondo frastornati dal dolore e dalla sofferenza per la guerra, la discriminazione, la persecuzione, la fame e molte forme di povertà che esigeranno da Te tanta compassione e misericordia.

RingraziandoTi per la generosità, prego per Te affinché il titolo di “servo” (diacono) offuschi sempre più quello di “eminenza”.

Prega per me e che Gesù Ti benedica e la Vergine Santa Ti accompagni.

Fraternamente,

FRANCESCO

Roma, San Giovanni in Laterano, 6 ottobre 2024


lunedì 7 ottobre 2024

Papa Francesco scrive un'accorata lettera ai cattolici del Medio Oriente “Sono con voi…”.

Papa Francesco scrive un'accorata lettera ai cattolici del Medio Oriente “Sono con voi…”. 


Papa Francesco oggi 7 ottobre, anniversario del giorno in cui "un anno fa è divampata la miccia dell’odio; (che) non si è spenta, ma è deflagrata in una spirale di violenza, nella vergognosa incapacità della comunità internazionale e dei Paesi più potenti di far tacere le armi e di mettere fine alla tragedia della guerra", scrive un'accorata lettera a tutti i cattolici del Medio Oriente.

Ripete ben sette volte "Sono con voi..." per far sentire la sua vicinanza e non solo ai cattolici "ma anche a tutti gli uomini e le donne di ogni confessione e religione che in Medio Oriente soffrono per la follia della guerra"

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LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI CATTOLICI DEL MEDIO ORIENTE


Cari fratelli e sorelle,

penso a voi e prego per voi. Desidero raggiungervi in questo giorno triste. Un anno fa è divampata la miccia dell’odio; non si è spenta, ma è deflagrata in una spirale di violenza, nella vergognosa incapacità della comunità internazionale e dei Paesi più potenti di far tacere le armi e di mettere fine alla tragedia della guerra. Il sangue scorre, come le lacrime; la rabbia aumenta, insieme alla voglia di vendetta, mentre pare che a pochi interessi ciò che più serve e che la gente vuole: dialogo, pace. Non mi stanco di ripetere che la guerra è una sconfitta, che le armi non costruiscono il futuro ma lo distruggono, che la violenza non porta mai pace. La storia lo dimostra, eppure anni e anni di conflitti sembrano non aver insegnato nulla.

E voi, fratelli e sorelle in Cristo che dimorate nei Luoghi di cui più parlano le Scritture, siete un piccolo gregge inerme, assetato di pace. Grazie per quello che siete, grazie perché volete rimanere nelle vostre terre, grazie perché sapete pregare e amare nonostante tutto. Siete un seme amato da Dio. E come un seme, apparentemente soffocato dalla terra che lo ricopre, sa sempre trovare la strada verso l’alto, verso la luce, per portare frutto e dare vita, così voi non vi lasciate inghiottire dall’oscurità che vi circonda ma, piantati nelle vostre sacre terre, diventate germogli di speranza, perché la luce della fede vi porta a testimoniare l’amore mentre si parla d’odio, l’incontro mentre dilaga lo scontro, l’unità mentre tutto volge alla contrapposizione.

Con cuore di padre mi rivolgo a voi, popolo santo di Dio; a voi, figli delle vostre antiche Chiese, oggi “martiriali”; a voi, semi di pace nell’inverno della guerra; a voi che credete in Gesù «mite e umile di cuore» (Mt 11,29) e in Lui diventate testimoni della forza di una pace non armata.

Gli uomini oggi non sanno trovare la pace e noi cristiani non dobbiamo stancarci di chiederla a Dio. Perciò oggi ho invitato tutti a vivere una giornata di preghiera e digiuno. Preghiera e digiuno sono le armi dell’amore che cambiano la storia, le armi che sconfiggono il nostro unico vero nemico: lo spirito del male che fomenta la guerra, perché è «omicida fin da principio», «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44). Per favore, dedichiamo tempo alla preghiera e riscopriamo la potenza salvifica del digiuno!

Ho nel cuore una cosa che voglio dire a voi, fratelli e sorelle, ma anche a tutti gli uomini e le donne di ogni confessione e religione che in Medio Oriente soffrono per la follia della guerra: vi sono vicino, sono con voi.

Sono con voi, abitanti di Gaza, martoriati e allo stremo, che siete ogni giorno nei miei pensieri e nelle mie preghiere.

Sono con voi, forzati a lasciare le vostre case, ad abbandonare la scuola e il lavoro, a vagare in cerca di una meta per scappare dalle bombe.

Sono con voi, madri che versate lacrime guardando i vostri figli morti o feriti, come Maria vedendo Gesù; con voi, piccoli che abitate le grandi terre del Medio Oriente, dove le trame dei potenti vi tolgono il diritto di giocare.

Sono con voi, che avete paura ad alzare lo sguardo in alto, perché dal cielo piove fuoco.

Sono con voi, che non avete voce, perché si parla tanto di piani e strategie, ma poco della situazione concreta di chi patisce la guerra, che i potenti fanno fare agli altri; su di loro, però, incombe l’indagine inflessibile di Dio (cfr Sap 6,8).

Sono con voi, assetati di pace e di giustizia, che non vi arrendete alla logica del male e nel nome di Gesù «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44).

Grazie a voi, figli della pace, perché consolate il cuore di Dio, ferito dal male dell’uomo. E grazie a quanti, in tutto il mondo, vi aiutano; a loro, che curano in voi Cristo affamato, ammalato, forestiero, abbandonato, povero e bisognoso, chiedo di continuare a farlo con generosità. E grazie, fratelli vescovi e sacerdoti, che portate la consolazione di Dio nelle solitudini umane. Vi prego di guardare al popolo santo che siete chiamati a servire e a lasciarvi toccare il cuore, lasciando, per amore dei vostri fedeli, ogni divisione e ambizione.

Fratelli e sorelle in Gesù, vi benedico e vi abbraccio con affetto, di cuore. La Madonna, Regina della pace, vi custodisca. San Giuseppe, Patrono della Chiesa, vi protegga.

Fraternamente,
FRANCESCO

Roma, San Giovanni in Laterano, 7 ottobre 2024.


mercoledì 14 agosto 2024

Francesco e le belle lettere

Marcello Neri*

Francesco e le belle lettere

Sanctuary (Scott Norris)

È entrata in scena una mattina di mezza estate, francamente inaspettata, la lettera di papa Francesco Sul ruolo della letteratura nella formazione. Pensata in prima battuta come indirizzata ai seminaristi e ai preti, oramai dimentichi di un tempo in cui il sapere letterario faceva parte della loro preparazione al ministero e del suo esercizio pastorale, nella versione finale si rivolge a “qualsiasi cristiano” (n. 1).

Un testo fuori dagli schemi, intrigante e sornione, dove, come nella letteratura, il lettore/lettrice diventa, nel gioco del testo, altro autore: “nella lettura di un libro il lettore è molto più attivo. In qualche modo riscrive l’opera, la amplifica con la sua immaginazione, crea un mondo, usa le sue capacità, la sua memoria, i suoi sogni, la sua stessa storia piena di drammi e simbolismi, e in questo modo ciò che emerge è un’opera ben diversa da quella che l’autore voleva scrivere” (n. 2).

Perché attraverso il fuoco della letteratura, papa Francesco intravede una destinazione ben calibrata di questa sua Lettera – destinazione che potrà manifestarsi se il lettore/lettrice si lascerà attrarre dall’intrigo teologico che essa mette in campo. Possibilità, questa, inevasa dal testo della Lettera perché possibile solo alla complicità dell’intelligenza e della sensibilità di chi la legge.

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Essa, infatti, è composta intorno a due fuochi – come se fosse un’ellisse. Il primo, più evidente, ha un profilo edificante-formativo a cui va riconosciuto il suo merito. La dimenticanza ministeriale della letteratura è “all’origine di una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri, che vengono in tal modo di un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano” (n. 4).

Dichiarare irrilevante, per la fede e il ministero, il mondo letterario significa “mettere a tacere i simboli, i messaggi, le creazioni e le narrazioni con cui (le culture, n.d.a.) hanno catturato e voluto svelare ed evocare le loro imprese e gli ideali più belli, così come le loro violenze, paure e passioni più profonde” (n. 9).

Il cattolicesimo e la sua fede fanno un’enorme fatica a dire della violenza e della miseria che prosperano anche nella Chiesa, spesso in coloro che ne sono – o dovrebbero essere – ministri autorevoli. Su questo punto, il linguaggio cattolico ed ecclesiastico è affetto da una grande mistificazione, che stravolge la verità delle cose perché non sa, e non vuole, nominare le cose così come esse sono.

Riccardo Magris affermava che il cattolicesimo non sa più raccontare fiabe, forse perché non ne legge più – e forse anche perché non ha nessuno più a cui raccontarle… La fiaba è un genere narrativo pensato (anche) per la formazione della persona; è il luogo letterario in cui anche i cuccioli d’uomo possono fare le prime pratiche di fronteggiamento con i lati oscuri della vita e con la violenza che alberga nelle relazioni umane. Il male e l’oscurità non come problema degli altri, da noi già sempre risolto, ma come dato comune dell’umano vivere – che è anche il vivere del credente (e del prete).

“E nella violenza, limitatezza e fragilità altrui, abbiamo la possibilità di riflettere meglio sulla nostra. Nell’aprire al lettore un’ampia visione della ricchezza e della miseria dell’esperienza umana, la letteratura educa il suo sguardo alla lentezza della comprensione, all’umiltà della non semplificazione, alla mansuetudine del non pretendere di controllare il reale e la condizione umana attraverso il giudizio” (n. 39).

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Ma è il secondo fuoco dell’ellissi di questa Lettera a cogliere di sorpresa il lettore/lettrice disponibile a uscire dalla facile chiusura del cerchio. Perché nella complicità della lettura, che essa può solo invocare, questa Lettera di Francesco è l’incipit di una possibile teologia fondamentale a venire – letteralmente l’alter della Fides et ratio di Giovanni Paolo II.

Il teologo e la teologa fondamentale possono continuare a tirare martellate contro il chiodo oramai completamente conficcato nella parete che hanno davanti a loro, oppure possono dismettere l’arma di questa inutile battaglia e girarsi verso il mondo che esiste davvero. E scrivere quello che la Lettera non scrive e non dice – perché non lo sa, ma sa che continuare in questo esercizio di scrittura e lettura è vitale per il mondo e per la fede.

Al chiodo della ragione, oramai, non riusciamo ad appenderci più nulla – neanche quel briciolo di razionalità di cui abbiamo tutti così grande bisogno in questo momento. Ed ecco, allora, la suggestione a mettere in campo una rieducazione della stessa intelligenza della fede ricalibrata intorno al fuoco prismatico di fides et affectus. Perché se la ratio può immaginarsi come un monologo senza distinzione di voci, perfettamente unitaria nella solitudine della sua astrazione, l’affectus parla le lingue della vita e si condensa in quelle pratiche effettive del vivere che sono le culture.

“La missione ecclesiale ha saputo dispiegare tutta la sua bellezza, freschezza e novità nell’incontro con le diverse culture – tante volte grazie alla letteratura – in cui si è radicata senza paura di mettersi in gioco e di estrarne il meglio di ciò che ha trovato” (n. 10). Perché è nei dialetti della vita che è “possibile riconoscere la presenza dello Spirito nella variegata realtà umana, è possibile, cioè, cogliere il seme già piantato della presenza dello Spirito negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali” (n. 12).

Al cattolicesimo triste (e occidentale) dei nostri tempi, fatto di “un solipsismo assordante e fondamentalista che consiste nel credere che una certa grammatica storico-culturale abbia la capacità di esprimere tutta la ricchezza e la profondità del Vangelo” (n. 10), bisogna reagire opponendo quel “Cristo di carne” di pasoliniana memoria – il logos figliale “fatto carne, fatto umano, fatto storia” (n. 14). Il Gesù la cui carne è “fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza (…)” (n. 14).

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È dal mondo delle lettere che l’intelligenza evangelica della fede apprende la sensibilità necessaria per rendere onore al corpo vissuto e patito di Gesù (sulla scia di Paolo VI nel suo Discorso agli artisti, cf. n. 21): “L’originalità della parola letteraria consiste nel fatto che essa esprime e trasmette la ricchezza dell’esperienza non oggettivandola nella rappresentazione descrittiva del sapere analitico o nell’esame normativo del giudizio critico, ma come contenuto di uno sforzo espressivo ed interpretativo di dare senso all’esperienza in questione” (n. 35). E poi, poco più avanti, Francesco prosegue ricordando che “lo sguardo della letteratura forma il lettore al decentramento, al senso del limite, alla rinuncia al dominio, cognitivo e critico, sull’esperienza (…)” (n. 40).

L’affectus, che si attesta nel mondo delle pratiche, porta con sé l’esigenza di una critica del giudizio affinché non venga esercitato “come strumento di dominio ma come spinta verso un ascolto incessante e come disponibilità a mettersi in gioco in quella straordinaria ricchezza della storia dovuta alla presenza dello Spirito, che si dà anche come Grazia (…)” (n. 40).

Praticando il mondo delle lettere il linguaggio ecclesiale può fare esperienza di una liberazione dalla cattiva circolazione che lo racchiude in sé stesso, rendendolo opaco rispetto alla drammatica dell’esistenza umana e inespressivo rispetto alla passione degli affetti che Dio ha messo in gioco a favore dell’umanità e del mondo: ossia, l’idolo a cui il cattolicesimo e la Chiesa stanno sacrificando l’Evangelo del Regno (cf. n. 42).

Solo un linguaggio purificato nel crogiolo della letteratura può far risuonare quella godibilità dell’esperienza cristiana di Dio che Gesù ha assaporato nei giorni trascorsi con noi.

(fonte: Settimana News 09/08/2024)
*Marcello Neri Profilo 


lunedì 5 agosto 2024

“Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione” - Il Papa: la letteratura educa cuore e mente, apre all’ascolto degli altri

Il Papa: la letteratura educa cuore e mente,
apre all’ascolto degli altri
 
Francesco indirizza una lettera ai candidati al sacerdozio, e pure agli operatori pastorali e a tutti i cristiani, per sottolineare il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”, perché i libri aprono nuovi spazi interiori, arricchiscono, aiutano ad affrontare la vita e a capire l'altro. Le opere letterarie sono una sorta di “palestra di discernimento”, scrive il Pontefice, e agevolano il pastore “a entrare in un fecondo dialogo con la cultura del suo tempo"



Un buon libro apre la mente, sollecita il cuore, allena alla vita. Parola di Papa Francesco, che ha preso carta e penna per far comprendere ai futuri sacerdoti, ma anche a “tutti gli agenti pastorali” e a “qualsiasi cristiano”, il “valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale”. Con la “Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione”, vergata il 17 luglio e pubblicata il 4 agosto, il Pontefice intende “risvegliare l’amore per la lettura” e soprattutto “proporre un radicale cambio di passo” nella preparazione dei candidati al sacerdozio, perché si dia più spazio alla lettura di opere letterarie. Perché la letteratura può “educare il cuore e la mente del pastore” a “un esercizio libero e umile della propria razionalità” e al “riconoscimento fecondo del pluralismo dei linguaggi umani”, può ampliare la sensibilità umana e condurre a “una grande apertura spirituale. Inoltre compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è “‘toccare’ il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù”, e in tutto ciò “l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore”.

Gli effetti benefici della lettura

Nel testo, Francesco sottolinea anzitutto gli effetti benefici di un buon libro che, “spesso nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti”, può essere “un’oasi che ci allontana da altre scelte che non ci fanno bene”, e che, nei “momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento, e quando neanche nella preghiera riusciamo a trovare ancora la quiete dell’anima”, può aiutare ad attraversare momenti difficili e ad “avere un po’ più di serenità”. Perché magari “quella lettura ci apre nuovi spazi interiori” che aiutano a non chiudersi “in quelle poche idee ossessive”, le quali poi “intrappolano in maniera inesorabile”. Ci si dedicava alla lettura più spesso “prima della onnipresenza dei media, dei social, dei cellulari e di altri dispositivi”, osserva il Papa, che evidenzia come in un prodotto audiovisivo, seppure “più completo”, “il margine e il tempo per ‘arricchire’ la narrazione o interpretarla sono solitamente ridotti”, mentre leggendo un libro “il lettore è molto più attivo”. Un’opera letteraria è “un testo vivo e sempre fecondo”. Succede, infatti, che “nella lettura, il lettore si arricchisce di ciò che riceve dall'autore”, e questo “gli permette di far fiorire la ricchezza della propria persona”.

Dedicare tempo alla letteratura nei seminari

Se è positivo che “in alcuni seminari, si superi l’ossessione per gli schermi - e per le velenose, superficiali e violente fake news - e si dedichi tempo alla letteratura”, alla lettura, a parlare di “libri, nuovi o vecchi, che continuano a dirci tante cose”, riconosce Francesco, invece, in generale, “nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato” non c’è uno spazio adeguato per la letteratura, ritenuta “un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti”. “Tale impostazione non va bene”, afferma il Papa, porta a “una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri”, che non hanno così “un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano”. Perché, in pratica, la letteratura ha a che fare, “con ciò che ciascuno di noi desidera dalla vita” ed “entra in un rapporto intimo con la nostra esistenza concreta, con le sue tensioni essenziali, con i suoi desideri e i suoi significati”.

I libri compagni di viaggio

Ricordando gli anni della sua docenza in una scuola di gesuiti a Santa Fe, tra il 1964 e il 1965, il Papa racconta che come professore di Letteratura, agli alunni c’era da far studiare El Cid, mentre loro “chiedevano di leggere García Lorca”. “Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi” rammenta Francesco, aggiungendo che preferivano “le opere letterarie contemporanee” ma che “leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e poi passavano ad altri autori”, perché “alla fine, il cuore cerca di più, ed ognuno trova la sua strada nella letteratura”. A tal proposito il Papa, confida di amare “gli artisti tragici, perché tutti potremmo sentire le loro opere come nostre, come espressione dei nostri propri drammi”. Il Pontefice avverte che non bisogna “leggere qualcosa per obbligo”, semmai si devono selezionare le proprie letture “con apertura, sorpresa, flessibilità”.

Far incontrare Gesù fatto carne

Oggi, per “rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con proposte alienanti o con un Gesù Cristo senza carne”, credenti e sacerdoti, nell’annunciare il Vangelo, devono impegnarsi perché “tutti possano incontrarsi con un Gesù Cristo fatto carne, fatto umano, fatto storia”. Non si deve mai perdere di vista “la ‘carne’ di Gesù Cristo”, raccomanda il Pontefice, “quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti, mani che toccano e guariscono, sguardi che liberano e incoraggiano, di ospitalità, di perdono, di indignazione, di coraggio, di intrepidezza: in una parola, di amore”. Per questo, rimarca Francesco, “un’assidua frequentazione della letteratura può rendere i futuri sacerdoti e tutti gli agenti pastorali ancora più sensibili alla piena umanità” di Cristo “in cui si riversa pienamente la sua divinità”.

L’abitudine a leggere ha esiti positivi

Nella lettera, il Papa enuncia anche le conseguenze positive che per gli studiosi scaturiscono dall’“abitudine a leggere”, che aiuta “ad acquisire un vocabolario più ampio”, “a sviluppare vari aspetti” della propria intelligenza”, “stimola anche l’immaginazione e la creatività”, “permette di imparare ad esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni”, “migliora anche la capacità di concentrazione, riduce i livelli di deterioramento cognitivo, calma lo stress e l’ansia”. In concreto, leggere “ci prepara a comprendere e quindi ad affrontare le varie situazioni che possono presentarsi nella vita”, prosegue Francesco, “nella lettura ci tuffiamo nei personaggi, nelle preoccupazioni, nei drammi, nei pericoli, nelle paure delle persone che hanno superato alla fine le sfide della vita”. E con Borges si può giungere a definire la letteratura “ascoltare la voce di qualcuno”.

Rallentare, contemplare, ascoltare

La letteratura serve “a fare efficacemente esperienza della vita”. E se “il nostro sguardo ordinario sul mondo è come ‘ridotto’ e limitato a causa della pressione” dei diversi impegni personali e “anche il servizio - cultuale, pastorale, caritativo - può diventare” solo qualcosa da dover fare, il rischio è quello di “cadere in un efficientismo che banalizza il discernimento, impoverisce la sensibilità e riduce la complessità”. E allora nel “nostro vivere quotidiano” bisogna imparare “a prendere le distanze da ciò che è immediato”, è il suggerimento del Papa, “a rallentare, a contemplare e ad ascoltare”, cosa che può accadere quando ci si ferma a leggere un libro. Serve “recuperare modi di rapportarsi alla realtà ospitali, non strategici”, occorre “distanza, lentezza, libertà” per un approccio al reale, in parole povere, e la letteratura consente di “allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni”, “ci aiuta a dire la nostra presenza nel mondo”. Inoltre, insiste il Papa, “leggendo un testo letterario” vediamo con gli occhi degli altri, sviluppiamo “il potere empatico dell’immaginazione”, “scopriamo che ciò che sentiamo non è soltanto nostro, è universale, e così anche la persona più abbandonata non si sente sola”.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 04/08/2024)