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domenica 4 gennaio 2026

Crans-Montana, le vite spezzate a 16 anni di Chiara, Giovanni, Achille, Emanuele, Sofia e Riccardo - Alberto Pellai: La fine dell’illusione del controllo: noi genitori “geolocalizzatori” spiazzati davanti al caso e alla morte

Crans-Montana, le vite spezzate a 16 anni di 
Chiara, Giovanni, Achille, Emanuele, Sofia e Riccardo

Ufficialmente identificate le sei vittime italiane, tutte sedicenni: Giovanni Tamburi, di Bologna, Achille Barosi, di Milano, ed Emanuele Galeppini, originario di Genova ma residente a Dubai. Confermata anche la morte della milanese Chiara Costanzo. Gli ultimi due identificati sono Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi


Hanno tutte sedici anni le prime tre vittime italiane ufficialmente identificate nella tragedia della notte di Capodanno al Constellation, il disco bar di Crans-Montana trasformato in una trappola di fiamme e fumo. Si chiamavano Giovanni Tamburi, Achille Barosi ed Emanuele Galeppini. I loro nomi, confermati dall’ambasciatore d’Italia in Svizzera Gian Lorenzo Cornado, segnano un primo, passaggio doloroso in una vicenda che continua a tenere con il fiato sospeso molti.

Le famiglie dei tre ragazzi sono state informate nelle scorse ore, mentre proseguono le complesse procedure di identificazione delle altre vittime. L’incendio, scoppiato mentre nel locale si festeggiava l’arrivo del nuovo anno, ha provocato un bilancio drammatico: decine di morti e oltre un centinaio di feriti, molti dei quali giovanissimi.

Chi erano le vittime italiane

Giovanni Tamburi, bolognese, era stato inizialmente dato per disperso. Un amico aveva raccontato di averlo perso di vista durante la fuga concitata dal locale, quando il panico si è diffuso tra i presenti e l’aria è diventata irrespirabile. La notizia della sua morte ha colpito profondamente Bologna, dove il ragazzo viveva con la famiglia ed era conosciuto come uno studente solare, legato agli amici e alla sua città.

Achille Barosi, milanese, si trovava spesso a Crans-Montana, dove la sua famiglia possiede una casa. Secondo le testimonianze, era stato visto per l’ultima volta intorno all’una e mezza di notte: stava rientrando nel locale per recuperare la giacca e il telefono lasciati all’interno. Un gesto istintivo, comune a molti in quelle fasi concitate, che purtroppo si è rivelato fatale. Milano, nelle ultime ore, si è stretta attorno ai genitori e ai compagni di scuola, in un silenzio carico di dolore.

Emanuele Galeppini, originario di Rapallo (Genova) ma residente a Dubai con la famiglia, era conosciuto per la sua grande passione per il golf. Un talento promettente, già apprezzato nell’ambiente sportivo, e un tifoso dichiarato del Genoa. La notizia della sua scomparsa ha raggiunto non solo la Liguria, ma anche la comunità sportiva che lo seguiva e lo incoraggiava, spezzando sogni e progetti appena iniziati.

Accanto ai tre nomi ufficialmente identificati, nelle stesse ore è arrivata anche la conferma della morte di Chiara Costanzo, sedicenne milanese, annunciata dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana con un messaggio di cordoglio. La ragazza era amica di Achille Barosi e si trovava con lui a Crans-Montana per festeggiare il Capodanno.

Sofia Prosperi, 15 anni, italosvizzera, abitava a Castel San Pietro, una frazione di Mendrisio, capoluogo del Canton Ticino, dove si era trasferita da piccola per seguire il padre andato in Svizzera per lavoro. La notte di Capodanno la 15enne stava festeggiando al «Constel» insieme con alcune amiche quando è rimasta bloccata nel seminterrato non appena scoppiato l’incendio. Le altre ragazze non l’hanno più vista uscire dal locale e per ore sui social numerosi messaggi che invitavano a pregare per lei. La 15enne frequentava l’International School of Como di Fino Mornasco (Como). Secondo alcune testimonianze era entrata anche con altri amici, almeno quattro, nel locale di Crans. Con lei c’era un 16enne di Cantù ora fra i feriti, ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano dopo essere stato trasferito da Ginevra con ustioni su almeno il 30 per cento del corpo.

Riccardo Minghetti, 16 anni, era originario di Roma e abitava nel quartiere Eur-Laurentino, dove viveva con la sua famiglia. Frequentava il Liceo Cannizzaro nella capitale ed era descritto come un appassionato di montagna: trascorreva tempo sulle Alpi svizzere fin da bambino, dato che la sua famiglia aveva seconde case nella zona e lui amava sciare durante le vacanze invernali.

Le indagini, avviate dalla procura del Cantone Vallese, dovranno chiarire le responsabilità e le condizioni di sicurezza del locale. Ma intanto, davanti a questa strage di giovani, restano il silenzio, le domande e una preghiera che sale dalle famigliem colpite.
(fonte: Famiglia Cristiana 04/01/2026
aggiornato alle ore 20.33)

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Alberto Pellai:
La fine dell’illusione del controllo: noi genitori “geolocalizzatori” spiazzati davanti al caso e alla morte

Gli strascichi di ciò che è accaduto a Capodanno in Svizzera resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Ma noi adulti non dobbiamo smettere di augurare ai nostri ragazzi di non avere paura della vita, anche quando si fa terribile e spaventosa

Persone in lacrime davanti al bar "Le Constellation" di Crans-Montana REUTERS

La strage di Crans Montana è il peggiore inizio d’anno che il mondo poteva avere. Vedere morte e dolore dentro quella che doveva essere un’occasione di celebrazione e festa produce un senso di impotenza e di ingiustizia senza uguali. Anche perché questa strage ha colpito ragazzi e ragazze che potrebbero essere i nostri figli. Ragazzi nel pieno dell’adolescenza, desiderosi di bellezza, di gioia, probabilmente vestiti con i loro abiti più belli per celebrare l’inizio di un nuovo anno che per alcuni ha comportato la fine della vita e, per i sopravvissuti, la partecipazione ad un dramma collettivo che rappresenterà un trauma di portata gigantesca nella loro memoria emotiva.

Il dolore mediatico

In queste ore, tutti i media ci bombardano di notizie e immagini, testimonianze e resoconti che amplificano il dolore, lo stratificano nella mente e nel cuore di tutti. Ci sentiamo mamme e papà di quei ragazzi uccisi, dispersi, ustionati. Ci viene da piangere e sentiamo un brivido correrci lungo la schiena. Perché dentro di noi si accende la consapevolezza di quanto facciamo ogni giorno per assicurare protezione e sicurezza ai nostri figli e di come eventi del genere ci obblighino a renderci conto che la vita, a volte, segue le regole del gioco d’azzardo, fa avvenire cose che sfuggono a ogni logica e legge delle probabilità, diventando un territorio in cui il controllo di tutto è solo un ingrediente inefficace, che non può nulla di fronte all’avversità del destino.

L’illusione del controllo

Proprio noi, la generazione dei genitori geolocalizzatori, ci troviamo di fronte ad una tragedia in cui tutto è stato deciso dal caso fortuito e da condizioni di sicurezza imprecise che mai ci saremmo aspettati in una Nazione così ligia al dovere e così rispettosa delle leggi, come la Svizzera.

Fiori e lumini davanti al luogo della tragedia (REUTERS)

Adolescenti e iperprotezione

Gli adolescenti del terzo millennio stanno combattendo contro la tentazione di rimanere chiusi in vite ultraprotette. Molti genitori faticano a far uscire i figli dalle loro stanze. Vorremmo mandarli fuori nel mondo, ma al tempo stesso siamo i genitori che più temono che, una volta fuori nel mondo, i nostri figli possano farsi male e andare incontro a rischi di cui non sanno calcolare la portata e le implicazioni. In questo inizio di terzo millennio, il mondo adulto ha messo controllo e iperprotezione al centro di un modello educativo che ha reso molti figli fragili e riparati in vite poco esplorative, spesso rifugiate nella cameretta. La strage di Crans Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo.

Traumatizzazione indiretta

Visionare di continuo, come sta accadendo in questi giorni, le immagini della strage ci fa sperimentare tutto il dolore e tutta l’ansia del mondo. La psicologia chiama questo fenomeno traumatizzazione indiretta. Anche se noi non siano dentro i fatti di cronaca, i fatti di cronaca entrano dentro le nostre vite e la nostra psiche, sollecitando un’angoscia che diventa pervasiva e divorante. Sentiamo il dolore dei genitori che hanno perso i figli come se fosse il nostro. E ci immaginiamo quanto gigantesca sia la disperazione e lo stordimento di quelle mamme e quei papà i cui figli risultano dispersi. Non si sa nulla di loro perché non appaiono in alcune lista ufficiale: non sono tra i feriti e i ricoverati, non sono tra i tornati a casa. Forse appartengono alla lista dei deceduti irriconoscibili che richiederà tempi lunghi e analisi complesse effettuate sul Dna, per accertarne un’identità e per poterne decretare il decesso. È questo un dolore amplificato che tiene chi lo vive sospeso sul filo dell’incertezza angosciante, della traumatizzazione senza fine e che anche per noi terapeuti risulta essere di estrema difficoltà nel maneggiarla sul piano clinico.

Psicologia e limiti del conforto

È difficile usare la psicologia per affrontare stragi come quelle di Crans Montana, perché essa non è in grado di fornire alcun conforto. Può solo raccontare il dolore della mente di chi si trova dentro a questo incubo e di chi lo osserva da fuori. Gli strascichi di ciò che è accaduto a Crans Montana resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Saranno respiri mozzati quando li cercheremo al telefono e lo sentiremo squillare senza risposta. Si trasformeranno in risvegli improvvisi di notte quando avremo figli partiti per brevi vacanze insieme ai loro amici e proveremo l’impulso di geolocalizzarne la posizione, certificarne in modo diretto o indiretto il loro essere vivi.

Il coraggio di vivere

Invece, l’unica cosa che a loro, ai nostri figli, serve veramente è non smettere mai - noi adulti - di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro. Che raramente e purtroppo è tragico, come in questo caso. Ma che quasi sempre sa accoglierti con opportunità che non coglieresti mai se rinunciassi ad andarlo a cercare, rimanendo nel territorio ultraprotetto della tua comfort zone.
(fonte: Famiglia Cristiana 02/01/2026)

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Leggi anche il post precedente:
Crans Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale


venerdì 19 dicembre 2025

Chi ha insegnato agli adolescenti di oggi che è un valore avere un coltello in tasca?

Alberto Pellai
Chi ha insegnato agli adolescenti di oggi
che è un valore avere un coltello in tasca?

Primo aspetto: sono quasi solo maschi quasi fosse un prolungamento dell’identità di genere. Secondo, il mondo intorno – dalle serie Tv ai social – li radica nel modello del “vero uomo”


La cronaca ci parla sempre più spesso di giovanissimi che compiono attacchi usando lame. Andare in giro con un coltello sembra oggi essere un comportamento molto più diffuso che in passato. Non è stato normalizzato, per fortuna, ma di certo ascoltando le testimonianze di molti educatori e docenti che lavorano a contatto con adolescenti, si ha la percezione che siano numerosi i ragazzi che escono di casa portando nello zaino o in tasca una lama. Alcuni di loro, poi, avendola a disposizione, ne fanno uso all’interno di conflitti estemporanei o come strumento per intimidire (e a volte colpire) l’altro durante furti, scorribande o risse.

Inevitabile domandarsi come è avvenuto questo “sdoganamento” generazionale dei coltelli.

Primo aspetto: sono solo maschi quelli che escono di casa, tenendo un coltello a portata di mano. Inevitabilmente viene da pensare che il coltello rappresenti un prolungamento della propria identità di genere. Il vero maschio se ne può impossessare e portarlo in giro per dimostrare, anche attraverso di esso, di appartenere alla mascolinità vera. Il che ha un duplice significato: da una parte essere maschi comporta fragilità interiori che richiedono supporti esterni a sé, oggetti che fungano da veri e propri status symbol che confermino e rendano certi di essere dalla parte giusta, relativamente al proprio ruolo di genere. Un tempo era la sigaretta, oggi è il coltello. Stride moltissimo tale condizione con il lavoro enorme che si sta facendo per fare prevenzione della violenza di genere, per aiutare il “maschile” a connotarsi di nuove competenze emotive e relazionali che permettano a chi nasce e cresce maschio di coltivare un’identità non centrata sul mito del vero uomo, ancorandola invece al concetto di “uomo vero”. Ma questo messaggio educativo e preventivo, purtroppo, si confonde oggi con il messaggio che arriva a chi cresce attraverso il contesto socio-culturale di riferimento.

E qui abbiamo il secondo fattore di criticità, oggi pandemico. Perché tutto ciò che dal mondo arriva alla mente e al cuore dei nostri figli maschi, sembra radicarli in modo inevitabile al modello del “vero uomo” che si fa giustizia da solo, che usa la potenza violenta più che la competenza emotiva, quando c’è da risolvere un conflitto. Ci sono coltelli nelle serie tv più amate dagli adolescenti, c’è un richiamo continuo alla violenza e alla prepotenza, al machismo e al mito del “vero uomo” nelle canzoni e nei videogiochi con cui ogni giorno per ore i nostri figli riempiono il loro tempo libero. Ed è chiaro che non è colpa di una canzone o di un videogioco se uno va in giro con un coltello e poi lo usa. Ma c’è qualcosa di profondamente pericoloso che sta avvenendo nella vita di molti ragazzi. Da una parte, si trovano esposti ad un’adultità fragile che ha perso presenza e autorevolezza educativa nei loro confronti. Per crescere, soprattutto in condizioni di fragilità, servono adulti capaci di stare in relazione, capaci di transennare gli eccessi emotivi della prima adolescenza con la forza di proposte educative coinvolgenti e capaci di rispondere al bisogno di appartenenza, di protagonismo, di validazione che ogni adolescente porta con sé. Spesso però proprio i ragazzi più fragili escono precocemente dal “radar” del mondo adulto che educa. Escono dal circuito scolastico ed entrano in un limbo in cui solitudine e isolamento diventano fattori di amplificazione del proprio sentirsi disorientati e impotenti.

È su questo substrato che fanno breccia i modelli culturali di riferimento che attraverso gli schermi sempre accesi a riempire il vuoto di crescite denutrite e non allenate alla ricerca di senso, vengono avviate al mito della violenza. Un ragazzo un giorno mi ha detto: “Magari nella vita reale sei il più grande sfigato che esista, poi entri in un videogioco e li fai fuori tutti. Così finalmente ti senti capace, senti di avere ancora un valore”. Ecco il quesito fondamentale: chi ha insegnato agli adolescenti contemporanei che è un valore uscire di casa con una lama nello zaino o nelle tasche? Lo hanno imparato da soli, come autodidatti, o nelle loro vite è entrato un messaggio che nel coltello ha identificato un simbolo di potenza e mascolinità, di prepotenza e controllo sull’altro? La mitologia del coltello tra gli adolescenti, almeno in parte, nasce dal fatto che “agire violenza” tutt’oggi continua ad essere una modalità con cui i maschi si impossessano in modo totalmente “maldestro” del proprio ruolo di genere. Per cambiare questi copioni, oggi più che mai servono testimoni adulti credibili che sappiano stare in relazione, educare e modellare una crescita maschile dove essere competenti è più appagante che essere potenti, dove essere “uomo vero” è più premiante che essere “vero uomo”. È un compito che spetta soprattutto ai padri, essi stessi oggi sospesi tra il desiderio di nuovi riferimenti e modelli maschili di riferimento e la percezione di una fragilità e impotenza che li trova disorientati di fronte alle sfide educative che il terzo millennio ha messo nelle vite di chi cresce e di chi fa crescere.
(fonte: Famiglia Cristiana 18/12/2025)

lunedì 2 giugno 2025

GIUBILEO DELLE FAMIGLIE - Leone XIV: la famiglia, forza di unità nelle società disgregate - Omelia e Regina Caeli 01/06/2025 (commento/sintesi, foto, testi e video)

GIUBILEO DELLE FAMIGLIE, DEI NONNI E DEGLI ANZIANI

Piazza San Pietro
VII Domenica di Pasqua - Domenica, 1° giugno 2025


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Leone XIV: la famiglia, forza di unità nelle società disgregate

Il Papa celebra il Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani richiamando a quell’”unione universale” che è "segno di pace" e di "futuro dei popoli": l'umanità a volte viene tradita, "ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere"

Papa Leone con una coppia e i loro figli, durante la Messa per il Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani

Sono le famiglie che generano “il futuro dei popoli”, perché sono loro che possono essere “segno di pace per tutti, nella società e nel mondo”. Papa Leone XIV accoglie con queste parole le famiglie, genitori, bambini, nonni e anziani, 70milapersone che, sin dalle prime ore del mattino, lo aspettano in piazza San Pietro, generazioni diverse, arrivate da tutto il mondo per vivere in unità il Giubileo a loro dedicato. Alle famiglie, il Pontefice affida il prezioso mandato del Vangelo odierno: vivere in una “unione universale” attraverso la quale realizzare una comunione fondata sull’amore. Una comunione che Leone manifesta nell’abbraccio ai fedeli durante il suo giro di piazza in papamobile, quando benedice, accarezza e bacia i bambini, che i genitori gli porgono. Tutti hanno “ricevuto la vita prima di volerla”, dice il Papa, e loro, i più piccoli, hanno bisogno dell’aiuto di altri, perché da solo nessuno può farcela, perché viviamo “grazie a una relazione, cioè a un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole”.

È vero, a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere.

Le famiglie generano il futuro dei popoli

Anche davanti al male, la preghiera di Dio per gli esseri umani diviene “annuncio di perdono e di riconciliazione”, dando così senso all’amore vissuto in famiglia, ciò che quindi, indica Leone, fa divenire tutti, “diversi, eppure uno, tanti, eppure uno, sempre, in ogni circostanza e in ogni età della vita”.

Carissimi, se ci amiamo così, sul fondamento di Cristo, che è «l’alfa e l’omega», «il principio e la fine» (cfr Ap 22,13), saremo segno di pace per tutti, nella società e nel mondo. E non dimentichiamo: dalle famiglie viene generato il futuro dei popoli.

Il saluto di Leone XIV alla folla in papamobile prima della Messa (@Vatican Media)

La testimonianza degli sposi santi e beati

Leone ricorda poi i nomi di coloro che, insieme, in quanto coppie di sposi, sono stati beatificati o canonizzati: Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino; i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi; la famiglia polacca Ulma e che rappresentano un “segno che fa pensare”.

…additando come testimoni esemplari degli sposi, la Chiesa ci dice che il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società.

Un colpo d'occhio delle decine di migliaia di persone in Piazza San Pietro (@VATICAN MEDIA)

Il matrimonio, canone del vero amore

L'esortazione del Pontefice è quindi rivolta a tutte le componenti della famiglia, a partire dai genitori, uniti dal matrimonio che "non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo (cfr S. Paolo VI, Lett. Enc. Humanae vitae, 9). Mentre vi trasforma in una carne sola, questo stesso amore vi rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita"

Perciò vi incoraggio ad essere, per i vostri figli, esempi di coerenza, comportandovi come volete che loro si comportino, educandoli alla libertà mediante l’obbedienza, cercando sempre in essi il bene e i mezzi per accrescerlo. E voi, figli, siate grati ai vostri genitori: dire “grazie”, per il dono della vita e per tutto ciò che con esso ci viene donato ogni giorno, è il primo modo di onorare il padre e la madre (cfr Es 20,12). Infine a voi, cari nonni e anziani, raccomando di vegliare su coloro che amate, con saggezza e compassione, con l’umiltà e la pazienza che gli anni insegnano.

La famiglia trasmette la fede attraverso la vita, e per questo è “luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene e vuole il nostro bene, sempre”, conclude Papa Leone XIV, ricordando che tutti un giorno si uniranno nella “Pasqua eterna” ai familiari che li hanno preceduti e che, in questa giornata a loro dedicata “sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa”.
(fonte: Vatican News, articolo di Francesca Sabatinelli 01/06/2025)

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OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV



Il Vangelo appena proclamato ci mostra Gesù che, nell’ultima Cena, prega per noi (cfr Gv 17,20): il Verbo di Dio, fatto uomo, ormai vicino alla fine della sua vita terrena, pensa a noi, ai suoi fratelli, facendosi benedizione, supplica e lode al Padre, con la forza dello Spirito Santo. E anche noi, mentre entriamo, pieni di stupore e di fiducia, nella preghiera di Gesù, veniamo coinvolti dal suo stesso amore in un progetto grande, che riguarda l’intera umanità.

Cristo domanda infatti che tutti siamo «una sola cosa» (v. 21). Si tratta del bene più grande che possa essere desiderato, perché questa unione universale realizza tra le creature l’eterna comunione d’amore in cui si identifica Dio stesso, come Padre che dà la vita, Figlio che la riceve e Spirito che la condivide.

Il Signore non vuole che noi, per unirci, ci sommiamo in una massa indistinta, come un blocco anonimo, ma desidera che siamo uno: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (v. 21). L’unità, per la quale Gesù prega, è così una comunione fondata sull’amore stesso con cui Dio ama, dal quale vengono al mondo la vita e la salvezza. E come tale è prima di tutto un dono, che Gesù viene a portare. È dal suo cuore di uomo, infatti, che il Figlio di Dio si rivolge al Padre dicendo: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (v. 23).

Ascoltiamo ammirati queste parole: Gesù ci sta rivelando che Dio ci ama come ama sé stesso. Il Padre non ama noi meno di quanto ami il suo Figlio Unigenito, cioè infinitamente. Dio non ama meno, perché ama prima, ama per primo! Lo testimonia Cristo stesso quando dice al Padre: «Tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (v. 24). Ed è proprio così: nella sua misericordia, Dio da sempre vuole stringere a sé tutti gli uomini, ed è la sua vita, donata per noi in Cristo, che ci fa uno, che ci unisce tra noi.

Ascoltare oggi questo Vangelo, durante il Giubileo delle Famiglie e dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani, ci riempie di gioia.

Carissimi, noi abbiamo ricevuto la vita prima di volerla. Come insegnava Papa Francesco, «tutti gli uomini sono figli, ma nessuno di noi ha scelto di nascere» (Angelus, 1° gennaio 2025). Non solo. Appena nati abbiamo avuto bisogno degli altri per vivere, da soli non ce l’avremmo fatta: è qualcun altro che ci ha salvato, prendendosi cura di noi, del nostro corpo come del nostro spirito. Tutti noi viviamo, dunque, grazie a una relazione, cioè a un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole.

È vero, a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere. Tuttavia, anche davanti al male, che contrappone e uccide, Gesù continua a pregare il Padre per noi, e la sua preghiera agisce come un balsamo sulle nostre ferite, diventando per tutti annuncio di perdono e di riconciliazione. Tale preghiera del Signore dà senso pieno ai momenti luminosi del nostro volerci bene, come genitori, nonni, figli e figlie. Ed è questo che vogliamo annunciare al mondo: siamo qui per essere “uno” come il Signore ci vuole “uno”, nelle nostre famiglie e là dove viviamo, lavoriamo e studiamo: diversi, eppure uno, tanti, eppure uno, sempre, in ogni circostanza e in ogni età della vita.

Carissimi, se ci amiamo così, sul fondamento di Cristo, che è «l’alfa e l’omega», «il principio e la fine» (cfr Ap 22,13), saremo segno di pace per tutti, nella società e nel mondo. E non dimentichiamo: dalle famiglie viene generato il futuro dei popoli.

Negli ultimi decenni abbiamo ricevuto un segno che dà gioia e al tempo stesso fa riflettere: mi riferisco al fatto che sono stati proclamati Beati e Santi dei coniugi, e non separatamente, ma insieme, in quanto coppie di sposi. Penso a Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino; come pure i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, la cui vita familiare si è svolta a Roma nel secolo scorso. E non dimentichiamo la famiglia polacca Ulma: genitori e bambini uniti nell’amore e nel martirio. Dicevo che si tratta di un segno che fa pensare. Sì, additando come testimoni esemplari degli sposi, la Chiesa ci dice che il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società.

Per questo, col cuore pieno di riconoscenza e di speranza, a voi sposi dico: il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo (cfr S. Paolo VI, Lett. Enc. Humanae vitae, 9). Mentre vi trasforma in una carne sola, questo stesso amore vi rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita.

Perciò vi incoraggio ad essere, per i vostri figli, esempi di coerenza, comportandovi come volete che loro si comportino, educandoli alla libertà mediante l’obbedienza, cercando sempre in essi il bene e i mezzi per accrescerlo. E voi, figli, siate grati ai vostri genitori: dire “grazie”, per il dono della vita e per tutto ciò che con esso ci viene donato ogni giorno, è il primo modo di onorare il padre e la madre (cfr Es 20,12). Infine a voi, cari nonni e anziani, raccomando di vegliare su coloro che amate, con saggezza e compassione, con l’umiltà e la pazienza che gli anni insegnano.

In famiglia, la fede si trasmette insieme alla vita, di generazione in generazione: viene condivisa come il cibo della tavola e gli affetti del cuore. Ciò la rende un luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene e vuole il nostro bene, sempre.

E vorrei aggiungere un’ultima cosa. La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa.

Guarda il video dell'omelia


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REGINA CAELI
AL TERMINE DELLA MESSA


Al termine di questa Eucaristia, desidero rivolgere un caloroso saluto a tutti voi, partecipanti al Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani! Siete venuti da ogni parte del mondo, con delegazioni di centotrentuno Paesi.

Sono contento di accogliere tanti bambini, che ravvivano la nostra speranza! Saluto tutte le famiglie, piccole chiese domestiche, in cui il Vangelo è accolto e trasmesso. La famiglia – diceva San Giovanni Paolo II – ha origine dall’amore con cui il Creatore abbraccia il mondo creato (Lett. Gratissimam sane, 2). Che la fede, la speranza e la carità crescano sempre nelle nostre famiglie. Un saluto speciale ai nonni e agli anziani. Voi siete modello genuino di fede e ispirazione per le giovani generazioni. Grazie di essere venuti!

Estendo il mio saluto a tutti i pellegrini presenti, in particolare a quelli della Diocesi di Mondovì, in Piemonte.

Oggi in Italia e in diversi Paesi si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. È una festa molto bella, che ci fa guardare alla meta del nostro viaggio terreno. In questo orizzonte ricordo che ieri a Braniewo, in Polonia, sono state beatificate Cristofora Klomfass e quattordici consorelle della Congregazione di Santa Caterina Vergine e Martire, uccise nel 1945 dai soldati dell’Armata Rossa in territori dell’odierna Polonia. Nonostante il clima di odio e di terrore contro la fede cattolica, continuarono a servire gli ammalati e gli orfani. All’intercessione delle nuove Beate martiri affidiamo tutte le religiose che nel mondo si spendono generosamente per il Regno di Dio.

Ricordo anche l’odierna Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali e ringrazio gli operatori dei media che, curando la qualità etica dei messaggi, aiutano le famiglie nel loro compito educativo.

La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà: penso specialmente a quelle che soffrono a causa della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in altre parti del mondo. La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace.
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Guarda il video integrale



venerdì 31 gennaio 2025

Papa Francesco al Tribunale della Rota Romana: nelle cause di nullità ci interpellino dolore e speranza di chi cerca verità (commento/sintesi, testo integrale, foto)

Papa Francesco al Tribunale della Rota Romananelle cause di nullità ci interpellino dolore e speranza di chi cerca verità

Francesco riceve in udienza il Tribunale della Rota Romana in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario ed evidenzia gli aspetti più rilevanti della riforma dei processi da lui disposta dieci anni fa: procedure più brevi e snelle e strutture diocesane più organizzate e competenti. “La verifica della validità o meno del matrimonio rappresenta un’importante possibilità”, dice, “le persone vanno aiutate a percorrere il più agevolmente possibile questa strada”

L'inaugurazione dell'Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana (VATICAN MEDIA Divisione Foto)

È un servizio alla “salvezza delle anime” il “lavoro di discernimento” del Tribunale della Rota Romana “sull’esistenza o meno di un valido matrimonio”, che ha l’obiettivo di “aiutare a purificare e ripristinare le relazioni interpersonali”. Francesco coglie l’occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, nella Sala Clementina, oggi 31 gennaio, per evidenziare la “grande responsabilità” dell’organismo della Curia Romana e la necessità di processi celeri e più semplici, perché, a causa di una “ritardata definizione del giudizio”, “il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio”. E torna a chiedere che le procedure siano gratuite il Pontefice, rammaricandosi del fatto che a dieci anni dalla riforma del processo per la nullità matrimoniale ci sono fedeli che ancora ignorano l’istituzione del processo breve, sulla base di determinati presupposti, davanti al vescovo diocesano.

I membri del Tribunale della Rota Romana in udienza da Papa Francesco

Processi agevoli senza pregiudicare verità e giustizia

Il Papa rimarca che lo scopo del processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio, come ha affermato Benedetto XVI nel discorso alla Rota del 2006, “non è quello ‘di complicare inutilmente la vita ai fedeli né tanto meno di esacerbarne la litigiosità, ma solo di rendere un servizio alla verità”. Concetto esplicitato anche da Paolo VI, che, portata “a termine la riforma operata col Motu Proprio Causas matrimoniales, nel 1975, sempre alla Rota, precisava che attraverso le semplificazioni introdotte, l’obiettivo era rendere la trattazione delle cause matrimoniali “più agevole, e perciò più pastorale, senza che ciò abbia da recare pregiudizio ai criteri di verità e di giustizia, ai quali un processo deve onestamente attenersi”. Principi che Francesco ribadisce.

Ci interpellano il dolore e la speranza di tanti fedeli che cercano chiarezza riguardo alla verità della loro condizione personale e, di conseguenza, riguardo alla possibilità di una piena partecipazione alla vita sacramentale. Per tanti che hanno “vissuto un’esperienza matrimoniale infelice, la verifica della validità o meno del matrimonio rappresenta un’importante possibilità; e queste persone vanno aiutate a percorrere il più agevolmente possibile questa strada”

Il compito del vescovo diocesano

Nel decimo anniversario della riforma del processo per la nullità matrimoniale, disposta con i due Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus, il Papa si sofferma sullo “spirito” che l’ha permeata e ricorda che la modifica delle “norme relative al processo di nullità” è stata chiesta dal Sinodo del 2014 per rendere i procedimenti “più accessibili e agili”. Le innovazioni hanno riguardato pure le strutture, specifica Francesco, in modo tale che l’amministrazione della giustizia “rispondesse nel modo migliore a quanti si rivolgono alla Chiesa per fare luce sulla propria situazione coniugale”. Il Pontefice sottolinea di aver voluto “al centro della riforma” il vescovo diocesano, che deve “amministrare la giustizia nella Diocesi, sia come garante della vicinanza dei tribunali e della vigilanza su di essi, sia come giudice” che ha potere decisionale quando “la nullità risulta manifesta” e dunque c’è la possibilità del “processus brevior”.

Ho sollecitato l’inserimento dell’attività dei tribunali nella pastorale diocesana, incaricando i vescovi di assicurare che i fedeli siano a conoscenza dell’esistenza del processo come possibile rimedio alla situazione di bisogno in cui si trovano. Rattrista a volte venire a sapere che i fedeli ignorano l’esistenza di questa via. Inoltre, è importante “che venga assicurata la gratuità delle procedure, perché la Chiesa […] manifesti l’amore gratuito di Cristo dal quale tutti siamo stati salvati”.

L’importanza della formazione

Nelle diocesi il vescovo deve garantire la costituzione di un tribunale con chierici e laici ben formati, “assicurandosi che svolgano il loro lavoro con giustizia e diligenza”. Quanto alla formazione, “scientifica, umana e spirituale”, per il Papa è fondamentale, investirvi porta sempre un beneficio ai fedeli, “che hanno diritto a un’attenta considerazione delle loro istanze, anche quando dovessero ricevere un riscontro negativo”.

Un momento dell'udienza

Prudenza, giustizia e carità

Della sua riforma, Francesco menziona, poi, in particolare, l’abolizione della “necessità della doppia sentenza conforme” e l’incoraggiamento “a decidere più velocemente le cause in cui la nullità risulti manifesta, mirando al bene dei fedeli e considerando di portare pace alle loro coscienze”. Ma raccomanda prudenza e giustizia nell’applicare le norme, senza dimenticare la carità.
La famiglia riflesso della comunione d’amore della Trinità

Infine il Papa fa notare che “la famiglia è riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità” e per questo “ogni protagonista del processo si avvicina alla realtà coniugale e familiare con venerazione”.

I coniugi uniti nel matrimonio hanno ricevuto il dono dell’indissolubilità, che non è una meta da raggiungere con il loro sforzo, né tantomeno un limite alla loro libertà, ma una promessa di Dio, la cui fedeltà rende possibile quella degli esseri umani.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 31/01/2025)

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INAUGURAZIONE DEL 96° ANNO GIUDIZIARIO DEL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Sala Clementina
Venerdì, 31 gennaio 2025



Cari Prelati Uditori!

L’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana mi offre l’opportunità di rinnovare l’espressione del mio apprezzamento e della mia gratitudine per il vostro lavoro. Saluto cordialmente Mons. Decano e tutti voi che prestate il vostro servizio in questo Tribunale.

Ricorre quest’anno il decimo anniversario dei due Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus, con i quali ho riformato il processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio. Mi sembra opportuno cogliere questa tradizionale occasione di incontro con voi per richiamare lo spirito che ha permeato tale riforma, da voi applicata con competenza e solerzia a favore di tutti i fedeli.

La necessità di modificare le norme relative al processo di nullità era stata manifestata dai Padri sinodali riuniti nell’Assemblea straordinaria del 2014, formulando la richiesta di rendere i processi più accessibili e agili (cfr Relatio Synodi 2014, 48). I Padri sinodali esprimevano in tal modo l’impellenza di portare a termine la conversione pastorale delle strutture, già auspicata nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr n. 27).

Era quanto mai opportuno che quella conversione toccasse pure l’amministrazione della giustizia, perché essa rispondesse nel modo migliore a quanti si rivolgono alla Chiesa per fare luce sulla propria situazione coniugale (cfr Discorso al Tribunale della Rota Romana, 23 gennaio 2015).

Ho voluto che al centro della riforma ci fosse il vescovo diocesano. A lui infatti spetta la responsabilità di amministrare la giustizia nella Diocesi, sia come garante della vicinanza dei tribunali e della vigilanza su di essi, sia come giudice che deve decidere personaliter nei casi in cui la nullità risulta manifesta, ossia mediante il processus brevior quale espressione della sollecitudine per la salus animarum.

Pertanto ho sollecitato l’inserimento dell’attività dei tribunali nella pastorale diocesana, incaricando i vescovi di assicurare che i fedeli siano a conoscenza dell’esistenza del processo come possibile rimedio alla situazione di bisogno in cui si trovano. Rattrista a volte venire a sapere che i fedeli ignorano l’esistenza di questa via. Inoltre, è importante «che venga assicurata la gratuità delle procedure, perché la Chiesa […] manifesti l’amore gratuito di Cristo dal quale tutti siamo stati salvati» (Proemio, VI).

In particolare, la sollecitudine del vescovo si attua nel garantire per legge la costituzione nella propria diocesi del tribunale, dotato di persone – chierici e laici – ben formate, adatte a questa funzione; e assicurandosi che svolgano il loro lavoro con giustizia e diligenza. L’investimento nella formazione di tali operatori – formazione scientifica, umana e spirituale – va sempre a beneficio dei fedeli, che hanno diritto a un’attenta considerazione delle loro istanze, anche quando dovessero ricevere un riscontro negativo.

Ha guidato la riforma – e deve guidare la sua applicazione – la preoccupazione della salvezza delle anime (cfr Mitis Iudex, Proemio). Ci interpellano il dolore e la speranza di tanti fedeli che cercano chiarezza riguardo alla verità della loro condizione personale e, di conseguenza, riguardo alla possibilità di una piena partecipazione alla vita sacramentale. Per tanti che hanno «vissuto un’esperienza matrimoniale infelice, la verifica della validità o meno del matrimonio rappresenta un’importante possibilità; e queste persone vanno aiutate a percorrere il più agevolmente possibile questa strada» (Discorso ai partecipanti al Corso promosso dalla Rota Romana, 12 marzo 2016).

Le norme che stabiliscono le procedure devono garantire alcuni diritti e principi fondamentali, precipuamente il diritto di difesa e la presunzione di validità del matrimonio. Lo scopo del processo non è quello «di complicare inutilmente la vita ai fedeli né tanto meno di esacerbarne la litigiosità, ma solo di rendere un servizio alla verità» (Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 2006).

Mi viene in mente quanto disse San Paolo VI, dopo aver portato a termine la riforma operata col Motu Proprio Causas matrimoniales. Egli osservava «come nelle semplificazioni […] introdotte nella trattazione delle cause matrimoniali si voglia rendere tale esercizio più agevole, e perciò più pastorale, senza che ciò abbia da recare pregiudizio ai criteri di verità e di giustizia, ai quali un processo deve onestamente attenersi, nella fiducia che la responsabilità e la sapienza dei Pastori vi siano religiosamente e più direttamente impegnate» (Discorso alla Rota Romana, 30 gennaio 1975).

Anche la recente riforma ha voluto favorire «non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi, non meno che una giusta semplicità, affinché, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio» (Mitis Iudex, Proemio). Infatti, per evitare che, a causa di procedure troppo complesse, si verifichi il detto “summum ius summa iniuria” (Cicerone, De Officiis I,10,33), ho soppresso la necessità della doppia sentenza conforme e ho incoraggiato a decidere più velocemente le cause in cui la nullità risulti manifesta, mirando al bene dei fedeli e desiderando portare pace alle loro coscienze. È evidente – ma ci tengo a ribadirlo in questa sede – che la riforma interpella in modo forte la vostra prudenza nell’applicare le norme. E questo «richiede due grandi virtù: la prudenza e la giustizia, che devono essere informate dalla carità. C’è un’intima connessione tra prudenza e giustizia, poiché l’esercizio della prudentia iuris mira alla conoscenza di ciò che è giusto nel caso concreto» (Discorso alla Rota Romana, 25 gennaio 2024).

Ogni protagonista del processo si avvicina alla realtà coniugale e familiare con venerazione, perché la famiglia è riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità (cfr Amoris laetitia, 11). Inoltre, i coniugi uniti nel matrimonio hanno ricevuto il dono dell’indissolubilità, che non è una meta da raggiungere con il loro sforzo, né tantomeno un limite alla loro libertà, ma una promessa di Dio, la cui fedeltà rende possibile quella degli esseri umani. Il vostro lavoro di discernimento sull’esistenza o meno di un valido matrimonio è un servizio alla salus animarum, in quanto permette ai fedeli di conoscere e accettare la verità della propria realtà personale. Infatti, «ogni sentenza giusta di validità o nullità del matrimonio è un apporto alla cultura dell’indissolubilità sia nella Chiesa che nel mondo» (S. Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 29 gennaio 2002).

Cari fratelli, la Chiesa vi affida un compito di grande responsabilità, ma prima ancora di grande bellezza: aiutare a purificare e ripristinare le relazioni interpersonali. Il contesto giubilare in cui ci troviamo riempie di speranza il vostro lavoro, della speranza che non delude (cfr Rm 5,5). Invoco su tutti voi, peregrinantes in spem, la grazia di una gioiosa conversione e la luce per accompagnare i fedeli verso Cristo, che è il Giudice mite e misericordioso. Vi benedico di cuore, e vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie!






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Il cardinale segretario di Stato ha celebrato a San Pietro la Messa con i membri del Tribunale della Rota Romana, in occasione della inaugurazione dell’Anno Giudiziario: serve una “pazienza/ compassione”, che “nasce dalla consapevolezza che quello giudiziario, nella Chiesa, è un ministero di verità, un servizio prestato alle anime in vista di un bene superiore"

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Un «lembo del mantello» della Chiesa, dal cui tocco, mediante l’amministrazione della giustizia, le persone ferite possano trovare pace. Così l’arcivescovo decano del Tribunale della Rota Romana, Alejandro Arellano Cedillo, ha definito il ruolo del tribunale apostolico nel saluto rivolto a Papa Francesco durante l’inaugurazione dell’Anno giudiziario.