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giovedì 30 luglio 2026

Tonio Dell'Olio - Il regalo ai violenti

Tonio Dell'Olio
 
Il regalo ai violenti
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  29 luglio 2026


Non c’è causa tanto giusta da poter essere difesa con pietre, incendi, devastazioni o aggressioni. Le violenze di Chiomonte e Bologna vanno condannate senza esitazioni e senza distinguere tra mani “amiche” e mani “nemiche”. La violenza non rafforza una protesta: la sfigura.

Anche la più nobile delle ragioni, quando sceglie di colpire persone e cose, finisce per autocondannarsi al torto. Ma sarebbe altrettanto grave usare quelle azioni come pretesto per oscurare le domande da cui le proteste sono nate, restringere il diritto di manifestare o criminalizzare interi movimenti. 

A Bologna resta doveroso chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir; in Val di Susa non può essere cancellato il diritto delle comunità a discutere un’opera che incide sul territorio e sulla loro vita.

Confondere i violenti con tutti i manifestanti significa fare ai primi il regalo più grande: consegnare loro la rappresentanza del dissenso. E significa sottrarre spazio alla democrazia, che vive quando il conflitto può esprimersi senza diventare guerra. Condannare la violenza, dunque, non basta. Bisogna proteggere la protesta nonviolenta, ascoltarne le ragioni e garantire che lo Stato risponda con trasparenza e misura. Altrimenti, nel nome dell’ordine, si finisce per diventare inconsapevoli fiancheggiatori del disordine.

giovedì 23 luglio 2026

TONIO DELL'OLIO: Disarmare il futuro

Disarmare il futuro
di Tonio Dell'Olio



Un libro piccolo, una domanda enorme: l’umanità vuole ancora abitare la Terra? Esce oggi Disarmata e disarmante. La pace è un dono, curato da Alessandro Banfi e pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana: raccoglie il magistero di Leone XIV sulla pace con un’introduzione inedita del Papa. Non è un prontuario per diplomatici, ma un appello a ciascuno.

Si parte dal Risorto che mostra le ferite e dice: «Pace a voi». Non una pace decorativa, ma una scelta che attraversa il dolore, smaschera la menzogna e chiede responsabilità. Mentre 103 Stati sono coinvolti in guerre e il riarmo nucleare è spacciato per sicurezza, Leone XIV capovolge la logica dominante: non sono le armi a garantire la pace, ma il disarmo. E avverte del pericolo di affidare alle macchine e all’intelligenza artificiale la decisione di colpire e uccidere. Il libro sorprende quando avvicina la pace alle nostre vite. Comincia da me, da noi, dai rapporti quotidiani. Sant’Agostino insegna che i tempi cambiano quando cambia il nostro modo di vivere. Un’offesa perdonata, una parola buona, un ponte costruito non sono gesti privati: sono politica. Da Dorothy Day a Giorgio La Pira, fino a Stanislav Petrov, emerge una verità decisiva: una sola coscienza può salvare il mondo. E nessuno ha più il diritto di chiamarsi spettatore.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 21 luglio 2026)

Leggi anche il post già pubblicato:
- Disarmata e disarmante. La pace è un dono - Leone XIV: Non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

martedì 21 luglio 2026

Non hanno più pane di Tonio Del'Olio

Non hanno più pane
di Tonio Del'Olio



La fame non manca di certo! Mancano i soldi per affrontarla. 
In Sudan il Programma alimentare mondiale (PAM) ha dovuto ridurre da cinque a tre milioni e mezzo le persone a cui far giungere qualcosa da mangiare e tagliare le razioni e denuncia che sono quasi venti milioni quelli che vivono nell’insicurezza alimentare acuta.

Al PAM mancano 646 milioni di dollari per assicurare gli aiuti necessari: una cifra enorme quando si parla di pane, quasi trascurabile rispetto a quanto gli Stati spendono ogni giorno per le armi. 
Non siamo davanti a una fatalità, ma a una decisione politica.
Stati Uniti, Paesi europei e Regno Unito hanno ridotto i finanziamenti mentre guerre e sfollamenti “alimentano la fame”. Così gli operatori umanitari sono costretti a scegliere chi potrà mangiare e chi sarà abbandonato. Non esiste contabilità più oscena. 
La comunità internazionale continua a produrre emergenze e poi dichiara di non avere risorse per soccorrerne le vittime. Finanzia gli eserciti che devastano i raccolti, ma lesina sul cibo per i bambini; invoca la sicurezza, ma condanna milioni di persone all’insicurezza più radicale: non sapere se domani mangeranno. 
La fame del nostro tempo non è soltanto uno scandalo. 
È un bilancio, una gerarchia di priorità, una scelta. 
E quando il pane viene tagliato per non tagliare le armi, ogni governo donatore dovrebbe chiamarla con il suo nome: è complicità.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 20.07.2026)

giovedì 9 luglio 2026

Carceri, materassi, cimici e dignità di Tonio Dell'Olio

Carceri, materassi, cimici e dignità 
di Tonio Dell'Olio


La circolare del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) Toscana ordina nero su bianco alle direzioni delle carceri di collocare materassi a terra per ricavare nuovi posti nelle celle. Ma questa è tutt’altro che una soluzione al sovraffollamento.

È la certificazione del fallimento delle politiche carcerarie. Dormire sul pavimento, in spazi già saturi e con il caldo torrido, significa aggiungere umiliazione alla privazione della libertà.
 A rendere ancora più grave la situazione sono le condizioni igieniche di istituti come Sollicciano, dove le denunce sulla presenza di cimici e altri infestanti sono state accompagnate perfino dall'esibizione degli insetti raccolti nelle celle. Immagini che dovrebbero indignare l'intero Paese. 
L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. 
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte richiamato e condannato l'Italia per il sovraffollamento e per condizioni detentive incompatibili con la dignità della persona.

Lo Stato di diritto si misura da come tratta chi è più debole.
Restituire dignità alle carceri non è buonismo: è il primo dovere della giustizia e il fondamento della civiltà democratica.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 09.07.2026)  

martedì 7 luglio 2026

Tonio Dell'Olio Lampedusa e il vangelo dell’umano

Tonio Dell'Olio
 
Lampedusa e il vangelo dell’umano
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  6 luglio 2026


Lampedusa è il luogo in cui si decide il futuro della nostra civiltà. È questo il cuore della riflessione dell'arcivescovo di Palermo e presidente della Fondazione Migrantes, Corrado Lorefice, che legge la visita di papa Leone XIV come un gesto profetico contro la “disumanità” di un Mediterraneo trasformato da precise scelte politiche in “un sepolcro d'acqua”.

Il vescovo ricorda che sulle coste dell'isola giacciono “migliaia di esseri umani” abbandonati come il ferito della parabola del buon samaritano. Per i cristiani quel corpo ferito è “il corpo stesso di Cristo”: qui “l'umano e il cristiano coincidono”. 

Lorefice definisce la Sicilia una “zattera” chiamata a custodire e salvare l'umanità ferita, mentre denuncia che Lampedusa rappresenta oggi “uno sfregio” alla Costituzione italiana, fondata sul riconoscimento della dignità di ogni persona. “La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano”. 

Si rischia di tornare verso “l'orrore di un nuovo Auschwitz”, perché i campi di sterminio iniziano sempre dall'indifferenza. Da qui l'appello a scegliere da che parte stare: non con i muri e la paura, ma con la condivisione, l'accoglienza e la difesa di chi fugge da guerre, sfruttamento e saccheggio delle risorse. Solo così il Mediterraneo potrà tornare a essere un mare di speranza e non di morte.

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Vedi anche i post precedenti:


venerdì 3 luglio 2026

Per curare le ferite del Venezuela di Tonio Dell'Olio

Per curare le ferite del Venezuela 
di Tonio Dell'Olio


Di per sé il Venezuela non avrebbe bisogno di tendere la mano e chiedere aiuti per curare le ferite dolorose e profonde del terremoto. Gli basterebbe poter disporre delle proprie cospicue risorse congelate dagli Usa negli Usa.

Parliamo innanzitutto di CITGO, la raffineria statunitense controllata dalla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA, da anni al centro di sequestri, contenziosi giudiziari e procedure di vendita per soddisfare i creditori del Venezuela. A questi si aggiungono miliardi di dollari di attività finanziarie immobilizzate nell'ambito del regime sanzionatorio insieme a riserve, depositi bancari e altre disponibilità riconducibili allo Stato venezuelano. Diverse stime parlano di oltre 30 miliardi di dollari tra attività bloccate e accesso negato a finanziamenti internazionali. Ci sarebbero anche i 700 milioni di dollari che nell’agosto 2025 gli Usa hanno dichiarato di aver sequestrato all’ex presidente Nicolàs Maduro! Un'iniziativa di questo tipo da parte degli Stati Uniti potrebbe aprire una stagione diversa nelle relazioni tra i due Stati, favorendo soluzioni che restituiscano al Venezuela risorse indispensabili per acquistare medicinali, ricostruire infrastrutture e rilanciare un'economia allo stremo. Restituire ai venezuelani ciò che appartiene ai venezuelani sarebbe un atto di giustizia prima che di solidarietà. Toc toc – dice la particella di cloro che bussa alla Casa Bianca – c’è nessuno?

(Fonte: Mosaico dei giorni - 02.07.2026)

martedì 30 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: L’importanza di farsi i fatti degli altri

Tonio Dell'Olio
 
L’importanza di farsi i fatti degli altri
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  30 giugno 2026


È accaduto a Moglia (Mantova). Un bambino di appena sette mesi è rimasto per ore accanto alla nonna cinquantanovenne chiamata a custodirlo perché i genitori lavoravano, ma che era morta nella notte per un arresto cardiaco. A salvarlo dalla disidratazione completa non sono state telecamere o sofisticati sistemi di allarme, ma i vicini di casa. Hanno sentito quel pianto insistente, hanno capito che qualcosa non andava e hanno deciso di intervenire.

Hanno fatto ciò che troppo spesso ci viene sconsigliato: si sono fatti i fatti degli altri. Hanno risalito la corrente della cultura che alimenta egolatria e indifferentismo, trasformando le città in luoghi affollati ma disabitati da relazioni. Eppure la convivenza civile nasce proprio dal contrario: dal buon vicinato, dall'attenzione discreta, dal senso di comunità, dalla capacità di accorgersi di chi manca, di una finestra che resta chiusa, di un pianto fuori dall'ordinario, di un silenzio che interroga. 

Non è invadenza, è responsabilità. Non è curiosità, è prossimità. 

Forse dovremmo rivalutare il coraggio di "farci i fatti degli altri", quando questo significa custodire la vita. È il modo più semplice e autentico per ricostruire comunità nelle quali nessuno resti invisibile. Perché una società si misura non da quanto si restringe o si scolora nell'individualismo come un capo lavato male, ma da quanto sa prendersi cura delle persone che vivono accanto.

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mercoledì 24 giugno 2026

La Giornata delle periferie di Tonio Dell'Olio

La Giornata delle periferie 
di Tonio Dell'Olio




Il 24 giugno 2014, venne uccisa a Caivano la piccola Fortuna Loffredo, vittima innocente di una spirale di violenza, abusi e degrado sociale che per troppo tempo hanno prosperato nell'indifferenza collettiva.

Per questo il Parlamento ha scelto il 24 giugno come Giornata nazionale delle periferie urbane: “al fine di conservare e rinnovare l'attenzione sulle condizioni di inclusività, sostenibilità e sicurezza, sullo sviluppo economico, sociale e culturale e sulla qualità della vita delle città e delle loro periferie”. Una Giornata nazionale ha senso se accende una lanterna su una realtà e ci costringe a guardare.
 Le periferie non sono soltanto luoghi geografici. Sono la misura della giustizia di una società. Là dove mancano scuole adeguate, servizi, trasporti, cultura, spazi di aggregazione e opportunità di lavoro, crescono le disuguaglianze e si allargano le distanze tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Eppure le periferie non sono soltanto cronaca nera, disagio e abbandono. Sono anche laboratori di solidarietà, associazionismo, resistenza civile, creatività popolare. Sono luoghi in cui ogni giorno migliaia di persone costruiscono comunità controcorrente. Accendere una luce sulle periferie significa guardare al futuro del Paese. Una democrazia che lascia ai margini milioni di persone finisce per smarrire il proprio centro. Nessuna città sarà davvero sicura, prospera e umana finché una parte dei suoi abitanti continuerà a vivere nell'ombra.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 24.06.2026)

giovedì 18 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Ironia o sarcasmo?

Tonio Dell'Olio
 
Ironia o sarcasmo?
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  18 giugno 2026


L'ironia è un'arte sottile: dice una cosa per suggerirne un'altra, chiama in causa l'intelligenza di chi ascolta, invita a cogliere un significato ulteriore. Non ha bisogno di ferire; può criticare, smascherare contraddizioni e contestare il potere con leggerezza ed eleganza.

Infatti “cummannà è meglio ca fottere, sfottere è meglio e’ cummannà!”. Il sarcasmo, invece, punta a colpire, a umiliare, a esporre al ridicolo. Insomma, il sarcasmo è il fratello rozzo della nobile ironia. Entrambi nascono dalla distanza tra ciò che si dice e ciò che si pensa, ma prendono strade diverse. L'ironia è un fioretto, il sarcasmo una clava. L'una cerca la complicità dell'interlocutore, l'altro va a caccia del consenso del pubblico contro l'interlocutore. In politica e nell’informazione (basti leggere alcuni titoli di prima pagina!) non manca affatto il largo uso dello scherno, soprattutto nell'epoca dei social e degli slogan: battute taglienti, soprannomi sprezzanti, derisione dell'avversario. Molto più sporadica è la vera ironia, quella che sa essere critica senza diventare insulto. Perché l'ironia ha bisogno delle terre rare della cultura, della misura e dell’autocontrollo; il sarcasmo, invece, prospera nell'immediatezza della polemica. E forse proprio per questo l'ironia lascia un pensiero, mentre il sarcasmo lascia soltanto un'eco indefinita. L'ironia apre uno spazio di riflessione, il sarcasmo provoca solo una risata amara.

martedì 16 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Quel mondo nascosto della pace

Tonio Dell'Olio
 
Quel mondo nascosto della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 giugno 2026


Mentre la guerra e la firma dopo la guerra occupano le prime pagine con il loro carico di morte e devastazione, esiste un'altra Italia e un altro mondo che operano spesso nel silenzio. Sono le reti di volontari, le associazioni, gli oratori, le università, le amministrazioni locali e le società sportive che scelgono di rispondere alla violenza con la solidarietà.

Ne sono un esempio i dodici ragazzi di Betlemme che, dopo due anni di attesa e numerosi ostacoli legati al conflitto, dal 17 al 27 giugno saranno accolti a Seregno grazie all'impegno dell'associazione Oasi di Pace, della Polis Seregno, del Comune, del Csi per il Mondo e di decine di volontari. 
Altri giovani palestinesi saranno ospitati a Lonate Pozzolo, Primaluna e Legnano. Per dieci giorni condivideranno l'oratorio estivo, le attività sportive, una partita di calcio, una visita a San Siro. Piccole cose. In realtà gesti che restituiscono normalità a chi cresce all'ombra della guerra. 

Di fronte a un linguaggio pubblico dominato da riarmo, deterrenza e nemici, queste iniziative scrivono un vocabolario diverso: incontro invece che scontro, fraternità invece che odio, cura invece che distruzione. Non risolvono da sole i conflitti, ma indicano una strada. È il lavoro discreto della pace: meno visibile delle bombe, ma infinitamente più capace di generare futuro.


lunedì 8 giugno 2026

TONIO DELL'OLIO: L’Italia diseguale

L’Italia diseguale
di Tonio Dell'0lio


L'Italia è più ricca. Ma gli italiani no. O almeno non tutti. I nuovi dati della Banca d'Italia raccontano un Paese in cui la ricchezza cresce, ma si concentra sempre di più: il 10% delle famiglie possiede oltre il 60% del patrimonio nazionale, mentre alla metà più povera resta appena il 7%.

Dietro le cifre si nasconde una domanda che riguarda la qualità della nostra democrazia: quanto può reggere una società nella quale le opportunità, il potere e perfino il futuro si accumulano nelle mani di pochi? L'aumento dell'indice di Gini, la misura statistica che valuta la coerenza della distribuzione della ricchezza, conferma che la distanza tra chi ha molto e chi ha poco continua ad allargarsi. Per milioni di famiglie la ricchezza coincide quasi esclusivamente con la casa in cui abitano e con qualche risparmio in banca; per una minoranza, invece, è fatta di investimenti, rendite e strumenti capaci di generare altra ricchezza. Insomma il denaro che produce denaro. Da qui la necessità etica di tassare i grandi patrimoni. Ma prima ancora delle ricette fiscali, occorre riconoscere il problema. Le disuguaglianze non sono solo una questione economica: erodono la coesione sociale, alimentano sfiducia e rendono più fragile il patto che tiene insieme una comunità. Una società giusta non è quella in cui tutti possiedono la stessa cosa, ma quella in cui nessuno è condannato ai margini.

(Fonte: Mosaico dei giorni del 5 giugno 2026)

venerdì 29 maggio 2026

Cappellani militari alla parata del 2 giugno??? Ma anche NO!

Cappellani militari alla parata del 2 giugno???
Ma anche NO!


“… Ai preti-soldato è richiesta la divisa di ordinanza: veste talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri, come si legge nella comunicazione interna inviata da monsignor Siddi, vicario generale della diocesi castrense, che ha i gradi e il salario di generale di divisione…”

Il Consiglio nazionale di Pax Christi, sconcertato e indignato dalla recente disposizione dell’ordinariato militare che ha comunicato la presenza in grande spolvero dei cappellani militari alla parata del prossimo 2 giugno, condivide a fa propria l’ Opinione di don Tonio Dell’Olio del 29 maggio, sulle pagine on line di Mosaico di Pace, rivista promossa dallo stesso Movimento:

Cappellani militari alla parata? Ma anche no!

Nel Mosaico dei giorni del 22 maggio scorso avevamo riproposto – come facciamo ormai ogni anno – l’idea che la “parata” del 2 giugno venisse smilitarizzata. La Festa della Repubblica, infatti, celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Ma quest’anno quella richiesta aveva un motivo ulteriore e più urgente: l’appello lanciato dalle pagine di Avvenire da un gruppo di amici provenienti da culture ed esperienze diverse, uniti dall’idea che la pace non possa essere evocata mentre si esibiscono strumenti di guerra.

Avevamo anche suggerito che ad aprire simbolicamente una parata civile fossero gli italiani della Global Sumud Flotilla: uomini e donne che rappresentano oggi una delle esperienze più avanzate di presenza nonviolenta nei conflitti, nel Mediterraneo e accanto ai popoli feriti dalla guerra.

Per tutta risposta apprendiamo oggi, da un articolo di Luca Kocci sul Manifesto, che per la prima volta alla parata militare sfilerà anche un drappello di cappellani militari. Una scelta improvvida e profondamente antievangelica. Non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate. È scritto nero su bianco nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane (24, c) e nella Nota pastorale firmata dai vescovi italiani “Educare a una pace disarmata e disarmante” (3, e).

La partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità. E tutto questo con ingenti risorse pubbliche. È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).
(fonte: Pax Christi 29/05/2026)

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giovedì 28 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: Rising dreams Sogni verso il cielo - La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest: “Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Tonio Dell'Olio
 
Rising dreams - Sogni verso il cielo
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 maggio 2026

C’è chi sale sull’Monte Everest per conquistare una vetta. E chi, invece, trasforma quell’impresa estrema in un gesto umano e politico, capace di parlare al mondo. Leonardo Avezzano ha scelto la seconda strada: arrivato sul punto più alto della Terra col progetto “Rising dreams”, ha fatto volare un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni dei bambini della Striscia di Gaza.

Un’immagine potente, quasi disarmante, che ha il potere di una preghiera. Perché mentre laggiù il cielo è attraversato dalle bombe, qualcuno ha voluto affidarlo ai desideri, ai disegni, alle speranze di chi continua a vivere sotto assedio. 

Tutt’altro che un gesto simbolico “inutile”, come qualcuno potrebbe pensare. I simboli sono ciò che tiene viva la coscienza del mondo quando la politica tace e l’abitudine rischia di rendere normale l’orrore.
Ogni gesto che rompe l’indifferenza, ogni voce che restituisce un nome alle vittime, ogni scelta che costringe a guardare negli occhi il dolore dei bambini, contribuisce a salvare qualcosa della nostra umanità. 

Da quella cima ghiacciata, a quasi novemila metri di altezza, quell’aquilone ha ricordato il grido dei bambini di Gaza. Anche un’impresa estrema può diventare un atto di pace: un modo per dire che i bambini non sono numeri, ma vite, sogni, futuro.

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La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest:
“Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Un aquilone nato tra le macerie di Gaza ha raggiunto la vetta più alta della Terra. Dentro, le parole e i desideri dei bambini palestinesi portati sull’Everest dall’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e dal filmmaker italiano Leonardo Avezzano.


Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza è arrivato sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, protagonisti della spedizione “Rising Dreams”.

La salita si è conclusa il 21 maggio alle 10:48 del mattino, quando il “Kite of Dreams” ha raggiunto la vetta più alta del Pianeta. L’obiettivo della spedizione non era soltanto alpinistico, ma simbolico e politico: è stato un gesto per riportare all’attenzione internazionale le condizioni dei bambini di Gaza, nel pieno della guerra, della crisi umanitaria e del blocco che continua a colpire la Striscia.

Secondo quanto comunicato dagli organizzatori, l’aquilone conteneva sogni, pensieri e messaggi scritti dai bambini palestinesi. Un gesto che Salameh ha definito come “un atto di solidarietà, resistenza e speranza”, capace di dimostrare che “anche tra le macerie i sogni continuano a sopravvivere”.

Mostafa Salameh, rifugiato palestinese e alpinista ha guidato il progetto insieme ad Avezzano, che ha documentato l’intero viaggio: dalle strade di Gaza fino alla cima dell’Everest. Il materiale raccolto dovrebbe diventare parte di un racconto audiovisivo dedicato alla spedizione e alle storie dei bambini coinvolti.

Rising Dreams

La campagna, chiamata “Rising Dreams”, ha anche uno scopo di raccolta fondi a sostegno dei bambini di Gaza attraverso la Al Khair Foundation. Gli organizzatori ricordano che oltre 1,1 milioni di bambini nella Striscia vivono oggi in condizioni di fame e assedio, mentre migliaia hanno subito mutilazioni o traumi psicologici legati al conflitto.

Nel comunicato viene inoltre sottolineato il ruolo fondamentale degli sherpa nepalesi che hanno accompagnato la spedizione, definiti “essenziali per ogni salita all’Everest” grazie alla loro esperienza e conoscenza della montagna.

Pochi giorni dopo la vetta, il team di “Rising Dreams” ha partecipato anche a un incontro pubblico a Kathmandu, organizzato da associazioni culturali nepalesi e trasmesso in streaming globale. All’evento si sono collegati in diretta Zoom anche alcuni bambini di Gaza, trasformando il ritorno dalla spedizione in un momento di testimonianza e confronto collettivo.
(fonte: MontagnaTv 26/05/2026)

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Everest, alpinista italiano in vetta
con i sogni dei bambini di Gaza

Un aquilone palestinese sul tetto del mondo contro la guerra

L'alpinista italiano Leonardo Avezzano ha portato fino alla cima dell'Everest un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni scritti dai bambini di Gaza. A guidare la spedizione era l'alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh, che però non è riuscito a raggiungere la vetta. L'iniziativa punta a richiamare l'attenzione sulle conseguenze della guerra sui più piccoli. "Si tratta soprattutto di far capire al mondo quello che è accaduto a Gaza - afferma Salameh - Questi sono sogni: tutti i bambini hanno sogni e possono realizzarli se noi li aiutiamo. A Gaza è tutto più difficile. Per questo avevamo bisogno che il mondo intero lo sapesse. E quale modo migliore per farlo se non portare tutto questo sul tetto del mondo". "Questi sogni - prosegue - si realizzeranno. Perché questi bambini sono resilienti, restano sulla loro terra nonostante tutto quello che vedete a Gaza. È tutto distrutto: le loro case, le scuole, le università, gli ospedali, i luoghi di gioco, tutto. Ma loro sono ancora lì". "Hanno sogni che vogliono realizzare. E penso che portare questi sogni sul tetto del mondo significhi dire loro che nulla è impossibile". "La prima cosa che ho pensato di fare, una volta arrivato in vetta, è stata alzare il drappo, alzare l'aquilone e dedicare questo sforzo che abbiamo compiuto ai bambini di Gaza", dice Leonardo Avezzano, alpinista italiano


(fonte: askanews Nepal 26/05/2026)


martedì 26 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La Magnifica humanitas della pace - Laura Tussi: “Restiamo umani”: Papa Leone XIV e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni

Tonio Dell'Olio
 
La Magnifica humanitas della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  26 maggio 2026

Sul rifiuto della guerra e sulla scelta radicale della pace, l’enciclica Magnifica humanitas — che Vittorio Arrigoni avrebbe tradotto con il suo “restiamo umani” — non lascia spazio ad ambiguità. Papa Leone XIV smonta una per una le giustificazioni culturali, politiche e morali con cui il mondo continua a considerare la guerra come un destino inevitabile.

Per il Pontefice, la pace non è il sogno fragile di qualche idealista, ma una responsabilità concreta affidata ai popoli, alla politica e ai credenti. Per questo denuncia con parole severissime “la preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e attacca “le scelte di riarmo” che stanno trascinando il mondo dentro “la cultura violenta della potenza”. 

La guerra, scrive Leone XIV, non nasce improvvisamente sui campi di battaglia: viene preparata molto prima, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Così la pace finisce per essere considerata soltanto “un intervallo precario tra conflitti”. 

È necessario “superare la teoria della guerra giusta”, perché oggi l’umanità possiede strumenti infinitamente più umani e più efficaci: “il dialogo, la diplomazia, il perdono”. 

Alla faccia del cinismo di chi considera il ricorso alla violenza come inevitabile, il Papa rilancia una convinzione disarmante: “La pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”. 

E infine un appello che suona insieme come una denuncia e una profezia: “La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere”, perché gli altri non sono nemici da abbattere, ma esseri umani da riconoscere.

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Vedi anche il post precedente:

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“Restiamo umani”: Papa Leone XIV
e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni


Quando Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas, invita il mondo a “restare umani” di fronte alla guerra tecnologica, all’intelligenza artificiale militarizzata e alla disumanizzazione globale, il richiamo corre inevitabilmente alla figura di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza nel 2011 mentre cercava di testimoniare la sofferenza del popolo palestinese.

“Restiamo umani” non era per Arrigoni uno slogan astratto. Era una scelta di vita, una presa di posizione morale dentro il dolore della storia. Chiudeva così ogni suo reportage da Gaza, trasformando quelle parole in una sorta di consegna etica universale: non abituarsi mai all’ingiustizia, non considerare normale la guerra, non lasciare che la violenza cancelli il volto concreto delle persone. 

Nato in Brianza nel 1975, Arrigoni — “Vik” per amici e compagni di viaggio — aveva scelto di vivere nella Striscia di Gaza come attivista dell’International Solidarity Movement. Non era soltanto un giornalista o un osservatore internazionale: era uno “scudo umano”, come ricordano molte testimonianze raccolte anche da FarodiRoma. Accompagnava pescatori e contadini palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi, documentava i bombardamenti, rompeva il silenzio mediatico sull’assedio della Striscia. Durante l’operazione “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 raccontò giorno per giorno la devastazione di Gaza nel libro Gaza. Restiamo umani, diventato poi anche un film-documento e un simbolo internazionale del pacifismo contemporaneo. (Pressenza)

Il 14 aprile 2011 Arrigoni venne sequestrato a Gaza da un gruppo jihadista salafita. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Aveva 36 anni. Ma la sua morte non ha spento il messaggio che aveva lasciato. Anzi, col tempo quel “Restiamo umani” è diventato un richiamo morale sempre più attuale in un mondo attraversato da nuove guerre, nazionalismi, odio identitario e tecnologie capaci di rendere il conflitto sempre più impersonale.

È proprio qui che il riferimento implicito di Papa Leone XIV assume una forza particolare. Nell’enciclica il Pontefice denuncia una civiltà in cui “la potenza tecnica” rischia di sostituire la coscienza morale, e afferma con nettezza: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Un’affermazione che sembra dialogare idealmente con l’eredità di Arrigoni: la necessità di custodire l’umanità anche dentro la violenza estrema.

Per il Papa, infatti, il vero rischio del nostro tempo è la disumanizzazione: ridurre le persone a dati, bersagli, numeri, flussi migratori, utenti o danni collaterali. È la stessa deriva che Arrigoni aveva denunciato raccontando i bambini di Gaza, gli ospedali bombardati, i pescatori colpiti mentre cercavano semplicemente di sopravvivere.

Oggi, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e la guerra torna a essere considerata da molti una soluzione “normale”, la figura di Arrigoni appare ancora più scomoda e necessaria. Non apparteneva ai potenti, non parlava il linguaggio della geopolitica o degli interessi strategici. Parlava il linguaggio delle vittime civili, degli ultimi, degli invisibili.

Mi sembra proprio questo il punto più profondo dell’enciclica di Leone XIV: senza empatia, senza limite morale, senza riconoscimento dell’altro come fratello, nessuna tecnologia e nessun progresso potranno salvare la civiltà.

“Restiamo umani”, allora, non è soltanto il titolo di un libro o il ricordo di un attivista assassinato. È una domanda rivolta a tutti noi. In un tempo dominato da guerre ibride, propaganda digitale e odio globale, quelle parole continuano a chiedere se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un essere umano.

Ed è forse per questo che Vittorio Arrigoni, a quindici anni dalla sua morte, continua a essere uno degli eroi morali più limpidi del nostro tempo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 25/05/2026)

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Per saperne di più su Vittorio Arrigoni guarda anche:

giovedì 21 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La giustizia non basta

Tonio Dell'Olio
 
La giustizia non basta
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 maggio 2026

Davide Cavallo è lo studente ventiduenne accoltellato e picchiato il 12 ottobre 2025, in corso Como a Milano, da cinque ragazzi fino a riportare una lesione midollare permanente. Ieri il tribunale ha pronunciato la sentenza con una pena esemplare per due dei suoi aggressori.

Una decisione necessaria, perché senza giustizia una società smarrisce il senso del limite e della responsabilità. Ma ieri, in quell’aula, è accaduto qualcosa che va oltre il diritto e perfino oltre la condanna. A porte chiuse, Davide ha chiesto di abbracciare i suoi aggressori spezzando così la logica che spesso domina il nostro tempo: quella della vendetta, dell’odio che chiama altro odio, della vita ridotta a un interminabile regolamento di conti. 

Nessun gesto potrà cancellare il dolore, né restituire a Davide la vita di prima. Eppure quell’abbraccio ha mostrato che la giustizia, da sola, non basta. È necessario riconoscere l’umanità dell’altro, persino quando ha sbagliato in modo terribile. Vuol dire non lasciare l’ultima parola al male. 

In un Paese dove troppo spesso la violenza giovanile genera solo paura e invocazioni di pene sempre più dure, Davide ci consegna una domanda radicale: che società vogliamo costruire dopo la condanna? Gettare la chiave o scommettere su un altro futuro? Quel gesto non assolve nessuno. Ma indica una strada capace di generare vita nuova. Per le vittime, per i colpevoli e per tutti noi.

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Vedi anche il post precedente:


mercoledì 13 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: Pepe Mujica non solo un ricordo

Tonio Dell'Olio
 
Pepe Mujica non solo un ricordo

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  12 maggio 2026


L’anniversario (13 maggio 2025) della morte di Josè “Pepe” Mujica è un filo rosso che ci riconcilia con la politica. Ce ne fa cogliere il senso ultimo e il fascino perché “la politica – diceva – non è una professione, è una passione. Un modo per servire, non per servirsi”.

E mai come in questa fredda stagione di calcoli e geostrategie in cui la guerra è tornata ad essere via legittimata e percorribile e la corruzione pratica diffusa e tollerata, la voce di chi ha pagato con 12 anni di carcere duro e di torture, assume il valore di una reliquia. 
È una testimonianza che parla al cuore e nello stesso tempo dà respiro alla mente. 
Rifiutarsi di abitare nel palazzo presidenziale per restare fedele alla sua chacra di campagna non è stato il vezzo anticonformista di un presidente controcorrente ma la scelta coerente di chi ha sempre creduto che la politica è stare con la gente per capirne le fatiche quotidiane. La sua lotta contro il consumismo era politica: “Non possiamo continuare a essere governati dal mercato – ripeteva –. Dobbiamo governare il mercato.” 

Un appello che oggi, davanti alla militarizzazione dell’economia, sembra un grido disperato e lontano. Eppure abbiamo bisogno proprio di quel grido per ritornare a rimettere la politica e la sua pratica sulla strada maestra della vita.

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Per sapere di più su Pepe Mujica vedi anche i nostri post precedenti:

venerdì 8 maggio 2026

Tonio Dell'Olio Il nucleare che fa paura

Tonio Dell'Olio
 
Il nucleare che fa paura

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  7 maggio 202

Certo che sarei preoccupato se l’Iran riuscisse a portare a compimento il suo programma nucleare militare e a dotarsi dell’arma atomica. Ma non è che oggi si possa dormire sonni tranquilli sapendo che il “fatidico bottone” è già nelle mani di altri leader del pianeta come Kim Jong-un.

Per quale ragione dovrebbe rassicurarmi sapere che una capacità di distruzione così assoluta appartiene anche a governi che cambiano con gli umori della politica, delle tensioni internazionali o perfino dell’instabilità di un presidente che farnetica ogni giorno negando ciò che ha affermato il giorno prima e minacciando minacciando minacciando? 

Il problema non è soltanto chi potrebbe entrare nel club atomico, ma il fatto stesso che continui a esistere quel club. 

Gli Stati Uniti sono peraltro l’unica nazione ad aver usato la bomba atomica e le vittime di Hiroshima e Nagasaki gridano ancora giustizia. Nessuna Norimberga ha mai giudicato quel massacro, mentre il mondo continua a considerare “legittimo” che alcune potenze custodiscano migliaia di testate capaci di cancellare la vita sulla Terra. 

Il vero obiettivo non può essere impedire agli altri di avere il nucleare militare mentre i più forti si sfilano persino dal Trattato di non proliferazione. 

L’unica strada credibile è il disarmo nucleare globale, progressivo e verificabile. Tutto il resto significa convivere ogni giorno con la possibilità dell’irreparabile.


mercoledì 6 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: Overshoot day l’impronta ecologica che preoccupa

Tonio Dell'Olio
 
Overshoot day
l’impronta ecologica che preoccupa

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 maggio 202

La notizia è passata sotto silenzio come se non ci riguardasse. Abbiamo continuato a vivere, mangiare, viaggiare, parlare e consumare – soprattutto a consumare – come se nulla fosse accaduto. Eppure il 3 maggio scorso l‘Italia ha tagliato il traguardo negativo del suo “overshoot day”, ovvero ha esaurito il “budget ecologico” dell’intero anno.

Dal 4 maggio in poi viviamo in deficit ecologico: utilizziamo capitale naturale e accumuliamo un debito che si traduce in crisi climatica, perdita di biodiversità, degrado del suolo e impoverimento degli ecosistemi. Rispetto allo scorso anno abbiamo anticipato di tre giorni! 

Si calcola che se tutto il mondo avesse lo stesso stile di vita di noi italiani, ci vorrebbero tre pianeti. Anche solo rispetto agli anni novanta, sciupiamo più energia, viaggiamo di più, abitiamo case che consumano suolo, sono cambiate le nostre diete che utilizzano più packaging, trasporti, refrigerazione, lavorazioni industriali. 

Si tratta di un disastro che non crea danni all’ambiente ma a noi. E fino a quando non capiremo questo, continueremo a vivere e comportarci esattamente come facciamo adesso. Abbiamo bisogno di imboccare un’altra strada con un diverso stile di vita e una politica nuova. 

La chiamano transizione ma papa Francesco con Alex Langer ci hanno insegnato che è “conversione ecologica” ed “ecologia integrale”.

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Il 3 maggio 2026 l’Italia ha ufficialmente consumato tutte le risorse naturali che la Terra può rigenerare in un anno intero. In questo video si spiega cos’è l’Overshoot Day, come viene calcolato dal Global Footprint Network, e perché la data italiana è arrivata in anticipo rispetto agli anni precedenti. Si nalizza l’impronta ecologica del nostro Paese, le cause principali (energia, mobilità, spreco alimentare, consumo di suolo) e i limiti di questo indicatore, per capire cosa ci dice realmente e cosa invece non misura. Infine, alcune proposte concrete per spostare questa data in avanti, senza puntare il dito ma con i numeri alla mano.


mercoledì 29 aprile 2026

Tonio Dell'Olio - Rapporto SIPRI i numeri del baratro


Tonio Dell'Olio
 
Rapporto SIPRI i numeri del baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 aprile 202

C’è qualcosa di profondamente scandaloso nei dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI). Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.

Una montagna di risorse che cresce mentre aumentano guerre, paure e instabilità. Non è una risposta alla crisi: è parte della crisi stessa.

A colpire non è solo l’entità, ma la direzione: oltre metà della spesa concentrata tra Stati Uniti, Cina e Russia; un’Europa che accelera con un +14%, segnando la crescita più rapida dalla Guerra fredda; l’Italia pienamente dentro questa spirale. E mentre l’Ucraina destina il 40% del proprio Pil alla guerra, si consolida un modello globale che investe nella forza invece che nella pace.

Il paradosso è evidente: più armi, meno sicurezza. Lo dicono i fatti, prima ancora delle analisi. 
I conflitti aumentano, si espandono, si cronicizzano. Eppure si continua a finanziare ciò che li alimenta, in un circolo vizioso che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro le disuguaglianze e la crisi climatica.

Questo non è realismo politico: è una resa culturale. È l’abbandono dell’idea che la pace si costruisca con la giustizia, il dialogo e la cooperazione. 

Davanti a questi numeri, lo sconcerto non basta. Serve una presa di coscienza collettiva: continuare così non ci proteggerà. Ci porterà solo più vicino al baratro.

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Per approfondire vedi: https://www.sipri.org/


sabato 25 aprile 2026

Tonio Dell'Olio - 25 aprile


Tonio Dell'Olio
 
Entro il 25 aprile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 aprile 2026

Il rischio non è solo giuridico, ma simbolico. Ogni stretta securitaria che comprime diritti fondamentali — dalla libertà di manifestare alla tutela della libertà di movimento — interroga la coscienza democratica del Paese. Perché la sicurezza, quando diventa idolo, tende a divorare ciò che dovrebbe proteggere: la dignità della persona.

Il paradosso è evidente. Entro il 25 aprile, mentre si celebra la Liberazione dell'Italia, si discutono norme che rischiano di restringere spazi di libertà conquistati a prezzo della vita. 

Lo chiamano “Decreto sicurezza”. 

Chi ha resistito alla dittatura non lo ha fatto per consegnarci una democrazia impaurita, ma una Repubblica fondata sul primato della persona, come scolpito nella Costituzione italiana. 
Non si tratta di negare il bisogno di sicurezza. Si tratta di decidere che cosa intendiamo proteggere davvero. Se la sicurezza diventa sospetto verso il diverso, repressione del dissenso, marginalizzazione dei più fragili, allora smette di essere garanzia e diventa negazione. E tradisce proprio quella promessa di libertà e dignità universale guadagnate col sangue e che proprio il 25 aprile continua, ostinatamente, a ricordarci.

25 aprile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  23 aprile 2026

E il 25 aprile è un grido e un canto,
liberazione e festa.
Non è celebrazione del sangue
ma del sacrificio,
del rendere sacro ciò che è umano,
questa sete ostinata di libertà.

È come il respiro:
entra nelle case, attraversa le piazze,
si fa voce nei silenzi troppo lunghi.
Piange di gioia il 25 aprile,
tra strade che danzano
e colori cuciti a bandiera.

È pietra fondante,
memoria che non si lascia consumare,
radice viva sotto i passi distratti.
Porta inciso nomi e volti,
storie interrotte e promesse consegnate,
vite offerte come acqua e concime alla terra.

E ogni anno ritorna a calendario,
e non per contare i giorni e gli anni,
ma per dire del “bel fiore” a “tutti quelli che passeranno”
e chiederci, con dolce fermezza:
quale voce diamo oggi
a quel respiro ricevuto in canto?