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sabato 4 maggio 2024

Il Papa: amavo i mezzi pubblici per stare tra la gente, è tra le abitudini che più mi mancano

Il Papa: amavo i mezzi pubblici per stare tra la gente,
è tra le abitudini che più mi mancano

Intervista a Francesco per il magazine di Trenitalia “La Freccia”, in uscita il 4 maggio, a firma di Roberto Pacilio, in vista della Giornata mondiale dei bambini a Roma: “I più piccoli custodiscono un senso della bellezza ancora intatto. Osserviamoli e ascoltiamoli, se lo facciamo saranno loro a sensibilizzare noi adulti”. Appello al rispetto del Creato: dopo l'allarme lanciato con la Laudato si' "non è stato fatto abbastanza", la crisi richiede "un coinvolgimento di tutti"

Francesco saluta dalla stazione vaticana i piccoli viaggiatori sul Treno Rock delle Ferrovie dello Stato, dopo l'evento "I bambini incontrano il Papa"

I fotogrammi sono due, entrambi ricordi vividi nella mente, entrambi legati all’immagine del treno. Uno è più recente, del 6 novembre 2023, quando il Papa dalla banchina della stazione vaticana aveva salutato quasi uno ad uno i viaggiatori del Treno Rock messo a disposizione dalle Ferrovie dello Stato, cioè i bambini dei 7.500 che avevano partecipato poco prima all’evento in Aula Paolo VI “I bambini incontrano il Papa” che avevano assalito Francesco con abbracci, strette di mano, richieste di selfie. L’altra immagine invece risale ai tempi di Buenos Aires quando si spostava con i mezzi pubblici “per stare tra le persone, sentire il loro calore e le loro preoccupazioni”, prendendo il treno per spostarsi nei quartieri: “Oggi è tra le abitudini che mi mancano di più”.

I due fotogrammi aprono e chiudono l’intervista concessa da Papa Francesco al magazine di Trenitalia La Freccia, in uscita il 4 maggio, a firma di Roberto Pacilio, responsabile dell’Ufficio Stampa della Giornata Mondiale dei Bambini. Il colloquio è frutto di un’udienza privata a Casa Santa Marta, in cui – scrive l’intervistatore – il Papa apre “più di uno spiraglio di fronte all’ipotesi di un viaggio papale in treno pronunciando uno speranzoso: ‘Vedremo’”.

La copertina di "La Freccia" con l'intervista a Papa Francesco

Il saluto ai viaggiatori del Treno Rock

A Francesco viene ricordato il momento del saluto ai bambini a bordo del treno nella stazione all'ombra del Cupolone: “Come un nonno che saluta i nipoti che stanno tornando a casa”. “Educare significa accompagnare i più piccoli fino al momento in cui sentono di potercela fare da soli”, dice il Pontefice. “Il viaggio è una metafora della vita. Ed è nostro compito questa cura quotidiana delle relazioni. Saper stare accanto all’altro lasciando che rimanga se stesso”.

Sempre con la memoria a quell’udienza con oltre settemila bambini e bambine venuti da tutto il mondo ad inneggiare alla pace, Papa Francesco sottolinea che “i più piccoli custodiscono un senso della bellezza ancora intatto”. Invita infatti ad “osservarli, ascoltarli”, perché “se lo facciamo – assicura - saranno loro a sensibilizzare noi adulti”. E questo può portare “una vera speranza di cambiamento per tutti”.

Papa Francesco con i partecipanti all'evento "I bambini incontrano il Papa" (6 novembre 2023)

Una sana pressione dalla società per il rispetto del Creato

Dai bambini possiamo imparare anche il rapporto con il Creato, cosa che spesso risulta difficile invece con gli adulti. Il Papa invita a “crescere senza perdere la semplicità”. Quella di un bambino “non è la stessa di un giovane e di un adulto”, afferma: “Tutti dobbiamo essere semplici, ma in accordo con la nostra età”. Il tema non può che richiamare la Laudato si’, l’enciclica sociale sulla cura della Casa Comune: “Quanto è stato fatto dai governi dopo il grido di allarme lanciato da lei nel 2015 in difesa della Terra e dell’ambiente?”, domanda Pacilio. “Non hanno fatto abbastanza”, risponde diretto il Papa, spiegando che proprio questo è il senso dell’esortazione apostolica Laudate Deum, otto anni dopo la Laudato si’. “La crisi – aggiunge il Pontefice - richiede un coinvolgimento di tutte le persone: l’intera società dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli e delle proprie figlie”.

Jorge Mario Bergoglio in metro in Argentina

Nei mezzi pubblici per stare tra la gente

Il colloquio si chiude con il ricordo della foto di Jorge Mario Bergoglio in clergyman in metropolitana in Argentina, una immagine divenuta virale nei primi tempi di pontificato. È lo spunto per sottolineare l’importanza di utilizzare i mezzi pubblici e quelli a basso impatto ambientale. “È fondamentale cambiare i nostri stili di vita per salvaguardare la Casa comune”, replica il Papa. E aggiunge: “Ho sempre amato prendere i mezzi pubblici: è un modo per stare tra le persone, sentire il loro calore e le loro preoccupazioni. Durante la scuola secondaria prendevo tutti i giorni il treno da Flores a Floresta, due quartieri di Buenos Aires. Oggi è tra le abitudini che mi mancano di più”.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/05/2024)


martedì 12 marzo 2024

Parolin: per il Papa negoziare non è resa, ma condizione per una pace giusta e duratura

Parolin: per il Papa negoziare non è resa,
ma condizione per una pace giusta e duratura

Dopo le parole sull'Ucraina di Papa Francesco alla Radio Televisione Svizzera, interviene sulla questione il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin in un’intervista al Corriere della Sera: "Il mondo rischia un'escalation nucleare". Il testo integrale dell'intervista


Pubblichiamo il testo integrale dell'intervista rilasciata a Gian Guido Vecchi dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, pubblicata oggi sul Corriere della Sera.

Eminenza, pare evidente che il Papa chieda un negoziato e non una resa. Ma perché rivolgersi solo a una delle due parti, l’Ucraina e non la Russia? Ed evocare la «sconfitta» dell’aggredito, come motivazione per il negoziato, non rischia di essere controproducente?

«Come ricordato dal direttore della sala stampa vaticana, citando le parole del Santo Padre del 25 febbraio scorso, l’appello del Pontefice è che “si creino le condizioni per una soluzione diplomatica alla ricerca di una pace giusta e duratura”. In tal senso è ovvio che la creazione di tali condizioni non spetta solo ad una delle parti, bensì ad entrambe, e la prima condizione mi pare sia proprio quella di mettere fine all’aggressione. Non bisogna mai dimenticare il contesto e, in questo caso, la domanda che è stata rivolta al Papa, il quale, in risposta, ha parlato del negoziato e, in particolare, del coraggio del negoziato, che non è mai una resa. La Santa Sede persegue questa linea e continua a chiedere il “cessate il fuoco” — e a cessare il fuoco dovrebbero essere innanzitutto gli aggressori — e quindi l’apertura di trattative. Il Santo Padre spiega che negoziare non è debolezza, ma è forza. Non è resa, ma è coraggio. E ci dice che dobbiamo avere una maggiore considerazione per la vita umana, per le centinaia di migliaia di vite umane che sono state sacrificate in questa guerra nel cuore dell’Europa. Sono parole che valgono per l’Ucraina come per la Terra Santa e per gli altri conflitti che insanguinano il mondo».

Ci sono ancora possibilità di arrivare ad una soluzione diplomatica?

«Trattandosi di decisioni che dipendono dalla volontà umana, rimane sempre la possibilità di arrivare a una soluzione diplomatica. La guerra scatenata contro l’Ucraina non è l’effetto di una calamità naturale incontrollabile ma della sola libertà umana, e la stessa volontà umana che ha causato questa tragedia ha anche la possibilità e la responsabilità di intraprendere passi per mettervi fine e aprire la strada a una soluzione diplomatica».

La preoccupazione della Santa Sede è una escalation? Lei stesso ne parlava dicendo che «fa paura» l’ipotesi di un coinvolgimento dei Paesi occidentali.

«La Santa Sede è preoccupata per il rischio di un allargamento della guerra. L’innalzamento del livello del conflitto, l’esplodere di nuovi scontri armati, la corsa al riarmo sono segnali drammatici e inquietanti in questo senso. L’allargamento della guerra significa nuove sofferenze, nuovi lutti, nuove vittime, nuove distruzioni, che si aggiungono a quelli che il popolo ucraino, soprattutto bambini, donne, anziani e civili, vive nella propria carne, pagando il prezzo troppo caro di questa guerra ingiusta».

Francesco ha parlato anche del conflitto israelo-palestinese, evocando la «responsabilità» dei contendenti. Che cosa hanno in comune le due situazioni?

«Le due situazioni hanno certamente in comune il fatto che si sono pericolosamente allargate oltre ogni limite accettabile, che non si riesce a risolverle, che hanno dei riflessi in diversi Paesi, e che non possono trovare una soluzione senza un negoziato serio. Mi preoccupa l’odio che stanno generando. Quando mai si potranno rimarginare ferite così profonde?»

Sempre in tema di escalation: il Papa ha parlato più volte del pericolo di un conflitto nucleare, «basta un incidente», è questa la paura di fondo della Santa Sede? Un «incidente» come a Sarajevo nel ’14?

«Il rischio di una fatale “deriva” nucleare non è assente. Basta vedere la regolarità con la quale certi rappresentanti governativi ricorrono a tale minaccia. Non posso che sperare che si tratti di una propaganda strategica e non di un “avvertimento” di un fatto realmente possibile. Quanto alla “paura di fondo” della Santa Sede, credo che essa sia piuttosto quella che i vari attori di questa tragica situazione arrivino a chiudersi ancora di più nei propri interessi, non facendo ciò che possono per arrivare a una pace giusta e stabile».
(fonte: Vatican News 12/03/2024)

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Vedi anche il nostro post:


lunedì 11 marzo 2024

Intervista di Papa Francesco alla RSI: «La guerra è una pazzia... negoziare è una parola coraggiosa...».

Intervista di Papa Francesco alla RSI:
«La guerra è una pazzia... negoziare è una parola coraggiosa...».


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Il Papa sulla guerra in Ucraina:
non abbiate vergogna di negoziare

La guerra in Ucraina e quanto sta accadendo tra israeliani e palestinesi, in particolare a Gaza, sono tra gli argomenti affrontati da Papa Francesco nell’intervista rilasciata, all’inizio di febbraio, a Lorenzo Buccella, giornalista della Radio Televisione Svizzera (RSI) per il magazine culturale “Cliché” in una puntata dedicata al bianco, il colore del bene, della luce, ma sul quale gli errori e la sporcizia risaltano maggiormente. L’intervista, anticipata oggi da alcune agenzie, verrà trasmessa dalla Tv elvetica il prossimo 20 marzo. Pubblichiamo di seguito il testo integrale secondo la trascrizione della Radio Televisione Svizzera (con alcune modifiche).

Come trovare una bussola per orientarsi su quanto sta accadendo fra Israele e Palestina?

«Dobbiamo andare avanti. Tutti i giorni alle sette del pomeriggio chiamo la parrocchia di Gaza. Seicento persone vivono lì e raccontano cosa vedono: è una guerra. E la guerra la fanno due, non uno. I responsabili sono questi due che fanno la guerra. Poi non c’è solo la guerra militare, c'è la “guerra-guerrigliera”, diciamo così, di Hamas per esempio, un movimento che non è un esercito. È una brutta cosa».

Però non bisogna perdere la speranza di provare a mediare?

«Guardiamo la storia, le guerre che noi abbiamo vissuto, tutte finiscono con l’accordo».

In Ucraina c’è chi chiede il coraggio della resa, della bandiera bianca. Ma altri dicono che così si legittimerebbe il più forte. Cosa pensa?

«È un’interpretazione. Ma credo che è più forte quello che vede la situazione, pensa al popolo e ha il coraggio della bandiera bianca e negoziare. E oggi si può negoziare con l'aiuto delle potenze internazionali. Ci sono. Quella parola negoziare è una parola coraggiosa. Quando tu vedi che sei sconfitto, che la cosa non va, avere il coraggio di negoziare. E ti vergogni, ma se tu continui così, quanti morti (ci saranno) poi? E finirà peggio ancora. Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Oggi, per esempio con la guerra in Ucraina, ci sono tanti che vogliono fare da mediatore. La Turchia, per esempio … Non avere vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggio».

Anche lei stesso si è proposto per negoziare?

«Io sono qui, punto. Ho inviato una lettera agli ebrei di Israele, per riflettere su questa situazione. Il negoziato non è mai una resa. È il coraggio per non portare il Paese al suicidio. Gli ucraini, con la storia che hanno, poveretti, gli ucraini al tempo di Stalin quanto hanno sofferto…».

È il bianco del coraggio?

«Va bene, è il bianco del coraggio. Ma delle volte l’ira che ti porta al coraggio non è bianca...».

Torniamo al 2020, alla preghiera in piazza San Pietro durante la pandemia. Lei era una macchia bianca in mezzo alle tenebre.

«In quel momento si vedeva la macchia bianca, perché era notte, tutto era oscuro. È stata una cosa spontanea, fatta senza accorgermi che avrebbe avuto un grande significato, una cosa spontanea, sia la solitudine sia la preghiera».

In quel momento lei era concentrato su quello che voleva fare. Capiva anche, però, che il messaggio stava entrando in tutte le case, a tutte le persone che erano costrette a rimanere in casa?

«Non me ne sono accorto in quel momento. Ho pregato davanti alla Salus Populi Romani e davanti al crocifisso in legno che hanno portato da via del Corso. Pensavo a ciò che dovevo fare, ma non mi sono accorto della trascendenza che ha avuto quel momento. Anche io ero provato. Avevo quella sofferenza e avevo il dovere del mediatore, del prete, di pregare per il popolo che soffre. Ho pensato a un passaggio biblico, quando Davide pecca nel fare il censimento di Israele e di Giuda e il Signore distrugge 70 mila uomini con una pestilenza. Alla fine, quando l'angelo della peste sta per colpire Gerusalemme, il Signore si commuove e ferma l'angelo perché ha pietà del suo popolo. Sì, io con questa peste pensavo e pregavo: “Signore, commuoviti e abbi pietà del popolo che soffre questa peste". Questa è la mia esperienza in quel giorno».

Sentiva la solitudine di quella piazza che era anche una solitudine fisica?

«Sì, perché pioveva e non era facile».

Il bianco è il simbolo della purezza, dell’innocenza. L'abito bianco per eccellenza è il suo. Da dove nasce questa tradizione? E perché il Papa è vestito di bianco?

«È stato un Papa domenicano. Aveva l'abito domenicano, che è bianco. E da lì tutti i Papi hanno usato il bianco. È nata lì. Se non sbaglio era Pio V, che è sepolto in Santa Maria Maggiore. Da lì nasce la tradizione che i Papi vestono di bianco».

Qual è il valore principale che ha il bianco per la Chiesa?

«La Chiesa usa i paramenti bianchi, per esempio, nelle domeniche di Pasqua, di Natale. Il bianco ha un significato anche di gioia, di pace, di cose belle. Per esempio, nella Messa dei defunti si usano i paramenti viola. È un significato di gioia e di pace, si usa nel tempo di Natale, nel tempo di Pasqua».

Per lei cosa ha significato indossare l’abito bianco quel 13 marzo del 2013, il giorno dell’elezione al soglio di Pietro?

«Non ci ho pensato, soltanto penso alle macchie, perché questo è terribile: il bianco attira le macchie».

L'aveva già detto: più il vestito è bianco più le macchie diventano visibili...

«È vero, è così».

Ma vale anche a livello simbolico, oltre alle macchie fisiche?

«Sì, tante volte le macchie si vedono bene. Per esempio: una persona che è in un posto di servizio. Pensa a un prete, a un vescovo, a un Papa. Le macchie lì si vedono meglio perché quell'uomo è un testimone di cose belle, di cose grandi. E sembra che non debba avere macchie. Il bianco ci apre anche a questa sfida del non avere macchie».

Ma si possono non avere macchie? Lei ha sempre detto che è un peccatore…

«Sì, siamo tutti peccatori. Se qualcuno dice che non lo è, sbaglia: tutti. È vero, un peccato sporca, sporca l'anima. E per simbologia possiamo dire che sporca anche il bianco. Quando penso al bianco penso ai bambini, al Battesimo: tutti sono vestiti di bianco. Penso alla mia Prima Comunione, ho la fotografia della mia, in bianco. Il bianco ha un significato di purezza, di cose belle. Penso anche ai bambini, alle donne che si sposano. Il bianco è un colore forte, non è debole».

Sono tutti riti di passaggio: il bianco aiuta anche in questi passaggi?

«C'è un tango argentino che rimprovera una donna che si sposa di bianco dopo aver vissuto una vita non buona. Il tango dice: “Quale scandalo, signora, vestirsi di bianco dopo che ha peccato”. Cos'è la saggezza popolare… Il bianco significa un'anima pura, un'anima con buone intenzioni: pensa al Battesimo, alla Prima Comunione. Sono simbologie che dicono tanto».

Quando è diventato Papa è cambiata la sua relazione col bianco?

«No, è la stessa. Ma non te ne accorgi: ti vesti di bianco, ma non te ne accorgi. Me ne accorgo quando vedo le macchie… È una cosa naturale».

È pesante la responsabilità che deve portare?

«Questo sì, ma non dobbiamo drammatizzare. Tutti abbiamo delle responsabilità nella vita. E il Papa ha una responsabilità più grande: un capo di Stato più grande, un prete, una suora sono responsabili di testimonianza. Per me, per esempio, è più la responsabilità della testimonianza che quella delle decisioni. Perché con le decisioni mi aiutano in tanti qui dentro, preparano, studiano, e mi danno qualche soluzione. Invece, nella vita quotidiana, non hai tanto aiuto. Le decisioni sono anche pesanti».

E lì è quasi più difficile per lei?

«Per me è più facile qui per tutto l'aiuto che ho. Se penso alla responsabilità è pesante. Ma il Papa ha tanti aiuti, tanta gente che l’aiuta».

Il Papa ha tanta gente che l’aiuta. Ma siccome è da solo, vestito in questo modo, come punto di riferimento può soffrire anche di solitudine. Può sentirsi solo in questa veste bianca?

«Ci sono momenti di grande solitudine quando devi prendere una decisione, per esempio. Ma questo non è solo del Papa. Nella vita clericale, anche i vescovi sentono questo, o i preti … Anche un padre di famiglia, tante volte: pensa a quando deve prendere decisioni sui figli. O quando un matrimonio non va: prendere la decisione di allontanarsi. Sono decisioni che pesano tanto. Tutti noi, come persone, abbiamo situazioni di solitudine davanti a delle decisioni da prendere. Anche sposarsi. Quando uno è solo, dice: questo è per tutta la vita. Sono decisioni che pesano e si può dire che queste decisioni portano nella solitudine. E la solitudine è bianca. Non è neanche buia né nera, ma è bianca. C’è una solitudine brutta che è quella dell'egoismo. Quello di tante persone che guardano solo a loro stesse. Non è una solitudine bianca, quella, ma brutta».

Ci sono le macchie individuali e poi ci sono le macchie collettive, le grandi macchie che sporcano come le guerre. E cosa si può fare?

«È un peccato collettivo questo. Mi diceva l'economo, un mese fa - mi dava il rendiconto di come stavano le cose in Vaticano, sempre in deficit - mi diceva: lei sa dove oggi gli investimenti danno più reddito? La fabbrica delle armi. Tu guadagni per uccidere. Più reddito: la fabbrica delle armi. Terribile la guerra. E non esiste una guerra bianca. La guerra è rossa o nera. Io questo lo dico sempre: quando sono stato nel 2014 al Redipuglia ho pianto. Poi lo stesso mi è successo ad Anzio, poi tutti i 2 novembre vado a celebrare in un cimitero. L'ultima volta sono andato al cimitero britannico e guardavo l'età dei ragazzi. Terribile. Questo l'ho detto già, ma lo ripeto: quando c’è stata la commemorazione dello sbarco in Normandia, tutti i capi di governo hanno celebrato quella data ma nessuno ha detto che su quella spiaggia sono rimasti ben 20 mila ragazzi».

L’uomo ha la percezione netta di quello che le guerre comportano ma ci ricasca sempre. Penso anche a lei, con i suoi appelli… Come mai non si riesce a far passare il messaggio di quante vittime comporta la guerra?

«Due immagini. Una che a me sempre tocca e la dico: l'immagine della mamma quando riceve quella lettera: “Signora, abbiamo l'onore di dirle che lei ha un figlio eroe e questa è la medaglia”. A me importa del figlio, non della medaglia. Le hanno tolto il figlio e le danno una medaglia. Si sentono prese in giro… E poi un'altra immagine. Ero in Slovacchia. Dovevo andare da una città a un'altra in elicottero. Ma c’era maltempo e non si poteva. Ho fatto il tragitto in macchina. Sono passato per diversi paesini. La gente sentiva per la radio che il Papa passava e veniva per strada per vedermi. C'erano bambini, bambine, coppie giovani, e poi nonne. Mancavano i nonni: la guerra. È il risultato della guerra. Non ci sono nonni».

Non c'è fotografia più forte di questa per far capire l'eredità che lascia la guerra.

«La guerra è una pazzia, è una pazzia».

La colomba è il simbolo della pace, è il segnale che la guerra è finita. Ma poi c’è il dopoguerra, che comunque è un altro momento in cui si devono ricucire tutte queste ferite...

«C'è un'immagine che a me viene sempre. In occasione di una commemorazione dovevo parlare della pace e liberare due colombe. La prima volta che l'ho fatto, subito un corvo presente in piazza San Pietro si è alzato, ha preso la colomba e l’ha portata via. È duro. E questo è un po’ quello che succede con la guerra. Tanta gente innocente non può crescere, tanti bambini non hanno futuro. Qui vengono spesso i bambini ucraini a salutarmi, vengono dalla guerra. Nessuno di loro sorride, non sanno sorridere. È un bambino che non sa sorridere sembra che non abbia futuro. Pensiamo a queste cose, per favore. La guerra sempre è una sconfitta, una sconfitta umana, non geografica».

Come le rispondono i potenti della terra quando chiede loro la pace?

«C’è chi dice, è vero ma dobbiamo difenderci… E poi ti accorgi che hanno la fabbrica degli aerei per bombardare gli altri. Difenderci no, distruggere. Come finisce una guerra? Con morti, distruzioni, bambini senza genitori. Sempre c'è qualche situazione geografica o storica che provoca una guerra... Può essere una guerra che sembra giusta per motivi pratici. Ma dietro una guerra c’è l'industria delle armi, e questo significa soldi».

La guerra è sempre associata all’oscurità, alle tenebre.

«Una guerra è tenebrosa, sempre, oscura. Il potere dell'oscuro. Quando si parla di bianco si parla di innocenza, di bontà e di tante cose belle. Ma quando si parla dell'oscuro, si parla del potere delle tenebre, di cose che non capiamo, di cose ingiuste. La Bibbia parla di questo. Le tenebre hanno un potere forte di distruggere. È un modo letterario di dirlo, ma quando una persona uccide - pensiamo a Caino, ad esempio - è una persona tenebrosa. Quando una persona si occupa soltanto del proprio beneficio, ad esempio con gli operai, questa persona uccide moralmente altra gente. O penso a un padre di famiglia che non riesce a vedere i suoi figli addormentarsi la sera perché arriva tardi e di mattina esce presto per avere uno stipendio… Questa persona è tenebrosa, è nera».

Ma tutti noi rischiamo di avere un po’ di tenebre dentro di noi…

«Siamo peccatori, e un po’ di tenebra l’abbiamo».

Anche un Papa.

«Anche un Papa. Tutti abbiamo un po’ la saggezza di conoscere cosa succede. E tante volte noi non capiamo cosa succede».

Può essere anche un lungo percorso.

«Tutta una vita, ma quando tu cerchi tutta una vita di sistemare bene, di correggere le cose, arriverai a una cosa molto bella che è la vecchiaia felice. Penso a quei vecchi, quelle vecchiette con gli occhi trasparenti, sono stati giusti, hanno lottato… Pensiamo un po’ alla vecchiaia. Possiamo dire la vecchiaia bianca, quella vecchiaia bella, trasparente».

Ma lei crede di viverle queste sensazioni adesso, per esempio la trasparenza, in questo momento?

«Cerco di non essere bugiardo, di non lavarmi le mani sui problemi altrui. Cerco, sono peccatore, e alle volte non riesco a fare così. Poi quando non riesco vado a confessarmi».

Quale rapporto ha un Papa con l'errore?

«È forte, perché quanto più una persona ha potere (tanto più) corre il pericolo di non capire le scivolate che fa. È importante avere un rapporto autocritico con i propri errori, con le proprie scivolate. Quando una persona si sente sicura di sé stesso perché ha potere, perché sa muoversi nel mondo del lavoro, delle finanze, ha la tentazione di dimenticarsi che un giorno starà mendicando, mendicando giovinezza, mendicando salute, mendicando vita… È un po’ la tentazione dell'onnipotenza. E questa onnipotenza non è bianca. Tutti dobbiamo essere maturi nei nostri rapporti con gli errori che facciamo, perché tutti siamo peccatori».

Abbiamo parlato spesso di come una cosa o l’altra dipende dallo spirito con cui la si fa. Il bianco solitamente si accompagna a delle cose belle, ma c'è anche il rischio di un bianco di facciata, della vernice che usiamo per nascondere l’ipocrisia. Ci può essere questo rischio?

«C'è la persona verniciata, diciamo così, che sa nascondere le proprie debolezze e si presenta in modo artificiale. Quindi abbiamo questo problema di fare finta di … E questa si chiama ipocrisia, le persone ipocrite… tutti abbiamo un pochettino di ipocrisia».

Anche la società stessa può essere ipocrita, ad esempio facendo le guerre e poi mandando aiuti umanitari…

«Interventi umanitari? Sì alle volte sono umanitari, ma sono per coprire anche un senso di colpa. E non è facile».

Il bianco è anche un colore neutrale. Quando ci sono contrasti tra ideologie diverse, anche tra persone diverse, è un valore la neutralità per lei?

«Tanto. Alla base della nostra vita possiamo parlare della pagina in bianco. Non si dice la pagina nera, la pagina verde, la bandiera gialla… Quando si parla di una pagina da scrivere è una carta bianca. E ognuno deve scrivere lì le proprie decisioni, sul bianco che è la vita. La vita è una carta in bianco e sarà bella se tu riesci a scrivere su quella carta una cosa bella, ma se tu scrivi cose brutte non sarà bella quella pagina».
(fonte: Vatican News 09/03/2024)



lunedì 29 gennaio 2024

Papa Francesco confida: «Mi sento un parroco. Di una parrocchia molto grande, planetaria, certo, ma mi piace mantenere lo spirito da parroco. E stare in mezzo alla gente. Dove trovo sempre Dio».

Papa Francesco confida: 
«Mi sento un parroco. Di una parrocchia molto grande, planetaria, certo, ma mi piace mantenere lo spirito da parroco. 
E stare in mezzo alla gente. Dove trovo sempre Dio»



Papa Francesco nell'intervista concessa a Domenico Agasso, vaticanista del quotidiano La Stampa e pubblicata oggi dal quotidiano, affronta con la consueta semplicità e schiettezza gli argomenti con le problematiche più attuali, dalle guerre «che sono sempre sbagliate», alle critiche suscitate dalla dichiarazione Fiducia Supplicans, a opportunità e pericoli dell'Intelligenza artificiale, ai progetti per il futuro...

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Guerra in Terra Santa, il Papa: senza i due Stati la pace vera resta lontana

Intervista di Francesco con il quotidiano La Stampa: “È urgente un cessate il fuoco globale, siamo sull’orlo dell’abisso”. Sulla dichiarazione Fiducia Supplicans: “Confido che tutti si rasserenino, vuole includere, non dividere”. “Mi sento un parroco. Di una parrocchia planetaria”

Papa Francesco

«C’era l’accordo di Oslo, tanto chiaro, con la soluzione dei due Stati. Finché non si applica quell’intesa, la pace vera resta lontana». È il giudizio su quanto sta accadendo in Terra Santa, dopo gli attentati di Hamas e la guerra che sta distruggendo le città della Striscia di Gaza, che Papa Francesco affida a Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa, nell’intervista sul quotidiano oggi, 29 gennaio, in edicola. Francesco, parlando dei tanti conflitti in corso, invita a pregare per la pace, indica come unica via quella del dialogo e chiede di «fermare subito le bombe e i missili, mettere fine agli atteggiamenti ostili. In ogni luogo», un «cessate il fuoco globale» perché «siamo sull’orlo dell’abisso».

Speranze per la Terra Santa e l’Ucraina

Il Papa spiega la sua contrarietà a definire una guerra “giusta”, preferendo dire che è legittimo difendersi ma evitando «di giustificare le guerre, che sono sempre sbagliate». Afferma di temere l’escalation militare ma di coltivare qualche speranza «perché si stanno svolgendo riunioni riservate per tentare di arrivare a un accordo. Una tregua sarebbe già un buon risultato». Francesco definisce «una figura cruciale» quella del cardinale Pizzaballa, che «si muove bene» e prova a mediare, ricorda di video-chiamare ogni giorno la parrocchia di Gaza e afferma anche come prioritaria «la liberazione degli ostaggi israeliani». Per quanto riguarda l’Ucraina, nell’intervista il Successore di Pietro ricorda l’incarico al cardinale Zuppi: «La Santa Sede sta cercando di mediare per lo scambio di prigionieri e il rientro di civili ucraini. In particolare stiamo lavorando con la signora Maria Lvova-Belova, la commissaria russa ai diritti dell’infanzia, per il rimpatrio dei bambini ucraini portati con la forza in Russia. Qualcuno è già tornato nella sua famiglia»

Fiducia supplicans vuole includere

Nell’intervista Francesco ricorda che «Cristo chiama tutti dentro» e riferendosi alla dichiarazione Fiducia Supplicans che consente le benedizioni alle coppie irregolari e dello stesso sesso spiega: «Il Vangelo è per santificare tutti. Certo, a patto che ci sia la buona volontà. E occorre dare istruzioni precise sulla vita cristiana (sottolineo che non si benedice l’unione, ma le persone). Ma peccatori siamo tutti: perché dunque stilare una lista di peccatori che possono entrare nella Chiesa e una lista di peccatori che non possono stare nella Chiesa? Questo non è Vangelo». Per quanto riguarda le critiche al documento, il Papa osserva che «chi protesta con veemenza appartiene a piccoli gruppi ideologici», mentre definisce «un caso a parte» quello degli africani dato che «per loro l’omosessualità è qualcosa di “brutto” dal punto di vista culturale, non la tollerano». Ma in generale, «confido che gradualmente tutti si rasserenino sullo spirito della dichiarazione» che «vuole includere, non dividere. Invita ad accogliere e poi affidare le persone, e affidarsi, a Dio». Francesco ammette di sentirsi talvolta solo, «ma vado comunque sempre avanti, giorno dopo giorno» e dice di non temere scismi: «Sempre nella Chiesa ci sono stati gruppetti che manifestavano riflessioni di colore scismatico… bisogna lasciarli fare e passare… e guardare avanti».

Intelligenza artificiale, opportunità e pericoli

Il Papa affronta poi il tema del suo recentissimo messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, dedicato all’intelligenza artificiale, che definisce « un bel passo in avanti che potrà risolvere molti problemi, ma potenzialmente, se gestita senza etica, potrà anche provocare tanto male all’uomo». L’obiettivo è che «sia sempre in armonia con la dignità della persona», altrimenti «sarà un suicidio».

I prossimi viaggi

Francesco dice di sentirsi bene, nonostante qualche acciacco, e di non pensare in questo momento alle dimissioni. Ricorda i prossimi viaggi in Belgio, a Timor Est, Papua Nuova Guinea e Indonesia ad agosto. Definisce «tra parentesi» l’ipotesi del viaggio in Argentina, dicendo di non essersi sentito offeso per le parole di Milei in campagna elettorale e confermando che incontrerà il nuovo presidente nei prossimi giorni, subito dopo la canonizzazione della santa argentina “Mama Antula” prevista per l’11 febbraio. Pronto a dialogare con lui.

La Chiesa che verrà e il Conclave di 11 anni fa

Dopo aver ricordato la Giornata mondiale dei Bambini, che «sono maestri di vita» e vanno ascoltati, il Papa ribadisce il suo sogno di «una Chiesa in uscita» e ricorda ciò che accadde dopo le sue parole pronunciate nelle congregazioni generali che precedettero il Conclave del 2013: «Dopo il mio intervento è scattato un applauso, inedito in tale contesto. Ma io assolutamente non avevo intuito ciò che molti mi avrebbero poi rivelato: quel discorso è stata la mia “condanna” (sorride, nda). Quando stavo uscendo dall’Aula del Sinodo c’era un cardinale di lingua inglese che mi ha visto e ha esclamato: “Bello quello che hai detto! Bello. Bello. Ci vuole un Papa come te!”. Ma io non mi ero accorto della campagna che stava nascendo per eleggermi. Fino al pranzo del 13 marzo, qui a Casa Santa Marta, alcune ore prima della votazione decisiva. Mentre stavamo mangiando mi hanno posto due o tre interrogativi “sospetti”… Allora nella mia testa cominciavo a dirmi: “Qui sta accadendo qualcosa di strano…”. Ma sono comunque riuscito a fare una siesta. E quando mi hanno eletto ho avuto una sorprendente sensazione di pace dentro di me». Infine, Francesco confida a La Stampa di sentirsi «un parroco. Di una parrocchia molto grande, planetaria, certo, ma mi piace mantenere lo spirito da parroco. E stare in mezzo alla gente. Dove trovo sempre Dio».
(fonte: Vatican News 29/01/2024)

lunedì 15 gennaio 2024

Spontaneo e sincero come sempre Papa Francesco nell'intervista di Fazio trasmessa in diretta da La Nove il 14/01/2024 (sintesi/commento, testo integrale e video)

Spontaneo e sincero come sempre 
Papa Francesco nell'intervista di Fazio trasmessa in diretta da La Nove il 14/01/2024 
(sintesi/commento, testo integrale e video)


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«VORREI CONTINUARE A ESSERE PASTORE DI POPOLO 
E NON CHIERICO DI STATO»

Papa Francesco a tutto campo nell'intervista a Fabio Fazio. Le benedizioni vanno date a tutti, la paura della guerra, la condanna al commercio delle armi, il desiderio di tornare in Argentina dopo dieci anni. Infine la richiesta di tante preghiere che siano «a favore e non contro». Il testo integrale dell'intervista, diffuso da la Nove


La guerra, i migranti, la dichiarazione fiducia supplicans, sulle benedizioni alle coppie irregolari e i nuovi viaggi. Collegato in diretta da Santa Marta papa Francesco dialoga con Fabio Fazio a Che tempo che fa. Un’ora di intervista in cui Francesco sottolinea che «sono ancora vivo» e che non pensa affatto alle dimissioni: «Non è un pensiero, né una preoccupazione, né un desiderio. Una possibilità aperta, ma al momento non è al centro dei miei pensieri. Quando non ce la farò più sarà il momento di pensarci».

Intanto programma i viaggi apostolici. Ad agosto in Polinesia e, nella seconda metà dell’anno, se le condizioni lo permetteranno, in Argentina, dove «la popolazione sta soffrendo molto».

Torna più volte sul tema della guerra, del dolore delle mamme che perdono i loro figli, dei bambini che crescono in un clima di odio, dei fabbricanti di armi che si arricchiscono. «Il commercio che dà di più è il commercio delle armi», denuncia Francesco. «Tante volte le guerre continuano o diventano più estese per vendere più armi o provare armi nuove»

Pensa a Gaza e alla parrocchia con la quale si collega tutti i giorni «e mi dicono quello che succede, quanti arabi morti e quanti israeliani morti, due popoli fratelli che si distruggono a vicenda, questa è la guerra». Ed è «criminale far perdere ai bambini il sorriso», come fa la guerra. I bambini muoiono, sono sfruttati, sono scartati. E quando li ritroviamo in carcere dobbiamo pensare che «siamo stati noi, è stata la società a educarli così, li abbiamo messi ai margini. Lo scarto è una condanna a morte dei bambini», e ricorda che a giugno ci sarà «il primo incontro mondiale dei bambini, un po’ per questo per aiutare ad attirare l’attenzione che i bambini sono il futuro ma con le cose che noi daremo o li faremo crescere bene o male, con i bambini non si gioca».

E sulle polemiche che stanno accompagnando la dichiarazione sulle benedizioni alle coppie irregolari il Papa ribadisce che Dio benedice tutti e che i pastori devono accompagnare le persone. «Il Signore benedice tutti. Tutti coloro che sono capaci di essere battezzati. Ma poi le persone devono entrare in colloquio con il Signore. Noi dobbiamo prendere per mano le persone non condannarle. E la maggior parte delle volte quando non si accettano le decisioni è perché non le si conosce»

Anche per questo la riforma più urgente «è quella dei cuori», non delle strutture. «Perché la Chiesa sia sempre di più a immagine del Signore, che perdona sempre e tutti. In 54 anni di sacerdozio solo una volta non ho dato l'assoluzione. Ma per l'ipocrisia del penitente». E l'inferno? «Non è un dogma, ma mi piace immaginarlo vuoto».

Parla anche delle sue paure, una per tutte «l’escalation della guerra» e continua a chiedere preghiere per sé perché «sono peccatore, ho bisogno dell'aiuto di Dio e ho bisogno di rimanere fedele alla mia vocazione. Ognuno ha la sua vocazione. Il Signore mi ha chiamato a fare il prete, il vescovo. Ho una responsabilità molto grande. Conosco le mie debolezze, perciò chiedo di pregare per me perché non finisca in un atteggiamento di pastore mediocre che non si prende cura del suo gregge. Chiedo preghiere perché io non manchi di essere pastore, pastore di popolo e non chierico di Stato».

E sulle preghiere insiste, quando Fazio gli lascia l’ultimo spazio per parlare direttamente al pubblico, «Vi chiedo di pregare per me perché io vada sempre avanti, perché io non fallisca nel mio dovere. Ma per favore, pregate a favore, non contro, grazie»
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 14/01/2024)


La Nove, in serata, ha poi diffuso il testo integrale dell'intervista

Alla domanda di apertura di Fabio Fazio, “Come sta?”:

Mi viene da dirti, ancora vivo!

Sull’ipotesi di dimissioni:

Non è né un pensiero, né una preoccupazione e neppure un desiderio, è una possibilità, aperta a tutti i Papi. Ma per il momento non è al centro dei miei pensieri, delle mie inquietudini, dei miei sentimenti. Per il tempo in cui mi sento di avere ancora la capacità di servire, vado avanti. Quando non ce la farò più sarà il momento di pensarci.

Sulle guerre, dall’Ucraina a Israele e Gaza fino allo Yemen e tutte le guerre dimenticate:

C’è un’apparente autodistruzione, è difficile fare la pace, non so perché. Quando nel 2014 sono andato a Redipuglia ho visto il risultato di quella strage e ho pianto. Ogni primo novembre vado in un cimitero a celebrare; quando sono andato ad Anzio c’erano ragazzi giovani, tutti morti. L’ultima volta sono andato al Cimitero Inglese, guardavo le età e pensavo alle mamme che ricevono quella lettera: ‘Signora ho l’onore di dirle che suo figlio è un eroe…’. ‘No, io voglio il figlio, non l’eroe’. E pensiamo a cosa significa una guerra, pensiamo allo Sbarco in Normandia di cui è stato celebrato tempo fa l’anniversario ma sulla spiaggia della Normandia sono rimasti 20.000 ragazzi… questa è la guerra!

Sull’impegno del Papa verso la pace e sulle reali possibilità di arrivare alla fine dei conflitti, al di là della speranza:

La speranza è come la forza che ci porta avanti. La speranza non delude, mai. C’era la Turandot che diceva che deludeva.. ma adesso la speranza non delude, mai delude. Dobbiamo aggrapparci alla speranza. L’immagine della speranza è l’ancora, che tu la butti e vai avanti, aggrappato alla corda per arrivare alla spiaggia. E quest’ancora mai delude. Ma siamo noi a fabbricare delle delusioni, tante, criminali. Tutti i giorni sento telefonicamente la parrocchia di Gaza, mi raccontano le cose terribili che succedono, quanti arabi morti e quanti israeliani morti, due popoli chiamati a essere fratelli, che si distruggono l’un l’altro. Questa è la guerra: distruggere!

Sull’idea che la parola pace sia un pensiero che abita le menti ingenue e che la guerra sia parte della natura umana:

La guerra è cominciata all’inizio della Creazione, con Caino e Abele, sono iniziate le inimicizie, i crimini di guerra. Poi nella storia sempre ci sono state le guerre. La guerra è un’opzione egoistica, che ha questo gesto: prendere per me. Mentre la pace ha il gesto contrario: dare, e dare la mano. È vero che è rischioso fare la pace, ma è più rischiosa la guerra. Vediamo le due guerre che sono vicine adesso, ma pensa che da quando è finita la Seconda Guerra Mondiale ad adesso – ho detto - non sono mai finite le guerre. Adesso vediamo quella Ucraina-Russia e Palestina-Israele… Come mai non si può fare la pace? Dietro le guerre, diciamolo, con un po’ di vergogna, c’è il commercio delle armi. Diceva un economista che in questo momento gli investimenti che danno, interessi, più soldi sono le fabbriche delle armi. Investire per uccidere. Questa è una realtà, io non suono il violino, questa è realtà.

Alla domanda: “Cosa passa nelle menti di chi progetta la guerra? Sono uomini come noi, ma cosa li porta a tali decisioni?”:

È difficile esprimere una motivazione generale. In alcuni il senso di patriottismo, in altri l’interesse economico, in altri l’idea di fare un impero e mandare avanti il potere del dominio. Ognuno ha le motivazioni proprie, ma le guerre sono sempre per distruggere. Guarda le immagini delle guerre adesso, guarda le immagini della striscia di Gaza, guarda quelle della Crimea o dell’Ucraina. Distruggere. Un’esperienza che ho avuto un paio di anni fa, sono andato in visita in un paese europeo, dovevo fare da una città a un’altra in elicottero ma quel giorno c’era la nebbia e abbiamo fatto un paio di ore di macchina. La gente nei villaggi sapeva del mio passaggio tramite la radio e mi aspettava. C’erano bambine e bambini, coppie giovani, coppie di mezza età, c’erano nonne e signore anziane ma raramente qualche anziano. Cosa significa questo? La guerra… Questi uomini non sono arrivati alla vecchiaia. La guerra è così, distrugge, uccide.

Sui bambini e su cosa significa la guerra sulla loro pelle:

Mercoledì scorso è venuta una delegazione di bambini dell’Ucraina, hanno visto qualcosa della guerra e, dico una cosa Fabio, nessuno di loro sorrideva. I bambini spontaneamente sorridono, io gli davo delle cioccolate e loro non sorridevano. Avevano dimenticato il sorriso e che un bambino dimentichi il sorriso è criminale. Questo fa la guerra: impedisce di sognare.

Sui bambini sfruttati, abusati, affamati, usati per la guerra:

I bambini sono i grandi sfruttati, i grandi scartati. E dimentichiamo che loro sono il futuro, ma noi togliamo il futuro ai bambini. Poi quando arrivano a vent’anni e finiscono in carcere noi diciamo: ‘ah questa generazione sporca guarda le cose che fa…’. Ma siamo stati noi, è stata la società, ad educarli così. Non perché gli è stato detto di uccidere o di rubare, ma perché sono stati messi ai margini, come scarti. È terribile, questa è una condanna a morte per i bambini. Nel mese di giugno si farà il primo incontro mondiale dei bambini qui a Roma. Quando abbiamo fatto l’incontro con i bambini c’erano 7500 bambini di tutto il mondo, da Paesi di pace e di guerra, ma adesso ne faremo un altro, per cercare di attirare l’attenzione sul fatto che i bambini sono il futuro. Ma sono il futuro con le cose che noi gli daremo: o li faremo crescere bene o li faremo crescere male.

Alla domanda: ‘Se siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, perché siamo capaci di provocare tanto dolore? Da dove arriva il male?’

Il male arriva dal proprio cuore, sempre. Noi abbiamo la possibilità di scegliere sempre: o il bene o il male. Il cuore ha la capacità di fare il male da sempre, fin dall’inizio. Pensa alla lite dei fratelli Caino e Abele. E poi pensa a tutte le guerre che si sono susseguite. Il cuore ha la capacità di fare il bene o il male, qui si radica la propria libertà, l’uomo è libero. Tante volte è condizionato da questioni politiche e sociali, abbiamo parlato dei bambini, di come sono condizionati, ma il cuore dell’uomo è libero. E quando un capo di stato decide di fare una guerra – una guerra offensiva, non difensiva – lo fa con libertà. E poi non dimentichiamo che il commercio che oggi dà di più è il commercio delle armi. E tante volte le guerre si continuano, si fanno più ampie, per vendere le armi o per provare armi nuove. La gente che muore è il prezzo che si paga.

Sulla frase del Papa nell’ultima ospitata a Che tempo che fa “Il perdono è un diritto” e sul fatto che valga per tutti:

Il perdono è per tutti. Una volta una persona molto saggia, semplice mi ha detto: “Dio non si stanca di perdonare, mai. Dio perdona sempre perché è da Lui il perdono, ma siamo noi a stancarci di chiedere perdono. E questo è il problema. Il cuore aperto al perdono viene subito preso dal cuore di Gesù che perdona tutto, ma il cuore indurito nostro diviene incapace di chiedere perdono e questa è una cosa molto brutta, la incapacità di chiedere perdono. E da lì viene una certa incapacità ad essere perdonato. Ma non perché il Signore non perdona, no, perdona tutto. In questo è “pazzo di amore”, diciamo così. Ma noi, siamo noi a stancarci di chiedere perdono delle volte. Il Signore aspetta, bussa alla porta di tanti cuori perché abbiano questa capacità di riconoscere il male che stanno facendo. Pensa a questi fabbricanti di armi, che sono fabbricanti di morte. Il Signore è vicino a loro, tocca il cuore per portarli a un cambio di vita e il Signore non si stanca di perdonare. Ricordiamo questo. Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono. Questo non dimenticarlo mai.

Su Dio e su come la sua vicinanza, compassione e tenerezza possa aiutarci nel dolore:

Dirò due direzioni: di avvicinarsi noi al Signore oppure lasciare che il Signore si avvicini a noi. Delle volte in alcune circostanze, la guerra per esempio, noi abbiamo rabbia nel cuore e ce la prendiamo con il Signore: ‘Ma perché permetti che accadano queste cose? Perché lasci che ci distruggiamo così?’. Ma il Signore è vicino e la vera strada è lasciare che si avvicini. Delle volte il Signore viene presentato come il giudice implacabile. È vero è giudice, ma è vicino, compassionevole e misericordioso.

Alla domanda su come possano stare insieme misericordia divina e punizione divina:

È la punizione di papà e mamma con il bambino, quando gli danno qualche castigo o qualche penitenza per correggerlo. Il Signore, diciamo così, castiga per correggere, castiga con amore. È come una mamma o un papà quando dà (mima uno sculaccione al bambino ndr) – se è una brava mamma o un bravo papà – ha più dolore nella mano il genitore, che non il bambino nel sedere. Guai al papà e alla mamma che non sentono dolore quando bacchettano un po’ il bambino, qualcosa non va lì.

Sul significato della frase dell’Atto di dolore: “…perché peccando ho meritato i tuoi castighi”:

Non so se questa frase sia fuorviante, ma è un’espressione letteraria. Il peccato merita il castigo. Se una persona fa una cosa brutta il giudice lo mette in carcere. Ma è un’espressione troppo dura dell’amore di Dio... A me piace di più dire: ‘Perché peccando ho rattristato il tuo cuore’. Perché il cuore di Dio è anche un cuore umano, Lui si è fatto uomo. E Lui si rattrista quando vede la nostra durezza di cuore, il nostro andare avanti con i nostri egoismi. Ma una cosa bella che mi piace pensare è che Lui ci castiga accarezzandoci. Perché Lui ci mette in difficoltà perché noi riflettiamo sulle cose brutte che abbiamo fatto e cambiamo vita. Lui è il grande perdonatore, non si stanca di perdonare….Sempre.

Alla domanda se si può chiedere tutto a Dio, anche le cose più banali:

Sì, si può chiedere tutto a Dio, anzi penso che a volte siamo proprio timidi, non abbiamo il coraggio di chiedere tutto al Signore. Ma il Signore dice nel Vangelo: ‘Chiedete e avrete’. Chiedete. Chiedete. Quella saggezza cristiana di imparare a bussare alla porta del cuore di Dio.

Sulla frase pronunciata dal Papa alla Giornata mondiale della Gioventù in Portogallo ‘Todos, todos, todos, la chiesa accoglie tutti, non esclude nessuno’ e sul fatto che questo concetto possa non piacere a coloro che sul giudicare e sulla punizione hanno costruito il loro potere:

La Chiesa ha questa dimensione cordiale, che viene dal cuore. Tutti, tutti a casa, tutti dentro. Lo dice il Signore in quella parabola che mi piace tanto, quando gli invitati alle nozze del figlio non sono venuti perché ognuno aveva i propri interessi, cosa dice il Signore ai suoi aiutanti? ‘Andate agli incroci delle strade e portate tutti, buoni e cattivi, sani e ammalati, giovani e vecchi, tutti’, tutti, tutti. Tutti dentro. Questo è l’invito del Signore. Ognuno con il proprio fardello, perché ognuno ha il suo, e il Signore dice: tutti. Lo dice il Signore, non lo dico io. Il problema è quando noi facciamo delle selezioni.

Alla domanda: ‘Lei si sente solo? Soprattutto quando fa delle scelte che provocano reazioni di dissenso di una parte della Curia romana o nell’episcopato o in alcuni fedeli? Penso per esempio alla recente nota del Dicastero per la Dottrina della Fede sulle benedizioni che lei ha approvato che prevede di benedire anche coppie irregolari e anche coppie dello stesso sesso…”

Sì, dici vero, quando prendi una decisione, c’è un prezzo di solitudine che tu devi pagare e delle volte le decisioni non sono accettate, ma la maggior parte delle volte, quando non si accettano le decisioni, è perché non si conosce. Io dico, quando a te non piace una decisione, vai a parlare e dì i tuoi dubbi e porta avanti una discussione fraterna. Il pericolo è che una cosa non mi piace e me lo metto nel cuore e così divengo una resistenza e faccio delle conclusioni brutte. Questo è successo con queste ultime decisioni sulla benedizione a tutti. Il Signore benedice tutti, tutti, tutti. Il Signore benedice tutti coloro che sono capaci di essere battezzati, cioè ogni persona. Ma poi le persone devono entrare in colloquio con la benedizione del Signore e vedere cosa è la strada che il Signore gli propone. Ma noi dobbiamo prendere per mano e aiutarli ad andare in quella strada, non condannarli dall’inizio. E questo è il lavoro pastorale della Chiesa. Questo è un lavoro molto importante per i confessori. Io sempre dico ai confessori: voi perdonate tutto e trattate la gente con molta bontà come il Signore ci tratta a noi. E poi se tu vuoi aiutare la gente, poi puoi parlare e aiutarli ad andare avanti, ma perdonare tutti. In 54 anni di prete che io ho – questa è una confessione – 54 anni che sono prete, io sono vecchio! In questi 54 anni ho negato soltanto una sola volta il perdono, per la ipocrisia della persona. Una volta. Sempre ho perdonato tutto, ma anche dirò con la consapevolezza che quella persona forse ricadrà, ma il Signore ci perdona. Aiutare a non ricadere o a ricadere meno, ma perdonare sempre. Un grande confessore, che ho fatto cardinale nell’ultimo concistoro, è un uomo di 94 anni, un frate cappuccino dell’Argentina. E lui è un grande perdonatore, come diciamo noi, “manica larga”, perdona tutto. E una volta è venuto all’episcopio quando io ero arcivescovo lì e mi ha detto: “Senti Giorgio, io ho questo problema, io perdono troppo e delle volte mi viene la sensazione che non sta bene” - E cosa fai Luigi? – Vado in cappella e chiedo perdono al Signore: “Signore scusami, ho perdonato troppo – Ma senti sei stato tu a darmi il cattivo esempio!”. Questo è vero, noi dobbiamo perdonare tutto perché Lui ci ha perdonato. Lui ci ha dato questo cattivo esempio.

Sulla riforma secondo lui più urgente della Chiesa.

La riforma dei cuori, per tutti i cristiani. Le strutture vanno conservate, cambiate, riformate secondo la finalità. E questo io – oso dire – che può anche essere una cosa meccanica – nel buon senso della parola – ma le strutture vanno sempre aggiornate, usiamo questa parola positiva: cambiare per aggiornare. Ma il cuore va riformato tutti i giorni, cambiare il cuore. Questo è un lavoro di tutti i giorni. Quando noi sentiamo nel cuore qualche cattiveria, l’invidia per esempio, quel vizio giallo, così mi piace chiamarlo, che rovina tutti i rapporti. Dobbiamo pentirci e cambiare il cuore continuamente e stare attenti a cosa succede nel mio cuore per cambiare. Cambiare e poi cambiare le strutture, le strutture vanno cambiate perché la storia va avanti. Le cose che andavano bene il secolo scorso adesso non vanno bene. Ma la vera libertà è cambiarle, perché non sono cose assolute in sé stesse ma relative al momento storico.

Su cosa invece non cambia mai.

Incominciamo dal Signore. Lui è l’Eterno, ma siccome il Signore ha cuore, cambia pure qualcosa, va cambiando, si dice che cambia l’atteggiamento, è un modo di dire, perché è tanto buono che è capace di avvicinarsi alle nostre debolezze e cambiare forse una condanna in un perdono, questo è il Signore. Ma la lealtà, la rettitudine di intenzione, queste cose non cambiano, o sei onesto o non sei onesto, gli atteggiamenti morali in astratto non cambiano, nel concreto cambiano a seconda delle situazioni.

Sul tema dei migranti e l’incontro con Pato, il padre della piccola Marie e marito di Matyla, morte di fame e sete mentre attraversavano il deserto fra Tunisia e Libia.

Col problema dei migranti c’è tanta crudeltà, nel trattare questi migranti, nel momento in cui escono da casa loro fino all’arrivo in Europa. C’è un libro molto bello, piccolino, si legge in poche ore, “Fratellino” “Hermanito” in spagnolo, lo scrisse un migrante, che ha speso 3 anni per venire dalla Guinea in Spagna, ha scritto questi 3 anni di schiavitù, le sofferenze, le torture, questo fa la gente presa da questa mafia, che li sfrutta. È venuto a vedermi l’altro giorno, perché adesso lavora in Spagna, per ringraziarmi di aver parlato del suo libro. Ma tutta una vita, come quella di Pato, che ha perso la moglie, la figlia, e tanti altri… L’altro giorno c’era un altro caso di una persona torturata, i delinquenti avevano chiesto una bella somma per lasciarlo libero; così succede nelle coste libiche. Grazie a Dio abbiamo trovato il benefattore che ha pagato e lui è arrivato. I migranti sono trattati tante volte come cose, penso alla tragedia di Cutro, lì davanti, annegati. Ognuno ha il diritto di rimanere a casa o di migrare; è vero che in questo momento in Europa sono 5 i Paesi che ricevono i migranti, Cipro, Grecia, Malta, Italia, Spagna. Non chiudete le porte, per favore! Alcuni di questi Paesi non fanno figli, hanno bisogno di manodopera, in alcuni di questi Paesi ci sono villaggi vuoti. Una bella politica della migrazione aiuta anche i Paesi sviluppati, dobbiamo prendere il problema dei migranti nelle mani, togliere tutte queste mafie che sfruttano i migranti e andare avanti, risolvere il problema sia della necessità delle persone e dei Paesi e dell’immigrazione; migrare è un diritto, rimanere in patria un altro diritto. Bisogna rispettare ambedue. Una politica, a capo di un governo molto importante in Europa, una volta ha detto che il problema dell’immigrazione africana si risolve in Africa, aiutare a sviluppare l’Africa perché non abbiano la necessità di venire. Il problema dei migranti è molto importante, se voi avete un po’ di tempo leggete questo libro, ‘Fratellino’, è la storia dura dell’immigrazione.

Sul perché chiede spesso di pregare per lui.

Perché io sono peccatore e ho bisogno dell’aiuto di Dio per rimanere fedele alla vocazione che Lui mi ha dato. Ognuno ha la propria vocazione e deve portarla avanti, tu hai la tua e fai tanto bene la tua professione, che nasce dalla vocazione del cuore. Il Signore mi ha chiamato a fare il prete, il Vescovo. Come Vescovo ho una responsabilità molto grande nei confronti della Chiesa, riconosco le mie debolezze, per questo devo chiedere le preghiere, che tutti preghino per me affinché sia rimasto fedele nel servizio del Signore, che non finisca in un atteggiamento di pastore mediocre che non si prende cura dell’ovile. Il pastore è in mezzo al gregge per sentire l’odore del gregge, il Papa deve conoscere com’è il gregge. Il pastore è dietro il gregge, per aiutare, andare avanti, a volte per lasciare che il gregge col fiuto cerchi nuovi pascoli. Il pastore invece è davanti per guidare. Per questo ho bisogno di preghiere, perché io non manchi di essere pastore, il Signore ci ha chiamati per essere pastori di popolo e, mi piace dire, non chierico di Stato. Non un Monsieur l’Abbé de l’Ecole Française.

Su come immagina il volto di Dio quando prega.

Uso immagini del Vangelo, mi piace immaginarlo come un papà generoso che riceve il figlio che se n’è andato, ha speso una fortuna e torna ferito. Lo riceve. Dice il Vangelo che il figlio aveva preparato un discorso, ‘Papà, ho peccato contro il Cielo, contro di te’, ma il papà con un abbraccio quasi non l’ha lasciato parlare. A me piace pensare il Signore con questo abbraccio, Quando io vado a dire: “Ma, ho fallito in questo…” mi piace pensarlo, con la mano che mi fa così, e mi dice: “Ma vai avanti, vai avanti, continua ad andare avanti”. Il Signore che ci spinge ad andare avanti, che non si scandalizza dei nostri peccati, perché Lui è padre, e ci accompagna. Lui dà per scontato che siamo peccatori. Il problema è suo, se accompagnare i peccatori o mandarli all’inferno subito. Lui sceglie di accompagnarci. Per questo ha inviato suo Figlio, per accompagnarci, il Signore ha inviato suo Figlio nel mondo non per condannarlo ma per salvarlo. Così dice la liturgia.

Su quanto sia difficile immaginare allora l’inferno.

Sì, è difficile immaginarlo. Quello che dirò non è un dogma di fede ma una cosa mia personale: a me piace pensare l’inferno vuoto, spero sia realtà!

Se ha in previsione un viaggio in Argentina e se è preoccupato per il suo Paese.

Sì, mi preoccupa perché la gente sta soffrendo tanto. È un momento difficile per il Paese. È in piano la possibilità di fare un viaggio nella seconda parte dell’anno, adesso c’è un cambio di Governo, ci sono cose nuove e anch’io ho degli impegni. Ad agosto devo fare un viaggio in Polinesia, dopo si farebbe in Argentina, se si può fare, ma io vorrei andarci… 10 anni sta bene, va bene, posso andarci.

Il primo ricordo materiale pensando a casa sua in Argentina.

La prima cosa sono i nonni. Siamo in cinque, mamma ha avuto il secondo figlio quando avevo 13 mesi. Ancora ero un bambino da accudire. I nonni abitavano a 40 metri, la nonna veniva al mattino, mi portava a casa sua, passavo tutto il mattino, pranzavo con loro e poi mi riportava a casa. Questo è un bel ricordo e questo è il motivo per cui la mia prima lingua non è stato lo spagnolo ma il piemontese, perché loro parlavano piemontese.

Su cosa gli fa paura.

Qualcosa sì, mi fa paura. Alcune cose mi fanno paura. Ad esempio questa escalation bellica mi fa paura, questo portare avanti passi bellici nel mondo, uno si domanda come finirà, con le armi atomiche adesso che distruggono tutto, come finiremo, come l’arca di Noè? Questo mi fa paura, la capacità di autodistruzione che oggi ha l’umanità.

Su cosa lo fa ridere o sorridere.

La tenerezza dei bambini mi fa sorridere. E poi i nonni, sono i miei coetanei, mi piace parlare con i nonni, hanno saggezza. Non dimenticare queste due capacità che dobbiamo avere, parlare coi bambini, ascoltarli, farli ridere, e coi nonni, ascoltare le loro storie. Qualcuno dice: “Ma sono noiosi, sempre raccontano lo stesso…” Ma sono storie di vita, questo aiuta pure”.

Se è d’accordo con chi dice che senso della vita sia imparare ad amare.

È un modo di dire e una grande verità, si può riassumere che il cammino della vita è imparare ad amare, amare di più. C’è tanta gente che ha dato esempio di amore eroico, che li ha portati alla morte, dare la vita per gli altri. Mi piace questa formulazione”.

Un messaggio finale:

Grazie per averci guardato in questo dialogo, per essere vicini; vi chiedo di pregare per me, perché io vada sempre avanti, perché io non fallisca nel mio dovere. Ma per favore, pregate a favore, non contro, grazie!



giovedì 26 gennaio 2023

Papa Francesco intervistato dall’agenzia di informazione Associated Press (AP): le critiche aiutano a crescere, ma vorrei che me le facessero direttamente

Il Papa: le critiche aiutano a crescere,
ma vorrei che me le facessero direttamente

Papa Francesco durante l'intervista con l'Associated Press

Intervista di Francesco con l’Associated Press: dalla morte di Benedetto XVI (“ho perso un padre”) all’invito a non discriminare nessuno, a cominciare dalle persone omosessuali. Poi i rapporti con la Cina (“bisogna proseguire il dialogo”), i dubbi sul rischio ideologia nel percorso sinodale tedesco e la vicenda Rupnik

La morte di Benedetto XVI, le critiche emerse in alcuni recenti libri, l’omosessualità che “non è un crimine”, la salute personale “buona” nonostante l’età, i rapporti con la Cina, il percorso sinodale tedesco, la vicenda degli abusi del gesuita Marko Rupnik. Sono tanti e di stretta attualità i temi che Papa Francesco affronta in una nuova intervista diffusa oggi con l’agenzia di informazione statunitense Associated Press (AP). È il primo colloquio del Pontefice dopo la morte, il 31 dicembre 2022, del suo predecessore Joseph Ratzinger, del quale Francesco tratteggia la figura nel colloquio con la corrispondente Nicole Winfield avvenuto ieri a Santa Marta.

Di fronte a un dubbio, andavo da Benedetto XVI

Il Papa definisce “un gentiluomo” Benedetto XVI e assicura che con la sua morte “ho perso un padre”: “Per me era una sicurezza. Di fronte a un dubbio, chiedevo la macchina, andavo al monastero e chiedevo”. Jorge Mario Bergoglio, ancora una volta interrogato sulle sue eventuali dimissioni, dice che, se mai rinunciasse al ministero petrino, sarebbe il “vescovo emerito di Roma” e andrebbe “a vivere nella Casa del Clero a Roma”. “L’esperienza di Benedetto – aggiunge - fa già nascere i nuovi papi che si dimettono per inserirsi in modo più libero”. Francesco spiega che il predecessore era ancora legato a una concezione del papato: “In questo non era del tutto libero, perché forse avrebbe voluto tornare nella sua Germania e continuare a studiare teologia da lì. Ma ha fatto tutto il possibile per essere il più vicino possibile. E questo è stato un buon compromesso, una buona soluzione”.

La critica aiuta a crescere

Dal Pontefice anche una riflessione sul suo pontificato, che il prossimo 13 marzo compie dieci anni. All’inizio, spiega, la notizia di un Papa sudamericano è stata accolta con sorpresa da molti dentro e fuori la Chiesa, poi, dice, “hanno iniziato a vedere i miei difetti e non gli sono piaciuti”. A proposito delle critiche ricevute e coincise tutte nell’ultimo periodo, tramite libri o documenti fatti circolare tra i cardinali a firma di pseudonimi, Francesco dice che per lui come per tutti sarebbe sempre meglio non avere critiche “per la pace della mente”: “Sono come un’orticaria, sono un po’ fastidiose, ma li preferisco, perché significa che c’è libertà di parola”. L’importante è che vengano dette “in faccia perché è così che cresciamo tutti, giusto?”. È peggio, secondo il Papa, “se si tratta di un’azione subdola”. Con alcuni fautori di queste critiche Papa Bergoglio dice di aver discusso personalmente: “Alcuni di loro sono venuti qui e sì, ne ho discusso. Normalmente, come si parla tra persone mature. Non ho litigato con nessuno, ma ho espresso la mia opinione e loro l’hanno espressa. In caso contrario, si crea una dittatura della distanza, come la chiamo io, in cui l’imperatore è lì e nessuno può dirgli nulla. No, lasciateli dire perché la compagnia, la critica, aiuta a crescere e a far andare bene le cose”.

Distinguere tra peccato e crimine

Nell’intervista, Francesco viene poi interpellato sul tema della omosessualità che, afferma, “non è un crimine” ma una “condizione umana”, e dei diritti della comunità Lgbtq: “Siamo tutti figli di Dio e Dio ci vuole così come siamo e con la forza che ognuno di noi combatte per la propria dignità. Essere omosessuali non è un crimine”, afferma. Poi, come sempre nella sua predicazione o nelle interviste, mimando un colloquio tra due persone, dice che qualcuno afferma che “è un peccato”. “Prima distinguiamo tra peccato e crimine”, chiarisce Francesco. “È peccato anche mancare di carità gli uni verso gli altri”. È questo lo spunto per il Papa per rivolgere una critica a leggi che definisce “ingiuste” che criminalizzano l’omosessualità: “Credo che ci siano più di 50 Paesi che hanno una condanna legale e di questi credo che una decina, un po’ più o meno, abbiano la pena di morte. Non lo nominano direttamente, ma dicono ‘coloro che hanno atteggiamenti innaturali’”. Un invito ad un diverso approccio è indirizzato anche ai vescovi che discriminano le persone gay e le comunità Lgbtq. In tal senso il Pontefice richiama il Catechismo della Chiesa cattolica che afferma “che le persone con tendenze omosessuali devono essere accolte, non emarginate, accompagnate se viene dato loro un posto”. Nessuno deve essere discriminato, afferma il Vescovo di Roma. E questo non riguarda solo l’omosessualità: “Anche il più grande assassino, il più grande peccatore non dovrebbero essere discriminati. Ogni uomo e ogni donna deve avere una finestra nella propria vita dove poter rivolgere la propria speranza e dove poter vedere la dignità di Dio”.

Sorpreso e ferito dalla vicenda Rupnik

A lungo, nel colloquio ci si sofferma sulla problematica degli abusi del clero. Il rimando è subito alla vicenda del gesuita Marko Rupnik, noto mosaicista, oggi al centro di accuse di abusi sessuali, psicologici e di coscienza, che gli vengono rivolte da suore e che sarebbero avvenuti circa 30 anni fa in Slovenia e poi in Italia. Interpellato in merito, Francesco dice: “Per me è stata una sorpresa, davvero. Questo, una persona, un artista di questo livello, per me è stata una grande sorpresa e una ferita”. L’intera vicenda è stata gestita dalla Compagnia di Gesù, mentre l’istruzione del processo è stata affidata all’incaricato delle questioni legali dei domenicani. Assicura poi di non aver avuto un ruolo nella gestione del caso ma di essere intervenuto solo proceduralmente “in un piccolo processo che è arrivato alla Congregazione della Fede in passato”. Francesco spiega di aver dato indicazioni affinché le due serie di accuse fossero affrontate dallo stesso tribunale che aveva vagliato le prime: “Che continui con il tribunale normale… Altrimenti i percorsi procedurali si dividono e tutto si confonde”. Quanto al fatto che il Vaticano non abbia rinunciato in questo caso alla prescrizione, il Pontefice concorda che è giusto rinunciare “sempre” ai termini di prescrizione nei casi che coinvolgono minori e “adulti vulnerabili”, per mantenere invece le tradizionali garanzie legali con i casi che coinvolgono gli altri adulti, come è accaduto per Rupnik.

Dialogo cinese e cammino sinodale tedesco

Il Papa amplia poi lo sguardo sul lavoro della Commissione per la tutela dei minori e non manca di menzionare l’opera diplomatica svolta dalla Santa Sede. A tal proposito, affronta il tema dei rapporti con la Cina e ribadisce: “Dobbiamo camminare pazientemente”. Riguardo a possibili aperture, “stiamo prendendo provvedimenti”: le autorità cinesi “a volte sono un po’ chiuse, a volte no”. “L’essenziale è che il dialogo non si interrompa”, afferma il Papa. Del cardinale Zen, che ha ricevuto in Vaticano il 6 gennaio scorso, dice che è "affascinante": ora - osserva - svolge la sua pastorale in carcere "ed è in prigione tutto il giorno. È amico delle guardie comuniste e dei prigionieri. Tutti lo accolgono bene. È un uomo di grande simpatia". È coraggioso - afferma ancora - ma è anche “un'anima tenera” e ha pianto come un bambino di fronte alla statua della Madonna di Sheshan che ha visto nel suo appartamento a Santa Marta. Sul cammino sinodale tedesco che porta avanti richieste come l’abolizione del celibato sacerdotale, il sacerdozio femminile e altre possibili riforme di liberalizzazione, Francesco avverte che rischia di diventare dannosamente “ideologico”. Il dialogo è buono, ma “l'esperienza tedesca non aiuta”, afferma il Papa, sottolineando che il processo in Germania fino ad oggi è stato guidato dalla “élite” e non coinvolge “tutto il popolo di Dio”. “Il pericolo è che entri qualcosa di molto, molto ideologico. Quando l’ideologia viene coinvolta nei processi ecclesiali, lo Spirito Santo va a casa, perché l’ideologia vince lo Spirito Santo”.

La salute e "la grazia dell'umorismo"

Non manca nell’intervista un cenno sulla sua salute. Salute che Jorge Mario Bergoglio definisce “buona”, considerati gli 86 anni e malgrado sia “tornata” la diverticolite per la quale era stato operato al colon lo scorso luglio: “Però è sotto controllo”. Il Pontefice rivela inoltre il dettaglio una piccola frattura al ginocchio dovuta a una caduta, guarita senza interventi chirurgici: “Il ginocchio, grazie a una buona terapia e alla magnetoterapia, al laser... l’osso si è saldato... Sto già camminando, mi aiuto con il carrello, ma sto camminando”. Per la sua età, è tutto “normale”: “Posso morire anche domani, ma dai, è tutto sotto controllo. La mia salute è buona. E chiedo sempre la grazia, che il Signore mi dia il senso dell’umorismo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 25/01/2023)