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martedì 25 agosto 2026

APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)


mercoledì 12 agosto 2026

Dalla Puglia a Gaza: la pace di mons. Tonino Bello

Dalla Puglia a Gaza:
la pace di mons. Tonino Bello

Tonino Bello (da profilo Facebook Fondazione Tonino Bello)

Intervista a Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione, in occasione del conferimento del 3° Premio Tonino Bello (13 agosto 2026)

In un tempo segnato dal ritorno prepotente della guerra e dalla tentazione di affidare soltanto alla violenza la risoluzione dei conflitti, l’esempio di mons. Tonino Bello torna a farsi profezia viva. Attraverso le iniziative della Fondazione a lui intitolata, giunta ormai alla terza edizione del Premio don Tonino Bello, la memoria del suo insegnamento si trasforma in azione concreta: dall’educazione delle giovani generazioni al sostegno di chi, oggi, spende la propria vita per la pace.

In questa intervista, Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione Don Tonino Bello, ci guida nell’essenza di un impegno che unisce giustizia, dialogo e scelte di campo coraggiose e sottolinea come il messaggio di don Tonino continui a interpellare la nostra coscienza e a tracciare percorsi di speranza.

Giancarlo Piccinni, Presidente della Fondazione Don Tonino Bello
(da profilo Facebook Fondazione Tonino Bello)

In che modo nasce il Premio don Tonino Bello?

Il premio nasce nel 2019 e questa di questo anno è la III edizione, con la motivazione di individuare nello scenario internazionale delle personalità che si sono distinte con la loro testimonianza, e che si sono spese con la loro vita a favore della pace, nella convinzione che non ci possono essere altri valori evangelici, o anche solo valori umani che senza il valore della pace possano essere di fatto attualizzati, cioè non possiamo parlare oggi di vita o di progresso e di altri valori all’interno di contesti dove la guerra è un evento di distruzione e barbarie umana, per questo il primo valore su cui bisogna lavorare è quello della promozione della pace.

Quali sono le persone a cui sono stati consegnati i premi della I e II edizione del premio e quali le motivazioni?

La prima persona a cui la fondazione ha consegnato il premio è don Luigi Ciotti. Nel 2019 a Milano in collaborazione con l’associazione pugliesi di Milano, la Fondazione celebrò questo evento con una grande partecipazione di persone, personalità e amici della fondazione mettendo in risalto come don Luigi Ciotti incarnava l’unità tra pace e giustizia e che non c’è pace senza giustizia. Don Luigi, che ho conosciuto prima di incontrarlo perché ne parlava don Tonino Bello, paga questo suo impegno con una solitudine quotidiana perché di fatto don Luigi non è mai libero perché vive sotto scorta e soltanto gli amici più cari possono in parte “guarire” la solitudine di don Luigi. La seconda edizione del premio, si è tenuta nell’ex seminario Onarmo dove don Tonino si è formato, e che dal 2023 è diventato uno studentato universitario. Per l’edizione del 2023 è stato scelto il card. Zuppi, per mettere in risalto il collegamento tra la pace e il dialogo perché Zuppi è una testimonianza viva e bella, una testimonianza significativa della necessità di costruire la pace attraverso il dialogo, tra nazioni, tra popoli e tra generazioni e solo attraverso il valore del dialogo possiamo ad arrivare ad un incontro tra le civiltà piuttosto che uno scontro.

Per la III edizione si è scelto di consegnare il premio al Card. Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, perché?

Si è pensato di affidare al card. Pizzaballa la terza edizione del premio e questa volta lo scenario per affidare il premio non è Bologna, Milano, non un luogo lontano dai luoghi di don tonino, ma Alessano, e il luogo scelto è presso la tomba di don Tonino che può accogliere molte persone pur sapendo che forse non potrebbe essere sufficiente, ma è un luogo che parla, significativo perché è un incontro che deve essere anche un momento di preghiera e non solo celebrativo di una consegna di un premio, perché pregare per Gaza, per la terra santa è un dovere di tutti noi e porre attenzione a questa terra in cui tantissime persone hanno pagato e pagano ancora con la vita , con la perdita di dignità, pensiamo a tutti i bambini che sono deceduti che vivono senza una casa, medicine etc. rappresenta un motivo umano prima ancora che cristiano. Il card. Pizzaballa ha fatto una scelta di parte, ha deciso, ha fatto delle distinzioni tra chi ha le armi e chi non le ha, tra chi ha invaso e chi è l’invasore, ha fatto una scelta di parte come avrebbe fatto don Tonino che indicò Maria come “donna di parte” e credo che questo sia un fatto fondamentale perché diversamente non riusciamo all’interno di un contesto storico dare una giusta dimensione alla problematica attuale.

Che valore ha oggi consegnare un premio, in questo contesto difficile?

La memoria è il presente del passato, come ricordava Agostino. Vogliamo riportare oggi, nel mondo in cui viviamo orfani dei padri, vogliamo ricordare i padri che ci hanno indicato dei percorsi, ma anche individuare nuovi santi, e le tre persone individuate rappresentano i tre esempi e osiamo dire santi della nostra quotidianità, che sono da seguire, sono come dei ponti tra cielo e terra che vanno seguiti nel loro impegno per la pace.

Mons. Tonino Bello, definiva la pace non come una semplice assenza di guerra, marciando anche di persona nei contesti di conflitto. Alla luce dell’attuale situazione mondiale in che modo la Fondazione porta avanti questo impegno e metodo non violento e profetico per la pace di don Tonino?

La Fondazione è impegnata con le giovani generazioni con percorsi educativi a favore della non violenza, incontrando i ragazzi delle scuole ed incontrando anche gli educatori in un contesto in cui la violenza è diventata presente ovunque. È sufficiente pensare a quello che succede ogni giorno a livello delle relazioni umane tra singoli e anche come comunità e stati. Alla guerra e alla violenza oggi noi affidiamo l’ultima parola e la soluzione dei conflitti e si pensa che la violenza sia il metodo per definire la nuova organizzazione mondiale, mentre noi siamo convinti che questa è una disorganizzazione tra viventi, che non definisco nemmeno disorganizzazione tra uomini perché si è persa l’umanità strada facendo. Noi dobbiamo recuperare il nostro essere uomini e la capacità di guardare l’altro per poter dire no alla violenza e ad ogni forma di disumanizzazione.

Per mons. Tonino Bello, il Mediterraneo non doveva essere un fossato o una frontiera armata, ma un mare di incontri e di scambi, cioè doveva essere “convivialità delle differenze”. Quali azioni concrete sono necessarie oggi per trasformare il mare, che qualcuno ha definito “monstrum”, nuovamente in un mare nostrum?

Abbiamo cercato di promuovere delle iniziative anche insieme ad altre associazioni, la Fondazione don Milani, la fondazione Balducci per creare anche insieme ad altre università del Mediterraneo percorsi di formazione. In questi giorni sta partendo questo progetto importante che prevede l’incontro di tutte le università del Mediterraneo per poter realizzare percorsi di dialogo e di formazione e coscientizzazione alla pace e alla convivenza, nella convinzione che la nostra generazione sta già vedendo quello che potrebbe essere il futuro perché siamo oggi di fronte a una nuova realtà di conflitti. I conflitti non hanno confini, sono di fatto delle situazioni che superano ogni confine e che possono assumere dimensioni globali al punto di decidere la fine dell’umanità e che è necessario fermare con l’educare alla pace.

Il campo internazionale che si svolgerà dal 10 al 14 a Santa Maria di Leuca in Puglia porterà tanti giovani a camminare insieme sulle orme di mons. Antonio Bello. Quali sono secondo lei le difficoltà nell’educare i giovani di oggi?

Il campo internazionale “Carta di Leuca” è un’iniziativa della Diocesi che sicuramente ha il merito di portare avanti nel cuore dei giovani il messaggio del Vescovo Tonino Bello. La Fondazione segue e collabora a questo tipo di percorso portato avanti dalla Diocesi camminando e affiancando i giovani e il percorso che la Diocesi fa con il campo internazionale. Il “problema” dei giovani è fondamentale perché stiamo crescendo delle generazioni senza storia e senza memoria e affidare ai giovani una storia e soprattutto con una lettura corretta, senza narrazioni ideologiche, e sofisticate che possono distorcere quella che è la realtà delle cose è un impegno molto difficile e significa anche, nell’ottica del costruire la pace, guardare a determinati popoli e dargli la giusta dignità. Noi abbiamo fondato il nostro mondo su anni di colonizzazioni, imperialismo e sfruttamento; il risultato è anche la partenza di questi popoli alla ricerca di un pezzo di pane, che noi vogliamo rimandare indietro… direi quindi che tra le tante difficoltà che ci sono, sicuramente c’è la difficoltà di educare ad una lettura corretta della storia e della memoria, che è un punto di partenza fondamentale per la costruzione della pace.

Quale testo di mons. Bello, consiglierebbe ai giovani e ai meno giovani?

Credo che il testo La bisaccia del cercatore (Meridiana) sia un libro attuale ed utile. È un testo che coniuga diverse dimensioni, quella dell’impegno locale, pur avendo un respiro globale, quella di impegnarsi con tutti gli uomini di buona volontà indipendentemente dalle fedi, quello della ricerca di senso e della ricerca di Dio. È un libro che potrebbe essere letto da tutti e che rappresenta una riflessione sulle persone che vengono, dobbiamo raccogliere nella bisaccia le storie, i dolori, le gioie e le ferite dei compagni di viaggio e allo stesso tempo dobbiamo condividere quello che abbiamo nella nostra bisaccia, dobbiamo essere pane spezzato e donato per gli altri come lo è stato mons. Bello e con lui molti altri testimoni e profeti di pace.

Programma del 13 agosto 2026:
Premio don Tonino Bello 3° edizione

(fonte: Città Nuova, articolo di Emiliano Eusepi 10/08/2026)


venerdì 7 agosto 2026

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Stefano Cobello*

Perché la pace spaventa il potere: la verità dietro i conflitti

Foto di Centro Pace Forlì

La storia dell’umanità, letta attraverso i manuali scolastici, sembra una sequenza di guerre inevitabili scoppiate per motivi nobili. Ma dietro le quinte si muove una realtà diversa. Dietro ogni scontro armato si nasconde un ingranaggio di interessi economici, calcoli geopolitici e dinamiche di controllo sociale. La verità più scomoda è che la pace spaventa chi detiene il potere, poiché essa rappresenta il peggior incubo di un sistema globale costruito sulla scarsità e sulla gerarchia.

L’allegoria di Rubens: saggezza contro distruzione

Nel XVII secolo, durante la Guerra dei Trent’anni, Peter Paul Rubens dipinse Minerva protegge la Pace da Marte. Nell’opera, la dea della saggezza respinge il dio della guerra per proteggere la Pace (Cerere), che nutre l’umanità. Rubens creò un manifesto politico: la guerra distrugge l’arte, la cultura e la stabilità delle persone comuni, arricchendo solo chi specula sul caos. Oggi, i moderni “Marte” siedono nei consigli d’amministrazione delle multinazionali della difesa e nei palazzi di governo, temendo ancora che la saggezza di Minerva tolga loro il controllo della scena.

Il marketing della guerra

Nessun leader ammetterebbe di invadere un paese per profitto o per stabilizzare il prezzo del petrolio. La guerra richiede un marketing impeccabile basato su tre pilastri:
  1. La minaccia esistenziale imminente: l’amplificazione di un nemico barbaro con cui è “impossibile negoziare”.
  2. La missione umanitaria: il conflitto dipinto come l’unico modo per esportare democrazia e diritti.
  3. La difesa preventiva: colpire per primi per non venire annientati.
Questa narrazione polarizzante (“noi contro loro”) annulla il pensiero critico. Chi propone vie diplomatiche viene additato come traditore. Oggi si aggiunge anche la distrazione di massa da crisi interne, violenze e corruzione che colpiscono i leader mondiali.

Il motore economico: il Complesso Militare-Industriale

Nel 1961, il Presidente USA Eisenhower mise in guardia l’umanità contro l’influenza ingiustificata del Complesso Militare-Industriale (MIC). La pace, infatti, è un pessimo affare per chi produce armi e per i politici corrotti che si nascondono dietro i conflitti.
Settore Economico Obiettivo in Pace Impatto della Pace Impatto della Guerra
Difesa Vendita armamenti Contrazione budget statali Profitti record e contratti d’urgenza
Finanza Speculativa Stabilità dei mercati Rendimenti moderati Alta volatilità e speculazione
Ricostruzione Manutenzione ordinaria Margini ridotti Contratti d’emergenza multimiliardari
Questo genera il ciclo della “distruzione creatrice” bellica: i governi finanziano le industrie private per produrre armi con soldi pubblici; queste armi distruggono un paese; infine, gli stessi governi finanziano multinazionali private per ricostruire ciò che è stato raso al suolo, indebitando le popolazioni colpite.

Geopolitica e controllo sociale

Le guerre moderne si combattono per le risorse sotterranee e le rotte commerciali: terre rare e metalli di transizione (litio, cobalto) per la tecnologia, acqua dolce e punti di snodo marittimi (chokepoints) per tenere sotto scacco l’economia globale.
Inoltre, come evidenziato da Naomi Klein in The Shock Doctrine, i governi usano lo stato d’emergenza per far accettare riforme drastiche e tagli allo stato sociale, silenziando il dissenso. In una società pacifica le persone smettono di temere le bombe e iniziano a chiedere conto ai governi di disuguaglianze e corruzione.

Verso un’ecologia della pace

Per scardinare questo sistema serve un’ecologia della pace basata su:
  • Riconversione industriale: investire i fondi militari in sanità, istruzione e prevenzione ambientale.
  • Indipendenza energetica e alimentare: promuovere fonti rinnovabili decentralizzate per sottrarre il controllo ai cartelli globali.
  • De-escalation culturale ed educazione: usare la diplomazia e creare attività didattiche sul rispetto dei popoli.
Come ricordava Vandana Shiva, dobbiamo anche fare pace con l’ambiente che ci dà la vita. Solo quando la pace diventerà più conveniente della guerra per i cittadini, i potenti perderanno la capacità di trascinarci nel baratro.

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*Stefano Cobello
Sociologo, insegnante, parla correttamente 4 lingue fra cui il russo. Insegnante e docente universitario alla MPGU di Mosca.
(fonte: Pressenza 04.08.26)

mercoledì 22 luglio 2026

Disarmata e disarmante. La pace è un dono - Leone XIV: Non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

Pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana un nuovo volume di Leone XIV

Non le armi atomiche
ma il disarmo genera la pace

È disponibile dal 21 luglio in libreria il volume di Leone XIV Disarmata e disarmante. La pace è un dono (Libreria Editrice Vaticana, pp. 192, euro 16), introdotto da un suo testo inedito, che pubblichiamo di seguito. 
Il libro, curato da Alessandro Banfi, è la prima antologia che attinge a vari interventi di Papa Prevost sul tema della pace dal giorno della sua elezione, l’8 maggio 2025. Articolata in dodici capitoli, l’opera raccoglie quanto il Pontefice ha affermato riguardo ai conflitti, al rifiuto della guerra, alla ricerca di soluzioni pacifiche, al ruolo della diplomazia, con la sottolineatura centrale che la pace è un dono di Dio e che il primo frutto della Risurrezione di Gesù Cristo è la pace da Lui offerta ai suoi discepoli e al mondo intero.


«Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20, 19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva “a buon mercato”: il corpo glorioso del Maestro di Nazaret mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa.

La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra (1). Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni.

Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore.

Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi.

Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi» (2). Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona.

Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire “in nome” della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II (3).

Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!» (4).

Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia» (5).

La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione.

La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia.

Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da “protagonisti non famosi” che hanno seguito la propria coscienza. È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti.

Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero.

La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non-violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita.

Dal Vaticano, 19 giugno 2026
Leone PP. XIV
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1 Cfr. Global Peace Index 2026, Sydney 2026.
2 Sant’Agostino d’Ippona, Discorsi, 311, 8.8.
3 San Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991.
4 San Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965.
5 Bob Dylan, Go Away You Bomb, 1963.

venerdì 17 luglio 2026

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?». Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?».
Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

«Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque». Riportiamo la trascrizione dell’intervento del cardinale di Gerusalemme, patriarca dei latini a Gerusalemme, al termine della manifestazione Re-Imagine Peace, che si è svolta a Firenze con la partecipazione di artisti italiani, israeliani e palestinesi in collaborazione con la Fondazione Giorgio La Pira

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, luglio 2026. ANSA/Gianluigi Basilietti

«Decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto». Questo il messaggio centrale, come sottolineato da Vatican News, dell’intervento del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, al concerto finale di Re-Imagine Peace, domenica sera 12 luglio a Firenze. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui.

L’intervento, all’interno di una serata di concerto gratuito, ha concluso il festival, fortemente voluto dall’artista israeliana Noa e organizzato in collaborazione con la Fondazione La Pira, che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e della musica con artisti israeliani, palestinesi e italiani.

Riportiamo la trascrizione integrale dell’intervento del cardinale Pizzaballa:

«Qualcuno si chiederà: “Cosa ci fa un prete qua in mezzo?”. Ma siamo a “Re-image Peace” e dobbiamo usare un po’ della nostra immaginazione e uscire dai nostri confini, perché finché restiamo chiusi nei nostri confini, confiniamo anche la immaginazione e quindi anche la pace. Invece, dobbiamo aprire i confini e le porte.

Grazie a tutti gli organizzatori e gli artisti per questo invito e per il coraggio di dare vita a uno spazio che già dal nome ci propone una sfida meravigliosa: “Re-image Peace”. “Immaginare la pace”, forse è proprio questo il punto: la pace non è soltanto la fine di una guerra, non è soltanto un cessato il fuoco. La pace è anche un esercizio dell’immaginazione, una capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona.

Viviamo un tempo in cui è diventato molto facile scegliere da che parte stare; è molto difficile scegliere di ascoltare. Eppure, io credo che l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo a disposizione. Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro. Esiste il dolore delle famiglie israeliane, che hanno vissuto il terrore, la perdita, la paura. Esiste il dolore delle famiglie palestinesi, che hanno conosciuto la morte, la distruzione, l’incertezza quotidiana.

Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque. Quando dimentichiamo questa verità, perdiamo qualcosa della nostra umanità.

Per questo credo che oggi sia importante avere il coraggio dell’empatia. L’empatia non è debolezza; al contrario, richiede una forza enorme. Richiede la forza di uscire dalle narrazioni che ci rassicurano. E, credetemi, è molto difficile da noi ai confini delle nostre comunità, nelle nostre certezze. Richiede la disponibilità di guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro e forse la pace inizia proprio da qui: inizia nel momento in cui smettiamo di chiederci chi merita la mia compassione e iniziamo a chiederci come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso.

Perché la pace non si costruisce dividendo quel mondo tra esseri umani e gli altri che non lo sono. La pace non si costruisce dividendo il mondo in esseri umani degni di attenzione e altri che non lo sono. La pace si costruisce riconoscendo la dignità di ciascuno. Israele, Palestina, ebrei, musulmani, cristiani, credenti e non credenti, nessuna identità dovrebbe essere una condanna, nessuna appartenenza dovrebbe trasformarsi in una gabbia.

Una parola anche a noi religiosi; quando la religione viene utilizzata per giustificare l’odio e la violenza tradisce la sua vocazione più profonda ed è il peccato più grave di questo tempo. Per questo abbiamo bisogno di leader religiosi che, come gli artisti che abbiamo ascoltato, sappiano parlare al cuore delle persone per ricordarci che l’essenza più autentica della fede non divide ma unisce. Ognuno di noi è molto più delle etichette che gli vengono attribuite.

Allora, forse, il contributo che possiamo dare qui, ora, è ricordare che dietro ogni bandiera ci sono delle persone, dietro ogni notizia ci sono volti, dietro ogni statistica ci sono vite che meritano un futuro.

Io non ho una soluzione politica da offrire stasera – e non so nemmeno se esiste –, ma penso che possiamo affermare insieme alcuni principi semplici e potenti: che la vita è sacra, che la violenza non può essere il destino inevitabile di nessun popolo, che la sicurezza degli uni non dovrebbe richiedere la disperazione degli altri, che la giustizia e la pace non sono alternative ma camminano insieme e che la speranza, anche quando sembra fragile, resta una responsabilità perché c’è qualcosa di profondamente umano nel continuare a credere che il domani possa essere migliore dell’oggi.

In un momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile.

Questa sera, allora, vorrei lasciarvi un augurio: che possiamo imparare a guardarci non come rappresentanti di una causa, ma come esseri umani, che possiamo ascoltare prima di giudicare, che possiamo riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio. Se riusciremo a fare solo questo avremo già reimmaginato la pace e il futuro».
(fonte: Città Nuova, articolo di Maurizio Certini 14/07/2026)

giovedì 4 giugno 2026

DAL MILITARE AL SOCIALE Invece di armarci potremmo…

DAL MILITARE AL SOCIALE
Invece di armarci potremmo…


Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare da qui: DAL MILITARE AL SOCIALE

Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”.

L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”.

La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune.

Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.”

Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
(fonte: Pressenza, articolo di Rocco Artifoni 01/06/2026)


martedì 2 giugno 2026

2 giugno. Cappellani alla parata. La protesta di Pax Christi. Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi


2 giugno. Cappellani alla parata. 
La protesta di Pax Christi. 
Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, 
il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi 


La decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata della Festa della Repubblica riaccende una controversia antica nella Chiesa italiana. Pax Christi denuncia una scelta “antievangelica” e richiama la lezione di don Lorenzo Milani, processato negli anni Sessanta proprio per aver contestato il ruolo dei cappellani militari e difeso il diritto all’obiezione di coscienza.

La presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno rischia di trasformarsi in uno dei temi più controversi di questa Festa della Repubblica. A sollevare la protesta è Pax Christi, che attraverso una presa di posizione del proprio Consiglio nazionale ha espresso “sconcerto e indignazione” per la decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare un drappello di sacerdoti inquadrati nelle Forze armate.

Secondo quanto riportato dal giornalista Luca Kocci sul Manifesto e rilanciato da don Tonio Dell’Olio sulle pagine di Mosaico di Pace, ai cappellani è stata richiesta la divisa d’ordinanza completa: veste talare con stellette, fascia, basco nero con il fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri. Un’immagine che per il movimento cattolico per la pace rappresenta molto più di una questione formale: diventa il simbolo di un rapporto mai completamente risolto tra l’annuncio evangelico della pace e l’integrazione della figura sacerdotale negli apparati militari.

La polemica arriva in un contesto internazionale segnato dall’aumento dei conflitti armati, dal riarmo di molti Paesi europei e dal rilancio, da parte della Chiesa cattolica, di un messaggio sempre più netto contro la logica della guerra. Per questo motivo la decisione assume una portata che va oltre la semplice partecipazione a una cerimonia istituzionale.

L’appello per una Festa della Repubblica senza armi

Già nelle settimane precedenti Pax Christi aveva rilanciato una proposta che da anni accompagna la ricorrenza del 2 giugno: trasformare la tradizionale parata militare in una manifestazione civile, più coerente con lo spirito della Costituzione repubblicana.

Secondo il movimento, la Repubblica nata dal referendum del 1946 e fondata dalla Costituzione del 1948 celebra il lavoro, la partecipazione democratica e i diritti dei cittadini, non la forza militare. Quest’anno la richiesta era stata rafforzata anche da un appello pubblicato sulle pagine di Avvenire da personalità provenienti da esperienze culturali differenti ma accomunate dall’idea che la pace non possa essere invocata mentre si esibiscono armamenti e strumenti di guerra.

Tra le proposte avanzate vi era quella di dare spazio simbolico ai partecipanti italiani della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale di solidarietà e presenza nonviolenta nelle aree di conflitto, in particolare nel Mediterraneo e nei territori segnati dalla guerra.

La scelta di inserire invece un reparto di cappellani militari viene letta da Pax Christi come una risposta di segno opposto.

Il richiamo a Papa Leone XIV

La critica assume una valenza ancora più forte alla luce delle parole pronunciate più volte da Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha ripreso l’espressione di una pace “disarmata e disarmante”, già evocata da Papa Francesco.

Per i responsabili di Pax Christi, la sfilata dei cappellani rischia di apparire in contraddizione con questo orientamento pastorale. La contestazione non riguarda infatti l’assistenza spirituale ai militari in quanto tale, ma il significato simbolico dell’identificazione pubblica tra ministero sacerdotale e struttura militare.

Nel documento di protesta si richiama inoltre il percorso avviato dalla Chiesa italiana durante il Cammino sinodale. Sia il Documento finale del Sinodo delle Chiese in Italia sia la Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana Educare a una pace disarmata e disarmante invitano infatti a una riflessione profonda sul ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate e sulla testimonianza della pace in un mondo attraversato da conflitti sempre più devastanti.

La questione dei cappellani militari nella storia italiana

La polemica odierna riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più significative del cattolicesimo italiano del Novecento: quella che vide protagonista Lorenzo Milani.

Nel febbraio del 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana diffuse un comunicato nel quale l’obiezione di coscienza veniva definita “espressione di viltà”. Era un’epoca in cui il servizio militare era obbligatorio e gli obiettori finivano spesso in carcere.

Don Milani reagì con una durissima lettera di risposta, destinata a diventare uno dei testi più importanti della riflessione italiana sulla pace e sulla coscienza individuale. Il priore di Barbiana contestò apertamente la posizione dei cappellani militari, accusandoli di aver tradito il Vangelo e ricordando come la guerra fosse incompatibile con il messaggio cristiano.

Quelle parole provocarono uno scandalo enorme. La lettera fu pubblicata dalla rivista Rinascita e il sacerdote venne denunciato per apologia di reato e istigazione alla disobbedienza militare.

Il processo si aprì nel 1966. Don Milani, già gravemente malato, non poté partecipare personalmente a tutte le udienze ma inviò una lunga memoria difensiva destinata a entrare nella storia civile del Paese. In quel testo rivendicò il primato della coscienza, il diritto-dovere di opporsi alle leggi ingiuste e la necessità di educare i giovani alla responsabilità morale.

In primo grado il sacerdote venne assolto. Dopo la sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, la Procura fece appello e il processo proseguì nei confronti della sua memoria. La Corte d’Appello dichiarò estinto il reato per morte dell’imputato ma, contestualmente, riformò la sentenza assolutoria. Una conclusione che per decenni rimase oggetto di dibattito giuridico e storico.

Con il passare degli anni, tuttavia, le posizioni di don Milani sarebbero state progressivamente riconosciute. Nel 1972 l’Italia approvò la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Molte delle sue intuizioni entrarono nel patrimonio culturale e civile del Paese e furono successivamente valorizzate anche dalla Chiesa.

La straordinaria forza del “Tu non uccidere” di don Mazzolari

L’attuale dibattito richiama anche la figura di Primo Mazzolari, uno dei grandi profeti della pace del cattolicesimo del Novecento. Paradossalmente, Mazzolari conosceva la guerra dall’interno: durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come cappellano militare e condivise la vita dei soldati nelle trincee. Fu proprio quell’esperienza diretta dell’orrore bellico a maturare in lui una riflessione sempre più radicale sulla pace, fino a farne uno dei più autorevoli critici della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Le sofferenze viste al fronte lo convinsero che nessuna ragione politica o nazionale poteva giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani.

Questa convinzione trovò la sua espressione più alta nel piccolo libro Tu non uccidere, pubblicato nel 1955, un testo che anticipò di molti anni le aperture del Concilio Vaticano II e il successivo magistero dei papi sulla pace. In quelle pagine Mazzolari affermava che il comandamento “Non uccidere” non conosce eccezioni e rappresenta un imperativo che interpella la coscienza cristiana anche di fronte alla guerra. Il parroco di Bozzolo (del clero cremonese) non negava la complessità della storia, ma denunciava l’illusione secondo cui la violenza possa generare una pace autentica. Le sue riflessioni, inizialmente accolte con diffidenza in alcuni ambienti ecclesiastici, sarebbero poi diventate un punto di riferimento per il pacifismo cattolico, influenzando generazioni di credenti, da don Milani fino ai movimenti ecclesiali contemporanei impegnati per il disarmo e la nonviolenza.

Una discussione ancora aperta

A oltre sessant’anni di distanza, la questione sollevata da don Milani e don Mazzolari continua dunque a interrogare il cattolicesimo italiano. Da una parte vi è chi considera i cappellani militari una presenza necessaria per accompagnare spiritualmente uomini e donne impegnati nelle Forze armate. Dall’altra vi è chi ritiene che l’attuale assetto dell’Ordinariato militare, con gradi, stipendi e integrazione nella struttura gerarchica militare, finisca per compromettere la libertà profetica della testimonianza evangelica.

La partecipazione alla parata del 2 giugno assume così un valore che va oltre il protocollo. Diventa il simbolo di una domanda che attraversa la Chiesa contemporanea: come annunciare una pace “disarmata e disarmante” senza essere percepiti come parte integrante degli apparati della guerra?

È la stessa domanda che animò la battaglia civile di don Milani e che oggi, nelle parole di Pax Christi, torna con forza al centro del dibattito ecclesiale e pubblico. Perché la pace, sostengono i movimenti cattolici nonviolenti, non è soltanto un obiettivo da perseguire, ma anche uno stile da testimoniare. E ogni simbolo, soprattutto in tempi di guerra, acquista un significato che va ben oltre la semplice apparenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 30/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti: