Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta SCUOLA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SCUOLA. Mostra tutti i post

martedì 25 agosto 2026

APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

***********

Vedi anche i nostri post precedenti:

martedì 23 giugno 2026

Una mamma scrive a Pellai: «I compiti delle vacanze sono troppi»

Una mamma scrive a Pellai:
«I compiti delle vacanze sono troppi»

Qual è il motivo per cui se ne assegnano così tanti in una stagione che dovrebbe servire a ricaricare le batterie? Senza dimenticare che diventano un impegno anche per i genitori

Getty Images/iStockphoto

Come tutti gli anni, con le vacanze estive siamo alle prese con i compiti. Pur essendo alle medie, lo stile dei compiti assegnati a mio figlio è simile a quello della primaria, ovvero schede, schede, schede. L’estate non dovrebbe essere tempo di puro riposo per gli studenti? Qual è il motivo per cui si assegnano così tanti compiti durante una stagione che dovrebbe servire a ricaricare le batterie e non a consumarle? Tra l’altro i compiti delle vacanze dei nostri figli diventano un impegno enorme per noi genitori perché dobbiamo stare dietro a tutto. Io già non ne posso più dei compiti durante l’anno scolastico, ci mancavano pure i compiti delle vacanze.
Anna Maria

Gentile Anna Maria, guarda che i compiti non li devi fare tu. E’ importante che sia tuo figlio e non tu a sentire la responsabilità dei suoi doveri scolastici. Non studia e non fa i compiti? Si presenterà a scuola a fine estate e dovrà prendersi la responsabilità con i suoi prof. di ciò che non ha fatto. E’ tra lui e loro che la faccenda dovrà essere affrontata se i compiti non verranno fatti. Quindi ti consiglio di non sostituirti a tuo figlio, trasformando i suoi compiti in una tua responsabilità. 

Per quel che riguarda i compiti delle vacanze, penso che non sia giusto mandare il cervello in vacanza. In fin dei conti, il cervello funziona come un muscolo. Gli devi dare risposo quando è stanco, ma se lo fai riposare troppo, poi perde la sua agilità, forza e potenza. 

Però, hai ragione quando dici che le vacanze potrebbero rappresentare un tempo alternativo dove far fare ai ragazzi compiti diversi dal solito. 

Io per esempio gli chiederei di scattare dieci fotografie di luoghi scoperti durante le vacanze per ognuna delle quali spiegare perché quel luogo è stato considerato speciale. 

Inviterei la scuola ad assegnare letture di libri durante le vacanze. Leggere è un nutrimento fondamentale per il cervello e l’estate è il tempo perfetto per farlo, permettendo ai ragazzi di immergersi in narrazioni i cui protagonisti sono vicini ai loro bisogni di crescita e alle loro emozioni.
Ecco alcuni validi consigli di lettura: Centomila battiti di A.Spada (Feltrinelli) una storia di amicizia e di amore sospesa tra presente e passato, Il bambino che voleva pescare le stelle di C.Chiumenti (Mondadori ed) dove due ragazzi diventando amici,guardando le stelle imparano ad affrontare le sfide della vita, Il mondo che non c’è di L.Piccolo (Up Feltrinelli) il cui un adolescente cerca il suo “vero sé” in una sorta di mondo parallelo, Negli occhi di Giovanni di F.Silei e A.Vassallo, che mostra la fatica di crescere in un territorio abitato dalla mafia, Ragazzi dentro di MG Calandrone (De Agostini) che narra storie vere dal carcere minorile, Camillo di F.Carofiglio (garzanti) che aiuta ad amare la lettura attraverso le vicende di una bambina e di un topo archivista, Schoolol. Risate a scuola di F. e F. Taddia (Mondadori) una storia in cui anche i prof. sanno ridere e far ridere.

Leggi anche:
(fonte: Famiglia Cristiana 17/06/2026)


venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026, tra la fatica e i confini: cosa ci aspettiamo dai nostri figli?

Maturità 2026, tra la fatica e i confini:
cosa ci aspettiamo dai nostri figli?


Di fronte alle tracce della prima prova di italiano della Maturità 2026, una domanda sorge spontanea: che idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? E soprattutto, cosa ci aspettiamo da questi ragazzi che oggi affrontano il loro primo vero esame da cittadini?

Le tracce scelte dal Ministero non sono mai neutre. Non lo sono perché ogni tema proposto racconta un pezzo di Paese, una gerarchia di valori, una visione del presente e del futuro. Quest’anno, più che in altre occasioni, colpisce la scelta di affiancare riflessioni sulla fatica e sul merito a un testo del sociologo Frank Furedi dedicato al tema dei confini e del passaggio all’età adulta.

La presenza di un testo di Furedi, intellettuale noto per le sue posizioni conservatrici e per la sua vicinanza culturale alle politiche del governo ungherese di Viktor Orbán, ha immediatamente suscitato discussioni. Non tanto perché uno studente debba condividere le idee dell’autore proposto – la scuola deve insegnare il pensiero critico, non l’adesione ideologica – quanto perché la scelta appare significativa nel quadro culturale e politico del nostro tempo.

Accanto a questa traccia emerge poi quella ispirata alle riflessioni del giornalista Mario Calabresi sul valore della fatica. Un tema che intercetta una delle grandi questioni del nostro tempo: una società che promette successo immediato ma che continua a chiedere sacrifici crescenti ai giovani.

La fatica è certamente un valore. Nessuna generazione può crescere senza imparare la disciplina, la perseveranza, la capacità di affrontare le difficoltà. Tuttavia, la domanda che molti ragazzi potrebbero porsi è un’altra: la fatica viene davvero premiata nella società contemporanea?

Molti maturandi appartengono a una generazione che ha conosciuto soltanto crisi. Sono nati negli anni della grande recessione, hanno vissuto da adolescenti la pandemia, hanno assistito alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, osservano un mercato del lavoro sempre più precario e vedono il costo della casa diventare proibitivo. Sentono continuamente parlare di sacrificio, ma molto meno di diritti, di giustizia sociale, di redistribuzione delle opportunità.

È inevitabile che, leggendo una traccia sulla fatica, qualcuno abbia pensato ai propri genitori che lavorano sempre di più per mantenere lo stesso tenore di vita di dieci anni fa. O ai laureati costretti ad accettare stage sottopagati. O ai giovani che emigrano all’estero non per spirito di avventura ma per necessità.

La fatica, allora, non può essere celebrata come un valore astratto. Deve essere collegata alla dignità del lavoro, alla possibilità concreta di costruire un futuro, alla speranza che l’impegno trovi un riconoscimento.

L’altra parola che attraversa simbolicamente questa maturità è “confine”. Furedi la utilizza in un’accezione esistenziale, come passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Tuttavia, nel clima culturale europeo degli ultimi anni, la parola confine evoca inevitabilmente anche altro: frontiere, identità nazionali, sovranità, migrazioni.

È difficile non vedere in questa scelta una fotografia dell’Europa contemporanea, attraversata da paure, da spinte identitarie e da un crescente ripiegamento nazionale. Un continente che sembra aver smarrito la fiducia nel futuro e che spesso cerca sicurezza nella costruzione di nuovi muri, fisici o culturali.

Per questo la vera sfida dei maturandi non è semplicemente svolgere bene un tema. È dimostrare di saper andare oltre il testo. Di saper interrogare criticamente le parole “fatica”, “confine”, “identità”, “merito”. Di chiedersi chi resta escluso quando si parla soltanto di successo individuale. Di riflettere su cosa significhi essere cittadini in un mondo sempre più interdipendente.

Che cosa ci aspettiamo dunque da questi ragazzi?

Non che ripetano formule confezionate dagli adulti. Non che aderiscano a una visione politica o culturale prestabilita. Ci aspettiamo piuttosto che sappiano pensare con la propria testa.

Che comprendano il valore dell’impegno senza trasformarlo in una religione del sacrificio. Che riconoscano l’importanza delle identità senza cadere nell’ossessione dei confini. Che imparino a competere senza dimenticare la solidarietà. Che sappiano utilizzare la libertà come responsabilità verso gli altri.

La vera maturità non si misura nel numero di pagine scritte oggi sui banchi di scuola. Si misurerà domani, quando questi giovani saranno chiamati a costruire un Paese più giusto di quello che abbiamo consegnato loro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di S. I. 18/06/2026)

*************

Leggi anche: 
Il sogno di una nuova maturità

martedì 16 giugno 2026

Alessandro D'Avenia: Compiti per le vacanze?

Alessandro D'Avenia
Compiti per le vacanze?


Corriere della Sera, 8 giugno 2026


Per questo dedico le ultime lezioni dell’anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo?

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare…), ma la fonte primaria dell’azione. Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l’attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un’abilità, un interesse o un’attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue…), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni…), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare…).

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia. La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa… perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno. E abbraccia l’esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos’altro… è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l’insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell’essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell’utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c’erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). 
Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia). L’autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213).

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.

Oggi non è l’ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?



(fonte: sito dell'autore)


venerdì 12 giugno 2026

La scuola sarà sempre meglio della merda

La scuola sarà sempre meglio della merda

Alberto Varinelli*, prete e insegnante, alla fine dell’anno scolastico si rivolge al ministro Valditara. Siccome dà come certo che il ministro non avrà modo e tempo di leggere la lettera, si permette di essere sincero. A cominciare dal titolo scelto, che è nobile nonostante: è tratto, infatti dalla celebre “Lettera a una professoressa”, della scuola di Barbiana, dove era parroco e, anche lui, insegnante, un certo don Lorenzo Milani.


Caro Ministro Valditara, un altro anno scolastico è terminato.

Non ho speranza alcuna che lei un giorno legga queste righe che le rivolgo. Tuttavia, qualora dovesse accadere, sono certo che saprà comprendere il titolo di questo scritto. Lei, che ha recentemente riformato la scuola italiana, sa bene che l’espressione “La scuola sarà sempre meglio della merda” è tratta da quel capolavoro redatto dalla Scuola di Barbiana, intitolato “Lettera a una professoressa”, che ogni persona che si accinge alla professione di docente, di qualunque disciplina, dovrebbe leggere.

Credo che Lucio, il giovane che aveva 36 mucche nella stalla, pronunciando questa frase riportata nel testo sopracitato, avesse ragione. Tuttavia, anche se gli scempi peggiori non riusciranno mai a rovinare la bellezza della scuola, mi permetto di condividere qualche riflessione, tra le tante che si potrebbero fare.

Si parla di “didattica per competenze”. E invece...

La prima: si parla molto di didattica per competenze. L’idea è decisamente interessante, in quanto si acquisisce, con questa modalità, un insegnamento essenziale della pedagogia contemporanea, ossia il fatto che “sapere” e “saper fare”, non debbano mai essere disgiunti.

Come si spiega, allora l’attuale modalità di assunzione dei docenti? Uomini e donne, che hanno affrontato seriamente anni e anni di studio, umiliati da test che non misurano veramente il sapere e nulla hanno a che vedere con il saper fare; così, rischiano di superare i concorsi persone che conoscono le cose più inutili e non chi veramente saprebbe, con passione, insegnare qualcosa ai nostri ragazzi.

Peraltro, è interessante che il governo di cui lei fa parte, a parole paladino della giustizia, sia stato ripetutamente condannato per la questione del precariato e, nonostante questo, continui, come nulla fosse, a spendere milioni in concorsi dove tanta gente che risulta idonea non sa se e quando potrà mai avere un posto di ruolo nella scuola.

Mi permetto un paio di osservazioni didattiche, Signor Ministro. Da prete dovrei esultare della lettura della Bibbia fin dalla scuola primaria, invece mi metto le mani nei pochi capelli che mi sono rimasti. Come verrà letto quel testo, come l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide? Come un poema epico? Le nostre maestre, per lo più laureate in Scienze della Formazione primaria, che forse non hanno nemmeno mai visto in vita loro una Bibbia, che cosa sapranno dire ai nostri ragazzi di questo testo, certamente fondamentale per l’umanità, ma che richiede competenze per essere letto?

Si dovrebbe dare molta importanza alla filosofia. E invece...

Mi riferisco, ora, a un altro grado di scuola, nello specifico la scuola secondaria di secondo grado. Ho letto della radicale revisione dei programmi del curriculum di filosofia nei licei. Mi ha colto un senso di angoscia profondo: senza mezzi termini, temo la sua riforma condurrà, pian piano, alla sparizione della filosofia dalle nostre scuole. Perché?

La mia personale impressione è che insegnare agli studenti a pensare, a leggere con spirito critico e con profondità di analisi le grandi questioni dell’umanità e del vivere quotidiano delle persone, faccia molta paura. Così, meglio togliere dalle scuole chi insegna a pensare, meglio evitare quei grandi autori che, condivisibili o meno, hanno formato il pensiero di generazioni e generazioni. Mi spaventa l’idea, sottesa alla riforma della scuola recentemente proposta, per la quale, fondamentalmente, ogni tipo di istruzione superiore dovrebbe essere finalizzata a imparare un lavoro, come se l’esercizio del pensiero forse tempo perso. Il pregio della nostra scuola è sempre stato quello di offrire ai ragazzi variegate possibilità, da quella di un apprendimento delle competenze e abilità necessarie per un lavoro pratico, offerte dalle scuole professionali, fino agli studi ad alto contenuto teorico, offerti dai licei: perché cambiare ciò che va bene?

Ci sarebbe bisogno di insegnanti specializzati per gli alunni disabili. E invece...

Un’ultima questione, Signor Ministro, che mi sta particolarmente a cuore. Penso con particolare commozione a quei “tesori”, così infatti li chiamava San Luigi Palazzolo, che sono i ragazzi disabili. Chiedo scusa, ma non riesco ad accettare che accanto a loro possa esserci chiunque.

Mi spiega, gentilmente, come può stare un laureato in farmacia, piuttosto che in scienze motorie, piuttosto che in agraria, accanto a una grave situazione di autismo o altre forme di disabilità? Perché la vicinanza alle persone più fragili deve essere delegata a chi non ha alcuna competenza in materia e, talvolta, nemmeno alcun desiderio di stare con queste persone, se non quello di uno stipendio e di punteggi in graduatoria, in attesa di passare ad altro impiego?

Perché tante persone specializzate, quali laureati in Scienze dell’Educazione e Scienze Pedagogiche, devono vedersi sopravanzare da persone completamente incompetenti, loro che si sono specificamente formate per stare accanto a chi ha più bisogno?

No, non accetterei la risposta che per educare non ci vogliono una laurea o titoli specifici! Se permette, un bravo studente di liceo, dopo l’esame di maturità, saprebbe insegnare italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione, educazione fisica in una scuola secondaria di primo grado meglio di tanti laureati! Eppure, solo per i più fragili non serve una laurea o non servono competenze specifiche.

Questa è una vergogna! Caro Ministro, ritorno all’inizio: la scuola, grazie alla presenza dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro e ai quali non riesco a non voler bene, sarà sempre, sempre meglio della merda! Ma sarebbe sbagliato pensare di provare a migliorarla, la scuola, invece che distruggerla? La ringrazio per l’attenzione.

Cordialmente

Don Alberto Varinelli
(fonte:La barca e il mare 10/06/2026)


* Alberto Varinelli

Prete, è vicario parrocchiale presso la parrocchia di Seriate (BG). Insegna religione. Laureato in Scienze dell’educazione, è appassionato di dinamiche educative e della scuola. Cerca di trovare la mediazione tra la Parola di Dio e le esperienze dell’uomo.

mercoledì 27 maggio 2026

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani, il suo messaggio è ancora vivo e attuale

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani,
il suo messaggio è ancora vivo e attuale



Don Milani, quel “peccato” imperdonabile: aver amato i ragazzi più di Dio

Il ventisette maggio non è mai una data qualunque per chi vive la scuola come una missione e non come un semplice mestiere. Oggi, lo scorrere del calendario ci impone una sosta riflessiva, un ritorno necessario e quasi terapeutico alle radici della nostra coscienza pedagogica.
Centotré anni fa nasceva don Lorenzo Milani, un uomo che ha scardinato le certezze granitiche di un sistema scolastico selettivo, classista e profondamente ingiusto, restituendo alla parola “educare” il suo significato più autentico e rivoluzionario: trarre fuori, emancipare, dare dignità a chi ne era stato privato.

Don Milani non è un santino da venerare nelle ricorrenze istituzionali, ma una presenza viva, uno specchio scomodo in cui specchiarsi. Il suo sguardo, attraverso le foto d’epoca in bianco e nero che spesso popolano le pareti dei nostri studi o i ripiani delle nostre scrivanie, continua a interrogarci da quell’esilio forzato di Barbiana, dove il nulla geografico e sociale si trasformò nel tutto pedagogico. La pedagogia di don Milani non è nata nelle aule universitarie, tra dotti dibattiti accademici, ed è forse proprio per questo che possiede ancora oggi una forza d’urto e una freschezza intellettuale totalmente intatte. È una pedagogia dell’aderenza totale alla realtà, dove il messaggio del Vangelo e i principi della Costituzione italiana si fondevano nell’urgenza quotidiana di dare la parola ai poveri, ai figli dei contadini, ai respinti. Sapeva con incrollabile certezza che il possesso della parola e la padronanza della lingua fossero gli unici strumenti in grado di aprire ogni porta, consapevole che il deficit linguistico rappresentasse il vero, insormontabile spartiacque sociale.

La scuola di Barbiana, con il suo celebre e severo motto “I care” – mi importa, mi sta a cuore, mi assumo la responsabilità –, si poneva in antitesi drammatica e militante con la scuola formalistica del tempo, quella che il Priore paragonava crudelmente a un ospedale che si limita a curare i sani e respinge i malati cronici. In un’epoca come la nostra, drammaticamente schiacciata dall’ansia della performance a tutti i costi, dalle griglie di valutazione standardizzate e da una burocrazia asfissiante che troppo spesso soffoca l’entusiasmo e la vocazione dei docenti, il richiamo che giunge da Barbiana risuona come un severo, accorato monito.

Che senso ha una scuola che si limita a certificare asetticamente le competenze di chi è già avvantaggiato per censo, patrimonio culturale e provenienza familiare? Il rigore pedagogico milaniano ci ricorda che l’uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita. È l’atto di responsabilità suprema del maestro che non accetta di perdere nessuno lungo la strada, che considera ogni bocciatura come un fallimento personale e collettivo, una ferita inferta alla democrazia. C’è un passaggio, di una bellezza disarmante e quasi dostoevskijana, che riassume l’intera parabola umana, intellettuale e spirituale del Priore: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. In questa straordinaria e provocatoria affermazione si condensa l’essenza stessa dell’educazione. Non siamo di fronte a una professione di fede mancata o a un momento di debolezza spirituale, ma all’adempimento più alto, radicale e coerente del mandato evangelico e civile.

Don Milani ha amato i suoi ragazzi di un amore carnale, totale, totalizzante, fino a consumarsi la salute e le forze in quella scuola di montagna aperta 365 giorni all’anno. Per lui, amare quelle creature concrete, vederle crescere, vederle finalmente capaci di difendersi, di argomentare e di pensare con la propria testa, era l’unico modo possibile di amare Dio e di servire lo Stato. Il trascendente si faceva immanente nella concretezza di un’aula spoglia e fredda, attorno a un tavolo di legno costruito dagli stessi alunni, davanti a un astrolabio autocostruito o a una vecchia mappa geografica appesa al muro. Oggi la “tecnica” della scuola non può e non deve ridursi a un mero insieme di procedure didattiche digitalizzate, a griglie Excel o a freddi algoritmi di apprendimento personalizzato. La vera tecnica, l’arte pedagogica suprema che don Milani ci ha lasciato in eredità, è la capacità di stabilire una relazione asimmetrica ma profondamente rispettosa, dove il maestro si fa carico, in prima persona, del destino umano e civile dell’allievo. I suoi insegnamenti non sono fossili del Novecento da studiare nei manuali di storia della pedagogia, ma bussole indispensabili per orientarsi nel caos e nelle derive della modernità liquida. Guardare oggi a quella figura significa ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la forza di denunciare le nuove povertà educative e le inedite marginalità, l’audacia di rimettere lo studente in carne e ossa, e non i programmi ministeriali o le scadenze burocratiche, al centro esatto del processo educativo.

Centotré anni dopo la sua nascita, la lezione più grande del Priore resta un invito alla fedeltà: fedeltà agli ultimi della terra, fedeltà alla cultura come unico strumento di reale liberazione, e soprattutto, quell’amore viscerale per i ragazzi che, lassù a Barbiana, ha cancellato ogni sottigliezza dottrinale per farsi carne, scuola e futuro.
(fonte: La tecnica della scuola, articolo di Monica Piolanti 27/05/2026)

sabato 16 maggio 2026

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


***************

I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


***************

Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

***************

Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


***************

Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

Leggi tutto dal sito di Avvenire


martedì 31 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (2ª parte: la lettera dell'insegnante)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(2ª parte: la lettera dell'insegnante)



Vedi il post precedente:

*****************

La professoressa Chiara Mocchi, accoltellata da un suo alunno di terza media, a Trescore, sta meglio e, tramite il suo avvocato Angelo Lino Murtas, appena uscita dalla terapia intensiva ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che riportiamo qui di seguito. 

* Il testo della lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *

A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.

Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità. Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.

Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.

Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi


*****************

* La riflessione di Tonio Dell'Olio *

È una lettera che nasce dal dolore e si apre alla vita quella della professoressa Chiara Mocchi, colpita da un suo alunno tredicenne. Parole dettate “con la voce ancora flebile”, ma con un cuore “colmo di gratitudine”.

Il racconto non indugia sull’orrore – “un gesto improvviso e incomprensibile” che ha trasformato la scuola in incubo – ma sulla rete di umanità che subito si è stretta attorno a lei: colleghi che “hanno creato una barriera tra me e la morte”, studenti impauriti ma vivi nel suo affetto, soccorritori e sanitari dalle “mani ferme”, capaci di restituirle il battito. 
Colpisce la scelta radicale: “non porto rabbia né paura nel cuore”. Persino verso chi l’ha ferita si affaccia uno sguardo che interroga, non condanna: un ragazzo che “forse nel profondo non saprà neanche perché”. 

E a tutti dice: “Non lasciamoci vincere dal buio”. È qui la lezione più alta: la ferita non come muro, ma “ponte”, occasione per una scuola più attenta e una comunità più unita. 

Nel corpo ancora segnato, lo spirito resta saldo: “questa vita è un dono che non sprecherò”. E l’orizzonte è il ritorno, semplice e luminoso: “tornerò in classe”. Non eroismo retorico, ma educazione viva, che sceglie la nonviolenza come forma più esigente di verità.
(fonte: Mosaico dei giorni 27/03/2026) 

*****************

* La riflessione di Paola Spotorno *

«Come si torna in aula dopo questo trauma?»

Si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.

La prof Chiara Mocchi accoltellata a scuola dal suo studente aTrescore Balneario, Bergamo

Al mattino, quando vado a scuola, lungo la strada incontro studenti delle mie classi e anche di altre. Con molti di loro scambio un saluto: “Buongiorno, prof”, “Buongiorno”. Li vedo diversi: alcuni più sereni, altri ancora assonnati, qualcuno indifferente. Eppure, con loro mi sento tranquilla, serena per una nuova giornata che inizia, per una nuova sfida. Varco il portone della scuola, salgo le scale, continuo a salutare. È casa per me, ma credo anche un po’ per gli studenti: forse non la casa più bella ed elegante che uno sognerebbe, ma c’è sicuramente per tutti il calore di un luogo sicuro e accogliente.
Per questo sono rimasta sopraffatta, sorpresa e profondamente addolorata dal grave fatto di cronaca che ha coinvolto una collega, accoltellata questa mattina proprio sulla porta della sua classe, all’inizio delle lezioni, da un suo alunno. Uno di quegli alunni che incontri e saluti fuori da scuola, magari più incupito e meno socievole, dal quale però non ti aspetteresti un gesto del genere, perché non rientra tra le possibilità che immaginiamo nel nostro lavoro; un lavoro, il nostro, che è fatto di incontri, a volte anche di scontri, che esistono perché la relazione ne è il cuore, diviso tra professionalità, passione, ideali e, soprattutto, valori che attraverso le nostre lezioni cerchiamo di trasmettere. E l’insegnante che è stata ferita faceva dei valori un punto di forza della sua professione. Si impegnava per sé e per gli altri: essere RSU come è lei, rappresentante sindacale, significa assumersi responsabilità rispetto ai diritti dei colleghi. Chi lo fa crede nei diritti, nella contrattazione, nella possibilità di trovare un punto di convergenza per il bene comune. E chi si spende così per i colleghi, lo fa ancora di più per i propri studenti.

E questo rende se possibile più assurdo e inspiegabile il gesto di questo studente che si è presentato a scuola con quella maglietta con la scritta “vendetta”, una parola terribile e con quei pantaloni mimetici che evocano scenari di guerra. Spontaneamente allora mi chiedo che cosa spinga tanti ragazzi a comportamenti così oppositivi, così difficili da leggere. La scuola? Non credo, è un malessere che nasce e cresce fuori ma che trova ormai troppo spesso la sua esplosione negli edifici scolastici, nelle aule dove si chiede ancora di condividere spazi e regole comuni , dove ci sono adulti che mettono limiti, dove tutto è reale e il virtuale va lasciato fuori dalla porta. E quando il malessere diventa insopportabile e la relazione affettiva più significativa diventa “la mia ragazza virtuale” (comprata sui social) allora è probabile che virtuale e reale si siano definitivamente confusi. Basta allora un cellulare appeso al collo per riprendere la scena del proprio gesto ribelle, da postare sui social, per far diventare quel momento un videogioco violento.

Fuggire nel virtuale per non affrontare le proprie difficoltà, accettare le frustrazioni che inevitabilmente la vita porta con sé e trovare così solo nella vendetta nel farsi giustizia da soli una riparazione ai presunti torti. Ora si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: cura concreta per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/03/2026)

*****************
  
* La seconda lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *


«Proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro»

Tutto il Paese è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, nel bergamasco. Dopo il grande spavento delle prime ore, in cui l’attenzione era tutta catalizzata sulle condizioni di salute di Chiara Mocchi, una volta migliorata è arrivato il momento delle riflessioni. La professoressa aveva già scritto una prima comunicazione per ringraziare chi le è stata vicino in quelle 24 ore da incubo. Oggi è arrivata una seconda lettera, dettata direttamente dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove la donna è tutt’ora ricoverata.

Questa nuova testimonianza si apre con la descrizione di quei tragici istanti: «La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Ma il peggio è stato evitato grazie al «solo coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita».

La professoressa prosegue poi raccontando i dettagli crudi dell’aggressione: «Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».

Successivamente, l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board” ha permesso il trasporto d'urgenza. Chiara Mocchi ricorda con commozione il «momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».

Il racconto si sposta poi sul confine sottile tra la vita e la morte, nel momento critico in cui i medici lottavano contro il tempo: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno E., ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare».

La professoressa conclude con un pensiero che la commuove profondamente: «Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie vene sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che aveva donato il sangue proprio il giorno prima. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».

L’insegnante termina la lettera con un invito rivolto a tutti coloro che leggeranno le sue parole, affinché chiunque «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Daniela Bilanzuoli 30/03/2026)


*****************
  
* News dal sito La Tecnica della Scuola 31/03/2026*

«L’insegnante accoltellata da un suo studente è stata dimessa dall’ospedale: 
“Vuole tornare a scuola il prima possibile”»

La docente accoltellata dallo studente tredicenne lo scorso 25 marzo in provincia di Bergamo è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo lombardo. Lo conferma La Presse.

La 57enne ha potuto lasciare la struttura sanitaria dopo alcuni giorni di cure e osservazione. Le sue condizioni, secondo quanto emerso, sono in miglioramento e non desterebbero più particolari preoccupazioni dal punto di vista clinico.

Secondo quanto riferito dal suo legale “vuole tornare a scuola il prima possibile”, manifestando così la volontà di riprendere la propria attività didattica e di tornare alla normalità dopo il grave episodio di violenza che l’ha coinvolta.

“Voleva assolutamente tornare a casa per la Settimana Santa. È stata dimessa qualche ora fa e ora si trova a casa del fratello”, ha raccontato il suo legale all’Adnkronos, come riporta Rtl 102.5. Per la guarigione della 57enne “ci vorrà ancora tempo. Il taglio al collo è molto profondo e si spera non restino lesioni permanenti”, ha aggiunto.

Nonostante tutto, però, “l’umore è sempre forte: ha un bel carattere e vuole tornare il prima possibile a scuola, per accompagnare i ragazzi di terza all’esame. Vuole farlo al meglio e non si arrende”, anche se “le ferite, non solo fisiche ma anche interiori, devono ancora guarire”.

******

«Insegnante accoltellata, Valditara vuole premiare il ragazzo che l’ha difesa.
Crepet: “Servitrice dello Stato a 1500 euro al mese”»


Il caso della docente 57enne accoltellata in una scuola media, in provincia di Bergamo, da uno studente tredicenne che prima di aggredirla ha scritto un “manifesto” e si è presentato a scuola con una maglietta con scritto “vendetta“.

Ieri, 30 marzo, la professoressa ha lasciato l’ospedale dopo cinque giorni, e ha diffuso una seconda lettera in cui ha ringraziato chi le ha salvato la vita, dal personale ospedaliero allo studente che ha cacciato l’aggressore a calci e lo ha allontanato.

“Lo studente è un eroe”

Come riporta SkyTg24, il legale della donna ha detto: “È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia”.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a quanto apprende l’Adnkronos, ha anche chiamato la dirigente scolastica dell’istituto per invitare lo studente che è intervenuto a difesa dell’insegnante e la sua classe al ministero, per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio.

Crepet: “Dare una medaglia alla docente”

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervenuto sul Nove, ha detto la sua: “Quello che trovo straordinario in questa vicenda orrenda è la professoressa. Uscire dalla rianimazione, l’hai scampata per un nanosecondo, vai appena il secondo giorno nel reparto di medicina e detti ad un tuo avvocato, ‘non tirate su un muro nei confronti di quel ragazzo, io non odio quel ragazzo’. Mamma mia. Allora questo Stato deve dare un riconoscimento anche di latta a questa donna perché questa è una servitrice dello Stato a 1.500€, va rispettata, ha rischiato la vita, ha detto che tornerà a scuola subito appena i medici gli daranno l’ok”.

“Ci rendiamo conto che c’abbiamo anche queste perle? Questo dà fiducia ai ragazzi. Perché io fossi un ragazzo vorrei andare da quella professoressa lì vorrei averla che mi legge Baudelaire”, ha concluso.

Crepet loda Valditara

Crepet, in questi giorni, ha anche commentato la decisione del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di visitare la docente in ospedale: “Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola”.

Ecco cosa, secondo lui, si dovrebbe fare: “Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo ‘un vuoto artistico’ da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta”.

“O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario”, ha aggiunto.

“Solo un prodotto finale”

Per Crepet c’era da aspettarsi un evento del genere: “C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno ‘truccando’ i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo ‘bambini Abarth’, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?”.