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martedì 11 agosto 2026

Suggerimenti di letture estive: Il folle di Dio alla fine del mondo - Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco


Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco

Un libro dello scrittore non credente Javier Cercas (uscito nel 2025) restituisce il cuore del messaggio e dell’azione di papa Francesco, ed è un bene da non dimenticare. (#letturestive #suggerimenti di letture estive)


Quando ho letto Il folle di Dio alla fine del mondo (Milano, Guanda, 2025) nell’estate scorsa ho avuto conferma di un’idea che avevo da tempo: Papa Francesco è stato compreso più fuori che dentro la chiesa cattolica. Bastava qualche conversazione a darne prova, soprattutto con non credenti o ‘diversamente credenti’. Ma nel libro di Cercas la questione è lampante, e forse anche per questo meriterebbe la lettura (o la rilettura) a distanza di un anno.

Lo scrittore spagnolo compie una sua ‘indagine su Bergoglio’, strutturando il libro come una sorta di giallo, che è anche la ricerca di una risposta, che egli vuole dare alla madre: vedrà lei di nuovo il marito in Paradiso? Come in ogni poliziesco, ci sono l’ascolto dei testimoni, la ricerca di indizi di chi sia il ‘colpevole’, l’interrogatorio: la struttura è, in fondo, questa. Sennonché il ‘colpevole’ è il Papa, e lo sappiamo fin dall’inizio, e lo scrittore spagnolo, incastrando elementi di saggio, interviste, studi, letture e narrazione (come è nel suo stile, si pensi al suo Soldati di Salamina), cerca di mettere a fuoco, con la scusa della domanda, chi sia veramente Papa Francesco (a noi, oggi, viene naturale chiederci: chi sia stato).

L’occasione, poi, è di quelle emblematiche: seguire il Papa in un viaggio in Mongolia, estrema periferia del mondo e della chiesa, dove i cristiani sono una manciata (ci stanno tutti in una foto, ricorda lo scrittore), e dove si incarna il cuore del pontificato bergogliano: andare ai margini, dare loro rilievo e dignità, osservare il centro da laggiù, secondo una follia che dà il titolo al libro.

Nell’indagine, tra i ‘testimoni’, compaiono personaggi reali, dentro la macchina vaticana o fuori: Tornielli, Spadaro, Fazzini, Ruffini, Brunelli e altri. Tutti interrogati da Cercas, per cogliere la ricchezza di Bergoglio, a cui lui, a volte, accosta delle note che ne evidenziano anche i limiti caratteriali, così da non scadere nell’agiografia.

Molto belli sono i racconti dell’incontro con Tolentino de Mendonça, che con finezza e gentilezza, da poeta qual è, mette in luce e dà alcune chiavi di lettura di Francesco, come, ad esempio, il suo essere «sincronico», che egli spiega così: «Di solito un sacerdote fa discorsi inattuali, eterni, discorsi che valgono per qualunque momento e circostanza e che sfuggono all’agenda dei temi urgenti, quotidiani. Invece papa Francesco ha una grande capacità di sintonizzarsi con il presente, per intervenirvi, e per di più non ha paura di farlo. Non si rifugia in questioni astratte; no: ed ecco tutto il discorso sull’ecologia, sugli emigranti. Sono discorsi che incidono sul qui e ora. Lui avverte l’urgenza di parlare di questi temi, la sfida. È questo che chiamo essere sincronico: sincronizzarsi con l’attualità…».
E altrettanto belli gli incontri con i missionari in Mongolia, quali padre Ernesto, padre Giovanni, suor Lucille, persone che con missioni e carismi diversi sentono e comunicano la freschezza del messaggio cristiano, la forza del Vangelo: essi sentono l’estrema importanza del viaggio del Papa in Mongolia, il loro essere visti pur essendo ai margini, avvertendo la forza di una speranza e di una testimonianza che rincuora e conforta.

Alla fine Cercas riuscirà a porre la sua domanda al Papa, ne avrà una risposta alla Bergoglio: semplice, disarmante, immediata, umana, senza dubbio alcuno. Ma, cosa ancora più rilevante, alla fine del libro comparirà un altro dei gesti spontanei del Papa: una telefonata allo scrittore per esprime la sua vicinanza dopo la morte della madre.

Il libro, che forse avrebbe giovato di qualche pagina in meno, ci restituisce papa Francesco, molte delle sue ricchezze, dei doni che ha dato alla Chiesa, e tra le righe spiega perché la sua umanità («il segreto di Bergoglio è che non ha nessun segreto; il segreto di Bergoglio è che è un uomo comune») e la sua spontaneità, insieme alla sua lettura dei tempi e la sua esperienza di fede , possano aver generato ostilità in ambienti più paludati e retorici, più abituati alla gestione del potere dal centro che non allo sguardo da fuori. Come si diceva all’inizio: Cercas coglie molti aspetti di una personalità straordinaria, senza apologetica, senza polemiche: il cuore di un uomo, il cuore di un cristiano, il cuore di un pastore.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 03/08/2026)


mercoledì 5 agosto 2026

Ceuta: là dove muore un sogno

Ceuta: là dove muore un sogno


Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.

Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: «Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».

Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.

Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.

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Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.

Era il 6 maggio 2016, dieci anni fa, poco di più; papa Francesco tenne il suo celebre discorso in occasione della consegna del premio Carlo Magno, mai fino ad allora conferito a un papa, e disse di volerlo offrire per l’Europa. Molti si dissero colpiti, credenti e non, in particolare dal passaggio finale, quello sul sogno, appena citato. È andata come temeva?

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Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?

È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.

Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:

Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.

In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?

Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:

Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.

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In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:

sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».

Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:

La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».

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A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti? «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».

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In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.

Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.

Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 04/08/2026)


domenica 5 luglio 2026

La breve ma intensa e significativa visita pastorale di Leone XIV a Lampedusa sulle orme di quella di Papa Francesco

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A LAMPEDUSA

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Sabato, 4 luglio 2026

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Da Lampedusa, lembo del vecchio continente nel Mediterraneo, l’accorato appello di Leone XIV

Il rispetto della dignità dei migranti
responsabilità epocale per l’Europa


E agli abitanti dell’isola, tra cui diversi sopravvissuti ai naufragi, dice:
«Il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia»

«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Per questo motivo Leone XIV si è recato sabato 4 luglio in visita pastorale a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco, che scelse l’isola siciliana come meta del primo viaggio del suo pontificato.

Papa Prevost lo ha spiegato nella messa celebrata al campo sportivo alla presenza di quattromila fedeli, evidenziando come su questi temi il vecchio continente possieda «un potenziale unico, che deriva dalla sua storia e dalla sua cultura» ma anche «una pari responsabilità». L’Europa, ha detto, «è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare». Il tutto «vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona». Si tratta, ha chiarito, di «un compito delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa», ha aggiunto con la forte denuncia che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni mancate».

Iniziata con una toccante sosta di preghiera al cimitero dell’isola, la visita di Leone XIV è proseguita poi alla Porta d’Europa dove è stato accolto da alcuni migranti, e al Molo Favaloro, da oggi intitolato a Papa Bergoglio. Infine la celebrazione della messa sotto lo sguardo della Madonna di Porto Salvo, la cui immagine era presente sull’altare. Dopo il rito Leone XIV è tornato all’aeroporto dell’isola per salire sul velivolo che alle 14.04 è atterrato a Roma-Ciampino. Da lì il rientro in Vaticano.
(fonte: L'Osservatore Romano 04/07/2026)

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In un minuto la visita di Leone XIV a Lampedusa

Il racconto con le immagini esclusive di Vatican Media della mattinata del Papa sull'isola pelagia


Una visita caratterizzata da gesti significativi e dalla celebrazione della Messa nel Campo sportivo “Arena” di Lampedusa. E' durata alcune ore la permanenza di Papa Leone sull'isola del Mediterraneo e sulle orme di Papa Francesco che scelse questo luogo, l'8 luglio 2013, come primo posto da visitare fuori dal Vaticano. Giunto intorno alle 9, il Pontefice ha prima reso omaggio alle vittime del mare nel cimitero di Lampedusa e poi ha attraversato la Porta d'Europa. A seguire la benedizione di una targa che decreta il cambio di nome del molo dell'isola, dedicato ora a Papa Francesco. Infine la Messa e il ritorno in Vaticano.
(fonte: Vatican News 04/07/2026)


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Pere approfondire vedi anche:


venerdì 22 maggio 2026

A 11 anni dalla Laudato si’ Leone XIV va nella “Terra dei fuochi”, sfregiata da inquinamento, camorra e tumori


A 11 anni dalla Laudato si’ Leone XIV va nella “Terra dei fuochi”, sfregiata da inquinamento, camorra e tumori

Il 23 maggio 2015 papa Francesco pubblicava la lettera enciclica Laudato si’, in cui parlava dell’ecologia integrale, che presuppone il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentafranli, e la cura della Terra, la nostra casa comune. 11 anni dopo, Leone XIV ricorderà simbolicamente quell’enciclica in uno dei luoghi simboli della violenza spietata che uccide le persone e devasta l’ambiente: la Terra dei fuochi, in Campania, dove si muore per i rifiuti tossici disseminati nel terreno, risultato di un traffico internazionale dei rifiuti e dell’inefficacia della politica

Il corteo dei cittadini di Acerra, nel Napoletano, in piazza per contro i roghi di rifiuti 
che continuano ad inquinare la cosiddetta “Terra dei Fuochi”, 7 settembre 2019. ANSA / CIRO FUSCO

Nei primi anni del 2000 lavoravo come cronista tra Napoli e provincia per un giornale e un settimanale di cronaca. Un giorno, fui contattata da alcuni abitanti di Acerra, un comune tra Napoli, nolano e casertano. Mi segnalavano un fatto inquietante. In alcuni pozzi l’acqua fredda ribolliva. Non era un fenomeno vulcanico: stava succedendo qualcosa di grave.

DA CAMPANIA FELIX A TERRA DEI FUOCHI

L’antica Campania Felix, così definita dallo scrittore latino Plinio il Vecchio nel I secolo dopo Cristo per la sua eccezionale fertilità, era stata violentata dalla camorra e stava per diventare la “Terra dei fuochi”. Questa espressione fu usata solo qualche anno dopo da Legambiente, che in diversi rapporti parlò dei traffici illegali della “Rifiuti spa“, per denunciare l’inquinamento di ampie aree del napoletano e del casertano (e non solo), in cui si bruciavano i rifiuti tossici per eliminarli, rendendo l’aria irrespirabile e il terreno inquinato. Ma dietro quei roghi – anzi sotto – c’era molto di più. C’erano fusti radioattivi e altri rifiuti speciali interrati dalla camorra, provenienti da aziende del Nord Italia e finanche dall’estero, per un traffico internazionale che culminava in Campania.

Nel comune acerrano, dunque, mi riferirono gli abitanti, accadevano fatti inquietanti. C’erano troppi tumori. E nascevano animali deformati. Ricordo ancora un mostruoso agnello con due teste. Chiunque transitasse in quel comune, del resto, da anni vedeva acqua giallastra, puzzolente e schiumosa, proveniente da una fabbrica locale, scorrere nei canali di scolo delle campagne. Un ulteriore inquinamento avvenuto per anni quotidianamente, alla luce del sole.

Un momento della manifestazione contro i roghi tossici a Napoli. 25 ottobre 2014. ANSA/CESARE ABBATE/

Cominciai dunque ad occuparmi della cosiddetta “emergenza rifiuti” durata decenni, rapportandomi quotidianamente con i sindaci e i residenti delle zone coinvolte. In particolare, ci fu un confronto continuo con l’allora sindaco di Acerra, Michelangelo Riemma, molto impegnato nella difesa del territorio e aspramente contrario alla realizzazione del termovalorizzatore (poi costruito) nel suo comune. Si scoprì poi che in un quinto dei pozzi di Acerra – e Riemma lo denunciò in un’audizione in Parlamento – l’acqua era fortemente inquinata. C’erano metalli pesanti e «anomalie magnetometriche imputabili alla presenza nel sottosuolo di masse con proprietà ferromagnetiche».

Anche i terreni, irrigati con quelle acque, risultarono contaminati e, con loro, gli animali. Migliaia di pecore, capre, bovini e bufale che brucavano l’erba di quei pascoli furono destinati al macello. Quegli animali erano malati, proprio come i loro padroni. E in migliaia sparirono, incredibilmente, di notte, rivenduti sottobanco o macellati di nascosto con documenti falsi, o interrati, senza rispettare le procedure di smaltimento. Un altro giro d’affari gestito dalla camorra. E i controlli?


Il corteo dei cittadini di Acerra, nel Napoletano, in piazza per contro i roghi di rifiuti 
che continuano ad inquinare la cosiddetta “Terra dei Fuochi” , 7 settembre 2019. ANSA / CIRO FUSCO

AUMENTANO TUMORI E MALFORMAZIONI

Nello stesso periodo, ottenni copia del Registro tumori coordinato da Mario Fusco dell’allora Asl Napoli 4. Nei primi anni del 2000 c’era un’incidenza maggiore rispetto al resto d’Italia per i tumori ai polmoni, alla laringe, al fegato, alle vie urinarie e il linfoma non Hodgkin. C’era inoltre un aumento delle malformazioni nei neonati. Nel quinquennio successivo, emergeva invece un aumento marcato dei tumori della prostata (+19%) e del colon-retto (+10%), e incrementi dei tumori del pancreas, del rene e del testicolo nei maschi. Per le donne aumentavano i tumori del colon retto, della tiroide e della mammella.

Per noi che vivevamo in quelle zone, era una tortura quotidiana. L’aria era irrespirabile, la raccolta dei rifiuti non funzionava. I cittadini differenziavano la spazzatura, che poi veniva sversata in cumuli indifferenziati per strada, con una puzza terribile e il proliferare di insetti e topi. I roghi venivano appiccati quotidianamente ovunque: anche a ridosso di case e campagne, secondo una regia criminale preordinata. L’azione dell’ex presidente della Campania e commissario per i rifiuti, Antonio Bassolino, fu fortemente contestata. Vennero spesi ingenti capitali per spedire fuori regione i rifiuti, e si accumularono oltre 5 milioni di tonnellate di ecoballe non riciclabili. Successivamente, si arrivò all’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, tra innumerevoli polemiche e proteste, per la vetustà della struttura e per la continua devastazione di un territorio già fortemente inquinato.

Fu promessa una bonifica. E i cittadini, dopo decenni, la stanno ancora aspettando.

Presidio all’esterno dell’inceneritore di Acerra dei gruppi ambientalisti, 29 agosto 2022. ANSA/CESARE ABBATE

LE RIVELAZIONI DEI PENTITI: TRA VENT’ANNI QUI MORIRANNO TUTTI

Il peggio, tuttavia, si scoprì con le dichiarazioni di alcuni pentiti della camorra. Il problema non era solo l’aria irrespirabile. Su un territorio di 1.100 km² tra le province di Napoli e Caserta erano stati sepolti o dati alle fiamme milioni di tonnellate di rifiuti industriali, tossici, radioattivi e ospedalieri. A partire dagli anni ‘90, il boss pentito Carmine Schiavone, cugino dell’allora capo dei casalesi Francesco Schiavone, detto Sandokan, aveva raccontato ai magistrati dell’enorme traffico di rifiuti tossici che dal Nord Italia e dall’estero venivano sversati nelle campagne e nelle cave del napoletano e del casertano. Era il 1997 quando dichiarò ai parlamentari della Commissione d’inchiesta sui rifiuti che i residenti rischiavano di morire nell’arco di vent’anni. Purtroppo, quei verbali furono coperti dal segreto di Stato per 16 anni. Solo nel 2013 furono desecretati. Intanto, però, le voci giravano e i ritrovamenti pure: in un terreno, scavando, fu ritrovato un intero tir interrato col suo carico tossico. Ci fu chi raccontò che, di notte, mentre si costruivano i palazzi, nei cantiere si lasciavano entrare i tir che scaricavano strani fusti tossici. Erano voci e trovarono successivamente conferma: si spiegava così quell’impennata di tumori che colpiva le famiglie di singoli palazzi o quartieri. Non c’erano regole e non c’era coscienza. I rifiuti tossici furono sepolti anche vicino alle scuole dell’infanzia. Ogni buco era un nascondiglio perfetto per un business illegale milionario, che riuniva illecitamente l’Italia.

Protesta all’inceneritore di Acerra da parte dei gruppi di precari e disoccupati organizzati. 
14 novembre 2013. ANSA/CESARE ABBATE

LE FALDE ACQUIFERE INQUINATE

Alla luce di quanto vivevano, gli abitanti della Terra dei fuochi non bevevano l’acqua dei rubinetti, che tra l’altro usciva spesso torbida, scura, a volte con uno strano sapore. Un’altra spesa che i residenti si sono accollati di fronte ad una bonifica mai avvenuta. E i loro timori hanno trovato conferma. Come sappiamo, quando la polvere si nasconde sotto il tappeto, non scompare. Si accumula e ad un certo punto il problema diviene evidente. Da uno studio del 2026 della Federico II, è infatti stato scoperto che nelle falde acquifere di molti comuni di tutte le province campane si superano i limiti di legge per diverse sostanze tossiche. Ad esempio il TCE, tricloroetilene, classificato come sicuramente cancerogeno (gruppo a) per le persone. Provoca danni al sistema nervoso, aumenta l’incidenza della malattia di Parkinson, provoca il tumore del rene, del fegato e il linfoma non-Hodgkin. Superamenti anche per il PCE (tetracloroetilene), sostanza classificata come probabilmente cancerogena, e rinvenuta oltre i limiti nelle acque sotterranee di 4 province su 5 (esclusa Benevento). Può provocare danni a fegato e reni, ai polmoni e al cervello.

La conclusione è che la popolazione campana si avvelena ogni giorno, bevendo acqua, cucinando, irrigando i campi, lavandosi, andando a scuola… A Villa Literno, nel casertano, per esempio, le acque tossiche escono anche dai rubinetti di edifici pubblici, come la scuola, la stazione dei carabinieri, gli uffici comunali… L’Università Federico II ha chiesto alla Regione di prendere urgenti provvedimenti nelle zone interessate. Ad Acerra, come prevedibile, la sostanza più cancerogena, TCE, è presente in valori elevati: appare evidente l’associazione con l’elevato aumento dei tumori nell’area. Parliamo di zone densamente abitate, e note per le produzioni agricole, per cui dalla Regione è partita una richiesta alle Asl, per «verifiche specifiche sugli usi irrigui, sull’esposizione indiretta e sulle possibili interferenze con la filiera agroalimentare. La contaminazione può determinare esposizioni dirette per usi domestici non controllati, esposizioni indirette attraverso la catena alimentare, nonché possibili effetti sugli ecosistemi, anche con fenomeni di bioaccumulo».

Deposito di ecoballe di Villa Literno, 11 giugno 2016. ANSA/Presidenza del Consiglio dei ministri/ TIBERIO BARCHIELLI

L’ALLARME DELLA MARINA AMERICANA AI MARINES: NON BEVETE QUELL’ACQUA

Nessuno. Nessuno degli amministratori che nell’ultimo ventennio hanno guidato la Campania può dire di non aver saputo. E nemmeno i governi nazionali possono addurre questa giustificazione. E la legge 147/2025 del governo Meloni, che ha convertito il decreto Terra dei fuochi, è un primo (tardivo) passo, ma non basta a bonificare una situazione incancrenita da decenni.

Già nel 2008, per esempio, il locale comando americano U.S. Navy condusse dei test sulle acque, sull’aria e sul terreno delle aree dove vivevano i soldati americani tra Napoli e Caserta. La Marina americana coinvolse nello studio l’Agenzia regionale per la protezione ambientale Campania (ARPAC) e le istituzioni furono informate dei risultati. Anche allora fu evidente la presenza di TCE: fu imposto l’uso di acqua in bottiglia ai militari americani e chi risiedeva nelle zone più a rischio fu trasferito in aree più sicure. Tra le sostanze individuate c’era anche la diossina, che provoca danni alla pelle, al fegato, predispone per il diabete e altro ancora.
Un momento della manifestazione pacifica “Fiume in piena” per dire no al “biocidio”. 
L’iniziativa è stata promossa dall’associazione “Terra dei Fuochi”, Napoli, 16 novembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

AUMENTANO I TUMORI MALIGNI, ANCHE NEI BAMBINI

In Campania l’inquinamento è confermato anche per le PFAS. Secondo i dati dell’ARPAC, in undici falde acquifere sotterranee «si riscontrano superamenti dei limiti di quantificazione per varie specie di PFAS: PFBS, PFOS, PFHxA , PFHxS , PFPeA , PFHpA, PFOA, 6:2 FTS, PFBA, PFHpS, PFNA, FDoDA». Tutte queste sostanze provocano anche malformazioni nei neonati e, purtroppo, i tumori maligni colpiscono anche i più piccoli, sin dai primi mesi di vita.

Lo testimonia il Registro tumori della Campania (pag. 57), che certifica un aumento significativo dei tumori ai reni, polmoni, colon e retto, tiroide, testicoli, mammella, linfoma non Hodgkin… Nei maschi i primi cinque tumori in Campania per tassi di incidenza sono rappresentati da quelli del polmone, della prostata, del colon-retto, della vescica e del fegato. Nelle donne il primo tumore in assoluto è quello della mammella, seguito dai tumori del colon retto; del polmone (con trend in costante aumento), della tiroide e del corpo dell’utero.

Come si legge nell’ultima pagina del registro tumori, a proposito dei bambini, la sopravvivenza a 5 anni dopo una diagnosi di tumore maligno è in media pari all’84%. Per le leucemie, si arriva all’87%. «Al contrario i tumori maligni del sistema nervoso centrale e i sarcomi dell’osso mostrano le più basse probabilità di sopravvivenza, rispettivamente pari al 54% e al 68%.

In Campania, per questi tumori, sopravvive poco più della metà dei piccoli malati.

Papa Leone XIV. Credit: ANSA/Riccardo Antimiani.

23 MAGGIO, PAPA LEONE XIV INCONTRERÀ I FEDELI

Ai genitori di questi bambini, ai malati, ai fedeli della Terra dei fuochi parlerà, sabato 23 maggio, papa Leone XIV, che li incontrerà proprio ad Acerra, terra simbolo della strage silenziosa provocata dall’accordo micidiale tra camorra e aziende di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche…, ed estere – a cui lo Stato non ha ancora dato una risposta. L’occasione sarà data dall’undicesimo anniversario della lettera enciclica Laudato si’ pubblicata da papa Francesco il 24 maggio 2015, in cui parlava dell’ecologia integrale, che presuppone il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, e la cura della Terra, la nostra casa comune.

In quell’occasione così importante, Leone XIV ha scelto di andare in uno dei luoghi simbolo della devastazione, umana e ambientale. La visita del papa riaccenderà i riflettori su questa terra ferita: speriamo che dopo la sua partenza la politica non li spenga, ancora una volta.
(fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 20/05/2026)



martedì 19 maggio 2026

“La gioia del Vangelo resta viva”: all’Antonianum il convegno sull’eredità spirituale di Papa Francesco


“La gioia del Vangelo resta viva”:
all’Antonianum il convegno
sull’eredità spirituale di Papa Francesco 

Papa Francesco

Una riflessione intensa sull’eredità umana, spirituale e pastorale lasciata da Papa Francesco alla Chiesa e al mondo contemporaneo. È questo il cuore del convegno “L’eredità spirituale di Papa Francesco per la Chiesa e per l’umanità”, svoltosi il 16 maggio presso la Pontificia Università Antonianum e promosso da Angele Rachel Bilegue, accompagnata spiritualmente dal Pontefice nel corso della sua vita. L’incontro, coordinato da Lucia Antonioli, ha riunito 52 partecipanti e quattro relatori, che hanno condiviso testimonianze, riflessioni ed esperienze personali legate al pontificato di Francesco.

L’eredità comunicativa di Papa Francesco e la voce degli ultimi

Ad aprire il convegno è stato Piero Di Domenicantonio, che ha approfondito il tema dell’eredità comunicativa di Papa Francesco a partire dalla sua esperienza di giornalista dell’Osservatore Romano. E nel suo intervento ha presentato anche il progetto L’Osservatore di Strada, iniziativa editoriale dedicata a dare voce ai poveri e agli emarginati, realtà sostenuta e conosciuta direttamente da Papa Francesco. Di Domenicantonio ha evidenziato come il Pontefice abbia sempre incoraggiato una comunicazione capace di partire dalle periferie esistenziali, mettendo al centro le persone più fragili e dimenticate.

Sorella Angele: “La gioia è stata il cuore del magistero di Francesco”

Particolarmente toccante l’intervento di Sorella Angele Rachel Bilegue, che ha approfondito il significato dell’eredità spirituale lasciata da Papa Francesco soffermandosi sul tema centrale della “gioia”, elemento ricorrente nel suo magistero.

La religiosa ha richiamato due documenti fondamentali del pontificato: Evangelii Gaudium e Amoris Laetitia, sottolineando come il messaggio cristiano proposto dal Papa sia sempre stato fondato sulla gioia del Vangelo e sull’amore vissuto nella quotidianità delle relazioni umane.

Accanto alla riflessione teologica, Sorella Angele ha condiviso anche una testimonianza personale sulla sua relazione spirituale e filiale con Papa Francesco. Il racconto si è sviluppato in tre momenti significativi: il tempo vissuto accanto al Pontefice durante la sua vita, il periodo del ricovero al Policlinico Gemelli e la continuità di questo legame spirituale anche dopo la sua morte.

Una testimonianza intensa che ha restituito ai presenti il volto umano e paterno di Francesco, descritto come una guida spirituale capace di accompagnare con semplicità, ascolto e attenzione concreta verso le persone.

Le testimonianze di don Giorgetta e don Bellino

Nel corso del convegno è intervenuto anche Benito Giorgetta, che ha condiviso alcuni episodi personali legati alla sua amicizia con Papa Francesco, mettendone in luce la straordinaria semplicità e umanità.

Attraverso i racconti contenuti nel suo libro Ho incontrato Francesco, don Giorgetta ha ricordato in particolare l’esperienza vissuta accanto al Pontefice durante il viaggio verso la Giornata Mondiale della Gioventù 2023, sottolineando la capacità di Francesco di far sentire ogni persona accolta e ascoltata.

A concludere gli interventi è stato Michele Bellino, che ha raccontato quanto il magistero di Papa Francesco abbia inciso profondamente sul suo ministero sacerdotale. Con emozione ha ricordato l’unico incontro avuto con il Pontefice durante la visita papale a Bari, definendolo un momento determinante del proprio percorso umano e pastorale.

Un’eredità spirituale che continua a parlare alla Chiesa e al mondo

Il convegno si è concluso in un clima di profonda partecipazione e gratitudine, evidenziando come l’eredità di Papa Francesco continui a rappresentare un punto di riferimento non solo per la Chiesa, ma anche per la società contemporanea.

Dalle testimonianze emerse è apparso con forza il tratto distintivo del pontificato di Francesco: una fede vissuta nella prossimità, nell’ascolto e nell’attenzione agli ultimi, capace ancora oggi di parlare al cuore delle persone e di indicare alla Chiesa uno stile evangelico fondato sulla misericordia, sulla fraternità e sulla gioia del Vangelo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 18/05/2026)


mercoledì 6 maggio 2026

Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo

Roberto Cutaia
Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo


A un anno dalla morte di Papa Francesco (21 aprile 2025-2026), il volume dal titolo Francesco. Il Papa venuto dalla fine del mondo (a cura di Roberto Cutaia, Nisroch, Macerata 2026, pp. 165, euro 20,00), ne ripercorre il magistero alla luce delle sfide del presente. Il libro riunisce voci diverse, esperti dei rispettivi ambiti del magistero di Papa Francesco, per interrogare una figura che ha saputo parlare al cuore del nostro tempo.

«Papa Francesco ha lasciato questo mondo da quasi un anno – scrive nella prefazione al volume il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano -. Nel tempo che scorre, emergono con più nitidezza i tratti essenziali del suo Magistero, quello che ha donato a tutti attraverso i suoi documenti, le catechesi, le omelie, comprese le tante pronunciate a braccio nella cappella della residenza di Santa Marta. Nei 12 anni, un mese e 8 giorni del suo Pontificato, Papa Bergoglio ci ha aiutato a percepire e riconoscere che anche nei tempi difficili e confusi il Cuore di Gesù salva i cuori di uomini e donne, giovani e anziani abbracciandoli col suo perdono e la sua misericordia. Ha ripetuto che i sacramenti, a cominciare dal Battesimo, sono gesti del Signore, con cui la sua misericordia ci dona vita, ci sostiene e ci guarisce nel nostro cammino, medicine per noi peccatori, non benemerenze riservate ai perfetti. Papa Francesco ha ripetuto tante volte e ci ha aiutato a riconoscere che la Chiesa non vive per sé stessa, e non brilla di luce propria, ma può riflettere solo la luce di Cristo, “luce delle genti”, proprio come accade alla luna, che riflette la luce del sole. Per questo ha citato tante volte l’immagine cara agli antichi Padri della Chiesa, che suggerisce come mistero intimo della Chiesa quello del Mysterium Lunae, il “mistero della luna” […]».

Nell’introduzione, Arturo Sosa Abascal (Generale dell’Ordine dei Gesuiti), scrive: «Ci sono molti modi di avvicinarsi allo stile della vita di papa Francesco data la ricchezza straordinaria della sua umanità di cui siamo stati tutti (o quasi) ammirati testimoni. Uno stile maturato, secondo la secolare tradizione della Compagnia di Gesù, prima in tanti anni di formazione umana, culturale e spirituale e insieme di esperienze pastorali in mezzo al Popolo di Dio. Poi nel ministero episcopale all’Arcidiocesi di Buenos Aires e alla Chiesa latino-americana. Infine, il servizio alla Chiesa universale come Vescovo di Roma, cioè nell’esercizio del ministero petrino di presiedere le Chiese nel mondo edificando l’unità nella carità al servizio della missione del Signore Gesù […]».

Il libro attraversa i nodi essenziali del suo pontificato: la misericordia, il dialogo, la pace, la fraternità universale. Non un bilancio conclusivo, ma un invito a comprendere un’eredità ancora aperta. I contributi sono di Alessandro Andreini, Fernando Bellelli, Fulvio De Giorgi, Cristiana Dobner, Arianna Dutto, Bruno Forte, Markus Krienke, Le Monache Benedettine dell’Isola San Giulio, Silvia Magistrini, Gianni Maritati, Vito Nardin, Fernando Rivas, Suore della Provvidenza Rosminiane, Paolo Usellini.

«Il libro che il lettore ha tra le mani − si legge nell’introduzione del curatore − è una pubblicazione agile e dinamica su un “grande” protagonista della scena mondiale dei primi decenni del terzo millennio. Si tratta di papa Francesco, il 266° papa della Chiesa cattolica (13 marzo 2013 – 21 aprile 2025) al secolo Jorge Mario Bergoglio (1936-2025). Papa Francesco è stato un vero pastore d’anime, schietto (e pertanto non sempre compreso) e soprattutto allergico ai compromessi della tiepidezza e alle ambiguità del doppio gioco […]».
(fonte: Settimana News  02/05/2026) 


martedì 21 aprile 2026

21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco - Papa Francesco e la Chiesa italiana Card. Matteo Zuppi: “Ci ha dato il coraggio di sognare”

21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco
  
Papa Francesco e la Chiesa italiana:
“Ci ha dato il coraggio di sognare”

Nel giorno del 1° anniversario della scomparsa di Papa Francesco, pubblichiamo la prefazione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, al volume “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Il testo raccoglie gli interventi di Papa Bergoglio alle Assemblee Generali, i messaggi, i discorsi rivolti nelle varie occasioni di incontro con i cattolici e la società italiana. Tra i vari contributi, il discorso al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume.


Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa; a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno… Di tutto, rendiamo lode al Signore!
Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta.

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura.
I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere se stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme.

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia.
A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera.
Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015).

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare.
Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci!

21 Aprile 2026
(fonte CEI)

Speciale di TEMPO PERSO - 21 aprile Anniversario del ritorno alla Casa del Padre di Jorge Mario Bergoglio, l'amato Papa Francesco.

Speciale di TEMPO PERSO

21 aprile - Anniversario del ritorno alla Casa del Padre 
di Jorge Mario Bergoglio, l'amato Papa Francesco. 

In questo giorno in cui ricorre il primo anniversario del ritorno alla Casa del Padre di Jorge Mario Bergoglio, abbiamo deciso di dedicare all'amato Papa Francesco tutti i  post che pubblicheremo oggi e dare inzio ad uno Speciale a lui dedicato che speriamo di arricchire anche nei giorni seguenti.


Come "copertina" dello Speciale da tempo abbiamo preparato questa immagine che cerca di riassumere il nostro pensiero per un grande Papa, ma anche e soprattutto un grande Uomo, che ha lasciato un segno non solo nel mondo cristiano. Pur essendo elemento giudicato spesso "divisivo" ponendo difronte a scelte non di comodo ma radicali (Gesù non è forse stato "segno di contraddizione" per tutta la sua vita?) eppure, proprio per la sua umanità, la sua spontaneità, la sua coerenza tra le parole pronunciate e le scelte di vita attuate, si è fatto amare da tantissimi, anche da persone non praticanti o di altre religioni e anche da chi si professava apertamente ateo. 

Per noi è stato un Profeta e come tale non ha avuto vita facile soprattutto tra i "suoi" ed ha avuto anche tanti che hanno osteggiato il suo percorso. Il suo pontificato ha rappresentato, a nostro avviso, un "nuovo inizio per la Chiesa" perché ha ripreso in mano il Concilio Vaticano II ed ha dato l'avvio a tanti percorsi su argomenti accantonati perché scomodi, è vero che non ha ottenuto risultati evidenti, ma i profeti di solito hanno solo il compito di seminare mantenendo viva la speranza, anche se sanno che probabilmente non avranno la gioia di vedere i frutti... perché saranno altri che dovranno proseguire e fare in modo che si raggiungano quegli obiettivi che solo Dio conosce...

Noi lo abbiamo amato ed abbiamo visto in lui oltre alla sua profonda umanità, nelle sue parole e nei suoi gesti il riflesso di parole e gesti di Gesù... 

Di tutto ciò vogliamo fare memoria trattenendolo nei nostri cuori accanto a ciò che ci è più caro.

Come tutte le sintesi ci rendiamo conto che la nostra è assolutamene parziale e non esaustiva, ma speriamo sia abbastanza aderente non solo al nostro sentire, ma anche vertiera rispetto alla realtà di una personalità certamente molto ricca di sfaccettature che ha lasciato un segno importante in questo momento storico così complesso.

Ovviamente oggi sono in tanti a dedicare ovunque a Papa Francesco un pensiero, un ricordo, una preghiera, una parola, un'immagine...
Questa mattina siamo rimasti colpiti leggendo in fb tra i tanti post pubblicati due che, senza aver ancora pubblicato l'immagine della copertina, a nostro parere sono in sintonia e, data la notorietà e l'autorevolezza degli autori, vogliamo aggiungere le loro parole alle nostre, riportandole di seguito, convinti che servano a esprimere meglio di noi il messaggio che volevamo trasmettere.


Dalla bacheca fb di Vito Mancuso:

IN MEMORIA DI PAPA FRANCESCO
Papa Francesco non è stato un filosofo, neppure un teologo, ma un profeta, e penso che con il suo volersi mostrare in carrozzella con il poncho argentino dei campesinos qualche giorno prima di morire abbia voluto dare questo messaggio: eccomi qui, uomo come voi, vestito non da papa ma da uomo, sappiate che è così che me ne andrò. Il che è del tutto naturale, perché, quando si muore, chi se ne va per sempre è l’uomo, non il papa, visto che “morto un papa, se ne fa un altro”, mentre è impossibile fare un altro Jorge Mario Bergoglio.
Jorge Mario Bergoglio è morto il Lunedì dell’Angelo, e il termine “angelo” nel greco da cui proviene significa “messaggero”. Il messaggio da lui portato al mondo si può condensare a mio avviso in una sola parola: misericordia. Naturalmente ve ne sono altre, spesso ribadite con insistenza: pace, disarmo, giustizia, poveri, natura, madre terra, oltre a quelle tipicamente religiose. Ma la parola che a mio avviso riassume tutte le altre del messaggio di papa Francesco è stata misericordia, il termine che scelse per il suo stemma e che ripeté infinite volte. Io spero che misericordia sia anche l’ultima parola che la Vita ha pronunciato su di lui, e che sarà anche quella per ognuno di noi. #VitoMancuso

Dalla bacheca fb di Luigino Bruni:

Il 21 aprile, un anno fa, ci lasciava Francesco. Pochi giorni prima si era scusato perché non sarebbe potuto andare a celebrare la lavanda dei piedi con i carcerati. In questo anno difficile ci siamo chiesti, molte volte, 'cosa avrebbe detto Francesco?'.

Ho avuto il dono di un rapporto personale con lui - nel nostro primo incontro, nel 2014, mi chiamava 'Prof. Bruni', nell'ultimo, a fine settembre del 2024, mi disse: "Grazie Luigino", due piccole parole che dicono molto del mio rapporto con lui. Soprattutto l'ho aiutato a far nascere e a non far morire The Economy of Francesco, e continuo a farlo insieme a tante e tanti, anche perché gliel'ho promesso, e le promesse sono cose serie.

La storia va avanti, 'fatto un papa se ne fa un altro', frase che vale soprattutto in Vaticano, e deve essere così. Ma ciò che è stato resta: restano i gesti profetici di Francesco, alcune sue parole diverse perché parole-carne ('perché non io?'), il suo sorriso buono sul mondo, il suo amore speciale per gli 'scartati', che lo accolsero a Santa Maria Maggiore con una rosa bianca in mano.
Questo tempo velocissimo dell'online dimentica tutto nel minuto che segue l'evento, cancella la memoria, appiattisce tutto. E invece noi umani siamo quasi unicamente memoria e passato, e siamo anche le parole e i gesti di Francesco. L'homo sapiens è animale capace di fare memoria - abbiamo ancora la Bibbia perché qualcuno ha custodito una memoria. Le parole e i gesti di Francesco saranno vivi finché ne faremo memoria. Grazie Francesco, noi continuiamo a correre nella promessa che ti abbiamo fatto. #LuiginoBruni


21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco - Padre Spadaro: «Lo scrollone benefico che ci ha dato papa Francesco»

21 aprile 2025 /21 aprile 2026
Un anno senza Papa Francesco

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Padre Spadaro:
«Lo scrollone benefico che ci ha dato papa Francesco»

Il gesto di baciare i piedi ai leader del Sudan in guerra, di celebrare messa al confine con tra Stati Uniti e Messico. La sua misericordia, la sinodalità, la Chiesa ospedale da Campo. Il gesuita che più gli fu vicino traccia un bilancio di un Pontificato ormai radicato nella coscienza del mondo e della Chiesa


«Il Pontificato di papa Francesco? Non si può ridurre a una galleria di immagini». Padre Antonio Spadaro, sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l'educazione, già direttore, dal 2011 al 2023 di Civiltà Cattolica e uno degli uomini più vicini a Bergoglio, teme «il rischio di collezionare istantanee e relegare l’eredità di Bergoglio in un archivio fotografico, quando in realtà è qualcosa di molto più profondo e non immediatamente visibile».

Padre Spadaro, cosa resta del suo Pontificato a un anno dalla morte?

«Resta la sua diagnosi del mondo: la “terza guerra mondiale a pezzi”, formulata nel 2014 al ritorno dalla Corea, non era uno slogan impressionistico ma una lettura profetica che il tempo ha confermato. Resta la consapevolezza che il mondo si sta sgretolando e che la Chiesa non può rispondere con la nostalgia dell’ordine, ma con misericordia, fraternità, prossimità, pace. Resta il discernimento come alternativa all’ideologia e alla rigidità. Resta la sinodalità come forma di una Chiesa che ascolta. Resta la convinzione che la riforma non sia un riassetto tecnico ma una conversione. Resta l’uscita dal regime di cristianità, cioè il rifiuto di un cristianesimo alleato del potere e la scelta di una Chiesa al servizio di tutti. Ma forse la cosa più importante che resta è la dimensione “traumatica” del suo pontificato: un contraccolpo evangelico che ha dato una scossa a una sorta di omeostasi ecclesiale. E i traumi più si rimuovono più agiscono in profondità. Francesco non è stato il papa simpatico dell’immaginetta col sorriso: il suo pontificato è stato vissuto consapevolmente legato al dramma della storia. Resta infine il suo modo unico di agire anziché reagire: di fronte ai drammi del mondo non si è mai fatto trascinare nella narrativa costruita da altri, ma ha sempre costruito la propria — come quando, di fronte alla crisi di Gaza, la telefonata al parroco si rivelò altrettanto potente di qualsiasi dichiarazione geopolitica».

Quali sono i processi irreversibili che ha aperto?

«Il compito del riformatore secondo Bergoglio non era “tagliare teste” o conquistare spazi di potere, ma avviare processi — secondo il suo principio fondamentale per cui il tempo è superiore allo spazio. I processi irreversibili principali sono almeno tre. Innanzitutto la misericordia come orizzonte pastorale. Il magistero legato alla misericordia — dal Giubileo straordinario del 2016 all’intera impostazione pastorale — è penetrato profondamente nella vita della Chiesa. Non si può tornare indietro da questa visione. È qualcosa di ormai incarnato dentro la Chiesa, forse senza che ce ne siamo nemmeno accorti pienamente. Come seconda cosa la sinodalità. Il cammino sinodale ha mostrato una Chiesa che cammina nella storia ed è aperta a tutte le sensibilità. Il metodo stesso del sinodo — ascoltare prima di reagire, valorizzare al massimo l’opinione dell’altro — è un dono strutturale alla Chiesa. Nei sinodi si è compreso che non è più possibile dare risposte pastorali omogenee e uguali per tutto il mondo: le diversità teologiche sono sempre più profonde, e i tavoli sinodali sono il modo per farle dialogare. Infine la Chiesa come ospedale da campo. L’immagine formulata nell’intervista che gli feci nel 2013 — quando Francesco disse che non era tempo di controllare gli zuccheri e il colesterolo, ma di salvare le vite — ha trovato ostacoli, ma è ormai un punto di riferimento ineludibile. Ha generato grande fascino e grande repulsione, perché toccava la paura di perdere identità. Ma Francesco aveva un’idea del Vangelo come un tesoro da spendere, non da tenere in banca».

Come è cambiata la Chiesa in questi anni?

«La Chiesa è cambiata in profondità, anche se non sempre in modo visibile. Il pontificato è stato di frutti e di semi, ma soprattutto di semi che matureranno nelle forme che si vedrà. La Chiesa è uscita da un regime di cristianità: ha smesso di pensarsi come alleata naturale del potere e ha iniziato a concepirsi come al servizio di tutti, senza confini e senza dogane. Francesco ha avuto la percezione che l’azione di Dio nella storia avviene ovunque, e che il compito della Chiesa è riconoscerla, non limitarla. Per questo è entrato in contatto con tutte le forze sane della storia, anche quelle apparentemente più distanti dal perimetro ecclesiale. È cambiato il rapporto con la diversità interna. Mentre un tempo i vescovi condividevano una mens romana, una romanitas comune, oggi le teologie si sviluppano nei diversi continenti e culture con sempre maggiore autonomia. Questa ricchezza di differenza è diventata una sfida che la Chiesa ha iniziato ad affrontare, anche se questo è al tempo stesso il più grande dono e il più grande rovello della Chiesa contemporanea. È cambiato anche il rapporto con il conflitto e l’opposizione: Francesco ha mostrato che l’avversario non è un nemico. La sua visita alla Bonino malata, l’amicizia con Scalfari — gesti in cui il messaggio era chiaro: si possono avere idee opposte e lottare per visioni diverse, rimanendo amici. Un’eredità per il mondo, non solo per la Chiesa».

Qual è l’immagine più cara che ti resta di Papa Francesco?

«Ecco, appena me lo chiedi, me ne vengono in mente così tante. Quelle personali sono più legate alla prossimità fisica, ad esempio nelle conversazioni aperte durante i voli dei suoi viaggi apostolici. Francesco comunicava molto con la sua presenza fisica. Così anche le conversazioni con i gesuiti durante i viaggi. Mi colpiva la sua immediatezza, la sua spontaneità e densità di condivisione. Sul piano pubblico direi la Messa celebrata Ciudad Juarez proprio a 80 metri dal confine tra Usa e Messico, nella quale ha creato un’unica assemblea liturgica capace di superare i muri. Poi il gesto di chinarsi e baciare i piedi dei rappresentanti delle fazioni opposte del Sud Sudan venuti in Vaticano per discutere la pace. Infine la visita a Bangui, dove ha aperto la Porta Santa e dove ha fatto il giro in papamobile facendo salire l’imam locale in un tempo di gravi conflitti tra musulmani e cristiani. Ma adesso che li ho detti me ne vengono tanti altri. Un’ultima istantanea: eravamo in volo verso la Colombia. Era notte. Ero steso per dormire. Mi sono svegliato e, aprendo gli occhi, ho visto a sinistra la luce del suo posto accesa. Sono rimasto a guardarlo intensamente. Aveva il breviario e stava pregando nel silenzio e nel buio. È un’immagine semplice, ma mi è rimasta nel cuore».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 15/04/2026)