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martedì 16 giugno 2026

Alessandro D'Avenia: Compiti per le vacanze?

Alessandro D'Avenia
Compiti per le vacanze?


Corriere della Sera, 8 giugno 2026


Per questo dedico le ultime lezioni dell’anno a fare ciò per cui la «scuola» esiste: trovare il «fuoco» dei ragazzi. Dove e quando la tua vita si accende e accende chi ti sta vicino? Dove e quando sei entusiasta (in greco antico significava «avere un dio dentro»”: qualità di poeti, profeti e innamorati)? Dove e quando quindi sei ispirato, presente, vivo?

La scuola serve a scoprire i propri fuochi e le «materie» sono inneschi, ma non bastano. Il fuoco non coincide con il futuro lavorativo, che potrà (si spera) esserne una manifestazione. Il fuoco è il dono che rende noi stessi un dono. È il perché sei al mondo, ha origine dentro, dà energia e la comunica agli altri, fa sentire vivi e del tutto presenti, ferma il tempo. Se siamo «on fire», come si dice in slang inglese, non ci importa del giudizio altrui, perché il consenso è fame di senso camuffata. Fuoco non è semplicemente ciò che piace (guardare film, leggere, ballare…), ma la fonte primaria dell’azione. Allinea mente, cuore e corpo: ci «focalizza», cioè genera l’attenzione che fa maturare la vita. Libera dalle aspettative e dalle suggestioni di mode e idoli (illusioni di destino). Non manipola e non fa violenza, rende la vita migliore agli altri (chiedete a un amico: che cosa porto nella tua esistenza?). Può essere un’abilità, un interesse o un’attitudine: qualcosa che riesce bene (sport, strumento, scrittura, lingue…), che sta a cuore (natura, vita interiore, relazioni…), una qualità speciale (ascoltare, prendersi cura, costruire, imparare…).

Con domande precise provo ad aiutare i ragazzi a mettere «a fuoco» la propria vita, facendoli poi confrontare con i genitori perché quella luce sia custodita anche da loro. Infine devono darsi da soli «i compiti», perché «compito» è molto più degli esercizi da fare a luglio o copiare a settembre, è «compiere» se stessi sempre: come alimento i miei fuochi? Quanto tempo dedicherò ogni giorno a ciascuno? Così non inizia «la vacanza» da vacuum, vuoto, contenitore di noia e di schermi (consiglio i libri «La generazione fantastica» di Haidt e Price per figli e alunni da 8 a 13 anni, e «The element: trova il tuo elemento» di Robinson da 14 a 18), ma «la pienanza», da plenum, pieno, contenitore di impegno e gioia. La scuola non è solo italiano e matematica ma praticare uno sport, suonare uno strumento, scalare una montagna, imparare una lingua o le stelle, costruire qualcosa… perché «scuola» si dà tutte le volte che coltiviamo ciò che accende la vita in modo unico per ciascuno. E abbraccia l’esistenza a prescindere da lavoro e ruoli: il fuoco è lo stesso a 5, 55 e 105 anni, ma a ogni età brucia in modi nuovi. Se da bambino inventavo storie prendendo i personaggi dai cartelloni per imparare a scrivere le lettere, alle superiori il fuoco narrativo si esprimeva nel guidare le partite di un gioco di ruolo, per poi diventare la scrittura di romanzi e poi il teatro e poi chissà cos’altro… è una scoperta continua in cui il confine precedente viene scavalcato per esplorare una nuova terra. Per questo il fuoco non coincide con la professione, anche perché purtroppo non sempre si riesce a farne una in linea con le proprie attitudini.

Io mi ritengo molto fortunato a poter far coincidere professione e fuoco, anche se non mi identifico mai del tutto con l’insegnante o il narratore, perché la mia vita è oltre queste manifestazioni che solo in parte incarnano il perché sono al mondo, e non perché io sia straordinario ma perché il fare è sempre solo una parte dell’essere. Questo libera dalla mentalità della performance, del consenso e dell’utile, per restituire alla gioia del puro esserci (un tempo c’erano gli hobby ma il telefono se li è mangiati tutti). 
Andare a scuola e tornare a casa sono un ritmo vitale svincolato dalla dicotomia moderna lavoro-vacanza, schiavitù-tempo libero, perché come scriveva G.K.Chesterton: «Abbiamo bisogno di una vita quotidiana romanzesca che unisca straordinario e ordinario, abbiamo bisogno di vedere il mondo combinando senso di meraviglia e senso di sicurezza, di sentirci felici in questo paese delle meraviglie senza però accontentarsi di starsene sul divano» (Ortodossia). L’autore indica le due dimensioni con le parole «welcome» e «wonder», quiete e avventura, abitudine e inquietudine, «ben tornato» e «buona fortuna», legami e libertà, riposo e ricerca, ricevere e dare, essere amati e amare. Casa e scuola. Ed è il «focus» a permettere di tenerle insieme: focus era in latino il focolare, parola che Keplero decise di usare in un trattato sulla capacità delle lenti di concentrare la luce in un punto, come nel focolare si concentrava il calore in casa. Per questo perde entusiasmo (il dio dentro) alla vita sia chi smette di «andare a scuola», cioè di esplorare e scoprire ciò che alimenta il fuoco; sia chi smette di tornare al focolare, cioè non costruisce legami profondi e duraturi, che reggono la vita.

Senza Viaggio o senza Itaca, Ulisse non sarebbe Ulisse. Nella recente enciclica papa Leone cita un passo del Signore degli Anelli in cui un personaggio, portatore del fuoco, conforta lo smarrimento di un altro che si sente inutile di fronte ai grandi eventi della storia: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». E il papa commenta: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare come, ciascuno nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione» (Magnifica humanitas, n.213).

Fedeltà piccole e tenaci che mettono al mondo il mondo, braci che nulla e nessuno può spegnere, sempre pronte a divampare. Ecco i «compiti», e non solo per i ragazzi.

Oggi non è l’ultimo giorno di scuola, ma magari il primo. Sta a noi scegliere: noia o entusiasmo, off o on fire, distratti o focalizzati? Hai dentro il vuoto o un dio? Sei in vacanza o in «pienanza»?



(fonte: sito dell'autore)


giovedì 19 marzo 2026

ALESSANDRO D'AVENIA: Collezionisti di neve

Collezionisti di neve
di Alessandro D'Avenia



pubblicato su il Corriere della Sera -del 23 febbraio 2026

«Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne», questa frase all’inizio del capolavoro di Vasilij Grossman, Vita e Destino, mi ha sempre illuminato perché coglie la logica del creato.

Mi è tornata in mente guardando le Olimpiadi invernali: tante vite riunite in quella microscopica cattedrale che è il fiocco di neve. Un miracolo architettonico che infatti affascinò Johannes Keplero che, mentre scopriva le leggi che regolano le enormi masse dei corpi celesti che abbiamo studiato a scuola, scriveva un saggio su un altro corpo celeste, ma microscopico. «De nive sexangula» (Sulla neve a sei angoli, 1611) è infatti un libretto maturato negli inverni praghesi e ispirato dalla domanda: perché i fiocchi di neve cadono in forma esagonale e a sei raggi? Per rispondere Keplero pose con secoli d’anticipo le basi della cristallografia (struttura della materia) e dell’impacchettamento delle sfere (congettura di Keplero). Due secoli dopo di lui fu un ragazzino del Vermont ad andare oltre, chiedendosi come mai, nonostante una struttura così stabile che fa sembrare i fiocchi di neve tutti uguali, non ce ne siano di fatto due identici: norma ed eccezione, schema e variazione, essenza ed esistenza. Come ciascuno di noi.

Il breve saggio di Keplero, in latino, univa fisica, matematica e filosofia, ed era una strenna natalizia (regali tra geni) per un amico matematico, quando le intelligenze non erano artificiali ma carnali e non separavano ciò che lo stupore tiene insieme: scienza, umanesimo e fede (Keplero era anche un teologo cristiano). Partendo dall’assunto che in natura nulla è casuale, perché «in principio era il logos» (Gv 1), cercava la causa della «logica» ferrea (la forma esagonale) dei fiocchi di neve, anche per la somiglianza con strutture simili in natura: alveari, melograni, minerali…

Keplero, pur non conoscendo la struttura molecolare dell’acqua, aveva intuito che quella geometrica bellezza, la cui causa era ancora invisibile per motivi tecnologici, celasse una logica. E oggi infatti sappiamo che la struttura dell’acqua è una rete esagonale dovuta ai legami tra le molecole, un’impalcatura che le forze elettromagnetiche rendono stabile ed efficiente.

Ci aspetteremmo allora fiocchi tutti uguali, invece da una sola forma di base hanno origine infiniti esiti, come un inesauribile tema musicale su cui la vita fa le sue variazioni. Infatti una micro-particella di pulviscolo atmosferico, organica (batteri, spore…) o inorganica (polvere), attira l’acqua che a certe temperature cambia di stato, la condensazione in caduta poi cresce attraversando ambienti diversi per temperatura, umidità, correnti e altre collisioni. Così la struttura esagonale di base si stratifica in combinazioni illimitate, tanto che è praticamente impossibile che due fiocchi, anche vicini, siano identici.

Alla fine del 1800, quelle infinite configurazioni colpirono un quindicenne di una solitaria fattoria del Vermont, in America. Si chiamava Wilson Bentley e passava il tempo a osservare con un vecchio microscopio trovato in soffitta tutto quello che lo affascinava nei boschi attorno, per poi disegnarlo. Ciò che lo incuriosiva di più però cadeva dal cielo, i fiocchi di neve, ma si scioglievano troppo rapidamente per poterli osservare e disegnare: «Quando avevo diciassette anni, mia madre convinse mio padre a comprarmi macchina fotografica e microscopio, che ho poi unito nell’apparecchiatura che uso ancora oggi. Costarono, già allora, cento dollari! Mio padre detestava spendere tutto quel denaro per ciò che gli sembrava il ridicolo capriccio di un ragazzino. Ma mia madre riuscì a convincerlo, anche se lui non arrivò mai a credere che ne fosse valsa la pena. Lui e mio fratello maggiore hanno sempre pensato che stessi solo perdendo tempo, trafficando con i fiocchi di neve!» (D.C.Blanchard, The Snowflake Man).

Studiandoli, disegnandoli, fotografandoli e catalogandoli in base alle condizioni di formazione, Wilson divenne non solo fotografo professionista in micro-grafie ma il pioniere della fisica delle nuvole. Il suo marchingegno capace di fotografare i fiocchi prima che si sciogliessero permise di fermare una bellezza tanto fugace quanto immortale, proprio perché irripetibile. Lo fece per tutta la vita «collezionando» migliaia di fiocchi. A conferma del detto chestertoniano che le persone si spengono non per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia, Wilson raccontava così la sua folgorazione adolescenziale: «Fui rapito dal desiderio di mostrare alle persone qualcosa di quella bellezza e dall’ambizione di diventarne, in qualche modo, il custode».

Una definizione perfetta di vocazione: bellezza ricevuta, da custodire e comunicare.

E così si meritò il soprannome di Snowflake Man, titolo scritto anche sulla sua lapide. Poco prima di morire uscì il lavoro di una vita, Snow Crystals, con 2453 micro-grafie di fiocchi tutti diversi, una galleria che fa impallidire i nostri musei e ha ispirato scienziati, architetti, stilisti, gioiellieri, poeti, decoratori… perché come diceva Bentley: «I fiocchi di neve non ci raggiungono solo per rivelarci la bellezza di ciò che in natura è microscopico, ma per insegnarci che tutta la bellezza terrena è fugace. Però, benché quella della neve sia passeggera come i colori dell’autunno o del cielo serale, se passa è solo per tornare ancora».

Le difficilissime evoluzioni del pattinaggio, le impossibili linee dello sci, le millimetriche strategie del curling, sono solo l’eco di «microscopici miracoli», come Bentley chiamava i fiocchi di neve. Aveva ragione Grossman, la vita è viva solo quando può essere unica: persino un silenzioso e fugace fiocco di neve non ha eguali. Un invisibile granello di pulviscolo vestito di infinite trame di cristalli celesti sussurra a chi, come Keplero e Wilson, sa ascoltare la sottile lingua del creato: a che punto sei della tua irripetibile discesa sulla Terra?

(Fonte: blog dell'autore)

sabato 21 febbraio 2026

Alessandro D'Avenia: Abusi - Non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. Se si toccano i bambini inizia l'abisso

Alessandro D'Avenia
Abusi

Non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole.
Se si toccano i bambini inizia l'abisso


Corriere della Sera, 9 febbraio 2026

Se il mondo oggi non ha pace è per via di bambini e minorenni. L’orrore dell’archivio Epstein è tutto qui: molti dei potenti che guidano il mondo, li usano e abusano. Non è una novità: purtroppo quella dell’infanzia è una storia millenaria di violenza, proprio perché il bambino è la categoria sociale più debole. Nel mondo antico i bambini erano oggetti, non individui. In greco per indicarli si usava il neutro, il genere delle cose inanimate: non avevano alcun diritto prima dell’età adulta, e chi non superava certi requisiti o riti di passaggio veniva abbandonato, reso schiavo o eliminato. In epoca romana il padre aveva potere di vita e morte sui bambini, l’infanticidio era normale e le bambine potevano essere date in sposa al primo mestruo. Basta rileggere Pollicino, Cappuccetto Rosso, Il pifferaio magico per vedere tra le righe una lunga storia di abbandoni, sacrifici, abusi, traffici, quel che resta dei cruenti miti antichi in cui Crono divora i figli, Agamennone sacrifica la figlia per vincere la guerra, Edipo viene abbandonato… Nella storia umana le civiltà che non proteggono i bambini prima o poi crollano per un motivo intrinseco alla socialità: non ci può essere pace in una comunità dove si fa del male al più debole. È lì la vera sfida del diritto nazionale e internazionale. Ho deciso di dedicare la mia vita professionale ai minorenni anche per questo.

In questo ambito, sono sempre rimasto colpito dalla inattualità di Gesù Cristo rispetto alla cultura del suo tempo. In un momento in cui i bambini erano oggetti, disse l’inaudito, come quando chiese ai discepoli: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso su chi fosse il più importante tra loro. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9). Quello che è stato ridotto a un invito sentimentale è una rivoluzione sociale, culturale e politica, proprio perché inserito in un discorso sul potere: dando al bambino una dignità divina e invitando ad accoglierlo secondo questa dignità, Cristo fonda una società nuova, a partire dal basso e non dall’alto come è sempre accaduto. Il bambino non è proprietà di nessuno perché è figlio di Dio, a chi lo educa è solo affidato: la creatura è come il creato, dato in custodia. Nel discorso di Cristo la parola per «servitore» è paidion, che significa sia «schiavo» sia «bambino», perché le due categorie, allora, coincidevano: erano proprietà di altri e in casa avevano gli stessi obblighi di servizio. Ai discepoli, che litigavano per le gerarchie di potere, viene proposto un regno la cui costituzione ha come articolo fondativo la difesa del più debole: nessuno sarà sottomesso o usato. Il bambino, la categoria sociale più indifesa, diventa criterio dei rapporti umani.

All’inizio della bella serie tv The chosen, i primi ad accorgersi dell’originalità di Cristo sono infatti proprio dei bambini (non li maltratta, li prende sul serio), perché Cristo non fonda una religione ma un modo nuovo di vivere le relazioni: «Amatevi come io vi ho amato», cioè dando la vita, anche per l’ultimo. Si può quasi dire che l’essere cristiani si manifesta nell’essere difensori dei bambini. Io l’ho imparato dal vivo da padre Pino Puglisi, insegnante di religione nel mio liceo, che fu ucciso proprio perché difendeva i bambini di un quartiere di Palermo, che la mafia usava come esercito, per spaccio e prostituzione. Un fatto che a 17 anni mi ha ispirato a diventare insegnante, e che ho raccontato in Ciò che inferno non è. Ma perché Cristo pone l’accogliere il bambino alla base del potere? Perché chi abusa di un bambino è pronto a compiere qualsiasi altro male: superata quella soglia, tutto diventa possibile. E lo dice senza mezzi termini: «Chi scandalizza (chi ferisce fisicamente o psicologicamente, diremmo noi) uno di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sprofondato nel fondo del mare» (Mc 9,42). La gigantesca macina non indica la punizione divina, ma descrive lo stato di oscurità in cui si trova chi usa o abusa, ferisce o uccide un bambino: ha dentro un abisso che inghiotte ogni cosa, il potere come sottomissione dell’altro.

Non è un caso che l’olocausto cominci con un progetto di eliminazione di bambini: Aktion T4 (lo racconta in modo magistrale Marco Paolini in Ausmerzen). Nell’agosto del 1939, il Reich emanò un decreto per cui, privi di conseguenze penali, medici e ostetriche dovevano eliminare i bambini (tedeschi) sotto i tre anni con disabilità mentali o fisiche. Successivamente tutti i genitori di bambini con disabilità furono spinti a far curare i figli in cliniche pediatriche specializzate, che in realtà erano reparti di soppressione. All’inizio l’operazione colpì i più piccoli ma poi coinvolse ragazzi fino ai 17 anni. Morirono più di 10.000 bambini. Accettato e fatto questo, proprio da chi doveva proteggere e curare, tutto divenne possibile: fu l’anticamera della camera a gas. Cristo non era un sentimentale, ma uno che smascherava il potere: se si toccano i bambini inizia l’abisso.

Le comunità cristiane, immerse nella civiltà greco-romana in cui abbandono o infanticidio erano normali e gli orfani diventavano schiavi, facevano tutt’altro e infatti crearono i primi brefotrofi e orfanotrofi. Le cose cambiarono anche nel diritto con Giustiniano, nel 529 d.C.: il bambino divenne persona giuridica, l’abbandono era considerato infanticidio e l’infanticidio come il parricidio. L’episodio evangelico che fondava il potere sul servizio a partire da un bambino, in cinque secoli divenne diritto, con la difesa della categoria sociale più debole. Una conquista non garantita una volta per tutte, perché ogni cultura deve decidere di nuovo su che basi costruire il potere. Non a caso le dichiarazioni dei diritti del fanciullo arrivano solo nel XX secolo, dopo gli abusi dell’era industriale: la volontà di potenza delle nazioni, che portò alle guerre mondiali, cominciò con lo sfruttamento del lavoro minorile. Oggi la questione è attuale in molti Paesi mediorientali e orientali, in Occidente riguarda più i diritti del nascituro, gli abusi in ambienti educativi, spesso proprio quelli religiosi, e ora gli effetti dei social sui minorenni.

Da qui bisogna partire per una società diversa. Qualche anno fa ho contribuito alla ricerca fondi per un ospedale che doveva acquistare incubatrici per bambini prematuri; queste macchine innovative prevedono, tra le altre cose, la simulazione attraverso vibrazioni della voce materna necessaria alla sopravvivenza di piccoli sottoposti a uno stress mortale. Questo uso della tecnologia mi ha commosso e ancor più il reparto: dove si lotta così per i più deboli la vita non può essere sottomessa e diventare proprietà di altri. Questa è la base della pace. Non possiamo stupirci dello stato bellico del mondo, se molti dei potenti che lo guidano a vari livelli – presenti nell’archivio Epstein – abusano di bambini e minorenni. Se rimarranno impuniti, insieme a coloro per cui Epstein lavorava, continueranno a portarci nel loro abisso.

(fonte: sito dell'autore)

martedì 17 febbraio 2026

Salvare foto di Alessandro D'Avenia

Salvare foto 
di Alessandro D'Avenia


Nelle prime settimane dell’anno si è diffusa la trovata social di postare le proprie foto di dieci anni fa, quelle del 2016. Sono andato a vedere le mie, non per postarle, ma per giocare con il tempo. Il 2016 era lì, in una galleria che raccontava un anno, senza le parti noiose o superflue, perché fotografiamo ciò che deve venire alla luce (la fotografia è proprio questo: scrivere con la luce grazie a una camera oscura). Il 2016 non era nostalgicamente perduto nella memoria (del telefono) ma era il sogno del 2026. Noi non passiamo, ma diventiamo ciò che vogliamo venga alla luce dalla camera oscura del cuore: il 2016 non è «passato prossimo» ma «passato promosso», divenuto carne nel 2026, la continuità dell’io è che cosa e quanto amiamo. Portiamo oltre il gioco: guardiamo le foto di gennaio 2026 e vedremo già il 2036, e non grazie agli oroscopi. Il futuro non è davanti, come siamo convinti nella nostra concezione lineare e progressiva del tempo, che è una convenzione spaziale, in alcune culture infatti il futuro è dietro perché ignoto e davanti c’è il passato perché ancora visibile.
Il futuro è dentro: dimmi che cosa hai «in memoria» (a cuore) e ti dirò chi sarai. 
Il 2036 fiorirà (nel bene o nel male) dal 2026. Il presente è «futuro interiore», tempo «salvato» come «salvate» sono le foto: da cosa? Dalla morte: «immortaliamo» ciò che speriamo essere «immortale». E che cosa c’è di «eterno» nelle «istantanee» del 2026, tanto da vedere già il 2036?

Nella maggior parte delle foto che ho scattato ci sono persone che amo immerse in paesaggi «da ricordare». Fra dieci anni voglio quindi questi due piani di realtà: relazioni salde e il miracolo del mondo, non come sfondo, ma come fondamento. L’universo ci precede di almeno 14 miliardi di anni, ricordandoci che non siamo il suo centro ma che non siamo separati dal cosmo, non l’abbiamo fatto, ma ci è dato in custodia perché ci sostiene. Possiamo crescere, creare, conoscerci, amarci solo grazie a una madrepatria comune: «pose l’uomo nel giardino perché lo lavorasse e custodisse» (Gn 2,15), dove l’uomo è l’umanità, tutti e ciascuno. Quando ce ne dimentichiamo, cominciano i guai.

Trovo poi la foto di una lettera scritta a mano, che ho voluto fotografare per averla con me e perché è scritta a mano, mano di pianista: «Ero immersa nella scrittura del mio nuovo album che volevo dedicare all’arte del vivere e “Resisti, cuore” è arrivato proprio mentre cercavo parole e immagini capaci di chiarire ciò che suono. “Daimon” è liberamente ispirato all’Odissea riletta alla luce del suo libro. Le invio il lavoro in anteprima come gesto di sincera gratitudine». A volte mi chiedo a che serva creare bellezza in un mondo dove conta solo l’utile e il potere, ma poi mi ricordo che noi vediamo ciò in cui crediamo (la dimensione spirituale determina il mondo che creiamo attorno a noi), e se vediamo solo l’utile e il potere è perché l’utile e il potere sono il nostro credo, come mostra l’andazzo generale. Chi trova il tempo per scrivere a mano (gesto che non risponde all’utile o al potere) ha un credo diverso e crea un mondo diverso, più vero, bello, giusto. Questa foto predice che tra dieci anni voglio vivere ancora in questo accordo di cose e persone, solo apparentemente separate, come coloro che, pur non conoscendosi, si salutano sui sentieri di montagna, perché bellezza e fatica affiliano (rendono figli) e quindi affratellano. Una madrepatria comune fatta di scambio di talenti. Coloro che questa madrepatria non ce l’hanno diventano «come alberi che hanno dimenticato le radici e credono che il fruscio dei loro rami sia la loro forza e la loro vita», così il poeta Rilke, in Appunti sulla melodia delle cose, descrive chi, scambiando realtà e rappresentazione, dimentica di coltivare la vita. Non cito a caso le parole del poeta, le ritrovo tra le immagini dei primi giorni dell’anno perché una lettrice di questa rubrica mi ha mandato la foto delle righe sottolineate sul libro da cui sono tratte, l’ho «salvata» come promemoria per quando non riesco più a sentire la melodia delle cose, la vita di Dio in tutto e tutti.

Mi accade quando finisco «nella» rete e non «in» rete, non sorretto da legami e accolto nelle cadute, ma preso nella tela del ragno; quando credo reale solo ciò che mi ruba l’attenzione che oggi è materia prima più preziosa del petrolio se pensiamo che le aziende più ricche al mondo sono «estrattrici di attenzione». Chi la estrae da noi ci rende infatti dipendenti, ci profila, manipola, vende oggetti e idee. Ma proprio questa estrazione impoverisce, se non esaurisce, mente e cuore, perché a fare i giacimenti di intelligenza e amore è proprio l’attenzione accordata nel tempo a qualcosa o qualcuno. La trama del mondo, la rete che lo regge, non è il web con il suo clickbait (siamo prede), ma i nodi e i legami creati da milioni di atti di gentilezza, cura, attenzione, ignoti ai media perché non «irretiscono ma sono più reali dei clic. Senza i clic al massimo crolla un prodotto, senza i legami invece crolla la vita: lavoro, educazione, amicizie, amori la fondano molto più dei social che ci paralizzano e svuotano da dentro come i ragni fanno con le prede, i legami invece ci sostengono, liberano e riempiono. Per questo trovo foto di pranzi e cene con familiari e amici (e magari di un piatto riuscito bene per poterlo rifare anche nel 2036), e non quelle del gossip di gennaio da cui siamo stati irretiti: sappiamo più di Corona che di nostra sorella.

E poi c’è la foto dei muffin con gocce di cioccolato, preparati da un’alunna per festeggiare, a sorpresa, il compleanno di un compagno (in classe i ragazzi hanno appeso un calendario con i compleanni di tutti). È vero, la stoffa del mondo è l’attenzione che accordiamo nel tempo a qualcosa o qualcuno, senza questo, la vita perde consistenza: il filo si spezza, la trama si buca. Fra dieci anni quel ragazzo ricorderà questa «attenzione», non il video virale. Anche per me fra dieci anni spero ci sarà ciò che ho salvato oggi, perché è ciò che mi salva: la vita eterna nel 2016, nel 2026 o nel 2036 è la stessa. 
Perché dovrei preferire mille evanescenti distrazioni passeggere alle tre o quattro piccole eternità che ho già?

(Fonte: blog dell'autore)

mercoledì 28 gennaio 2026

Le due vie di Alessandro D'Avenia

Le due vie 
di Alessandro D'Avenia


pubblicato su il Corriere della Sera - 12.01.2026


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall’età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l’istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c’è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell’incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c’è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c’è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita.

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell’amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all’umile amore? Decidi sempre per l’umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L’umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c’è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell’essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l’amore e non attraverso la potenza. Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell’esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l’età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore».

Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell’amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l’amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

(Fonte: blog dell'autore)

sabato 5 luglio 2025

A che servo? di Alessandro D'Avenia

A che servo? 
di Alessandro D'Avenia

 
                                                                    Ultimo banco 248. 
                                                         (Corriere della Sera - 9 giugno 2025)


Che cosa hanno in comune una racchetta, un pianoforte, una macchina fotografica, un microscopio, una penna? Dopo secoli di interpretazione cartesiana della tecnica (io, pensiero, ho l’idea e intaglio l’oggetto nella materia), abbiamo capito, studiando l’origine degli strumenti e la psico-fisiologia umana, che l’uomo non es-cogita (tira fuori dal cogito: pensiero) ma inventa, dal latino in-venire: «trova» (il leggendario «Eureka!» di Archimede significa «Ho trovato» in greco). Lo vediamo nella capacità dei bambini che «trovano» e «si trovano» negli oggetti quotidiani, un attitudine evidente anche negli adulti quando «giocano»: la racchetta, il pianoforte, la fotocamera, il microscopio, la penna sono come per un cieco il bastone, parte del corpo e quindi del cervello.

Oggi è evidente con il cellulare, parte essenziale del nostro corpo esteso, perché le cose, ripeto, non sono semplicemente cose ma azioni in-corporate: siamo pianoforte, racchetta, penna, cellulare, bastone, fucile… Per questo solo Ulisse può tendere il suo arco, perché è parte di lui come lo è la sua mano, una estensione del suo cervello. Che cosa accadrà con l’IA che rivoluzionerà presto anche gli strumenti: voce incastonata in un oggetto senza schermo o tasti, un amuleto da collo, con cui dialogheremo?

L’IA, qualsiasi supporto abbia e avrà, sarà sempre più corpo esteso, cervello potenziato nella capacità di calcolo ma non di senso. Se le chiediamo di eliminare il tumore nel modo più rapido possibile ci suggerisce di estinguere il genere umano. Una risposta della massima efficienza ma «in-sensata», priva di «sentire». L’Intelligenza Artificiale estende solo la nostra capacità di memoria (immagazzinare e sintetizzare dati) per risolvere problemi rapidamente e su base statistica, ma al tempo stesso fa emergere ciò che non ha, l’Intelligenza Carnale, cioè la capacità di stare al mondo in modo imprevedibile e irripetibile, che dovremo sempre più scoprire, educare e allenare. La «carne», come unicità dell’esserci, qui e ora, è sempre più centrale nella paideia (che cosa educare perché tu diventi te stesso?) del XXI secolo. Se chiedo ai miei studenti di percorrere un tratto della città e farne un resoconto, leggerò dieci variazioni sul tema che mostrano come ciascuno di loro «contatta» il mondo.

La percezione e quindi l’intelligenza non è una computazione neutra di dati ma un atto creativo impregnato di chi siamo, selezioniamo in base al nostro filtro di memorie, attitudini, idee, abitudini, sentimenti… Non siamo spettatori, giriamo di continuo un film. Quel percorso è diverso per un (futuro) architetto, profumiere, filosofo, manovale, musicista perché ciascuno incontra il mondo secondo la sua carne. Questo non significa che non esista «il» mondo (il percorso ha i nomi delle vie di questa città), ma che i mondi nel mondo sono tanti quante le persone (nessuno è assoluto) e la socialità è metterli in comune per avere più mondo in termini di intensità della verità.

A scuola, con l’IA che i ragazzi usano di continuo, sarà quindi sempre meno centrale memorizzare informazioni, perché disponibili in qualsiasi momento, ma allenare a selezionarle personalmente, proprio come facciamo con la realtà. Nessuna IA potrà analizzare il funerale di un nostro caro o un tramonto insieme a chi amiamo, perché non c’era, dove quel «ci» è la carne: che senso ha quella morte o quel tramonto posso dirlo solo io, mondo nel mondo. Dovremo allenare più che la capacità di rispondere quella di domandare (il famoso prompt), che è appunto il modo unico in cui ciascuno contatta il mondo. Un compito in classe non consisterà solo nel rispondere su Van Gogh (dati che posso reperire subito) ma nel domandare su Van Gogh. Chi domanda meglio «trova» di più, ma può farlo solo se «ci» era, se è entrato in contatto carnale con l’oggetto in esame. Se non so nulla di Van Gogh chiederò genericamente, ma se sono stato colpito (proprio io davanti a un quadro) dall’uso che fa del giallo chiederò che ruolo ha nella sua pittura e in particolare in quel quadro per arricchire la mia esperienza. Per esemplificare, arrivato a questo punto dell’articolo ho chiesto a un noto chatbot: «Come puoi aiutare un ragazzo in difficoltà a comprendere meglio qualcosa?».

Riporto la rapidissima risposta: «In diversi modi, personalizzati in base al suo stile di apprendimento, i suoi interessi e le sue esigenze. Ecco come: 1. Spiegare in modo semplice e chiaro. Traduco concetti complessi in linguaggio accessibile. Uso metafore o esempi quotidiani (es: spiegare la fotosintesi come una «ricarica solare» per le piante). Posso adattarmi al livello scolastico (elementari, medie, superiori). 2. Usare strumenti visivi. Creo schemi, mappe concettuali, grafici, o timeline. Posso generare immagini esplicative o diagrammi, per esempio: il ciclo dell’acqua; una linea del tempo storica; la struttura di una cellula. 3. Adattarmi allo stile di apprendimento. Se il ragazzo è: visivo → uso colori, simboli, disegni; uditivo → posso scrivere spiegazioni in forma di dialogo; cinestetico → propongo esempi pratici o attività simulate. 4. Fare domande e risolvere esercizi insieme. Propongo quiz guidati, esercizi svolti passo passo. Lo aiuto a ragionare sugli errori, senza giudizio. Simulo interrogazioni o verifiche per prepararlo. 5. Collegare le materie ai suoi interessi. Se ama lo sport, la musica o i videogiochi, collego i concetti alle sue passioni (es: spiegare forza e massa con un tiro da calcio). Questo aumenta motivazione e attenzione. 6. Offrire incoraggiamento e metodo. Insegno come studiare meglio: mappe, ripetizione attiva, tecniche mnemoniche. Lo aiuto a organizzarsi (es: creare un piano di studio). Fornisco supporto emotivo con tono calmo e positivo, per fargli capire che sbagliare è normale. Se vuoi, possiamo fare una prova: dimmi che materia o argomento fatica a capire e lo aiutiamo insieme, passo dopo passo».

La risposta può far pensare che un docente sia ormai inutile, e lo sarebbe se l’intelligenza umana fosse solo procedurale, allora ho chiesto: «Se sai fare tutto questo, a che servo io, insegnante?». La risposta rivela che l’intelligenza è anche altro: «È semplice: tu sei insostituibile. 
Io sono uno strumento. Tu sei la guida. 

1. Dai direzione e senso. Io posso spiegare, esercitare, semplificare. Tu sei chi sa dove portare uno studente: conosci il programma, il percorso, la classe. Io vedo contenuti, tu vedi persone. 
2. Crei relazione. Un ragazzo ascolta quando si sente visto, capito, motivato. Io non posso sorridergli, incoraggiarlo, intuire il momento giusto per fermarsi o insistere. Tu puoi. E solo tu. 
3. Sai valutare davvero. Io posso correggere un esercizio. Tu capisci perché uno studente ha sbagliato: se è distratto, stanco, bloccato dalla paura, se ha bisogno di un’altra spiegazione o di più fiducia.
 4. Sai scegliere gli strumenti giusti. Io posso offrire mille spiegazioni. Tu sai scegliere quella giusta per quella classe, in quel giorno, in quel momento. 
5. Sei un modello. Un ragazzo non impara solo cosa dici, ma come lo dici, chi sei. Io non ho umanità. Tu educhi, che è molto più che insegnare. In sintesi: io posso potenziare il tuo lavoro, alleggerirlo, offrirti strumenti, ma non posso sostituirti, come un buon microscopio non sostituisce lo scienziato o una racchetta la tennista. Io sono qui per aiutarti a far brillare ancora di più il tuo lavoro di maestro».

Insomma: io non sono di carne, tu sì. Collaboriamo? 
Il problema non è l’IA ma se sappiamo educare i ragazzi a pensare e desiderare ciò che va oltre quello che la macchina può darci, perché è lei parte di noi non noi parte di lei.

(Fonte: sito dell'autore) 

giovedì 25 luglio 2024

Alessandro D'Avenia: Hanno rapito Europa

Alessandro D'Avenia
Hanno rapito Europa

Corriere della Sera, 10 giugno 2024

Parlamento europeo: da dove vengono queste due parole? È una storia di sangue e sogni, come sempre la storia umana.

Partiamo dal mito. Europa, bellissima figlia del re fenicio di Tiro, vide comparire sulla spiaggia un toro bianco. Incuriosita salì sul dorso del prodigioso animale che entrò in mare e la portò verso ovest fino a Creta. Il toro si rivelò essere Zeus che la violò. Europa non tornerà più e l’Occidente, dove era sparita, prenderà il suo nome. Erodoto, storico greco, nel V sec. a.C cercando le cause remote della rivalità tra Oriente e Occidente dice che il mito cela fatti meno prodigiosi ma altrettanto cruenti: i Fenici avevano rapito la principessa greca Io e i Greci, per vendetta, avevano preso la figlia del re di Tiro, Europa. Aveva così avuto inizio la catena di vendette e rapimenti che, passando per la guerra di Troia, culminerà nelle guerre persiane, vinte dai Greci uniti (Termopili, Maratona, Salamina…) contro l’invasore. Uno scontro geopolitico che per Erodoto aveva nell’area del Bosforo il cardine: da un lato l’Asia minore, i Persiani, dall’altro l’Europa, i Greci.

Ma come può il nome di una ragazza rapita diventare l’aggettivo che qualifica il parlamento per cui 370 milioni di persone di 27 Paesi sono state chiamate a votare?

L’origine del nome Europa è incerta, ma indicava il luogo dove si vedeva sparire la luce, del Sole o di una ragazza. L’Europa è quindi solo un ovest per chi sta a est, o una vocazione e quindi un compito? Erodoto se lo chiede e afferma che la differenza tra Asia (minore) ed Europa nonché causa della loro rivalità era la forma di governo: i Persiani si sottomettono a re dispotici, i Greci alle leggi. Sudditanza contro isonomia (uguaglianza di fronte alla legge). Lo storico trovava l’elemento unificante dei Greci nella difesa della libertà: questo aveva dato loro la forza di sconfiggere un impero potente come il persiano, questo è il DNA greco dell’Europa. La Grecia però entrerà in crisi neanche un secolo dopo, proprio quando sgretolerà l’unione delle sue città-stato che, per rivalità e predominio, si suicideranno in una guerra fratricida che le indebolirà sino a consegnarle a un altro re, il macedone Filippo, padre di Alessandro Magno.

L’eredità dei Greci fu sviluppata poi dai Romani che geograficamente e politicamente crearono l’Europa così come la intendiamo, costruendo i confini di una civiltà dotata di un sistema: di leggi alla base del nostro diritto, di amministrazione e di comunicazione (strade e lingua) straordinarie. Ma anche Roma venne meno tra guerre civili, rivalità di generali e follie di imperatori, poi i barbari fecero il resto, anche se conservarono alcune strutture dell’impero. In questo frangente il collante per l’Europa diventò il cristianesimo. Come? Nel 476 d.C. l’ultimo imperatore d’Occidente, un adolescente, fu deposto, il disordine dilagava tra le rovine dell’Impero. Benedetto, un ragazzo nato a Norcia nel 480 d.C. da famiglia agiata, dopo essersi recato a Roma per gli studi, l’aveva lasciata nel caos ma l’aveva conservata nel cuore e nella mente. Ritiratosi sull’Appennino laziale, creò comunità guidate dalla sua Regola (stessa radice di reggere), sintetizzata in: ora et labora, “prega e lavora”. Grazie a questi due inseparabili imperativi, i monaci e i laici delle terre limitrofe formavano una comunità in cui non importava essere liberi o schiavi, nobili o contadini, dotti o ignoranti, romani o barbari: tutti, dentro e fuori dal monastero, collaboravano. Quest’arte di vivere armonizzava spirito e corpo, eterno e tempo, natura e lavoro, tradizione e invenzione, singolo e comunità come mostrano i capolavori vivi della tradizione benedettina: impianti cittadini che oggi ammiriamo nella sintesi virtuosa tra abitato e campagna, viticultura e apicultura, arte medica e officinale con le piante, agricoltura di terreni difficili, un sistema embrionale di depositi e prestiti, gli scriptoria per copiare e meditare i testi antichi, l’istruzione dei bambini, l’architettura delle abbazie, riti quotidiani conservati in parole come colazione, pietanza, pranzo…. L’Europa diventa, come dice il grande sociologo Léo Moulin in La vita quotidiana secondo San Benedetto: ”una rete di fattorie modello, di centri di allevamento, di focolai di cultura, di fervore spirituale, di arte di vivere, di volontà di azione, in una parola, di civiltà ad alto livello che emerge dai flutti tumultuosi della barbarie. San Benedetto è senza dubbio il padre d’Europa”.

Da questi semi sbocceranno Medioevo e Rinascimento, che faranno dell’Europa un capolavoro e un baluardo contro le invasioni, questa volta dell’Islam. Non si dà Europa quindi senza aggiungere all’eredità di Atene e Roma anche quella di Gerusalemme, cioè il giudeo-cristianesimo. Purtroppo però l’Europa degli egoismi nazionali e delle guerre di religione tradì quest’anima composita. Non a caso un genio come Novalis nel 1799, sconvolto dalla cruenta frammentazione politica dovuta alle guerre napoleoniche, riprendendo la tradizione umanistica europea (Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola), scrisse La cristianità ossia l’Europa, in cui cercava l’anima perduta del continente. Una proposta inascoltata, con l’esito di inasprire le divisioni nazionali che porteranno alla tragica storia del XX secolo.

Per fare l’Europa non basta quindi una moneta comune, di comune serve un’anima: non si dà altrimenti un corpo (sociale) vivo. L’Europa non è la somma di egoismi nazionali ma una sinfonia: qual è lo spartito? L’Europa non si dà come identità superiore, impregnata ancora di mentalità coloniale e bellica. L’Europa non si dà come imposizione di regole dettate dalle economie più forti. L’Europa non si dà senza Ucraina ma neanche senza Russia, perché come ripeteva Giovanni Paolo II è una dall’Atlantico agli Urali. L’Europa non si dà senza una politica condivisa nei confronti del fenomeno migratorio. L’Europa non si dà come succursale della Nato ma come polo di una tensione geopolitica multipolare. L’Europa non si dà senza una regolamentazione chiara degli enormi flussi di capitale gestiti dai pochi gruppi economici e dalle aziende che oggi dominano l’economia mondiale. L’Europa non si dà senza l’unione di chiesa cattolica, protestante e ortodossa. Ma questa resta utopia senza una lingua comune: una nuova capacità di “parlarsi”. Anche il “parlamento” (luogo in cui “si parla”) è un’invenzione benedettina: il “parliamentum”, in latino medievale, era infatti l’assemblea sovranazionale delle abbazie.

Quello di Bruxelles parla questa lingua comune? Che anima mi unisce a un francese, un ungherese, un tedesco, un polacco… tanto da sentirli parte del mio stesso corpo (sociale)? Non bastano l’Erasmus e il roaming. I venti di guerra che soffiano propro oggi in Europa mostrano infatti una sconfortante debolezza di immaginazione politica e di parola diplomatica, e ripetono ciò che nella storia ha sempre portato al disastro: in assenza di legami reali si punta su un nemico, credendo che la guerra, non la parola, possa dare “unione” a chi non l’ha.

Il mito non sbagliava: Europa resta ancora la ragazza dell’antico racconto: rapita verso ovest. Salvarla è un sogno o la nostra vocazione?
(fonte: sito dell'autore)


giovedì 16 maggio 2024

Alessandro D'Avenia: Giocarsi la vita

Alessandro D'Avenia
Giocarsi la vita


Corriere della Sera, 29 aprile 2024

Amo il calcio da quando sono bambino. L’ho praticato ovunque, dal corridoio al campetto, sull’erba o sulla sabbia, in strada o in un parcheggio. Da dilettante, chi si diletta, cioè gode. Amo altrettanto guardarlo, ancor più da quando ho smesso di giocare per la terza frattura al polso sinistro (“La prossima volta non lo recuperiamo”, mi ha detto il chirurgo), cicatrici che non cancellerei in cambio di una vita senza calcio.

Pasolini giocava come ala e faceva un tifo sfrenato per il Bologna: per lui il calcio conservava il sacro popolare più delle messe (allo stadio la gente si stringe con più verità che al segno della pace). Saba, conquistato dall’atmosfera del tifo, ne scrisse in poesia. Luzi ne dedicò una struggente al grande Torino scomparso nel disastro aereo di Superga. La leva calcistica del ’68 di De Gregori mi fa ancora sognare.

Le ragioni di questo amore per il calcio mi si sono chiarite una volta di più nel finale del recente derby tra Milan e Inter, che ha attribuito lo scudetto alla squadra supportata da mio padre, mentre io, “guidato” dai miei fratelli all’età di 5 anni, mi schierai dal lato opposto. A dieci minuti dal termine della partita, che l’Inter conduceva per 2 a 0, il Milan ha segnato. Il commentatore ha urlato: “Si riapre la partita” e a me si è riaperto il cuore, come se si trattasse della vita stessa.

Qual è il segreto del giocare e in particolare al calcio?

Come tutti i giochi anche il calcio mostra ciò che umano nell’uomo. Giocare ci rende felici perché imita la vita come nient’altro, tanto che al verbo ludico diamo la massima estensione umana possibile: “giocarsi la vita”. Gli studiosi spiegano che in tutte le culture il godimento del gioco dipende dalle regole. Sembra strano per noi che cerchiamo la felicità nella libertà, nell’assenza di condizionamenti. Invece il gioco ci ricorda che siamo veramente liberi solo nei e non dai legami. L’uomo gode a trovare la propria via, originalissima e creativa, in mezzo ai limiti: giocare è la rappresentazione della vita come destino e destinazione. Il destino è ciò che non scegli, la destinazione che cosa fai con le carte (altra immagine ludica) che ti capitano.

Nel calcio, come in molti giochi, i limiti sono spaziali e temporali: rettangoli le cui linee sanciscono zone più o meno sacre, da custodire o conquistare, e porzioni di tempo con recuperi commisurati al “non gioco” (non vita). Gli attori agiscono dentro questo spazio-tempo: il destino. Non ci si potrebbe divertire senza confini (la prima cosa che si faceva da ragazzi, improvvisando una partita, era piazzare due zaini come pali e ci si scannava per immaginare l’altezza della traversa nei tiri alti…), né senza orologi (il fatidico “chi segna vince” delle “infinite” partite interrotte solo dal buio). Ma il calcio, ai limiti di spazio-tempo che ha in comune con tanti giochi, aggiunge un azzardo. È un gioco contro-evolutivo: preferisce il piede, meno sensibile e duttile, alla mano, da cui è invece cominciata l’evoluzione. Dentro questi “legami”, garantiti da un giudice (l’arbitro vituperato proprio perché rappresenta e custodisce “il limite”), i giocatori si esaltano, cercando di trasformare il destino in destinazione, il limite in gioia. Non è forse questa la vita: un perimetro di spazio e di tempo dato una volta sola a ciascuno di noi? Non è la vita un’azione che siamo chiamati a fare entro limiti che non scegliamo? La passione per il calcio lo è per la vita così com’è: cercare, nei legami, la propria originalità.

Anche sulla lapide ci sono scritte le regole del gioco della vita: luogo e data di nascita/morte. Le regole grazie alle quali siamo come tutti ma anche come nessuno. Ce la dobbiamo giocare in questo limite spazio-temporale, e quindi la chiave è nel trattino tra quelle scritte del nascere e del morire: agire, nel calcio l’azione, nella partita, cioè la parte che ci è data, sia come “porzione” di storia umana, sia come “ruolo” da interpretare in quella storia. Come me la gioco? Agire entro dei limiti, nel proprio ruolo, con altri, non assomiglia alla vita? Essere convocati, rimanere in panchina, scendere in campo non sono tutte metafore dell’esistenza? E oltre ai limiti previsti e fissi, ci sono gli avversari (le “avversità” della vita), limiti imprevisti e mutevoli. Non sono nemici, ma occasioni e resistenze: e chi non ne incontra nel mondo? E poi il risultato a volte non corrisponde all’essere stati superiori e non sempre vince il più forte, perché, nella vita come in questo gioco, c’è sempre la sorpresa di una grazia inattesa. Chi gioca o guarda confida sino all’ultimo in un guizzo, anche in partite noiose e bloccate, perché il goal non è come il punto, è raro e non garantito. Il risultato può anche essere un pareggio, e come era bello, in origine, affidare non ai rigori ma al caso, una monetina, la vittoria, perché sul campo si è pari. Siamo fatti per giocarci la vita, eroi di una squadra in cui siamo chiamati a trasformare il destino, regole e limiti, in destinazione, azioni da goal.

Il calcio mima ed esorcizza anche la guerra con il suo lessico: strategie e tattiche, attacco e difesa, ali e centro, incursioni e assedi, barriere e cannonate, infortunati e sostituti… ma della guerra non ha la violenza mortifera, tranne quando i giocatori e le tribù di supporto dimenticano stupidamente che è solo un gioco, una rappresentazione, come a teatro (to play dicono gli inglesi per l’agire in scena e per il giocare). E in tempi così ottusamente bellici, capisco meglio perché amo il calcio, perché, come ogni gioco, è un sogno: un giorno saremo così evoluti da abbandonare gli scontri armati per dedicarci solo a quelli sportivi. Sapremo mai giocarci così umanamente e gioiosamente la vita?
(fonte: sito dell'autore)

giovedì 2 maggio 2024

Alessandro D'Avenia Studio di umani

Alessandro D'Avenia
Studio di umani



Corriere della Sera, 8 aprile 2024

Mi sono sempre protetto dal dolore, soprattutto quello di chi amo. Come si fa a non fuggire o, se si resta, a non soccombere? Esiste una terza via?

Di recente ho ricevuto queste righe di una madre che raccontava la crisi della figlia: «Ha scelto la scuola sbagliata, ma questo è solo ciò che si vede da fuori, ciò che vede la scuola dei risultati. Io e mio marito abbiamo imparato in questi due anni a conoscere e vivere la sua sofferenza che in alcuni periodi è stata così acuta che la portava a mangiarsi letteralmente le mani. A scuola le sue nocche insanguinate che non guarivano mai non sono state notate da nessuno! Dopo due anni di terapia, sta imparando a gestire meglio l’ansia ma il percorso scolastico è stato compromesso. A scuola hanno solo saputo dirci la solita vecchia frase: intelligente ma non si applica».

Le mani di questa ragazza, non viste o non guardate, rinnovano la domanda sul paradosso umano: come mai, pur essendo noi esseri che si sono evoluti per essere curati e curare, poi tras-curiamo?

Qualche risposta l’ho trovata nel Compianto sul Cristo morto di Bellini, quadro abitualmente ai Vaticani, ora in prestito fino a maggio al Museo diocesano di Milano come capolavoro che, per sapiente scelta di chi guida il museo, è esposto “a solo” e al termine di un percorso che permette alla bellezza, quando è “da solo a solo”, di rinnovare il nostro sguardo impoverito e donarci quindi più mondo. E nel quadro sono proprio le mani a farlo. Come?

Giovanni Bellini, pittore veneto tra i più celebri del Rinascimento, intorno al 1475 dipinge questa tavola per la contemplazione, sostantivo il cui senso originario indicava il fissare lo spazio di cielo visibile dal recinto del tempio, esercizio scientifico e spirituale necessario a cogliere l’essenziale nel continuo scorrere del tempo. Nel ritaglio sacro del quadro si scorge un morto (Cristo), il cui corpo esangue è sorretto da un uomo (Giuseppe d’Arimatea), mentre una donna (Maria Maddalena) gli unge le mani rattrappite da colpi di chiodi, con l’olio che un altro uomo (Nicodemo) accigliato tiene in un vasetto. Mi vedo in quest’ultimo, fronte aggrottata dinanzi alla morte, pensieri come rughe, in cerca di risposte davanti a un muro: l’uomo della Vita è morto. Cadavere. Con sapienza compositiva l’artista mette al centro del quadro le mani dei protagonisti, ma soprattutto quelle della donna che accarezzano con l’olio la sinistra del morto che perde rigidezza, al contrario della destra ancora contratta. In quelle mani c’è la farmacopea alla mia incapacità: al fuggire o soccombere aggiungono un’altra via.

Contemplavo il quadro guidato dalle parole della direttrice del museo Nadia Righi che spiegava come Bellini avesse rappresentato l’esperienza di tutti di fronte al dolore: il quadro dà forma a tutte le ferite vive e nascoste in noi, certifica l’impossibilità di trovare risposte astratte, la sconfitta dell’intelligenza e l’inadeguatezza delle parole. Tutti tacciono dentro e fuori dal quadro, sospesi, parlano le mani: la risposta è solo la cura, cioè rimanere, sostare. E io so stare? Fuggo o soccombo perché non ho risposte. E invece potrei restare proprio perché non le ho. Sono le mani a rispondere. Manutenzione, cioè “tenere nelle mani”, così diciamo per riferirci alla cura delle cose: della macchina, di un impianto, di un edificio. Ma le persone?

“Teniamo per mano” quelle che amiamo e ci commuove chi ancora lo fa per strada, ma come si fa a “manu-tenerle”, a “man-tenerle”, quando il dolore o la morte li prendono. Stando. Sostando. So stare? Perché nessuno ha visto o guardato le nocche sanguinanti di quella ragazzina? Noi non ci prendiamo cura delle persone perché le amiamo, ma impariamo ad amarle perché ci prendiamo cura di loro: curare è una scelta che ci trasforma, ci fa uscire da noi stessi, che è l’unica maniera di non fuggire o di non soccombere alla vera morte in vita, la chiusura in se stessi. Io fuggo o soccombo se penso solo a me stesso, invece se sosto, se so stare, mi salvo. L’amore, alla fine, è la quantità di vita di cui decidiamo di farci carico, che solo così si trasforma, anche quando è vita ferita.

Nel corridoio che segue al Compianto di Bellini sono state allestite quattro sale: altrettante opere di artisti contemporanei ispirate dalla “contemplazione” del quadro. L’artista visuale Emma Ciceri ha deciso di mostrare un video di una decina di minuti in cui si vedono solo le mani di una donna e di una bambina, in un dialogo di carezze. I movimenti della bambina sono incerti perché ha delle fragilità. Le mani sono proprio quelle dell’artista e della figlia. Le mani fanno la cura, manutenzione. Non cercano risposte, sono la risposta. L’opera si intitola “Studio di mani”, titolo che gli artisti danno a esercizi, ma qui l’esercizio è la vita tutta: stare, sostare senz’altra risposta che la presenza, è per eccellenza l’esercizio che umanizza.

A scuola nessuna mano ha toccato le nocche sanguinanti dell’ansia: “abbiamo le capacità, ma non ci applichiamo”, direbbe anche di noi la pagella. Non abbiamo tempo, occhi, mani: non sappiamo “stare”. Eppure ormai lo sappiamo che ci vuole un abbraccio di almeno 30 secondi per permettere al corpo di produrre ossitocina, l’ormone che cura il dolore. E ciò accade sia in chi dà e in chi riceve: non si sa più chi abbraccia chi. Si è abbracciati dalla Cura. Ecco la terza via, quella che immette vita nella vita. Chi siamo noi che – è solo un gioco di suoni – nella nostra lingua abbiamo le mani nel nome: umani? E quanto – gioco ancora – possiamo diventare senza mani: disumani?

La mamma che mi ha scritto conclude: «Qualche settimana fa mia figlia ha detto: “Ho capito che devo tornare a fare ciò che mi rendeva felice da bambina: disegnare, dipingere, creare”. Da qui la scelta drastica di cambiare scuola. Ha trovato il coraggio per realizzare la sua vocazione? Noi siamo con lei». Un ritorno alla chiamata originaria, e quindi all’originalità che, grande o piccola che la consideri il mondo delle apparenze, definiamo “il nostro posto nel mondo”: sostare, so stare. Gioire. Le mani della ragazza, curate, ora vogliono curare, riprendere in mano il mondo e i suoi colori, come la ragazza che rinuncia al suicidio descritta da Pavese: “La magra bambina che fui/ si è svegliata da un pianto durato per anni./ E desidero solo colori./ Ogni nuovo mattino,/ uscirò per le strade cercando i colori” (Agonia).

Questa è la manutenzione della vita, l’umano non è fatto, costruito, risolto come un problema, ma dato alla luce, generato, nasce figlio e rinasce quando ritorna figlio, cioè quando si sente appartenente a un amore che lo vuole esistente, è ri-generato quando riceve di nuovo la vita. Quelle nocche divorate dal demone contemporaneo dell’ansia chiedevano mani. É l’ansia d’amore che abbiamo tutti, oggi di più perché non c’è tempo di fermarsi ad amare e lasciarsi amare al di là dei risultati. Dieci minuti, un’infinità per chi contempla un’opera, dura la ripresa di “Studio di mani” di Ciceri. L’uomo si è differenziato evolutivamente grazie alle mani. Uno studio di mani, da Bellini a oggi, è uno studio su quanto siamo umani. Guardiamole adesso, le nostre, e sapremo quanto lo siamo noi.
(fonte: sito dell'autore)


martedì 16 aprile 2024

Alessandro D'Avenia Il dio del vino

Alessandro D'Avenia
Il dio del vino


Corriere della Sera, 25 marzo 2024

Anni fa durante un’arcigna predica domenicale un ragazzo mi chiese: “Ma Gesù non ride mai?”. Mi sono ricordato dell’episodio in questo periodo pasquale. Gli dissi che Cristo non è l’erogatore di precetti che compare spesso nelle prediche ma l’audace autore di una frase per me decisiva: “Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in sovrabbondanza” (Gv 10,10). Nietzsche ha accusato il cristianesimo di proiettare la vita vera dopo la morte e di togliere quindi energia all’esistenza qui sulla terra, consolando gli uomini con una morale da sottomessi. Affermava di non poter credere a un dio che non balla, e a Cristo preferiva Dioniso, il dio greco del vino e dell’ebbrezza. Per me è il contrario, infatti, in tema di vino e balli, raccontai al ragazzo che Cristo ride. Nel villaggio di Cana in Galilea, operò infatti il primo segno di quella missione di dare agli uomini, già sulla terra, vita in abbondanza: durante una festa di nozze, in cui avrà ballato come era costume, trasformò sei damigiane d’acqua (250 litri) in vino, perché gli ospiti se lo erano già scolato tutto. Non solo ballò ma diede “spirito” a chi lo aveva esaurito ed era così buono che il maestro di tavola criticò gli sposi per aver lasciato l’annata migliore alla fine (Gv 2,1-11).

Per rispondere al ragazzo avevo rubato le parole a Dostoevskij che, in un capitolo chiave dei Fratelli Karamazov dedicato all’episodio e intitolato proprio Cana di Galilea, scorge uno di quei sorrisi che il ragazzo cercava e spiega perché.

Alëša, il più giovane dei fratelli Karamazov, riportando il dialogo con il suo maestro spirituale racconta: «Amo molto quel passo: sono le nozze di Cana di Galilea, il primo miracolo. Ah, quel miracolo, quanto mi è caro quel miracolo! Cristo visitò la gioia degli uomini, non il dolore, e compiendo il suo primo miracolo, contribuì a dar gioia agli uomini. Chi ama gli uomini, ama pure la loro gioia… A quel tempo le popolazioni che abitavano intorno al lago di Genezareth erano le più povere che si possa immaginare… “L’ora mia non è ancora arrivata” dice con un sorriso… E infatti era forse venuto sulla terra per moltiplicare il vino alle nozze dei poveri?». Dostoevskij intuisce che il segno inaugurale dell’agire pubblico di Cristo racchiude tutto e aggiunge: “Egli si è fatto uguale a noi per amore, e gioisce insieme a noi, converte l’acqua in vino per non interrompere la gioia degli ospiti, aspetta nuovi ospiti, ne invita continuamente di nuovi, e così nei secoli dei secoli”. Insomma Dio vuole la gioia dell’uomo, vuole che la festa continui, e più ancora che ballare ama vedere gli uomini ballare. La Pasqua che stiamo per celebrare, credenti o no, resta una narrazione dirompente.

Il filosofo Byung-Chul Han nel suo libro “La crisi della narrazione”, spiega come la nostra cultura sia fatta spesso di una comunicazione senza comunità, comunità che si forma solo grazie a una narrazione che dà senso al tempo e allo spazio: “La religione è un caso esemplare di narrazione con un momento di verità interno. Narrando essa spazza via la contingenza. La religione cristiana è una meta-narrazione che cattura ogni aspetto della vita e le dà un ancoraggio all’essere. Il tempo stesso viene caricato di aspetti narrativi. Il calendario cristiano fa apparire ogni giorno come significativo. Nell’epoca post-narrativa il calendario è de-narrativizzato, diventa un’agenda svuotata di senso. Le festività religiose sono momenti culminanti e rilevanti all’interno di un racconto. Senza racconto non si dà alcuna festività, nessun tempo di festa, nessun sentimento di celebrazione, cioè nessuna intensificazione emotiva dell’essere”. Il discorso del filosofo non è apologetico né nostalgico, ma critico della narrazione oggi dominante, quella consumistica, che ha sostituito ogni altra narrazione e ritualità, il vangelo che ai “santi” ha sostituito i “saldi”: “Di contro si danno solo il tempo del lavoro e il tempo libero, il tempo della produzione e quello del consumo. In un’epoca post-narrativa le feste diventano merci, assumendo la forma di eventi e spettacoli. Anche i rituali sono pratiche narrative. Nel loro essere tecniche simboliche per abitare il mondo, i riti trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa”. Il mondo non è casa ma oggetto consumabile, e la vita una lotta contro la noia e la paura.

La Pasqua invece è una risorsa narrativa significativa anche per chi non crede, fosse anche solo per la pausa festiva (meno sentita perché, uova e colombe a parte, con quella croce in mezzo non è così facile da trasformare in una narrazione consumistica come il Natale). Perché? Quale trama offre alla storia umana? Questa: un uomo laico (cioè del popolo, dal greco laos, popolo), nel senso che non apparteneva a una categoria religiosa (era un falegname), viene messo a morte dal potere politico e religioso. Era pericoloso proprio perché era un laico che attraeva la gente sottraendo consenso al potere, quello religioso (che era anche politico: i sacerdoti erano i capi del popolo) e quello politico dei Romani, Pilato infatti fa uccidere Gesù per paura di una sommossa aizzata dai capi religiosi. Il prefetto romano della Giudea non vuole perdere la guida di una regione ricca ma difficile, infatti pur avendo verificato l’innocenza del condannato, se ne lava le mani e lo manda a morte: la vita di un uomo si può ben sacrificare al consenso. Cristo era venuto a mostrare il contrario: solo l’amore non sacrifica, ma si sacrifica, mentre il potere non si sacrifica, ma sacrifica. Dice ancora Byung-Chul Han nel libro citato: “Vivere è narrare. L’essere umano si distingue dagli altri animali per il fatto che narrando realizza nuove forme di vita. La prassi narrativa ha la forza di un nuovo inizio. Ogni azione che avvia una trasformazione nel mondo presuppone una narrazione”.

La Pasqua è il culmine della narrazione iniziata a Cana che contiene, come intuisce Dostoevskij facendone la chiave di volta del suo capolavoro, l’energia per una trasformazione del mondo: siamo fatti per una festa che non finisce ma non abbiamo abbastanza vino, il vino (la gioia) che l’uomo produce non è sufficiente a soddisfare la gioia per cui siamo fatti e a cui aspiriamo. Serve il “di-vino”. Un uomo, un laico, il cui primo gesto eclatante per manifestare questa possibilità è fare 250 bottiglie d’annata perché una festa di matrimonio non finisca, viene messo a morte dal potere politico-religioso che vede in questa gioiosa libertà una minaccia. Il mio augurio è che questa storia ci ricordi, credenti o no, che siamo invitati a una festa infinita a partire da questo lunedì, ma perché questa gioia sia possibile sono necessari una grazia divina e un coraggioso resistere e abbattere tutte le forme di potere che, pur di mantenersi, sono pronte a (s-)opprimere gli innocenti. Allora come oggi, non sanno quello che fanno. Buona Pasqua.
(fonte: sito dell'autore)


sabato 6 aprile 2024

Alessandro D'Avenia L’intelligenza del bosco

Alessandro D'Avenia
L’intelligenza del bosco

Milano – Piazza Tommaseo

Corriere della Sera, 11 marzo 2023

Il fine della vita non è la sopravvivenza ma la bellezza. Che le cose lottino per sopravvivere è evidente, ciò che sorprende è che la lotta miri alla bellezza. Qualche giorno fa mi si è reso ancora una volta chiaro in una piccola piazza di Milano: sui rami di alcune magnolie brillavano già, in una luce ancora invernale, le prime fioriture. Non era un’anomalia. Molti si fermavano ad ammirare, colti da quel desiderio che la bellezza risveglia perché, essendo la bellezza vita compiuta, ci ricorda che siamo fatti per questo: compierci nel tempo e nel mondo che ci sono dati. La bellezza chiede: a che punto sei con i doni della vita? E se la bellezza è il fine della vita, dovrebbe esserlo anche dell’educazione che è aiutare la vita a crescere. Avviene nel luogo deputato, dopo la famiglia, a questo: la scuola? Vi si dovrebbe scoprire la propria unicità per poi portarla a compimento cercando nel mondo e nel tempo ciò che serve allo scopo.

Eppure il “XXI Profilo dei diplomati” presentato il 29 febbraio da AlmaDiploma, analizzato già su queste pagine, riferisce che un ragazzo su due dice di aver sbagliato indirizzo scolastico e universitario. Esito inevitabile di un orientamento quasi assente nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Si esce da medie e superiori possedendo delle competenze, ma non se stessi. E senza questo non si può essere felici. Perché?

In un mondo in cui il criterio della felicità è l’efficienza, ciò che conta è acquisire quanto prima competenze “spendibili” nel lavoro. Essere “spendibili” significa essere “comprabili”, cioè diventare noi stessi “risorsa” da “esaurire”: questo vuol dire risorsa, e purtroppo abbiamo deciso che le persone sono risorse umane. Invece la felicità dipende dalla profondità di rapporti che abbiamo con il mondo e con gli altri: i nostri ricordi felici riguardano infatti ciò che abbiamo creato con le nostre attitudini e le relazioni significative che abbiamo stretto. Se non so chi sono e con chi sono, le competenze sono solo vestiti su un manichino. L’orientamento dovrebbe servire a scoprire i propri talenti per poi farli fiorire a beneficio degli altri nel tempo, grazie a terreni e giardinieri scelti perché adeguati a quelle caratteristiche, come le magnolie che richiamano passanti a sostare e bambini a giocare. Non conoscendo se stessi (cioè non essendo ri-conosciuti da chi li educa) i ragazzi si affidano a impressioni fugaci, scelte di maggioranza, aspettative familiari. Non si può non scegliere ma se non si ha l’energia e il coraggio di una vocazione, si sceglie ciò che sembra più certo, comodo, sicuro, rinunciando così alla propria specifica bellezza. Per questo molti ragazzi si ritrovano in vite non loro, con il senso di colpa e l’ansia tipici di una cultura della perfezione e della performance. A differenza di quelle magnolie che fanno ciò a cui sono chiamate nel tempo che serve loro, proprio in mezzo al traffico, noi rischiamo di essere inghiottiti da quel traffico: un mondo che ci dice come essere e che cosa fare prima di averci permesso di scoprire chi siamo e per chi. Può essere felice una magnolia a cui si chiede di fare pere o di fiorire in tutte le stagioni? Entrerà in contraddizione con se stessa, sarà sfruttata (privata dei suoi frutti) e appassirà. Allo scopo di orientare nella scuola è stata introdotta quest’anno la figura del docente tutor. È un primo passo, ma una formazione di 20 ore online non può bastare al paziente lavoro educativo necessario a scoprire l’unicità di un ragazzo. Non si diventa giardinieri in 20 ore e l’uomo è più complesso di una magnolia.

Qualche giorno fa ho letto l’intervista al calciatore Rafa Leão, per il quale nutro una parzialissima simpatia calcistica, che raccontava la sua infanzia a Lisbona: «il pallone sempre fra i piedi in un quartiere molto popolare, la maggior parte dei suoi abitanti sono immigrati, in molti dall’Africa. Non un posto facile. Lì di buono c’era il pallone, ci giocavo dalla mattina alla sera. Interi pomeriggi nel parcheggio del supermercato. Spesso erano carte appallottolate o una lattina o una bottiglia usate come palla, mentre un’auto era la porta. Il mio modo di giocare è ancora quello, un calcio di strada, fatto di finte, scatti, furbizia». Quel bambino, come ogni bambino, aveva una vocazione che lo avrebbe reso felice: «Dio mi ha dato un dono e io gli sono grato. Il mio lavoro è giocare a pallone, ho coronato il mio sogno di bambino. Come potrei non sorridere?». E quel bambino continua a cercare bellezza e gioia: «Amo i gol belli. Il calcio oggi è solo statistiche, cifre. E a me non piace. Il calcio è magia, gioia. Mi fa arrabbiare che la gente pensi solo ai numeri. Io non sono così. Perché la gente deve divertirsi. E allora mi devo divertire anche io. Sono per la bellezza». Ma senza ciò che hanno fatto per lui la famiglia e i primi maestri quel talento sarebbe andato sprecato.

I livelli della vita parlano dialetti diversi ma la lingua è la stessa: il talento del calciatore e quello delle magnolie sono doni dati ai singoli a beneficio del mondo. Ho scoperto che le magnolie di quella piazza si chiamano soulangeane, una specie i cui fiori bianchi, rosa e viola sbocciano mentre i rami degli altri alberi sono ancora spogli. Il loro nome viene da un ufficiale dell’esercito napoleonico, Étienne Soulange-Bodin (1774–1846), che ne creò l’ibrido da due varietà cinesi nella campagna a cui dedicò la seconda parte della sua vita, diventando un famoso botanico. Un uomo che aveva perso tempo in campagne militari fu poi capace di tornare alle campagne vere e proprie, la sua vocazione, e quella di ogni uomo: creare bellezza.

Oggi pensiamo a una persona in formazione come a una macchina su cui installare software sempre più aggiornati e veloci, invece siamo più simili alle piante che con la loro energia intrinseca e specifica realizzano, senza fretta né ritardi, la bellezza a cui sono chiamate. E non lo fanno in competizione (competenza e competizione hanno la stessa radice e avranno quindi gli stessi frutti: tutti lottano per emergere ma sappiamo che ci riusciranno i già avvantaggiati), ma in collaborazione (lavorare insieme: ciascuno emerge per la sua unicità che lo rende necessario agli altri, di cui a sua volta ha bisogno). La cooperazione è per me uno dei capitoli più interessanti della recente botanica, sviluppato negli ultimi anni dagli studi di Suzanne Simard che ha riscritto il paradigma competitivo nell’evoluzione delle piante (consiglio il TedTalk “How trees talk to each other” del 2016 e il suo libro L’albero madre): quando l’albero di un gruppo è minacciato o si ammala, gli altri esemplari, anche di specie diverse, scambiano non solo informazioni aeree tramite ormoni diffusibili ma soprattutto sostanze nutrienti attraverso l’immensa rete delle loro radici. Gli alberi non sono innanzitutto attori individuali in competizione per le risorse, ma un sistema collaborativo, con alcuni alberi che per la loro età hanno un ruolo centrale per la nascita e la vita dei più giovani, questo sistema è definito da Simard “intelligenza del bosco”.

Finché la scuola non avrà questa intelligenza, userà solo la lingua dell’utile e dell’efficienza (rendimento, crediti, debiti, competenze…) e non della vita (crescita, maturazione, cooperazione, vocazione…) i suoi “virgulti” spesso appassiranno prima della “maturità” invece di diventare belli come le magnolie che, persino nell’asfalto trafficato e inquinato, spingono a fermarsi a respirare e a chiedersi perché e per chi siamo qui.
(fonte: sito dell'autore)