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giovedì 30 settembre 2021

Intenzione di preghiera per il mese di Ottobre 2021: DISCEPOLI MISSIONARI

Intenzione di preghiera per il mese di Ottobre 2021

DISCEPOLI MISSIONARI

Con questo tweet viene diffuso il video con l'intenzione di preghiera 
per il mese di Ottobre 2021


Il “Video del Papa” con le intenzioni di preghiera per ogni mese, lo ricordiamo, nasce nel 2016 ed è tradotto in 23 lingue per 114 Paesi, oltre 156 milioni di visualizzazioni nel mondo.

Guarda il video


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Gesù chiede a tutti noi, e anche a te, di essere discepoli missionari. Sei pronto?

Basta essere disponibili alla sua chiamata e vivere uniti al Signore nelle cose più quotidiane: il lavoro, gli incontri, le occupazioni di ogni giorno, le vicende di ogni giorno, lasciandoci guidare sempre dallo Spirito Santo.

Se ti muove Cristo, se fai le cose perché Cristo ti guida,
gli altri se ne rendono conto facilmente.

E la tua testimonianza di vita suscita ammirazione, e l'ammirazione fa sì che altri si chiedano: “Com'è possibile che sia così?”, o “Da dove vengono a questa persona l'amore con cui tratta tutti, l'amabilità, il buonumore?”.

Ricordiamo che la missione non è proselitismo, ma si basa su un incontro tra persone, sulla testimonianza di uomini e donne che dicono:
“Io conosco Gesù, mi piacerebbe che lo conoscessi anche tu”.

Fratelli e sorelle, preghiamo perché ogni battezzato 
sia coinvolto nell’evangelizzazione e sia disponibile alla missione, 
attraverso la sua testimonianza di vita.

E perché questa testimonianza di vita abbia il sapore del Vangelo.


«Cibo per tutti, buono e pulito» Intervista a don Luigi Ciotti

«Cibo per tutti, buono e pulito»

Tre giorni a Fondi, nell’agro pontino, a discutere di diritti in agricoltura con Casacomune. Intervista a don Luigi Ciotti


Tre giorni serrati, organizzati dall’associazione Casa Comune, Laudato sì Laudato qui presieduta da Luigi Ciotti da venerdì a domenica 3 ottobre a Fondi, in provincia di Latina, in quell’agro pontino in cui 30 mila braccianti indiani sikh lavorano in condizioni spesso terribili. Luigi Ciotti, fondatore di Casacomune, ha voluto questa edizione del cibo che cambia il mondo. Titolo: «Diritti della terra e diritti delle persone. Per un Mediterraneo capace di futuro».

Luigi, perché quest’anno a Fondi a parlare di cibo e ancora di agricoltura e agricoltori?

Innanzitutto per sostenere e incoraggiare l’impegno comune di associazioni e realtà del sociale, magistratura e forze di polizia in una zona contaminata o quantomeno condizionata dalla presenza mafiosa. Non a caso la Relazione semestrale al Parlamento della Direzione Investigativa Antimafia parla del Mercato Ortofrutticolo di Fondi come di una «realtà economica significativa», parte di un settore che «non avendo subito danni a causa della pandemia, è da considerare particolarmente attrattivo per gli investimenti imprenditoriali mafiosi». Ma, a fare da contorno alla presenza criminale – e, più o meno indirettamente, alimentarla – c’è un sistema economico che, in nome del profitto, permette sfruttamento e umiliazioni su vasta scala. Secondo i dati più aggiornati sono infatti circa 450 mila le persone assoggettate da un verso alla violenza mafiosa, dall’altro all’ingiustizia economico-politica. Un affare – per non dire una vergogna – che frutta un giro d’affari che l’Eurispes ha stimato attorno ai 24,5 miliardi annui.

Sui grandi temi dello sfruttamento in agricoltura e del caporalato quest’anno chiamate in ballo l’Europa. Stefania Prandi, vostra relatrice, ha presentato un dossier shock sulle raccoglitrici di fragole marocchine in Spagna. Avete chiamato parlamentari europei e lo stesso presidente del parlamento. Perché?

Perché quello del cibo è un problema europeo, anzi globale. Un problema enorme. È inaccettabile che un bene primario legato a un bisogno essenziale come quello di nutrirsi sia ridotto a merce. È scandaloso che il dogma del profitto condizioni dei processi vitali e tenga sotto sequestro beni universali indispensabili. Un cibo pulito e di qualità – prodotto da una Terra rispettata e coltivata con amore – deve essere garantito a tutti e a un prezzo equo.

Parlate molto di Mediterraneo, con esempi di aziende che riescono a conciliare diritti e qualità, con relatori che guardano avanti verso un Mediterraneo del futuro: cosa significa per voi?

Il Mediterraneo è stato una culla della civiltà non solo europea ma occidentale. Un crogiuolo di culture e popoli che si sono incontrati e positivamente contaminati, arricchendo la loro umanità. Una civiltà nella sua essenza meticcia, civiltà non tanto interculturale ma transculturale. Ebbene, in questa fase di crisi e di smarrimento l’apertura al futuro e alla speranza richiede un recupero di quell’anima originaria, che il dogma del mercato e la dittatura del profitto hanno disperso o corrotto. Un Mediterraneo pacificato dai conflitti e al tempo stesso sanato da egoismi, chiusure e abusi. Mi riferisco alle violazioni dei diritti umani compiute in Libia e Egitto nel silenzio indecente – contropartita di affari miliardari – delle potenze occidentali. Un Mediterraneo di pace e giustizia può essere lo spazio di un inizio che sia davvero nuovo, di un cambiamento che non sia un semplice adattamento.

Avete organizzato un corso con tanti relatori: sindacati, associazioni, la Chiesa, movimenti, imprese ed anche esponenti di partiti: cosa chiedete?

Chiediamo più “noi” a partire da noi, da questa rete di realtà, associazioni, movimenti che, pur con riferimenti culturali, spirituali, politici diversi, condividono lo stesso obbiettivo e l’impegno per raggiungerlo: costruire un mondo dove le persone vivano in pace e giustizia rispettate nella loro dignità, e al contempo in armonia con la natura, la Terra che ci ospita e nutre. La Terra che è davvero la nostra “casa comune”, come insieme ad amici e collaboratori ho voluto chiamare una realtà che, tramite seminari, incontri e azioni, vuole contribuire a quella conversione ecologica di cui parla Papa Francesco nella Laudato sì. Conversione e non semplice transizione perché per salvare il pianeta, e dunque noi stessi, occorre un cambiamento delle coscienze, una profonda, radicale, trasformazione culturale.

"Il Sinodo in un mondo postmoderno" di Vinicio Albanesi

SINODO CHIESA ITALIANA
"Il Sinodo in un mondo postmoderno" 
di Vinicio Albanesi




Il discorso di papa Francesco alla diocesi di Roma di sabato 18 settembre 2021 (qui) aiuta ad affrontare il cuore della sinodalità nel mondo diventato oramai postmoderno, nel quale è immersa la vita delle parrocchie: da quelle forti e organizzate delle città, fino a quelle periferiche e rurali.


Il soggetto consumatore

La riflessione si fa doverosa perché impegna l’ascolto di culture che, nel breve tempo di qualche decennio, sono profondamente cambiate.

Il popolo di cui parla Francesco è trasformato, almeno nel mondo occidentale. Rileggendo le analisi dei cambiamenti negli ultimi quarant’anni, occorre prendere coscienza che la sintesi culturale della nostra gente è altra.

Dando ascolto ad analisi pertinenti e scientificamente fondate, il soggetto moderno è considerato e strutturato come semplice consumatore.[1]

Sono saltati i riferimenti e le sintesi cristiane, marxiste, liberiste della persona, per tradursi in un consumismo il cui potere è nelle mani di pochi grandi gruppi di intermediazione che, tramite la pubblicità, inducono all’acquisto ossessivo di beni e di merci, senza altri riferimenti. La stessa pubblicità, con i mezzi di comunicazione, stravolge la realtà, rendendola semplicemente visione lontana e irreale.

Si sono dileguati i concetti di persona, di comunità, di dignità. Vengono in mente le parole della Lettera di Giacomo che è stata letta recentemente nella messa domenicale: «Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!» Un’analisi datata duemila anni fa!

Senza entrare nei dettagli di studi sociologici complessi, è esperienza comune registrare le difficoltà che la proposta religiosa incontra nelle nostre parrocchie per suggerire ascolto e dialogo.

Il papa ne è convinto: «Se la parrocchia è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo, mi raccomando: lasciate aperte porte e finestre, non vi limitate a prendere in considerazione solo chi frequenta o la pensa come voi – che saranno il 3, 4 o 5%, non di più. Permettete a tutti di entrare… Permettete a voi stessi di andare incontro e lasciarsi interrogare, che le loro domande siano le vostre domande, permettete di camminare insieme: lo Spirito vi condurrà, abbiate fiducia nello Spirito. Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza».

Da qui la proposta di un affidamento allo Spirito perché riporti saggezza.

Rimane intatta la domanda sul che cosa fare. Avere fiducia significa essere testimoni di un Dio che ha donato alla terra e all’umanità le occasioni per la visione beatifica del regno di Dio. Quel “lasciatevi sconvolgere” delle parole del papa, al di là di piccoli esperimenti, ha indicato la via di comportamento.

Siamo fermi a 50 anni fa

La nostra organizzazione ecclesiale è ferma sostanzialmente agli anni ’50: liturgia, catechesi, carità, pietà popolare sono rimaste le stesse. Di fronte alle trasformazioni si sono approfonditi i temi della secolarizzazione, della nuova evangelizzazione, della riscoperta della catechesi battesimale: tentativi che si sono dimostrati insufficienti nella realtà che ha annullato antiche sintesi.

Non ci siamo resi conto della velocità delle trasformazioni e – per essere sinceri – non è stata compresa la loro portata. Per due motivi: il primo è consistito nel non avere strumenti di lettura, il secondo nel rimanere fedeli a quanto la liturgia, la morale, la teologia ci avevano suggerito nel dopoguerra. Il problema vero è una nuova visione del mondo enormemente lontana dai comportamenti trascorsi.

Il divario di sintesi religiosa e mondo sociale è diventata enorme.

Al di là dell’opera dello Spirito e della fiducia in Dio, un’indicazione della lettera di papa Francesco che può essere letta è nelle sue parole: «Prima di incominciare questo cammino sinodale, a che cosa siete più inclini: a custodire le ceneri della Chiesa, cioè della vostra associazione, del vostro gruppo, o a custodire il fuoco? Siete più inclini ad adorare le vostre cose, che vi chiudono – io sono di Pietro, io sono di Paolo, io sono di questa associazione, voi dell’altra, io sono prete, io sono vescovo – o vi sentite chiamati a custodire il fuoco dello Spirito?».

L’immagine del fuoco e delle ceneri può aiutare a indicare la via. Occorre coraggio nel mettere mano a una serie di decisioni che appartengono alle ceneri, ma che in realtà nascondono il fuoco.

La riforma della Curia romana, l’aggregazione delle diocesi, le chiese dismesse, la riorganizzazione diocesana, i nuovi gruppi ecclesiali, le giovani e le antiche Congregazioni religiose, gli scandali, l’uso delle proprietà ecclesiastiche sono temi pertinenti al Sinodo.

I ragazzi e le giovani famiglie

Sicuramente non bastano; distinguere il fuoco dalle ceneri non è facile. Eppure è possibile concentrarsi sulle briciole che l’animo umano nasconde e non dimentica. Probabilmente l’opera dello Spirito opera in quelle briciole.

Da qui l’impegno a non aver paura delle circostanze che sono cambiate, ma di restare fermi nella sostanza del messaggio evangelico. Pastoralmente significa rimanere nella verità della fede, non sottolineando eccezioni e contraddizioni.

Soprattutto in due ambiti di impegno che restano significativi: i ragazzi e le giovani famiglie. Di fronte agli adolescenti, i genitori e gli adulti rimangono senza risposte. I loro figli hanno abbreviato le tappe della loro crescita; sono diventati aggressivi, ma anche fragili e facilmente influenzabili. Sono soprattutto “digitali nativi”. Girano il mondo della rete e sono propensi a seguire miti e tendenze.

I nostri oratori sono attrattivi per troppo pochi soggetti: occorre andare a cercare i ragazzi, superare la loro diffidenza, comprendendone linguaggi e atteggiamenti. Si mostrano a chi così agisce, che hanno cuore, generosità e soprattutto apprezzamento per quanti si prendono cura di loro.

Una cultura prima ancora di una religione

Le giovani famiglie interpretano soggettivamente leggi, indicazioni, emozioni, affetti. Hanno bisogno di essere accompagnate, suggerendo responsabilità. Avvertono il loro impegno, anche se non sono ancora decisi di che fare della loro vita. Si avvitano tra i rimpianti della giovinezza e la maturità non ancora raggiunta. È utile accompagnarli, sostenerli, rendersi sensibili alle loro solitudini.

La strada della catechesi è sui grandi temi che pure giovani e adulti avvertono: il lavoro, l’ambiente, l’ecologia, gli affetti, le responsabilità, il mondo.

Di fronte al cataclisma dei cambiamenti, una tentazione è quella di stringersi in gruppi selezionati, piccoli e fedeli, dimenticando “le genti” che rimangono lontane.

Il soggetto della missione della Chiesa è il popolo, con tutte le variabili che esso rappresenta. Se non apparisse come eresia, siamo chiamati a diventare propositori di cultura, prima che di religione.

La nostra fede cristiana ci aiuta ad offrire una visione solare del mondo e delle sue creature: il rispetto, l’universalità, il perdono, la fraternità sono valori che valgono ancora di più nel clima delle apparenze, della bellezza, delle ricchezze. Non per impegno religioso, ma per la storia delle creature. Anche chi è ricco, potente e visibile, ha le sue paure che, guarda caso, si rivelano ancestrali: diventare povero, aver paura della morte.

Il Dio cristiano, rivelato da Gesù Cristo, sarà così cercato, incontrato, voluto bene. È un grave errore persistere nel rappresentare la “verità” di Gesù Cristo suggerendo adesione. Occorre prima di tutto condividere le condizioni di ogni creatura, perché la creatura si disponga a cercare risposte finali che la fragilità delle cose terrene non offre.

Non si tratta di moralismo, ma di un autentico percorso catechetico che parte dalla condizione umana per trovare in Dio la risposta solida e pacificatrice. Si placherà l’esigenza dell’immortalità che solo il Creatore può suggerire, fugando le ansie del futuro dopo la morte.

(Fonte: Settimananews - 29.09.2021) 


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[1] J. Baudrillard, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna, 1976; Z. Bauman, Vite di scarto, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008; IDEM, Vita liquida, Editori Laterza Roma-Bari, 2008

mercoledì 29 settembre 2021

Il Papa ai giovani della Youth 4 Climate: "Grazie per i sogni e i progetti di bene ... È il momento di prendere decisioni sagge per rendere possibile una cultura della cura, una cultura del condividere responsabile." (videomessaggio e tweet)

Il Papa ai giovani della Youth 4 Climate: 
"Grazie per i sogni e i progetti di bene ... È il momento di prendere decisioni sagge per rendere possibile una cultura della cura, una cultura del condividere responsabile."
(videomessaggio e tweet)
 

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DEL SEMINARIO PROMOSSO DALL’ITALIA
NELL’AMBITO DELLA "YOUTH4CLIMATE: DRIVING AMBITION"  

[Milano, 29 settembre 2021]


Cari giovani,

Desidero ringraziarvi per i sogni e i progetti di bene che voi avete e per il fatto che vi preoccupate tanto delle relazioni umane quanto della cura dell’ambiente. Grazie. È una preoccupazione che fa bene a tutti. Questa visione è capace di mettere in crisi il mondo degli adulti, poiché rivela il fatto che non solo siete preparati all’azione, ma siete anche disponibili all’ascolto paziente, al dialogo costruttivo e alla comprensione reciproca.

Perciò vi incoraggio a unire gli sforzi mediante un’ampia alleanza educativa per formare generazioni salde nel bene, mature, capaci di superare le frammentazioni e di ricostruire il tessuto delle relazioni di modo che possiamo giungere a una umanità più fraterna. Si dice che siete il futuro, ma in queste cose siete il presente, siete quelli che stanno costruendo oggi, nel presente, il futuro. Il Patto Educativo Globale – che è stato lanciato nel 2019 – va in questa direzione e cerca di dare risposte condivise al cambiamento storico che l’umanità sta sperimentando e che la pandemia ha reso ancora più evidente. Le soluzioni tecniche e politiche non sono sufficienti se non sono sostenute dalla responsabilità di ogni membro e da un processo educativo che favorisca un modello culturale di sviluppo e di sostenibilità incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. Ci dev’essere armonia tra le persone, uomini e donne, e l’ambiente. Non siamo nemici, non siamo indifferenti. Facciamo parte di questa armonia cosmica.

Attraverso idee e progetti comuni si potranno trovare soluzioni che superino la povertà energetica e che pongano la cura dei beni comuni al centro delle politiche nazionali e internazionali, favorendo la produzione sostenibile, l’economia circolare, la messa in comune delle tecnologie adeguate. È il momento di prendere decisioni sagge affinché si sappiano valorizzare le molte esperienze acquisite negli ultimi anni, al fine di rendere possibile una cultura della cura, una cultura del condividere responsabile.

Accompagno il vostro cammino e vi incoraggio a portare avanti il lavoro per il bene dell’umanità. Dio vi benedica tutti! Grazie.

Guarda il videomessaggio

 
Il video messaggio è stato diffuso anche con un tweet
 


Processo Xenia contro Mimmo Lucano - L’obbedienza non è una virtù

Processo Xenia contro Mimmo Lucano

L’obbedienza non è una virtù

Tra i testimoni al processo contro l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, anche padre Alex Zanotelli e monsignor Giancarlo Bregantini. Mentre si aspetta la sentenza, attesa per il 30 settembre, il missionario comboniano invia a Nigrizia un audio di sostegno, in cui ricorda la lezione morale di don Milani

Alex Zanotelli (a destra) e Mimmo Lucano

È prevista domani, 30 settembre, presso il tribunale di Locri, la sentenza per il processo “Xenia” contro Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, piccolo paesino della Locride, diventato in tutto il mondo simbolo d’accoglienza e integrazione.

Tra le tante persone chiamate a testimoniare, anche padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e amico di Lucano. Uno tra i primi a schierarsi in sua difesa. Insieme a un altro uomo di chiesa, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano e per tredici anni vescovo di Locri, anche lui teste al processo, come racconta padre Zanotelli in questo audio.


L’accusa ha chiesto per l’ex primo cittadino di Riace una condanna di 7 anni e 11 mesi per una serie di reati che vanno dall’abuso di ufficio al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, dall’associazione a delinquere alla truffa, dal peculato a turbativa d’asta e falsità ideologica. Accuse che, nel tempo, già il giudice delle indagini preliminari aveva messo in discussione.

Sia padre Zanotelli che l’avvocato di Lucano, Giuliano Pisapia, diventato suo difensore a gennaio di quest’anno, hanno ricordato in aula la principale lezione morale di don Milani: “L’obbedienza non è una virtù”.

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Per approfondire proponiamo alcuni dei nostri post precedenti:


«Andiamo avanti con questa fiducia: tutti siamo stati giustificati, siamo giusti in Cristo. Dobbiamo attuare questa giustizia con il nostro operato.» Papa Francesco Udienza Generale 29/09/2021 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 settembre 2021


Una catechesi dall’impronta fortemente teologica, che tocca profondamente la vita dell’uomo, quella proposta da Francesco che riprende la riflessione sulla Lettera di San Paolo ai Galati.



 









Catechesi sulla Lettera ai Galati: 9. La vita nella fede


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro percorso per comprendere meglio l’insegnamento di San Paolo, ci incontriamo oggi con un tema difficile ma importante, quello della giustificazione. Cos’è, la giustificazione? Noi, da peccatori, siamo diventati giusti. Chi ci ha fatto giusti? Questo processo di cambiamento è la giustificazione. Noi, davanti a Dio, siamo giusti. È vero, abbiamo i nostri peccati personali, ma alla base siamo giusti. Questa è la giustificazione. Si è tanto discusso su questo argomento, per trovare l’interpretazione più coerente con il pensiero dell’Apostolo e, come spesso accade, si è giunti anche a contrapporre le posizioni. Nella Lettera ai Galati, come pure in quella ai Romani, Paolo insiste sul fatto che la giustificazione viene dalla fede in Cristo. “Ma, io sono giusto perché compio tutti i comandamenti!”. Sì, ma da lì non ti viene la giustificazione, ti viene prima: qualcuno ti ha giustificato, qualcuno ti ha fatto giusto davanti a Dio. “Sì, ma sono peccatore!”. Sì sei giusto, ma peccatore, ma alla base sei giusto. Chi ti ha fatto giusto? Gesù Cristo. Questa è la giustificazione.

Cosa si nasconde dietro la parola “giustificazione”, che è così decisiva per la fede? Non è facile arrivare a una definizione esaustiva, però nell’insieme del pensiero di San Paolo si può dire semplicemente che la giustificazione è la conseguenza della «misericordia di Dio che offre il perdono» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1990). E questo è il nostro Dio, così tanto buono, misericordioso, paziente, pieno di misericordia, che continuamente dà il perdono, continuamente. Lui perdona, e la giustificazione è Dio che perdona dall’inizio ognuno, in Cristo. La misericordia di Dio che dà il perdono. Dio, infatti, attraverso la morte di Gesù - e questo dobbiamo sottolinearlo: attraverso la morte di Gesù – ha distrutto il peccato e ci ha donato in maniera definitiva il perdono e la salvezza. Così giustificati, i peccatori sono accolti da Dio e riconciliati con Lui. È come un ritorno al rapporto originario tra il Creatore e la creatura, prima che intervenisse la disobbedienza del peccato. La giustificazione che Dio opera, pertanto, ci permette di recuperare l’innocenza perduta con il peccato. Come avviene la giustificazione? Rispondere a questo interrogativo equivale a scoprire un’altra novità dell’insegnamento di San Paolo: che la giustificazione avviene per grazia. Solo per grazia: noi siamo stati giustificati per pura grazia. “Ma io non posso, come fa qualcuno, andare dal giudice e pagare perché mi dia giustizia?”. No, in questo non si può pagare, ha pagato uno per tutti noi: Cristo. E da Cristo che è morto per noi viene quella grazia che il Padre dà a tutti: la giustificazione avviene per grazia.

L’Apostolo ha sempre presente l’esperienza che ha cambiato la sua vita: l’incontro con Gesù risorto sulla via di Damasco. Paolo era stato un uomo fiero, religioso, zelante, convinto che nella scrupolosa osservanza dei precetti consistesse la giustizia. Adesso, però, è stato conquistato da Cristo, e la fede in Lui lo ha trasformato nel profondo, permettendogli di scoprire una verità fino ad allora nascosta: non siamo noi con i nostri sforzi che diventiamo giusti, no: non siamo noi; ma è Cristo con la sua grazia a renderci giusti. Allora Paolo, per avere una piena conoscenza del mistero di Gesù, è disposto a rinunciare a tutto ciò di cui prima era ricco (cfr Fil 3,7), perché ha scoperto che solo la grazia di Dio lo ha salvato. Noi siamo stati giustificati, siamo stati salvati per pura grazia, non per i nostri meriti. E questo ci dà una fiducia grande. Siamo peccatori, sì; ma andiamo sulla strada della vita con questa grazia di Dio che ci giustifica ogni volta che noi chiediamo perdono. Ma non in quel momento, giustifica: siamo già giustificati, ma viene a perdonarci un’altra volta.

La fede ha per l’Apostolo un valore onnicomprensivo. Tocca ogni momento e ogni aspetto della vita del credente: dal battesimo fino alla partenza da questo mondo, tutto è impregnato dalla fede nella morte e risurrezione di Gesù, che dona la salvezza. La giustificazione per fede sottolinea la priorità della grazia, che Dio offre a quanti credono nel Figlio suo senza distinzione alcuna.

Perciò non dobbiamo concludere, comunque, che per Paolo la Legge mosaica non abbia più valore; essa, anzi, resta un dono irrevocabile di Dio, è – scrive l’Apostolo – «santa» (Rm 7,12). Pure per la nostra vita spirituale è essenziale osservare i comandamenti, ma anche in questo non possiamo contare sulle nostre forze: è fondamentale la grazia di Dio che riceviamo in Cristo, quella grazia che ci viene dalla giustificazione che ci ha dato Cristo, che ha già pagato per noi. Da Lui riceviamo quell’amore gratuito che ci permette, a nostra volta, di amare in modo concreto.

In questo contesto, è bene ricordare anche l’insegnamento che proviene dall’apostolo Giacomo, il quale scrive: «L’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede – sembrerebbe il contrario, ma non è il contrario –. […] Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta» (Gc 2,24.26). La giustificazione, se non fiorisce con le nostre opere, sarà lì, sotto terra, come morta. C’è, ma noi dobbiamo attuarla con il nostro operato. Così le parole di Giacomo integrano l’insegnamento di Paolo. Per entrambi, quindi, la risposta della fede esige di essere attivi nell’amore per Dio e nell’amore per il prossimo. Perché “attivi in quell’amore”? Perché quell’amore ci ha salvato tutti, ci ha giustificati gratuitamente, gratis!

La giustificazione ci inserisce nella lunga storia della salvezza, che mostra la giustizia di Dio: di fronte alle nostre continue cadute e alle nostre insufficienze, Egli non si è rassegnato, ma ha voluto renderci giusti e lo ha fatto per grazia, attraverso il dono di Gesù Cristo, della sua morte e risurrezione. Alcune volte ho detto com’è il modo di agire di Dio, qual è lo stile di Dio, e l’ho detto con tre parole: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Sempre è vicino a noi, è compassionevole e tenero. E la giustificazione è proprio la vicinanza più grande di Dio con noi, uomini e donne, la compassione più grande di Dio verso di noi, uomini e donne, la tenerezza più grande del Padre. La giustificazione è questo dono di Cristo, della morte e risurrezione di Cristo che ci fa liberi. “Ma, Padre, io sono peccatore, ho rubato…”. Sì, ma alla base sei un giusto. Lascia che Cristo attui quella giustificazione. Noi non siamo condannati, alla base, no: siamo giusti. Permettetemi la parola: siamo santi, alla base. Ma poi, con il nostro operato diventiamo peccatori. Ma, alla base, si è santi: lasciamo che la grazia di Cristo venga su e quella giustizia, quella giustificazione ci dia la forza di andare avanti. Così, la luce della fede ci permette di riconoscere quanto sia infinita la misericordia di Dio, la grazia che opera per il nostro bene. Ma la stessa luce ci fa anche vedere la responsabilità che ci è affidata per collaborare con Dio nella sua opera di salvezza. La forza della grazia ha bisogno di coniugarsi con le nostre opere di misericordia, che siamo chiamati a vivere per testimoniare quanto è grande l’amore di Dio. Andiamo avanti con questa fiducia: tutti siamo stati giustificati, siamo giusti in Cristo. Dobbiamo attuare questa giustizia con il nostro operato.

Guarda il video della catechesi


Saluti

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APPELLO

Ho appreso con dolore la notizia degli attacchi armati avvenuti domenica scorsa contro i villaggi di Madamai e Abun, nel nord della Nigeria. Prego per coloro che sono morti, per quanti sono rimasti feriti e per l’intera popolazione nigeriana. Auspico che sia sempre garantita nel Paese l’incolumità di tutti i cittadini.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Apostole del Sacro Cuore e l’Arciconfraternita dell’Addolorata di Casolla. Esorto ciascuno a saper riconoscere e seguire la voce del Maestro interiore, che parla nel segreto della coscienza.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli, che oggi sono tanti. L’odierna festa degli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, insieme con quella imminente dei santi Angeli Custodi, costituisce un invito ad essere sempre attenti ai disegni divini ed alla loro manifestazione. Non esitate a percorrere con fiducia le vie che la divina Provvidenza ogni giorno vi indica. E anche non dimentichiamo la prossima festa di Santa Teresa di Gesù Bambino: lei, con la sua semplicità, con la sua strada breve, quella piccola strada, ci aiuti ad andare avanti nella via della santità e ci benedica.

A tutti la mia benedizione.


Guarda il video integrale


Verso il sinodo: bisogna “esporre la Chiesa alla libertà dello Spirito”. Intervista al teologo Andrea Grillo

Verso il sinodo: bisogna 
“esporre la Chiesa alla libertà dello Spirito”.
 
Intervista al teologo Andrea Grillo

La Chiesa cattolica, per via della ferma volontà di papa Francesco, si avvia a vivere a livello globale un periodo caratterizzato in modo particolare dal richiamo alla sinodalità. Un tempo di ascolto, discernimento, studio, riflessione e preghiera è quello che inizia in questi giorni destinato a continuare quel processo di aggiornamento sancito dall’insegnamento del Concilio Vaticano II. Parliamo di questo tema con Andrea Grillo. Docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma e di Liturgia all’Abbazia di Santa Giustina di Padova, Grillo ha insegnato come professore invitato presso la Facoltà Teologica di Lugano e la Pontificia Università Gregoriana.



– All’inizio del documento preparatorio in vista del prossimo cammino sinodale – intitolato Per la Chiesa sinodale. Comunione. Partecipazione. Missione – i vescovi affermano che “la Chiesa di Dio è convocata in Sinodo”. Professore Grillo, a suo parere, cosa significa questa espressione per i credenti del XXI secolo?

L’espressione è tutt’altro che chiara e rischia di essere assunta come parte di un “linguaggio da iniziati” che smentisce proprio l’intenzione con cui avviene questa convocazione: ossia di esporre la Chiesa alla libertà dello Spirito. Questo mi pare l’intento fondamentale, che traduce, quasi 60 anni dopo, ciò che i “segni dei tempi” hanno significato per la stagione conciliare. Il fatto che la “sinodalità” sia assunta come forma, come stile e come struttura indica bene un elemento di “inquietudine” e di “immaginazione” di cui la Chiesa deve tornare a comprendere la necessità per il suo stesso modo di essere.

– Il processo sinodale sottolinea la grande rilevanza del “camminare insieme”. Probabilmente, la complessità della cultura e dei fenomeni sociali, economici e politici del nostro tempo rendono ardua l’impresa del percorrere in modo comunitario le vie della storia. È chiaro che l’impegno al “camminare insieme” è fondamentale per qualsiasi gruppo umano. Tuttavia, nel caso dei cristiani radunati dall’invito del maestro di Nazareth, la fatica comune quale significato assume e verso quale meta tende?

La triade che funge da sottotitolo – comunione, partecipazione, missione – descrive bene l’orizzonte di questo “camminare insieme”. Ciò che forse può sorprendere è la “inversione” delle priorità, che la sinodalità esige in modo radicale. Ossia che solo un previo ascolto a tappeto, di ogni esperienza umana e cristiana, diventa la condizione per vivere la esperienza ecclesiale come “comunione”. Si esce dall’idea che una “idea” o “concetto” di comunione sia la condizione per poter vivere in modo coerente. Si comincia da una esposizione alla esperienza comune.

– Tanto la tradizione quanto il magistero attestano che la Chiesa è costitutivamente sinodale. Se è vero che dalle istituzioni politiche non è opportuno prendere in prestito il metodo democratico, come del resto quello monarchico e oligarchico, qual è – nel nostro tempo – la modalità migliore per vivere simile aspetto fondamentale dell’identità ecclesiale?

Questo punto è delicatissimo e non deve essere esasperato. Cerco di spiegarmi. È vero che i “modelli politici” non funzionano immediatamente come ispiratori diretti della esperienza sinodale. E tuttavia non si può negare che sull’ esperienza medievale e moderna della Chiesa i modelli politici imperiali e dell’assolutismo hanno avuto un forte peso nel farci vivere l’esercizio del potere, la gestione della autorità, il modo di intendere il servizio e la nostra stessa identità. È allora inevitabile che alcune modalità “democratiche” possano e debbano diventare lo strumento perché la Chiesa sia davvero libera di ascoltare lo Spirito. Non per stabilire “maggioranze” o “minoranze”, ma per garantire un confronto reale e serio. Se nel gestire un processo sinodale un vescovo volesse, per così dire, “nascondere nel cassetto” il testo di un questionario, come è accaduto in occasione del Sinodo sulla famiglia, la comunità ecclesiale dovrà essere salvaguardata da questi arbitrii, che non hanno nulla della obbedienza della fede e molto dei meccanismi mafiosi di una struttura feudale.

– Le sfide dell’attualità connesse alla crisi ambientale, ai vari fondamentalismi, agli effetti negativi della globalizzazione, alla diffusione della cultura dei diritti individuali, quanto e come potranno influenzare i lavori del cammino sinodale?

Il primo livello – o step – del lavoro sinodale sarà una lunga procedura di ascolto. Lo ha detto bene papa Francesco alla sua diocesi: ascoltarsi radicalmente per ascoltare lo Spirito che ha la prima parola. Per ascoltarsi davvero bisogna mettere da parte le letture ideologiche, del passato come del presente, e aver orecchi molto sensibili. Sempre nel discorso alla sua diocesi Francesco usa due espressioni decisive: “lasciarsi sconvolgere dal dialogo” e far uso di una “ermeneutica pellegrina”. In gioco vi sono forme di vita che vengono profondamente alterate da diversi squilibri: quelli del rapporto con l’ambiente o con letture univoche del reale. Spesso dimentichiamo che una “cultura dei diritti individuali”, che troppo spesso nella Chiesa viene solo demonizzata, è una delle condizioni per “vedere” le ingiustizie, per elaborare la fortezza, e per avere una vera prudenza. Certo occorre equilibrio, ma la domanda di sinodalità è custodia della comunione ecclesiale solo se sa dare la prima parola allo Spirito, che è movimento e libertà. Questo – dice Francesco – non è il frutto dell’ultimo Concilio (Vaticano II), ma del primo (Gerusalemme), come attestato dagli Atti degli Apostoli.

– Attraverso un cammino composto da tre fasi – narrativa, sapienziale e profetica – anche la Chiesa italiana si appresta a vivere il cammino sinodale voluto tenacemente da papa Francesco il quale, sin dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, ha invitato le comunità cattoliche sparse nel nostro Paese a vivere la sinodalità. Secondo lei, perché è importante che la Chiesa italiana viva bene questo cammino sinodale?

È un paradosso, ma una parte della Chiesa italiana sembra volersi “difendere” dal Sinodo. Come se il Sinodo possa essere un elemento di “crisi” per una Chiesa che non ne ha bisogno. Credo che questa sia una occasione storica, in cui l’effetto di “trascinamento” dell’elaborazione sinodale a livello di Chiesa universale può giovare a rivedere il passo della Chiesa italiana. Francesco lo dice apertis verbis: dobbiamo lasciarci mettere in crisi dall’ascolto. Senza predeterminare i contenuti dell’ascolto – è una tentazione che già si è manifestata con chiarezza – l’apertura alla esperienza di tutto e di tutti, anzitutto degli emarginati e degli sminuiti, diventa decisiva, per riacquisire una vera identità, aperta allo Spirito e libera di seguirlo. Una delle ossessioni più negative che minaccia la grande tradizione italiana sarebbe oggi quella di non voler rinunciare ad identificarsi nei peggiori stereotipi con cui viene confusa, tanto al suo interno come al suo esterno. È una sfida grande, dura, esigente, ma credo che possa essere appassionante e che valga la pena di essere presa del tutto sul serio.

Vedi anche il post (all'interno link a quelli precedenti)


martedì 28 settembre 2021

Papa Francesco: Il Concilio, luce per portare al mondo la fraternità

Papa Francesco: Il Concilio,
luce per portare al mondo la fraternità

Il testo inedito del Papa

“Fraternità Segno dei Tempi. Il magistero sociale di Papa Francesco”
 il libro del cardinale Michael Czerny e di don Christian Barone con prefazione di Papa Francesco.

Pubblichiamo la prefazione del Papa al volume “Fraternità Segno dei Tempi. Il magistero sociale di Papa Francesco” del cardinale Michael Czerny e di don Christian Barone, in libreria da giovedì prossimo. "La fraternità sarà più credibile - scrive il Pontefice - se iniziamo anche nella Chiesa a sentirci 'fratelli tutti' e a vivere i nostri rispettivi ministeri come servizio al Vangelo e all'edificazione del Regno di Dio e alla cura della Casa comune"


Il cuore del Vangelo è l’annuncio del Regno di Dio, che è Gesù in persona, l’Emmanuele e Dio con noi. In Lui, infatti, Dio realizza in modo definitivo il Suo progetto d’amore per l’umanità, stabilendo la Sua signoria sulle creature e immettendo nella storia umana il germe della vita divina, che la trasforma dal di dentro.

Il Regno di Dio certamente non va identificato o confuso con una qualche realizzazione terrena e politica; tuttavia, non va neanche immaginato come una realtà puramente interiore, personale e spirituale, o come una promessa che riguarda solo l’aldilà. In realtà, la fede cristiana vive di questo affascinante e avvincente “para-dosso”, una parola molto cara al teologo gesuita Henri de Lubac: è ciò che Gesù, unito per sempre alla nostra carne, realizza già qui e ora, aprendoci alla relazione con Dio Padre e operando una continua liberazione nella vita e nella storia che viviamo, perché in Lui il Regno di Dio si è ormai fatto vicino (cfr. Mc 1,12-15); al contempo, mentre siamo in questa carne, il Regno rimane anche una promessa, un anelito profondo che ci portiamo dentro, un grido che si leva dalla creazione ancora segnata dal male, che geme e soffre fino al giorno della sua piena liberazione (cfr. Rm 8,19-24).

Il Regno annunciato da Gesù, perciò, è una realtà viva, dinamica, che ci invita alla conversione e chiede alla nostra fede di uscire dalla staticità di una religiosità individuale o ridotta a legalismo, per essere invece una inquieta e continua ricerca del Signore e della Sua Parola, che ogni giorno ci chiama a collaborare all’opera di Dio nelle diverse situazioni della vita e della società. In modi diversi, spesso silenziosi e anonimi, spesso anche dentro la storia dei nostri fallimenti e delle nostre ferite, il Regno di Dio si sta realizzando nel nostro cuore e nella storia attorno a noi; come un piccolo seme nascosto nel terreno (cfr. Mt 13,31-32), come un po’ di lievito che fermenta la pasta (Mt 13,24-30), Gesù immette nella nostra storia i segni della vita nuova che è venuto a inaugurare e ci chiede di collaborare con Lui in questa opera di salvezza: ciascuno di noi può contribuire a realizzare l’opera del Regno di Dio nel mondo, aprendo spazi di salvezza e di liberazione, seminando la speranza, sfidando le logiche mortifere dell’egoismo con la fraternità evangelica, impegnandosi nella tenerezza e nella solidarietà a favore del prossimo, specialmente dei più poveri.

Non bisogna mai neutralizzare questa dimensione sociale della fede cristiana. Come ho ricordato anche in Evangelii gaudium, il kerigma della fede cristiana possiede in se stesso un contenuto sociale, invitando alla costruzione di una società in cui trionfi la logica delle beatitudini e di un mondo solidale e fraterno. Il Dio amore, che in Gesù ci invita a vivere il comandamento dell’amore fraterno, guarisce attraverso l’amore le nostre relazioni interpersonali e sociali e ci chiama a essere operatori di pace e di fraternità tra di noi: «La proposta è il Regno di Dio (Lc 4,43); si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Dunque, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali» (Evangelii gaudium, 180). 

In questo senso, la cura della nostra Madre Terra e l’impegno a edificare una società solidale in cui siamo “fratelli tutti”, non solo non sono estranei alla nostra fede, ma ne sono una realizzazione concreta. Questo è il fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa. Non è un semplice risvolto sociale della fede cristiana, ma una realtà che ha un fondamento teologico: l’amore di Dio per l’umanità e il Suo disegno di amore e di fraternità che Egli realizza nella storia per mezzo di Gesù Cristo Suo Figlio, al quale i credenti sono intimamente uniti per mezzo dello Spirito. Per questo sono grato al Card. Michael Czerny e a Don Christian Barone, fratelli nella fede, per questo contributo che offrono sulla fraternità e per queste pagine che, mentre hanno l’intento di introdurre all’Enciclica Fratelli Tutti, cercano di portare alla luce e di esplicitare il profondo legame tra l’attuale Magistero sociale e le affermazioni del Concilio Vaticano II.

Talvolta questo legame a prima vista non emerge e provo a spiegare il perché. Nella storia dell’America Latina in cui sono stato immerso, prima da giovane studente gesuita e poi nell’esercizio del ministero, abbiamo respirato un clima ecclesiale che, con entusiasmo, ha assorbito e fatte proprie le intuizioni teologiche, ecclesiali e spirituali del Concilio e le ha inculturate e attuate. Per noi più giovani il Concilio diventò l’orizzonte del nostro credere, dei nostri linguaggi e della nostra prassi, cioè diventò ben presto il nostro ecosistema ecclesiale e pastorale, ma non prendemmo l’abitudine di citare spesso i decreti conciliari o soffermarci su riflessioni di tipo speculativo. Semplicemente, il Concilio era entrato nel nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa e, nel corso della vita, le mie intuizioni, le mie percezioni e la mia spiritualità furono semplicemente generate dalle suggestioni della dottrina del Vaticano II. Non c’era tanto bisogno di citare i testi del Concilio. Oggi, probabilmente, passati diversi decenni e trovandoci in un mondo – anche ecclesiale – profondamente cambiato, è necessario rendere più espliciti i concetti-chiave del Concilio Vaticano II, i fondamenti delle sue argomentazioni, il suo orizzonte teologico e pastorale, gli argomenti e il metodo che esso ha utilizzato.

Card. Michael e Don Christian, nella prima parte di questo prezioso libro, ci aiutano molto in questo. Loro leggono e interpretano il Magistero sociale che cerco di portare avanti, portando alla luce qualcosa che si trova un po’ sommerso tra le righe, cioè l’insegnamento del Concilio come base fondamentale, punto di partenza, luogo che genera domande e idee e che, perciò, orienta anche l’invito che oggi rivolgo alla Chiesa e al mondo intero sulla fraternità. Perché la fraternità, che è uno dei segni dei tempi che il Vaticano II porta alla luce, è ciò di cui ha molto bisogno il nostro mondo e la nostra Casa comune, nella quale siamo chiamati a vivere come fratelli e sorelle. In questo orizzonte, poi, il libro che mi accingo a presentare ha anche il vantaggio di rileggere nell’oggi l’intuizione conciliare di una Chiesa aperta, in dialogo con il mondo. Alle domande e alle sfide del mondo moderno, il Vaticano II cercò di rispondere con il respiro di Gaudium et Spes; ma oggi proseguendo nel solco di quel cammino tracciato dai Padri conciliari, ci accorgiamo che c’è bisogno non solo di una Chiesa nel mondo moderno e in dialogo con esso, ma soprattutto di una Chiesa che si pone al servizio dell’uomo, prendendosi cura del creato e annunciando e realizzando una nuova fraternità universale, in cui i rapporti umani siano guariti dall’egoismo e dalla violenza e siano fondati sull’amore reciproco, sull’accoglienza, sulla solidarietà.

Se è la storia odierna a chiederci questo, specialmente in una società fortemente segnata da squilibri, ferite e ingiustizie, ci accorgiamo che anche questo è nello spirito del Concilio, che ci ha invitati a leggere e ascoltare i segnali derivanti dalla storia umana. Il libro del Card. Michael e di Don Christian ha anche questo merito: ci offre una riflessione sulla metodologia utilizzata dalla teologia post conciliare e dallo stesso Magistero sociale, mostrando come essa sia intimamente connessa alla metodologia usata dal Concilio, cioè un metodo storico-teologico-pastorale, in cui la storia è luogo della rivelazione di Dio, la teologia sviluppa gli orientamenti attraverso una riflessione e la pastorale li incarna nella prassi ecclesiale e sociale. In tal senso, il Magistero del Santo Padre ha sempre bisogno di ascoltare la storia e ha bisogno del contributo della teologia. Infine, vorrei ringraziare il Card. Czerny anche per il coinvolgimento, in questo lavoro, di un giovane teologo il Don Barone. Questa unione è feconda: un cardinale, chiamato al servizio della Santa Sede e a essere una guida pastorale, e un teologo fondamentale. È un esempio di come si possono unire lo studio, la riflessione e l’esperienza ecclesiale, e anche questo ci indica un metodo: una voce ufficiale e una voce giovane, insieme. Così occorre camminare sempre: il Magistero, la teologia, la prassi pastorale, la leadership. Sempre insieme. La fraternità sarà più credibile, se iniziamo anche nella Chiesa a sentirci “fratelli tutti” e a vivere i nostri rispettivi ministeri come servizio al Vangelo e all’edificazione del Regno di Dio e alla cura della Casa comune.


Il 30 settembre in diretta streaming su Vatican News dalla Sala Barberini della Biblioteca Apostolica, sarà presentato il volume “Fraternità Segno dei Tempi. Il magistero sociale di Papa Francesco” del Cardinale Michael Czerny e Don Christian Barone, con prefazione di Papa Francesco.

Interverranno: suor Alessandra Smerilli, Segretario ad interim del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; il dott. Aboubakar Soumahoro, Presidente Lega Braccianti e portavoce Invisibili in Movimento; don Armando Matteo, Sottosegretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Modera il dott. Gerard O’Connell, corrispondente dal Vaticano per “America”.

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NON LASCIAMO SOLI I NOSTRI ANZIANI

NON LASCIAMO SOLI I NOSTRI ANZIANI

L’impatto della pandemia sulla terza età, anche in termini di isolamento, ha messo in luce l'importanza di un'assistenza capace di mettere al centro la persona per dargli voglia e forza di vivere e lottare


Chi, nel proprio percorso di vita, ha avuto la fortuna di trascorrere un po’ di tempo con un nonno o una nonna lo sa: le persone anziane rappresentano una miniera di ricordi, storie, emozioni. Tuttavia, si registra un forte problema legato alla solitudine delle persone anziane in epoca Covid. Dai dati Istat scopriamo che il 30% degli anziani che vivono soli soffre di negazione degli stimoli e di mancanza di coinvolgimento sociale. Un problema non solo italiano, basti pensare che a partire dal 2018 in Inghilterra, per affrontare questa emergenza, hanno istituito il Ministero della solitudine: uno specifico apparato ai massimi livelli statali che possa affrontare la problematica da tutti i suoi punti di vista.

Partiamo da un dato concreto: il 22,8 % della popolazione italiana ha un’età superiore ai 65 anni (fonte: Istat), quota destinata ad aumentare nei prossimi decenni. L’emergenza Covid-19 ha messo le fasce più fragili in uno stato di precarietà, sia dal punto di vista sanitario, che dal punto di vista sociale ed economico.

Il ruolo dell’anziano troppo spesso viene lasciato ai margini della società, come figura su cui non vale più la pena investire tempo e risorse. C’è un vuoto informativo che lascia soli familiari e caregiver, privi di una guida, di un supporto nella gestione delle attività legate all’assistenza, incluse quelle relative alla scelta e all’uso corretto dei dispositivi assorbenti.

Perché se è vero che i virus sono democratici e colpiscono tutti, è altrettanto vero che gli anziani e le fasce deboli in questa pandemia sono le categorie più colpite. A partire dai cambiamenti dello stile di vita e dall’impatto negativo sullo stato di salute fisica e psicologica che ne consegue.

Il ruolo dell’anziano deve tornare alla dignità che merita: non possiamo lasciarli soli. La domiciliarità dell’assistenza è il futuro: bisogna investire e sensibilizzare su questo tema.

Il solo fatto di essere costretto in casa, può esporre l’anziano a un declino cognitivo, e la mancanza di movimento rischia di renderlo più vulnerabile da un punto di vista fisico, aumentandone la fragilità. Lo stato di insicurezza, emarginazione, talvolta depressione che ne derivano ci spingono a porci una domanda fondamentale: cosa possiamo fare per arginare il problema della solitudine delle persone anziane?

Mettere al centro la persona, con i suoi bisogni e suoi diritti, può essere il primo passo, nonché la prima espressione di un Paese che vuole dirsi civile. Perché la singolarità di ogni storia non può essere trascurata, così come le sue relazioni attuali e passate, il suo bagaglio di vita, la sua famiglia di appartenenza.

Per individuare nuove prospettive assistenziali personalizzate, suggeriamo di partire dalla persona e dalle sue esigenze. Da qui l’ipotesi, che vogliamo condividere in un dibattito aperto e costruttivo, di formare figure professionali affettivamente ‘vicine’ all’anziano solo, che sappiano ascoltare la sua storia e ricordare il suo vissuto, mantenendone viva la traccia. Figure in grado di comprenderne le priorità, in possesso di tutti gli strumenti psicologici per aiutarlo e sostenerlo.

lunedì 27 settembre 2021

“Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto!” Messaggio di Papa Francesco per la XXXVI Giornata Mondiale della Gioventù 21 novembre 2021 (testo integrale)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXXVI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
21 novembre 2021


“Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto!” (cfr. At 26,16)

Carissimi giovani!

Vorrei ancora una volta prendervi per mano per proseguire insieme nel pellegrinaggio spirituale che ci conduce verso la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona nel 2023.

L’anno scorso, poco prima che si diffondesse la pandemia, firmavo il messaggio il cui tema era “Giovane, dico a te, alzati!” (cfr Lc 7,14). Nella sua provvidenza, il Signore già ci voleva preparare per la durissima sfida che stavamo per vivere.

Nel mondo intero si è dovuta affrontare la sofferenza per la perdita di tante persone care e per l’isolamento sociale. L’emergenza sanitaria ha impedito anche a voi giovani – per natura proiettati verso l’esterno – di uscire per andare a scuola, all'università, al lavoro, per incontrarvi... Vi siete trovati in situazioni difficili, che non eravate abituati a gestire. Coloro che erano meno preparati e privi di sostegno si sono sentiti disorientati. Sono emersi in molti casi problemi familiari, come pure disoccupazione, depressione, solitudine e dipendenze. Senza parlare dello stress accumulato, delle tensioni ed esplosioni di rabbia, dell’aumento della violenza.

Ma grazie a Dio questo non è l’unico lato della medaglia. Se la prova ci ha mostrato le nostre fragilità, ha fatto emergere anche le nostre virtù, tra cui la predisposizione alla solidarietà. In ogni parte del mondo abbiamo visto molte persone, tra cui tanti giovani, lottare per la vita, seminare speranza, difendere la libertà e la giustizia, essere artefici di pace e costruttori di ponti.

Quando un giovane cade, in un certo senso cade l'umanità. Ma è anche vero che quando un giovane si rialza, è come se si risollevasse il mondo intero. Cari giovani, quale grande potenzialità c’è nelle vostre mani! Quale forza portate nei vostri cuori!

Così oggi, ancora una volta, Dio dice a ciascuno di voi: “Alzati!”. Spero con tutto il cuore che questo messaggio ci aiuti a prepararci a tempi nuovi, a una nuova pagina nella storia dell’umanità. Ma non c’è possibilità di ricominciare senza di voi, cari giovani. Per rialzarsi, il mondo ha bisogno della vostra forza, del vostro entusiasmo, della vostra passione. È in questo senso che insieme a voi vorrei meditare sul brano degli Atti degli Apostoli in cui Gesù dice a Paolo: “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto” (cfr At 26,16).

Paolo testimone davanti al re

Il versetto a cui si ispira il tema della Giornata Mondiale della Gioventù 2021 è tratto dalla testimonianza di Paolo di fronte al re Agrippa, mentre si trova detenuto in prigione. Lui, un tempo nemico e persecutore dei cristiani, adesso è giudicato proprio per la sua fede in Cristo. A distanza di circa venticinque anni, l’Apostolo racconta la sua storia e l’episodio fondamentale del suo incontro con Cristo.

Paolo confessa che nel passato aveva perseguitato i cristiani, finché un giorno, mentre andava a Damasco per arrestarne alcuni, una luce “più splendente del sole” avvolse lui e i suoi compagni di viaggio (cfr At 26,13), ma solo lui udì “una voce”: Gesù gli rivolse la parola e lo chiamò per nome.

“Saulo, Saulo!”

Approfondiamo insieme questo avvenimento. Chiamandolo per nome, il Signore fa capire a Saulo che lo conosce personalmente. È come se gli dicesse: “So chi sei, so che cosa stai tramando, ma ciò nonostante mi rivolgo proprio a te”. Lo chiama due volte, in segno di una vocazione speciale e molto importante, come aveva fatto con Mosè (cfr Es 3,4) e con Samuele (cfr 1 Sam 3,10). Cadendo a terra, Saulo riconosce di essere testimone di una manifestazione divina, una rivelazione potente, che lo sconvolge, ma non lo annienta, anzi, lo interpella per nome.

In effetti, solo un incontro personale, non anonimo con Cristo cambia la vita. Gesù mostra di conoscere bene Saulo, di “conoscerlo dentro”. Anche se Saulo è un persecutore, anche se nel suo cuore c’è l’odio per i cristiani, Gesù sa che questo è dovuto all’ignoranza e vuole dimostrare in lui la sua misericordia. Sarà proprio questa grazia, questo amore non meritato e incondizionato, la luce che trasformerà radicalmente la vita di Saulo.

“Chi sei, Signore?”

Di fronte a questa presenza misteriosa che lo chiama per nome, Saulo chiede: «Chi sei, o Signore?» (At 26,15). Questa domanda è estremamente importante e tutti, nella vita, prima o poi la dobbiamo fare. Non basta aver sentito parlare di Cristo da altri, è necessario parlare con Lui personalmente. Questo, in fondo, è pregare. È un parlare direttamente a Gesù, anche se magari abbiamo il cuore ancora in disordine, la mente piena di dubbi o addirittura di disprezzo verso Cristo e i cristiani. Mi auguro che ogni giovane, dal profondo del suo cuore, arrivi a porre questa domanda: “Chi sei, o Signore?”.

Non possiamo dare per scontato che tutti conoscano Gesù, anche nell’era di internet. La domanda che molte persone rivolgono a Gesù e alla Chiesa è proprio questa: “Chi sei?”. In tutto il racconto della vocazione di San Paolo, è l’unica volta in cui lui parla. E alla sua domanda, il Signore risponde prontamente: «Io sono Gesù, che tu perseguiti» (ibid.).

“Io sono Gesù, che tu perseguiti!”

Attraverso questa risposta, il Signore Gesù rivela a Saulo un mistero grande: che Lui si identifica con la Chiesa, con i cristiani. Fino ad allora, Saulo non aveva visto nulla di Cristo se non i fedeli che aveva rinchiuso in prigione (cfr At 26,10), per la cui condanna a morte egli stesso aveva votato (ibid.). E aveva visto come i cristiani rispondevano al male con il bene, all’odio con l’amore, accettando le ingiustizie, le violenze, le calunnie e le persecuzioni sofferte per il nome di Cristo. Dunque, a ben vedere, Saulo in qualche modo – senza saperlo – aveva incontrato Cristo: lo aveva incontrato nei cristiani!

Quante volte abbiamo sentito dire: “Gesù sì, la Chiesa no”, come se l’uno potesse essere alternativo all’altra. Non si può conoscere Gesù se non si conosce la Chiesa. Non si può conoscere Gesù se non attraverso i fratelli e le sorelle della sua comunità. Non ci si può dire pienamente cristiani se non si vive la dimensione ecclesiale della fede.

“È duro per te rivoltarti contro il pungolo”

Queste sono le parole che il Signore rivolge a Saulo dopo che è caduto a terra. Ma è come se già da tempo gli stesse parlando in modo misterioso, cercando di attirarlo a sé, e Saulo stesse resistendo. Quello stesso dolce “rimprovero”, nostro Signore lo rivolge a ogni giovane che si allontana: “Fino a quando fuggirai da me? Perché non senti che ti sto chiamando? Sto aspettando il tuo ritorno”. Come il profeta Geremia, noi a volte diciamo: “Non penserò più a lui” (Ger 20,9). Ma nel cuore di ognuno c'è come un fuoco ardente: anche se ci sforziamo di contenerlo, non ci riusciamo, perché è più forte di noi.

Il Signore sceglie uno che addirittura lo perseguita, completamente ostile a Lui e ai suoi. Ma non esiste persona che per Dio sia irrecuperabile. Attraverso l’incontro personale con Lui è sempre possibile ricominciare. Nessun giovane è fuori della portata della grazia e della misericordia di Dio. Per nessuno si può dire: è troppo lontano… è troppo tardi… Quanti giovani hanno la passione di opporsi e andare controcorrente, ma portano nascosto nel cuore il bisogno di impegnarsi, di amare con tutte le loro forze, di identificarsi con una missione! Gesù, nel giovane Saulo, vede esattamente questo.

Riconoscere la propria cecità

Possiamo immaginare che, prima dell’incontro con Cristo, Saulo fosse in un certo senso “pieno di sé”, ritenendosi “grande” per la sua integrità morale, per il suo zelo, per le sue origini, per la sua cultura. Certamente era convinto di essere nel giusto. Ma, quando il Signore gli si rivela, viene “atterrato” e si ritrova cieco. Improvvisamente scopre di non essere capace di vedere, non solo fisicamente ma anche spiritualmente. Le sue certezze vacillano. Nel suo animo avverte che ciò che lo animava con tanta passione – lo zelo di eliminare i cristiani – era completamente sbagliato. Si rende conto di non essere il detentore assoluto della verità, anzi di esserne ben lontano. E, insieme alle sue certezze, cade anche la sua “grandezza”. Improvvisamente si scopre smarrito, fragile, “piccolo”.

Questa umiltà – coscienza della propria limitatezza – è fondamentale! Chi pensa di sapere tutto di sé, degli altri e persino delle verità religiose, farà fatica a incontrare Cristo. Saulo, diventato cieco, ha perso i suoi punti di riferimento. Rimasto solo, nel buio, le uniche cose chiare per lui sono la luce che ha visto e la voce che ha sentito. Che paradosso: proprio quando uno riconosce di essere cieco, comincia a vedere!

Dopo la folgorazione sulla via di Damasco, Saulo preferirà essere chiamato Paolo, che significa “piccolo”. Non si tratta di un nickname o di un “nome d’arte” – oggi tanto in uso anche tra la gente comune: l’incontro con Cristo lo ha fatto sentire veramente così, abbattendo il muro che gli impediva di conoscersi in verità. Egli afferma di se stesso: «Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1 Cor 15,9).

Santa Teresa di Lisieux, come altri santi, amava ripetere che l’umiltà è la verità. Oggigiorno tante “storie” condiscono le nostre giornate, specialmente sulle reti sociali, spesso costruite ad arte con tanto di set, telecamere, sfondi vari. Si cercano sempre di più le luci della ribalta, sapientemente orientate, per poter mostrare agli “amici” e followers un’immagine di sé che a volte non rispecchia la propria verità. Cristo, luce meridiana, viene a illuminarci e a restituirci la nostra autenticità, liberandoci da ogni maschera. Ci mostra con nitidezza quello che siamo, perché ci ama così come siamo.

Cambiare prospettiva

La conversione di Paolo non è un tornare indietro, ma l’aprirsi a una prospettiva totalmente nuova. Infatti, lui prosegue il cammino verso Damasco, ma non è più quello di prima, è una persona diversa (cfr At 22,10). Ci si può convertire e rinnovare nella vita ordinaria, facendo le cose che siamo soliti fare, ma con il cuore trasformato e motivazioni differenti. In questo caso, Gesù chiede espressamente a Paolo di andare fino a Damasco, dove era diretto. Paolo obbedisce, ma adesso la finalità e la prospettiva del suo viaggio sono radicalmente cambiate. D’ora in poi, vedrà la realtà con occhi nuovi. Prima erano quelli del persecutore giustiziere, d’ora in poi saranno quelli del discepolo testimone. A Damasco, Anania lo battezza e lo introduce nella comunità cristiana. Nel silenzio e nella preghiera, Paolo approfondirà la propria esperienza e la nuova identità donatagli dal Signore Gesù.

Non disperdere la forza e la passione dei giovani

L’atteggiamento di Paolo prima dell’incontro con Gesù risorto non ci è tanto estraneo. Quanta forza e quanta passione vivono anche nei vostri cuori, cari giovani! Ma se l’oscurità intorno a voi e dentro di voi vi impedisce di vedere correttamente, rischiate di perdervi in battaglie senza senso, perfino di diventare violenti. E purtroppo le prime vittime sarete voi stessi e coloro che vi sono più vicini. C’è anche il pericolo di lottare per cause che all’origine difendono valori giusti, ma che, portate all’esasperazione, diventano ideologie distruttive. Quanti giovani oggi, forse spinti dalle proprie convinzioni politiche o religiose, finiscono per diventare strumenti di violenza e distruzione nella vita di molti! Alcuni, nativi digitali, trovano nell’ambiente virtuale e nelle reti sociali il nuovo campo di battaglia, ricorrendo senza scrupoli all’arma delle fake news per spargere veleni e demolire i loro avversari.

Quando il Signore irrompe nella vita di Paolo, non annulla la sua personalità, non cancella il suo zelo e la sua passione, ma mette a frutto queste sue doti per fare di lui il grande evangelizzatore fino ai confini della terra.

Apostolo delle genti

Paolo in seguito sarà conosciuto come “l’apostolo delle genti”: lui, che era stato un fariseo scrupoloso osservante della Legge! Ecco un altro paradosso: il Signore ripone la sua fiducia proprio in colui che lo perseguitava. Come Paolo, ognuno di noi può sentire nel profondo del cuore questa voce che gli dice: “Mi fido di te. Conosco la tua storia e la prendo nelle mie mani, insieme a te. Anche se spesso sei stato contro di me, ti scelgo e ti rendo mio testimone”. La logica divina può fare del peggior persecutore un grande testimone.

Il discepolo di Cristo è chiamato ad essere «luce del mondo» (Mt 5,14). Paolo deve testimoniare quello che ha visto, ma adesso è cieco. Siamo di nuovo al paradosso! Ma proprio attraverso questa sua personale esperienza Paolo potrà immedesimarsi in coloro ai quali il Signore lo manda. Infatti, è costituito testimone «per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce» (At 26,18).

“Alzati e testimonia!”

Nell’abbracciare la vita nuova che ci è data nel battesimo, riceviamo anche una missione dal Signore: “Mi sarai testimone!”. È una missione a cui dedicarsi, che fa cambiare vita.

Oggi l’invito di Cristo a Paolo è rivolto a ognuno e ognuna di voi giovani: Alzati! Non puoi rimanere a terra a “piangerti addosso”, c’è una missione che ti attende! Anche tu puoi essere testimone delle opere che Gesù ha iniziato a compiere in te. Perciò, in nome di Cristo, ti dico:

- Alzati e testimonia la tua esperienza di cieco che ha incontrato la luce, ha visto il bene e la bellezza di Dio in se stesso, negli altri e nella comunione della Chiesa che vince ogni solitudine.

- Alzati e testimonia l’amore e il rispetto che è possibile instaurare nelle relazioni umane, nella vita familiare, nel dialogo tra genitori e figli, tra giovani e anziani.

- Alzati e difendi la giustizia sociale, la verità e la rettitudine, i diritti umani, i perseguitati, i poveri e i vulnerabili, coloro che non hanno voce nella società, gli immigrati.

- Alzati e testimonia il nuovo sguardo che ti fa vedere il creato con occhi pieni di meraviglia, ti fa riconoscere la Terra come la nostra casa comune e ti dà il coraggio di difendere l’ecologia integrale.

- Alzati e testimonia che le esistenze fallite possono essere ricostruite, che le persone già morte nello spirito possono risorgere, che le persone schiave possono ritornare libere, che i cuori oppressi dalla tristezza possono ritrovare la speranza.

- Alzati e testimonia con gioia che Cristo vive! Diffondi il suo messaggio di amore e salvezza tra i tuoi coetanei, a scuola, all’università, nel lavoro, nel mondo digitale, ovunque.

Il Signore, la Chiesa, il Papa, si fidano di voi e vi costituiscono testimoni nei confronti di tanti altri giovani che incontrate sulle “vie di Damasco” del nostro tempo. Non dimenticate: «Se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 120).

Alzatevi e celebrate la GMG nelle Chiese particolari!

Rinnovo a tutti voi, giovani del mondo, l’invito a prendere parte a questo pellegrinaggio spirituale che ci porterà a celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona nel 2023. Il prossimo appuntamento, però, è nelle vostre Chiese particolari, nelle diverse diocesi ed eparchie del mondo, dove, nella solennità di Cristo Re si celebrerà – a livello locale – la Giornata Mondiale della Gioventù 2021.

Spero che tutti noi possiamo vivere queste tappe come veri pellegrini e non come “turisti della fede”! Apriamoci alle sorprese di Dio, che vuole far risplendere la sua luce sul nostro cammino. Apriamoci ad ascoltare la sua voce, anche attraverso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Così ci aiuteremo gli uni gli altri a rialzarci insieme, e in questo difficile momento storico diventeremo profeti di tempi nuovi, pieni di speranza! La Beata Vergine Maria interceda per noi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 14 settembre 2021, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

FRANCESCO