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sabato 11 marzo 2023

Nel segno della tradizione ebraica - La fede domestica del Card. Carlo Maria Martini

Nel segno della tradizione ebraica
La fede domestica 
del Card. Carlo Maria Martini

Riprendiamo da «La Rivista del Clero Italiano», Anno XXXVII, luglio-agosto 2006, n. 7/8, pp. 802-809, un intervento del cardinale Carlo Maria Martini, pronunciato a Lodi pochi mesi prima. Sulla difficile trasmissione della fede, il cardinale approfondiva il metodo apostolico saldamente appoggiato alla tradizione ebraica.


Nel Nuovo Testamento la seconda lettera a Timoteo — insieme alla prima a Timoteo, nonché a quelle inviate a Tito e Filemone — è una delle poche scritte a destinatari singoli e “privati”, dal momento che la maggioranza delle lettere paoline e delle restanti apostoliche sono per lo più indirizzate a comunità. In questo pacchetto di lettere indirizzate a singoli destinatari, la 2 Timoteo possiede l’originalità di essere certamente la più affettuosa e ricca di emozioni, la più intima e familiare. Traboccante di affetti profondi, merita d’essere letta proprio con tutta la profondità del nostro cuore. (...) Colpisce qui che Paolo consideri la propria fede, il proprio apostolico servizio di Dio collocandolo nella linea di continuità dei suoi stessi antenati, cioè, evidentemente, in virtù della sua fede ebraica! (...) Sull’onda dei ricordi, Paolo ha poi ben presente la fede schietta di Timoteo, «fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (1, 5). Anche qui, nessuna soluzione di continuità.

Tra la mamma e la nonna di Timoteo da un lato e lo stesso Timoteo dall’altro, è intervenuto nientemeno che Gesù, morto e risorto. Ma nonna Lòide e mamma Eunìce credevano con quella medesima fede comunque giunta anche a Timoteo, e che a propria volta raggiunge la sua pienezza con la fede nella risurrezione di Gesù, in ogni caso fondata sulla stessa solidità su cui sta fondata la fede dei suoi antenati. Proprio questa solida fede ebraica vorrei un poco approfondire, magari di nuovo interpellando direttamente a Timoteo, domandandogli: «Timoteo, qual era questa tua fede, qual era la fede della tua nonna, la fede di tua madre?».
E ho ragion di credere che egli potrebbe risponderci più o meno così: «È come la vostra, certamente. Forse con qualche diversa sfumatura, perché voi — direbbe Timoteo —, voi occidentali, partite sempre dall’alto delle definizioni concettuali. (...) Ecco la fede ebraica, come l’aveva ricevuta Timoteo prima del battesimo: concepita non astrattamente, ma a partire da esperienze concrete, dalle azioni messe in opera da Dio (...). Voglio riferirmi ancora qui all’esperienza del popolo ebraico, quella che quotidianamente vado facendo in Israele, dove per trasmettere la fede non ci sono catechismo, catechisti, e nemmeno ore di religione. Come viene allora trasmessa la fede? In famiglia, non attraverso delle definizioni astratte, fatte imparare a memoria, ma attraverso la celebrazione delle varie feste.

Bambini e genitori ebrei dinanzi alle capanne costruite per la festa di Sukkot
Le feste sono il grande luogo di insegnamento della fede per il bambino ebraico. E le feste: per esempio in questi giorni si celebrava la festa bellissima del capodanno ebraico, Rosh-haschanah, che cade a settembre, appunto all’inizio dell’anno. Poi la festa autunnale di Sukkot, cioè dei Tabernacoli o delle Tende, legata al raccolto dei frutti della terra, quando, nel giardino di casa o sul piccolo terrazzo, o sul balconcino ogni famiglia, con qualche semplice stuoia o frasca, si costruisce una casetta dove per una settimana si reca a pregare e a mangiare certi cibi, per non dimenticarsi dei quarant’anni di cammino nel deserto, quando Israele, prima di vivere dei frutti della terra promessa, veniva sostentato gratuitamente tutti i giorni dalla mano provvida di Dio. Successivamente ecco lo Yom-Kippur, il giorno solennissimo dell’espiazione, liturgicamente parlando più importante, di digiuno totale. Poi la festa di Chanukkah, che celebra la rinnovazione del tempio. Poi ancora Purim, una parola che vuol dire «sorti», il carnevale ebraico, quando si festeggia il cambio delle sorti con cui gli ebrei, destinati a sterminio, furono salvati per coraggiosa intercessione di Ester presso il re Assuero. E infine la grande festa di Pesach, della Pasqua di liberazione del popolo dalla schiavitù di Egitto, che è solennissima come da noi, cui segue la festa della Pentecoste, della Simchat-Torah, cioè della «gioia-per-il-dono-della-Legge».

Va detto che ognuna di queste diverse feste è vissuta in famiglia con speciale intensità. Ognuna ha le sue preghiere proprie, che la mamma fa recitare a tutta la famiglia, a tutti i bambini. Per ognuna ci sono giochi, canti e colori propri. E quindi i bambini imparano così, celebrando nella vita, udendo raccontare la storia del popolo e di questo Dio misericordioso, vicino, fedele, presente, attraverso l’esperienza quotidiana.

Tornando a noi, certamente sono molto importanti il catechismo e la catechesi, e come vorrei che quest’ultima fosse promossa e attuata in maniera vigorosa! Ma dobbiamo anche ritornare a scommettere sulla trasmissione in famiglia. E anche qui, appunto, non pretendendo dai genitori di trasformarsi in piccoli teologi che insegnano delle formule a memoria — questo lo potranno quanti sono in grado di farlo — ma soprattutto perché i genitori facciano pregare i figli e celebrino con loro le feste liturgiche nel tempo e modo dovuto. Abbiamo moltissime splendide occasioni: l’Avvento, il Natale, la Quaresima, la Pasqua, la Pentecoste, il mese di maggio, le feste della Madonna, le feste dei Santi, le feste del santo Patrono.

Se ogni famiglia, in qualche maniera saprà dare anche solo un segno per ognuna di queste feste — non solo nella preghiera, ma anche nel cibo, nei piccoli regali, anche in qualche ornamento esteriore —, allora ecco che il bambino avrà appreso senza bisogno di speciali artifizi di memoria, perché questa gli si fisserà indelebilmente nelle cose, nell'esperienza vissuta e quindi memorabile, consentendogli di entrare in modo graduale, simpatico, gioioso nell’atmosfera, nel mondo della fede. Ed è così che Paolo poteva appunto far conto sulla fede di Timoteo, e dirgli: «La fede che tu hai ricevuto dalla tua mamma e dalla tua nonna, e che ora è anche in te» (2 Timoteo 1, 5).

Questa grazia dunque chiediamo: che le nostre famiglie — anche quelle magari un po’ più lontane — sappiano insegnare così la catechesi. È facile, perlomeno non così difficile, far pregare i bambini, incominciando appunto con qualche preghiera legata soprattutto alle feste, alle ricorrenze principali. E così, a poco a poco quel pensiero di Dio oggi tanto lontano dal nostro mondo occidentale, talora oltre tutto presentato così astratto, diventerà di nuovo concreto e vitale; e allora ci sarà quella gioia sentita di chi vive la fede profonda in Dio, in Gesù; di chi vive la gioia della Risurrezione del Signore, l’attesa del suo ritorno, la pienezza della grazia di Dio sparsa sull’umanità intera.

E vorrei quindi concludere come il brano della Lettera a Timoteo: «Ravviviamo il dono di Dio che è in noi per l'imposizione delle mani!» (cfr. 2Tim 1,6). Un appello questo valido certo per tutti i presbiteri, i diaconi, i vescovi; ma anche estensibile proprio alle famiglie, che vivono del sacramento del matrimonio, e a tutti quanti i credenti senza differenze in forza del sacramento del Battesimo e della Cresima.

«Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza». In tanti modi e non senza motivo, di questi giorni si va scrivendo di una certa paura e timidezza dell'Europa, quasi quella afasica di chi se ne sta così, a bocca aperta, senza parlare né sapersi pronunciare. Ebbene, poiché «Dio non ci ha dato questo spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza!» (1,7), proprio questo Spirito auguro e invoco per tutte le nostre realtà, perché sappiamo proclamare con fermezza, gioia e fede che il Signore è risorto e vive, ci ama, ed è in mezzo a noi.


mercoledì 15 febbraio 2023

«Sciogliere il cuore», la sinodalità vista da Martini - Martini e la «profezia» del Sinodo 47°

«Sciogliere il cuore»,
la sinodalità vista da Martini

Il cardinale Carlo Maria Martini
 
... La straordinaria attualità profetica di Martini non è una novità. Chi conosce il suo pensiero sa che ha precorso i tempi della società e della Chiesa in diversi ambiti e su diversi temi. Il “metodo Martini”, ben visibile tra le pagine del volume, sarà un punto di riferimento per la strada verso questo nuovo modo di essere Chiesa, tracciata da papa Francesco e su cui è in cammino anche la Diocesi ambrosiana. ...


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Martini e la «profezia» del Sinodo 47°

Padre Carlo Casalone, presidente della Fondazione intitolata al Cardinale, ne sottolinea la modernità del pensiero, al centro dell'incontro del 15 febbraio alla Biblioteca Ambrosiana

Il cardinale Carlo Maria Martini

Una presentazione significativa per parlare del cardinale Martini (nel giorno in cui nacque, 96 anni fa) e di sinodalità. È quella del volume Carlo Maria Martini. Sciogliere il cuore. Per essere Chiesa secondo il Vangelo (Centro ambrosiano), in programma il 15 febbraio (leggi qui). Tra i partecipanti, insieme ad altri prestigiosi relatori, il padre gesuita Carlo Casalone, presidente della Fondazione intitolata all’indimenticabile Arcivescovo di Milano. Il suo richiamo è anzitutto al primo contributo pubblicato nel saggio, relativo alla presentazione del Sinodo diocesano 47° del 1995.

Come rileggere, a quasi 40 anni di distanza, quell’esperienza di sinodalità?

Il cardinale Martini mette in luce questa modalità di procedere che si basa sull’ascolto della realtà, dei fenomeni e degli eventi che la storia ci presenta, collegandoli direttamente – lui usa l’espressione «impastandoli» -, con la Parola di Dio. Riconoscendo, quindi, in che modo vi siano corrispondenze tra l’oggi e le costanti della presenza e dell’agire di Dio nella storia, per poi arrivare a una determinazione degli orientamenti che coinvolgono non solo le singole persone, ma l’intera comunità.

Il Cardinale parla della Chiesa come di una «strada larga e accogliente, aperta e invitante», anche se ovviamente non priva di ostacoli. In questa logica il metodo che suggerisce per vivere il Sinodo diocesano anticipa temi oggi di grande attualità…

Sicuramente convocare il Sinodo 47° è stato un atto di coraggio, nato dalla consapevolezza degli aspetti positivi vissuti nel Convegno ecclesiale «Farsi prossimo», che poco meno di dieci anni prima aveva permesso di mettere in collegamento e in dialogo le diverse forze, non solo ecclesiali, ma anche, per esempio, del territorio della grande Diocesi di Milano e della società civile. Da quel Convegno si sviluppò una riflessione e una serie di iniziative che hanno avuto grande risonanza e una rilevante capacità di incidere sul tessuto ecclesiale e sociale, mettendosi al servizio gli uni degli altri. «Farsi prossimo» è stato quell’inizio incoraggiante, che ha permesso poi al Cardinale un ulteriore gesto coraggioso, che si può definire profetico in senso sinodale.

Sono passati molti anni dagli interventi che il volume raccoglie. Secondo lei, quale elemento del pensiero martiniano è più innovatore e adatto all’oggi, in questo tempo di «piccolo gregge», come avrebbe detto Martini?

Direi che il tono complessivo che emerge dal volume è estremamente attuale e può ispirare anche la nostra pratica odierna, in particolare attraverso quell’attenzione che Martini ha sempre avuto e che si esprime bene in tutti i contributi. Tuttavia, forse, in modo diciamo più marcato ed esplicito, nel commento alla parabola del Seminatore presente nella Lettera inviata nel 1987 alla Diocesi con il titolo Cento parole di comunione, in occasione del settimo anniversario della sua permanenza. Qui Martini mette in luce il rapporto che c’è tra il terreno – cioè l’essere umano con tutte le sue caratteristiche – e il seme, cioè la Parola che trova nell’incontro con il terreno la possibilità di svilupparsi e di portare frutto. Il Cardinale sottolinea in particolare l’aspetto dell’interiorità che questo tipo di rapporto comporta, insistendo, come spesso nel suo ministero, sul fatto che la Parola di Dio non è qualcosa che arriva dall’esterno e che costringe i comportamenti o la libertà, ma che è proprio attraverso le strutture della coscienza, della libertà, della responsabilità personale, che la Parola esprime tutta la sua fecondità negli esseri umani, presi sia singolarmente, sia come comunità.

Anche questo, quindi, può essere un itinerario utile per la sinodalità?

Certo, se pensiamo alla comunità come quel grande albero che nasce da questa semina, che è poi l’immagine della Chiesa che cammina insieme. Questo mi sembra un elemento fondamentale, tipicamente ignaziano. Negli Esercizi spirituali Sant’Ignazio dice che chi accompagna le persone nel cammino spirituale deve favorire l’incontro del Creatore con la creatura, lasciandoli parlare tra loro.

Martini conclude la conversazione al Consiglio pastorale diocesano dell’aprile 1989 (pubblicata al termine del testo), dicendo: «Sarebbe bello richiamare le pagine che hanno fatto la storia della nostra Diocesi sul volto fraterno di parrocchia». Sembra quasi una consegna per il futuro del cammino sinodale ambrosiano…

Si, è un lavoro che non si è fatto ancora del tutto.
(fonte: Chiesa di Milano, articolo di Annamaria Braccini 15/02/2023)