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sabato 22 agosto 2026

L’Ave Maria dietro le sbarre

L’Ave Maria dietro le sbarre

Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero?

(Foto SIR/IA)

“Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera.

I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto.

C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ’ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque.

Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre.

È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici.

La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna.

Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio.

I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)




lunedì 15 dicembre 2025

Un Giubileo che è passato “oltre le grate”

Un Giubileo che è passato “oltre le grate”

L’inedita celebrazione ieri in San Pietro e le voci del musical con i testi di suor Scandura


Fra le celebrazioni giubilari quella di ieri dedicata al mondo carcerario è risultata per tanti aspetti inedita. A stare dentro la basilica di San Pietro si percepiva – fin dal silenzio d’attesa per l’ingresso del Papa – una presenza forte anche se in gran parte invisibile: quella dei primi protagonisti, i detenuti e le detenute. Oltre a delegazioni dalle carceri italiane ed estere, gli assenti in quanto reclusi erano comunque presenti nella comunione ecclesiale ma soprattutto nel raccoglimento dei loro familiari venuti da lontano, nell’amicizia dei volontari riuniti attorno al loro cappellano, nell’espressione “liberata” dell’ex detenuto che si è dato appuntamento con quanti ha conosciuto “dentro”. E poi i volti di operatori pastorali provenienti da Paesi in cui la reclusione non rispetta diritti elementari, con tante storie che rigavano di sofferenza pure la domenica d’Avvento ispirata alla gioia e alla figura del “carcerato” Giovanni Battista.

Leone XIV, nell’esprimere fiducia e incoraggiamento, ha voluto anche elencare con realismo i tanti problemi di questo “ambiente difficile” dai “tanti ostacoli”, riconoscendo che “molto resta ancora da fare”, come hanno confermato anche alcuni tragici fatti di cronaca in questi ultimi giorni. Ponendosi dalla parte dei detenuti ha ricordato “l’ancora della speranza” lanciata loro a Rebibbia un anno fa da papa Francesco in apertura del Giubileo e ha rinnovato ai governi l’urgenza di “forme di amnistia e di condono” al termine di questo Anno di grazia.

In alcune case circondariali dove i detenuti hanno potuto seguire in TV il messaggio del Papa quest’appello è stato applaudito così come le tre affermazioni scandite al centro dell’omelia: “Da ogni caduta ci si deve poter rialzare, nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

Nel programma giubilare è seguita sempre ieri a Roma nel primo pomeriggio – a poche centinaia di metri, sul palco dell’auditorium di via della Conciliazione – una proposta artistica di forte impatto che ha dato indirettamente voce ai detenuti che avevano vissuto il Giubileo “Oltre le grate”. Proprio così si intitola lo spettacolo allestito da una quarantina di giovani della compagnia d’ispirazione salesiana CGS Life di Biancavilla (Catania) – che ha condensato in intensi dialoghi e vivaci brani musicali i migliori spunti della corrispondenza epistolare fra carcerati italiani e suor Cristiana Scandura. La clarissa di Biancavilla, nota per il suo impegno anche come firma di Vinonuovo, ha collaborato a questo progetto di sensibilizzazione artistica fornendo con i testi delle lettere non solo i vissuti di ansia, frustrazione e rassegnazione di tanti detenuti, ma anche quei “gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità” maturati dentro le mura del carcere, come aveva detto Leone nell’omelia.

Con i ritmi e alcuni cliché del genere musical – compresa l’iniziale citazione di “Sister Act” e alcune caricature un po’ stereotipate – questo lavoro collettivo a trazione giovanile è riuscito a far girare la ruota dell’attenzione anche oltre le grate – quelle del convento e quelle del carcere – nel tentativo di diradare la coltre dell’indifferenza. Per questo lo spettacolo merita ulteriori repliche, anche negli ambienti carcerari e soprattutto nelle comunità che non sono ancora stimolate a capire cosa si soffre e si sogna oltre le grate.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Diego Andreatta, 15/12/2025)

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Vedi anche i post precedenti:




sabato 14 dicembre 2024

Tonio Dell'Olio Il calendario della vergogna

Tonio Dell'Olio

Il calendario della vergogna

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  IL 9 DICEMBRE 2024

Riprendo l’incipit dell’articolo di Irene Famà pubblicato su La Stampa di sabato 7 dicembre scorso.
Il carcere dovrebbe essere luogo di riscatto. E gli agenti i custodi di quel luogo così complesso dove quest'anno 86 detenuti si sono tolti la vita.

Eppure il calendario 2025 della polizia penitenziaria è un susseguirsi di foto che fanno sfoggio di forza e muscoli. Dodici scatti con manganelli in pugno, pistole spianate e scudi antisommossa, tecniche per immobilizzare una persona a terra e azioni di contenimento, agenti al poligono e con il volto coperto o giubbotti antiproiettile. 

«Raccontano la formazione attraverso le varie sfaccettature: lo studio, l'addestramento, l'aggiornamento e l'allenamento», è stato detto durante la presentazione. 

«È violento e machista», tuonano dal Partito Democratico. «Chiediamo al governo il ritiro immediato». I messaggi che trasmette, sottolineano, «rappresentano le carceri come esclusivo teatro di conflitto e violenza». Così «si rischia di legittimare approcci repressivi, in netto contrasto con il ruolo che il sistema penitenziario dovrebbe svolgere: favorire il reinserimento sociale delle persone detenute e garantire il rispetto della loro dignità». 

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro va all'attacco: difende il calendario, parla di «cieco furore ideologico», di «pregiudizio per le divise».

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Immagini da You Tube

Guarda il videoclip del Calendario 2025 del Corpo di Polizia Penitenziaria 2025


mercoledì 27 novembre 2024

Giuseppe Savagnone: Dietro quei vetri oscurati

Giuseppe Savagnone
 
Dietro quei vetri oscurati


Torture in carcere

Ha suscitato viva impressione nell’opinione pubblica la notizia che ben 46 agenti penitenziari del carcere di Trapani, di cui 11 sono già stati arrestati, da anni sistematicamente torturavano, umiliavano e picchiavano i detenuti.

Persone costrette a denudarsi e a camminare senza vestiti lungo i corridoi, sbeffeggiate con commenti sui genitali, percosse, oggetto di secchiate di acqua e urina mente dormivano nelle loro celle.

Ha colpito il fatto che non si sia trattato di un episodio isolato, attribuibile a uno squilibrato, ma di uno stile abituale che coinvolgeva un numero così rilevante di rappresentanti dello Stato. Così come è stato sconvolgente, per gli inquirenti, scoprire che da molto tempo nell’istituto di pena trapanese tutti sapevano di queste pratiche disumane e consideravano un inferno la “zona blu”, la parte dell’edificio priva di telecamere dove esse per lo più si svolgevano, ma nessuno interveniva.

Tutto questo viene alla luce pochi giorni dopo le parole del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, in occasione della presentazione della nuova vettura della Polizia penitenziaria per il trasporto dei detenuti in regime di 41 bis.

Riferendosi al fatto che i vetri dei finestrini di questi veicoli sono affumicati, Delmastro aveva detto: «L’idea di veder sfilare questo potente mezzo (…) e far sapere ai cittadini chi sta dietro a quel vetro oscurato, come noi sappiamo trattare chi sta dietro quel vetro oscurato, come noi incalziamo chi sta dietro quel vetro oscurato, come noi non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato, è per il sottoscritto una intima gioia».

Le espressioni usate dal rappresentante del governo avevano suscitato dure reazioni. In difesa di Delmastro era intervenuto l’on. Giovanni Donzelli, autorevole esponente di FdI, il quale aveva bollato queste proteste come «polemiche surreali». Per lui, le parole del sottosegretario «hanno il chiarissimo significato di non dare tregua e fiato ai mafiosi al 41 bis e quindi alla criminalità organizzata nel suo complesso».

Ma le persone si identificano con i loro crimini?

Secondo questa lettura, dunque, Delmastro avrebbe scaricato il suo odio per la criminalità organizzata sulle persone a bordo delle auto della Polizia penitenziaria. Perché in ogni caso è evidente che «dietro quel vetro oscurato» delle auto della Polizia non c’è la presenza fisica della mafia, bensì quella dei mafiosi detenuti.

Ma è proprio questo transfert, forse, la cosa più significativa ed inquietante nel discorso del sottosegretario (stando alla lettura benevola del suo compagno di partito). Nei confronti del delinquente, si ritiene legittima qualunque violenza – in questo caso solo verbale, ma potenzialmente anche fisica – perché in lui si vede l’incarnazione del male di cui si è reso colpevole, mettendo tra parentesi il fatto che si tratta comunque di un essere umano.

Se Donzelli ha ragione, questo è il corto-circuito sotteso dall’esternazione di Delmastro. «Incalzare», «non lasciare respirare» le persone dei criminali è il modo pratico di tradurre la determinazione delle istituzioni nel fronteggiare il crimine. Nessuna pietà per i colpevoli, perché essa sarebbe una sottile complicità con la loro colpa. È esattamente questa la logica in cui si sono mossi gli agenti penitenziari di Trapani.

Una logica, quella del nostro sottosegretario e degli agenti, che implica in realtà il misconoscimento del valore unico e irripetibile della persona umana, che nessun suo comportamento criminoso può mai cancellare. Non si può ridurre un uomo, una donna, alle sue colpe. Per quanto abbrutiti essi possano essere, per quanto gravi siano stati i loro atti, per quanta giusta compassione si possa provare per le loro vittime, quest’uomo, questa donna, sono molto più del male che c’è in loro e di quello che hanno causato.

Essi hanno una storia che nessuno, tranne loro, conoscerà mai e che forse aiuterebbe a capire, se non a giustificare, le loro scelte sbagliate. Senza cadere in un inaccettabile determinismo fatalistico, che farebbe attribuire la loro colpa a un inesorabile “destino”, è chiaro che un ruolo importante hanno avuto nella loro vita l’ambiente in cui sono cresciuti, le circostanze che hanno dovuto fronteggiare, le persone che hanno incontrato.

Tutto ciò non elimina il margine di libertà che giustifica la pena per i loro delitti, ma evidenzia i condizionamenti a cui questa libertà è stata soggetta e apre lo spazio per una riflessione su ciò che essa potrebbe fare se essi venissero meno.

La funzione rieducativa della pena

È in questo spazio che si colloca l’idea, sostenuta dalla nostra Costituzione, secondo cui il criminale può accedere a una vita diversa e può averla proprio grazie alla pena inflittagli dalla società, che perciò non può avere solo una funzione punitiva, ma deve privilegiare quella rieducativa.

Una funzione che trova il suo riconoscimento nel 3° comma dell’articolo 27 della Carta costituzionale, il quale sancisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Tutto ciò suppone che, contrariamente a quanto appare dalle parole di Delmastro e del suo interprete Donzelli, il criminale non si identifichi col suo crimine, ma abbia una identità umana ben più ricca e complessa e possa perciò lasciarselo dietro le spalle restando se stesso, anzi diventandolo più pienamente.

Perciò la punizione di coloro che violano le leggi e tutte le misure necessarie per impedire a questo soggetto di fare ancora del male non hanno lo scopo di «non lasciarli respirare», bensì, al contrario, quello di permettere loro, finalmente, di tirare un sospiro di liberazione dalla vita sbagliata che hanno avuto e di intraprenderne un’altra diversa. E di potersi così reinserire, con uno stile nuovo, nella vita sociale.

Purtroppo il nostro sistema penitenziario, in radicale contrasto con la Costituzione, non è impostato in modo da rendere possibile questa “seconda occasione”, a cui ogni essere umano dovrebbe avere diritto.

La rieducazione, sbandierata sulla carta, resta così una vetrina delle buone intenzioni, cui accedono solo pochi fortunati che per puro caso si sono trovati a scontare la loro pena in un istituto penale il cui direttore è particolarmente illuminato e può avvalersi di circostanze favorevoli sia all’interno del carcere – personale di custodia ed educatori disponibili – sia nell’ambiente esterno (che offra, per esempio, la possibilità di svolgere lavori socialmente utili). I detenuti del carcere di Trapani non hanno avuto questa fortuna. E non sono i soli, in Italia.

Il sovraffollamento delle carceri e i sucidi

Ma il dettato costituzionale non viene clamorosamente violato solo per quanto riguarda la funzione rieducativa della pena: lo è anche là dove vieta «trattamenti contrari al senso di umanità». La vicenda del carcere di Trapani rivela in tutta la sua terribile verità uno stile che contraddice totalmente questa normativa. Ma è solo punta dell’iceberg. Ci sono a monte problemi strutturali che la rendono inapplicabile.

Emblematico è quello, drammatico, del sovraffollamento delle nostre carceri. Alla data del 16 settembre di quest’anno i detenuti presenti nei 192 istituti di pena italiani erano 61.840, a fronte di 46.929 posti disponibili: l’esubero, quindi, è di 14.911 persone, con un indice di sovraffollamento pari al 130,59%.

Da queste condizioni disumane di vita deriva ovviamente un malessere profondo, che si manifesta nel drammatico fenomeno dei suicidi. Il suicidio risulta essere di gran lunga la prima causa di morte negli istituti di pena in Italia. Nel quinquennio 2020-24, che si sta per concludere, degli 810 decessi registrati in tutti gli istituti penitenziari della Penisola, 340 sono di persone che si sono tolte volontariamente la vita (il 42% del totale). Nel solo 2024, fino a settembre, ci sono stati ben 72 casi di suicidio.

Guardando i singoli casi, risulta immediatamente evidente la forte relazione tra tassi di sovraffollamento e numero di eventi critici. Dei dieci penitenziari con maggior numero di suicidi, ben nove presentano tassi di affollamento effettivo di gran lunga superiori alla media nazionale, già di per sé inaccettabile, del 130%.

Erano comunque criminali… dirà cinicamente qualcuno. Non è vero: il 40% dei suicidi si è registrato tra detenuti in attesa di giudizio, costretti a vivere in un inferno senza neppure essere mai stati giudicati e tanto meno condannati, e spesso senza aver fatto nulla di male. Non c’è da stupirsi se il carcere, piuttosto che a rieducare i criminali, finisce per far diventare criminali coloro che non lo sono, capovolgendo paradossalmente la funzione assegnatagli dalla Costituzione.

Questa situazione è stata recentemente stigmatizzata nell’ultimo rapporto del Consiglio d’Europa, (luglio 2024), aggiornato al 31 gennaio 2023, in cui si dipinge per l’Italia un quadro peggiore di quello ungherese, per il quale ci si è giustamente indignati in occasione delle detenzione di Ilaria Salis. In Ungheria il tasso di sovraffollamento è del 111,5 per cento!

Per una giustizia che non assomigli alla vendetta

Emerge in tutta la sua forza la necessità improcrastinabile di dare sempre maggiore spazio alle pene alternative al carcere. È dimostrato che il detenuto a cui viene concessa una misura alternativa al carcere ha una recidività minore rispetto a chi sconta la propria pena all’interno di una cella.

Nello specifico, la recidiva, trascorsi sette anni dalla conclusione della pena, si colloca intorno al 19% in caso di pena alternativa, mentre raggiunge il 68,4% quando la stessa viene eseguita in carcere (ricerca del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria).

Da dove emerge che una radicale riforma del nostro sistema carcerario non è solo importante per garantire il rispetto delle persone dei detenuti e aprire loro la speranza di un futuro, ma anche per la nostra società, che dovrebbe essere interessata non a una giustizia punitiva, molto simile alla pura e semplice vendetta, ma al recupero di soggetti che non riproducano indefinitamente i loro comportamenti criminali.

Il punto è che una simile trasformazione richiede l’attenzione e il coinvolgimento di tanti onesti cittadini che del sistema carcerario conoscono a stento l’esistenza e che non sanno, né vogliono sapere nulla dei problemi di coloro che vi sono rinchiusi. Molti di loro non provano, come l’on. Delmastro, un’«intima gioia», ma semplicemente sono del tutto indifferenti a ciò che accade all’interno delle mura dei penitenziari.

Possiamo solo sperare che la vicenda di quello di Trapani porti qualcuna di queste brave persone a riflettere sul fatto che i detenuti, oltre che criminali, sono prima di tutto delle persone. E a fare lo sforzo di vedere, oltre i vetri oscurati, i volti degli uomini e delle donne che stanno dietro di essi.
(fonte: Tuttavia 21/11/2024)




sabato 13 luglio 2024

Enzo Bianchi: Il diritto alla vita dei carcerati

Enzo Bianchi
Il diritto alla vita dei carcerati


La Repubblica - 8 Luglio 2024

Dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane ci sono stati cinquantatré suicidi ai quali vanno aggiunti molti altri nella società che non vengono resi pubblici, salvo quelli di personalità eminenti come il rettore dell’Università Cattolica di Milano Franco Anelli o dell’ex Capo di stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano che sorprendono e interrogano.

In realtà, sempre l’atto del suicidio dovrebbe interrogarci perché chi si toglie la vita lo fa perché questa vita è diventata per lui insopportabile: a volte la causa è un fallimento, a volte è una vergogna, altre volte la perdita del senso del vivere, a volte il dolore di una malattia o di un lutto... Non si potrà mai comprendere pienamente il perché di un suicidio, che appartiene al mistero dell’essere umano e della sua libertà, un mistero che non va mai giudicato ma semplicemente accolto in silenzio e rispettato.

Va detto con chiarezza che il suicidio non deve generare sensi di colpa oscuri in chi resta e aveva legami con chi ha scelto la morte, perché il gesto va al di là di ogni quotidiana relazione. Il gesto nasce dalla vita che si vive, dall’isolamento che uccide, dal passare il tempo in condizioni che abbrutiscono, da un sovraffollamento che non permette nessuna intimità e crea una convivenza disumana.

Almeno per i carcerati (e talvolta anche per gli agenti di custodia) sono queste le condizioni che generano la disperazione che porta al suicidio. Ora, se tale è la condizione dei carcerati, denunciata più volte, perché la società resta così insensibile? C’è chi risponde: perché se hanno commesso il male è giusto, meritano questa pena e ben gli sta! Purtroppo sono questi i pensieri di chi non conosce la situazione delle carceri, non discerne tra i carcerati i più vulnerabili, non immagina i sentimenti di disperazione di chi deve tornare nella società e non vede la possibilità di un’accoglienza e di un lavoro. Veramente società civile e politica sono lontane dal carcere, che resta una sorta di zona estranea, espulsa dalla comunità nazionale, e così il carcere diventa una condanna a morte.

Un tempo, lo ricordo con amarezza, il suicidio era considerato dalla chiesa cattolica uno dei peccati più gravi e al suicida veniva vietato il funerale religioso e non trovava sepoltura nel camposanto, ma fuori, in terreno non consacrato, a monito dei vivi. Ma per grazia oggi la comprensione del suicidio è cambiata: si fanno funerali e il luogo di sepoltura è quello comune.

Il suicidio resta comunque un tema offerto alla meditazione di tutti, perché non ci è estraneo, non riguarda solo i suicidi. Di fatto operano in noi forze di morte alle quali cediamo, che ci seducono. Per questo dovremmo comprendere il suicida e non condannarlo, perché significativamente queste forze negative che ci vorrebbero precipitare nell’abisso sono umane, abitano il nostro cuore e sono estranee solo agli animali che non si suicidano mai.

Ogni suicidio ricorda che questo mondo a volte non è sopportabile, che questo mondo a volte non basta e che non si ha la forza per continuare l’esistenza sostenendo la fatica del mestiere di vivere.

Non si dimentichi che il suicidio è sempre stato l’epifania di una protesta: da Sansone, l’eroe biblico che si uccide con tutti i nemici del suo popolo, ai bonzi buddhisti che si bruciavano contro l’oppressore.
Anche i suicidi dei carcerati che non sanno protestare con eloquenza di parola ma compiono il gesto estremo sono un appello, un grido verso di noi, perché guardiamo alla situazione delle carceri e cerchiamo di far sì che ci siano condizioni umane. Sebbene colpevoli va loro riconosciuta la piena dignità, sebbene incarcerati godono dell’esercizio delle libertà personali, sebbene privati di alcuni diritti sono soggetti del diritto, sebbene giudicati è loro garantita la giustizia, sebbene detenuti non devono essere esclusi dalla convivenza civile.
(fonte: blog dell'autore)

venerdì 21 giugno 2024

Marcello Matté: Dignità della persona detenuta

Marcello Matté
Dignità della persona detenuta


Nella prestigiosa scenografia della chiesa di San Procolo a Bologna si è tenuto il primo di una serie di incontri organizzati dall’Unione giuristi cattolici italiani sul tema della Dignità della persona. Si è voluto iniziare con lo sguardo rivolto alle persone rinchiuse in un carcere, luogo che abbisogna di attenzione, civile ancor prima che cristiana, perché la dignità è sottoposta a compressioni minacciose. L’Italia è stata in merito censurata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo perché le condizioni della reclusione si possono configurare come trattamento disumano.
Riportiamo il testo dell’intervento del cappellano della Casa circondariale di Bologna che ha affiancato il garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Antonio Ianniello, e del giudice Federico Casalboni.

Prendo l’abbrivio da una forma del linguaggio che si è accomodata nei nostri discorsi e che riconosco presente molto spesso anche nelle mie parole. Voglio pensare che per gli altri, come per me, nasca da una necessità forse un po’ pigra di semplificare. Ma il linguaggio detta la punteggiatura delle nostre relazioni.

Detenuto e persona detenuta?

E dunque confesso che troppo spesso parlo di quanti sono in carcere chiamandoli “detenuti”. La sostantivazione dell’aggettivo, al di là delle considerazioni di genere, forse è solo una scorciatoia lessicale, ma forse rivela la tentazione condivisa col pensiero comune che identifica le persone con la loro condizione o – troppo spesso nei confronti di coloro che sono stati condannati – con il loro operato.

Il primo passo da fare per riconoscere e ancorare la dignità della persona è liberarla dalle identificazioni col suo agito.

Poi mi capiterà anche in questo intervento di cadere nella semplificazione dell’aggettivo sostantivato, ma voglio smentire già da subito me stesso nel momento in cui, per pigra semplicità, parlassi di “detenuti” anziché di “persone detenute”.

La rivoluzione paolina

In qualità di ministro nella comunità cristiana e cattolica, sono consapevole che se sono in grado di donare qualcosa è per la grazia di averlo ricevuto.

E uno dei doni fondamentali ricevuti dalla tradizione cristiana in riferimento alla qualifica etica della nostra libertà e del nostro agire è la rivoluzione, etica ma, direi di più, antropologica, operata dall’apostolo Paolo. Non a caso uno che ha dovuto fare la sua fatica per farsi accettare dalla neonata comunità cristiana che lo identificava col suo passato di zelota della legge.

La rivoluzione fondamentale operata dalla riflessione paolina – tanto da vedersi assegnare il titolo di “fondatore” del cristianesimo – attinge il rapporto tra etica e antropologia, tra libertà e grazia.

Paolo proveniva dal giudaismo osservante, che si considerava destinatario privilegiato dell’alleanza offerta da Dio, incardinata sull’assioma «se osservi la mia Legge, io sarò il tuo Dio e ti colmerò delle mie benedizioni». Ben conosciamo gli esiti a volte drammatici di questo impianto che arrivava a considerare castigo di Dio le malattie e le sventure.

Dopo l’incontro con quel Gesù impersonificato nei destinatari della sua persecuzione, Paolo diventa profeta – si potrebbe dire altrettanto intransigente – della libertà che ci ha guadagnato Cristo.

Per la grazia donataci senza merito, prima di ogni merito, al di là di ogni merito noi siamo stati costituiti figli di Dio e nulla potrà più separarci dal suo amore (se non il rifiuto consapevole).

La religione dell’alleanza predicava: «se vuoi essere alleato di Dio, osserva i suoi comandamenti».

La religione della grazia annuncia: «Sei figlio di Dio, dunque vivi riconoscendo e osservando il comandamento che ti urge dentro e, dal di dentro, ti invita ad amare». Comandamento che assomiglia all’imperativo di mangiare per chi ha fame e bere per chi ha sete.

L’etica scaturisce dall’ontologia

La rivoluzione operata da Paolo è di tipo copernicano, perché al centro non vi è più l’imperativo, ma l’indicativo. Non più «fai così se vuoi essere gradito a Dio», ma «sei gradito a Dio, sei suo figlio, dunque vivi quello che sei». Non è l’etica a definire la nostra ontologia; viceversa è l’ontologia a tracciare l’etica.

La colpa, per quanto grave e capace di deturpare la natura di umani, non potrà mai cancellare l’immagine divina in noi nella quale siamo stati costituiti, né la nostra condizione ontologica di figli.

Chiunque proviene da una comunità cristiana e incontra una persona detenuta, per qualunque motivo (colloquio, servizio umanitario, animazione culturale o sportiva…) sarà motivato ultimamente dalla consapevolezza di servire una persona che è amata da Dio, come me prima, dopo e al di là di ogni merito.

Credo sia questo il cuore del vangelo (buona notizia) che un discepolo di Gesù, a qualunque titolo e in qualunque azione, è chiamato ad annunciare con le parole, con le azioni e perfino col silenzio.

Dalla nuova vita la revisione critica non viceversa

Uno dei titoli principali della valutazione del percorso “trattamentale” da parte degli educatori e dell’équipe nel suo insieme mette a fuoco la “revisione critica” dell’agito e del passato in generale. Ritenendo che questa sia condizione necessaria al reinserimento e a un progetto di vita alieno dal crimine.

Ritengo che il mio compito di cappellano, in continuità e complementarietà con quello degli operatori pedagogici, si muova nella direzione inversa. A me spetta annunciare che la novità di vita è già data come dono, e il progetto di vita che determina l’agire sia espressione di questa vita nuova sempre disponibile piuttosto che strategia per la sua acquisizione.

Primato della mistica sull’etica

Non è operando il bene che si acquisisce la dignità perduta operando il male. È dalla consapevolezza di fede della propria e altrui inalienabile dignità che matura la scelta di operare il bene e negarsi al male.

Il mio compito di cappellano (in quanto prete) non è principalmente quello di ottenere l’adozione – più o meno libera – di determinati comportamenti, ma creare le condizioni che rendano possibile l’esperienza di fede per la quale mi sento amato e degno d’amore prima e al di là di ogni mio gesto.

È da questa esperienza del grande mistero che sono io (mistica) che può (solo può!) maturare la scelta di adottare una costellazione di comportamenti coerenti.

Sento mio dovere e mia vocazione credere ostinatamente in questa possibilità, come solo il Dio di Gesù riesce a credere indefettibilmente, senza la pretesa di controllare l’esito.

«A noi la battaglia, a Dio la vittoria» era il motto di Giovanna d’Arco: faccio tutto quello che è possibile alla mia insufficienza non perché mi sia garantito un risultato, ma nella convinzione che nessun risultato etico sia possibile senza questa premessa “mistica”.

Dalla dignitas infinita alla dignitas in finitis (rebus)

Non vogliate cadere nel tranello di pensare che primato della mistica significhi primato dell’evanescente. Al contrario significa il primato della necessità di “fare esperienza” del mistero (della mia dignità, dell’amore di altri e di un Altro). Per questo i “diritti” o le condizioni connessi alla dignità hanno valenza essenziale e non accessoria.
La dignitas infinita può essere sperimentata solo nella dignitas in finitis.

Su questa declinazione è senz’altro più competente e informato il garante e perciò non mi inoltro. Mi preme soltanto richiamare alcuni aspetti della vita reclusa che contraddicono quanto detto finora, ammesso che abbia qualche verità.

Quando l’assurdo diventa norma

Il diritto positivo è a tutela dell’etica civile o della persona? È una falsa alternativa?

C’è una situazione (in realtà sono tante) nella quale il “sistema penale” italiano – orientato dalla Costituzione al reinserimento – mostra la sua inconsistenza paradossale per non dire assurdità. Quando un imputato ha trascorso in carcere il tempo massimo previsto per la custodia cautelare (non parliamo dell’uso “disinvolto” di questa eccezione a discapito di chi è presunto innocente) e torna alla libertà; riesce a trovare un lavoro, a procurarsi un domicilio, a “metter su” famiglia alla quale promette un futuro; e poi, magari dopo dieci anni, lo raggiunge la condanna definitiva deve andare in carcere, bruciando tutto quanto fin qui costruito, esattamente per ricostruire – con l’“aiuto” del carcere – quel “reinserimento” ottenuto con la sua sola buona volontà. Assurdo? Sì, ma frequente.

Si palesa l’intento inconfessabile quanto condiviso dall’opinione comune che lo scopo dell’esecuzione penale è infliggere una quota (proporzionata) di sofferenza. Rivelatore il commento di Francesco Maisto al progetto di legge che mette a tema l’istituto della liberazione anticipata speciale: «Si consideri che la situazione descritta [il sovraffollamento anzitutto, ndr] sta infliggendo una pena ulteriore, non prevista dal giudice all’atto della sentenza di condanna, per cui il tempo della detenzione genera una sofferenza supplementare che potrebbe e dovrebbe comportare, giustamente, una riduzione del tempo della pena. La responsabilità è dello Stato che non riesce a garantire le condizioni ordinarie – di legge – della pena» (SettimanaNews, 18 aprile 2024).

Devo ammettere che per secoli la teologia cristiana ha giustificato una pedagogia secondo la quale viene riconosciuta al dolore una valenza salvifica, fino a sostenere che Cristo ci ha salvati con la sua sofferenza.

Abbiamo per secoli predicato che quanto più soffriamo – perfino incitando a cercare la sofferenza – tanto più rendiamo gloria e “soddisfazione” a un Dio nei confronti del quale mi dichiaro ateo. Non è il dolore che salva. È l’amore che salva e rende sostenibile il dolore.

L’inflizione di una sofferenza con l’intento di redimere umilia la dignità dell’uomo e contrasta il progetto che Dio ha su ciascuno di noi.

Vita affettiva

La sentenza n. 10/2024 della Corte costituzionale riconosce il diritto a «colloqui intimi, anche a carattere sessuale, con la persona convivente non detenuta, senza che sia imposto il controllo a vista da parte del personale di custodia».

I commenti – questi sì indecenti – che titolano la notizia parlando di «stanze a luci rosse», sviliscono la “dignitas infinita” dell’intimità affettiva e sessuale di una coppia.

Anche qui devo ammettere che la predicazione della Chiesa ha per secoli rinforzato il pregiudizio malizioso nei confronti degli affetti e ancor più della sessualità, nel contesto di una denigrazione più generale e pregiudiziale del piacere.

Come cappellano sento il dovere di chiedere che venga riconosciuto e apprezzato il diritto all’intimità affettiva, «anche a carattere sessuale» come momento alto di quella “mistica” che ci fa sperimentare capaci di dare e ricevere amore.

Non c’è emozione più contundente nei colloqui con le persone detenute di quando mi sento dire: «Non ho nessuno che mi desideri. Non ho nessuno che mi aspetti. Non ho nessuno che mi chieda come sto e al quale importi se stanotte ho dormito o meno…».

Diritti o esigenze inalienabili?

Sempre certo che dei diritti più consistenti legati alla dignità della persona parleranno il garante e il giudice Casalboni che è stato magistrato di sorveglianza, mi limito a richiamare un paio di esigenze invocate dall’esperienza di chi è privato della libertà di movimento a tutela della propria dignità e necessarie per “restare umani”.Il silenzio. Nella celebrazione della messa domenicale, cerco di salvaguardare i piccoli spazi di silenzio previsti dalla liturgia, nella condizione di offrire gocce d’acqua a un assetato. Devo dire che l’offerta non sempre viene accolta, perché in un carcere il silenzio sembra un tabù e tutto sembra quasi organizzato per impedire che via sia qualche bolla di silenzio. Senza silenzio è difficile prendersi cura di sé, difficile entrare in sé stessi e restare umani. C’è abbondanza di silenzio disumanizzante, quello emotivo.
Il buio. Non ho mai trascorso una notte in carcere e perciò parlo per sentito dire. In carcere non c’è mai buio, esteriore. C’è abbondanza di buio interiore e di vuoto. Non c’è invece mai una pausa dalla sovrabbondanza di stimoli sensoriali (luminosi, uditivi, olfattivi e perfino tattili). Può essere funzionale a coprire artificiosamente il buio interiore.
La bellezza. Non sembri stonato o eccessivo richiamare questa necessità: la dignità ha bisogno della bellezza per essere coltivata. Non si può volere l’una senza garantire l’altra. Bellezza fatta di parole belle, contristate dal vocabolario umiliante della vita quotidiana. Bellezza fatta di aggettivi e sostantivi, fatta di giudizi che riconoscono il bello e il buono e non si limitano a denunciare il male.

Dignità e gratuità

Come cappellano – al momento cappellano volontario – e ancor prima come figlio di Dio e figlio di questa umanità credo che il contributo più alto a me possibile verso la persona condannata e privata della libertà di movimento consista nell’offerta di una relazione improntata a gratuità.

Le carceri sono affollate di poveri cresciuti in un clima sociale – del quale siamo tutti responsabili – che incoraggia la delinquenza. Non sopporto però il pietismo di certa sociologia che considera i poveri “poverini”. Ognuno resta sempre dignitosamente libero nelle proprie scelte.

Resta pur vero che nei colloqui incontro molti che nella loro vita, anche familiare, hanno conosciuto soltanto relazioni strumentali: “sei qualcuno se mi dai qualcosa”, “vali per quanto puoi darmi”. Per questi la proposta di una relazione gratuita è una sorpresa, fino a renderla “incredibile” e a tentare di ricondurre anche l’incontro con il volontario o il cappellano entro il modello opportunista: «Perché vieni in carcere?» è la prima domanda che ti senti rivolgere.

Sperimentare di essere “meritevoli” di attenzione e premura per il semplicissimo fatto di essere persone credo sia premessa e insieme necessità per ogni ridefinizione di sé come persona e libera.

Cappellano: occuparsi e preoccuparsi

Rispetto alle figure istituzionali – sempre incostituzionalmente poche rispetto alla necessità – il cappellano non è tenuto a stabilire un “contratto educativo” con la persona detenuta e ha l’impagabile opportunità, e il dovere che ne deriva, di offrire una relazione gratuita. Condizione di una dignità incondizionata e di ogni condizionale salvezza.

Credo profondamente e incondizionatamente alla dignità di ogni persona. Come umano e come credente me ne preoccupo. Per il mio ruolo, anche in nome della società civile, me ne occupo, certo che ne vale comunque la “pena”, senza alcuna pretesa di determinare il risultato, ma consapevole che senza la nostra battaglia nessun Dio e nessuna persona avrà la vittoria.
(fonte: Settimana News 21/06/2024)

giovedì 2 maggio 2024

Tonio dell'Olio Lo Stato delinquente nel carcere minorile

Tonio dell'Olio
Lo Stato delinquente nel carcere minorile

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 2 MAGGIO 2024


Le violenze consumatesi ai danni dei minori nel carcere minorile Cesare Beccaria di Milano non sono una semplice macchia sul tessuto delle istituzioni. Si tratta piuttosto di una ferita inferta nella coscienza sociale del Paese e nella vita di quei ragazzi.

Proprio il giurista illuminato di cui porta il nome quell'istituto, teorizzò la definitiva messa fuorilegge della pratica della tortura. Teoria e proposta motivate dalla ragione, ovvero senza scomodare nobili principi e credi religiosi. "Infame crociuolo della verità" fu la sua definizione della tortura in "Dei delitti e delle pene". Bandita sia per estorcere confessioni che per infliggere una pena ulteriore. 
Per questo le violenze operate dagli agenti del Beccaria non sono soltanto un grave errore personale di poche persone ma il tradimento di un patto tra lo Stato e i suoi cittadini, la delinquenza delle istituzioni, la violazione delle norme da parte di chi deve garantirle, una pugnalata infame alla Costituzione che chiede di riabilitare. 

E penso alla voragine che si è aperta nella coscienza delle vittime, giovani ai quali è stata vidimata in ceralacca la licenza di compiere il male, di usare violenza e di obbedire alla legge del più forte. Ora la sfida è di curare quelle ferite tanto nelle vittime che nei carnefici.


martedì 22 agosto 2023

Carcere, appello delle associazioni: "Non bastano due telefonate in più al mese"

Carcere, appello delle associazioni:
"Non bastano due telefonate in più al mese"

Lettera-appello di Ristretti Orizzonti, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Associazione Sbarre di Zucchero al ministro Nordio in merito alla proposta dell'aumento del numero di telefonate concesse ai detenuti. "Chiediamo al ministro della Giustizia un gesto di cambiamento vero"


"È da anni che noi portiamo avanti la battaglia perché alle persone detenute sia data la possibilità di curare gli affetti e rafforzare le relazioni. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo a leggere che il ministro Nordio si era reso conto dell'importanza di dare una svolta a tutta la negatività che sta travolgendo le carceri puntando proprio in particolare sull'aumento delle telefonate. Ma poi siamo ripiombati nella dura realtà di proposte inconsistenti, perché crediamo che tutti quelli che come noi entrano tutti i giorni in carcere tale reputino la proposta di aumentare da quattro a sei le telefonate mensili. Ma cosa cambierebbe con due miserabili telefonate in più al mese di 10 minuti l'una in quelle vite di solitudine isolamento lontananza dalle famiglie?". Parte da qui la lettera-appello di Ristretti Orizzonti, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Associazione Sbarre di Zucchero.

"Da quando è scoppiato il Covid abbiamo continuato a dire che quelle telefonate in più (concesse dopo le rivolte con cadenza quotidiana o quasi) che avevano salvato il sistema dal disastro, non potevano più essere tolte, anzi andavano potenziate. E invece è successo quello che non doveva succedere: fermata l'epidemia si è deciso di fermare anche molte delle telefonate in più, salvo in quelle carceri dove la forza del volontariato e del Terzo settore, delle persone detenute e dei loro familiari ha trovato una risposta saggia delle direzioni e il buon uso delle loro prerogative per mantenere le telefonate". Parte qui la lettera-appello delle associazioni Ristretti Orizzonti, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e Associazione Sbarre di Zucchero indirizzata al ministro della Giustizia.

"Sappiamo benissimo che sarebbe importante la modifica della legge, però sappiamo anche che molto si può fare già da ora, e soprattutto che non bisogna mollare la presa, tanto più in un periodo in cui in carcere si manifesta sempre più alto il disagio con suicidi e atti di autolesionismo, uniti alla desertificazione delle estati negli istituti di pena. A chi risponde che 'hanno sbagliato e devono pagare' non si ricorda mai abbastanza che secondo la nostra Costituzione le pene devono tendere alla rieducazione e non si rieduca rispondendo al male con altrettanto male".

"I nostri governanti sembrano ignorare che la pena detentiva consiste nella privazione della libertà e non in altre 'torture' che possono spingere anche al suicidio, come la mortificazione degli affetti. Perché qui si fa del male anche ai familiari, che non hanno nessuna responsabilità, anzi hanno bisogno di essere incoraggiati e aiutati. E ricordiamoci che ci sono paesi in cui le famiglie indigenti vengono sostenute dalle istituzioni. Le telefonate le persone detenute in Italia se le pagano: qualcuno non venga a dirci che non si possono creare differenze tra chi può pagarne di più e chi non può, si tratta piuttosto di aiutare e sostenere chi non ha possibilità, tanto più che se queste persone avessero come prescrive la legge un lavoro, questo problema non esisterebbe".

Sono anni che Ristretti Orizzonti e la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia "portano avanti importanti battaglie in particolare sul tema degli affetti (che significa anche colloqui, colloqui intimi, massimo ampliamento dei colloqui con terze persone…). In quest'ultimo anno si è aggiunta poi l'Associazione Sbarre di zucchero, nata in seguito al suicidio di una giovane donna detenuta, Donatela Xodo, una realtà che ha portato in queste battaglie passione, intelligenza e capacità di comunicazione. Insieme chiediamo al Ministro della Giustizia un gesto di cambiamento vero. Chiediamo di sostenere questa nostra richiesta al presidente Mattarella e a Papa Francesco". Così concludono le associazioni.
(fonte: Redattore Sociale 21/08/2023)