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martedì 2 giugno 2026

Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella: "L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa."

80° anniversario della Repubblica:
il messaggio della CEI al Presidente Mattarella



Di seguito il Messaggio che il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha inviato al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella, in occasione dell’80° anniversario della Repubblica.

Illustrissimo Signor Presidente,

nell’80° anniversario della nascita della Repubblica italiana Le invio, a nome mio personale e delle Chiese in Italia, un sentimento di gratitudine, affetto e responsabilità condivisa. Questi ottant’anni racchiudono una storia iniziata con donne e uomini che, dopo la guerra, hanno scelto di ricominciare insieme, portando le differenze nel rispetto della vita democratica. Ricostruire quando tutto sembra distrutto, cercare ciò che unisce in condizioni di profonda divisione e credere nel futuro nonostante il dolore ha richiesto coraggio e fiducia.

La Repubblica è nata attraversando la sofferenza, riconquistando la libertà e rifiutando ogni forma di fascismo, con una speranza più forte della paura. È nata dal desiderio di non essere più gli uni contro gli altri, ma cittadini insieme, diversi eppure uniti da un destino comune e dal senso del bene comune. Alcuni seppero guardare oltre se stessi e consegnare alle generazioni future la Costituzione, che ci ricorda che nessuno si salva da solo e che nessuno può essere lasciato solo. L’articolo 54 richiama il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, e impone a chi esercita funzioni pubbliche di adempierle con disciplina e onore; questo richiamo orienta l’impegno comune per il bene di tutti.

La Repubblica non è solo un ordinamento: è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione. L’articolo 1 del Concordato, riconoscendo reciproca sovranità e indipendenza di Italia e Santa Sede, esprime principi di libertà e collaborazione a favore della persona e del bene comune. La Chiesa ha sempre voluto cooperare con lo Stato nel pieno rispetto della libertà religiosa e di coscienza, promuovendo dignità, solidarietà e bene comune, in armonia con i valori fondanti della Repubblica. A conferma, nel suo intervento all’apertura della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia a Trieste, Ella ha riconosciuto il contributo dei cattolici alla comunità nazionale, sottolineando che la Costituzione ha dato nuovo senso all’unità del Paese e che l’adesione dei cattolici a essa ha rafforzato coesione e unità.

Le Chiese in Italia guardano a questo anniversario con riconoscenza per il cammino compiuto e con preoccupazione per le ferite presenti: la povertà crescente, la denatalità, la sfiducia, le disuguaglianze, la violenza verbale, l’indifferenza e la tentazione di chiudersi in un destino individuale. Le nostre comunità rifiutano la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e, ispirate dall’insegnamento di papa Leone, avvertono come urgente il compito di educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità.
L’80° anniversario non può essere solo memoria: deve diventare promessa. Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro.

Signor Presidente, in questa ricorrenza Le rinnoviamo la nostra sincera gratitudine per il servizio che presta al Paese. Ricordiamo quanti hanno contribuito alla costruzione della comunità civile e riaffermiamo il nostro impegno a promuovere il bene comune e la solidarietà, a contrastare disaffezione e insoddisfazione pericolosa e a sostenere la dottrina sociale della Chiesa, le cui radici convivono con il dettato costituzionale.
Possa questo anniversario richiamare tutti a custodire e rinnovare il patto che ci unisce, per consegnare alle future generazioni una Repubblica più giusta, coesa e fraterna, sempre nella prospettiva europea.

Con profonda stima e riconoscenza, Le assicuriamo la nostra preghiera per Lei, per le istituzioni della Repubblica e per il Paese.
(fonte: CEI 01/06/2026)

giovedì 21 maggio 2026

Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?


Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?

La tragedia di Modena ci invita a meditare di nuovo sulle parole di Gesù dedicate agli stranieri da accogliere, ai malati da visitare, ai carcerati da andare a trovare.

Foto di Arun Anoop su Unsplash

Molti italiani sono razzisti e hanno una storia eccellente di razzismo.

Noi abbiamo inventato il fascismo e le leggi razziali non le abbiamo copiate dai nazisti, ma erano già l’essenza del movimento che sconvolse il novecento. Noi, il razzismo, l’abbiamo applicato in Africa: uccidendo, torturando, violentando, acquistando schiave bambine a costo zero per la nostra lussuria e questo ben al di là delle leggi del ’38.

Noi abbiamo la lega: ve la ricordate la lega appena nata? Io ero in campagna a raccogliere mele e pere e ricordo i discorsi che facevano gli anziani, vecchi ex socialisti, conquistati dalla retorica violenta contro i meridionali. Ancora oggi il terrone, nel mio paese, è il terrone, anche se la lega è riuscita nella grande impresa di conquistare chi prima disprezzava.

Poi ascolti Salvini che, in tono sarcastico, si riferisce al responsabile dei fatti di Modena dicendo “eh, avrà problemi psichiatrici, sarà disoccupato, ecc.”, e ti accorgi che già qui c’è un grosso problema. Il problema è la necessità retorica di costruire a piacere una gerarchia di problemi.

Ma voi avete l’idea di cosa voglia dire essere borderline? Essere schizofrenico? Essere malato di mente? Come si fa a mettere sullo stesso piano la disoccupazione e la malattia mentale?

Eppure un discorso simile l’ho letto anche oggi anche sulla mia bacheca. Come se la malattia psichiatrica fosse una scusa, una certificazione scolastica per non svolgere le verifiche come gli altri.

Mi rendo conto, inoltre, che malattia psichiatrica è un termine orrendo, inadatto, non scientifico, perché i problemi della mente hanno infinite sfumature e declinazioni, sulle quali di sicuro non sono competente, ma di quest’ultime ne ho viste parecchie e, con la stragrande maggioranza, si può vivere con ottimo profitto per sé e per gli altri.

Certo, dipende anche moltissimo da cosa la società, stato compreso, è disposto a fare. E non mi pare che negli ultimi anni si sia fatto molto in questo campo…

Il fatto che la malattia psichiatrica sia collegata a quel mondo produttivo che oggi non riguarda solo l’ambito della produzione di merci ma tutti gli ambiti – dalla formazione scolastica al divertimento – non lo dico io: lo diceva Mark Fisher in quel piccolissimo capolavoro che è “Realismo capitalista”.

Allora, se si riesce a congiungere i puntini, non si può non accorgersi che la mente può andare in tilt quando all’esterno c’è un ambiente che respinge invece che accogliere, con esiti tragici, dalla strage al suicidio – e in Italia, soprattutto tra i giovani, abbiamo più esperienze dei secondi che delle prime.

“Ma la radicalizzazione…?”. C’è, nessuno nega che vi sia radicalizzazione, anzi di questo passo progredirà di sicuro col tempo. Quando ti senti respinto, preso in giro, in una parola “emarginato”, è naturale ti venga una sete di vendetta. Se non fai parte del gioco vuoi interromperlo. Vi ricordate quando eravate bambini? Succedeva questo: se ne avevamo il potere e il gioco non ci piaceva, lo facevamo saltare, con una scusa qualsiasi. Però – spiace deludere i novelli Bruzzone – qui pare non ci sia radicalizzazione. Ho letto perfino che il responsabile è ateo.

La radicalizzazione c’è e la sentiremo sempre di più, ma sarà un grande buffet su cui gettarsi. Nel frattempo, a Taranto, per Sako Bakari nemmeno un fiore. Ma noi non siamo razzisti, sono loro ad essere islamisti…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Franco Ferrari 19/05/2026)

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Vedi anche i post precedenti:


mercoledì 20 maggio 2026

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

«Bisogna rafforzare i percorsi di integrazione soprattutto per le seconde generazioni», dice monsignor Erio Castellucci sul caso dell’attentatore di Modena, «molti sono nati in Italia e sono nostri concittadini ma spesso sono isolati e covano rabbia. Il fatto che dopo un modenese siano intervenuti due egiziani a bloccarlo è un segno importante. Incontrerei El Koudri e lo ascolterei per cercare di capire cosa lo ha spinto a fare quello che ha fatto»

Salim El Koudri bloccato a terra dopo l’aggressione avvenuta a Modena in un fotogramma tratto da un video pubblicato su Instagram ANSA

«La prima immagine che mi porto dentro è quella di una città che si è stretta attorno alle vittime e ai loro familiari, una città profondamente colpita, preoccupata, ma anche commossa per la rapidità dei soccorsi e per il coraggio di chi è intervenuto immediatamente, inseguendo il giovane che ha commesso il crimine. Attorno alle forze dell’ordine, agli operatori sanitari e a tutte le persone presenti sul posto si è creata subito una forte solidarietà».

È il commento di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola nonché vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale, sulla tragedia di sabato, che ha sconvolto Modena e riportato al centro il tema della violenza giovanile, della marginalità e del disagio psichico.

L'arcivescovo di Modena Erio Castellucci

Eccellenza, cosa bisogna fare per evitare che la paura degeneri in rabbia e chiusura?

«Dopo questo episodio sono cresciute la paura e un senso di instabilità che per Modena resta qualcosa di insolito. Negli ultimi tempi, però, alcuni segnali preoccupanti c’erano già stati: penso agli episodi legati alle baby gang oppure all’accoltellamento, a fine dicembre, del sacerdote colombiano don Rodrigo Grajales Gaviria, che era cappellano delle comunità latinoamericane e che per poco non ha perso la vita. Anche in quel caso c’era dietro una situazione di forte disagio psichico: si trattava di un uomo di 29 anni, italiano, seguito dai servizi sociali, ma evidentemente non sempre si riesce a fare tutto ciò che sarebbe necessario. Per fortuna la città ha reagito subito. Migliaia di persone si sono ritrovate domenica in Piazza Grande per lanciare messaggi di pace, di riconciliazione e di ripartenza. Anche come Chiesa ci siamo mossi subito e abbiamo preparato un’intenzione di preghiera dei fedeli da leggere in tutte le messe della diocesi, nelle oltre 200 parrocchie. Un modo per sentirci uniti, per condividere il dolore e la speranza».

Cosa fare adesso?

Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha investito
 7 persone e ne ha accoltellata una il 16 maggio scorso (ANSA)
«Bisogna riflettere a fondo sull’origine di questo gesto assurdo. Da quello che si riesce a capire emerge soprattutto un grande isolamento, una chiusura rispetto a ogni forma di vita comunitaria: la comunità religiosa di appartenenza, che nel caso di Salim El Koudri era quella islamica, ma anche gli amici, le relazioni, il lavoro, che mancava completamente. A Ravarino, dove viveva, lo descrivono come una persona strana, molto chiusa in se stessa. Sono tutti segnali che raccontano un disagio sociale profondo e che dobbiamo imparare a leggere con maggiore attenzione. Il rischio, altrimenti, è di trovarsi continuamente davanti a tragedie di questo tipo senza riuscire a prevenirle. Se pensiamo anche all’accoltellamento di don Rodrigo oppure a certi episodi legati alle baby gang, vediamo che spesso, andando a scavare un po’ più a fondo, emerge proprio una sofferenza sociale molto forte, una solitudine che non è stata intercettata in tempo».
  • Alcuni politici hanno sollevato il tema dell’integrazione, spesso difficile, degli immigrati di seconda generazione.
«Certamente è da prendere in considerazione ma non nella forma del permesso di soggiorno che per me non c’entra nulla. Piuttosto nella forma della domanda su come accompagnare e includere chi nasce qui, è cittadino italiano a tutti gli effetti, ma appartiene a comunità che talvolta non trovano pienamente il loro humus culturale e che potrebbero aver bisogno di un accompagnamento più attento, di opportunità ulteriori. Sembra che questo ragazzo lamentasse il fatto di non trovare lavoro, di non sentirsi accolto. Sono aspetti che vanno comunque verificati con cautela ma che rimandano a una questione reale. In ogni caso, il punto non è colpevolizzare gli immigrati o fare proclami che riducano le possibilità di integrazione. Al contrario, bisogna chiedersi come rendere questo processo più fluido e più profondo. Ma soprattutto, per me, il tema centrale resta un altro: quello di intercettare l’isolamento, di affinare le “antenne” capaci di cogliere la solitudine. È questo che interpella le comunità cristiane e tutte le realtà civili, dalla scuola allo sport, dall’università al tessuto sociale nel suo insieme. Perché l’isolamento è spesso il sintomo più evidente, ma anche la radice di altre fragilità, fino a gravi disagi psichici».

I soccorsi dopo che l'auto a velocità sostenuta e guidata da Salim El Koudri ha falciato una decina di persone a piedi, in centro a Modena (ANSA)

Salim El Koudri ora è detenuto in isolamento e ha chiesto al suo legale Fausto Gianellli una Bibbia e di parlare con un prete. Lei sarebbe disposto a incontrarlo? E cosa gli direbbe?

«Prima di tutto lo ascolterei, per cercare di capire che cosa lo ha mosso. Ho sentito le dichiarazioni del suo avvocato secondo cui si sta rendendo conto della enormità di ciò che ha fatto, ma ne parla quasi come se fosse qualcosa di distinto da sé. Dice “che lavoro, che cosa brutta”, ma forse non ha ancora collegato pienamente a se stesso quello che è accaduto. Proverei quindi ad ascoltarlo molto, e poi a vedere se ci sono possibilità di un percorso, naturalmente non da parte mia direttamente, ma attraverso esperti che possano cominciare a ricostruire questa personalità. Se poi vorrà intraprendere anche un cammino di fede, c’è la figura del cappellano nelle carceri, ma in situazioni di questo tipo mi sembra che sia soprattutto espressione di uno smarrimento, di un bisogno di aggrapparsi a qualcosa. È comunque prematuro pensare a questo: prima di tutto bisogna cercare di ricostruire l’umano».

La manifestazione in piazza Grande a Modena del 17 maggio (ANSA)

Cosa ha significato il fatto che siano intervenuti tre cittadini per fermarlo?

«È stato il segno, importantissimo che, in un attimo, si può scegliere anche di mettere a rischio la propria incolumità per aiutare gli altri, per impedire che l’autore di un crimine si dilegui. Ed è stato simbolicamente molto importante che il primo a inseguirlo sia stato un modenese e che subito dopo siano arrivati due cittadini egiziani: sono stati loro tre a bloccarlo immediatamente. Questo dato mi sembra significativo anche rispetto a certe letture in chiave xenofoba che circolano sui social. Bisognerebbe fare i conti con la realtà di chi è intervenuto concretamente. Queste persone avrebbero potuto anche pensare: “Io non c’entro, non voglio rischiare, lo lascio andare tanto lo prenderanno”. Invece c’è stata prontezza, generosità e senso di responsabilità. E questa è una testimonianza molto bella per tutta la città».

State pensando a iniziative da preparare per i prossimi giorni?

«Insieme ad alcuni uffici diocesani vogliamo organizzare un momento di riflessione che dovrebbe tenersi all’inizio di giugno. L’idea è quella di partire da quanto è accaduto e affrontare soprattutto il tema della solitudine, dei giovani e delle seconde generazioni. Non vogliamo lasciar cadere tutti gli spunti che questa vicenda porta con sé, ma provare a capire se possano nascere anche delle prassi concrete, se si possano rendere più sensibili, più “attente”, per così dire, le antenne delle nostre comunità cristiane e anche delle altre realtà civili. L’auspicio è che possa essere un incontro non solo ecclesiale ma anche interreligioso e aperto alla comunità civile».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/05/2026)


sabato 16 maggio 2026

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

Leggi tutto dal sito di Avvenire


giovedì 30 aprile 2026

Raniero La Valle: E dopo Trump?

Raniero La Valle

UN DISCORSO AL “PUNTO DE REUNION”

E dopo Trump?

Non si tratta di tornare al passato, che è stato altrettanto perverso. La vera alternativa per l’Europa e per il mondo


Ci incontriamo per la prima volta a Roma dopo un evento straordinario intervenuto in questi giorni nella storia dell’umanità: la fine del diritto internazionale. Anzi potremmo dire, come il folle di Nietzsche, dato che viviamo in un tempo in cui, per citare Giorgio Colli, Nietzsche si respira nell’aria, che il diritto internazionale è morto e noi lo abbiamo ucciso.

Ne abbiamo avuto più volte l’attestazione formale, come quando è venuto a Roma il grande imprenditore americano Peter Thiel ad annunziare, in una conferenza segreta a palazzo Taverna, l’avvento dell’anomos, cioè dell’uomo senza legge di cui aveva parlato san Paolo in una lettera ai fedeli di Salonicco, o come quando Donald Trump, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano in base a quale diritto voleva annettersi quel pezzo di ghiaccio, come la chiama lui, che è la Groenlandia, rispondeva di non avere bisogno del diritto, gli bastava ciò che gli dettava la sua mente e la sua morale. E il diritto è ucciso quando la premier di un Paese come l’Italia dice che il rapimento di Maduro in Venezuela è legittimo.

Ma questa morte del diritto internazionale vuol dire soprattutto la fine delle grandi istituzioni create dal diritto internazionale. Prima di tutto le Nazioni Unite. Ha cominciato Israele quando nel 2024 in piena assemblea dell’ONU il suo ambasciatore, che si era portato in aula un tritacarte, ha ridotto in briciole il suo Statuto; poi il premier Netanyahu ha licenziato l’ONU, il suo segretario generale e scacciato i suoi funzionari sostenendo che l’ONU è una “palude antisemita”: poi c’è stato Zelensky che all’inizio della guerra d’Ucraina ha dichiarato che l’ONU doveva essere abolita.

A loro volta gli Stati Uniti si sono ritirati dalClimate Treaty, il Trattato sul clima ratificato dal Senato americano nel 1992 e dal più recente protocollo di Parigi del 2016; nel gennaio scorso Trump ha emesso un ordine esecutivo per annunciare il ritiro americano da 66 accordi, organizzazioni, enti e commissioni internazionali. come “non più corrispondenti agli interessi del Paese”. I giudici della Corte Penale Internazionale e la relatrice dell’ONU per i territori occupati della Palestina sono stati interdetti dall’entrare negli Stati Uniti e radiati da tutti i circuiti bancari; e infine Trump dice di voler liquidare la NATO.

La guerra non è più quella

Tra queste istituzioni messe in crisi, ce n’è una particolarmente importante che è stata stracciata, e questa istituzione è proprio la guerra. È un’istituzione tra le prime e più decisive codificate dal nascente diritto internazionale, e che Alberico Gentile, che del diritto internazionale moderno è stato tra i fondatori, così definiva: publicorum armorum iusta contentio, che vuol dire: “Una giusta contesa combattuta con armi pubbliche”. Si tratta, come ben sappiamo, di un’istituzione perversa, divenuta negli ultimi tempi pervasiva e sistemica, e tuttavia era ancora rispondente a una certa sia pur distorta razionalità e, quando non interdetta come crimine, ancora regolata dal diritto. Questa istituzione non è più riconoscibile nelle guerre oggi in corso. Prima di tutto ci sono guerre che non derivano da nessuna contesa esistente tra i due protagonisti: la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è stata scatenata senza che vi fosse alcuna contesa tra loro, e quindi senza ragione, come non c’era alcuna contesa diretta tra Israele e Libano; né c’era una contesa tra Russia e Ucraina, mentre la contesa era semmai tra la NATO, o meglio l’America, e la Russia. In secondo luogo non ci sono contese giuste tra tutte le guerre in atto: non è una giusta contesa quella della guerra permanente di Israele contro i palestinesi, decisa prima ancora della fondazione dello Stato sionista; non è giusta la contesa per la conquista russa di territori in Ucraina, non è giusta la sfida della Nato portata fino alle frontiere della Russia rimasta scoperta dopo la scomparsa delle antiche Repubbliche sovietiche, e tanto meno sono giuste le altre decine di guerre, note ed ignote, che si stanno combattendo nel mondo.

Ma oltre che infondate ed ingiuste, le guerre non sono più nemmeno combattute con armi pubbliche: i sistemi d’arma, l’Intelligenza artificiale che decide strategie ed obiettivi, cioè le persone o le moltitudini da uccidere, sono in mani private, prodotti e gestiti da aziende private; molti combattenti sono deicontractorsprivati, cioè dei mercenari, e privati sono perfino quelli che negoziano o fingono di decidere la fine di una guerra, come Kushner e Witkoff, uno il genero, l’altro un amico di Trump.

Dalla “guerra giusta” alla “Furia epica”, al genocidio

La scomparsa della guerra non ha però lasciato un vuoto: è stata sostituita dal genocidio. Quello che mai più doveva avvenire dopo il genocidio nazista degli Ebrei, è diventato un crimine di ordinaria follia, mentre per i loro strumenti, metodi, intendimenti ed effetti tutte le guerre sono diventate genocidi. È significativo che Israele abbia voluto strenuamente negare che quello di Gaza fosse un genocidio, nonostante l’evidenza e le ingiunzioni per impedirlo della Corte Penale Internazionale; in effetti la soluzione voluta dal sionismo politico di Netanyahu del problema palestinese non può che passare attraverso il genocidio; di fatto e di diritto poi, la definizione della Convenzione internazionale contro il genocidio non può non applicarsi alle guerre oggi in corso. Esse non conoscono più “danni collaterali”, sono tutte trasformate nella pura e semplice uccisione del nemico, capi e popolo, e nella pura e dichiarata cancellazione di città e civiltà. Tutte le guerre comprendono atti intesi a “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale”, mediante omicidi e infanticidi, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, imposizione di condizioni distruttive di vita, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, tutti i modi di esecuzione del genocidio previsti dal diritto. È insomma il trionfo della morte, come scrive magnificamente Domenico Gallo ricordando il quadro di Bruegel. Perciò genocidio è il nuovo nome della guerra. Ed essa che nel diritto internazionale era definita come una giusta pubblica contesa, e che a certe condizioni la morale naturale e perfino quella cattolica poteva definire come giusta, è ora definita da Trump “Furia Epica”, per non parlare dei nomi che Israele dà ai suoi genocidi, come “i carri di Gedeone”, “Ruggito del leone”, “ira di Dio”, «Piombo fuso», «Margine protettivo», «Spade di ferro» «Freccia di Bashan», e così via.

Da Biden a Trump

Il passaggio dalla giusta contesa alla guerra senza contesa, e dalla guerra al genocidio dice che siamo giunti a un grado di crudeltà e di dolore del mondo come mai si era visto prima; ci manca solo l’ecocidio, cioè l’attacco alla Terra come tale; intanto è venuto Peter Thiele, il padrone di Palantir, che mentre vaticina la fine ci propone la sua azienda di Intelligenza artificiale, ovvero il tecnofascismo montante, come rimedio o “katécon”, come lui dice sempre citando san Paolo.

Perciò è molto importante non sbagliare diagnosi, e capire bene a che punto siamo della politica internazionale, per impostare i veri rimedi e venire a salvezza.

Il tracotante intervento di Giorgia Meloni alle Camere, il 9 aprile, se lo sappiamo leggere, ci permette di fare questa diagnosi.

Del discorso di Giorgia Meloni è stato soprattutto notato come ella non sia stata in grado di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, in modo da non coinvolgere l’Italia nel baratro delle loro politiche disumane. La critica va però articolata. È vero per esempio che Meloni e Trump combaciano, ma non del tutto; sono eguali quando dicono che tutto quello che c’è stato prima di loro, che si tratti di Biden o di Conte, è da buttare: gli Stati Uniti, si sono impoveriti e svenati per gli altri, e la Nazione italiana sarebbe stata depredata e danneggiata per il reddito di cittadinanza o per la gestione del Covid. Eguali sono apparsi l’una con l’altro anche per l’assenza di ogni pietà per il dolore dei popoli e i genocidi di Gaza e dell’Iran; e identici sono anche nel “metterci la faccia” perché ambedue sprezzanti del giudizio altrui. Però c’è anche una contraddizione tra loro perché Trump ha bisogno di non scontrarsi con Putin, e la Meloni invece vuole sconfiggerlo, e perché gli Stati Uniti fanno secessione dall’Occidente, mentre per la Meloni l’Occidente resta l’idolo da venerare.

Però c’è un passaggio del discorso di Giorgia Meloni che non è stato oggetto di particolare attenzione e che è invece cruciale perché ci aiuta a scoprire la vera realtà della situazione internazionale odierna e richiede una ben più alta risposta politica che quella di una scontata opposizione polemica. È nel punto in cui ci dice che Trump è Trump, ma la politica degli Stati Uniti è la stessa dei precedenti governi, democratici o repubblicani che fossero, solo che i responsabili in Europa sono stati abbastanza sprovveduti da non accorgersene. Ha detto la Meloni: “È innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l’attuale amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane, quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa, per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario. Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente e, a mio avviso, colpevolmente preferito non cogliere, comprese quelle che governavano in Italia e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di untweetdiendorsementquando formavano un nuovo Governo”. E ha avuto buon gioco nel dire che l’attuale collocazione internazionale dell’Italia, che si imputa a lei, è la stessa da 80 anni a questa parte.

Il problema è precisamente quello di una rivisitazione critica di queste politiche, che hanno preceduto, se non causato, l’immane flagello che oggi sconvolge il mondo, per decidere con nuova responsabilità quali politiche adottare e che mondo vogliamo costruire.

Perché il vero problema posto da Trump, non è Trump, ma è la visione del mondo e la strategia a lungo termine degli Stati Uniti, e delle classi dirigenti dell’Occidente e dell’Europa, di cui Trump è la grottesca rappresentazione; ma egli è anche la manifestazione del loro possibile compimento nelle forme distruttive e genocide di cui le guerre di Gaza e dell’Iran sono già un’anticipazione.

Il problema politico è proprio la generale esecrazione da cui Trump è oggi investito a destra e a sinistra, sia dall’Europa dei volenterosi sia dalle classi dirigenti che anche dopo questi 80 anni di fedeltà adorano il patto atlantico e inalberano i valori e gli interessi dell’Occidente allargato, come oggi si dice. Ammesso che Trump non ci porti oggi alla catastrofe, Il rischio è che, venuta meno l’anomalia demenziale di Trump, si pensi come a un grande progresso il ritorno alle belle pratiche di prima. Ma con quali risultati? Certo non ci sarà più alla Casa Bianca chi farnetichi di cancellare una civiltà, ma potrebbe esserci un compassato signore che vada in guerra per “ridurre la Russia alla condizione di paria”, come voleva fare Biden sacrificando l’Ucraina, o potrà esserci qualcuna che in Medio Oriente voglia “riportare l’Iraq all’età della pietra”, come voleva fare la signora Thachter, o un Bush che scateni una “tempesta nel deserto”, o un Kissinger che voglia far fuori un Moro, mentre continuerà a esserci un Israele pronto alla guerra santa per far trionfare “il mondo della benedizione” voluto da Mosè sul “mondo della maledizione”, come ha mostrato sulle mappe Netanyahu all’ONU mentre pianificava il “lavoro” per l’estinzione del popolo palestinese. E se Israele continuerà a perseguire questo obiettivo, il Libano farà la fine di Gaza, in Cisgiordania ci sarà una nuova Nakba, e la guerra cominciata in Iran non avrà mai fine.

Perciò, al di là della facile opposizione di oggi, è bene vedere come l’attuale politica di Trump, nonostante il suo falso richiamo alla dottrina Monroe, sia in continuità con la politica interventista delle amministrazioni precedenti, e come questa politica di recente abbia subito una torsione ancora più egemonica e aggressiva sul piano mondiale. Per farlo basta leggere due documenti programmatici in cui, in piena guerra d’Ucraina, nell’ottobre 2022, la leadership americana aveva enunciato le due strategie fondamentali degli Stati Uniti: il primo è la “National Security Strategy” del Presidente Biden, il secondo ne era la pianificazione operativa sul piano militare del capo del Pentagono Lloyd Austin, corredata da un dettagliato aggiornamento della “postura” o visione nucleare americana. Tale postura ribadiva la decisione già presa dinonadottare la politica del “Non Primo Uso” dell’arma nucleare perché essa “comporterebbe un livello di rischio inaccettabile”. La vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui non funzionava più. Questa opzione non si può più fare, secondo gli americani, perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi era previsto, di fronte a una minaccia, di ricorrere se necessario per primi all’arma nucleare, scudo al cui riparo si possono poi condurre senza rischi per gli Stati Uniti tutte le guerre convenzionali necessarie.

Quale visione del mondo?

La visione del mondo proposta in questi documenti era quella, considerata propria dell’Occidente, che ha il suo centro in America, la sua potenza militare negli Stati Uniti, e nella NATO la vocazione a estendersi fino agli estremi confini della terra.

Per quanto strettamente americani, questi due documenti riguardavano tutti, perché investivano non solo l’una o l’altra regione del globo, ma il destino del mondo come tale, di cui gli Stati Uniti rivendicavano globalmente la leadership, con l’affermazione che “non c’è nulla che vada oltre le nostre capacità: possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”.

Si postulava dunque un unico potere che si protenda alla totalità del mondo, nella presunzione che il mondo debba avere un unico ordinamento politico, economico e sociale, corrispondente a un unico modello di convivenza umana; del resto questo era un presupposto che da tempo gli Stati Uniti avevano messo a base della loro relazione col mondo, da quando, dopo l’11 settembre 2001 e lo shock dell’attacco alle Due Torri, avevano enunciato l’ideologia secondo la quale il solo modello valido per ogni nazione sarebbe riassumibile in tre termini: Libertà, Democrazia e Libera Impresa; dunque un modello che mette insieme una definizione antropologica, una indicazione di regime politico ed una forma obbligatoria di organizzazione economico-sociale, sulla scia del “progetto”, pubblicato nell’ottobre del 2000, del “nuovo secolo americano”. Dunque non venivano contemplati tanti possibili regimi politici, economici e sociali, corrispondenti eventualmente a diverse teorie. Ce ne sarebbe uno solo che comporta un modello umano, quello dell’individualismo liberale, un modello politico, quello della democrazia occidentale, ed un modello economico, quello del capitalismo d’impresa. Altri modelli non venivano ammessi e compito degli Stati Uniti sarebbe di diffondere questo modello in tutto il mondo.

Questa strategia, secondo Biden, si sarebbe dovuta realizzare entro il successivo decennio, a partire da quel 2022. Né si trattava solo di una pia intenzione, dato che a questa impostazione aveva corrisposto tutta la politica estera e militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, cioè dopo l’attacco alle Due Torri. Scriveva Biden: “Non lasceremo il nostro futuro vulnerabile ai capricci di chi non condivide la nostra visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”. Dovevano essere pertanto gli Stati Uniti a vincere nella competizione strategica che così veniva promossa: “Essi guideranno con i nostri valori” e “nessuna nazione è meglio posizionata degli Stati Uniti per avere successo”.

E subito, sia nel documento della Casa Bianca, sia in quello del Pentagono, venivano designati I due “competitori strategici” da battere per realizzare questo progetto, il primo dei quali sorprendentemente non era più la Russia, i cui “limiti strategici” erano stati messi in luce dalla guerra d’Ucraina, ma era la Cina. “La Russia – diceva Biden – non ha le capacità trasversali della Repubblica Popolare Cinese”. Pertanto era la Cina a rappresentare la “sfida culminante” (pacing challenge) a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”.

“La Repubblica Popolare Cinese (RPC) – precisava Lloyd Austin – rimane il nostro competitore strategico più importante per i prossimi decenni. Ho raggiunto questa conclusione sulla base delle crescenti azioni di forza della Repubblica Popolare Cinese per rimodellare la regione dell’Indo Pacifico e il sistema internazionale per adattarlo alle sue preferenze autoritarie, insieme sulla base di una profonda consapevolezza delle intenzioni chiaramente dichiarate della RPC e della rapida modernizzazione ed espansione delle sue forze armate”. “La Cina è quindi la sfida suprema per il Dipartimento della Difesa”.

I nemici però non finivano qui, e Biden citava tutti gli scenari politici del mondo, a cominciare dall’Iran, dalla Repubblica Popolare di Corea, dal Medio Oriente: “Gli autocrati – scriveva Biden presentando il suo documento – fanno gli straordinari per minare la democrazia ed esportare un modello di governance caratterizzato dalla repressione in patria e dalla coercizione all’estero.“ Pertanto, gli Stati Uniti continueranno a difendere la democrazia nel mondo, e continueremo ad aumentare la competitività americana a livello globale, “attirando sognatori e aspiranti da tutto il mondo”.

Ed ecco che ora arriva Trump, dice che Biden è stato il peggior presidente degli Stati Uniti, perché non ha realizzato quel progetto, non ha fatto grande l’America, come invece farà lui, che farà degli Stati Uniti il vero sovrano del mondo. Questa è l’ “accelerazione” di Trump, di cui ha parlato la Meloni al Parlamento. Altrimenti perché portare le spese militari a 1.500 miliardi di dollari, quando la Russia spende 80 miliardi e la Cina 238? Ma l’America di Trump lo farà non più con l’Occidente ma facendo secessione dall’Occidente, accusando l’Europa di codardia e addirittura pensando di sciogliere la NATO; ma questo Trump non potrà farlo da solo: ha bisogno di Israele, perché senza la forza incondizionata da limiti e regole di Israele non si conquista il mondo, e perché l’attuale Stato di Israele fornisce l’alibi di un messianismo blasfemo di cui quello americano è solo una caricatura.

Naturalmente questo disegno fallirà. Il mondo non è una terra di conquista, non è un’entità amorfa, primitiva, disponibile al dominio, non è affatto pronto ad essere espropriato delle sue meravigliose, poliedriche varietà. Questo disegno cadrà perché o l’America cadrà su se stessa, sconfitta e umiliata, tigre di carta, oppure qualcuno la fermerà: ma in questo caso grande è il rischio che si passi attraverso una guerra nucleare.

L’alternativa

Qui allora c’è il problema di quali debbano essere le nostre scelte. Quella della Meloni, che se non sarà rovesciata sarà quella dell’Italia, è di salire sul carro del conquistatore, tenendogli legato l’Occidente, e facendo dell’Europa una potenza militare di supporto nella “competizione strategica” per concorrere all’assoggettamento del cosiddetto “resto del mondo”, come lo chiama ilCorriere della Sera, o almeno per qualificarsi come la migliore cliente dell’Impero. Questo vorrebbe dire arruolarsi alla guerra mondiale a pezzi per istituire un mondo unipolare a conquista compiuta.

Di fronte a questo progetto l’alternativa non può che essere radicale. La scelta, da fare fin da ora, deve essere quella di un mondo multipolare, che per la sua stessa natura non si può realizzare con le armi, con la mitologia della difesa, con gli eserciti comuni, con i Panzer europei ed atlantici nei territori contesi d’Ucraina, ma si può realizzare solo con la politica, con la cultura, col pluralismo delle religioni e delle fedi, con gli scambi, con un’economia non predatoria secondo il modello del capitalismo selvaggio, e con l’accoglienza reciproca tra popoli residenti e migranti. E l’Europa, di cui va ripreso il cammino verso l’unità, non può che essere ripensata secondo queste finalità e secondo questo modello. E per prima cosa dovrà fra coincidere la sua estensione fisica con la sua unità politica, sanando la separazione e contrapposizione tra l’Unione Europea e la Russia, la quale fa parte non solo del corpo, ma dell’anima dell’Europa. Così finalmente ci si potrà dire europei, senza la clausola che si debba essere nemici di altri europei. E quanto a Tel Aviv dovrà uscire dalla sindrome dell’assedio, e prendere l’unica strada possibile, che è quella della riconciliazione tra israeliani e palestinesi restituendo agli Ebrei la loro identità, che è la vera terra promessa, di essere un seme di benedizione per tutti i popoli della Terra. E anche nelle politiche interne occorre uscire dalla sindrome della contrapposizione amico-nemico, e quindi tornare alla proporzionale.

Naturalmente resta un problema: come è possibile che tutto questo possa avvenire, quando la politica sembra impotente, i popoli soggiogati, e i demoni, promessi da Trump, in libera uscita?

Se voi siete qui oggi, e se ovunque c’è chi resiste e chi lotta, e maggioranze che gridano “non in mio nome”, vuol dire che la partita è aperta, che la liberazione è possibile. Ma se invece non ce la facciamo? Se con le forze oggi disponibili il coraggio della pace non fosse in grado di rovesciare gli idoli della guerra?

Sabato scorso, 11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha fatto un discorso che ha suscitato enorme impressione, non una pia esortazione alla pace, ma una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché mantengano la loro parola, la morte sia vinta e la pace sia fatta. Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso vale tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, come diceva Heidegger al culmine del Novecento e molti altri con lui, che a questo punto drammatico a cui il corso storico è arrivato, solo un Dio ci può salvare. È chiaro però che questo contraddice tutta la modernità fondata sull’unica ipotesi dell’autosufficienza dell’umano. Forse è venuto il momento di rimettere in discussione questa ipotesi, è venuto il tempo non solo di dare alla ragione dell’uomo l’artificio di un’intelligenza che la integri e la sostituisca, ma dare al cuore dell’uomo lo spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio, un’alleanza da ristabilire tra le due sponde del cielo.

Roma, 18 aprile 2026
(fonte: Prima loro 29/04/2026)


mercoledì 29 aprile 2026

Tonio Dell'Olio - Rapporto SIPRI i numeri del baratro


Tonio Dell'Olio
 
Rapporto SIPRI i numeri del baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 aprile 202

C’è qualcosa di profondamente scandaloso nei dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI). Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.

Una montagna di risorse che cresce mentre aumentano guerre, paure e instabilità. Non è una risposta alla crisi: è parte della crisi stessa.

A colpire non è solo l’entità, ma la direzione: oltre metà della spesa concentrata tra Stati Uniti, Cina e Russia; un’Europa che accelera con un +14%, segnando la crescita più rapida dalla Guerra fredda; l’Italia pienamente dentro questa spirale. E mentre l’Ucraina destina il 40% del proprio Pil alla guerra, si consolida un modello globale che investe nella forza invece che nella pace.

Il paradosso è evidente: più armi, meno sicurezza. Lo dicono i fatti, prima ancora delle analisi. 
I conflitti aumentano, si espandono, si cronicizzano. Eppure si continua a finanziare ciò che li alimenta, in un circolo vizioso che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro le disuguaglianze e la crisi climatica.

Questo non è realismo politico: è una resa culturale. È l’abbandono dell’idea che la pace si costruisca con la giustizia, il dialogo e la cooperazione. 

Davanti a questi numeri, lo sconcerto non basta. Serve una presa di coscienza collettiva: continuare così non ci proteggerà. Ci porterà solo più vicino al baratro.

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Per approfondire vedi: https://www.sipri.org/


mercoledì 8 aprile 2026

80 dispersi nel Mediterraneo nel naufragio di Pasqua


Un barcone, partito venerdì scorso dalla Libia, si è capovolto in mare. Solo 32 i superstiti

80 dispersi nel Mediterraneo nel naufragio di Pasqua


Sono due i corpi recuperati in mare finora, ma sarebbero 80 i dispersi nel naufragio di Pasqua, come hanno riferito ai soccorritori i 32 migranti trasferiti a Lampedusa dopo i soccorsi. A salvare i naufraghi rimasti in acqua per ore dopo che il barcone si è capovolto sono stati i militari della motovedetta Cp327 della guardia costiera che è stata affiancata dalle navi a vela Grey e Saavedra Tide. I superstiti — 31 uomini e un minore originari di Bangladesh, Pakistan ed Egitto — hanno raccontato di essere partiti nella notte tra venerdì e sabato da Tajoura (Libia), a bordo di un’imbarcazione in legno con due motori. Il mare mosso avrebbe causato infiltrazioni di acqua fino al ribaltamento, dopo circa 15 ore di viaggio.

«Anche a Pasqua ci raggiunge la notizia di dispersi e morti nel centro del Mediterraneo. Uomini, donne e bambini per i quali la Pasqua non ha significato vita, ma morte». L’arcivescovo Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei sull’immigrazione nonché della Fondazione Migrantes, parlando all’Adnkronos, ha denunciato il nuovo naufragio in mare. «Si pensa a tutto in questa Pasqua tranne a loro, alle persone in fuga dalle guerre combattute anche con le nostre armi. Alcuni si meravigliano e si irritano perché parliamo di morte, di diritti negati in questa Pasqua. Sono gli Erode della comunicazione e della politica'», è l’accusa. «Speriamo che l'Europa alzi gli occhi sul Mediterraneo e finalmente — ha affermato — tuteli chi richiede asilo, con una missione europea nel Mediterraneo e la cessazione degli accordi con la Libia, dove, gli stessi che fermano e trasportano nei campi le persone in fuga nel Mediterraneo sono gli stessi che lucrano mettendoli in mare. Il caso Almasri lo dimostra. L’Italia e l’Europa sono incapaci di tutelare invece gli interessi dei migranti in fuga, sempre più numerosi da dieci anni a questa parte e sempre più soli. Una vergogna», ha attaccato.

Anche la Comunità di Sant’Egidio ha espresso «il suo profondo cordoglio ai familiari delle vittime del naufragio di una barca nel Mediterraneo, avvenuto nella notte di Pasqua, ma di cui si è avuta notizia solo domenica, a seguito del salvataggio di alcuni sopravvissuti. Di fronte alla morte di oltre 70 persone, a cui si aggiungono le vittime nei naufragi dei giorni scorsi nel canale di Sicilia e nel mar Egeo, non si può rimanere insensibili, limitandosi ad aggiornare le statistiche sulle tragedie dei viaggi nel Mediterraneo. Rivolgiamo un forte appello a tutte le istituzioni, a livello nazionale ed europeo, perché riprendano con più impegno le operazioni di soccorso in mare, per salvare la vita di chi è in pericolo».

Soltanto pochi giorni fa, alla vigilia del Triduo Pasquale, erano stati registrati altri due drammi nel Mediterraneo: 19 corpi erano stati portati a Lampedusa, dopo un naufragio davanti all’isola, ed altri 18 erano stati condotti sulla costa di Bodrum, nel sud-ovest della Türkiye, dopo l’affondamento di un’imbarcazione. L’Oim, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, ha dichiarato che con l’ultima tragedia, consumatasi nella vigilia di Pasqua, «sono almeno 725 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest’anno, nonostante la diminuzione di arrivi». Ad evidenziare lo stesso aspetto paradossale sono le ultime elaborazioni statistiche di Agenzia Nova sui Paesi di partenza delle imbarcazioni di fortuna: rilevano meno sbarchi, ma traversate più letali. Gli sbarchi di migranti irregolari in Italia, infatti, calano del 43 per cento nei primi tre mesi del 2026, ma i morti e i dispersi nel Mediterraneo centrale superano quota 700, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025.

Intanto oggi è stata diffusa la notizia del fermo delle autorità italiane al natante veloce della Sea Watch Aurora che, nei giorni scorsi, aveva salvato 44 migranti, bloccati per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata, e li aveva condotti a Lampedusa sabato scorso. La ong tedesca, che aveva fotograto con il suo aereo anche la nave capovolta del naufragio di Pasqua, ora rischia una multa fino a 10 mila euro, con la motivazione che il team non avrebbe informato le milizie libiche dei piani di salvataggio.
(fonte: L'Osservatore Romano 07/04/2026)


giovedì 2 aprile 2026

Naufragio a Lampedusa - Don Carmelo Rizzo (parroco Lampedusa), “Stragi che si possono evitare, perché ancora?” - Oliviero Forti (Caritas Italiana), “testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”

Naufragio a Lampedusa

Don Carmelo Rizzo (parroco Lampedusa), 
“Stragi che si possono evitare, perché ancora?”

(Foto ANSA/SIR)

“Siamo tutti scossi. Una cosa è parlarne, un’altra è viverlo”. È la testimonianza di don Carmelo Rizzo, parroco di Lampedusa, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. “Tra l’altro qua c’è brutto tempo, vento e acqua, e quindi si fa quello che si può”, racconta, sottolineando l’impegno dei soccorritori “Meno male che c’è la Croce Rossa”. Il sacerdote parla di “stragi che si possono evitare” e confessa lo smarrimento di fronte all’ennesima tragedia: “Non so nemmeno che dire, per l’ennesima volta”. Quindi rilancia il grido che si leva da Lampedusa: “Garantire viaggi sicuri per queste persone che cercano un po’ di speranza”. 

Drammatiche le immagini dei soccorsi: “Vedere gente che scendeva in ipotermia così, più morta che viva. Viene da dire: perché ancora?”. Don Rizzo allarga lo sguardo pensando alle guerre che causano morti in tutto il mondo, aumentando anche i flussi migratori e richiama le parole di Papa Francesco: “Affinché non accada più, non solo preghiamo, facciamo qualcosa”. 

Alle porte della Pasqua, l’augurio del sacerdote siciliano è che la risurrezione di Gesù porti realmente pace e che questa possa regnare innanzitutto nei cuori. “Come si fa a dormire in pace sapendo che le cose si potrebbero evitare? Non è che ce l’abbiamo con il politico di turno, questo o quell’altro, però diciamo: perché? La domanda che viene è: perché ancora?”. Di fronte a quanto accade, prevale il senso di impotenza: “Sembra quasi che assistiamo in maniera passiva a tutto questo”. 

Infine l’impegno della comunità: “Noi naturalmente pregheremo per tutti, per le vittime, per i familiari, anche per chi esce in mare con queste condizioni meteo per soccorrere. Anche loro rischiano con un mare così, però lo fanno. Lo fanno perché ogni vita è sacra e va salvata”. Una comunità locale che si raccoglie in una preghiera definita “semplice, accorata” per le vittime e i loro familiari, in uno spirito aperto e condiviso anche con i migranti di fede musulmana.
(fonte: Sir 01/04/2026)

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Oliviero Forti (Caritas Italiana), 
“testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”


“Siamo testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza, consumatasi negli stessi giorni in cui, nelle calde aule di Bruxelles, si festeggiava l’approvazione della nuova proposta di regolamento per i Rimpatri dei cittadini stranieri. Una misura che consentirà alla “civile” Europa di rispedire i migranti nei loro paesi, assoggettandoli a misure sempre più restrittive destinate a colpire i diritti e le tutele dei più vulnerabili”. Lo dice al Sir Oliviero Forti, responsabile del Servizio accoglienza e integrazione migranti e rifugiati di Caritas Italiana, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. 

“Quando il corpo entra nello stadio avanzato dell’ipotermia, i brividi cessano, il sangue si addensa e il cuore, esausto, smette di battere. Il cervello, in uno straziante paradosso, può perfino illudere la vittima di avere caldo mentre la vita la abbandona. Questo è quanto accade a una persona che muore di freddo. Oggi, i corpi di 19 naufraghi, tra cui due bambini, sono giunti a Lampedusa e il referto medico è stato inequivocabile: deceduti per ipotermia. Il freddo, goccia dopo goccia, ha spento la loro resistenza e la loro voglia di futuro”.

Forti sottolinea “il paradosso più oscuro di questi giorni”. “Da un lato, il Mediterraneo continua a restituire corpi, vittime di un freddo che non ha avuto pietà; dall’altro, Bruxelles stringe le maglie dei diritti, approvando norme che allontanano ancora di più la possibilità di una accoglienza degna di questo nome. Mentre qui si muore di freddo, lì si discute di respingimenti. Mentre due bambini chiudono gli occhi per sempre, aggrappati al petto dei genitori nel tentativo disperato di trovare calore, nei palazzi del potere si brinda a un’Europa che si fa fortezza, sempre più chiusa, sempre più distante da quel mare che continua a fare il suo mestiere più crudele: restituire i corpi dei migranti.
È in questo paradosso, tra chi muore di freddo nel Mediterraneo e chi brinda nei palazzi del potere, che siamo chiamati a celebrare la Pasqua del Signore”.
(fonte: Sir 01/04/2026)

martedì 24 marzo 2026

“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti

“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti

Non spettatori né pedine: studenti in cerca di verità e di responsabilità a scuola


Al di là del risultato del referendum, c’è qualcosa di bello e forse anche un po’ sorprendente nell’aver visto la politica entrare a scuola non come imposizione ma come domanda, poiché ha superato i timori della propaganda per il “sì” per il “no” e degli interventi degli ispettori del ministero. È ciò che è accaduto in questi giorni in vista del referendum non tanto per le posizioni espresse, spesso ancora acerbe o in via di formazione, quanto per il desiderio autentico degli studenti di capire, di chiedere, di confrontarsi. In un tempo in cui si tende a liquidare generalmente i giovani come disinteressati o superficiali, colpisce invece la loro sete di senso. Vogliono sapere cosa c’è dietro una scelta, quali conseguenze porta, quali valori la sostengono, e lo fanno con gli strumenti che hanno, a volte in modo confuso, altre volte lucido; è un segnale che non va sottovalutato, bensì accompagnato.

Se è vero che la politica può e deve essere “la più alta forma di carità”, allora non va lasciata all’improvvisazione né tantomeno alla manipolazione. C’è un bisogno urgente di educazione alla politica, non alla militanza cieca, non all’adesione acritica a slogan o schieramenti; bisogna puntare sulla capacità di pensare, di discernere, di dialogare, di proporre e di partecipare. Educare alla politica significa aiutare a distinguere tra il bene comune e l’interesse di parte, tra la complessità dei problemi e la semplificazione ideologica, tra il confronto e lo scontro. In questo senso la scuola si rivela ancora una volta uno spazio prezioso, non pericoloso.

L’assemblea di istituto, spesso sottovalutata o ridotta a momento informale, può diventare invece un laboratorio di cittadinanza viva. È stato bello ascoltare gli studenti mentre provavano ad affrontare questioni più grandi di loro: temi intricati, talvolta resi ancora più confusi da noi adulti, da una comunicazione frammentata, urlata, non sempre onesta; dentro quelle parole incerte da adolescenti, dentro quelle domande magari ingenue, c’era un tentativo sincero di andare oltre la superficie. Va custodita non tanto la correttezza immediata delle risposte, quanto la qualità delle domande, perché è da lì che nasce una coscienza critica, capace un giorno di abitare la politica non come campo di battaglia, bensì come spazio di servizio.

A noi adulti spetta, allora, la responsabilità di non tirare gli studenti “di qua o di là”, di non usarli a mo’ di terreno di consenso o eco delle nostre convinzioni; al contrario offriamo strumenti, chiavi di lettura, occasioni di confronto autentico, accompagnandoli senza sostituirli, provocandoli senza indirizzarli, educandoli senza manipolarli. Se sapremo fare questo, forse scopriremo che la politica a scuola non è un problema da gestire, al contrario sarà una possibilità da far crescere. In questi ragazzi che discutono, si interrogano, a volte si contraddicono, c’è già una generazione che non si accontenta di subire il presente e che prova con fatica e con speranza a costruirlo.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Marco Pappalardo 23/03/2026)