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mercoledì 31 gennaio 2024

Don Bosco: "Uno solo è il mio desiderio: quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità" - Lettera di San Giovanni Bosco (testo integrale)

Don Bosco: "Uno solo è il mio desiderio:
quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità"


Nella primavera del 1884 Don Bosco è a Roma alle prese con problemi finanziari e impegnato a ottenere per la sua Congregazione un rassicurante stato giuridico. In questo periodo si accentua in lui anche la preoccupazione di dare stabilità e unità alle sue opere e al tempo stesso di rafforzare lo stile educativo tipico del sistema preventivo. In questo contesto nasce la Lettera da Roma indirizzata ai suoi giovani di Valdocco e ai loro educatori. Il suo contenuto è da considerare come uno dei più ricchi documenti pedagogici di Don Bosco: è come fosse il suo testamento spirituale.

Questa «lettera» è lo scritto che, per la mano paziente del segretario don Giovanni Battista Lemoyne, Don Bosco inviò ai suoi «carissimi figlioli in Gesù Cristo» con essa consegna, soprattutto ai suoi salesiani, una specie di «manifesto pedagogico» che raccoglie le intuizioni più geniali, i sentimenti più veri, l’ansia di trasmissione di valori, le attenzioni più quotidiane e semplici alle domande dei giovani che hanno contrassegnato tutta la sua vita e il suo progetto educativo.

Precisiamo che la «Lettera da Roma» appare in una duplice redazione: una breve (presto dimenticata) e una più diffusa (oggetto di particolare attenzione e riflessione da parte dei salesiani fin dal suo primo apparire).

Di seguito ne proponiamo la redazione più ampia mantenendo la forma originale non aggiornata secondo il lessico odierno.


Roma, 10 Maggio 1884 

Miei carissimi figlioli in Gesù C.

Vicino o lontano io penso sempre a voi. Un solo è il mio desiderio: quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità. Questo pensiero, questo desiderio mi risolsero a scrivervi questa lettera. Sento, o cari miei, il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena quale voi non potete immaginare. Perciò io avrei desiderato scrivere queste righe una settimana fa, ma le continue occupazioni me lo impedirono. Tuttavia, benché pochi giorni manchino al mio ritorno, voglio anticipare la mia venuta fra voi almeno per lettera, non potendolo di persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo ed ha dovere di parlarvi colla libertà di un padre. E voi me lo permetterete, non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica quello che sono per dirvi.

Ho affermato che voi siete l’unico ed il continuo pensiero della mia mente. Or dunque in una delle sere scorse io mi era ritirato in camera, e mentre mi disponeva per andare a riposo avea incominciato a recitare le preghiere che mi insegnò la mia buona mamma. In quel momento non so bene se preso dal sonno o tratto fuor di me da una distrazione mi parve che mi si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell’Oratorio.

Uno di questi due mi si avvicinò e salutatomi affettuosamente mi disse:
– O D. Bosco! Mi conosce?
– Sì che ti conosco: risposi.
– E si ricorda ancora di me? soggiunse quell’uomo.
– Di te e di tutti gli altri. Tu sei Valfrè, ed eri nell’Oratorio prima del 1870.
– Dica! continuò Valfrè, vuoi vedere i giovani che erano nell’Oratorio ai miei tempi?
– Sì fammeli vedere, io risposi; ciò mi cagionerà molto piacere.
E Valfrè mi mostrò i giovani tutti colle stesse sembianze e colla statura e nell’età di quel tempo. Mi pareva di essere nell’antico oratorio nell’ora della ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria. Chi correva, chi saltava, chi faceva saltare. Qui si giuocava alla rana, là a bararotta ed al pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani che pendeva dal labbro di un prete il quale narrava una storiella. In un altro luogo un chierico che in mezzo ad altri giovanetti giuocava all’asino vola ed ai mestieri. Si cantava, si rideva da tutte parti e dovunque chierici e preti e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra i giovani e i Superiori regnava la più grande cordialità e confidenza. Io era incantato a questo spettacolo e Valfrè mi disse: 
– Veda: la famigliarità porta amore, e l’amore porta confidenza. Ciò è che apre i cuori e i giovani palesano tutto senza timore ai maestri, agli assistenti ed ai Superiori. Diventano schietti in confessione e fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare colui dal quale sono certi di essere amati.
In quell’istante si avvicinò a me l’altro mio antico allievo che avea la barba tutta bianca e mi disse: – Don Bosco vuole adesso conoscere e vedere i giovani che attualmente sono nell’Oratorio? (Costui era Buzzetti Giuseppe).
– Sì! risposi io; perché è già un mese che più non li vedo!
E me li additò. Vidi l’Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udiva più grida di gioia e cantici, non più vedeva quel moto, quella vita come nella prima scena. Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una noia, una spossatezza, una musoneria, una diffidenza che faceva pena al mio cuore. Vidi è vero molti che correvano, giuocavano, si agitavano con beata spensieratezza, ma altri non pochi io ne vedeva, star soli appoggiati ai pilastri in preda a pensieri sconfortanti; altri su per le scale e nei corridoi o sopra i poggiuoli dalla parte del giardino per sottrarsi alla ricreazione comune; altri passeggiare lentamente in gruppi parlando sottovoce fra di loro dando attorno occhiate sospettose e maligne: talora sorridere ma con un sorriso accompagnato da occhiate da far non solamente sospettare, ma credere che San Luigi avrebbe arrossito se si fosse trovato in compagnia di costoro; eziando fra coloro che giuocavano ve ne erano alcuni così svogliati, che faceano veder chiaramente, come non trovassero gusto nei divertimenti.
– Hai visti i tuoi giovani? mi disse quell’antico allievo.
– Li vedo; risposi sospirando.
– Quanto sono differenti da quelli che eravamo noi una volta! esclamò quel vecchio allievo.
– Purtroppo! Quanta svogliatezza in questa ricreazione.
– E di qui proviene la freddezza in tanti nell’accostarsi ai Santi Sacramenti, la trascuranza delle pratiche di pietà in Chiesa e altrove; lo star mal volentieri in un luogo ove la Divina Provvidenza li ricolma di ogni bene pel corpo, per l’anima, per l’intelletto.
Di qui il non corrispondere che molti fanno alla loro vocazione; di qui le ingratitudini verso i Superiori; di qui i segretumi e le mormorazioni, con tutte le altre deplorevoli conseguenze.
– Capisco, intendo, risposi io. Ma come si possono rianimare questi miei cari giovani, acciocché riprendano l’antica vivacità, allegrezza, espansione?
– Coll’amore!
– Amore? Ma i miei giovani non sono amati abbastanza? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato pel corso di ben quaranta anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante opposizioni, quante persecuzioni per dare ad essi pane, casa, maestri e specialmente per procurare la salute delle loro anime. Ho fatto quanto ho potuto e saputo per coloro che formano l’affetto di tutta la mia vita.
– Non parlo di te!
– Di chi dunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei Direttori, Prefetti, maestri, assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumino i loro anni giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza?
– Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio.
– Che cosa manca adunque?
Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati.
– Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell’intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?
– No, lo ripeto; ciò non basta.
– Che cosa ci vuole adunque?
– Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a veder l’amore in quelle cose che naturalmente lor piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi e queste cose imparino a far con amore.
– Spiegati meglio!
– Osservi i giovani in ricreazione.
Osservai e quindi replicai: – E che cosa c’è di speciale da vedere?
– Sono tanti anni che va educando giovani e non capisce? Guardi meglio! Dove sono i nostri Salesiani? Osservai e vidi che ben pochi Preti e Chierici si mescolavano fra i giovani e ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I Superiori non erano più l’anima della ricreazione. La maggior parte di essi passeggiavano fra di loro parlando, senza badare che cosa facessero gli allievi; altri guardavano la ricreazione non dandosi nessun pensiero dei giovani; altri sorvegliavano così alla lontana senza avvertire chi commettesse qualche mancanza; qualcuno poi avvertiva ma in atto minaccioso e ciò raramente.
Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi giovani cercavano studiosamente di allontanarsi dai maestri e dai Superiori.
Allora quel mio amico ripigliò: – Negli antichi tempi dell’Oratorio lei non stava sempre in mezzo ai giovani e specialmente in tempo di ricreazione? Si ricorda quei belli anni? Era un tripudio di paradiso, un’epoca che ricordiam sempre con amore, perché l’amore era quello che ci serviva di regola, e noi per lei non avevamo segreti.
– Certamente! E allora tutto era gioia per me e nei giovani uno slancio per avvicinarsi a me per volermi parlare, ed una viva ansia di udire i miei consigli e metterli in pratica. Ora però vedi come le udienze continue e gli affari moltiplicati e la mia sanità me lo impediscono.
– Va bene: ma se lei non può, perché i suoi Salesiani non si fanno suoi imitatori? Perché non insiste, non esige che trattino i giovani come li trattava lei?
– lo parlo, mi spolmono ma pur troppo che molti non si sentono più di far le fatiche di una volta.
– E quindi trascurando il meno perdono il più e questo più sono le loro fatiche. Che amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace ai Superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica. La causa del presente cambiamento nell’Oratorio è che un certo numero di giovani non ha confidenza nei Superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici; quindi sono temuti e poco amati. Perciò se si vuol fare un cuor solo ed un’anima sola per amor di Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a questa la confidenza cordiale. Che quindi l’obbedienza guidi l’allievo come la madre guida il suo fanciullino. Allora regnerà nell’Oratorio la pace e l’allegrezza antica.
– Come dunque fare per rompere questa barriera?
– Famigliarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza famigliarità non si dimostra l’amore e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della famigliarità. Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. Se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà che fa né più né meno del proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama.
Quante conversioni non cagionarono alcune sue parole fatte risuonare all’improvviso all’orecchio di un giovane nel mentre che si divertiva. Chi sa di essere amato ama e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani ed i Superiori. I cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti. Questo amore fa sopportare ai Superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzò la canna già fessa, né spense il lucignolo che fumava. Ecco il vostro modello.
Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l’amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri Superiori, guadagnando null’altro che disprezzo ed ipocrite moine; chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per far la corte a questa trascurare tutti gli altri giovanetti; chi per amore dei proprii comodi tenga in non cale il da vere strettissimo della sorveglianza; chi per un vano rispetto umano si astenga dall’ammonire chi deve essere ammonito.
Se ci sarà questo vero amore non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime. Perché si vuole sostituire all’amore la freddezza di un regolamento? Perché i Superiori si allontanano dall’osservanza di quelle regole di educazione che D. Bosco ha loro dettate? Perché al sistema di prevenire colla vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema meno pesante e più spiccio per chi comanda di bandir leggi che se si sa stengono coi castighi accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle osservare fruttano disprezzo per i superiori e cagione sa no di disordini gravissimi?
E ciò accade necessariamente se manca la famigliarità. Se adunque si vuole che l’oratorio ritorni all’antica felicità si rimetta in vigore l’antico sistema: che il Superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio, o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati. Allora i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso di immoralità i Superiori siano inesorabili. È meglio correre pericolo di scacciare dalla casa un innocente, che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai Superiori tutte quelle cose le quali conoscano in qualunque modo essere offesa di Dio.
Allora io interrogai: 
– E quale è il mezzo precipuo perché trionfi simile famigliarità e simile amore e confidenza?
– L’osservanza esatta delle regole della casa.
– E null’altro?
– Il piatto migliore in un pranzo è quello della buona cera.
Mentre così il mio antico allievo finiva di parlare ed io continuava ad osservare con vivo dispiacere quella ricreazione a poco a poco mi sentii oppresso da grande stanchezza che andava ognora crescendo. Questa oppressione giunse al punto che non potendo più resistere mi scossi e rinvenni. Mi trovai in piedi vicino al letto. Le mie gambe erano così gonfie e mi faceano così male che non potea più star ritto. L’ora era tardissima quindi me ne andai a letto risoluto di scrivere a’ miei cari figlioli queste righe. lo desidero di non far questi sogni perché mi stancano troppo. 

Nel giorno seguente mi sentiva rotto nella persona e non vedea l’ora di potermi riposare la sera seguente. Ma ecco appena fui in letto ricominciare il sogno. Avevo d’innanzi il cortile, i giovani che ora sono nell’Oratorio, e lo stesso antico allievo dell’Oratorio. lo presi ad interrogarlo: 
– Ciò che mi dicesti io lo farò sapere ai miei Salesiani, ma ai giovani dell’Oratorio che cosa debbo dire?.
Mi rispose: 
– Che essi riconoscano quanto i Superiori, i maestri, gli assistenti fatichino e studino per loro amore, poi che se non fosse pel loro bene non si assoggetterebbero a tanti sacrifizii; che si ricordino essere l’umiltà la fonte di ogni tranquillità; che sappiano sopportare i difetti degli altri, poi che al mondo non si trova la perfezione ma questa è solo in paradiso; che cessino dalle mormorazioni poiché queste raffreddano i cuori; e sovratutto che procurino di vivere nella S. grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sé, non ha pace cogli altri.
– E tu mi dici dunque che vi sono fra i miei giovani di quelli che non hanno la pace con Dio?
– Questa è la prima causa del malo umore, fra le altre che tu sai, alle quali devi porre rimedio, e che non fa d’uopo che ora ti dica. Infatti non diffida se non chi ha segreti da custodire, se non chi teme che questi segreti vengano a conoscersi, perché sa che gliene tornerebbe vergogna e disgrazia. Nello stesso tempo se il cuore non ha la pace con Dio rimane angosciato irrequieto insofferente d’obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada a male, e perché esso non ha amore, giudica che i Superiori non lo amino.
– Eppure o caro mio non vedi quanta frequenza di Confessioni e di Comunioni vi è nell’Oratorio?
– È vero che grande è la frequenza delle Confessioni ma ciò che manca radicalmente, in tanti giovanetti che si confessano è la stabilità nei proponimenti. Si confessano ma sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disobbedienze, le stesse trascuranze nei doveri. Cosi si va avanti per mesi e mesi, e anche per anni e taluni perfino cosí continuano alla 5a ginnasiale. Sono confessioni che valgono poco o nulla; quindi non recano pace e se un giovanetto fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio sarebbe un affare ben serio.
– E di costoro ve ne ha molti all’Oratorio?
– Pochi in confronto del gran numero di giovani che sono nella casa: Osservi. -E me li additava.
lo guardai e ad uno ad uno vidi quei giovani. Ma in questi pochi io vidi cose che hanno profondamente amareggiato il mio cuore. Non voglio nietterle sulla carta, ma quando sarò di ritorno voglio esporle a ciascuno cui si riferiscono. Qui vi dirò soltanto che è tempo di pregare e di prendere ferme risoluzioni; proporre non colle parole mai coi fatti e far vedere che i Comollo, i Savio Domenico, i Besucco e i Saccardi, vivono ancora tra noi.
In ultimo domandai a quel mio amico: – Hai null’altro da dirmi?
– Predica a tutti grandi e piccoli che si ricordino sempre che sono figli di Maria SS. Ausiliatrice. Che essa stessa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perché si amassero come fratelli e perché dessero gloria a Dio e a lei colla loro buona condotta. Che è la Madonna quella che loro provvede pane e mezzi di studiare con infinite grazie e portenti. Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro SS. Madre e che coll’aiuto suo deve cadere quella barriera di diffidenza che il Demonio ha saputo innalzare tra giovani e Superiori e della quale sa giovarsi per la rovina di certe anime.
– E ci riusciremo a togliere questa barriera?
– Sí certamente purché grandi e piccoli siano pronti a soffrire qualche piccola mortificazione per amor di Maria e mettano in pratica ciò che io le ho detto. Intanto io continuava a guardare i miei giovinetti e allo spettacolo di coloro che vedeva avviati verso l’eterna perdizione sentii tale stretta al cuore che mi svegliai. Molte cose importantissime che io vidi desidererei ancora narrarvi ma il tempo e le convenienze non me lo permettono.
Concludo: Sapete che cosa desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni ritornino i giorni felici dell’antico oratorio. I giorni dell’amore e della confidenza Cristiana tra i giovani ed i Superiori; i giorni dello Spirito di accondiscenza e sopportazione per amor di Gesú Cristo degli uni verso degli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho bisogno che mi consoliate dandomi la speranza e la promessa che voi farete tutto ciò che desidero per il bene delle anime vostre. Voi non conoscete abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati nell’Oratorio. Innanzi a Dio vi protesto: Basta che un giovane entri in una casa Salesiana perché la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione speciale. Mettiamoci adunque tutti d’accordo. La carità di quelli che comandano, la carità di quelli che devono obbedire faccia regnare fra di noi lo spirito di S. Francesco di Sales.
O miei cari figlioli, si avvicina il tempo nel quale dovrò distaccarmi da voi e partire per la mia eternità (Nota del Segret. A questo punto D. Bosco sospese di dettare; gli occhi suoi si empirono di lagrime, non per rincrescimento, ma per ineffabile tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce: dopo qualche istante continuò) quindi io bramo di lasciar voi, o preti, o chierici, o giovani carissimi per quella via del Signore nella quale esso stesso vi desidera.
A questo fine il Santo Padre che io ho visto venerdí 9 di maggio vi manda di tutto cuore la sua benedizione. Il giorno della festa di Maria SS. Ausiliatrice mi troverò con voi innanzi all’effige della nostra amorosissima Madre. Voglio che questa gran festa si celebri con ogni solennità e D. Lazzero e D. Marchisio pensino a far sí che stiamo allegri anche in refettorio. La festa di Maria Ausiliatrice deve essere il preludio della festa che dobbiam celebrare tutti insieme uniti un giorno in paradiso.

Vostro aff.mo amico in G.C.
Sac. Giovanni Bosco


Don Lorenzo Milani ha vissuto fino in fondo le Beatitudini evangeliche della povertà e dell’umiltà - Papa Francesco

Don Lorenzo Milani 
ha vissuto fino in fondo
le Beatitudini evangeliche
della povertà e dell’umiltà
Papa Francesco

Sala Clementina - 22 gennaio 2024

Discorso ai membri del Comitato Nazionale
per il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Do il mio cordiale benvenuto a voi che componete il Comitato Nazionale per il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani, presieduto dalla Signora Rosy Bindi. Sono riconoscente per l’impegno collegiale che ponete affinché la testimonianza e il messaggio di Don Milani possano raggiungere tutti, in particolare le nuove generazioni. Vi ringrazio, saluto il Signor Cardinale e vorrei condividere con voi alcune riflessioni.

L’evento centrale della vita di Don Milani è la sua conversione, non dimentichiamolo. Essa permette di comprendere appieno la sua persona, dapprima nella sua ricerca inquieta e poi, dopo la completa adesione a Cristo, nella sua piena realizzazione. Il suo “sì” a Dio lo prende, lo trasforma e lo spinge a comunicarlo agli altri.

Di fronte alla salma di un giovane sacerdote, Lorenzo dice al suo padre spirituale, Don Raffaele Bensi, una parola decisiva: “ Io prenderò il suo posto”. È la risposta alla vocazione ad essere cristiano e insieme sacerdote, tanto che Adele Corradi, l’insegnante che gli è stata accanto, afferma: «Egli non ricordava nessun momento da credente in cui non pensasse di essere prete. Gli pareva che la decisione di essere prete fosse contemporanea alla conversione». [1]
La conversione è il cuore di tutta l’esperienza umana e spirituale di Don Milani che lo fa credente, prete innamorato della Chiesa, fedele servitore del Vangelo nei poveri.

Don Lorenzo ha vissuto fino in fondo le Beatitudini evangeliche della povertà e dell’umiltà, lasciando i suoi privilegi borghesi, la sua ricchezza, le sue comodità, la sua cultura elitaria per farsi povero fra i poveri. E da questa scelta non si è mai sentito sminuito, perché sapeva che quella era la sua missione, Barbiana era il suo posto, tanto che, appena arrivato, acquistò lì la sua tomba.

Don Bensi, quando lo andò a trovare già gravemente ammalato e lo vide nella stanza che serviva da scuola, circondato dai suoi ragazzi, rimase colpito e scrisse: «Erano lì tutti in silenzio [...]. E lui era uno di loro, non diverso, non migliore [...]. Capii allora, più che in qualunque altro momento, il prezzo della sua vocazione, l’abisso del suo amore per quelli che aveva scelto e che lo avevano accettato. [...] Fu per me, e rimane, l’immagine più eroica del cristiano e del sacerdote». [2]

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» ( Mt 5,6). Don Milani ha sperimentato anche questa beatitudine con la sua gente e i suoi allievi. La scuola è stato l’ambiente in cui operare per un fine grande, uno scopo che andava oltre: restituire la dignità agli ultimi, il rispetto, la titolarità di diritti e cittadinanza, ma soprattutto il riconoscimento della figliolanza di Dio, che tutti ci comprende. 
«Noi –dice ai preti in Esperienze Pastorali – abbiamo per unica ragione di vita quella di contentare il Signore e di mostrargli d’aver capito che ogni anima è un universo di dignità infinita». [3]

Don Milani è stato testimone e interprete della trasformazione sociale ed economica, del cambiamento d’epoca in cui l’industrializzazione si affermava sul mondo rurale, quando i contadini e i loro figli dovevano andare a fare gli operai, una condizione che li confinava ancora di più ai margini. Con mente illuminata e cuore aperto Don Lorenzo comprende che anche la scuola pubblica in quel contesto era discriminante per i suoi ragazzi, perché mortificava ed escludeva chi partiva svantaggiato e contribuiva nel tempo a radicare le disuguaglianze. Non era un luogo di promozione sociale, ma di selezione, e non era funzionale all’evangelizzazione, perché l’ingiustizia allontanava i poveri dalla Parola, dal Vangelo, allontanava contadini e operai dalla fede e dalla Chiesa.

Allora si interroga su come la Chiesa possa essere significativa e incidere con il suo messaggio perché i poveri non rimangano sempre più indietro. E con saggezza e amore trova la risposta nell’educazione, attraverso il suo modello di scuola, cioè mettere la conoscenza a servizio di quelli che sono gli ultimi per gli altri, i primi per il Vangelo e per lui.

Al piccolo gregge di Barbiana, alla sua gente, Don Lorenzo consegna tutta la propria vita, che prima ha consegnato a Cristo. Il motto “I Care” non è un generico “mi importa”, ma un accorato “m’importa di voi”, una dichiarazione esplicita d’amore per la sua piccola comunità; e nello stesso tempo è il messaggio che ha consegnato ai suoi scolari, e che diventa un insegnamento universale. Ci invita a non rimanere indifferenti, a interpretare la realtà, a identificare i nuovi poveri e le nuove povertà; ci invita anche ad avvicinarci a tutti gli esclusi e prenderli a cuore. Ogni cristiano dovrebbe fare in questo la sua parte.

Penso che l’esperienza di Don Milani si possa rileggere con le parole che San Giovanni Paolo II ha utilizzato per descrivere la figura del martire: «Egli sa di avere trovato nell’incontro con Gesù Cristo la verità sulla sua vita e niente e nessuno potrà strappargli questa certezza. Né la sofferenza né la morte violenta lo potranno fare recedere dall’adesione alla verità che ha scoperto nell’incontro con Cristo». [4]

Cari fratelli e sorelle, siamo qui a dire la nostra gratitudine a Don Lorenzo Milani, prete inquieto e inquietante, fedele al Signore e alla sua Chiesa: ringraziamo per la testimonianza che ci ha lasciato come impegnativa eredità. E grazie a voi per quanto avete fatto e state facendo in questo centenario della sua nascita per farlo conoscere e farlo ascoltare. 
Vi benedico di cuore. 
E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie.
_______________________________________________________

[1] A. Corradi, Non so se don Lorenzo, Milano 2012, p. 81.
[2] N. Fabbretti, “Intervista a Mons. Raffaele Bensi”, Domenica del Corriere, 27 giugno 1971.
[3] Esperienze pastorali, Firenze 1957, p. 222.
[4] Lett. enc. Fides et ratio (14 settembre 1981), 32


martedì 30 gennaio 2024

Intenzione di preghiera per il mese di Febbraio 2024: Preghiamo per i malati terminali e le loro famiglie. (commento, testo e video)

Intenzione di preghiera per il mese di Febbraio 2024 
Preghiamo per i malati terminali e le loro famiglie.

Francesco chiede di curare e di accompagnare i malati terminali e le loro famiglie
  • Il Video del Papa di febbraio, mese in cui la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Malato, lancia un appello perché i malati terminali “ricevano sempre la cura e l’accompagnamento necessari, sia dal punto di vista sanitario che da quello umano”.
  • “Guarire se possibile, aver cura sempre”, dice Francesco citando Giovanni Paolo II, nel suo videomessaggio diffuso attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa.
  • Il Papa sottolinea anche il “ruolo decisivo” delle famiglie, che “non possono essere lasciate sole”.
Guarda il video

Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Ci sono due parole che alcuni, quando parlano di malattie terminali, 
confondono: inguaribile e incurabile. E non sono la stessa cosa. 

Anche quando le possibilità di guarigione sono minime, tutti i malati hanno diritto all’accompagnamento medico, all’accompagnamento psicologico, 
all’accompagnamento spirituale, all'accompagnamento umano. 

A volte non riescono a parlare, a volte pensiamo che non ci riconoscano, 
ma se teniamo loro la mano capiamo che sono in sintonia. 

Non sempre si ottiene la guarigione. 
Ma possiamo sempre prenderci cura del malato, accarezzare il malato. 
San Giovanni Paolo II diceva: “guarire se possibile, aver cura sempre”. 
Ed è qui che entrano in gioco le cure palliative, che garantiscono al paziente 
non solo un’assistenza medica, ma anche un accompagnamento umano e vicino. 

Le famiglie non possono essere lasciate sole in questi momenti difficili. Il loro ruolo è decisivo. Devono disporre di mezzi adeguati per fornire il supporto fisico, 
il supporto spirituale, il supporto sociale. 

Preghiamo perché i malati nella fase terminale della propria vita, 
e le loro famiglie, ricevano sempre la cura e l’accompagnamento necessari, 
sia dal punto di vista sanitario che da quello umano.

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Nell’edizione di febbraio del Video del Papa, Papa Francesco chiede preghiera e impegno per i malati terminali e le loro famiglie. Il Santo Padre condivide la sua intenzione di preghiera per questo mese in cui ricorre la Giornata Mondiale del Malato, che Giovanni Paolo II istituì nel 1992 perché si celebrasse l’11 febbraio di ogni anno, memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Lourdes.

Francesco osserva che “ci sono due parole che alcuni, quando parlano di malattie terminali, confondono: inguaribile e incurabile. E non sono la stessa cosa”. “Guarire se possibile, aver cura sempre”, dice Francesco citando Giovanni Paolo II, nel videomessaggio che rivolge a ogni credente attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa.

La guarigione e la cura

Una coppia, di spalle, guarda il mare: il ragazzo abbraccia la ragazza, rimasta senza capelli a causa della chemioterapia. Una bambina è sul letto del nonno, in ospedale, e lo stringe a sé. Un uomo è al capezzale di suo padre, con una Bibbia sulle ginocchia e un rosario nelle mani. Un’infermiera accompagna in giardino la paziente, che non può più camminare. Un medico spiega a una famiglia il percorso difficile che, d’ora in poi, dovrà affrontare insieme al proprio caro.

A seconda di come le guardiamo, le immagini del Video del Papa di febbraio ci raccontano una serie di fallimenti o di successi: fallimenti, se l’unico risultato accettabile è la guarigione; successi, invece, se l’obiettivo è la cura. Guarire e curare sembrano sinonimi, ma non lo sono. Francesco lo spiega chiaramente: anche quando esistono poche possibilità di guarigione, “tutti i pazienti hanno diritto all’accompagnamento medico, all’accompagnamento psicologico, all’accompagnamento spirituale e umano”. E prosegue: “Non sempre si ottiene la guarigione. Ma possiamo sempre prenderci cura del malato, accarezzare il malato”.

Malati, famiglie e cure palliative

Non c’è posto per i malati terminali nella nostra cultura dello scarto. E non è un caso che, negli ultimi decenni, la tentazione dell’eutanasia si stia facendo sempre più strada in molti Paesi. Francesco ci invita invece a guardare il malato con amore – a capire, per esempio, che un contatto fisico può dare molto anche a chi non è più in grado di parlare e sembra non riconoscere più i propri familiari – e ad accompagnarlo nel modo migliore possibile, per tutto il tempo di cui avrà bisogno.

Non si tratta di prolungare inutilmente la sofferenza: al contrario, il Papa insiste sull’importanza delle cure palliative e su quella della famiglia, che – come ha scritto nel 2020 la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella lettera Samaritanus bonus – “sta accanto al malato e gli testimonia il suo valore unico e irripetibile”.

Sulle cure palliative, Francesco ribadisce che “garantiscono al paziente non solo un’assistenza medica, ma anche un accompagnamento umano e vicino”. Sulle famiglie, ricorda che “non possono essere lasciate sole in questi momenti difficili”, perché “il loro ruolo è decisivo. Devono disporre di mezzi adeguati per fornire il supporto fisico, spirituale e sociale”.

Il Papa conclude quindi chiedendo la preghiera e l’impegno di tutti perché “i malati nella fase terminale della propria vita, e le loro famiglie, ricevano sempre la cura e l’accompagnamento necessari, sia dal punto di vista sanitario che da quello umano”.

Come il buon samaritano

Padre Frédéric Fornos S.J., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, presente in 89 Paesi, con oltre 22 milioni di cattolici, si chiede: “Perché pregare per questa intenzione? Non sarebbe sufficiente che il Papa facesse una dichiarazione su questo tema? Pregare cambia davvero qualcosa? Sono domande che forse ci poniamo anche noi”. E aggiunge: “Quando la malattia bussa alla porta della nostra vita, sentiamo sempre il bisogno di avere vicino qualcuno che ci guardi negli occhi, ci prenda per mano, ci mostri tenerezza e si prenda cura di noi, come il Buon Samaritano della parabola evangelica. Questa vicinanza e questo affetto verso le persone in fase terminale potrebbero sembrare accessori e secondari rispetto all’assistenza medica, così come lo potrebbe sembrare la preghiera; tuttavia, questo sostegno è essenziale. È l’amore che si esprime attraverso questi gesti e la nostra preghiera. In questi momenti difficili, le famiglie hanno un ruolo decisivo, dice Francesco. Preghiamo, quindi, perché i malati nella fase terminale della propria vita, e le loro famiglie, ricevano sempre la cura e l’accompagnamento necessari”.

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Anche nel mese di Febbraio l'intenzione di preghiera del Papa è stata resa nota con un tweet




Enzo Bianchi - Il lieto messaggio del Vangelo

Enzo Bianchi
Il lieto messaggio del Vangelo 


La Repubblica - 15 Gennaio 2024

Soprattutto dal Concilio Vaticano II in poi, nella chiesa cattolica emerge e si fa sentire il tradizionalismo, fenomeno complesso, variegato e cangiante. Riguarda una porzione di chiesa che vuole restare in stretta continuità con il passato, non accetta nessun progresso nella comprensione della fede, né mutamenti delle forme nelle quali la fede si esprime. Solo “quella” forma del passato (in realtà un passato recente!), solo una certa teologia e solo una certa liturgia stanno nello spazio della verità e della tradizione. E così il passato viene idealizzato, reso un monumento, custodito come un museo mentre il presente, la contemporaneità, con la dinamica del rinnovamento, è giudicato in modo catastrofico.

In realtà, questa posizione che si vuole fedele alla tradizione, nega la tradizione autentica, la grande Tradizione, perché la tradizione – da tradere, trasmettere – è tale se è trasmissione creatrice, una corrente viva che sempre si alimenta di una dinamica e di una crescita come un giardino da coltivare. I tradizionalisti induriti negano, di fatto, la cattolicità verticale, storica, privilegiando un’epoca e non riconoscendo che lo Spirito ispira, agisce, crea la novità anche nel presente.

Certamente i tradizionalisti sono anche una reazione a un rinnovamento scomposto, un insieme di innovazioni che non solo contraddicono la grande Tradizione, ma sono insensate e senza coerenza con la fede cristiana. Soprattutto in ambito liturgico non si può negare che nel post-concilio e ancora oggi si assista a volte a celebrazioni fantasiose, che preferirei qualificare come irrispettose e offensive del mistero cristiano: canti mondani oltre che di cattivo gusto, segni e riti inventati senza discernimento, spettacolarità che sfigurano il rito e purtroppo causano in alcuni un arroccarsi sul passato che nega ogni possibilità di riforma.

Tuttavia, se il fulcro della contestazione tradizionalista è soprattutto la messa rinnovata nei suoi riti dal Vaticano II, rispetto alla quale si chiede di tornare alla messa preconciliare – quella tridentina, non quella di sempre –, la porzione tradizionalista mostra al suo interno diversità, pluralità di posizioni e di accenti. Vi sono monasteri, tra i quali eccellono quelli benedettini francesi di Barroux, di Wisques, di Triors, che sono una risorsa nella chiesa: conservano i vecchi riti con fedeltà, il grande tesoro del canto gregoriano, vivono con serietà evangelica la vita monastica dando una vera testimonianza cristiana.

La chiesa oggi non tiene sufficientemente conto di queste realtà, abbagliata dalla contestazione portata avanti soprattutto sui social da tanti gruppi tradizionalisti che negano legittimità alla riforma liturgica del concilio e che attaccano il Papa in modo irrispettoso e vergognoso, fino a dichiararlo sovente eretico o illegittimo successore di Benedetto XVI.

Difficile dunque l’ascolto e il dialogo con loro e tuttavia papa Francesco cerca di non escludere dalla chiesa queste realtà e di offrire una possibilità di riconciliazione anche a quelli che lo attaccano. Perché papa Francesco è convinto che il Vangelo è lieto messaggio, non è Vangelo della paura né della nostalgia del passato. Il Vangelo se non è buona e gioiosa notizia non è Vangelo.
(fonte: blog dell'autore)

Alberto Pellai: JANNIK SINNER, PAROLE D'ORO PER NOI GENITORI - Alessandro Gisotti: Se la vittoria è «non rimanere caduti» - Il giorno dopo di Jannik Sinner

Alberto Pellai

JANNIK SINNER, PAROLE D'ORO PER NOI GENITORI

 “Auguro a tutti di avere dei genitori come i miei, mi hanno sempre permesso di scegliere, non mi hanno mai messo sotto pressione anche quando praticavo altri sport. Auguro a tutti i bambini di avere quella libertà che ho avuto io”, il ringraziamento di Sinner a fine partita, una lezione per madri e padri. Ecco perché


Assistere a un match di tennis come quello andato in onda oggi (28/01/2024) - e di cui tutti stiamo parlando a distanza di ore - è un'esperienza sempre più rara, in ambito sportivo. Il pubblico è educato e ha un enorme rispetto dello sforza atletico e del bisogno di concentrazione degli atleti. C’è tensione ma c’è anche molta compostezza. La gara è bellissima e avvincente. Per arrivare fino a lì, Jannik Sinner ha certamente lavorato duro e ha creduto molto in se stesso.

Nel discorso fatto durante la premiazione, ha ringraziato i suoi genitori che gli hanno lasciato la libertà di diventare chi davvero desiderava essere. Forse non tutti sanno che la sua passione per lo sport lo ha prima visto gareggiare con gli sci. Fino a 13 anni Sinner è stato uno sciatore di successo, diventando campione nazionale di categoria e vincendo il trofeo Topolino, come Alberto Tomba. Poi a 13 anni ha deciso di lasciare lo sci (e pure il calcio) e di dedicarsi al tennis. Sapere queste cose, fa comprendere il significato di ciò che Sinner ha detto dei suoi genitori. “Auguro a tutti di avere dei genitori come i miei, mi hanno sempre permesso di scegliere, non mi hanno mai messo sotto pressione anche quando praticavo altri sport. Auguro a tutti i bambini di avere quella libertà che ho avuto io”.

In effetti noi genitori mettiamo spesso le nostre aspettative nella vita dei figli. Cosa avrei fatto io, con un figlio campione nazionale di una disciplina sportiva se a 13 anni avesse deciso di abbandonare tutto per dedicarsi ad un altro sport, ricominciando da zero? Le parole di Sinner sono un monito per tutti noi genitori. E spero che il suo esempio sia di ispirazione per tutti i nostri figli e figlie.

Per diventare chi si vuole essere, bisogna avere il coraggio di confrontarsi con sfide impegnative che spesso chiedono di andare in salita e impongono un costante lavoro su di sé. Sinner in campo mostra un enorme forza, resistenza, tenuta mentale. Chi ha letto Open di Agassi sa che per arrivare a quei livelli ci può essere anche un’altra strada: quella che ti vede a fianco di un genitore che ogni giorno ti impone di diventare quello che lui vuole che tu sia. Le vittorie di Agassi, come lui ha raccontato, sono state scritte dentro il dolore e il disagio di una relazione faticosissima con un padre che ha deciso tutto della vita del figlio.

La vittoria di Sinner di oggi ci mostra che lo stesso risultato, un figlio lo può conquistare da solo se ha un genitore che sa dargli fiducia e che crede in lui. Senza imporgli nulla. Ma lasciandogli - in adolescenza - la responsabilità di scegliere ogni giorno chi vuole diventare. Non tutti i nostri figli saranno campioni. Ma tutti i nostri figli possono davvero trovare il loro posto nel mondo, se non gli chiediamo di occupare quel posto che noi abbiamo già in mente per loro. Per i nostri figli, la parabola vincente di Sinner è due volte esemplare. Perché mostra un giovane uomo che conquista traguardi importanti avendo camminato tutto il percorso, senza scorciatoie. Con impegno e sacrificio.
(fonte: Famiglia Cristiana 28/01/2024)

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Il successo di Sinner agli «Australian Open»
Se la vittoria è «non rimanere caduti»
Alessandro Gisotti


«Quello che importa non è non cadere, ma non rimanere caduti». Questa frase di Papa Francesco ci è venuta alla mente a conclusione della finale degli Australian Open di tennis in cui il giovane italiano Jannik Sinner ha vinto contro il russo Daniil Medvedev. Durante il terzo set — dopo aver perso i primi due — Sinner è stato colto dalle telecamere mentre pronunciava due parole inequivocabili: «Sono morto». E tuttavia, non solo non è “morto”, ma da quel momento in poi ha preso in mano il match fino a aggiudicarsi una storica vittoria in uno dei quattro grandi tornei mondiali del tennis, il celebre Grande Slam. Insomma, il ventiduenne altoatesino non è «rimasto caduto» e con la sua rimonta, che entra nella storia di uno sport amato da milioni di persone in tutto il mondo, ha anche offerto una lezione che fa bene a tanti giovani (e meno giovani) che praticano lo sport. Certo, Sinner è un fuoriclasse e i suoi risultati sono frutto non solo di allenamenti, sudore e sacrifici. I talenti sono innati e se alcuni atleti prevalgono sugli altri è anche perché la natura li ha dotati di potenzialità superiori. E tuttavia, la componente della forza di volontà, del saper stringere i denti di fronte alle difficoltà per andare avanti e migliorarsi rimarrà sempre una variabile fondamentale dell’equazione sportiva, che si tratti di competizioni amatoriali o agonistiche.

A colpire i tanti telespettatori, che hanno seguito il match a Melbourne, sono state anche le parole di Jannik Sinner che nel “discorso della vittoria” ha voluto innanzitutto ringraziare i suoi genitori per tutto quello che hanno fatto per sostenerlo. «Vorrei che tutti avessero dei genitori come quelli che ho avuto io — ha detto il tennista — mi hanno permesso di scegliere quello che volevo, anche da giovane. Non mi hanno mai messo sotto pressione. Auguro a tutti i bambini di avere la libertà che ho avuto io». La libertà richiama la fiducia. Non ci può essere l’una senza l’altra. E questo vale forse ancor di più nella relazione genitore-figlio. Del resto, come ha anche osservato Papa Francesco, quello della libertà «è un cammino faticoso che dura tutta la vita. È faticoso rimanere libero, ma non è impossibile». Quanti genitori oggi sognano un futuro da campioni per i propri figli (in Italia, specialmente nel calcio). Non sempre purtroppo riescono a vincere la tentazione di “mettere pressione” ai propri ragazzi, invece di lasciarli liberi di giocare per il gusto di giocare. Le parole del neo campione degli Australian Open sono allora un messaggio significativo per genitori e figli che guardano allo sport come a una dimensione importante della loro vita.

Il richiamo di Sinner alla libertà ci ha ricordato anche le parole di un altro grande atleta italiano, il campione olimpico Filippo Tortu. Dialogando con il cardinale José Tolentino de Mendonça in un’iniziativa promossa da Athletica Vaticana, il centometrista raccontò cosa significasse avere per allenatore suo padre, anche lui velocista. «Avere l’allenatore in casa — confidava il venticinquenne Tortu — può essere complicato: se una sera torni tardi lui dovrebbe sgridarti. Mio padre, invece, mi ha sempre dato la possibilità di scegliere liberamente, come a dire “questa è la strada se vuoi fare l’atleta, ma scegli tu”. Mi sono detto: sono libero di fare quello che voglio ma non voglio sbagliare. Ma il merito è suo: oltre a essere un buon padre è un ottimo allenatore». In un tempo in cui la parola libertà si presta anche a pericolosi fraintendimenti, arriva dunque dal mondo dello sport un segnale di grande valore, di cui si può fare tesoro in ogni ambito della nostra vita: la libertà è tale solo se si basa su una relazione piena e autentica tra le persone. Solo così potrà davvero renderci migliori, renderci “campioni” di umanità.
(Fonte: pubblicato su L'Osservatore Romano - 29/01/2024)

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Il giorno dopo di Jannik Sinner

Anche Papa Francesco si è congratulato con Jannik Sinner per la sua vittoria agli Australian Open. Giovedì il tennista altoatesino sarà ricevuto al Quirinale dal Presidente della Repubblica Mattarella. Ma all'invito di Amadeus, che lo vorrebbe a Sanremo, per ora dice no.
Riccardo Porcù per il Tg3 delle 14:20 del 29 gennaio 2024

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lunedì 29 gennaio 2024

Papa Francesco confida: «Mi sento un parroco. Di una parrocchia molto grande, planetaria, certo, ma mi piace mantenere lo spirito da parroco. E stare in mezzo alla gente. Dove trovo sempre Dio».

Papa Francesco confida: 
«Mi sento un parroco. Di una parrocchia molto grande, planetaria, certo, ma mi piace mantenere lo spirito da parroco. 
E stare in mezzo alla gente. Dove trovo sempre Dio»



Papa Francesco nell'intervista concessa a Domenico Agasso, vaticanista del quotidiano La Stampa e pubblicata oggi dal quotidiano, affronta con la consueta semplicità e schiettezza gli argomenti con le problematiche più attuali, dalle guerre «che sono sempre sbagliate», alle critiche suscitate dalla dichiarazione Fiducia Supplicans, a opportunità e pericoli dell'Intelligenza artificiale, ai progetti per il futuro...

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Guerra in Terra Santa, il Papa: senza i due Stati la pace vera resta lontana

Intervista di Francesco con il quotidiano La Stampa: “È urgente un cessate il fuoco globale, siamo sull’orlo dell’abisso”. Sulla dichiarazione Fiducia Supplicans: “Confido che tutti si rasserenino, vuole includere, non dividere”. “Mi sento un parroco. Di una parrocchia planetaria”

Papa Francesco

«C’era l’accordo di Oslo, tanto chiaro, con la soluzione dei due Stati. Finché non si applica quell’intesa, la pace vera resta lontana». È il giudizio su quanto sta accadendo in Terra Santa, dopo gli attentati di Hamas e la guerra che sta distruggendo le città della Striscia di Gaza, che Papa Francesco affida a Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa, nell’intervista sul quotidiano oggi, 29 gennaio, in edicola. Francesco, parlando dei tanti conflitti in corso, invita a pregare per la pace, indica come unica via quella del dialogo e chiede di «fermare subito le bombe e i missili, mettere fine agli atteggiamenti ostili. In ogni luogo», un «cessate il fuoco globale» perché «siamo sull’orlo dell’abisso».

Speranze per la Terra Santa e l’Ucraina

Il Papa spiega la sua contrarietà a definire una guerra “giusta”, preferendo dire che è legittimo difendersi ma evitando «di giustificare le guerre, che sono sempre sbagliate». Afferma di temere l’escalation militare ma di coltivare qualche speranza «perché si stanno svolgendo riunioni riservate per tentare di arrivare a un accordo. Una tregua sarebbe già un buon risultato». Francesco definisce «una figura cruciale» quella del cardinale Pizzaballa, che «si muove bene» e prova a mediare, ricorda di video-chiamare ogni giorno la parrocchia di Gaza e afferma anche come prioritaria «la liberazione degli ostaggi israeliani». Per quanto riguarda l’Ucraina, nell’intervista il Successore di Pietro ricorda l’incarico al cardinale Zuppi: «La Santa Sede sta cercando di mediare per lo scambio di prigionieri e il rientro di civili ucraini. In particolare stiamo lavorando con la signora Maria Lvova-Belova, la commissaria russa ai diritti dell’infanzia, per il rimpatrio dei bambini ucraini portati con la forza in Russia. Qualcuno è già tornato nella sua famiglia»

Fiducia supplicans vuole includere

Nell’intervista Francesco ricorda che «Cristo chiama tutti dentro» e riferendosi alla dichiarazione Fiducia Supplicans che consente le benedizioni alle coppie irregolari e dello stesso sesso spiega: «Il Vangelo è per santificare tutti. Certo, a patto che ci sia la buona volontà. E occorre dare istruzioni precise sulla vita cristiana (sottolineo che non si benedice l’unione, ma le persone). Ma peccatori siamo tutti: perché dunque stilare una lista di peccatori che possono entrare nella Chiesa e una lista di peccatori che non possono stare nella Chiesa? Questo non è Vangelo». Per quanto riguarda le critiche al documento, il Papa osserva che «chi protesta con veemenza appartiene a piccoli gruppi ideologici», mentre definisce «un caso a parte» quello degli africani dato che «per loro l’omosessualità è qualcosa di “brutto” dal punto di vista culturale, non la tollerano». Ma in generale, «confido che gradualmente tutti si rasserenino sullo spirito della dichiarazione» che «vuole includere, non dividere. Invita ad accogliere e poi affidare le persone, e affidarsi, a Dio». Francesco ammette di sentirsi talvolta solo, «ma vado comunque sempre avanti, giorno dopo giorno» e dice di non temere scismi: «Sempre nella Chiesa ci sono stati gruppetti che manifestavano riflessioni di colore scismatico… bisogna lasciarli fare e passare… e guardare avanti».

Intelligenza artificiale, opportunità e pericoli

Il Papa affronta poi il tema del suo recentissimo messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, dedicato all’intelligenza artificiale, che definisce « un bel passo in avanti che potrà risolvere molti problemi, ma potenzialmente, se gestita senza etica, potrà anche provocare tanto male all’uomo». L’obiettivo è che «sia sempre in armonia con la dignità della persona», altrimenti «sarà un suicidio».

I prossimi viaggi

Francesco dice di sentirsi bene, nonostante qualche acciacco, e di non pensare in questo momento alle dimissioni. Ricorda i prossimi viaggi in Belgio, a Timor Est, Papua Nuova Guinea e Indonesia ad agosto. Definisce «tra parentesi» l’ipotesi del viaggio in Argentina, dicendo di non essersi sentito offeso per le parole di Milei in campagna elettorale e confermando che incontrerà il nuovo presidente nei prossimi giorni, subito dopo la canonizzazione della santa argentina “Mama Antula” prevista per l’11 febbraio. Pronto a dialogare con lui.

La Chiesa che verrà e il Conclave di 11 anni fa

Dopo aver ricordato la Giornata mondiale dei Bambini, che «sono maestri di vita» e vanno ascoltati, il Papa ribadisce il suo sogno di «una Chiesa in uscita» e ricorda ciò che accadde dopo le sue parole pronunciate nelle congregazioni generali che precedettero il Conclave del 2013: «Dopo il mio intervento è scattato un applauso, inedito in tale contesto. Ma io assolutamente non avevo intuito ciò che molti mi avrebbero poi rivelato: quel discorso è stata la mia “condanna” (sorride, nda). Quando stavo uscendo dall’Aula del Sinodo c’era un cardinale di lingua inglese che mi ha visto e ha esclamato: “Bello quello che hai detto! Bello. Bello. Ci vuole un Papa come te!”. Ma io non mi ero accorto della campagna che stava nascendo per eleggermi. Fino al pranzo del 13 marzo, qui a Casa Santa Marta, alcune ore prima della votazione decisiva. Mentre stavamo mangiando mi hanno posto due o tre interrogativi “sospetti”… Allora nella mia testa cominciavo a dirmi: “Qui sta accadendo qualcosa di strano…”. Ma sono comunque riuscito a fare una siesta. E quando mi hanno eletto ho avuto una sorprendente sensazione di pace dentro di me». Infine, Francesco confida a La Stampa di sentirsi «un parroco. Di una parrocchia molto grande, planetaria, certo, ma mi piace mantenere lo spirito da parroco. E stare in mezzo alla gente. Dove trovo sempre Dio».
(fonte: Vatican News 29/01/2024)

Papa Francesco: «Incatenarci l’anima: questo vuole il diavolo. E noi dobbiamo stare attenti alle “catene” che ci soffocano la libertà... Gesù è venuto a liberarci da tutte queste catene.» Angelus 28/01/2024 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 28 gennaio 2024

Commentando il Vangelo di Marco in cui si racconta di Gesù che libera una persona posseduta da uno "spirito maligno", il Papa all'Angelus esorta a vigilare affinché il cuore non finisca imprigionato dal male. E aiuta a mettere a fuoco alcune forme attraverso le quali il maligno si traveste per ingannare facendoci perdere la libertà.
Francesco chiama per nome queste "catene" e ne offre un breve elenco.

Il Papa dopo la recita dell'Angelus è stato affiancato da due rappresentanti dei ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma venuti alla conclusione della “Carovana della Pace” e, al termine dei saluti, ha dato la parola alla bambina che ha letto un messaggio.



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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo odierno ci presenta Gesù mentre libera una persona posseduta da uno “spirito maligno” (cfr Mc 1,21-28), che la straziava e continuava a farla gridare (cfr vv. 23.26). Così fa il diavolo: vuole possedere per “incatenarci l’anima”. Incatenarci l’anima: questo vuole il diavolo. E noi dobbiamo stare attenti alle “catene” che ci soffocano la libertà. Perché il diavolo ti toglie la libertà, sempre. Proviamo allora a dare dei nomi ad alcune di queste catene che possono stringerci il cuore.

Penso alle dipendenze, che rendono schiavi, sempre insoddisfatti, e divorano energie, beni e affetti; penso alle mode dominanti, che spingono a perfezionismi impossibili, al consumismo e all’edonismo, che mercificano le persone e ne guastano le relazioni. E altre catene: ci sono le tentazioni e i condizionamenti che minano l’autostima, la serenità e la capacità di scegliere e di amare la vita; un’altra catena: la paura, che fa guardare al futuro con pessimismo, e l’insofferenza, che getta la colpa sempre sugli altri; e poi c’è la catena molto brutta: l’idolatria del potere, che genera conflitti e ricorre ad armi che uccidono o si serve dell’ingiustizia economica e della manipolazione del pensiero. Tante catene ci sono nella nostra vita.

E Gesù è venuto a liberarci da tutte queste catene. E oggi, alla sfida del diavolo che gli grida: «Che vuoi […]? Sei venuto a rovinarci?» (v. 24), risponde: «Taci! Esci da lui!» (v. 25). Gesù ha il potere di cacciare via il diavolo. Gesù libera dal potere del male, e stiamo attenti: caccia via il diavolo ma non dialoga con lui! Mai Gesù ha dialogato con il diavolo; e quando è stato tentato nel deserto, le sue risposte erano parole della Bibbia, mai un dialogo. Fratelli e sorelle, con il diavolo non si dialoga! State attenti: con il diavolo non si dialoga, perché se tu ti metti a dialogare con lui, vince lui, sempre. State attenti.

Cosa fare allora quando ci sentiamo tentati e oppressi? Negoziare con il diavolo? No, non si negozia con lui. Dobbiamo invocare Gesù: invocarlo lì, dove sentiamo che le catene del male e della paura stringono più fortemente. Il Signore, con la forza del suo Spirito, desidera ripetere anche oggi al maligno: “Vattene, lascia in pace quel cuore, non dividere il mondo, le famiglie, le comunità; lasciale vivere serene, perché vi fioriscano i frutti del mio Spirito, non i tuoi – così dice Gesù –, perché tra loro regnino l’amore, la gioia, la mitezza, e al posto di violenze e grida di odio ci siano libertà e pace”.

Chiediamoci allora: io voglio davvero la libertà da quelle catene che mi stringono il cuore? E poi, so dire “no” alle tentazioni del male, prima che si insinuino nell’anima? Infine, invoco Gesù, gli permetto di agire in me, per risanarmi dentro?

La Vergine Santa ci custodisca dal male

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ormai da tre anni il pianto del dolore e il rumore delle armi hanno preso il posto del sorriso che caratterizza la popolazione del Myanmar. Mi unisco perciò alla voce di alcuni Vescovi birmani, «affinché le armi della distruzione si trasformino in strumenti per crescere in umanità e giustizia». La pace è un cammino e invito tutte le parti coinvolte a muovere passi di dialogo e a rivestirsi di comprensione, perché la terra del Myanmar raggiunga la meta della riconciliazione fraterna. Sia consentito il transito di aiuti umanitari per garantire il necessario ad ogni persona.

E lo stesso avvenga in Medio Oriente, Palestina e Israele, e ovunque si combatte: si rispettino le popolazioni! Penso sempre in modo accorato a tutte le vittime, specialmente civili, causate dalla guerra in Ucraina. Per favore, si ascolti il loro grido di pace: il grido della gente, che è stanca della violenza e vuole che si fermi la guerra, che è un disastro per i popoli e disfatta per l’umanità!

Ho appreso con sollievo della liberazione delle Religiose e delle altre persone rapite con loro ad Haiti la scorsa settimana. Chiedo che siano messi in libertà quanti sono ancora sequestrati e che finisca ogni forma di violenza; tutti offrano il proprio contributo per lo sviluppo pacifico del Paese, per il quale occorre un rinnovato sostegno della Comunità internazionale.

Esprimo la mia vicinanza alla comunità della chiesa di Santa Maria a Istanbul, che durante la Messa ha subito un attacco armato che ha provocato un morto e diversi feriti.

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale di persone colpite da questa malattia che, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati.

Saluto tutti voi che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. In particolare gli alunni dell’Istituto “Puente Ajuda”, di Olivenza (Spagna), e quelli dell’Istituto “Sir Michelangelo Refalo” di Gozo.

Mi rivolgo ora a voi, ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica, delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. Siete venuti al termine della “Carovana della Pace”, durante la quale avete riflettuto sulla chiamata ad essere custodi del creato, dono di Dio. Grazie per la vostra presenza! E grazie per il vostro impegno di costruire una società migliore. Adesso ascoltiamo il messaggio che questi vostri amici, qui accanto a me, ci leggeranno.

[lettura del messaggio]

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Avete visto che i giovani, i bambini dell’Azione Cattolica sono bravi! Coraggio! Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 28 gennaio 2024

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

28 Gennaio 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, viviamo in un mondo che tende sempre di più a rinchiudersi in una deludente autoreferenzialità. Gesù viene incontro a noi come la novità assoluta di Dio. Egli è il Maestro, che ci insegna, con autorevolezza, a vivere la nostra vita in modo veramente umano, con sobrietà, giustizia e pietà, restando in ascolto della volontà del Padre. A Lui, il Santo di Dio, con fiducia innalziamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci, Signore

  

Lettore

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il cammino ecumenico delle Chiese cristiane, reso oggi ancor più difficile dal conflitto russo-ucraino, dove sono coinvolte le rispettive Chiese nazionali. Aiuta tutte le Chiese cristiane – cattolica, ortodossa e protestante – ad uscire dai rigidi steccati dei propri dogmatismi, per aprirsi alla novità del Vangelo, che chiede di vivere l’unità nella diversità e di essere operatori di pace. Preghiamo

- Oggi, Signore Gesù, vogliamo ricordare con vergogna e con grande dolore le leggi razziali emanate dal fascismo di Mussolini e dal nazismo di Hitler ed i campi di sterminio, in cui milioni di ebrei ed una grande moltitudine di rom e di disabili furono violentati e bruciati nei forni crematori. Aiuta, Signore, tutta l’Europa, e soprattutto il mondo giovanile, a non lasciarsi affascinare da false parole, che spingono alla esaltazione della forza e della violenza, ed alla negazione dell’altro. Preghiamo.

- Ti vogliamo affidare, Signore Gesù, il faticoso e doloroso cammino del mondo femminile verso il riconoscimento ed il rispetto della propria dignità. Sii vicino alle donne iraniane, che sfidano il carcere e la morte, pur di vedere trionfare la propria vocazione alla libertà, rispetto a norme religiose che, in nome di Dio, chiedono per le donne sottomissione e silenzio. Fa’, o Signore Gesù, che la loro profezia trovi ascolto nei nostri paesi cosiddetti democratici, ma soprattutto all’interno della nostra Chiesa cattolica. Preghiamo.

- Ricordati di noi, Signore Gesù: donaci di aprire il nostro cuore e le nostre intelligenze al tuo insegnamento. Fa’ tacere in noi tutti quei pensieri e quei progetti, che ci allontano dalla tua strada e che ci impediscono di vivere in pienezza quella figliolanza nei confronti di un Padre, che è tutto amore gratuito e misericordia. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo degli anziani morti nell’abbandono e nella solitudine, delle vittime della violenza nelle famiglie, delle vittime dei campi di concentramento nazisti e dei lager russi. A tutti dona la gloria della risurrezione del tuo Figlio Gesù. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, nostro Fratello e Maestro, metti a tacere le potenze del male che dominano il nostro cuore, e fa’ che ascoltiamo la tua voce e seguiamo il tuo Vangelo, perché tu sei il nostro Liberatore, vivente nei secoli dei secoli.  AMEN.