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lunedì 4 agosto 2025

Alberto Pellai: Fafo? Cari genitori, in educazione non esistono ricette miracolose, neanche sui social

Alberto Pellai
Fafo? Cari genitori, in educazione non esistono ricette miracolose, neanche sui social

Sui social spopola dall'America una nuova moda in fatto di educazione: qualcosa del tipo "lascialo fare, così impara". Ma può funzionare davvero? Che cosa si rischia crescendo i figli con questo metodo? 
Il parere di Alberto Pellai


In un tempo di fragilità educativa, ecco affacciarsi nuovi approcci e metodi con cui gestire la relazione con un figlio. La novità nel campo dell’educazione si chiama “Metodo FAFO” dove FAFO è l’acronimo di "Fucking Around and Find Out” che tradotto in Italiano potrebbe suonare come “mettiti alla prova e scopri tu stesso quali conseguenze hanno le tue azioni”. Il metodo è completamente centrato sull’autonomia del bambino e vede l’adulto sottrarsi ad ogni tentativo di direzionamento o guida, convinto che sarà il bambino stesso a dedurre da ciò che vive e agisce il miglior modo per stare al mondo.

Siamo usciti da due decenni che hanno esaltato il modello del “gentle parenting” ovvero di una genitorialità sempre attenta ai bisogni emotivi del bambino, sempre sintonizzata sui suoi stati mentali, sempre disponibile a chiedere, verificare, spiegare, accogliere e accompagnare. Si è pensato a lungo che l’educazione basata sul gentle parenting fosse ciò di cui il bambino ha più bisogno. Ma è accaduto che i bambini non sembrano aver giovato di questa super-attenzione e disponibilità emotiva del mondo adulto. Anzi… Oggi molti specialisti dell’età evolutiva parlano di un’infanzia fragile perché troppo protetta, troppo attenzionata, troppo abituata a vedersi sottratta ad ogni forma di disagio e frustrazione da genitori incapaci di lasciar andare, di fare sì che un bambino possa anche affrontare le conseguenze di errori e di cadute che nella vita non sempre possono essere prevenute o rimosse. Così, la genitorialità di inizio terzo millennio spesso definita come “genitorialità elicottero” o “spazzaneve” lascia ora spazio ad un modello genitoriale esattamente opposto, che è quello proposto dal metodo FAFO.

Qui, i genitori lasciano che il bambino agisca e si assuma le conseguenze delle sue decisioni. Fuori fa freddo è tu vuoi uscire con la maglietta a maniche corte? Ti ammalerai e capirai che sarebbe stato meglio decidere altrimenti. È questo uno degli esempi che viene usato per comprendere la natura di questo approccio educativo, che ha come obiettivo quello di permettere ai bambini di imparare dall’esperienza, autorizzando quindi l’apprendimento automatico che deriva dagli errori e dalle cadute. Possiamo parlare di un passo avanti nei modelli educativi? Possiamo immaginare che questo approccio sia lo specchio di una nuova genitorialità che finalmente si sgancia dal modello dell’iperprotezione e consente a chi cresce di sfuggire alla trappola dell’ansia e della dipendenza dall’adulto? Io penso di no. Perché anche questo modello, oggi tanto chiacchierato e esaltato nel mondo dei social media, sembra essere una risposta facile ad un quesito ben più complesso. I genitori spesso vorrebbero una ricetta con “il metodo magico” che applicato in ogni situazione dia sempre l’esito sperato. Ma in educazione questo metodo magico non esiste.

Perché essere buoni educatori non è semplicemente questione di strategia o metodo da applicare, ma è prima di tutto una questione di relazione. L’adulto deve essere esperto di relazione. Deve dosare la giusta distanza e la giusta vicinanza in funzione del bisogno specifico che un minore ha in un determinato momento. Non è una semplice questione di sintonizzazione emotiva, come richiesto dal metodo del “gentle parenting” o – al contrario - di distanziamento come evocato dal metodo FAFO. L’educatore competente a volte sta davanti e a volte sta dietro al bambino di cui si sta occupando. A volte sta di fianco e lo accoglie amorevolmente in tutti i suoi bisogni, ma altre volte lo deve contenere e accompagnare nell’affrontare disagi o frustrazioni, aspetti che il bambino non sempre sa gestire in autonomia. In educazione, si è spesso fatto ricorso al mito del bambino “competente” che ha già in sé abilità e risorse per affrontare tutto. Ma la competenza del bambino non è una dimensione innata, bensì è qualcosa che si sviluppa in funzione della capacità dell’adulto di offrirgli relazione ed esperienza a misura della fase di sviluppo.

Credo che il metodo FAFO oggi rappresenti uno stimolo per i genitori del terzo millennio ad abbandonare la loro versione “elicottero” o “spazzaneve”, ma non rappresenti la reale soluzione all’emergenza educativa tanto evocata da più parti. Perché quello che oggi viene richiesto al genitore non è la capacità di aderire ad un metodo, ma l’assunzione di una responsabilità educativa che appartiene alla dimensione del suo “essere Adulto”. Scrivo Adulto con la A maiuscolo, intendendo l’Adulto come portatore di responsabilità e competenza. Cosa che il metodo FAFO potrebbe completamente non prevedere, divenendo la metodologia preferita di adulti distratti, assenti e spesso immersi nella propria realtà, che con la scusa di un metodo in cui il bambino agisce, elabora e deduce potrebbero trovare un alibi inattaccabile per la loro inconsistenza.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/07/2025)

giovedì 12 giugno 2025

L’esame è anche una scuola di vita

L’esame è anche una scuola di vita

L’esame ha una forte valenza pedagogica: mettersi alla prova, confrontarsi con le difficoltà ed essere preparati a superarle

(Foto ANSA/SIR)

Mentre si attende l’avvio dell’esame di Stato nelle scuole superiori, che dal prossimo anno tornerà a chiamarsi esame di maturità, tantissimi ragazzi sono già impegnati in un altro esame di Stato: quello a conclusione della scuola secondaria di primo grado. E’ la prima, vera prova che gli adolescenti si trovano ad affrontare nel loro percorso scolastico.

Nel 2004 fu infatti abolito l’esame di licenza elementare, al termine della quinta, perché con la riforma Moratti la primaria e la scuola secondaria di primo grado vennero unite in un solo ciclo formativo. Sparì contestualmente un’altra piccola “barriera”: l’esame in seconda elementare. In quinta i bambini dovevano affrontare due prove scritte e una orale, per passare (il risultato però non era così scontato) alla scuola media.

L’esame (anche quello al termine della seconda) aveva una forte valenza pedagogica: mettersi alla prova, confrontarsi con le difficoltà ed essere preparati a superarle.

Una “lezione di vita”, insomma. La stessa con cui fanno i conti oggi i ragazzi al termine della secondaria di primo grado e, dal 18 giugno, gli studenti degli istituti superiori. Con la consapevolezza che la vita riserverà ancora molti altri esami, ben più impegnativi di quelli scolastici.
(fonte: Sir, articolo di Mauro Facciolo 11/06/2025)


martedì 10 giugno 2025

I divari di apprendimento degli studenti italiani


I divari di apprendimento degli studenti italiani

Anche l’anno scolastico 2024-2025 è ormai archiviato. Quello che però non riusciamo proprio ad archiviare è il persistente divario di apprendimento dei nostri studenti. Oltre due anni di scuola in meno: a tanto corrisponde in media il divario di apprendimento in matematica tra uno studente della secondaria di II grado del Sud e uno del Nord-Est. Da più di vent’anni rilevati e confermati dall’Invalsi, ma anche dall’indagine internazionale Ocse-Pisa, i divari di apprendimento degli studenti sono una criticità grave della scuola italiana, con pochi eguali in Europa, un fenomeno che penalizza l’equità del nostro sistema d’istruzione. Già presenti, ma ancora contenuti, nella scuola primaria, i divari di apprendimento crescono nella scuola media e si amplificano nella secondaria di II grado, dove la scuola non è più la stessa per tutti, ma si divide in indirizzi (licei, tecnici, professionali).

(Foto di ANCI)

Nella forma più nota e visibile al dibattito pubblico, i divari di apprendimento si manifestano come divari territoriali, fra le macro-aree del Paese e fra le regioni, in prevalenza secondo il gradiente Nord-Sud. Limitarsi alla pure importante dimensione “territoriale” dei divari, sarebbe tuttavia un errore di prospettiva. Per allargare lo sguardo e così cogliere la complessità del fenomeno, ipotizzando al tempo stesso possibili azioni di contrasto ai livelli più opportuni, è infatti necessario chiedersi: quali sono i principali fattori – individuali e familiari degli studenti, nei contesti territoriali, ma anche fra le scuole e dentro le scuole – che spiegano i divari di apprendimento in Italia? E quale possibilità hanno le scuole di fare una differenza per migliorare i risultati dei propri studenti e diminuire i divari?

A queste domande ha cercato di rispondere un’indagine sulle differenze di apprendimento nei territori e tra le scuole, promossa da Fondazione Agnelli e Fondazione Rocca, alla quale ha contribuito anche un gruppo di ricerca dell’Università La Sapienza di Roma, che si è concentrata – con analisi quantitative e qualitative – sui divari di apprendimento nella scuola secondaria di II grado, in particolare, nella classe seconda (cioè, dopo dieci anni di scuola), partendo dai dati Invalsi 2022-23, integrandoli con dati e informazioni da Ocse-Pisa 2022 sulle competenze dei quindicenni. I risultati confermano la molteplicità e l’entità dei divari di apprendimento nel Paese, sottolineando i diversi livelli a cui si manifestano e si intrecciano. Le analisi indicano che – insieme alle caratteristiche individuali e di retroterra familiare degli studenti e alle specificità socioeconomiche e culturali del contesto territoriale – i divari di apprendimento sono dovuti in misura importante anche a differenze “fra le scuole” e “dentro le scuole”. E a questi livelli devono trovare spiegazione e – per quanto possibile – rimedio. Una risposta sembra essere nell’organizzazione che ogni scuola si dà sulla base dei – sia pur ridotti – spazi di autonomia.

In particolare, la ricerca evidenza come i divari territoriali di apprendimento seguano in prevalenza il gradiente Nord-Sud: ad esempio, la distanza fra la macro-area con i risultati migliori (NORD EST: Veneto, Trentino AA, Friuli VV, Emilia-Romagna) e quella con i risultati peggiori (SUD E ISOLE: Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) è di 24 punti in Matematica. Che cosa ci dice questa differenza? “È come, si legge nel Rapporto, se in matematica gli studenti del Sud e Isole avessero fatto oltre 2 anni di scuola in meno”. Ed è sempre nelle regioni del Meridione che troviamo la maggiore percentuale di studenti al di sotto del livello 3, che Invalsi definisce come soglia minima di competenze adeguate raggiunte in Italiano e Matematica in ogni grado scolastico: più del 60% degli studenti di Campania, Calabria e Sicilia non ha competenze adeguate in Italiano. In Matematica si aggiunge anche la Sardegna.

Anche il contesto socio-economico e culturale regionale appare però un elemento da considerare ai fini dei divari: la relazione fra contesto regionale e risultati Invalsi è forte e ancora orientata lungo il gradiente Nord-Sud (a indici regionali più bassi/alti corrispondono punteggi medi regionali più bassi/alti). Tuttavia, emergono anche casi di regioni “disallineate”, che pur con un indice simile ad altre hanno risultati Invalsi in Matematica decisamente più alti (Puglia vs Campania) o più bassi (Sardegna vs Abruzzo). E ciò può dipendere da differenze fra le scuole e all’interno delle scuole. “In Italia, si sottolinea nel Rapporto, la varianza (le differenze) nei punteggi Invalsi nella classe seconda della scuola secondaria di II grado è distribuita, ad esempio, in matematica: per il 52% è data da differenze nelle caratteristiche degli studenti, per il 19% da differenze tra classi, per il 23% tra scuole e per il 7% tra regioni (indice economico-culturale). Quindi, le differenze negli esiti di apprendimento non dipendono solo dalle caratteristiche degli studenti, ma dalle classi, dalle scuole e dal contesto socio-economico e culturale delle regioni nelle quali si trovano”.

Qui la ricerca sui divari scolastici 
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 10.06.25)


venerdì 16 maggio 2025

Dalla stazione di Milano a San Pietro: il lungo cammino della parola "Pace" nei pensieri dei migranti

Dalla stazione di Milano a San Pietro:
il lungo cammino della parola "Pace" nei pensieri dei migranti

 Partita il 5 maggio dalla stazione centrale di Milano, la marcia dello scrittore Eraldo Affinati con gli alunni delle scuole Penny Wirton è arrivata in Vaticano. Una lettera in pergamena con i pensieri sulla pace di tanti immigrati in Italia è stata imbucata da Affinati per Papa Leone XIV. Un viaggio simbolico lungo la via Francigena, tra incontri, storie di guerra e speranza, per dare voce a chi ha il coraggio di pronunciare parole spesso dimenticate

Nella foto, Eraldo Affinati, a sinistra, con il professor Piero Arganini,
 responsabile della scuola Penny Wirton di Parma davanti alla buca delle lettere vaticana.

Dopo una lunga marcia iniziata il 5 maggio dalla stazione centrale di Milano la lettera in pergamena con le declinazioni del significato della parola Pace da parte di tanti immigrati presenti in Italia è stata imbucata dallo scrittore Eraldo Affinati nella buca delle lettere del Vaticano in piazza San Pietro.

Un progetto che ha coinvolto gli alunni stranieri delle scuole Penny Wirton in Italia, presente in 65 città italiane e che offre insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti. L’idea dello scrittore è nata riprendendo la lettera che il 29 luglio 1999 venne ritrovata nelle tasche di due ragazzini africani morti assiderati nel carrello di un aereo partito dalla Guinea Conakry e atterrato a Bruxelles. Una testimonianza quanto mai attuale che veicolava messaggi semplici, richieste come cibo, istruzione e sanità.

Il percorso ha così toccato alcuni dei tratti più importanti della via Francigena, dove insieme a tanti ragazzi si sono vissuti momenti indimenticabili come quello della fumata bianca vissuta nel Monastero di Celolle: «Stavo partecipando ai vespri, erano le 18,30 circa, poi abbiamo visto le immagini del nuovo Papa, eravamo con un cellulare in mezzo alla campagna e abbiamo sentito vibrare quella parola Pace pronunciata da Papa Leone XIV, parola su cui si è basato il nostro progetto».

Da Milano a Parma. Da Mazzarosa a Siena, l’incontro con tanti ragazzi immigrati è stata per lo scrittore un’esperienza di vita : «Queste mie parole sono frutto della nostra vita, non sono invenzioni letterarie», dice Affinati mentre ricorda la conversazione con un ragazzo ucraino di Kharkiv durante il tragitto: «Mi diceva che la sua lingua è il russo, ma che avvertiva la sua lingua madre come la lingua del nemico e questo mi ha dato tanto da riflettere».

In Piazza San Pietro a Roma, il 14 maggio, Anna Luce Lenzi, moglie di Affinati e fondatrice insieme allo scrittore delle scuole Penny Wirton ha atteso con in mano la missiva in pergamena da donare al Papà l’altra parte del gruppo con in testa Affinati che invece ha camminato a piedi dal parco dell’Insugherata. Una volta ricongiunti è avvenuta la sosta a Palazzo Migliori, donato da Papa Francesco alla Comunità di Sant’Egidio: «Lì ho sentito pronunciare da un ragazzo del Camerun parole del tipo dobbiamo essere amici, non nemici, e con un vissuto quanto mai tragico raccontava che pace è dare un pezzetto di pane a chi ne ha bisogno».

Dopo la consegna della lettera dove gli immigrati hanno affidato alla parola pace sogni, ferite e desideri il ricordo va dritto a quelle primissime parole pronunciate da Papa Leone XIV: «La pace sia con voi». Per Affinati è una parola che non può essere confusa in mezzo a tante altre: «Bisogna avere coraggio di usare questa parola, spesso non la si pronuncia per non confonderla in mezzo a tante altre, così come avviene per la parola amore, questi ragazzi immigrati che ho incontrato hanno avuto il coraggio di pronunciarla. Credo che bisogna essere in grado di riuscire a proporre azioni in grado di legittimare le nostre parole», conclude lo scrittore portavoce di tanti ragazzi della Nigeria, del Mali, del Burkina Faso, del Camerun, dell’Uganda, del Congo, del Bangladesh, dell’Afghanistan, della Columbia, del Perù, della Cina, dell’Albania, della Tunisia, del Marocco, dell’Egitto. Una volta consegnata la speranza e la preghiera è che Papa Leone XIV possa veicolare tutte queste declinazioni sulla parola Pace tra i potenti della terra, come sta già facendo.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alessandro Puglia 15/05/2025)

sabato 23 novembre 2024

Emergenza educativa: “il re è nudo”


Emergenza educativa: “il re è nudo”

Hanno fatto il giro del web le parole pronunciate da Tina Gesmundo, preside del liceo Salvemini di Bari. In occasione di un Open Day, le giornate organizzate dagli istituti scolastici per presentarsi ai genitori in vista delle future iscrizioni, la preside ha sottolineato l’incapacità educativa dei genitori colpevoli a suo avviso di essere egocentrici e di inoculare nei figli il mito successo e del denaro. “Ascoltate i vostri figli e insegnate loro ad avere cura di sé e degli altri, perché la scuola, – ha concluso – non può sostituirsi alla famiglia nell’educazione dei ragazzi”.


Hans Christian Andersen raccontava di un imperatore vanitoso, attentissimo al suo aspetto esteriore e ai suoi vestiti. Due imbroglioni lo convinsero di avere a disposizione un nuovo e meraviglioso tessuto, sottile, leggero e soprattutto invisibile agli stolti e agli indegni. L’imperatore, solleticato nella propria vanità, si fece preparare un abito, che però non riuscì a vedere. Certo non poteva ammettere di essere indegno o stolto per cui indossò il vestito lodando i tessitori. Quando però sfilò davanti a tutti accadde l’imprevisto. Mentre tutti applaudivano l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché, ecco la voce chiara di un bambino: “Ma il re è nudo”.
Viene in mente la famosa fiaba leggendo le cronache di quanto accaduto a Bari, all’open day del liceo Salvemini, dove la preside, lungi dal presentare con enfasi le meraviglie della sua scuola, ha scelto di dedicare la sua riflessione all’emergenza educativa e in particolare alle responsabilità dei genitori. Parole che hanno fatto scalpore, come la denuncia di episodi di bullismo, body shaming, di atti gravi da parte di studenti – tra l’altro le fotografie alle targhe delle auto dei docenti – considerati invece “ragazzate” dalle famiglie. “Ravviso atteggiamenti che non sono assolutamente ragazzate come li giustificano i genitori ma che sono sostanzialmente dei vuoti educativi”, ha poi spiegato la preside anche in interviste successive.
Tra le parole riportate dai media, l’accusa ferma della dirigente ai genitori: “Non c’entrano i social, c’entrate voi che sovrapponete i vostri desiderata alle vite dei vostri figli, educate a coltivare solo il mito del successo e del denaro, e quando sarete vecchi vi abbandoneranno in una casa di cura”. L’incapacità educativa la si vede “dai fatti di violenza di tutti i giorni”.
“Il re è nudo”: l’emergenza educativa è la vera questione da affrontare, con un serio esame di coscienza da parte del mondo adulto. Quali sono gli orientamenti proposti oggi ai più giovani? Cosa si impara in famiglia, nei gruppi di amici e, certo, anche a scuola?
Spesso si torna su questo tema, ma il risultato è sovente quello di puntare il dito proprio sulla scuola, sempre inadeguata. Povera di mezzi e oggi addirittura indifesa di fronte a prevaricazioni evidenti e gravissime. Si pensi ai pestaggi ai docenti. Basta una chat – forse falsa – a scatenare violenza senza alcun controllo.
È chiaro che il problema viene da lontano. Per la scuola, certo, occorre fare sempre di più – investimenti, strutture, preparazione dei docenti, piani su piani – ma probabilmente vale la pena di accendere la luce sulle tante agenzie educative che concorrono alla crescita delle nuove generazioni, senza dimenticare l’orientamento complessivo della nostra società. Magari rispolverando valori, “vestiti” fatti davvero da buoni sarti e non da imbroglioni.
(fonte: Sir, articolo di  Alberto Campoleoni 21/11/2024)


martedì 12 novembre 2024

Giornata mondiale Povertà. Mons. Battaglia: “Come Chiesa impegnati a non far mancare la speranza ai giovani”

Giornata mondiale Povertà. Mons. Battaglia: 
“Come Chiesa impegnati a non far mancare la speranza ai giovani”

“Se è vero che la Chiesa è chiamata a essere un ospedale da campo per chi è ferito dalla vita – come spesso ci ricorda Papa Francesco –, è vero anche che deve essere un luogo di prevenzione, possibilità di futuro, affinché alcune ferite siano prevenute ed evitate”: lo dice al Sir l’arcivescovo di Napoli, parlando dell’impegno della diocesi partenopea a favore dei giovani, a 360 gradi

(Foto ANSA/SIR)

Sono tanti i bisogni di Napoli e della sua area metropolitana. Sono tante le persone che vivono in condizione di povertà, anche giovani. Di fronte a queste difficoltà la Chiesa tende una mano, ascolta l’altro, cerca di dare risposte, come dimostra la costante attenzione dell’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, che sarà creato cardinale nel Concistoro del 7 dicembre, verso il disagio dei giovani. Tante le iniziative promosse dall’arcivescovo per creare un futuro migliore per i giovani della città. Ne parliamo con lui, in occasione dell’VIII Giornata mondiale dei poveri, che ricorre domenica 17 novembre.

  • Eccellenza, il Papa, per la Giornata mondiale dei poveri, ci invita quest’anno a fare nostra la preghiera dei poveri e pregare insieme a loro. Tra i poveri di oggi, ci sono anche i giovani, protagonisti, purtroppo, negli ultimi tempi di tragici fatti di cronaca nera. Lei a Napoli ha un’attenzione particolare per loro: quando li incontra quali sono le maggiori difficoltà che i giovani le rappresentano?

(Foto ANSA/SIR)
I giovani rappresentano essi stessi, con la loro sola presenza, una “difficoltà” perché il compito a cui la vita chiama gli adolescenti e i giovani è quello di costruire la propria identità, il proprio progetto, ma questo è difficile in un tempo in cui la mentalità competitiva e individualistica, legata a un’economia senza volto e senza cuore, schiaccia l’uomo e i suoi sogni.

Credo che il disagio giovanile di questo tempo risieda tutto qui: essere giovani significa essere un progetto ma in questo tempo sembra che nessuno dia loro spazio e fiducia per realizzarlo.

Quando incontro i giovani e tocco con mano la loro frustrazione, la loro rabbia, cerco di non fermarmi ai toni e alle parole, ma di leggere tra le righe, di andare oltre quelle reazioni a volte “di pancia” per accogliere la loro sofferenza, la loro difficoltà a fiorire in una società che tenta di recidere i boccioli, soprattutto dei più fragili e marginali.

(Foto arcidiocesi di Napoli Ramo Ets)

Ci sono progetti della Chiesa di Napoli per aiutare i giovani a non restare nella povertà materiale?

I progetti sono diversi, proprio in questi giorni stiamo presentando alla città due importanti progetti che sono stati in “gestazione” negli scorsi mesi, progetti attraverso cui la nostra Chiesa, partendo anche da diverse esperienze sociali che si sono dimostrate fruttuose ed efficaci, metteranno i giovani al centro.

Ad esempio, abbiamo istituito un Ramo Ets (Ente del Terzo Settore) che proprio alle porte di Napoli, nei pressi della stazione, darà vita a un’opera sociale, chiamata Casa Bartimeo, in cui, tra i vari progetti, ci sarà un’attenzione particolare ai ragazzi, con sostegni importanti a livello educativo, sanitario, psicologico. Un altro progetto sta per partire attraverso il Museo diocesano diffuso, che metterà al centro la riqualificazione dei beni culturali e artistici della nostra Chiesa con lo scopo di creare occupazione per i giovani, soprattutto per quelli a rischio di marginalità sociale. Però, al di là di questi importanti progetti diocesani,

la Chiesa di Napoli è da sempre sul campo dell’educazione e della prevenzione, grazie agli oratori, alle parrocchie, ai tanti presbiteri, consacrati e consacrate, laici, che ogni giorno danno la vita per i ragazzi, spesso diventando gli unici punti di riferimento in contesti dove a volte manca tutto, evitando in questo modo che venga a mancare anche la speranza!

Per i giovani c’è anche “povertà di futuro”. Napoli, purtroppo, spesso è teatro di violenza che vede protagonisti anche giovanissimi. Proprio nelle ultime settimane sono stati uccisi tre giovani a Napoli e provincia: Emanuele Tufano, Santo Romano e Arcangelo Correra. Perché tanta violenza e così poco rispetto per il valore della vita? Si potrebbe dire che c’è una povertà anche umana, da questo punto di vista?

Non parlerei di povertà umana, ma anche in questo caso di povertà educativa, di povertà spirituale. Questo perché sono convinto che tutti i nostri ragazzi, che tutti gli uomini, hanno dentro il proprio cuore una sorgente di bellezza, di autentica umanità, di empatia, di bene ma se non c’è nessuno che la tira fuori, se non c’è nessuno che li aiuta a coltivare questi germi di bene, esce fuori solo il peggio, quel peggio che si impara in strada, sui social, davanti alla tv.

Il nostro dovere è invece quello di non stancarci mai di cercare e trovare il bene racchiuso nel loro cuore. È l’unica via possibile.

In questi scenari di violenza giovanile, secondo lei, ha un peso anche la camorra?

Certamente sì, ma dobbiamo intenderci su cosa è camorra. Se intendiamo la camorra esclusivamente come clan, come organizzazione strutturata, non credo che molte di queste azioni violente e omicide siano collegabili in modo diretto ad essa.

Ma la camorra è anche cultura, è anche influenza educativa, è anche un modello appetibile per chi vive in certi contesti e in questo senso sì, c’entra e come.

Inoltre, c’è anche un grande problema su cui occorre riflettere e intervenire con urgenza e credo, ma per solo buon senso, che in questo potrebbe essere coinvolta la camorra: quello del traffico di armi, del facile accesso di minorenni ad armi sofisticate e terribili. Non parliamo più solo di coltelli, ma di pistole, pistole anche sofisticate e su questo credo sia difficile che i clan non ne sappiano nulla.

La Chiesa cosa può fare per arginare questo “tipo di povertà” che toglie i sogni, la speranza e il futuro ai giovani? Da qualche anno lei ha lanciato il Patto educativo per Napoli. Come sta procedendo? Sta dando i frutti che lei sperava?

Se è vero che la Chiesa è chiamata a essere un ospedale da campo per chi è ferito dalla vita – come spesso ci ricorda Papa Francesco –, è vero anche che deve essere un luogo di prevenzione, possibilità di futuro, affinché alcune ferite siano prevenute ed evitate.

Per questo a Napoli come Chiesa abbiamo lanciato un appello per il Patto educativo, un processo anzitutto culturale rivolto a tutti coloro che si occupano di bambini, adolescenti, giovani, affinché facciano rete sul serio, creando un “noi” che superi la logica dell’individualismo e abbracci quella della cooperazione, in modo da raggiungere tutti i ragazzi, soprattutto quelli a rischio.

È un processo difficile, complesso, ma che porteremo avanti, senza stancarci, nella logica evangelica del lievito chiamato a far fermentare l’intero impasto sociale! Ci sono dei primi frutti: realtà che si aggregano, persone che non si conoscevano e che ora lavorano insieme, eroi solitari che ora hanno creato legami e comunità “eroiche”.

Vede, Napoli è piena di gente per bene, di educatori, associazioni, istituzioni che ce la mettono tutta ogni giorno, in modo davvero encomiabile, ma la pecca un po’ di tutti – a volte anche la nostra – è quella di andare per conto proprio, di pensare al proprio orticello, brand, progetto.

Il paradosso è che la criminalità fa sistema e noi no. Piano piano stiamo cercando di invertire questa logica.

Ripeto, non è facile. Ma occorre provarci, nella consapevolezza che i processi culturali ed educativi richiedono tempo.
(fonte: SIR, articolo di Gigliola Alfaro 11/11/2024)


mercoledì 6 novembre 2024

Pensiero divergente a scuola: innovare per crescere

Dorotea Piombo*
Pensiero divergente a scuola:
innovare per crescere
  
L'insegnamento della creatività e del pensiero divergente è fondamentale per lo sviluppo equilibrato degli studenti di oggi, che hanno necessità di adattarsi ad un mondo in continuo mutamento.


La creatività e il pensiero divergente sono componenti fondamentali dello sviluppo umano e giocano un ruolo cruciale nella formazione scolastica. L’importanza di questi aspetti è riconosciuta non solo nelle arti, ma anche nelle scienze, nella tecnologia e in ogni ambito del sapere umano.

La creatività è definita come la capacità di generare idee originali e innovative attraverso modi non convenzionali. Secondo Bruner, questa si esprimerebbe nell’abilità di intuire, in modo immediato, possibili relazioni formali, prima ancora di saperle dimostrare a livello logico. Quindi, riuscire a comprendere e promuovere il potenziale creativo dell’alunno risulta essere un aspetto importante in campo educativo e va tenuto sempre in considerazione quando si devono sviluppare programmi atti a fornire un’educazione di qualità per tutti. Il processo creativo coinvolge la risoluzione di problemi e l’autorealizzazione dell’individuo, contribuendo allo sviluppo delle capacità sia intellettuali che personali.

Gemma è un’insegnante della scuola secondaria di primo grado, in una piccola cittadina. La sua passione per l’insegnamento è pari solo al suo amore per l’arte. Un giorno decide di introdurre nella sua classe un progetto creativo che incoraggi i suoi studenti a esplorare il pensiero divergente. Divide i ragazzi in gruppi e assegna loro il compito di creare un’opera d’arte basata su un tema comune: “Il futuro delle nostre città”.

Giulio, un ragazzo timido ma con una fervida immaginazione, è entusiasta del progetto. Nel suo gruppo ci sono anche Alessia, una studentessa con una grande passione per la scienza e Luca, che ama la scrittura. Insieme decidono di creare un modello di una città del futuro che integri tecnologia avanzata e spazi verdi. Durante il progetto, Gemma osserva come i ragazzi iniziano a utilizzare il pensiero divergente. Giulio propone idee fantasiose come edifici galleggianti e parchi sospesi. Alessia porta la sua conoscenza scientifica per rendere le idee di Giulio praticabili, mentre Luca scrive una storia che racconta la vita nella loro città futura.

Gemma nota che il progetto non solo stimola la creatività dei ragazzi, ma rafforza anche la loro autostima e la capacità di lavorare in gruppo. Alla fine, presentano il loro progetto con orgoglio e ricevono complimenti per la loro inventiva. Questo tipo di attività ha permesso agli studenti di fare esperienza del pensiero divergente. Questo rappresenta la capacità di generare idee diverse, originali, fuori dal comune. Nello specificolo psicologo Ellis Paul Torrance (1974), con il suo Test di pensiero creativo (Torrance test of creative thinking – TTCT; Torrance, 1974), considera il fatto che la creatività possa essere misurata attraverso l’analisi di 4 fattori, come: Fluidità (la capacità di produrre tante idee); Flessibilità (la capacità di produrre idee diverse tra loro); Elaborazione (abilità di aggiungere elementi e dettagli ); Originalità (capacità di produrre idee originali ). Queste abilità sono fondamentali nello sviluppo del pensiero creativo nei bambini e negli adolescenti. In ambito legislativo, la creatività è riconosciuta come una componente essenziale dell’educazione.

Il documento della Commissione Europea del 2010, intitolato “Unlocking thepotential of cultural and creative industries“, evidenzia l’importanza di promuovere la creatività e l’innovazione con l’obiettivo principale di sfruttare il potenziale delle industrie culturali e creative per stimolare la crescita economica, la coesione sociale e la diversità culturale.

Va anche sottolineata l’importanza dello sviluppo delle competenze degli insegnanti, in tali ambiti, in modo da poter integrare metodologie didattiche innovative che favoriscano la creatività. Questo approccio mira a sviluppare le competenze trasversali e a promuovere un ambiente educativo che valorizzi l’originalità e il pensiero critico.

Il documento “Strategia Europa 2020” sottolinea la necessità di un’istruzione che promuova competenze chiave, tra cui la creatività e il pensiero critico. Questo approccio è anche sostenuto dalla Legge 107/2015 (La Buona Scuola) in Italia, che promuove l’innovazione didattica e la valorizzazione delle competenze creative degli studenti. L’insegnamento della creatività e del pensiero divergente è fondamentale per lo sviluppo equilibrato degli studenti di oggi, che hanno necessità di adattarsi ad un mondo in continuo mutamento. Come illustrato dalla storia di Gemma e dei suoi studenti, un approccio educativo che valorizza queste competenze può portare a risultati sorprendenti, non solo in termini di sviluppo delle capacità cognitive, ma anche in termini di crescita emotiva e sociale. Incorporare la creatività nei programmi scolastici, supportato da ricerche scientifiche e definizioni legislative, è un passo necessario per preparare le future generazioni a un mondo in costante cambiamento. Gli educatori, come Gemma, giocano un ruolo cruciale nel creare ambienti di apprendimento che stimolino il pensiero creativo e divergente, preparando così gli studenti a diventare pensatori innovativi e cittadini attivi.
*Dorotea Piombo Psicologa clinica esperta in Bisogni educativi speciali ed intelligenza emotiva

(Fonte: Città Nuova 31 Ottobre 2024)

venerdì 20 settembre 2024

Infanticidio di Parma: «Dal primo giorno di vita insegniamo ai nostri figli che di fronte ai problemi non bisogna scappare»

Infanticidio di Parma: «Dal primo giorno di vita insegniamo ai nostri figli che di fronte ai problemi non bisogna scappare»

La psicopedagogista Barbara Tamborini si rivolge ai genitori commentando il doppio infanticidio di Traversetolo. «Usiamo tutte le parole che abbiamo per parlare a chi sta crescendo della vita e della morte, del bene e del male» 


Le cronache ci raccontano sempre più spesso di persone che compiono azioni inimmaginabili che ci lasciano senza parole: la famiglia sterminata a Paderno Dugnano, l’omicidio di Sharon Verzeni e ora il doppio infanticidio a Parma. A essere senza parole non siamo solo noi che ascoltiamo dai media queste notizie, lo sono anche le persone prossime ai diretti protagonisti. Lo sono i vicini di casa, i fidanzati, i genitori, gli amici delle vittime e dei loro aggressori.

Una ragazza di 22 anni partorisce senza che nessuno per nove mesi si accorga della sua gravidanza. Non se ne accorgono i genitori e neppure il fidanzato. Non ne sanno niente le amiche, riesce a tenere il suo corpo in una condizione tale da non rivelare la presenza di un feto che cresce fino al termine della gravidanza, momento in cui, la madre lo fa nascere presumibilmente da sola. Dall’autopsia emerge che il neonato abbia respirato e poi sia morto poco dopo per cause ancora da definire. Lei lo seppellisce in un campo senza dire niente a nessuno, neppure al fidanzato che poi è risultato essere il padre biologico del neonato. Notizia di ieri è che nello stesso campo è stato rinvenuto un altro neonato, sepolto lì da circa un anno. I sospetti ricadono ancora sulla studentessa e le indagini ne stanno accertando le implicazioni. Ecco un nuovo rompicapo: come può una ragazza di ventidue anni fare tutto questo e nello stesso tempo condurre una vita apparentemente normale? Come può essere così labile il confine tra ciò che si può fare e ciò che non si può fare? Come è possibile che una brava studentessa seppellisca un neonato e poi vada in vacanza? Come è possibile che la voce della coscienza si possa così zittire?

L’iper connessione nella quale siamo immersi ci fa vedere su maxi schermo ogni dettaglio di questi eventi drammatici e non ci è possibile voltare lo sguardo. Spesso però i media si limitano a parlare alla “pancia” degli spettatori. Le dirette e gli approfondimenti amplificano le paure e le narrazione minuto per minuto tengono col fiato sospeso. Restiamo sconvolti di fronte allo scorrere delle immagini di queste tragedie in attesa di nuovi dettagli fino a che i fari si spengono e ciascuno fa di quel dolore quel che vuole.

Come adulto m’interrogo su cosa possiamo fare di fronte a questo assottigliamento tra bene e male. Come orientare al bene chi sta crescendo? Dobbiamo essere disponibili a parlare della vita così come della morte. Noi adulti abbiamo il dovere di insegnare ai bambini con le parole e con l’esempio che ogni problema può essere affrontato. La bellezza si mischia di continuo con l’ingiustizia, il dolore e la fatica. Chi sta crescendo deve poter avere vicino adulti coraggiosi. Non adulti perfetti, ma adulti che in quanto tali provano ad educare, a cercare le parole di fronte all’indicibile. Dal primo giorno di vita dobbiamo insegnare ai nostri figli che di fronte ai problemi non bisogna scappare. A volte siamo senza parole, siamo sconvolti eppure restiamo lì e ci proviamo, un passo, una parola, un gesto per costruire significati che danno senso alle cose, che permettono di andare oltre. Quante volte di fronte a un lutto o alla notizia di una malattia come adulti siamo tentati di mettere in protezione i nostri figli e di tenerli lontani da quel “male” che non vorremmo? Eppure dentro a quel territorio si costruisce la forza di essere gli adulti di domani. Chi cresce ha bisogno di tante parole per capire, di guardare il bello e il brutto, di fare domande, di stare sulle cose. E questo avviene guardandosi negli occhi, tenendosi vicini.

Se faremo tutto questo, ogni giorno, forse non cambierà nulla rispetto alle notizie di cronaca che ci sconvolgono. Eppure vale la pena farlo. Vale la pena educare all’umano, come magari hanno provato a fare i genitori di Riccardo o di Chiara. L’inspiegabile accadrà sempre e di fronte ad esso resteremo senza parole, come è giusto che sia. Ma non fermiamoci lì. Usiamo tutte le parole che possiamo per parlare a chi sta crescendo della vita e della morte, del bene e del male.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Barbara Tamborini 18/09/2024)


mercoledì 26 giugno 2024

COME PUÒ UN RAGAZZO UCCIDERE?




Ecco a Pescara l'ennesima tragedia che lascia tutti senza parole: l'efferato omicidio di un sedicenne compiuto da due coetanei. Sento la tentazione di trovare spiegazioni che possano allontanarmi, come genitore, dall'eventualità di trovarmi in situazione anche lontanamente affini a questo dramma. Come educatori e genitori pensiamo ai figli o agli alunni per i quali abbiamo delle responsabilità educative, ai loro funzionamenti e anche ai loro malfunzionamenti e ci chiediamo se mai potrebbero compiere un gesto simile o trovarsi coinvolti in una situazione dove la coscienza e la consapevolezza del bene e del male svanisca o forse risulti inesistente.

Leggendo in un articolo l'affermazione che per essere genitori serve avere fortuna mi interrogo, prima di tutto come mamma, se riconoscermi o meno in questa visione. Io credo che nessuno educatore può determinare la salvezza e il futuro di chi sta crescendo. Educare significa costruire ogni giorno il meglio con i minori che guardano a noi per orientarsi nella vita. Conosco infiniti genitori che quotidianamente provano a mettercela tutta nell'educare eppure soffrono terribilmente vedendo i figli farsi del male e perseverare in situazioni problematiche per il loro benessere e per il benessere delle persone che stanno loro vicine. Come due ragazzi siano potuti arrivare a un gesto così brutale, dopo vicende che la giustizia ricostruirà chiaramente, è una domanda senza risposta. Come può un ragazzo minorenne, un figlio, uccidere; o colludere con l'uccisione di un altro minore? Che cosa non ha funzionato? Come la tua mente ha potuto oscurare la voce della coscienza?

Ogni giorno come genitori seminiamo tracce per orientare il cammino dei nostri figli. Cerchiamo di tenere il contatto ma oggi più che mai questo contatto è condizionato da mille fattori diversi. Siamo genitori spesso deboli perché la nostra voce arriva alla mente dei figli in mezzo a molte altre voci, il loro cuore e il loro pensiero è nutrito da illusioni, promesse, che spesso contravvengono ai nostri insegnamenti. E che potere abbiamo noi? Spesso pur mettendocela tutta, pur continuando a fare domande, a puntare gli occhi sulla vita dei minori, ci accorgiamo di perdere terreno, li vediamo allontanarsi, sentiamo che la nostra voce non penetra dentro loro. Io non conosco i genitori dei ragazzi coinvolti in questa tragedia ma immagino il loro dolore. Immagino il dolore straziante dei genitori di Christopher e penso allo sconcerto degli altri genitori. L'augurio per chi è rimasto vivo è quello di spegnere tutte le voci che hanno reso possibile questo orrore e sentirne appieno il dolore. La salvezza può passare solo da questo dolore ormai insanabile. Niente potrà riportare in vita il ragazzo ucciso. Sopravvivere a questa tragedia significa portare dentro di sé il dolore lacerante per quello che è stato e l'impegno quotidiano per rendere onore alla memoria di chi non avrà più la possibilità di continuare a vivere.

Noi genitori dobbiamo continuare a educare senza smettere mai, senza giudicare e senza chiamarci fuori. Dobbiamo piuttosto stringerci sempre più saldamente in un'alleanza educativa che sorregge e incoraggia anche di fronte a drammi come questi. Io credo che educare un figlio più che di fortuna abbia bisogno di fede e speranza e solo insieme possiamo tenerle.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Barbara Tamborini 25/06/2024)

giovedì 20 giugno 2024

Allenare i figli alla vita: parla Alberto Pellai


Allenare i figli alla vita: parla Alberto Pellai

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, spiega come “allenare alla vita” i bambini. Servono genitori “competenti” e relazioni “reali” con i coetanei per imparare ad affrontare (e superare) le tempeste dell’esistenza. Ma anche un giro di vite sull’uso dello smartphone

Foto Calvarese/SIR

“Per un buon allenamento alla vita servono un buon campo di gioco, buoni compagni di squadra e buoni allenatori. Quindi la domanda è: dove, con chi e da chi facciamo allenare i nostri bambini?”. A porre l’interrogativo è Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta ed esperto in educazione alla salute e prevenzione in età evolutiva, autore del volume “Allenare alla vita. I dieci principi per ritornare ad essere genitori autorevoli” (Mondadori). L’esperto è intervenuto il 18 maggio al convegno “Prima i bambini: ieri, oggi, domani”, promosso a Roma dalla Fism (Federazione italiana scuole materne) in occasione del suo 50° di fondazione. Molti gli spunti emersi dall’incontro.

(Foto Federica Davoli)
Superare le tempeste. Anzitutto una premessa: “La felicità dei nostri figli non si realizza proteggendoli da ostacoli e frustrazioni”; occorre piuttosto “dare loro strumenti per attraversare (e superare) le tempeste della vita e diventare adulti responsabili e consapevoli di sé”. Ma questo richiede genitori “competenti”, ossia “buoni allenatori”. Che significa? “Si tratta di ripristinare l’autorevolezza educativa e affettiva degli adulti – risponde Pellai -, ossia

la capacità di essere connessi con i propri figli e, al tempo stesso, di fissare limiti e paletti”.

Percorsi, non traguardi. E poi non bisogna fossilizzarsi sul “falso mito” del traguardo, ma prestare attenzione al percorso, diverso per ogni bambino. “Tutto è stato accelerato: riempiendo i nostri figli di impegni abbiamo tolto a bambini e bambine la possibilità di abitare la loro fase di sviluppo facendo le cose che è giusto fare a quell’età”. Con l’aggravante che spesso “devono tenere in piedi il progetto di vita di adulti che li vogliono perfetti e iper performanti”.

No al “ciuccio elettronico”. Per crescere, spiega ancora Pellai, il bambino “deve potersi muovere dentro il cortile, il parco, la città; ha bisogno di spazi di aggregazione per esprimere la propria vitalità, mentre troppo spesso gli viene chiesto di essere composto e silenzioso per non dare fastidio”. Così

lo schermo dello smartphone o del tablet prende il posto del ciuccio di quando era un lattante:

“una sorta di ciuccio elettronico che al bambino non serve a nulla in termini di sviluppo di competenze per affrontare la vita, ma che consente all’adulto di non essere disturbato”. Un mondo adulto diviso in due grandi sottogruppi: “il mondo dell’educazione che nel bambino vede un essere in formazione; e il mercato che in lui scorge invece un potenziale consumatore, e al quale non importa nulla del suo potenziale e del suo percorso di crescita”.

A scuola di relazioni. Oggi, ribadisce lo psicoterapeuta, “occorre riportare dentro le città spazi per i bambini e le bambine – il buon campo di gioco di cui parlavamo – e far sì che anziché con i videogame giochino tra loro – i compagni di squadra -. Solo così possono imparare l’empatia, la gestione delle relazioni reali – compreso il conflitto e la successiva riconciliazione – e la condivisione dei beni (i giocattoli)”. Un apprendistato che va iniziato in tenera età, per evitare che “magari a 14 anni rischino di trovarsi in difficoltà a stare nella vita reale e possano decidere di uscire fuori dal mondo scegliendo il ritiro sociale”.

Affettività e sessualità. Uno degli interrogativi posti all’esperto è stato come educare bambini e bambine ad un approccio sano e responsabile all’affettività e alla sessualità in una società erotizzata come la nostra. “Un tema spinoso ma importante – la sua risposta -.

La sessualità nasce con noi e va educata”, soprattutto in un tempo “in cui sembra esistere solo un sessualità predatoria che rincorre l’idea che il corpo sia un oggetto di piacere anziché un soggetto di relazione”.

Due, secondo lo psicoterapeuta, le aree su cui lavorare. Anzitutto “sulla dimensione dei ruoli di genere. Il ruolo di genere appartiene all’identità di ciascuno di noi e non va confuso con il gender. Lavorare sul ruolo di genere – spiega – significa rendere il nostro maschile e il nostro femminile una dimensione di evoluzione del nostro umanesimo. Occorre rendere bambini e bambine – futuri uomini e future donne – pienamente consapevoli del loro essere pienamente uomo e pienamente donna”.

Per i maschietti, in particolare, “il tempo della crescita è un tempo in cui possiamo aiutarli ad uscire dal copione del ‘vero uomo’ e ad entrare nel copione dell’’uomo vero’ che sa essere connesso con i propri stati emotivi”.

Costruzione del “noi”. L’altra grande area, “quella dell’educazione sessuale vera e propria, parte dall’idea che ciascuno di noi ha in dotazione la dimensione della sessualità che può essere semplicemente agita, perché sentita dentro il proprio corpo, oppure messa a disposizione di un progetto relazionale” mirante alla “costruzione del ‘noi’”. Secondo Pellai, collocare la sessualità all’interno di una dimensione d’amore, significa “permettere ai bambini di avere una buona conoscenza delle proprie emozioni, di come è fatto il loro corpo, di che cosa significhi costruire relazioni sane e, infine, di conoscere tutto il potenziale che questo aspetto regala alla vita delle persone”.

No smartphone prima dei 14 anni. Infine una provocazione e una proposta: “Abolirei tutte le chat WhatsApp dei genitori, ma vorrei si incontrassero fisicamente un’ora a settimana all’interno della classe per parlare dei propri figli”.

E poi il divieto dello smartphone prima dei 14 anni:

“Molti dei nostri figli soffrono di deprivazione di sonno e di rapporti sociali; di deficit di attenzione e di dipendenza dal loro device. Credo che la sanità pubblica ci stia arrivando”.
(fonte: Sir, articolo di Giovanna Pasqualin Traversa 17/06/2024)