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martedì 19 maggio 2026

“La gioia del Vangelo resta viva”: all’Antonianum il convegno sull’eredità spirituale di Papa Francesco


“La gioia del Vangelo resta viva”:
all’Antonianum il convegno
sull’eredità spirituale di Papa Francesco 

Papa Francesco

Una riflessione intensa sull’eredità umana, spirituale e pastorale lasciata da Papa Francesco alla Chiesa e al mondo contemporaneo. È questo il cuore del convegno “L’eredità spirituale di Papa Francesco per la Chiesa e per l’umanità”, svoltosi il 16 maggio presso la Pontificia Università Antonianum e promosso da Angele Rachel Bilegue, accompagnata spiritualmente dal Pontefice nel corso della sua vita. L’incontro, coordinato da Lucia Antonioli, ha riunito 52 partecipanti e quattro relatori, che hanno condiviso testimonianze, riflessioni ed esperienze personali legate al pontificato di Francesco.

L’eredità comunicativa di Papa Francesco e la voce degli ultimi

Ad aprire il convegno è stato Piero Di Domenicantonio, che ha approfondito il tema dell’eredità comunicativa di Papa Francesco a partire dalla sua esperienza di giornalista dell’Osservatore Romano. E nel suo intervento ha presentato anche il progetto L’Osservatore di Strada, iniziativa editoriale dedicata a dare voce ai poveri e agli emarginati, realtà sostenuta e conosciuta direttamente da Papa Francesco. Di Domenicantonio ha evidenziato come il Pontefice abbia sempre incoraggiato una comunicazione capace di partire dalle periferie esistenziali, mettendo al centro le persone più fragili e dimenticate.

Sorella Angele: “La gioia è stata il cuore del magistero di Francesco”

Particolarmente toccante l’intervento di Sorella Angele Rachel Bilegue, che ha approfondito il significato dell’eredità spirituale lasciata da Papa Francesco soffermandosi sul tema centrale della “gioia”, elemento ricorrente nel suo magistero.

La religiosa ha richiamato due documenti fondamentali del pontificato: Evangelii Gaudium e Amoris Laetitia, sottolineando come il messaggio cristiano proposto dal Papa sia sempre stato fondato sulla gioia del Vangelo e sull’amore vissuto nella quotidianità delle relazioni umane.

Accanto alla riflessione teologica, Sorella Angele ha condiviso anche una testimonianza personale sulla sua relazione spirituale e filiale con Papa Francesco. Il racconto si è sviluppato in tre momenti significativi: il tempo vissuto accanto al Pontefice durante la sua vita, il periodo del ricovero al Policlinico Gemelli e la continuità di questo legame spirituale anche dopo la sua morte.

Una testimonianza intensa che ha restituito ai presenti il volto umano e paterno di Francesco, descritto come una guida spirituale capace di accompagnare con semplicità, ascolto e attenzione concreta verso le persone.

Le testimonianze di don Giorgetta e don Bellino

Nel corso del convegno è intervenuto anche Benito Giorgetta, che ha condiviso alcuni episodi personali legati alla sua amicizia con Papa Francesco, mettendone in luce la straordinaria semplicità e umanità.

Attraverso i racconti contenuti nel suo libro Ho incontrato Francesco, don Giorgetta ha ricordato in particolare l’esperienza vissuta accanto al Pontefice durante il viaggio verso la Giornata Mondiale della Gioventù 2023, sottolineando la capacità di Francesco di far sentire ogni persona accolta e ascoltata.

A concludere gli interventi è stato Michele Bellino, che ha raccontato quanto il magistero di Papa Francesco abbia inciso profondamente sul suo ministero sacerdotale. Con emozione ha ricordato l’unico incontro avuto con il Pontefice durante la visita papale a Bari, definendolo un momento determinante del proprio percorso umano e pastorale.

Un’eredità spirituale che continua a parlare alla Chiesa e al mondo

Il convegno si è concluso in un clima di profonda partecipazione e gratitudine, evidenziando come l’eredità di Papa Francesco continui a rappresentare un punto di riferimento non solo per la Chiesa, ma anche per la società contemporanea.

Dalle testimonianze emerse è apparso con forza il tratto distintivo del pontificato di Francesco: una fede vissuta nella prossimità, nell’ascolto e nell’attenzione agli ultimi, capace ancora oggi di parlare al cuore delle persone e di indicare alla Chiesa uno stile evangelico fondato sulla misericordia, sulla fraternità e sulla gioia del Vangelo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 18/05/2026)


mercoledì 6 maggio 2026

Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo

Roberto Cutaia
Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo


A un anno dalla morte di Papa Francesco (21 aprile 2025-2026), il volume dal titolo Francesco. Il Papa venuto dalla fine del mondo (a cura di Roberto Cutaia, Nisroch, Macerata 2026, pp. 165, euro 20,00), ne ripercorre il magistero alla luce delle sfide del presente. Il libro riunisce voci diverse, esperti dei rispettivi ambiti del magistero di Papa Francesco, per interrogare una figura che ha saputo parlare al cuore del nostro tempo.

«Papa Francesco ha lasciato questo mondo da quasi un anno – scrive nella prefazione al volume il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano -. Nel tempo che scorre, emergono con più nitidezza i tratti essenziali del suo Magistero, quello che ha donato a tutti attraverso i suoi documenti, le catechesi, le omelie, comprese le tante pronunciate a braccio nella cappella della residenza di Santa Marta. Nei 12 anni, un mese e 8 giorni del suo Pontificato, Papa Bergoglio ci ha aiutato a percepire e riconoscere che anche nei tempi difficili e confusi il Cuore di Gesù salva i cuori di uomini e donne, giovani e anziani abbracciandoli col suo perdono e la sua misericordia. Ha ripetuto che i sacramenti, a cominciare dal Battesimo, sono gesti del Signore, con cui la sua misericordia ci dona vita, ci sostiene e ci guarisce nel nostro cammino, medicine per noi peccatori, non benemerenze riservate ai perfetti. Papa Francesco ha ripetuto tante volte e ci ha aiutato a riconoscere che la Chiesa non vive per sé stessa, e non brilla di luce propria, ma può riflettere solo la luce di Cristo, “luce delle genti”, proprio come accade alla luna, che riflette la luce del sole. Per questo ha citato tante volte l’immagine cara agli antichi Padri della Chiesa, che suggerisce come mistero intimo della Chiesa quello del Mysterium Lunae, il “mistero della luna” […]».

Nell’introduzione, Arturo Sosa Abascal (Generale dell’Ordine dei Gesuiti), scrive: «Ci sono molti modi di avvicinarsi allo stile della vita di papa Francesco data la ricchezza straordinaria della sua umanità di cui siamo stati tutti (o quasi) ammirati testimoni. Uno stile maturato, secondo la secolare tradizione della Compagnia di Gesù, prima in tanti anni di formazione umana, culturale e spirituale e insieme di esperienze pastorali in mezzo al Popolo di Dio. Poi nel ministero episcopale all’Arcidiocesi di Buenos Aires e alla Chiesa latino-americana. Infine, il servizio alla Chiesa universale come Vescovo di Roma, cioè nell’esercizio del ministero petrino di presiedere le Chiese nel mondo edificando l’unità nella carità al servizio della missione del Signore Gesù […]».

Il libro attraversa i nodi essenziali del suo pontificato: la misericordia, il dialogo, la pace, la fraternità universale. Non un bilancio conclusivo, ma un invito a comprendere un’eredità ancora aperta. I contributi sono di Alessandro Andreini, Fernando Bellelli, Fulvio De Giorgi, Cristiana Dobner, Arianna Dutto, Bruno Forte, Markus Krienke, Le Monache Benedettine dell’Isola San Giulio, Silvia Magistrini, Gianni Maritati, Vito Nardin, Fernando Rivas, Suore della Provvidenza Rosminiane, Paolo Usellini.

«Il libro che il lettore ha tra le mani − si legge nell’introduzione del curatore − è una pubblicazione agile e dinamica su un “grande” protagonista della scena mondiale dei primi decenni del terzo millennio. Si tratta di papa Francesco, il 266° papa della Chiesa cattolica (13 marzo 2013 – 21 aprile 2025) al secolo Jorge Mario Bergoglio (1936-2025). Papa Francesco è stato un vero pastore d’anime, schietto (e pertanto non sempre compreso) e soprattutto allergico ai compromessi della tiepidezza e alle ambiguità del doppio gioco […]».
(fonte: Settimana News  02/05/2026) 


martedì 21 aprile 2026

21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco - Papa Francesco e la Chiesa italiana Card. Matteo Zuppi: “Ci ha dato il coraggio di sognare”

21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco
  
Papa Francesco e la Chiesa italiana:
“Ci ha dato il coraggio di sognare”

Nel giorno del 1° anniversario della scomparsa di Papa Francesco, pubblichiamo la prefazione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, al volume “Con volto di mamma. Discorsi e interventi alla Chiesa italiana” (Libreria Editrice Vaticana, 336 pagine, 20 euro, in libreria nei prossimi giorni). Il testo raccoglie gli interventi di Papa Bergoglio alle Assemblee Generali, i messaggi, i discorsi rivolti nelle varie occasioni di incontro con i cattolici e la società italiana. Tra i vari contributi, il discorso al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015, dal quale è stato tratto il titolo del volume.


Il primo sentimento è senza dubbio la gratitudine: a Dio, per il dono di Papa Francesco e del suo ministero a servizio della Chiesa; a papa Francesco, per le numerose occasioni di incontro che ci ha concesso durante il suo Pontificato; ai miei predecessori alla guida della Conferenza episcopale italiana, i cardinali Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti, per aver favorito e promosso le diverse iniziative coronate con le parole del Santo Padre; all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per l’impegno profuso nel raccogliere, in un unico volume, i vari discorsi pronunciati da papa Francesco alla Cei; a quanti leggeranno o sfoglieranno queste pagine, per i ricordi o le ispirazioni che ne ricaveranno… Di tutto, rendiamo lode al Signore!
Il secondo sentimento, legato al primo e da cui scaturiscono tutti gli altri, è l’amore. Questo testo, infatti, non vuole essere un’operazione di archivio, ma un servizio alla memoria e, insieme, al futuro. Perché la memoria, quando è cristiana, non è mai nostalgia: è responsabilità, discernimento, scelta.

Le pagine che seguono ci portano davanti al Signore, che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro. È ciò che papa Francesco ha fatto con noi, con la Chiesa in Italia, in anni così intensi e difficili. Con le sue parole, ci ha incoraggiati a camminare, a non chiuderci, a dialogare mettendoci prima in ascolto sincero dell’altro, a non lasciarci addomesticare dalla stanchezza, dall’abitudine, da quella rassegnazione che sembra prudenza e, invece, è paura.
I discorsi sono quelli rivolti alle Assemblee generali della Cei, in occasione di eventi nazionali e di udienze concesse agli Uffici e Servizi della Segreteria generale. A fare da filo rosso c’è l’imperativo «Non lasciatevi rubare la speranza!» (Discorso, 11 agosto 2018), una carezza e una scossa, perché la speranza viene rubata davvero: quando ci abituiamo al male, quando accettiamo la divisione come fosse normale, quando riduciamo il Vangelo a una parola tra le tante, quando la Chiesa finisce per difendere se stessa invece di donarsi, quando la comunità diventa un insieme di individui e non un popolo che impara a pensarsi insieme.

Papa Francesco ci ha chiesto, con insistenza, di non fermarci. «Ecco, dunque, la prima consegna: continuate a camminare. Si deve fare» (Discorso, 25 maggio 2023). È una conversione concreta: continuare a camminare «lasciandovi guidare dallo Spirito», non dalle abitudini; non dalle strutture che rassicurano; non dal formalismo che irrigidisce. Perché «una Chiesa appesantita dalle strutture, dalla burocrazia, dal formalismo faticherà a camminare nella storia, al passo dello Spirito, rimarrà lì». È la consegna della libertà evangelica, una chiamata a togliere peso per tornare a essere leggeri, cioè capaci di andare incontro. Nei vari discorsi emerge una costante: papa Francesco non ci ha parlato “da lontano”. Si è affiancato. È entrato nella vita concreta delle nostre comunità e del nostro Paese. Ha visto la messe, tanta, come tanti sono coloro che soffrono: i poveri, i fragili, gli scartati, chi non ha voce, chi porta addosso ferite che spesso restano invisibili; ha visto i giovani delusi, le famiglie ferite, chi si sente straniero, chi vive ai margini. E ci ha chiesto di fare altrettanto, senza paura: di condividere le loro ferite, di non assuefarci al dolore, di non lasciare morire la pietà. Non con un linguaggio che giudica, ma con uno sguardo che salva. Non con una Chiesa che seleziona, ma con una Chiesa che abbraccia.
A Firenze, ci ha consegnato un’immagine che resta decisiva e che deve diventare stile: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza» (Discorso, 10 novembre 2015). E subito dopo ci ha affidato una responsabilità che non ammette alibi: «Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Non è romanticismo. È Vangelo. È la scelta di una Chiesa che non vive di difesa, ma di prossimità; che non cerca tornaconti, ma gratuità; che non teme il dialogo, perché sa che la verità non ha bisogno di gridare per essere vera.
Per questo i testi qui raccolti non sono semplicemente “parole dette”. Sono parole che chiedono una traduzione. Chiedono decisioni. Chiedono un cammino sinodale reale, comunità per comunità, diocesi per diocesi, perché il “noi” non si proclama: si costruisce. E lo si costruisce mettendo al centro l’essenziale, senza glosse che lo rendono inefficace. Lo si costruisce scegliendo l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine: quei tratti che papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa quando è davvero libera, quando non è in difensiva «per timore di perdere qualcosa», quando non si chiude «nelle strutture che ci danno una falsa protezione» (Discorso, 10 novembre 2015).

C’è una parola che attraversa tutto: misericordia. Non come sentimento vago, ma come criterio di verità. La misericordia non cancella la giustizia: la rende umana. Non rende ciechi: rende capaci di vedere. È la misericordia che impedisce di trasformare la fede in ideologia. È la misericordia che ci libera dall’ossessione di preservare la nostra gloria, la nostra influenza, la nostra “dignità”, per cercare la gloria di Dio nell’umiltà della croce. È la misericordia che ci restituisce la gioia del Vangelo: una gioia che è forza mite; una gioia che nasce dalla compassione e dalla tenerezza, che cura la disillusione e vince la tristezza individualista, che rende possibile rialzarsi e ricominciare.
Mi piace pensare che questo volume sia come un mosaico. Se lasciato nel disordine non mostra la bellezza; se, invece, i pezzi trovano il loro posto, la luce si riflette e diventa promessa. Ecco: queste parole ci aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Non per comporre un’immagine perfetta, ma per tornare a vedere la direzione. Perché la pace, la fraternità, la comunione, la missione non sono accessori: sono il cuore del Vangelo. E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, cambia la vita. Lasciamoci cambiare e cambiamo insieme! Papa Francesco, nei suoi interventi, ha sottolineato più volte la necessità di metterci in cammino. «Andate avanti con gioia e sapienza!» (Messaggio, 31 marzo 2025). Non vogliamo fermarci!

21 Aprile 2026
(fonte CEI)

Speciale di TEMPO PERSO - 21 aprile Anniversario del ritorno alla Casa del Padre di Jorge Mario Bergoglio, l'amato Papa Francesco.

Speciale di TEMPO PERSO

21 aprile - Anniversario del ritorno alla Casa del Padre 
di Jorge Mario Bergoglio, l'amato Papa Francesco. 

In questo giorno in cui ricorre il primo anniversario del ritorno alla Casa del Padre di Jorge Mario Bergoglio, abbiamo deciso di dedicare all'amato Papa Francesco tutti i  post che pubblicheremo oggi e dare inzio ad uno Speciale a lui dedicato che speriamo di arricchire anche nei giorni seguenti.


Come "copertina" dello Speciale da tempo abbiamo preparato questa immagine che cerca di riassumere il nostro pensiero per un grande Papa, ma anche e soprattutto un grande Uomo, che ha lasciato un segno non solo nel mondo cristiano. Pur essendo elemento giudicato spesso "divisivo" ponendo difronte a scelte non di comodo ma radicali (Gesù non è forse stato "segno di contraddizione" per tutta la sua vita?) eppure, proprio per la sua umanità, la sua spontaneità, la sua coerenza tra le parole pronunciate e le scelte di vita attuate, si è fatto amare da tantissimi, anche da persone non praticanti o di altre religioni e anche da chi si professava apertamente ateo. 

Per noi è stato un Profeta e come tale non ha avuto vita facile soprattutto tra i "suoi" ed ha avuto anche tanti che hanno osteggiato il suo percorso. Il suo pontificato ha rappresentato, a nostro avviso, un "nuovo inizio per la Chiesa" perché ha ripreso in mano il Concilio Vaticano II ed ha dato l'avvio a tanti percorsi su argomenti accantonati perché scomodi, è vero che non ha ottenuto risultati evidenti, ma i profeti di solito hanno solo il compito di seminare mantenendo viva la speranza, anche se sanno che probabilmente non avranno la gioia di vedere i frutti... perché saranno altri che dovranno proseguire e fare in modo che si raggiungano quegli obiettivi che solo Dio conosce...

Noi lo abbiamo amato ed abbiamo visto in lui oltre alla sua profonda umanità, nelle sue parole e nei suoi gesti il riflesso di parole e gesti di Gesù... 

Di tutto ciò vogliamo fare memoria trattenendolo nei nostri cuori accanto a ciò che ci è più caro.

Come tutte le sintesi ci rendiamo conto che la nostra è assolutamene parziale e non esaustiva, ma speriamo sia abbastanza aderente non solo al nostro sentire, ma anche vertiera rispetto alla realtà di una personalità certamente molto ricca di sfaccettature che ha lasciato un segno importante in questo momento storico così complesso.

Ovviamente oggi sono in tanti a dedicare ovunque a Papa Francesco un pensiero, un ricordo, una preghiera, una parola, un'immagine...
Questa mattina siamo rimasti colpiti leggendo in fb tra i tanti post pubblicati due che, senza aver ancora pubblicato l'immagine della copertina, a nostro parere sono in sintonia e, data la notorietà e l'autorevolezza degli autori, vogliamo aggiungere le loro parole alle nostre, riportandole di seguito, convinti che servano a esprimere meglio di noi il messaggio che volevamo trasmettere.


Dalla bacheca fb di Vito Mancuso:

IN MEMORIA DI PAPA FRANCESCO
Papa Francesco non è stato un filosofo, neppure un teologo, ma un profeta, e penso che con il suo volersi mostrare in carrozzella con il poncho argentino dei campesinos qualche giorno prima di morire abbia voluto dare questo messaggio: eccomi qui, uomo come voi, vestito non da papa ma da uomo, sappiate che è così che me ne andrò. Il che è del tutto naturale, perché, quando si muore, chi se ne va per sempre è l’uomo, non il papa, visto che “morto un papa, se ne fa un altro”, mentre è impossibile fare un altro Jorge Mario Bergoglio.
Jorge Mario Bergoglio è morto il Lunedì dell’Angelo, e il termine “angelo” nel greco da cui proviene significa “messaggero”. Il messaggio da lui portato al mondo si può condensare a mio avviso in una sola parola: misericordia. Naturalmente ve ne sono altre, spesso ribadite con insistenza: pace, disarmo, giustizia, poveri, natura, madre terra, oltre a quelle tipicamente religiose. Ma la parola che a mio avviso riassume tutte le altre del messaggio di papa Francesco è stata misericordia, il termine che scelse per il suo stemma e che ripeté infinite volte. Io spero che misericordia sia anche l’ultima parola che la Vita ha pronunciato su di lui, e che sarà anche quella per ognuno di noi. #VitoMancuso

Dalla bacheca fb di Luigino Bruni:

Il 21 aprile, un anno fa, ci lasciava Francesco. Pochi giorni prima si era scusato perché non sarebbe potuto andare a celebrare la lavanda dei piedi con i carcerati. In questo anno difficile ci siamo chiesti, molte volte, 'cosa avrebbe detto Francesco?'.

Ho avuto il dono di un rapporto personale con lui - nel nostro primo incontro, nel 2014, mi chiamava 'Prof. Bruni', nell'ultimo, a fine settembre del 2024, mi disse: "Grazie Luigino", due piccole parole che dicono molto del mio rapporto con lui. Soprattutto l'ho aiutato a far nascere e a non far morire The Economy of Francesco, e continuo a farlo insieme a tante e tanti, anche perché gliel'ho promesso, e le promesse sono cose serie.

La storia va avanti, 'fatto un papa se ne fa un altro', frase che vale soprattutto in Vaticano, e deve essere così. Ma ciò che è stato resta: restano i gesti profetici di Francesco, alcune sue parole diverse perché parole-carne ('perché non io?'), il suo sorriso buono sul mondo, il suo amore speciale per gli 'scartati', che lo accolsero a Santa Maria Maggiore con una rosa bianca in mano.
Questo tempo velocissimo dell'online dimentica tutto nel minuto che segue l'evento, cancella la memoria, appiattisce tutto. E invece noi umani siamo quasi unicamente memoria e passato, e siamo anche le parole e i gesti di Francesco. L'homo sapiens è animale capace di fare memoria - abbiamo ancora la Bibbia perché qualcuno ha custodito una memoria. Le parole e i gesti di Francesco saranno vivi finché ne faremo memoria. Grazie Francesco, noi continuiamo a correre nella promessa che ti abbiamo fatto. #LuiginoBruni


21 aprile 2025 /21 aprile 2026 Un anno senza Papa Francesco - Padre Spadaro: «Lo scrollone benefico che ci ha dato papa Francesco»

21 aprile 2025 /21 aprile 2026
Un anno senza Papa Francesco

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Padre Spadaro:
«Lo scrollone benefico che ci ha dato papa Francesco»

Il gesto di baciare i piedi ai leader del Sudan in guerra, di celebrare messa al confine con tra Stati Uniti e Messico. La sua misericordia, la sinodalità, la Chiesa ospedale da Campo. Il gesuita che più gli fu vicino traccia un bilancio di un Pontificato ormai radicato nella coscienza del mondo e della Chiesa


«Il Pontificato di papa Francesco? Non si può ridurre a una galleria di immagini». Padre Antonio Spadaro, sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l'educazione, già direttore, dal 2011 al 2023 di Civiltà Cattolica e uno degli uomini più vicini a Bergoglio, teme «il rischio di collezionare istantanee e relegare l’eredità di Bergoglio in un archivio fotografico, quando in realtà è qualcosa di molto più profondo e non immediatamente visibile».

Padre Spadaro, cosa resta del suo Pontificato a un anno dalla morte?

«Resta la sua diagnosi del mondo: la “terza guerra mondiale a pezzi”, formulata nel 2014 al ritorno dalla Corea, non era uno slogan impressionistico ma una lettura profetica che il tempo ha confermato. Resta la consapevolezza che il mondo si sta sgretolando e che la Chiesa non può rispondere con la nostalgia dell’ordine, ma con misericordia, fraternità, prossimità, pace. Resta il discernimento come alternativa all’ideologia e alla rigidità. Resta la sinodalità come forma di una Chiesa che ascolta. Resta la convinzione che la riforma non sia un riassetto tecnico ma una conversione. Resta l’uscita dal regime di cristianità, cioè il rifiuto di un cristianesimo alleato del potere e la scelta di una Chiesa al servizio di tutti. Ma forse la cosa più importante che resta è la dimensione “traumatica” del suo pontificato: un contraccolpo evangelico che ha dato una scossa a una sorta di omeostasi ecclesiale. E i traumi più si rimuovono più agiscono in profondità. Francesco non è stato il papa simpatico dell’immaginetta col sorriso: il suo pontificato è stato vissuto consapevolmente legato al dramma della storia. Resta infine il suo modo unico di agire anziché reagire: di fronte ai drammi del mondo non si è mai fatto trascinare nella narrativa costruita da altri, ma ha sempre costruito la propria — come quando, di fronte alla crisi di Gaza, la telefonata al parroco si rivelò altrettanto potente di qualsiasi dichiarazione geopolitica».

Quali sono i processi irreversibili che ha aperto?

«Il compito del riformatore secondo Bergoglio non era “tagliare teste” o conquistare spazi di potere, ma avviare processi — secondo il suo principio fondamentale per cui il tempo è superiore allo spazio. I processi irreversibili principali sono almeno tre. Innanzitutto la misericordia come orizzonte pastorale. Il magistero legato alla misericordia — dal Giubileo straordinario del 2016 all’intera impostazione pastorale — è penetrato profondamente nella vita della Chiesa. Non si può tornare indietro da questa visione. È qualcosa di ormai incarnato dentro la Chiesa, forse senza che ce ne siamo nemmeno accorti pienamente. Come seconda cosa la sinodalità. Il cammino sinodale ha mostrato una Chiesa che cammina nella storia ed è aperta a tutte le sensibilità. Il metodo stesso del sinodo — ascoltare prima di reagire, valorizzare al massimo l’opinione dell’altro — è un dono strutturale alla Chiesa. Nei sinodi si è compreso che non è più possibile dare risposte pastorali omogenee e uguali per tutto il mondo: le diversità teologiche sono sempre più profonde, e i tavoli sinodali sono il modo per farle dialogare. Infine la Chiesa come ospedale da campo. L’immagine formulata nell’intervista che gli feci nel 2013 — quando Francesco disse che non era tempo di controllare gli zuccheri e il colesterolo, ma di salvare le vite — ha trovato ostacoli, ma è ormai un punto di riferimento ineludibile. Ha generato grande fascino e grande repulsione, perché toccava la paura di perdere identità. Ma Francesco aveva un’idea del Vangelo come un tesoro da spendere, non da tenere in banca».

Come è cambiata la Chiesa in questi anni?

«La Chiesa è cambiata in profondità, anche se non sempre in modo visibile. Il pontificato è stato di frutti e di semi, ma soprattutto di semi che matureranno nelle forme che si vedrà. La Chiesa è uscita da un regime di cristianità: ha smesso di pensarsi come alleata naturale del potere e ha iniziato a concepirsi come al servizio di tutti, senza confini e senza dogane. Francesco ha avuto la percezione che l’azione di Dio nella storia avviene ovunque, e che il compito della Chiesa è riconoscerla, non limitarla. Per questo è entrato in contatto con tutte le forze sane della storia, anche quelle apparentemente più distanti dal perimetro ecclesiale. È cambiato il rapporto con la diversità interna. Mentre un tempo i vescovi condividevano una mens romana, una romanitas comune, oggi le teologie si sviluppano nei diversi continenti e culture con sempre maggiore autonomia. Questa ricchezza di differenza è diventata una sfida che la Chiesa ha iniziato ad affrontare, anche se questo è al tempo stesso il più grande dono e il più grande rovello della Chiesa contemporanea. È cambiato anche il rapporto con il conflitto e l’opposizione: Francesco ha mostrato che l’avversario non è un nemico. La sua visita alla Bonino malata, l’amicizia con Scalfari — gesti in cui il messaggio era chiaro: si possono avere idee opposte e lottare per visioni diverse, rimanendo amici. Un’eredità per il mondo, non solo per la Chiesa».

Qual è l’immagine più cara che ti resta di Papa Francesco?

«Ecco, appena me lo chiedi, me ne vengono in mente così tante. Quelle personali sono più legate alla prossimità fisica, ad esempio nelle conversazioni aperte durante i voli dei suoi viaggi apostolici. Francesco comunicava molto con la sua presenza fisica. Così anche le conversazioni con i gesuiti durante i viaggi. Mi colpiva la sua immediatezza, la sua spontaneità e densità di condivisione. Sul piano pubblico direi la Messa celebrata Ciudad Juarez proprio a 80 metri dal confine tra Usa e Messico, nella quale ha creato un’unica assemblea liturgica capace di superare i muri. Poi il gesto di chinarsi e baciare i piedi dei rappresentanti delle fazioni opposte del Sud Sudan venuti in Vaticano per discutere la pace. Infine la visita a Bangui, dove ha aperto la Porta Santa e dove ha fatto il giro in papamobile facendo salire l’imam locale in un tempo di gravi conflitti tra musulmani e cristiani. Ma adesso che li ho detti me ne vengono tanti altri. Un’ultima istantanea: eravamo in volo verso la Colombia. Era notte. Ero steso per dormire. Mi sono svegliato e, aprendo gli occhi, ho visto a sinistra la luce del suo posto accesa. Sono rimasto a guardarlo intensamente. Aveva il breviario e stava pregando nel silenzio e nel buio. È un’immagine semplice, ma mi è rimasta nel cuore».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 15/04/2026)


mercoledì 10 settembre 2025

José Manuel Vidal - Dalla tempesta di Francesco alla pioggerellina di Leone XIV

José Manuel Vidal
Dalla tempesta di Francesco
alla pioggerellina di Leone XIV


Francesco ha fatto irruzione nella Chiesa come un uragano. Fin dal suo primo «Buonasera» sul balcone di San Pietro, il papa argentino si è proposto di scuotere un’istituzione stagnante, intrappolata tra le sue stesse mura e in un clericalismo che la teneva lontana dal mondo. Con gesti rivoluzionari – le scarpe nere, la croce di ferro, la residenza a Santa Marta – e una parola profetica che non ha eluso né le critiche al mondo né le frecciatine alla sua stessa casa, Francesco ha oltrepassato le linee rosse del papato che sembravano intoccabili. Si è scontrato con il potere finanziario, con l’immobilismo curiale e con una Chiesa che, a volte, sembrava più un museo che un ospedale da campo.

Non ha sempre centrato l’obbiettivo, è vero. Tra l’altro, perché le sue riforme si sono imbattute in resistenze interne ed esterne e alcuni dei suoi gesti sono stati male interpretati. Ma nessuno può negare il suo intento: ha voluto una Chiesa in uscita, samaritana, impegnata verso gli ultimi e ha messo in moto questo treno.

Leone XIV, il suo successore, arriva con un profilo diverso, quasi opposto. Eletto appena tre mesi fa, il nuovo papa sembra intenzionato a proseguire la rivoluzione francescana, ma con uno stile più sereno e meno dirompente.

Laddove Francesco era un turbine, una tempesta in piena regola, Leone XIV opta per una pioggia leggera, per una pioggerellina, per la calma, per una transizione graduale. È troppo presto per giudicare e la gente lo sa. Un pontificato non si costruisce in cento giorni o in pochi mesi. Soprattutto questo, che si prevede avere un lungo cammino davanti a sé. Ma i primi segnali invitano alla riflessione: questa calma è una pausa strategica o un rischio di stagnazione?

Finora Leone XIV ha incentrato il suo messaggio su proposte spirituali classiche. Il suo appello alla santità a Tor Vergata, rivolto ai giovani, è risuonato come un’eco di Giovanni Paolo II, ma forse troppo astratto, troppo generico. Devozione e pietà sono essenziali, ma il mondo dal papa si aspetta di più che esortazioni spirituali.

La Chiesa non può essere solo un faro di parole elevate; deve calarsi nel fango della storia, come ci ha insegnato Francesco. E questo fango, oggi, ha nomi concreti: Gaza, l’Ucraina, i milioni di sfollati, il grido dei poveri e delle vittime di un sistema che divora i più deboli.

Leone XIV si trova di fronte a una sfida importante: dimostrare che la sua «rivoluzione silenziosa» non è un cedimento rispetto alla falsa prudenza o il compromesso. La Chiesa non può permettersi il lusso della neutralità quando sono in corso genocidi, quando migliaia di innocenti muoiono sotto le bombe o per abbandono. Il papa ha un potente megafono morale che deve usare con coraggio.

Non bastano condanne generiche dell’odio o della violenza. Non bastano proclami a favore di una pace «disarmata e disarmante» (il che è vero). Il mondo si aspetta gesti concreti, chiari impegni papali, come quelli offerti da Francesco quando ha mediato i conflitti, si è fatto portavoce degli scartati o ha condannato il «capitalismo che uccide».

È vero che Leone XIV ha bisogno di tempo per prendere in mano la situazione, per lasciare il segno. Ma il tempo, in un mondo ferito, non è infinito. La Chiesa, come ci ha ricordato Francesco, deve avere l’odore delle pecore ed essere lì dove c’è dolore. Fin d’ora, da sempre.

Se Leone XIV vuole essere fedele all’eredità del suo predecessore, deve uscire dalla retorica devota e passare all’azione concreta: un viaggio in una zona di conflitto, una mediazione coraggiosa, un gesto che risvegli le coscienze. Solo così la sua rivoluzione tranquilla non sarà una pausa, ma un nuovo capitolo nella missione di una Chiesa che, come ha voluto Francesco, non ha paura di sporcarsi le mani nel fango della storia a causa del Vangelo.

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Articolo pubblicato il 7.9.2025 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com)
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

martedì 2 settembre 2025

Papa Francesco ti scrivo… A distanza di qualche mese, un grazie ancora a Papa Francesco


Papa Francesco ti scrivo…
A distanza di qualche mese, un grazie ancora a Papa Francesco


Penso che uno dei compiti dei pastori che servono una comunità sia quello di offrire una visione alla luce del Vangelo e della fede su quello che accade e sul tempo che viviamo. Tutto ciò con umiltà e semplicità; con la possibilità per tutti ovviamente di approfondire, segnalare dubbi e incongruenze, di contestare e di aggiungere.

Espongo così alcuni pensieri, rivolgendomi direttamente a Papa Francesco, che ora dal Cielo vive nella gloria di Dio.

Caro Papa Francesco, anzi caro papà Francesco, perché per noi sei stato un papà, ti abbiamo amato, abbiamo gioito con te, non sempre ti abbiamo compreso, abbiamo sofferto con te nel momento del ricovero attendendo con ansia il bollettino medico, ci siamo risollevati quando ti abbiamo visto uscire dall’ospedale, siamo nel dolore per la tua scomparsa,… Senza di te, il mondo è più vuoto, il nostro mondo fragile e pieno di conflitti ha perso un costruttore di pace, il nostro mondo è diventato orfano. È orfana la Chiesa, è orfana la parrocchia di Gaza, il cui parroco tu contattavi sempre per far sentire la tua vicinanza. Sono orfani le bambine e i bambini ucraini, che grazie all’azione diplomatica del Vaticano sono potuti tornare a casa. Siamo orfani sì, ma sappiamo che tu sei nella vita senza fine accolto da Cristo; il tuo Magistero vivente, scritto e concreto rimane scolpito nei nostri cuori ed è fonte preziosa per la nostra Chiesa. Volgarmente do una pennellata del tuo grande Magistero – difficilmente sintetizzabile:

La Chiesa in uscita «è la comunità dei discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano […] è una Chiesa dalle porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà. […] Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo […] Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro che finisce in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo».

È Gesù il nostro centro, è l’annuncio della salvezza che scalda i nostri cuori. Gesù si manifesta, come nel Vangelo e il discepolo che amava lo riconosce ed esclama: “È il Signore!». Sogno che anche noi apriamo gli occhi per vedere il Risorto. Sogno che diventiamo Cristiani capaci di uscire e di fermarsi per stare con gli altri, non schiacciati da urgenze, agende, mangiate e pseudoiniziative, ma interessati ad ogni uomo e donna che incontriamo.
Perché usciamo? Perché con Pietro e con gli Apostoli proclamiamo che «il Dio dei nostri Padri ha resuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo ad una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono».

La Chiesa in uscita è la Chiesa in cui ci alziamo e andiamo, siamo in movimento. «Alzatevi, andiamo!» dice Gesù a Pietro, Giacomo e Giovanni nel momento più drammatico della sua vita. «Alzatevi, andiamo!» con queste parole Gesù ci risveglia dal sonno di una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi.

Caro Papa, ho avuto il piacere di partecipare al giubileo degli adolescenti insieme ai ragazzi della nostra Diocesi. Giorni intensi, fatti di condivisione, di chiacchiere, di amicizie, di scherzi e di fraternità. Ci siamo sentiti Chiesa che cammina nella storia. C’era anche una rappresentanza della mia parrocchia di San Sebastiano, due ragazze e un ragazzo che si sono buttati in quest’avventura del Giubileo, ragazzi che stanno vivendo il proprio essere Cristiani in maniera autentica e non superficiale. Saremmo potuti essere di più, per tanti motivi… forse noi adulti dovremmo essere più attraenti, più convincenti, meno preoccupati di spazi e luoghi, non dovremmo essere tristi se i nostri figli e nipoti non vengono in oratorio, non deve importarci questo, preoccupiamoci e lavoriamo perché vivano esperienze forti di fede, perché respirino aria di diocesi e di Chiesa universale.

Durante il Giubileo, abbiamo partecipato alle tue esequie, eravamo a Santa Maria Maggiore; quando è arrivata la tua bara, caro Papa Francesco, ho pregato tanto e ho chiesto al Signore una grazia: non solo di accettare ed accogliere con affetto e calore il nuovo Papa – chiunque sarà – ma spinto dal rimorso di non aver sempre incarnato il Vangelo della Misericordia che hai annunciato, ho chiesto al Signore la grazia di accogliere e mettere in pratica il Magistero che il nuovo Papa ci offrirà insieme ai Vescovi in comunione con lui. Tutto questo per servire Gesù e la Chiesa, per vivere la fede della gioia e non della paura, facendo anche delle scelte impopolari qualora servissero per il Vangelo; prendendoci tutto il tempo per operare delle scelte di cui lo Spirito Santo sia l’autore.

Concludo, caro Papa Francesco, alzando lo sguardo verso il Paradiso: c’è una stupenda immagine creata con l’Intelligenza Artificiale, in cui tu sei in un giardino splendido, sei sorridente, insieme a tutti quei Pontefici che hanno aperto e portato avanti il Concilio Vaticano II: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Voglio pensarvi così, tutti insieme nella gioia eterna. Caro Papa Francesco, hai festeggiato con noi sulla terra la Pasqua e poi hai viaggiato verso la Pasqua eterna. Ci hai dato tante volte la benedizione del Signore, dalla sera del 13 marzo 2013 in cui abbiamo iniziato a conoscerti, fino all’ultima, il giorno di Pasqua, quando non ti sei risparmiato e hai voluto benedire il tuo popolo per l’ultima volta. Hai chiesto tante volte la nostra preghiera per te, fin dalla sera dell’elezione quando hai voluto che il popolo ti benedicesse. Ora siamo noi a chiederti di intercedere per noi, di guardarci e di benedirci. Sì, donaci la tua benedizione, Santo Padre! Non ti diciamo «ciao», o «arrivederci» o «buonasera», «addio», ma «a Dio», perché questo è il disegno di salvezza che Dio ha per tutti. Grazie, Santo Padre, per quello che sei stato, per quello che ci hai regalato; grazie Gesù per averci donato un Papa così grande!
(fonte: Vino Nuovo, articolo di William Dalé 30/08/2025)



mercoledì 11 giugno 2025

Ricordando Papa Francesco... E chi sono io?

Pietro Buttiglione

E chi sono io?

A qualche settimana dalla morte di Papa Francesco, una riflessione su cosa davvero di lui ha colpito ed è rimasto


La morte di Francesco è scivolata via quasi senza accorgermene…
Sarà perchè ormai me l’aspettavo, mio papà e mia mamma sono morti nello stesso modo… ma non solo!
Lui mi è parso chiudesse il suo sipario senza alcun clamore, quasi chiedendoci scusa per il disturbo arrecato! Ricordo tra le sue ultime parole, nello scambio col suo infermiere prima del giro in piazza: “Credi che possa farlo?” e le disposizioni per le sue esequie…
Davvero non mi è venuto a mancare il mio Papa, ma mio padre, cui, tra l’altro somigliava fisicamente e non solo… ma mentre per la morte di mio padre ho sofferto, mi sono ribellato, ho urlato, ho vissuto il passaggio di Francesco quasi con naturalezza, niente esteriorità, molta e profonda realtà interiore…

Ora sono passati giorni e giorni…
E cominciano ad affiorare i ricordi che mi ravvivano: quello che ha fatto, quello che ha detto. Mi è capitato talvolta di scontrarmi con qualcuno dei tanti suoi denigratori.
E ogni volta mostravo loro che quello che dava loro fastidio nelle parole di Francesco aveva sempre riscontri precisi nella Parola. Mai ricevuta una replica.
Tra i ricordi che mi sono più cari sono le sue omelie alla Messa mattutina a Santa Marta.
Commenti brevi ma sempre pregni di significato. Sempre nuovi anche per uno come me che si illude di conoscere bene la Parola. Parole non preparate, uscite di getto dal suo cuore. Commenti veri nutrimenti dell’anima.
Ed è proprio la mia anima che soffre, sempre più con i giorni che passano: mi manca Francesco. Non mi bastano i libri o i video, che ad esempio mi sono bastati per non sentirmi abbandonato da Martini… o le poesie per Padre Turoldo…

Quando uno muore si stilano i bilanci, i “coccodrilli”.
“Era così”, “ha fatto poco”, dice qualcuno. Altri invece “ha fatto troppo!”.
Anti-tesi significative: non è quello il parametro di giudizio da usare per Francesco.
Se permettete vi indico io la vera categoria nella quale inquadrare chi è stato Francesco.

E parto da lontano. Da Treviglio, tanti anni fa, in un incontro di CL, che allora aveva davvero qualcosa da dirci, una ragazza intervenne a fronte del solito prete che parlava di peccato e salvezza. Disse con tanto sentimento: «Ma don!! siamo umani! Possiamo sempre sbagliare!».
Quella frase rimase incisa nella mia mente.
Più recentemente mi colpì un fratello, Arrigoni, che a Gaza diede la sua vita. Be human!
Semplicemente Francesco è stato umano.
Uno di noi.
Uno di tutti noi.
Ma proprio tutti.
Perché tutti noi oggi abbiamo bisogno, terribilmente bisogno, di umanità.

Mi sono posto una domanda, che vi rigiro…
Umanità.
Quella stessa Umanità così evidente in Giovanni XXIII. In Giovanni Paolo I… La domanda è: ma quella Umanità fece bene alla Chiesa Cattolica?
Oppure lo iato con la Realtà della Chiesa, soprattutto nei Capi/Clerici, ha provocato per reazione l’allontanamento di molti?
E prego che non succeda lo stesso oggi con Francesco.
(fonte: Vino Nuovo 05/06/2025)


venerdì 30 maggio 2025

DIECI ANNI DI LAUDATO SÌ

DIECI ANNI DI LAUDATO SÌ, 
Custodire insieme la casa cumune


Il 24 maggio si è celebrato il 10° anniversario dell’enciclica Laudato Si’, il testo con cui papa Francesco ha richiamato l’umanità a prendersi cura della casa comune, intrecciando ecologia, giustizia sociale e spiritualità. Questa enciclica ha avuto un impatto senza precedenti sulla coscienza collettiva globale, richiamando l’attenzione del mondo civile sull’urgenza di una conversione ecologica integrale. A dieci anni dalla sua pubblicazione, la Chiesa in tutto il mondo si sta mobilitando con eventi, momenti di preghiera, azioni concrete e iniziative di sensibilizzazione per celebrare questo importante anniversario e rinnovare l’impegno per un cambiamento urgente e profondo.

Come ha detto il Cardinale Michael Czerny, prefetto del DSSUI, in una recente intervista:

“Nel contesto del Giubileo della speranza 2025, questo decimo anniversario sarà un momento per celebrare ciò che è stato raggiunto e per rendere grazie a Dio. Un momento per promuovere l’enciclica tra i cattolici e le persone di ogni fede che non la conoscono. Un tempo per piangere – e lottare – con coloro che soffrono, emarginati o impoveriti, a causa dei danni inflitti alla Terra e dei meccanismi economici ingiusti.”

Emanata nel 2015 da Papa Francesco, l’Enciclica Laudato Si’ risulta ancora molto attuale, denunciando il degrado ambientale, la perdita di biodiversità, l’inquinamento ed il cambiamento climatico, oltre che l’incombente crisi sociale. La necessità dell’impiego immediato ed attivo di un modello sostenibile, innovativo e solidale risuona oggi più forte che mai.

Questo decennio ha visto la nascita di numerose iniziative globali, come il Laudato Si’ Movement, una rete di cattolici che camminano insieme nella sinodalità e nella comunione con la chiesa universale verso un sentiero di conversione ecologica. Guidati dallo spirito di sussidiarietà, portano avanti la missione: prendersi cura della nostra casa comune.

In questa stessa ottica, il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha lanciato nel 2021 la Laudato Si’ Action Platform, per accompagnare concretamente i partecipanti in un percorso sostenibile attraverso obiettivi ispirati all’enciclica. La piattaforma offre alle istituzioni ed alle organizzazioni cattoliche numerose risorse, buone pratiche e percorsi per implementare i principi dell’ecologia integrale quotidianamente. É stato lanciato in questi giorni un aggiornamento del sito e un nuovo programma di certificazioni per le istituzioni, tramite le quali viene riconosciuta pubblicamente la partecipazione attiva degli utenti alla Piattaforma di Iniziative Laudato Si’.

Il decimo anniversario è quindi un’occasione unica per rilanciare l’impegno per la nostra casa comune, missione alla quale tutti siamo chiamati a partecipare attivamente, anche in vista della Giornata Mondiale di preghiera per la Cura del Creato, il 1° settembre 2025.

Visita il sito Raisinghope per partecipare e condividere le iniziative nate in occasione del decimo anniversario, o iscrivi il tuo progetto ecologico sulla Laudato Si’ Action Platform, per continuare a costruire insieme un futuro più giusto e sostenibile alla luce della Laudato Si’. (Caritas.it)
(fonte: VATVISION, articolo di Marianna Costanzi, 26/05/2025)

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Laudato si', dieci anni 
dal "grido" di Francesco per la cura della Casa comune


Era il 24 maggio 2015 quando Papa Francesco dava alle stampe l'enciclica sociale sul tema dell'ecologia integrale, quale nuovo paradigma di giustizia per una Terra, dono di Dio, troppo spesso maltratta, saccheggiata e sfigurata da coloro che la abitano. Un documento, il cui titolo è tratto dal "Cantico delle Creature" di San Francesco, divenuto immediatamente caposaldo del magistero del Pontefice argentino nonché punto di riferimento per molteplici iniziative a favore della natura e ispirazione per programmi politici e sociali. Il documento raccoglie, in un’ottica di collegialità, diverse riflessioni delle Conferenze Episcopali del mondo e si conclude con due preghiere, una interreligiosa ed una cristiana, per la salvaguardia del Creato. Nei suoi sei capitoli la preoccupazione per il Creato si unisce all'appello per l’equità verso i poveri, all’impegno nella società, all'invito ad una pace interiore. Forte il richiamo del Papa ad una “conversione ecologica”, ad un “cambiamento di rotta” affinché l’uomo si assuma la responsabilità di un impegno per “la cura" di questa casa donata dal Signore. Impegno che scaturisce dalla stessa fede cristiana. Il "grido" di Francesco otto anni dopo è stato rilanciato dalla Laudate Deum, l’esortazione apostolica ancora di Francesco che specifica e completa l’enciclica del 2015, in cui il Papa constata la reazione e l'azione insufficienti e ribadisce l'allarme di un imminente "punto di rottura".
(A cura di Salvatore Cernuzio. Video realizzato dalla Redazione Multimedia)

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Joshtrom Isaac Kureethadam*
Origine, impatto
e prospettive dell’enciclica
di Papa Francesco sulla cura della casa comune


Quando Papa Francesco ha preso il nome di san Francesco d’Assisi, ci si aspettava che il suo pontificato sarebbe stato un punto di svolta nel campo della cura del creato. Papa Bergoglio non ha deluso. Come il suo santo omonimo, la cui conversione iniziò quando udì la voce del Signore crocifisso nella fatiscente cappella di San Damiano che gli diceva: «Francesco, va’ a riparare la mia casa che, come vedi, sta andando in rovina—, Papa Francesco, nella Laudato si’, si è proposto di riparare la nostra casa planetaria che si sta sgretolando.

Appena due settimane dopo la pubblicazione della Laudato si’, avvenuta il 18 giugno 2015, Dale Jamieson, professore di studi ambientali e filosofia alla New York State University la definì «il testo ambientale più importante del XXI secolo». Guardando all’impatto della storica lettera enciclica di Papa Francesco sulla cura della nostra casa comune a dieci anni dalla sua pubblicazione, l’affermazione profetica di Jamieson sembra essersi avverata. Laudato si’ ha avuto un impatto notevole sul modo in cui le persone guardano e si prendono cura della nostra casa planetaria.

Un contributo notevole dell’enciclica in ambito internazionale è stato il suo ruolo nel facilitare la firma dell’Accordo sul clima di Parigi del 2015 (Cop21). Lo stesso Papa Francesco ha ammesso di aver programmato la pubblicazione dell’enciclica per influenzare l’esito della cruciale conferenza della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Parigi nel dicembre 2015, dopo il disastroso fallimento del vertice di Copenaghen del 2009 (Cop15).

Come ha detto Papa Francesco ai giornalisti che lo accompagnavano sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine il 16 gennaio 2015, voleva che l’enciclica uscisse abbastanza presto in modo che «ci fosse un po’ di tempo tra la pubblicazione dell’enciclica e l’incontro di Parigi» per aiutare i delegati a «essere più coraggiosi». La Cop15 ha portato all’Accordo di Parigi, che è stato ampiamente riconosciuto come dovuto in parte alla pubblicazione tempestiva della Laudato si’, a partire dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.

La Laudato si’ ha avuto un effetto a catena anche all’interno della comunità interreligiosa. Ha ispirato la Rabbinic Letter on the Climate Crisis, la Islamic Declaration on Global Climate Change, la Buddhist Climate Change Statement to World Leaders e Bhumi Devi Ki Jai! A Hindu Declaration on Climate Change, tutte pubblicate nel 2015.

La Laudato si’ ha determinato un enorme cambiamento di paradigma almeno su due fronti. In primo luogo, ha ampliato la portata delle nostre discussioni sulla crisi ecologica. Laudato si’ non è un documento “ambientale” qualsiasi. È significativo che l’enciclica porti il sottotitolo Sulla cura della nostra casa comune. Papa Francesco ha ricordato al mondo che non abbiamo a che fare solo con problemi ambientali, ma con una crisi che riguarda la nostra casa comune. L’enciclica ha avuto un impatto significativo sull’immaginario collettivo mondiale proprio perché coglie la drammatica urgenza del nostro attuale momento storico, ossia la minaccia alla nostra casa comune.

Un secondo cambiamento di paradigma determinato dalla Laudato si’ è evidente nel nuovo linguaggio di Papa Francesco dell’ecologia integrale. Egli ci ricorda che «che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra» (Laudato si’, 66).

Nello spirito dell’ecologia integrale, Papa Francesco ci invita ad «ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (Laudato si’, 49). La lente ecologica integrale aiuta Papa Francesco a diagnosticare e identificare le molteplici radici dello stato precario della nostra casa comune, che egli raggruppa sotto l’ombrello del paradigma economico-tecnocratico dominante. Nello spirito dell’ecologia integrale, Francesco chiede una risposta unitaria che coinvolga tutti e che metta insieme politica ed economia, collaborazione regionale e internazionale, educazione e religione, nonché conversione ecologica e spiritualità.

La missione di prendersi cura della nostra casa comune è oggi più importante che mai, poiché le grida della terra, dei poveri e dei bambini sono diventate sempre più forti. Come ha riconosciuto lo stesso Papa Francesco nell’esortazione apostolica Laudate Deum del 2023, «la situazione sta diventando ancora più urgente» (Laudate Deum, 4). Ha scritto: «Sono passati ormai otto anni dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’, quando ho voluto condividere con tutti voi, sorelle e fratelli del nostro pianeta sofferente, le mie accorate preoccupazioni per la cura della nostra casa comune. Ma, con il passare del tempo, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura. (Laudate Deum, 2).

La sfida è enorme. Come ha detto spesso Papa Francesco, «abbiamo ereditato un giardino dal Creatore, non possiamo lasciare un deserto ai nostri figli». La Provvidenza ci ha benedetto con Papa Leone XIV, un pastore che ha vissuto in prima persona le sfide ecologiche e le crisi socio-economiche del nostro tempo in Perú e intorno al mondo. In occasione di una conferenza tenuta in Vaticano nel  2024 sulle sfide ecologiche, l’allora cardinale Robert Francis Prevost affermò che era giunto il momento di passare «dalle parole ai fatti». Frate Leone era molto vicino a san Francesco d’Assisi e condivideva profondamente l’amore del santo per i poveri e per tutte le creature. Come amico intimo e scriba di san Francesco, frate Leone ha svolto un ruolo importante nel preservare gli insegnamenti e gli scritti del santo, compreso il Cantico delle creature, che celebra la bellezza e l’interconnessione di tutto il creato.

Proprio come frate Leone ha ricevuto e lasciato in eredità a noi il patrimonio spirituale di frate Francesco, preghiamo che Papa Leone XIV possa ereditare e trasmettere alla Chiesa e al mondo la preoccupazione e la leadership di Papa Francesco nella cura del creato. La posta in gioco non potrebbe essere più alta, poiché viviamo in un’epoca di emergenza planetaria senza precedenti.

*Direttore dell’Istituto di Scienze Sociali e Politiche all’Università Pontificia Salesiana

(fonte: L'Osservatore Romano 23/05/2025)

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mercoledì 28 maggio 2025

Archiviare Francesco?

Archiviare Francesco?



Una volta depositate le emozioni e svanita l’eco mediatica suscitata dalla morte di papa Francesco e dalla elezione di Leone, sento il bisogno di confessare una preoccupazione.

La seguente: che, in buona o cattiva fede, si archivi la lezione di Francesco, il senso del suo pontificato, fraintendendolo, facendone una caricatura. Non solo da parte dei suoi critici o antipatizzanti. Di qui l’esigenza di fissarne alcuni tratti fugando alcuni equivoci al riguardo, dal mio modesto, personalissimo punto di vista.

Anche per confutare la “scuola di pensiero”, che già ha preso corpo, di chi esagera (auspicandola) la discontinuità/differenza incarnata dal suo successore. A dispetto, da un lato, dagli enunciati dello stesso Leone e, dall’altro, dalla cura di attendere di meglio conoscere le sue idee e i suoi propositi.

Con (pre)giudizi francamente intempestivi e prematuri. Diamo tempo al tempo. Ferma restando l’ovvia circostanza che ciascuno ha la propria personalità, il proprio carisma, il proprio stile e che pensare a un Francesco 2.0 sarebbe fuori luogo e persino grottesco.

Il Vangelo e la sua radicalità

Alcune letture decisamente superficiali hanno dipinto Francesco come un papa tutto proteso all’esterno a discapito dell’interiorità e della cura per la Chiesa, un papa apprezzato più da “quelli di fuori” che da “quelli di dentro”, un papa dedito alle questioni sociali e politiche distratto rispetto al contenuto proprio della fede e della dottrina.

A ben vedere, si può sostenere l’esatto contrario e cioè che il suo ministero si sia caratterizzato per un massimo di concentrazione sul Vangelo e, questo sì, sulla radicalità delle sue implicazioni.

La percezione contraria semmai ne avvalora l’esigenza, attesta la diffusa ignoranza circa gli intimi nessi: ovvero che fosse quantomai necessario rimarcare tale alterità del Vangelo rispetto al senso comune e al pensiero dominante in un mondo che vive etsi Deus non daretur, un mondo che mostra di non intendere la portata di un messaggio quale “segno di contraddizione”, quale “scandalo e follia” per i pagani di oggi come di ieri.

Lo stile

Giustamente di Francesco un po’ tutti − forse con l’eccezione dei nostalgici dei rituali legati al “papa re” − hanno apprezzato lo stile umile, semplice, sobrio testimoniato da innumerevoli dettagli concernenti le sue abitudini di vita. Così pure la sua fedeltà al profilo di pastore generosamente dedito al servizio del suo gregge (celebre la metafora dell’odore di esse).

Il suo magistero si è sempre ispirato a quel registro e a quella curvatura pastorale. Altrettanto informate a quel registro le sue nomine di vescovi e cardinali. Questo aspetto ha indotto taluni a misconoscere la densità e la profondità del suo pensiero. Eppure basterebbe evocare la sua esortazione apostolica e le sue due principali encicliche.

La Evangelii gaudium, che è il manifesto del suo pontificato, rappresenta la ripresa/attualizzazione del Concilio Vaticano II; la Fratelli tutti e la Laudato si‘, tra loro complementari, che si segnalano per originalità e spessore nonché per la loro puntuale corrispondenza alle grandi sfide del nostro tempo riconducibili alla giustizia sociale e alla salvaguardia del Creato.

Per dirla con espressione conciliare e giovannea, la centratura della riflessione cristiana sui “segni del nostro tempo” accuratamente selezionati. Il profilo soggettivo di Francesco tanto amato per la sua semplicità nulla toglie alla pregnanza del suo magistero e della teologia che lo ispira.

Di nuovo, certi superficiali opinionisti, dopo l’elezione di Leone, del quale hanno rimarcato la robustezza degli studi, lo hanno opposto a un Francesco rappresentato come un buon parroco privo di dottrina. Quasi che egli non abbia portato nulla di significativo e di nuovo al magistero pontificio.
Montini-Bergoglio

Si diceva della ripresa organica del Vaticano II. È innegabile che, a monte di Francesco, il cosiddetto aggiornamento conciliare e le riforme da esso sortite abbiano conosciuto una fase di stanca se non di arretramento.

In sede teologica si è suggerito di sostituire l’“ermeneutica della riforma”, bollata polemicamente come teoria della rottura con la tradizione, con l’“ermeneutica della continuità”. Una correzione solo apparentemente lessicale che, in realtà, sottende una riserva e un ridimensionamento dell’oggettiva tensione innovatrice dell’assise conciliare.

Sia in ciò che attiene al cuore del Concilio e del pontificato di Paolo VI (pochi hanno notato quanto spesso Francesco abbia fatto esplicito rimando a Montini, specie al Montini della Evangelii nuntiandi centrata sulla sfida decisiva dell’inculturazione della fede) ovvero al rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno; sia i due temi cruciali al tempo del Vaticano II ma un po’ calati nell’attenzione degli anni a seguire: la Chiesa povera e dei poveri, nonché l’esigenza di uno “scatto profetico” nel magistero circa la pace e la guerra, con un graduale, progressivo abbandono della dottrina della guerra giusta.

Decisionismo-sinodalità

Con riguardo a un tratto soggettivo di Francesco, da più parti si è messo l’accento su un certo suo decisionismo, persino sul suo carattere impulsivo. Difficile negarlo. Un difetto? Forse.

Non è da escludere tuttavia che quel difetto possa essersi rivelato provvidenziale per affrancarlo da “lacci e lacciuoli”, opacità e resistenze di cui non è immune il “sistema vaticano” e la sua burocrazia. Ma soprattutto va osservato che la visione della Chiesa e della prassi a essa congeniale in Francesco sia connotata dalla più larga partecipazione e dalla “sinodalità”.

Una parola che, evocando il sinodo, designa l’ultimo grande impegno del suo pontificato. Solo qualche esempio: penso al Sinodo sulla famiglia per la prima volta scandito in due tempi, con il primo senza conclusioni in quanto interamente dedicato all’ascolto delle Chiese locali; penso al ruolo assegnato per la prima volta a donne nei dicasteri pontifici; penso all’ultimo episodio − impensabile prima di Francesco − dell’Assemblea sinodale della Chiesa italiana, tradizionalmente non delle più sciolte e coraggiose, con lo stop al varo di un documento finale originato da una “pacifica rivolta” dal basso dei suoi delegati insoddisfatti (va detto: cui ha acconsentito il vertice della CEI).

Il proprio di Francesco

Pur nella sostanziale continuità della Chiesa e degli stessi pontefici, ciascuno di essi porta tuttavia un proprio peculiare carisma. È innegabile che Francesco abbia rappresentato una novità in quanto uomo e pastore che veniva dal Sud del mondo. Un punto di vista prezioso per una Chiesa storicamente e culturalmente eurocentrica ed euro-occidentale.

In un tempo nel quale l’Europa è sempre meno centrale nello scenario mondiale ed altri, al Sud e all’Est, acquistano nuovo protagonismo. E la stessa Chiesa registra un’espansione soprattutto fuori dai confini dell’Europa, vecchia e stanca, nella quale la scristianizzazione non conosce soste.

A mio avviso, sono semmai un’opportunità e un servizio reso all’Occidente − da taluni rappresentato come il regno del bene opposto al regno del male − quello di una Chiesa coscienza critica di esso, che contribuisca a custodire il portato buono della sua civilizzazione cui la Chiesa stessa ha concorso (diritti umani, Stato di diritto, democrazia liberale), ma che non esiti a denunciarne limiti e responsabilità verso le civiltà e le culture altre.

Celiando ma non troppo, taluni hanno fatto assurgere Francesco a solitario “leader morale” della sinistra in una stagione nella quale le sinistre, in Europa e nel mondo, scontano una crisi culturale e politica e non esprimono leadership autorevoli. Si spiega. Lo ha fatto lo stesso Bergoglio in più circostanze con riguardo ai suoi pronunciamenti in tema di pace e guerra, di critica al capitalismo e all’economia dello scarto, di commercio delle armi, dello scandalo della povertà e delle macroscopiche disuguaglianze, delle politiche di respingimento dei migranti, di inerzia colpevole verso il cambiamento climatico.

Francesco − alla stregua di La Pira − ha replicato che a ispirarlo non è Marx ma il Vangelo. Come contestarlo? E tuttavia segnalo che egli su certe certezze della cultura woke ha manifestato riserve e obiezioni che non sono da bollare come dal sapore retrò. Certo, esse si situano in una linea di continuità rispetto al magistero tradizionale, ma forse possono essere lette anche in altre due chiavi.

La prima: scavare alla radice individualistica di certi asseriti diritti a ben vedere in contrasto con una concezione della libertà non refrattaria alla relazione e ai vincoli di solidarietà cui la stessa sinistra dovrebbe essere sensibile. La seconda: segnalare come, nell’agenda politica di chi si propone di corrispondere alle “attese della povera gente”, vi sono altre priorità rispetto a quelle, pur degne, care a circoscritte minoranze acculturate.

La teologia del popolo respirata da Francesco e la sua attenzione al protagonismo dei movimenti popolari impegnati all’elevazione sociale degli umili può rendere ragione di una sua distanza critica dall’elitarismo della cultura woke.

Un papa per il popolo

Per tutte le menzionate ragioni e altre ancora, è facile comprendere perché Francesco abbia fatto breccia nel cuore del popolo, credente e non, della gente semplice, delle periferie umane e sociali, e, invece, abbia incontrato diffidenze e ostilità nell’establishment.

Gli uni lo hanno sentito come uno di loro, uno che stava dalla loro parte; gli altri come uno fuori dagli schemi, scomodo, alieno. Se ne è avuta un’immagine plastica al suo funerale: nelle prime file i potenti che in vita per lo più non gli hanno dato ascolto; in piazza e lungo via della Conciliazione il popolo che partecipava al lutto con sincera, intensa commozione.

Di nuovo non sorprende che l’establishment abbia avvertito il senso di una sua alterità, quella che corrisponde alla “differenza evangelica” rispetto ai parametri del mondo e segnatamente del mondo che conta.

Né sorprende, come si è accennato, che i media che danno voce a quel mondo abbiano avviato da subito una campagna volta ad accreditare l’idea che finalmente Leone è e sarà l’opposto di Francesco – da archiviare come un papa sprovveduto, incolto, bizzoso.

Non un buon servizio a Leone che, ho ragione di pensare, ne smentirà le attese non del tutto disinteressate.
(fonte: Settimana News, articolo di Franco Monaco 24/05/2025)