Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta anniversari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anniversari. Mostra tutti i post

mercoledì 26 agosto 2026

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato

Il 26 agosto ricorre la memoria liturgica del beato Papa Albino Luciani
nell’anniversario della sua elezione al Soglio di Pietro nel 1978

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato



di Stefania Falasca*

Un dispaccio riservato del Dipartimento di Stato americano aveva subito rilevato la nota caratterizzante di quella elezione: la rapidità. E, in quella rapidità, l’addetto dell’Ambasciata statunitense a Roma non vi leggeva che «la convergente volontà del Collegio dei cardinali di dimostrare unità», un’unità che veniva ribadita anche dallo stesso neoeletto nell’inedita scelta di unire i nomi dei due predecessori: Giovanni Paolo. Unità che certamente intendeva coniugare, nella volontà di slancio, il «balzo innanzi» di un’eredità comune: quella del Concilio Vaticano II.

Con un consenso «che aveva il sapore dell’acclamazione» — secondo l’espressione attribuita al cardinale belga Léon-Joseph Suenens — dopo un Conclave rapidissimo, durato soltanto ventisei ore — il 26 agosto 1978 Albino Luciani - Giovanni Paolo I saliva al Soglio di Pietro, siglando in calce l’essere ministri nella Chiesa con le parole del santo vescovo del VI secolo Avito di Vienne: «Servi, non padroni della Verità». Aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. «Fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine» (splende non di propria luce, ma di quella di Cristo) che, al pari di Paolo VI, aveva ripreso da sant’Ambrogio. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire ad essa conveniente che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio Vaticano II e che era divenuta decisiva e feconda nell’agire pastorale di Albino Luciani, già molto tempo prima di essere elevato al Soglio di Pietro.

Nei giorni successivi l’elezione di quel 26 agosto, anche i cardinali elettori — salva sempre la rigorosa disciplina del segreto — diedero così rilievo alla convergenza raggiunta e alla prospettiva «eminentemente ecclesiale e non politica» che aveva animato la loro azione fino a guidarli a un consenso rapido e, come qualcuno disse, «quasi moralmente plebiscitario». Il Conclave radunato per eleggere il successore di Paolo VI era stato il primo dopo la conclusione del Concilio. Non fu dunque senza significato quella convergenza massiccia dei centoundici elettori, per la maggior parte dei quali si trattava della prima esperienza di Conclave. La scelta era stata espressione di una comune mentalità ecclesiale e l’elezione del patriarca di Venezia Albino Luciani veniva a significare la volontà di progredire nell’attuazione degli orientamenti conciliari. È noto come la prima decisione presa appena eletto sia stata quella di non aprire immediatamente il Conclave invitando i cardinali anziani rimasti fuori ad ascoltare con il resto del collegio il primo messaggio.

Riguardo agli interventi pronunciati, ampia considerazione — trattandosi del testo programmatico del pontificato — merita dunque il primo, il Radiomessaggio Urbi et Orbi, pronunciato domenica 27 agosto 1978 nella Cappella Sistina, l’indomani dell’elezione. La rotta del pontificato si delineava con chiarezza e coerenza nei sei programmatici «vogliamo» del Radiomessaggio pronunciato in latino e nei suoi primi interventi, nei quali a più riprese dichiarava di continuare l’attuazione del Concilio Vaticano II, preservandone l’eredità e impedendo derive interpretative. I sei volumus si aprono pertanto con l’affermazione 1) di «perseguire senza intermissione l’eredità del Concilio Vaticano II», sulla scia tracciata dagli immediati predecessori; 2) conservare intatta nella vita dei sacerdoti e dei fedeli la grande disciplina della Chiesa; 3) la priorità dell’evangelizzazione nella missione ecclesiale; 4) continuare e mantenere sempre vivo l’impegno ecumenico; 5) continuare il dialogo con il mondo contemporaneo avviato da Paolo VI; 6) incoraggiare le iniziative per la pace «affinché possano arginare, all’interno delle Nazioni, la violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti».

L’intero spettro delle fonti archivistiche e della loro elaborazione oggi acquisite e disponibili — grazie alla ricerca omnino plena sostenuta per oltre un decennio dalla Causa di canonizzazione di Albino Luciani - Giovanni Paolo I, e della quale si è fatta erede la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I dal 2020 — hanno aperto una nuova pagina nella storiografia, mostrando come l’analisi storico-archivistica può illuminare la genesi di un progetto di governo pontificio e consenta una riconsegna puntale degli insegnamenti e della memoria di Giovanni Paolo I. Attraverso le Giornate di Studio promosse dalla Fondazione in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana dedicate alle fonti del Magistero di Giovanni Paolo I — la prima il 13 maggio 2022 sulle carte del suo Archivio Privato (APAL), oggi patrimonio della Fondazione, la seconda il 24 novembre 2023 sulla Biblioteca personale e la terza il 12 novembre 2024 sul primo dei «Vogliamo» riguardante la prosecuzione del Concilio Vaticano II, dei quali sono pubblicati gli Atti — la Fondazione ha proseguito l’attività scientifica di studi concentrandosi proprio sui sei volumus del programma di pontificato di Papa Luciani, a ognuno dei quali intende dedicare, negli anni, un convegno di studi.

L’ultimo dei sei volumus: «Vogliamo infine favorire tutte le buone e lodevoli iniziative che possano tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato» sarà il tema che suona attualissimo, considerate le presenti contingenze storiche, del prossimo Convegno internazionale che si svolgerà martedì 13 ottobre 2026 in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, presso l’Aula magna della Pontificia Università Gregoriana.

Il 1° settembre 1978 il presidente sovietico Leonid Brežnev, augurava al nuovo Papa un buon esito dei suoi sforzi per «consolidare la pace e la distensione internazionale e rafforzare l’amicizia e la cooperazione fra i popoli». Giovanni Paolo I svolse un ruolo di forte impatto simbolico e diplomatico proprio in quelle settimane di settembre che videro in fieri l’esito positivo degli Accordi di pace di Camp David, mediati dal presidente statunitense Jimmy Carter.

Pur ribadendo che il Papa e la Santa Sede non possiedono «soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali» — ma possono «tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale... perché la Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della Terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere» — il sostegno alla costruzione di una pace possibile, imprescindibile dalla propria missione, è stato il filo conduttore dei trentaquattro giorni del pontificato di Luciani. Come documentato a cura della Fondazione nell’edizione critica dei Testi e documenti del Pontificato, Giovanni Paolo I ebbe uno scambio epistolare riservato e diretto con il presidente Carter e un costante contatto con le cancellerie internazionali per favorire il superamento del conflitto arabo-israeliano. Papa Luciani dedicò reiterati messaggi pubblici e l’Angelus del 10 settembre 1978 nel quale, sul terreno della fede, con intento ecumenico e interreligioso, intervenne strategicamente per sbloccare i negoziati chiedendo di pregare insieme per la pace rivolgendosi al presidente Usa Jimmy Carter, al presidente egiziano Anwar Sadat e al primo ministro israeliano Menachem Begin, leader storico del sionismo revisionista della destra nazionalista del partito Herut, poi confluito nel Likud, da cui proviene l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

I sei «vogliamo» dell’Urbi et Orbi non costituiscono dunque una semplice dichiarazione d’intenti, ma la sintesi di un percorso maturo e maturato nelle dinamiche ecclesiali non solo degli anni Sessanta-Settanta. Ogni passaggio merita una rilettura in contesto e uno studio approfondito alla luce del pensiero di Giovanni Paolo I, attraverso le fonti oggi disponibili e le carte di un Archivio Privato (APAL) che restituisce — a volte anche nel dettaglio — il quadro completo della vita e del ministero del Pontefice. Pagine ricche di prospettive per la conoscenza tanto di Giovanni Paolo I che di una stagione complessa della Chiesa e del mondo, non ancora approfondita a dovere.

Qui — nella ricorrenza della sua elezione al Soglio di Pietro nel giorno deputato, in quanto beato, alla sua memoria liturgica — basta averli rammentati, non tanto per vagheggiare come sarebbe stata la Chiesa di Giovanni Paolo I, ma per verificare quanto quelle prerogative di interesse storico siano anche tuttora estremamente attuali. La forza che emana dai sei volumus chiama la Chiesa di oggi a riscoprire l’eredità di quel breve pontificato, poiché questa brevità non può essere considerata come un’interruzione della storia, ma un momento, semmai, in cui la storia diventa più visibile. Per quanto infatti i trentaquattro giorni di pontificato siano stati stretti tra due grandi pontificati, è la distanza tra Paolo VI e Giovanni Paolo II che obbliga a tornare su quel pontificato e proprio la sua brevità rappresenta un momento rivelatore, consentendo di osservare in forma concentrata le tensioni del cattolicesimo postconciliare. Esistono tornanti della storia che vedono una concentrazione di eventi in grado di incidere profondamente sul suo corso. Il 1978 — l’anno dei tre Papi e perciò di due Conclavi — è uno di quei tornanti: sondare il pontificato di Papa Luciani come un passaggio decisivo per l’esercizio del ministero petrino, con riflessi enormi sulla vita della Chiesa, aiuta non solo a ricostruire pienamente il profilo di Giovanni Paolo I, ma a comprendere le istanze con le quali la Chiesa era ed è chiamata a misurarsi.

*Postulatrice della causa di canonizzazione di Papa Giovanni Paolo I
(fonte: L'Osservatore Romano 25/08/2026)


mercoledì 19 agosto 2026

Anniversario morte di Alcide De Gasperi - De Gasperi, uomo di fede che seppe guardare oltre le macerie della guerra - Vi racconto il sostegno di De Gasperi alle lavoratrici madri.

Anniversario morte di Alcide De Gasperi 

De Gasperi, uomo di fede che seppe guardare oltre le macerie della guerra

In una dichiarazione resa dal cardinale vicario generale per la Diocesi di Roma, in occasione del settantaduesimo anniversario della morte dello statista che ricorre mercoledì 19 agosto il porporato ricorda il suo ruolo cruciale nella "rinascita democratica dell’Italia e del progetto europeo". La sua memoria, tuttavia, è anche un'occasione "per interrogarsi sulla dignità della politica", abitando la storia con fedeltà al Vangelo


Uomo di fede "profonda, austera, mai ostentata, vissuta come criterio di discernimento", la cui statura emerse soprattutto nella capacità di "guardare oltre le macerie della guerra". Così il cardinale vicario generale per la Diocesi di Roma, Baldo Reina, ha definito Alcide De Gasperi in una dichiarazione resa in occasione del settantaduesimo anniversario della morte, che ricorre mercoledì 19 agosto.

Protagonista della rinascita italiana

Il ricordo dello statista, afferma il porporato, rappresenta un'occasione per rendere omaggio "a uno dei protagonisti della rinascita democratica dell’Italia e del progetto europeo", ma anche per interrogarsi "sulla dignità della politica e sulla possibilità, per un cristiano, di abitare la storia con fedeltà al Vangelo senza trasformare la fede in strumento di potere".

Una politica "alta"

Avere conosciuto la persecuzione fascista, il carcere e le "lacerazioni ideologiche del Novecento", scrive Reina, ha sostenuto De Gasperi nella maturazione di una "concezione alta della politica, estranea alla seduzione del potere e alla contrapposizione tra amici e nemici". Là dove l'Europa conobbe "la devastazione dei nazionalismi", lo statista indicò "la via della riconciliazione e di istituzioni capaci di trasformare antiche inimicizie in un destino condiviso".

Il ricordo di Papa Leone XIV

Il cardinale menziona poi il ricordo che Papa Leone XIV dedicò a De Gasperi, sottolineando che "il suo amore per Dio sosteneva la dedizione alla Patria" e affermando che "la politica, la diplomazia e la difesa nazionale diventano strumenti di autentica carità quando sono vissute con animo umile". La dichiarazione si conclude ricordando come le spoglie di De Gasperi riposino nella basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura e che il 28 febbraio 2025, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione.
(fonte: Vatican News 18/08/2026)

************


Vi racconto il sostegno di De Gasperi alle lavoratrici madri.

La riflessione di Giorgio Girelli, coordinatore del Centro Studi Sociali “A. De Gasperi”

L’eredità di Alcide De Gasperi non riguarda soltanto la ricostruzione economica, la scelta europea e l’adesione alla Nato. La legge del 1950 sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri rivela il volto progressista del suo centrismo e offre ancora oggi spunti per affrontare occupazione femminile, famiglia e crisi demografica. 


Sono trascorsi 72 anni dalla scomparsa, il 24 agosto 1954, di Alcide De Gasperi e la sua memoria è viva nell’opinione pubblica e nel dibattito politico. Durante i suoi governi (1945-1953), l’Italia realizzò importanti interventi strutturali ed economici per la ricostruzione post-bellica, tra cui la Riforma agraria (749.000 ettari espropriati ai latifondisti e assegnati ai contadini), l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (infrastrutture, strade e opere idrauliche nel Meridione), il Piano Ina-Casa (due milioni di vani per famiglie a basso reddito), la fondazione dell’Eni (perseguimento dell’autonomia nello sviluppo energetico del Paese), la riforma tributaria ed economica (risanamento del bilancio e ancoraggio dell’Italia a un’economia di mercato aperta e occidentale), la scelta europea, il legame con gli Stati Uniti e l’adesione alla Nato.

Tanto che lo storico Piero Craveri concluse la biografia dello statista trentino scrivendo che l’Italia di oggi è quella disegnata in età degasperiana.

Ma nella rievocazione di tanti meriti non trova posto, pur in tempi di intensa attenzione all’emancipazione femminile, l’innovativo apporto di De Gasperi allo sviluppo del ruolo della donna. E in particolare a quel settore che anche oggi non riluce nel dibattito femminile: la tutela delle lavoratrici madri.

Eppure è un nodo attualissimo, specie in presenza dell’“inverno demografico”, che dovrebbe indurre a misure che consentano alla mamma di conciliare lavoro e cura dei figli. In assenza delle quali, essendo spesso indispensabile lo stipendio della donna accanto a quello del marito per gestire dignitosamente una famiglia, la rinuncia ai figli è consequenziale.

Ebbene, nel corso del sesto governo De Gasperi (27 gennaio 1950-26 luglio 1951) venne compiuto un passo storico per la protezione delle donne con la legge 26 agosto 1950, n. 860, la prima organica e moderna normativa sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri e tappa storica nel percorso voluto dalla Costituzione, che all’articolo 37 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La riforma rappresentava un forte stacco rispetto al passato perché, dando corso all’attuazione della Costituzione, segnalava come nel dopoguerra il rilievo riconosciuto alle donne fosse un dato di fatto e, perseguendo l’intento di una disciplina più organica di tutta la materia, tendeva, nei limiti oggettivamente consentiti, a una remunerazione adeguata al costo della vita.

Gestì per conto del governo l’iter della legge l’allora ministro del Lavoro Amintore Fanfani, lo stesso statista cui si deve in Costituzione la definizione dell’Italia quale «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Come ricorda in un saggio Angela Maria Bocci, ordinaria di storia economica alla Sapienza di Roma, “i punti fondamentali della legge, in termini sintetici, riguardavano il divieto di licenziamento dall’inizio della gestazione fino al compimento del primo anno di età del bambino; il divieto di adibire le donne in gravidanza al trasporto e al sollevamento di pesi o a lavori pericolosi; l’obbligo all’astensione dal lavoro nei tre mesi precedenti il parto e nelle otto settimane successive. Inoltre venivano previsti periodi di riposo per l’allattamento nonché – elemento fondamentale – il trattamento economico durante le assenze per maternità”.

Traguardi non da poco, tenendo conto delle gracili condizioni economiche del Paese di allora.

La relazione generale sulla situazione economica del Paese presentata dal ministro del Tesoro Pella alla Camera il 30 gennaio 1950 evidenziava infatti che le difficoltà strutturali dell’economia italiana dopo il secondo conflitto mondiale si erano aggravate. Inoltre, con il ministero del Tesoro a Gustavo Del Vecchio e con le Finanze a Pella, il neoministro del Lavoro e della Previdenza sociale Amintore Fanfani si trovò a dover fare i conti con un gabinetto a egemonia liberista che, pur con alcune differenziazioni, tendeva a contenere la linea riformista della politica del lavoro ispirata ai principi della dottrina sociale cristiana.

Ma non mancò l’appoggio risolutore di De Gasperi, secondo il quale la Dc è partito di centro che guarda a sinistra, intendendosi con questa definizione l’irrinunciabile identità popolare e progressista del partito.

Aldo Cazzullo ha contestato che quella frase sia mai stata pronunciata. Ma lo smentiscono i fatti. Quelle parole appaiono in un editoriale de Il Popolo del 10 aprile 1945, firmato da Giulio Andreotti e concordato con De Gasperi, in risposta a una proposta di collaborazione politica di Togliatti, come ricorda Ortensio Zecchino, storico ed ex ministro Dc.

De Gasperi stesso, in un’intervista a Il Messaggero del 17 aprile 1948, proprio alla vigilia delle elezioni del giorno successivo, definisce la Dc «un partito di centro che cammina verso sinistra». Definizione confermata da Andreotti su Sintesi Dialettica del 4 ottobre 2007. Espressione poi richiamata anche dallo storico Pietro Scoppola a Borgo Valsugana il 19 agosto 2004 (“De Gasperi fra passato e presente”).

Il 18 ottobre 1953, in un discorso a Milano, proprio De Gasperi volle dare l’interpretazione autentica della celebre frase: “Se sinistra vuol dire apertura verso il progresso sociale, verso la giustizia per i lavoratori, allora non è vero che noi non andiamo o non vogliamo andare verso sinistra: siamo per principio a sinistra in questo senso” (M. R. Catti De Gasperi, De Gasperi uomo solo, Mondadori, 1964, p. 388).

Come, al di là di ogni sterile disquisizione lessicale, confermano le numerose riforme sociali volute da De Gasperi. Centrismo dunque, come successivamente la “centralità” di Forlani, che pone la DC quale architrave del sistema con esclusione delle ali estreme di destra e di sinistra, e non certo immobilismo sociale.

E oggi?

In Italia, nel maggio 2022, il 42,6% delle mamme tra i 25 e i 54 anni non era occupata e il 39,2% con due o più figli minori disponeva di un contratto di lavoro part-time. Negli altri Paesi, in alcuni va un po’ meglio, in altri peggio. Non è comunque senza significato che il 9 ottobre 2023 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma abbia deciso di assegnare il premio Nobel per l’economia a Claudia Goldin, storica dell’economia, economista del lavoro e docente dell’Università di Harvard, che ha dedicato tutta la sua ricerca scientifica allo studio della condizione femminile nel mondo del lavoro.
(fonte: Formiche 18/08/2026)


*******

lunedì 17 agosto 2026

Buon compleanno a Mogol, non paroliere ma poeta di testi musicali colonna sonora di diverse generazioni.

Buon compleanno a Mogol,
non paroliere ma poeta di testi musicali
colonna sonora di diverse generazioni.


****************

Mogol, novant’anni di pensieri e parole

Taglia quest’oggi il traguardo il celebre paroliere Giulio Rapetti che in sessant’anni e oltre 1500 testi (da quelli dei favolosi anni Sessanta a quelli, straordinari, del connubio con Lucio Battisti, ma non solo) ha raccontato, con semplicità e nitidezza la vita degli italiani in canzoni senza tempo

© KEYSTONE (Photo by IPA/Sipa USA)

Novant’anni. Un traguardo che per chiunque rappresenta una vita intera, ma che per Giulio Rapetti - conosciuto da tutti come Mogol che taglia quest’oggi l’importante traguardo - è qualcosa di più: un intero universo poetico, fatto di oltre 1.500 testi di canzoni che generazioni di italiani hanno cantato sottovoce, a squarciagola, nei momenti di gioia e in quelli di dolore.

Nato a Milano il 17 agosto 1936, in una famiglia dove la musica era di casa (suo padre, Mariano Rapetti, era un importante dirigente della casa editrice musicale Ricordi e scriveva testi con lo pseudonimo di Calibi) Giulio ha respirato note e parole fin dall’infanzia. Non sorprende, quindi, che abbia iniziato a lavorare come paroliere appena diciannovenne, nel 1955, affiancando il padre. I primi anni furono di gavetta, ma il talento emerse presto, tanto che nel 1961 arrivò la prima consacrazione con Al di là, brano cantato da Betty Curtis che vinse il Festival di Sanremo. Il giovane Rapetti aveva venticinque anni e il suo nome - o meglio, il suo pseudonimo - cominciava a circolare negli ambienti che contano.

Il nome d’arte

Un nome d’arte dalla storia curiosa. Quando il giovane Giulio si iscrisse alla SIAE per depositare i propri diritti d’autore, dovette scegliere uno pseudonimo. Ne propose trenta, uno dopo l’altro, e tutti vennero bocciati. Il trentunesimo, Mogol proposto quasi per caso, fu invece accettato. Lui stesso racconta di aver quasi avuto un infarto, perché riconobbe nel nome quello del capo delle disneyane Giovani Marmotte. «Pensai: pazienza, tanto Mogol non lo conoscerà nessuno», disse anni dopo, ridendo. L’ironia della storia è sotto gli occhi di tutti.

Un primo decennio di successi

Gli anni Sessanta furono per Mogol un decennio straordinario, nel quale si affermò come uno degli autori più richiesti e versatili della scena italiana. Nel 1963 firmò Grazie, prego, scusi di Celentano; l’anno seguente Una lacrima sul viso di Bobby Solo; nel 1965 arrivò un’altra vittoria sanremese con Se piangi, se ridi, sempre interpretata da Bobby Solo. In questi anni lavorava senza sosta per gli artisti e i gruppi più in voga affermandosi anche come traduttore e adattatore di grandi successi internazionali, contribuendo alla stagione d’oro delle cover all’italiana. A lui si devono, tra le altre, Riderà (traduzione di Fais la rire) di Little Tony, Io ho in mente te (You Were On My Mind) dell’Equipe 84; Sognando la California (California Dreamin’ dei Mamas & the Papas) e Senza luce (A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum) dei Dik Dik e per Caterina Caselli tradusse I’m A Believer dei Monkees (Sono Bugiarda). Ma furono soprattutto i suoi adattamenti di Bob Dylan e David Bowie a restare nella storia, anche per le polemiche che suscitarono. Con Dylan il rapporto fu intenso ma burrascoso. Mogol fu per anni il traduttore italiano autorizzato dal cantautore americano firmando le versioni di Blowin’ in the Wind (diventata La risposta è caduta nel vento, cantata da Luigi Tenco) e Mr. Tambourine Man (Mister Tamburino, proposta da Don Backy). All’inizio Dylan approvava le versioni con telegrammi di benestare. Col tempo, però, le posizioni dei due si fecero inconciliabili: Mogol rivendicava la propria autonomia creativa di autore, sentendosi libero di reinterpretare i testi piuttosto che tradurli fedelmente; Dylan, al contrario, pretendeva che le sue parole fossero rispettate senza libertà di intervento. Il contrasto esplose durante un incontro a Londra nel corso del quale Dylan fu esplicito: «Io sono Dylan e tu sei Mogol, tu devi dire quello che dico io». Mogol rispose che, in quanto autore e non mero traduttore, non poteva scrivere cose in cui non credeva. La collaborazione si chiuse lì. Altrettanto emblematico è il caso di David Bowie: nel 1970 Mogol scrisse il testo italiano di Space Oddity, ribattezzandola Ragazzo solo, ragazza sola. Ma della storia dell’astronauta Major Tom non rimase nulla: Mogol la trasformò in una canzone d’amore sulla fine di una storia sentimentale. Quando Bowie si rese conto che la traduzione era completamente diversa dall’originale, ebbe una reazione non proprio entusiastica.

Si tratta ad ogni modo di un catalogo impressionante, costruito in pochi anni, che dimostra come Mogol fosse già un autore di primo piano, capace di adattarsi a generi e voci disparate mantenendo sempre una cifra stilistica riconoscibile: la chiarezza dell’immagine, la semplicità apparente del verso, la capacità di toccare una corda emotiva precisa senza scadere nella retorica. Quando incrociò Lucio Battisti, fu l’incontro con un suo pari, con cui costruire qualcosa di ancora più grande.

L’incontro che cambiò tutto

I due si incontrarono nel 1965, dietro insistenza di una produttrice francese, Françoise Laroux. Battisti, aveva ventitré anni, ed era sconosciuto: si presentò alla Ricordi e gli fece ascoltare alla chitarra un paio di provini. Mogol gli disse «francamente non mi sembrano un granché». Di fronte ad un simile commento, una persona qualsiasi si sarebbe scoraggiata o offesa. Lucio invece sorrise e gli disse, «sono d’accordo»: fu la scintilla che segnò la nascita di uno dei sodalizi artistici più straordinari del pop italiano. Battisti componeva le melodie, Mogol scriveva le parole: e le sue parole non erano mai semplici riempitivi metrici, ma immagini potenti, metafore sorprendenti, emozioni autentiche tradotte in versi. La loro collaborazione durò circa quindici anni producendo un catalogo che ancora oggi non ha eguali nel panorama italiano: Emozioni, Il mio canto libero, Ancora tu, Sì, viaggiare, Una donna per amico, I giardini di marzo... Brani i cui testi parlano di natura, di libertà, di amore, di malinconia, con una freschezza e una profondità che li ha resi immortali.

Il poeta della quotidianità

Il segreto di Mogol come paroliere non sta nell’uso di un linguaggio aulico o ricercato. Sta, al contrario, nella capacità di trovare le parole giuste - spesso semplici, quasi banali- e disporle in modo tale da creare un effetto di verità immediata. I suoi testi parlano di esperienze universali: l’amore, la separazione, il viaggio, il tempo che passa, la nostalgia, la speranza. E le raccontano con immagini così precise e originali da sembrare scritte per ciascuno di noi. È questa la magia del grande paroliere: non inventare mondi impossibili, ma far sì che il mondo reale, quello di ogni giorno, con le sue strade, i suoi tramonti, le sue storie d’amore e di abbandono , risuoni nella mente di chi ascolta come qualcosa di familiare ma straordinario.

La Numero Uno

Il sodalizio con Battisti non fu soltanto artistico: nel 1969 Mogol insieme al padre Mariano Rapetti, al produttore Alessandro Colombini e a Lucio Battisti fondò la Numero Uno, un’etichetta discografica indipendente destinata a diventare uno dei capitoli più straordinari della storia della musica italiana. L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: un piccolo nucleo di persone che gestiva in autonomia la produzione, la distribuzione e la promozione dei propri artisti, senza dipendere dalle major. Il primo 45 giri pubblicato fu Questo folle sentimento della Formula 3, scritto proprio da Mogol e Battisti, che arrivò a vendere 350.000 copie. Ma la Numero Uno fu molto di più di un veicolo per i due: fu un vero laboratorio creativo che lanciò alcuni dei più importanti nomi della musica italiana degli anni Settanta come Ivan Graziani, Edoardo Bennato, Adriano Pappalardo e la PFM, che con l’etichetta debuttò nel 1971 con il singolo Impressioni di settembre - testo di Mogol - e l’album Storia di un minuto, opere che avrebbero definito l’identità del progressive rock italiano.

La rottura con Battisti e il dopo

Nel 1980 la collaborazione con Battisti si interruppe bruscamente. Le ragioni erano essenzialmente economiche: una controversia sui diritti d’autore che trascinerà le due parti in una lunga e dolorosa battaglia legale. Battisti prese un’altra strada - quella sperimentale con Pasquale Panella - e si chiuse in un silenzio pubblico quasi totale fino alla sua morte, nel 1998.

Per Mogol fu un duro colpo. Ma l’ artista non si fermò. Negli anni Ottanta e Novanta lavorò con una serie di altri interpreti di primo piano: Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Mango, Adriano Celentano, Gianni Morandi. Firmando nuovi successi, dimostrò che il suo talento non era legato a un solo sodalizio, ma era una risorsa inesauribile.

Il CET e la formazione

Nel 1992 Mogol fondò poi il CET - Centro Europeo di Toscolano: una scuola di musica dedicata alla formazione di autori, musicisti e cantanti. Un progetto che ancora oggi gli sta a cuore, una sorta di restituzione al mondo della musica di tutto ciò che la musica gli ha dato. Al CET sono passati molti giovani artisti italiani che poi hanno fatto strada. La scuola è immersa nel verde umbro, lontana dal rumore delle città, pensata come un luogo di concentrazione creativa dove si impara facendo, suonando, scrivendo, confrontandosi. Mogol ne è rimasto a lungo la guida spirituale e didattica, convinto che il talento si possa coltivare ma che l’autenticità, quella non si insegna.

Nove decenni di storia italiana

Celebrare i novant’anni di Mogol significa anche celebrare 90 anni di storia d’Italia attraverso le canzoni. Nato nel 1936 Giulio ha vissuto la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il ‘68, gli anni di piombo, Tangentopoli, i grandi cambiamenti di fine secolo. E in tutto questo, ha continuato a scrivere: di amore, di vita, di bellezza. La sua opera è uno specchio fedele e poetico di un Paese che cambiava, di una società che cercava nuove forme per esprimere se stessa. Con i suoi oltre 1.500 testi scritti, Mogol è una delle figure più influenti della musica leggera europea. E a novant’anni, con la lucidità e la passione che lo hanno sempre contraddistinto, rimane un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire cos’è una canzone.
(fonte: Corriere del Ticino, articolo di Mauro Rossi 17.08.2026)

****************

Mogol, 90 anni “senza paura” e duemila canzoni

Buon compleanno a Giulio Rapetti Mogol, autore di circa duemila canzoni e collaboratore di icone come Lucio Battisti, Mina e Adriano Celentano, Riccardo Cocciante e tanti altri. In questa intervista ci racconta la sua vita e il suo percorso creativo. Dalla nascita dei suoi testi alla fede e ai valori di pace


Mogol ANSA

Difficile, forse impossibile, trovare un italiano o un’italiana che non conosca un ritornello scritto da lui, che non abbia cantato almeno una volta sotto la doccia una sua canzone, che non fischietti insieme alla radio in macchina un suo successo.

Le canzoni di Giulio Rapetti, in arte Mogol (che nel 2007 ha adottato ufficialmente il suo pseudonimo come cognome), hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi si cantano e ballano nelle nostre case.

Alle soglie dei 90 anni era uscita la sua autobiografia Senza paura, edito da Salani. I suoi testi sono vere e proprie poesie, che non hanno solo fatto la storia della canzone italiana, ma hanno fatto la nostra storia. Oggi che i 90 anni li compie davvero, riproponiamo la sua ultima intervista al nostro giornale.

Un momento dell'omaggio a Mogol nel corso dell'ultimo Festival di Sanremo in occasione del quale Carlo Conti gli ha consegnato il Premio alla carriera (ANSA)

Perché la sua autobiografia si intitola Senza paura?

«È stato sempre il senso della mia vita: l’assenza di paura. Dettata, più che dal coraggio, dall’incoscienza. Infatti mi mettevo spesso in pericolo, soprattutto da bambino. Perciò mi ritengo protetto dal Signore e gli sono grato. Sarei un disonesto se non mi sentissi in debito per questo».

Qual è il segreto per vivere senza paura?

«Accettare il proprio destino. Io l’ho fatto e continuo a farlo».

Lei scrive che il 1963 fu l’anno in cui si comprese che i giovani avrebbero cambiato il mondo e che la musica avrebbe avuto un ruolo fondamentale in questo cambiamento. La musica di oggi potrebbe riuscirci?

«All’epoca il mondo cambiò anche grazie alla musica, portando gli artisti italiani a livelli altissimi. Era il trionfo della melodia. Oggi la musica è molto diversa, siamo in un’altra dimensione. Non è più la bella voce, il bel canto al centro dell’attenzione, ma è l’interpretazione credibile del testo».

Mogol (a destra) con Mariolina Cannuli e Lucio Battisti nel 1971 (ANSA)

Secondo lei il talento è di tutti, mentre la disponibilità ad applicarsi non è equamente distribuita.

«Non ci sono persone prive di talento. Tutti ne hanno uno. Però bisogna scoprirlo, farlo emergere. Come? Con lo studio. È lo studio che cambia le persone. Senza di esso il talento rimane inespresso. E poi ci vuole passione, naturalmente».

Come nasce una canzone?

«Nasce sempre prima la melodia. Il testo viene dopo, perché deve esprimere in parole quello che dicono le note. Non è una cosa semplice. Ci si riesce quando si è acquisita una tale pratica che diventa un automatismo. L’ispirazione ce la dà la vita: imprevedibile, inevitabile, straordinaria. Le storie vissute sono più sentite dalla gente, più capite. Valgono di più».

Quanto tempo ci vuole per scrivere un testo?

«In media non ci metto mai più di un’ora. Però è capitato che ci mettessi anche di meno. Come quella volta con Bobby Solo… Ho scritto il testo mentre eravamo in auto diretti allo studio di incisione. Dovevo consegnargli la canzone, ma me ne ero scordato. E così l’ho fatto nel tragitto in macchina, ed è nata Una lacrima sul viso».

Oggi le nuove generazioni utilizzano in media 800 parole, quasi la metà rispetto alle precedenti. Significa che le parole hanno perso valore?

«Può darsi che sia così, ma credo che le canzoni possano fare molto per rimediare. Possono arricchire il vocabolario, facendo scoprire a tutti termini inusuali o sconosciuti. Come quando ho usato in un testo la parola “uggiosa”, contro il parere del mio editore, che preferiva “grigia”. Così è nata Una giornata uggiosa, cantata da Lucio Battisti. Un pezzo fuori dal comune, dal punto di vista ritmico e musicale. Se lo si ascolta oggi sembra scritto ieri, non cinquant’anni fa».

Lei è un uomo di fede. Quanta religiosità c’è nei testi delle sue canzoni.

«Sono credente nel senso pieno del termine. Cerco di vivere la mia fede in modo coerente, mettendo questa coerenza anche nei miei testi. E la preghiera è molto importante: rasserena, consola, gratifica, sostiene, ci dà la possibilità di ridurre il debito che abbiamo col Signore. Tutti noi dovremmo pregare di più e insegnare ai bambini a farlo più spesso».

Nel 1992 ha fondato il CET (Centro Europeo di Toscolano), una scuola per valorizzare talenti musicali. Quali qualità non dovrebbero mancare a un giovane autore?

«Prima di tutto l’autocritica, che deve essere severa. Non bisogna accontentarsi di un risultato raggiunto, ma andare oltre per migliorare. Il secondo requisito è l’esercizio alla rima, che è la base della poesia. E le belle canzoni sono poesie. Terzo, l’interpretazione della musica: ogni frase deve avere il colore della musica».

Mogol si prepara per la cerimonia di conferimento del Master ad honorem in "Editoria e produzione musicale"
 all'Università IULM di Milano conferitagli il 28 ottobre 2024. (ANSA)

Uno dei valori coltivati da sin da giovane è la pace.

«Farei qualunque cosa in nome della pace. Nel 2000, con la Nazionale Cantanti, abbiamo organizzato una partita contro una squadra israeliano-palestinese: un’iniziativa che portò 80.000 persone allo Stadio Olimpico di Roma. Fu un vero miracolo. Sarebbe bello che accadesse di nuovo».

Citando un suo successo, la prima cosa bella che ha avuto dalla vita… qual è?

«Difficile rispondere. Ho avuto tante cose belle. Ho scritto per interpreti straordinari (Battisti, Mina, Celentano, Mango, Nicola Di Bari, Cocciante, Morandi, Gianni Bella e molti altri). Alle soglie dei 60 anni ho incontrato l’amore vero, mia moglie Daniela, che mi sostiene e mi completa in tutto. Questo è l’amore: una gara al soccorso reciproco. A lei ho dedicato una delle mie canzoni migliori, Dormi amore. Per tutto questo posso solo essere grato. E vivo ogni giorno il presente guardando al futuro. Senza paura».

Mogol con la moglie Daniela Gimmelli (ANSA)
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Nicoletta Bagliano 17/08/2026)

****************

Mogol, non paroliere ma poeta di testi musicali
colonna sonora di diverse generazioni.

Autore di moltissimi brani diventati colonna sonora di generazioni intere, entrati nel corso degli anni nella storia personale di tantissime persone, si può definire vero poeta perché capace di trasformare emozioni, amori, inquietudini e speranze in versi semplici solo in apparenza e che rompendo gli schemi tradizionali  ha rivoluzionato il modo di scrivere i testi musicali.
A volte viene definito intellettuale di destra (fu nominato consigliere per la cultura popolare dall'allora ministro Gennaro Sangiuliano), ha però sempre rifiutato qualunque etichetta: "La musica non ha colore politico".
Difficile scegliere un solo brano da inserire a conclusione di questo post, allora si è pensato, restando fedeli allo stile di Quelli della Via e, tenendo conto del contesto storico attuale, di andare un po' controcorrente e proporre la famosissima canzone "Blowin' in the wind" scritta nel 1962 da Bob Dylan, che nella versione italiana di Mogol divenne "La risposta è caduta nel vento" affidata allora a Luigi Tenco, ma nel video inserito di seguito però, proprio per mettere in risalto solo il testo e non l'interpretazione, si è scelta l'esecuzione basica con un adattamento semplicissimo con una parte strumentale (flauto dolce) sulla scala di DO che potrebbe essere utilizzabile da chiunque abbia nozioni musicali di base.





lunedì 10 agosto 2026

San Lorenzo, la vera storia del martire della graticola che ha dato il nome alle stelle cadenti

San Lorenzo, la vera storia del martire della graticola che ha dato il nome alle stelle cadenti
 
La tradizione lo vuole arso vivo ma gli studi ritengono leggendario il supplizio sulla graticola. Diacono al servizio dei poveri, è legato alla notte delle Perseidi e alla celebre poesia di Giovanni Pascoli, X Agosto, che trasforma le meteore in un pianto sul dolore e sulla crudeltà degli uomini


È patrono di diaconi, cuochi e pompieri. Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. È certo che Lorenzo è morto martire per Cristo probabilmente sotto l'imperatore Valeriano, ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato.

Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II.
Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo.

LA SCARNA BIOGRAFIA

Pietro da Cortona, San Lorenzo
 trascinato sulla graticola
Le notizie sulla vita di san Lorenzo, che pure in passato ha goduto di una devozione popolare notevole, sono scarse. Si sa che era originario della Spagna e più precisamente di Osca, in Aragona, alle falde dei Pirenei. Ancora giovane, fu inviato a Saragozza per completare gli studi umanistici e teologici; fu qui che conobbe il futuro papa Sisto II. Questi insegnava in quello che era, all'epoca, uno dei più noti centri di studi della città e, tra quei maestri, il futuro Papa era uno dei più conosciuti ed apprezzati. Tra maestro e allievo iniziò un'amicizia e una stima reciproche. Entrambi, seguendo un flusso migratorio allora molto vivace, lasciarono la Spagna per trasferirsi a Roma. Quando il 30 agosto 257 Sisto fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il compito di arcidiacono, cioè di responsabile delle attività caritative nella diocesi di Roma, di cui beneficiavano 1500 persone fra poveri e vedove.

IL MARTIRIO 

Al principio dell'agosto 258 l'imperatore Valeriano aveva emanato un editto, secondo il quale tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi dovevano essere messi a morte. L'editto fu eseguito immediatamente a Roma, al tempo in cui Daciano era prefetto dell'Urbe. Sorpreso mentre celebrava l'eucaristia nelle catacombe di Pretestato, papa Sisto II fu ucciso il 6 agosto insieme a quattro dei suoi diaconi, tra i quali Innocenzo; quattro giorni dopo il 10 agosto fu la volta di Lorenzo, che aveva 33 anni. Non si è certi se egli fu bruciato con graticola messa sul fuoco ardente.

ARSO VIVO SULLA GRATICOLA?

Secondo un’antica Passione, raccolta da sant’Ambrogio, San Lorenzo fu bruciato sopra una graticola: un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi considerano leggendaria questa tradizione. L’imperatore Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.

Osservatorio astronomico, le visite in occasione della notte di San Lorenzo. L'osservatorio per vedere le stelle cadenti. 
Pino Torinese, Torino, 10 agosto 2021 ANSA/JESSICA PASQUALON (ANSA)

COSA C’ENTRA IL SANTO CON LA TRADIZIONE DELLE STELLE CADENTI?

La Notte di san Lorenzo, il 10 agosto, è tradizionalmente associata al fenomeno delle stelle cadenti, considerate evocative dei carboni ardenti su cui il santo fu martirizzato. In effetti, in quei giorni, la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi e l’atmosfera è attraversata da un numero di piccole meteore molto più alto del normale. Il fenomeno risulta particolarmente visibile alle nostre latitudini in quanto il cielo estivo è spesso sereno. Celebre la poesia di Giovanni Pascoli, che interpreta la pioggia di stelle cadenti come lacrime celesti, intitolata appunto, dal giorno dedicato al santo, X agosto: «San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade, perché si gran pianto / nel concavo cielo sfavilla...».
(fonte: Famiglia Cristiana)

giovedì 30 luglio 2026

30 luglio Giornata internazionale dell’amicizia - Viva l’amicizia!

Viva l’amicizia!


*****************************

30 luglio Giornata internazionale dell’amicizia 

Il nostro mondo affronta molte sfide, crisi e divisioni – come la povertà, la violenza e le violazioni dei diritti umani – che minano la pace, la sicurezza, lo sviluppo e la coesione sociale.

Affrontare queste problematiche, richiede un’azione profonda e condivisa sulle loro cause strutturali. In questo contesto, la solidarietà umana gioca un ruolo fondamentale, assumendo molte forme, tra cui una delle più semplici ma potenti: l’amicizia.

Celebrata ogni anno il 30 luglio, la Giornata internazionale dell’amicizia, ci invita a valorizzare i legami umani come strumenti di pace. Attraverso l’amicizia, intesa come cameratismo, fiducia e connessione reciproca, possiamo contribuire a costruire una rete di protezione sociale, promuovere la comprensione interculturale e stimolare un impegno collettivo verso un futuro più giusto, sicuro e armonioso.


Background

L’idea della necessità della creazione di una Giornata internazionale dell’amicizia nasce in seguito alla proposta avanzata dall’UNESCO di definire la Cultura della Pace come un insieme di valori, atteggiamenti e comportamenti che rifiutano la violenza e promuovono la prevenzione dei conflitti agendo sulle loro radici. Questa proposta è stata adottata poi dal l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1997.

La Giornata internazionale dell’amicizia è stata proclamata ufficialmente nel 2011 dall’Assemblea con la risoluzione A/RES/65/275 riconoscendo l’amicizia tra popoli, paesi, culture e individui come forza ispiratrice per la costruizione della pace e la promozione del dialogo.

La risoluzione sottolinea inoltre il ruolo cruciale dei giovani, come futuri leader, prootori della tolleranza, dell’inclusione e del rispetto reciproco.

Come promuovere la Giornata Internazionale dell’Amicizia

La Giornata è un’occasione per rafforzare l’impegno verso una Cultura della Pace, sostenibile e duratura, attraverso azioni concrete, tra cui: 
  • Promuovere una cultura della pace attraverso l’educazione; 
  • Incentivare lo sviluppo economico e sociale sostenibile; 
  • Difendere i diritti umani universali; 
  • Garantire la parità di genere; 
  • Favorire la partecipazione democratica; 
  • Promuovere la comprensione, la tolleranza e la solidarietà; 
  • Sostenere la libertà di espressione e il libero flusso delle informazioni; 
  • Rafforzare la pace e la sicurezza internazionali.
L’ONU invita governi, organizzazioni internazionali, enti della società civile e singoli individui a partecipare attivamente alla Giornata, promuovendo eventi, iniziative e progetti volti a rafforzare la solidarietà globale, il dialogo interculturale e la riconciliazione tra i popoli.

In un mondo sempre più interconnesso, ma anche fragile, l’amicizia rappresenta un valore essenziale e un mezzo concreto per costruire ponti e superare barriere. Celebrare l’amicizia significa, oggi più che mai, investire nella pace.
(FONTE: UN)

***********

Cos'è l'amicizia vera? 
Significato, caratteristiche e spunti di riflessione sul vero senso dell'amicizia.


***********

Frasi sull’amicizia, alcune fra le più belle della letteratura

Nel corso dei secoli, tante scrittrici e scrittori illustri hanno provato a descrivere le sfumature di uno dei legami più puri e sfaccettati che ci unisce gli uni alle altre. Ecco quindi una selezione in cui sono raccolte alcune tra le più belle frasi sull’amicizia tratte dai classici della letteratura, a cominciare da Cicerone e da Aristotele, fino ad arrivare a Oscar Wilde, Mary Shelley, Toni Morrison e Luis Sepúlveda…

All’interno della vasta gamma di sentimenti che un essere umano è in grado di provare durante la propria vita, quello che ci lega a un amico o a un’amica è forse uno tra i più puri e sfaccettati di cui possiamo fare esperienza, capace di risollevarci nei momenti bui e di rendere ogni nostra gioia ancora più intensa nel momento in cui viene condivisa.

Questo spiega come mai, nel corso dei secoli, tanti grandi autori e autrici abbiano dedicato ampio spazio alle frasi sull’amicizia all’interno delle loro opere, cercando di cogliere tutte le sfumature di questo rapporto affascinante e complesso – peraltro posto spesso al centro di capolavori letterari fra cui ricordiamo, per esempio, Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse, Piccole donne di Louisa May Alcott, Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry o Il gruppo di Mary McCarthy.

A chi volesse esprimere con parole particolarmente ispirate il proprio affetto e la propria gratitudine nei confronti delle persone a cui tiene di più, o anche solo a chi stesse cercando delle frasi sull’amicizia da abbinare a dediche e biglietti di auguri personalizzati, ecco quindi una selezione in cui sono raccolte alcune tra le più belle citazioni sull’amicizia di numerosi scrittori e scrittrici del passato, da Oscar Wilde a Toni Morrison, passando per Cicerone, Mary Shelley e Luis Sepúlveda…

Frasi sull’amicizia tratte dalla letteratura

Cominciamo da una frase del monaco anglosassone Aelredo di Rievaulx (1110-1167), che nella sua opera più nota, L’amicizia spirituale (Paoline Editoriale Libri), evidenzia come proprio l’amicizia sia un complemento indispensabile nella vita di chiunque di noi:

L’amicizia è la gloria di chi è ricco, la patria di chi è in esilio, la ricchezza di chi è povero, la medicina di chi è malato, la vita di chi è morto, la grazia di chi è sano, la forza di chi è debole, il premio di colui che è forte.

A esprimere in maniera sintetica ed efficace il senso dell’amicizia è stato, ancora più in là nel tempo, l’oratore e filosofo romano Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), che nell’omonima opera L’amicizia (di cui consigliamo l’edizione Garzanti, nella traduzione di Nicoletta Marini) afferma:

I successi l’amicizia li rende più splendidi, le avversità le rende più lievi, perché le condivide e le mette in comune.


Un concetto che ha attraversato i secoli e che, in pieno ‘800, riprende e sviluppa un altro importante pensatore occidentale, ovvero Arthur Schopenhauer (1788-1860), nel cui saggio Parerga e paralipomena (Adelphi, traduzione di Eva Amendola Kuhn e di Mazzino Montinari) possiamo rintracciare una delle frasi sull’amicizia più evocative della sua produzione:

L’amicizia vera e autentica presuppone una partecipazione sentita, puramente oggettiva e pienamente disinteressata, alle gioie e ai dolori di un’altra persona, partecipazione che a sua volta si basa su di un vero identificarsi con l’amico. A tutto ciò l’egoismo della natura umana è tanto contrario, che la vera amicizia appartiene alle cose, di cui, come dei colossali serpenti marini, non si sa se siano leggendarie, oppure esistano da qualche parte.

Torna quindi l’idea di empatia e vicinanza, a sua volta accompagnata da almeno altri due presupposti fondamentali da considerare se si vuole costruire un rapporto solido e duraturo. Il primo lo esprime in modo particolarmente incisivo Honoré de Balzac (1799-1850) nel racconto Un grand’uomo di provincia a Parigi appartenente al ciclo delle Illusioni perdute (Garzanti, traduzione di Argia Micchettoni):

Ciò che rende le amicizie indissolubili e raddoppia il loro fascino è un sentimento che manca all’amore, la sicurezza.


Per il secondo, invece, facciamo appello alla penna toccante ed evocativa di Luis Sepúlveda (1949-2020), scrittore cileno venuto a mancare pochi anni fa, e che nei suoi romanzi ha sempre trattato l’amicizia come un vincolo sacro tra esseri umani e animali. Ecco perché, nel suo commovente Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (Guanda, traduzione di Ilide Carmignani), si legge:

Un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro.

Se poi attingiamo ancora una volta al mondo classico, ci imbatteremo in alcune frasi sull’amicizia che assomigliano quasi a delle massime, a delle brevi pillole di saggezza da tenere a mente nella nostra esperienza personale per ricordarci a cosa dare la priorità.

Maestro in quest’arte è stato senza dubbio il filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.), che in una raccolta basata sulle lezioni sull’etica da lui tenute (l’Etica Nicomachea, di cui consigliamo l’edizione Bompiani a cura di Claudio Mazzarelli) lascia detto:

Senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se avesse tutti gli altri beni.


E di insostituibilità parla a sua volta Kahlil Gibran (1833-1931) ne Il profeta (Garzanti, traduzione di Giuseppe Maugeri), il sapiente compendio delle risposte date dal poeta libanese agli inesauribili misteri dell’esistenza. Celebre è infatti una sua frase sull’amicizia che recita:

Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. È la vostra mensa e il vostro focolare, poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace. Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo. E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore.

Un concetto quanto mai vero se pensiamo agli anni della nostra crescita, durante i quali eravamo delle persone ancora in nuce, e abbiamo però potuto contare sul sostegno e sul confronto di chi già credeva in noi e ci ha accompagnato in un delicato e spesso contraddittorio processo di formazione. Scrive non a caso l’indimenticabile autrice inglese Mary Shelley (1797-1851), nel suo Frankenstein (Garzanti, traduzione di Maria Paola Saci e Fabio Troncarelli):

Anche quando gli affetti non sono fortemente stimolati da qualità superiori, i compagni della nostra infanzia possiedono un potere sulla nostra mente, che difficilmente qualunque amico acquisito più tardi nella vita potrà ottenere. Essi conoscono le nostre inclinazioni primordiali […].

Un bisogno interiore, quello di avere al proprio fianco un’amica o amico sincero, che oltre a riguardare il nostro cuore può avere degli effetti benefici sulla nostra mente. A sottolinearlo è la scrittrice afroamericana Toni Morrison (1931-2019), Premio Nobel per la letteratura nel 1993, nell’acclamato romanzo Amatissima (Sperling & Kupfer, traduzione di Giuseppe Natale):

È un’amica della mia mente. Mi rimette insieme, amico mio. Tutti i miei pezzi, me li rimette insieme e me li dà nell’ordine giusto. È bello, sai, quando hai una donna che è amica della tua mente.


Non stupisce allora che, in nome di questo legame, si possano compiere i più alti gesti di altruismo, arrivando a sacrificare quanto di più caro si possa avere. Lo esprime con un tocco di lirismo il letterato e avvocato tedesco Fred Uhlman (1901-1985), nel cui romanzo L’amico ritrovato (Feltrinelli, traduzione di Mariagiulia Castagnone) è presente questa indimenticabile frase sull’amicizia:

Ho esitato un po’ prima di scrivere che avrei dato volentieri la vita per un amico… ma sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.

A un polo praticamente opposto si colloca, al contrario, il dandy inglese Oscar Wilde (1854-1900), passato alla storia per avere elaborato alcune fra le sentenze più taglienti e più brillanti di sempre, e che nella raccolta Aforismi (Newton Compton, a cura di Riccardo Reim) chiosa con ironia:

Un amico è qualcuno che ti conosce molto bene e, nonostante questo, continua a frequentarti.


A dare un senso quasi sacro all’argomento, e a riconoscere il valore dell’intimità e delle confidenze su cui possiamo contare con le persone alle quali teniamo di più, è inoltre il celebre scrittore Alessandro Manzoni (1785-1873), che nel suo capolavoro I promessi sposi (Garzanti) inserisce una frase sull’amicizia di forte pregnanza:

Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto.

E concludiamo infine con una frase sull’amicizia dello scrittore e drammaturgo scozzese Robert Louis Stevenson (1850-1894), capace nelle sue opere di ispirare sentimenti eroici e potenti, davanti ai quali nessuno può restare davvero indifferente. La citazione è tratta dal racconto odeporico Viaggio con un somaro nelle Cevenne (Ugo Mursia Editore, traduzione di Barbara Mirò), e dice così:

Nei nostri viaggi l’incontro migliore che possiamo fare è un amico sincero; fortunato è colui che ne trova molti. Anzi, viaggiamo proprio per incontrarli; essi sono lo scopo e la vera ricompensa della vita perché ci aiutano a essere degni di noi stessi; e proprio quando siamo soli, li sentiamo più vicini.
 (fonte: Il Libraio, articolo di Eva Luna Mascolino 23.07.2026)