Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta LOTTA ALLA MAFIA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LOTTA ALLA MAFIA. Mostra tutti i post

giovedì 8 gennaio 2026

E' morto monsignor Raffaele Nogaro: il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra - Il ricordo di Roberto Saviano: ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava

E' morto monsignor Raffaele Nogaro:
il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra

[Nel giorno dell'Epifania 06/01/2026] Il prelato, che per quasi 20 anni ha guidato la diocesi del Capoluogo, aveva 92 anni. Sempre schierato al fianco degli ultimi e a tutela dell'ambiente. Amico di don Peppe Diana si è battuto per la sua canonizzazione

Il vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro

E’ morto monsignor Raffaele Nogaro. Il vescovo emerito di Caserta aveva 92 anni. L'annuncio del vescovo di Caserta Pietro Lagnese: “Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Caserta, con profondo dolore vi annuncio che qualche istante fa ha concluso la sua giornata terrena monsignor Raffaele Nogaro. Affidiamo padre Nogaro alla misericordia di Dio e ringraziamo il Signore per averlo donato a tutti noi”.

Per 19 anni vescovo di Caserta

Nato a Gradisca, in provincia di Udine, Nogaro è stato ordinato presbitero nel 1958. Nel 1982 papa Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Sessa Aurunca e nel 1990 approda alla diocesi di Caserta dove si insedia il 16 dicembre e resta fino al 2009, quando lascia la guida della chiesa casertana per sopraggiunti limiti di età. Da vescovo emerito ha comunque deciso di rimanere a vivere all’ombra della Reggia, proseguendo nel suo impegno civico e pastorale sempre al fianco degli ultimi e pronto a scendere in piazza per i diritti della sua gente.

Il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra e difeso l'ambiente

Monsignor Nogaro è stato un vescovo “di frontiera”: ha sfidato la camorra, definendola un male assoluto: “La camorra in Campania impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro”, scrisse in una lettera aperta. Un impegno a difesa dei deboli, dell'accoglienza stranieri con la naturalezza di chi crede davvero che nessuno sia forestiero sulla terra. Nogaro ha fatto parte della commissione ecclesiale per le migrazioni, organismo della Cei preposto al coordinamento della pastorale migratoria, continuando a operare per l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati.

Ha combattuto per l’ambiente, portando avanti battaglie coraggiose come quella per la bonifica di Lo Uttaro - che lo vide in prima linea - o per la chiusura delle cave dei Monti Tifatini.

Le battaglie per la pace, tra i ‘preti contro il genocidio’ in Palestina

Convinto pacifista, Nogaro si è sempre schierato contro la guerra arrivando a parlare di scomunica per i parlamentari che avevano votato a favore dell’ingresso dell’Italia nel conflitto in Afghanistan. Nel 2000 la Regione Campania gli ha conferito il premio per la Pace e i Diritti Umani assieme a Nelson Mandela e Daisaku Ikeda. Tra le ultime iniziative intraprese per la pace Nogaro è entrato a far parte della rete dei preti contro il Genocidio in Palestina, una posizione differente da quella assunta dallo stesso Vaticano che non ha mai utilizzato la parola 'genocidio' per quanto accaduto nella Striscia di Gaza.

L'impegno per la canonizzazione di don Diana: “Martire della libertà”

E’ stato uno dei più forti sostenitori della canonizzazione di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra nel 1994 per aver difeso la dignità del suo popolo, che amava definire “martire della libertà”. “Solo se la chiesa lo proclama “beato-benedetto e bravo”, attribuisce a se stessa la dignità della lotta fino all’ultimo sangue, contro la camorra”, scriveva Nogaro in una sua lettera del 2010.

Una posizione scomoda quella di Nogaro contro la camorra che venne apprezzata dallo stesso don Peppe Diana, al quale era profondamente legato: "Questo vescovo in prima fila con i disoccupati in lotta, con gli extracomunitari, contro la corruzione, rappresenta per noi un modello dal quale attingere entusiasmo e valori", disse il parroco di Casal di Principe nel corso di una sua omelia rivolgendosi a Nogaro.

La fede che non ha paura di sporcarsi le mani

Oggi Caserta perde un maestro, un padre, un uomo che ha saputo unire mitezza e coraggio. Ma resta la sua eredità: una fede che non ha paura di sporcarsi le mani, una parola che consola perché nasce dalla vita, e quella testarda speranza che, fino all’ultimo, ha continuato a indicare un orizzonte di giustizia e pace.
(fonte: CasertaNews, articolo di Attilio Nettuno 06/01/2026)

*********************

Il ricordo di Roberto Saviano:
Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava


Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, non c’è più.
Non sono credente, eppure l’espressione “è tornato alla casa del Padre” con lui smette di essere formula.

Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi.
Ha sostenuto il Banco Alimentare e progetti di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, mettendo al centro la dignità e la solidarietà. 

Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza.
Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita. 

Quando l’incendio del “ghetto” di Villa Literno attirò l’attenzione pubblica, lo definì persino un “incendio di Stato”, denunciando lo scarso impegno istituzionale nell’affrontare la questione. 

La sua fu una Chiesa che non restò in silenzio.
Sempre in prima linea, Nogaro denunciò la camorra e le sue connessioni sociali, criticando corruzione e silenzi compiacenti, e ritenendo che la neutralità ecclesiastica fosse spesso sinonimo di complicità. 

Dopo l’omicidio di don Giuseppe Diana, sacerdote antimafia ucciso dalla camorra, Nogaro scelse senza esitazione di schierarsi, trasformando quella tragedia in appello pubblico e impegno civile anziché in commemorazione sterile. 

Chiese alla Chiesa di smettere di essere fortezza
e tornare a essere casa: casa accogliente, casa che non chiede documenti all’ingresso ma responsabilità e libertà nel cuore di chi la abita.

Se una casa del Padre esiste, lui ci arriva da chi ha imparato, qui, come rendere abitabile il mondo.
(fonte: bacheca facebooke di Roberto Saviano 06/01/2026) 

*********************

La celebrazione delle esequie si terrà venerdì 9 gennaio, alle 10, nella Chiesa Cattedrale di Caserta.


giovedì 23 maggio 2024

STRAGE DI CAPACI, LENZUOLO BIANCO, COME E PERCHÉ È DIVENTATO UN SIMBOLO ANTIMAFIA

STRAGE DI CAPACI, LENZUOLO BIANCO, COME E PERCHÉ È DIVENTATO UN SIMBOLO ANTIMAFIA

Il 23 maggio, giorno dell'anniversario della strage di Capaci, compaiono lenzuoli bianchi alle finestre. Ecco come, quando e perché il drappo bianco è diventato un simbolo


Ogni anno il 21 marzo, giorno della memoria e dell'impegno per le vititme di mafia, e il 23 maggio in memoria della strage di Capaci, in cui nel 1992 sono morti i giudici Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo e con loro tre dei componenti della scorta di Falcone, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, si espongono lenzuoli bianchi alle finestre. Il lenzuolo bianco è un simbolo contro la mafia che ha una lunga storia. Vediamo che cosa significa e perché.

Quando è nato il cosiddetto “movimento dei lenzuoli” i flash-mob, intesi come manifestazioni improvvisate reclutate via web, non erano neppure immaginabili, per la semplice ragione che il web era di là da venire. Eppure in qualche modo la manifestazione dei lenzuoli e il suo simbolo sono stati un flash-mob ante litteram, convocato con un mezzo meno tecnologico: un volantino. Lo stampò nel 1992 Marta Cimino, assistente sociale, laureata in sociologia a Trento, figlia di due giornalisti dell’Ora di Palermo, giornale che divenne un simbolo per le sue inchieste scomode contro Cosa nostra e per le foto di Letizia Battaglia. Era tra i fondatori e ideatori di quello che è passato alla storia come il “comitato dei lenzuoli”: il volantino infatti chiamava a raccolta i giovani di Palermo e la società civile scossa dalle stragi di Capaci e Via d’Amelio, chiedendo loro di uscire allo scoperto e di dire no a Cosa nostra. Chiedeva di appendere alle finestre lenzuoli bianchi, con una scritta che ne rendesse esplicito il messaggio, tra il 19 e il 23 di ogni mese, in ricordo della strage di Capaci avvenuta il 23 maggio e di quella di via d’Amelio avvenuta il 19 luglio 1992, in cui morirono con il giudice Paolo Borsellino gli agenti Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina e Agostino Catalano. Ma non si limitava a questo, aggiungeva 9 consigli scomodi al cittadino che vuole combattere la mafia, che andavano dal dovere di educare al rispetto della legalità alla denuncia delle estorsioni alla rivendicazione dei diritti senza chiederli come favori, a schierarsi insomma dalla parte dello Stato.

C’era nel volantino già la consapevolezza che il lenzuolo da solo avrebbe avuto sì un significato come simbolo ma che non sarebbe bastato senza un cambiamento di mentalità che portasse a seguire anche agli altri nove punti. Molto si è fatto da allora e in modo meritorio da tanti punti di vista, molta strada si è fatta anche grazie alla giornata della legaliltà, ma ancora nel 2011, in una lezione all’Università statale di Milano, Ilda Boccassini, magistrato, amica di Falcone, a lungo impegnata sul fronte della criminalità organizzata, che indagò sulla strage di Capaci a Caltanissetta e sulla ‘ndrangheta al Nord a Milano, metteva in guardia i giovani che la ascoltavano, invitandoli a far seguire alle manifestazioni e alle parole comportamenti coerenti: «Quando sono andata a Palermo sono stata felice di vedere i lenzuoli alle finestra e la società civile reagire, ma ricordo che nei primi anniversari del 23 maggio, in Via Nortarbartolo, dove viveva Falcone, nel centro benestante di Palermo, nessuno si affacciava alle finestre. Ricordo, una volta un bellissimo concerto di Nicola Piovani in piazza, commovente per quello che rappresentava, e sui balconi non c’era nessuno. Nella mia mente questo ricordo è più presente di quello delle lenzuoli».

Dei lenzuoli bianchi, del loro significato e di quella stagione difficile ha parlato in occasione del suo 90° compleanno, anche padre Bartolomeo Sorge, che ha vissuto avuto la scorta per sette anni avendo come capo scorta Agostino Catalano, saltato in aria con Borsellino a via d’Amelio: «L’esperienza più drammatica e bella della mia vita apostolica - ha ricordato a Tv2000 - , è stata quando ho visto una catena umana di 3 chilometri, uomini e donne, giovani e vecchi che si davano la mano attraversando la città e dicendo “basta con la mafia». Prima di arrivare a Palermo la gente invece aveva paura di nominare la parola mafia. Si guardavano intorno mentre parlavano. Poi ho visto le lenzuola alle finestre dei quartieri popolari di Palermo. Quella era veramente una vittoria». La catena umana cui alludeva è quella che si è formata a Palermo, nel trigesimo della strage, il 23 giugno del 1992.

Per tutto questo non è stato un caso che Papa Francesco, nel 2018, in vista al quartiere palermitano di Brancaccio - dove visse e venne ucciso don Pino Puglisi, prima vittima di mafia dichiarata martire della fede – sia stato salutato con lenzuoli bianchi ai balconi. Dal 1992, infatti, in Italia, anche senza scritte a corredo sono riconosciuti come un simbolo antimafia.
(Famiglia cristiana, articolo di Elisa Chiari 22/05/2024)

martedì 23 aprile 2024

Addio Vincenzo Agostino, simbolo dei familiari delle vittime innocenti delle mafie - Il ricordo di don Ciotti e di mons. Lorefice

Addio Vincenzo Agostino, 
simbolo dei familiari delle vittime innocenti delle mafie

Riferimento tra i familiari delle vittime innocenti delle mafie, Vincenzo Agostino è scomparso il 21 aprile. Per tre decenni ha lottato insieme alla moglie Augusta Schiera per ottenere verità e giustizia sugli omicidi del figlio Nino e della nuora Ida Castelluccio, avvenuti il 5 agosto 1989


Chi negli ultimi anni ha partecipato, per la prima volta, alle manifestazioni nazionali in memoria delle vittime innocenti di mafia, non poteva non notarlo. Vincenzo Agostino si poteva individuare facilmente: alto, occhi azzurri e con una lunga barba bianca, lunga quanto la sua ricerca di verità sull’omicidio del figlio, l'agente di polizia Nino Agostino, e della nuora incinta, Ida Castelluccio, uccisi da Cosa nostra il 5 agosto 1989 a Carini (Palermo): a quel punto l'uomo aveva deciso che non l’avrebbe mai rasata fino a quando non avrebbe trovato verità e giustizia. Insieme alla moglie Augusta Schiera, scomparsa nel febbraio 2019, Vincenzo Agostino era diventato un rappresentante di tutti quei familiari di vittime delle mafie impegnati in una dignitosa battaglia per ottenere giustizia e verità. Non c'era nell'ultima manifestazione, quella del 21 marzo scorso a Roma, fermato dal male che l'ha portato via oggi (21/04/2024), all'età di 87 anni.

Vincenzo Agostino e Augusta Schiera, riferimenti per i familiari delle vittime della mafia

“Era un riferimento importante per tutti i familiari di vittime delle mafie per la sua compostezza e la sua rivoluzione gentile – spiega Daniela Marcone, dell’ufficio di presidenza di Libera e responsabile del settore Vittime –. Determinato, mai fuori posto, nonostante la rabbia. Se ne va un pezzo importante della nostra rete”.

“Nostro compagno di percorso, guida preziosa e unica per tutte e tutti coloro che sono in cammino per conoscere la verità su una grave ingiustizia subita – lo ricorda Libera –. Come lui e la sua amata moglie Augusta, le sue figlie e figlio, che hanno vissuto un dolore insopportabile per la perdita del figlio Nino e della nuora Ida. Eppure, Vincenzo ha trovato la forza e il coraggio di costruire un percorso di memoria e impegno verso l’obiettivo della verità , una vera e propria rivoluzione gentile che ha segnato le tappe per tante e tanti". Vincenzo Agostino, insieme alla moglie, hanno sempre portato la loro testimonianza dove necessario. Alcuni lo ricordano intervenire nelle scuole e nei campi estivi in Sicilia, a incontrare giovani arrivati da tutta Italia a cui raccontava la storia del figlio e della nuora. ...

Leggi tutto da lavialibera

****************

Vincenzo Agostino, il ricordo di don Luigi Ciotti

La sua barba segno della sua determinazione nel cercare verità e giustizia

Una barba lunga come lunga è stata la sofferenza di Vincenzo: 35 anni di lutto per un figlio ammazzato dalla mafia. Era il suo tratto distintivo, che ce lo faceva riconoscere in mezzo alla folla nelle manifestazioni e negli incontri pubblici. Lo vedevi da lontano, con la barba bianca quasi da personaggio delle fiabe, e un’espressione che sapeva trasmettere insieme tenerezza e ardore. Quella barba la vogliamo oggi ricordare come il segno della costanza di Vincenzo, della sua determinazione nel cercare verità e giustizia per suo figlio, sua nuora e il loro bambino mai nato.

Era il 5 agosto del 1989 quando Nino Agostino, sua moglie Ida Castelluccio e il piccolo o piccola che portava in grembo caddero vittime di un agguato mafioso. Subito ci fu chi provò a inquinare le acque e gettare fango sulla figura di Nino, un agente di Polizia in servizio a Palermo, coinvolto in delicate operazioni contro cosa nostra. Per Vincenzo, la moglie Augusta, le sorelle e il fratello fu un dolore che si aggiungeva al dolore: ignorare il motivo dell’omicidio, e temere che l’impegno per trovare i colpevoli venisse vanificato dall’omertà e dai depistaggi, anche all’interno di quelle stesse istituzioni che Nino aveva servito con coraggio.

Nella disperazione, maturò la volontà condivisa e incrollabile di esigere la verità – una verità storica e giudiziaria – come unico tributo possibile alla morte di Nino e Ida. Ed è a questa volontà che si è aggrappato Vincenzo, insieme ai suoi famigliari, per non naufragare. Collaborando in prima persona alle indagini e offrendo una testimonianza decisiva sui fatti che avevano portato al delitto. La scelta di non tagliarsi la barba, finché non avesse ottenuto risposte chiare dallo Stato, negli anni lo ha reso una figura simbolica agli occhi di tante altre persone nella stessa situazione. Agostino non mancava mai, agli incontri dei famigliari di Libera e alle numerose occasioni di dibattito e sensibilizzazione sulla criminalità organizzata. Lo potevi incontrare in qualunque parte d’Italia ci fosse da portare una testimonianza, uno stimolo, ma anche una parola di incoraggiamento per gli altri che soffrivano come lui.

Sempre franco nel parlare, sempre generoso nel partecipare, sempre inflessibile nel chiedere conto alle istituzioni sugli sforzi in materia di contrasto alle mafie e tutela delle vittime. Se ne è andato zitto zitto, proprio quando ormai sembrava mancare pochissimo alla meta. Non ha avuto il tempo di tagliarsi la barba, ma porterà la notizia alla sua amata Augusta, mancata cinque anni fa, che sulla propria tomba aveva fatto scrivere: “Qui giace Augusta Schiera, madre dell’agente Antonino Agostino. Una mamma in attesa di giustizia anche oltre la morte”.
Ecco, tutti speriamo che quella lunga, insopportabile attesa non sia stata vana. Fra poche settimane si chiuderà l’ultimo dei processi ancora in corso sul delitto Agostino, dopo che alcune condanne sono già state emesse.
Il nostro saluto a Vincenzo è reso meno amaro dalla consapevolezza che il risultato inseguito per tutti questi anni è finalmente a portata di mano. E dalla gratitudine che proviamo perché, attraverso il suo esempio, tante altre persone e famiglie hanno trovato la forza di trasformare la memoria sofferente in un impegno di speranza.
Luigi Ciotti
(fonte: Libera)

****************

Morte Vincenzo Agostino,
il ricordo dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice

(foto di Maria Anna Giordano)
Sin dal mio arrivo a Palermo ho stretto un rapporto di amicizia e di reciproca stima con Vincenzo e Augusta Agostino, attratto dalla loro indefettibile rettitudine umana e dalla sobrietà della loro salda fede.

La lunga barba bianca di Vincenzo Agostino ha rappresentato per noi tutti il segno di un impegno di cittadinanza responsabile e attiva. Ma soprattutto un pungolo e uno sprone alle istituzioni per giungere alla verità – non ancora arrivata nella sua interezza – sull’assassinio del figlio Nino e della moglie incinta Ida Castelluccio, uccisi nel 1989 dalla perfidia mafiosa ma anche oltraggiati dai subdoli tentativi di insabbiamento e depistaggio messi in atto dopo il tragico e drammatico evento.

La sua ricerca della verità, sospinta anche dall’amore di padre e di nonno, è stata condivisa da tutti coloro che ogni giorno si impegnano – proprio sulle orme dei tanti martiri della giustizia e della legalità – a resistere alla tracotanza e alla violenza del menzognero potere mafioso.

In una città che ha assistito al sacrificio di tanti uomini e donne delle istituzioni, della società civile e della Chiesa palermitana, possa la sua credibile e costante testimonianza continuare ad essere uno sprone nella costruzione di una città degli uomini giusta e solidale, libera dalle ‘strutture di peccato’ – come la mafia -, che generano scarti umani e seminano sofferenza, sopruso, collusioni, oppressione e morte.

Le esequie di Vincenzo Agostino saranno celebrate martedì 23 aprile 2024, alle ore 11.00 nella Chiesa Cattedrale. Il rito sarà presieduto dall’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice.
(fonte: Chiesa di Palermo)



giovedì 21 marzo 2024

Tonio dell'Olio Dalla bisaccia della memoria alla mafia diffusa

Tonio dell'Olio
Dalla bisaccia della memoria alla mafia diffusa


PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 21 MARZO 2024

Questa Italia distratta forse nemmeno si accorge del carico di dolore che la bisaccia della memoria si porta in seno. Oggi a Roma sfilano le madri, i fratelli, le sorelle, i figli di quelli che hanno dato la vita per un Paese più onesto. Sono quelli che non hanno ceduto né alle lusinghe, né alle minacce e, per questo, hanno pagato il prezzo più alto.

Senza retorica diciamo che il loro sangue ha irrigato la libertà almeno quanto quello dei partigiani in un'unica grande resistenza. Ora siamo noi che dobbiamo imparare a riconoscere la presenza delle mafie che oggi si presentano più con la lusinga che con la minaccia. Ora siamo chiamati ad affinare lo sguardo perché a volte chiamiamo sapiente capacità imprenditoriale ciò che è mafia oppure continuiamo a cercarla nelle pagine della cronaca mentre occupa saldamente i titoli delle pagine economiche. Abbiamo imparato a riconoscere storicamente la guerra della mafia ma non riusciamo a chiamare per nome la mafia delle guerre che servono a portare soldi all'immenso oceano dell'industria delle armi. E non riusciamo nemmeno a chiamare con nome la mafia dell'informazione che ogni volta si scaglia contro chi toglie il velo dell'ipocrisia sanguinaria che condanna a morte per fame, malattia e violenze. Succede così a papa Bergoglio vittima di questa mafia diffusa che non si riconosce in un clan ma nella stessa mentalità.

**********

martedì 19 marzo 2024

Il Papa ricorda don Diana: costruire un mondo libero da ogni prepotenza malavitosa

Il Papa ricorda don Diana:
costruire un mondo libero da ogni prepotenza malavitosa

A trent’anni dall’assassinio del sacerdote, Francesco invia un messaggio al vescovo di Aversa Spinillo per ricordare quello che definisce “coraggioso discepolo” che si è calato nel “deserto esistenziale di un popolo”. Ricordando il suo esempio, il Pontefice lancia un messaggio ai giovani: “Costruite un futuro diverso, con il lavoro onesto e non con mani sporche di sangue"


Non c’è più il sangue nella sacrestia della parrocchia di San Nicola di Bari. Ma dopo trent’anni c'è ed è viva e vivida l’“eredità spirituale” di don Peppe Diana, quindi il suo impegno per un mondo libero “da ogni tipo di prepotenza malavitosa”, il suo servizio zelante “nel deserto esistenziale di un popolo a lui tanto caro”, quello di Casal di Principe, in provincia di Caserta, difeso fino al sacrificio della vita, il suo incoraggiamento ai giovani a liberarsi dai legacci delle organizzazioni criminali e dell’illusione dei facili guadagni. Ed è a questa “eredità” che Papa Francesco attinge per delineare un ritratto del sacerdote ucciso dalla camorra, ucciso esattamente trent'anni fa in questo giorno, il 19 marzo del 1994, e di cui nel 2014 indossò la stola al termine della veglia di preghiera con i parenti delle vittime di mafia nella Chiesa di San Gregorio VII a Roma.

Messaggio ai giovani

Francesco invia un messaggio al vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, per ricordare quel “tragico evento", commemorato in diverse diocesi d’Italia, anche dagli scout di cui il sacerdote faceva parte, e per lanciare un messaggio alle nuove generazioni:

Non lasciatevi rubare la speranza, coltivate ideali alti e costruite un futuro diverso con mani non sporche di sangue ma di lavoro onesto, senza cedere a compromessi facili ma illusori, raccogliendo l’eredità spirituale di Don Peppe per divenire, a vostra volta, artigiani di pace

Coltivare il seme della giustizia

La barbara uccisione, scrive il Papa nella missiva, da una parte, suscita commozione, dall’altra, gratitudine perché, come il seme che muore e dà frutto, la sua morte ha generato tante opere buone. Francesco ringrazia infatti l’intera comunità diocesana e specialmente i fedeli della parrocchia di Casal di Principe che vive “la sua stessa speranza di camminare insieme incarnando la profezia cristiana, che ci invita a costruire un mondo libero dal giogo del male e da ogni tipo di prepotenza malavitosa”. La riconoscenza di Francesco va anche a coloro che continuano l’opera pastorale che don Peppe ha avviato come assistente spirituale di associazioni e gruppi di fedeli, in particolare di giovani e realtà legate agli Scout.

Esprimo vicinanza e incoraggiamento a tutti Voi che, orientati dall’annuncio profetico “Per amore del mio popolo…”, perseverate sulla via tracciata da Don Diana e, con impegno quotidiano, coltivate pazientemente il seme della giustizia e il sogno dello sviluppo umano e sociale per la vostra terra

Forme di odio e sopruso nelle città

La storia di don Peppe Diana si lega all’antichità, quindi al primo fratricidio di Caino contro il fratello Abele, ma anche all’attualità con i drammatici esempi di esseri umani che alzano la mano per colpire gli altri. È ciò che “avviene nelle tante forme di odio e di sopruso che feriscono l’uomo e talvolta bagnano di sangue le strade dei nostri quartieri e delle nostre città”, sottolinea Francesco. Esorta, pertanto, a ravvivare, proprio ricordando il sacrificio del giovane prete, “quella evangelica inquietudine che ha animato il suo sacerdozio e lo ha portato senza alcuna esitazione a contemplare il volto del Padre in ogni fratello, testimoniando a chi si sente ferito il progetto di Dio, perché ciascuno potesse vivere nella giustizia, nella pace e nella libertà”.

A fronte di quella violenza e della prepotenza disumana che nega la giustizia e annulla la dignità delle persone, i cristiani sono coloro che annunziano il Vangelo e vivono la vocazione ad essere con Cristo segno di un’umanità nuova, fecondata dalla fraternità e dalla comunione

Le parole di don Peppe

A conclusione della sua lettera, Papa Francesco ricorda le parole che lo stesso don Peppe Diana pronunciò con i parroci della zona pastorale di Casal di Principe nel Natale del 1991: “Come battezzati in Cristo, come pastori… Dio ci chiama ad essere profeti. Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio”. Questo invito è ancora valido, afferma il Papa, quello, cioè, “a custodire il proposito di edificare una società, finalmente purificata dalle ombre del peccato, capace di osare un avvenire di concordia e di fraternità”.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 19/03/2024)


************



giovedì 7 dicembre 2023

Tonio Dell'Olio - Ricordando Nino Caponnetto

Tonio Dell'Olio
Ricordando Nino Caponnetto


 PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI 07/12/2023

"Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi! L'avvenire è nelle vostre mani. Ricordatelo sempre!". 

Sono alcune delle parole che Antonino Caponnetto (amorevolmente chiamato nonno Nino) rivolgeva ai ragazzi che incontrava nelle scuole promuovendo percorsi di legalità. Il 6 dicembre ricorreva il 21° anniversario della morte del capo di quel pool antimafia di Palermo con Falcone, Borsellino, Natoli, Guarnotta, Di Lello. 

Quelle parole rappresentano il sale della lotta alle mafie, sono profonde e vere. Sono la linfa di un'educazione capace di percorrere l'altra strada. Solo innamorandosi della vita si può stare sull'altra riva. È quello l'argine alla mentalità mafiogena che infetta le coscienze e il Paese fino a consentire l'esistenza delle organizzazioni criminali.


martedì 3 ottobre 2023

Don Luigi Ciotti: "Il problema è che oggi in Italia a fare la differenza è l'indifferenza!..."

Don Luigi Ciotti: "Il problema è che oggi in Italia a fare la differenza è l'indifferenza!..."


Don Luigi Ciotti intervistato da Diego Bianchi a Propaganda Live venerdì 29 settembre

Problema migranti

"... Il problema dei migranti, che ci poniamo spesso, sono delle deportazioni indotte. Hanno il diritto, come ci ricorda Papa Francesco, di restare nella loro terra, se ci sono le condizioni ... l'Africa sarebbe ricca se noi non gli portassimo via i suoi patrimoni, adesso però li respingiamo sempre e questo credo che sia una grande vergogna e questo è mortificante... 
Da 40 anni il gruppo in cui io vivo è in Africa, in Costa d'Avorio, che viene considerato Paese sicuro, ma guarda caso ho visto bambini morire di fame, di sete, perché non hanno l'accesso ai farmaci, che qui sarebbero facili da trovare... c'è la disperazione e noi li chiamiamo Paesi sicuri, andiamo a offrirgli quattro soldi perché si riprendano i migranti. È questo il modo di affrontare i problemi dell'umanità? Grida vendetta vedere tutto questo ... non fa onore al nostro Paese. 

Fa onore sentire che vogliono lottare contro i mandanti dei grandi traffici, su questo siamo d'accordo tutti, ma creiamo i flussi regolari perché le persone che sono nel bisogno possano essere accolte, accompagnate, rispettate, riconosciute. È stata la storia anche di milioni di italiani ... 

È mortificante vedere che si mandino le navi, le ong nel porto più lontano; lo si fa sulla pelle della disperazione e della sofferenza della gente, e di fronte a questo non si può stare zitti! Non dobbiamo stare zitti nessuno perché la malattia più terribile è sempre delegare qualcuno che dica delle cose, dobbiamo sentire il dovere di parlare e fare emergere questa ingiustizia; abbiamo questa responsabilità...

Il prezzo della libertà da un cpr è più o meno di 5000 euro... prezzo fissato dal Governo.
... Usiamo la nostra testa, la nostra intelligenza rischiamo di avere nel nostro Paese una cosa che non va bene, perché rischiamo che emerga sempre di più la politica della forza e non la forza della politica ...

Sui ragazzi minori che non riescono a dimostrare l'età... la maggior parte non riesce perché in alcuni Paesi non hanno neanche il registro delle nascite... I ragazzi cercano di diminuire l'età, ma le ragazze di aumentarla, perché qualcuno gli ordina di fare questo ... è il circuito della prostituzione.

Il problema sono anche gli italiani, ci vuole una rivoluzione delle coscienze che parte da qua (dal cuore) perché non è possibile accettare queste modalità questi linguaggi e queste politiche.

 Problema mafia

"... Non possiamo dimenticarci che l'ultima mafia è sempre la penultima perché possono scomparire alcuni personaggi, ma l'ultima mafia è sempre la penultima, perché nel codice genetico dei mafiosi c'è sempre un imperativo: il rigenerarsi; è la storia che ci ha consegnato questo.

E noi non possiamo continuare a tagliare la mala erba solo in superfice, quello che viene fatto da 150 anni, dobbiamo estirpare il male alla radice... è veramente una grande sfida culturale, educativa, sociale. Lotta alla mafia vuol dire casa, lavoro, cultura, scuola, sanità che funziona, vuol dire le politiche sociali. Continuiamo solo a rincorrere i sintomi, ma dobbiamo estirpare il male alla radice, non dimenticandoci che oggi le mafie restano uguali sempre alla loro sostanza, ma hanno cambiato la modalità, strategie, usando anche le nuove tecnologie, hanno aperto fronti diversi e quindi ci vuole ancora uno scatto in più, ma la risposta oggi deve essere una risposta collettiva, ci vuole anche qui una rivolta delle coscienze... 

Non possiamo da 150 anni continuare a parlare di mafia, se solo affidiamo questo compito, e lo dico con rispetto e gratitudine, a chi dà una risposta giudiziaria e fa quelle inchieste, e non affrontiamo l'altro nodo... L'Italia è all'ultimo posto in Europa per la povertà educativa. ... 

Il problema è che oggi in Italia a fare la differenza è l'indifferenza!...".


Guarda il video




venerdì 15 settembre 2023

Il lascito di don Pino Puglisi al mondo della Chiesa

Il lascito di don Pino Puglisi al mondo della Chiesa

Il 15 settembre il trentennale dell’omicidio del parroco palermitano, ucciso a causa del suo impegno per la legalità


Dal 1970/1971 al 1992/1993: quasi 25 anni di stragi e delitti di mafia, dalla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e dell’uccisione del procuratore Pietro Scaglione a Falcone, Borsellino e agli attentati di Firenze, Roma e Milano. Commemorazioni che culminano a settembre con le cerimonie per Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giudice Cesare Terranova e don Pino Puglisi, del quale ricorrono i trent’anni del martirio. Un anniversario che si preannuncia emblematico e per molti versi rivoluzionario quello del parroco palermitano ucciso alla mafia.

Don Pino è infatti un martire da venerare e un eroe civile

Un esempio da seguire. Per don Pino Puglisi i tre decenni trascorsi dalla sera dell’agguato mortale compiuto il 15 settembre 1993 da due sicari della cosca mafiosa capeggiata dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, non solo non sono stati scalfiti dall’oblio e dalla retorica ma anzi sono lievitati fino a trasformarsi in dirompenti termini di paragone fra l’incisività missionaria di Don Pino e quel che è rimasto della sua eredità spirituale.

Sulla scia dell’anatema di Papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento contro i padrini di Cosa nostra (“Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio”) il parroco non perdeva occasione per ricordare ai fedeli che alla mafia c’era eccome un’alternativa. Che la sopraffazione non si poteva accettare. Che occorreva ribellarsi. E soprattutto insegnava carità e legalità ai figli dei mafiosi alunni delle elementari della borgata di Brancaccio. Diametralmente all’opposto dell’intento criminale di mettere a tacere la voce della coscienza cristiana, l’uccisione di 3P, come veniva affettuosamente chiamato padre Pino Puglisi, ha invece segnato la maledizione dei godfather brothers, i fratelli padrini Graviano e dell’intera mafia.

All’arresto dei due boss fino allora latitanti di lusso fra Venezia, Milano e il lago di Garda è seguito infatti il clamoroso pentimento dei killer del sacerdote, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, che hanno rivelato l’intera trama di connivenze politico affaristiche e delineato la strategia terroristica delle stragi di Capaci e via D’Amelio e delle bombe dell’estate del 1993. Una maledizione che con le morti in carcere dei capi dei capi Totò Riina e Bernardo Provenzano e la recente cattura di Matteo Messina Denaro sembra aver concretizzato l’implicita profezia della fine della mafia degli anni Ottanta, prospettata dal Pontefice polacco e ribadita di recente da Papa Francesco. Un sipario che incombe anche sull’ipotetico ed epocale miracolo al limite dell’impossibile che potrebbe essere attribuito al Beato Puglisi: l’eventuale pentimento dei Graviano i quali, poco più che sessantenni, restano in bilico fra la scelta di marcire in carcere per il resto delle loro esistenze e la possibilità di seguire in qualche modo da vicino l’adolescenza dei loro figli.

Cause ed effetti che visti dalla parte della Chiesa rappresentano il punto di partenza della doppia scossa dell’anatema di Wojtyla e dell’assassinio di Padre Puglisi, che ha mobilitato per oltre un decennio le Diocesi siciliane allora guidate dall’Arcivescovo di Palermo, cardinale Salvatore Pappalardo, già precursore fin dai tempi del maxiprocesso di omelie di denuncia e di scomuniche nei confronti di cosa nostra. Da allora la spinta antimafia e soprattutto la presenza missionaria della chiesa siciliana nelle periferie sembra essersi però complessivamente arenata.

Lo hanno denunciato anche due sacerdoti di frontiera di Palermo, don Cosimo Scordato e padre Francesco Romano che, alla vigilia del Sinodo universale dei Vescovi che si terrà a ottobre, in un libro di imminente pubblicazione tracciano un dirompente confronto fra l’attualità ecclesiale e l’esempio di Padre Puglisi. Radiografando fede e malafede i due sacerdoti affrontano temi scottanti, come il ruolo paritario che nella Chiesa andrebbe riconosciuto alle donne, il celibato, e puntano il dito contro gli episcopati spesso burocratici, distanti dai fedeli e invece contigui al potere politico. Un’analisi con lo sguardo rivolto soprattutto alla chiesa del futuro. Che è in sostanza quella profetizzata da Padre Puglisi. Una Chiesa incentrata su valori trascendentali e diritti universali, ma calata nella realtà e non ridotta a custode di incommensurabili patrimoni artistici e monumentali ed all’utilizzazione di basiliche e parrocchie soltanto per battesimi, matrimoni e funerali. “Se non vogliamo ridurre don Pino Puglisi a un santino – ha detto don Franco Romano – bisogna uscire dal chiuso delle Sacrestie e confrontarci con la modernità”.

“Quelli di Padre Puglisi sono valori antidoto all’insulso individualismo e alle ingiustizie” ha ricordato il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, che non a caso presiederà nella Cattedrale normanna di Palermo la solenne concelebrazione commemorativa dell’anniversario del martirio del Beato Puglisi. Cerimonia in cui è attesa la significativa presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella. Un intervento diretto, quello di Zuppi, che oltre a rivelare l’attenzione del Vaticano, assume il valore di incoraggiamento e sostegno alla Chiesa siciliana affinché rilanci lo spirito di Padre Pino Puglisi.

“Altro che uomini d’onore, come amano definirsi: i mafiosi sono dei vigliacchi! La Chiesa deve e può fare molto per combattere la mafia” ha recentemente affermato il presidente della Conferenza episcopale italiana, testimone di una Chiesa in cui contano nuovamente più gli esempi che le parole.
(fonte: Quotidiano di Sicilia, articolo di Gianfranco D'Anna 05/09/2023)

************
Vedi anche i post precedenti:

Mattarella ricorda don Puglisi a 30 anni dall'assassinio: Oggi don Puglisi è simbolo di libertà, di uguaglianza e giustizia, di amicizia e solidarietà... è anche un eroe civile.

Mattarella ricorda don Puglisi a 30 anni dall'assassinio:
Oggi don Puglisi è simbolo di libertà, di uguaglianza e giustizia, di amicizia e solidarietà... è anche un eroe civile.

Il Presidente Mattarella con i fratelli di don Pino Puglisi
(foto Quirinale)

Dichiarazione inviata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all'Osservatore Romano in occasione del 30° anniversario dell'assassinio di don Pino Puglisi:

«I killer mafiosi uccisero don Pino Puglisi con vigliaccheria e ferocia, tendendogli un agguato mentre la sera tornava nella sua casa, sempre aperta a chi aveva bisogno. Ma ciò che la mafia voleva ottenere con quel brutale assassinio – eliminare un simbolo, spegnere un motore del riscatto sociale del quartiere Brancaccio e di Palermo – non l’ha conseguito. La testimonianza di don Puglisi è divenuta ancor più di esempio, la sua opera di educatore alla libertà si è propagata, i semi da lui gettati sono cresciuti nelle coscienze di tanti cittadini, soprattutto dei giovani a cui ha dedicato il sacrificio della sua vita.

Oggi don Puglisi è simbolo di libertà laddove tenta di imporsi l’oppressione criminale, simbolo di uguaglianza e giustizia dove l’emarginazione segna le relazioni sociali, simbolo di amicizia e solidarietà dove talvolta appare difficile contrastare la subcultura della violenza.

I valori evangelici che animavano la sua azione quotidiana trovano corrispondenza nei valori civili espressi nella Costituzione repubblicana. Questo aspetto sottolinea come don Puglisi sia anche un eroe civile.

La Repubblica è riconoscente a don Pino Puglisi e lo ricorda con commozione a 30 anni dalla morte. La memoria del suo appassionato impegno per il diritto di ogni persona a una vita degna costituisce un ancoraggio e un impulso costante alle Istituzioni, alle forze sane della società, ai singoli cittadini per operare nella legalità e nella giustizia.

Don Puglisi era nato a Brancaccio e vi era tornato per svolgere il suo servizio pastorale. Proprio questo suo radicamento esprimeva un significato e una forza che i capi mafiosi - mandanti dell’esecuzione - non riuscivano a tollerare. Don Puglisi dimostrava con le parole e con i fatti che è giusto resistere e ribellarsi alle logiche criminali, che la mafia può e deve essere sconfitta perché quelli in gioco sono i diritti elementari e la dignità stessa di tutti gli esseri umani.

Per tutte queste ragioni l’insegnamento di don Pino Puglisi continuerà a vivere nella Comunità nazionale, generando ancora responsabilità e speranza».

Roma, 15/09/2023

************

Vedi anche il post precedente:


giovedì 14 settembre 2023

Trenta anni fa il martirio di don Pino Puglisi - Messaggio di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo - Appuntamenti

Trenta anni fa il martirio di don Pino Puglisi

Domani nella cattedrale di Palermo la Messa in memoria del sacerdote ucciso dalla mafia. Le manifestazioni dell’arcidiocesi e del Centro “Padre Nostro”, fondato dal prete beatificato nel 2013, hanno preso il via lo scorso maggio e si concluderanno a dicembre


La sera del 15 settembre di trenta anni fa la mafia uccideva padre Pino Puglisi nel giorno del suo 56.mo compleanno. Sacerdote della parrocchia San Gaetano, nel difficile quartiere di Brancaccio a Palermo, punto di riferimento per le famiglie e fondatore nel 1991 del Centro Padre Nostro, don Pino sorrise al suo assassino e disse: “Me lo aspettavo”.

Padre Puglisi sapeva di essere ormai nel mirino della mafia per la sua opera contro la criminalità organizzata, parlando ai giovani, togliendo la bassa manovalanza alla delinquenza. “Il primo dovere a Brancaccio è rimboccarsi le maniche - diceva - e i primi obiettivi sono i bambini e gli adolescenti: con loro siamo ancora in tempo, l’azione pedagogica può essere efficace”. La sentenza di morte decisa dalla mafia che temeva l’impegno educativo di questo pastore di frontiera, mite e sapiente, non ha fermato l’azione di don Pino.

Come ha ricordato Papa Francesco in occasione della visita pastorale a Palermo per il 25.mo del martirio di padre Puglisi: “Quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: “C’era una specie di luce in quel sorriso”.

Dieci anni fa la Beatificazione di padre Puglisi al Foro Italico

La causa per il riconoscimento del martirio di don Giuseppe Puglisi è iniziata a livello diocesano nel 1998, a cinque anni dal delitto, per volere del cardinale Salvatore De Giorgi, allora arcivescovo di Palermo. “Non sono un biblista, non sono un teologo, né un sociologo, sono soltanto uno che ha cercato di lavorare per il Regno di Dio”, diceva di sé don Pino Puglisi, ucciso in odium fidei, proclamato beato il 25 maggio 2013 al Foro Italico del capoluogo siciliano, prima vittima della mafia riconosciuta come martire della Chiesa.

Per l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, come afferma nel videomessaggio in occasione del 30,mo del sacrificio del beato, nel martirio in odium fidei “c’è l’eredità di Pino Puglisi per la Chiesa palermitana perché è una fede che si incarna nella concreta vita degli uomini e delle donne dove il Vangelo deve arrivare attraverso la Chiesa missionaria che ha la gioia di condividere il Vangelo, che non è solo una dottrina, ma è una bella notizia che arriva come opportunità e come forza di liberazione di tutto l’uomo. Questo è il messaggio più vero, più forte, più autentico”. Il sorriso di padre Puglisi, scolpito nella memoria dei palermitani, come il suo pensiero, “se ognuno fa qualcosa”, accompagnano, spronano, motivano, ispirano ancora oggi chi lo ricorda e si rivolge al beato con amore, devozione e gratitudine.

La lettera di Francesco nel 30.mo del martirio e l’indulgenza plenaria

A trent’anni dalla morte di don Pino Puglisi, Papa Francesco ha voluto unirsi spiritualmente alla Chiesa di Palermo inviando lo scorso agosto una lettera all’arcivescovo Corrado Lorefice, nella quale inoltre invita i sacerdoti a seguire l’esempio del martire della fede che “concluse tragicamente la sua esistenza terrena proprio in quel luogo dove aveva deciso di essere "operatore di pace", spargendo il seme della Parola che salva, che annuncia amore e perdono in un territorio per molti "arido e sassoso", eppure lì il Signore ha fatto crescere assieme il "grano buono e la zizzania"”.

In occasione del trentesimo anniversario del martirio di padre Puglisi, su richiesta di monsignor Lorefice, Papa Francesco, ha concesso l’Indulgenza Plenaria ai fedeli e ai pellegrini che nel 2023 visiteranno i luoghi del sacerdote ucciso in odium fidei. Si potrà lucrare l’Indulgenza Plenaria alle seguenti condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. I luoghi individuati sono i seguenti: la Cattedrale di Palermo, dove riposano le spoglie del Beato, la parrocchia di San Gaetano e il Centro Padre Nostro a Brancaccio, il Centro diocesano vocazioni, la parrocchia Maria Santissima Immacolata Concezione di Godrano, dove è stato parroco, e la casa, oggi “Casa Museo Puglisi”, in cui ha vissuto e dinanzi alla quale è stato ucciso.

Le iniziative in memoria del Beato Puglisi

Una mostra fotografica, la XVIII edizione del Premio Puglisi, spettacoli e incontri anche con le scolaresche tra i tanti eventi a Palermo per ricordare don Puglisi, promossi dall’Arcidiocesi e dal Centro Padre Nostro, che si concluderanno a dicembre. Questa sera alle 21 in piazzetta Beato padre Pino Puglisi la veglia di preghiera e la fiaccolata sino al terreno dove sorgerà la nuova chiesa di Brancaccio. Domani nella Cattedrale di Palermo alle 18 la solenne Celebrazione Eucaristica concelebrata dall’Arcivescovo Corrado Lorefice e dai vescovi della Cesi. Il 20 settembre inaugurazione dell’anno scolastico 2023/2024 all’istituto comprensivo statale ‘Padre Pino Puglisi’ al quale è stato invitato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

In programma il 2 ottobre, presso l’aula magna della Facoltà teologica di Sicilia l’incontro sulla figura del Beato Puglisi, organizzato dalla Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali e dall’Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro. “I temi della Laudato si” nella spiritualità e nella attività pastorale di don Puglisi” sono i temi della tavola rotonda che avrà luogo il 25 ottobre al Rettorato Maria S.S. in Portosalvo. Il 21 dicembre il pranzo di Natale dei detenuti della casa circondariale Pagliarelli con le famiglie, a cura del Centro Padre Nostro.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandra Zaffiro 14/09/2023)

***********

Messaggio di S.E.R. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo.


***********

APPUNTAMENTI

GIOVEDI’ 14 SETTEMBRE

Ore 21.00, piazzetta Padre Pino Puglisi 5, Palermo (quartiere Brancaccio): fiaccolata lungo le strade del quartiere guidata dall’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice

La fiaccolata partirà da piazzetta Padre Pino Puglisi, nel luogo dove il Beato Puglisi venne assassinato la sera del 15 settembre 1993, e sarà guidata dall’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice. L’itinerario si snoderà fino alla parrocchia di San Gaetano e raggiungerà via Fichi d’India sino al terreno del costruendo complesso parrocchiale dedicato al Beato Giuseppe Puglisi. Organizzano la parrocchia di San Gaetano e il Centro Padre Nostro Onlus.

L’azienda di trasporto AMAT, per venire incontro alle richieste dei fedeli e di coloro che desiderano raggiungere il quartiere di Brancaccio, prolungherà sino alle ore 24.00 il servizio della linea tram 1 e delle linee autobus 212 e 226; prolungamento fino alle ore 24.00 anche per la linea autobus 101 (Stadio Renzo Barbera – Stazione Centrale).


VENERDI 15 SETTEMBRE

Ore 8.00, sito Arcidiocesi di Palermo www.chiesadipalermo.it: sarà online il numero monotematico di Poliedro, periodico dell’Arcidiocesi di Palermo, dedicato al Beato Giuseppe Puglisi.

Ore 18.00, Chiesa Cattedrale: solenne Celebrazione Eucaristica
La solenne celebrazione Eucaristica nel giorno del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi sarà presieduta da S.E. il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana con i Vescovi della Sicilia e alla presenza delle massime autorità istituzionali.

Durante la Celebrazione, a cura del Servizio Pastorale per le persone con disabilità, sarà attivo il servizio di interpretariato LIS gestito dal Gruppo Effata.

La Celebrazione sarà trasmessa in diretta streaming sui canali dell’Arcidiocesi di Palermo (YouTube Arcidiocesi di Palermo, www.chiesadipalermo.it, pagina Facebook Arcidiocesi di Palermo) grazie all’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali-Ufficio Stampa e all’Ufficio Diocesano per i Servizi informatici. La Celebrazione sarà anche trasmessa attraverso le frequenze (FM 88.0 e 106.3) di radio Spazio Noi-InBlu 2000, emittente dell’Arcidiocesi di Palermo. Il commento sarà curato da Michelangelo Nasca, Gabriella Ruiz e Gianluca Rubino.

***********

Vedi anche il post





martedì 29 agosto 2023

Don Luigi Ciotti: Contro le mafie. Il Vangelo è strumento di giustizia

L’intervento di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera - Associazione contro le mafie, a Castel Gandolfo in occasione dell’Incontro delle presidenze diocesane dell'Azione Cattolica

Contro le mafie.
Il Vangelo è strumento di giustizia


Sono molto grato all’Ac, sono emigrato dal veneto a Torino, la mia famiglia era molto povera. Credo che mi abbia salvato la parrocchia, e credo che mi abbia salvato nell’adolescenza essere in Ac – cosi don Luigi Ciotti, presidente di Libera – Associazione contro le mafie, intervenendo all’Incontro delle presidenze diocesane di Azione cattolica. Credo che mi abbia insegnato molto nell’adolescenza, mi ha dato il desiderio di lasciarmi mangiare dai poveri. Ho imparato grazie a dei punti di riferimento che ho trovato in quegli anni in quella parrocchia, nell’associazione dove sono cresciuto, e oggi nel sacerdozio, che non siamo noi che salviamo e convertiamo, è Dio che fissa gli appuntamenti con la gente. A Dio chiedo di aiutarci a fissare questi appuntamenti. Io credo che Dio ci chieda questo. È per questo che con il Gruppo Abele noi siamo al servizio della gente. Qui sono nati molti Noi, tra cui Libera.

Oggi le mafie sono ancora più forti

Libera è associazione di associazione e l’Ac fin dalla prima ora ne ha fatto parte. Oggi sono 1600 le associazioni che ne fanno parte e l’Ac ne fa parte dalla prima ora. Tante associazioni diverse, perché c’è bisogno di mettere insieme tutte le nostre forze per diventare una forza. Il problema delle mafie si è globalizzato. Oggi le mafie sono più forti di prima, e sono più forti di ieri nel nostro Paese; ma l’immaginario della gente si è fermato a Capaci. Grazie al sacrificio della gente molte cose sono cambiate, c’è meno sangue, c’è meno avvertimento di violenza, ma loro sono ancora più forti.

Nel nostro Paese a fare la differenza è l’indifferenza

Oggi nel nostro Paese a fare differenza è l’indifferenza. Siamo passati dal crimine organizzato al crimine normalizzato, perché nella testa degli italiani è diventato uno dei tanti problemi, ed è inquietante perché le mafie si alimentano della droga, che cattura fasce di giovani, nuove sostanze, poteri forti. Lo scandalo di leggi inadeguate, furbe, di parte come quelle sul gioco d’azzardo che mina la vita di tanti.

Le mafie sono forti in tante forme, dove annusano che possono investire, loro ci sono. Sono più forti perché ormai viaggiano sul piano dell’alta finanza. Nel nostro Paese siamo fermi a 31 anni fa, siamo andati indietro, loro sono più forti, li troviamo ovunque, in Italia le troviamo fortissime al Nord; restano le forme tradizionali, i grandi boss sono diventati manager, imprenditori, c’è una grande commistione tra la massoneria, i poteri politici e mafia.

L’idolatria del denaro e le mafie impoveriscono tutti

Allora capite che questa idolatria del denaro, che è molto forte nel nostro Paese, che ci impoverisce tutti, che chiede a tutti uno scatto in più, perché non si uccide solo con le armi. Si uccide bloccando una serie di politiche e servizi di opportunità per le persone. Non possiamo dimenticarci che finché non ci sarà una presa di coscienza collettiva delle gravi ricadute della peste corruttiva sulla vita di ciascuno non si faranno veri pasi avanti. Deve esserci uno scatto da parte di tutti, ognuno per la propria parte, che comincia dalla voglia di conoscenza, della consapevolezza, della corresponsabilità.

Le persone più pericolose sono i neutrali

Ma le persone più pericolose sono i neutrali. Aveva ragione don Tonino Bello quando diceva: “Non mi serve sapere chi sia Dio, mi basta sapere da che parte sta!” Questo è un tempo difficile, ma a Dio nulla è impossibile. Noi dobbiamo estirpare il male alla radice, noi tagliamo l’erba in superficie. La missione della Chiesa è essere coscienza critica e voce propositiva di valori più alti e vitali. Noi dobbiamo essere coscienza critica di questi valori e voce propositiva.

Contro le mafie dobbiamo sentirci con-sorti

Il Vangelo è strumento di giustizia. Vi sono momenti in cui tacere è una colpa e parlare è un obbligo, un imperativo categorico al quale non possiamo sottrarci, perché la nostra libertà è figlia della giustizia che sapremo conquistare. Dobbiamo sentirci con-sorti. Dobbiamo impegnarci tutti. Non basta delegare. Facciamolo di più insieme.
Quando è necessario non si può tacere, impegniamoci perché la politica si riappropri della speranza, perché è nata per dare dignità alle persone. Intendiamo la politica come servizio, perché vinca la forza della legge.

Parlano di ponti ma costruiscono muri

Anche se da noi – diciamolo – certe leggi che abbiamo calpestano le persone. Come quella sui migranti che è davanti agli occhi di tutti. Come le ONG che sono costrette a portarli lontani. Mentre qualcuno vuole fare ponti, ma in realtà costruiscono muri, stanno respingendo. Dobbiamo dirlo, perché tocca anche a noi vigilare, alzare la voce.
È pericoloso quello che sta avvenendo sull’autonomia differenziata. Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie differenziate, non può esserlo perché la libertà è un bene comune, perché le libertà devono essere uguali per tutti secondo la nostra Costituzione.

Vigiliamo perché la politica non sia ambizione e poltrone

Dobbiamo vigilare perché la politica non resti ambizione e poltrone. Ci sono persone non degne di rappresentare la sacralità delle istituzioni. Dobbiamo rendere visibile il nostro amore per Dio nelle scelte quotidiane, amore richiede umiltà e sacrificio, responsabilità e impegno. Un mondo in cui l’amore sia inseparabile dalla volontà di giustizia. Non è vero che i giovani non ci sono. Ci sono e hanno bisogno di esser ascoltati e riconosciuti. Vanno ascoltati e riconosciuti. Bisogna dotarli degli strumenti necessari per realizzare le loro capacità. Hanno bisogno di politiche che valorizzino, che gli diano strumenti. Dalla scuola al lavoro, che sono priorità di una società aperta al futuro. La domanda forte è quella di essere ascoltati, chiedono, hanno il bisogno di autenticità, di credibilità, di giustizia. Hanno fame di relazioni autentiche, hanno bisogno di luoghi di incontro, confronto, opportunità. Hanno bisogno di un dialogo intergenerazionale, devono sentirsi presi sul serio. E noi dobbiamo aiutarli a resistere, a non perdersi di animo.
(fonte: Azione Cattolica Italiana 27/08/2023)

Guarda il video


martedì 9 maggio 2023

Don Ciotti ricorda Peppino Impastato. “La corruzione e le mafie non sono fenomeni naturali, ma mali sociali frutto di nostre azioni e omissioni”

Don Ciotti ricorda Peppino Impastato. 
“La corruzione e le mafie non sono fenomeni naturali,
ma mali sociali frutto di nostre azioni e omissioni”


Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 a Cinisi (PA) venne assassinato Peppino Impastato. Ricordiamo Peppino con le parole di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele

Più passa il tempo più il vuoto di Peppino si fa sentire. Un vuoto umano e sociale, che abbiamo cercato di colmare con l’impegno nel nome suo e di mamma Felicia. Ma un vuoto anche culturale. Sì, perché Peppino è stato uno dei primi a capire la necessità di uno sguardo “meticcio”, capace di collegare la sfera etica, estetica e politica per ricavarne sintesi innovative.

Uno sguardo che sapesse collocare il fenomeno mafioso in un più ampio orizzonte di decadenza culturale, di perdita di senso del Bello, del Vero, del Giusto.

Sguardo capace dunque di provocare coscienze addormentate o addomesticate – dunque indirettamente complici – per richiamarle a un impegno che non può essere considerato un “optional” essendo la spina dorsale della cittadinanza democratica. Non si può essere democratici a intermittenza o solo quando torna comodo: la democrazia è una responsabilità a tempo pieno, una responsabilità che solo così diventa esercizio di libertà.

Oggi lo sguardo trasversale di Peppino – la sua capacità di cogliere le connessioni dove altri vedono divisioni e opposizioni – ci sarebbe molto utile per uscire da una crisi che nasce anche dagli sguardi miopi o settoriali di molta politica ed economia, sguardi incapaci, come dice Papa Francesco, non solo di progettare ma di concepire un vero cambiamento.

Sono certo che oggi Peppino non si stancherebbe di evidenziare la sostanziale differenza tra cambiamento e adattamento.

L’adattamento è una risorsa di fronte ad avversità indipendenti dalla nostra volontà. Ma le ingiustizie, la corruzione e le mafie non sono fenomeni naturali, sono mali sociali frutto di nostre azioni e omissioni. Mali che richiedono quel cambiamento profondo – interiore e sociale al tempo stesso – di cui tutta la vita di Peppino è stata testimone.

Luigi Ciotti
(fonte:  Faro di Roma  09/05/2023)