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martedì 25 novembre 2025

"In unitate fidei" - Lettera Apostolica di Leone XIV nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea (commento/sintesi e testo integrale)

Lettera Apostolica di Leone XIV nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea

In unitate fidei


«È ormai vicino il Viaggio apostolico che compirò in Turchia e in Libano. In Turchia sarà celebrato il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Per questo, oggi viene pubblicata la Lettera apostolica In unitate fidei, che commemora tale storico evento». All’Angelus di ieri Leone XIV ha annunciato così il documento, firmato e diffuso nella solennità di Cristo Re, che rilancia l’invito all’unità tra i cristiani affinché possano essere segno di pace nel mondo.

Nella Lettera il Papa incoraggia «un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità» da secoli è «il patrimonio condiviso» tra i credenti in Cristo; e ripercorrendo la storia del Concilio in cui per prima volta furono invitati tutti i vescovi, ne evidenzia il «valore ecumenico». Dal Pontefice dunque l’esortazione ai cristiani di ogni Chiesa e confessione a «camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione», lasciandosi «alle spalle controversie teologiche», per «un ecumenismo rivolto al futuro».

«Nell’unità della fede» ha come riferimento il documento della Commissione Teologica Internazionale «Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea» dell’aprile scorso, per «l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale» dell’assise apertasi il 20 maggio 325 e rimasta nella coscienza cristiana principalmente attraverso il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. «Essa — commenta Leone XIV accennando al tema del Giubileo 2025 — ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle».
(fonte: L'Osservatore Romano 24/11/2025)

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Il testo integrale

LEONE XIV

LETTERA APOSTOLICA

IN UNITATE FIDEI

NEL 1700° ANNIVERSARIO DEL CONCILIO DI NICEA

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1. Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: «Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza», formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono.

Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale. A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea.

2. «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio»: così San Marco intitola il suo Vangelo, riassumendone l’intero messaggio proprio nel segno della figliolanza divina di Gesù Cristo. Allo stesso modo, l’Apostolo Paolo sa di essere chiamato ad annunciare il Vangelo di Dio sul suo Figlio morto e risorto per noi (cfr Rm 1,9), che è il “sì” definitivo di Dio alle promesse dei profeti (cfr 2Cor 1,19-20). In Gesù Cristo, il Verbo che era Dio prima dei tempi e per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte – recita il prologo del Vangelo di San Giovanni –, «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). In Lui, Dio si è fatto nostro prossimo, così che tutto quello che noi facciamo ad ognuno dei nostri fratelli, l’abbiamo fatto a Lui (cfr Mt 25,40).

È quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. È questo il cuore della fede cristiana. Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle.

3. I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti.

Ario, un presbitero di Alessandria d’Egitto, insegnava che Gesù non è veramente il Figlio di Dio; seppure non una semplice creatura, Egli sarebbe un essere intermedio tra il Dio irraggiungibilmente lontano e noi. Inoltre, vi sarebbe stato un tempo in cui il Figlio “non era”. Ciò era in linea con la mentalità diffusa all’epoca e risultava perciò plausibile.

Ma Dio non abbandona la sua Chiesa, suscitando sempre uomini e donne coraggiosi, testimoni nella fede e pastori che guidano il suo Popolo e gli indicano il cammino del Vangelo. Il Vescovo Alessandro di Alessandria si rese conto che gli insegnamenti di Ario non erano affatto coerenti con la Sacra Scrittura. Poiché Ario non si mostrava conciliante, Alessandro convocò i Vescovi dell’Egitto e della Libia per un sinodo, che condannò l’insegnamento di Ario; agli altri Vescovi dell’Oriente inviò poi una lettera per informarli dettagliatamente. In Occidente si attivò il Vescovo Osio di Cordova, in Spagna, che si era già dimostrato fervente confessore della fede durante la persecuzione sotto l’imperatore Massimiano e godeva della fiducia del Vescovo di Roma, Papa Silvestro.

Anche i seguaci di Ario, però, si compattarono. Ciò portò a una delle più grandi crisi nella storia della Chiesa del primo millennio. Il motivo della disputa, infatti, non era un dettaglio secondario. Si trattava del centro della fede cristiana, cioè della risposta alla domanda decisiva che Gesù aveva posto ai discepoli a Cesarea di Filippo: «Voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

4. Mentre la controversia divampava, l’imperatore Costantino si rese conto che insieme all’unità della Chiesa era minacciata anche l’unità dell’Impero. Convocò quindi tutti i Vescovi a un concilio ecumenico, cioè universale, a Nicea, per ristabilire l’unità. Il sinodo, detto dei “318 Padri”, si svolse sotto la presidenza dell’imperatore: il numero dei Vescovi riuniti insieme era senza precedenti. Alcuni di loro portavano ancora i segni delle torture subite durante la persecuzione. La grande maggioranza di essi proveniva dall’Oriente, mentre sembra che solo cinque fossero occidentali. Papa Silvestro si affidò alla figura, teologicamente autorevole, del Vescovo Osio di Cordova, e inviò due presbiteri romani.

5. I Padri del Concilio testimoniarono la loro fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione apostolica, come veniva professata durante il battesimo secondo il mandato di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» ( Mt 28,19). In Occidente ne esistevano varie formule, tra le quali il cosiddetto Credo degli Apostoli. [1] Anche in Oriente esistevano molte professioni battesimali, tra loro simili nella struttura. Non si trattava di un linguaggio erudito e complicato, ma piuttosto – come si disse in seguito – del semplice linguaggio comprensibile ai pescatori del mare di Galilea.

Su questa base il Credo niceno inizia professando: «Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili». [2] Con ciò i Padri conciliari espressero la fede nel Dio uno e unico. Al Concilio non ci fu controversia al riguardo. Venne invece discusso un secondo articolo, che utilizza anch’esso il linguaggio della Bibbia per professare la fede in « un solo Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio». Il dibattito era dovuto all’esigenza di rispondere alla questione sollevata da Ario su come si dovesse intendere l’affermazione “Figlio di Dio” e come potesse conciliarsi con il monoteismo biblico. Il Concilio era perciò chiamato a definire il corretto significato della fede in Gesù come “il Figlio di Dio”.

I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è « dalla sostanza ( ousia) del Padre [...] generato, non creato, della stessa sostanza ( homooúsios) del Padre». Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario. [3] Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, “sostanza” ( ousia) e “della stessa sostanza” ( homooúsios) , che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario. L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci.

In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo.

6. Per esprimere il suo messaggio nel linguaggio semplice della Bibbia e della liturgia familiare a tutto il Popolo di Dio, il Concilio riprende alcune formulazioni della professione battesimale: «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero». Il Concilio riprende poi la metafora biblica della luce: «Dio è luce» (1Gv 1,5; cfr Gv 1,4-5). Come la luce che irradia e comunica sé stessa senza venire meno, così il Figlio è il riflesso (apaugasma) della gloria di Dio e l’immagine (character) del suo essere (ipostasi) (cfr Eb 1,3; 2Cor 4,4). Il Figlio incarnato, Gesù, è perciò la luce del mondo e della vita (cfr Gv 8,12). Attraverso il battesimo, gli occhi del nostro cuore vengono illuminati (cfr Ef 1,18), affinché anche noi possiamo essere luce nel mondo (cfr Mt 5,14).

Il Credo, infine, afferma che il Figlio è «Dio vero da Dio vero». In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente (cfr Es 3,14), il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco (cfr Es 13,21), gli parla con voce di tuono (cfr Dt 5,26) e ne ha compassione (cfr Os 11,8-9). Il cristiano è quindi chiamato a convertirsi dagli idoli morti al Dio vivo e vero (cfr At 12,25; 1Ts 1,9). In questo senso, Simon Pietro confessa a Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).

7. Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10). Per questo il Credo continua con le parole della professione battesimale: il Figlio di Dio che “per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato e si è fatto uomo, morì, il terzo giorno è risuscitato, è salito al cielo e verrà per giudicare i vivi e i morti”. Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature.

Sant’Atanasio, che aveva partecipato al Concilio come diacono del Vescovo Alessandro e gli succedette sulla cattedra di Alessandria d’Egitto, ha sottolineato più volte e con grande forza la dimensione soteriologica che il Credo niceno esprime. Scrive infatti che il Figlio, disceso dal cielo, «ci rese figli del Padre e, divenuto egli stesso uomo, divinizzò gli uomini. Non divenne Dio da uomo che era, ma da Dio che era divenne uomo per poterci divinizzare». [4] Solo se il Figlio è veramente Dio questo è possibile: nessun essere mortale può, di fatto, sconfiggere la morte e salvarci; solo Dio può farlo. È Lui che ci ha liberati nel Figlio suo fatto uomo perché fossimo liberi (cfr Gal 5,1).

Merita di essere sottolineato, nel Credo di Nicea, il verbo descendit, “discese”. San Paolo descrive con espressioni forti questo movimento: «[Cristo] svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,7). Così come scrive il prologo del Vangelo di San Giovanni, «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Per questo – insegna la Lettera agli Ebrei – «non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). La sera prima della sua morte, si è chinato come uno schiavo per lavare i piedi ai discepoli (cfr Gv 13,1-17). E l’apostolo Tommaso, solo quando ha potuto mettere le dita nella ferita del costato del Signore risorto, ha confessato: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

È proprio in virtù della sua incarnazione che incontriamo il Signore nei nostri fratelli e sorelle bisognosi: «Quello che avete fatto a loro, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Il Credo niceno non ci parla dunque del Dio lontano, irraggiungibile, immoto, che riposa in sé stesso, ma del Dio che è vicino a noi, che ci accompagna nel nostro cammino sulle strade del mondo e nei luoghi più oscuri della terra. La sua immensità si manifesta nel fatto che si fa piccolo, si spoglia della sua maestà infinita rendendosi nostro prossimo nei piccoli e nei poveri. Questo fatto rivoluziona le concezioni pagane e filosofiche di Dio.

Un’altra parola del Credo niceno è per noi oggi particolarmente rivelatrice. L’affermazione biblica «si fece carne», precisata inserendo la parola «uomo» dopo la parola «incarnato». Nicea prende così le distanze dalla falsa dottrina secondo cui il Logos avrebbe assunto solo un corpo come rivestimento esterno, ma non l’anima umana, dotata di intelletto e libero arbitrio. Al contrario, vuole affermare ciò che il Concilio di Calcedonia (451) avrebbe dichiarato esplicitamente: in Cristo, Dio ha assunto e redento l’intero essere umano, con corpo e anima. Il Figlio di Dio si è fatto uomo – spiega Sant’Atanasio – perché noi uomini potessimo essere divinizzati. [5] Questa luminosa intelligenza della Rivelazione divina era stata preparata da Sant’Ireneo di Lione e da Origene, sviluppandosi poi con grande ricchezza nella spiritualità orientale.

La divinizzazione non ha nulla a che vedere con l’auto-deificazione dell’uomo. Al contrario, la divinizzazione ci custodisce dalla tentazione primordiale di voler essere come Dio (cfr Gen 3,5). Ciò che Cristo è per natura, noi lo diventiamo per grazia. Attraverso l’opera della redenzione, Dio non solo ha restaurato la nostra dignità umana come immagine di Dio, ma Colui che ci ha creati in modo meraviglioso ci ha resi partecipi, in modo ancor più mirabile, della sua natura divina (cfr 2Pt 1,4).

La divinizzazione è quindi la vera umanizzazione. Ecco perché l’esistenza dell’uomo punta al di là di sé, cerca al di là di sé, desidera al di là di sé ed è inquieta finché non riposa in Dio: [6] Deus enim solus satiat, Dio solo soddisfa l’uomo! [7] Solo Dio, nella sua infinità, può soddisfare l’infinito desiderio del cuore umano, e per questo il Figlio di Dio ha voluto diventare nostro fratello e redentore.

8. Abbiamo detto che Nicea respinse chiaramente gli insegnamenti di Ario. Ma Ario e i suoi seguaci non si arresero. Lo stesso imperatore Costantino e i suoi successori si schierarono sempre più con gli ariani. Il termine homooúsios divenne pomo della discordia tra niceni e anti-niceni, scatenando così altri gravi conflitti. San Basilio di Cesarea descrive la confusione che si produsse con immagini eloquenti, paragonandola a una battaglia navale notturna in una violenta tempesta, [8] mentre Sant’Ilario testimonia l’ortodossia dei laici rispetto all’arianesimo di molti vescovi, riconoscendo che «le orecchie del popolo sono più sante dei cuori dei sacerdoti». [9]

La roccia del credo niceno fu Sant’Atanasio, irriducibile e fermo nella fede. Nonostante fosse stato deposto ed espulso ben cinque volte dalla sede episcopale di Alessandria, ogni volta vi tornò come Vescovo. Anche dall’esilio continuò a guidare il Popolo di Dio attraverso i suoi scritti e le sue lettere. Come Mosè, Atanasio non poté entrare nella terra promessa della pace ecclesiale. Questa grazia era riservata a una nuova generazione, nota come i “giovani niceni”: in Oriente, i tre Padri cappadoci, San Basilio di Cesarea (circa 330-379), a cui fu dato il titolo “il Grande”, suo fratello San Gregorio di Nissa (335-394) e il più grande amico di Basilio, San Gregorio Nazianzeno (329/30-390). In Occidente furono importanti Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367) e il suo allievo San Martino di Tours (circa 316-397). Poi soprattutto Sant’Ambrogio di Milano (333-397) e Sant’Agostino d’Ippona (354-430).

Il merito dei tre Cappadoci, in particolare, è stato quello di portare a compimento la formulazione del Credo niceno, mostrando che l’Unità e la Trinità in Dio non sono affatto in contraddizione. In questo contesto, venne formulato l’articolo di fede sullo Spirito Santo nel primo Concilio di Costantinopoli del 381. Così il Credo, che da allora si chiamò niceno-costantinopolitano recita: «Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti». [10]

Dal Concilio di Calcedonia, nel 451, il Concilio di Costantinopoli fu riconosciuto come ecumenico e il Credo niceno-costantinopolitano venne dichiarato universalmente vincolante. [11] Esso, dunque, costituì un vincolo di unità tra Oriente e Occidente. Nel XVI secolo lo hanno mantenuto anche le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma. Il Credo niceno-costantinopolitano risulta così la professione comune di tutte le tradizioni cristiane.

9. È stato lungo e lineare il cammino che ha portato dalla Sacra Scrittura alla professione di fede di Nicea, poi alla sua ricezione da parte di Costantinopoli e Calcedonia, e ancora fino al XVI e al nostro XXI secolo. Tutti noi, come discepoli di Gesù Cristo, «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» siamo battezzati, facciamo su noi stessi il segno della croce e veniamo benedetti. Concludiamo ogni volta la preghiera dei salmi nella Liturgia delle Ore con «Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo». La liturgia e la vita cristiana sono dunque saldamente ancorate al Credo di Nicea e Costantinopoli: ciò che diciamo con la bocca deve venire dal cuore, così da essere testimoniato nella vita. Dobbiamo quindi chiederci: che ne è della ricezione interiore del Credo oggi? Sentiamo che riguarda anche la nostra situazione odierna? Comprendiamo e viviamo ciò che diciamo ogni domenica, e che cosa significa ciò che diciamo per la nostra vita?

10. Il Credo di Nicea inizia professando la fede in Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra. Oggi per molti, Dio e la questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. [12] Si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce.

Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale? È il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità? [13]

11. Al centro del Credo niceno-costantinopolitano campeggia la professione di fede in Gesù Cristo, nostro Signore e Dio. È questo il cuore della nostra vita cristiana. Perciò ci impegniamo a seguire Gesù come Maestro, compagno, fratello e amico. Ma il Credo niceno chiede di più: ci ricorda infatti di non dimenticare che Gesù Cristo è il Signore (Kyrios), il Figlio del Dio vivente, che «per la nostra salvezza discese dal cielo» ed è morto «per noi» sulla croce, aprendoci la strada della vita nuova con la sua risurrezione e ascensione.

Certo, la sequela di Gesù Cristo non è una via larga e comoda, ma questo sentiero, spesso impegnativo o persino doloroso, conduce sempre alla vita e alla salvezza (cfr Mt 7,13-14). Gli Atti degli Apostoli parlano della via nuova (cfr At 19,9.23; 22,4.14-15.22), che è Gesù Cristo (cfr Gv 14,6): seguire il Signore impegna i nostri passi sulla via della croce, che attraverso il pentimento ci conduce alla santificazione e alla divinizzazione. [14]

Se Dio ci ama con tutto sé stesso, allora anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Non possiamo amare Dio che non vediamo, senza amare anche il fratello e la sorella che vediamo (cfr 1Gv 4,20). L’amore per Dio senza l’amore per il prossimo è ipocrisia; l’amore radicale per il prossimo, soprattutto l’amore per i nemici senza l’amore per Dio, è un eroismo che ci sovrasta e opprime. Nella sequela di Gesù, l’ascesa a Dio passa attraverso la discesa e la dedizione ai fratelli e alle sorelle, soprattutto agli ultimi, ai più poveri, agli abbandonati e agli emarginati. Ciò che abbiamo fatto al più piccolo di questi, lo abbiamo fatto a Cristo (cfr Mt 25,31-46). Di fronte alle catastrofi, alle guerre e alla miseria, possiamo testimoniare la misericordia di Dio alle persone che dubitano di Lui solo quando esse sperimentano la sua misericordia attraverso di noi. [15]

12. Infine, il Concilio di Nicea è attuale per il suo altissimo valore ecumenico. A questo proposito, il raggiungimento dell’unità di tutti i cristiani è stato uno degli obiettivi principali dell’ultimo Concilio, il Vaticano II. [16] Esattamente trent’anni fa, San Giovanni Paolo II ha proseguito e promosso il messaggio conciliare nell’Enciclica Ut unum sint (25 maggio 1995). Così, con il grande anniversario del primo Concilio di Nicea, celebriamo anche l’anniversario della prima Enciclica ecumenica. Essa può essere considerata come un manifesto che ha aggiornato quelle stesse basi ecumeniche poste dal Concilio di Nicea.

Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo. Condividiamo infatti la fede nell’unico e solo Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio Gesù Cristo e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo. Davvero quello che ci unisce è molto più di quello che ci divide! [17] Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo.

Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione. La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore.

Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali. Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli.

Invochiamo dunque lo Spirito Santo, affinché ci accompagni e ci guidi in quest’opera.

Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia.

Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo.

Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa. Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla.

Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità.

Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione.

Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo.

Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen.

Dal Vaticano, 23 novembre 2025, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo

LEONE PP. XIV

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[1] Denzinger – Hünermann, Enchiridion Symbolorum, Bologna 2018 (d’ora in poi DH), 30.
[2] Ibid., 125.
[3] Dalle affermazioni di Sant’Atanasio in Contra Arianos I, 9, è chiaro che homooúsios non significa “di uguale sostanza”, ma “della stessa sostanza” con il Padre; non si tratta quindi di uguaglianza di sostanza, ma di identità di sostanza tra Padre e Figlio. La traduzione latina di homooúsios parla quindi giustamente di unius substantiae cum Patre (cfr DH 125).
[4] Contra Arianos I, 38, 7- 39, 1.
[5] Cfr De incarnatione, 54, Contra Arianos I, 39; 42; 45; II, 59ss.
[6] S. Agostino, Confessiones, 1.
[7] S. Tommaso d’Aquino, In Symbolum Apostolorum, a. 12.
[8] S. Basilio, De Spiritu Sancto, 30.
[9] S. Ilario, Contra Arianos, vel Auxentium, 6. Memore delle voci dei Padri, il dotto teologo, poi Cardinale e oggi Santo e Dottore della Chiesa John Henry Newman (1801-1890) indagò su questa disputa e giunse alla conclusione che il Credo di Nicea è stato custodito soprattutto dal sensus fidei del popolo di Dio. Cfr On consulting the Faithful in Matters of Doctrine (1859).
[10] DH 150. L’affermazione “e procede dal Padre e dal Figlio ( Filioque)” non si trova nel testo di Costantinopoli; fu inserita nel Credo latino da Papa Benedetto VIII nel 1014 ed è oggetto del dialogo ortodosso – cattolico.
[11] DH 300.
[12] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 19.
[13] Cfr Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67; 78; 124.
[14] Cfr Id., Esort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 92.
[15] Cfr Id., Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 67; 254.
[16] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio, 1.
[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ut unum sint (25 maggio 1995), 20.


giovedì 30 ottobre 2025

Leone XIV firma la Lettera Apostolica “Disegnare mappe di speranza” per il 60° anniversario Concilio Vaticano II che ha aperto la Chiesa al dialogo ecumenico e interreligioso

Leone XIV firma la Lettera Apostolica 
“Disegnare mappe di speranza” 
per il 60° anniversario Concilio Vaticano II
che ha aperto la Chiesa al dialogo ecumenico e interreligioso 


Un testo per riaffermare il dialogo tra le religioni e l’impegno educativo nel costruire ponti di fraternità e di pace

Nel cuore della basilica di San Pietro, davanti a migliaia di studenti, docenti e religiosi riuniti per la messa del Giubileo del mondo educativo, Papa Leone XIV ha firmato nel pomeriggio del 27 ottobre la lettera apostolica Disegnare mappe di speranza. Un gesto compiuto a sorpresa, prima dell’inizio della celebrazione, ma che racchiude un forte valore simbolico e spirituale: riaffermare, sessant’anni dopo la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, l’urgenza del dialogo interreligioso e della cooperazione tra culture e fedi diverse in un tempo segnato da guerre, divisioni e smarrimento etico.

Il documento, pubblicato il giorno seguente in coincidenza con l’anniversario della storica dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, vuole indicare — come ha spiegato il Papa nei giorni scorsi — “nuove rotte di fraternità”, invitando credenti e non credenti a riscoprire la responsabilità comune verso la pace e la dignità umana.

L’iniziativa nasce nel solco della tradizione conciliare, ma la prospettiva è pienamente contemporanea. Leone XIV, fin dall’inizio del suo pontificato, ha sottolineato la necessità di un rinnovato impegno per l’educazione al dialogo e alla solidarietà universale, ribadendo che “ogni muro culturale o religioso è un ostacolo alla pace”. Con la lettera Disegnare mappe di speranza, il Pontefice sembra voler aggiornare l’eredità del Concilio Vaticano II, adattandola a un mondo globalizzato, attraversato da tensioni etniche e crisi geopolitiche che minacciano la convivenza pacifica tra i popoli.

La scelta di firmare il documento nel contesto del Giubileo dedicato al mondo educativo non è casuale. Leone XIV ha più volte richiamato le università e le istituzioni formative a diventare “laboratori di dialogo”, capaci di unire la ricerca della verità con la costruzione di relazioni umane fondate sulla reciproca stima. L’educazione, secondo il Papa, resta la chiave per disegnare davvero “mappe di speranza”, cioè percorsi di riconciliazione e di incontro tra culture.

L’atto di oggi, dunque, non è solo una celebrazione della memoria conciliare, ma anche un atto programmatico: un invito a riprendere il cammino di fraternità tracciato sessant’anni fa e a tradurlo nelle sfide del presente. In un tempo in cui tornano le logiche di esclusione e di conflitto, Leone XIV indica la rotta di un umanesimo condiviso, in cui la fede non divide, ma illumina la strada comune dell’umanità.

In occasione dell’anniversario della enciclica Nostra Aetate, il Vaticano renderà pubblico il testo integrale della lettera apostolica, destinata a diventare una pietra miliare del pontificato di Leone XIV, il Papa che fin dal primo giorno invita la Chiesa e il mondo a “non smettere di credere nella pace e di disegnarne insieme le mappe”.

Sessant’anni di “Nostra aetate”: il coraggio del dialogo che continua

A sessant’anni dalla dichiarazione Nostra aetate, il documento conciliare che cambiò per sempre i rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre religioni, il messaggio di apertura e fraternità che ne scaturì risuona oggi con una forza nuova. La recente lettera apostolica di Papa Leone XIV, Disegnare mappe di speranza, ne raccoglie l’eredità, ma la rilancia in un mondo segnato da nuovi muri e da conflitti identitari che rischiano di oscurare la speranza.

Quando il 28 ottobre 1965 Paolo VI promulgò la Nostra aetate, il Concilio Vaticano II decise di guardare alle religioni non cristiane non più come a rivali della verità, ma come a interlocutori nel cammino verso il senso ultimo dell’esistenza. Fu una rivoluzione teologica e pastorale. Per la prima volta la Chiesa riconobbe esplicitamente “quanto di vero e di santo si trova” nelle altre fedi, respingendo ogni forma di antisemitismo e ogni discriminazione fondata su razza o religione.

Sessant’anni dopo, Papa Leone XIV riprende quello spirito con parole che invitano a rimettere al centro “la dignità dell’uomo come immagine di Dio” e la comune responsabilità di credenti e non credenti nella costruzione della pace. La Nostra aetate – ha ricordato il Pontefice nei giorni scorsi – “non è una reliquia conciliare, ma una mappa ancora aperta”, un orizzonte che chiede di essere tradotto in gesti concreti di fraternità.

Il contesto storico è radicalmente diverso, ma le sfide non sono meno drammatiche. Allora si usciva da due guerre mondiali e dall’orrore della Shoah; oggi il mondo è lacerato da conflitti in Medio Oriente, da persecuzioni religiose, da nuove forme di esclusione culturale e tecnologica. In entrambe le epoche, la tentazione è la stessa: cedere alla paura dell’altro.

Per questo la *Nostra aetate* rimane un testo profetico. Il suo invito a “superare ogni inimicizia e a collaborare per la giustizia e la pace” è più attuale che mai. Non fu solo un documento di dottrina, ma una conversione dello sguardo: la consapevolezza che la verità non si difende chiudendosi, ma aprendosi al dialogo.

Papa Leone XIV prosegue su questa linea, rafforzando l’idea che il dialogo interreligioso non è una diplomazia spirituale, ma una forma di testimonianza evangelica. “Il cristiano che incontra l’altro – ha detto recentemente – non rinuncia alla propria fede, ma la purifica dall’orgoglio e dalla paura”.

L’impatto della Nostra aetate è stato profondo: ha aperto la via ai rapporti con l’ebraismo, con l’islam, con l’induismo e il buddismo, fino al dialogo con le culture secolari e laiche. Ha ispirato gesti concreti come la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma nel 1986, l’incontro interreligioso di Assisi e, più recentemente, il “Documento sulla fratellanza umana” firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi nel 2019. Leone XIV, oggi, prosegue quel cammino indicando il dialogo come “condizione di sopravvivenza spirituale” in un’epoca di fratture globali.

La Nostra aetate continua dunque a parlare al mondo: è la voce di una Chiesa che non rinuncia alla propria identità, ma la vive come servizio e incontro. E in questo anniversario, la nuova lettera di Leone XIV rappresenta non un ritorno al passato, ma una chiamata a un futuro di responsabilità condivisa.

Sessant’anni dopo, l’appello conciliare a riconoscere “gli uomini come fratelli” non ha perso la sua forza rivoluzionaria. Anzi, in un tempo di guerre e diffidenze, suona come un monito e una promessa: solo tornando allo spirito della Nostra aetate si può davvero “disegnare mappe di speranza” per il XXI secolo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 27/10/2025)

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Leggi anche il testo integrale della lettera apostolica DISEGNARE NUOVE MAPPE DI SPERANZA


giovedì 12 ottobre 2023

Francesco: coerenza di un pontificato

Francesco: coerenza di un pontificato


Se vi è qualcosa che pure i suoi più tenaci detrattori difficilmente possono negare è l’estrema coerenza di questo papato. In Evangelii gaudium, la prima esortazione apostolica firmata da Francesco nel suo primo anno di pontificato nel 2013, infatti, ritroviamo facilmente i semi di tutto ciò che in seguito è fiorito durante il suo magistero.

Lo stupore, ogni volta che il papa prende la parola da qualche luogo agli estremi del nostro mondo, non viene dunque dal fatto di trovarsi davanti a contenuti inediti, ma dal coraggio che Francesco mostra nel proporli e dalla sua capacità di renderli vivi, presenti, di portarli alla loro leggibilità, oggi, nella carne della storia; di renderceli vicini, tanto da poterli toccare, se vogliamo. Tanto vicini da potersi sentire sfiorare dal Vangelo, la grande e stupefacente Novità che ci raggiunge da duemila anni.

Un gesto profetico

Il gestus dell’inizio, insomma, si irradia in ogni altro gesto che Francesco ha poi compiuto sino ad oggi. È un evento forte, allora, quel cominciamento: gesto che sospende il continuum del «tempo omogeno e vuoto» della storia dei vincitori, per dirla con Walter Benjamin, facendo balenare un’alternativa radicale al «così è se vi pare» che ci viene ripetuto ad ogni accenno di protesta; gesto che interrompe lo stanco tran tran del nichilismo ambientale, perché non bisogna più indulgere nella fantasia di un nichilismo come fosse un oscuro ma eroico cavaliere che fa giustizia della mediocrità del mondo, poiché esso è esattamente quella mediocrità spinta fino al grottesco; gesto che espone gli uomini e le donne di questo tempo al rischio della speranza e alla gioia della condivisione.

Il minimo che si può dire, mi pare, è che quella esortazione è da intendersi come un gesto profetico. Profezia nel senso vero della parola, ovvero non un vaneggiamento su qualche evento posto in qualche lontano e vago futuro, ma una lettura «radiografica» dell’attualità storica alla luce dello Spirito.

Scriveva Mario Tronti: «Profezia non è pre-dire, non è nemmeno pre-vedere. Il profeta non vede il futuro, vede il presente. Vede nel presente quello che gli altri non vedono, e dice quello che gli altri non vogliono ascoltare». Il profeta, cioè, compie un gesto di grande semplicità eppure difficilissimo, ovvero mostra il mondo così come è, in tutta la sua cruda realtà, denunciandone però le storture, le ingiustizie, l’arroganza e l’indifferenza, per poi indicare la via d’uscita, la strada da seguire, le lotte da compiere e le trappole da evitare, tutto ciò che bisogna fare per vincere la prigionia del presente e arrivare alla Terra Promessa, per sconfiggere le tenebre e andare incontro al Regno di Dio che non smette mai di venire.

Non è affatto strano, allora, che «faraoni», «egiziani», «scribi», «farisei» e «romani» di oggi non abbiano alcuna voglia di ascoltarlo e che ogni volta che Francesco parla gli saltino i nervi. In fondo è un po’ come succedeva a san Paolo che, quasi ogni qualvolta in cui arrivava in una nuova città e apriva la bocca per annunciare il Vangelo, si scatenavano tumulti, doveva subire un fitto lancio di pietre, per poi essere gettato in una qualche prigione. Ma non è proprio questo che dovrebbe essere il cristianesimo, un Annuncio che interpella, inquieta e appassiona, invece che addormentare e conservare il mondo e se stessi così come sono? Una Vita per la quale vale la pena rischiare la lapidazione e la prigione, invece che flirtare con un’esistenza indifferente, senza senso o passata sfruttando gli altri?

Sono domande tutt’altro che retoriche in un mondo in cui tutti dicono che il cristianesimo sia in crisi. Una delle risposte possibili è, infatti, che il cristianesimo, quando è nella sua verità, mette in crisi.

Il papa e la Francia

Effettivamente, se si è avuto modo di seguire un po’ i media francesi nei giorni precedenti, durante e dopo la visita del papa a Marsiglia, se ne è vista un bel po’ di gente che assomiglia a quelle statuine che rappresentano delle scimmiette che si tappano le orecchie e si coprono gli occhi ma che, a differenza di quelle statuine, invece di coprire anche la bocca, la spalancano per far uscire suoni stridenti e ripetitivi per cercare di coprire la voce che li sovrasta. Qualcuno tra loro, se ne avesse la possibilità, sono certo che una sassata gliela avrebbe tirata volentieri.

È sempre comico comunque vedere giornalisti, politici, intellettuali o anche semplici cittadini, tutti sedicenti cristiani, anzi cattolici, pretendere di insegnare al papa che cosa significa essere cristiani. A volte la «vecchia Europa» mi sembra come quel «giovane ricco» che, convinto di fare bene tutti i suoi «doveri», domandava un po’ pleonasticamente al Signore come ottenere la vita eterna; e Gesù, amandolo e leggendogli nel cuore, gli dice quello che sappiamo, spronandolo a fare quel passo in più che avrebbe cambiato la sua vita, che avrebbe trasformato tutto, ma il giovane si voltò, tra il triste e l’indignato, e se ne andò via.


«Vai oltre, Europa», sembra dire infatti Francesco, «non chiuderti dietro i tuoi privilegi, apri le tue porte, non voltarti dall’altra parte». Ma, appunto, è la profezia il punto di frizione che provoca le scintille: la voce di Francesco sovrasta tutte le vocine e le vocione che oggi governano «questo mondo», perché sfonda i muri, entra nelle coscienze e fa sussultare gli spiriti, anche di quelli che gli resistono. E lo fa al momento e nel luogo in cui deve essere fatto, diventando «segno di contraddizione».

La grande maestria profetica di Francesco non si limita, infatti, all’aver indicato i temi centrali dell’epoca una tantum, ma consiste nel saper individuare ogni volta non solo il tempo giusto, il kairòs, nel quale può spuntare il fiore di ciascun seme, ma anche lo spazio giusto, il tòpos dal quale quello spuntare del fiore può significare, e quasi sempre è così, il dover rompere con forza la dura crosta mondana formata dagli egoismi, dagli odii, dalle ingiustizie, cioè, in chiaro, da quelle «strutture di peccato» che distruggono la vita e soffocano il mondo.

Contro il sistema imperante

Quello che scandalizza tanto, fra le altre cose, è che Francesco non ha alcuna remora nell’indicare nelle mille storture prodotte dal capitalismo autoritario dominante le condizioni per le quali quelle strutture si conservano e si potenziano a vicenda. Ma le «strutture di peccato» non sono qualcosa di astratto, di disincarnato. Non sono semplici idee, sono fatti, realtà materiali e spirituali che vengono agite da uomini reali.

In quell’esortazione, Francesco lo dice chiaramente: sempre, in ogni caso, «la realtà è superiore all’idea». La fatica è, ovviamente, quella di riconoscere quella realtà del male dentro noi stessi, sia individualmente che come società. Ma il dramma è raddoppiato dal fatto che sembra si faccia fatica anche a riconoscere la realtà del bene.

Ad alcuni, leggendo le cronache di questi giorni, il papa è però sembrato troppo duro, ingiusto, nel colpevolizzare «l’indifferenza» dei cittadini, quelli «normali», quelli che non hanno bisogno di permessi per entrare perché sono già dentro e ci stanno bene, ma «da soli». Ma come, duro il papa della tenerezza?

La tenerezza non esclude la fermezza, la carità non indietreggia davanti agli ostacoli. Come diceva già sant’Agostino, in un celebre passaggio del suo commento alla Prima Lettera di san Giovanni, a volte la verità è che «la carità colpisce, l’iniquità blandisce». Si vorrebbe forse un papa che blandisce come un qualsiasi politico in campagna elettorale o un qualsiasi commerciante desideroso di piazzare la sua merce? Un papa che elogi il mondo così com’è? Alla fine, un papa «inoffensivo»?

A volte, il profeta deve alzare la voce e roteare nell’aria il suo bastone e se lo fa, lo fa per amore. «Ama, e fa ciò che vuoi», infatti continuava il santo vescovo di Ippona, ma, se non ami, se la carità non viene per prima e investe tutto, quel fare ciò che si vuole – esiste infatti un «liberalismo esistenziale», figlio di quello economico e politico, che sta a destra, a sinistra, al centro e ovunque – lo si fa a spese degli altri, cioè degli esclusi, degli scartati, dei poveri.

I migranti che affogano nel Mediterraneo, muoiono a causa dell’odio organizzato, dell’indifferenza divenuta ideologia e di quel «liberalismo esistenziale» che apparentemente ci permette di vivere individualmente come meglio vogliamo. È lo stesso liberalismo esistenziale che Francesco denuncia come forza agente verso i bambini non nati e i vecchi abbandonati, così come è sempre quello spirito del tempo a vedere di buon occhio l’eutanasia di Stato e che, ovviamente, è del tutto indifferente pure al flagello della guerra, almeno fino a quando non produce l’aumento di una bolletta.

È quindi una sfida aperta e senza sconti che Francesco e la sua Chiesa pone all’antropologia vincente formatasi negli ultimi quarant’anni sulla pelle degli ultimi. Si capisce bene, allora, perché non si vuol vedere la realtà e sentire la voce del profeta. Che però arriva, ovunque siamo e chiunque siamo, ma lo fa a partire da luoghi insoliti.


Dalla Mongolia a Marsiglia

A proposito della coerenza, infatti, non si può non vedere nella sequenza dei viaggi di Francesco di questi ultimi mesi un’unitarietà di senso pur nella, a volte estrema, differenza dei luoghi toccati: Mongolia, Portogallo, Marsiglia. Non che precedentemente il senso fosse stato diverso, nient’affatto, ma vi è forse un’accelerazione e un divenire sempre più chiaro di quel senso man mano che si rivela, nella realtà che viviamo, attraverso i segni mostratici da Francesco. Il gesto è comunque sempre lo stesso annunciato in Evangelii gaudium, fin nella preghiera finale rivolta alla Vergine Maria:

Stella della nuova evangelizzazione,
aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione,
del servizio, della fede ardente e generosa,
della giustizia e dell’amore verso i poveri,
perché la gioia del Vangelo
giunga sino ai confini della terra
e nessuna periferia sia priva della sua luce.

«Periferia», lo sappiamo bene ormai, è una delle parole chiave del magistero di Francesco: decentrare e decentrarsi, per vedere meglio, nella sua profondità spirituale, storica e geografica, tutto il resto. La periferia di Francesco è infatti multiforme, «poliedrica»: è un luogo geografico, ma anche uno della soggettività, è un tempo particolare, ma anche uno spazio dello spirito. Quella di Francesco non è tanto una geopolitica quanto una «geoteologia».

Nella visione profetica di Francesco è sempre la periferia che dà significato a tutto il resto, sono i poveri che danno l’accesso alla visione e la comunione agapica è il mezzo puro che permette di superare ogni ostacolo, tanto quelli alla visione che quelli all’udito che quelli alla parola, oltrepassa cioè ogni ostacolo alla manifestazione della vita.

Ad Ulan Bator, in Mongolia, è dalla ger, la tradizionale abitazione circolare dei nomadi, che Francesco punta lo sguardo verso l’universale, simboleggiato dagli immensi spazi della steppa. Ma la ger permette, tramite l’apertura del suo vertice, anche uno sguardo verso il cielo, verso l’Alto: la storia di ogni giorno e la trascendenza dell’eterno si armonizzano nella povera architettura di una capanna attraversata verticalmente da una luce divina. È una capanna per la famiglia e per i viandanti, uno spazio mobile che accoglie e non respinge: «se c’è una ger, c’è vita», ha riassunto il papa davanti alle autorità religiose mongole.

Certo, la comunità cattolica mongola è minuscola, entra tutta in una fotografia, in fondo è un’estrema «periferia» della Chiesa, ma è proprio questa «piccolezza» che Francesco ha voluto esaltare. Ogni cristiano, d’altra parte, dovrebbe sapere che è dal minuscolo seme di senape che cresce il Regno.

A Lisbona Francesco ha detto che vedeva il Portogallo come «il confine del mondo», in quanto confina con l’Oceano che delimita tutti i continenti, invitandoci però, allo stesso tempo, a guardare quel confine non come una chiusura, ma come una porta che dà accesso ad una immensa «apertura universale». È stato d’altronde un poeta portoghese, Miguel Torga, a dire che «l’universale è il locale meno i muri» e lo fece proprio in un discorso a degli immigrati portoghesi in Brasile nel 1954. Quelle di Francesco sono come lezioni, tenute da cattedre poste nei luoghi più estremi, su che cosa significa «cattolico».

Nelle periferie del mondo e dei cuori

Tuttavia, quello che mi sembra Francesco segnali con forza a ogni tappa del suo viaggio spirituale nel mondo di oggi, è che dovremmo essere capaci di trovare quella piccolezza, quell’essere periferia, ovunque ci troviamo e fin dentro noi stessi.

Quando ha detto e ripetuto che lui non si recava in Francia ma andava a Marsiglia, la meno chic delle grandi città dell’Esagono, ma anche la più popolare e multietnica, oltre che magnifico porto sul Mediterraneo, non lo ha fatto per fare uno sgarbo ai francesi, ci mancherebbe, né solamente per i tanti problemi che quella nazione può oggi significare per la Chiesa, ma credo proprio per un’educazione dello sguardo, una pedagogia dell’ascolto, che ha fatto sì che la Francia tutta si potesse guardare e ascoltare attraverso una sua «periferia»: insomma, che la Francia stessa si configurasse per un momento come una nazione «in uscita» da se stessa.

Se ogni paese europeo si ponesse «in uscita» da se stesso, dalla sua pretesa «identità», quella che fomenta i nazionalismi, forse, oltre a guardare ai propri problemi in modo diverso, accadrebbe che l’Europa stessa comparirebbe improvvisamente in una sua nuova configurazione, più solidale, più vera, più bella e, perciò, più universale.

Certo, per comprendere tutto questo discorso, ha indubbiamente una grande importanza che il papa provenga dall’America Latina, quindi da un luogo decentrato e decentrante rispetto all’Occidente rigorosamente inteso. Tuttavia, mi pare un po’ riduttivo credere che il suo pensiero e la sua azione siano dovuti semplicemente al fatto di venire da un continente non-europeo. In qualche modo mi sembra che anche questo sia a volte un modo, più gentile di altri apparentemente, per ridurre la portata teologica della sua missione profetica.

L’essere nato e vissuto in una periferia, rispetto al presunto «centro» della civiltà, costituirebbe un «limite» soggettivo che gli impedirebbe la giusta visione delle cose nel loro complesso. Ovvero l’esatto contrario del senso che Francesco dà alla periferia.

E invece, per chi vuole vedere e sa ascoltare, il gesto di Francesco non è altro da quello del Vangelo, da quello di Gesù stesso, il quale sta sempre nella «periferia»: nasce in periferia, predica in periferia, muore in periferia e al momento della risurrezione dà appuntamento ai discepoli in Galilea, cioè in una regione periferica. Quando Gesù punta diritto verso il «centro», la Gerusalemme del potere politico e religioso, ci va sapendo di andare alla Passione, sapendo che lì lo arresteranno, lo condanneranno e lo uccideranno.


Ma, per l’appunto, la lettura che Gesù propone del «centro», cioè di «questo mondo» con tutti i suoi personaggi – i «ricchi», i «sapienti», i «potenti» – procede sempre da uno sguardo che dalla periferia, che può essere tanto geografica quanto sociale quanto esistenziale, illumina l’universale. Può essere a volte anche una periferia temporale, come nella parabola dei lavoratori dell’ultima ora, o di genere, come nell’episodio dell’adultera o della samaritana, o persino posta al di là del possibile e dell’impossibile, nella morte in quanto periferia della vita, come nella risurrezione di Lazzaro. Anche i bambini, così amati dal Signore, possono essere considerati come periferie del mondo degli adulti. Diventate come bambini, divenite piccoli, fatevi periferia.

Francesco non fa che lanciarci continuamente la stessa sfida che Gesù ci ha lanciato: «convertitevi», cambiate modo di vedere e di pensare il mondo, guardate alla vita con lo sguardo dei piccoli, degli ultimi, dei periferici. E, così, rovesciate i potenti. È la periferia che redime il centro, non il contrario. Lui, Francesco, certo non possono arrestarlo, ma vi sono altri modi di «lapidarlo».

Un papa politico

Ho sentito un politico francese di lungo corso, Philippe de Villiers, cattolico bien sûr, che su di un canale televisivo protestava che «il papa e i vescovi vogliono uccidere la Francia e i francesi» e che le ONG che Francesco difende sono dei covi del «sovversivismo». Un columnist del Figaro, già dirigente politico dell’UMP di Nicholas Sarkozy, Gilles-William Goldnadel, ha scritto un articolo, intitolato “Quello che papa Francesco non ha detto”, in cui, rovesciando il discorso, sostiene che è il papa ad essere «fanaticamente indifferente» verso un «popolo», cioè i francesi, «che si sente oggi invaso», dai migranti ovviamente. Addirittura, vi ha visto il «rifiuto ad assistere un popolo in pericolo di morte».

Il giovane giornalista Geoffrey Lejune, già direttore del conservatore Valeurs actuelles e oggi del Journal du Dimanche (appartenente al gruppo Vivendi, tra le proprietà del miliardario Vincent Bolloré), riferendosi alla questione dell’accoglienza dei migranti, ha affermato in una trasmissione televisiva e poi tramite le reti sociali che «quando lancia il suo messaggio politico, il papa non sta svolgendo il suo ruolo di capo della Chiesa» e che, secondo lui, il «diritto di vivere dove si è nati» è da intendersi per i francesi innanzitutto, nel senso del loro diritto di vivere senza quegli altri. Concetti che qui da noi, in Italia, sono ben conosciuti e che, sia detto en passant, sono parte integrante della cultura di chi oggi la governa dicendosi per lo più cristiano, anzi cattolico.

Un amico francese ha scritto con acutezza, commentando le reazioni politiche al viaggio marsigliese di Francesco, che ormai «l’eresia non è più limitata al campo dello studio teologico, ma ha fatto irruzione in quello della lotta politica».

Se a Lisbona, davanti all’immensità dell’Oceano, Francesco ha rivolto una domanda che ci dà le vertigini, «quale rotta segui, Occidente?», a Marsiglia, dinnanzi al Mediterraneo, che da mare nostrum si è trasformato in un «mare mortuum», la questione è stata da lui posta in termini ancora più espliciti e affermativi: «Ci troviamo di fronte a un bivio di civiltà. O la cultura dell’umanità e della fratellanza, o la cultura dell’indifferenza».

Una biforcazione storica e metastorica, spirituale e politica, che non può non riportarci alla mente quel passo del Deuteronomio in cui Dio, attraverso Mosè, dice all’uomo: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli, dunque, la vita».

Il tempo si è fatto breve e il Regno si avvicina, magari proprio nel punto di contatto tra quei barconi di fortuna che solcano il Mediterraneo colmi di uomini e donne e quelle braccia che li tirano fuori dalle acque quando quelle vite sono sul punto di inabissarsi.
(fonte: Settimana News, articolo di Marcello Tarì 29/09/2023)



lunedì 19 giugno 2023

Lettera Apostolica SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS di Papa Francesco (testo integrale) - BLAISE PASCAL, INFATICABILE E INQUIETO RICERCATORE DEL VERO

LETTERA APOSTOLICA
SUBLIMITAS ET MISERIA HOMINIS
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
NEL QUARTO CENTENARIO DELLA NASCITA
DI BLAISE PASCAL



Grandezza e miseria dell’uomo formano il paradosso che sta al centro della riflessione e del messaggio di Blaise Pascal, nato quattro secoli fa, il 19 giugno 1623, a Clermont, nella Francia centrale. Fin da bambino e per tutta la vita egli ha cercato la verità. Con la ragione ne ha rintracciato i segni, specialmente nei campi della matematica, della geometria, della fisica e della filosofia. Ha fatto precocemente scoperte straordinarie, tanto da raggiungere una fama notevole. Ma non si è fermato lì. In un secolo di grandi progressi in tanti campi della scienza, accompagnati da un crescente spirito di scetticismo filosofico e religioso, Blaise Pascal si è mostrato un infaticabile ricercatore del vero, che come tale rimane sempre “inquieto”, attratto da nuovi e ulteriori orizzonti.

Proprio questa ragione così acuta e al tempo stesso così aperta, in lui non metteva mai a tacere la domanda antica e sempre nuova che risuona nell’animo umano: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» ( Sal 8,5). Questa domanda è impressa nel cuore di ogni essere umano, di ogni tempo e luogo, di ogni civiltà e lingua, di ogni religione. «Che cos’è un uomo nella natura? – si chiede Pascal – Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla». [1] E al tempo stesso l’interrogativo è incastonato lì, in quel Salmo, nel vivo di quella storia d’amore tra Dio e il suo popolo, storia compiuta nella carne del “Figlio dell’uomo” Gesù Cristo, che il Padre ha donato fino all’abbandono per coronarlo di gloria e di onore al di sopra di ogni creatura (cfr v. 6). A tale interrogativo, posto in un linguaggio così diverso da quello matematico e geometrico, Pascal non si è mai chiuso.

Alla base di questo mi pare di poter riconoscere in lui un atteggiamento di fondo, che definirei “stupita apertura alla realtà”.


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BLAISE PASCAL, INFATICABILE E INQUIETO RICERCATORE DEL VERO

Papa Francesco dedica la Lettera apostolica "Sublimitas et miseria hominis" (Grandezza e miseria dell'uomo) all’opera del matematico, filosofo e teologo francese, nel quarto centenario dalla nascita (19 giugno 1623). «Un compagno di strada», lo definisce Bergoglio, «che accompagna la nostra ricerca della vera felicità». Fede e ragione, cuore e mente. Infine, il famoso tema della "scommessa" «Come cristiani», sottolinea Bergoglio, «dobbiamo tenerci lontani dalla tentazione di brandire la nostra fede come una certezza incontestabile che si imporrebbe a tutti».

«Un infaticabile ricercatore del vero, che come tale rimane sempre inquieto, attratto da nuovi e ulteriori orizzonti». Così papa Francesco, nella lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis, Grandezza e miseria dell'uomo, nel quarto centenario della nascita, definisce Blaise Pascal (19 giugno 1623 - 19 agosto 1662), al centro della cui riflessione c’è il «paradosso» della «grandezza e miseria dell’uomo». “Che cos’è un uomo nella natura? – si chiede Pascal – Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla”, la domanda che si pone il filosofo francese, a cui Franesco riconosce “un atteggiamento di fondo”, che definisce “stupita apertura alla realtà”: “Apertura alle altre dimensioni del sapere e dell’esistenza, apertura agli altri, apertura alla società”. “Né la sua conversione a Cristo, a partire specialmente dalla ‘Notte di fuoco’ del 23 novembre 1654, né il suo straordinario sforzo intellettuale di difesa della fede cristiana hanno fatto di lui una persona isolata dal suo tempo”, il ritratto di Pascal nelle parole del Papa: “Era attento ai problemi allora più sentiti, come pure ai bisogni materiali di tutte le componenti della società in cui viveva. Apertura alla realtà ha significato per lui non chiudersi agli altri nemmeno nell’ora dell’ultima malattia. Di quel periodo, quando aveva trentanove anni, si riportano queste parole, che esprimono il passo conclusivo del suo cammino evangelico: ‘Se i medici dicono il vero, e Dio permette che mi rialzi da questa malattia, sono deciso a non avere alcun altro impiego né altra occupazione per tutto il resto della mia vita che il servizio ai poveri”.

“È commovente constatare che, negli ultimi giorni della sua vita, un pensatore così geniale come Blaise Pascal non vedesse altra urgenza al di sopra di quella di mettere le sue energie nelle opere di misericordia”, commenta Francesco, che cita il filosofo e l’attualità del suo messaggio: “Tutti gli uomini cercano di essere felici. Non ci sono eccezioni, per quanto diversi possano essere i mezzi impiegati. Tutti mirano a questo fine Quattro secoli dopo la sua nascita, Pascal rimane per noi il compagno di strada che accompagna la nostra ricerca della vera felicità e, secondo il dono della fede, il nostro riconoscimento umile e gioioso del Signore morto e risorto”.

«Conosciamo la realtà non solo con la ragione, ma anche con il cuore». Questa frase, tra le più celebri di Pascal, è citata dal Papa nella Sublimitas et miseria hominis, «Le verità divine, come il fatto che il Dio che ci ha fatti è amore, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, che si è incarnato in Gesù Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza, non sono dimostrabili con la ragione, ma possono essere conosciute con la certezza della fede, e passano poi dal cuore spirituale alla mente razionale, che le riconosce come vere e può a sua volta esporle”, spiega Francesco parafrasando il pensiero del filosofo francese e il suo invito ad unire alla ragionevolezza della fede le ragioni del cuore, tramite l’intelligenza intuitiva».

«Pascal non si è mai rassegnato al fatto che alcuni suoi fratelli in umanità non solo non conoscono Gesù Cristo, ma disdegnano per pigrizia, o a causa delle loro passioni, di prendere sul serio il Vangelo”, argomenta Francesco: “Infatti è in Gesù Cristo che si gioca la loro vita”. Per Pascal, “la fede cristiana non è un modo per esorcizzare la paura della morte, piuttosto ci aiuta ad affrontarla”: “Prima o poi, tutti andremo per quella porta. La vera luce che illumina il mistero della morte viene dalla risurrezione di Cristo. Solo la grazia di Dio permette al cuore dell’uomo di accedere all’ordine della conoscenza divina, alla carità”.

«Pascal è profondamente attaccato alla ragionevolezza della fede in Dio – spiega ancora il Papa – non solo perché la mente non può essere costretta a credere ciò che sa essere falso, ma perché se si urtano i principi della ragione, la nostra religione sarà assurda e ridicola». Ma, “se la fede è ragionevole, è anche un dono di Dio e non potrebbe imporsi: “è impossibile credere se Dio non inclina il cuore. Se la fede è di un ordine superiore alla ragione, ciò non significa affatto che vi si opponga, ma che la supera infinitamente. Leggere l’opera di Pascal non è dunque anzitutto scoprire la ragione che illumina la fede; è mettersi alla scuola di un cristiano di razionalità eccezionale, che ha saputo tanto meglio rendere conto di un ordine stabilito dal dono di Dio al di sopra della ragione».

«Non conosciamo la vita, la morte, se non tramite Gesù Cristo», scrive ancora il Papa, nella lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis. «Se Pascal ha iniziato a parlare dell’uomo e di Dio, è perché era arrivato alla certezza che ‘non solo non conosciamo Dio se non tramite Gesù Cristo, ma non conosciamo noi stessi se non tramite Gesù Cristo”, argomenta infine Francesco, secondo il quale “come cristiani dobbiamo tenerci lontani dalla tentazione di brandire la nostra fede come una certezza incontestabile che si imporrebbe a tutti". Pascal, spiega il Papa, “aveva certamente la preoccupazione di far conoscere a tutti che Dio e il vero sono inseparabili, ma sapeva che l’atto di credere è possibile per la grazia di Dio, ricevuta in un cuore libero”.

“Perciò propongo a tutti coloro che vogliono continuare a ricercare la verità – impresa che in questa vita non ha mai fine – di mettersi in ascolto di Blaise Pascal, un uomo dall’intelligenza prodigiosa che ha voluto ricordare che al di fuori della prospettiva dell’amore non c’è verità che valga”, la proposta di Francesco, che sulla scorta del filosofo francese mette in guardia dalle “false dottrine, le superstizioni o il libertinaggio”. “Il dramma della nostra vita è che talvolta vediamo male e, di conseguenza, scegliamo male”, la tesi del Papa: “possiamo assaporare la felicità del Vangelo solo ‘se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio’”. “Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento”, l’altra citazione del filosofo francese: “l’intelligenza e la fede viva di Pascal, che ha voluto mostrare che la religione cristiana è ‘venerabile perché ha conosciuto bene l’uomo’, e ‘amabile perché promette il vero bene’, possono aiutarci ad avanzare attraverso le oscurità e le disgrazie di questo mondo”.
(fonte: Famiglia Cristiana 19/06/2023)


mercoledì 28 dicembre 2022

Papa Francesco Lettera apostolica TOTUM AMORIS EST «Tutto appartiene all’amore» In queste sue parole l’eredità spirituale di San Francesco di Sales (testo integrale)

Papa Francesco
Lettera apostolica TOTUM AMORIS EST 
«Tutto appartiene all’amore»
In queste sue parole l’eredità spirituale di San Francesco di Sales



A quattrocento anni esatti dalla morte di San Francesco di Sales, Papa Francesco scrive una lettera apostolica per ricordare il santo di Annecy, vescovo di Ginevra in esilio per venti anni, ma soprattutto ispiratore di un metodo che lui stesso definiva tutto nuovo, e che portò Giovanni Paolo II a definirlo un “dottore dell’amore di Dio”.

Nella Lettera apostolica Totum amoris est, “Tutto appartiene all’amore”, ricca di note biografiche e citazioni delle opere catechetiche di San Francesco di Sales, Papa Francesco afferma che questo dottore della Chiesa, in un tempo di grandi cambiamenti, ha saputo aiutare le persone a cercare Dio nella carità, nella gioia e nella libertà e tratteggia un profilo del santo patrono dei giornalisti sottolineando di aver trovato “illuminanti la sua duttilità e capacità di visione” in quello che era al tempo “un cambiamento dei tempi” che aveva riconosciuto nitidamente, mostrando come “la Parola che aveva amato fin dalla sua giovinezza era capace di farsi largo, aprendo nuovi e imprevedibili orizzonti, in un mondo in rapida transizione”.

E Papa Francesco nota che questo “ci attende come compito essenziale anche per questo nostro passaggio d’epoca: una Chiesa non autoreferenziale, libera da ogni mondanità ma capace di abitare il mondo, di condividere la vita della gente, di camminare insieme, di ascoltare e accogliere”.

Segue il testo integrale

LETTERA APOSTOLICA
TOTUM AMORIS EST
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
NEL IV CENTENARIO DELLA MORTE
DI SAN FRANCESCO DI SALES

«Tutto appartiene all’amore». [1] In queste sue parole possiamo raccogliere l’eredità spirituale lasciata da San Francesco di Sales, che morì quattro secoli fa, il 28 dicembre 1622, a Lione. Aveva poco più di cinquant’anni ed era vescovo e principe “esule” di Ginevra da un ventennio. A Lione era giunto in seguito alla sua ultima incombenza diplomatica. Il duca di Savoia gli aveva chiesto di accompagnare ad Avignone il Cardinale Maurizio di Savoia. Insieme avrebbero reso omaggio al giovane re Luigi XIII, di ritorno verso Parigi, risalendo la valle del Rodano, a seguito di una vittoriosa campagna militare nel sud della Francia. Stanco e malandato di salute, Francesco si era messo in viaggio per puro spirito di servizio. «Se non fosse grandemente utile al loro servizio che io faccia questo viaggio, avrei certamente molte buone e solide ragioni per esimermene; però, se si tratta del loro servizio, vivo o morto, non mi tirerò indietro, ma andrò o mi farò trascinare». [2] Era questo il suo temperamento. Giunto, infine, a Lione, prese alloggio presso il monastero delle Visitandine, nella casa del giardiniere, per non recare troppo disturbo e insieme essere più libero di incontrare chiunque lo desiderasse.

Ormai da tempo assai poco impressionato dalle «instabili grandezze della corte», [3] aveva consumato anche i suoi ultimi giorni svolgendo il ministero di pastore in un susseguirsi di appuntamenti: confessioni, conversazioni, conferenze, prediche, e le ultime, immancabili lettere di amicizia spirituale. La ragione profonda di questo stile di vita pieno di Dio gli si era fatta sempre più chiara nel tempo, ed egli l’aveva formulata con semplicità ed esattezza nel suo celebre Trattato dell’amore di Dio: «Se l’uomo pensa con un po’ di attenzione alla divinità, immediatamente sente una qual dolce emozione al cuore, il che prova che Dio è il Dio del cuore umano». [4] È la sintesi del suo pensiero. L’esperienza di Dio è un’evidenza del cuore umano. Essa non è una costruzione mentale, piuttosto è un riconoscimento pieno di stupore e di gratitudine, conseguente alla manifestazione di Dio. È nel cuore e attraverso il cuore che si compie quel sottile e intenso processo unitario in virtù del quale l’uomo riconosce Dio e, insieme, sé stesso, la propria origine e profondità, il proprio compimento, nella chiamata all’amore. Egli scopre che la fede non è un moto cieco, ma anzitutto un atteggiamento del cuore. Tramite essa l’uomo si affida a una verità che appare alla coscienza come una “dolce emozione”, capace di suscitare un corrispondente e irrinunciabile ben-volere per ogni realtà creata, come lui amava dire.

In questa luce si comprende come per San Francesco di Sales non ci fosse posto migliore per trovare Dio e aiutare a cercarlo che nel cuore di ogni donna e uomo del suo tempo. Lo aveva imparato osservando con fine attenzione sé stesso, fin nella sua prima giovinezza, e scrutando il cuore umano.

Col senso intimo di una quotidianità abitata da Dio, aveva lasciato nell’ultimo incontro di quei giorni di Lione, alle sue Visitandine, l’espressione con la quale in seguito avrebbe voluto fosse sigillata in loro la sua memoria: «Ho riassunto tutto in queste due parole quando vi ho detto di non rifiutare nulla, né desiderare nulla; non ho altro da dirvi». [5] Non era, tuttavia, un esercizio di puro volontarismo, «una volontà senza umiltà», [6] quella sottile tentazione del cammino verso la santità che la confonde con la giustificazione mediante le proprie forze, con l’adorazione della volontà umana e della propria capacità, «che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». [7] Tanto meno si trattava di un puro quietismo, un abbandono passivo senza affetti a una dottrina senza carne e senza storia. [8] Piuttosto, nasceva dalla contemplazione della vita stessa del Figlio incarnato. Era il 26 dicembre, e il Santo parlava alle Suore nel vivo del mistero del Natale: «Vedete Gesù Bambino nella greppia? Riceve tutte le ingiurie del tempo, il freddo e tutto quello che il Padre permette che gli accada. Non rifiuta le piccole consolazioni che sua madre gli dà, e non è scritto che tenda mai le sue mani per avere il seno di sua Madre, ma lasciò tutto alla cura e alla preveggenza di lei; così non dobbiamo desiderare nulla né rifiutare nulla, sopportando tutto ciò che Dio ci invierà, il freddo e le ingiurie del tempo». [9] Commuove la sua attenzione nel riconoscere come indispensabile la cura di ciò che è umano. Alla scuola dell’incarnazione aveva, dunque, imparato a leggere la storia e ad abitarla con fiducia.

Il criterio dell’amore

Attraverso l’esperienza aveva riconosciuto il desiderio come la radice di ogni vera vita spirituale e, al tempo stesso, quale luogo della sua contraffazione. Per questo, raccogliendo a piene mani dalla tradizione spirituale che lo aveva preceduto, aveva compreso l’importanza di mettere costantemente il desiderio alla prova, mediante un continuo esercizio di discernimento. Il criterio ultimo per la sua valutazione lo aveva ritrovato nell’amore. Sempre in quell’ultimo trattenimento a Lione, nella festa di S. Stefano, due giorni prima della sua morte aveva detto: «È l’amore che dà perfezione alle nostre opere. Vi dico ben di più. Ecco una persona che soffre il martirio per Dio con un’oncia di amore; ella merita molto, dato che non si potrebbe donare di più la propria vita; ma un’altra persona che non soffrirà che una graffiatura con due once d’amore avrà un merito molto maggiore, perché sono la carità e l’amore che danno valore alle nostre opere». [10]

Con sorprendente concretezza aveva continuato, illustrando il difficile rapporto tra contemplazione e azione: «Sapete o dovreste sapere che la contemplazione è in sé migliore dell’azione e della vita attiva; ma se nella vita attiva si trova maggiore unione [con Dio], allora essa è migliore. Se una sorella che è in cucina e tiene la padella sul fuoco ha maggior amore e carità di un’altra, il fuoco materiale non la frenerà, ma l’aiuterà a essere più gradita a Dio. Accade abbastanza sovente che si sia uniti a Dio nell’azione come nella solitudine; alla fine, torno sempre alla questione del dove si trovi maggior amore». [11] Ecco la domanda vera che supera di slancio ogni inutile rigidità o ripiegamento su sé stessi: chiedersi in ogni momento, in ogni scelta, in ogni circostanza della vita dove si trova il maggiore amore. Non a caso San Francesco di Sales è stato chiamato da San Giovanni Paolo II «Dottore dell’amore divino», [12] non solo per averne scritto un poderoso Trattato, ma soprattutto perché ne è stato testimone. D’altra parte, i suoi scritti non si possono considerare come una teoria composta a tavolino, lontano dalle preoccupazioni dell’uomo comune. Il suo insegnamento, infatti, è nato da un attento ascolto dell’esperienza. Egli non ha fatto che trasformare in dottrina ciò che viveva e leggeva con acutezza, illuminata dallo Spirito, nella sua singolare e innovativa azione pastorale. Una sintesi di questo modo di procedere la si ritrova nella Prefazione allo stesso Trattato dell’amore di Dio: «Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive nell’amore, si fa per amore e viene dall’amore». [13]

Gli anni della prima formazione: l’avventura del conoscersi in Dio

Era nato il 21 agosto 1567, nel castello di Sales, vicino a Thorens, da François de Nouvelles, signore di Boisy, e da Françoise de Sionnaz. «Vissuto a cavallo tra due secoli, il Cinquecento e il Seicento, raccolse in sé il meglio degli insegnamenti e delle conquiste culturali del secolo che finiva, riconciliando l’eredità dell’umanesimo con la spinta verso l’assoluto propria delle correnti mistiche». [14]

Dopo la formazione culturale iniziale, prima nel collegio di La Roche-sur-Foron e poi in quello di Annecy, giunse a Parigi, al collegio gesuitico Clermont, di recente fondazione. Nella capitale del Regno di Francia, devastata dalle guerre di religione, sperimentò a breve distanza due consecutive crisi interiori, che segneranno indelebilmente la sua vita. Quella ardente preghiera fatta nella chiesa di Saint-Étienne-des-Grès, davanti alla Madonna Nera di Parigi, gli accenderà nel cuore, in mezzo all’oscurità, una fiamma che resterà viva in lui per sempre, quale chiave di lettura della propria e altrui esperienza. «Qualsiasi cosa accada, Signore, tu che tieni tutto nelle tue mani e le cui vie sono tutte giustizia e verità, […] io ti amerò, Signore […], ti amerò qui, o mio Dio, e spererò sempre nella tua misericordia, e sempre ripeterò la tua lode. […] O Signore Gesù, tu sarai sempre la mia speranza e la mia salvezza nella terra dei viventi». [15]

Così aveva annotato nel suo quaderno, ritrovando la pace. E questa esperienza, con le sue inquietudini e i suoi interrogativi, rimarrà per lui sempre illuminante e gli darà una singolare via di accesso al mistero del rapporto di Dio con l’uomo. Lo aiuterà ad ascoltare la vita degli altri e a riconoscere, con fine discernimento, l’atteggiamento interiore che unisce il pensiero al sentire, la ragione agli affetti, e che chiama per nome il “Dio del cuore umano”. Per questa via Francesco non ha corso il pericolo di attribuire un valore teorico alla propria esperienza personale, assolutizzandola, ma ha imparato qualcosa di straordinario, frutto della grazia: leggere in Dio il proprio e altrui vissuto.

Malgrado egli non abbia mai preteso di elaborare un vero e proprio sistema teologico, la sua riflessione sulla vita spirituale ha avuto una eminente dignità teologica. Emergono in lui i tratti essenziali del fare teologia, per la quale non bisogna mai dimenticare due dimensioni costitutive. La prima è proprio la vita spirituale, perché è nella preghiera umile e perseverante, nell’apertura allo Spirito Santo, che si può cercare di intendere ed esprimere il Verbo di Dio; teologi si diventa nel crogiolo della preghiera. La seconda dimensione è la vita ecclesiale: sentire nella Chiesa e con la Chiesa. Anche la teologia ha risentito della cultura individualistica, ma il teologo cristiano elabora il suo pensiero immerso nella comunità, spezzando in essa il pane della Parola. [16] La riflessione di Francesco di Sales, a margine delle dispute di scuola della sua epoca e pur con rispetto verso di esse, nasce precisamente da questi due tratti costitutivi.

La scoperta di un mondo nuovo

Terminati gli studi umanistici, proseguì con quelli di diritto all’Università di Padova. Rientrato ad Annecy, aveva ormai deciso l’orientamento della sua vita, nonostante le resistenze paterne. Ordinato sacerdote il 18 dicembre 1593, nei primi giorni di settembre dell’anno seguente, su invito del vescovo, Mons. Claude de Granier, fu chiamato alla difficile missione nello Chablais, territorio appartenente alla diocesi di Annecy, di confessione calvinista, nuovamente passato, nell’intricato dedalo di guerre e trattati di pace, sotto il controllo del ducato di Savoia. Furono anni intensi e drammatici. Qui scoprì, insieme a qualche rigida intransigenza che in seguito gli darà da pensare, le proprie doti di mediatore e uomo di dialogo. Si mostrò, inoltre, inventore di originali e audaci prassi pastorali, come i famosi “fogli volanti”, appesi ovunque e fatti scivolare persino sotto le porte delle case.

Nel 1602 fece ritorno a Parigi, impegnato a svolgere una delicata missione diplomatica, per conto dello stesso Granier e su precisa indicazione della Sede Apostolica, in seguito all’ennesimo mutamento del quadro politico-religioso del territorio della diocesi di Ginevra. Nonostante la buona disposizione d’intenti da parte del re di Francia, la missione fu fallimentare. Lui stesso scrisse a Papa Clemente VIII: «Dopo nove mesi interi, sono stato costretto a tornare sui miei passi senza aver concluso quasi nulla». [17] Eppure quella missione si rivelò per lui e per la Chiesa di una ricchezza inattesa sotto il profilo umano, culturale e religioso. Nel tempo libero concesso dai negoziati diplomatici, Francesco predicò alla presenza del re e della corte di Francia, intrecciò relazioni importanti e, soprattutto, si immerse totalmente nella prodigiosa primavera spirituale e culturale della moderna capitale del Regno.

Lì tutto era cambiato e stava cambiando. Lui stesso si lasciò toccare e interrogare dai grandi problemi insorgenti del mondo e dal modo nuovo di osservarli, dalla sorprendente domanda di spiritualità che era nata, come dalle inedite questioni che essa poneva. In breve, si accorse di un vero “passaggio d’epoca”, cui occorreva rispondere attraverso linguaggi antichi e nuovi. Non era certo la prima volta che incontrava dei cristiani ferventi, ma si trattava di qualcosa di diverso. Non era la Parigi sconvolta dalle guerre di religione, che aveva visto nei suoi anni di formazione, e neppure la lotta aspra sostenuta nei territori dello Chablais. Era una realtà inattesa: una folla «di santi, di veri santi, numerosi e dappertutto». [18] C’erano uomini e donne di cultura, professori della Sorbona, rappresentanti delle istituzioni, principi e principesse e servi e serve, religiosi e religiose. Un mondo variamente assetato di Dio.

Incontrare quelle persone e riconoscere le loro domande fu una delle circostanze provvidenziali più importanti della sua vita. Giorni apparentemente inutili e fallimentari si trasformarono, in tal modo, in una scuola incomparabile, al fine di leggere, senza mai blandirli, gli umori del tempo. In lui, l’abile e infaticabile controversista si andava trasformando, per grazia, in un fine interprete del tempo e straordinario direttore d’anime. La sua azione pastorale, le grandi opere (Introduzione alla vita devota e Trattato dell’amore di Dio), le migliaia di lettere di amicizia spirituale che ne verranno, inviate dentro e fuori le mura dei conventi e dei monasteri a religiosi e monache, a uomini e donne di corte come alla gente comune, l’incontro con Giovanna Francesca di Chantal e la stessa fondazione della Visitazione nel 1610, risulterebbero incomprensibili senza questa svolta interiore. Vangelo e cultura trovavano allora una sintesi feconda, da cui derivava l’intuizione di un metodo vero e proprio, giunto a maturazione e pronto per un raccolto durevole e promettente.

In una delle primissime lettere di direzione e amicizia spirituale, inviata a una delle comunità visitate a Parigi, Francesco di Sales parla, pur con umiltà, di un “suo metodo”, che si differenzia da altri, in vista di una vera riforma. Un metodo che rinuncia all’asprezza e conta pienamente sulla dignità e capacità di un’anima devota, nonostante le sue debolezze: «Mi viene il dubbio che si possa opporre alla vostra riforma anche un altro impedimento: forse coloro che ve l’hanno imposta, hanno curato la piaga con troppa durezza. […] Io lodo il loro metodo, sebbene non sia quello che soglio usare, specialmente nei riguardi di spiriti nobili e ben educati come i vostri. Credo che sia meglio limitarsi a mostrar loro il male e mettere il bisturi nelle loro mani, perché pratichino essi stessi l’incisione necessaria. Ma non tralasciate per questo la riforma di cui avete bisogno». [19] Traspare in queste parole quello sguardo che ha reso celebre l’ottimismo salesiano e che ha lasciato la sua impronta durevole nella storia della spiritualità, per fioriture successive, come nel caso di don Bosco due secoli dopo.

Rientrato ad Annecy, fu ordinato vescovo l’8 dicembre dello stesso anno 1602. L’influsso del suo ministero episcopale sull’Europa dell’epoca e dei secoli successivi appare immenso. «È apostolo, predicatore, scrittore, uomo d’azione e di preghiera; impegnato a realizzare gli ideali del Concilio di Trento; coinvolto nella controversia e nel dialogo con i protestanti, sperimentando sempre più, al di là del necessario confronto teologico, l’efficacia della relazione personale e della carità; incaricato di missioni diplomatiche a livello europeo, e di compiti sociali di mediazione e di riconciliazione». [20] Soprattutto è interprete del cambiamento d’epoca e guida delle anime in un tempo che, in modo nuovo, ha sete di Dio.

La carità fa tutto per i suoi figli

Tra il 1620 e il ‘21, dunque ormai sul limitare della sua vita, Francesco indirizzava a un sacerdote della sua Diocesi parole capaci di illuminare la sua visione dell’epoca. Lo incoraggiava ad assecondare il suo desiderio di dedicarsi alla scrittura di testi originali, capaci di intercettare i nuovi interrogativi, intuendone la necessità. «Vi devo dire che la conoscenza che vado acquisendo ogni giorno degli umori del mondo mi porta ad augurarmi appassionatamente che la divina Bontà ispiri qualcuno dei suoi servi a scrivere secondo il gusto di questo povero mondo». [21] La ragione di questo incoraggiamento la trovava nella propria visione del tempo: «Il mondo sta divenendo così delicato, che fra poco non si oserà più toccarlo, se non con guanti di velluto, né medicare le sue piaghe, se non con impiastri di cipolla; ma che importa, se gli uomini vengono guariti e, in definitiva, vengono salvati? La nostra regina, la carità, fa tutto per i suoi figli». [22] Non è un tratto scontato, tanto meno una resa finale di fronte a una sconfitta. Era, piuttosto, l’intuizione di un cambiamento in atto e dell’esigenza, tutta evangelica, di capire come poterlo abitare.

La medesima consapevolezza, del resto, l’aveva maturata ed espressa introducendo il Trattato dell’amore di Dio, nella Prefazione: «Ho tenuto presente la mentalità delle persone di questo secolo e non potevo fare diversamente; è molto importante tener conto del tempo in cui si scrive». [23] Chiedendo, poi, la benevolenza del lettore affermava: «Se trovi che lo stile è un po’ diverso da quello usato nella Filotea, ed entrambi molto distanti da quello della Difesa della croce, tieni presente che in diciannove anni si imparano e si dimenticano molte cose; che il linguaggio della guerra è diverso da quello della pace e che ai giovani principianti si parla in un modo, ai vecchi compagni in un altro». [24] Ma, di fronte a questo cambiamento, da dove iniziare? Non lontano dalla stessa storia di Dio con l’uomo. Di qui l’intento ultimo del suo Trattato: «In realtà mi sono proposto soltanto di rappresentare con semplicità e genuinità, senza artifici e, a maggior ragione, senza fronzoli, la storia della nascita, della crescita, della decadenza, delle operazioni, delle proprietà, dei vantaggi e delle eccelse qualità dell’amore divino». [25]

Le domande di un passaggio d’epoca

Nella ricorrenza del quarto centenario della sua morte, mi sono interrogato sull’eredità di San Francesco di Sales per la nostra epoca, e ho trovato illuminanti la sua duttilità e la sua capacità di visione. Un po’ per dono di Dio, un po’ per indole personale, e anche per la sua tenace coltivazione del vissuto, egli aveva avuto la nitida percezione del cambiamento dei tempi. Lui stesso non avrebbe mai immaginato di riconoscervi una tale opportunità per l’annuncio del Vangelo. La Parola che aveva amato fin dalla sua giovinezza era capace di farsi largo, aprendo nuovi e imprevedibili orizzonti, in un mondo in rapida transizione.

È quanto ci attende come compito essenziale anche per questo nostro passaggio d’epoca: una Chiesa non autoreferenziale, libera da ogni mondanità ma capace di abitare il mondo, di condividere la vita della gente, di camminare insieme, di ascoltare e accogliere. [26] È quello che Francesco di Sales ha compiuto, leggendo, con l’aiuto della grazia, la sua epoca. Perciò egli ci invita a uscire da una preoccupazione eccessiva per noi stessi, per le strutture, per l’immagine sociale e a chiederci piuttosto quali sono i bisogni concreti e le attese spirituali del nostro popolo. [27] È importante, dunque, anche per l’oggi, rileggere alcune sue scelte cruciali, per abitare il cambiamento con saggezza evangelica.

La brezza e le ali

La prima di tali scelte è stata quella di rileggere e riproporre a ciascuno, nella sua specifica condizione, la felice relazione tra Dio e l’essere umano. In fondo, la ragione ultima e lo scopo concreto del Trattato è proprio quello di illustrare ai contemporanei il fascino dell’amore di Dio. «Quali sono – egli si chiede – le corde abituali per mezzo delle quali la divina Provvidenza è solita attirare i nostri cuori al suo amore?». [28] Prendendo suggestivamente avvio dal testo di Osea 11,4, [29] definisce tali mezzi ordinari come «legami di umanità o di carità e amicizia». «È fuor di dubbio – scrive –, che non siamo attirati verso Dio con catene di ferro, come tori e bufali, ma mediante inviti, attrattive deliziose, e sante ispirazioni, che poi sono i legami di Adamo e dell’umanità; ossia adatti e convenienti al cuore umano, per il quale la libertà è naturale». [30] È tramite questi legami che Dio ha tratto il suo popolo dalla schiavitù, insegnandogli a camminare, tenendolo per mano, come fa un papà o una mamma col proprio bimbo. Nessuna imposizione esterna, dunque, nessuna forza dispotica e arbitraria, nessuna violenza. Piuttosto, la forma persuasiva di un invito che lascia intatta la libertà dell’uomo. «La grazia – prosegue pensando certamente a tante storie di vita incontrate – ha forza, non per costringere, ma per attirare il cuore; possiede una santa violenza, non per violare, ma per rendere amorosa la nostra libertà; agisce con forza, ma tanto soavemente che la nostra volontà non rimane schiacciata sotto un’azione così potente; ci spinge, ma non soffoca la nostra libertà: per cui ci è possibile, di fronte a tutta la sua potenza, consentire o resistere ai suoi movimenti, a nostro piacimento». [31]

Poco prima aveva abbozzato tale rapporto nel curioso esempio dell’“apodo”: «Ci sono certi uccelli, Teotimo, che Aristotele chiama “apodi”, perché hanno gambe talmente corte e piedi così deboli, che non se ne possono servire, proprio come se non li avessero; e se, per caso, si appoggiano a terra, ci rimangono, senza poter riprendere il volo da soli, perché, non avendo l’uso delle gambe, né quello dei piedi, non hanno modo di spingersi e lanciarsi in aria; per cui rimangono accovacciati per terra e vi muoiono, a meno che il vento, sostituendosi alla loro incapacità, con folate sul terreno li prenda e li sollevi, come fa con molte altre cose. In tal caso se, servendosi delle ali, assecondano lo slancio e la prima spinta che dà loro il vento, lo stesso vento continua a venire in loro aiuto spingendoli sempre più in alto per aiutarli e riprendere il volo». [32] Così è l’uomo: fatto da Dio per volare e dispiegare tutte le sue potenzialità nella chiamata all’amore, rischia di diventare incapace di spiccare il volo quando cade a terra e non acconsente a riaprire le ali alla brezza dello Spirito.

Ecco, dunque, la “forma” attraverso la quale la grazia di Dio si destina agli uomini: quella dei preziosi e umanissimi legami di Adamo. La forza di Dio non smette di essere assolutamente capace di restituire il volo e, tuttavia, la sua dolcezza fa in modo che la libertà del consenso ad esso non sia violata o inutile. Spetta all’uomo alzarsi o non alzarsi. Benché la grazia lo abbia toccato al risveglio, senza di lui, essa non vuole che l’uomo si alzi senza il suo consenso. Così egli trae la sua riflessione conclusiva: «Teotimo, le ispirazioni ci prevengono e si fanno sentire prima che ce ne rendiamo conto, ma dopo che le abbiamo avvertite, spetta a noi acconsentirvi assecondando e seguendo i loro impulsi, o dissentire e respingerle: si fanno sentire in noi senza di noi, ma non si fanno acconsentire senza di noi». [33] Pertanto, nella relazione con Dio, si tratta sempre di un’esperienza di gratuità, che attesta la profondità dell’amore del Padre.

Tuttavia, questa grazia non rende mai l’uomo passivo. Essa porta a comprendere che si è radicalmente preceduti dall’amore di Dio, e che il suo primo dono consiste proprio nel riceversi dal suo stesso amore. Ciascuno, però, ha il dovere di cooperare al proprio compimento, dispiegando con fiducia le proprie ali alla brezza di Dio. Qui vediamo un aspetto importante della nostra vocazione umana: «Il compito che Dio affida ad Adamo e a Eva nel racconto della Genesi è di essere fecondi. All’umanità è stato dato l’incarico di cambiare, costruire e dominare la creazione, un compito positivo che significa creare da essa e con essa. Quindi il futuro non dipende da un meccanismo invisibile di cui gli esseri umani sono spettatori passivi. No, siamo protagonisti, siamo – forzando la parola – cocreatori». [34] È quanto Francesco di Sales ha ben compreso e ha cercato di trasmettere nel suo ministero di guida spirituale.

La vera devozione

Una seconda grande scelta cruciale è stata quella di aver messo a tema la questione della devozione. Anche in questo caso, come ai nostri giorni, il nuovo passaggio d’epoca aveva sollevato, in merito, non pochi interrogativi. In particolare, due aspetti chiedono di essere compresi anche oggi e rilanciati. Il primo riguarda l’idea stessa di devozione, il secondo, il suo carattere universale e popolare. Indicare, anzitutto, cosa si intenda per devozione, è la prima attenzione che troviamo all’inizio di Filotea: «È necessario, prima di tutto, che tu sappia che cos’è la virtù della devozione. Di vera ce n’è una sola, ma di false e vane ce ne sono tante; e se non sai distinguere la vera, puoi cadere in errore e perdere tempo correndo dietro a qualche devozione assurda e superstiziosa». [35]

Gustosa e sempre attuale è la descrizione di Francesco di Sales della falsa devozione, in cui non ci è difficile ritrovarci, non senza una efficace punta di sano umorismo: «Chi si consacra al digiuno, penserà di essere devoto perché non mangia, mentre ha il cuore pieno di rancore; e mentre non se la sente di bagnare la lingua nel vino e neppure nell’acqua, per amore della sobrietà, non avrà alcuno scrupolo nel tuffarla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia. Un altro penserà di essere devoto perché biascica tutto il giorno una filza interminabile di preghiere; e non darà peso alle parole cattive, arroganti e ingiuriose che la sua lingua rifilerà, per il resto della giornata, a domestici e vicini. Qualche altro metterà mano volentieri al portafoglio per fare l’elemosina ai poveri, ma non riuscirà a cavare un briciolo di dolcezza dal cuore per perdonare i nemici; ci sarà poi l’altro che perdonerà i nemici, ma di pagare i debiti non gli passerà neanche per la testa; ci vorrà il tribunale». [36] Sono evidentemente vizi e fatiche di sempre, anche di oggi, per cui il Santo conclude: «Tutta questa brava gente, dall’opinione comune è considerata devota, ma non lo è per niente». [37]

La novità e la verità della devozione, invece, si trovano altrove, in una radice profondamente legata alla vita divina in noi. In tal modo «la vera e viva devozione […] esige l’amore di Dio, anzi non è altro che un vero amore di Dio; non un amore genericamente inteso». [38] Nella sua fervente immaginazione essa non è che, «a dirla in breve, una sorta di agilità e vivacità spirituale per mezzo della quale la carità agisce in noi o, se vogliamo, noi agiamo per mezzo suo, con prontezza e affetto». [39] Per questo essa non si pone accanto alla carità, ma è una sua manifestazione e, insieme, conduce ad essa. È come una fiamma rispetto al fuoco: ne ravviva l’intensità, senza mutarne la qualità. «In conclusione, si può dire che la carità e la devozione differiscono tra loro come il fuoco dalla fiamma; la carità è un fuoco spirituale, che quando brucia con una forte fiamma si chiama devozione: la devozione aggiunge al fuoco della carità solo la fiamma che rende la carità pronta, attiva e diligente, non soltanto nell’osservanza dei Comandamenti di Dio, ma anche nell’esercizio dei consigli e delle ispirazioni del cielo». [40] Una devozione così intesa non ha nulla di astratto. È, piuttosto, uno stile di vita, un modo di essere nel concreto dell’esistenza quotidiana. Essa raccoglie e interpreta le piccole cose di ogni giorno, il cibo e il vestito, il lavoro e lo svago, l’amore e la generazione, l’attenzione agli obblighi professionali; in sintesi, illumina la vocazione di ognuno.

Si intuisce qui la radice popolare della devozione, affermata fin dalle prime battute di Filotea: «Quasi tutti quelli che hanno trattato della devozione si sono interessati di istruire persone separate dal mondo o, perlomeno , hanno insegnato un tipo di devozione che porta a questo isolamento. Io intendo offrire i miei insegnamenti a quelli che vivono nelle città, in famiglia, a corte, e che, in forza del loro stato, sono costretti, dalle convenienze sociali, a vivere in mezzo agli altri». [41] È per questo che si sbaglia di molto chi pensa di relegare la devozione a qualche ambito protetto e riservato. Piuttosto, essa è di tutti e per tutti, ovunque siamo, e ciascuno la può praticare secondo la propria vocazione. Come scriveva San Paolo VI nel quarto centenario della nascita di Francesco di Sales, «la santità non è prerogativa dell’uno o dell'altro ceto; ma a tutti i cristiani è rivolto il pressante invito: “Amico, sali più in alto” ( Lc 14,10); tutti sono vincolati dall’obbligo di salire il monte di Dio, anche se non tutti per la stessa via. “La devozione dev’essere esercitata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal cameriere, dal principe, dalla vedova, dalla giovane, dalla sposa. Ancor più, la pratica della devozione deve essere adattata alle forze, agli affari e ai doveri di ognuno”». [42] Attraversare la città secolare, custodendo l’interiorità, coniugare il desiderio di perfezione con ogni stato di vita, ritrovando un centro che non si separa dal mondo, ma insegna ad abitarlo, ad apprezzarlo, imparando anche a prendere le giuste distanze da esso: questo era il suo intento, e continua a essere una lezione preziosa per ogni donna e uomo del nostro tempo.

È questo il tema conciliare della vocazione universale alla santità: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste». [43] “Ognuno per la sua via”. «Dunque, non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili». [44] La madre Chiesa ce li propone non perché cerchiamo di copiarli, ma perché ci spronino a camminare sulla via unica e specifica che il Signore ha pensato per noi. «Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7)». [45]

L’estasi della vita

Tutto questo ha condotto il santo Vescovo a considerare la vita cristiana nella sua interezza come «l’estasi dell’azione e della vita». [46] Essa, però, non va confusa con una facile fuga o una ritirata intimistica, tanto meno con un’obbedienza triste e grigia. Sappiamo che questo pericolo è sempre presente nella vita di fede. Infatti «ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. […] Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie». [47]

Permettere alla gioia di destarsi è proprio quanto Francesco di Sales esprime nel descrivere l’“estasi dell’azione e della vita”. Grazie ad essa «non viviamo soltanto una vita civile, onesta e cristiana, ma una vita sovrumana, spirituale, devota ed estatica, ossia una vita che in ogni caso è fuori e al di sopra della nostra condizione naturale». [48] Ci troviamo qui nelle pagine centrali e più luminose del Trattato. L’estasi è l’eccesso felice della vita cristiana, lanciata oltre la mediocrità della mera osservanza: «Non rubare, non mentire, non commettere lussuria, pregare Dio, non giurare invano, amare e onorare il padre, non uccidere, è vivere secondo la ragione naturale dell’uomo; ma abbandonare tutti i nostri beni, amare la povertà, chiamarla e ritenerla una deliziosa padrona, considerare gli obbrobri, il disprezzo, le abiezioni, le persecuzioni, i martiri come felicità e beatitudini, mantenersi nei limiti di un’assoluta castità, e infine vivere nel mondo e in questa vita mortale contro tutte le opinioni e le massime del mondo e contro la corrente del fiume di questa vita, con abituale rassegnazione, rinuncia e abnegazione di noi stessi, non è vivere secondo la natura umana, ma al di sopra di essa; non è vivere in noi, ma fuori di noi e al di sopra di noi: e siccome nessuno può uscire in questo modo al di sopra di se stesso se non l’attira l’eterno Padre, ne consegue che tale modo di vivere deve essere un rapimento continuo e un’estasi perpetua d’azione e di operazione». [49]

È una vita che ha ritrovato le sorgenti della gioia, contro ogni suo inaridimento, contro la tentazione di ripiegarsi su di sé. In effetti, «il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita». [50]

Alla descrizione dell’“estasi dell’azione e della vita” San Francesco aggiunge, infine, due precisazioni importanti, anche per il nostro tempo. La prima riguarda un criterio efficace per il discernimento della verità di questo stesso stile di vita. La seconda, circa la sua sorgente profonda. Quanto al criterio di discernimento, egli afferma che, se da un lato tale estasi comporta un vero e proprio uscire da sé stessi, dall’altro questo non significa un abbandono della vita. È importante non dimenticarlo mai, per evitare pericolose deviazioni. In altre parole, chi presume di elevarsi verso Dio, ma non vive la carità per il prossimo, inganna sé stesso e gli altri.

Ritroviamo qui lo stesso criterio che egli applicava alla qualità della vera devozione. «Quando si incontra una persona che nell’orazione ha dei rapimenti per mezzo dei quali esce e sale al di sopra di se stessa fino a Dio, e tuttavia non ha estasi della vita, ossia non conduce una vita elevata e congiunta a Dio, […] soprattutto per mezzo di una continua carità, credimi, Teotimo, tutti i suoi rapimenti sono molto dubbi e pericolosi». Molto efficace è la sua conclusione: «Essere sopra di se stessi nell’orazione e al di sotto di se stessi nella vita e nell’azione, essere angelici nella meditazione e animali nella conversazione […] è un vero segno che tali rapimenti e tali estasi non sono che divertimenti e inganni dello spirito maligno». [51] È, in sostanza, quanto già Paolo ricordava ai Corinti nell’inno alla carità: «Se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» ( 1 Cor 13, 2-3).

Per San Francesco di Sales, dunque, la vita cristiana non è mai senza estasi e, tuttavia, l’estasi non è autentica senza la vita. Infatti, la vita senza l’estasi rischia di ridursi a un’obbedienza opaca, a un Vangelo che ha dimenticato la sua gioia. D’altro lato, l’estasi senza la vita si espone facilmente all’illusione e all’inganno del Maligno. Le grandi polarità della vita cristiana non si possono risolvere l’una nell’altra. Semmai l’una mantiene l’altra nella sua autenticità. In tal modo, la verità non è senza giustizia, il compiacimento senza responsabilità, la spontaneità senza legge; e viceversa.

Quanto invece alla sorgente profonda di questa estasi, egli la lega sapientemente all’amore manifestato dal Figlio incarnato. Se, da un lato, è vero che «l’amore è il primo atto e il principio della nostra vita devota o spirituale, per mezzo della quale viviamo, sentiamo, ci commuoviamo» e, dall’altro, che «la vita spirituale è tale quali sono i nostri movimenti affettivi», è chiaro che «un cuore che non ha affetto non ha amore», come pure che «un cuore che ha amore non è senza movimento affettivo». [52] Ma la sorgente di questo amore che attrae il cuore è la vita di Gesù Cristo: «Niente fa pressione sul cuore dell’uomo quanto l’amore», e il culmine di tale pressione è che «Gesù Cristo è morto per noi, ci ha dato la vita con la sua morte. Noi viviamo soltanto perché egli è morto ed è morto per noi, a nostro vantaggio e in noi». [53]

Commuove questa indicazione che manifesta, oltre a una visione illuminata e non scontata del rapporto tra Dio e l’uomo, lo stretto legame affettivo che legava il santo Vescovo al Signore Gesù. La verità dell’estasi della vita e dell’azione non è generica, ma è quella che appare secondo la forma della carità di Cristo, che culmina sulla croce. Questo amore non annulla l’esistenza, ma la fa brillare di una qualità straordinaria.

È per questo che, con un’immagine bellissima, San Francesco di Sales descrive il Calvario come «il monte degli innamorati». [54] Lì, e solo lì, si comprende che «non è possibile avere la vita senza l’amore, né l’amore senza la morte del Redentore: ma fuori di là, tutto è o morte eterna o amore eterno, e tutta la sapienza cristiana consiste nel saper scegliere bene». [55] Così egli può chiudere il suo Trattato rinviando alla conclusione di un discorso di Sant’Agostino sulla carità: «Che cosa vi è di più fedele della carità? Fedele non all’effimero ma all’eterno. Essa sopporta tutto nella presente vita, per la ragione che tutto crede sulla futura vita: sopporta tutte le cose che qui ci sono date da sopportare, perché spera tutto quello che le viene promesso là. Giustamente non ha mai fine. Perciò praticate la carità e portate, meditandola santamente, frutti di giustizia. E se troverete voi, a sua lode, altre cose che io non vi abbia detto ora, lo si veda nel vostro modo di vivere». [56]

È questo ciò che traspare dalla vita del santo Vescovo di Annecy, e che è consegnato, ancora una volta, a ciascuno di noi. La ricorrenza del quarto centenario della sua nascita al cielo ci aiuti a farne devota memoria; e per sua intercessione il Signore effonda abbondanti i doni dello Spirito sul cammino del santo Popolo fedele di Dio.

Roma, San Giovanni in Laterano, 28 dicembre 2022.

FRANCESCO

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[1] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, Préface: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 336.
[2] Id, Lett. 2103: A Monsieur Sylvestre de Saluces de la Mente, Abbé d’Hautecombe (3 nov. 1622), in Œuvres de Saint François de Sales, XXVI, Annecy 1932, 490-491.
[3] Id., Lett. 1961: À une dame (19 dic. 1622), in Œuvres de Saint François de Sales, XX ( Lettres, X: 1621-1622), Annecy 1918, 395.
[4] Id., Traité de l’amour de Dieu, I, 15: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 395.
[5] Id., Entretiens spirituels, Dernier entretien [21]: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 1319.
[6] Esort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 49: AAS 110 (2018), 1124.
[7] Ibid., 57: AAS 110 (2018), 1127.
[8] Cfr ibid., 37-39: AAS 110 (2018), 1121-1122.
[9] S. Francesco di Sales, Entretiens spirituels, Dernier entretien [21]: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 1319.
[10] Ibid., 1308.
[11] Ibid.
[12] Lettera a Mons. Yves Boivineau, Vescovo di Annecy, in occasione del 400° anniversario dell’ordinazione episcopale di san Francesco di Sales, 23 novembre 2002, 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXV/2 (2002), 767.
[13] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, Préface: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 336.
[14] Benedetto XVI, Catechesi, 2 marzo 2011: Insegnamenti, VII/1 (2011), 270.
[15] S. Francesco di Sales, Fragments d’écrits intimes, 3: Acte d’abandon heroïque, in Œuvres de Saint François de Sales, XXII ( Opuscules, I), Annecy 1925, 41.
[16] Cfr Discorso alla Commissione Teologica Internazionale (29 nov. 2019): L’Osservatore Romano, 30 novembre 2019, p. 8.
[17] S. Francesco di Sales, Lett. 165: À Sa Sainteté Clément VIII (fine ottobre 1602), in Œuvres de Saint François de Sales, XII ( Lettres, II: 1599-1604), Annecy 1902, 128.
[18] H. Bremond, L’humanisme dévôt: 1580-1660, in Histoire littéraire du sentiment religieux en France: depuis la fin des guerres de religion jusqu’à nos jours, I, Jérôme Millon, Grenoble 2006, 131.
[19] S. Francesco di Sales, Lett. 168 Aux religieuses du monastère des «Filles-Dieu» (22 novembre 1602), in Œuvres de Saint François de Sales, XII ( Lettres, II: 1599-1604), Annecy 1902, 105.
[20] Benedetto XVI, Catechesi, 2 marzo 2011: Insegnamenti, VII /1 (2011), 272.
[21] S. Francesco di Sales, Lett. 1869: À M. Pierre Jay (1620 o 1621), in Œuvres de Saint François de Sales, XX ( Lettres, X: 1621-1622), Annecy 1918, 219.
[22] Ibid.
[23] Id., Traité de l’amour de Dieu, Préface: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 339.
[24] Ibid., 347.
[25] Ibid., 338-339.
[26] Cfr Discorso ai vescovi, sacerdoti, religiosi, seminaristi e catechisti,, Bratislava, 13 settembre 2021: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2021, pp. 11-12.
[27] Cfr ibid.
[28] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, II, 12: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 444.
[29] «Io li traevo con legami di bontà [Vulg: in funiculis Adam], con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare».
[30] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, II, 12: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 444.
[31] Ibid., II, 12: 444-445.
[32] Ibid., II, 9: 434.
[33] Ibid., II, 12: 446.
[34] Ritorniamo a sognare. La strada per un futuro migliore, Conversazione con Austen Ivereigh, Piemme, Milano 2020, 8.
[35] S. Francesco di Sales, Introduction à la vie dévote, I, 1: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 31.
[36] Ibid.: 31-32.
[37] Ibid.: 32.
[38] Ibid.
[39] Ibid.
[40] Ibid.: 33.
[41] Ibid., Préface: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 23.
[42] Epist. Ap. Sabaudiae gemma, nel IV centenario della nascita di san Francesco di Sales, dottore della Chiesa (29 gennaio 1967): AAS 59 (1967), 119.
[43] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11.
[44] Esort. ap. Gaudete et exsultate, 11: AAS 110 (2018), 1114.
[45] Ibid.
[46] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, VII, 6: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 682.
[47] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 6: AAS 105 (2013), 1021-1022.
[48] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, VII, 6: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 682-683.
[49] Ibid.: 683.
[50] Esort. ap. Evangelii gaudium, 2: AAS 105 (2013), 1019-1020.
[51] S. Francesco di Sales, Traité de l’amour de Dieu, VII, 7: ed. Ravier – Devos, Paris 1969, 685.
[52] Ibid.: 684.
[53] Ibid., VII, 8: 687.688.
[54] Ibid., XII, 13: 971.
[55] Ibid.
[56] Discorsi, 350, 3: PL 39, 1535.