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mercoledì 12 marzo 2025

Card. Zuppi: vicini al Papa. Investire nel cantiere dell’Europa


Card. Zuppi: vicini al Papa.
Investire nel cantiere dell’Europa


Pubblichiamo l’Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla sessione primaverile dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 10-12 marzo 2025).


Cari Confratelli,

all’inizio di questa sessione del Consiglio Episcopale Permanente il nostro primo pensiero va a Papa Francesco. Durante l’Adorazione Eucaristica, che, come di consueto, apre i nostri lavori, abbiamo voluto unirci alle richieste che in questi giorni le Chiese in Italia e quelle sparse nel mondo hanno rivolto al Signore per il Pontefice. Una vera e propria catena di preghiera che è partita il 23 febbraio scorso e che continua a livello locale e universale.
L’affetto della Chiesa intera si è concretizzato infatti nella preghiera spontanea, che si leva dai credenti di tutto il mondo, e dal Rosario serale da Piazza San Pietro, che è diventato ormai un appuntamento popolare di fede e di attaccamento al Santo Padre. Qualcuno, ricordando la commovente e drammatica preghiera del 27 marzo 2020, quando da solo Papa Francesco pregò per il mondo intero, mi ha scritto che adesso è il mondo intero che si unisce nella preghiera per lui. In questa condizione di fragilità la sua figura diventa ancor di più motivo di comunione. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Lo ha confidato lui stesso: «Avverto nel cuore la “benedizione” che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore; allo stesso tempo, ringrazio Dio perché mi dà l’opportunità di condividere nel corpo e nello spirito la condizione di tanti ammalati e sofferenti» (Angelus, 2 marzo 2025). Nella partecipe trepidazione per la sua malattia, emerge la testimonianza di amore a Cristo (cfr. Gv 21, 17-19) che passa dall’esercizio del suo ministero nel confermare i fratelli nella fede e nel presiedere la Chiesa nella carità. Il popolo cristiano lo ama e siamo colpiti dal fatto che pure non credenti e fedeli di altre religioni si uniscano all’invocazione per la sua salute, considerandolo un apostolo di pace e di spiritualità. Anche noi oggi, quindi, vogliamo far arrivare al Papa l’attaccamento e la preghiera dell’intera Chiesa in Italia, perché senta forte la nostra vicinanza filiale insieme con la consolazione del Padre buono, che sempre si prende cura dei suoi figli, soprattutto nei momenti più difficili della vita. Del resto, come egli stesso ha scritto ringraziando medici e operatori sanitari che lo hanno in cura, «abbiamo bisogno di questo, del “miracolo della tenerezza”, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore» (Angelus, 9 marzo 2025).
Il tempo di Quaresima che stiamo vivendo favorisce un esame di coscienza e un rinnovato impegno a favore del Vangelo nella concretezza delle nostre Chiese. A questo scopo, quello cioè di accostare la riflessione con proposte possibili, vorrei mettere in evidenza quattro temi: Giubileo, Cammino sinodale, pace ed Europa.

Il Giubileo, esperienza di conversione

Siamo ormai nel vivo dell’Anno Santo. Tante persone stanno profittando di questo tempo favorevole per confrontarsi nuovamente con la buona novella del Signore Gesù, morto e risorto, e per vivere l’esperienza del perdono e della conversione: è questa l’ennesima possibilità per accostarsi al Signore con gesti concreti, a cominciare dal pellegrinaggio, e per crescere in fede, speranza e carità.
Perché questa opportunità non si riduca a una successione di celebrazioni esteriori, non possiamo dimenticare che il Giubileo, nella sua radice biblica, aveva una chiara connotazione spirituale e sociale. La normativa del capitolo 25 del libro del Levitico aveva come obiettivo di porre un argine all’avidità e alla grettezza del cuore. Nessun debito è per sempre: ma soprattutto nessuno deve restare schiavo per tutta la vita (cfr. vv. 25-28). Riconoscersi fratelli significa consentire a chi è in difficoltà economica o sociale di tornare ad avere la dignità che è propria di ogni persona. La stessa logica si applica alla terra: non la si può sfruttare in modo intensivo, senza consentirle di riprendere le energie necessarie a dare frutto a suo tempo. La terra non è nostra: è di Dio e va trasmessa al meglio alle generazioni future.
Nelle parole di Gesù presso la sinagoga di Nazareth, «l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,19) si rende presente. La cura dei poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista a chi vaga nelle tenebre dell’errore e della sofferenza diventano la ragione della missione di Gesù: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). I discepoli ereditano questa missione del Maestro.
Tali linee sarebbero già sufficienti per tracciare un programma pastorale delle nostre Chiese, in cui il Giubileo spinge a mettere al centro la memoria grata dei doni di Dio e il rispetto della persona umana e del creato, dei fratelli, soprattutto i più fragili. A ciascuno di noi Pastori è dato lo spazio di inventiva per dare vita a gesti concreti, che incarnino questo spirito giubilare. Sarebbe un programma attraente per tanti, che ci vedrebbe peraltro in dialogo con le persone di buona volontà che non vogliono cedere alla logica della sopraffazione e dello sfruttamento delle persone e della terra. I segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza.
Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo ne indica alcuni, tutti decisivi. Ricordiamo, in particolare, quello dei detenuti, che «privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto» (Spes non confundit, 10). Rinnoviamo la sua richiesta di iniziative che restituiscano speranza, come forme di amnistia o di condono della pena, volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società, ma anche percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un reale impegno nell’osservanza delle leggi. È una sollecitazione che coinvolge, in primo luogo, le nostre comunità cristiane chiamate a una rinnovata creatività e generosità per quanti sono pellegrini di speranza con noi.

Verso la Seconda Assemblea Sinodale

Chi ha avuto la possibilità di partecipare alla Prima Assemblea Sinodale (15-17 novembre 2024) ha vissuto un’esperienza di Chiesa e di comunione. Il mio ringraziamento va a chi, a cominciare da S.E. Mons. Erio Castellucci e Mons. Valentino Bulgarelli, dalla Presidenza del Comitato del Cammino sinodale, dall’Ufficio giuridico della CEI fino ai referenti diocesani, stanno lavorando in sinergia sui tanti aspetti di merito e di metodo. Si tratta di un lavoro corale, che è già in sé un esercizio sinodale. Nonostante le inevitabili fatiche, il cammino di questi anni ci sta insegnando anzitutto un metodo ecclesiale, fatto di condivisione, partecipazione, pazienza e visione profetica. In un mondo che cerca facili e rapide soluzioni e che tende a delegare ad un singolo le scelte che ricadono su tutti, in un mondo che ha come registro l’ignorante e rozza polarizzazione, l’esibizione della forza come metodo per risolvere i problemi, la tentazione di scalare le classifiche per salvarsi quando sappiamo che questo avviene solo tutti insieme, il Cammino sinodale sta raccontando una possibilità diversa: quella di leggere e capire la realtà e di decidere insieme, nelle varie ma complementari responsabilità, ciò che è meglio per il futuro di tutti e che è chiesto a tutti.
In queste settimane le Diocesi si sono confrontate con lo Strumento di lavoro: le sintesi pervenute hanno mostrato l’impegno profuso e hanno offerto un riscontro utile per i prossimi passi. Di certo, constatiamo una forte aspettativa: non possiamo deluderla. Guardiamo adesso alla Seconda Assemblea Sinodale (31 marzo-3 aprile 2025), che discuterà tra l’altro le Proposizioni che sintetizzano le scelte per un rinnovamento della Chiesa. Da qui scaturirà il Documento finale, che sarà presentato all’Assemblea Generale di maggio (26-29 maggio 2025). Nel suo complesso, questa resta una sfida anzitutto per noi Vescovi: siamo chiamati ad una responsabilità storica, che consiste nell’accogliere quanto è emerso in questi anni e nel concretizzarlo in scelte pastorali incisive. Comunione e missione!
Nessuno si illude che un documento possa da solo imprimere una svolta alla vita delle nostre Chiese. Non sono gli eventi celebrativi o i testi in sé ad incidere: sono le persone con le loro motivazioni, le loro visioni e le loro scelte ed è la passione verso quei campi che già biondeggiano e che continuano a suscitare la compassione e la speranza di Cristo. La dimensione missionaria della Chiesa di domani, che sta emergendo sempre più chiara dal Cammino sinodale, ci invita a vivere queste settimane e i mesi a venire come un tempo di scelte coraggiose quanto necessarie per le nostre comunità, sempre tenendo presente tutta la città degli uomini.

La pace ha bisogno di dialogo

Il mondo si trova immerso nella tragedia della guerra. «È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Il Giubileo ricordi che quanti si fanno “operatori di pace saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti» (Spes non confundit, 8).
Mentre va scomparendo la generazione che ha vissuto l’ultima Guerra Mondiale con il suo carico di odio e di dolore, rischiamo di perdere una memoria sana di quegli eventi e delle loro vere cause. La logica del più forte sembra prevalere e quasi diventa affascinante e accettata in modo acritico. La Chiesa, invece, resta fedele a quanto la tradizione di secoli ha insegnato e il Vaticano II ha ribadito: «Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli» (Gaudium et spes, 24). È il tema dell’Enciclica Fratelli tutti. Questo non sembra il tempo in cui si condivide la coscienza di essere un’unica famiglia e, purtroppo, non ci si tratta da fratelli. Anzi ci si tratta da nemici e ci si esercita nell’arte della guerra più che in quella del dialogo. Il sogno, che nasce dal Vangelo di Gesù, è che i popoli e le persone formino un’unica famiglia e che si trattino da familiari.
Siamo in un momento internazionale delicato. Trepidiamo per la situazione in Medio Oriente e temiamo per la fragile tregua su Gaza. Bisogna che tutti rispettino gli accordi. Ci viene da Papa Francesco un grande insegnamento: non dimenticare il dolore. Ci sono guerre all’interno di un popolo, come in Sudan, nel nord del Congo e, nelle ultime ore, in Siria, paesi – tra l’altro – in cui l’impegno ecclesiale italiano è importante. Seguiamo con trepida attenzione quanto avviene in Ucraina, sottoposta a bombardamenti e attacchi sistematici. Ogni giorno le sirene rompono le notti che vorremmo tranquille per tutti, specie per i bambini e i malati, tra cui tanti feriti e mutilati. Guardiamo con attenzione e speranza al possibile dialogo tra Ucraina e Russia, mentre auspichiamo che questo possa segnare una nuova stagione per tutti quei Paesi – tra cui Stati Uniti, Europa e Cina – che, a vario titolo, sono coinvolti nella ricerca della pace. Finalmente si muovono passi per la pace! Questa ha bisogno di dialogo, come ha sempre chiesto Papa Francesco con commovente insistenza. Troppo si è disprezzato il dialogo tra governi, mentre le sedi internazionali d’incontro sono state svuotate di significato e prestigio, a partire dall’ONU. La parola è decisiva. Il linguaggio, quello internazionale e quello della comunicazione, è divenuto molto duro, aggressivo, mirando a colpire o screditare più che a creare le basi del dialogo. Parole come armi e parole senza o con poca verità. È molto importante, a proposito, il discorso del Papa ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno. «Laddove – ha affermato tra l’altro – viene a mancare il legame fra realtà, verità e conoscenza, l’umanità non è più in grado di parlarsi e di comprendersi, poiché vengono a mancare le fondamenta di un linguaggio comune, ancorato alla realtà delle cose e dunque universalmente comprensibile. […] Il racconto biblico della Torre di Babele mostra che cosa succede quando ciascuno parla solo con “la sua” lingua» (Discorso, 9 gennaio 2025). Qui le radici della crisi della diplomazia e del dialogo, necessario per fare pace: vincere la babelizzazione dei linguaggi, frutto dell’egocentrismo nazionale, personale e di gruppo. Ho sperimentato con gioia come un cristiano, che parla un linguaggio sincero, ascolta e cerca di capire l’altro, può aprire una strada laddove si pensava di trovare un muro. Lo si sperimenta anche nella vita di ogni giorno, di fronte a situazioni presentate come difficili o irrisolvibili. Talvolta siamo pessimisti, ma il cristiano ha in sé, nelle sue parole e gesti, una potenziale grande capacità di pace e di bene.

Promuovere una cultura di pace

Sono convinto, che in questo mondo globale o post-globale, quanto avviene negli scenari del mondo è connesso agli scenari quotidiani e ha una ricaduta su di essi. La globalizzazione, attraverso mille modi, forma e deforma. I messaggi di violenza, le immagini di guerra, l’esaltazione della forza o del vincente, il disprezzo per il debole hanno effetti sulla mentalità e i comportamenti. Talvolta i giovani, deprivati di modelli e maestri, sono recettori indifesi di questo modo di vivere.
Le Chiese, che nascono e crescono nell’ascolto, anche nell’umiltà della vita delle nostre comunità, sono generatrici di donne e uomini di pace, perché gente che vive di ascolto della Parola di Dio e che pratica il dialogo. La Quaresima, che ci richiama alla conversione, mostra che si può essere migliori e che nessuna malattia dello spirito è inguaribile. La Chiesa, tra la preghiera, la vita comunitaria e la solidarietà, forma donne e uomini, vere risorse per la società, segnata da solitudine, competizione, conflittualità. La predicazione, l’educazione, la cura delle persone, non sono una goccia perduta nel mare, ma formano uomini e donne di pace, «come un albero piantato lungo un corso d’acqua […] nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti» (Ger 17,8). La Chiesa non lavora per sé. Formare cristiani spirituali e responsabili non è compito confessionale, ma è nostro dovere e soprattutto servizio al mondo, anche a chi non crede o professa altre religioni.
Bisogna avere consapevolezza che diverse iniziative sono in corso e tante personalità e figure carismatiche crescono o possono crescere nei nostri ambienti e si abbeverano in tanti modi alle fonti della fede. Ricordo ciò che disse il card. Ratzinger, a Subiaco, alla viglia della morte di Giovanni Paolo II, grande costruttore dell’Europa: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio imparando da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (conferenza tenuta il 1° aprile 2005).
Dobbiamo essere grati a tanti sacerdoti, consacrati e consacrate, educatori, catechisti, laici e laiche impegnati, che si dedicano silenziosamente e tenacemente alla crescita e all’animazione dei cristiani, ponendo le premesse di un’umanità migliore. Li ringraziamo per il servizio non protagonista, che forma persone generose e responsabili. Essere padri e madri non è mai protagonismo ma generatività. Gaudium et spes, di cui celebriamo nel 2025 i sessant’anni, vedeva lontano perché chi è illuminato dal Vangelo alza gli occhi, scruta e capisce il presente libero da compulsività e interessi immediati. Si esprimeva così: «È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi» (Gaudium et spes, 15). La nostra risposta non è ideologia, ma uomini e donne viventi che credono e amano. È anche la risposta di fronte alle nuove tecnologie e alla questione dell’Intelligenza artificiale: «L’epoca nostra – continua il testo conciliare -, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza per umanizzare tutte le sue nuove scoperte» (Gaudium et spes, 15). Bisogna suscitare uomini saggi, portatori di una cultura piena di umanità capace di resistere a una cultura aggressiva, competitiva, egocentrica, “predicata” in modo martellante dalla macchina della propaganda.
Il beato Giuseppe Girotti, morto martire a Dachau nel 1945, biblista di vaglio, amico dei poveri, arrestato perché nascondeva gli ebrei, così predicava nel lager nazista prima di morire: «La Chiesa fu, è e sempre sarà l’unico rifugio del senso di umanità, di amore e di misericordia; rifugio della verità, dei principi della retta ragione, della civiltà e della cultura». Questa è la Chiesa, risorsa e speranza dell’umanità! Essere cristiani, con la propria vita, sostiene e protegge l’umanità a tutti i livelli: dalla famiglia, alla vita, alla politica e alla società, al mondo del lavoro, alla vita internazionale.

Investire nel cantiere dell’Europa

Questo popolo non solo prega per la pace e la chiede con forza, ma anche pensa al post-guerra: se vuoi la pace, prepara la pace! È questo il vero investimento di cui oggi abbiamo bisogno. Nel 2023 nel monastero di Camaldoli, celebrando il Codice (che tanto contribuì alla rinascita democratica) dicevo (scuserete l’autocitazione): «Pio XII chiese ai cattolici di uscire dalla loro passività e di prendere l’iniziativa. La responsabilità è iniziativa, altrimenti ci si accontenta delle proprie ragioni o dei buoni sentimenti, questi diventano vano compiacimento e non umiliandosi con la vita concreta fanno illudere di essere dalla parte giusta anche se si finisce fuori dalla storia!» (Prolusione, 21 luglio 2023).
È molto diversa oggi la situazione dei cattolici da quella del 1943, ma c’è la tentazione di accontentarsi delle proprie buone ragioni e dei propri buoni sentimenti, magari limitandosi a rimettere in ordine la “casa” con qualche sistemazione strutturale o accorpamento. Direi con i neologismi di Francesco: è l’ora di primerear e non di balconear. C’è un’iniziativa da prendere: «In questa prospettiva, sarebbe importante – sottolineavo – una Camaldoli europea, con partecipanti da tutt’Europa, per parlare di democrazia ed Europa. I padri fondatori hanno avuto coraggio, rompendo con le consolidate logiche nazionalistiche e creando una realtà mai vista né in Europa né altrove» (Prolusione, 21 luglio 2023).
Abbiamo visto entusiasmo a Trieste, alla Settimana Sociale, nel prendere l’iniziativa nel senso della pace, dell’Europa, della democrazia. Mi pare che, nei nostri ambienti, specie tra i giovani, ci sia voglia di dare un contributo in linea con il Vangelo, la nostra storia, il pensiero sociale della Chiesa. È il momento!
Ottant’anni fa, il 9 maggio 1945, finiva la Seconda Guerra mondiale sul suolo europeo. Data da ricordare e che fa pensare. Anche perché il fantasma di una nuova guerra mondiale si è aggirato negli ultimi anni e il Papa l’ha denunciato. Quella guerra è stata il frutto della follia nazionalista della Germania nazista e dell’Italia fascista. Oggi il male del nazionalismo veste nuovi panni, soffia in tante regioni, detta politiche, esalta parte dei popoli, indica nemici. Il suo demone non è amore per la patria, ma chiusura miope ed egoistica, che finisce per intossicare chi se ne rende protagonista e le relazioni con gli altri. Mons. Roncalli, nel 1940, a Istanbul, meditava sugli scenari del mondo segnati dalla Guerra mondiale nel Giornale dell’Anima: «Il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e di sangue, in contraddizione al Vangelo». Soprattutto su questo punto, che è di bruciante attualità, «libera me de sanguinibus, Deus». E qui torna bene l’invocazione: «Deus salutis meae»: il Salvatore Gesù, che morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue, divenuto primo dei fratelli della nuova famiglia umana, costituita sopra di lui e sopra il suo Vangelo.
Il nazionalismo è in contraddizione con il Vangelo. Per questo i Padri fondatori dell’Europa presero l’iniziativa dell’unificazione europea. L’Europa è una terra arata dal cristianesimo. Non rivendichiamo un’Europa confessionale, ma da credenti siamo a casa nostra nel processo europeo e vogliamo dare il nostro peculiare contributo sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio per un’Europa che può respirare bene solo con i due polmoni. Dobbiamo investire nel cantiere dell’Europa, che non sia un insieme di Istituzioni lontane, ma sia figlia di una lunga storia comune, sia madre della speranza di un futuro umano, non rinunci mai a investire nel dialogo come metodo per risolvere i conflitti, per non lasciare che prevalga la logica delle armi, per non consentire che prenda piede la narrazione dell’inevitabilità della guerra, per aiutare i cristiani e i non-cristiani a mantenere vivo il desiderio di una convivenza pacifica, per offrire spazi di dialogo nella verità e nella carità. Guardiamo con interesse lo sforzo del Governo italiano nel suo intento di connettere la crescita di responsabilità europea al dialogo intra-occidentale per la ricerca di una pace giusta e duratura e l’indispensabile visione multilaterale nella soluzione dei conflitti.
Nel grande confronto globale, solo un’Europa unita può preservare l’umanesimo europeo. Diversi sono i modi di intenderlo, ma è la ricchezza dell’Europa, con la centralità della persona. Questo è un nodo centrale, nonostante visioni relativistiche e individualistiche vorrebbero far perdere la memoria del Vecchio Continente. Lo ha ben spiegato Papa Francesco a Strasburgo durante la visita al Parlamento europeo, richiamando il magistero della Chiesa sul tema. «Promuovere la dignità della persona – ha ricordato – significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non può essere privata ad arbitrio di alcuno e tanto meno a beneficio di interessi economici» (Discorso, 25 novembre 2014). È l’umanesimo della dignità di ognuno nei suoi legami sociali e familiari. Non la persona isolata, come titolare di diritti che si espandono attorno all’io, in modo avulso dagli altri e dalla tradizione. Scriveva Mounier, un autore caro agli estensori del Codice di Camaldoli: «Il noi segue l’io poiché uno non si forma senza l’altro, il noi deriva dall’io». Persona e comunità si esprimono nella cura e nei legami: la vita nascente, i fragili, gli anziani tanto emarginati. La libertà della persona è anche servire gli altri. Non mi dilungo in questo sentire cristiano. Non me ne vergogno certo! Anzi, in questi momenti, abbiamo bisogno di pensieri forti e di credenti capaci di cultura e dialogo. Forte non vuol dire prepotente o intollerante. Ciò che soffriamo in Europa è la mancanza di pensiero a tanti livelli: si urla ma non si propone pensando.
Aveva ragione Paolo VI nella Populorum progressio: «Il mondo soffre per mancanza di pensiero» (n. 85). Invitava a pensare insieme il futuro: «Aprite le vie che conducono, attraverso l’aiuto vicendevole, l’approfondimento del sapere, l’allargamento del cuore, a una vita più fraterna in una comunità umana veramente universale» (n. 85). È la linea di quelle “coalizioni” culturali, educative, filosofiche, religiose, che Papa Francesco propose nel 2016 ricevendo il Premio Carlo Magno: «Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro» (Discorso, 6 maggio 2016). È anche quell’«alleanza sociale per la speranza» (Spes non confundit, 9) che chiede alla comunità cristiana di non essere seconda a nessuno nel sostenerla. Sì, non dobbiamo temere il confronto. Abbiamo una ricchezza di visioni, maturata negli anni, che sono fonti di speranza. La via della pace è sempre quella del dialogo, che oggi assume anche i connotati del multilateralismo. L’indebolimento delle strutture internazionali diventerà presto per tutti causa di maggiore incertezza e non certo di maggiore sicurezza. Senza luoghi in cui dialogare in modo sincero e costruttivo, le singole posizioni si irrigidiscono e tendono ad imporsi con la violenza. Anche su questo la Chiesa può tornare ad essere maestra di umanità. Mi piacerebbe che le nostre Chiese dessero vita ad iniziative o esperienze concrete in questi ambiti, per mostrare a noi stessi e al mondo che il Vangelo è ancora vita, una vita bella per tutti.
Ci aiuta Papa Francesco: «Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza… Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto… Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano… di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande… Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia» (Discorso, 6 maggio 2016).

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di avermi ascoltato e di quanto vorrete osservare e proporre. Affidiamo queste giornate di lavoro comune all’intercessione della Vergine Maria e di San Giuseppe, che celebreremo nei prossimi giorni.
(fonte CEI 10/03/2025)


sabato 23 novembre 2024

Enzo Bianchi La spiritualità fai da te

Enzo Bianchi
La spiritualità fai da te 
 

La Repubblica - 18 novembre 2024

È finito il sinodo della chiesa universale alla fine del mese scorso ed è iniziato il sinodo della chiesa italiana con un’assemblea a Roma di molti delegati delle diocesi. Ma, va detto con chiarezza, salvo i partecipanti e gli addetti ai lavori la celebrazione di questi eventi è passata inosservata, non dico nell’opinione pubblica ma neanche tra quelli che si dicono cattolici o frequentano l’eucaristia domenicale. Significativamente ha destato più interesse una ricerca del CENSIS, “Italiani, fede e chiesa”, che riconferma quello che viene ultimamente ripetuto: continua in modo vertiginoso la diminutio della religione cattolica e della fede, della frequenza ai riti religiosi e la chiesa non è più autorevole. Alcuni presbiteri sono visti con ammirazione e simpatia ma non come pastori della comunità. L’unica voce autorevole resta quella di Papa Francesco che tuttavia non è certo ascoltato per quel che riguarda l’etica cristiana della condivisione dei beni con i poveri, l’accoglienza dei migranti e l’etica sessuale. Giuseppe de Rita, un vigilante intelligente che su questi temi non solo conduce le inchieste ma sa anche leggerle, ci ha sempre messo in guardia sui dati, sempre soggetti a diverse interpretazioni, e ci ha chiesto un discernimento, uno spirito critico nell’incrociarli. Perciò ci impegniamo in una lettura critica dei risultati dell’inchiesta che mettiamo a confronto con altri dati che possediamo per esperienza diretta. Ad esempio: se l’inchiesta rivela un bisogno di spiritualità, di vita interiore, questo dato va collocato in un oceano di indifferenza e per quel che riguarda i giovani, come testifica anche Umberto Galimberti, in un dilatarsi del nichilismo. E poi è venuto il momento di essere seri da parte dei cristiani: la spiritualità cristiana non è questa diffusa attenzione allo star bene con se stessi, al perseguire sentieri di rappacificazione interiore. Oggi c’è un bisogno di vita interiore che è più che comprensibile nell’attuale contesto di esproprio della propria anima a causa dell’alienazione dominante, ma non è spiritualità cristiana. È una spiritualità “fai da te”, sovente incoraggiata dagli esperti del dialogo tra le religioni verso un sincretismo che sfigura la sequela di Gesù di Nazareth. E sì, molti dicono di pregare perché sono nel bisogno: da sempre, e lo diceva già Lucrezio, la paura e l'angoscia creano gli dei che poi li affaticano con la preghiera, ma non è preghiera autentica cristiana.

Con queste precisazioni non voglio biasimare nessuno ma prendere una posizione chiara di fronte a troppe ambiguità alle quali attingono i cristiani. Certo, nella mia infanzia si pregava molto di più: quando arrivava un temporale per scongiurare la grandine, quando c'era siccità per invocare la pioggia. Ma forse c’era più fede? La preghiera è un mistero che solo Dio conosce per poter essere oggetto di inchieste e valutazioni nostre.
(fonte: blog dell'autore)

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venerdì 15 novembre 2024

Al sinodo… aprite le finestre!


Al sinodo… aprite le finestre!

Inizia oggi l’assemblea sinodale italiana: il rischio, reale, è che sia per pochi. L’augurio è, invece, che sia un movimento concreto della chiesa, vincendo pessimismi e paure, per giungere a molti.




Se escludo gli ‘addetti ai lavori’ (sacerdoti, laici con responsabilità ecclesiali, consacrate, giornalisti), nessuno delle persone che conosco sa che oggi comincia la prima assemblea sinodale della Chiesa italiana. E non parlo tanto di uomini e donne che all’apparenza non hanno una vita di fede, che non alimentano un cammino spirituale o mancano di interesse verso il Vangelo; mi riferisco, invece, a (pochi) giovani e (tanti) anziani, coppie o single, con varie ‘temperature’ di adesione e appartenenza ecclesiale, che magari frequentano con regolarità le liturgie domenicali, che sono impegnati in servizi preziosi (caritas, missionarietà, interventi culturali). Ebbene, nessuno di quelli a cui ho domandato nei giorni scorsi sapeva che la chiesa italiana è in cammino per un ‘cantiere sinodale’ che ne rilegga la vita, aprendola al futuro.
Forse, qualcuno, ha sentito che ‘c’è un sinodo’: ma cosa esso sia, che differenza è riscontrabile tra quello generale appena concluso e quello italiano, quali metodi e obiettivi la chiesa italiana vorrebbe darsi… beh, su tutto questo c’è una fitta nebbia. Non se ne parla, se non dentro certe ‘bolle’; qualcuno confonde questionari, interviste, azioni…

Tutto ciò, mi pare, è un grosso problema; perché se la chiesa italiana — ossia le comunità formate dai fedeli battezzati — non ha consapevolezza di ciò che accade al suo interno, quali sono i punti nodali del dialogo, cosa realmente si muove nel tessuto che la costituisce, difficilmente vi potrà essere radicamento reale, concreto; e, ugualmente, difficilmente vi potrà essere contributo, apporto, nutrimento del dialogo e delle sue conclusioni. Il rischio, ancora una volta, è che si metta in moto un grande meccanismo, che tuttavia non supera i confini ristretti di coloro che sono stati coinvolti — per motivi professionali, per convinzioni personali, per competenze di studio e di esperienza. Ma al ‘popolo di Dio’ che stamattina ha preso un treno, è salito in un’auto, è entrato in una scuola o in un’università, in una fabbrica o in ufficio, che ha acceso un trattore o ha gettato una rete in mare… ebbene, a questo popolo di Dio, che cosa arriverà? Che cosa è arrivato? Tra posizionamenti e sensibilità differenti, tra speranze di mutamento e timori, che cosa giunge a uomini e donne che stamattina si sono alzati per vivere la loro giornata? Non si può ignorare la questione: che cosa del Sinodo ha toccato e tocca l’umanità che attraversa la penisola?

Se sapremo porci il problema, allora sapremo anche tentare di immaginare qualche via maggiore di comunicazione, di coinvolgimento, di partecipazione. Certo, il contesto è postcristiano; certo, la gran parte delle persone si arrabatta nel proprio quotidiano tra luci e ombre, tra preoccupazioni legittime, pesi da portare, fughe consolatorie, vite da costruire. Eppure, il rischio è quello che si passi, anche dentro il ‘recinto ecclesiale’, dalla preoccupazione perché la molteplicità non crei fratture (ognuno ha la sua ricetta per rimettere in cammino la fede) all’indifferenza, che è sorella del pessimismo: tanto non cambia niente, tanto sarà sempre tutto come prima; solo il tempo passa, e noi siamo semplicemente più ridotti di numero, più stanchi, più sfiduciati. Dunque, inutile custodire speranze, inutile pensare a nuovi orizzonti, inutile credere che qualcosa nella vita comunitaria particolare possa realmente mutare. Fra due anni saremo ancora qui a dire: occasione sprecata. E così, tra chi non sa, chi non si interessa, chi è indifferente, chi ha smarrito le attese, il Sinodo rischia di non toccare le esistenze che di pochissimi. E questo rischio, che c’è, palpabile e manifesto, sarebbe un ulteriore spreco, sarebbe un talento sotterrato per paura.
L’augurio, invece, è che, seppur lentamente, la Chiesa italiana si muova; non per prodursi in enunciati retorici, in appelli inconcludenti, in castelli di parole senza radice, in dichiarazioni di fedeltà al Vangelo che poi, all’atto pratico, sono pennellate di buoni sentimenti.
Care amiche e cari amici che stamattina aprite le vostre finestre sul mondo, prima di andare all’assemblea sinodale in Roma: pensate a quanti hanno fatto lo stesso gesto, nel loro piccolo, per andare nei loro posti di lavoro e studio, di cura e di riposo… senza sapere cosa vi conduce a san Paolo fuori le Mura.

Fratelli e sorelle: aprite le finestre anche della Chiesa che abitiamo: per guardare fuori, per farci guardare dentro, per aiutarci a capire dove ci aspetta, oggi, il Risorto.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 15/11/2024)


venerdì 8 novembre 2024

Missionaria e sinodale: ecco la Chiesa che piace ai giovani

Missionaria e sinodale:
ecco la Chiesa che piace ai giovani

Anche i giovani hanno partecipato al percorso di ascolto e discernimento sinodale, che deve continuare attraverso un'alleanza intergenerazionale

Papa Francesco posa con dei ragazzi per un 'selfie' durante l'udienza generale in piazza San Pietro, Città del Vaticano, 01 aprile 2015. Foto Ansa/Osservatore romano.

Non solo esperti del digitale, ma capaci di relazioni umane sane e feconde, consapevoli e desiderosi di dare il loro contributo al rinnovamento sinodale della Chiesa. I giovani, che già nel 2018 avevano risposto alla convocazione di papa Francesco in occasione del Sinodo a loro dedicato, in questi anni hanno partecipato attivamente al percorso di ascolto e discernimento della Chiesa.

«Particolarmente sensibili ai valori della fraternità e della condivisione» li definisce il Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi. «A volte il loro atteggiamento verso la Chiesa si presenta come una critica, ma spesso assume la forma positiva di un impegno personale per una comunità accogliente e impegnata a lottare contro l’ingiustizia sociale e per la cura della casa comune».

A offrire un’istantanea delle attese e delle speranze dei giovani, nel mese di ottobre 2024, la testata online di Avvenire ha pubblicato alcune «lettere» ai padri sinodali, frutto di una recente ricerca dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, che raccoglie le loro voci sotto forma di missiva. In una di esse si legge: «Cari padri sinodali, […] una foto in particolare ci ha colpito, e vorremmo prenderla come simbolo e promessa della Chiesa che anche noi desideriamo: vi ritrae attorno a grandi tavoli rotondi, a dialogare e discutere. Poche persone attorno a ogni tavolo, così la relazione tra voi può essere faccia a faccia. Il tavolo è rotondo, non ci sono lati e non ci può essere un capotavola. […] Ecco, questa è la Chiesa che ci piace, che vorremmo sperimentare con lo stesso stile anche nelle nostre parrocchie e nelle nostre chiese».

Pur con tutte le contraddizioni che caratterizzano la loro età, i giovani hanno bisogno di fare sentire la loro voce, vogliono riaffermare l’impegno a «camminare insieme nel quotidiano» pronti a sfidarne la precarietà, il senso di vuoto e di abbandono che pervade a volte la vita facendola scivolare nel nonsenso; sono disposti a dire “no” a una cultura dell’odio e della violenza che li vorrebbe controllare proponendosi come scelta obbligata e unica risoluzione dei conflitti. Nella società «liquida» cercano il loro posto, bisognosi di qualcuno che sappia intercettare il loro desiderio di bene.

Dei giovani la Chiesa sinodale vuole prendersi cura, accompagnandone il cammino di crescita e di discernimento, senza «soffocarli» con atteggiamenti paternalistici o autoritari, ma camminando insieme, valorizzandone i doni e le diversità, coinvolgendoli maggiormente negli organismi di partecipazione, impegnandosi a creare ambienti sani in cui possano crescere ed esprimere il meglio di sé.

A loro, nel Documento finale del Sinodo, viene chiesto di essere artefici di una cultura che metta al centro la dignità di ogni persona, dove l’ambiente digitale – che sta riconfigurando «relazioni, legami e frontiere» – non sia il luogo in cui si «sperimenta solitudine ed emarginazione», e i social media non siano «utilizzati da portatori di interessi economici e politici che, manipolando le persone, divulgano ideologie e generano polarizzazioni aggressive», ma «un luogo profetico di missione e di annuncio».

Quale futuro ci attende? Saranno i giovani capaci di portare avanti l’impegno per la pace e la giustizia, per la cura della casa comune, per la difesa della vita e dei diritti della persona, per la dignità del lavoro, per un’economia equa e solidale? Non da soli! Il cammino sinodale è quell’alleanza tra le generazioni di cui papa Francesco ha spesso parlato, che lascia spazio alla creatività, alla novità, all’inclusione, al dialogo, alla ricerca «ostinata» del bene dell’altro.

«Vivendo il processo sinodale abbiamo preso nuova coscienza che la salvezza da ricevere e da annunciare passa attraverso le relazioni. La si vive e la si testimonia insieme», conclude il Documento. «La storia ci appare segnata tragicamente dalla guerra, dalla rivalità per il potere, da mille ingiustizie e sopraffazioni. Sappiamo però che lo Spirito ha posto nel cuore di ogni essere umano il desiderio di rapporti autentici e di legami veri. […] Camminando in stile sinodale, nell’intreccio delle nostre vocazioni, carismi e ministeri, e, andando incontro a tutti per portare la gioia del Vangelo, possiamo vivere la comunione che salva: con Dio, con l’umanità intera e con tutta la creazione».
(Fonte: Città Nuova, articolo di Vittoria Terenzi 7/11/2024)


giovedì 31 ottobre 2024

Enzo Bianchi Più coraggio nella Chiesa

Enzo Bianchi
Più coraggio nella Chiesa


La Repubblica - 28 ottobre 2024

È terminato il Sinodo dei vescovi voluto da Papa Francesco sul tema della sinodalità. È stato un Sinodo molto diverso dai precedenti, con sostanziali innovazioni: in un lungo processo durato più anni è stato praticato l’ascolto dei fedeli, delle chiese locali invitate a esprimere i loro desideri per una riforma della chiesa con parresìa ed estesa libertà. Anche ai non cattolici è stato chiesto di esprimersi, sebbene in realtà questo ascolto non sia avvenuto, come non è avvenuto quello dei tradizionalisti e in parte quello dei giovani. Va anche riconosciuto che per l’inerzia dei vescovi e la scarsa fiducia nel Sinodo da parte dei presbiteri la maggior parte dei cattolici non ha in alcun modo preso parte a questo processo.

Un certo ascolto si è comunque praticato, anche se questo non ha portato ad accogliere alcune domande, a discuterle, a valutarle come si conviene in un Sinodo dove, come recita l’adagio tradizionale, “ciò che riguarda tutti da tutti deve essere trattato e deliberato”.

Resta vero che durante lo svolgimento dei lavori, soprattutto della seconda sessione, appariva sempre più evidente una diversità e una distanza tra le attese: il Papa e coloro che erano deputati alla guida del Sinodo dichiaravano che il fine dei lavori sinodali era la discussione, l’acquisizione e l’affermazione della sinodalità della chiesa, mentre il popolo di Dio si attendeva risposte ad alcune richieste formulate riguardanti la valorizzazione della donna nella chiesa e una visione morale della sessualità che riconosca la nuova antropologia dominante.

Alcuni teologi hanno osservato come il Sinodo rischiasse di essere deludente, “un aborto”, con un esito che non era sopportabile soprattutto per le donne che sarebbero state tentate di lasciare la chiesa, specie nei paesi del Nord Europa, dove le richieste delle teologhe e delle femministe sono attestate da decenni.

Ora è uscito il documento finale approvato dalla stragrande maggioranza dei membri del Sinodo: è un testo interamente dedicato alla sinodalità, approfondita teologicamente e pastoralmente in modo veramente sapiente, che tiene conto delle fonti e interpreta i segni dei tempi perché si possa viverla oggi. Questo documento è un grande recupero del messaggio del Concilio Vaticano II sulla comunione nella chiesa e di questo fatto possiamo veramente rallegrarci. Se questo testo verrà recepito nelle chiese locali, nelle comunità cattoliche, potremo vedere un cambiamento, una conversione che renderà la chiesa più evangelica e più capace di essere luogo di accoglienza, di inclusione, di libertà per tutti gli esseri umani.

Ma va detto con umiltà e parresìa che l’andamento di questo Sinodo ci ha mostrato come il popolo di Dio oggi non sia ancora pronto ad accogliere novità riguardo alla donna nel ministero, riguardo alla morale sessuale e riguardo alla possibilità di presbiteri che vivono il matrimonio. E sono sicuro di poter dire che in queste materie il pastore è più profeta del gregge che con fatica gli sta dietro. È vero: queste vie di apertura non sono state dichiarate chiuse, ma io gradirei vedere più coraggio nel dire chiaramente ciò che si cerca e si studia, senza nascondimenti. Soprattutto vorrei che non si proponessero cambiamenti apparenti e non autentici, che ancora una volta finiscano per collocare la donna in una condizione di minorità, esaltandola solo in apparenza. Vorrei che non si continuasse a dire parole contraddittorie per quanti soffrono la loro emarginazione dalla chiesa a causa del rapporto con la sessualità fuori dal matrimonio.

Papa Francesco assicuri, per quanto può, questa libertà di ricerca e ci basta.
(fonte: blog dell'autore)

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Vedi anche i post precedenti:

martedì 29 ottobre 2024

Sinodalità, una conversione per essere più missionari - Il Documento finale del Sinodo: "Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione" (commento/sintesi e testo integrale)

La conclusione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo

Il Documento finale approvato integralmente dall’assise racconta e rilancia un’esperienza di Chiesa tra “comunione, partecipazione, missione”

Sinodalità, una conversione
per essere più missionari



La proposta concreta di una visione nuova che capovolge prassi consolidate

Il Documento finale votato sabato, approvato in tutti i suoi 155 paragrafi, viene pubblicato e non diventerà oggetto di un’esortazione del Papa: Francesco ha infatti deciso che sia subito diffuso perché possa ispirare la vita della Chiesa. «Il processo sinodale non si conclude con il termine dell’assemblea ma comprende la fase attuativa» (9). Coinvolgendo tutti nel «quotidiano cammino con una metodologia sinodale di consultazione e discernimento, individuando modalità concrete e percorsi formativi per realizzare una tangibile conversione sinodale nelle varie realtà ecclesiali» (9). Nel Documento, in particolare, ai vescovi si chiede molto riguardo l’impegno sulla trasparenza e sul rendere conto, mentre — come affermato anche dal cardinale Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede — ci sono lavori in corso per dare più spazio e più potere alle donne.

Due parole-chiave che emergono dal testo — attraversato dalla prospettiva e dalla proposta della conversione — sono «relazioni» — che è un modo di essere Chiesa — e «legami», nel segno dello «scambio di doni» tra le Chiese vissuto dinamicamente e, quindi, per convertire i processi. Proprio le Chiese locali sono al centro nell’orizzonte missionario che è il fondamento stesso dell’esperienza di pluralità della sinodalità, con tutte le strutture a servizio, appunto, della missione con il laicato sempre più al centro e protagonista. E, in questa prospettiva, la concretezza dell’essere radicati in «luogo» emerge con forza dal Documento finale. Particolarmente significativa anche la proposta presentata nel Documento per far sì che i Dicasteri della Santa Sede possano avviare una consultazione «prima di pubblicare documenti normativi importanti» (135).

La struttura del Documento

Il Documento finale è formato da cinque parti (11). Alla prima — intitolata Il cuore della sinodalità — segue la seconda parte — Insieme, sulla barca di Pietro — «dedicata alla conversione delle relazioni che edificano la comunità cristiana e danno forma alla missione nell’intreccio di vocazioni, carismi e ministeri». La terza parte — Sulla tua Parola — «identifica tre pratiche tra loro intimamente connesse: discernimento ecclesiale, processi decisionali, cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione». La quarta parte — Una pesca abbondante — «delinea il modo in cui è possibile coltivare in forme nuove lo scambio dei doni e l’intreccio dei legami che ci uniscono nella Chiesa, in un tempo in cui l’esperienza del radicamento in un luogo sta cambiando profondamente». Infine, la quinta parte — Anch’io mando voi — «permette di guardare al primo passo da compiere: curare la formazione di tutti alla sinodalità missionaria». In particolare, si fa notare, lo sviluppo del Documento è guidato dai racconti evangelici della Risurrezione (12).

Le ferite del Risorto continuano a sanguinare

L’Introduzione del Documento (1-12) mette subito in chiaro l’essenza del Sinodo come «esperienza rinnovata di quell’incontro con il Risorto che i discepoli hanno vissuto nel Cenacolo la sera di Pasqua» (1). «Contemplando il Risorto — afferma il Documento — abbiamo scorto anche i segni delle Sue ferite (...) che continuano a sanguinare nel corpo di tanti fratelli e sorelle, anche a causa delle nostre colpe. Lo sguardo sul Signore non allontana dai drammi della storia, ma apre gli occhi per riconoscere la sofferenza che ci circonda e ci penetra: i volti dei bambini terrorizzati dalla guerra, il pianto delle madri, i sogni infranti di tanti giovani, i profughi che affrontano viaggi terribili, le vittime dei cambiamenti climatici e delle ingiustizie sociali» (2). Il Sinodo, ricordando le «troppe guerre» in corso, si è unito ai «ripetuti appelli di Papa Francesco per la pace, condannando la logica della violenza, dell’odio, della vendetta» (2). Inoltre, il cammino sinodale è marcatamente ecumenico — «orienta verso una piena e visibile unità dei cristiani» (4) — e «costituisce un vero atto di ulteriore recezione» del Concilio Vaticano ii , prolungandone «l’ispirazione» e rilanciandone «per il mondo di oggi la forza profetica» (5). Non tutto è stato facile, si riconosce nel Documento: «Non ci nascondiamo di aver sperimentato in noi fatiche, resistenze al cambiamento e la tentazione di far prevalere le nostre idee sull’ascolto della Parola di Dio e sulla pratica del discernimento» (6).

Il cuore della sinodalità

La prima parte del Documento (13-48) si apre con le riflessioni condivise sulla «Chiesa Popolo di Dio, sacramento di unità» (15-20) e sulle «radici sacramentali del Popolo di Dio» (21-27). È un fatto che, proprio «grazie all’esperienza degli ultimi anni», il significato dei termini «sinodalità» e «sinodale» sia «stato maggiormente compreso e più ancora vissuto» (28). E «sempre più essi sono stati associati al desiderio di una Chiesa più vicina alle persone e più relazionale, che sia casa e famiglia di Dio» (28). «In termini semplici e sintetici, si può dire che la sinodalità è un cammino di rinnovamento spirituale e di riforma strutturale per rendere la Chiesa più partecipativa e missionaria, per renderla cioè più capace di camminare con ogni uomo e ogni donna irradiando la luce di Cristo» (28). Nella consapevolezza che l’unità della Chiesa non è uniformità, «la valorizzazione dei contesti, delle culture e delle diversità, e delle relazioni tra di loro, è una chiave per crescere come Chiesa sinodale missionaria» (40). Con il rilancio delle relazioni anche con le altre tradizioni religiose in particolare «per costruire un mondo migliore» e in pace (41).

La conversione delle relazioni

«La richiesta di una Chiesa più capace di nutrire le relazioni: con il Signore, tra uomini e donne, nelle famiglie, nelle comunità, tra tutti i cristiani, tra gruppi sociali, tra le religioni, con la creazione» (50) è la constatazione che apre la seconda parte del Documento (49-77). E «non è mancato anche chi ha condiviso la sofferenza di sentirsi escluso o giudicato» (50). «Per essere una Chiesa sinodale è dunque necessaria una vera conversione relazionale. Dobbiamo di nuovo imparare dal Vangelo che la cura delle relazioni e dei legami non è una strategia o lo strumento per una maggiore efficacia organizzativa, ma è il modo in cui Dio Padre si è rivelato in Gesù e nello Spirito» (50). Proprio «le ricorrenti espressioni di dolore e sofferenza da parte di donne di ogni regione e continente, sia laiche sia consacrate, durante il processo sinodale, rivelano quanto spesso non riusciamo a farlo» (52). In particolare, «la chiamata al rinnovamento delle relazioni nel Signore Gesù risuona nella pluralità dei contesti» legati «al pluralismo delle culture» con, a volte, anche «i segni di logiche relazionali distorte e talvolta opposte a quelle del Vangelo» (53). L’affondo è diretto: «Trovano radice in questa dinamica i mali che affliggono il nostro mondo» (54) ma «la chiusura più radicale e drammatica è quella nei confronti della stessa vita umana, che conduce allo scarto dei bambini, fin dal grembo materno, e degli anziani» (54).

Ministeri per la missione

«Carismi, vocazione e ministeri per la missione» (57-67) sono nel cuore del Documento che punta sulla più ampia partecipazione di laiche e laici. Il ministero ordinato è «a servizio dell’armonia» (68) e in particolare «il ministero del vescovo» è «comporre in unità i doni dello Spirito (69-71). Tra le diverse questioni si è rilevato che «la costituiva relazione del Vescovo con la Chiesa locale non appare oggi con sufficiente chiarezza nel caso dei Vescovi titolari, ad esempio i Rappresentanti pontifici e coloro che prestano servizio nella Curia Romana». Con il vescovo ci sono «presbiteri e diaconi» (72-73), per una «collaborazione fra i ministri ordinati all’interno della Chiesa sinodale» (74). Significativa, poi, l’esperienza della «spiritualità sinodale» (43-48) con la certezza che «se manca la profondità spirituale personale e comunitaria, la sinodalità si riduce a espediente organizzativo» (44). Per questo, si rileva, «praticato con umiltà, lo stile sinodale può rendere la Chiesa una voce profetica nel mondo di oggi» (47).

La conversione dei processi

Nella terza parte del Documento (79-108) si fa subito presente che «nella preghiera e nel dialogo fraterno, abbiamo riconosciuto che il discernimento ecclesiale, la cura dei processi decisionali e l’impegno a rendere conto del proprio operato e a valutare l’esito delle decisioni assunte sono pratiche con le quali rispondiamo alla Parola che ci indica le vie della missione» (79). In particolare «queste tre pratiche sono strettamente intrecciate. I processi decisionali hanno bisogno del discernimento ecclesiale, che richiede l’ascolto in un clima di fiducia, che trasparenza e rendiconto sostengono. La fiducia deve essere reciproca: coloro che prendono le decisioni hanno bisogno di potersi fidare e ascoltare il Popolo di Dio, che a sua volta ha bisogno di potersi fidare di chi esercita l’autorità» (80). «Il discernimento ecclesiale per la missione» (81-86), in realtà, «non è una tecnica organizzativa, ma una pratica spirituale da vivere nella fede» e «non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali» (82). «L’articolazione dei processioni decisionali» (87-94), «trasparenza, rendiconto, valutazione» (95-102), «sinodalità e organismi di partecipazione» (103-108) sono punti centrali delle proposte contenute nel Documento, scaturite dall’esperienza del Sinodo.

La conversione dei legami

«In un tempo in cui cambia l’esperienza dei luoghi in cui la Chiesa è radicata e pellegrina, occorre coltivare in forme nuove lo scambio dei doni e l’intreccio dei legami che ci uniscono, sostenuti dal ministero dei Vescovi in comunione tra loro e con il Vescovo di Roma»: è l’essenza della quarta parte del Documento (109-139). L’espressione «radicati e pellegrini» (110-119) ricorda che «la Chiesa non può essere compresa senza il radicamento in un territorio concreto, in uno spazio e in un tempo dove si forma un’esperienza condivisa di incontro con Dio che salva» (110). Anche con un’attenzione ai fenomeni della «mobilità umana» (112) e della cultura digitale» (113). In questa prospettiva, «camminare insieme nei diversi luoghi come discepoli di Gesù nella diversità dei carismi e dei ministeri, così come nello scambio di doni tra le Chiese, è segno efficace della presenza dell’amore e della misericordia di Dio in Cristo» (120). «L’orizzonte della comunione nello scambio dei doni è il criterio ispiratore delle relazioni tra le Chiese» (124). Da qui i «legami per l’unità: Conferenze episcopali e Assemblee ecclesiali» (124-129). Particolarmente significativa la riflessione sinodale sul «servizio del vescovo di Roma» (130-139). Proprio nello stile della collaborazione e dell’ascolto, «prima di pubblicare documenti normativi importanti, i Dicasteri sono esortati ad avviare una consultazione delle Conferenze episcopali e degli organismi corrispondenti delle Chiese Orientali Cattoliche» (135).

Formare un popolo di discepoli missionari

«Perché il santo Popolo di Dio possa testimoniare a tutti la gioia del Vangelo, crescendo nella pratica della sinodalità, ha bisogno di un’adeguata formazione: anzitutto alla libertà di figli e figlie di Dio nella sequela di Gesù Cristo, contemplato nella preghiera e riconosciuto nei poveri» afferma il Documento nella sua quinta parte (140-151). «Una delle richieste emerse con maggiore forza e da ogni parte lungo il processo sinodale è che la formazione sia integrale, continua e condivisa» (143). Anche in questo campo torna l’urgenza dello «scambio dei doni tra vocazioni diverse (comunione), nell’ottica di un servizio da svolgere (missione) e in uno stile di coinvolgimento e di educazione alla corresponsabilità differenziata (partecipazione)» (147). E «un altro ambito di grande rilievo è la promozione in tutti gli ambienti ecclesiali di una cultura della tutela (safeguarding), per rendere le comunità luoghi sempre più sicuri per i minori e le persone vulnerabili» (150). Infine, «anche i temi della dottrina sociale della Chiesa, dell’impegno per la pace e la giustizia, della cura della casa comune e del dialogo interculturale e interreligioso devono conoscere maggiore diffusione nel Popolo di Dio» (151).

L’affidamento a Maria

«Vivendo il processo sinodale — è la conclusione del Documento (154) — abbiamo preso nuova coscienza che la salvezza da ricevere e da annunciare passa attraverso le relazioni. La si vive e la si testimonia insieme. La storia ci appare segnata tragicamente dalla guerra, dalla rivalità per il potere, da mille ingiustizie e sopraffazioni. Sappiamo però che lo Spirito ha posto nel cuore di ogni essere umano un desiderio profondo e silenzioso di rapporti autentici e di legami veri. La stessa creazione parla di unità e di condivisione, di varietà e intreccio tra diverse forme di vita».

Il testo si conclude con la preghiera alla Vergine Maria per l’affidamento «dei risultati di questo Sinodo: «Ci insegni ad essere un Popolo di discepoli missionari che camminano insieme: una Chiesa sinodale» (155).
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giampaolo Mattei 28/10/2024)

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Leggi il testo integrale del documento finale del Sinodo


lunedì 28 ottobre 2024

S. Messa a conclusione del Sinodo 27/10/2024 Papa Francesco: «Per favore, deponiamo il mantello della rassegnazione e affidiamo al Signore le nostre cecità. Mettiamoci in piedi e portiamo la gioia del Vangelo per le strade del mondo.» (cronaca, testo, foto e video)

CONCLUSIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
SANTA MESSA
CAPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
XXX Domenica del tempo Ordinario, 27 ottobre 2024


Con una solenne liturgia eucaristica concelebrata nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha concluso la XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, dedicata al tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”.
A concelebrare con il Pontefice quasi 390 tra cardinali, patriarchi, vescovi e sacerdoti, compresi i partecipanti al Sinodo. 

Nella sua omelia, Papa Francesco ha utilizzato l’incontro tra Gesù e il cieco Bartimeo - narrato nel Vangelo del giorno - per suggerire quale sia la sorgente e la natura specifica della sinodalità ecclesiale, il dinamismo proprio di «una Chiesa missionaria, che cammina con il Signore lungo le strade del mondo».

Al termine della celebrazione, il Pontefice si è soffermato in silenzio davanti la Cattedra di San Pietro, il trono ligneo simbolo del primato petrino, che, col Baldacchino del Bernini disvelato dopo i restauri, era stata portata presso l'altare della Confessione.
In occasione del restauro dell'omonimo monumento che decora l'abside della basilica vaticana, il reperto storico è stato estratto dalla teca di bronzo ideata da Bernini e, per volere del Papa, fino a domenica 8 dicembre sarà esposto alla vista dei visitatori della Basilica.

Il Sinodo appena concluso - aveva spiegato il Papa nel pomeriggio di sabato 26 ottobre, nell’intervento con cui ha chiuso i lavori sinodali - non vedrà, come invece è di consuetudine, la pubblicazione di un'esortazione apostolica post-sinodale sul tema del Sinodo, perché - ha detto il Pontefice - «basta il documento finale. Li c'è tutto»

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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Il Vangelo ci presenta Bartimeo, un cieco che è costretto a mendicare ai bordi della strada, uno scartato senza speranza che, però, quando sente passare Gesù, inizia a gridare verso di Lui. Tutto ciò che gli è rimasto è questo: gridare il proprio dolore e portare a Gesù il suo desiderio di riacquistare la vista. E mentre tutti lo rimproverano perché sono disturbati dalla sua voce, Gesù si ferma. Perché Dio ascolta sempre il grido dei poveri e nessun grido di dolore rimane inascoltato davanti a Lui.

Oggi, a conclusione dell’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, portando nel cuore tanta gratitudine per quanto abbiamo potuto condividere, soffermiamoci su ciò che succede a quest’uomo: all’inizio, «sedeva lungo la strada a mendicare» (Mc 10,46), mentre alla fine, dopo essere stato chiamato da Gesù e aver riacquistato la vista, «lo seguiva lungo la strada» (v. 52).

La prima cosa che il Vangelo ci dice su Bartimeo è questa: è seduto a mendicare. La sua posizione è tipica di una persona ormai chiusa nel proprio dolore, seduta sul ciglio della strada come se non ci fosse nient’altro da fare se non ricevere qualcosa dai tanti pellegrini di passaggio nella città di Gerico in occasione della Pasqua. Ma, come sappiamo, per vivere davvero non si può restare seduti: vivere è sempre mettersi in movimento, mettersi in cammino, sognare, progettare, aprirsi al futuro. Il cieco Bartimeo, allora, rappresenta anche quella cecità interiore che ci blocca, ci fa restare seduti, ci rende immobili ai bordi della vita, senza più speranza.

E questo può farci pensare, oltre che alla nostra vita personale, anche al nostro essere Chiesa del Signore. Tante cose, lungo il cammino, possono renderci ciechi, incapaci di riconoscere la presenza del Signore, impreparati ad affrontare le sfide della realtà, a volte inadeguati nel saper rispondere alle tante questioni che gridano verso di noi come fa Bartimeo con Gesù. Tuttavia, dinanzi alle domande delle donne e degli uomini di oggi, alle sfide del nostro tempo, alle urgenze dell’evangelizzazione e alle tante ferite che affliggono l’umanità, sorelle e fratelli, non possiamo restare seduti. Una Chiesa seduta, che quasi senza accorgersi si ritira dalla vita e confina se stessa ai margini della realtà, è una Chiesa che rischia di restare nella cecità e di accomodarsi nel proprio malessere. E se restiamo seduti nella nostra cecità, continueremo a non vedere le nostre urgenze pastorali e i tanti problemi del mondo in cui viviamo. Per favore, chiediamo al Signore che ci dia lo Spirito Santo per non restare seduti nella nostra cecità, cecità che si può chiamare mondanità, che si può chiamare comodità, che si può chiamare cuore chiuso. Non restare seduti nelle nostre cecità.

Ricordiamoci questo, invece: il Signore passa, il Signore passa tutti i giorni, il Signore passa sempre e si ferma per prendersi cura della nostra cecità. E io, lo sento passare? Ho la capacità di sentire i passi del Signore? Ho la capacità di discernere quando il Signore passa? Ed è bello se il Sinodo ci spinge a essere Chiesa come Bartimeo: la comunità dei discepoli che, sentendo il Signore che passa, avverte il brivido della salvezza, si lascia svegliare dalla potenza del Vangelo e inizia a gridare verso di Lui. Lo fa raccogliendo il grido di tutte le donne e di tutti gli uomini della terra: il grido di coloro che desiderano scoprire la gioia del Vangelo e di quelli che invece si sono allontanati; il grido silenzioso di chi è indifferente; il grido di chi soffre, dei poveri, degli emarginati, dei bambini schiavi di lavoro, schiavizzati in tante parti del mondo per il lavoro; la voce spezzata, sentire quella voce spezzata di chi non ha più neanche la forza di gridare a Dio, perché non ha voce o perché si è rassegnato. Non abbiamo bisogno di una Chiesa seduta e rinunciataria, ma di una Chiesa che raccoglie il grido del mondo e – voglio dirlo, forse qualcuno si scandalizza – una Chiesa che si sporca le mani per servire il Signore.

E veniamo così al secondo aspetto: se all’inizio Bartimeo era seduto, vediamo che alla fine, invece, lo segue lungo la strada. Questa è una tipica espressione del Vangelo che significa: divenne suo discepolo, si è messo alla sua sequela. Dopo aver gridato verso di Lui, infatti, Gesù si è fermato e lo ha fatto chiamare. Bartimeo, da seduto che era, è balzato in piedi e, subito dopo, ha recuperato la vista. Ora, egli può vedere il Signore, può riconoscere l’opera di Dio nella propria vita e può finalmente incamminarsi dietro di Lui. Così, anche noi, fratelli e sorelle: quando siamo seduti e accomodati, quando anche come Chiesa non troviamo le forze, il coraggio e l’audacia, la parresia necessaria per rialzarci e riprendere il cammino, per favore, ricordiamoci di ritornare sempre al Signore, ritornare al Vangelo. Ritornare al Signore, ritornare al Vangelo. Sempre e di nuovo, mentre Egli passa, dobbiamo metterci in ascolto della sua chiamata, che ci rimette in piedi e ci fa uscire dalla cecità. E poi riprendere nuovamente a seguirlo, camminare con Lui lungo la strada.

Vorrei ripeterlo: di Bartimeo il Vangelo dice che «lo seguiva lungo la strada». Questa è un’immagine della Chiesa sinodale: il Signore ci chiama, ci rialza quando siamo seduti o caduti, ci fa riacquistare una vista nuova, affinché alla luce del Vangelo possiamo vedere le inquietudini e le sofferenze del mondo; e così, rimessi in piedi dal Signore, sperimentiamo la gioia di seguirlo lungo la strada. Il Signore lo si segue lungo la strada, non lo si segue chiusi nelle nostre comodità, non lo si segue nei labirinti delle nostre idee: lo si segue lungo la strada. E ricordiamolo sempre: non camminare per conto nostro o secondo i criteri del mondo, ma camminare lungo la strada, insieme, dietro a Lui e camminare con Lui.

Fratelli, sorelle: non una Chiesa seduta, una Chiesa in piedi. Non una Chiesa muta, una Chiesa che raccoglie il grido dell’umanità. Non una Chiesa cieca, ma una Chiesa illuminata da Cristo che porta la luce del Vangelo agli altri. Non una Chiesa statica, una Chiesa missionaria, che cammina con il Signore lungo le strade del mondo.

E oggi, mentre rendiamo grazie al Signore per il cammino percorso insieme, potremo vedere e venerare la reliquia dell’antica Cattedra di San Pietro, accuratamente restaurata. Contemplandola con stupore di fede, ricordiamoci che questa è la cattedra dell’amore, è la cattedra dell’unità, è la cattedra della misericordia, secondo quel comando che Gesù diede all’Apostolo Pietro non di dominare sugli altri, ma di servirli nella carità. E ammirando il maestoso baldacchino berniniano più splendente che mai, riscopriamo che esso inquadra il vero punto focale di tutta la Basilica, cioè la gloria dello Spirito Santo. Questa è la Chiesa sinodale: una comunità il cui primato è nel dono dello Spirito, che ci rende tutti fratelli in Cristo e ci eleva verso di Lui.

Sorelle e fratelli, proseguiamo allora con fiducia il nostro cammino insieme. Anche a noi oggi la Parola di Dio ripete, come a Bartimeo: «Coraggio, alzati, ti chiama». Io mi sento chiamato? Questa è la domanda da farci. Io mi sento chiamato? Mi sento debole e non posso alzarmi? Chiedo aiuto? Per favore, deponiamo il mantello della rassegnazione e affidiamo al Signore le nostre cecità. Mettiamoci in piedi e portiamo la gioia del Vangelo, portiamola per le strade del mondo.

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venerdì 25 ottobre 2024

Enzo Bianchi Quel silenzio sul Sinodo

Enzo Bianchi
Quel silenzio sul Sinodo 



La Repubblica - 21 ottobre 2024


È la quarta e ultima settimana dedicata ai lavori del Sinodo indetto da Papa Francesco sulla sinodalità, ma purtroppo continua un grande silenzio sui lavori, il confronto e l’ascolto reciproco che avvengono tra i membri sinodali nell’aula Paolo VI in Vaticano. Un silenzio che non aiuta il popolo di Dio a sentirsi partecipe di questo evento ma lo pone ancora una volta, nonostante tutti i propositi, in stato di attesa. In questo silenzio non è possibile neppure il conclamato ascolto. Nella comunità cristiana mi chiedono che cosa si sta elaborando ma io non posso dare una risposta. E non solo c’è mutismo sull’evento: come ha osservato una delle poche sentinelle tra i teologi italiani, Severino Dianich, c’è stato tanto invito all’ascolto, ma si può ascoltare solo se c’è chi prende la parola pubblicamente, con responsabilità e discernimento.

Quali sono le attese del popolo di Dio, soggetto primario del Sinodo, che dopo il confronto e il discernimento saranno presentate al Papa come proposte lasciando a lui la libertà e la potestà di renderle indicazioni cogenti per la chiesa? Non sappiamo nulla! A me sembra che un tale modo di procedere spenga ogni possibilità di interesse, già scarso, del popolo di Dio per questo evento, che potrebbe essere una nuova Pentecoste avviando una riforma della chiesa come tante volte ha preconizzato Papa Francesco.

Si tenga poi conto che il popolo di Dio non si interessa di ghiribizzi teologici o raffinatezze spirituali, ma desidera che la vita della comunità cristiana sia segnata da una conversione, da un cambiamento, per essere più fedele al Vangelo. Molti cristiani pensano che si possa vivere la chiesa diversamente, che si possano imboccare vie nuove senza tradire la regula fidei e la grande Tradizione, e che questo mutamento sia urgente per il futuro della chiesa.

L’abbiamo già scritto: guai se questo Sinodo apparisse, come dice il teologo Jesús Martínez Gordo, “un aborto”! La crisi della chiesa è troppo profonda per tollerare ancora delusioni e mancate promesse. Papa Francesco ha voluto un Sinodo che fosse sì sulla sinodalità, ma capace di instaurare la novità di una vita fraterna nelle comunità cristiane, una vita in cui i membri si sentano gioiosamente partecipi di una convocazione che viene dalla Parola del Signore.

Purtroppo non ho visto un’intensa preghiera per il Sinodo come si era avuta alla vigilia del concilio Vaticano II. Certamente, i tempi sono cambiati, ma allora l’evento era capace di suscitare speranza, mentre il Sinodo di oggi sembra un evento di routine, non ciò che ha voluto Papa Francesco. Se le acquisizioni formulate verbalmente dal Sinodo o anche dal Papa non si traducono in procedure giuridiche che riformano l’attuale ordinamento canonico allora risuoneranno come semplici auguri. Oggi in tutte le assemblee sinodali, anche in quella italiana, sia forte la tentazione di pensare troppo ai metodi con cui vivere un’assemblea cristiana, c’è un eccessivo ricorso a un linguaggio stantio, che abbisogna di “icone” per introdurre un tema non sempre in modo legittimo e coerente all’icona evangelica, ci sono troppe espressioni inventate che alla gente non dicono nulla come “i cantieri di Betania”. Infine si pretende che i lavori seguano fasi predeterminate in cui anche la profezia non è dono dell’alto e dono dello Spirito, ma è decisa da noi come potesse essere un’acquisizione.

Ad ogni assemblea sinodale dico: più sobrietà, meno pagine scritte, più serietà. Si rallegrerà non solo il popolo di Dio che è popolo degli umili, ma anche chi ha una vera formazione biblica e venera solo la Parola di Dio, non le fotocopie.
                           

(fonte: blog dell'autore)